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Dall’Ordine al Caos

66. Il trionfo del Caos

    66. Il trionfo del Caos

    Prima di far trionfare il mondo moderno, era necessario cancellare gli ultimi residui cristiano-medioevali dall’Europa, da cui il caos si doveva diffondere su tutto il pianeta. Furono i paesi protestanti e la Gran Bretagna in particolare a manovrare nascostamente l’Italia e la Germania, due paesi artificialmente unificati, per realizzare questo piano sovversivo. Il regno d’Italia, controllato da società segrete atee e anticlericali al servizio di Londra1, con il supporto della criminalità organizzata, la mafia2, smantellò i prosperi principati che proteggevano il papa per poi stringere d’assedio lo Stato della Chiesa. Il Patrimonio di San Pietro, che nel medioevo aveva prevaricato sul potere temporale, con la controriforma s’era raccordato all’Impero quale bastione essoterico della tradizione occidentale. L’annessione illegale al regno d’Italia diede inizio al coinvolgimento della Chiesa in diatribe politiche e sociali che determinarono il suo rovinoso deterioramento. Il regno protestante di Prussia si assunse il compito di fiaccare l’Austria cattolica sottraendole i territori centro europei ed emarginandola nei Balcani. La prima guerra mondiale si concluse con lo smembramento dell’Impero austro-ungarico, ultimo legato dell’Impero di Carlo Magno. Parallelamente crollarono l’Impero di tutte le Russie, erede di Bisanzio, e il califfato della Porta Ottomana3. L’Occidente si era così liberato delle ultime indebolite strutture statali d’origine tradizionale4.

    Così l’ultimo secolo e mezzo è stato il proscenio per l’esibizione delle aberrazioni più estreme che si sono succedute a ritmo incalzante: esse hanno coinvolto l’ambito religioso, filosofico, scientifico, artistico, politico e sociale. La situazione è poi ulteriormente peggiorata con la seconda guerra mondiale che ha davvero sconvolto il mondo intero5. Se per un certo periodo la guida di tanta degenerazione è stata un’iniziativa dei paesi occidentali, ben presto quelli orientali hanno assunto piena autonomia nell’attività antitradizionale. Al periodo del più oppressivo colonialismo è subentrata una decolonizzazione frettolosa e colpevole6.

    Ne sia esempio il Raj britannico dell’India che, dopo l’usurpazione del trono imperiale, si dedicò alla repressione sistematica della tradizione contrapponendo la comunità musulmana alla maggioranza hindū, colpendo le sue più sacre strutture sociali. Alla fine, gli inglesi si precipitarono ad abbandonare il Subcontinente smembrandolo in India e Pakistan, dando inizio così a una cruenta guerra civile7 e a una serie non ancora risolta di conflitti. All’India post-coloniale fu impedito ogni ritorno a una situazione in armonia con il Dharma, per mezzo della diffusione del neo-Induismo, rāmakṛṣṇiano, vivekānandiano, aurobindiano e gandhiano, promossa da tutti i media e da tutti i partiti, giocando sull’indole pacifica della popolazione e sul suo complesso di inferiorità nei confronti dell’Occidente.

    Gravissime responsabilità, in questo senso, sono da attribuire a tre attività estranee: il missionarismo cristiano, le continue violenze islamiche8 e la propaganda martellante e soffocante del comunismo sovietico dapprima e, attualmente, cinese9. Tuttavia, l’India non è stata intaccata più di tanto, in paragone con altre aree. Il massificato comunismo maoista ha pressocché cancellato la tradizione in Cina10, spingendo il paese alla ripresa d’una ambiziosa politica espansionista in Asia11 e nel mondo. È all’imperialismo di questo paese che si deve l’invasione coloniale del Tibet, il concluso genocidio del popolo mancese e quello ancora in atto delle popolazioni turcomanne dell’Asia Centrale.

    Ed è incredibile che ci sia stato chi ha avuto la dabbenaggine di negare l’esistenza del pericolo giallo! Altri paesi dell’Estremo Oriente hanno, invece, adottato completamente lo stile di vita dell’Estremo Occidente, mantenendo della loro tradizione solamente un ornato scenografico, per cui la divisione Occidente-antitradizionale e Oriente-tradizionale non ha più davvero alcun senso. La decolonizzazione selvaggia ha abbandonato i ricchi paesi dell’Africa nelle mani di avidi e corrotti dittatori, a organizzazioni criminali e allo sfruttamento sistematico da parte del neocolonialismo cinese. A questo s’aggiunga l’improvviso degrado del mondo islamico, che il taṣawwuf non sa né si sforza di controllare, fenomeno invero imprevedibile fino a pochi decenni addietro. Nello stesso periodo si è assistito alla fine ignominiosa della chiesa cattolica e al brutale sconvolgimento della Palestina.

    Questi avvenimenti sono un chiaro segno della non lontana conclusione del ciclo storico a egemonia monoteista12. Tale fase della civiltà moderna ha prodotto nuove generazioni prive di qualsiasi radicamento religioso, ideale o filosofico; persino le ideologie alla moda che tutti subiscono sono spaventosamente elementari e rozze. Basti pensare che gli stessi animali hanno una maggiore sensibilità verso l’equilibrio della natura di tutti gli ecologisti ciarlieri ed esibizionisti. Similmente, le bestie riconoscono senza vacillare le evidenti distinzioni tra sessi, razze e specie, mentre i nostri giovani hanno una totale confusione mentale al riguardo, avendo subito pressanti condizionamenti fin dalla più tenera infanzia. Lo stesso valore della vita è misconosciuto, essendone stata coltivata l’indifferenza tra aborti ed eutanasie, proposte come grandi conquiste dell’umanità13. Se con l’invenzione della stampa l’umanità ha rinunciato a coltivare la memoria, con l’informatica le nuove generazioni hanno smesso di ragionare, affidandosi al “mito” dell’intelligenza artificiale. Per logica conseguenza una simile umanità elegge “democraticamente” a rappresentarla e a reggere la cosa pubblica i personaggi più stolidi14.

    Le tre religioni occidentali, sebbene vantino reciprocamente la supremazia della propria rivelazione rispetto alle altre15, al loro interno proclamano l’eguaglianza tra i fedeli, imponendo a tutti indistintamente le stesse credenze, gli stessi rituali, gli stessi comportamenti. Non a caso il sistema democratico è sorto dalla laicizzazione di tale egualitarismo. Attualmente, da quando i monoteismi si trovano in uno stato di grave declino o di totale scomparsa16, anche il sistema democratico sta crollando in tutti gli stati, senza che si siano precisate ancora le caratteristiche del regime futuro con cui la finanza internazionale, le multinazionali e le organizzazioni non governative lo sostituiranno.

    Dal punto di vista esoterico17, il XX secolo iniziava presentando alcune personalità di spicco: René Guénon in Francia, il prof. Arturo Reghini e il “barone” Julius (Giulio Cesare Andrea) Evola, in Italia. In un primo tempo i tre esoteristi collaborarono in certa misura al fine di provocare un cambiamento di mentalità nei due paesi latini. Tuttavia, alcune divergenze interpretative condussero all’allontanamento reciproco, soprattutto tra Reghini ed Evola18. Nondimeno, la loro azione non andò perduta e formò una sorta di barriera contro l’invadenza teosofico-occultistica in tutti i campi e ambienti. In particolare, gli scritti di René Guénon ebbero il positivo risultato di indirizzare alcune persone verso le forme iniziatiche non europee. La sua opera si dimostrò di grande utilità per le scelte tradizionali di alcuni suoi lettori come, per esempio, per l’autore di queste righe. Naturalmente, coloro, che sono entrati in contatto diretto con gli ambienti tradizionali extra-europei a seguito della lettura di Guénon, hanno potuto notare, accanto ai suoi meriti, anche certi limiti ed errori delle sue concezioni. L’atteggiamento tradizionale di chi si trovò a fare quelle riflessioni o quelle scoperte è stato quello di correggere gli errori, astenendosi da rigettare per intero l’opera di Guénon.

    Infatti tutte le argomentazioni che, per esempio, egli aveva sviluppato sulla critica del mondo moderno sono del tutto condivisibili ed esatte. Al contrario, le storture, soprattutto nel dominio della dottrina metafisica, devono essere raddrizzate per poter esporre la vera dottrina. Oltre a ciò, annotiamo che, pur dichiarando nei suoi libri non essere corretto indicare ai lettori a quali vie iniziatiche rivolgersi, egli si contraddiceva incoraggiando i suoi corrispondenti a farsi iniziare presso le logge massoniche e, in particolare, in quelle che si ispiravano ai suoi scritti19.

    Dopo la sua morte, in Europa si formarono raggruppamenti di guénoniani, alcuni dei quali si sono costituiti in sette fanatiche. Si dichiarano motu proprio “difensori dell’opera di René Guénon”, proclamandone l’infallibilità20, l’universalità della sua ‘funzione’ d’inviato del ‘Centro Supremo’, promuovendo la dottrina espressa nei suoi libri a una sorta di nuova rivelazione. In mancanza di una vera trasmissione da Guénon, essendo il loro unico contatto limitato alla semplice lettura dei suoi libri, hanno cercato un qualche collegamento sufico, da qualche tempo piuttosto facile da ricevere21, innestando sincretisticamente le dottrine guénoniane sulla prassi della sharī‘a, creando di fatto una nuova pseudo religione tutta occidentale per occidentali22.

    Come si può facilmente trarre da quanto precede, gli ambienti di esoteristi occidentali collaborano a diffondere dottrine orientali alterate. È fatale, però, che tutto ciò che è transeunte nasca e muoia, come pure le dottrine e i rituali del dominio empirico. Solamente la metafisica non duale è esente dalle vicissitudini del tempo, essendo essa sola eterna e assoluta. Questo è il vero significato di Vincit Omia Veritas.

    Gian Giuseppe Filippi

    Oṃ  Tat  Sat


    1. Non a caso gran parte dei rivoluzionari italici aveva in Inghilterra un rifugio accogliente. Lo stesso Garibaldi si era recato varie volte a Londra a prendere ordini e accordi, anche per consiglio di Bakunin che lo visitava a Caprera.[↩]
    2. Quando gli Stati Uniti sostituirono la Gran Bretagna come potenza planetaria protestante, anche essi si appoggiarono alla mafia per invadere la Sicilia nel 1943. Questo consentì l’installarsi della mafia a livello governativo nell’Italia postbellica. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Milano, Bompiani, 2005.[↩]
    3. Questi disgraziati avvenimenti furono la realizzazione della dottrina Wilson. Per la prima volta apparve chiaramente nella storia che l’azione dissolvente della Gran Bretagna, in decadenza, stava per essere sostituita da quella degli Stati Uniti.[↩]
    4. In verità questi Imperi furono corrosi dall’interno piuttosto che indeboliti da conflitti esterni. In Austria la componente etnica tedesca fu coinvolta nella follia pangermanista a discapito della sopranazionalità d’origine medievale. Nichilismo, anarchia e socialismo corrosero il nerbo dell’Impero degli Czar. In quello ottomano guidava il governo il movimento modernista dei Giovani Turchi, controllato dai dönmeh, ai danni dell’autorità sultanale; a quell’amministrazione statale vanno attribuite anche le responsabilità del massacro degli armeni.[↩]
    5. Bernard Faÿ, La guerre des trois foux, Hitler, Staline, Roosevelt, Paris, Perrin, 1966.[↩]
    6. La comunanza di destino tra paesi decolonizzati di antica e illustre civiltà, quale l’India e quelli semiselvaggi o imbarbariti, ha fatto scattare un innaturale senso di solidarietà che è noto con il termine di ‘terzomondismo’. Su questo sentimento soffiò a lungo la propaganda comunista sovietica che attrasse tutti quei paesi come le falene, quando attirate dalla luce, si buttano nel fuoco. Così, ancora oggi in ambienti tradizionali dell’induismo si trovano persone che manifestano solidarietà verso popoli civilmente arretrati e simpatie per le posizioni marxiste, senza accorgersi che la Russia, come erede dell’Unione Sovietica, mantiene il più vasto impero coloniale in tutta l’Asia settentrionale, senza dar segno alcuno di voler concederne l’indipendenza. Lo stesso vale, a maggior ragione, per il colonialismo della Cina ‘popolare’. Contemporaneamente, nei paesi inselvatichiti ripiombati nella miseria, pur ricchissimi di materie prime, il comunismo si è mutato nella nuova ideologia dell’‘indigenismo’, realizzazione pratica della demenziale ‘decrescita felice’ dei movimenti giovanili d’Occidente, che predica il ritorno alla natura belluina come stato edenico proletario, su cui il despota vaticano tenta di innestare il culto della Pachamama, la “terra madre” catto-ecologista (Miguel Gullo Omodeo, Madre Patria, Barcelona, Espasa, 2021, pp. 380-384).[↩]
    7. Lo smembramento fu concordato tra il Viceré lord Mountbatten, l’ateo Jinnah, capo dei musulmani, e il politicante camuffato da sādhu, Mohandās Gandhi.[↩]
    8. È vergognoso che chi rilascia interviste per giustificare le vendette dei taliban afghani e per protestare in favore dei diritti “democratici” dei Fratelli Musulmani a governare l’Egitto, s’indigni per le pacifiche denunce da parte dei saṃnyāsin delle continue provocazioni e violenze di militanti islamici contro l’induismo. La difesa del dharma può essere confusa per nazionalismo soltanto dalle menti che non vedono al di là del livello bassamente politico. L’emiro ‘Abd al-Qādir, sebbene grande sufi, non fu altrettanto pacifico quando lottò per far nascere il nazionalismo in Algeria, nazione inesistente finché non fu inventata dal colonialismo francese (Jean Sévillia, Historiquement Correct, Paris, éd. Perrin, 2014). Ma, essendo musulmano, gli viene perdonato qualsiasi atto di violenza.[↩]
    9. Per la verità quella cinese non si limita alla propaganda, ma fomenta la guerriglia e il terrorismo direttamente o tramite i suoi vassalli: Nepal, Pakistan e Bangla Desh.[↩]
    10. La continua minaccia d’invasione di Taiwan è un serio rischio di sparizione per il confucianesimo e il taoismo. L’isola, che in tutta la sua storia fu annessa alla Cina dalla dinastia mancese dei Ching per il breve periodo compreso dal 1683 al 1795, è l’ultimo baluardo sovrano della tradizione estremorientale. Sarebbe paradossale che essa potesse sopravvivere solo nelle Chinatown di Singapore, di San Francisco o di Melbourne.[↩]
    11. “Dal 1949 la Cina comunista ha più che raddoppiato il proprio territorio annettendo le patrie di minoranze etniche e conquistando territori di altri paesi” (Limes, Pianeta India, 6-2009, “Il Gigante buono”). In questo contesto citiamo le recenti occupazioni di parti del Ladakh nel giugno 2021. Le nuove basi navali cinesi in Myanmar (Birmania), Bangla Desh, Shri Lanka e Pakistan rendono esplicite le loro mire espansionistiche.[↩]
    12. Di certo non si tratta della fine ancora lontanissima del kali yuga, come azzardano alcuni seguaci delle religioni monoteistiche che si pretendono esperti di sanātana dharma, ma solamente di un ciclo minore.[↩]
    13. Si rifletta sulla relazione tra la pretesa eccellente qualità di vita dei paesi protestanti e il loro spaventoso tasso di suicidi. Evidentemente lì si deve vivere davvero felicemente![↩]
    14. Per avere un’immagine concreta di questo fatto drammatico, si considerino le personalità che negli ultimi anni reggono i destini degli stati occidentali, Vaticano compreso.[↩]
    15. In linea di principio l’islam riconosce la rivelazione mosaica e quella cristiana; il cristianesimo riconosce la rivelazione mosaica, mentre l’ebraismo non ne riconosce alcuna. Tuttavia, allo stesso tempo, la religione più recente nella prassi considera le precedenti abrogate dall’ultima rivelazione, pena l’ammissione della propria inutilità. Il recente concetto di “fratelli maggiori” denota l’indegnità di chi si è inventato questa formula a ricoprire la cattedra di San Pietro. Inoltre, per la proprietà transitiva, la religione più recente dovrebbe allora essere quella dei “fratelli minori”, formula che il pontefice si è ben guardato dal coniare.[↩]
    16. Sebbene le chiese ortodosse russe e balcaniche si trovino in un periodo di ripresa e con un rinnovato interesse per l’esicasmo dopo il crollo della dittatura comunista, le chiese ortodosse greche e ucraine sono state pericolosamente contaminate dal modernismo ecumenico vaticano. Si vedano i recentissimi cambiamenti per aprire al turismo indiscriminato il Monte Athos.[↩]
    17. Non usiamo il termine ‘iniziatico’ perché l’ambiente a cui ci riferiamo era costituito da affiliati alle diverse correnti occultistiche, ognuna delle quali pretendeva falsamente di rappresentare la continuità degli antichi misteri precristiani e medievali.[↩]
    18. I due esoteristi italiani condividevano sentimenti anticristiani in favore di una presunta “tradizione pitagorico-romana” misteriosamente sopravvissuta fino in epoca moderna. Entrambi considerarono la ‘mistica fascista’ che si rifaceva all’antica Roma come un affioramento di tale corrente segreta. Tuttavia, mentre Reghini considerava che la tradizione romana era stata trasmessa dai collegia fabrorum fino alla massoneria della sua epoca, Evola esprimeva giudizi estremamente negativi sulla medesima istituzione. Tutti e due, seppure in misura diversa, più che alla contemplazione davano importanza alla sfera dell’azione e questo li condizionò, sebbene con direzioni divergenti, a essere coinvolti nelle attività politiche e perfino eversive della destra italiana. Al contrario, Guénon sosteneva correttamente la superiorità della conoscenza sull’azione; ciò nonostante, fino a quando visse in Francia, si lasciò trascinare in molteplici velleitarie azioni di restaurazione tradizionale di disparate tendenze, fondando o promovendo centri, gruppi di studio e oracoli, sempre con la collaborazione degli occultisti che frequentava.[↩]
    19. Guénon scriveva dal Cairo a Edmond Gloton il 17 maggio 1947, seguendo rigorosamente le formalità “di rito” tra confratelli: “Per finire con una nota più piacevole di tutti questi spiacevoli pettegolezzi, avrete forse già sentito (è di circa un mese fa) della costituzione, sotto gli auspici del G∴L∴D∴F∴, della L∴ La Grande Triade (si capisce subito da dove viene questo titolo), il cui Ven∴ fondatore è il F∴ Ivan Cerf, G∴ Or∴. Si tratta di una L∴ destinata a rimanere molto chiusa (una delle condizioni d’ammissione è una conoscenza sufficiente del mio lavoro) e dove si propone soprattutto di applicare, per quanto possibile, i punti di vista che ho esposto in particolare negli “Aperçus [sur l’Initiation]“. […] Potete immaginare quanto sia felice di questo risultato, che ora mi dà la certezza che il lavoro che ho fatto e al quale ho dedicato tutta la mia vita non andrà perso!” Si accontentava ben di poco l’ispiratore dell’iniziativa a cui aveva dedicato tutta la vita! Purtroppo, questa, come altre esperienze consimili tentate più tardi anche in Italia, si concluse, com’era fatale, con un nulla di fatto. R. Guénon aveva violato il suo saggio proposito di astenersi da indicare una soluzione iniziatica anche per quello che riguardava il taṣawwuf, quando consigliava calorosamente, a chi era incline a quella scelta, di ricevere la bay‘at presso le “ṭuruq” europee, pur essendo pienamente consapevole dell’irregolarità dei due autoproclamati maestri e ben sapendo che nessuna organizzazione islamica avrebbe mai fondato un suo ramo fuori del dār al-islam. Ciò costituì un pericoloso precedente per l’insorgere in Europa di successivi millantati sceicchi e perfino di sceicche![↩]
    20. Non ci si può dilungare sulla presunta infallibilità di Guénon, essendo già stata splendidamente smantellata da Carlo Rocchi in Alātaśānti. L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti, Milano, Ekatos Ed., 2021, pp. 407-411, n. 8.[↩]
    21. Lo stesso R. Guénon affermava in una lettera del 1° novembre 1927: “Sono stato anche informato che [la ṭarīqa ‘Alawiyyah] ha una zawiya a Parigi, in boulevard Saint-Germain, a pochi passi da qui, il che fa temere che diventi troppo aperta e possa quindi essere deviata come molte altre.” In Rivista di Studi Tradizionali, n. 65.[↩]
    22. Altri, appartenenti a una diversa tipologia guénoniana, hanno fatto qualche raro viaggio in terra d’islam per un contatto veloce con un maestro e un rapido ritorno. Tutto ciò è del tutto insufficiente. Si devono passare lunghi periodi frequentando i maestri, riceverne gli insegnamenti e studiare e meditare sotto la loro guida. Fortunatamente ci sono state altre persone più serie che hanno passato lunghi periodi a contatto con shuyūkh e dotti ulamā, fruendo del loro insegnamento. Come è naturale, evitano coscienziosamente di mettersi in mostra per farsi pubblicità, si tengono lontano da polemiche, preferendo condurre una vita riservata per dedicarsi al metodo che è stato loro confidato. Alcuni di questi si sono trasferiti in paesi musulmani. Per tali persone serie il fine è la vera realizzazione spirituale e non la smania di primeggiare su seguaci dalle menti più deboli.[↩]

    65. L’occultismo dell’età borghese

      65. L’occultismo dell’età borghese

      Con la rivoluzione francese si era concluso il periodo dell’occultismo rinascimentale e illuministico. Il giacobino protestante Fabre d’Olivet1, il cattolico rivoluzionario Louis-Claude de Saint Martin2, il cattolico bonapartista Willermoz3 avevano tutti e tre elaborato un’interpretazione qabbalistica delle confessioni a cui appartenevano. La restaurazione dello status quo che seguì la caduta di Napoleone interruppe per tre lustri la proliferazione degli esoterismi nati alle spalle della Dea Ragione4. L’occultismo riapparve all’inizio del XIX secolo sull’onda della letteratura romantica dell’orrore5; tuttavia quella tendenza sarebbe rimasta una semplice morbosità estetica se, in seguito, non si fosse appoggiata alla pratica dello spiritismo6. Un’altra componente ‘metodica’ fu quella ereditata dai circoli libertini francesi e dai Hellfire Clubs britannici7 del secolo precedente, i cui aderenti cercavano, in riunioni segrete, di provocarsi esperienze paranormali per mezzo dell’uso del sesso e di droghe8. Dalla confluenza di queste tre correnti sorse l’occultismo dell’età borghese.

      Il personaggio più rappresentativo fu Alphonse Louis Constant (1810-1875), più noto con il nom de plume di Éliphas Lévi, traduzione in pseudo ebraico del suo nome di battesimo. Nato in una famiglia indigente, fu mandato a studiare in seminario, ma la settimana prima di essere ordinato prete abbandonò la veste talare. Visse di stenti con lavori precari di disegnatore e pittore e dando lezioni private. In quel periodo frequentò a Parigi ambienti socialisti9 e proto-femministi caratterizzati da tendenze misticheggianti. È di questo periodo la pubblicazione de La Bible de la liberté, libro considerato blasfemo ed eversivo persino dal regime liberale di Luigi Filippo, che gli costò undici mesi di prigione. Solamente verso i quarant’anni Constant cominciò a interessarsi all’ermetismo e alla qabbalah. Nel 1854 si recò in viaggio a Londra dove una medium lo incitò a evocare lo spirito di Apollonio di Tiana. Egli preparò dei complessi rituali, evidentemente raffazzonati da libri disparati e, alla data convenuta, celebrò per dodici ore di seguito. Alla fine, gli apparve uno spettro grigio che gli toccò un braccio. Éliphas Lévi svenne dal dolore e, risvegliatosi, per diverse ore si trovò con il braccio congelato e tumefatto. Da quel momento evitò accuratamente ogni esperienza pratica, attenendosi alla semplice lettura di testi e alla stesura dei suoi scritti. Scoraggiò anche i suoi seguaci dal praticare sedute spiritiche o negromantiche10.

      Nel 1855 scrisse il suo libro più famoso, Dogma e rituale di Alta magia. Si tratta di un testo che riunisce citazioni da Plotino, dalla qabbalah, da ermetisti e alchimisti rinascimentali, come Knorr von Rosenroth, Agrippa, Jakob Böhme, da occultisti dell’illuminismo, quali Louis Claude de Saint-Martin, Emanuel Swedenborg, Antoine Fabre d’Olivet, Chaho e Goeres, ma che, alla fin fine, appare essere una semplice guida alla magia cerimoniale11. D’altra parte, egli non si considerava un maestro stricto sensu né pretendeva di essere un iniziato. La sua entrata in Massoneria nel 1861, infatti, fu tarda e per lui poco significativa12. Quel libro e quelli che seguirono, tuttavia, gli procurarono una certa fama e proventi sufficienti per vivere e affittare un appartamento decente. Ebbe così modo di conoscere e frequentare Jean-Marie Ragon, sir Edward Bulwer-Lytton, il diabolico abate Vintras, il Dr. Fernand Rozier13, il conte Alexandre Branicki14, il “barone” Nicola Giuseppe Spedalieri15, nonché lo spiritista Victor Hugo. Come si può notare Éliphas Lévi si era ben inserito nella buona società borghese dove propagandava la sua magia cerimoniale camuffata da qabbalah, facendosi anche pagare le ‘lezioni d’Alta Magia’16.

      Molti furono gli ambienti pseudo esoterici che verso la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si rifecero alla magia di Éliphas Lévi. Tra questi la Societas Rosicruciana in Anglia, la Golden Down, l’Hermetic Brotherhood of Luxor17, il Cosmic Movement, l’Abazia di Thelema e molti altri18.

      Troviamo necessario soffermarci su Alexandre Saint-Yves, altro personaggio paragonabile a Constant, la cui influenza su ambienti occultisti fu, tuttavia, ben più grave. Nato nel 1842 da una famiglia della media borghesia, Alexandre Saint-Yves divenne rapidamente medico militare. Abbandonata presto la carriera delle armi a causa delle sue condizioni fisiche, si trasferì nell’isoletta normanna di Jersey dove ebbe modo di conoscere e frequentare Victor Hugo. Il celebre letterato era lì al confino per la sua opposizione al regime di Napoleone III; passava le sue serate facendo ballare tavolini, passione che condivideva con Saint-Yves. In seguito, quest’ultimo trovò un lavoro impiegatizio al Ministero degli interni. Nel 1877 conobbe e sposò Marie Riznich, divorziata dal conte Eduard von Keller19, parente di Honoré de Balzac20 e ricchissima in virtù dei commerci che la sua famiglia aveva a Odessa e della banca che possedeva a Vienna. Grazie alla fortuna della moglie Saint-Yves poté sostenere le spese per i suoi libri e per acquistare nel 1880 il titolo di marchese dalla repubblica di San Marino. In seguito, comperata una tenuta in Alveydre, aggiunse al suo cognome il nome del possedimento come fosse il titolo d’un feudo21.

      Come Éliphas Lévi, anche Saint-Yves d’Alveydre non si richiamò a una regolare catena di maestri, preferendo divulgare tra i suoi ammiratori la leggenda di una nascita eccezionale e di una autoinizizione spontanea. Non risulta nemmeno che avesse aderito alle organizzazioni pseudoiniziatiche che allora pullulavano in Europa. Le sue pretese di saggezza innata furono però prese per buone dai suoi numerosi ammiratori. Come quasi tutti gli occultisti della seconda metà del secolo, anch’egli si era avvicinato alle teorie rivoluzionarie del socialismo22. La sua prima opera d’una certa importanza fu infatti la Mission des Souverains seguita immediatamente, sempre nel 1882, da una Mission des Ouvriers in cui sosteneva la legalizzazione dei sindacati dei lavoratori. Prendendo parzialmente le distanze dal socialismo contemporaneo, in queste due opere proponeva la soluzione a tutti i problemi politici e sociali del secolo nella libertà offerta da una rilettura del cristianesimo23 e mischiata a quella della rivoluzione francese, il tutto considerato poco originalmente alla luce della Scienza. In queste due opere l’Autore posò le prime fondamenta alla sua teoria della Sinarchia24.

      Un altro libro importante di Saint-Yves fu la Mission des Juifs, che consiste in un vero e proprio plagio della Histoire Philosophique du Genre Humain di Fabre d’Olivet25. In quest’opera descrisse il processo di degenerazione della storia dell’umanità, la quale raggiunse il suo punto più basso con la distruzione del tempio di Gerusalemme da parte dei romani e la conseguente diaspora del popolo ebraico26.

      Nel frattempo, a partire dal 1885, era entrato in contatto con un venditore di uccelli di Le Havre, tale Hardjji Scharipf (Hajji Sharif), ovviamente un “principe” indiano in esilio. Nonostante il nome chiaramente islamico, lo Hajji si proclamava “Brahma Guru Paṇḍita della Grande Scuola Agartthica”. Da lui Saint-Yves prese lezioni private di sanscrito, mescolando dati della lingua sacra indiana all’arabo e all’ebraico. Infine il ‘Guru Paṇḍita’ gli rivelò l’alfabeto e la lingua “vattaniana” in uso nel mondo sotterraneo dell’Agarttha27 e ben noti, a suo dire, tra i brāhmaṇa dell’India28. Per mantenere la sua pretesa autoiniziazione, Saint-Yves non trattava Hajji Sharif da guru e, da buon ribelle, decise di visitare l’Agarttha senza esservi invitato. Egli aveva, infatti, praticato una disciplina per separare il “corpo astrale” da quello grosso. Come spiega lui stesso nell’introduzione del suo ultimo libro Mission de l’Inde en Europe, in questo modo si era introdotto invisibilmente nel regno sotterraneo, ammirandone le università, le tecnologie per illuminare le caverne e la fitta rete ferroviaria dell’Agarttha. Questa audace intromissione gli avrebbe procurato la riprovazione e le minacce dei brāhmaṇa che custodivano quei segreti così spirituali.

      A imitazione degli umanisti come Lullo e i suoi prosecutori, Saint-Yves inventò anche un meccanismo rotante basato su numeri e su vari alfabeti, tra i quali il Vattan, che rispondeva a ogni quesito su qualsiasi tema. Chiamò questo ingranaggio Archeometro29. Il libro che egli stava preparando su tale strumento utopico apparve postumo e incompleto nel 1913 a cura degli Amis de Saint-Yves d’Alveydre, ossia di Papus e della sua cerchia30.

      La morte della moglie nel 1895 rappresentò un rude colpo per Saint-Yves. Dedicò una stanza del suo palazzo a Versailles a tempio spiritico, dove aveva lunghi colloqui con lo spettro dell’amata Marie Riznich31. Saint-Yves morì nel 1909 circondato dall’ammirazione e dal rispetto dei suoi “discepoli”. Tra questi ricorderemo il Dr. Gérard Encausse (Papus), “Maître Philippe”, René Guénon, René Adolphe Schwaller de Lubicz32, Georges-Albert Puyou de Pouvourville (Matgioi)33, Josefin Péladan, Paul Sédir, Albert Faucheux (François-Charles Barlet), John Gustaf Agelii34 e il marchese Stanislas de Guaita, per citare solo i più noti. Questo gruppo di ammiratori fu “iniziato” all’uso dell’oppio da Matgioi35. Dopo la morte di Saint-Yves iniziò l’inconciliabile separazione tra le diverse correnti dell’occultismo e dell’esoterismo europeo. Così si concluse l’avventura occultista dell’età borghese.

      Gian Giuseppe Filippi


      1. André Tanner (éd.), “Fabre d’Olivet”, Gnostiques de la révolution, tome II, Egloff, Paris, 1946.[↩]
      2. Nicole Chaquin, “Le citoyen Louis-Claude de Saint Martin, théosophe révolutionnaire”, Dix-huitième siècle, numéro thématique Lumières et Révolution, 1974, n° 6, pp. 209-222.[↩]
      3. Alice Joly, Un mystique lyonnais et les secrets de la franc-maçonnerie: Jean-Baptiste Willermoz (1730-1824), Macon, Protat Frères. 1938, pp. 209–211.[↩]
      4. Fece eccezione la Carboneria, un ramo del Compagnonaggio, che dalla Franca Contea si era diffuso rapidamente nell’Italia centro meridionale. Nel primo terzo del XIX secolo, essa fu soprattutto la copertura e il luogo di raccolta per un’attività politica rivoluzionaria in chiave liberale o socialista, ma non ebbe alcuna incidenza né pretesa sul pensiero esoterico.[↩]
      5. Alludiamo soprattutto alla ripresa della letteratura ossianica di Byron, Polidori e Mary Shelley nel loro cenacolo Hellfire svizzero.[↩]
      6. Ricordiamo al lettore che tale pratica di negromanzia semplificata ebbe inizio con le evocazioni delle sorelle Fox a Hydesville nel 1848. A questo proposito vedasi L’Erreur Spirite, Paris, Rivière, 1923, libro in massima parte affidabile di René Guénon.[↩]
      7. Evelyn Lord, The Hell-Fire Clubs: Sex, Satanism and Secret Societies. New Haven: Yale University Press, 2008.[↩]
      8. Didier Foucault, Histoire du libertinage: Des goliards au marquis de Sade, Paris, Perrin, 2007; Beatriz Álvarez, El néctar divino de la “amapola”. El láudano y su relación con el “Círculo Diodati” y los prerrafaelitas, C2, Sciencia y Cultura, January 2017.[↩]
      9. Soprattutto gruppi che si ispiravano al socialismo idealistico di Saint-Simon e di Fourier. Dopo la rivoluzione del 1848, che instaurò la seconda repubblica, Constant diresse la rivista Le Tribun du Peuple, in cui si avvicinò alle tesi marxiste.[↩]
      10. A. E.Waite, The Mysteries Of Magic. London, George Redway, 1886.[↩]
      11. Si definiscono cerimoniali quei rituali appresi e messi in pratica seguendo la lettura di libri e non trasmessi dall’esperienza pratica di un mago.[↩]
      12. La frequentazione della loggia d’appartenenza non durò che pochi mesi. A causa di alcuni dissapori, Constant se ne andò e non rimise più piede in alcuna loggia.[↩]
      13. Quest’ultimo rappresentò il trait-d’union tra Lévi e Papus.[↩]
      14. Con costui Constant tentò anche di compiere la ‘Grande Opera’, la trasmutazione di metalli vili in oro. Tramite la sua amicizia intima con la famiglia Balzac (visse nel castello di Beauregard, proprietà della vedova di Honoré de Balzac), il conte era anche in stretti rapporti con Alexandre Saint-Yves d’Alveydre.[↩]
      15. Il ‘barone’ fu la persona di contatto tra Constant ed Helena Petrovna Blavatsky.[↩]
      16. Christopher McIntosh, Eliphas Lévi and the French Occult Revival, Albany, Suny Press, 2011.[↩]
      17. Questo raggruppamento pseudoiniziatico, che qualcuno ha avuto la sfrontatezza di considerare l’unico ambiente ‘serio’ esistente in Occidente, sarà prossimamente oggetto di analisi nella nostra rubrica Narakam.[↩]
      18. Quasi tutti questi movimenti ottocenteschi che si ispiravano all’occultismo rinascimentale, ripresero il titolo di Imperator delle autentiche organizzazioni iniziatiche medievali, per designare il loro capo supremo, conosciuto o incognito che fosse.[↩]
      19. Justus Perthes, Genealogisches Taschenbuch der deutschen Gräflichen Häuser, Gotha, Perthes-Verlag, 1871. Di illustre origine ebraica, la famiglia fu nobilitata e titolata comitale dal Re di Prussia. Il conte Eduard von Keller divenne ciambellano, consigliere privato dello Czar e senatore dell’Impero Russo.[↩]
      20. Il padre di Honoré de Balzac, di origini umilissime, aveva cambiato il suo cognome Balssa per fingersi discendente degli estinti marchesi de Balzac d’Entragues. I Riznich erano, invece, una famiglia ebrea di origine dalmata. Cfr. “In an interview with Kira Victorova”, archived at the Wayback Machine, 7 May 2013.[↩]
      21. Saint-Yves, come gran parte degli appartenenti all’ambiente occultistico, era uno snob nel senso tecnico del termine, essendo in realtà per nascita, nonostante l’alta opinione che aveva per se stesso, sine nobilitate (snob): finalmente con una modesta elargizione a un’istituzione che si prendeva cura dei trovatelli, poté figurare come aristocratico. Vedi anche il patetico articolo di Muhammad Vâlsan “R. G. de la Saulaye”, Science Sacrée, n° spécial, 2003.[↩]
      22. D’altra parte, Saint-Yves fu patologicamente un ribelle fin dalla sua infanzia, tanto che gli stessi genitori (suo padre era neurologo) lo fecero rinchiudere nella casa correzionale di Mettray.[↩]
      23. Interpretazione irriconoscibile del cristianesimo, simile, anche se specularmente opposta, a quella del suo contemporaneo, il barone Alexis de Sarachaga. Infatti, mentre questi fantasticava su una cospirazione giudaica che risaliva a epoche antidiluviane, Saint-Yves (sebbene fieramente avverso alla famiglia Rotschild, causa di ogni squilibrio politico, economico e sociale planetario) prendeva decisamente posizione in favore del giudaismo.[↩]
      24. Utopia politica che promuove un governo sovranazionale e interclassista, la cui gerarchia è garantita dal grado di saggezza scientifica e spirituale raggiunta dai sovrani. La cosa pubblica deve essere amministrata da un consiglio legislativo, uno economico e uno religioso, il tutto coordinato da un consiglio “metafisico”. Il vertice di tale governo di superficie, come Saint-Yves rivelerà in seguito nel libro Mission de l’Inde, dovrà essere riconosciuto e garantito dal Pontefice del regno sotterraneo dell’Agarttha.[↩]
      25. Vi si ritrovano tutte le corbellerie di Fabre d’Olivet, come quella di considerare Rama capo dei celti![↩]
      26. Nel 1887 nella Mission des Français, Saint-Yves descrisse il passaggio del mandato di preservazione della tradizione spirituale dagli ebrei alla chiesa cattolica, che resse l’Occidente fino al medioevo. Con la decadenza del papato, tale mandato sarebbe poi passato alla Francia e precisamente, con la convocazione nel 1302 degli Stati Generali da parte di Filippo IV il Bello. Certamente, la scelta di quest’ultimo quale campione della tradizione dimostra quanto fossero confuse le sue idee.[↩]
      27. Questa parola, certamente inesistente in sanscrito, pare essere la deformazione dell’Asgaard (Æsir-gard, recinto degli Dei) di cui parla Ernest Renan (Dialogues et fragments philosophiques, Paris, Calmann-Levy, 1876), rifacendosi a saghe norvegesi che ponevano quel regno nell’Asia (interpretata come la terra degli Dei, Æsir). Alla stessa fonte si era rifatto Louis Jacolliot (Les fils de Dieu, Paris, Lacrois, 1875) che aveva deformato il nome di quel regno misterioso in Asgartha, aggiungendo alcuni particolari (il Brahmātmā, la collocazione sotterranea himalayana, le conoscenze segrete sull’Asgartha dei brāhmaṇa dell’India), poi ripresi e ampliati da Saint-Yves.[↩]
      28. Inutile aggiungere che in India queste fantasie sono del tutto sconosciute. C’è però chi ancora ha la dabbenaggine di sostenere che queste notizie sono riservatissime e che per questa ragione paṇḍita, guru, saṃnyāsin non le rivelerebbero ai loro discepoli nemmeno sotto tortura. A cosa conduce la fede devota dei fanatici![↩]
      29. “La Genèse de l’Archéomètre: Documents inédits de Saint-Yves d’Alveydre rassemblés et introduits par Joscelyn Godwin,” L’Initiation, 2 & 4, 1988, pp. 61-71; 153-166.[↩]
      30. Tuttavia, una serie di articoli elogiativi pubblicati sulla rivista della Chiesa Gnostica, La Gnose, diretta da René Guénon, e intitolata sempre L’Archéomètre, forniva già una anticipazione del testo. Essa consisteva in una lunga e frammentaria recensione scritta da penne diverse, in cui si alternavano considerazioni imprecise sui cicli cosmici dell’induismo, la teoria teosofista delle razze e sotto razze, considerazioni pseudo qabbalistiche, un po’ di astrologia giudiziaria, oltre all’immancabile Vattanan. Tutti costoro, in apertura, resero omaggio alla memoria di Saint-Yves come “Notre Maître”. Nessun “tradizionale” s’è poi chiesto: «Maître di che cosa?» (La Gnose. La Revue intégrale, Paris, Ethos, 2020).[↩]
      31. Si dice che il loro matrimonio sia stato molto felice, ma Marie soffrì molto di cattiva salute nei suoi ultimi anni, e morì il 7 giugno 1895. Verso la fine del 1895, Saint-Yves installò un oratorio nel suo appartamento al piano terra della rue Colbert 9, proprio di fronte alla Reggia di Versailles, e lo fece consacrare in modo correttamente cattolico. Il 6 giugno 1896, la vigilia dell’anniversario della morte di Maria, vi fece celebrare una messa, dopo la quale ebbe un’esperienza estatica. La descrisse su una pagina bianca del quaderno ermetico che aveva trascurato per nove o dieci anni. Questa sembra essere stata la prima riapparizione di Marie, che gli apparve di nuovo il 21 luglio 1896 “in una luce accecante”, come disse ad Alfred Erny il 16 agosto. Si apre così un nuovo periodo di ricerche, che riempirà questo quaderno e molti altri. Saint-Yves scrive: “Mia moglie mi ha dimostrato una definizione della vita e mi ha ispirato a trovarla in questo raggruppamento di lettere sacre.” [Segue una serie di lettere dell’alfabeto ebraico per mezzo del quale Saint-Yves comunicava con lo spirito della moglie]. “La Genèse de l’Archéomètre”, cit.[↩]
      32. Assunse questo secondo cognome in onore del diplomatico lituano Oscar Vladislav de Lubicz Milosz. In questo modo anche Schwaller finse d’essere stato nobilitato. Lo stesso comportamento fu tenuto da Louis Charbonneau che aggiunse come secondo cognome Lassay, dal villaggio da cui proveniva la sua famiglia.[↩]
      33. Pur di famiglia nobile, i Pouvourville non ebbero mai alcun titolo comitale. Jean-Pierre Laurant, Matgioi, un aventurier taoïste, Paris, Éd. Dervy, 1982. Anche Matgioi fu riconosciuto come “notre Maître”. Così, fin dall’inizio la corrente “tradizionale” dell’occultismo fu dotata di presunti maestri occidentali provenienti dall’esoterismo esotico.[↩]
      34. Più noto come ʿAbd al-Hādī al-ʿAqīlī, pittore oppiomane, anarchico, femminista e proto-animalista, lavorò in Egitto per i servizi segreti ottomani e italiani. Si dichiarava muqaddam dello shaykh ʿAbd ar-Raḥman Elish al-Kebir. (Mark Sedgwick, Against the Modern World, Oxford, Oxford University Press, 2004, pp. 59-69).[↩]
      35. Matgioi scrisse anche Le Livre de l’opium, firmato con lo pseudonimo di Nguyen Te Duc, riedito da Guy Tredaniel, Paris, 2002. Stanislas de Guaita morì per overdose. V. Noële Maurice Denis-Boulet, “L’ésotériste René Guenon”, La Pensée Catholique, 1962, n°. 78-79, p.22.[↩]

      64. Rivoluzioni e ‘potere popolare’

        64. Rivoluzioni e ‘potere popolare’

        Fino al XVIII secolo la parola rivoluzione significò conclusione di un movimento circolare, ritorno al punto di origine, restaurazione di un ordine primigenio. Il termine latino revolutio, in tempi normali, era applicato allo spazio per indicare i percorsi orbitali periodici soprattutto dei corpi celesti, e al tempo per indicare il rinovellarsi delle situazioni cronologiche, a partire dall’alternanza notte-dì fino alla precessione degli equinozi. La rimozione della mentalità tradizionale ne ha mutato profondamente e persino invertito il senso. Con rivoluzione, in epoca moderna, s’intende il rovesciamento violento dell’ordine stabilito da parte delle componenti sociali mercantili e servili, al fine di fondare un nuovo sistema politico, sociale ed economico quale messa in pratica di una determinata ideologia1. Per questo motivo è in uso definire rivoluzione quella puritana capitanata da Cromwell e quella americana, sebbene la prima sia stata più propriamente una guerra civile e la seconda una guerra d’indipendenza. Anche prima di allora si erano verificati ammutinamenti, insurrezioni, rivolte e sollevazioni2, ma quasi tutti alla fine erano stati repressi dal potere legittimo. Qualora fossero stati coronati da successo, non avevano influito sulla mentalità d’un intero continente, restando un fenomeno temporaneo, circoscritto e locale3. Perciò si può affermare senza remore che tra gli episodi di rovesciamento del potere legittimo tradizionale possono essere considerate rivoluzioni quelle che si sono imposte storicamente consacrando la loro illegittimità come un nuovo autoproclamato ‘stato di diritto’4.

        Si deve, tuttavia, aggiungere che alla fine del Medioevo l’ordine tradizionale feudale aveva subito una degenerazione in senso assolutistico, in particolare nel Regno di Francia. I nobili furono indotti ad abbandonare i loro castelli e a trasferirsi a Versailles, trasformati in cortigiani imbelli. Quelli che rifiutarono di vivere da parassiti presso la Corte reale furono esclusi di fatto dalle stanze del potere, i loro castelli furono trasformati in ville indifese (i chateaux francesi) e le mura delle loro città e borghi furono smantellate. Questi aristòcrati, declassati ad aristocratici, cominciarono a nutrire una sorda ostilità nei confronti della monarchia assoluta e questo spiega (ma non giustifica) la partecipazione di alcuni di loro alla rivoluzione.

        Il termine rivoluzione, perciò, si addice propriamente a quella francese che decretò la fine dell’ancien régime5. Fu soprattutto a causa dell’affermazione della rivoluzione francese che tale termine fu usato6 (anche retrospettivamente) per definire qualsiasi cambiamento epocale che fosse antagonista dell’ordine precedente: rivoluzione cristiana in senso antimperiale romano, rivoluzione scientifica in senso antitolemaico, rivoluzione industriale contro la produzione artigianale, rivoluzione culturale contro ogni saggezza del passato, rivoluzione sessuale contro il comune senso del pudore. Applicato in questo modo traslato, rivoluzione significa semplicemente rovesciamento di ciò che è conforme all’ordine naturale riconosciuto da tutti gli uomini provvisti di una mente sana. In senso storico-politico, invece, vuol significare lo sterminio di una classe sociale dominante e la sua sostituzione da parte di una subordinata.

        Se si considera in questa prospettiva, quella puritana guidata da Cromwell in Inghilterra e quella americana non sono propriamente delle rivoluzioni, in quanto la prima, indipendentemente dalla decapitazione del sovrano7, vide un’alleanza tra certa nobiltà e l’alta borghesia affratellate dal calvinismo; la seconda, invece, rappresentò la lotta di una colonia piccolo borghese contro una potenza ormai considerata straniera, l’Inghilterra. Non vi fu una vera e propria sostituzione di classi sociali al governo della cosa pubblica, ma di nazionalità. Al contrario, la rivoluzione francese e quella bolscevica possono essere considerate delle rivoluzioni per la volontà di sterminio parziale o totale delle classi superiori. La rivoluzione francese tentò lo sterminio dell’aristocrazia e dell’alto clero, arrivando quasi a raggiungere questo obiettivo, sostituendoli al comando dello stato con la borghesia. La rivoluzione bolscevica prese di punta soprattutto la classe borghese, facendola di fatto sparire dalla Russia, assieme al clero e alla nobiltà. Un’altra differenza notevole è che le rivoluzioni d’ambiente anglosassone furono delle vere e proprie guerre8, mentre quelle francese e comunista furono dei colpi di stato perpetrati da demagoghi esperti a fomentare malcontento e da agitatori sociali. A questa stessa categoria appartennero le rivoluzioni fascista in Italia e nazionalsocialista in Germania che, in realtà, s’impadronirono del potere in forma del tutto morbida9. Prima di proseguire, è però necessario evidenziare che tutte le rivoluzioni, a partire da quella inglese puritana fino a oggi, sono state ispirate e guidate da borghesi, abili manipolatori delle emozioni delle masse popolari, ovvero degli ‘utili idioti’10. È questo il filo di continuità tra liberalismo, democrazia, socialismo e i regimi totalitari, tutti fenomeni di ispirazione del ceto medio11. In realtà il popolino non è in grado di elaborare né di lasciarsi coinvolgere in ideologie per carenza di formazione e di cultura. I ceti servili, troppo impegnati nella sopravvivenza quotidiana, sono alieni dalle deformazioni e viziose elucubrazioni cerebrali; sono però facilmente sensibilizzati da demagoghi ‘impegnati’ all’invidia e all’odio di classe. Una volta spentasi la spinta del furore, il popolino ritorna a sottomettersi ai nuovi padroni con servile obbedienza.

        Come la rivoluzione americana, anche quella francese ebbe inizio dalla protesta contro l’eccessiva tassazione con cui le corone d’Inghilterra e di Francia cercavano di riequilibrare le finanze pubbliche12. Certamente da questi atti di ribellione ebbero origine i delinquenziali sistemi politici democratici e popolari attualmente predominanti a livello planetario, che arrivano a sottrarre al cittadino fino al cinquanta percento del reddito soltanto con le imposte dirette, al posto delle vituperate decime medievali.

        La rivoluzione francese fece più di seicentomila vittime tra i suoi stessi cittadini, uccisi per fedeltà alla monarchia o alla chiesa cattolica13.

        Anche questo è una spietata eredità, raccolta dai sanguinari regimi popolari del XX secolo, vergognosamente sempre inneggiata da democratici liberali e socialisti. In questa aberrazione eccelle il regime repubblicano francese che ancor oggi assicura asilo e protezione a guerriglieri e terroristi di altre nazionalità14. Molti rivoluzionari furono massoni. Per la verità la maggioranza dei framassoni rimase fedele alla monarchia, proprio perché coinvolta in alti gradi “cavallereschi” che si richiamavano a una lealtà di tipo medievale. Certamente l’illuminismo agnostico e ateo fu una fonte fondamentale per lo scatenamento della rivoluzione francese15: il culto per la “Dea Ragione”, con i suoi rituali caricaturali, fu soltanto uno sfregio inflitto alla tradizione cattolica e monarchica dei francesi.

        In realtà la mentalità laica e antireligiosa16 proveniva da ambienti formati da pretesi ermetisti, rosacruciani, alchimisti e qabbalisti cristiani di cui si è trattato nei capitoli precedenti. La loro influenza invisibile rese scettici perfino gli ambienti ecclesiastici francesi che, a partire dal 1740, tralasciarono di perseguire maghi e fattucchiere. A seguito di tale lassismo si verificò un dilagare della magia a tutti i livelli: stregoneria di campagna, possessioni collettive, e, a livello salottiero e di loggia, magnetismo animale17 e sonnambulismo18.

        L’illuminismo, così, si confermò scettico, ateo e antireligioso, ma, al tempo stesso, pregno di sperimentazioni basate sullo psichismo più temibile, chiaramente erede dell’occultismo rinascimentale.

        Il clima di terrore, la follia scatenata dei rituali popolari indirizzati alla Dea Ragione e all’albero della libertà, il dilagare della stregoneria di campagna e della magia cerimoniale nei salotti, non poteva che finire in un regime totalitario con cui Napoleone Buonaparte cercò di riportare un po’ di ordine borghese19 con la sua dittatura personale20. In realtà il suo intervento nella storia scardinò del tutto la situazione europea: infatti, anche dopo la sua caduta la situazione non poté più ritornare normale e la restaurazione dello status quo ante fu del tutto fallimentare.

        Maria Chiara de’ Fenzi


        1. Con ideologia s’intende un insieme di credenze imposto in sostituzione di una struttura tradizionale o religiosa. L’assenza di una consolidata dottrina organica di base, in armonia con le leggi cosmiche e divine, spinge i propagandisti dell’ideologia ad assumere atteggiamenti impositivi, fanatici e persecutori. Nel corso del tempo questo aspetto è diventato sempre più patente, com’è dimostrato dalle ideologie contrarie a qualsiasi evidenza naturale e a qualsiasi argomentazione razionale che gli stati, le organizzazioni internazionali, le ONG, le multinazionali, i media e le altre diavolerie che detengono il potere stanno rendendo obbligatorie in questo inizio del XXI secolo.[↩]
        2. Tuttavia, a differenza della critica storica contemporanea appiattita su un pregiudizio che ritiene falsamente questi fenomeni di ribellione di esclusiva matrice popolare, è necessario distinguere quelli che erano ancora mossi da diatribe feudali (sollevazione di cavalieri) dagli autentici sommovimenti eversivi borghesi o pauperistici.[↩]
        3. Un esempio è il caso dei comuni del tardo medioevo che, tuttavia, forgiò la mentalità laica ed edonistica che, subito dopo, diede nascita all’umanesimo.[↩]
        4. Nel documento del 1776 che fondava l’entità statale degli Stati Uniti, i delegati promulgarono il diritto collettivo alla rivoluzione e il diritto particolare dell’individuo all’autodifesa. Questi due pseudo principi si formalizzarono nella Dichiarazione d’indipendenza dal regno di Inghilterra. Poiché la Costituzione del 1787 non specificava chiaramente in cosa consistessero quei due diritti, nel 1791 si aggiunse una Carta che fissava dieci emendamenti per limitare i poteri del governo federale statunitense a protezione dei singoli individui. La Carta dei diritti protegge la libertà di parola e di religione, la liceità di possedere e portare armi, la libertà di riunione e di petizione.[↩]
        5. Questo portò all’abolizione definitiva del feudalesimo. Nel resto d’Europa, con la trasformazione delle monarchie costituzionali in regimi borghesi, il feudalesimo scomparve lentamente. Ma non immediatamente: per esempio la liberalizzazione dell’ultimo feudo nell’impero austro-ungarico avvenne nel 1900, come ben sa chi scrive queste righe. Le monarchie costituzionali, caratterizzate da continui matrimoni con persone del mondo dello spettacolo o dell’industria, cooperarono attivamente allo smantellamento della funzione sociale della classe nobiliare.[↩]
        6. Ciò avvenne con la promulgazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che proclamò l’eguaglianza tra tutti i cittadini. Ovviamente l’unica diseguaglianza riconosciuta rimase quella di censo, a protezione dei privilegi della nuova classe dominante, la borghesia. Inoltre, tra i diritti (?) fu compresa la separazione della religione dallo stato: quest’ultimo fu così occupato prepotentemente dal laicismo ateo e antireligioso. Oggi i cristiani che hanno subito un lavaggio di cervello rivoluzionario proclamano orgogliosamente d’essere laici e religiosi al tempo stesso: il diavolo e l’acqua santa insieme.[↩]
        7. Di per sé fu un atto gravissimo che mise in crisi il concetto di Diritto divino dei sovrani. Il re Carlo Stuart, per il suo giudizio, si era appellato all’Imperatore, in quanto suo superiore o, in sua vece, a un collegio di tre Re europei suoi pari. Fu invece condannato a morte da un’assemblea di borghesi, parlamentari suoi inferiori.[↩]
        8. A queste si aggiunga anche la presa di potere del comunismo in Cina nel 1949, dopo lunga e crudele guerra civile.[↩]
        9. I fanatici delle rivoluzioni, che considerano tali accadimenti storici come se fossero lodevoli esempi di civiltà, negano per motivi di fede ideologica che i fascismi siano stati movimenti rivoluzionari, essendo i loro diretti rivali politici inappellabilmente condannati a essere considerati per principio retrivi e reazionari. In realtà, di destra o di sinistra, le rivoluzioni del XX secolo ebbero tutte matrice socialista. Tuttavia, le rivoluzioni francese e bolscevica furono portate a termine in forma subdola tramite colpi di stato, senza le gesta eroiche di cui vanta la retorica dei loro ammiratori. Certamente vi fu violenza, ma questa venne scatenata post quem dai rivoluzionari contro i loro rivali, non appena preso il potere.[↩]
        10. Formula usata da Lenin per definire gli attivisti filosovietici cittadini di paesi non comunisti.[↩]
        11. I dittatori dei regimi di destra e di sinistra, tutti di matrice borghese, non sono poi molto moralmente diversi da molti presidenti ‘democraticamente’ eletti. I promotori di stermini definiti ‘scientifici’ non sono poi peggiori di chi ordinò freddamente l’uso della bomba atomica a conclusione di una guerra già vinta. Questi e molti altri esempi sono stati davanti i nostri occhi in questi ultimi lustri. D’altra parte, il primo esempio di genocidio d’una intera popolazione è quello contro i vandeani, crimine ascrivibile proprio alla rivoluzione francese. Gracchus Babeuf, La Guerre de la Vendée et le système de dépopulation, Paris, Éd. du Cerf, 2008.[↩]
        12. Pochi sanno che la rivoluzione francese fu preparata con cura dall’Intelligence Service inglese per vendicare la bruciante sconfitta navale di Chesapeake. L’abilità propagandistica britannica ha sempre saputo censurare la memoria delle sconfitte della flotta inglese. Nel maggio del 1781 la flotta francese, agli ordini dell’ammiraglio François Joseph Paul conte de Grasse, sbaragliò la squadra britannica, impedendo lo sbarco dei rinforzi per il contingente assediato a Yorktown. Di conseguenza Lord Cornwallis dovette arrendersi agli insorti e l’Inghilterra fu così costretta a riconoscere l’indipendenza delle sue colonie americane. Il primo ministro inglese William Pitt, in seguito, non perse occasione per vendicare la cocente sconfitta, minando con ogni mezzo la stabilità del regno di Francia. Identificò nel debito pubblico e nel sistema di esosa tassazione il punto debole del sistema sociale della Francia, logorata da decenni di guerre continue. Assoldò finanzieri e agenti bancari svizzeri per minare la situazione economica francese e reclutò agitatori politici e giornalisti per esasperare gli animi; tra essi Étienne Clavière, François Louis Jean-Joseph de Laborde, Jean-Paul Marat,Pierre Étienne Louis Dumont e il rinnegato conte Honoré Gabriel Riquetti de Mirabeau. Pierre Douat, Tout ce que vous auriez voulu savoir sur la France et qu’on vous a toujours caché, Rémire Montjoly. Éd. Marsan, 2016, pp. 11-20; Albert Mathiez, “Quelques affaires de commerce et d’intelligences avec l’ennemi sous la Terreur. Le banquier Boyd et ses amis”, Annales révolutionnaires, T. 12, No. 3 (Mai-Juin 1920), pp. 218-231. Che dei rinnegati militino nelle schiere a loro naturalmente avverse è fenomeno che si è protratto e aggravato nel tempo. Al giorno d’oggi tutti i più opulenti figli della borghesia capitalista manifestano idee e sentimenti di estrema sinistra, piatendo così la solidarietà dei pezzenti, per cercare di salvare i loro imperi economici da un eventuale esproprio proletario.[↩]
        13. Adolph Thiers, Storia della Rivoluzione Francese, Brindisi, Edizioni Trabant, 2018-2021. Ovviamente, pur essendo gli aristocratici e l’alto clero le vittime predilette, un così alto numero di vittime rende evidente che furono massacrati soprattutto borghesi e popolani che non si erano piegati all’imposizione delle nuove “libertà”.[↩]
        14. Il Terrore, inoltre, inaugurò l’uso politico della giustizia, così diffuso al giorno d’oggi. Ciò comporta per sovrappiù una anomala benevolenza verso i criminali e inflessibilità nei confronti dei cittadini onesti. Ma ciò che caratterizza ogni governo democratico o popolare è, tuttavia, l’ascesa degli elementi peggiori dei ceti piccolo-borghesi e popolari, che trovano nella carriera politica il mezzo più facile di arricchimento per se e per la loro discendenza.[↩]
        15. R. Le Forestier, Les Illuminés de Bavière et la franc-Maçonnerie allemande, Genève, Slatkine-Megariotis, 1974, pp. 557-566; 658-663.[↩]
        16. Thomas de Cauzons, La Magie et la sorcellerie en France, Paris, Dorbon Ainé, s.d., III vol. pp. 360-547.[↩]
        17. Alludiamo qui agli esperimenti parascientifici di Franz Anton Mesmer.[↩]
        18. Vale a dire l’uso di sonnambuli, ‘colombe’ e medium a fine di chiaroveggenza, in uso presso ciarlatani quali Cagliostro e Fabre d’Olivet.[↩]
        19. In verità Buonaparte era una famiglia di antica nobiltà. Alla prima crociata partecipò un tale cavaliere Napoleone Buonaparte con il contingente inviato in Terrasanta dal marchese di Treviso. Ciò nonostante, il suo omonimo discendente aveva sposato appieno le idee della rivoluzione.[↩]
        20. Anche se prese le forme di una caricatura d’Impero, si trattò pur sempre di una dittatura borghese. Tuttavia, la scenografia imperiale-rivoluzionaria era stata preparata per sostituire quello che rimaneva del Sacro Romano Impero. Infatti fu Napoleone che impose la fine di quella antica e venerabile istituzione, quando Francesco II, il Sacro Imperatore Romano, fu costretto a diventare Francesco I, Imperatore d’Austria.[↩]

        63. Le infiltrazioni nella Massoneria

          63. Le infiltrazioni nella Massoneria

          Come è stato abbondantemente dimostrato in alcuni capitoli precedenti, nel Medioevo la trasmissione iniziatica conservata nel seno della religione cattolica esteriore si era progressivamente ritirata. Già nel X e XI secolo, la riforma delle regole monastiche aveva fatto scomparire la scientia sacerdotalis. Quel poco che rimaneva era stato riversato da San Bernardo nell’Ordine del Tempio. Tuttavia, non si trattava più della conoscenza contemplativa che nel cristianesimo greco continuava a chiamarsi Hesykía, bensì di una forma di iniziazione devozionale, seppure molto raffinata intellettualmente, tipica della Fede Santa, dei troubadours e dei minnesänger. Essendo espressione dell’aristocrazia guerriera, quella conoscenza fu definita ars regia1. L’ars regia costituiva dunque il metodo cavalleresco basato sull’azione bellica e sulle virtù della lealtà e della giustizia. Ogni altro tipo di azione, pur rimanendo sotto il controllo imperiale, era delegato per la sua attuazione a mercanti e artigiani.

          La distruzione dell’Ordine del Tempio e le susseguenti persecuzioni inflitte a ogni organizzazione esoterica cavalleresca segnarono la rapida scomparsa delle vie devozionali aristocratiche. L’unica trasmissione iniziatica che rimaneva ancora vivente nell’Europa occidentale era quella legata alle gilde ovvero alle vie di mestiere delle classi popolari. Le corporazioni riconosciute dai sovrani e dalle città libere potevano raccogliere diverse gilde di questo tipo. Vuole il caso che nel periodo successivo alla distruzione del Tempio i prodotti manuali delle gilde raggiunsero il massimo dello splendore con il tardo gotico. Tale splendore risultò sfortunatamente fatale. L’improvviso arricchimento di alcuni settori corporativi comportò uno squilibrio sociale. S’iniziarono a distinguere le ‘arti maggiori’, economicamente più emancipate, dalle ‘arti minori’. Nelle città libere e nei comuni l’amministrazione pubblica passò completamente nelle mani degli appartenenti alle ‘arti maggiori’, stabilendo un regime controllato da quello che si denominò ‘popolo grasso’, travolgendo perfino le famiglie dell’antico patriziato cittadino. La nuova borghesia abbandonò completamente ogni legame con il mestiere produttivo che tradizionalmente era trasmesso per linea familiare, trasformandosi in un ceto arricchito dallo scambio mercantile2. I rampolli del ‘popolo grasso’ poterono quindi dedicarsi a studi alla moda indirizzandosi indifferentemente a tutte le professioni cui conducevano le lauree universitarie. Gli aderenti alle ‘arti minori’, economicamente sempre più depresse, furono esclusi dalla conduzione politica e furono considerati a livello servile e operaio. Così l’umanesimo preparava la rivoluzione rinascimentale.

          Per la verità i primi prodotti dell’imitazione tutta esteriore della civiltà classica furono chiaramente meno eleganti e raffinati delle opere d’arte tardo gotiche. Ma la mentalità era cambiata e tutto ciò che continuava nel solco della tradizione medievale fu criticato come rozzo e incolto. Giorgio Vasari3 fu il primo a interpretare il termine ‘gotico’ in senso spregiativo, intendendo con esso uno stile barbaro, brutto, sgraziato, degno di quei goti che avevano travolto la luminosa civiltà greco-romana4. L’arte fu considerata frutto della cultura, del ‘genio’ individuale, diventando un’attività laica e per questo architetti, pittori e scultori tralasciarono di affiliarsi alle antiche corporazioni. Mentre i grandi artisti ricercavano ispirazione nella loro interpretazione occultistica del paganesimo fatto rivivere attraverso libri e manoscritti, le corporazioni decaddero; e il fatto che anche i papi rinascimentali smettessero di incaricare le gilde dell’esecuzione di edifici e paramenti sacri diede il colpo di grazia alle antiche arti e mestieri5. Gli artigiani furono declassati a produttori di manufatti di uso pratico e privi di valore estetico, mentre gli artisti poterono dedicarsi alla creazione di opere sempre più complesse dal punto di vista simbolico. Con il supporto ‘esteriore’ delle diverse correnti eretiche, ermetisti, qabbalisti e maghi, i geni del rinascimento si dedicavano a rivoluzionare l’ordine tradizionale dell’Europa e a realizzare le utopie più estreme. Questo piano eversivo descritto dai cosiddetti manifesti rosacrociani6 sembrava fosse sul punto di realizzarsi, quando la sconfitta della Montagna Bianca costrinse l’Europa ad affrontare la realtà. La vittoria della controriforma fu solo parziale, ma fu sufficiente affinché coloro che si sentivano già vincitori cercassero vie di fuga e di nascondimento. Il rifugio che i rosacrociani identificarono rapidamente furono proprio le gilde di scalpellini e tagliapietre (muratori) che essi avevano fino a quel momento disprezzato ed emarginato. Fu recuperata la leggenda dei cavalieri templari che si erano travestiti da artigiani per sfuggire all’arresto quando l’Ordine del Tempio era stato sciolto. Fin dal medioevo, i cantieri artigiani accoglievano due categorie di estranei al mestiere: il primo era il prete, assunto della gilda come cappellano7 per l’assistenza spirituale delle maestranze e per il compimento dei riti religiosi che scandivano il corso della costruzione; il secondo era il medico per l’intervento in caso di incidenti. Cappellano e medico furono considerati muratori accettati; ciò permetteva loro di assistere ai rituali e ai lavori iniziatici dell’arte di riferimento, ma certamente non di partecipare agli stessi, non essendo del mestiere8. Ciò pone in evidenza che gli accettati non erano iniziati ai misteri dell’arte.

          Come si diceva, all’epoca in cui il rinascimento stava declinando assieme alle sue utopie e fantasie magiche, molti occultisti bussarono alle porte dei cantieri degli scalpellini e dei tagliapietre, consapevoli che le corporazioni, con la loro struttura, li avrebbero protetti, difendendone contemporaneamente i loro segreti occulti. Soprattutto in Inghilterra, diverse gilde furono onorate di accogliere come accettati personaggi di cultura riconosciuta e di un livello sociale superiore. A differenza delle accettazioni medievali, questa volta tali personaggi venivano accolti come fossero stati già iniziati9. La prima accettazione di questo tipo storicamente provata sarebbe stata quella di tale John Boswell, nell’anno 160010. Tuttavia, molti storici della Massoneria hanno dato per certo che già in precedenza erano stati accettati personaggi di ben maggiore spessore, quali Thomas Moore, Rabelais, Andreæ, Maier, Fludd, Bacon, Inigo Jones, Comenius, Ashmole, Robert Moray, William Lilly11. Come è stato detto nei capitoli precedenti, nessuno di questi occultisti era davvero un iniziato, poiché tutti avevano tratto le loro scienze e arti da letture libresche di autori classici, di testi ermetico-alchimistici e qabbalistici, senza alcuna trasmissione spirituale autentica. “Tuttavia una tradizione molto radicata pretende che Elìas Ashmole fosse un rosacroce e che per suo mezzo la corrente della Rosa Croce si introdusse nella massoneria”12. Gli artigiani delle gilde, a causa del decadimento che avevano subito, accolsero tra loro con onore e rispetto degli autentici millantatori13! Costoro convogliarono nelle corporazioni la mentalità e le mode tardo rinascimentali, con la ripulsa per il gotico e l’assunzione dell’estetica palladiana14. L’entrata massiva di borghesi colti e dediti alle scienze occulte prima e poi di grandi nomi dell’aristocrazia, tuttavia, non frenò l’indebolimento delle corporazioni: lo stesso Wren fu accusato di aver trascurato di ravvivare e potenziare le gilde dei costruttori di cui era gran Maestro. Nel 1717 le ultime quattro logge presenti nel circondario di Londra s’unirono in una Gran Loggia, allo scopo di trovare una soluzione all’inarrestabile declino. Solamente dal 1721 quell’iniziativa fu assunta con impegno da due massoni accettati, due pastori: il presbiteriano James Anderson e il calvinista Jean-Théophile Désaguliers15. Il primo fu incaricato di raccogliere tutti i documenti della muratoria antica e, sulla loro base, redigere un nuovo regolamento, le Costituzioni. Il vero ispiratore delle nuove Costituzioni che condussero la massoneria a perdere l’operatività16 e a commutarsi in un’istituzione speculativa, fu invece Désaguliers17. Non si deve trascurare il fatto che costui era stato allievo e pupillo prediletto di Newton, per cui la sua azione fu senza dubbio ricalcata sugli ideali rosacrociani18. Sta di fatto che la massoneria speculativa si basava ormai solamente sui simboli dell’antica arte, avulsi da qualsiasi messa in pratica lavorativa: per questa ragione è definita anche massoneria simbolica. Ma la riforma dell’Istituzione seguì lo schema protestanico già noto, ossia quello di renderla genericamente ‘cristiana’, con la volontà di unificare in un’unica fratellanza le diverse confessioni riformate isolando nel contempo il cattolicesimo19. A questo fine fu azzerato ogni riferimento simbolico al Nuovo Testamento, sostituito dall’Antico Testamento del filosemitismo protestantico. Così il simbolo muratorio fu applicato esclusivamente al Tempio di Salomone, sostituendo l’autentica simbologia cristocentrica medievale. Per la precedente Massoneria operativa il tempio era in realtà il corpo di Cristo e non il Tempio di Salomone, di Zorobabele o di Erode20: “Gesù disse: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo ricostruirò.» Replicarono i giudei: «Si sono impiegati quarantasei anni per edificare questo Tempio, e tu lo ricostruirai in tre giorni?» Ma egli parlava del tempio del suo corpo.” (Vangelo di S. Giovanni, II.19-21). “Onorio di Autun, nel suo Speculum mundi, stabilisce le seguenti corrispondenze: l’abside rappresenta la testa del Cristo; la navata, il corpo propriamente detto, il transetto, le braccia e l’altare maggiore, il cuore, vale a dire il centro dell’essere.”21

          L’artificiosa semitizzazione iniziò pochi anni dopo la prima pubblicazione delle Costituzioni (1725), quando i membri della Gran Loggia si posero il problema del grado di maestro, assente nella massoneria operativa, ma richiesto dalla teoria rosacrociana22. Nella massoneria antica ‘maestro’ era la funzione che veniva assunta dal compagno più esperto a dirigere la gilda. Come in tutte le vie iniziatiche regolari il maestro era unico e la sua funzione consisteva nella trasmissione dell’iniziazione di mestiere e nell’insegnamento dell’arte a compagni e apprendisti. Poiché i riformatori della massoneria erano compagni accettati, avevano poca dimestichezza con la distinzione tra gradi e funzioni iniziatiche23. Essi fecero della maestria un grado, creando una situazione confusa, in cui nella stessa loggia non c’era più soltanto un maestro, ma spesso una vera folla che raggiungeva quel grado per ‘anzianità’. Fu così necessario inventare la figura del maestro venerabile elettivo a sostituzione dell’antico maestro dell’arte. Perciò la domanda tecnica: «Chi conferisce l’iniziazione massonica a un recipendario?» rimane ancora di fatto senza risposta.

          Fu anche inventato un rituale di ‘iniziazione’ adattato al nuovo grado di maestro che mescolava il mito di Osiride a una narrazione riguardante l’assassinio di Hiram, del tutto assente nella Bibbia24.

          L’organizzazione più moderna ed efficiente rese la Gran Loggia d’Inghilterra un vero esempio per tutte le altre organizzazioni della stessa natura, non soltanto nelle isole britanniche, ma anche nel continente. Di fatto, la generale decadenza della massoneria e del compagnonaggio25 coincideva con l’allontanamento dall’esercizio del mestiere. Un po’ ovunque le logge si erano sempre più aperte ad accettati estranei al mestiere, per cui anche le logge più conservatrici e ostili a Londra26, com’erano quelle di Scozia, in breve seguirono il cammino della massoneria speculativa. Paradossalmente fu proprio la massoneria cattolica irlandese che non soltanto consacrò il grado di maestro, ma persino aggiunse a questo un quarto grado, il Royal Arch, per maestri particolarmente competenti. Questo grado fu estrapolato dalla Qabbalah27 e ben presto fu assunto anche dalla rivale Gran Loggia d’Inghilterra. In questo modo nella massoneria speculativa la semitizzazione prese sempre più piede. Ben presto comparvero parole sacre e di passo giudaiche, nonché l’uso misteriosofico di simboli e di lettere dell’alfabeto ebraico28.

          La massoneria scozzese divenne di moda in Francia quando il pretendente Stuart scelse quel paese come terra d’esilio e trampolino di lancio per un’agognata restaurazione. L’aristocrazia francese, soprattutto, trovò nelle logge dei centri di diversione, di cultura e di socializzazione. “I Fratelli francesi non si limitarono a soffocare il cerimoniale rudimentale dei tre gradi venuti dall’Inghilterra, ma a loro volta ne vollero creare di nuovi. Il segreto massonico, manipolato da ingegnosi inventori, con la nascita di nuove leggende, provocò una esuberante e anarchica proliferazione di «alti gradi»”29. Per la verità questa nuova massoneria fu un prodotto del tutto francese e fu denominata scozzese per due semplici motivi: per prima cosa perché politicamente era favorevole agli Stuart; inoltre, perché fu anche sostenuta dall’azione tenace del cavaliere scozzese Ramsay (che in realtà non era affatto un cavaliere). Egli convinse gli aristocratici fratelli francesi che la massoneria, lungi dall’essere ciò che rimaneva delle umili arti e mestieri medievali, era un Ordine cavalleresco d’origine templare, ancora dotato di conoscenze segrete e missionato a vendicare la propria distruzione30.

          È impossibile in poche righe delineare un quadro sufficientemente chiaro di questi regimi di alti gradi, che in pochi decenni superarono il centinaio. Tuttavia, è certo che accanto a protagonisti di grande dirittura morale e di sincere intenzioni, che agirono come degli antiquarians, salvando documenti e simboli del passato, si mossero ben altri figuri di cui la massoneria rimase vittima. Quando andò bene si trattò di semplici scrocconi, ciarlatani, illusionisti, ipnotizzatori e truffatori, certamente incaricati da altri di infiltrare l’organizzazione, di mistificarne i fini e, in generale, di cambiare la mentalità dei massoni. Tutti i fondatori di sistemi di alti gradi si presentarono nelle logge affermando di essere stati incaricati da non meglio identificati Superiori Incogniti31 per riportare la massoneria agli antichi misteri. Spesso questi incaricati dai SI davano in loggia dimostrazioni di operazioni magiche come prova dell’autenticità del loro mandato32: nella maggior parte dei casi questi misteriosi Superiori Incogniti erano frutto delle fantasie truffaldine di chi si diceva da essi missionato.

          Tuttavia, in altri casi vi furono dei mandanti in carne ed ossa che ispirarono l’azione dei fondatori degli alti gradi. Erano personaggi chiaramente appartenenti ad ambienti occultistici che si richiamavano alla leggenda rosacrociana33, all’ermetismo, all’alchimia e alla Qabbalah, soprattutto quella di matrice protestante34. Qualcuno ha definito questo ambiente ‘Potere Occulto’, attribuendo una importanza persino esagerata alla componente giudaica, senza specificare che si trattava della Qabbalah deviata. Poiché i ‘Rosa Croce’ prima, e i ‘Superiori Incogniti’ poi sarebbero stati i mandanti di una infiltrazione finalizzata a fomentare la confusione mentale di cui la massoneria è stata vittima, è del tutto fuori luogo affermare che essi siano stati qualcosa di paragonabile ai siddha o perfino dei jīvanmukta. Il solo accostamento tra un liberato in vita e una nullità intellettuale, quale fu il conte di Saint-Germain35, è semplicemente grottesco. È invece evidente che lasciare intendere d’essere inviati da personaggi o da ambienti misteriosi, al di fuori della portata di qualsiasi indagine, è il vecchio espediente di chi si è detto ispirato dai mahātma della Gran Loggia Bianca, dai pontefici del Centro Supremo, dagli invisibili bābājī himalayani, tutte fantasie ricalcate su quelle dei Superiori Incogniti settecenteschi, per la felicità degli immarcescibili creduli ammiratori di ‘funzioni straordinarie’36. La tradizione, quella vera, si basa sui testi sacri insegnati da autentici maestri, su cui è d’obbligo riflettere alla luce della logica basata sull’intuizione.

          Gian Giuseppe Filippi


          1. Similmente nella tradizione hindū la conoscenza (jñāna) è trasmessa esclusivamente tramite il sacerdozio (brāhma), mentre tutte le arti dell’azione (karma) fanno parte del dominio regale (kșatra). Ovviamente, tutte le azioni di minore importanza, pur rimanendo sempre sotto il controllo dello kșatra, per il loro compimento sono delegate alle caste più umili.[↩]
          2. Luc Benoist, Le Compagnonnge et les Métiers, Paris, Presses Universitaires de France, 1966, pp. 20-25.[↩]
          3. Nel suo Vite de’ più eccellenti pittori, scultori ed architetti, III cap., Firenze, 1568.[↩]
          4. In realtà il termine derivava da goetia, arte evocativa, intesa sia in senso positivo di ‘prodigiosa’, sia per condannarla in quanto ‘magica’ a causa dell’uso spesso incontrollato di simboli estranei alla religione.[↩]
          5. Se l’attitudine ecclesiastica rinascimentale fu di spregio nei loro confronti, la “riforma di Lutero distrusse alla base l’autorità papale e diede un colpo mortale alle associazioni massoniche.” (F.T.B. Clavel, Historia de la Francmasoneria, Madrid, El Museo Universal, 1984, p. 14). Anche sotto la dittatura di Cromwell le gilde dovettero disperdersi. Riuscirono a sopravvivere solamente quelle che assunsero atteggiamenti anticattolici in modo più o meno sincero.[↩]
          6. Come si è letto nelle pagine precedenti, non esistette alcuna organizzazione detta Rosa Croce né alcuno che potesse essere identificato come rosacroce. Tuttavia, molti degli occultisti del tardo rinascimento si dichiararono ammiratori di tali entità e individualità inesistenti, e da esse ispirati nelle loro opere. Tali rosacrociani erano prevalentemente lettori di opere ermetiche, alchemiche, magiche e qabbalistiche.[↩]
          7. Quando iniziò la riforma, nei paesi protestanti il prete fu sostituito dal pastore per un malinteso senso di continuità. Tuttavia, il pastore non aveva alcun potere carismatico né rituale, essendo un semplice laico.[↩]
          8. “Etimologicamente [accettazione] significa il fatto d’essere ricevuto (accettato) nella confraternita operativa senza appartenere al mestiere.” Daniel Ligou, Dictionnaire de la Franc-Maçonnerie, Paris, PUF, 1987,p. 7.[↩]
          9. Elias Ashmole fu accettato come fosse già iniziato a qualche misteriosa fratellanza segreta e addirittura elevato direttamente al grado di compagno-maestro. Elder David Bernard, Light on Masonry, Utica, W Williams printer, 1829, p. 550. È sorprendente che sia stato il primo a essere designato con la qualifica di ‘massone speculativo’. Nella narrazione ch’egli ha ci lasciato, afferma che nessuno dei presenti al suo rito d’accettazione era un massone operativo. Daniel Ligou, Dictionnaire, cit., pp. 83-84.[↩]
          10. Auguste Vibert, Freemasonry before the Existence of the Grand Lodges, Whitefish, Montana, Kessinger Publishing, 2010.[↩]
          11. Paul Naudon, Les origines de la franc-maçonnerie. Paris, Éd. Dervy Livres. 1991; Robert Freke Gould, History of Freemasonry: Its Antiquities, Symbols, Constitutions, Customs, Etc, London, Jack Pbls, 1883; Joannis Corneloup, Universalisme et Franc-Maçonnerie, Paris, Vitiano Compiègne, 1963. Si noti quanti tra costoro compaiano sia nella lista degli accettati sia in quella dei fondatori della Royal Society.[↩]
          12. Jean Palou, La Franc-masoneria, Buenos Aires, Dedalo, 1975, p. 63. De Quincey arriva persino a supporre che la massoneria sia stata creata ex novo da Robert Fludd. Thomas P. De Quincey, “Historico-Critical Inquiry into the Origins of the Rosicrucians and the Freemasons”, in Collected Writings, Edimburgh, D. Masson, 1890, p. 386. C’è da notare che è in questo clima occultistico che per la prima volta si descrive la ‘collaborazione’ in ambito crociato tra templari, muratori e sufi. Alludiamo al libro di Pierre Dupuy Histoire de la condemnation des Templiers, apparso nel 1713. In realtà in questo testo pseudostorico non si parlava nemmeno di sufi, ma della setta ismaelita degli Assassini, ma ciò era sufficiente per dare origine alla leggenda dei ‘Rosa Croce islamici’.[↩]
          13. Un “documento inglese del 1676 descrive come la Cabbala del Nastro Verde pranzasse con la Confraternita della Rosa Croce, gli Adepti Ermetici e i Massoni Accettati, e come tutte queste società avessero in comune l’«invisibilità»”. Francis A. Yates, L’Illuminismo dei Rosa-Croce, Torino, Einaudi, 1976, p. 256.[↩]
          14. Sebbene tale stile fosse già stato adottato da Inigo Jones, esso divenne canonico grazie all’architetto della cattedrale di St. Paul di Londra, Christopher Wren (1632-1723), membro della Royal Society, amico e collaboratore di Isaac Newton. Laureato in matematica, fu accettato massone per ordine del duca di Richmond, Gran Maestro della Massoneria, al quale, in seguito, successe nella maestria. C’è da aggiungere che per decreto regio, dal 1691 fu permessa l’accettazione in massoneria anche dei membri dell’aristocrazia (Clavel, Historia,cit, p. 21). Da quel momento fu formalizzata la carica onorifica di Gran Maestro, Le diverse logge fecero a gara per avere come capi onorari e protettori politici degli accettati illustri per nascita (il conte Bennet d’Arligton, il duca di Buckingham e lo stesso Richmond) o per meriti culturali (Cibber, Newton e lo stesso Wren).[↩]
          15. Per la verità i membri delle quattro logge originali erano in grande maggioranza massoni operativi. Non si comprende perciò per quale ragione l’intera vicenda fu condotta solamente da accettati.[↩]
          16. L’operatività, ovviamente, consisteva nell’uso rituale metodico delle funzioni del mestiere. La costruzione esteriore del manufatto coincideva interiormente con la elevazione spirituale dell’iniziato alla gilda.[↩]
          17. Di fatto Anderson si limitò a svolgere la funzione di segretario, sotto la direzione dei Gran Maestri Payne e Désaguliers. Quasi tutti i documenti originali furono poi dati alle fiamme ‘per proteggere’ le nuove Costituzioni (Palou, La Franc-masoneria, cit., p. 80). Di fatto i primi Gran Maestri della Gran Loggia d’Inghilterra, Sayer, Payne e Désaguliers, furono dei piccoli borghesi, massoni accettati, abilissimi però a investire il denaro della confraternita. Fu loro cura, in seguito, scegliere i loro successori tra i membri dell’alta nobiltà. Uno spregiudicato libertino, il duca di Wharton, accettò l’incarico e da quel momento i capi della Gran Loggia d’Inghilterra furono tutti pari del regno o principi del sangue (Clavel, Historia, cit. pp. 27-31).[↩]
          18. Lusol, L’Età massonica, Milano, Mondadori, 1944, pp. 64-80.[↩]
          19. Nel 1738 papa Clemente XII scomunicò la massoneria, allarmato dal suo anticlericalismo, ma, soprattutto, dal dilagare di logge in tutti i regni d’Europa.[↩]
          20. Per la verità, sebbene cristianesimo, giudaismo e massoneria evitino di menzionare il Tempio di Erode il Grande, personaggio storico inviso a tutti, sta di fatto che i resti archeologici riguardano solo ed esclusivamente quest’ultimo santuario. Dei templi di Salomone e Zorobabele non rimane alcuna traccia, al punto che molti storici si sono chiesti se essi fossero stati costruiti davvero a Gerusalemme o in altra località ignota della penisola arabica, con grande imbarazzo del sionismo contemporaneo. Adolfo Roitman, Envisioning the Temple, Jerusalem, The Israel Museum, 2003, pp. 151-154; Kamal Salibi, The Bible came from Arabia, Beirut, 2007, pp. 110-123; Keith W. Whaitelam, The invention of Ancient Israel, London & New York, Routledge, 1996, pp. 71-121.[↩]
          21. Jean Hani, El simbolismo del templo cristiano, Barcelona, Sophia Perennis, 1983, p. 47.[↩]
          22. Molti ambienti massonici attuali attribuiscono al rosacrociano Elias Ashmole la creazione dei tre gradi iniziatici: “Ashmole notò allora il declino delle società di operai e si impegnò di rigenerarle sotto la copertura dell’architettura per mezzo di una rappresentazione dei misteri dell’antica iniziazione indiana ed egizia, dando alla nuova associazione un obiettivo di unione, perfezione, progresso, fratellanza, eguaglianza e scienza, tramite un legame universale basato sulle leggi della natura e sull’amore verso l’umanità. A questo fine, essendo profondo conoscitore di alchimia, della cabala, dei misteri antichi e degli annali dei popoli primitivi, prese la grande iniziativa di scrivere le basi dell’organizzazione dei tre gradi su cui doveva basarsi il suo sistema di solidarietà e perfezionamento umano. Redasse di conseguenza i rituali dei gradi di apprendista, compagno e maestro e cominciò a diffonderli e spiegarli, incrementando così la tendenza riformista e rigeneratrice dell’Istituzione, finché la morte non lo sorprese in tale impresa. Venticinque anni dopo questi accadimenti, questo seme deposto dal saggio Ashmole germogliò pubblicamente, e quando le logge di Londra si riformarono nel 1717 entrando in una vita filosofica di studio, perfezione e propaganda morale, adottarono i rituali di Ashmole, ripudiarono qualsiasi lavoro puramente operativo, ruppero la loro subordinazione dal centro autoritario di York […]” Lorenzo Frau Abrines, Diccionario Enciclopédico de la Masonéria, Mexico, Ed. Del Valle de Mexico, 1976, I vol. P. 135.[↩]
          23. A questo proposito vedi Goblet d’Alviella, Los origenes del grado de maestro en la Francomasoneria, Barcelona, Edicomunicacion, 1991.[↩]
          24. La leggenda del grado di maestro non risolve il problema della resurrezione da morte del compagno che ‘rinasce’ al grado di maestro. Se per caso, nel medioevo, ci fosse stata la necessità di una narrazione di morte e resurrezione per il maestro, certamente sarebbe stata usata quella di Cristo; ma poiché allora il grado di maestro non esisteva, il problema non si può porre. D’altra parte, nessun elemento della leggenda di Hiram è presente in alcun documento dell’antica massoneria operativa né risulta presente in fonti veterotestamentarie, in apocrifi dell’Antico Testamento né in tradizioni rabbiniche. Solamente nel Talmud compare un certo Adoniram, che ricorda quel nome, esattore delle tasse di re Roboamo, ucciso dalla folla inferocita per motivi comprensibili. René Le Forestier, La Franc-Maçonnerie Templière et Occultiste aux XVIII et XIX siècles, Paris, La table d’Émeraude, 1987, vol. I, p. 41.[↩]
          25. Così erano denominate le gilde artigiane nel continente, di cui quella dei muratori era soltanto una tra le altre.[↩]
          26. A questo s’aggiungeva che le logge cattoliche erano ostili alla nuova dinastia e sostenevano la dinastica spodestata degli Stuart, mentre le logge protestanti erano ferventi partigiane degli Hannover. Ma seguire questi aspetti più propriamente politici, sebbene non trascurabili, potrebbe portarci lontano dall’argomento prefissato.[↩]
          27. Quando in questo contesto si parla di Qabbalah, s’intende quella versione protestante che aveva avuto inizio con Reuchlin. Infatti, per gran parte del XVIII secolo agli ebrei non era ancora stato consentito l’accesso alla massoneria.[↩]
          28. Ricordiamo al lettore che fino al rinascimento non ci fu traccia dell’uso della lingua ebraica nelle vie iniziatiche del cattolicesimo, essendo la lingua sacra il latino o il volgare illustre. Per esempio, nel medioevo l’abbinamento del concetto latino di cavaliere (eques) all’attributo ebraico di qadoš sarebbe stato considerato una vera mostruosità.[↩]
          29. Le Forestier, La Franc-Maçonnerie Templière, cit., p. 51.[↩]
          30. Le Forestier, La Franc-Maçonnerie Templière, cit., p. 55.[↩]
          31. Oltre allo stesso Ramsay, ricordiamo i baroni von Hund, von Zinnendorf, von Ecker und Eckhoffen, oltre a figure più riprovevoli, quali l’arrampicatore sociale Stark, l’imbroglione Johnson, il taverniere-illusionista Schröpfer, il ‘mago’ Gugomos e altri ancora. C’è chi ha anche voluto vedere nei tristi trucchi da baraccone di questi ultimi, dei veri poteri paragonabili a quelli dei siddha tantrici.[↩]
          32. Erano ormai diversi secoli che in Europa non si sapeva più distinguere ciò che proveniva dal cielo dai prodotti dello psichismo infero. Il prodigio, perciò, era, ed è tuttora considerato dagli ignoranti un segno dello ‘spirito’.[↩]
          33. La Rosa Croce d’Oro, l’Ordine dei Cavalieri e Fratelli della Luce, i Fratelli Iniziati dell’Asia, gli Illuminati di Baviera ecc.[↩]
          34. Solamente verso la fine del XVIII secolo in molti regni e principati la massoneria cominciò ad ammettere anche recipiendari ebrei. In questo modo in massoneria cominciò anche a penetrare la Qabbalah eterodossa, rappresentata dai vari Falke, Irschfeld, Schönfeld, Martinez de Pasqually, Falk-Schek, i fratelli Bédarride ecc.[↩]
          35. O perfino personaggi sospetti o inventati, quali Federico Gualdi, Valmont e Althotas.[↩]
          36. Gli occultisti, morbosamente attratti dal segreto e dall’arcano, pensano che l’efficacia rituale operativa possa essere restaurata solo da parte di personaggi misteriosi come i Rosa Croce e i Superiori Incogniti. La realtà è esattamente all’opposto di queste fantasticherie: infatti tale raddrizzamento è nei poteri di personaggi ben riconosciuti in ambito tradizionale, dotati della completa realizzazione magistrale e di una incontestabile trasmissione iniziatica. Per esempio, la loggia parigina Henri IV accettò l’emiro ‘Abd al-Qādir al-Jazā’irī, famoso guerriero e principe algerino, sapiente shaykh della ṭarīqa Qādiriyya. Purtroppo, tale acquisizione non andò oltre lo sfruttamento propagandistico della politica coloniale francese.[↩]

          62. Le deviazioni della Qabbalah

            62. Le deviazioni della Qabbalah

            “Nel 1666 la Borsa di Amsterdam è in grande agitazione: i sensali e gli speculatori ebrei sono fuori di sé dall’entusiasmo, i giocatori al rialzo e al ribasso dimenticano le loro operazioni finanziarie e si abbandonano a estatiche danze di giubilo: corrispondenze commerciali dal Levante annunciano che agli ebrei di Smirne è apparso il Messia. I cauti negozianti di Amsterdam scrivono ancora una volta ai loro corrispondenti per averne notizie più sicure, per convincersi che non vi sia errore, che colui ch’è apparso a Smirne sia veramente il Messia atteso da millenni da tutti il popolo d’Israele. La risposta suona: «Hu velo acher», «È lui e non altri». Il lieto messaggio si diffonde con la rapidità del lampo per mari e per paesi, in ogni luogo dove si venera la Torà. A Parigi, a Livorno, a Vienna, da per tutto si ripetono le medesime scene: gli uomini abbandonano gli affari, le donne lasciano i bimbi e la casa, e tutti danzano nell’ebbrezza d’un entusiasmo senza freni.”

            Con queste vivide e storicamente ineccepibili frasi, un autore inizia a descrivere l’incredibile avventura di un falso Messia1. Šabbetay Ṣewi (1626-1676), figlio di un agiato mercante di pollame di Smirne, fin dall’infanzia sperimentò alcune aperture psichiche sotto forma di visioni non controllate. Per cercare di fare un po’ d’ordine in quelle esperienze, si dedicò fin dall’adolescenza allo studio della Qabbalah. La Qabbalah ch’egli seguiva non era quella tradizionale iniziatica, bensì quella misticheggiante e apocalittica che traeva la sua fonte dagli insegnamenti di Abulafia, deviazione dell’antica tradizione2. Già quindicenne ricevette le prime rivelazioni mistiche che lo convinsero di essere la manifestazione terrena dell’aspetto saturnino di Dio3. Šabbetay, infatti, è il termine ebraico per il pianeta infausto della distruzione. E, infatti, il suo comportamento fu sempre quello della melancolia da cui erano stati affetti tutti i qabbalisti cristiani ed ermetisti rinascimentali4.

            A ventidue anni si proclamò Messia alla sua cerchia di ammiratori di Smirne. Il suo concetto di Messia si differenziava notevolmente da quello dei falsi Messia che lo avevano preceduto: infatti egli affermava esserci una identità essenziale tra il suo essere tale e Dio stesso5. Affermava che, tramite la rotazione delle lettere dell’alfabeto ebraico, era riuscito a pronunciare il tetragramma, il nome impronunciabile di Dio. Colpito da herem (scomunica rabbinica), Ṣewi cominciò una vita errabonda tra Bisanzio, Salonicco, Gerusalemme e il Cairo. Con la sua predicazione attirò un esiguo numero di seguaci, che però, abbienti e influenti, lo protessero dagli ambienti ortodossi rabbinici e qabbalistici, e dall’amministrazione ottomana. Nel 1663 il suo destino s’incontrò con quello di Nathan di Gaza, che divenne rapidamente il suo profeta e braccio destro. L’anno 1666 che, secondo alcune “profezie”, sarebbe stato l’inizio dell’era messianica, fu quando cominciò il grande successo del falso Messia. L’illusione che il Messia avrebbe rapidamente riscattato gli ebrei dallo stato di emarginazione in cui si trovavano nei paesi islamici e cristiani, sollevò un improvviso entusiasmo in tutti i territori della Diaspora6. Rientrato con tutti gli onori della nativa Smirne, depose il rabbino capo a lui ostile e iniziò a regnarvi come un sovrano. Sposò diverse donne, ma la moglie principale doveva presentarsi a Smirne con grande pompa. La prostituta livornese Sara, fin da bambina, aveva proclamato il suo destino di diventare la moglie regnante del Messia. Finanziata da banchieri e mercanti di Amsterdam e di Livorno, accompagnata da un corteo di dotti rabbini e saggi qabbalisti, Sara si presentò al divino sposo7. Dopo le fastose nozze “della Tōrāh”, Smirne, cittadina marginale e miserabile dell’Impero ottomano, cominciò a rifiorire. Navi dall’Europa, dall’Egitto e dal Maghreb, cariche di merci preziose sbarcavano i loro tesori nel suo porto, mentre banche, uffici di cambio e agenzie finanziarie olandesi, inglesi, genovesi e catalane vi aprivano nuove rappresentanze. Nella convinzione generale, la miseria del popolo ebraico stava per essere riscattata dalla sola presenza del Messia e del suo Profeta8. La gran parte dei rabbini, allora, si schierò o finse di schierarsi dalla parte di Šabbetay, mentre solo una piccola minoranza rimase ancorato alle posizioni della loro tradizione. In particolare questi vedevano con orrore le alterazioni dei rituali che si stavano adottando per volontà del Messia e di Nathan di Gaza.

            Nella primavera di quell’anno Šabbetay Ṣewi si recò a Istambul al fine di farsi riconoscere Messia dal Sultano ottomano e per farsi cedere la corona imperiale. Denunciato dalla comunità giudaica della capitale e immediatamente arrestato, dopo due mesi di prigione dorata, il falso Messia chiese di essere ammesso al cospetto del Sultano Mehmet IV. Lì pubblicamente si convertì all’islam, assumendo come neo musulmano il nome di Aziz Mehmet Effendi. Tutte le comunità ebraiche della diaspora subirono un cocente disinganno9. Vi furono due tipi di reazioni: gli ambienti tradizionali rabbinici condannarono senza riserve Šabbetay come impostore e imbroglione. I rabbini, a partire da quel momento presero decisamente le distanze dalla Qabbalah estatico-mistica e di questo irrigidimento fu vittima anche quanto rimaneva dell’autentico esoterismo qabbalistico medievale che, ancor più emarginato, entrò in una sorta di letargia. Allo stesso tempo, i più fanatici seguaci del falso Messia, cercarono di trovare una spiegazione simbolica di quel gesto sconvolgente, attribuendogli significati misteriosofici profondamente inquietanti. Lo stesso Nathan di Gaza fece circolare la voce che la funzione di Messia doveva arrivare a coinvolgere nell’azione redentrice anche le qelippot10. Questa giustificazione, che solo in apparenza somiglia a una discesa agli inferi, dipinge invece un quadro inquietante dell’intera missione di Šabbetay in collaborazione attiva con forze infernali. Ma la capacità critica di chi è onnubilato dal fascino del fanatismo è incapacitata a vedere i fatti come sono; in tutti i modi, nella sua esaltazione, trova significati simbolici sublimi ed esempi da imitare11. Fu così che i seguaci del falso Messia seguirono l’esempio del loro Signore e Dio, convertendosi ipocritamente all’islam per continuare l’opera di redenzione sotto copertura. Tutto sommato fecero rivivere l’esperienza dei loro antenati marranos di Spagna; effettivamente le comunità di Tessalonica e di Smirne erano composte da sephardim, ebrei di origine spagnola12. Quei falsi seguaci dell’islam sono chiamati in turco dönmeh, letteralmente ‘convertiti’, parola che con il tempo ha però assunto il senso di ‘apostati’13. Anche dopo la morte del loro Messia, i dönmeh continuarono a premere sui loro simpatizzanti, inducendoli a uscire dai ghetti14. Durante il XVII e XVIII secolo anche nell’Europa orientale tale propaganda indusse molti a integrarsi all’ambiente cristiano15 convertendosi o meno16. In seguito, essi assunsero con entusiasmo lo spirito antireligioso diffusosi durante l’illuminismo17; questa corrente sotterranea si adeguò alla situazione generale, integrandosi alla nuova civiltà agnostica, spesso prendendone la guida, mantenendo nascostamente un legame formale con la loro religione e, soprattutto, con l’etnia d’origine18. Al contrario, gli ebrei ortodossi continuarono a professare pubblicamente la loro fede, incorrendo spesso nelle critiche, nell’ostilità e perfino nelle delazioni da parte dei cripto-seguaci di Šabbetay Ṣewi.

            Jakub Lejbowicz (1726-1791), è più conosciuto come Jacob Franck19. Suo padre, che apparteneva alla prima generazione dei seguaci di Ṣewi, era stato accusato di eresia20 dai rabbini della tradizione ebraica ortodossa e costretto a riparare nella Bucarest ottomana, ove nacque Jacob. Il fanciullo, di temperamento selvaggio e ribelle, covò per tutta la sua vita un profondo rancore contro i rabbini e il giudaismo regolare a causa del trattamento riservato a suo padre. Jacob non seguì una regolare educazione né si attenne mai alle regole della convivenza sociale, decantando la sua ignoranza e la sua sfrenatezza come segno di elezione divina. Nel 1753 raggiunse Salonicco, il centro dei dönmeh da cui era stato espulso suo padre.

            Assunse subito il modo di pensare e di agire dei dönmeh e, sentendosi intimamente affine a Šabbetay Ṣewi, dapprima proclamò d’essere una sua reincarnazione, per poi dichiararsi a sua volta Messia. Ṣewi era stato il Messia della tribolazione, mentre egli sarebbe stato il Messia della potenza, il Messia-Re. Egli rivelò che l’epoca della legge era definitivamente conclusa e con il suo regno i suoi seguaci erano assolti da qualsiasi prescrizione, fatta eccezione per l’obbedienza totale ai voleri del Messia. La comunità che si raccolse attorno a lui viveva della sua luce riflessa e si abbandonava a ogni licenza, soprattutto, naturalmente, in ambito sessuale. Franck portò agli estremi limiti il libertinaggio che già era comparso con Ṣewi. Oggetto di scomuniche e di denunce da parte dei seguaci della tradizione rabbinica, dopo varie vicende, egli decise di emigrare con la folla sei suoi debosciati seguaci in Polonia. In quell’epoca il regno di Polonia, considerata la refrattarietà degli ebrei a convertirsi al cattolicesimo, prometteva a coloro che si fossero fatti battezzare lo status nobiliare e proprietà terriere. Franck intavolò un negoziato con il re Augusto III. Egli, assieme a circa trentamila suoi discepoli, avrebbe abbracciato il cattolicesimo. Oltre alle terre e alla nobilitazione di massa, egli chiedeva che le proprietà fossero tutte adunate in un unico feudo, sempre vassallo del Re di Polonia, ma in cui gli unici proprietari dovevano essere franckisti. Il Re fu lusingato di fare una così bella figura davanti al soglio pontificio; rimaneva il problema geopolitico di concedere un’intera regione a gente proveniente dall’Impero Ottomano, con parenti e amici al di là del confine. Comprendendo le perplessità della Corona su questo ultimo argomento, i rabbini polacchi denunciarono come eretico il franckismo davanti al Santo Uffizio. Il confronto tra rabbini e franchisti avvenne nella cattedrale di Lemberg sotto l’arbitrato del canonico Mikulski. Con grande spudoratezza gli oratori franckisti assunsero posizioni religiose chiaramente ricalcate sulla fede cristiana21 ed ebbero così facilmente la meglio sui pur più colti e preparati rabbini regolari. Il vero pensiero di Franck era invece come segue:

            Nostro Signore e Re Sabbataï Zevi dovette passare alla fede degli Ismaeliti [musulmani], ma io, Jacob, più perfetto, devo passare alla fede dei nazareni perché Gesù di Nazareth era la pelle o scorza del frutto e che la sua venuto fu permessa solo per aprire la via al vero Messia. Noi dobbiamo dunque accettare pro forma questa religione nazarena, osservarla meticolosamente in modo da sembrare buoni cristiani quanto i buoni cristiani. Tuttavia non dobbiamo sposare nessuna delle loro puttane né divertirci con loro né mescolarci con le altre nazioni. Anche se professiamo il Cristianesimo e seguiamo regolarmente i loro comandamenti, non dobbiamo mai dimenticare nei nostri cuori i tre pilastri della nostra fede, i Signori e Re Sabbataï Zevi, Berakhya [il suo successore] e Jacob Frank, il più perfetto dei tre.22

            I riti insegnati da Franck, che avevano surrogato quelli tradizionali ormai abrogati, sono così descritti:

            “I riti religiosi dei Frankisti consistevano in canzoni estatiche accompagnate da applausi selvaggi, con partecipazione femminile che terminavano in un rito orgiastico. Il rituale cominciava abitualmente così: Frank s’inginocchiava fissando due candele accese su una panca di legno, affondava nel legno un chiodo e brandendo una croce in tutte le direzioni esclamava «Forsa damus para verti, seibul grandi asserventi!»  (in ladino, il dialetto spagnolo degli ebrei sephardim: «Dacci la forza di vederti, il privilegio di servirti»). Poi le luci venivano spente e si scatenava il pandemonio. Uomini e donne si svestivano del tutto “per arrivare alla nuda verità” e copulavano nel guazzabuglio e solo il capo se ne asteneva in mezzo a tutto ciò.”23

            Dopo il battesimo, ormai controllore di un grande feudo vassallo del Re di Polonia, Franck decise di organizzare un suo esercito personale. Esso fu così ben organizzato che molti franchisti servirono qualche decennio più tardi, come ufficiali polacchi nell’esercito napoleonico24. Generosamente finanziato da Mayer Amschel, fondatore della Banca Rothschild, Jacob Franck e le sue mogli vivevano nello sfarzo degno di una corte regale. Durò poco. I suoi seguaci, ormai convinti d’essere al di sopra della legge, cominciarono a rivelare il segreto che egli, in realtà, era il Messia. Franck fu imprigionato e sottoposto a un processo dell’Inquisizione. Cercò, invano, di promettere allo Czar la conversione collettiva sua e dei suoi alla chiesa ortodossia, ma tutto fu vano. In attesa del verdetto papale, intanto, il prigioniero della fortezza di Czenstokhova viveva principescamente: ormai aveva buttato la maschera e non accedeva più ai riti cattolici. Viveva maledicendo la Polonia e profetando la sua cancellazione dalla mappa. E così accadde. La Russia invase la Polonia che fu divisa tra le altre potenze e così Franck si trovò nuovamente libero. Si stabilì nella Moravia che ora era diventata una provincia dell’Impero Austriaco. Jacob Franck, infatti, aveva a Brünn un cugino acquisito, Salomon Dobruška, ricco mercante di tabacco e speculatore finanziario. Il figlio di costui, Moses25, svolgerà una misteriosa funzione destabilizzante durante la Rivoluzione francese; ma qui inizia un’altra storia.

            Gian Giuseppe Filippi


            1. René Fülöp–Miller, Capitani fanatici e ribelli, Milano, Mondadori, 1936, p. 69.[↩]
            2. Gershom Scholem, Sabbatai Sevi, the Mystical Messiah, Princeton, Princeton University Press, 1973.[↩]
            3. Moshe Idel, Mistici messianici, Milano, Adelphi, 2004, pp. 250-254. Scholem ripetutamente sottolinea che la melancolia di cui Šabbetay era affetto, ovvero l’instabilità psichica e il comportamento continuamente contraddittorio, era sintomo di uno stato maniaco depressivo o di personalità bipolare.[↩]
            4. Cfr. Dall’Ordine al Caos, n° 54. La pseudo religione riformata e il suo pseudo esoterismo.[↩]
            5. Il concetto della divinità del Messia, elaborato da Šabbetay, assomiglia stranamente a quello cristiano dell’Uomo-Dio. Idel si pone il problema di come potesse essersi esercitata su Ṣewi un’influenza di ritorno della Qabbalah cristiana. Ibid. 265-267.[↩]
            6. John Freely, The Lost Messiah, New York, Overlook TP, 2004, pp. 49-58.[↩]
            7. Fülöp–Miller, cit., pp. 70-72.È noto che nella Qabbalah tradizionale la relazione tra Dio e il mondo, tra Creatore e creatura, era simboleggiata da un rapporto fortemente caratterizzato da simboli erotici. Nella corrente eterodossa di Šabbetay Ṣewi il simbolismo si trasformò in prassi, con le caratteristiche di ‘libertà orgiastica’ permessa dall’imminenza della fine dei tempi. Moshe Idel, Eros e Qabbalah, Milano, Adelphi,2007, pp.265-267; 304-309.[↩]
            8. Tutto ciò avveniva davanti gli occhi affascinati e incuriositi dei protestanti, sempre morbosamente attratti dal profetismo ebraico o ebraizzante sugli ultimi giorni, che, in qualche modo, partecipavano emotivamente a tanto giubilo. J.S. Mebane, Renaissance Magic and the Return of the Golden Age, Lincoln, University of Nebraska Press, 1989.[↩]
            9. “Gli ebrei d’Europa, perfino quelli lontani, di Amsterdam e di Amburgo, furono presi da una frenesia selvaggia; molti vendettero la casa, imballarono i loro beni e si misero in cammino per raggiungere il Messia, solo per apprendere la spaventosa notizia della sua conversione all’Islam!”. Arthur Mandel, Le Messie Militant ou La Fuite du Ghetto, Milano, Archè, 1989, p. 17.[↩]
            10. I ‘gusci’ o residui larvali di potenze malefiche che infestano i mondi inferiori.[↩]
            11. “La delusione iniziale, lungi da segnare la fine dell’avventura di Sabbataï Zevi, si mutò rapidamente in una fede rinnovata e ostinata. Non si era parlato mille volte delle sofferenze del Messia, delle afflizioni della sua nascita? Delle cose strane che avrebbe dovuto fare per portare la salvezza? Della necessità di discendere nell’abisso del peccato e del suo passaggio attraverso le 49 porte dell’abominio? Come lo scandalo era diventato il simbolo della salvezza agli occhi dei discepoli di Cristo, i discepoli di Sabbataï Zevi accettarono l’apostasia del loro maestro come una prova supplementare della sua veracità; e anche la sua morte, lungi dallo scuotere la loro credenza, fece rivolgere i loro sguardi con fede verso la sua seconda venuta.” A. Mandel, cit., pp. 17-18.[↩]
            12. A. Mandel, cit. p. 43. Questo autore aggiunge: “I riti dei Doemne si concludevano in danze orgiastiche, cantando il Cantico dei Cantici.” Ibid.[↩]
            13. Effettivamente questa comunità chiusa ha operato nei confronti dell’Impero ottomano come il bruco nella mela. Per loro iniziativa si fondò il movimento dei Giovani Turchi che prese il potere alla fine del XIX secolo, depotenziando l’autorità sultanale. Furono essi che spinsero a partecipare alla prima guerra mondiale, da cui l’impero turco uscì con le ossa rotte. Fu il governo dei Giovani Turchi a scatenare il genocidio degli armeni, provocando una ferita inguaribile tra musulmani e cristiani. Furono sempre loro che decretarono la fine del Califfato islamico, sostenendo, poi, la dittatura di Kemal Atatürk. E ancor oggi essi ispirano la pericolosa politica panturanica della Turchia. Nonostante l’alternanza degli eventi politici contingenti, è un fatto che la Turchia è il paese a maggioranza islamica che mantiene i migliori rapporti diplomatici e geopolitici con Israele.[↩]
            14. Marc David Baer, The Dönme: Jewish Converts, Muslim Revolutionaries, and Secular Turks, Stanford, Stanford University Press, 2010.[↩]
            15. Questo fu agevolato dall’Inghilterra cromwelliana, dall’Olanda e, in generale, dai paesi protestanti. Il percorso per l’integrazione, come s’è visto nel capitolo precedente, furono le grandi vie del commercio, dell’espansione delle borse e la nascita della Banche nazionali, spesso con la copertura delle società segrete ermetico-qabbalistiche d’origine rosacruciana.[↩]
            16. Gershom. Scholem, “Die krypto-jüdische Sekte der Dönme (Sabbatianer) in der Türkei”, Numen 7.II, Leiden, Brill Ed., 1960, pp. 93-122.[↩]
            17. “Mi sia consentito ritornare ancora una volta sulla via verso l’abisso» come la intendeva Frank. Questa via presenta per lui e per i suoi seguaci due aspetti: uno storico e uno morale. Quello storico si esprime nella speranza di un generale rovesciamento di tutti i rapporti umani e, in modo caratteristico, nella visione del crollo della Chiesa cattolica e della sua gerarchia alla quale pure, come abbiamo visto, Frank si era esteriormente sottomesso. Non sorprende, perciò, che i frankisti, tanto quelli rimasti fedeli [formalmente] al giudaismo quanto quelli battezzati, sviluppassero una psicologia assai vicina a quella degli illuminati rivoluzionari in Germania e in Francia. […] Ciò conferì al sogno frankista un dinamismo peculiare non fu il suo contenuto positivo, che non è mai stato definito con precisione, bensì la carica visionaria presente nella sua idea di distruzione e sovversione.” Gershom Scholem, “La metamorfosi del messianismo eretico sabbatiano in nichilismo religioso nel XVIII secolo”, in Le tre vite di Moses Dobrushka, Milano, Adelphi, 2014, p. 152.[↩]
            18. È da questo ambiente apparentemente agnostico o persino ateo che ha origine il sionismo moderno e contemporaneo. John Rose The Myths of Zionism, London, Pluto Press, 2004, pp. 54-55; Vicente Risco, Historia de los Judíos desde la destrucción del Templo, Valladolid, ed. Maxtor, 2005, pp. 384-397.[↩]
            19. Il ‘franco’, ossia l’europeo, poiché era di famiglia ebraica d’origine polacca. “In numerosi studi ho analizzato la metamorfosi del messianismo eretico professato dai seguaci del messia cabbalistico Shabbatay Zevi in una forma di nichilismo religioso, sviluppatosi all’interno di un movimento underground, il frankismo, che prende il nome dal suo ‘profeta’ Jacob Frank, attivo principalmente in Polonia e in Austria nella seconda metà del XVIII secolo, alla vigilia della Rivoluzione Francese. Sin dall’inizio delle mie ricerche sulla storia del movimento frankista, mi ha colpito la particolare combinazione dei due elementi che ne determinano la natura, poco prima e subito dopo la Rivoluzione francese; l’inclinazione verso le dottrine esoteriche e cabbalistiche da una parte e il richiamo dello spirito della filosofia dei Lumi dall’altra.” G. Scholem, Le tre vite, cit., p. 13. Lo stupore di Scholem è dovuto al fatto ch’egli non si rende conto dello scopo unico di quei due elementi: la volontà di spargere il caos.[↩]
            20. Furono due le eresie ebraiche che sorsero durante il ‘700: “Il Hassidismo e il Frankismo, i due movimenti che turbarono profondamente gli Ebrei d’Europa durante il XVIII secolo e oltre, che risalgono ai primi cristiani e agli gnostici” “Comunque sia , che si trattasse dei Khlysti russi, degli«Hüpfer» tedeschi, degli «Jumpers» (Saltatori) inglesi o degli «Shakers» (Tremanti) americani, tutti mostrano rassomiglianze stupefacenti con questi ebrei miserabili dei villaggi abbandonati da Dio della Galizia orientale, tanto in senso spirituale quanto in quello formale.” (A. Mandel, cit. p. 21; p. 23). Quest’ultima osservazione di Mandel è di grande interesse: pare che durante la prima metà di quel secolo si fosse sparsa un po’ ovunque in Occidente, una nuova forma di “possessione” da parte di forze sottili evidentemente fuori di ogni controllo rituale. L’ignoranza della cultura generale moderna riguardo tutto ciò che riguarda il dominio del sacro fa sì che si sia diffusa la convinzione che i hassidim debbano essere considerati ebrei ‘ultraortodossi’, invece di eretici quali sono. Anche l’assunzione di abiti antiquati e obsoleti, come accade anche tra le sette protestanti summenzionate, conferma i moderni in questo equivoco, convinti come sono che ‘ortodosso’ sia forzatamente chi è ‘fuori moda’.[↩]
            21. Essi ebbero l’accortezza di riferirsi al Messia come seconda persona della Trinità, alla sua morte e resurrezione, alla sua missione di Redentore, senza mai citare il nome di Gesù Cristo. Con questa ambiguità fecero credere al clero cattolico che stavano trattando del Messia dei cristiani, mentre, invece, intendevano parlare di Jackob Franck. In realtà l’“eresia cabbalistica dei sabbatiani aveva sviluppato una trinità teosofica, indubbiamente assai diversa da quella cristiana. Questa trinità era costituita dal «Vecchio nascosto» (ovvero il deus absconditus), dalla sua emanazione, chiamata «Re santo», identificato con il Dio della rivelazione, e dalla sua compagna femminile, la Shekhinah”. G. Scholem, Le tre vite, cit., p. 146. Chi volesse chiedersi da dove procedono certe eresie cattoliche recenti circa una Trinità formata da uno Spirito Santo femminile (spesso identificato alla Vergine), trova in questa nota la sua risposta.[↩]
            22. A. Mandel, cit., pp. 92-93.[↩]
            23. A. Mandel, cit. pp. 60-61. La lubricità di tali pratiche non ebbe limiti. Lo stesso falso Messia compiva riti sessuali incestuosi con sua figlia Eva! In quegli anni Eva Franck fu nominata da suo padre Messia femminile e sua erede della missione. Sarebbe interessante se qualcuno indagasse l’origine della teoria psicanalitica sulla libido di Sigmund Freud che era di famiglia franckista.[↩]
            24. A. Mandel, cit., pp. 105-107. “Frank è il primo militarista ebreo a noi noto, e lo è senza alcuna riserva. Non mi è possibile, in questa sede, approfondire i rapporti tra tale ideologia militarista e le speranze specificamente ebraiche di Frank, da lui mantenute nel cuore stesso del suo sogno di evasione dagli antichi confini. Il pensiero di Frank, infatti, non è improntato in alcun modo a categorie cosmopolite. Persino nei suoi accessi antirabbinici più virulenti egli rimase sempre un ambasciatore degli ebrei, e pensò unicamente al loro destino.” G. Scholem, Le tre vite, cit., p. 154.[↩]
            25. “Moses Dobrushka ricevette nella casa paterna un’educazione ebraica e rabbinica; allo stesso tempo fu iniziato a quello che i settari chiamavano il «segreto della fede» sabbatiana, e alla letteratura dei «fedeli». Questa doppia educazione era d’uso nelle molte famiglie che, pur continuando a praticare un ebraismo ortodosso do facciata, avevano aderito in segreto alla setta.” (G. Scholem, Le tre vite, cit., p. 19). Nel corso della sua vita movimentata, Dobrushka assunse anche i nomi Franz Thomas barone von Schonfeld, quando frequentava la corte asburgica, e Sigmund Gottlob Junius Frey (ovvero Frank) quando, a Parigi, partecipava alle attività dei giacobini. Diederichsen, suo avvocato e braccio destro, di lui scriveva di vedere “un’autentica immagine di Satana «padre delle menzogne»”. G. Scholem, Le tre vite, cit. p. 80.[↩]

            61. Rivoluzionari, eretici, maghi, scienziati e strozzini

              61. Rivoluzionari, eretici, maghi, scienziati e strozzini

              Gothein, nel suo studio positivista, dedica diverse pagine per dimostrare che l’esperimento gesuitico delle reducciones paraguayane si rifaceva allo schema della Città del Sole di Tommaso Campanella1. Non c’è dubbio che le reducciones di cristiano o di religioso in generale avessero ben poco; al contrario è evidente l’ispirazione utopica rinascimentale per la creazione di una società ‘ideale’. In particolare l’influenza di Campanella, piuttosto che quella di Tommaso Moro2, è provata dal fatto che le costituzioni di quegli esperimenti sociali ebbero come ideatori due gesuiti italiani, Maceta e Cataldino.

              Campanella (1568-1639) era di vent’anni più giovane di Giordano Bruno e mantenne il medesimo indirizzo magico-ermetico ideato da Marsilio Ficino3, quale ultimo rappresentante di un umanesimo già in declino4. Entrò nell’ordine domenicano, ma ben presto subì alcuni processi5 da parte del Sant’Uffizio perché diverse sue affermazioni pubbliche erano state condannate come eretiche. Dopo una breve permanenza in carcere, gettato l’abito, nel 1599 si recò nella natia Calabria. Qui si dedicò a tramare una rivolta contro gli spagnoli che dominavano sul Regno di Napoli. Non si deve pensare erroneamente che si trattasse di un movimento di riscossa contro lo straniero, dato che a quel tempo il senso di nazione era ancora del tutto assente non solo in Italia, ma anche in gran parte dell’Europa non protestante. In realtà egli voleva combattere la Spagna perché era lo scudo protettivo della cattolicità e che, allora, si identificava ancora con il Sacro Romano Impero. Campanella voleva semplicemente instaurare nell’Italia meridionale una ‘società ideale’ che, più tardi, descrisse nel libro La Città del Sole. Fingendosi ancora un frate, divenne l’agitatore dei domenicani calabresi che accorsero al suo comando in armi6. Il tentativo d’insurrezione fu ovviamente un totale fallimento7. Arrestato e condannato dal tribunale civile per ribellione e dal Sant’Uffizio per eresia, passò 27 anni in prigione. Si sottrasse alla tortura fingendosi pazzo. Ma era davvero finzione, la sua? La prigione napoletana in cui fu rinchiuso non doveva essere molto severa se in continuazione poteva ricevere visite di ammiratori occultisti8. Tra questi vi furono Adami e Wense, due amici di Andreæ. A costoro Campanella affidò il manoscritto della Città del Sole che fu poi pubblicato a Francoforte nel 1623. Con grande disinvoltura, mentre era in carcere, offrì alla Spagna il provvidenziale compito di trasformare l’intero Impero in una ideale città del sole. Più convinti della sua pazzia che della sincerità del suo nuovo filo ispanismo, alla fine venne rilasciato. Finì la sua vita a corte di Enrico IV di Navarra, ugonotto che, in seguito, divenne Re di Francia. Con grave scorno per Campanella, Enrico si convertì al cattolicesimo pur di ottenere il trono di Francia.

              Un altro bell’esempio di dirittura morale fu Galileo (1564-1642). Nacque in seno a una opulenta famiglia dell’antico patriziato fiorentino che aveva da un paio di generazioni cambiato l’originale cognome Bonaiuti nel patronimico Galilei9. Sebbene la banca di famiglia avesse subito dei rovesci, Galileo ereditò cospicue terre e ville, tra cui quella fortificata di Arcetri. Iscritto all’Università di Pisa, appena venticinquenne, grazie alla protezione del cardinale Del Monte e dello stesso Ferdinando I de’ Medici, duca di Toscana, ottenne l’insegnamento di matematica senza essersi ancora laureato10. Passò poi, grazie alle medesime raccomandazioni medicee, alla cattedra di matematica a Padova. In quel periodo strinse amicizia con Paolo Sarpi; ebbe anche modo di entrare nelle grazie di alcuni suoi potenti allevi come il duca Vincenzo Gonzaga, il cardinale Cornaro e Giovanni Federico principe d’Alsazia. Approfittò dell’apparizione di una supernova per stilare oroscopi, basati sulle sue conoscenze astrologiche, che vendeva a caro prezzo ai patrizi veneti e ai feudatari di terraferma suoi sostenitori. A Padova, Galileo cominciò la sua battaglia antiaristotelica che lo rese uomo di punta della nuova scienza11. Galileo non si distinse particolarmente dal punto di vista delle scoperte. Egli fu un fautore dell’eliocentrismo copernicano al cui sostegno apportò qualche altra osservazione12. La sua celebrità è perciò collegata al fatto che è considerato, dal punto di vista filosofico, il padre del cosiddetto metodo scientifico. Esso consiste essenzialmente in tre fasi: osservazione attenta del fenomeno naturale, riproduzione sperimentale del fenomeno in ambiente controllato e dimostrazione necessaria tramite analisi matematica da cui, eventualmente, trarre una legge fisica universale. Le due prime fasi del metodo galileiano, tuttavia, non sono affatto qualcosa di originale. Anche la magia dei suoi contemporanei, fin dalla notte dei tempi, era una scienza empirica che si basava sull’osservazione della natura e la riproduzione artificiale dei suoi fenomeni. Quanto poi alla terza fase, essa appare un’astrazione teorica. Infatti tradurre lo spazio fisico in spazio geometrico rappresenta la forzatura di voler far combaciare una quantità continua a una discontinua13. Egli però, dimostrando una mentalità moderna, camuffava le sue critiche alla dottrina cattolica sostenendo di fornire all’esegesi biblica una nuova interpretazione inattaccabile dal punto di vista scientifico14. Basandosi su esperimenti degli alchimisti che frequentava, Galileo riprese la teoria dell’atomismo di Anassagora per spiegare la composizione della materia. In questo modo dimostrava che se gli attributi di un oggetto non mutavano, ciò significava che la sostanza rimaneva inalterata nella sua composizione atomica. Questa argomentazione, esposta per mezzo di prudenti argomentazioni involute, smentiva la dottrina scolastica della transustanziazione eucaristica. Da ciò derivava che l’eucarestia non era propriamente un sacramento, ma la semplice celebrazione di un evento narrato nei Vangeli: era esattamente l’interpretazione luterana della comunione non rituale protestante15. La falsificazione della storia per secoli ha nascosto che questo fu il principale capo d’imputazione nel processo del Sant’Uffizio contro Galileo; anche i testi accademici ritenuti più seri hanno diffuso la menzogna che egli fosse stato condannato perché sostenitore della teoria copernicana16. Il processo si concluse con la condanna: Galileo, coerentemente con il suo comportamento, ritrattò tutte le sue tesi, giurando come segue:

              Con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie, e generalmente ogni et qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò in voce o in scritto cose tali per le quali si possa haver di me simil sospitione.17

              La chiesa di Roma, nonostante la controriforma, era già stata però fortemente influenzata dal pensiero antireligioso rinascimentale, sostenuto dal partito mediceo. L’imputato, nel corso di tutto il processo, fu ospite di villa Medici a Roma. Cardinali, principi italiani e la stessa Accademia dei Lincei mossero tutte le loro pedine per monitorare l’andamento dei lavori. Evidentemente le società segrete dell’occultismo italiano aiutarono in tutti i modi il loro beniamino. Infatti, la condanna fu di una mitezza sospetta: Galileo fu condannato agli arresti domiciliari a vita. Passò qualche anno ospite a Siena nella principesca villa Piccolomini, ospite dello stesso arcivescovo Ascanio, per poi trasferirsi nella sua villa fortificata di Arcetri, presso Firenze, al centro dei suoi latifondi18. Il ‘prigioniero’ aveva piena libertà di ricevere e ospitare chiunque ed è grazie a certi visitatori protestanti ch’egli riuscì a dare alle stampe a Leiden nel 1638 il suo Discorsi e dimostrazioni matematiche.

              Lasciamo per il momento questi fulgidi esempi di retto comportamento e di elevatezza filosofica dei discendenti dei romani e vediamo cosa succedeva contemporaneamente nelle terre barbare del nord Europa.

              In Inghilterra, la dinastia Stuart attuò una politica religiosa volta a far rientrare la setta anglicana, di cui il Re era il capo, nel seno del cattolicesimo. Come era successo in Boemia, il Parlamento inglese era stato di fatto occupato dai protestanti; e, man mano che i vertici anglicani si ammorbidivano nei confronti di Roma, gli anglicani irriducibili si avvicinavano sempre di più agli estremisti calvinisti, chiamati puritani. Perciò durante il regno della dinastia Stuart si assisté a una progressiva acutizzazione della rivalità tra Corona e Parlamento. Il Parlamento, formato da borghesi puritani, pretese di assumere alcune prerogative regali limitando il potere del Re. Al rifiuto del monarca di sottostare alle pretese della classe mercantile calvinista, scoppiò la rivoluzione armata. Capo dei rivoltosi divenne Oliver Cromwell, gentleman19 di campagna dotato di indubbie capacità militari e spinto da furioso fanatismo puritano. Durante la guerra civile, le sue vittorie sull’esercito regio portarono, alla fine, all’arresto del re Carlo I e, dopo diverse vicende, alla decapitazione del sovrano. Cromwell stabilì quindi una repubblica parlamentare che fu il primo tentativo d’instaurazione di uno stato democratico moderno a conduzione borghese. E, come succede fatalmente, la democrazia parlamentare comporta anche la comparsa della sua variante dittatoriale20. Cromwell assunse infatti tutti i poteri chiudendo il Parlamento. La sua dittatura è ricordata come uno degli esempi più efferati di spietatezza democratica, volta in particolare contro i cattolici21 e gli irlandesi, che dovettero subire repressioni sanguinose anche in tempo di pace. Infine, la sua bestiale crudeltà si rivolse anche contro gli scozzesi, protestanti presbiteriani sì, ma ribelli al giogo inglese. Alla sua morte, a sollievo dei tre regni d’Inghilterra, Irlanda e Scozia, nel 1660 ritornò a regnare Carlo II Stuart, figlio del Re decapitato da Cromwell. Per la verità, il Parlamento inglese rimase sempre sotto il controllo dei fanatici protestanti, cosicché le frizioni tra Trono e Parlamento proseguirono fino al cambio di dinastia22. Perciò la prima rivoluzione, che ha scardinato ciò che restava dell’ordine sociale tradizionale, è proprio quella inglese; ed è sintomatico che l’attuale Regno Unito, che vanta d’essere ‘la più antica democrazia’ e, al tempo stesso, la ‘monarchia più formale’, abbia origini così sovversive.

              Durante la guerra civile, nel 1645, cominciarono a convergere a Oxford ermetisti reduci dall’avventura boema del Conte Palatino. Il cappellano dell’Elettore Palatino, John Wilkins e l’israelita di Heidelberg Theodor Haak, furono gli organizzatori di quegli incontri segreti. Presto si unì al gruppo Robert Boyle, discepolo di Galileo e frequentatore della villa di Arcetri, che fu il vero organizzatore del gruppo di scienziati e alchimisti23 ermetici protestanti. Fu quest’ultimo che, per quel sodalizio, usò il termine ‘Collegio Invisibile’, di evidente derivazione rosacruciana24. Nel 1660, grazie alla cessazione del terrore cromwelliano, il ‘Collegio Invisibile’ si trasferì a Londra dove assunse forma ufficiale con la denominazione di Royal Society25. Anche il pastore hussita Iohannes Amos Comenius celebrò la nascita della nuova istituzione magico-scientifica, di cui si considerava un ispiratore26.

              La Society acquistò fama quando nel 1703 ne divenne presidente Isaac Newton. Egli era allora al culmine della sua notorietà come scienziato. Certamente, in seguito, si vollero nascondere i suoi interessi occulti e la fede nell’alchimia27.

              Guglielmo d’Orange-Nassau aveva dovuto indebitarsi pesantemente con usurai e banchieri olandesi, per organizzare la spedizione militare con cui impadronirsi del trono d’Inghilterra. Diventato Re della triplice corona, egli scaricò i suoi debiti pregressi sulle finanze del suo nuovo regno. Incapace di far fronte a tale impegno, in cambio dell’estinzione del debito, egli cedette a un istituto privato creato dal nulla, il monopolio di emissione di moneta. “Una consorteria di potere capeggiata da William Paterson, prestò al governo del re Guglielmo III, la somma di 1.200.000 sterline-oro all’otto per cento d’interesse e, ‘in contropartita’ per il ‘favore’, fu autorizzata a stampare note per lo stesso ammontare.”28 Nel 1694, con la fondazione della Banca d’Inghilterra, fu così che Guglielmo d’Orange-Nassau estinse i suoi debiti scaricandoli sull’indebitamento pubblico e privato. Questo sistema, che ormai è prevalso in tutto il mondo, fa sì che il denaro che il cittadino crede di guadagnare e di possedere, in realtà è un suo debito nei confronti della Banca privata che emette moneta.

              Certamente non è un caso innocente che alla presidenza della Zecca di Stato d’Inghilterra fosse nominato Isaac Newton!

              Gian Giuseppe Filippi


              1. Eberhard Gothein, Lo Stato cristiano-sociale dei Gesuiti nel Paraguay, Firenze, La Nuova Italia, 1987, pp. 4-15.[↩]
              2. È probabile che, in seguito, i gesuiti sovrapponessero al modello campanelliano le utopie rosacruciane protestanti di Bacone in ambito scientista, e di Andreæ in chiave moralistico-universalista. Tale influenza occultistica era resa possibile dalle ben fornite e numerose biblioteche di natura eterogenea che la Compagnia di Gesù radunò in Sudamerica. Solo quella di Candelaria ospitava circa cinquemila volumi a metà del XVII secolo, cifra di tutto rispetto considerando che nel Nordamerica, alla stessa epoca, non esisteva ancora alcuna biblioteca.[↩]
              3. Tommaso Campanella, Del senso delle cose e della magia, Germana Ernst (a cura di), Torino, Feltrinelli, 2019.[↩]
              4. Come si è già fatto notare in passato, non esisteva tra questi personaggi alcuna reale trasmissione che potesse somigliare alla paramparā in senso hindū. Per esempio, Campanella non incontrò mai Bruno, avendolo conosciuto solamente attraverso la lettura dei suoi libri. Ciò conferma la nullità iniziatica di ciò che gli esoteristi chiamano ‘ermetismo cristiano’. Che Campanella fosse ancorato a concezioni superate è dimostrato dalla sua impermeabilità alle innovazioni dei rosacroce e alla nuova mentalità scientista.[↩]
              5. Uno di questi processi si tenne a Padova, con alcune imputazioni aggravanti di comportamenti contronatura. In quel periodo conobbe e frequentò Galileo Galilei che insegnava in quell’Ateneo.[↩]
              6. Il moderno appoggio attivo di frati cattolici a movimenti eversivi e terroristici di sinistra ha dunque profonde radici. All’IRA in Irlanda, all’ETA in Spagna, alle BR in Italia, a Sendero Luminoso in Perù, al MIR cileno, all’OLP palestinese, al genocidio dei Tutsi e ai bambini soldato del RFU in Africa, ai Naxaliti in India e a molti altri sparsi per il mondo, non sono mai mancati fiancheggiatori e guerriglieri in saio.[↩]
              7. Fra Tommaso Campanella. La sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia, Luigi Amabile (a cura di), Locri, Franco Pancallo Editore, 2009, 2 voll.[↩]
              8. Sempre dal carcere intessé una corrispondenza con Paolo Sarpi. Questo frate veneziano stava tramando per infiltrare ogni sorta di protestanti nella Repubblica di Venezia con l’appoggio dell’Inghilterra. Tuttavia, presto gli inglesi si accorsero che la Serenissima Repubblica non era affatto interessata a convertirsi all’anglicanesimo: stava semplicemente perseguendo una politica che le permettesse di non essere soffocata dall’Impero a Nord e dallo Stato della Chiesa a Sud. Finito il pericolo, soprattutto dopo il fallimento dell’avventura Boema del Conte Palatino, Venezia girò le spalle all’Inghilterra.[↩]
              9. Poiché si doveva creare attorno alla sua figura il mito proletario di vittima designata, la storia falsificata registra per Galileo ‘umili origini’, con una vita sempre sull’orlo della miseria. Così si crea il personaggio che attira le simpatie dell’‘intelligentsia’ contemporanea. In verità, l’ipotetica indigenza, ripetutamente lamentata nelle biografie di Galileo, sta a nascondere una insaziabile sete di denaro che l’accompagnò per tutta la vita. Al contrario, ma questa volta a fine denigratorio, Dante, appartenente al più illustre patriziato d’origine romana sia per linea paterna sia materna, rispettato da Imperatori e Vicari Imperiali, poiché rappresentò il massimo esempio dell’uomo tradizionale medievale, da un po’ di tempo è descritto fin dai sussidiari delle elementari come un piccolo borghese arrampicatore sociale e figlio di un usuraio![↩]
              10. Ludovico Geymonat, Galileo Galilei, Torino, Einaudi, 1965, p. 111.[↩]
              11. In quel periodo si attaccava Aristotele per colpire, in realtà, San Tommaso e la dottrina cattolica.[↩]
              12. Per la verità, al giorno d’oggi le teorie geocentrica ed eliocentrica sono entrambe prive di un vero significato. Nella galassia, in cui tutti i corpi sono in continuo movimento, stabilire quale sia fisso al centro è una scelta arbitraria. Tuttavia, per poter definire le distanze tra i corpi celesti, la velocità di spostamento e i tempi impiegati si può scegliere indifferentemente l’uno o l’altro dei sistemi; infatti i risultati saranno esattamente gli stessi. Il prof. Umberto Bartocci, ordinario di Algebra e docente di Storia delle Matematiche all’Università di Perugia, lo ha dimostrato abbondantemente con calcoli matematici nel suo Una rotta templare alle origini del mondo moderno, Roma, ed. Andromeda, 2015, pp. 341-363. Ciò evidenzia che il sostegno alla tesi copernicana manifestava solamente la volontà di Galileo di contraddire la Bibbia e Aristotele in chiave antireligiosa.[↩]
              13. È ben noto che se si lancia un razzo dalla terra per raggiungere un punto della superficie lunare in base a un puro calcolo matematico, quel razzo, senza la continua assistenza e correzione manuale umana, non potrà mai raggiungere la meta.[↩]
              14. Questo espediente messo in pratica per quattro secoli, invece di condurre a una composizione impossibile tra teologia e scienza, ha reso la fede del tutto ancillare rispetto al razionalismo ateo.[↩]
              15. Tutto ciò è stato analizzato e dimostrato con prove inconfutabili da Pietro Redondi nel suo Galileo Eretico (Torino, Einaudi, 1983), pp. 173-287.[↩]
              16. L’episodio dell’“Eppur si muove” non avvenne mai, ma è stato uno strumento utile per inoculare nell’immaginazione della gente l’idea della condanna per eliocentrismo.[↩]
              17. U. Bartocci, cit., p. 335. Mente anche chi afferma che a Galileo fu estorta tale dichiarazione sotto minaccia di tortura. Nel processo, condotto in una forma del tutto accomodante, di simili minacce non c’è traccia.[↩]
              18. Ludovico Geymonat, cit., pp. 194-197; Mario Biagioli, Galileo Courtier, Chicago, University of Chicago Press, 1993.[↩]
              19. Vale a dire non nobleman, nonostante che i suoi seguaci di allora e i suoi ammiratori attuali abbiano inventata un’ascendenza regale per la famiglia Cromwell. In realtà il capostipite, all’inizio del XVI secolo, era un semplice fabbro e mastro birraio di cui Oliver era discendente solo per linea materna. John Schofield, The Rise & Fall of Thomas Cromwell: Henry VIII’s Most Faithful Servant, Cheltenham (UK), The History Press, 2011.[↩]
              20. Qui con dittatura non s’intende l’originale senso latino del termine, ma quella forma di regime che, in luogo di un parlamento d’estrazione popolare che s’assume l’onere di decidere per tutte le componenti sociali, è retto da un singolo popolano. Dittatura e democrazia sono perciò solo due diverse forme di governo del popolo.[↩]
              21. Cromwell, con l’unica eccezione dei presbiteriani scozzesi, refrattari alla sua dittatura, attuò una alleanza di tutte le varie sette protestantiche in funzione anticattolica. Senza abrogarne l’espulsione, invitò in Inghilterra anche ebrei provenienti dall’Olanda per stringere un’alleanza anticotestamentaria in odio alla chiesa latina. Cecil Roth, A History of the Jews in England, Oxford, Claredon Press, 1985, pp. 300-311; C. Roth, A life of Menasseh ben Israel, Philadelphia, Jewish Publication Society, 1945, pp. 207-260.[↩]
              22. Nel 1688 sette membri del Parlamento offrirono la corona d’Inghilterra a Guglielmo d’Orange-Nassau. Il colpo di stato fu appoggiato dallo sbarco di un corpo d’invasione olandese. Giacomo II, abbandonato dall’esercito, si rifugiò in Francia. Con la nuova dinastia protestante, per il Parlamento e la Corona cominciò un periodo di stretta identità di vedute.[↩]
              23. Non occorre sottolineare che, in questo contesto, con alchimia non s’intende nulla di realmente iniziatico né di genericamente tradizionale, ma di una vera e propria contraffazione. D’altra parte è noto che gli alchimisti dal XV secolo al XVIII secolo furono spesso individui che cercavano di raggirare i sovrani con la favola della trasmutazione dei metalli vili in oro.[↩]
              24. D’altra parte John Wilkins nel suo Mathematicall Magick, cita diffusamente i manifesti rosacruciani. Negli anni in cui il ‘Collegio Invisibile’ soleva riunirsi furono pubblicati in inglese la Fama ela Confessio a cura dell’alchimista Thomas Vaughan. Il successo di questa traduzione indusse i teologi puritani ad auspicare che le Università sostituissero definitivamente la scolastica aristotelica con la filosofia naturale ermetica.[↩]
              25. Thomas Sprat, History of the Royal Society, London, Pr. By T.R. for J. Martyn,1667.[↩]
              26. Frances A. Yates, L’illuminismo dei Rosacroce, Torino, Einaudi, 1976, pp. 202-227.[↩]
              27. William R. Newman, Newton the Alchemist. Science, Enigma, and the Quest for Nature’s “Secret Fire”, Princeton & Oxford, Princeton Unversity Press, 2019.[↩]
              28. Pietro Ferrari, La questione monetaria, Cermenate (CO), Ed. Radio Spada, 2018, p. 39.[↩]

              60. Il Missionarismo – II

                60. Il Missionarismo – II

                Lutero aveva sostenuto che la salvezza1 non poteva essere raggiunta per mezzo dei doveri religiosi né per opera dell’intenzione o libera volontà dell’individuo. Ciò comportava come conseguenza l’abbandono dei riti in quanto strumenti di salvezza. Le cerimonie protestanti, infatti, sono soltanto commemorazioni laiche di accadimenti evangelici. Tuttavia egli riconosceva una certa efficacia alla fede, considerata come un trasporto emotivo individuale rivolto a Dio. Dio poteva esserne compiaciuto e ricompensare il suo fedele tramite benedizioni gratuite. Calvino, invece, negava perfino questa possibilità. Perciò la salvezza per l’essere umano era, dunque, una elargizione arbitraria da parte della divinità. In un modo o nell’altro, la salvezza dell’anima era regolata secondo la teoria della predestinazione. Ciò ha comportato l’assunzione di conseguenze comportamentali e di pregiudizi presso le popolazioni che hanno abbracciato le varie sette del protestantesimo. Menzioniamo l’idea per la quale il successo mondano, la fortuna e il benessere dell’individuo siano il segno esteriore della benevolenza divina; e, ugualmente, la convinzione per cui la nascita in un determinato status di razza, nazione e confessione religiosa, sia indice di una certa elezione celeste2. Ciò dimostra le strette relazioni intercorrenti tra le ideologie capitalistiche e il protestantesimo.

                La teoria della predestinazione si basa sul fatto che, in questa prospettiva, Dio è onnisciente e, come tale, conosce in anticipo qualsiasi cosa avverrà. Tutto quanto avviene è dunque scritto nel destino ab æterno e si sviluppa nel tempo secondo la Sua volontà a partire da quando crea il mondo3. Nel cristianesimo cattolico e ortodosso, invece, la predestinazione è equilibrata dal riconoscimento del libero arbitrio umano. Dio conosce tutto in principio e determina l’andamento dei destini umani e universali, ma l’essere umano ha libera scelta di seguire un percorso piuttosto che un altro, proprio fruendo di questa ignoranza del proprio destino4. Fino alla fine del Medioevo la teologia cristiana si è dibattuta tra correnti di pensiero che, pur accettando sia la prescienza divina sia il libero arbitrio, si inclinavano più verso l’uno o verso l’altro dei due poli determinanti i destini umani. Effettivamente era estremamente difficile che lo stesso teologo mantenesse il giusto equilibrio tra i due punti di vista tanto opposti tra loro5.

                La teoria della predestinazione, nell’ottica protestantica, ebbe l’effetto di togliere gran parte del peso della responsabilità individuale alle azioni prodotte. Lo stesso peccato si ridusse a una infrazione moralistica e comportamentale di dimensione sociale, ma che comunque era prevista e voluta da Dio. Perciò anche il peccatore, purché avesse fede, partecipava ai misteriosi piani divini di salvezza6.

                La controriforma cattolica respinse come eterodossa la tesi protestante, sottolineando la fondamentale importanza della libera volontà umana nella scelta tra bene e male. Il Gesuitismo rappresentò il movimento religioso che maggiormente valorizzò il libero arbitrio contro la predestinazione, fino a rischiare di limitare il concetto stesso di onniscienza divina. Paradossalmente queste due tendenze, la protestantica e quella gesuitica, pur tra loro opposte, rappresentarono due facce del medesimo individualismo rinascimentale.

                Il Gesuitismo

                Ignazio (Iñigo) López de Oñaz y Loyola (1491-1556) nacque presso una famiglia nobile decaduta. Dopo una adolescenza in cui poté frequentare in qualità di paggio la corte di Germana de Foix, seconda moglie di Ferdinando il Cattolico, cercò la gloria militare come ufficiale nella guerra contro la Francia (1521) con risultati deludenti, ricavandone soltanto una ferita che lo costrinse alla zoppia. Durante la convalescenza Ignazio passò il suo tempo nella lettura dei pochi libri di argomento religioso della biblioteca paterna. Fu così che decise di abbandonare gli onori mondani per dedicarsi alla ricerca della santità. Dopo aver fatto voto di povertà totale, viaggiò in Terrasanta (1523) con il proposito di convertire i musulmani con la sua oratoria. Furono gli stessi francescani di Gerusalemme che lo rispedirono in Spagna, timorosi della prevedibile reazione del governatore ottomano. Questo fallimento non spense in Ignazio la sua aspirazione missionaria, ma, al contrario, l’acuì. Nel frattempo egli componeva e sperimentava su se stesso gli Esercizi spirituali che poi sarebbero stati al centro della pratica gesuitica.

                Per dotarsi di una preparazione teologica, si recò a Salamanca e poi a Parigi dove studiò sotto la direzione dei domenicani nelle rispettive università. A Parigi, con la sua eloquenza e il suo esempio, cominciò a radunare attorno a sé dei seguaci. Decise così di fondare un nuovo ordine religioso e nel 1537 si recò a Venezia al fine di partire nuovamente per liberare il sepolcro di Cristo dall’occupazione islamica. Non si trattava più di una crociata cavalleresca, ma di una campagna missionaria. Non riuscì mai a partire per la Terrasanta; ma Iñigo e i suoi sei accoliti, in quel periodo, per ingiunzione papale, furono ordinati preti a Venezia. Nel 1540 la regola del nuovo ordine, chiamato in stile militare, Compagnia di Gesù, fu accettata dal papa Paolo III. Ignazio fu nominato Generale della Compagnia. La chiesa cattolica, che stava preparando la sua riscossa controriformista, accolse con favore questo nuovo ordine religioso7 organizzato rigorosamente come fosse davvero un esercito. La Compagnia di Gesù ebbe un improvviso successo e si espanse in pochi anni in tutta Europa, nelle Americhe e in Asia.

                I gesuiti si sottoponevano periodicamente agli esercizi spirituali supererogatori alla liturgia classica dalla chiesa latina, sotto la guida di un confratello più esperto. È necessario capire bene in cosa consistessero queste nuove pratiche. Per sottolineare l’importanza del libero arbitrio per la chiesa della controriforma, Sant’Ignazio di Loyola diede una nuova importanza alla mente del religioso. Essa era esercitata in solitario quotidianamente per rafforzare la volontà e l’immaginazione individuale. La volontà forzava l’immaginazione a riprodurre mentalmente i diversi episodi narrati negli Evangeli: il gesuita doveva concentrarsi su ogni episodio della vita di Gesù, ricostruendone con la fantasia8 ogni minimo particolare della scena immaginata. L’individuo così era coinvolto con la mente e con i cinque sensi all’interno dell’episodio, come se illusoriamente stesse partecipando di persona all’avvenimento dal vivo. Questa esperienza mentale doveva provocare emozioni e sentimenti capaci di rendere più viva l’esperienza sacramentale. Per esempio, l’apice di questa tensione psicologica doveva essere raggiunto rivivendo mentalmente l’episodio dell’ultima cena9. Ciò provocava una intensità di sensazioni emotive nell’animo del gesuita che doveva rendere vivida esperienza mistica l’eucarestia ricevuta subito di seguito. Come si può facilmente riconoscere, questa tecnica di immaginazione volontaria non costituiva affatto un metodo iniziatico (sskrt. prakriyā), ma una disciplina (sskrt. vinaya) psicologica che a lungo andare poteva condurre a una modificazione permanente del modo di pensare. In ogni caso, si trattava di un palliativo psicologico che tentava di surrogare l’assenza dell’iniziazione e del relativo metodo (dīkṣita sādhanā). È evidente che questa pratica segnò un rafforzamento dell’individualismo e, allo stesso tempo, una diffusione dell’autoinduzione a esperienze mistiche basate sulle cinque percezioni a livello sottile.

                Ben presto la pratica gli esercizi spirituali fu estesa anche ad ammiratori e seguaci laici, diventando così uno strumento di correzione morale e comportamentale per la chiesa della controriforma; tuttavia questa tendenza allontanava ancor più la chiesa di Roma dallo spirito contemplativo medievale e contribuiva a diffondere una moderna mentalità di attivismo volontaristico10. La Compagnia di Gesù divenne il braccio militante del papato, costituendosi come una ferrea organizzazione perfettamente efficiente, basata sull’obbedienza assoluta nei confronti del Superiore Generale.

                Il Loyola, già anziano, volle particolarmente indirizzare i gesuiti alla funzione di confessori. Fino ad allora il sacramento della confessione consisteva nella dichiarazione dei peccati commessi dal fedele, a cui seguiva la penitenza e l’assoluzione da parte del sacerdote. Sant’Ignazio aggiunse una nuova prassi: dopo l’ascolto dei peccati, il sacerdote dedicava un certo tempo all’edificazione morale del penitente, insistendo sulla responsabilità personale e sul libero arbitrio, seguendo i parametri degli esercizi spirituali. Fu raccomandato ai religiosi di proporsi come confessori dei potenti, Imperatori, principi, papi, cardinali, ministri e banchieri. In questo modo i gesuiti potevano dedicarsi a un proselitismo elitario, che aveva effetti politici immediati e contribuiva a un cambio di mentalità guidato dall’alto.

                Questa radicale modifica dell’antico proselitismo ebbe un successo enorme, facendo del nuovo ordine religioso una grande potenza trasversale agli stati, perfino ben più ampia geograficamente dell’estensione dei paesi cattolici. La scientifica applicazione pratica del libero arbitrio e la prevalenza dell’iniziativa volontaristica nelle azioni umane diminuì, in termini teologici, l’importanza dell’onnipotenza di Dio riducendo l’intervento della volontà divina. È quindi comprensibile come ben presto l’egemonia gesuitica e l’autonomia delle sue scelte desse origine a una visione della libertà umana sempre più laica. Già un secolo dopo la fondazione della Compagnia circolavano in Occidente i primi sospetti che i gesuiti perseguissero potere e ricchezza in un senso prettamente mondano al di fuori di ogni fine spirituale.

                Con grande lucidità Sant’Ignazio aveva disegnato il piano per controllare i potenti della terra tramite la rete dei confessori gesuiti, piano che egli volle esclusivo per il solo Occidente “cristiano”. Ben diversamente, invece, aveva istituito un piano missionario di conquista del potere ‘dal basso’ per gli altri continenti.

                Il missionarismo gesuitico

                I gesuiti si comportarono in modo notevolmente differente quando rivolsero la loro opera di conversione a popolazioni scarsamente civilizzate o di alta civiltà. Per questa ragione è opportuno distinguere il loro comportamento tenuto nelle Americhe da quello in Asia.

                Essi arrivarono a occuparsi delle missioni nell’America meridionale solamente a partire dal 1609. I grandi imperi del Messico e del Perù erano già stati cristianizzati a opera dei domenicani e, soprattutto, dei francescani. Le grandi città mexika, maya e incaiche ospitavano ormai splendide cattedrali e conventi in stile plateresco, rinascimentale e barocco, e già erano stati registrati i primi casi di miracoli e visioni come quella della Vergine di Guadalupe (1531). I gesuiti, perciò, si dedicarono alla cristianizzazione dei guaraní del Paraguay11. Si trattava di popolazioni scarsamente civilizzate che abitavano intricate foreste tropicali. La Spagna garantiva a tutti i nativi pari diritti a quelli degli altri sudditi del Regno. Tuttavia in quelle zone selvagge spesso coloro che avevano ricevuto in beneficio dalla corona un territorio (encomienda, commenda) di frontiera, facendosi beffe della legge, tenevano i guaraní in uno stato di semi schiavitù come forza-lavoro.

                Per limitare lo strapotere dei commendatori (encomenderos), la Corona concesse ai gesuiti di costituire delle commende religiose, dette reducciones. Nelle reducciones, i cachiques guaraní poterono continuare ad amministrare i loro beni e la giustizia; mantennero il loro sistema ancestrale comunitario12 assieme al sistema del baratto, e la lingua ufficiale rimase il guaraní. I gesuiti rimanevano come educatori e controllori13 di quelle che divennero di fatto trentatré repubbliche appartenenti al Regno di Spagna. Certamente l’efficiente organizzazione gesuitica che si sovrapponeva a quella tribale garantì un periodo di pace e di benessere. Molti indios fuggivano dalle encomiendas per chiedere rifugio presso le reducciones, le quali erano dotate di un sistema indigeno di difesa con, in più armi da fuoco in dotazione.

                Se dal punto di vista civile la direzione dei gesuiti portò pace e prosperità14, rimase tuttavia molto discutibile la loro missione di conversione. Generalmente essi non richiedevano ai guaraní nient’altro se non che fossero battezzati. L’istruzione religiosa si basava su un tentativo di sincretismo tra alcuni aspetti del cristianesimo e della religione ancestrale. Per esempio il dio indio Pay Zumé veniva identificato a San Tommaso d’Aquino (padre Tomé). Oltre a queste bizzarre mescolanze compiute al fine di convincere i guaraní che le loro credenze tribali e il cattolicesimo fossero forme simili di una unica religione, i gesuiti si dedicarono a promuovere fiestas e processioni sincretistiche, con ostentazione di costumi ricchi e fantasiosi tipici della sacralità india15. Essi inventarono anche uno stile architettonico per le chiese che riproduceva in vasta scala le capanne del popolo guaraní con le loro decorazioni tradizionali. Ciò che più stupisce è che questo disinteresse per la sincerità della conversione dei nativi si accompagnava a una diffusione di tecniche della scienza rinascimentale. In ogni reducción era presente una tipografia; in molte di esse si fabbricavano orologi e, più tardi, cannocchiali. In questo interesse si riconosce facilmente il marchio del laicismo e dello scientismo rinascimentale.

                Il Re Giovanni III di Portogallo volle usare le sue colonie in Asia come basi per l’attività missionaria dei gesuiti. Nel 1542 Francesco Saverio sbarcò nella colonia portoghese di Goa. Francesco (Francisco de Jasso Azpilicueta Atondo y Aznares, signore di Javier) era un amico intimo e il più antico allievo di Sant’Ignazio. Pur facendo base a Goa, Francesco Saverio volle esplorare l’India meridionale per cercare di comprendere in qual modo fare breccia nella società hindū per poterne convertire i seguaci. Arrivato a Kanyā Kumārī, trovò un terreno fertile per l’azione missionaria presso i pescatori di perle (paravar)16. I gesuiti in India presero perciò a svolgere la loro attività missionaria tra le caste basse e i tribali, soprattutto in Tamilnadu e sulle coste del Malabar. A un certo momento ebbero l’illusione che si aprisse anche la possibilità di conversione di sovrani: nel 1579 l’Imperatore Akbar invitò una delegazione gesuitica presso la sua corte di Fatehpūr Sikrī. Al fine di convertire più facilmente il sovrano musulmano, dei tre delegati che la Compagnia mandò a quella corte, uno era un persiano che si era convertito al cristianesimo. Ma il Gran Mughal aveva una visione sincretistica della religione e, nella sua concezione utopica, egli voleva governare il suo paese affiancato da un consiglio di esponenti di tutte le religioni. Per più di trent’anni diversi gesuiti si alternarono alla corte di Akbar, senza riuscire a convertire nessuno.

                Nel Malabar esisteva una comunità della chiesa siriaca autocefala che si era rifugiata in India allorché la Siria era stata invasa dai musulmani. I gesuiti contribuirono a far circolare la leggenda che quella comunità fosse stata fondata dall’apostolo Tommaso17 per poterla trasformare in una sorta di testa di ponte per la conversione dell’India. La chiesa siriaca si era però adeguata a molte usanze e rituali di casta tipiche dell’induismo, su cui i gesuiti non vollero intervenire. Ciò fece scoppiare la polemica sui “riti malabarici” pe cui la Compagnia di Gesù fu accusata di sincretismo religioso da francescani, domenicani e persino dalla sede pontificia18.

                La situazione divenne più complicata quando, nel 1606, Roberto de Nobili (1557-1656) arrivò a Madurai pieno di zelo missionario. Egli, essendo di famiglia nobile, si presentò agli hindū come un rājā. Ben presto comprese che i saṃnyāsin erano la categoria più rispettata in India. Decise perciò di camuffarsi da rinunciante hindū, vestendo l’abito ocra e impugnando la canna munita di una minuscola scure, il daṇḍa, e diventando vegetariano19. Il falso daṇḍi saṃnyāsin apprese rapidamente il tamiḷ e il sanscrito tanto bene che in breve scrisse un falso Veda allo scopo di distogliere gli hindū dal loro dharma e farli convergere verso il cristianesimo20. D’altra parte questo non fu l’unico esempio di frode.

                Anche un sodale di Roberto de Nobili, fra’ Thomas Stephens, negli stessi anni aveva scritto e diffuso un Krīsta Purāṇa21 per convincere gli indiani che i loro stessi testi sacri avevano prevista la nascita di Cristo. Questi gesuiti travestiti da saṃnyāsin presenziavano ai rituali nei villaggi che visitavano, astenendosi, pare, soltanto dall’adorazione degli idoli. A loro parere i riti del sanātana dharma non avevano alcuna efficacia e rappresentavano soltanto delle cerimonie sociali; per questa ragione si sentivano autorizzati a intervenire. Da Roma il cardinale Bellarmino tuonava contro la loro partecipazione ai riti “pagani” e al conseguente sincretismo di fedi diverse. Tuttavia davanti a qualche centinaio di convertiti, provenienti da caste intoccabili o da tribù, il papa Gregorio XV finì per benedire una frode così sfacciata22.

                In seguito, le due strategie di usare il denaro per indurre alla conversione i settori più poveri, incolti e fragili della popolazione e l’assunzione fraudolenta di usi e costumi del dharma hindū per farsi accettare senza sospetti, sono diventati gli strumenti usuali del missionarismo anche non gesuitico. Ancor oggi il mimetismo, la menzogna e l’elargizione ricattatoria di denaro sono largamente usati presso le tribù e le basse caste “registrate”. Inoltre i missionari fanno circolare la voce che essi sono i guru dei cristiani, che il battesimo è la dīkṣā e che la salvezza o redenzione è il mokṣa. Aiutati dai passati governi filosovietici al fine di sradicare l’induismo dalla loro stessa terra, i missionari hanno il monopolio dell’insegnamento privato e i loro prestigiosi colleges, finanziati dallo stato, occupano vergognosamente i più lussuosi palazzi dei centri delle città23.

                Qualche nota ancora sul missionarismo in Estremo Oriente. Francesco Saverio si recò in Giappone, dove fu accolto con ospitalità orientale. Le conversioni al cattolicesimo non furono abbondanti: i pochi giapponesi che accettavano il battesimo erano mercanti che vedevano in quello una scorciatoia per commerciare con i portoghesi di Macao. I gesuiti che andarono poi in Giappone si travestirono da monaci zen, in base all’esperienza fatta in India. Tuttavia in Giappone, nel giro di una generazione, l’atteggiamento delle autorità si volse ostile.

                In Cina il tentativo di conversione di Francesco Saverio fallì. Solamente alla fine del XVI secolo la Compagnia di Gesù riprese la sua azione missionaria con fra’ Matteo Ricci. In questo caso Ricci scelse di affascinare i cinesi per mezzo delle scoperte scientifiche europee, arrivando perfino a insegnare le teorie di Galileo Galilei, condannate negli stessi anni da Roma. In questo modo il missionarismo diventò anche il canale per trasmettere in Asia la mentalità scientifica laica, avamposto della scienza positivista atea. Ricci apprese rapidamente il mandarino e partecipò agli esami imperiali diventando così un Letterato confuciano. In questa veste fece partecipare suoi gesuiti ai rituali confuciani. Questo scatenò una polemica con la sede pontificia, simile a quella che era in corso per i rituali malabarici. I gesuiti sostenevano che i rituali confuciani erano semplicemente delle cerimonie civili e laiche, perciò partecipare a essi non costituiva una incompatibilità con i riti del cattolicesimo. Tuttavia, come nel caso dei riti malabarici, la posizione dei gesuiti rivelava una scoperta malafede, dato che essi erano ben consapevoli che quei riti erano utilizzati dagli hindū e dai cinesi allo scopo di raggiungere, nell’aldilà, i cieli dei beati.

                In definitiva il missionarismo controriformista diede inizio a una grande impostura, a cui non soltanto i gesuiti si adeguarono, ma anche i francescani e gli ordini missionari successivi. Questi erano e sono impegnati più a diffondere l’idea di superiorità civile, la tecnologica ed economica dell’Occidente, sotto l’immagine amorevole di Gesù Cristo.

                Con grande ritardo, ma con maggiori supporti politici, economici e militari, anche le innumerevoli sette protestanti entrarono in concorrenza con il missionarismo cattolico24. Esse ebbero una funzione essenziale nella penetrazione capillare del colonialismo, in India soprattutto quello britannico. Al giorno d’oggi le sette protestanti nordamericane, ancor più aberranti nelle credenze, più fanatiche e irrazionali, ma ben pasciuta di dollari, stanno invadendo l’intero pianeta, sostituendosi anche alle missioni cattoliche, ormai svuotate di ogni significato a causa della morte di tale forma religiose.

                Maria Chiara de’ Fenzi


                1. Ricordiamo che per l’essoterismo delle religioni monoteistiche la salvezza consiste semplicemente nella conservazione postuma della propria individualità nei cieli (svarga) e nell’evitare la caduta negli inferni (naraka). I mezzi per ottenere tali destini sono i doveri rituali religiosi obbligatori, identici per tutti i fedeli. Per quello che riguarda il periodo rinascimentale di cui ci stiamo occupando, non possiamo tenere in considerazione i destini postumi concepiti dalle organizzazioni iniziatiche cattoliche, essendo queste o scomparse o in stato larvale e, perciò, del tutto assenti come protagoniste della vita religiosa. A maggior ragione la salvezza non può essere confusa con il mokṣa del sanātana dharma, come troppo superficialmente fanno alcuni autori indiani ammiratori del cristianesimo.[↩]
                2. È quanto viene sottinteso oggi dall’acronimo WASP (white anglo-saxon protestants) di cui si gloriano alcune masse culturalmente depresse dell’emisfero settentrionale. Non è infatti comprensibile motivo d’orgoglio l’essere nati in un ambiente eretico, barbaro e, oltre a tutto, non sono nemmeno realmente bianchi. Infatti essi legalmente si definiscono “caucasici”, termine politically correct che include le diverse popolazioni del nord, sud, est e ovest dell’Europa, il medioriente e il nord Africa.[↩]
                3. Questa è una ulteriore prova del ravvicinamento delle sette protestanti al giudaismo. Anche l’islam, in perfetta armonia con la mentalità semitica, partecipa alle medesime credenze.[↩]
                4. Naturalmente la conciliazione tra i due punti di vista opposti è impossibile in quanto la questione è semplicemente mal posta. Solamente la dottrina del karma, considerata però da un punto di vista advitīya, è in grado di darne una perfetta soluzione. Anzitutto Brahman non è né prima dopo il tempo, perché è perfettamente eterno e fuori da quella condizione. In secondo luogo, il concetto di un Dio personale dotato di proprietà antropomorfiche, quali la volontà e la conoscenza degli avvenimenti contingenti, e il fatto di essere creatore, è considerato una proiezione dell’ignoranza. In terzo luogo l’individuo è l’unico agente (kartṛ) del suo destino finché permane coinvolto nell’illusione del saṃsāra. In questo modo, per mezzo della realizzazione del proprio Sé non duale, si annullano tutte le aporie in cui si dibatte la teologia cristiana.[↩]
                5. Persino S. Tommaso d’Aquino, seguendo su questo argomento il pensiero ondivago di Aristotele, talora pare dare maggior peso alla prescienza divina e talaltra alla libera volontà dell’individuo. L’unica posizione perfettamente equilibrata fu esposta da Dante Alighieri in Purgatorio (XVI.52-81); tuttavia si tratta pur sempre di una prospettiva iniziatica in un contesto teologico.[↩]
                6. Fredrik Brosché, Luther on Predestination: The Antinomy and the Unity Between Love and Wrath in Luther’s Concept of God, Charlottesville, University of Virginia, 1978.[↩]
                7. Le severe regole ascetiche e pauperistiche che Ignazio si era imposto per decenni furono accantonate, al fine di rendere potente e influente il nuovo ordine. Infatti in breve tempo il suo ordine religioso, divenne il più ricco e potente della cristianità. I gesuiti e i teatini (ordine fondato dallo stesso Paolo III) così si costituirono in ‘ordini religiosi’, distinguendosi non soltanto dagli antichi ‘ordini monastici’, ma anche dagli ‘ordini mendicanti’ del tardo medioevo, quali i francescani e i domenicani.[↩]
                8. Il meditante non aveva sperimentato realmente gli episodi evangelici, perciò la loro ricostruzione scenografica dipendeva più dalle inclinazioni personali della propria fantasia (sskrt. vikalpa), piuttosto che dall’immaginazione (sskrt. kalpita). Per esempio, chiunque può immaginare oggi quello che avverrà domani nella sua casa che conosce nei dettagli: sebbene non possa prevedere gli imprevisti degli accadimenti futuri, l’ambientazione immaginata sarà del tutto plausibile. Invece, pur conoscendo gli avvenimenti narrati nei Vangeli, la loro ambientazione sarà frutto non di immaginazione, ma di fantasia creativa senza fondamento reale.[↩]
                9. René Fülöp-Miller, Il segreto della potenza dei Gesuiti, Milano, A.Mondadori ed., 1931, pp. 21-23; 95-144.[↩]
                10. Questa caratteristica comportò anche una serie di attività di utilità sociale. Anche gli ordini mendicanti avevano sviluppato una serie di iniziative a favore dei poveri. I gesuiti, e gli ordini religiosi che furono fondati in seguito, giunsero a specializzare diversi rami della loro organizzazione al recupero delle prostitute, all’istruzione professionale dei trovatelli, all’assistenza infermieristica negli ospedali, al servizio ai carcerati. Tutto ciò ha ben poco a che fare con la religione, trattandosi di settori che riguardano l’organizzazione sociale degli stati: al massimo il singolo privato può sostenere queste attività attraverso tutto ciò che è compreso nel termine di carità. Tuttavia, nel cattolicesimo post controriformista si è operata una vera distorsione mentale che considera l’organizzazione delle attività di utilità sociale come una punta avanzata della religiosità.[↩]
                11. Quest’area allora era molto più vasta dell’attuale stato del Paraguay, e comprendeva parte della Bolivia, la parte meridionale del Brasile, Uruguay e Paraguay e parte dell’Argentina.[↩]
                12. Autori luterani come Eberhard Gothein (Lo Stato cristiano-sociale dei Gesuiti nel Paraguay, Firenze, la Nuova Italia, 1987) interpretarono in senso collettivistico marxiano quella che è la struttura economica tipica delle società tribali.[↩]
                13. Generalmente i religiosi non furono più di 2-3 per encomienda, ciascuna delle quali contava da cinque a quindicimila indios. In totale i guaraní delle encomiendas superarono di poco il numero di centocinquanta mila.[↩]
                14. In Spagna, con il cambio di dinastia e l’avvento dei Borbone, cominciò a spirare un vento illuminista antireligioso. Fu così che Carlo III espulse dai suoi domini la Compagnia. In pochi anni il lavoro dei gesuiti andò in fumo. Le reducciones furono invase e annesse alle encomiendas gestite dalla nuova borghesia sudamericana fuori dal controllo di Madrid. I guaraní si rifugiarono nelle foreste dove rapidamente degenerarono a uno stadio selvatico che ancor oggi si mantiene. Grazie all’illuminismo e alla mentalità borghese, l’America meridionale entrò in quello stato di caos in cui continua a dibattersi ancor oggi. Raccolti gli echi della Rivoluzione Francese, quegli ispanici scopersero il nazionalismo e si staccarono progressivamente dalla madre Patria, con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti.[↩]
                15. Leopoldo Lugones, El Imperio Jesuitico, Buenos Aires, Hyspamérica Ed. Argentina, 1985, pp. 135-138.[↩]
                16. Le conversioni furono agevolate dalle elargizioni di denaro che i gesuiti impiegavano per ingraziarsi le caste più depresse economicamente. Giuseppe Massei, Vita di S. Francesco Saverio della compagnia di Gesù apostolo dell’Indie, Venezia, ed. Francesco Andreola, 1818, p. 131.[↩]
                17. Per la verità tutte le fonti più antiche assegnavano a San Tommaso l’evangelizzazione dei Parti. I primi ad attribuirgli la missione in India furono Rufino e San Girolamo, ma in tutta evidenza si trattava dell’Abissinia. La confusione dell’India con l’Abissinia continuò fino al rinascimento. Rosa Conte, “L’evangelizzazione dell’India: quale India?”, Napoli, Orientalia Parthenopea III, 2006, pp. 27-51.[↩]
                18. Per la verità i papi che si succedettero espressero opinioni divergenti a causa della partigianeria delle informazioni ricevute pro o contro i “riti malabarici”. La condanna definitiva fu dichiarata nel 1744, alla vigilia della soppressione dell’ordine gesuitico. William V. Bangert, Storia della Compagnia di Gesù, Marietti, Genova, 1990.[↩]
                19. Non essendo del tutto al corrente delle regole castali, egli però indossava anche il cordone castale (yajñopavīta) della casta kṣatriya, al cui nodo aveva appeso un crocefisso![↩]
                20. Pierre Dahmen, Robert de Nobili S.J.: ein Beitrag zur Geschichte der Missionsmethode und der Indologie, Münster, Aschendorff, 1924. In seguito, per far scomparire traccia di questa clamorosa mistificazione, i gesuiti dell’India fecero scomparire ogni copia del falso Veda; dichiararono così che si trattava di una calunnia degli hindū per ostacolare la loro opera missionaria. Nell’appendice A, intitolata “Robert de Nobili, The Jesuit Missionary”, del libro di Brahm Datt Bharti, Max Muller: A Lifelong Masquerade, New Delhi, Erabooks, 1992, pp. 222-244, si può trovare l’intera documentazione che prova il disonesto depistaggio operato dai gesuiti per coprire la vergognosa frode di Nobili.[↩]
                21. Joseph L. Saldanh (ed. by), The Christian Puranna, of Father Thomas Stephens, Mangalore, Bolar, 1907.[↩]
                22. William V. Bangert, cit.[↩]
                23. Anche le madāris islamiche usufruiscono, come le scuole cristiane, di abbondanti finanziamenti statali, perciò pagati soprattutto con le imposte della maggioranza hindū. Al contrario, il governo considera che la scuola pubblica laica, che anche in India non rappresenta certo l’eccellenza, è l’istituzione educativa per studenti hindū. Perciò le scuole per hindū non soltanto non ricevono sussidi, ma semplicemente non esistono.[↩]
                24. Richard D. N. Dickinson, The Christian College in Developing India, Oxford, Oxford University Press, 1971.[↩]

                59. Il Missionarismo – I

                  59. Il Missionarismo – I

                  Prima di affrontare questo argomento spinoso, è necessario compiere una rettifica nell’uso dei termini. Al giorno d’oggi presso tutte le lingue occidentali, la parola di origine greca ‘proselitismo’ ha assunto un deciso tono negativo: con esso si intende quell’opera di zelo propagandistico per acquistare nuovi seguaci con sottile persuasione, con astuzia e con inganno. Lo scopo del ‘proselitismo’, secondo questa interpretazione del termine, è quello di aumentare il numero di ‘proseliti’, in modo da compattare una massa che con il suo peso numerico possa sconvolgere o rovesciare una situazione non esclusivamente religiosa, ma anche politica, sociale, economica ed etnica. Quindi il proselitismo è sottilmente collegato all’idea di eversione o, addirittura, si sovversione1. In realtà, almeno in origine, il significato genuino di ‘proselitismo’ corrispose a qualcosa di perfettamente lecito e perfino benefico. La parola deriva da ‘proselito’ (Gr.: προσήλυτος, leggi prosèlütos), che significa ‘nuovo venuto’, del tutto sovrapponibile al senso di ‘neofita’ (nuovo germoglio). Proselitismo, dunque, significa esporre un pensiero in modo da permettere ad altri di valutarne la giustezza ed, eventualmente, approvarlo e condividerlo. Poiché solitamente è applicato all’ambito del cristianesimo, vediamo come è descritto il proselitismo nei Vangeli e in qual senso esso sia stato indicato quale attività apostolica:

                  Non andate per la via dei Gentili e non entrate in nessuna città dei Samaritani: ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele2. E mentre andate, predicate, dicendo: “Il regno dei cieli è vicino”. Guarite i malati, purificate i lebbrosi, risuscitate i morti, scacciate i demoni: gratuitamente avete ricevuto, liberamente date. Non mettete nelle vostre borse né oro né argento né rame né denaro per il viaggio né due vestiti né due mantelli né scarpe né bastoni; perché chi lavora merita di guadagnarci il cibo3. E in qualunque città o paese voi entrerete, domandate chi in essa è persona degna; e restate lì finché non ve ne andrete. E quando entrate in una casa, salutatela. E se la casa è degna, la vostra pace sia su di essa; ma se non è degna, la vostra pace ritorni a voi. E di chiunque non vi accoglierà e non ascolterà le vostre parole, quando uscirete dalla sua casa o città, scuotete la polvere dei vostri piedi4. (S. Matteo, X.5-14)

                  Come si può vedere, il proselitismo era allora attività non soltanto lecita, ma benefica5. Infatti il proselito doveva poter aderire al nuovo messaggio in tutta libertà6. Ciò è avvenuto presso tutte le tradizioni. In India, per esempio, tramite i suoi paṇḍita, guru e ācārya si esposero pubblicamente le diverse dottrine in occasione dei pellegrinaggi (yatra), in sfide pubbliche tra esponenti di correnti diverse (ānsīkṣikīm) o presso le corti regali (rājādhiṣṭhānam). Così si diffusero il sanātana dharma e le diverse correnti del buddhismo rispettivamente nel sudest asiatico e in estremo oriente.

                  Nel tempo la parola ‘proselitismo’ assunse progressivamente una tonalità negativa; degenerò infine nel missionarismo a seguito dell’invenzione protestantica della propaganda. A quest’ultima si aggiunsero in seguito il convincimento di massa di matrice marxista, che divide l’umanità in oppressori e oppressi facendo leva sui sentimenti elementari d’invidia e di rivalsa, e infine, con la nascita della psichiatria, le tecniche di suggestione collettiva e le pratiche di lavaggio del cervello per mezzo di strumenti tecnologici.

                  Un altro termine è stato usato per riferirsi alla medesima prassi di proselitismo, ma che comunemente ne è considerato come l’aspetto virtuoso, la facciata buona, il riflesso positivo: il missionarismo. La parola deriva dal latino mittere, inviare, e in origine si collegava all’idea di un’ambasceria. Tuttavia, nella prassi, ‘missionario’ ha assunto un significato ben diverso. Il missionario è inviato da una organizzazione religiosa cristiana7 allo scopo non di esporre la verità, ma di convincere a convertirsi, usando tutti gli strumenti leciti e illeciti. Il fine è quello di spingere le persone ad abbandonare con vergogna la propria tradizione d’origine, definita superstiziosa e arretrata, ispirando complessi d’inferiorità. E ‘missione’, lungi dal significare più un incarico di rappresentanza in qualche modo temporaneo, ha preso la forma di una infiltrazione permanente e destabilizzante presso le civiltà in cui pianta radici. Eppure, nella fantasia popolare, è stata fatta circolare la convinzione che il missionario sia persona che generosamente si sacrifica per il benessere spirituale, morale, economico e sociale delle popolazioni meno fortunate, che non godono di altrettanto benessere per colpa della loro ‘religione primitiva’ o ‘superstizione pagana’8. In parte può essere vero che il singolo missionario sia anche persona altruista: “l’inferno è lastricato di buone intenzioni”, dice la saggezza popolare. Ma egli è una rotella di un meccanismo perverso creato per l’espansione planetaria del cristianesimo. O, per meglio dire, della civiltà atea, del cancro che ha metastatizzato l’intero globo, che usa il cristianesimo come cavallo di Troia.

                  Il proselitismo alle persone ‘degne’ fu la forma tradizionale di predicazione cristiana dalle origini fin tutto il medioevo9. Esso consisteva nell’esporre la novità del pensiero cristiano ai sovrani e alle classi dominanti, conquistandoli con l’elevatezza del pensiero, con la nobiltà del sentimento e con l’esempio di una condotta ineccepibile, giusta e mite. La conversione del sovrano o della oligarchia comportava, in tempi più o meno lunghi, l’accettazione della nuova religione anche da parte dei sudditi10.

                  Accanto a questo proselitismo delle élites11, il cristianesimo delle origini si dedicò parallelamente al convincimento della plebe. Predicando l’umiltà, richiedendo ‘giustizia sociale’ e il rigetto dell’antica religione pagana, questa forma strisciante di proselitismo si insinuò nella società civile romana denigrando l’antica religione e minando l’autorità dello stato. In questa forma di proselitismo dal basso, eversivo dell’ordine imperiale, si può riconoscere l’origine prima del missionarismo come poi si manifestò a partire dal Rinascimento e che si diffuse con il colonialismo. Questa attività, di fatto rivoluzionaria, che negava il diritto divino delle istituzioni romane e, in primis dell’Imperatore, fu la causa delle persecuzioni che lo stato scatenò contro i cristiani12.

                  Il proselitismo tramite ‘persone degne’ ebbe successo: per decisione del monarca, avvennero la cristianizzazione del Regno di Edessa (201 d.C.), del Regno d’Armenia (301), del Regno di Georgia (326), dell’Impero Etiope (330). Naturalmente l’imposizione del cristianesimo13 quale religione ufficiale dell’Impero Romano non può essere annoverata tra le libere scelte di conversione di un sovrano, come quelle enumerate in precedenza. Fu il risultato di una logorante infiltrazione nei gangli dello stato di convertiti sleali che, anzi, operavano per distruggerlo dall’interno. Ciò indebolì l’Impero lasciandolo senza difesa davanti alla minaccia delle invasioni barbariche.

                  Invece tra i popoli barbari, germani e celti delle isole (irlandesi e scozzesi), prima della caduta dell’Impero, e dopo, nel medioevo, tra gli angli e sassoni, ungari e slavi, la conversione al cristianesimo fu sempre determinata dalla scelta del sovrano o dall’oligarchia. L’ultimo episodio ben noto di questa forma di proselitismo dall’alto fu il vano tentativo di San Francesco d’Assisi nel 1219 di convertire il sultano Malik al-Kamil e con lui tutto l’Egitto14.

                  Alla fine del medioevo, il proselitismo cattolico fu di fatto esercitato proprio dagli ordini mendicanti, Francescani e Domenicani. Così nel 1245 papa Innocenzo IV inviò il francescano Giovanni da Pian del Carpine alla capitale dei Mongoli, Karakoram, per invitare Güyük Khan, successore di Gengis Khan, a convertirsi assieme al suo popolo15. Il Khan declinò la richiesta, ma trattò con rispetto il frate e gli consentì di ripartire con doni per il papa. Nel 1294 un altro francescano, Giovanni da Montecorvino, si stabilì come primo arcivescovo a Pechino presso la corte dell’Imperatore Timur con il permesso di predicazione. Anche in questo caso l’Imperatore mongolo della Cina rifiutò di convertirsi assieme ai suoi sudditi. Tuttavia un vassallo, il principe di Tenduk, si fece battezzare con il nome di Giorgio e tutto il suo popolo ne seguì l’esempio16.

                  Sarà utile soffermarsi un po’ sulla predicazione del cattolicesimo nelle Americhe, soprattutto in favore dei nostri lettori indiani. Infatti, tutto quello che essi sanno su questo argomento proviene esclusivamente dalla colossale falsificazione inglese della storia che i protestanti hanno compiuto e continuano a compiere in perfetta malafede, e a cui sono stati condizionati dalla colonizzazione britannica del loro Paese. Il fatto, poi, che gli indios americani siano stati colonizzati dalla Spagna e dal Portogallo come l’India dalla Gran Bretagna, fa scattare nei nostri lettori indiani un malinteso senso di solidarietà ‘terzomondista’. Infine, quarant’anni di subordinazione politica e culturale dell’India del Congresso all’Unione Sovietica ha istillato anche presso gli ambienti tradizionali hindū la miserabile ideologia che vuole l’umanità intera divisa in oppressori e oppressi; e, anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’ecologismo, il globalismo e la predicazione del ‘meticciamento’, sotto la cui mascheratura l’internazionale comunista sta imponendo la sua nuova dittatura mondiale, continuano a diffondere i veleni della ‘teologia della liberazione’17, del ‘riscatto’ delle minoranze, della distruzione delle tradizioni religiose o dharmiche. Sarà bene che questi nostri amici indiani riflettano attentamente sulle righe che seguono.

                  Nel 1492, la definitiva riconquista dei territori occupati dai musulmani pose il Regno di Spagna di fronte a un nuovo pericolo interno. Da diversi decenni molti ebrei, avvalendosi della possibilità di simulazione permessa dal Talmud, finsero di convertirsi al cattolicesimo. Poiché agli ebrei era stata demandata la gestione dell’usura e delle banche, la loro situazione di censo era generalmente opulenta. Convertendosi, poterono accedere alle più alte cariche dei due regni di Castiglia e di Aragona, della gerarchia ecclesiastica, nonché imparentarsi con le più prestigiose famiglie dell’aristocrazia. Di fatto, poi, essi continuavano a praticare la loro religione in segreto, facevano lobby in favore della loro comunità, traendo benefici dalla loro duplice condizione. Questa situazione aveva provocato numerose sollevazioni popolari contro questi nuovi privilegiati.

                  Fu così che i Re Cattolici diedero un ultimatum agli ebrei di Spagna. O si convertivano sinceramente, sottoponendosi volontariamente a controlli o sarebbero stati espulsi dai territori della corona. Dei circa 180.000 ebrei, tre quarti decisero di espatriare, vendendo i beni immobili e portando con sé quelli mobili. Circa 50.000 di essi preferirono convertirsi e accettare i controlli pur di non svendere i beni immobili agli immancabili sciacalli che se ne stavano approfittando18. È certo che ben pochi furono coloro che si convertirono davvero, avvalendosi dell’arte della simulazione19. C’è tutta una letteratura che illustra i diversi trucchi ed espedienti da loro usati per ingannare i controlli.

                  Lo stesso problema riguardava l’assimilazione di sudditi spagnoli di fede islamica20. I musulmani che rimasero sotto i nuovi sovrani erano in massima parte di origine iberico-latina e visigota, cristiani che erano stati obbligati a convertirsi alla religione islamica, i cosiddetti mulades. Costoro, per decreto contemporaneo a quello dell’espulsione degli ebrei, furono obbligati a riconvertirsi al cattolicesimo. Con un comportamento del tutto simile a quello degli ebrei, essi simularono la conversione, accettando di farsi battezzare. Rimasero però fedeli all’islam nel privato, rifacendosi al principio della taqiyyah, ossia alla simulazione della propria intima credenza. Questi cripto-musulmani, definiti moriscos, assunsero un comportamento opposto a quello dei marranos: preferivano, infatti, isolarsi in comunità rurali onde evitare i controlli regi, pronti al sabotaggio, al brigantaggio, alla ribellione21 e a fare da testa di ponte a pirati e cacciatori di schiavi nordafricani e turchi. Ben presto la monarchia, la chiesa e il popolo cristiano impararono a diffidare dei falsi convertiti cripto-ebrei e cripto-musulmani22.

                  Questi antefatti devono essere ben compresi se si vuole avere una idea equilibrata sui modi dell’espansione del cattolicesimo nell’ibero-America, soprattutto nella conquista di due grandi imperi quali quello Mexika-Atzeco del Messico e quello incaico nell’America meridionale. In entrambi i casi la tendenza dei conquistadores fu quella di convertire i rispettivi Imperatori alla religione cristiana. Se in seguito vi fu violenza nei loro confronti, ciò accadde per l’atteggiamento inizialmente incline alla conversione dei sovrani: entrambi Moctezuma II, per i Mexika, e Atahualpa Inca, dopo un’iniziale accettazione, diedero prova di voler ritornare sui loro passi. Ciò convinse gli spagnoli che gli Imperatori indios si stavano comportando ipocritamente, come facevano i marranos e i moriscos in Spagna. Hernán Cortés fece arrestare Moctezuma, che più tardi fu ucciso da una freccia azteca.

                  Anche Francisco Pizarro, in Perù fece arrestare Atahualpa che, per alcuni gesti considerati sacrileghi per la religione cattolica, fu poi condannato a morte. Tuttavia i difensori dei poveri oppressi indios, facilmente manipolati dalla propaganda protestante, non si capacitano di come poche centinaia di spagnoli ebbero la meglio sulle centinaia di migliaia di soldati degli eserciti Mexika o Inca. Per quel che riguarda il Messico, l’Impero azteco aveva assoggettato molti regni di antica civiltà, istituendo un regime di assoluto terrore in tutta l’America centrale. Annualmente, nella sola città di Mexico erano sacrificate più di ventimila vittime umane scelte tra i popoli asserviti23. Le loro carni erano poi distribuite ai mexika perché se ne cibassero24. Molti si stupiscono per la facile vittoria sugli aztechi di soli settecento spagnoli tra cui tredici archibugieri e sedici cavalieri. Costoro deliberatamente dimenticano che più di duecentomila guerrieri delle popolazioni vittime si erano uniti a loro in una vera guerra di liberazione dall’incubo dei sacrifici umani e del cannibalismo25.

                  Lo stesso dicasi per l’avventura di Francisco Pizarro in Perù che conquistò l’Impero incaico di recente formazione con solo duecentocinquanta fanti e venti cavalieri. Anche in questo caso egli trovò numerose popolazioni sottomesse da poco all’Inca che lo considerarono un liberatore, affiancando i suoi scarsi effettivi con decine di migliaia di guerrieri. Oltre a tutto l’Imperatore Atahualpa era impegnato in una guerra civile contro suo fratello Huáscar, che contribuì grandemente allo sgretolarsi dell’impero andino26. A questi avvenimenti non seguì alcun genocidio di massa come vuole la ‘Leyenda negra’, anzi: come Cortés si era sposato con una figlia dell’imperatore mexika, Isabella de Moctezuma, dando origine alla dinastia Cortés Moctezuma, così Francisco Pizarro si unì alla principessa inca Inés Huaylas, sorella di Atahualpa. Ebbe così inizio la famiglia dei marchesi Pizarro Yupanqui27. Anche l’Inca Garcilaso conte de la Vega, celebre storico e aristocratico spagnolo, fu un nipote del penultimo Imperatore Inca Huayna Cápac. Il visconte Juan Cano Moctezuma era figlio di Juan Cano de Saavedra e di Isabel di Moctezuma. Egli si sposò con la duchessa Elvira di Toledo, appartenente alla seconda famiglia di Grandi di Spagna per nobiltà. Ebbe così inizio la casata dei duchi di Toledo Moctezuma28.

                  Se lo storico è in buona fede e ha il coraggio di contraddire le menzogne della storiografia anglosassone, potrà scoprire che questa non fu l’eccezione, ma la regola a qualsiasi livello sociale nell’intero Regno di Spagna29. Se prendiamo come esempio la situazione attuale della composizione etnica del Messico, il 60% è rappresentato da meticci, il 25% da indios, il 10% da discendenti degli spagnoli e il 5% discendenti da altre popolazioni europee. Nel Perù le percentuali sono le seguenti: 45% indios, 35% meticci, 8% discendenti di spagnoli, 7% discendenti da altre popolazioni europee, 3% cinesi, mulatti, zambo, africani ecc.

                  Negli Stati Uniti le percentuali sono come segue: i bianchi sono l’80%, i negri il 12,3%, gli amerindi lo 0,8%, gli oriundi dall’Asia il 3,9% e dalla colonia hawaiana il 3%30. Sarà opportuno che i nostri amici che ci leggono dall’India riflettano su questi dati e correggano le false informazioni che hanno ricevuto dai loro ex-colonizzatori.

                  In tutta l’epopea della conquista spagnola dell’America centrale e meridionale e della prima azione di proselitismo cattolico, francescani e domenicani ebbero una funzione determinante. In particolare vi furono generosi personaggi, come fra’ Bartolomé de Las Casas31, che si prodigarono per evitare gli immancabili abusi di potere e le ingiustizie che spesso erano perpetrate a causa delle distanze dalla corte di Madrid. Abusi, peraltro prontamente puniti dalla Corona32. Ciò che si deve sapere è che gli originari abitanti godevano della piena cittadinanza spagnola con tutti i diritti annessi e che avevano la garanzia della conservazione dei beni privati che avevano posseduto prima della conquista.

                  Tuttavia, con la Controriforma comparve il nuovo fenomeno del missionarismo, forma degenerata del proselitismo in uso durante l’età eroica dei conquistadores33.

                  Maria Chiara de’ Fenzi


                  1. Per questa ragione, dopo la controriforma, i cattolici preferirono chiamare la loro predicazione ‘apostolato’, assegnando ai protestanti il termine ormai spregiativo di ‘proselitismo’. Giovanni Perrone, L’apostolato cattolico e il proselitismo protestante, Genova, D.G. Roddi ed., 1862.[↩]
                  2. L’istruzione di Gesù agli apostoli indica come destinatari della predicazione esclusivamente gli ebrei della diaspora; e fra questi le persone degne, ovvero i capi religiosi e i responsabili delle comunità qualificati. Fu con la riforma di San Paolo che la predicazione si estese anche ai gentili. In tal caso con ‘degna’ s’intendeva la persona dotata di una qualche dignità. Non per nulla San Paolo, cittadino romano, a Roma si era rivolto all’ambiente di corte e alle famiglie senatoriali. Tuttavia la modalità della predicazione era rimasta inalterata: chi non riconosceva la verità del messaggio evangelico non doveva più essere considerato ‘degno’.[↩]
                  3. Vale a dire che coloro che avessero accolto l’Evangelo, avrebbero provveduto al sostentamento degli apostoli.[↩]
                  4. Gli ebrei consideravano che solo la loro patria fosse terra consacrata. Perciò, ritornando da un viaggio nel paese dei gentili, essi si scuotevano dai loro calzari la polvere della terra profana. Questa usanza era stata ereditata dai cristiani, che però non la interpretavano nel senso limitato del legalismo religioso. Essi consideravano impura la polvere del suolo di coloro che, dopo aver ascoltato la verità, la rifiutavano.[↩]
                  5. Si deve ricordare che nel I-II secolo d.C. la predicazione del cristianesimo comprendeva anche i misteri divini dell’iniziazione e non solamente l’esposizione della dottrina generale alla portata a tutti. Fu grazie a quest’opera di proselitismo che i popoli tedeschi, scandinavi anglosassoni e celtici delle isole si latinizzarono e uscirono per alcuni secoli dalla loro barbarie d’origine.[↩]
                  6. Ciò escludeva qualsiasi proselitismo che portasse a una conversione forzosa sotto la minaccia della spada, come accade nelle altre forme religiose semitiche. Non si deve dimenticare, tuttavia, che il cristianesimo delle origini era una dottrina e una prassi iniziatica; nemmeno presso le vie iniziatiche degli altri monoteismi è concepibile una adesione coatta.[↩]
                  7. In questo il cattolicesimo può vantare una ben triste primazia rispetto alle ‘confessioni’ protestantiche. Queste ultime sono arrivate in ritardo, rese fragili dalla loro frammentazione e reciproca concorrenza ‘liberale’, anche se, in seguito hanno recuperato il terreno perduto. È doveroso però precisare che le innumerevoli fazioni protestantiche non sono affatto religioni, essendo sprovviste di qualsiasi tipo di trasmissione sacerdotale e, tanto meno, iniziatica; di conseguenza sono prive di riti atti a poter operare in vista della salvezza, riducendosi a una morale comportamentale mondana. Lo stesso dicasi del cattolicesimo, che clamorosamente si è suicidato nel corso del XX secolo, tanto da non conservare di religioso nemmeno più la parvenza. Al contrario, le chiese autocefale orientali, ortodosse, copte, assire d’oriente e altre che hanno mantenuto un assetto tradizionale cristiano e che ancora conservano un legato iniziatico, non a caso, sono prive dell’anomalia missionaria.[↩]
                  8. Il termine religione è usato qui per omologare altre forme tradizionali ai parametri della religione cristiana, in modo da avere almeno un terreno comune. Invece ‘cultura’ indica l’insieme di arti, scienze, strutture sociali, regole di comportamento e altro ancora, tipici di raggruppamenti etnici non progrediti. Infatti, in quest’ottica, solamente il cristianesimo è provvisto di civiltà. Non a caso questa parola durante l’illuminismo ha assunto un senso moderno per definire ciò che è ‘civile’ e non ‘religioso’. La verità si trova esattamente all’opposto. Infatti il cristianesimo, come anche i suoi congeneri semitici ebraismo e islam, è una religione, e come tale è ben diversa dal concetto di dharma o di tsung chiao (宗教) estremo orientale. In queste due diverse forme orientali l’intenzione ritualistica è rivolta al benessere di tutto l’ordine cosmico, compresi gli oggetti insenzienti (jaḍa), gli esseri senzienti, le piante, gli animali, gli esseri sottili e gli Dei. Quanto al cristianesimo, ha sviluppato una civiltà che non è se non parzialmente religiosa, mentre tra dharma, ordine cosmico e civiltà non intercorre alcuna distinzione. Tralasciamo qui di trattare della ‘cultura’ sia che con essa s’intenda il significato ideologico spregiativo in uso nell’antropologia culturale sia che s’intenda con esso l’erudizione scolare e autodidattica profana.[↩]
                  9. Nell’alto medioevo questa missione di proselitismo fu operata dai monaci culdei anche a livello iniziatico. Nuccio D’Anna, Il cristianesimo celtico. I pellegrini della luce, Alessandria, Ed. dell’Orso, 2010.[↩]
                  10. Questa fu anche la forma con la quale il sanātana dharma, per nulla propenso al proselitismo, si diffuse pacificamente nell’Asia meridionale, in Indocina e nell’Insulindia, già dai secoli precedenti l’era volgare. Ciò è dimostrato dai numerosi rājā e mahārājā presenti in quella vasta area prima dell’invasione islamica e definitivamente detronizzati poi dal colonialismo britannico e olandese. Nel Laos, invece, la monarchia fu soppressa dalla rivoluzione comunista armata al servizio del colonialismo sovietico. Di tutti questi paesi rimangono solamente le monarchie buddhiste-hindū di Cambogia e Thailandia. Da parte sua il bauddha dharma, che invece ha una forte componente proselitistica, convertì i sovrani del Tibet e dei grandi Imperi dell’Estremo Oriente. Tra questi sopravvive il solo Impero nipponico, essendo stati gli altri Imperi sovvertiti dal colonialismo sovietico e cinocomunista.[↩]
                  11. Ricordiamo a questo proposito la predicazione di San Paolo all’Areopago. In origine questa assemblea rappresentava il senato degli eupatridi, gli antichi nobili. Nonostante l’invadenza delle classi mercantili e l’abrogazione della monarchia dovute alla progressiva democratizzazione, rimase sempre l’alta corte controllata dagli aristocrati.[↩]
                  12. La stessa insubordinazione all’autorità statale era fatta propria anche dagli ebrei mosaici che, per questa ragione, durante le persecuzioni, i romani non distinguevano dai cristiani. L’esclusivismo è congenito nelle religioni semitiche: sta di fatto che dopo il riconoscimento del cristianesimo come religione ufficiale dello stato da parte dell’Imperatore Teodosio (380), i cristiani, arrivati al potere, si vendicarono pesantemente. Da allora i seguaci dell’antica tradizione, sprezzantemente definita ‘pagana’ (rustica, rozza, villana), furono oggetto di una continua persecuzione. Sta di fatto che, a partire dall’inizio del medioevo, il paganesimo scomparve completamente come religione, rituale e mitologia, lasciando dietro di sé solamente residui di pratiche magiche o superstiziose. Tuttavia molte componenti iniziatiche sopravvissero all’interno delle iniziazioni cristiane cavalleresche o di mestiere.[↩]
                  13. In tempi così antichi la conversione al cristianesimo romano, a quello greco o alle forme meno ortodosse dell’arianesimo, del monofisismo o del nestorianesimo non faceva una grande differenza. Le differenze cominciarono a diventare sempre più dogmatiche solo dopo i Concili di Nicea (325), Efeso (431), Calcedonia (451) e il Secondo di Costantinopoli (553).[↩]
                  14. Certamente il sultano accolse il ‘poverello’ prendendolo per un faqīr, per un sufi cristiano. Le argomentazioni del frate non convinsero Malik al-Kamil, che era un dotto iniziato al sufismo e conoscitore di Ibn ‘Arabi. Il fatto che il sultano lasciasse andare liberamente San Francesco, nonostante che fosse in corso la quinta crociata, fu solo una dimostrazione di magnanimità. Ben diversamente si svolse, dieci anni dopo, il colloquio alla pari tra Malik al-Kamil e Federico II in cui, oltre alla contingenza politica, i due sovrani trattarono temi di ordine spirituale, con reciproca soddisfazione. Tale convergenza non si ripeté nel dialogo epistolare con il re almohade ‘Abd al-Wahid ar-Rashid. Messo in difficoltà dall’esposizione della dottrina federiciana sull’eternità del mondo, il sultano consultò il controverso sufi andaluso Ibn Sa’bin al-Mursi, il quale rispose sostenendo con irritante supponenza la superiorità della concezione creazionistica. L’Imperatore non rimase affatto soddisfatto da quello scambio epistolare. Karla Mallette, The Kingdom of Sicily, 1100-1250; A Literary History, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2005, pp. 58-63.[↩]
                  15. In second’ordine il papa invitava il Gran Khan a stringere un’alleanza contro la minaccia islamica.[↩]
                  16. AA.VV., I francescani e la Cina. 800 anni di storia, Assisi, Ed. Porziuncola, 2001.[↩]
                  17. Vogliamo ricordare che questa repellente ideologia non solamente ha istigato il terrorismo in quasi tutte le repubbliche del centro e sud America contro i ‘padroni’, ma anche in Africa e in Asia. Lo stesso problema naxalita in India è il frutto naturale di questo processo di putrefazione del cattolicesimo, dilagante con il valido appoggio del maoismo.[↩]
                  18. Per la verità, prima dello scadere del XV secolo, più di un terzo degli espatriati ritornò nei domini spagnoli, dato che, eccetto l’Olanda, Venezia e l’Impero ottomano, in nessun altro paese d’Europa gli ebrei avevano accesso.[↩]
                  19. I pochi convertiti sinceri erano definiti conversos, mentre coloro che si mimetizzavano tra i cattolici furono detti marranos.[↩]
                  20. Quando Granada si arrese ai Re Cattolici, nel suo territorio non viveva più alcun ebreo, mentre i cristiani mozarabes, cioè sudditi del regno musulmano, erano ridotti a un numero del tutto trascurabile, a dimostrazione della mistificazione del mito della convivenza edenica delle tre religioni in el-Andalus. I moros, di origine araba e berbera, che preferirono seguire Boabdil nell’esilio africano, lasciarono un regno di Granada quasi disabitato, che si dovette ripopolare con migrazioni di spagnoli dalla Galizia e dalla Castiglia. Serafin Fanjul, Al-Andalus, L’invention d’un mythe, Paris, Éd. L’Artilleur, 2017.[↩]
                  21. La sanguinosa ribellione dei cripto-musulmani dell’Alpujarra del 1568 produsse come risultato anche l’espulsione dalla Spagna dei moriscos nel 1609. Questa povera gente, emigrata nel Maghreb e in Algeria, invece di essere ben accolta, fu sterminata a decine di migliaia dai loro confratelli musulmani arabi, cabili e berberi dediti alla pirateria e al brigantaggio.[↩]
                  22. Il nascondimento della propria religione era visto come ripugnante da parte dei cattolici che considerano virtuoso il rifiuto di rinnegare la propria fede, arrivando fino al martirio. Questo riprovevole peccato di codardia è personificato nei Vangeli da S. Pietro che rinnegò Cristo tre volte nella stessa notte. Devin J. Stewart, Baber Johansen, Amy Singer, Law and Society in Islam, Princeton, Markus Wiener Publishers, 1996.[↩]
                  23. Pietro Scarduelli, Gli Aztechi e il sacrificio umano, Torino, Loesher, 1980. Per la verità gli Incas sacrificavano più raramente vittime umane in paragone agli Aztechi. Sacrificavano schiavi per onorare i funerali dei principi della casa imperiale o, in caso di calamità naturali, alla dea della terra, Pachamama. Alfred Métraux, Gli Inca, Torino, Einaudi ed., 1998.[↩]
                  24. L’imbecillità dei difensori degli oppressi, ovviamente, non ha alcuno scrupolo morale. Per giustificare il cannibalismo, l’antropologo statunitense Michael Harner arrivò a sostenere che gli indios avevano una dieta carente di proteine, per cui essendo largamente dipendenti dall’alimentazione con il mais, a base di carboidrati, dovevano ricorrere ai sacrifici umani. “The Ecological Basis for Aztec Sacrifice”, American Ethnologist, Vol. 4, No. 1, Human Ecology (Feb., 1977), pp. 117-135. Numerosi scienziati ecologisti hanno accolto con entusiasmo questa spiegazione per condannare così irrimediabilmente il colonialismo spagnolo. D’altra parte, cosa ci si può aspettare da chi sostiene malthusianamente aborto ed eutanasia per contenere l’’allarmante’ incremento demografico nei paesi emergenti? Alla fin fine il bolscevismo e il nazional socialismo risultano ormai trionfanti![↩]
                  25. È perciò facile capire perché queste popolazioni abbandonarono rapidamente questi culti feroci per abbracciare il cattolicesimo.[↩]
                  26. John Hemming, La fine degli Incas, Milano, B.U. Rizzoli, 1992.[↩]
                  27. José Maria Ochoa, Francisco Pizarro, Montijo, Barrantes Cervantes Ed.s, 2009; Manuel Ballestreros, Francisco Pizarro, Madrid, Ed. Quorum, 1987.[↩]
                  28. Quanti aristocratici, borghesi e proletari britannici, e quanti proletari statunitensi si sono meticciati con i pellerossa dallo sbarco dei “padri pellegrini” a oggi?[↩]
                  29. Perfino il barone Alexander von Humboldt, protestante e fanatico sostenitore della superiorità razziale degli anglosassoni, che visitò l’America meridionale al servizio dell’intelligence statunitense dal 1799 al 1804, a malincuore dichiarò: “In virtù di un pregiudizio molto diffuso in Europa, c’è la convinzione che pochissimi indigeni color del rame si siano conservati in America. Nella Nuova Spagna, il numero di indigeni ammonta a due milioni, contando solo quelli che non hanno alcuna mescolanza di sangue europeo. E ciò che è ancora più consolante, lungi dall’essere estinta, la popolazione indigena è aumentata considerevolmente durante gli ultimi cinquant’anni, come è dimostrato dai registri di capitazione e tributi.” Laura Dassow Walls, The passage to Cosmos: Alexander von Humboldt and the shaping of America, Chicago, University of Chicago Press, 2009, p. 60.[↩]
                  30. Nell’America anglosassone la festa principale è il ‘Giorno del Ringraziamento’. Essa cade l’ultimo giovedì di novembre e celebra il seguente evento: i ‘Padri Pellegrini’, fanatici calvinisti-puritani, fuggendo dalla persecuzione anglicana, salparono dall’Inghilterra nella primavera del 1621. Avevano portato con loro dei semi che piantarono nella loro nuova patria al di là dell’Atlantico. Tuttavia, il risultato del raccolto fu disastroso e rischiarono di morire di fame durante l’inverno che si avvicinava. Una grande delegazione di nativi locali arrivò all’accampamento degli immigrati disperati, portando agli affamati abbastanza mais, tacchini, frutta e selvaggina per farli sopravvivere all’inverno. Le tavole furono imbandite e i nativi e i puritani celebrarono insieme la nuova fratellanza del Nuovo Mondo. Il “Ringraziamento” fu stabilito come segno di gratitudine per l’aiuto ricevuto. Il Ringraziamento fu storicamente realizzato poi con lo sterminio scientifico degli abitanti originali del Nord America. Arcangelo Mafrici, Genocidio degli Indiani d’America, Roma, Gangemi ed. 2017; Gianfranco Peroncini, Al Dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degl’Indiani d’America 1492-1972, Sesto S. Giovanni, Oaks ed., 2017.[↩]
                  31. Le denunce di abusi da parte di Las Casas, ovviamente, diventarono la fonte privilegiata per la propaganda anticattolica protestante inglese e olandese. In cambio, nessun pastore protestante inglese o olandese ha mai denunciato le crudeltà commesse nelle loro colonie, come invece fecero in tutta libertà i frati spagnoli. È altresì vero che questo francescano ammetteva lo schiavismo per i deportati dall’Africa. Ma si deve comprendere che la mentalità dell’epoca consentiva queste contraddizioni. Julián Juderías, La leyenda negra: estudios del concepto de España en el extranjero, Valladolid, Madrid, Ed. La Esfera de los Libros, 2014; William S. Maltby, La leyenda negra en Inglaterra. Desarollo del sentimiento antihispánico 1558-1660, Mexico, Fondo de Cultura Economica, 1982. C’è da aggiungere che la massima parte dei negrieri, dal XVI al XIX secolo erano inglesi e portoghesi, che si recavano sulle coste del golfo di Guinea ad acquistare dai mercanti arabi gli schiavi negri da portare in America.[↩]
                  32. Lo stesso Cristoforo Colombo finì in prigione per aver reso suoi schiavi alcuni indigeni. Invece, più tardi, il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, visse nella sua fattoria sul Potomac attorniato dai suoi schiavi negri. Don Pedro de Heredia, governatore della Nuova Andalusia, fu condannato e incarcerato assieme al fratello. Il viceré di Nuova Granada, don José Manuel Solís Folch de Cardona, che alla scadenza del suo mandato si era fatto frate di clausura, fu condannato, portato fuori dal convento e mandato in prigione. (María Elvira Roca Barea, Imperiofobia y leyenda negra, Mardid, Siruela, 2016, pp. 306-307).[↩]
                  33. Letta al di fuori di ogni pregiudizio, la conquista spagnola fu una vera epopea. I suoi protagonisti sono stati gli ultimi esempi in Occidente di comportamento kṣatriya, paragonabile a quello delle saghe cavalleresche medievali. Lewis Hanke, La lucha española por la justicia de America, Madrid, Grech, 1987. È fatale che, nell’attuale atmosfera effemminata, codarda e pacifista del mondo contemporaneo, i conquistadores siano oggetto di odio e di condanna. Philip Wayne Powell, El árbol del odio, Madrid, Porrua, 1972.[↩]

                  58. La reazione cattolica. La controriforma

                    58. La reazione cattolica. La controriforma

                    Se si leggono i libri di storia contemporanei, le vicende che abbiamo descritto nei precedenti capitoli sono narrati con faziosità spudorata. La riforma protestante appare come una iniziativa per la palingenesi di un’Europa più libera e più giusta, ben presto aggredita dalla spietata reazione oscurantista della chiesa cattolica inquisitoria spalleggiata dalle mire espansionistiche della casa d’Asburgo. È esattamente l’opposto della verità. Fu l’eresia che sconvolse la cristianità e il Sacro Romano Impero con la caccia ai cattolici e con la violenza delle soldatesche dei principi tedeschi ribelli. Gli eversori si fingono vittime e i mantenitori dell’ordine sono dipinti come repressori1.

                    La chiesa di Roma tentò in tutti i modi di dialogare con i fanatici, come anche l’Impero dimostrò pazienza e sopportazione verso i ribelli. Questo comportamento tollerante fu un errore e permise all’eresia e ai nazionalismi di stabilizzarsi. La scomunica a Lutero arrivò soltanto nel 1521, quattro anni dopo la pubblicazione delle sue tesi2. Come è già stato descritto, l’Imperatore Carlo V, per non mancare al salvacondotto che gli aveva elargito, consentì a Martin Lutero di eclissarsi con la protezione dei principi ribelli. Subito dopo cominciò l’aggressione delle soldatesche a conventi, monasteri, cattedrali, e alla città di Treviri, feudo del Vescovo Elettore. La rivolta dei cavalieri e dei contadini fu indirizzata contro l’Impero e la Chiesa, fino a quando questi insorti, ormai inutili, furono abbandonati e traditi da Lutero e dai feudatari che lo sostenevano.

                    La controriforma iniziò dopo vent’anni di patteggiamenti, diplomazia, profferte di conciliazione e prese di posizione timide che rappresentarono un grave ritardo nella reazione alla provocazione teologica e alla devastazione dell’Europa centrale. Il movimento controriformistico ufficialmente iniziò nel 1542, con una prima incerta convocazione del Concilio di Trento e si concluse nel 1563. Tuttavia questi ventun anni furono caratterizzati da accelerazioni decise e da improvvise frenate: tutto dipendeva dalle posizioni politiche dei cinque papi che si alternarono in quegli anni3. Lo stesso Imperatore fu obbligato a prendere tempo nel reprimere all’interno la fellonia dei suoi vassalli, essendo costantemente aggredito all’esterno dalla ‘cristianissima’ Francia4, sempre pronta ad appoggiare i protestanti, e sotto la minaccia dall’Impero ottomano in espansione nei Balcani.

                    Alla fine il Concilio di Trento stabilì che:

                    1. La fonte della religione non poteva essere ridotta alla sola lettura della Bibbia, ma che era indispensabile la trasmissione ininterrotta dei riti e della dottrina che costituisce ciò che è la tradizione. Perché la tradizione fosse mantenuta intatta era necessario che la trasmissione avvenisse tramite persone ritualmente consacrate, ossia tramite i vescovi e i loro delegati, preti e diaconi. In questo modo la controriforma denunciava il carattere antitradizionale delle diverse sette protestanti, prive di clero regolarmente consacrato, perciò prive di trasmissione rituale e dottrinale.

                    2. La lettura del testo sacro doveva seguire l’ininterrotta interpretazione della chiesa docente garantita dalla trasmissione dei pontefici e insegnata dal clero. Perciò le interpretazioni personali della Bibbia, basate sulle inclinazioni proprie a ciascun individuo, erano arbitrarie e prive di alcun valore.

                    3. I sacramenti erano sette sulla base del Nuovo Testamento e delle disposizioni trasmesse dagli apostoli. I sacramenti erano rituali efficaci capaci di produrre effetti reali in questa vita e nella vita dopo la morte; non erano, perciò, soltanto vuote cerimonie commemorative, come gli unici due sacramenti riconosciuti dagli eretici.

                    4. L’eucarestia era confermata quale sacramento centrale. Cristo era nato per sacrificarsi per l’umanità decaduta. Il rito di consacrazione del pane e del vino era l’effettivo rinnovarsi del sacrificio del venerdì santo e di quello della croce e non semplicemente una cerimonia in ricordo dell’ultima cena, come vuole il protestantesimo.

                    5. Essendo i riti operativi, essi permettevano di accumulare meriti al fine di raggiungere i cieli dopo la morte. La fede, dunque, non era sufficiente per ottenere la salvezza, come invece sostenevano i protestanti. Come s’è già osservato, la negazione protestante dell’efficacia dei riti è strettamente connessa alla loro credenza nella predestinazione. L’individuo, perciò, se non ottiene da Dio la grazia della fede, non può agire per migliorare il proprio destino postumo.

                    6. Il rito, quindi, per essere efficace, doveva essere preservato da ogni volontaria o involontaria modifica. Il prete celebrante, perciò, doveva seguire scrupolosamente il canone romano, a eccezione delle poche varianti rituali consacrate dalla tradizione5.

                    7. La lingua usata ritualmente doveva essere obbligatoriamente il latino6 e la Vulgata latina di San Girolamo era dichiarata il testo canonico per la Bibbia. L’uso del volgare era interdetto7.

                    Questi punti riguardano la dottrina e la liturgia cattolica. Come si può notare il Concilio di Trento non modificò nulla in questo ambito; si limitò a riaffermare con forza la tradizione in netta contrapposizione con la riforma. I punti che seguono sono invece le innovazioni che consistono in modifiche organizzative e comportamentali per riparare ai difetti della chiesa e alle sue corruzioni che erano stati oggetto delle accuse moralistiche mossele dagli eretici8.

                    8. Il clero doveva essere istruito nella dottrina, nella pratica rituale e nella morale. La dottrina doveva essere illustrata con chiarezza, semplicità e al di là d’ogni incertezza. A questo proposito la ponderosa teologia medievale veniva sintetizzata e unificata da articoli di fede insegnati dal catechismo. La centralizzazione del rito romano poneva fine alle diversità di prassi tra diocesi e tra nazioni. Nuova importanza era attribuita alla teologia morale per definire senza dubbi il comportamento dei consacrati. I vescovi erano preposti alla vigilanza sull’istruzione del clero, con il controllo dei nuovi centri di studi per aspiranti preti, i seminari.

                    9. I vescovi dovevano promuovere una costante attenzione su seminari, monasteri e conventi, allontanando e punendo i soggetti indegni.

                    10. Le parrocchie e le diocesi dovevano impegnarsi a coltivare e istruire i fedeli, adoperandosi per il recupero delle frange sociali deboli o moralmente deviate. A questo scopo sorsero numerosi ‘ordini religiosi’9 che si dedicarono a una azione di bonifica sociale.

                    11. Garante unico e sovrano assoluto di tutti i cattolici si proclamava il pontefice romano, in piena continuità con la secolarizzazione iniziata cinque secoli prima da Gregorio VII; con l’aggravante che allora il prestigio del Sacro Romano Impero era insidiato dai regni nazionali che si erano venuti a formare in quei secoli. Il prestigio imperiale era ormai di ordine simbolico e morale, ma nella pratica non osservato. Il papa, rendendosi conto di ciò decise di allineare l’Imperatore nel numero dei diversi re e principi regnanti, tutti rigorosamente suoi subordinati. Purtroppo non si rese conto che anche l’autorità pontificia ormai era considerata alla stessa stregua e che, politicamente, lo Stato della Chiesa non aveva più un potere reale, ma solamente morale. Negando la primazia imperiale il papa demolì anche la sua stessa autorevolezza.

                    Il risultato delle decisioni del Concilio di Trento fu un arroccamento del cattolicesimo in una nuova forma cristallizzata. La chiarezza della dottrina semplificata in catechismo si espresse nel proliferare dei dogmi, ossia di postulati di fede indimostrabili. La società cattolica, assumendo regole più austere, parve purificarsi. Tuttavia, senza rendersene conto, la conduzione della controriforma s’inclinò verso un comportamento moralistico che andava nella medesima direzione di quello protestante. L’educazione delle masse ignoranti al catechismo rappresentò un vantaggio per il popolino e per il basso clero; tuttavia, costituì una notevole limitazione intellettuale in comparazione con la scolastica del medioevo com’era stata coltivata da domenicani e francescani.

                    L’assenza ormai da vari secoli di un esoterismo sapienziale cattolico diede origine a due fenomeni tra loro opposti. Il primo è quello a cui abbiamo dedicato i precedenti scritti di questa serie a partire dal 48° capitolo: il desiderio di supplire all’assenza di iniziazione conoscitiva o, almeno, devozionale, spinse gli umanisti alla creazione da fonti libresche di un occultismo magico anticattolico basato sul sincretismo ermetico-qabbalistico. Il secondo fu la nascita del misticismo, talvolta spontanea, talaltra, indotta con determinate pratiche. Gli ordini religiosi reagirono correttamente contro le pseudo iniziazioni protestanti o agnostiche. Tuttavia, in questo modo costruirono attorno alla chiesa cattolica un muro che avrebbe anche impedito qualsiasi interscambio con una iniziazione regolare. Qualsiasi forma d’una autentica iniziazione che sopravvivesse in Occidente da allora fu confusa dalla chiesa post-tridentina con l’occultismo e con il satanismo, tacciati tutti insieme senza alcuna seria discriminazione, di ‘gnosticismo’. Questo, di fatto, costituì una vera incompatibilità tra cattolicesimo e iniziazione.

                    Misticismo10: diamo per scontato che il lettore sia a conoscenza che mistica e miste11 corrispondono a una condizione iniziatica, mentre misticismo e mistico descrivono un fenomeno spontaneo di ordine psicologico. Il mistico fin dalla nascita manifesta determinate caratteristiche e inclinazioni mentali che lo spingono a esperienze sottili involontarie e che, come tali, sono considerate elargite della grazia divina. Generalmente queste esperienze si intensificano durante l’adolescenza, determinando nei giovani scelte riguardanti la vita adulta. Le esperienze, sebbene molteplici e tipiche di ciascun soggetto, possono essere divise in due categorie: esperienze sensibili rimanendo in stato di veglia -diremmo noi-, come la percezione di visioni, voci e suoni, profumi, toccamenti12 ecc. Oppure esperienze definite contemplative, sperimentate durante l’estasi13.

                    In termini specificamente iniziatici, l’uso del termine ‘esperienze contemplative’ è erroneo, in quanto la contemplazione è desiderio di conoscenza14 e non recezione passiva della grazia divina. La scolastica definisce l’estasi ‘separazione dell’anima dal corpo’, che è ugualmente un concetto inesatto, in quanto tale separazione porterebbe alla morte immediata. Tuttavia la descrizione teologica, per quanto limitata e fallosa, è utile per comprendere ciò che è il misticismo per il cattolicesimo. Per usare un linguaggio antropologico culturale, ormai dilagante nella pseudo teologia contemporanea, l’estasi è, dunque, uno stato alterato di coscienza15. Questo colloca correttamente il misticismo nel novero di analoghi fenomeni spontanei, quali la transe sciamanica, quella medianica e altri tipi di possessione passiva. Sarà dunque l’educazione religiosa del mistico a determinare se le sue esperienze sensibili o estatiche debbano essere considerate ortodosse16 o eterodosse17. Ciò nonostante, rimane sempre incerto, anche presso i mistici ortodossi, distinguere quali delle loro esperienze sottili debbano essere considerate di origine divina e quali di origine demonica18.

                    Il misticismo spontaneo, già presente nel cattolicesimo verso la fine del medioevo quando l’iniziazione sapienziale si era ritirata, divenne piuttosto frequente in periodo rinascimentale, quasi a controbilanciare la diffusione della stregoneria a livello popolare e dell’occultismo rinascimentale tra gli eruditi.

                    In questo stesso periodo apparve un altro tipo di misticismo cattolico, non spontaneo ma indotto da pratiche di preghiera e di ascesi ricalcate da ambienti ebraici. Ne sono esempi gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola19 e le pratiche per favorire l’estasi20 di S. Teresa d’Avila21. Non si deve però confondere questo misticismo con la qabbalah cristiana fondata dal marchese della Mirandola. Infatti quello dei mistici spagnoli fu una importazione di tecniche ebraiche a sussidio di pratiche religiose cattoliche del tutto essoteriche, mentre la qabbalah cristiana rappresentò una giudaizzazione della magia ermetica con pretese esoteriche. Gesuiti e carmelitani, in breve tempo, diffusero questo tipo di preparazione al misticismo in tutto il mondo latino al fine di contenere l’espansione protestantica.

                    Gian Giuseppe Filippi

                    1. Si vuole anche addossare all’Impero il sacco di Roma, quando invece Carlo V e il papa Clemente VII erano ancora alleati. La responsabilità dell’accaduto va, invece, addossata al connestabile di Borbone che era al comando dei mercenari lanzichenecchi. Fu ucciso durante l’assalto alle mura romane, per cui le sue truppe, prevalentemente protestanti, prive di ogni controllo si scatenarono in un terrificante saccheggio. (André Chastel, Il sacco di Roma 1527, Torino, Einaudi, 2010)[↩]
                    2. Per inciso, la scenografica affissione delle tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg nel 1517 storicamente non è mai avvenuta, anche se è un episodio immancabile nei testi scolastici di storia. L’episodio, infatti fu narrato solo trent’anni dopo da Melantone, unica fonte che, oltretutto, in quella data non era nemmeno presente a Wittenberg. “Præfatio Melanthonis in ‘Tomum secundum omnium operum R. D. Martini Lutheri’”, in Corpus Reformatorum 6, Halis Saxonum, C. A. Schwetschke, 1839, pp. 161 e segg.[↩]
                    3. I papi del ‘partito mediceo’, profondamente influenzati dalla cultura laica rinascimentale e simpatizzanti per la Francia, si adoperarono a ostacolare la naturale alleanza con il Santo Impero, dimostrandosi tiepidi nei confronti dell’eresia protestante, favorendo in questo modo il suo consolidamento. Al contrario, i papi del ‘partito spagnolo’, più rigorosi nelle tematiche religiose, spingevano decisamente per l’eradicazione dell’eresia con l’aiuto imperiale.[↩]
                    4. Ricordiamo che il papa attribuì il titolo di Re cristianissimo a Carlo VII di Francia, come riconoscimento per aver combattuto conto gli inglesi e i borgognoni, entrambi cattolici, durante l’inquietante avventura di Giovanna d’Arco.[↩]
                    5. Per esempio si erano mantenuti gli antichissimi riti ambrosiano, valido nel milanese, quello greco, nel ravennate, quello di Braga, in Portogallo e quello medievale dell’Ordine Certosino.[↩]
                    6. L’insieme dei rituali cristiani che il prete consacrato celebra in favore dei fedeli è denominato ‘liturgia’. Letteralmente significa azione in favore del popolo (Gr. λαίτος-οὐργία). Poiché il latino era usato anche per i riti individuali sia parlati sia mentali, è riduttivo considerarlo una lingua liturgica. Finché nel medioevo esistette una pratica iniziatica, questa usava formule in latino o, alternativamente, in greco. Il latino, perciò, deve essere considerato a tutti gli effetti la lingua sacra del cristianesimo romano. L’apparizione dell’ebraico nelle iscrizioni pseudoiniziatiche o nelle evocazioni magiche rinascimentali è tarda ed è da attribuire al sincretismo della qabbalah cristiana.[↩]
                    7. Pietro Sforza Pallavicino, Istoria del concilio di Trento: con aggiunte inedite e note tratte da varii Autori, [Reprint] (1846), Delhi, True World of Books, 2020.[↩]
                    8. Si ricorderà che il movimento sovversivo luterano partì dalla pretestuosa critica alla vendita delle indulgenze. Nel caso specifico si trattava della raccolta di fonti per la costruzione della basilica di San Pietro a Roma. Senza quelle indulgenze la basilica non sarebbe stata costruita a meraviglia dei secoli futuri. I moralisti protestanti, invece, s’impadronirono delle chiese già cattoliche trasformandole in ‘templi’ riformati, distruggendo dipinti e sculture antiche, invisi alla loro iconoclastia e all’odio per il culto dei santi. Questo spiega l’angosciante squallore da hangar o da garage dei loro ‘templi’. Invece il moralista in capo, Martin Lutero, preferì trasformare il monastero in cui visse da frate agostiniano in lussuosa residenza per la sua famiglia.[↩]
                    9. Con il declinare del medioevo gli ‘ordini monastici contemplativi’ avevano perduta la scienza sacerdotale, la dottrina della patristica e l’iniziazione corrispondente. Per ovviare a questa perdita sorsero gli ‘ordini pauperistici mendicanti’ del tutto essoterici, il francescano e il domenicano; certamente alcuni di quei frati ottennero una iniziazione, ma cavalleresca o di mestiere e del tutto al di fuori dell’ordine di cui facevano parte. I francescani si dedicavano alla conduzione delle anime nelle città, indicando una vita retta e semplice; i domenicani, invece, si specializzarono nell’insegnamento della teologia e della speculazione filosofica. Entrambi conversero nella fondazione delle Università e nella professione della scolastica. I nuovi ‘ordini religiosi’ cinquecenteschi, invece, si dedicarono ad attività sociali come, per esempio, l’insegnamento basico del catechismo per bimbi, mense per sfamare gli indigenti, asili per il recupero delle prostitute, assistenza ai carcerati, istituti per la raccolta dei trovatelli ecc. Questa tendenza al sociale con l’andare dei secoli è diventato l’unico scopo del cattolicesimo a discapito di tutte le altre attività realmente religiose.[↩]
                    10. Argomento in parte già trattato nel terzo articolo di questa serie “Iniziazione e misticismo”.[↩]
                    11. San Tommaso d’Aquino con mistica intendeva l’interpretazione non letterale dei misteri della religione: “E in questo senso abbiamo di essi ragioni di ordine figurale o mistico: sia che vengano desunte da Cristo e dalla Chiesa, dando luogo all‘allegoria, sia che si riferiscano ai costumi del popolo cristiano, concretandosi in ragioni morali, sia che riguardino lo stato della gloria futura in cui Cristo ci introduce, dando luogo all‘anagogia.” (Summa T. CII.2.3). Dante perciò, pur con una interpretazione più precisamente iniziatica, si era rifatto a questa definizione teologica tomista. È perciò corretto considerare mistica la dottrina di Eckhart e lui stesso come miste, sebbene i suoi seguaci, Taulero, Suso, gli ‘Amici di Dio’, nonché il beghinaggio, siano da annoverare più correttamente tra le correnti del misticismo.[↩]
                    12. In alcuni casi si sono manifestate le stimmate cristiche o altre ferite riportate da santi martiri del passato. Come tutti coloro che ricevono esperienze in stato di passività, anche il mistico, nel caso che il fenomeno non si produca, è spinto alla frode e alla simulazione dei ‘segni divini’.[↩]
                    13. San Tommaso d’Aquino (Summa T., XXVIII. 3) distingue tre gradi dell’estasi: sospensione dei sensi esterni, sospensione sia dei sensi esterni sia di quelli interni, diretta contemplazione dell’essenza divina. Significativamente però l’Aquinate sottolineava: “L‘estasi implica una certa alienazione. L‘amore invece non sempre produce alienazione: ci sono infatti degli amanti in piena coscienza.” (Ibid. XXVIII.3.1). Ciò è molto significativo se interpretato nell’ottica dei Fedeli d’Amore.[↩]
                    14. Ricordiamo che la jijñāsā è pur sempre un’attività mentale (mānasa kriyā) nonostante che sia considerata non azione (akarma) in quanto non produce altra azione (karma phala).[↩]
                    15. Quanto gli pseudo teologi cattolici contemporanei siano corrotti dallo scientismo è provato dalla seguente esposizione: “Questa necessità è così determinante che per l’Aquinate: È chiaro che le facoltà sensibili ci sono necessarie per pensare, non solo nella fase di acquisizione del sapere ma anche nell’utilizzare la conoscenza già acquisita. Qui Tommaso ha un’intuizione che solo le moderne scienze mediche, in particolare la neurofisiopatologia, hanno acquisito. […] Oggi sappiamo come e perché una lesione di parti del cervello comporti serie difficoltà nel suo funzionamento complessivo…” (Don Sergio Simonetti, “La conoscenza mistica in San Tommaso d’Aquino”, Roma, Teresianum 57, 2006/2, pp. 599-612).[↩]
                    16. Queste considerazioni sono valide per le religioni monoteiste, fatta eccezione per il cristianesimo ortodosso orientale e per la sunnah islamica, dove il fenomeno non s’è manifestato. Perciò è lecito considerare mistiche le tendenze post qabbalistiche dell’ebraismo e quelle della shi῾a islamica a seguito del declino del sufismo in ambiente imamita.[↩]
                    17. Ossia riformate: tra queste ultime sono noti casi come quelli di Jakob Böhme, George Fox, Emanuel Swedenborg e altri ancora.[↩]
                    18. Da un punto di vista metafisico non si può affatto accettare la paternità di certi fenomeni psichici a Dio o al diavolo, come si fa in ambito teologico. Noi preferiremo interpretarli come proiezioni delle tendenze sāttvika, rājasa o tāmasa della natura propria (svabhava) del singolo individuo.[↩]
                    19. Ignazio era un hidalgo discendente da una famiglia ebrea convertita al cristianesimo ed il suo segretario, Diego Laínez, era ebreo di nascita. (C. Carrete y C. Fraile, Los judeoconversos de Almazán. 1501-1505. Origen familiar de los Laínez, Salamanca, Universidad Pontificia, 1987). L’isolamento meditativo richiesto per gli esercizi spirituali di S. Ignazio è la trasposizione cristiana dell’hitbonenuth qabbalistico.[↩]
                    20. Le evidenti caratteristiche sensuali di questi stati estatici ha sempre lasciato il dubbio che fossero influenze della lubrica corrente eretica degli alumbrados di Toledo; pur se Santa Teresa fu spesso tenuta sott’occhio dal Santo Offizio per questa ragione, il tribunale ecclesiastico non riuscì mai a provare la veridicità di tale sospetto.[↩]
                    21. “Nel corso delle indagini, emerse che l’ebreo Juan Sánchez, ricco mercante di sete vivente a Toledo e convertito al cristianesimo, cioè converso, era accusato di essere ritornato di nascosto alla pratica dell’ebraismo e quindi considerato marrano. Dopo una retata della Suprema, cioè del Tribunale dell’Inquisizione, Juan Sánchez aveva scelto per la confessione e quindi, giudicato colpevole, aveva espiato la sua colpa il 20 luglio 1485: fustigato in pubblico, costretto a rivestirsi del sambenito nero (sacco benedetto) pagò una notevole multa. Dopo questa amara vicenda, Juan Sánchez, con tutta la famiglia, si trasferì ad Ávila, cambiò cognome e i suoi figli vissero da nobili e sposarono donne appartenenti alla cerchia sociale più importante di Ávila. Il marrano altri non era che il padre di don Alonso de Cepeda, quindi nonno di doña Teresa de Cepeda y Ahumada. […] Teresa era a conoscenza di questo passato familiare, ma non ne parlò mai nei suoi scritti, anche se alcuni segnali rivelano i legami con la tradizione religiosa della sua famiglia. Si notano infatti delle consonanze fra l’ebraismo e la mistica teresiana, quali la preghiera ebraica e l’orazione teresiana; il «faremo e ascolteremo» della Torah e «le opere» teresiane; la halachà, il cammino dell’ebreo nell’esistenza e il Cammino di perfezione di Teresa; la kavannáh e la deveqúth come adesione alla divina Presenza, alla shekinah, e il raccoglimento che Teresa pratica e insegna; la berachà, la benedizione che ritma la giornata del pio ebreo e che costella tutte le opere della carmelitana; il tzimtzum, il contrarsi di Dio nella propria essenza profonda per lasciare spazio e autonomia alla creazione a cui corrisponde la contrazione nella vita di Teresa in uno spazio delimitato, accettando lo tzimtzum del proprio corpo e del proprio spirito nel celibato. Tutto vissuto all’interno della storia per restaurare il mondo, nel tikkun ‘olam, nella comunione con l’Altissimo. (Vito Luigi Valente, “Nonno marrano”, L’Osservatore Romano, 2.10.2014)[↩]

                    57. Ludibria Rosicruciana

                      57. Ludibria Rosicruciana

                      Cos’era andato a fare in Boemia John Dee dal 1583 al 1589, durante la sua missione segreta? Generalmente si dice che, assieme al suo compagno negromante e mago Edward Kelley, avesse visitato a Praga Rodolfo II d’Asburgo (1552-1612). A corte, i due avrebbero coinvolto l’Imperatore in evocazioni di angeli e in riti di possessione, in cui Kelley svolgeva il ruolo di medium1. Correva anche voce, mai confermata, che in quell’occasione Dee avesse incontrato Rabbi Judah Loew, qabbalista noto per il suo misticismo messianico e per le sue pratiche di magia2. In realtà John Dee passò quasi tutto quel periodo a Trebon ospite del potente principe Villem von Rosenberg3 (1535-1592), dove fondò un circolo d’amici che, per la sua riservatezza, sarebbe meglio definire una società segreta. Certamente membro di questo circolo fu il fratello minore del suo ospite, Peter Vok von Rosemberg (1539-1611), che abbandonò il cattolicesimo in favore del calvinismo, il suo amico Christian von Anhalt (1568-1630) e il qabbalista ermetico paracelsiano Oswald Croll (1563–1609).

                      La sotterranea azione politica svolta da John Dee in Boemia coincide temporalmente con la sospetta presenza di Giordano Bruno alla corte di Rodolfo II nel 1588. Anche in questo caso, l’Imperatore rapidamente si liberò della presenza dello spione al servizio dell’Inghilterra, licenziandolo con una semplice elargizione di denaro. Anche Bruno, nel corso delle sue tappe in Germania e in Boemia, fondò delle società segrete ‘giordaniste’ che ricorrevano a rituali magici d’ispirazione ‘egizia’4.

                      Nell’immediato, quelle due missioni segrete risultarono fallimentari. Tuttavia, come vedremo qui di seguito, esse gettarono i semi per una eversione su vasta scala che condurrà ai disastri della guerra dei trent’anni. Cosa si prefiggevano queste spie della neonata Intelligence inglese è presto detto: lo scopo era quello di ostacolare la controriforma cattolica che, lentamente, stava riconquistando larghe aree della Germania. Ma soprattutto cercavano di minare la vera potenza cattolica rappresentata dal Sacro Romano Impero. L’Inghilterra elisabettiana, nonostante le sue smodate ambizioni imperialiste, era ancora una potenza di terzo ordine5. John Dee, anglicano ultranazionalista, durante la sua missione nell’Europa continentale, attenuò i toni della sua fede nella ‘chiesa’ d’Inghilterra, per predicare il superamento delle rivalità tra le diverse sette protestanti a nome di un fantasioso esoterismo universalistico riformatore radicato nell’humus dell’occultismo ermetico-qabbalistico6. Lo scopo perseguito era quello di infiltrare nascostamente le sette protestanti e le potenze continentali al fine di fare della corona inglese il grande manovratore occulto dei destini dell’Occidente. Anche Giordano Bruno, ossia la spia inglese Henry Fagot, cospirò in tal senso. Totalmente agnostico, considerava le diverse correnti protestanti strumenti utili alla distruzione del cattolicesimo e del Santo Impero7. Il suo interesse si concentrava sulla predicazione esplicita della magia ‘egizia’ quale strumento di riforma della mentalità.

                      A quanto pare lo scopo dei maghi a servizio dell’Intelligence inglese era quello di raggirare l’Imperatore Rodolfo, che era anche re di Boemia, in modo da ottenere il controllo del Sacro Romano Impero8. Praga, dove Rodolfo aveva spostato la capitale dell’Impero, rappresentava un nodo strategico importante, in quanto il re di Boemia era uno dei sette elettori imperiali. In pratica si tentava per vie traverse di ottenere il controllo della cristianità dopo lo scacco del 1519, allorché né Francesco di Francia né Enrico VIII Tudor erano riusciti a farsi eleggere Imperatore.

                      Rodolfo II, come spesso accade a coloro che sono affascinati dall’occulto, non era una persona molto equilibrata. In un periodo di gravi tensioni provocate dalla divisione protestante della cristianità e dalle guerre scatenate dai diversi principi, soprattutto tedeschi e olandesi, che approfittavano per ritagliarsi uno stato indipendente, Rodolfo rappresentava un vero problema. Invece di assumere la direzione della situazione, egli preferiva rinchiudersi nel suo castello di Praga, dedicandosi a tentativi di magia cerimoniale e a collezionare grimorii e automata, i giocattoli degli occultisti. Sinceramente cattolico e fautore della controriforma, non dava molto peso alla minaccia per la pace rappresentata dall’aggressività protestante. Non era neppure preoccupato per la propaganda degli eretici hussiti, esercitata nella stessa Praga9. Fu così che nel 1608 un consiglio di famiglia lo destituì da ogni suo incarico10.

                      Una volta ritornato in Inghilterra, il fallimento della missione europea costò a John Dee i favori della corona, costringendolo a una vita di privazioni e di oblio11.

                      Alla morte di Elisabetta I successe al trono Giacomo VI Stuart, re di Scozia. Divenuto Giacomo I d’Inghilterra fu una figura di sovrano molto particolare che rappresentò una discontinuità rispetto ai sogni imperialistici dei Tudor. Fervente cattolico12, rivendicava però ampie autonomie dal pontefice romano, coerentemente con l’idea di monarchia assoluta che si stava imponendo ovunque in Europa. Fu avverso alle teorie e pratiche della magia13 e ostile al protestantesimo, in particolare al puritanesimo14. Tuttavia il suo potere fu parzialmente ostacolato dal Parlamento elisabettiano da cui i cattolici erano esclusi15. Il Parlamento influì pesantemente sulle scelte protestanti dei figli del Re.

                      Nel frattempo, i semi velenosi sparsi da Dee e da Bruno negli ambienti protestanti della Germania avevano cominciato a germogliare. Nell’anno 1604 apparve un curioso libro intitolato Naometria di Simon Studion, tardo umanista paracelsiano. Il libro è un classico esempio di letteratura “profetica”, confezionato all’unico scopo di influenzare l’andamento degli avvenimenti in una determinata direzione. In esso si predice un’alleanza tra Giacomo I d’Inghilterra, Enrico IV re di Navarra e poi di Francia, e il duca Federico di Württemberg16. Questi tre principi sarebbero riusciti in breve ad abbattere il potere dell’Anticristo, ossia la chiesa cattolica, e a sconfiggere l’islam, provocando così il ritorno di Cristo e l’inizio del millennio di pace protestante. Ovviamente tutto ciò non si verificò affatto. La Naometria potrebbe perciò essere considerata non degna d’attenzione, se non fosse per un unico particolare: in una pagina è riprodotto il sigillo di Lutero, in un contesto che è già rosacruciano17.

                      Nel 1613 fu celebrato il matrimonio tra Elisabetta, figlia di re Giacomo, e un Elettore imperiale, il conte palatino Federico V. Francis A. Yates relata con minuzioso entusiasmo i festeggiamenti, le scenografie, le farse, le commedie teatrali18 e le pompose processioni che furono allestite per l’occasione. Il suo entusiasmo compartecipa delle speranze di tutte le sette eretiche anticattoliche di allora. È alquanto evidente che tutto questo contorno artificialmente allegorico del matrimonio principesco è il fatto storico a cui Andreæ s’ispirò per le sue Nozze chimiche di Christian Rosencreutz. Anche il castello di Heidelberg, sede dell’Elettore palatino, con i suoi giardini ‘simbolici’, con le sue collezioni di libri di magia, stregoneria e alchimia, con il suo museo di mirabilia e di automata, è stato il modello per il romanzesco castello in cui Rosencreutz fu ‘iniziato’ ai sette gradi dell’Ordine della Pietra d’Oro19.

                      La coppia principesca, oggetto di vera adorazione da parte di tutte le sette protestanti, in realtà era composta da due giovinetti di debole carattere e del tutto in balia di chi li manovrava. Il loro burattinaio fu Christian von Anhalt, che già abbiamo trovato appartenente al circolo di Dee durante la sua permanenza al castello di Trebon. Egli fu il regista di tutta la pantomima delle nozze palatine e della loro rovina finale. Nel 1617 la Dieta di Boemia riconosceva il cattolico Ferdinando d’Asburgo quale re di Boemia. Tale successione non fu gradita agli hussiti che l’anno successivo defenestrarono i legati reali20 e si sollevarono contro la corona. Gli hussiti, dietro pressione del principe di Anhalt e dei suoi accoliti calvinisti, elessero come anti-re l’Elettore palatino Federico V.

                      La manovra politica era spudoratamente evidente: gli Elettori dell’Imperatore erano sette di cui tre ecclesiastici e quattro laici21. Tre Elettori laici erano protestanti, il re di Boemia, un Asburgo, era cattolico. Con il colpo di stato in favore dell’Elettore palatino, Federico avrebbe disposto di due voti, rovesciando la maggioranza a favore degli eretici. Così si poteva realizzare lo stravolgimento del Santo Impero in una confederazione di stati protestanti e anticattolici. L’avventura durò meno di un anno: il comandante in capo dei rivoltosi, il principe Christian von Anhalt si dimostrò pessimo stratega e l’esercito luterano-calvinista-hussita fu massacrato nella battaglia della Montagna Bianca, l’8 novembre 162022. La notizia del rovescio raggiunse i due giovani usurpatori della corona di Boemia mentre pranzavano nel castello di Praga. Si diedero a disordinata fuga, abbandonando tutti i loro averi. Così Federico V e Elisabetta persero non soltanto la corona di Boemia, ma anche la contea elettorale del Palatinato, rafforzando la cattolicità dell’Impero. Vissero in esilio a spese di qualche feudatario olandese e tedesco ancora legato alla causa sfortunata e di qualche aiuto da parte del Parlamento inglese23.

                      Quella fu la prima di una serie di vittorie imperiali; se più tardi non fosse intervenuto il re di Svezia a sostegno dei protestanti, la riforma sarebbe stata spazzata via del tutto. Ma lasciamo il terreno della semplice politica e ritorniamo a esaminare i risvolti pseudo-iniziatici di quegli accadimenti. Ciò che appare chiaro è che i tre documenti rosacruciani, sull’onda delle missioni sovversive di Bruno e di Dee, volevano ispirare una riforma occultistica dell’Europa; essi si presentavano come la continuazione profetica della Naometria di Studion, allo scopo di influenzare occultamente la mentalità corrente per accettare come provvidenziali i cambiamenti socio-politici da loro perseguiti. Tuttavia qualcosa non era andato per il verso giusto.

                      È curioso che perfino lo stesso Andreæ, autore delle Nozze Chimiche, anche prima del disastro della Montagna Bianca24 avesse preso le distanze dal movimento rosacruciano. Nelle sue opere successive definì la Fama, la Confessio e la Chymische Hochzeit con il termine latino di ludibria. Il significato immediato di ludibrium è quello di scherno, beffa, presa in giro, ma nel linguaggio drammatico era usato per definire la farsa, che non toglie nulla al suo senso poco serio. Nel suo Mythologiæ Christianæ Libri Tres del 1619, usando ancora il linguaggio teatrale, Andreæ affermava: “Non ho assolutamente nulla a che vedere con essa [la fraternità R+C]. Non molto tempo fa, quando accadde che alcuni letterati stavano preparando una rappresentazione di certi circoli intellettuali, mi sono avvicinato loro per osservarli, dato che la moda attuale è quella di cercare avidamente le notizie più nuove. Da spettatore, non senza un certo piacere, ho assistito a una diatriba tra scritti, ma, subito dopo, ho visto un completo cambiamento di protagonisti. Siccome il teatro è ormai pieno di litigi, con violenti scontri di opinione, anche se espressi per mezzo di allusioni ambigue e congetture maligne, ho deciso di tirarmene fuori completamente, per non avere alcun ruolo in una vicenda così sospetta e rischiosa”. Così egli rinnegava spudoratamente la sua partecipazione in prima persona alla farsa rosacruciana in quanto autore delle Nozze Chimiche, aggiungendo tutta la sua riprovazione per il cambiamento di rotta, di personaggi ispiratori e di fini, avvenuto nella fraternità.

                      A questo proposito, la Yates ha tutte le ragioni per affermare che l’idea iniziale di una fraternità immaginaria era stata dirottata sul terreno dello scontro politico, religioso e bellico. Si era formata una società segreta concreta che, invece di promuovere una mentalità pseudo esoterica protestante, interveniva fattivamente per alterare gli equilibri dell’Occidente a favore di nuovi e sconosciuti padroni. La ricercatrice del Warburg Institute afferma che la nebulosa non organizzata di occultisti, che avevano fantasticato di ‘adepti’ rosacroce e di Fraternità rosacrociana, era stata infiltrata da ‘superiori sconosciuti’, diremmo noi, e trasformata in una organizzazione reale e inaccessibile. Questi infiltrati, presumibilmente estranei al cristianesimo, indussero Andreæ a ritornare precipitosamente sui suoi passi e, in contrapposizione, a dar vita a una Societas Christiana,di cui scrisse il manifesto di fondazione intitolato Reipublicæ Christianopolitanæ Descriptio25. L’ipotesi dell’infiltrazione estranea è rafforzata dalla condotta di Michael Maier26 (1568-1622), che taluni considerano essere stato l’autore della Fama e della Confessio. Maier aveva sostenuto a più riprese che i rosacroce formavano una confraternita reale, pur protestando di non esserne affiliato. Dopo il disastro dell’avventura rosacruciana in Boemia, nel 1622 pubblicò il libro Cantilenæ intellectuales de Phœnice redivivo. In quest’opera egli riduceva l’importanza della cospirazione rosacruciana a uno scherzo, affermava che gli ideali di riforma universale erano stati traditi da infiltrazioni estranee e profetava di una imminente resurrezione del movimento, questa volta vincente.

                      L’ultimo rosacruciano dell’epoca che stiamo indagando fu l’inglese Robert Fludd. Medico paracelsiano ed ermetista anglicano, da giovane viaggiò in Europa. In particolare si fermò in Germania dove entrò in contatto con Michael Maier e con gli editori De Bry. Non c’è dubbio che Fludd avesse così continuato l’opera di persuasione occulta iniziata da John Dee, di cui era grande ammiratore. In seguito aveva affermato di aver tentato invano di mettersi in contatto con gli autori della Fama e della Confessio Fraternitatis. Soprattutto dopo il fallimento del movimento di ‘Riforma rosacrociana’ dell’Europa, egli insistette a dire di non essere mai riuscito ad avere contatti con i veri rosacroce. In questo modo prendeva le distanze da quell’impresa, pur confermando la sua simpatia per le idee originali del movimento. In qualche modo, anch’egli come Andreæ e Maier, testimoniava di una intromissione estranea che aveva condotto a una deviazione dagli ideali originali la quale, a sua volta, aveva provocato la rovina dell’avventura boema.

                      Nonostante la confusione, spesso creata ad arte, a proposito della rosacroce e dei rosacruciani, è necessario tirare le giuste somme dai dati che abbiamo esposto nella nostra indagine sulla fine del medioevo e l’inizio dell’evo moderno.

                      1. Nell’ambito della tradizione cattolica, ovvero nell’area europea coincidente con l’Impero d’Occidente (Sacro Romano Impero), dopo il ritiro dell’iniziazione monastico-sacerdotale, la distruzione dell’Ordine del Tempio segnò la fine delle vie iniziatiche cavalleresche27. Rimasero viventi le organizzazioni iniziatiche di mestiere.

                      2. Il vuoto lasciato dalla scomparsa del sapere sacerdotale fu surrogato dall’affioramento del misticismo, fenomeno non iniziatico e, in qualche modo, ‘spontaneo’.

                      3. L’ermetismo ‘cristiano’ fu una ricostruzione libresca operata da eruditi occultisti rinascimentali, senza alcuna trasmissione reale dall’ermetismo alessandrino né da quello arabo.

                      4. Chi si pose il problema della trasmissione iniziatica si rivolse alla qabbalah ebraica. Anche in questo caso non avvenne alcuna trasmissione. Anzitutto perché gli ermetisti rinascimentali furono attratti dalla deviazione mistica, magica e apocalittica della qabbalah; in secondo luogo, poiché non si convertirono al giudaismo, ma inventarono una qabbalah cristiana che avrebbe avuto lo scopo inverso, quello di convertire gli ebrei. Non avendo più alcuna nozione circa la trasmissione iniziatica, gli intellettuali del rinascimento sovrapposero la magia qabbalistica sulla magia ermetica ‘cristiana’, di dubbia regolarità persino ai loro occhi.

                      5. Il nuovo pensiero fu costruito come un marchingegno per distruggere tutto ciò che rimaneva della tradizione medievale: le vie iniziatiche di mestiere ancora esistenti, la struttura ecclesiale con la sua teologia e l’ideale del Santo Impero.

                      6. La contemporanea diffusione delle eresie ‘cristiane’, hussite, luterane, calviniste e anglicane diede lo spunto per considerare l’inizio di una nuova era e di una nuova ‘religione laica’ adattata ai nuovi tempi. I maghi rinascimentali, convinti di rappresentare un’élite intellettuale, manovrarono per innestare il loro occultismo qabbalista-ermetico come un nuovo pseudo esoterismo all’interno e al di sopra della nuova pseudo religione. Il problema era: come compattare tra loro le varie sette ereticali per farne una ‘religione universale’?

                      7. Davanti all’efficacie reazione antiprotestante e anti rinascimentale della controriforma cattolica, le diverse sette cominciarono ad accordarsi. Di questa situazione si avvantaggiò l’Inghilterra elisabettiana.

                      8. Similmente, le diverse correnti occultistiche trovarono nella leggenda rosacruciana il loro punto di aggregazione.

                      Quello che è certo è che fino alla comparsa dei manifesti rosacruciani nessuno aveva mai sentito parlare di una tale fraternità: oltre alla Fama, alla Confessio e alle Nozze Chimiche, non esiste alcun altro documento attribuibile ai rosacroce che ne attesti l’esistenza. Gli altri scritti che furono pubblicati nel medesimo periodo e che citano i rosacroce sono, almeno ufficialmente, letteratura di supporto. I loro autori se ne dichiarano ammiratori, ma confessano di non far parte del ‘Collegio Invisibile’28. Perciò, per esaminare l’argomento, ci si deve attenere rigorosamente soltanto a quelle tre fonti. Che rosacroce definisca un grado di realizzazione corrispondente al perfezionamento dello stato umano e non una organizzazione definita è una pura illazione, in piena contraddizione con i tre documenti summenzionati. Infatti i rosacroce vi appaiono come coloro che sono associati alla medesima Fraternitas o ‘Collegio Invisibile’29.

                      Non è nemmeno possibile sostenere che i rosacroce siano stati gli iniziati cattolici sopravvissuti alla distruzione dell’Ordine del Tempio, che si riorganizzarono in accordo con gli iniziati all’esoterismo islamico per mantenere un legame apparentemente interrotto, anzitutto perché dal 1314 al 1616 non è mai stato menzionato il nome di rosacroce30 e, in secondo luogo, perché i tre documenti trasudano odio sia nei confronti del cattolicesimo sia dell’islam. Al contrario, per i rosacroce l’unica fonte di sapere menzionata è la qabbalah.

                      Non è neppure accettabile che i rosacroce siano stati degli iniziati di così elevata realizzazione da sfuggire a qualsiasi indagine storica: sarebbero forse stati costoro tanto al di sopra di Lao Tze, Chuang Tze, Lie Tze, di Gauḍapāda, Śaṃkara, Sūreśvara, di Abd al-Qādir Jīlānī, Ibn ‘Arabi, Abd al-Karīm al-Jīlī, di Origene, Eckhart, Dante, che hanno lasciato chiare tracce della loro esistenza terrena assieme a opere celeberrime? Dichiarare di non trovare le tracce di personaggi così importanti per le sorti umane ricorda quelle dei mahātmā teosofisti o dei bābājī himalayani della new age indiana. Vale a dire che richiede una fede cieca da parte degli ingenui nei confronti di chi espone tesi prive di ogni fondamento. E che questo sia un retaggio occultistico, è dimostrato dal fatto che si dà per certo che i ‘veri rosacroce’ avrebbero abbandonato l’Europa per l’Asia, attorno al 1648, data della pace di Westfalia. C’è da chiedersi se il rifugio asiatico dei rosacroce non debba essere identificato con la misteriosa Damcar. I ‘veri rosacroce’, in questo modo, si sarebbero ritirati in quel luogo a leccarsi le ferite dell’insuccesso boemo, per poi ritentare l’infiltrazione dell’Europa qualche decennio più tardi. Tra le fonti è citato infatti anche l’occultista Saint-Yves d’Alveydre. Evidentemente gli occultisti possono aver avere accesso a notizie storiche segrete, negate perfino agli iniziati31!

                      Gian Giuseppe Filippi

                      1. Un testimone contemporaneo, citato da Evans, afferma che l’Imperatore accolse i due maghi con un certo interesse; il sovrano, sebbene attratto da tutto ciò che fosse occulto, rimaneva sinceramente cattolico; perciò ben presto si insospettì dei fini perseguiti da Dee e Kelley, e li allontanò dalla corte (Robert John Weston Evans, Rudolf II and His World: A Study in Intellectual History, 1576-1612, Oxford, Oxford University Press, 1973, pp. 218-228).[↩]
                      2. La pratica della magia da parte di questo rabbino pare, invece, essere una leggenda inventata in epoca romantica. Moshe Idel, pur convalidando la devianza mistico-estatica della qabbalah e il millenarismo di Loew, nega in modo convincente ogni sua inclinazione nei confronti della magia e, in particolare, che avesse mai costruito un golem (Golem. Jewish Magical and Mystical Traditions On the Artificial Antropoid, Albany, State University of New York Press, 1990, pp. 251-258).[↩]
                      3. Peter French, cit. pp. 224-228. Benjamin Woolley, The Queen’s Conjurer: The Science and Magic of Dr. John Dee, Advisor to Queen Elizabeth I, New York, Henry Holt and Co., 2001.[↩]
                      4. Francis A. Yates, Giordano Bruno and the Hermetic Tradition, Chicago, University of Chicago Press, 1964, pp. 312-313.[↩]
                      5. Alla fine del ‘500 l’Impero, il regno di Spagna e quello di Francia erano le potenze europee di prim’ordine. In second’ordine si contavano la Repubblica di Venezia, il regno di Polonia, il regno d’Ungheria.[↩]
                      6. Universalistico, ma che, ovviamente, escludeva la chiesa di Roma. È anche di questo periodo l’invenzione di una caricatura di catena iniziatica magico-ermetico-qabbalistica, a cominciare da Lullo, Ficino, Pico della Mirandola, per poi proseguire con Reuchlin, Zorzi, Agrippa, Paracelso, Bruno e Dee, sebbene molti di questi non si fossero mai incontrati di persona.[↩]
                      7. Giordano Bruno riuscì a essere dichiarato eretico non solo dalla chiesa cattolica, finendo nel modo che si era meritato, ma anche da calvinisti e luterani.[↩]
                      8. Si noti la modernità di tutte queste ignobili manovre politiche ammantate di ‘universalismo’, di ‘liberazione dal passato oscurantista’ e d’‘amore per il prossimo’.[↩]
                      9. La Dieta di Praga era di fatto monopolizzata dagli hussiti. Infatti nel 1419 i rappresentanti cattolici erano stati defenestrati (vale a dire scaraventati fuori dalla finestra) dai parlamentari hussiti e massacrati in piazza da una inferocita folla di eretici. Ciò diede inizio alla rivolta hussita. Da allora e per un paio di secoli i cattolici non furono più accolti nella Dieta.[↩]
                      10. La sua reazione fu debole: tentò con una Carta di Maestà di attirarsi l’appoggio dei protestanti concedendo loro libertà di culto. Ma ormai era stato estromesso da ogni potere eccetto dal solo titolo imperiale e tale manovra non ebbe alcuna conseguenza.[↩]
                      11. Sarebbe interessante sapere di più sulla presa di distanza dei fratelli Francis e Antony Bacon (entrambi nobilitati da Elisabetta) da John Dee e dalla sua diffusione dell’occultismo ermetico-qabbalistico. Entrambi fondatori e agenti dei servizi segreti inglesi, i Bacon, dopo il fallimento della missione Dee-Kelley, volsero le spalle all’occultismo, ormai sospetto di magia nera, per predicare in sua vece gli avanzamenti della scienza e della meccanica. Questa nuova tendenza culminò nel 1605 con la pubblicazione di Of the Proficience and Advancement of Learning, Divine and Human di Francis Bacon, primo documento di ciò che nel secolo successivo assumerà la forma di ‘religione laica’ basata sulla fede nel progresso illimitato, fede ancor oggi incrollabile presso le masse.[↩]
                      12. Fece tradurre la Bibbia, sotto suo costante controllo. La Bible of King James ancor oggi appare la migliore esistente in una lingua volgare.[↩]
                      13. Fu l’autore dell’interessante studio intitolato Dæmonologie in cui acutamente sottolinea i sottili rapporti tra stregoneria e riforma protestante.[↩]
                      14. Nome che assunse in Inghilterra la forma estrema di calvinismo. Ovviamente F. A. Yates dipinge questo sovrano colto e raffinato come uno sciocco bigotto affetto da problemi mentali; la preferenza della ricercatrice del Warburg Institute andava istintivamente a favore dell’animalesco Enrico VIII (The Rosicrucian Enlightenment, London, Routledge & Kegan, 1972, ch.II).[↩]
                      15. Tale esclusione continuò fino all’Emancipation Act del 1829.[↩]
                      16. Dei tre, il duca di Württemberg era l’unico davvero luterano. Enrico IV di Navarra aveva abiurato il calvinismo pur di diventare re di Francia (Paris vaut bien une messe). Tuttavia, i protestanti, a ragione, dubitavano della sincerità di tale conversione; inoltre la corte francese era fortemente influenzata dal partito dei cattolici ‘politiques’, ambiguamente amichevoli nei confronti degli ugonotti. Il terzo membro dell’alleanza, Giacomo Stuart, era sinceramente cattolico, anche se la sua politica estera fu spesso condizionata da un parlamento composto esclusivamente da anglicani e puritani. La profezia di Studion era dunque più basata sulle speranze dei protestanti che su dati reali.[↩]
                      17. A.E. Waite, Brotherhood of the Rosy Cross, London, William Rider & Son Ltd., 1924, pp. 36, 639 e segg. Waite fa giustamente notare che la pubblicazione della Naometria fu concomitante con la prima edizione delle Nozze chimiche di J.V. Andreæ. Le coincidenze, in questi frangenti, non sono affatto casuali, ma sono calcolate per lanciare messaggi settari.[↩]
                      18. Tutte le attività rosacrociane sono state accompagnate da spettacoli propagandistici inscenati da compagnie di commedianti inglesi. Persino Inigo Jones, secondo la Yates (The Rosicrucian Enlightenment, cit., I ch.), raggiunse Heidelberg come scenografo e costumista teatrale per il grande matrimonio carnascialesco. L’amore per le scenografie, le processioni, le parate e ogni altra vuota formalità cerimoniale sono ancora oggi caratteristiche della mentalità britannica.[↩]
                      19. Ordine di fantasia che allude chiaramente alla pietra filosofale. Non è un caso che nei libelli di propaganda protestante le nozze di Elisabetta e Federico del Palatinato abbondino di insegne degli ordini del Toson d’Oro e della Giarrettiera, succedanei borghesi degli antichi e autentici ordini monastico-cavallereschi.[↩]
                      20. Quella volta ci furono soltanto dei feriti. Pare che la defenestrazione sia un’abitudine inveterata dei sovversivi boemi: l’ultima è stata quella del ministro Masaryk che, nel 1948, diede inizio alla dittatura comunista in Cecoslovacchia. Anche nel 1483 il borgomastro di Praga e i suoi consiglieri furono defenestrati da rivoltosi hussiti.[↩]
                      21. Rispettivamente i vescovi di Colonia, Treviri e Magonza e il re di Boemia, il duca di Sassonia, il margravio di Brandeburgo e il conte del Palatinato Renano.[↩]
                      22. Tra il 1619 e il 1620 Jacob Böhme si recò a Praga più volte. È improbabile che il mistico protestante e qabbalista ermetico abbia scelto quel periodo all’unico scopo di vendere scarpe ai rivoltosi.[↩]
                      23. Della catastrofe fu incolpato Giacomo d’Inghilterra per non aver aiutato la figlia in quella impresa sciagurata. In realtà lo Stuart era scopertamente avverso alle manovre dei protestanti. Infatti, in tutti i modi aveva tentato di equilibrare il matrimonio della figlia con un principe calvinista di scarsa importanza con le ben più prestigiose nozze tra il figlio e una infanta di Spagna.[↩]
                      24. Anche se in precedenza Cartesio aveva cercato invano di mettersi in contatto con i rosacroce, alla fine scelse il campo cattolico e partecipò alla battaglia della montagna Bianca tra le file degli Imperiali.[↩]
                      25. A questo argomento F.A. Yates dedica l’intero capitolo XI del suo The Rosicrucian Enlightenment.[↩]
                      26. Giordanista luterano, alchimista paracelsiano, mago ermetico e amico di Christian von Anhalt, fu per un breve periodo medico di Rodolfo II, di Giacomo I Stuart, del principe di Nassau, traditore dell’Impero e zio di Federico V del Palatinato renano e, infine, del Langravio Maurizio de Hesse-Kassel. È curioso che i biografi non abbiano mai sospettato di una sua attività spionistica.[↩]
                      27. Come accadde per l’iniziazione monastica che declinò e sparì in poche generazioni dopo la riforma del monachesimo iniziata alla fine del X secolo, così la distruzione dell’Ordine del Tempio segnò l’inizio della scomparsa delle iniziazioni guerriere. Tuttavia per circa un secolo ancora rimasero delle sopravvivenze. L’ultimo segno di continuità che affiorò a metà del XV secolo fu la Mort d’Arthur di Sir Thomas Malory, anche se si ignora chi fosse in realtà quell’autore. Certamente si tratta di uno dei più begli esempi di romanzi iniziatici templari, sebbene con tracce di contaminazioni ermetiche.[↩]
                      28. Come s’è già visto, neppure il simbolo della rosacroce era mai stato conosciuto né usato in precedenza, almeno fino alla sua prima apparizione grafica nella Naometria di Simon Studion, ricalcato sul sigillo di Martin Lutero.[↩]
                      29. Il Collegio era inizialmente composto da quattro membri e, solo in seguito, da otto: mai da dodici.[↩]
                      30. E, per la verità, tale nome era del tutto sconosciuto anche prima della distruzione dell’Ordine Templare.[↩]
                      31. Basta una rapida lettura del numero speciale di Le Voile d’Isis (agosto-settembre 1927) dedicato ai rosacroce per rendersi conto di tali aberranti fantasie.[↩]