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46. Dante: la Divina Commedia

    Dante: la Divina Commedia

    O voi ch’avete l’intelletti sani
    mirate la dottrina che s’asconde.
    sotto ‘l velame de li versi strani.
    (Inferno, IX. 61-63)

    A conclusione della Vita Nova, Dante annunciava di aver raggiunto la “mirabile visione”. In quel libro aveva descritto la sua vicenda interiore, a partire dalla rinascita iniziatica alle esperienze interiori sempre più elevate, cadenzate da periodi rappresentati simbolicamente dal numero nove, fino alla realizzazione effettiva del grado di maestro perfetto. La “mirabile visione” corrisponde, invece, alla universalizzazione di questa perfezione individuale. La Commedia1 descrive questa universalizzazione che conduce il Poeta non soltanto a “indiarsi”, com’egli scrive, ma anche a tornare sulla terra degli uomini (sskrt. mānuṣa loka) con una missione di restaurazione dell’ordine in Occidente. Infatti la Divina Commedia è tutta intessuta da ricorrenti allusioni alla Croce, simbolo dell’Autorità Spirituale (sskrt. brāhma), e all’Aquila, simbolo del Potere Temporale (sskrt. kṣātra)2. Nel medioevo, la prima era rappresentata dalla Chiesa e la seconda dall’Impero. Tuttavia, il papato da alcuni secoli aveva usurpato l’autorità della Chiesa, che, dopo aver rivolto la sua attenzione al potere terreno, aveva perduto la conoscenza sacra e l’iniziazione monastica.​ Aveva perfino perso progressivamente l’interesse per la teologia, trasformata sempre più in una filosofia razionalistica, trascurando anche la semplice conduzione delle anime verso la salvezza postuma. L’unico scopo evidente del papato era quello si soppiantare l’Impero nella conduzione delle cose temporali della cristianità. L’Impero era rimasto indebolito dalla sovversione capeggiata dal papato e dalle tendenze centrifughe di molti regni e principati, prima fra tutti la Francia. L’Impero conservava un rapporto diretto con le iniziazioni cavalleresche e artigiane, ma pagava un grave prezzo per la sua formale lealtà nei confronti dell’Autorità Spirituale, sebbene questa ne fosse indegna e completamente profana. Anche l’Ordine del Tempio, che rappresentava il collegamento iniziatico tra Chiesa e Impero, ne aveva risentito, trovandosi a dover ubbidire al papato, che gli diventava sempre più ostile. Anche i suoi rapporti iniziatici con l’Impero, erano complicati dalle continue scomuniche a scopo politico inflitte agli Imperatori. Questa posizione in bilico dei Templari spiega anche il loro indebolimento spirituale e militare. L’élite templare, rappresentata dalla Fede Santa, rimaneva l’unico baluardo intellettuale per le vie iniziatiche della cristianità. Tuttavia la continua minaccia di persecuzioni stava spingendo i Fedeli d’Amore ad assumere posizioni sempre più critiche nei confronti dell’Autorità Spirituale, erroneamente identificata con il papato corrotto (Morte Villana)3.​
    Questo non era ciò che Dante, Imperator dell’esoterismo cattolico, dall’alto della sua sapienza, considerava essere la soluzione alla grave crisi della tradizione occidentale. Il suo disegno o, meglio, la sua missione, lo spingeva a una azione di riparazione da effettuare in due tempi: in primis restaurare la potenza e il prestigio dell’Impero, stroncando le pretese al dominio temporale perseguito dal papato4;​riportare nei loro confini naturali le ambizioni indipendentiste dei Re nazionali; restaurare i legittimi governi aristocratici nelle città e nelle ville, sottraendo queste ultime alle avide e invadenti amministrazioni della nascente borghesia. In seguito, una volta realizzato questo progetto, sarebbe stato compito della Fede Santa riempire il vuoto spirituale installato nel cuore della Chiesa. Per essere precisi, Dante era pronto a trasmettere la sua Santa Sapienza (Beatrice) alle gerarchie ecclesiastiche al fine di raddrizzare la Chiesa. Così avrebbe restaurato un’autentica Autorità Spirituale al posto di quella forma priva di contenuto a cui s’era ridotta la Chiesa, da cui si poteva produrre ogni deviazione. Se alcuni Fedeli d’Amore di scarsa comprensione non avessero inteso seguirlo in questa impresa, egli era pronto a “fare parte per se stesso” e proseguire da solo5. Per l’attuazione del piano divino, era però necessario indentificare un principe che avesse potesse seguire le direttive di questo sacro progetto e che avesse, al tempo stesso, il potere necessario per agire. Questo personaggio si presentò nella persona dell’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo. Si era perciò trovato l’Imperatore che avrebbe potuto attuare i disegni dell’Imperator Dante. Illustreremo le vicende storiche di questa impresa nel capitolo seguente.​
    A differenza della Vita Nova, che narrava la sola realizzazione personale (sskrt. ādhyātmika kṣetra) del Poeta, la Commedia descriveva le possibili ricadute della sua esperienza interiore sull’ambiente umano (sskrt. ādhibhautika kṣetra) e divino (sskrt. ādhidaivika kṣetra). Perciò non si trattava più del racconto delle tappe spirituali a partire dall’iniziazione ricevuta dal maestro Guido Cavalcanti, fino al suo compimento; qui lo stesso percorso è stato esposto come una chiamata a una missione.​
    Per questo motivo nella Commedia l’iniziazione di Dante e l’intero suo sentiero interiore era rappresentato come l’effetto di una volontà divina. Questa gli aveva predisposto i mezzi per raggiungere Dio (indiarsi) affinché, in seguito, egli potesse operare il raddrizzamento della Tradizione in Occidente. In questa prospettiva universale Dante abbandonò del tutto lo stereotipato e artificioso stile trovadorico del gergo (trobar cloz), per usare il vero simbolismo tradizionale. È quanto il Poeta definì “dolce stil novo”. Non è nostra intenzione condensare in poche righe un poema così vasto, complesso e articolato. Ci limiteremo a darne una breve sintesi sottolineando i punti più salienti.​
    Arrivato a metà della durata della vita, a trentacinque anni6, Dante si era smarrito nella selva oscura della vita profana. Non riusciva a uscirne perché gli sbarravano il passo una lonza, un leone e una lupa, che rappresentano incontinenza (avidità), matta bestialità (violenza) e frode (malafede), cause di ogni altro peccato7. La lupa famelica, particolarmente, si dimostrava aggressiva. In quel mentre gli apparve Virgilio, il grande poeta latino del circolo augusteo, rappresentante dell’iniziazione imperiale romana, tramandatasi fino a Dante tramite il Sacro Romano Impero.​
    Virgilio si proponeva di condurre in salvo Dante. Tuttavia questo percorso doveva comprendere una discesa all’inferno e, poi, una risalita lungo la montagna cosmica del Purgatorio, fino a raggiungere il più alto dei cieli (sskrt. Brahmaloka). Questo “lungo andare” era obbligato, perché ancora non era sceso dal cielo il Veltro8 che avrebbe cacciato all’inferno la lupa e aperto un “breve andare”, una via diretta, per andare direttamente in paradiso.
    Protestandosi indegno di tanto onore, Dante ribatté dicendo che in cielo da vivi erano andati personaggi ben più importanti di lui: Enea, progenitore della Roma imperiale, e San Paolo, fondatore della Chiesa di Cristo9.​ La risposta di Virgilio è più che sorprendente: Dante era altrettanto degno di compiere il viaggio ultraterreno. Per volontà di Dio, la Vergine Maria aveva incaricato S. Lucia di fare in modo che Dante potesse uscire dalla selva oscura per salire al più alto dei cieli dopo aver attraversato gli inferni, il purgatorio e il paradiso terrestre.​ A sua volta Lucia10 aveva delegato a Beatrice questa missione e quest’ultima, la Santa Sapienza, aveva incaricato Virgilio di fare da maestro e da guida al poeta. Dante ancora non era consapevole11 di essere destinato all’altissima missione di riportare all’umanità il significato della sua “mirabile visione”. Per questa ragione non si rese conto d’essere egli stesso il Veltro, di cui parlava Virgilio, che dal cielo doveva ritornare in terra per ricacciare la lupa all’inferno. Questa missione di cui Dante sarebbe stato incaricato è confermata in altri due passaggi della Divina Commedia.
    La seconda conferma proviene da Beatrice quando incontrò Dante nel Paradiso Terrestre: ella preannunciò la venuta di un inviato divino, il cui nome sarebbe stato “cinquecento, dieci e cinque”, ossia, in numeri romani, D X V. La terza conferma è pronunciata da Cacciaguida, trisavolo di Dante, cavaliere morto in Terrasanta durante la seconda crociata12. Egli affermava che quel personaggio, del tutto distaccato da brame di potere e ricchezza, sarebbe vissuto alla corte di Cangrande13. Tuttavia, la grandezza della sua missione non era ancora evidente in quell’anno 1300, perché costui era entrato in una nuova fase della vita (o vita nova) da soli nove anni14. Cacciaguida, inoltre fornì a Dante una ulteriore informazione riguardante la sua famiglia: Il nome Alighieri15, che poi avrebbe soppiantato l’antico cognome della famiglia di Dante, vale a dire Elisei, proveniva dal cognome Allighieri, dell’illustre famiglia di sua moglie. Costei era originaria di Val di Pado, presso Ferrara16, che rimaneva esattamente a metà strada tra Feltre e Montefeltro. Ecco, dunque, spiegato perché Virgilio avesse affermato che il Veltro era originario di un luogo situato tra Feltro e Feltro. Inoltre, tutte queste informazioni17 ci danno la chiave per interpretare correttamente l’acronimo latino DXV come Dantes Xsti Veltris 18, Dante Veltro di Cristo. Alcuni potranno chiedersi come mai così alta missione non abbia prodotto alcun risultato. Anzi, storicamente pare essere stato un vero fallimento. In realtà il legato di Dante all’umanità occidentale rimane come un monumento unico per elevatezza e la sua carica spirituale non è affatto esaurita e ha assunto nel tempo una sempre maggiore rilevanza escatologica. Non fosse così, tutti gli inviati di Dio fra gli uomini dovrebbero essere ugualmente sconfessati come fallimentari, non essendo riusciti finora a conquistare l’umanità intera e a instaurare il promesso regno permanente di pace e giustizia.​
    Non entreremo nella narrazione dettagliata della Commedia: l’argomento è ben noto e la sua lettura alla portata di tutti. Inoltre la descrizione della sua cosmologia spazio-temporale e degli eventi riportati sarebbe così complessa da risultare impossibile da coprire in poche righe. La prima parte del tragitto consiste nel passaggio attraverso l’Inferno. Per gli esteriori questo è il luogo di pena dei dannati; ma per chi sta compiendo la discesa agli inferi nel corso della vita, l’Inferno è la vita profana, che si deve superare tramite l’iniziazione. Per questa ragione nell’inferno sono già collocati alcuni che all’epoca di Dante erano ancora vivi, tra cui molti Re e papi. In questo caso la discesa agli inferi corrisponde alla presa di coscienza delle colpe e delle motivazioni che spingono al peccato (sskrt. saṅcita karma). Se le motivazioni sono sintetizzate in incontinenza, matta bestialità e frode, le azioni corrispondenti si articolano nei peccati di Lussuria, Gola, Avarizia-Prodigalità, Ira-Accidia, Eresia, Violenza e Frode19.
    I fraudolenti più gravi sono i traditori dell’Impero e della Religione. Nel fondo dell’Inferno, al centro della Terra, è confitto Lucifero, scaraventato lì dall’alto dei cieli per il suo peccato di ribellione a Dio.
    Lucifero ha tre volti. Nelle due bocche di destra e di sinistra sono perennemente masticati Bruto e Cassio20, traditori dell’Impero. Nella bocca centrale è divorato Giuda, traditore della Religione21. Arrampicandosi sul corpo gigantesco di Lucifero, Dante e Virgilio dal centro della terra risalirono per un cunicolo fino all’isola del Purgatorio, situata nell’oceano dell’emisfero meridionale.​
    Da lì i due poeti scalarono la montagna cosmica del Purgatorio, sulla cui vetta si trova il Paradiso terrestre. Il Purgatorio è luogo di espiazione composto da sette cornici22. Alla sua entrata, un angelo incise sulla fronte di Dante sette P (peccati). Ogni volta che Dante superava una cornice una P gli era cancellata dalla fronte. Si tratta in tutta evidenza di un percorso di purificazione mentale che dà come risultato la restaurazione dello stato primordiale, quello in cui si trovava Adamo prima del peccato. Arrivato nel Paradiso terrestre, dopo aver bevuto l’acqua dell’oblio del peccato, Dante vi trovò ad aspettarlo Beatrice, mentre Virgilio, il maestro umano, discretamente si faceva da parte.
    Beatrice, non più persona umana (sskrt. amānava puruṣa), da questo momento, lasciando la Terra, condusse il Poeta attraverso i cieli verso l’Empireo o Paradiso Celeste23. I cieli (sskrt. loka o svarga) da attraversare sono nove, rappresentati dai sette pianeti, dalle sette virtù24 e retti dalle diverse gerarchie angeliche25, a cui s’aggiungono il cielo delle stelle fisse e, come nono, il cristallino o Primo Mobile.
    Man mano che Dante saliva, incontrava con anime sempre più contemplative da cui fu istruito su dottrine di continuo più elevate. Superato il limite estremo del Primo Mobile, la prospettiva si rovescia. La Terra, invece di essere al centro del sistema tolemaico, diventa l’estrema periferia, mentre i cieli si fanno sempre più spirituali man mano che si procede verso il centro. L’intera manifestazione universale allora appare come una “Candida Rosa”26, che ha al suo centro la presenza misteriosa di Dio. Dante avrebbe voluto chiedere spiegazioni a Beatrice, ma anche costei era silenziosamente scomparsa, sostituita da San Bernardo, l’ultimo monaco contemplativo della tradizione latina, patrono dell’Ordine del Tempio.​
    Fu San Bernardo a condurre Dante verso la visione finale per “indiarsi”. Il Poeta osservò la divinità che pareva formata da tre cerchi di colori diversi, ma coincidenti. E uno di quei cerchi misteriosamente pareva avere forma umana, in cui Dante si riconobbe. La mente però non riusciva a comprendere come ciò potesse essere. Parrebbe che Dante non riuscisse a far quadrare il circolo di questa visione, quando, all’improvviso, la mente rimase folgorata: l’intuizione della realtà divina superò ogni capacità di immaginazione e di descrizione. Dopo di questa suprema visione riapparvero desiderio e volontà, ma questa volta non erano più dell’individuo-Dante, ma quelli di Amore “che move il sole e le altre stelle”27.​ L’universalizzazione si era realizzata. Ora Dante poteva intraprendere la sua missione ritornando nel mondo degli uomini.

    Maria Chiara de’ Fenzi

    1. Dante aveva chiamato la sua opera maggiore Commedia richiamandosi al significato classico di quel termine. Con “commedia” si intendeva una narrazione che, partendo da una situazione negativa, nel finale raggiungeva un esito felice. “Commedia” si contrapponeva a “tragedia”, che trattava di una vicenda iniziata bene ma conclusasi “tragicamente”. E quale esito migliore di quello di diventare Uomo Universale? Tuttavia, per comprendere l’eccezionalità della realizzazione di Dante, c’è da aggiungere, che la sua universalizzazione avvenne in vita, come si vedrà di seguito. Ciò mette in luce le sue eccezionali qualifiche, poiché una via di conoscenza non suprema conduce di regola all’universalizzazione soltanto dopo la morte.[↩]
    2. Luigi Valli, Il segreto della Croce e dell’Aquila, nella Divina commedia, Bologna, Zanichelli, 1922.[↩]
    3. In realtà la Chiesa corrotta era il risultato d’una usurpazione. Dante perciò saggiamente distingue il principio dell’Autorità spirituale dalla sua degenerazione storica. La confusione tra le due è dunque un errore di valutazione; quello stesso che si è verificato nel corso del XVIII secolo, quando la Libera Muratoria, messa alle strette dalle due scomuniche papali, reagì assumendo una posizione sempre più laica e antireligiosa.[↩]
    4. Bonifacio VIII nella bolla Unam Sanctam (1302 A.D.) osò affermare che la dignità imperiale era prerogativa del papa, il quale delegava parte del suo potere ai vari sovrani. Tra cui l’Imperatore stesso! Con ciò non riconosceva più la trasmissione imperiale dai Cesari romani, confondendola fraudolentemente con quella religiosa apostolica.[↩]
    5. Molti Fedeli d’Amore non compresero gli scopi così elevati di Dante. Ritennero che aveva abbandonato la Fede Santa per perseguire fama tra i potenti dell’epoca o per ingraziarsi la Chiesa di Roma. Tra questi va ricordato anche Cino da Pistoia, uno tra i più intimi amici del Poeta. Cino rimproverò Dante di aver fatto di Beatrice la figura della sua propria Sapienza, mentre, a suo parere, era invece la conoscenza comune a tutti i Fedeli d’Amore.[↩]
    6. La durata simbolica della vita, settanta anni, è riassunta nei sette giorni del viaggio ultraterreno del Poeta, dall’entrata nell’inferno alla visione di Dio in Paradiso. La numerologia pitagorica fa coincidere il viaggio iniziatico con il 1300 A.D. Quell’anno cadeva alla metà del ciclo biblico di 13.000 anni, cioè al 6.500 dalla creazione del mondo. A sua volta il ciclo biblico corrisponde a una semi-precessione degli equinozi. Così Dante rende la propria esperienza interiore un evento cosmico di portata universale. Paolo Vinassa de Regny, Dante e il simbolismo pitagorico, Genova, F.lli Melita ed., 1988 (I ed. 1956).[↩]
    7. L’inferno è diviso in tre parti sotterranee sempre più profonde, che corrispondono, appunto a avidità, violenza e frode.[↩]
    8. Veloce cane da caccia, usato soprattutto contro prede maggiori, come l’orso e il lupo. La maggior parte dei commentatori, ingannati dalla facile assimilazione, hanno identificato questo misterioso personaggio con Cangrande della Scala, Vicario imperiale per l’Italia. Vedremo subito che non è così.[↩]
    9. Per la verità la tradizione occidentale aveva conosciuto diversi altri personaggi che erano scesi agli inferni per poi salire al cielo da vivi. Tra essi ricordiamo Orfeo, Teseo, Ercole, Odisseo, San Patrizio, San Brandano, il cavaliere Tungdalo e il monaco benedettino Alberico da Settefrati. Ma per Dante, i più importanti erano Enea e S. Paolo per le due sacre istituzioni che avevano fondato.[↩]
    10. La festa di Santa Lucia cade il 13 dicembre, in cui la luce solare è avviluppata nella lunga notte solstiziale, preannunciando così il natale della luce solare, il Cristo. Santa Lucia rappresenta il principio che conduce all’illuminazione. È la potenza che innalza la mente per attraversare il mondo dell’azione e condurre verso i cieli. Per questa ragione Lucia rappresenta la sapienza imperiale. È sotto forma di aquila, infatti, che porta in volo Dante all’ingresso del purgatorio. Si noti l’alternanza delle deleghe nella volontà divina: la Madonna, sapienza contemplativa, Lucia, sapienza attiva, Beatrice, sapienza contemplativa, Virgilio, sapienza attiva.[↩]
    11. Come avviene in tutte le Tradizioni, i “missionati” (sskrt. adhikārin) acquistano consapevolezza della loro funzione cosmica solamente a una certa età, nel mezzo del cammino della vita, quando recuperano le conoscenze innate (sskrt. vāsanā).[↩]
    12. In gioventù, anche Dante aveva partecipato da cavaliere a diversi fatti d’armi, come, per esempio, la Battaglia di Campaldino (1289).[↩]
    13. Dante fu esiliato da Firenze per pressione papale. Egli trovò ospitalità presso i marchesi Malaspina, i da Polenta, signori di Ravenna, e i della Scala, signori di Verona.[↩]
    14. La “morte iniziatica” di Beatrice, ovvero dello stesso Dante, secondo i calcoli dei dantisti, era avvenuta proprio nel 1291. Tuttavia Benini acutamente fa notare che Cacciaguida parla di dieci anni del pianeta Marte. Il che corrisponde a 16 anni, 11 mesi e 3 giorni di tempo terrestre. Perciò tale datazione corrisponde al maggio del 1283, quando iniziò la Vita Nova del Poeta. Quindi, il “missionato novenne” del 1300 non era nessun altri che Dante. Rodolfo Benini, Dante tra gli splendori de’ suoi enigmi risolti, Roma, A. Sampaolesi ed., 1919, pp. 154-158.[↩]
    15. Il padre e il bisnonno di Dante si erano chiamati entrambi Alighiero di nome.[↩]
    16. Gli Allighieri erano da tempo immemorabile annoverati tra le famiglie patrizie di Ferrara. Pio Rajna, “Il casato di Dante”, Studi danteschi, Firenze, Sansoni, 1921, pp. 59-88.[↩]
    17. I dantisti non sono mai riusciti a comprendere il significato delle cosiddette tre profezie della Divina Commedia. Infatti non le hanno mai collegate tra loro in un unico senso tematico. Tuttavia Dante, tramite il simbolismo numerico, le ha ben unite. Del Veltro si parla nei versi 101-102 dall’inizio dell’Inferno; del DXV si tratta nei versi 101-102 dalla fine del Purgatorio; le rivelazioni di Cacciaguida stanno esattamente nel mezzo del Paradiso, tra il verso 2372 dall’inizio e il 2372 dalla fine della cantica. Benini, cit. p. 138.[↩]
    18. Dove Xsti sta paleograficamente per Christi.[↩]
    19. Giovanni Pascoli, Minerva Oscura, Livorno, Raff. Giusti ed., 1898, pp. 18-53.[↩]
    20. Gli assassini di Giulio Cesare.[↩]
    21. Recentemente gli esponenti più in vista del Vaticano stanno tentando di riabilitare Giuda nel desiderio di assolversi, avendo oscuramente consapevolezza di condividere con quel traditore il medesimo peccato.[↩]
    22. L’esistenza del purgatorio era stata proclamata durante il concilio di Lione (1272). Tuttavia il cattolicesimo deve a Dante la sua formulazione finale. L’assenza di purgatorio nella concezione islamica indebolisce di molto la teoria delle origini dell’aldilà dantesco da fonti ispano-moresche proposte da Asin Palacios e da Cerulli. Tuttavia non la cancella del tutto: infatti ci sono diverse convergenze tra la Commedia e il racconto del Mir‛aj di Maometto. D’altra parte l’ignoranza dell’arabo e del greco da parte di Dante e dei suoi contemporanei riposa senza alcuna prova, esclusivamente sul pregiudizio illuministico nei confronti del Medioevo.[↩]
    23. I paradisi, dunque, sono due, il terrestre e il celeste. Il primo sta all’apice del mondo terreno, il secondo, chiamato anche Empireo, infuocato (sskrt. taijasa), sta al di là di tutti i cieli. I due paradisi sono accomunati dal simbolismo vegetale. Il Paradiso terrestre è un giardino, quello celeste una Candida Rosa. I cieli sono luoghi di fruizione per i salvati, mentre che i Paradisi si ottengono per via iniziatica. Non per nulla sono accessibili in vita. Ignorando totalmente cosa sia l’iniziazione, i teologi hanno sempre confuso cieli e Paradisi come fossero la stessa cosa.[↩]
    24. Le virtù che dipendono ancora dall’azione sono: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Le virtù contemplative sono fede, speranza e carità.[↩]
    25. Dal basso in alto: angeli, arcangeli, principati, potenze, virtù, dominazioni, teroni e, nelle stelle fisse e nel cristallino, cherubini e serafini. Corrispondono alle divinità dell’Induismo che reggono i loka.[↩]
    26. Si noti la terminologia caratteristica dei Fedeli d’Amore. Ma questa Rosa o Biancofiore supera di molto il significato che le era attribuita nella via cavalleresca dei trovatori.[↩]
    27. Ultimo verso della Commedia.[↩]

    45. Dante: la Vita Nova – II

      Dante: la Vita Nova – II

      Poiché nessuno era stato in grado di spiegargli la sua situazione spirituale1, Dante, a questo punto, s’interrogò sul significato dei suoi stati d’animo così alternanti e contraddittori. Con una indagine introspettiva, lucidamente riuscì a descrivere la continua successione di attrazione e repulsione per Beatrice-Santa Sapienza. Amore in continuazione lo spingeva con un ardente desiderio a incontrare la sua Donna. Questo avveniva sia tramite una visione interiore, sia quando incontrava di persona Beatrice (il maestro attorniato dal satsāṅga). Non appena ne aveva la visione (sskrt. darśana), i soffi predisposti alla vista (sskrt. cakṣus) venivano potenziati ed era come se uscissero dai loro organi naturali (sskrt. netra golaka); gli altri soffi e potenze dell’anima, invece, soffrivano come se stessero per morire. E Amore, allora, gli imponeva di allontanarsi dalla visione per mantenersi in vita2. Dopo aver inviato queste riflessioni sotto forma di tre sonetti al maestro, Dante si rese conto che, come effetto di quel chiarimento, egli riusciva ormai a dominare queste sensazioni contrastanti. Aveva già superato quell’ostacolo e ora era in grado di concepire un dominio spirituale più alto.
      Convocato a una Corte d’Amore, i Fedeli presenti gli chiesero di spiegare meglio il suo stato interiore, incoraggiandolo ad abbandonare reticenze e pudore. Il fiume di sapienza che lo riempiva di grazie lo ispirò ed egli volle scrivere sull’intima unione tra il suo intelletto e l’Intelletto Attivo, Beatrice. Così rivolse la canzone “Donne che avete intelletto d’Amore” non a qualsiasi Fedele d’Amore, “ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femmine3”; solamente ai più qualificati tra loro. L’amore tra il Poeta e la sua Donna era tanto dolce, che ormai parlandone sarebbe stato in grado di fare innamorare la gente. Tradotto dal linguaggio segreto, Dante affermava così di aver raggiunto il grado spirituale di maestro (sskrt. gurutva). Sebbene la sua conoscenza di lei fosse molto più profonda, d’ora innanzi avrebbe parlato di Beatrice in una forma facile, in modo da essere compreso dagli altri iniziati. Beatrice-Santa Sapienza, attraverso Dante era scesa dal cielo in terra per elargire il miracolo dell’influenza spirituale (sskrt. anugraha)4. I Fedeli d’Amore avrebbero dovuto profittare di questa grazia divina finché fosse stato possibile. Dante infatti accenna che in seguito Beatrice sarebbe stata richiamata in cielo per ben più alta missione. In questo modo preannuncia il futuro superamento della sua esperienza magistrale per svolgere una funzione più universale.
      I trovatori della Corte d’Amore gli risposero con la canzone “Ben aggia l’amoroso e gentil core”; in essa non solamente era assolto da ogni sospetto e riconosciuto come maestro, ma appare tutto l’entusiastico riconoscimento per l’elevatezza delle esperienze interiori di Dante. Poi, con alcuni sonetti indirizzati ai Fedeli d’Amore il nuovo maestro li esortava a far sì che le loro donne (intelletti) seguissero l’esempio di Beatrice. Allo stesso tempo il Poeta indirizzò il sonetto “Amore e il cor gentile sono una cosa” al suo migliore amico, Guido de’ Cavalcanti, spiegandogli come ora Amore avesse preso totale possesso del suo cuore. È una dichiarazione umile ma ferma di aver superato in realizzazione il suo maestro. E Cavalcanti, da quel momento cominciò a eclissarsi, lasciando il comando della Fede Santa al suo migliore discepolo. Non fu un distacco consenziente: Guido rimase amareggiato e s’allontanò per sempre dalla sua famiglia spirituale. L’abbandono di chi era stato fino allora il loro maestro fu lamentato come la morte “del padre di Beatrice” per la tristezza che provocò agli iniziati fiorentini.
      Dante poi, nel corso di una malattia durata nove giorni, mentre era assistito da alcune Dame, ebbe una dolorosa visione della propria morte, cui seguiva immediatamente anche quella di Beatrice. La visione, poi, diventò sempre più dolce5: egli vide la sua Donna giacere morta e poi salire al cielo trasportata da una nuvola d’angeli, che cantavano “Gloria nel più alto dei cieli”6. E qui subentrò nel suo cuore la certezza che questa visione gli avrebbe assicurato la pace interiore. Dal citato brano della Vita Nova appare evidente che si era trattato d’una visione profetica: la morte indicava un prossimo salto di qualità nella sua esperienza iniziatica; e la morte di Beatrice era la sua stessa morte che permetteva l’innalzamento della sua anima7 al più alto dei cieli, sorgente di ogni pace. Dopo pochi giorni Dante ebbe una nuova visione: egli vide Amore che prendeva gioiosamente possesso del suo cuore. Il Dio gli indicava due nobili Dame che parevano avvicinarsi. Quella che procedeva davanti era Primavera, chiamata anche Giovanna8. Di seguito veniva Beatrice. Primavera era la Donna di Guido; questa visione significava che Dante aveva superato il maestro9. Egli così fu entusiasticamente riconosciuto dai Fedeli d’Amore come il nuovo capo.
      Nonostante Dante avesse proposto una conduzione a tre della loro famiglia iniziatica10, Guido cortesemente rifiutò, adducendo il motivo di aver assunto il magistero di un’altra organizzazione esoterica11. Rimasto solo alla guida del gruppo fiorentino, Dante vi infuse una così grande potenza e sapienza spirituale che ben presto altre “Donne” (organizzazioni iniziatiche sorelle, probabilmente dell’ambito templare) si rivolsero a lui come Gran Maestro12. In questo periodo d’intenso insegnamento avvenne la “morte di Beatrice”. Dante preferì non trattare di questo argomento adducendo, tra le altre ragioni, che non desiderava farsi “laudatore di me medesimo”. È evidente, dunque, che la “morte di Beatrice” fu in realtà l’apoteosi della realizzazione interiore del Poeta; egli non ne volle parlare anche perché tale sua realizzazione trascendeva totalmente le possibilità di comprensione dei Fedeli d’Amore. Per meglio spiegare questo concetto, ci riferiremo nuovamente alla miniatura di Francesco da Barberino riprodotta e spiegata nel capitolo 43° di questa serie. Beatrice, l’anima del Poeta, aveva lasciato la terra su cui fino allora era vissuta assieme a Dante, nella forma dell’androgino “moglier-marito”, per salire in cielo sul bianco cavallo di Amore13.
      Sebbene di difficile comprensione, tuttavia gli iniziati delle diverse organizzazioni riconobbero che il Poeta aveva raggiunto una inarrivabile elevatezza spirituale. Non c’è alcun dubbio che in quel momento Dante fu riconosciuto come Imperator, ossia come il capo spirituale delle vie iniziatiche della cristianità latina. Questa straordinaria esperienza di “morire in vita” avvenne nel 1291, in concomitanza con un avvenimento storico che mise in grave pericolo l’Ordine del Tempio. Egli decise dunque di informare con una lettera14 i Principi della Terra di questa sua nuova dignità e dei tempi difficili che correvano. Come sempre, Dante citava la prima lamentazione di Geremia15 per alludere al pericolo di distruzione del Tempio. In quello stesso anno, infatti, i musulmani conquistarono San Giovanni d’Acri, massacrando tutti i templari che difendevano la città. Con questa sconfitta la Palestina fu perduta per sempre alla cristianità e, allo stesso tempo, crollò il mito dell’invincibilità di quei monaci-cavalieri16. La nuova responsabilità di Dante coincise, dunque, con una contingenza storica particolarmente grave. Egli inviò agli iniziati la canzone “Gli occhi dolenti per pietà del core”; con essa il nuovo Gran Maestro invitava tutti a piangere, vale a dire a simulare, a nascondersi. E al medesimo tempo li esortava a sospirare, ad approfondire la loro conoscenza e a rafforzare la pratica delle virtù. Ad aiutarlo in tale compito si rese disponibile l’amico Cino da Pistoia, l’unico Fedele d’Amore che avesse da sempre riconosciuto Beatrice come la “Donna” più perfetta. Dante, per questa ragione, lo chiamava “fratello di Beatrice” e gli riconosceva una realtà interiore a lui molto prossima.
      Un dì il Poeta stava disegnando, tutto concentrato, l’immagine di Beatrice assunta in cielo. La forma che gli era riuscita spontaneamente era quella d’un angelo. S’accorse che qualcuno lo stava osservando. Erano degli uomini, non “gentili”, né “donne”, che però egli doveva onorare. Si trattava chiaramente di un controllo da parte dell’Inquisizione; ma poiché l’immagine tracciata corrispondeva ai canoni dell’iconografia religiosa degli angeli, quegli uomini non poterono eccepire nulla. Fu così che egli decise di assumere una nuova apparenza esteriore: accettò l’amore di una nobile donna, giovane e molto bella. Nel Convivio17 la descrisse come la bellissima e onestissima figlia dell’Imperatore dell’Universo18, che Pitagora aveva chiamato Filosofia19. Egli aveva già percorsa interamente la via iniziatica della sapienza (gr. σοφία, leggi sofìa) pitagorica. Assumeva ora la Filosofia esteriore quale strumento per argomentare, tralasciando in parte l’uso del trobar clus20. Ecco, dunque, perché Dante appare ancor oggi perfettamente in linea con la teologia di San Tommaso e con la filosofia di Aristotele, pur avendo trasceso spiritualmente entrambe quelle prospettive essoteriche. Amore, dunque chiese a Dante di abbassare il livello delle sue esposizioni dottrinali per non farsi notare dalle spie del Re di Francia e dell’inquisizione. E il Poeta s’adeguò controvoglia. L’arte della retorica filosofica gli dava soddisfazione, ma allo stesso tempo se ne rammaricava per l’uso di uno strumento così esteriore. Prima di essere del tutto preso dalla tentazione filosofica, Dante richiamò alla mente la visione di Beatrice. In questo modo bruscamente respinse gli allettamenti del filosofare: i suoi pensieri recuperarono il vero senso sapienziale che, tramite i sospiri21, emetteva dal cuore.
      La Vita Nova prosegue con un sonetto enigmatico soltanto in apparenza. Dante si rivolge a dei pellegrini “pensosi” che attraversano Firenze dirigendosi a Roma. Egli sottolinea che si recano colà per vedere la Veronica, senza accennare affatto al desiderio di ottenere la visione (sskrt. darśana) del papa in una udienza collettiva. Quest’ultimo era generalmente lo scopo dei romei, come si definivano coloro che si recavano in pellegrinaggio a Roma. Invece i pellegrini (non romei!), a cui si rivolge il Poeta, vogliono vedere la Veronica (dal latino vera icona), il vero volto di Cristo22. Si riconoscono in quei “pellegrini pensosi” i cavalieri templari sconfitti di ritorno dalla Palestina, desiderosi di ritrovare la vera immagine di Cristo, dopo aver perduto il suo Santo Sepolcro. Dante si rivolse loro per chiedere di sostare a Firenze. Da lì, infatti, Beatrice, la sapienza del Poeta, era salita al più alto dei cieli. Se avessero voluto condividere il suo pianto, quei pellegrini avrebbero potuto riconoscere nel cuore di Dante il vero volto del Salvatore. I pellegrini gli mandarono due rappresentanti a chiedergli d’illustrasse la sua vera realtà interiore, in modo da decidere se proseguire per Roma o fermarsi presso di lui.
      A questa richiesta di chiarimento, Dante rispose con l’ultimo sonetto dell’opera; in esso affermava che la conoscenza (il sospiro) dimorante nel suo cuore era andata al di là del cielo più alto. Una nuova consapevolezza lo aveva spinto oltre quel limite. Lì ebbe la visione di una “Donna” auto-luminosa, che era incapace di descrivere con le facoltà della mente (sskrt. antaḥkaraṇa). Tuttavia, la mente, nelle sue limitate capacità, manteneva la sensazione che quella luce gentile gli ricordasse Beatrice; questo fu quanto riuscì a recepire. Questa la risposta ai due pellegrini. Ma, appena terminata la confessione sull’incapacità della mente umana di “ricordare” ciò che aveva conosciuto direttamente, Dante dichiarava d’avere la “mirabile visione” del mistero divino. Con “mirabile visione” Dante non intendeva una nuova esperienza spirituale, ma il progetto di narrare le sue conoscenze nella Divina Commedia. Cosicché egli concluse la Vita Nova assumendo l’impegno di impiegare il resto della sua vita terrena a spiegare ciò che non fu mai detto prima. Vale a dire che la sua anima, nella gloria di Beatrice, aveva l’eterna visione diretta di Colui che è sempre benedetto. Questo epilogo, dunque, prelude la Divina Commedia.

      Maria Chiara de’ Fenzi

      1. Gli altri Fedeli d’Amore e lo stesso maestro dimostrarono poca comprensione, deridendo il Poeta per i suoi improvvisi samādhi.[↩]
      2. Questa esperienza è ben nota nella via della Bhakti come la sofferenza dell’”unione e della separazione” (sskrt. saṃyoga-viyoga).[↩]
      3. Infatti quelle “Donne” erano tutti, in realtà, dei cavalieri.[↩]
      4. L’intelletto attivo e quello possibile (Mahan Ātman universale e la buddhi individuale) si erano così uniti in matrimonio spirituale, come è affermato nel Convivio (II.2.2). Beatrice e Dante ormai s’erano integrati nell’androgino primordiale “moglier-marito” di Francesco da Barberino, nello stato d’identificazione che è l’unico Amore dimorante nel cuore.[↩]
      5. Dolcissima morte, la definisce il Poeta, in netta antitesi con Morte Villana procurata dalle condanne dell’Inquisizione.[↩]
      6. Alla morte seguì dunque una rinascita interiore. Gli angeli avevano cantato “Osannah nel più alto dei cieli” quando nacque il Cristo. Questo è il primo segnale che Dante si sarebbe identificato con Gesù Messia, o che avrebbe raggiunto il medesimo stato realizzativo. A tale allusione seguiranno a breve altre conferme.[↩]
      7. L’imminente pacificazione dell’anima (śānta Ātman) era ormai possibile in quanto Dante aveva trasceso l’alterità della sua buddhi individuale e Mahan Ātman-Beatrice.[↩]
      8. Amore spiega che Primavera significava “che era venuta prima”; si chiamava Giovanna perché come Giovanni Battista, aveva annunciato l’avvento del Salvatore. Beatrice che veniva di seguito, invece è dichiarata identica ad Amore. Il Dio, dunque, tramite Beatrice, dichiarava così l’avvenuta identificazione con Dante. È un’altra conferma che Dante rappresentava un secondo Cristo. In questo modo immaginifico il Poeta confermava d’aver universalizzato il suo grado di maestro.[↩]
      9. Nel successivo capitolo XXV, Dante afferma che Amore, in realtà, è un accidente che nasconde una sostanza reale. Tale sostanza è stata tramandata nei secoli da una catena ininterrotta di maestri che ha origini troiane. Tra essi cita Virgilio, Lucano, Orazio, Ovidio, fino ad arrivare ai rimatori in lingua d’oc, a Cavalcanti e, infine a lui stesso. Così egli si proclama come il nuovo maestro.[↩]
      10. Proposta espressa nel sonetto “Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io”.[↩]
      11. Molto si è dibattuto in merito. Di fatto questa organizzazione iniziatica chiamata Mandetta o “la donna di Tolosa”, doveva avere delle caratteristiche identiche a quelle della Corte d’Amore fiorentina, cosa che esclude l’ipotesi ricorrente che si trattasse di una setta catara. Rossetti interpreta il nome di Mandetta come se Guido avesse avuto il “mandato” di salvare quella famiglia iniziatica tolosana da pericoli interni ed esterni.[↩]
      12. Ciò è dichiarato apertamente nei due splendidi sonetti “Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta” e “Vede perfettamente onne salute chi la mia donna tra le donne vede”.[↩]
      13. Il racconto di questa esperienza sarà esposto nel Paradiso, la terza cantica della Divina Commedia.[↩]
      14. La lettera che iniziava con “Quomodo sedet sola civitas”, la prima geremiade della Bibbia, è andata perduta. Non deve stupire se il rappresentante di una antichissima famiglia patrizia romana potesse comunicare alla pari con i potenti della terra; e Dante ripeterà una simile esortazione e ammonimento all’Imperatore, ai Re e ai Cardinali con due lettere nel 1314 in occasione della soppressione del Tempio. Tuttavia, questa prima lettera doveva essere rivolta ai Principi che fossero anche cavalieri iniziati; altrimenti, per quale motivo Dante avrebbe dovuto avvertirli della sua nuova eccelsa realizzazione e di aver raggiunto così il vertice della gerarchia iniziatica imperiale?[↩]
      15. Alcuni studiosi sostengono che queste citazioni dell’Antico Testamento provassero una influenza ebraico-qabbalistica esercitatasi su Dante, dimenticando che per i cristiani l’intera Bibbia è testo sacro. Questa pretesa è in linea con l’idea recentissima che la civiltà occidentale abbia sedicenti origini giudaico-cristiane. La verità è che prima di Marx, Freud ed Einstein le comunità ebraiche erano arroccate nei loro ghetti, con nulli o pochi scambi culturali con l’ambiente esterno, da loro considerato “impuro”. La loro influenza cominciò a esercitarsi nascostamente, come vedremo, soltanto a partire dal Rinascimento, per poi dilagare nel XIX secolo. Dante, in linea con le posizioni cristiane tradizionali che riconoscevano le responsabilità dei giudei per la condanna capitale di Gesù, di essi scriveva esortando così i cristiani: “Uomini siate, e non pecore matte, sì che ‘l giudeo di voi tra voi non rida” (Paradiso,V.80). E, non a caso, denomina Giudecca (ghetto) il più profondo degli inferni. Chi sostiene una lettura giudaizzante dell’opera di Dante è Sandra Debenedetti Stow, Dante e la mistica ebraica, Firenze, La Giuntina, 2004, seguita a ruota da Gian Maria Molli, La Rinascita di Dante, Roma, Arkeios, 2010. Quest’ultimo autore s’appoggia anche sull’“autorità” di occultisti quali Max Heindel, Rudolf Steiner, Dion Fortune ecc., a dimostrazione della poca sua capacità di discriminazione. Di tutt’altro peso sono invece gli studi di Giorgio Battistoni (per. es.: Immanuello Romano, L’Inferno e il Paradiso, G. Battistoni (a cura di), Firenze, La Giuntina, 2000). Si tratta di lavori interessanti, scritti con grande serietà e rigore. Tuttavia questo dantista non si è reso conto di documentare che fu Immanuello Romano a essersi ispirato all’opera di Dante e non viceversa, contraddicendo così la tesi delle influenze ebraiche sulla Divina Commedia che si era prefissato di dimostrare.[↩]
      16. Si riprenderà l’esposizione storica di quel momento critico nel prossimo capitolo dedicato all’Ordine del Tempio.[↩]
      17. Convivio, II.15.[↩]
      18. Si tratta di Amore. Si noti il titolo d’Imperatore, che allude alla funzione iniziatica di Dante, ormai identificato ad Amore.[↩]
      19. Filosofia significa semplicemente “desiderio di sapienza”. Perciò appare un’inutile distrazione per colui che si è già identificato a sofìa.[↩]
      20. D’altra parte Guittone d’Arezzo e Bonagiunta Orbacciani, che in giovinezza erano stati Fedeli d’Amore, avevano rivelato pubblicamente l’esistenza del linguaggio segreto dei trovatori. Perciò le frasi incomprensibili per chi non conoscesse il gergo erano diventate motivo di sospetto da parte di curiosi e avversari. L’abbandono definitivo del trobar clus avverrà nella Divina Commedia.[↩]
      21. Ricordiamo al lettore che nel linguaggio segreto i sospiri rappresentano le virtù e le conoscenze dimoranti nel cuore.[↩]
      22. Veronica è un velo su cui si era impresso miracolosamente il volto di Gesù Cristo, ancora attualmente conservata nella Basilica di San Pietro a Roma.[↩]

      44. Dante: la Vita Nova – I

        Dante: la Vita Nova – I

        Guido Guinizzelli fu il maestro (sskrt. guru) di un giovanissimo aristocratico fiorentino, Guido de’ Cavalcanti (1255-1300)1. Personalità spiccata, di grande intelligenza e sapienza, il Cavalcanti succedette a Guido Guinizzelli nel magistero (sskrt. gurutva). Attorno a lui si radunò un gruppo di giovani cavalieri trovatori2, tra cui Ser Durante di Alighiero degli Alisei3, più noto come Dante Alighieri (1265-1321). Quest’ultimo divenne in breve il più importante rimatore che, per la perfezione della sua poesia, l’universale sapienza e l’elevatezza della sua dottrina, può essere riconosciuto come il massimo esponente dell’iniziazione cristiana medievale. Tra i suoi scritti descriveremo le due opere più importanti per i nostri fini4: la Vita Nova, in cui Dante descrive le sue esperienze iniziatiche e il procedere delle sue realizzazioni interiori (sskrt. ādhyātmika anubhava); la Divina Commedia, vasto poema che descrive le corrispondenze tra il suo percorso interiore (sskrt. sādhaka anubhava), gli eventi mondani (sskrt. ādhibhautika vikāra) e la realtà divina (sskrt. ādhidaivika sattā). Dedichiamo questo articolo a un sunto della Vita Nova, cosicché i nostri lettori indiani possano riconoscere la somiglianza tra la via iniziatica della Fede Santa e quelle del tantrismo e della bhakti5.

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        Il libro così intitolato indica che si tratta del racconto degli avvenimenti che hanno portato Dante a esperienze interiori nel corso della sua via di realizzazione. La nuova vita, infatti, è quella che segue la rinascita iniziatica (dvijanman). Dante comincia la sua narrazione da quel momento affermando che la sua vita da non iniziato (sskrt. asādhaka) non è degna di ricordo. Nove anni6 dopo essere stato iniziato, ossia d’aver ricevuto la mercé, per la prima volta gli apparve7, vestita di rosso, la sua Donna, anch’ella novenne8, che era chiamata Beatrice da chi non sapeva il suo vero nome. Si tratta dell’ottenimento del primo grado di esperienza interiore da parte di Dante: a quella vista l’anima vitale che risiede nel cuore (sskrt. jīvātman) tremò dicendo: «Ecco un Dio più forte di me, venuto per dominarmi.» La mente e i sensi (antaḥkaraṇa) che stanno nel capo riconobbero: «È apparsa la vostra beatitudine.» Invece i soffi (prāṇa) che legano l’anima alle funzioni corporee lamentarono: «Ora saremo sotto controllo.» Da quel momento Amore dominò l’anima del Poeta facendo coincidere la sua volontà a quella di lui; e Amore lo spingeva di continuo a cercare in se stesso quella Donna angelica. Parrebbe che si trattasse di fuggevoli e continue esperienze interiori (sskrt. antaranubhava), prodotte dalla sua immagine sempre ripetutamente presente nel cuore di Dante, che lo spingeva verso Amore; ed egli seguiva questa attrazione verso Amore che Beatrice gli ispirava, sempre con il consiglio della ragione9.
        Dopo altri simbolici nove anni, Dante, percorrendo la via, ebbe una nuova apparizione di Beatrice avvolta in un abito bianco immacolato10. Per la prima volta ella rivolse a Dante il saluto (lingua d’Oc salut). Si trattava di una nuova e più elevata influenza spirituale (sskrt. anugraha) che, tramite la parola, carica l’iniziato (sskrt. sādhaka)11 di potenza, virtù e sapienza. In uno stato di tensione spirituale, Dante si ritirò a casa in solitudine. Durante quella notte in sogno egli ebbe una visione: vide Amore, gioioso e ardente come il sole, con in mano il cuore fiammeggiante del Poeta. In braccio teneva Beatrice sopita, tutta avvolta in un drappo sanguigno. Amore, svegliata la Donna, l’obbligava a divorare il cuore. Poi, piangendo12, sempre con Beatrice tra le braccia, salì in alto verso il cielo. La visione pare un sunto dell’intero percorso iniziatico di Dante a partire dalle prime esperienze da neofita (l’abito rosso di Beatrice), a cui s’aggiunge la previsione del suo raggiungimento del più alto dei cieli13. Sconvolto dal messaggio ricevuto in sogno, Dante scrisse un sonetto per chiedere spiegazione del suo significato ai più sapienti trovatori della sua cerchia (sskrt. kula) della Fede Santa. Eccetto il Cavalcanti, nessun altro Fedele d’Amore fu in grado di interpretare il sogno. Guido, il suo guru, riconobbe nel sogno di Dante la premonizione per il raggiungimento della più perfetta realizzazione da parte del suo straordinario discepolo; ma espresse questa opinione con incertezza, poiché neppure lui, il maestro, ne aveva avuta esperienza né poteva ambire a un livello spirituale così alto. A seguito di quella visione, Dante s’impegnò in una più severa ascesi volta a ottenere le benedizioni d’Amore. Agli occhi di tutti, smagriva di corpo e appariva distratto. A coloro14 che gli chiedevano di che male soffrisse, egli, giocando con le parole, affermava che erano le pene d’amore per una qualche dama di Firenze. Colse così l’occasione che una fanciulla lo fissasse mentre erano in chiesa a pregare, per sceglierla a schermo al fine di nascondere la verità. In questo modo la curiosità della gente fu appagata. Tuttavia, dopo pochi anni la “donna dello schermo” dovette partire e Dante non poté più stare in pace nascondendosi dietro quel presunto amore terreno. Si fingeva disperato per la lontananza della “donna dello schermo”, ma la beatitudine di cui godeva in cuor suo spesso emergeva in atteggiamenti di pura gioia. Queste contraddizioni aumentavano così il sospetto dei curiosi. Tale comportamento bizzarro poteva essere giustamente interpretato come una transe (sskrt. samādhi) indotta da metodi iniziatici. Il pericolo soprattutto era rappresentato dall’Inquisizione; questa istituzione amministrata dall’Ordine domenicano, confondeva15 di buona voglia le vie iniziatiche con le pseudo-religioni clandestine popolari, quali il catarismo e il valdesismo, allora presenti anche a Firenze. La necessità di nascondere agli estranei il suo stato d’intenso rapimento iniziatico coincideva effettivamente con un periodo di persecuzione nei confronti delle organizzazioni esoteriche. Dante ne diede l’allarme non solo ai trovatori della sua famiglia iniziatica, ma anche ad altre organizzazioni che erano derivazioni o rami dell’Ordine del Tempio16. Puntualmente, in quel frangente, l’Inquisizione, chiamata Morte Villana17, colpì. Un Fedele d’Amore, di cui Dante non fa il nome e che era stato spiritualmente molto vicino a Beatrice, fu condannato a morte. Il medesimo rappresentante d’Amore, Guido de’ Cavalcanti, pianse per il grave crimine. Piangere vuole anche dire ‘nascondersi’: si tratta di un segnale per tutti i trovatori. Dante, al fine di scampare alla persecuzione, fuggì dalla città alla ricerca della “donna dello schermo”. Lungo il cammino gli si accompagnò un personaggio vestito di stracci. Era Amore, anch’esso in fuga camuffato da pellegrino. Ma il cammino insieme diventò un percorso realizzativo. La grazia di Amore lo percorse e la fontana d’insegnamento diventò vasta come un fiume. Dante, in tutta evidenza, durante questo occultamento ottenne dei doni spirituali inaspettati. Amore, per proteggerlo, gli consigliò di assumere un’altra “donna dello schermo”: si trattava della religione esteriore18. Il nostro poeta rientrò al galoppo in città per assumere il nuovo travestimento che Amore gli aveva consigliato. A quanto pare si mise a frequentare un ambiente di frati francescani, perché è in quel periodo che afferì al Terz’ordine di S. Francesco19. Nonostante avesse assunto, con apparente entusiasmo, quella pesante copertura esteriore, Beatrice, l’Intelletto attivo (Mahan Ātman) continuava a dialogare intensamente con la sua buddhi, riempiendolo di grazie e di conoscenza. A questo punto della Vita Nova, la figura di Beatrice si sdoppia. Infatti la troviamo anche a rappresentare l’ambiente della Fede Santa, vale a dire la famiglia iniziatica degli altri Fedeli d’Amore; quegli stessi che non avevano compreso l’elevatezza degli ultimi stati interiori raggiunti da Dante. I trovatori, indignati dal suo comportamento, lo denunciarono di tradimento per aver rinunciato alla via iniziatica ed essere diventato un devoto profano della Chiesa esteriore. Gli fu, dunque, negata la partecipazione ai rituali (del saluto) dell’assemblea degli iniziati (sskrt. satsaṅga). Questo allontanamento indebolì il Poeta: infatti, assistendo a quei periodici riti di saluto, Amore lo pervadeva tutto ed egli ne traeva sempre nuova potenza. A seguito di questa esclusione, triste e solo, Dante s’appartò. Allora gli apparve Amore come un fanciullo vestito di candide vesti. Il Dio gli spiegò che la Fede Santa, probabilmente tramite la convocazione di una Corte d’Amore, aveva giudicato il suo comportamento noioso20. Egli ancora non poteva assumere a sua volontà qualsiasi comportamento esteriore, perché gli altri Fedeli d’Amore non l’avrebbero capito. Solamente chi, come Amore stesso, stava al centro del cerchio del divenire, poteva essere del tutto al di sopra delle forme. Tuttavia Dante era prossimo a quella stazione; perciò Amore gli suggerì di scrivere una ballata in sua difesa, in modo che Beatrice-Corte d’Amore (sskrt. satsaṅga) potesse essere messa al corrente della sua situazione spirituale. Così fece Dante, che scrisse al maestro della Fede Santa spiegandogli le ragioni del suo comportamento e riaffermandogli di essere sempre Fedele d’Amore in cuor suo. Dopo poco tempo Dante fu portato da un altro Fedele d’Amore ad assistere a un raduno in occasione di un matrimonio. Arrivato in quel luogo, egli si accorse dall’improvviso tremito del suo cuore e dall’agitazione di tutti gli altri soffi vitali, d’essere capitato in una riunione d’iniziati sconosciuti. Timoroso di essere stato portato con l’nganno davanti alla Corte d’Amore per essere condannato all’espulsione, Dante istintivamente simulò di esser lì per caso21. Ma subito vide in mezzo a essi Beatrice e altri membri della sua stessa famiglia iniziatica. Allora non riuscì a trattenere una sua subitanea trasfigurazione estasiata. Questi rapidi cambiamenti di comportamento furono visibili a tutti che presero a ridere di lui22, compresa Beatrice. Tornato a casa, Dante le inviò un sonetto, vale a dire al suo maestro e agli altri trovatori, cercando di spiegare quanto gli era avvenuto durante quella riunione. Vi affermava che alla semplice loro vista (sskrt. darśana) si era riempito di potenza come fosse stato presente a un rituale di satsaṅga. Amore lo aveva posseduto e gli aveva concesso quell’estasi irrituale. E per la prima volta Dante qui afferma che, ormai. per comprendere il suo stato interiore, sarebbe stato necessario che essi fossero stati Fedeli d’Amore al suo stesso livello di realizzazione.

        Maria Chiara de’ Fenzi

        1. Cavalcanti fu anche discepolo del fiorentino Ser Brunetto Latini, che si rifaceva più direttamente alla linea iniziatica (sskrt. paramparā) dei trovatori provenzali. Fu anche influenzato dai trovatori Ser Rustichello Filippi da Firenze (1235~1295), Ser Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca (1220~1290) e da Guittone del Viva d’Arezzo (1230-1294). Quest’ultimo, però, nella seconda metà della sua vita, abbandonò la Fede Santa per entrare nell’ordine dei Frati Gaudenti. Si trattava d’un ordine religioso essoterico che si esprimeva allo stile trovadorico per rivolgere l’Amore verso la chiesa e il papato, in netta opposizione ai Fedeli d’Amore.[↩]
        2. Tra questi è bene menzionare Gianni degli Alfani, Lapo Gianni, Cino de’ Sigilbuldi da Pistoia, Dino Compagni, Francesco da Barberino, Dino Frescobaldi, Dante da Majano e altri. Come Guido e Dante, molti di questi appartenevano a famiglie d’origine patrizia romana.[↩]
        3. Gli Alisei discendevano dalla gens Anicia, Tra gli antenati di Dante vi furono gli Imperatori romani Petronio Massimo e Flavio Anicio Olibrio, Severino Boezio, San Benedetto da Norcia, papa Gregorio Magno (Carlo Padiglione, L’Arme di Dante Alighieri, Napoli, Nobile ed. 1865).[↩]
        4. Oltre al già menzionato Il Fiore, Dante scrisse: Detto d’Amore, breve rifacimento del Roman de la Rose; in volgare toscano le Rime, ossia la sua corrispondenza iniziatica rimata con diversi Fedeli d’Amore; il Convivio, trattato in volgare rimasto incompiuto, con cui Dante, imitando il Simposio di Platone, desiderava istruire la classe dirigente a governare. Il Convivio voleva essere un’applicazione essoterica dei principi della Fede Santa, che il poeta esprimeva seguendo le argomentazioni aristoteliche. In questo trattato Dante spiega che, allo stesso modo della Sacra Scrittura, anche i suoi scritti devono essere interpretati a quattro livelli: il senso letterale; il senso morale, ossia le istruzioni di comportamento e delle azioni iniziatiche (sskrt. prakriyā); il senso allegorico, vale a dire l’interpretazione simbolica; e infine quello anagogico, quello dottrinale. Nel De Vulgari Eloquentia, si spiega perché abbandonare il latino, lingua ormai essoterica ed ecclesiastica, e come deve essere il linguaggio volgare dei Fedeli d’Amore: illustre, ossia purificato dalla rozzezza popolare; aulico, ossia adatto a trattare di argomenti propri del potere imperiale; curiale, cioè idoneo a illustrare tematiche teologiche; e, infine, cardinale, vale a dire conveniente per descrivere le dottrine che sono il cardine della Realtà. Nel Monarchia, Dante espone la sua visione di come debba essere governato il mondo. L’Impero che risale a una tradizione romana e anche precedente. La Chiesa, che risale a Cristo e ai suoi antenati, i re Davide e Salomone. Imperatore e papa sono i due soli che illuminano la cristianità (qualcuno affermato erroneamente che l’uno è il sole e l’altro la luna). L’Imperatore governa per il bene dei viventi, il papa conduce le anime dei defunti ai cieli. L’uno e l’altro sono interdipendenti, ma si trovano da secoli in cattive condizioni: l’Impero deve recuperare il suo potere universale, il papato deve smettere con le sue bramosie di potere terreno. Due Egloge in latino, sullo stile di Virgilio, in cui Dante, con lo pseudonimo di Mopso, riprende il simbolismo poetico dell’epoca augustea, che già s’era risvegliata presso la corte dei merovingi e di Carlo Magno. La Questio de Aqua et terra, un trattato latino sulla struttura del nostro pianeta Terra, base per la concezione del trimundio nella Divina Commedia. Infine, le Epistole in latino, con cui Dante esorta l’Imperatore Arrigo VII, ammonisce e rimprovera i grandi feudatari italiani ch’egli frequentava, vescovi e cardinali, per riportare pace e giustizia nella cristianità, restaurando il potere imperiale e purificando la Chiesa dai vizi terreni.[↩]
        5. Volutamente prendiamo le distanze da ogni interpretazione profana dei dantisti accademici sia essa letteraria, filologica, ideologica o quant’altro. Costoro, come il cherubino con la spada fiammeggiante davanti alla porta dell’Eden, gli voltano le spalle all’unico scopo di tenere lontani coloro che vogliono entrarvi. Essi sono però all’opposto della natura sapienziale dei cherubini e la loro arma è l’ottusità. Già meglio vanno i rari commenti scritti da esoteristi. Tuttavia, sono limitati dalla loro conoscenza esclusivamente libresca o da aver partecipato a cerimonie prive d’efficacia iniziatica, il che impedisce di capire, tramite esperienze interiori analoghe, le realtà descritte nella Vita Nova. Un esempio ne è il libro di Marcello Vicchio, Dante l’iniziato, Arcireale-Roma, G.E. Bonanno, 2015. Molti nostri lettori indiani śākta, invece, sapranno riconoscere appieno l’interpretazione sunteggiata che segue.[↩]
        6. “Questa donna fu accompagnata dal numero nove, a dare intendere ch’ella era un nove, cioè un miracolo [‘azione divina nel mondo], la cui radice [quadrata] è solamente la mirabile trinidade” (VN, XXIX.10). Il numero nove è il simbolo di tutto ciò che attiene a Beatrice, colei che conduce alla beatitudine. La Donna di Dante, infatti, altro non è che l’Intelletto attivo, irraggiamento nel mondo manifestato della realtà divina. L’Intelletto attivo (sskrt. Mahan Ātman) è il principio che opera nel mondo sottile apportando le grazie delle tre persone della Trinità cristiana. Quest’ultima concezione, come è stato segnalato altrove su questo Sito, corrisponde molto da vicino al Sacciddānanda delle dottrine hindū. L’attività, che esprime la triplicità non agente della Trinità nel trimundio (sskrt. tribhuvana), è simboleggiata appunto dal numero nove (3×3), che è il vero nome di Beatrice. D’altra parte, in latino il nome di questa gentilissima è Beatr-IX, il nove (IX) che rende beati. L’intelletto individuale o possibile (sskrt. buddhi) è il ricettacolo delle influenze spirituali, delle conoscenze e delle virtù, con cui potrà, infine, unirsi all’intelletto universale o attivo, Mahan Ātman in quanto jīva ghana o Hiraṇyagarbha. Questo, tra le altre cose, spazza via l’idea tenace dei medievisti che vedono in ogni dove l’influenza di Avicenna e Averroé. Costoro, infatti, sostenevano l’assurda opinione per cui l’intelletto passivo (sskrt. buddhi) sarebbe stato un principio sopraindividuale presente nell’individuo. Sulla contrarietà a tale opinione in Dante v. Francesco Perez, La Beatrice svelata, Palermo, Flacconio ed., 2001 (I ed. 1865), pp. 127-142.[↩]
        7. A differenza di altre occasioni, in cui Dante incontrò per strada, in chiesa o altrove la Donna umana che gli era stata assegnata per rappresentare Beatrice, come voleva la tradizione cavalleresca, in questo caso si tratta di una vera apparizione, come lo stesso Poeta insiste a narrare.[↩]
        8. Anche Jacopo da Lentini aveva affermato: “Le merzè [le iniziazioni] siano strette [concesse raramente], che nulla parte siano dette, perché paiono gioie nove; in nulla parte siano trovate né dagli amadori chiamate infino che compie anni nove”. Nell’Ordine del Tempio erano necessari nove anni di apprendistato affinché uno scudiero potesse essere iniziato cavaliere. (L. Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei “Fedeli d’Amore”, Roma, Optima, 1928, p. 274). Non si devono però intendere sempre in senso letterale queste grandezze temporali basate sul simbolismo del numero nove: nove, nell’opera di Dante, rappresenta ‘il tempo appropriato, il tempo necessario’ (sskrt. ṛtukāla), il ‘tempo preparato dalla provvidenza o volontà divina’ (sskrt. daivakṛta). È evidente che i due “bimbi di nove anni” simboleggiano il grado di “fanciullo e fanciulla” di Francesco da Barberino, di cui si è parlato nel capitolo precedente, il 43° di questa serie.[↩]
        9. Dante non specifica mai quale metodo (sskrt. prakriyā) avesse usato. Questo costante richiamo dell’immagine di Beatrice alla mente parrebbe alludere a una tecnica di visualizzazione (sskrt. dṛṣṭi o darśana) interiore. Sappiamo, tuttavia, che Dante trattò anche dei nomi divini ‘I’ e ‘El’ usati tradizionalmente come dei veri e propri mantra.[↩]
        10. Nel simbolismo ermetico, di cui parleremo più avanti, la morte alla profanità era rappresentata dal colore nero, la rinascita iniziatica dal rosso e il bianco indicava la massima purezza. Cfr. con i colori dei tre guṇa dell’induismo. Il color bianco, sattva, è, come afferma Dante per l’occasione, il simbolo d’aver raggiunto il limite più alto della beatitudine.[↩]
        11. Potrebbe essersi trattato di un rituale di passaggio di grado con la concessione di una tecnica metodica più potente per gli iniziati che avevano già raggiunto dei livelli alti di realizzazione. Forse anche Lapo Gianni usufruì dello stesso rituale assieme a Dante (Valli, cit. p. 185)[↩]
        12. Nel parler cloz piangere significa simulare, agire in modo che altri non ne comprendano il senso.[↩]
        13. Si esaminerà più avanti il percorso dantesco verso il più alto dei cieli, un vero devayāna compiuto in vita, e la sua conclusione al di là di essi.[↩]
        14. Certamente costoro non erano soltanto i profani (sskrt. adīkṣita), ma anche gli altri cavalieri della Fede Santa che non avevano compreso lo stato di realizzazione di Dante.[↩]
        15. Confusione tipica dei profani di ieri e di oggi che non sanno né vogliono distinguere tra le false religioni, sette, eresie, congreghe stregonesche e ciò che trascende l’essoterismo religioso. Confondendo volutamente ciò che le è superiore con ciò che è inferiore, la religione esteriore tende volutamente a equivocare sui termini “esoterismo” e “gnosi” (sskrt. jñāna), facendoli passare per sinonimi di luciferismo, satanismo o peggio. Nel quinto sonetto de Il Fiore, Amore esorta il cavaliere in tale modo: “I’ son tu’ Deo ed ogn’altra credenza metti a parte né non creder né Luca né Matteo né Marco né Giovanni”. Invece del superamento delle scritture esteriori in favore di una conoscenza superiore, l’essoterismo pretende di vedervi un atto di ribellione.[↩]
        16. In un sonetto, Dante ricorda ai Fedeli d’Amore le parole del profeta Geremia che riguardano l’ordine divino di proteggere il Tempio di Gerusalemme. In questo caso egli allude all’Ordine del Tempio e a tutte le sue diramazioni. Tra esse la Fede Santa era in tutta evidenza la più importante per la trasmissione della sapienza. In molte parti dell’opera del Poeta, infatti, contemplare s’identifica al significato di cum Templo, a indicare, con un gioco di parole, che la contemplazione (sskrt. dhyāna) e Ordine del Tempio indicavano rispettivamente la conoscenza e l’organizzazione iniziatica che la custodiva. Sulla Fede Santa come ordine terziario dei Templari v. Robert L. John, Dante Templare, Milano, Hoepli, 1987.[↩]
        17. “Morte villana” è l’esatto opposto di “A-mor” gentile: indica la Chiesa plebea nemica della nobile immortalità.[↩]
        18. Cavalcanti, alludendo a questa emergenza storica che indusse Dante alla simulazione, afferma: “Religion guardar dal quarto lato/ ben provveder di porres’ in su’ grato. / È ‘l quinto che de’ l’omo avere in core”. L’importante è conservare la quintessenza nel proprio cuore![↩]
        19. Il Terz’ordine era riservato a laici che assumevano la regola di San Francesco rimanendo sposati e vivendo nelle loro abitazioni private. Intorno alla fine degli anni ’80 del XIII secolo a Firenze erano più influenti i domenicani, ma, poiché essi gestivano l’Inquisizione, fu più prudente per Dante scegliere il francescanesimo.[↩]
        20. La parola toscana medievale noia deriva dal provenzale ennoi e, tramite l’antico lombardo inodio, trae la sua origine dal latino in odio. Odio rappresenta con vivezza l’avversione contro Amor, proprio dell’essoterismo ecclesiastico di quell’epoca.[↩]
        21. Il testo dice che s’appoggiò a una pittura per nascondersi, ossia assunse una ostentata maschera d’indifferenza.[↩]
        22. Si riconosce facilmente i curiosi fenomeni di rapimento da samādhi. Questo ultimo termine è stato tradotto da Eliade con l’insensato neologismo di ‘enstasi’. In verità i vari tipi di samādhi rappresentano proprio uno spostamento artificiale della coscienza individuale fuori della sua condizione ordinaria. Perciò si tratta di stati estatici. Semmai, è proprio lo stato ordinario di coscienza di veglia che dovrebbe essere definito ‘enstasi’.[↩]

        43. I Romanzi d’Amore e la Fede Santa in Italia

          I Romanzi d’Amore e la Fede Santa in Italia

          I Trovatori-Fedeli d’Amore si erano dedicati a scrivere in rima sonetti, canzoni e ballate. Comunicavano tra loro in modo nascosto rispondendosi “per le rime”. La risposta era riconoscibile in quanto riproduceva con esattezza le medesime rime del messaggio ricevuto. Presentiamo come esempio due noti scambi rimati tra Fedeli d’Amore della scuola fiorentina del XIII secolo1:

          Dante a Cino da Pistoia

          Perch’io non trovo chi meco ragioni
          del signor a cui siete voi ed io,
          conviemmi sodisfare al gran disio
          ch’i’ ho di dire i pensamenti boni.
          Null’altra cosa appo voi m’accagioni
          del lungo e del noioso tacer mio,
          se non il loco ov’i’ son, ch’è sì rio,
          che ‘l ben non trova chi albergo li doni. 

          Risposta di Cino da Pistoia

          Dante, i’ non so in qual albergo soni
          Lo ben, ch’è da ciascun messo in oblio;
          è sì gran tempo che di qua fuggio,
          che del contraro son nati li troni;
          e per le variate condizioni,
          chi ‘l ben tacesse non risponde al fio:
          lo ben sa’ tu che predicava Iddio,
          e nol tacea nel regno de’ dimoni.

          Dante alle “Donne” (Fedeli d’Amore)

          Donne ch’avete intelletto d’Amore,
          i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
          non perch’io creda sua laude finire,
          ma ragionar per isfogar la mente.
          Io dico che pensando il suo valore,
          Amor sì dolce mi si fa sentire,
          che s’io allora non perdessi ardire,
          farei parlando innamorar la gente.

          Risposta delle “Donne”

          Ben aggia l’amoroso e dolce core
          Che vol noi donne di tanto servire,
          che sua dolze ragion ne face audire,
          la quale è piena di piacer piagente;
          che ben è stato bon conoscidore,
          poi quella dov’è fermo lo disire
          nostro per donna volerla seguire,
          perché di noi ciascuna fa saccente,

          Gli argomenti di tale corrispondenza erano dei più vari: richieste d’un consiglio su come usare il metodo (sskrt. prakriyā); domande sulla dottrina; esposizione del grado di realizzazione raggiunto; ingiunzioni (sskrt. vidhi) ai discepoli da parte del maestro; denuncia di un pericolo imminente; convocazione della Corte d’Amore; accuse di deviazioni dottrinali presso qualche condiscepolo, ecc.
          Nella Fede Santa vi fu però anche un altro genere letterario in vernacolo: il romanzo. Questa forma mista di prosa e poesia si richiamava direttamente alla tradizione romanzesca del ciclo di re Artù e del Graal e, indirettamente, alla trattatistica latina d’Amore che, tramite Andrea Cappellano (De Amore), risaliva a Severino Boezio (De consolatione Philosophiæ) fino a Ovidio (Ars Amatoria)2. Il primo romanzo ad apparire fu Le roman de la Rose. Si tratta d’un racconto allegorico iniziato nel 1237 da un autore, Guillaume de Lorris, e rimasto incompiuto. Dopo quarant’anni un secondo poeta, Jean de Meun, proseguì e portò a termine la narrazione. Il protagonista del romanzo si prefigge di mettersi alla cerca di una donna sconosciuta che egli ama dopo averla vista in sogno. Questa dama è misteriosamente identificata a una rosa bianca, pura e profumatissima, che è rinchiusa in un castello3. È del tutto evidente che la Donna-Rosa rappresenta la santa sapienza, la conoscenza iniziatica che usa specchiarsi nella “fontana dell’insegnamento”4. Il protagonista del Roman s’inoltra nel regno di Amore, guidato da Cupido e accompagnato dalle contrastanti fate Venere e Castità. Lungo il percorso il cavaliere è in continuazione ostacolato da Povertà e da Papelardie (Papa/pappa lardo). Povertà è la personificazione degli ordini mendicanti, francescani e domenicani; in particolare qui ci si riferisce all’ordine domenicano, che amministrava le attività dell’Inquisizione. Il secondo termine, invece, è un nomignolo spregiativo per indicare il Papato bramoso d’ingrassarsi di beni terreni. La prosecuzione e il successo finale della cerca è narrato da Jean de Meun. Nella seconda parte del Roman de la Rose, il cavaliere deve superare gli ostacoli che Falso Sembiante (Faux-Semblant) sparge sulla sua via, fino a conquistare la Rosa-Santa Sapienza. Questa prima narrazione della conquista della Rosa o di Biancofiore è caratterizzata da una serrata satira del cattolicesimo essoterico, caratteristica che continuerà sempre più sferzante nei romanzi dello stesso filone. Il più importante libro di questa corrente5 è Il Fiore, di ser Durante Fiorentino, che a detta di tutti i critici, è attribuito a Dante Alighieri. In questo romanzo allegorico il protagonista è introdotto nel giardino d’Amore dalla sua dama Bel Acuel (Bell’accoglienza) e riesce a baciare il Fiore. Bel Acuel è evidentemente il maestro (sskrt. guru), il giardino è l’organizzazione iniziatica (sskrt. kula), e il bacio è il rito d’iniziazione (sskrt. dīkṣita kriyā), come si è già detto nel capitolo precedente. Da quel momento il cavaliere si trova osteggiato da Malebouche (Malabocca) e Jalusie (Gelosia), che rappresentano rispettivamente la falsa accusa di eresia e la profanità che considera l’amore come una passione terrena. Più avanti nel percorso per conquistare il Fiore, il protagonista s’imbatte in Falso Sembiante e Costretta Astinenza, rispettivamente il clero ipocrita e i nuovi ordini pauperistici, francescani e domenicani. Vinte tutte queste resistenze, alla fine il cavaliere riesce a cogliere il Fiore. Il racconto simbolico sulla conquista della conoscenza è dunque così colmo di spunti polemici contro gli essoterici che molti studiosi accademici vi vedono erroneamente una prova di eresia o addirittura di catarismo. Invece ne Il Fiore di Dante6 si distinguono chiaramente, tra i perseguitati dall’Inquisizione, semplici credenti del catarismo e catari ‘perfetti’ (che hanno ottenuto il consolamentum) da altri che sono semplicemente ribelli alle imposizioni esteriori7. Dopo la crociata contro gli albigesi e con l’ostilità scatenata dal papato contro l’Imperatore Federico II, gli iniziati di tutte le correnti esoteriche, in tutta evidenza, dovettero occultarsi sempre di più. Da questo momento essi dovettero assumere un aspetto profano (mal sembiante), o una copertura assunta falsamente. Anche gli iniziati dunque si camuffarono da Falso Sembiante. Durante e dopo la crociata contro i catari, trovatori e Fedeli d’Amore cercarono rifugio presso le corti dei sovrani che simpatizzavano con loro o che erano essi stessi degli iniziati. Di particolare importanza fu l’accoglienza che l’Imperatore Federico II concesse ai fuggiaschi provenzali nel suo regno dell’Italia meridionale. Attorno a lui si radunarono i trovatori e così si fondò la scuola siciliana dei Fedeli d’Amore. I poeti siciliani cantarono alla maniera provenzale la Donna, il Fiore e la Rosa, ma usando il volgare italiano di Sicilia8.
          Federico II di Svevia, allevato dai templari della Puglia e dal vescovo di Troia, ricevette fin dall’infanzia una educazione profonda e vasta. Parlava sei lingue: latino, italiano di Sicilia, tedesco, provenzale, greco e arabo. Fu poeta raffinatissimo, diventando ben presto uno dei trovatori più quotati del suo regno. Egli fondò a Palermo una Magna Curia, una corte di intellettuali, la scuola di medicina di Salerno, l’Università di Napoli e la scuola di retorica a Capua. La scuola poetica, che fu anche Corte d’Amore e organizzazione iniziatica (sskrt. gurukula), ebbe come maestro (sskrt. dīkṣā guru) il grande trovatore Jacopo da Lentini9. La grandezza della sua sapienza, che per riflesso diede nascita a così importante sviluppo culturale, lo fece riconoscere da tutti come Stupor Mundi (meraviglia del mondo, sskrt. lokādbhuta).
          I papi che si succedettero durante il regno di Federico intrapresero una politica a lui ostile. Il papato non tollerava che l’Imperatore controllasse la Germania, l’Italia settentrionale e il meridione d’Italia. Lo Stato della Chiesa era così circondato completamente. D’altra parte Federico II non nascondeva il desiderio di impadronirsi di Roma in qualità di Imperatore romano. Fu così ripetutamente scomunicato, in modo da sciogliere il giuramento di fedeltà che gli prestavano i suoi vassalli. Federico II capeggiò la sesta crociata contro l’occupazione islamica della Palestina. Recatosi in Oriente, l’Imperatore s’incontrò con il sultano di Siria ed Egitto Malik al-Kamil. I due sovrani si riconobbero reciprocamente come iniziati delle loro rispettive religioni, simpatizzarono e giunsero a un compromesso10. In questo modo l’Imperatore ottenne la restituzione di Gerusalemme all’Impero Romano senza colpo ferire. Anche questo successo fu pretesto per una nuova scomunica papale. A seguito di queste sue continue espulsioni dalla comunità cattolica, anche l’Ordine del Tempio dovette prendere le distanze da Federico II. Ciò comportò tutta una serie di dissapori tra i templari e la causa imperiale. Tra i monaci-cavalieri solamente i teutonici mantennero rapporti piuttosto buoni con l’Imperatore, essendo il loro Gran Maestro Hermann von Salza amico intimo e consigliere di Federico II. Le vicende politiche provocate dalla continua ostilità papale impedirono all’Imperatore Federico di far dilagare il prestigio della sua saggezza sul resto d’Europa. Egli però rappresenta uno dei cardini della tradizione iniziatica e, alla sua morte, passò nella leggenda11.
          Come si è detto recentemente, i trovatori provenzali godettero di buona accoglienza, oltre che in Sicilia, Spagna e Portogallo, anche nell’Italia settentrionale. Essi furono all’origine di una scuola di Fedeli d’Amore che ebbe come centri principali prima Bologna e poi Firenze. A Bologna spicca per importanza Guido Guinizzelli (1235-1276), che è stato il maestro dei Fedeli d’Amore del centro Italia. La sua poesia “Al cor gentil rempaira sempre Amore” è una vera dichiarazione dottrinale fuori del parler cloz, che qui parafrasiamo:

          Amore sempre si rifugia nel cuore nobile, come l’uccello si ripara nel verde del bosco. Natura non creò l’Amore prima del cuore nobile, né il cuore nobile prima d’Amore: quando fu creato il sole, il suo splendore risplendette subito e non prima della creazione del sole. Amore prende posto nella nobiltà in modo così naturale come il calore nella luce del fuoco. Il fuoco d’Amore si accende nel cuore nobile come il potere nella gemma. Tale potere non discende dalla stella [corrispondente]12 prima che il sole non l’abbia nobilitata: dopo che il sole, grazie alla sua forza, ha espulso ciò che in lei è vile, la stella la carica di potere. Così il cuore che è stato reso dalla natura eletto, puro e nobile, lo fa innamorare della donna ch’è simile alla stella. Amore dimora nel cuore nobile come il fuoco sta sulla torcia; lì, chiaro e sottile, splende a suo piacimento. Tanto è indomabile che nessun altro ricettacolo potrebbe accoglierlo. Invece una nascita ignobile è contraria ad Amore, come l’acqua, che per natura è fredda, è opposta al calore del fuoco. Amore prende dimora nel cuore nobile, come in un luogo che gli è simile, come il diamante nella miniera di ferro. Il sole colpisce il fango per tutto il giorno: eppure, esso resta vile e il sole non perde il suo calore; l’uomo orgoglioso dice: “Sono nobile di nascita”. Costui è simile al fango, e la virtù della nobiltà è come il sole, in quanto non si deve credere che la nobiltà per sola dignità ereditata possa essere priva di un cuore virtuoso. Se il cuore nobile ha virtù è come l’acqua che si lascia attraversare dal sole e come il cielo che risplende per la luce delle stelle che contiene. Dio creatore splende nell’intelletto angelicato, più di quanto risplenda il sole ai nostri occhi: esso [l’intelletto] conosce il suo Creatore al di là del movimento dei cieli e, facendoli girare, Gli ubbidisce. Come senza indugio compie il disegno divino, così, in verità, la bella donna dovrebbe ispirarlo; dopo che ella ha fatto luce attraverso gli occhi del suo innamorato, viene il desiderio di non disobbedirle mai13. Quando la mia anima starà davanti a Lui, Dio mi dirà: “Donna [il Fedele d’Amore], che presunzione hai avuto? Hai attraversato il cielo e sei giunto fino a me prendendo vanamente Amore come se fosse Me. Le lodi si addicono soltanto a Me e alla regina del vero regno [la Madonna], grazie alla quale ogni illusione svanisce”. Potrò rispondergli: “Aveva l’aspetto di un angelo del Tuo regno; non fu un errore se posi in lei il mio amore”.

          Gian Giuseppe Filippi

          1. Nei prossimi capitoli entreremo nel merito del significato di tali rime.[↩]
          2. Questo filone letterario s’ispirò parzialmente alla Psychomachia di Prudenzio (348-405 d.C.), dove vizi e virtù appaiono rappresentati come personaggi in epica lotta fra loro; e all’anonimo De Jherusalem la cité (XI sec.), in cui Gerusalemme, considerata un centro iniziatico, è raffigurata come fosse una donna minacciata da forze del male, mentre è meta ambita di virtuosi cavalieri; tra i precedenti ricordiamo anche il Pamphilus de Amore, di anonimo spagnolo del XII secolo e Li Fablel dou Dieu d’Amours, in lingua d’Oc.[↩]
          3. Si riconosce in questa allegoria la somiglianza con i romanzi della cerca del Graal. La Dama-Rosa bianca corrisponde a Blanchefleur, figlia del Re Pescatore, che vive nel castello di Corbenic e che va in sposa al cavaliere che conquista il Santo Graal. Il racconto trova in India un archetipo nel Rāmāyaṇa, l’epica che narra la spedizione de Rāma, Re perfetto e avatāra di Viṣṇu, per liberare Sītā tenuta prigioniera nella fortezza del demone Rāvaṇa. Con molte varianti, come il Mālavikāgnimitram di Kālidāsa, questo racconto allegorico si perpetuò in India proprio fino all’epoca in cui Guillaume de Lorris lo metteva per iscritto. Infatti, a metà del XIII secolo, il principe rājaput Ratan Singh si recò a Ceylan per liberare la principessa Padmavati (che significa Loto bianco). In quella contingenza, le forze del male che ostacolarono l’impresa erano rappresentate dalle orde musulmane. Tre secoli più tardi, il racconto orale fu messo per iscritto nel celebre poema Padmavāt dal sufi Malik Muhammad Jāyasī (1477-1542). Questo pīr della tariqa Chištiyya continuò ad attribuire ai musulmani dell’India la funzione di ostacoli alla cerca di Padmavati, la sapienza sacra.[↩]
          4. Seguendo le usanze cavalleresche, i Fedeli d’Amore dedicavano le loro attenzioni a una dama appartenente alla medesima corrente iniziatica, fungendo da ‘cavalier servente’. La dama simboleggiava la sapienza che il cavaliere desiderava raggiungere e, allo stesso tempo, questo comportamento celava sotto la finzione di una passione amorosa terrena l’ardente desiderio di conoscenza. Non si può giustificare l’insistenza di uno studioso serio come Alfonso Ricolfi a sottolineare di continuo la carnalità di questa categoria di dame. Egli arriva persino a intravedere allusioni lubriche nella Rosa di Jean de Meun (A. Ricolfi, Studi sui “Fedeli d’Amore II. – Dal problema del gergo al crollo d’un Regno”, Genova-Roma-Napoli-Città di Castello, Soc. A. Ed. Dante Alighieri, 1940, pp. 25-26). Naturalmente gli storici convenzionali della letteratura italiana condividono questa convinzione sulla sottintesa lussuria, che invero esiste come tendenza soltanto nella loro mente.[↩]
          5. A questa corrente appartiene anche l’eruditissimo Tesoretto di Brunetto Latini e alla sua versione in lingua d’oïl, Li livres dou Tresor, che narra d’un viaggio iniziatico fino alla vetta del monte Olimpo.[↩]
          6. Considerata l’importanza tradizionale del Sommo Poeta, tralasciamo di trattarne in questo capitolo; dedicheremo, infatti, maggior spazio a Dante nei prossimi capitoli.[↩]
          7. Così Dante fa parlare Malabocca: “Sed i’ truovo in cittade o in castello / Colà ove Patarin [cataro] sia riparato / credente ched’ e’ o consolato, / od altri uom ma che sia mio [delle Chiesa] rubello” (Il Fiore, CXXIV).[↩]
          8. Alcuni sostengono che si trattava di volgare siciliano. Ma “Rosa fresca aulentissima ch’appari in ver l’estate, le donne ti desiano pulzelle e maritate…” del giullare Cielo d’Alcamo non somiglia in nulla alla parlata siciliana.[↩]
          9. I più importanti discepoli di Jacopo furono, oltre allo stesso Imperatore, i suoi figli re Enzo e Manfredi, Pier della Vigna, Ruggieri d’Amici, Odo delle Colonne, Rinaldo d’Aquino, Arrigo Testa, Guido delle Colonne, Stefano Protonotaro, Filippo da Messina, Mazzeo di Ricco, Jacopo Mostacci, Percivalle Doria, Tommaso di Sasso, Giovanni di Brienne, Compagnetto da Prato, Paganino da Serzana, Folco di Calavra e Pietro da Eboli.[↩]
          10. Malik al-Kamil fu discepolo del maestro sufi ‘Umar ibn al-Farid, anch’egli poeta d’amore. Il sultano ebbe anche occasione di incontrare due volte il più grande dei maestri sufi, Muḥiddin Ibn ‘Arabi. San Francesco tentò di convertire Malik al-Kamil al cristianesimo, ma ebbe la sfortuna di affrontare un personaggio di ben altra statura.[↩]
          11. Federico, come suo nonno, il grande Imperatore Federico I Barbarossa, Carlo Magno e re Artù, è uno dei personaggi che si dice dormano in attesa della fine del ciclo. Allora questi grandi guerrieri si risveglieranno per instaurare il regno universale di pace e di giustizia. Non c’è dubbio alcuno che lo Stupor Mundi non soltanto fu Sacro Romano Imperatore, ma anche Imperator delle vie iniziatiche della tradizione occidentale. Antonino de Stefano, Federico II e le correnti spirituali del suo tempo, Parma, Ed. all’insegna del Veltro, 1981, pp. 145-158; A. de Stefano, L’idea imperiale di Federico II, Parma, Ed. all’insegna del Veltro, 1981, pp. 223-234; Nuccio D’Anna, Il segreto dei trovatori. Sapienza e poesia nell’Europa medievale, Rimini, Il Cerchio, 2005, pp. 72-76.[↩]
          12. Esattamente come nella concezione indiana le virtù dei nove pianeti [sskrt. navagraha] si riflettono nei poteri delle nove pietre prezione [sskrt. navaratna].[↩]
          13. La Dama è come un raggio del sole d’Amore che fa risplendere la luce solare sulla superficie dell’intelletto purificato nel cuore nobile. Si noti la somiglianza con la ābhāsavāda (dottrina del riflesso) della Brahma vidyā insegnata dall’Induismo.[↩]

          42. Cavalieri, Trovatori e Fedeli d’Amore

            Cavalieri, Trovatori e Fedeli d’Amore

            Chi erano in realtà gli autori dei romanzi di re Artù e del Graal? Essi appartenevano a una categoria di poeti che si suole definire trovatori1. Erano tutti di estrazione nobiliare o clericale-monastica2. Come è stato ampiamente dimostrato, i trovatori costituivano la confraternita cavalleresca iniziatica dei Fedeli d’Amore3. All’inizio erano cavalieri erranti, ma dalla metà del secolo XII si integrarono nei ranghi degli ordini monastico-cavallereschi, in particolare tra i templari e tra i rami derivati dall’ordine del Tempio4. Essi rappresentavano la vera struttura iniziatica della cavalleria latina e si incontravano presso certi castelli, riunendosi nelle cosiddette Corti d’Amore.
            Com’era consuetudine, il signore del castello ogni mattina amministrava la giustizia ai suoi sudditi. Quale giudice del feudo, era consigliato da una corte composta dalla castellana sua moglie, da nobili vassalli, cavalieri, consiglieri chierici e qualche monaco. La Corte d’Amore era strutturata similmente, ma tutti i componenti dovevano appartenere alla medesima organizzazione iniziatica, chiamata la Fede Santa. Agli occhi di un profano o delle spie dell’Inquisizione, la corte d’Amore doveva apparire come la convocazione del Tribunale interno del feudo. Ma in realtà si trattava di ben altro. Durante le sessioni delle Corti d’Amore il giudice procedeva all’iniziazione degli aspiranti. Le fasi di questo rituale si svolgevano come segue: il maestro, che presiedeva la Corte e che rappresentava il Dio Amore, verificava la qualità di cavaliere senza paura 5 e la determinazione e sincerità di desiderio dell’aspirante all’Amore6.
            Come si è già detto, Amore era il nome con cui i Fedeli d’Amore chiamavano Dio. Amore significava in latino “Immortalità”, lo stato che i cavalieri desideravano raggiungere unendosi a Dio.

            ‘A’ significa, da parte sua, ‘senza’ e ‘mor’ significa ‘morte’: se le assembliamo otterremo ‘senza morte’7

            ​Verificata la sincerità del desiderio dell’aspirante, il maestro sceglieva una persona che potesse rappresentare la sua anima. Se il richiedente era un cavaliere, il maestro gli indicava una dama, se era una dama, un cavaliere. L’alter ego non doveva mai essere il marito o la moglie dell’aspirante, perché tra sposi natura vuole che si uniscano in una sola carne. Invece il cavaliere doveva amare la dama di amore esclusivamente spirituale, poiché doveva rappresentare per lui la sua stessa anima purificata8. Dopo di ciò, il maestro lanciava il suo Dolce Sguardo, acuminato come una lancia, nel petto del richiedente, infilzandogli il cuore. Il Dolce Sguardo strappava poi il cuore del cavaliere dal petto e lo consegnava alla dama. Questo rituale carico di significati simbolici, era denominato mercé, vale a dire iniziazione o grazia9. Il rito si concludeva con il sigillo d’un bacio tra i due contraenti, che rimaneva l’unico contatto corporeo tra loro. Il rappresentante del Dio Amore, poi, assegnava al neo iniziato un feudo celeste, cioè un dominio ch’egli doveva fare suo per mezzo di rituali e delle virtù corrispondenti.
            Questo feudo, nel seguito dell’esperienza interiore del cavaliere, doveva ingrandirsi e passare di grado fino a raggiungere lo stato di un Impero celeste. A differenza dei feudi terrestri, i feudi celesti, se si perseverava nelle virtù, non potevano mai essere perduti10. L’importanza e la vastità dei feudi celesti erano commisurate alle tappe del percorso interiore dell’iniziato. Queste erano sette, descritte dal fedele d’Amore Francesco da Barberino in un celebre disegno11. Le prime due segnavano il passaggio dalla religione cattolica esteriore all’esoterismo per mezzo di una duplice morte iniziatica (rappresentato dalle figure religioso-morta e religiosa-morto). Il terzo grado era la rinascita come fanciullo-fanciulla (corrispondente allo stato di bāla nelle vie iniziatiche hindū). Segue donzel che non cura12-donzella compiuta, corrispondente al grado di adolescenza spirituale; poi, huomo comune-donna maritata, cioè la maturità spirituale. Il sesto grado raffigura il cavaliere meritato13-vedova. L’ultimo e supremo grado spirituale corrisponde a moglier-marito, la realizzazione dell’androgino primordiale. La somiglianza con i sette cakra del Tantrismo è del tutto evidente: si consideri, inoltre, che moglier-marito coincide con la medesima unione androginica di Śiva-Śakti Ārdhanārīśvara14 nel settimo cakra, il loto dai mille petali. Quando l’iniziato aveva raggiunto il livello più alto della via cavalleresca, era riconosciuto identico a Percival, poiché aveva avuto la visione del Santo Graal15
            Il Dio Amore offre l’immortalità a tutti coloro che lo conoscono:

            Quindi è senza morte chi ha Amore e in lui tiene dimora; chi ha Amore ha vita, e ha morte chi ha invidia16.

            ​Per questa ragione i Fedeli d’Amore, dame o cavalieri che siano, sono tutti donne nei confronti del Dio, unico maschio assoluto17. Tuttavia con ‘Donna’ i Fedeli d’Amore intendevano definire, oltre a loro stessi, diverse altre cose che elenchiamo qui brevemente: 1) ‘Donna’ era il nome con cui chiamavano la loro organizzazione iniziatica; 2) Più comunemente ‘Donna’ indicava la propria anima, il proprio intelletto e il grado di comprensione raggiunto; 3) ‘Donna’ o ‘Madonna’ rappresentava la Vergine Maria, intesa come mediatrice tra il devoto e Dio18, ossia l’onnipotenza divina e la Santa Sapienza; 4) ‘Donne’ erano anche le potenze e virtù che agivano e si acquisivano come esperienze interiori nel corso della via iniziatica19; 5) La parola designava anche la dama che era stata incaricata dal maestro a rappresentare, per ogni singolo cavaliere, tutti i sensi sopra elencati, ossia le sue virtù, comportamenti e parole; 6) ‘Donna o cavaliere’ in generale indicava un iniziato (sādhaka).
            Ciò introduce un nuovo argomento: i Fedeli d’Amore, infatti, preferivano scrivere le loro rime in lingua parlata, considerando che il latino era una lingua ormai fissata, con significati precisi consacrati dall’uso di quasi duemila anni. Tuttavia nella lingua parlata nascondevano significati segreti, allusioni e simboli che potevano essere compresi solo da iniziati. Chiamarono questa lingua parler cloz, lingua segreta20. Oltre a ‘Donna’ altre parole di questo linguaggio cifrato erano, per esempio: 1- ‘Amore’, il Dio a cui l’iniziato poteva identificarsi per mezzo dei riti cavallereschi. 2- ‘Maestro d’Amore’, colui che rappresentava Amore, (sskrt. guru). 3 ‘Rosa, fiore, biancofiore’, la conoscenza di Amore che si doveva raggiungere. 4- ‘Gentile’, che significa gentilizio21, nobile, cioè la qualifica minima richiesta per ottenere l’iniziazione cavalleresca. 5- ‘Saluto, salutare’ il rito dell’iniziazione (sskrt. dīkṣā), iniziare qualcuno. 6- ‘Mercé’, l’influenza spirituale (sskrt. anugraha) convogliata dal rito d’iniziazione. 7- ‘Sospiro’, insegnamento iniziatico o conoscenza raggiunta. 8- ‘Dolce sguardo’ la capacità del maestro di riconoscere le qualifiche in un aspirante discepolo. 9- ‘Orgoglio’, la superbia, l’inclinazione innata tra i nobili, che doveva essere vinta per accedere all’iniziazione. 10- ‘Invidia’, ‘gelo’ e ‘gelosia’, l’ambiente profano. 11- ‘senza Mercé’, il non iniziato (sskrt. adīkṣita). 12- ‘Falso sembiante’, l’autorità papale che si fingeva spirituale per affermarsi come potere mondano. 13- ‘Vento, pioggia’, il pericolo o minaccia procedente dall’ambiente profano. 14- ‘Morte’, la nemica di Amore, l’Inquisizione. E molti altri termini ancora, il cui significato è rimasto segreto.
            L’ambiente in cui inizialmente fiorì maggiormente la Fede Santa fu la Provenza, dove l’antica trasmissione romano-celtica interagì con il cattolicesimo imperiale22. Nei vicini ducati d’Aquitania e d’Occitania, dal X secolo, cominciò a svilupparsi una eresia che dilagò a partire dai domini balcanici23 dell’Impero Bizantino. Si trattava di una religione di origine gnostica, il catarismo, completamente priva di ogni esoterismo. La segretezza della loro religione, che molti confondono con la riservatezza iniziatica, era motivata dal timore delle repressioni. La struttura del catarismo era ricalcata su quella della Chiesa: oltre ai semplici credenti, vi era una gerarchia ecclesiastica di ‘perfetti’ o catari (gr. καθάρoi, leggi cathàroi, i ‘puri’), con al vertice dei vescovi. I catari erano dualisti: consideravano che il mondo corporeo fosse stato creato da un Dio malvagio, Satana, identificato allo Yehovah dell’Antico Testamento, e che un Dio buono, predicato da Gesù nel Nuovo Testamento, avesse creato le anime.
            Lo sviluppo del mondo era la conseguenza dell’eterna lotta tra i due principi, il bene e il male. La pochezza intellettuale delle dottrine catare e la loro interpretazione esclusivamente moralistica fecero breccia tra gli strati più bassi della popolazione. La Chiesa cattolica, all’inizio, tollerò il diffondersi del catarismo, per tanti versi tanto simile alla Pataria che il papato aveva sostenuto a scopo antimperiale e per ridurre l’autonomia dei vescovi. Poi, però, con l’apostasia generalizzata delle masse aquitane e occitane, la gerarchia ecclesiastica cominciò un’opera di repressione che condusse alla crociata del 1209. La crociata raccolse un gruppo di feudatari della Francia settentrionale, bramosi non tanto di reprimere l’eresia, quanto di conquistare nuovi territori24. Di fatto divenne una guerra tra feudatari, intervallata anche da brutali episodi di massacri di popolani albigesi25. La crociata terminò nel 1244 con lo sterminio finale degli albigesi a seguito della conquista di Montségur, l’ultima fortezza degli eretici. Per la verità la nobiltà dell’Occitania e dell’Aquitania aveva inizialmente manifestato una tiepida ostilità nei confronti dei catari.
            Feudatari, cavalieri, trovatori e templari furono molto allarmati davanti alle orde fameliche di conquistatori provenienti dalla Francia settentrionale. Compresero che lo scopo vero della crociata era quello di impadronirsi dei loro territori, per cui all’inizio cercarono di difendersi da quella aggressione. Per questa ragione furono accusati di essere catari o protettori di catari26 e denunciati all’Inquisizione. A parte la lotta contro l’eresia voluta dalla Chiesa, la crociata fu sfruttata come un’occasione per i feudatari francesi e per il Re di Francia, per impossessarsi del mezzogiorno. Nell’invasione fu anche coinvolta la Provenza, che aveva una presenza minima di albigesi. Fu così che la Provenza, alla fine, fu sottratta al vassallaggio del Sacro Romano Impero, passando nel 1245 sotto il dominio della casa reale francese d’Anjou27. I cavalieri e i trovadori dei vasti territori invasi dalle orde barbariche della Francia settentrionale fuggirono altrove. Trovarono rifugio in Sicilia presso la corte dell’Imperatore Federico II, in Castiglia presso il re Alfonso X il Savio, in Inghilterra presso Enrico III e altri sovrani che erano ottimi trovadori e cavalieri perfetti28.

            Gian Giuseppe Filippi

            1. Troubadours e trobairitz (donne) in lingua d’hoc; trouvères in lingua d’oïl; trovadores in spagnolo; minnesänger (cantore d’Amore) in tedesco. Generalmente l’etimo delle lingue romanze è messo in relazione con il verbo tróbar, trovare. I glottologi ne ipotizzano il senso in consonanza con la loro capacità d’intendere: per loro, trovare significa inventare una poesia, una canzone. Invece, come vedremo in seguito, per quei cavalieri il tróbar era in relazione con la cerca del Graal. Si trattava, quindi, molto più plausibilmente, di trovare la via che conduceva ad Amore.[↩]
            2. Essi erano compositori di ballate, canzoni e sonetti in rima. Chi non era nobile di nascita poteva diventare menestrello o giullare, e andare errando a cantare nei diversi castelli le opere composte dai veri trovatori. Solamente più tardi si manifestò presso i comuni il fenomeno degli imitatori borghesi dei trovatori, chiamati con disprezzo ‘frati gaudenti’ o ‘podestà trovatori’.[↩]
            3. Fiés d’Amors in lingua d’hoc. Il termine Fedeli d’Amore era diffusissimo in Italia per definire questa confraternita di cavalieri-rimatori. Solamente nella Vita Nova di Dante essi sono evocati con questo nome sette volte. È davvero incredibile l’abuso perpetrato dai critici letterari: nelle storie della letteratura italiana non si trova quasi mai questa denominazione. Al suo posto i critici usano il termine ‘stilnovista’ per definire tale corrente letteraria, sebbene il termine ‘dolce stil novo’ appaia storicamente una sola volta, e precisamente in Purgatorio, XXIV.57. Il contesto, inoltre, spiega che questa formula si applica esclusivamente al cambiamento stilistico operato da Dante, che abolisce il parler cloz trovadorico. Invece i critici letterari ne allargano l’uso per comprendere illecitamente sia i predecessori di Dante (corrente bolognese) sia i suoi successori toscani. In verità, in precedenza i Fiés d’Amors usavano un linguaggio criptico, comprensibile solo tra gli iniziati. Dante, da un certo momento, decise di parlare apertamente, consapevole che ormai i profani del suo tempo erano del tutto incapaci di capire anche le cose più chiaramente esposte. Ciò è simile a quanto ha deciso di fare anche chi collabora con questo Sito Web.[↩]
            4. Quali i cavalieri Teutonici, i Calatrava, gli Alcantara. “Le conseguenze che scaturiscono dall’aver noi fissato la diretta discendenza dei «fedeli d’Amore» dai cavalieri del San Graal, potrà orientare l’attenzione degli studiosi ai possibili rapporti tra questi «fedeli» e i Templari” (Alfonso Ricolfi, Studi sui “Fedeli d’Amore” 1. Le «corti d’Amore» e i «Fedeli d’Amore» in Francia, Milano-Genova-Roma-Napoli, Soc. An. Ed. Dante Alighieri, 1933, p. 78).[↩]
            5. Vale a dire che doveva essere come Lancillotto, il cavaliere della Tavola Rotonda più forte e più abile nelle armi (A. Ricolfi, Studi sui “Fedeli d’Amore”, cit. p. 66).[↩]
            6. Cioè di avere “l’intelletto, la volontà e l’appetito del bene” (Luigi Valli, Il Linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, Roma, Optima, 1928, I vol. p. 248).[↩]
            7. “‘A’ senefie en sa partie, ‘sans’, et ‘mor’ senefie ‘mort’: Or l’assemblons, s’aurons «sans mort»”. Jacques de Baisieux, Feudi d’Amore [Fiez d’Amor], vv. 94-96.[↩]
            8. Ne consegue che all’iniziando era assegnata una dama già iniziata per aiutarlo a superare i primi gradi dell’iniziazione. La dama, perciò, rappresentava simbolicamente un principio angelico, quelle che nel tantrismo sono le ḍākinī. Le rappresentanti umane delle ḍākinī, in certe correnti tantriche sono definite bhairavī. Tuttavia queste ultime sono usate realmente come amanti nelle vie della mano sinistra (vāmācāra mārga); non risulta però che nell’organizzazione iniziatica della Fede Santa fosse mai stato praticato qualcosa di paragonabile ai pañca makāra. Solamente presso alcuni dei più antichi Troubadours si trovano allusioni amorose più crude, come in Guilhèm IX di Poitiers, duca d’Aquitania (1071-1127). Si tratta dell’imitazione della lirica di amori campestri con contadinelle e pastorelle sullo stile di Virgilio e di altri poeti d’età augustea come Orazio, Ovidio e Properzio. In questo caso si può fare una comparazione con gli amori di Kṛṣṇa con le gopī, che, sebbene appaiano come narrazioni erotiche, in realtà devono anch’esse essere considerate altamente simboliche. È comunque importante sottolineare che queste poesie di amori popolareschi tradiscono una ininterrotta trasmissione iniziatica d’origine romana.[↩]
            9. A. Ricolfi, cit, pp. 66-68. Le Corti d’Amore, all’inizio del XIII secolo e in coincidenza con la fine della produzione dei romanzi del Graal, cominciarono a occultarsi. Furono riservate solamente ai membri della medesima organizzazione, dopo la condanna ecclesiastica del libro De Amore, di Andrea Cappellano (1150-1220), nel 1277. Questo libro scritto dal Cappellano (sskrt. purohita) della Corte d’Amore presieduta dalla contessa Maria di Champagne, fu il testo dottrinale fondamentale per tutti i Fedeli d’Amore.[↩]
            10. Jacques de Baisieux, Feudi d’Amore [Fiez d’Amor], vv. 139-159. Il Signore dei feudi rimaneva sempre Amore, che concedeva al Fedele d’Amore quel dominio soltanto in possesso temporaneo; ciò accadeva in analogia con i feudi terreni, il cui Signore era l’Imperatore. È interessante notare che l’etimo che i filologi attribuiscono alla parola ‘feudo’ è del tutto inadeguato al suo vero significato. Ciò dipende dal pregiudizio antimedievale dell’ideologia illuministica borghese, che considera il feudalesimo il sistema statale barbarico dei “secoli bui” paragonato al regime ‘illuminato’ come quello del Terrore prodotto dalla Rivoluzione Francese. Essi, infatti, fantasticano di una origine dal gotico ‘faihu’, che vorrebbe dire ‘proprietà di bestiame’. Il feudo, invece, non ha nulla a che fare con il bestiame e tanto meno con il concetto di ‘proprietà’. Invece l’occitano ‘fiez’, feudi, ricorda da vicino il termine usato per ‘Fiés d’Amors’. Poiché il sistema feudale si basava sulla concezione di ‘fedeltà’ (lat. fides), troviamo che a questo si doveva il vero significato di ‘feudo’. Se poi qualcuno considera questa una ‘falsa etimologia’ e si affida alla pochezza delle etimologie ‘scientifiche’, è libero di farlo in armonia con il suo grado d’intelligenza. Lo stesso valga per il Nirukta degli hindū, dileggiato come ‘pseudo etimologia’ da sanscritisti e indologi incapaci di comprenderne l’uso e il significato.[↩]
            11. Il disegno si trova nella sua opera I documenti d’Amore. Le sei figure a sinistra e a destra di chi guarda rappresentano rispettivamente le tappe sulla via delle dame e dei cavalieri, essendo la settima comune ai due generi.[↩]
            12. “Che non ha paura”.[↩]
            13. Meritato sta per colui che ha realizzato appieno la mercé, l’influenza spirituale, ottenendo così la rosa della sapienza che porta in mano. Sul simbolismo della rosa presso i Fedeli d’Amore ritorneremo nel prossimo studio.[↩]
            14. L’immagine è tratta da A. Ricolfi, cit., p. 38.[↩]
            15. A. Ricolfi, cit., pp. 78-80. Rimaneva ancora da realizzare l’identificazione con Amore, rappresentato nel disegno come un fanciullo in piedi su un cavallo celestiale, ben al di sopra di tutti i gradi degli iniziati alla cavalleria. Come vedremo in seguito, solamente un personaggio storico riuscì a ottenere questo grado supremo, personificando così la funzione di Galahad dei romanzi del Graal.[↩]
            16. J. de Baisieux, cit, v. 101.[↩]
            17. In questo la Fede Santa ricorda da vicino la bhakti kṛṣṇaita. I bhakta di questa corrente, infatti, si considerano tutti gopī, le pastorelle amanti del Dio Kṛṣṇa, unico maschio (puṃdevata). Perciò l’iniziazione cavalleresca cristiana somiglia sia al bhakti mārga sia allo śaktismo dell’India medievale.[↩]
            18. In questo senso, secondo l’ideale templare di San Bernardo, la Madonna è quanto di più simile si possa immaginare alla funzione intermediaria della Śakti nei confronti del Dio Maheśvara.[↩]
            19. Abbiamo già fatto notare la somiglianza tra queste ‘donne angelicate’ e le yoginī e ḍākinī delle vie tantriche.[↩]
            20. Anche in questo caso è sorprendente una ulteriore analogia con la sādhu bhāṣā, il gergo segreto usato da sādhu e sant dell’India medievale. Luigi Valli, nel libro che abbiamo citato, ha fatto un ottimo lavoro per identificare le parole con senso nascosto. Purtroppo la sua ignoranza, così diffusa in Occidente, di cosa sia l’iniziazione non gli ha fatto cogliere i significati più spirituali. Egli, infatti, considera il parler cloz un gergo convenzionale, paragonabile a quello della malavita, assunto da cavalieri settari o eretici antipapali, al fine di non attirare l’attenzione dell’Inquisizione. Senza negare del tutto questa interpretazione politico-religiosa, il vero scopo del linguaggio segreto era quello di non divulgare segreti spirituali agli ignoranti e ai profani.[↩]
            21. Nella Roma antica solamente i patrizi erano riconoscibili per l’appartenenza a una delle gentes (sskrt. gotra). Perciò l’uomo gentile non ha nulla in comune con il gentleman dell’inglese, che designava soltanto un cliente dell’aristocrazia che ne imitava i comportamenti senza essere nobile.[↩]
            22. La Provenza era allora direttamente parte del Sacro Romano Impero, rappresentata dalla sua terza corona, quella del Regno di Arles.[↩]
            23. Nella Bulgaria e altri paesi balcanici questi eretici erano conosciuti come bogomili, ‘amici di Dio’.[↩]
            24. Lo stesso conte Simon de Montfort, capo della crociata, che aveva perduto il suo feudo di Leicester, usurpò quanti più feudi possibili durante la spietata guerra.[↩]
            25. Così erano conosciuti i catari, numerosissimi nei dintorni della città di Albi.[↩]
            26. C’è una corrente letteraria di ieri e di oggi che s’ostina a identificare i Fedeli d’Amore con i catari. Si confonde così una via iniziatica élitaria, di alto profilo intellettuale, con un movimento religioso plebeo, gravemente inquinato da concezioni antitradizionali (Eugène Aroux, Dante hérétique, révolutionnaire et socialiste, Paris, Jules Renouard et C.ie, Lib. Éd, 1854; Otto Rahn, Kreuzzug gegen den Gral. Die Geschichte der Albigenser, Freiburg, Urban Verlag, 1933; Maria Soresina, Libertà vo cercando. Il catarismo nella «Commedia» di Dante, Bergamo, Moretti & Vitali, 2009).[↩]
            27. Questo fu possibile per le grandi difficoltà che ebbe l’Imperatore Federico II a regnare, provocate dai continui intrighi orditi dal papa e dai suoi alleati.[↩]
            28. Alcuni scrittori sostengono che i Fedeli d’Amore cristiani siano stati una derivazione iniziatica di origine sufica. Per forzare questa interpretazione, taluni, tra cui Henry Corbin, si sono spinti a chiamare Fedeli d’Amore anche i poeti amorosi persiani. Come unica prova a loro sostegno, portano l’esempio degli ottimi rapporti dell’Imperatore Federico con Malik al-Kāmil, Sultano d’Egitto. Similmente, sulla base dell’apertura della corte di re Alfonso X, altri sostengono che i Fedeli d’Amore derivassero dalla contemporanea corrente poetica amorosa degli arabi e degli ebrei spagnoli. Il riconoscimento reciproco d’appartenenza a una scuola iniziatica, tuttavia, non è affatto prova della derivazione di una tradizione dall’altra. È curioso che proprio coloro che, a ragione, criticano la “teoria degli imprestiti”, poi vi facciano ricorso per sostenere la subordinazione della tradizione iniziatica cristiana a quella islamica. Gli unici contatti non bellici tra musulmani e crociati su cui s’appoggiano, però, sono tardi e non implicano necessariamente scambi iniziatici. Addirittura sono contemporanei all’occultamento della produzione letteraria sul Graal e alla ritrazione delle Corti d’Amore. Nemmeno la sporadica alleanza militare tra la setta ereticale shi‘ita degli “assassini” e i crociati può essere invocata per dimostrare il passaggio di una qualsiasi trasmissione ai Fedeli d’Amore. Tali alleanze non provano nulla sulla pretesa dipendenza iniziatica della cavalleria cristiana dalla ‘cavalleria’ musulmana (futuwwa). È invece un fatto che non ci sia traccia né scritta né orale di trasmissione e di monitoraggio del sufismo nei confronti delle vie iniziatiche cristiane. Sarebbe stato meglio interrogarsi sulla contemporanea comparsa sul proscenio della storia della poesia amorosa tantrica e bhākta che coinvolse tutte le tradizioni, dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente, nel corso di ciò che convenzionalmente chiamiamo Medio Evo. Si tratta di una autentica svolta ciclica che ha provocato un adattamento delle diverse forme della Tradizione universale.[↩]

            41. La Tavola Rotonda e la cerca del Graal – II

              La Tavola Rotonda e la cerca del Graal – II

              Naturalmente tutto il racconto arturiano è una allegoria, i cui nodi si devono sciogliere interpretandone i simboli. Finora abbiamo descritto le avventure della Tavola Rotonda come il normale avvicendamento di eventi nel corso della vita di cavalieri. Per essere più chiari, l’aspirante cavaliere si rivolgeva a re Artù qualificandosi nobile di nascita e specificando la sua famiglia e il nome del padre; quindi chiedeva di essere ammesso all’iniziazione cavalleresca. Il Re lo tratteneva presso di sé oppure lo dirottava presso qualche altro castellano, conte, duca o altro Re, noti per la loro conoscenza dell’arte della cavalleria. L’aspirante cavaliere passava così alcuni anni come paggio, a servizio (sskrt. sevā) del castellano, dove imparava le regole, le virtù e i comportamenti richiesti dalla cavalleria. Poi, diventava scudiero ed era affidato a un cavaliere esperto per essere istruito all’uso delle armi e all’arte della guerra. Una volta dimostrate le sue qualifiche intellettuali, morali e le capacità fisiche, il Re, o altro maestro in sua vece, lo iniziava cavaliere.​ Seguiva la trasmissione dei rituali (sskrt. prakriyā) e delle invocazioni (sskrt. japa). Infine, il cavaliere era mandato alla ventura di castello in castello, di monastero in monastero, per mettere in pratica la sua rettitudine e le sue abilità belliche, al fine di accumulare esperienze.​
              Nel caso della cerca del Graal, invece, la narrazione è apparentemente simile, ma va interpretata in forma interiorizzata. L’errare da un castello a un altro deve intendersi come un percorso interiore. Ogni castello è una tappa che corrisponde alla conquista d’una conoscenza, d’una virtù e d’un dominio sugli elementi. In ogni castello il cavaliere gode degli amori e delle cure di una dama. Spesso, tra una tappa e l’altra, è istruito a nuove conoscenze e più elevate virtù da un sapiente eremita. Ogni sosta è intercalata da prove iniziatiche, come lo scontro con cavalieri fantasma, draghi, giganti, streghe, che il viandante deve superare e dominare. È evidente che ogni castello rappresenta un centro sottile (sskrt. cakra) e che in ogni castello egli è aiutato a proseguire da una amorevole fata o da una dama angelicata (sskrt. yoginī, ḍākhinī).​ Gli eremiti simboleggiano le divinità (sskrt. devatā) che insegnano al cavaliere nuove invocazioni (sskrt. bīja mantra), e che impartiscono le conoscenze corrispondenti (sskrt. mahāvidyā). Alla fine, l’iniziato raggiunge la vetta del monte della salute, corrispondente al più alto ventricolo del cuore. Lassù si erge il castello di Corbenic, il cui significato è che il suo interno è nero come un corvo. All’interno del cuore la tenebra che appare in realtà è la luce accecante del Graal lì custodito1. L’iniziato conclude la sua cerca bevendo con gli occhi l’essenza divina contenuta nel sacro calice. La Realtà suprema, in questa tradizione iniziatica, è chiamata Amore (lat. Amor): questo spiega l’importanza dell’amore delle dame che il cavaliere ottiene a ogni sosta lungo il cammino del Graal. Quegli amori sono anticipazioni graduali dell’infinito Amore che spetta al cavaliere che concluderà la cerca. Le dame sono dunque fate o potenze divine (sskrt. śakti) che aiutano il maestro interiore, il Re Pescatore, a condurre il sādhaka alla meta2. È per questa ragione che nella via cavalleresca la dama è spesso considerata una iniziatrice.​ Ma il nome simbolico della Divinità cercata dai cavalieri ha anche un altro significato: Amor deve anche essere interpretato come a-mors, che in latino significa non-morte, immortalità. Dopo la conquista del Santo Graal, il cavaliere può rimanere al castello di Corbenic; oppure, se ha una speciale missione, può ritornare nel mondo esteriore per raddrizzare la tradizione grazie alla sua nuova conoscenza. Dopo la morte i cavalieri sono assunti nel Regno dei Cieli alla corte di Dio, che, in questa prospettiva, è identica al Brahmaloka dell’Induismo. Il Brahmaloka è la trasposizione celeste del Montsalvat. Vista l’importanza che in questa via iniziatica assume il ruolo femminile, è evidente la sua somiglianza con una sādhanā tantrica, in maniera particolare, con Śrī Vidyā3.
              Parsifal, per esempio, dopo essere stato iniziato alla cavalleria da Artù, si reca al castello di Sir Gornemant de Gohort4 per essere istruito. Questo cavaliere esperto, considerate le domande troppo ingenue che gli rivolge Parsifal, gli consiglia di non chiedere mai più spiegazioni per non apparire stupido. Dopo essersi sposato con la nobile dama Kondwiramur5, parte alla cerca del Graal. Sulla via s’imbatte in molte avventure, duelli e amori e, passando da un castello all’altro, giunge a un lago nelle vicinanze di Montsalvat. Lì incontra il Re del Graal sotto l’apparenza di un semplice pescatore.​ Mentre dialoga con il Re, Parsifal vede passare una meravigliosa processione di dame e cavalieri che trasporta una coppa sfolgorante di luce. Incuriosito, ma reso scioccamente prudente dal consiglio di Gornemant, non osa chiedere al Re Pescatore che cosa sia quel prodigio. Non avendo posto la domanda, Parsifal fallisce nella sua missione di impadronirsi del Graal. Così la terra continua a essere guaste e il Re rimane ferito. La necessità della domanda illustra l’importanza per l’iniziato di invocare la conoscenza da parte del maestro. Se il discepolo non pone la domanda, il maestro non dà la risposta e il simbolo, allora, rimane senza spiegazione.​
              Bors e Galahad, invece, poiché hanno scelto una vita casta (sskrt. brahmacārya), non si limitano alla contemplazione del simbolo del Graal; essi pongono la domanda e quindi hanno accesso alla contemplazione di ciò che è contenuto nella coppa6. Galahad, ammirando il Mistero Supremo ivi contenuto, si fonde con esso e lascia il corpo. Quindi, assieme al Graal spirituale, vola al più alto dei cieli dove rimarrà perpetuamente immerso nella beatitudine.​
              Anche Bors conquista il Graal e così guarisce il Re ferito. Decide di portare la sacra coppa a Camelot, ma è troppo tardi per instaurare l’Impero universale: si è scatenata una guerra civile che devasta ancor più la terre guaste. La lotta si conclude con la morte del ribelle Mordred. Anche Artù è ferito a morte ed è trasportato prodigiosamente, nell’isola di Avalon7, in mezzo all’oceano. Lì rimarrà tra la vita e la morte in attesa di ritornare e riportare la tradizione in Occidente8.
              Pure essendo tra loro connessi, i racconti che riguardano la cerca del Santo Graal sono ben distinti da quelli di Artù e la Tavola Rotonda. La cerca è la rappresentazione del percorso interiore degli iniziati alla cavalleria, delle esperienze provate, dell’acquisizione delle conoscenze e virtù. Per alcuni la via iniziatica si arresta a qualche tappa iniziale o intermedia. In questo caso, il cavaliere rimane preso d’amore per una bella castellana e tralascia di continuare la cerca; oppure è fatto prigioniero da una fata malvagia, da un orco, da un cavaliere-fantasma, finendo così prematuramente la sua ricerca interiore. Altri rinunciano all’impresa e ritornano a condurre una vita esteriore nel castello di Camelot. Pochi, invece, raggiungono il castello di Corbenic e ottengono la visione del Graal. Solo due eroi (sskrt. vīra) alla fine si abbeverano alla Santa Sapienza. Per loro le possibilità sono due: o rimanere fino alla morte al castello a contemplare il divino oggetto come Re del Graal o come suo cavaliere9. Oppure ritornare al mondo per poter irraggiare anche all’esteriore i benefici della sapienza divina.
              Questa parte può essere considerata come un manuale per seguire il cammino di perfezionamento interiore, fino all’ottenimento dello stato spirituale più elevato.
              Invece il racconto della Tavola Rotonda, che fa da introduzione alla cerca del Graal, è la descrizione della restaurazione nel dominio essoterico di un Impero Universale che sostituisca il collassato Impero Romano. Artù, seguendo la guida del suo maestro-druida Merlino, fonda un regno di pace e di giustizia e crea l’ordine iniziatico dei cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, fino a quando un cavaliere non avrà realizzato interiormente la scienza del Graal, il grandioso disegno di restaurazione non potrà essere spiritualmente completato. Artù, dunque, è una figura in cui si riconoscono Carlo Magno e i suoi successori più consapevoli della missione imperiale.
              Malauguratamente, i romanzi di Artù attestano il parziale o totale fallimento di questo progetto. Il progetto del Sacro Romano Impero non poté essere completato per mancanza di cavalieri tanto qualificati da riverberare anche all’esterno la luce divina. Se alcuni Imperatori o feudatari furono in possesso di conoscenze elevate, circostanze e personaggi avversi li ostacolarono nella realizzazione dell’ordine religioso, statale e sociale. L’Impero rimase sempre un progetto esoterico incompiuto per la fondazione di una tradizione completa. Il fatto che Artù, ferito a morte e in stato d’incoscienza sarebbe potuto ritornare per portare a termine il suo progetto universale, dichiara però che tutto non era definitivamente perduto.​
              Così i romanzi apparvero nel breve periodo decritto come guide per indicare come edificare correttamente la tradizione cristiana medievale Questa visione profetica dei romanzi qualche volta fu sul punto di realizzarsi davvero. Ma, anche in questo caso, Galahad-Bors arrivò troppo tardi. L’ultimo cavaliere “migliore del mondo” fu Dante Alighieri, possessore della sapienza completa della tradizione iniziatica guerriera. Ma anch’egli, come vedremo, arrivò troppo tardi per restaurare l’Impero.​
              A questo proposito è interessante notare il comportamento della Chiesa cattolica nei riguardi della leggenda del Graal. Il monaco cistercense francese Hélinand (1160-1229), che per primo riportò la storia di Giuseppe d’Arimatea e del Graal, scrisse:

              “Quel bacile o coppa, che è chiamata Graal, è una scodella larga e alquanto profonda, in cui, secondo un suo rito, sono presentati con solennità cibi preziosi […] Non sono riuscito a trovare questa storia in latino, ma solo in francese, scritta da alcuni nobili; non è stato un compito facile, ma, come si suol dire, [cercando, alla fine] si può trovare tutto.”10

              “Malgrado il suo carattere decisamente religioso, la leggenda non fu riconosciuta dalla Chiesa e dal clero11. Nessuno scrittore ecclesiastico ci racconta del Graal. Nella così ricca letteratura ecclesiastica a noi pervenuta, in nessun luogo troviamo ricordato nemmeno il nome del Graal, ad eccezione del cronista Hélinand. E tuttavia ai loro autori non poté restare sconosciuto il meraviglioso racconto del simbolo della fede.
              Essi debbono piuttosto aver ordito intorno alla leggenda una congiura del silenzio.”12

              ​Come dicevamo in apertura, i testi relativi al Graal sono apparsi in un breve lasso di tempo per poi ritrarsi come se si fosse avvertito un ostacolo od un pericolo preciso.​
              Al Concilio di Verona del 1184, papa Lucio III istituì l’Inquisizione contro gli eretici e gli scismatici. Subito, però, l’Inquisizione fu utilizzata dal Papato anche per altri scopi. Da una parte per colpire l’Impero, visto come una minaccia al potere temporale del Papa; dall’altra per reprimere le organizzazioni iniziatiche che, essendo al di sopra della sua autorità religiosa, sfuggivano al suo controllo. La conseguenza fu che le vie iniziatiche dell’Europa Occidentale, anche se protette dal favore imperiale, da quel momento dovettero ancor più occultarsi per poter operare e sopravvivere.

              Gaṇapati

              1. “[…] In questa cittadella di Brahmā [Brahmapura] che è come un palazzo, c’è con un piccolo loto che ha al suo interno un piccolo spazio. Quello, in verità, deve essere cercato per ottenere la conoscenza” (Chāndogya Upaniṣad, VIII.1.1); “Lì il sole non brilla e neppure la luna e le stelle, né brillano i lampi. Come può illuminarlo questo fuoco? Egli [l’Ātman] sfolgorando illumina tutto; attraverso la sua luce, tutte queste cose sono variamente illuminate” (KU II.2.15; ŚU VI. 14; MuU II.2.10). È ben noto che coppa e loto sono simboli interscambiabili. Nella prospettiva macrocosmica, la cittadella di Brahmā è situata sulla sommità del monte Meru (Viṣṇu Purāṇa, II.21).[↩]
              2.  Al cavaliere che ha conquistato il Graal è data in moglie la figlia del Re Pescatore, il cui nome Repanse de Schoye, piena di gioia (sskrt. pūrṇānanda) dichiara la sua natura. Parzifal, quando nel secondo tentativo diventa Re del Graal, la fa sposare al suo fratellastro pagano Feirefiz. Data la situazione di decadenza irrimediabile della terre guaste, gli sposi portano la sacra coppa in India, considerata la terra della Tradizione Primordiale (G.G. Filippi, “La Cerca del San Graal e il suo significato”, Parsifal, Venezia, ed. Gran Teatro La Fenice, 1983, pp. 46-55.). Colui che ha portato a compimento con successo la cerca spirituale s’unisce per sempre allo stato di beatitudine (sskrt. Ānanda). Nel Mahābhārata il re Śantanu, durante una caccia in solitario (anche nella tradizione hindū spesso la cerca è sostituita dal motivo della caccia), s’innamora e si sposa con Satyavatī, la figlia del Re Pescatore (sskrt. dāśarāja). Satyavatī significa ‘piena di Verità’. In un racconto dell’XI secolo (Somadeva, Kathāsaritsāgara, V.2) il Re Pescatore (qui denominato dāśapati) è identificato al Manu Satyavrata, come era chiamato prima dell’ultimo diluvio.[↩]
              3. È altresì vero che San Bernardo, il cui rapporto con i templari è ben noto, fu il fondatore di una corrente cristiana che si può ben definire tantrica. Questa corrente era basata sulla venerazione dell’elemento femminile rappresentato dalla Vergine Maria, considerata come mediatrice (lat. advocata nostra) tra l’uomo e Dio. Egli fu il primo a rivolgersi a lei come Ma Dame e a definirsi ‘cavaliere della Vergine’. La presenza del tantrismo in occidente è però molto più antica, come è attestato dall’epica greca, dove le principali soste del viaggio iniziatico di Odisseo sono segnate da amori con Dee o ninfe.[↩]
              4. ‘Ornamento delle coorti’, ossia ‘Gloria degli eserciti’.[↩]
              5.  ‘Che conduce ad Amore’.[↩]
              6. In altri racconti, Gawein vince la dama Orgueluse e la fa sua sposa. Supera, cioè il peccato d’orgoglio, il più diffuso tra i cavalieri. Vinto l’orgoglio, poté porre la domanda e diventare Re del Graal.[↩]
              7. L’isola di Apollo o di Belen, il Dio solare dei celti.[↩]
              8. Generalmente si dice che Artù ritornerà alla fine dell’attuale ciclo umano per riportare l’ordine e preparare il ciclo futuro.[↩]
              9. Nel Parzifal e nel Titurel del cavaliere templare e grande poeta Wolfram von Eschenbach (1170-1220 circa) i cavalieri che abitano il castello sul Montsalvat sono denominati templisti. Allusione storica di grande importanza che ci fa capire la funzione iniziatica dell’Ordine del Tempio per la cristianità occidentale.[↩]
              10. Edward Strachey, Le Morte d’Arthur, Plano Tx., Digireads.com, 2017 (I Ed. London- New York, 1876), appendice.[↩]
              11. Piuttosto che ‘religioso’, sarebbe stato più corretto definire ‘iniziatico’ il carattere della leggenda del Graal. Certo è che nei romanzi non c’è traccia del clero: si trovano spesso monaci ed eremiti che svolgono un’azione magistrale sia nella dottrina sia nel comportamento. Non è un caso che l’unico ecclesiastico (hieromonaco, direbbero i bizantini) che abbia parlato del Graal, Hélinand de Froidmont, fosse un cistercense come San Bernardo. Ibid.[↩]
              12. Eduard Wechssler, Die Sage vom heiligen Gral in ihrer entwicklung bis auf Richard Wagners Parsifal, San Bernardino, California, Ulan Press, 2012 (I Ed. Halle 1898), p. 9.[↩]

              40. La Tavola Rotonda e la cerca del Graal – I

                La Tavola Rotonda e la cerca del Graal – I

                Dal punto di vista storico i romanzi della Tavola Rotonda e del Graal fanno pensare ad una corrente sotterranea affiorata ad un dato momento, ma subito ritrattasi e resasi nuovamente invisibile, come se si fosse avvertito un ostacolo o un pericolo preciso1. Infatti, tali racconti appaiono in un breve lasso di tempo che, approssimativamente, inizia nell’ultimo quarto del XII secolo e termina nel primo quarto del XIII2, periodo che, in Europa, segna l’inizio del declino della tradizione medievale.
                Da dove proveniva questa corrente sotterranea? Tutti i personaggi e gli avvenimenti che si incontrano in questi testi si manifestano in una precisa area geografica: Irlanda (Iweriu, lat. Hiberia o Scotia), Galles (Cymru, lat. Cambria), Scozia (Caled, lat. Caledonia) Inghilterra (Prydain lat. Britannia Major) e Bretagna (Prydain, lat. Britannia Minor o Armorica). Questi luoghi corrispondono al cuore della Tradizione Celtica. Chi trasmise queste leggende al cristianesimo furono i Druidi (corrispondenti ai brāhmaṇa dell’India). In particolare, furono i Bardi, la categoria sacerdotale (sskrt. jāti) che manteneva i rapporti con i cavalieri (come purohita), che si dedicava allo svolgimento dei riti regali, alla composizione dell’epica, dei poemi mitici e al mantenimento della memoria delle genealogie (sskrt. vaṅśacarita) della casta guerriera (sskrt. kṣatriya)3. Come vedremo, pur essendo la coppa del Graal un simbolo esoterico di origine cristiana, anche nella tradizione druidica c’era il “Calderone del Dagda4” che svolgeva funzioni analoghe, essendo il ricettacolo della bevanda d’immortalità5.
                Le storie narrate in questi romanzi6 iniziano nel periodo del collasso dell’Impero Romano. La terra era sconvolta dalla violenza e dal disordine delle invasioni barbariche e appariva necessario ristabilire l’ordine cosmico con la fondazione di un nuovo Impero che riportasse pace e giustizia. Predestinato a questa restaurazione fu Artù7, figlio illegittimo del re Uther Pendragon. Crebbe nell’anonimato fino a quando non riuscì a sfilare una spada confitta verticalmente in una roccia. Questo fu il segno che lo fece riconoscere da tutti come il legittimo Re di Britannia. È piuttosto evidente che la spada nella roccia è un simbolo dell’asse polare che attraversa il globo terrestre e la sua estrazione dalla roccia indica il cambiamento di stella polare su cui punta l’asse terrestre. Infatti, il sovrano precedente, Uther Pendragon, il cui nome significa “Capo del Drago”, rappresenta il periodo, dal 4000 al 1000 a.C., in cui l’asse della terra era diretto verso la precedente polare α Draconis (la stella Thuban8). Artù, dunque, deve rappresentare la nuova stella polare, α Ursæ Minoris9. “Ora una prima osservazione filologica si impone. La forma esatta del nome data dai manoscritti in francese antico è Artus (soggetto) e Artu (nei casi flessi) il che conduce a una radice Art, vera base filologica del nome. A questo proposito, la testimonianza delle lingue celtiche è formale: si tratta di un antico nome dell’orso [sskrt. atri]10.” L’orso (gr. ἄρκτος, leggi àrctos) in astronomia corrisponde alle costellazioni polari dell’Orsa Maggiore e di quella Minore (sskrt. saptaṛkṣa) ed il suo simbolismo è strettamente connesso a quello della “montagna polare” (Meru) che rappresenta l’axis mundi11. L’elemento polare-sacerdotale e l’elemento zodiacale-regale convergono quindi in Artù in modo confuso. Infatti, dobbiamo tenere presente che, come spiegava Nennio12, “Artur latine sonat ursum horribilem” (Artù in latino suona come orso orribile). Nel suo aspetto selvaggio e guerriero, venne però affiancato e guidato dal Druida (= sskrt. brāhmaṇa) Merlino, il vero ordinatore e ideatore del regno di Artù. In questo racconto simbolico, si può notare che vi è descritta la nascita di quel dualismo tra la funzione regale e quella sacerdotale, che corrisponde alla diarchia medievale Imperatore-papa: divisione di poteri che porterà alla reciproca concorrenza e distruzione. Myrddin, latinizzato in Merlinus Ambrosius (Merlino l’immortale)13, in gaelico è il nome di un tipo di falco. Anche qui si può notare una interferenza tra i due poteri, essendo il falco, come l’aquila, animale che rappresenta la casta guerriera. Tuttavia, egli è anche conosciuto con il nome di ‘cinghiale di Brocelandia’, attributo tipicamente sacerdotale14. All’inizio della storia Merlino si comporta veramente come il purohita del Re e guru personale di Artù. Quest’ultimo, seguendo le sue istruzioni, fece costruire, nel suo castello di Camelot15, la Tavola Rotonda intorno alla quale dovevano sedersi i dodici più puri, coraggiosi e leali cavalieri del Regno16. Se da un certo punto di vista la Tavola Rotonda era simile a un governo istituito al fine di restaurare l’ordine e la prosperità nel regno di Britannia e nel mondo, da un altro essa rappresentava anche un centro iniziatico17. Artù iniziava i guerrieri più qualificati alla cavalleria. Questi poi si recavano come cavalieri erranti a visitare diversi castelli ed eremi, dove i feudatari o i monaci li istruivano alle pratiche interiori del metodo (sskrt. prakriyā). Allo stesso tempo si prodigavano a difendere i deboli, gli orfani e le vedove dalle angherie dei malvagi, accumulando meriti (sskrt. puṇya) per sé, raddrizzando l’ordine del Regno e diffondendo la pace. La Tavola Rotonda era forata al centro e lì si trovava il ‘seggio periglioso’. Si trattava di un trono sul quale poteva sedersi soltanto un cavaliere puro e altamente qualificato. Chiunque si fosse seduto senza possedere tali qualifiche sarebbe sprofondato direttamente all’inferno. Il ‘migliore cavaliere del mondo’, colui che avesse superato la prova, avrebbe potuto concludere la via iniziatica che lo avrebbe condotto a restaurare l’Impero, prendendo il posto di Artù e trasformando il Regno di Britannia in un Impero universale18. Furono tre i cavalieri che dimostrarono di essere capaci di raggiungere il summum bonum della via iniziatica cavalleresca: Parsifal (o Perceval)19, Bors20 e Galahad21. Furono perciò inviati a concludere il loro percorso iniziatico consistente nella cerca del Santo Graal. Il Graal è un simbolo complesso, perché in esso sono confluite correnti tradizionali diverse. Come abbiamo già accennato, i Druidi del celtismo usavano un calderone di bronzo o d’argento in cui facevano bollire la spremitura di diverse piante sacre, tra cui la principale era il vischio. Ottenevano così una bevanda d’immortalità che offrivano in oblazione agli Dei, mentre il resto era distribuito tra gli iniziati presenti22. La tradizione esoterica cristiana parla, invece, di una coppa23. Quando Lucifero, il più elevato tra gli angeli, si ribellò a Dio, dalla sua corona cadde sulla terra un grosso smeraldo divino, il lapsit exillis24. Altri angeli scolpirono poi quello smeraldo prodigioso dandogli la forma di una coppa. Coloro che avessero bevuto da quel calice avrebbero ottenuto la conoscenza di Dio. Questo stesso, tramandato di generazione in generazione, fu usata dal Cristo durante l’ultima cena per consacrare l’eucarestia. Giuseppe d’Arimatea la conservò segretamente e la usò per raccogliere il sangue che sprizzava dalla ferita sul costato di Gesù durante la crocefissione. Questo avvenimento dà la possibilità di interpretare il nome della coppa come fosse Sang Real, il ‘vero sangue’ o il ‘sangue regale’. In seguito, i due discepoli segreti di Gesù, Nicodemo (che era un sacerdote-cohen) e Giuseppe d’Arimatea (Arimatea è interpretato come un titolo in quanto significa ‘principe di sangue divino, ovvero regale’, ha rama theo25), che rappresentano rispettivamente l’autorità spirituale e il potere temporale, trasportarono il Graal in Britannia. Lì la sacra coppa sarebbe stata conservata nascostamente in un castello inaccessibile, in una regione compresa tra due mari, in mezzo a montagne selvagge26 dai discendenti di Giuseppe, conosciuti come i Re del Graal. I cavalieri che fossero riusciti a raggiungerlo e ad avere la visione del Graal, lì si fermavano, diventavano discepoli del Re, vivendo a lungo in uno stato edenico. Con il passare dei secoli, però, il numero dei nuovi arrivati diminuì drammaticamente a causa della degenerazione del mondo e dell’umanità. Il Re del Graal, in questo modo, riuscì a stento a trasmettere la santa sapienza proveniente dalla coppa miracolosa, e non poté più a generare un numero sufficiente di discepoli. Per questo gli ultimi Re furono descritti come ammalati o feriti nelle proprie capacità generative. Così, avendo molto tempo libero dall’insegnamento, essi trascorrevano gran parte della giornata a pescare nel lago montano nei pressi del castello27. Il titolo di Re Pescatore, ovviamente, allude al fatto che egli aveva assunto una funzione atta ad attirare nuovi discepoli28, uscendo un po’ dalle mura del castello, dalla riservatezza esoterica, in attesa del ‘miglior cavaliere del mondo’. Costui sarebbe diventato il discepolo prediletto del Re Pescatore e suo successore come Re del Graal. Questo figlio spirituale avrebbe guarito il Re ferito dalla sua incapacità di generare spiritualmente e, portando la sacra coppa alla Tavola Rotonda e sedendo sul tredicesimo posto periglioso, avrebbe fatto rifiorire la Terre guaste29.

                Gaṇapati

                1. J.L. Weston, The Quest of the Holy Grail, G. Bell & Sons, London 1913, p.4.[↩]
                2. J.Evola, Il mistero del Graal, Edizioni Mediterranee, Roma 1972, p.61. Se si prescinde dal grave errore dottrinale evoliano, che pone assurdamente l’azione al di sopra della conoscenza, per il resto questo libro è un’ottima raccolta di simboli, spesso egregiamente interpretati.[↩]
                3. Françoise Le Roux, Christian J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig, Genova 1990, pp 563/564.[↩]
                4. “Molto divino”, nome del Dio-sacerdote dei Druidi, signore della conoscenza, simile al Bṛhaspati vedico.[↩]
                5. “Ci pare indubitabile che la leggenda del Graal debba essere riferita alla trasmissione di elementi tradizionali, di ordine iniziatico, dal druidismo al cristianesimo; questa trasmissione essendo stata operata regolarmente, e quali ne siano state le modalità, tali elementi fecero da allora parte integrante dell’esoterismo cristiano.” René Guénon, Aperçus sur l’ésotérisme chrétien, Editions traditionnelles, Paris 1971, pp. 92/93.[↩]
                6. Non è nostra intenzione citare le diverse fonti, spesso contraddittorie, attenendoci soltanto a trarre il senso generale che si evince da una lettura dei romanzi. D’altra parte, molti di questi racconti furono composti spesso da poeti e trovadori che riportavano informazioni segrete senza avere piena coscienza del loro significato. Tra coloro che dimostrarono consapevolezza del messaggio da loro tramandato, sono da annoverare certamente Chrétien de Troyes, Robert de Boron e Wolfram von Eschenbach. Thomas Malory (1415-1471), pur dimostrando consapevolezza di quanto scriveva, deve essere inserito in un filone ermetico, piuttosto che in quello della cavalleria medievale. In definitiva, una lettura analitica e rigorosamente filologica è il modo migliore per perdere di vista il significato spirituale che così è stato trasmesso.[↩]
                7. È inaccettabile l’ipotesi sostenuta da diversi autori secondo cui Artù sarebbe stato il personaggio storico Lucius Artorius Castus. Questi visse in Bretagna verso la metà del IV secolo e fu al comando della Sesta Legione in Armorica. Una semplice somiglianza del nome non può essere considerata una prova storica.[↩]
                8. Dall’arabo thuʿbān, pitone mostruoso, drago.[↩]
                9. Ciò corrisponde in modo sorprendente al mito di installazione di Dhruva, la nuova stella polare, nella mitologia indiana.[↩]
                10. P. Walter, Artù l’orso e il Re, Arkeios, Roma, 2005, pp. 73/74.[↩]
                11. L’aggettivo ‘artico’, che deriva da ‘orso’, è sinonimo di ‘boreale’. Ora, anche questo termine è connesso con la stessa parola, nel tedesco bär e in inglese bear. Tuttavia è possibile che anticamente Borea (gr. Βορέας, leggi Boréa, il Nord) derivasse dal termine inglese cinghiale boar, (sskrt. varāha). Ciò è certamente dovuto a un rovesciamento del simbolismo polare con quello zodiacale avvenuto con il passaggio al kaliyuga. Infatti, ancora oggi la stella chiamata Arcturus si trova in prossimità dello zodiaco, che segna la posizione astrologica dell’orso prima del kaliyuga. Poi, le orse sono state identificate con le due costellazioni prossime del Polo. Abbiamo già segnalato che, al contrario, anche la bilancia (sskrt. tula), da una posizione polare (le due orse erano i piatti della bilancia), è stata abbassata a livello zodiacale.[↩]
                12. Nennio fu autore di una Historia Brittonum composta fra l’VIII e il IX secolo.[↩]
                13. Nella Historia Regum Britanniæ di Geoffrey de Monmouth, Merlino Ambrosio è confuso con ‘Aurelio’ Ambrosio, fratellastro di Uther Pendragon. È una confusione carica di significati reconditi. Infatti, la figura semistorica di Aureliano Ambrosio, vincitore dei Sassoni, è per molti versi, indicativa: sarebbe stato l’ultimo governatore di Roma in Britannia, figlio di un patrizio romano e di una donna di ascendenze druidiche. In lui, perciò, confluivano la tradizione cristiano-latina e quella sapienziale celtica. Ferito a morte, avrebbe consacrato Uther quale primo Re di Britannia.[↩]
                14. In alcuni racconti Merlino è detto figlio del diavolo e in altri è descritto come un mago. Alla fine dell’avventura arturiana, Merlino abbandonerà al suo destino il suo discepolo Artù per dedicarsi ad amori, sconvenienti per un saggio, con Viviana, una fata o ninfa dei boschi (sskrt. yakṣiṇī). Perciò Merlino rappresenta una sapienza sacerdotale in declino, attratta dalla fruizione dei poteri (sskrt. siddhi).[↩]
                15. Probabilmente questo nome deriva dalla prima capitale romana in Britannia, Camalodunum. Plinio, Naturalis Historia, II.75.118.[↩]
                16. Dal punto di vista dell’ordine cosmico, si può affermare che, simbolicamente, i dodici personaggi rappresentino altrettante forme del sole, i dodici Āditya della tradizione hindū, in corrispondenza con i segni zodiacali. Infatti, ogni cavaliere eccelle in una particolare scienza e virtù. La stessa forma della tavola ricorda la simbologia della ruota, in particolare per la funzione sociale e iniziatica del Cakravartin. Nel rito vājapeya, come nel ciclo arturiano, la corsa dei carri e la ruota apposta in cima al palo sacrificale (sskrt. stambha) diventano simboli del Mondo in perenne movimento. Come vedremo, però, Artù rappresentò la sola funzione regale senza mai riuscire a realizzare quella imperiale di Cakravartin.[↩]
                17. Questo richiama alla mente l’organizzazione storica dei dodici conti palatini (o paladini) fondata da Carlo Magno per restaurare l’Impero d’Occidente.[↩]
                18. Per la verità anche Artù tentò la conquista del mondo intero. Si impegnò, però, a questa impresa con soli mezzi bellici esteriori, senza passare ritualmente attraverso un sentiero iniziatico che lo conducesse a diventare prima l’Imperator esoterico, per poi ambire a divenire l’Imperatore anche in senso temporale (come accade in India con il rito del sacrificio del cavallo, aśvamedha). Con varie spedizioni si era impadronito della Spagna, della Scandinavia e della Germania e si apprestava a portar guerra a ciò che restava dell’Impero Romano in piena decadenza. Tuttavia dovette desistere per rientrare in Britannia a combattere contro suo nipote, l’usurpatore Mordrein (‘il portatore di morte’, oppure, nella versione Modred, ‘il ‘limitante, ‘colui che pone ostacoli’).[↩]
                19. ‘Colui che apre la via’.[↩]
                20. Potrebbe significare ‘cinghiale’, cosa che lo caratterizza in chiave sacerdotale. È l’unico dei tre cavalieri che ritorna in Britannia dopo la cerca del Graal. Talvolta al suo posto appare Gawein, il cui nome indica un altro tipo di falco.[↩]
                21. ‘L’intrepido’.[↩]
                22. È evidente l’analogia con la ‘bollitura’ spontanea, la fermentazione, del Soma vedico nella coppa oblatoria, volta a ottenere l’amṛta. Faremo notare che quest’ultimo termine sanscrito etimologicamente è identico all’ambrosia (gr. ἀμβροσία, leggi ambrosìa, immortalità), il liquore d’immortalità con cui si nutrivano gli Dei greci. Ovviamente, non è casuale che Merlino si chiamasse Ambrosius, l’immortale.[↩]
                23. L’etimo più accreditato per Graal è il latino gradalis, coppa o bacile. “Il termine graaus (forma al soggetto; nei complementi, graal) è attestato, in lingua d’oïl, non come nome proprio, bensì come nome comune…” (G. D’Aronco, “Un romanzo per l’Europa”, La Grant Queste del Saint Graal, Udine, Amm. Comunale, 1990, p. 23.) Tuttavia, poiché è anche una conoscenza sacra, Graal potrebbe derivare da gradualis, che in latino designa un testo sacro, destinato soprattutto alla recitazione o al canto. Infatti, in alcuni romanzi di questo filone, è scritto che sulla superficie della coppa apparivano miracolosamente delle frasi scritte, tali da essere lette, recitate o cantate[↩]
                24. Questa formula in un latino gergale è interpretata in due modi: lapis exilii, la pietra esiliata sulla terra, oppure lapis ex cœlis, la pietra caduta dai cieli.[↩]
                25. Un’altra interpretazione del nome di questo discepolo segreto è fornita da Flavio Giuseppe, il cui nome in aramaico sarebbe stato ‘Johsef bar Matityahu’, ‘Giuseppe discendente di Matityahu’, ossia di Matteo, il fondatore della dinastia Maccabea. Flavio Giuseppe perciò sarebbe stato parente e omonimo di Giuseppe d’Arimatea. Comunque, entrambe queste ipotesi indicano che Giuseppe d’Arimatea era di famiglia reale.[↩]
                26. Il luogo in cui sorge il castello del Graal è chiamato Montsalvasch, monte selvaggio, che però diventa Montsalvat, monte salvato, della salute o del saluto per coloro che sono capaci di arrivarvi. Nei prossimi capitoli sarà spiegato l’uso iniziatico di questi due termini. Il castello di Corbenic è posto sulla vetta del Montsalvat.[↩]
                27. “Nel Brahmaloka, nel terzo piano del cielo [del tribhuvana], partendo da questa terra, esistono due mari chiamati Ara e Nya, dove si trova un lago pieno di cibo delizioso, dove c’è un banyan che trasuda ambrosia, dove si vede la cittadella di Brahman chiamata Aparājitā (l’inespugnabile) e dove si trova un palazzo d’oro fatto dallo stesso Signore” (ChU VIII.5.3).[↩]
                28. In consonanza con il versetto evangelico “… farò di voi pescatori di uomini” (Vangelo di San Marco, I.17).[↩]
                29. La terra sterile, la disordinata situazione del mondo causata dalla decadenza spirituale dell’umanità in questo periodo tenebroso. Tale decadimento spirituale e comportamentale fu la stessa causa della sterilità ‘iniziatica’ del Re Pescatore.[↩]

                39. Gli Ordini monastico-cavallereschi

                  Gli Ordini monastico-cavallereschi

                  Gli accadimenti che si produssero nel corso del XI secolo ebbero importanti ripercussioni nella struttura civile della cristianità latina. Il sistema feudale, che aveva modellato la struttura dell’Impero sulla gerarchia delle vie iniziatiche della casta guerriera, era entrato in crisi. La chiesa cattolica romana, restaurata per volontà degli Imperatori, diventò la principale rivale del Sacro Romano Impero sul piano politico e secolare. Il non riconoscimento della sacralità imperiale, diffuso capillarmente tramite vescovadi e parrocchie e con l’aiuto dei monasteri, ormai subordinati all’autorità papale, permetteva lo scioglimento del giuramento di fedeltà da parte dei sudditi. Questo spinse i più grandi ambiziosi feudatari ad allentare i legami di dipendenza dall’Impero. Furono dapprima i Re dei regni nazionali ad approfittare del permesso di slealtà per creare dei domini di proprietà della corona, primo passo in direzione di quel fenomeno noto come ‘assolutismo’. Ma ben presto anche duchi e principi ne seguirono l’esempio, portando divisioni e guerre civili nel cuore stesso della cristianità. Sempre più attratti dal potere temporale, i vassalli ribelli si scordarono delle loro funzioni sacre, ma soprattutto iniziatiche, che erano la ragione stessa della loro posizione magistrale nei confronti dei nobili che avessero desiderato seguire la via iniziatica della cavalleria.
                  Sempre più raramente gli aspiranti cavalieri trovavano nei castelli e nei palazzi dei veri maestri. Fu così che dei gruppi di cavalieri si riunirono attorno a un cavaliere-maestro, formando degli ordini sul modello di quelli monastici, svincolandosi dal sistema feudale fino ad allora vigente1. I primi ordini, piuttosto effimeri, furono quello dei Cavalieri dei SS. Cosma e Damiano (⁓1030) e quello dei Cavalieri del Tau (⁓1050). Ma solamente con l’inizio delle crociate furono fondati gli ordini cavallereschi più importanti per funzioni iniziatiche a favore dell’intera cristianità latina2.
                  L’Imperatore d’Oriente Alessio I Comneno, assalito in Anatolia dalle orde dei turchi selgiuchidi3, chiese aiuto militare al papa e all’Impero. Di conseguenza il papa Urbano II nel 1095 indisse la prima crociata al fine di liberare dagli infedeli il sepolcro di Cristo e i luoghi delle sue gesta terrene4. Era allora Imperatore Enrico IV, indebolito dalla continua lotta con i suoi figli e con i principi elettori, provocata dalle manovre politiche dei papi. Per questo l’Imperatore non fu in grado di prendere il comando della massiccia spedizione che si stava preparando e non fu un caso che i principi, che approfittarono dell’assenza imperiale, fossero in gran parte normanni, francesi e tedeschi ribelli.​
                  Il fior fiore della nobiltà occidentale si riversò nel vicino oriente liberando facilmente quei territori dell’Impero bizantino dall’invasione islamica5. Tuttavia, in assenza di un’autorità sovrana suprema, presto i diversi principi cominciarono a rivaleggiare per i territori conquistati. Naturalmente al Basileus non fu restituita nessuna provincia, mentre i capi si ritagliavano nuovi feudi, innescando pericolose fratture nell’esercito crociato.
                  Con la liberazione di Gerusalemme (1099) riprese massicciamente l’afflusso di pellegrini da tutta Europa. A causa delle rivalità tra i capi della crociata, le vie di pellegrinaggio continuarono a essere infestate da bande di briganti o da incursioni turco-arabe. Tre gruppi di cavalieri allora si organizzarono in milizie a protezione dei pellegrini. Il primo Ordine cavalleresco (1099) fu quello del Santo Sepolcro, che presidiava in armi la Basilica omonima; il secondo Ordine (1113) fu quello degli Ospitalieri di San Giovanni; il terzo (1118) l’Ordine del Tempio di Salomone. Questi due ultimi andavano a ricevere i pellegrini, che arrivavano alle coste della Palestina, per scortarli fino a Gerusalemme. I Templari formavano l’avanguardia, gli Ospitalieri la retroguardia6. In tutti e tre gli Ordini i cavalieri potevano anche assumere il sacerdozio, diventando canonici secondo la regola agostiniana7. L’Ordine del Tempio ottenne presto la trasmissione del monacato benedettino da San Bernardo, il quale scrisse anche la regola De Laude Novæ Militiæ (1129).​
                  San Bernardo di Clairvaux (1090-1153) fu l’ultimo dei grandi personaggi del monachesimo latino e ultimo Padre della Chiesa. Nato da una famiglia dell’alta nobiltà borgognona8, a ventidue anni divenne monaco benedettino cistercense. Ben lungi dall’essere un mistico9, San Bernardo fu uno degli ultimi iniziati nel monachesimo latino, ben consapevole sia della profondità delle dottrine esoteriche che aveva ricevuto sia della triste stretta storica in cui viveva.
                  La sua autorevolezza dottrinale e la sua santità di vita fecero sì che egli svolgesse altissime funzioni iniziatiche e azioni esteriori di grande responsabilità nel tentativo di raddrizzare la situazione del cattolicesimo10. La sua autorità fu riconosciuta da papi e Imperatori, da vescovi e da Re, da monaci e da cavalieri. Fu spesso distolto dalla vita contemplativa per redimere liti fra sovrani, papi e vescovi, l’autorità spirituale e il potere temporale.
                  Ben consapevole dello stato di ritrazione dell’iniziazione monastica cattolica e della crisi della cavalleria feudale, volle incaricare l’Ordine del Tempio d’essere la nuova cavalleria (Nova Militia) per la trasmissione e la difesa dell’iniziazione nel contesto latino11. Nell’Ordine del Tempio fece confluire le due tradizioni (paramparā) ch’egli, come monaco e cavaliere, aveva riunito nella sua persona. Di fatto il Tempio divenne l’arca che preservò per un paio di secoli tutte le vie iniziatiche latine dalle inchieste, soprusi e persecuzioni messi in atto dai poteri secolari al servizio dell’egemonia pontificia. Di fatto i Templari godevano della completa autonomia sia dall’Impero sia dal papato, come anticamente accadeva per gli ordini monastici12.
                  Sono passate alla storia le leggendarie imprese belliche dei Templari, il loro severo ascetismo e la loro attività crociata ai confini della cristianità per la riconquista e sottomissione di vaste aree invase da infedeli: la Terrasanta, la penisola iberica e l’Europa orientale. A questo fine l’Ordine del Tempio diede origine a filiazioni locali, celebri per la loro abnegazione e coraggio: gli Ordini di Alcantara, di Calatrava e di Santiago in Spagna, l’Ordine Teutonico e dei Portaspada in Germania.
                  Se da un lato questi adattamenti della tradizione preservarono l’iniziazione, dall’altro segnarono il fallimento del progetto carolingio e ottoniano di fondare una tradizione occidentale completa. Il sistema sociale a quattro caste non fu mai portato a compimento. Solamente l’aristocrazia fu stabilmente strutturata per diritto di nascita, mentre le altre classi sociali rimanevano confuse nelle loro caratteristiche, del tutto inadeguate a costituire una società organica. Al sacerdozio poterono accedere personalità provenienti dalle più disparate origini. Il clero non s’identificò mai istituzionalmente alla sapienza, ma rappresentò una gerarchia burocratica di funzionari del potere temporale dei papi. Il monachesimo, che per secoli era stato il depositario del sapere, tra il X e l’XI secolo si secolarizzò, diventando un inutile doppione del clero. I nuovi ordini mendicanti dei frati domenicani e francescani si dedicarono solo ad attività di utilità sociale13. Unicamente nelle Università fu coltivata una teologia, ma di natura filosofica, del tutto avulsa dalla gnosi autentica. Gli appartenenti al terzo stato, cittadini o borghesi, erano considerati tali solamente in base al loro censo. Se si fossero impoveriti, avrebbero perso la loro posizione sociale. Al contrario, se un popolano si fosse arricchito, avrebbe potuto ottenere la cittadinanza. Questo rendeva possibile il passaggio da una corporazione di mestiere a un’altra, incoraggiando così la competizione, la lotta tra le classi e il caos sociale che poi s’è avverato nella civiltà occidentale.
                  Il dominio iniziatico, che in precedenza era presente all’interno delle componenti sociali, divenne ancor più chiuso in un esoterismo visto sempre più di cattivo occhio dai rappresentanti della religione esteriore. Ciò nonostante, grazie all’Ordine del Tempio, il mondo latino poté manifestare ancora grandiosi monumenti di sapienza iniziatica.

                  Gian Giuseppe Filippi

                  1. Va da sé che questa innovazione depotenziò ulteriormente il legame tra feudalità e iniziazione, sebbene anche in seguito molti principi, soprattutto in ambito imperiale, manifestarono non di rado grande consapevolezza e dottrina, facendo coincidere la loro funzione sociale con quella iniziatico-cavalleresca di Imperator. Tra questi citeremo Federico I Hohenstaufen, suo nipote Federico II e Arrigo VII di Lussemburgo.[↩]
                  2. Aristide Michel Perrot, Storia degli Ordini Cavallereschi, Milano, Tip. Libr. Pirotta, 1837.[↩]
                  3. I selgiuchidi si erano già stanziati in Persia. Avevano abbracciato l’Islam sunnita e avevano di fatto preso il controllo del califfato abbaside (Peter Frankopan, The first Crusade, Rearsby (U.K.), W.F. Howes Ltd, 2012).[↩]
                  4. Certa letteratura romantica ha fantasticato su possibili scambi ‘iniziatici’ tra la cavalleria cristiana e la futuwwa del sufismo islamico (Pio Filippani Ronconi, Ismaeliti e “Assassini”, Il Cerchio, San Marino, 2004). Di fatto non esiste alcuna memoria di questi scambi né da fonte occidentale né da quella islamica. Le influenze dottrinali, esercitate sempre dal sufismo in favore dell’iniziazione cavalleresca cristiana, sono altrettanto labili, come si vedrà quando tratteremo di Dante e dei Fedeli d’Amore. Quanto poi ad altre supposte influenze esercitate da ambienti ismaeliti nizari, drusi o quant’altro, sarebbero motivo di grave sospetto, considerata l’ispirazione eterodossa di tali sette mediorientali. Tutt’al più c’è da riconoscere spesso un comportamento cavalleresco reciproco, che si spiega con la mentalità dell’epoca, ma che in realtà non dimostra niente.[↩]
                  5. Jacques Le Goff, Medieval Civilization, Oxford, Blackwell, 1988, pp. 69-70.[↩]
                  6. È interessante notare che in India l’ordine dei saṃnyāsin combattenti Nāgā bābā svolge una simile funzione a protezione dei pellegrini. Per la precisione l’avanguardia è composta dai Nāgā śaṃkariani, mentre quelli rāmānujani stanno di retroguardia. Poiché l’avanguardia è di maggior prestigio, spesso si accendono delle zuffe quando i Nāgā rāmānujani tentano di soppiantare l’altro ordine. Allo stesso modo gli Ospedalieri spesso cercarono di sostituirsi con le armi ai Templari nell’avanguardia.[↩]
                  7. Gli Ospedalieri, in verità, all’inizio seguirono la regola di San Benedetto, ma presto assunsero il canonicato agostiniano, regola meno severamente monastica.[↩]
                  8. Era cugino di terzo grado del duca di Borgogna. Recentemente abbiamo letto una biografia ecclesiastica del Santo, che lo definiva di famiglia della piccola nobiltà. Evidentemente nella chiesa proletaria del giorno d’oggi ci si vergogna di origini tanto illustri. Qualcosa di simile accade per Dante, spesso fatto passare come un borghese fiorentino.[↩]
                  9. René Guénon, Saint Bernard, Paris, Les Éditions traditionnelles, 1929.[↩]
                  10. In precedenza, solamente S. Bonifacio aveva goduto dello stesso carisma e della indiscussa autorevolezza nel dominio religioso, politico, iniziatico e culturale. In qualche modo, una tale personalità può essere paragonata nell’India moderna solo a quella di Svāmī Kārapātri (L’Uomo e il sacro in India: Svāmī Kāraptrī, a cura di Gianni Pellegrini, Venezia, Indoasiatica 5/2009, Cafoscarina)[↩]
                  11. San Bernardo, De Laude Novæ Militiæ, I Quaderni dell’Excalibur, Roma, Ist. Romano di Ricerca Interdisciplinare, 1977.[↩]
                  12. L’Ordine degli Ospitalieri con il passare del tempo fu sempre più soggetto all’autorità papale. L’Ordine del Santo Sepolcro, invece, fin dalla sua costituzione, era stato messo alle dipendenze del patriarca cattolico di Gerusalemme e, solo nel XV secolo, del papa di Roma. Quest’Ordine, radicato alla Basilica del Santo Sepolcro, partecipò in misura minore agli eventi bellici e rimase sempre in ombra degli altri due Ordini più importanti.[↩]
                  13. Gli ordini mendicanti e la città. Aspetti architettonici, sociali e politici, J. Raspi Serra (a cura di), Milano, Guerini Studio, 1991.[↩]

                  38. I deleteri risultati della secolarizzazione della Chiesa

                    I deleteri risultati della secolarizzazione della Chiesa

                    Le gravi perturbazioni dell’ecumene imperiale, provocate dalle sconsiderate riforme di secolarizzazione della Chiesa cattolica promosse dai papi dell’XI secolo, provocarono delle conseguenze imprevedibili.
                    Questi i protagonisti di tanta rovina: i papi dell’inizio de XI secolo furono in gran parte marionette o esponenti della famiglia dei conti di Tuscolo. Costoro, di origini plebee, imparentandosi con la rivale famiglia de’ Crescencii, patrizia romana, divennero sempre più influenti a Roma, controllando l’elezione papale e la destituzione dei papi imperiali. Sergio IV Boccadiporco (!) (1009-1012), figlio d’un calzolaio, fu il primo della serie dei papi imposti dai Tuscolo; Benedetto VIII, conte di Tuscolo (1012-1024), fu il primo a riformare la Chiesa in chiave secolare; Giovanni XIX (1024-1032), conte di Tuscolo, passò alla storia per la concessione di favori religiosi in cambio di denaro (simonia) a favore della propria famiglia; Benedetto IX, conte di Tuscolo, fu papa per tre volte (1033-1044; 1045; 1047-1048). Comprò e vendette il trono papale, finché non fu deposto. Di lui disse S. Pier Damiani: “Sguazzante nell’immoralità, un diavolo venuto dall’Inferno travestito da prete, […] apostolo dell’Anticristo, saetta scoccata da Satana, verga di Asur, figliolo di Belial, puzza del mondo, vergogna dell’umanità.” Silvestro III (1045), patrizio de’ Crescencii, regnò solo tre mesi; Gregorio IV (1045-1046), zio di Benedetto IX, comprò dal nipote il trono pontificio per 2000 lire. Dopo aver incassato, Benedetto rivolle indietro la carica. Gregorio fu uomo pio e ingenuo e chiamò al suo fianco il diabolico Ildebrando di Soana, che così iniziò la sua arrampicata al soglio pontificio; Clemente II (1046-1047), signore di Morsleben e Hornburg, fu eletto papa per sottrarre Roma alla malefica influenza dei conti di Tuscolo. Fedele all’ideale imperiale, fu avvelenato per ordine di Benedetto IX. Gli successe Damaso II (1047-1048), della famiglia de’ Curagnoni di Bressanone, filo imperiale, che fu probabilmente avvelenato da Ildebrando di Soana per ordine di Benedetto IX. Leone IX (1049-1054), conte di Egisheim-Dagsburg, venne eletto con l’appoggio imperiale. Inizialmente cercò di correggere le gravi colpe dei suoi predecessori sostenendo la collaborazione dei due massimi poteri del cattolicesimo, la Chiesa e l’Impero. Si avvicinò all’Impero d’oriente per ricostituire la solidarietà della Romanità sempre più divisa. Cercò poi di contenere il potere dei normanni, barbari privi di scrupoli, che si erano attestati ai confini meridionali del Patrimonio di S. Pietro. Ma ben presto subì l’influenza di Ildebrando di Soana, tradì l’ideale imperiale, scomunicò la Chiesa ortodossa provocando lo scisma, si alleò con i normanni e favorì i nuovi nazionalismi dei regni di Francia e Inghilterra in chiave antimperiale. Vittore II (1054-1057), conte di Calw, Dollnstein e Hirschberg, inizialmente intenzionato a porre rimedio ai gravi danni prodotti dal suo predecessore, ben presto fu anch’egli manipolato da Ildebrando di Soana e indotto a proseguire nell’opera antimperiale dei suoi predecessori, appoggiandosi ai normanni, ai Canossa e ad altri feudatari ribelli. Stefano IX (1057-1058), della famiglia Gozzelon dei duchi di Lorena, fu l’ultimo papa a voler ristabilire l’unità del cattolicesimo, del Sacro Romano Impero, a riprendere i contatti con la Chiesa greca e a cacciare i normanni dall’Italia meridionale. Cercò di allontanare Ildebrando di Soana dalla corte papale, ma la sua improvvisa e sospetta morte vanificò la realizzazione del suo progetto. Nicolò II (1058-1061), monaco cluniacense, usò S. Pier Damiani per togliere le antiche prerogative di indipendenza dell’arcivescovo di Milano appoggiandosi alla Pataria. Seguì supinamente i consigli di Ildebrando di Soana, investendo i capi normanni dei feudi italiani, in cambio del loro vassallaggio e del loro supporto militare. Alessandro II (1061-1073), monaco cluniacense, creatura di Ildebrando di Soana, divenne papa nonostante il veto imperiale. Tutta la sua attività fu caratterizzata da un’accanita lotta contro il Sacro Romano Impero. A questo fine, tentò perfino di allearsi con il Basileus bizantino per negare ogni legittimità di successione romana all’Imperatore d’Occidente. Il suo successore fu l’infernale Ildebrando di Soana, “San” Gregorio VII (1073-1085), di cui si è già scritto in queste pagine. Si deve notare che la Chiesa Cattolica continua a considerare papi legittimi tutta questa sequela di farabutti, intervallata solo da due o tre papi corretti, ma presto eliminati.1
                    Si può affermare che la distorsione del mondo moderno in Occidente e nel mondo intero ebbe inizio da lì. Elenchiamo rapidamente gli effetti immediati e mediati delle riforme del cattolicesimo latino:

                    1. La Chiesa di Roma si contrappose all’Impero rivendicando la sua supremazia sul potere temporale dell’Occidente. Al contrario dell’ideale sacrale del Sacro Romano Impero che governava la cristianità in nome di Dio, la Chiesa intraprese un’attività di politica profana al fine di affermare il sistema di potere del papa-re2.

                    2. Mentre l’Impero manteneva una struttura fondamentalmente d’ispirazione iniziatica, ancora collegato all’esoterismo cavalleresco che continuava a trasmettersi nell’ambito del cattolicesimo latino, la Chiesa assumeva sempre di più atteggiamenti mondani e anti iniziatici. Se il Sacro Romano Imperatore continuava a essere iniziato ai misteri della cavalleria, o perfino talvolta si identificava alla funzione esoterica dell’Imperator, i papi sempre più raramente provenivano dai ranghi del monachesimo. Gli unici monaci che fossero divenuti papi provenivano dall’Ordine Benedettino di Cluny, che aveva abbandonato la contemplazione per dedicarsi alla politica attiva. L’Impero si basava su una concezione gerarchica ordinata, molto simile a quella castale dell’India, considerando che la religione e il potere temporale dovevano essere amministrati dai migliori (aristocrazia). Diversamente, la Chiesa del XI secolo favorì la scalata sociale alla sua gerarchia ecclesiastica degli appartenenti alle più basse classi sociali o dei rappresentanti di membri felloni della falsa nobiltà3. Con l’andar del tempo la Chiesa romana assunse un atteggiamento sempre più ostile all’esoterismo, che giungerà, come vedremo nella continuazione del nostro excursus, alla più violenta persecuzione.

                    3. Forse la più grave conseguenza della riforma del secolo XI fu la secolarizzazione del monachesimo e la progressiva scomparsa dell’iniziazione contemplativa esicasta nel cattolicesimo latino. Quest’ultima sopravvive ancora nella Chiesa ortodossa. C’è anche da ricordare che i normanni, che avevano invaso l’Italia meridionale, scatenarono in quell’area una vera e propria caccia all’esicasta con la benedizione pontificia4. Alla deviazione e perdita dell’iniziazione da parte dell’Ordine cluniacense corrispose la degenerazione in senso pauperistico delle rimanenti correnti dell’Ordine benedettino. Come sempre accade, la “ricerca della purezza originaria evangelica”, condusse a risultati spiritualmente scadenti con la sopravvalutazione del moralismo. Così se, per esempio, l’Ordine benedettino cistercense declinò dal suo scopo contemplativo più lentamente rispetto alla rapida deviazione di Cluny, tuttavia non c’è dubbio che esso fu infettato gravemente dalla Pataria eretica e antireligiosa. In questo modo si può notare che i monaci cluniacensi abbandonarono la contemplazione e l’inclinazione iniziatica per mescolarsi alla politica dei potenti, soprattutto dei papi di Roma, del Re di Francia e dei duchi e poi Re normanni. Al contrario i monaci cistercensi lasciarono i loro eremi per predicare al popolaccio contro la ricchezza, il potere e l’oppressione degli aristocratici e dell’alto clero. Anche i cistercensi nel corso di un paio di secoli voltarono le spalle all’iniziazione.

                    4. La Chiesa romana secolarizzata assecondò la politica perseguita da Cluny. Dichiarò che il potere temporale dell’Imperatore non era di origine sacrale, ma puramente laico. Ugualmente erano dei semplici laici anche i feudatari che dall’Impero traevano la loro autorità, Re, Principi, Duchi, Conti o Baroni che fossero. Togliendo ogni riconoscimento sacrale, gli inferiori di ogni ordine e grado avevano il diritto di ribellarsi ai loro superiori e infrangere i giuramenti di fedeltà. Così si disconosceva del tutto l’autorevolezza che derivava a nobili, patrizi e cavalieri dall’iniziazione guerriera che era la fonte del loro riconosciuto potere. In un secondo tempo, però, i papi corressero questa impostazione profanante nei confronti dei Re. Essi si resero conto che i Sovrani nazionali come i Re di Francia, d’Inghilterra, di Castiglia, di Leon, d’Ungheria e via dicendo ambivano a rendersi indipendenti dall’Impero universale cattolico. Perciò, pur mantenendo la contestazione sulla sacralità del Sacro Romano Imperatore, riconobbero che i Re, nel loro regno, traevano direttamente il loro potere da Dio. In questo modo i Re nazionali divennero i fedeli vassalli del papa a scopo antimperiale5. In seguito, proprio quella Francia, che obbligò i papi alla cattività avignonese, fu proclamata dalla Chiesa romana “Figlia primogenita della Chiesa”, sottraendo tale prerogativa all’Impero6. La Francia umiliò anche i “legisti” papali dell’Università di Bologna con i propri legulei della Sorbona per dimostrare la totale autonomia dalla Chiesa, grazie all’”unzione” di Reims che faceva dipendere il Re direttamente da Dio7.

                    5. Il papato incoraggiò i movimenti pauperistici e vi si appoggiò, facendo leva sulle invidie sociali dei più bassi strati della popolazione cittadina. In maniera particolare usò la Pataria per destabilizzare l’ordine sociale delle città governate dal patriziato d’origine romana e da vescovi che avevano fatto delle città il centro amministrativo della loro diocesi. Le antiche villæ fondiarie dei patrizi, centri di conservazione della tradizione romana, si erano sviluppati in villaggi, con la progressiva aggregazione di artigiani e mercanti, diventando sedi di mercati, di palazzi di giustizia, di forze predisposte alla difesa dall’esterno e all’ordine interno. I villaggi, che si sviluppavano e diventavano nodi importanti lungo l’antica rete stradale romana, erano promossi a città dall’Imperatore o dai Re. In tal caso la città era amministrata da un consiglio patrizio (se composto solamente da patrizi) o consiglio nobile (se vi partecipavano anche rappresentanti dell’aristocrazia feudale residenti in città), prendendo a modello il Senato Romano. Al centro della città era costruita la cattedrale, la chiesa di un vescovo (o arcivescovo o patriarca). Il capitolo vescovile era rappresentato nel consiglio. Ogni vescovo basava sulla cittadinanza dei fedeli la sua autonomia da Roma ed era tradizionalmente eletto dal capitolo con l’approvazione del consiglio e l’acclamazione del popolo. La città, inoltre, rispecchiava l’ordine feudale in forma oligarchica anziché monarchica e, di conseguenza, prestava giuramento di fedeltà al vassallo da cui dipendeva o direttamente all’Imperatore. Scatenando invidie e gelosie negli strati più bassi della popolazione, che propriamente non godevano nemmeno della cittadinanza8, la Chiesa si fece responsabile degli atti di violenza “spontanea”. Lo scopo fu quello di togliere alla nobiltà urbana il governo della città eliminando così la fedeltà al Sacro Romano Imperatore, e di indurre a sottomissione i vescovi che ancora non riconoscevano il nuovo ruolo del pontefice come unico sovrano della Chiesa.

                    6. Come sempre successe nel corso della storia, il popolaccio fu usato per destabilizzare l’ordine. Ma non essendo in grado di sostituire la classe dirigente aristocratica, la Chiesa incitò il terzo stato dei cittadini, conosciuto come popolo grasso o, da quel momento storico, come borghesia, a prendere il potere nella città. Costoro, rappresentati da commercianti e artigiani, costituivano lo strato benestante della popolazione, con un minimo di esperienza d’amministrazione dei propri beni e guadagni. Le città in cui questo rovesciamento dell’ordine ebbe successo furono denominate “comuni”. Gli esponenti dell’aristocrazia cittadina o abbandonarono la città per i loro castelli e villæ rurali oppure si adattarono a vivere nel “nuovo ordine” per mantenere i palazzi e i beni che possedevano entro le mura. Per rimanere, furono però costretti a iscriversi alle gilde o corporazioni di mestiere della borghesia: mercanti, medici e speziali, produttori di lana, tessitori e tintori9. Questo appiattimento sociale comunistico fallì rapidamente, in quanto le corporazioni, che corrispondevano a mestieri più remunerativi (Arti Maggiori), presero subito il sopravvento politico sulle frange più deboli della borghesia (Arti minori)10. Anche all’interno delle gilde si formò una gerarchia economica e professionale divisa in maestri d’arte, lavoratori e apprendisti. Si formarono anche milizie cittadine composte da mercanti e artigiani, ma di cui i nobili rimasti nel comune presero subito la guida. L’esperimento comunale durò per due o tre secoli, presto riassorbito nell’ordine più vasto dei Principati.

                    7. Le tendenze pauperistiche della Pataria, fondamentalmente antireligiose, si mescolarono all’eresia dualista di provenienza balcanica dei Bogomili, noti in Italia settentrionale e in Occitania con il nome di Catari o Albigesi11. Come s’è già detto, la corrente cistercense dell’Ordine benedettino, perseguendo il falso ideale di un ritorno della Chiesa cattolica alla povertà evangelica12, collaborò invece alla realizzazione del piano eversivo del sistema feudale. Molti cistercensi abbandonarono i loro eremi e cenobi per accorrere nelle città e nei comuni per svolgere un’azione “sociale” in favore dei “poveri”, tradendo così completamente la regola di S. Benedetto e gli ideali di isolamento e contemplazione. È su questa traccia che più avanti furono fondati gli ordini dei Frati Minori o Francescani e dei Frati Predicatori o Domenicani. A lungo in odore di eresia, questi ordini segnarono la fine del monachesimo latino13.

                    8. Le attività “sociali” degli ordini mendicanti non si limitarono all’assistenza alimentare, sanitaria ed economica dei poveri, ma i frati dettero grande importanza all’educazione del popolino. I conventi dapprima diventarono scuole per ragazzi al fine di avviarli a trovare un lavoro presso le diverse gilde comunali. Alla fine, però, francescani e, soprattutto, domenicani fondarono le Università presso le cattedrali o i conventi, al fine di formare una classe dirigente prevalentemente ecclesiastica e borghese. All’inizio vi furono insegnate solamente le discipline del Diritto canonico e del Diritto romano (utrumque jus), ma ben presto le facoltà si moltiplicarono aprendosi alle discipline più profane e scientifiche. Lo scisma dalla cristianità ortodossa bizantina spinse la teologia cattolica insegnata nelle Università ad abbandonare la patristica e a creare una filosofia scolastica appoggiata alla logica aristotelica. La scolastica, con il passare del tempo, divenne sempre più razionalistica, con l’apporto della filosofia araba di Avicenna e Averroè, fino a uscire dai limiti consentiti dalla fede14. Con Abelardo, Duns Scoto e Occam, l’aristotelismo scolastico si tradusse alla fine in un semplice nominalismo e naturalismo. Gli ordini pauperistici e mendicanti contribuirono così pesantemente alla creazione di una cultura laica e, in definitiva, antireligiosa.

                    9. Per la verità, gli ordini mendicanti, nonostante il pauperismo, erano l’espressione del terzo stato, di quella borghesia a cui appartenevano sia S. Domenico de Guzman sia S. Francesco15 d’Assisi. La trasformazione delle città in comuni comportò un totale rivolgimento della visione del mondo in un’ottica mercantile ed economica. Essa perdura ancor oggi e ha invaso come una pestilenza l’intero globo terracqueo. Fu cancellato il concetto di possesso in favore dell’idea di proprietà. Il possesso era la concezione feudale, per cui tutti i beni erano di unica appartenenza della Divinità. La Divinità concedeva transitoriamente all’Imperatore (sskrt. samrāṭ), suo rappresentante terreno, il possesso dell’universo. Il Sovrano poi concedeva temporaneamente a seconda dei meriti e delle esigenze, parti grandi o piccole del suo dominio ai sudditi, al fine di amministrarle, migliorarle, ingrandirle, a maggior gloria di Dio16. La proprietà, al contrario, proclama l’appartenenza totale del bene al singolo individuo. Quest’ultima concezione fu adottata, praticata e diffusa proprio dagli ordini mendicanti. La teoria e la pratica del libero mercato, infatti, sono germogliate, ben prima di Adam Smith, nel mondo cattolico e non in quello protestante. I filosofi scolastici furono ben attenti all’economia comunale, anticipando alcune acquisizioni teoriche fondamentali come la concezione soggettiva del valore. I domenicani Alberto Magno (1193-1280) e il suo grande allievo San Tommaso d’Aquino (1225-1274), come anche gli scolastici successivi, pensavano che il giusto prezzo di un bene non dipendesse da qualche sua qualità intrinseca, ma fosse quello determinato dalla communis opinio o dalla communis æstimatio, cioè dalla richiesta del mercato. Inoltre il francescano provenzale Pietro Giovanni Olivi (1248-1298) fu il vero scopritore della teoria della soggettività del valore-prezzo; e l’altro francescano, San Bernardino di Siena (1380-1444), oltre a fornire una magistrale analisi delle virtù e della funzione dell’imprenditore, alle soglie del Rinascimento riportò in auge la teoria del valore soggettivo sviluppata da Olivi17.

                    10. Lo sconvolgimento religioso, politico e sociale iniziato nel XI secolo, assieme alla scomparsa dell’iniziazione nel monachesimo latino, non poteva esimersi dall’influenzare l’arte. In contrapposizione con il romanico, che aveva le sue radici nell’arte sacra imperiale romana e bizantina, si impose un nuovo stile, il gotico, il cui ideologo fu l’Abate Suger de Saint-Denis. La sua concezione dell’edificio sacro prevedeva che il Dio trascendente illuminasse dall’esterno la parte interiore della chiesa attraverso grandi vetrate18. La luce, rappresentazione simbolica dell’amore divino, penetrava nel chiuso illuminando le tenebre del cuore umano. Grande oppositore di Suger fu San Bernardo, il quale gli contestò l’idea che Iddio non fosse presente anche all’interno19. Anzi, la chiesa tenebrosa rappresentava il cuore dell’uomo, in cui Dio è sempre lì nella sua presenza reale sotto forma eucaristica. La chiesa secondo San Bernardo è, dunque, un hortus conclusus, rappresentazione sia dell’intero universo sia del corpo dell’uomo, al cui centro è collocato l’onnipervadente Divinità20. L’affermazione per cui Dio sarebbe solamente esteriore all’individuo umano comporta una concezione dualistica inconciliabile con la deificazione (theósis). Un monaco occidentale, ancora praticante la contemplazione iniziatica, qual era San Bernardo, denunciava in questo modo l’abbandono di un punto di vista metafisico. Inoltre egli lamentava la perdita dell’essenzialità delle forme del romanico, adatte a indurre alla meditazione, e l’adozione di forme complesse, meravigliose e ricche d’ornato del gotico, fonte di distrazione. Le cose però stavano precipitando: nonostante l’opposizione del grande abate di Clairvaux, il gotico si affermò, sull’onda dell’imborghesimento della Chiesa cattolica. Per costruire le cattedrali gotiche all’interno delle mura comunali, vennero chiamate le corporazioni dei muratori che, fino ad allora, avevano costruito solo castelli e palazzi, in armonia con la loro appartenenza all’Ars Regia. Le abazie, i monasteri e le basiliche romaniche, invece, erano state opera degli stessi monaci, essendo l’edificazione di luoghi sacri pertinenza dell’Ars Sacerdotalis.21 L’adozione di un complesso simbolismo ermetico22 nelle nuove cattedrali risultava inusitato. Esso fu considerato appartenere a una visione troppo naturalistico della tradizione, e perciò fu censurato da San Bernardo e dai suoi discepoli. Essi giudicarono che tale simbolismo proveniva dal dominio delle scienze intermediarie e magiche (goetia) e non dalla teologia; per questa ragione quell’arte fu definita gotica23.

                    11. Lo scisma della chiesa cattolica da quella ortodossa provocò un ulteriore allontanamento e una nuova ostilità nei confronti dell’Impero bizantino. Le stesse crociate, con il passaggio di numerosi eserciti “franchi” attraverso i domini dell’Impero d’Oriente, impoverirono e indebolirono Bisanzio. La quarta crociata, poi, fu una vera pugnalata alle spalle rivolta alla cristianità orientale. La conquista latina, soprattutto veneziana, di Costantinopoli costituì un colpo dal quale la potenza bizantina non poté mai più essere ripristinata. Dopo il fallimento delle diverse crociate, quando l’Europa cattolica abbandonò ai suoi destini il vicino Oriente, l’Impero bizantino fu praticamente offerto su un piatto d’oro all’invasione e alla conquista islamica. Questa deve essere considerata come una delle più oscure pagine della storia della cristianità. Le crociate, tuttavia, ebbero un risvolto positivo: esse rappresentarono un incentivo per la rinascita dell’ideale cavalleresco e imperiale. Ma su ciò ritorneremo in seguito.

                    Come si può dedurre dalle ultime righe, nonostante la devastazione dell’Impero prodotta dalla riforma ecclesiale dell’XI secolo, l’ideale imperiale e cavalleresco aveva ancora diverse carte da giocare. Ancora per tre secoli gli iniziati alle vie guerriere del mondo latino seppero emergere in forma sorprendente, parando i ripetuti colpi che la Santa Sede continuò a infliggere.

                    Petrus Simonet de Maisonneuve

                    1. Carlo Rendina, I Papi, Roma, Newton Compton, 1983, pp. 359-394.[↩]
                    2. Massimo Montanari, Storia Medievale, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 140.[↩]
                    3. Lo stesso Ildebrando di Soana, figlio d’un contadino, sparse la voce d’essere un rampollo dell’antica famiglia patrizia degli Aldobrandeschi.[↩]
                    4. Sulle persecuzioni normanne nel sud Italia, cfr. 37 – Cattolicesimo e ortodossia la spaccatura della chiesa: a proposito di Barlaam Calabro, cfr. Iniziazione e metodo dell’Esicasmo.[↩]
                    5. Ciò non toglie che il prestigio della sacralità dell’Impero non inducesse quei sovrani ad ambire al trono imperiale, avanzando la loro candidatura finché tale Istituzione non fu soppressa da Napoleone nel 1806.[↩]
                    6. Si legge spesso che tale titolo fosse stato attribuito alla Francia alla conversione di Clodoveo. In realtà si tratta di una notizia manipolata poiché a quell’epoca non esisteva alcun territorio chiamato Francia. Appare per la prima volta all’epoca di Pipino il Breve, quando la Gallia era ormai chiamata Frankland, perciò, in linea di principio, sarebbe stato un titolo per designare l’Impero. Tuttavia il Sacro Romano Impero non si fregiò mai del titolo che comportava una subordinazione al papato. In ogni caso, la formula “figlia primogenita della Chiesa” fu storicamente usato per la prima volta da Sisto V nel 1576 per designare il Regno di Francia nel corso della guerra civile scatenata dalla Lega santa conto il re Enrico III.[↩]
                    7. Jacques Le Goff, Il re nell’Occidente medievale, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. 5-10.[↩]
                    8. Gli abitanti della città erano divisi in tre stati: il primo stato erano gli ecclesiastici; il secondo stato, i patrizi e i nobili; il terzo stato, la borghesia. Il popolo non aveva diritto alla cittadinanza, come nell’antica Grecia e a Roma.[↩]
                    9. Le altre arti o corporazioni erano quelle dei calzolai, pescatori, macellai, pittori, mugnai, muratori, falegnami, conciatetti e spazzacamini, sarti, fornai, sellai, fabbri, pellicciai e conciatori.[↩]
                    10. I mercanti e proprietari, più simili alle funzioni sociali dei vaiśya, imposero la loro autorità nei confronti delle corporazioni d’estrazione śūdra.[↩]
                    11. Paul Labal, Los Cátaros. Herejía y crisis social, Barcelona, Ed. Crítica, 1984.[↩]
                    12. In realtà, quando ancora Gesù, negli ultimi tre anni della sua vita, viveva in comunità con i suoi apostoli, non ha mai abbracciato povertà o mendicità. Ha vissuto di generose donazioni da parte dei suoi seguaci, tanto che Giuda Iscariota fu incaricato di essere il tesoriere del gruppo.[↩]
                    13. Molti confondono l’ordine monastico con gli ordini pauperistici. Il monachesimo, che ha origine già dalla seconda generazione cristiana, perseguiva l’ideale del silenzio e della solitudine per poter dedicarsi alla contemplazione esicasta. Il monaco per regola viveva lontano dalla società, in un eremo o in un cenobio-monastero. Ciò si protrasse fino all’anno mille: monasteri e abazie erano costruiti in luoghi impervi lontani da castelli e villaggi. I frati degli ordini mendicanti o pauperistici, invece, costruivano i loro conventi nelle città, allo scopo di partecipare attivamente all’edificazione dei comuni, e in favore degli strati meno fortunati della società. La degenerazione in senso sociale del monachesimo ha sancito di fatto il suo annullamento, superato come fu dall’attivismo dei domenicani e, in modo particolare, dei francescani.[↩]
                    14.  I nostri lettori indiani, appartenenti a una tradizione basata sulla conoscenza, possono trovare difficoltà a comprendere i dogmi di una religione basata sulla fede. Il dogma, infatti, è una realtà invisibile (sskrt. adṛṣṭi sattā) difficile da comprendere per le menti immature, che viene quindi imposta come una verità di fede. Ogni deviazione dai dettami del dogma è quindi motivo di eresia. Anche l’eresia è sconosciuta in contesto hindū, proprio a causa dell’assenza del concetto di dogma; tuttavia, “eretico” può parzialmente corrispondere all’idea di nāstika, che designa coloro che contraddicono ciò che è dichiarato negli śāstra.[↩]
                    15. Il soprannome Francesco, che in realtà si chiamava Giovanni, gli fu dato dal padre che aveva fatto la sua fortuna vendendo stoffe nella Francia meridionale. Le simpatie pauperistiche della famiglia dei Bernardone hanno così origine dai viaggi d’affari compiuti in quella regione catara.[↩]
                    16. Concezione che rispecchia la parabola dei talenti (Vangelo di San Matteo, XXV.14-30).[↩]
                    17. Murray Rothbard, Economic Thought Before Adam Smith, Auburn-Alabama, Mises Institute, 1995, pp. 47-64. I detrattori contemporanei dell’Ordine del Tempio hanno invece accusato i templari di aver ideato il capitalismo basandosi solo sul fatto d’aver usato per primi le lettere di credito![↩]
                    18. Erwin Panofsky, “Suger abate di Saint-Denis”, in Il significato nelle arti visive, Torino, Einaudi, 1999, pp. 109-145.[↩]
                    19. Lia Pierluigi, L’estetica teologica di Bernardo di Chiaravalle, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2007.[↩]
                    20. Ciò coincide notevolmente con la concezione del Tempio hindū com’è descritta in tutti gli Śilpa Sūtra.[↩]
                    21. Le corporazioni di origine romana (collegia fabrorum) si erano infatti perpetuate durante le invasioni barbariche nelle villæ patrizie e nei castelli feudali. Invece l’artigianato sacro, conservatosi nei monasteri, era compiuto dagli stessi monaci che si specializzavano nelle differenti scienze del trivio e del quadrivio e nelle corrispondenti Artes sacerdotales.[↩]
                    22. Dedicheremo un capitolo all’Ermetismo quando concluderemo la descrizione il periodo medievale.[↩]
                    23. Come ben si sa questa definizione non ha nulla a che fare con il popolo dei Goti.[↩]

                    37. Cattolicesimo e Ortodossia: la spaccatura della Chiesa

                      Cattolicesimo e Ortodossia: la spaccatura della Chiesa

                      Le prime importanti sedi della cristianità furono quelle di Gerusalemme, Roma, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria. Queste cospicue città dell’Impero Romano erano diventate la residenza di vescovi particolarmente influenti: a Gerusalemme fu vescovo S. Giacomo, fratello di Gesù il Cristo e capo della chiesa1. Questa era la sede principale e più prestigiosa in quanto era la città di cui il messia doveva aver fatto la sua capitale e in cui fu martirizzato. A Roma, capitale cesarea dell’Impero, la prima autorità cristiana a stabilirvisi fu S. Paolo. Fu lui che, probabilmente, designò Lino2 come suo successore. Alessandria fu la sede vescovile di S. Marco evangelista che, ai tempi di Gesù, era un bambinetto, ma la cui fama fu consacrata per il fatto che redasse il più antico dei quattro Vangeli canonici. Antiochia fu, invece, la sede episcopale di S. Pietro apostolo. Questa cattedra episcopale antiochena pone qualche dubbio all’affermazione, generalmente diffusa, per cui S. Pietro fosse diventato vescovo di Roma e primo papa. Infatti non esiste alcun documento che dimostri che S. Pietro avesse viaggiato a Roma, si fosse unito lì a S. Paolo per evangelizzare i Romani e che poi finisse ivi crocefisso lo stesso giorno in cui S. Paolo sarebbe stato decapitato. La romanità di S. Pietro appare per la prima volta tramite le voci che cominciarono a circolare per sostenere il primato del vescovo di Roma sugli altri. Con lo spostamento della capitale dell’Impero da Roma a Costantinopoli il vescovado di quella città3, fondato da S. Andrea apostolo, assurse a nuova importanza. Nel 431 d.C. il concilio di Efeso elevò tutte queste città a sedi di cinque patriarcati, che assunsero il compito di guida della Cristianità. I cinque patriarcati furono ricordati con la sigla CARJA: Costantinopoli, Alessandria, Roma, Jerusalem (Gerusalemme) e Antiochia. Nei secoli che vanno dal V al X il cristianesimo fu retto dalla pentarchia dei patriarchi. Come abbiamo esposto ripetutamente nei capitoli precedenti, il patriarca di Roma, il papa4, spesso rivendicò un primato di rappresentanza che, talvolta, gli fu riconosciuto in quanto la sua cattedra coincideva con la sede del trono imperiale. Fu perciò naturale che, con la traslazione dell’Impero a Costantinopoli, il patriarca della nuova capitale vantasse i diritti che ora gli spettavano. In seguito, l’Imperatore d’Oriente Maurizio (539-602), ammirato dalla santità ascetica di San Giovanni il Digiunatore, gli conferì il titolo di patriarca ecumenico. In greco il titolo significava semplicemente “patriarca di tutto l’Impero”, ma fu tradotto in latino con patriarcha universalis. Era allora papa e patriarca di Roma San Gregorio I Magno che, mal interpretando il senso greco del titolo, protestò come segue:

                      ​Considera, ti prego, che per questa imprudente tua presunzione, la pace della Chiesa tutta è turbata e che questo [titolo] è in contraddizione con la grazia che è stata concessa in comune a noi tutti. In questa grazia senza dubbio hai il potere di crescere se ne avrai la volontà. Diventerai senz’altro più grande se ti asterrai di fregiarti di un titolo superbo e insensato; crescerai nella misura in cui ti asterrai di voler prevalere sui tuoi fratelli. Certamente Pietro, che fuil primo apostolo e che era membro della chiesa santa e universale, e Paolo, Andrea, Giovanni, che cos’erano se non i capi di distinte comunità? Erano tutti, sotto lo stesso Capo, arti che componevano il Corpo del Signore, poiché erano membri della Chiesa. E nessuno pretese di essere chiamato universale. […] Ai vescovi di questa sede apostolica, dove sono servo per divina volontà, il Concilio di Calcedonia offerse l’onore di essere chiamati “universali”, ma nessuno di noi si è fatto chiamare con un simile titolo perché, se qualcuno dei pontefici si fosse arrogato l’onore dell’unicità, l’avrebbe negata a tutti i suoi pari.5

                      ​Ciò dimostra che, nonostante le pretese e le usurpazioni di alcuni papi antichi, personalità di grande spessore spirituale come Gregorio Magno riconoscevano che il primato del vescovo di Roma era del tutto onorifico e non comportava alcuna prevalenza di ordine religioso.
                      Di fatto, però, i vescovi latini, con l’andar dei secoli, si abituarono a considerare l’unico patriarca occidentale, il vescovo di Roma, come un primus inter pares e a fare riferimento a lui e non agli altri patriarchi. Anche l’uso di due lingue diverse, il latino e il greco, contribuì all’allontanamento tra l’Impero Romano d’Oriente e quello d’Occidente.
                      Nel corso di quel mezzo millennio i teologi esteriori proposero diverse interpretazioni sulla posizione dello Spirito Santo (sskrt. ānanda) rispetto alla Trinità. Prevalsero due dottrine. Secondo la prima, che si rifaceva alla formulazione del Credo come stabilito nel Concilio di Nicea, lo Spirito Santo procede direttamente dal Padre-Essere (sskrt. sat) per poter intervenire nel creato a portare la grazia divina (sskrt. anugraha). La seconda dottrina afferma che lo Spirito Santo procede non solo dal Padre, ma anche dal Figlio (dottrina del filioque) in quanto intelletto divino (sskrt. cit). I Padri della Chiesa6 ritenevano che entrambe le prospettive fossero accettabili: si trattava di un problema considerato da due angolature diverse. Tuttavia, non era accettabile optare per l’una in contrasto con l’altra7. Carlo Magno impose l’aggiunta del filioque al Credo di Nicea, per accentuare l’importanza della funzione del Figlio come mandatario degli interventi dello Spirito Santo nel Creato8. Ciò era coerente con le posizioni teologiche dei massimi Padri latini, come S. Ilario, S. Ambrogio, S. Girolamo e S. Agostino, ma non in contrasto con i Padri greci.
                      Con i secoli si aggiunsero altre diversità di opinione teologica. Una tra queste fu la credenza sul concepimento di Maria Vergine senza peccato originale. Questo atto di fede era più diffuso tra i cattolici9 e poco seguita dagli ortodossi. Questi ultimi affermavano che l’assenza del peccato originale, ossia la mancanza di un karma passato, per usare i termini del Sanātana Dharma, non avrebbe permesso a Maria di ottenere la nascita umana.
                      In definitiva il vero motivo della separazione delle due Chiese fu provocato dalla pretesa più politica che religiosa del primato del papa di Roma su tutti i vescovi e sovrani della cristianità10. Questa pretesa si basa sul passo del Vangelo di S. Matteo che afferma:

                      Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia chiesa11.

                      Per i latini questa affermazione di Gesù identificherebbe Pietro con la pietra di fondamento della chiesa. Gli ortodossi interpretano questa frase diversamente, poiché in molti passi del Nuovo Testamento è il Cristo a essere definito pietra di fondamento o pietra angolare. Perciò la chiesa sarebbe fondata non su un apostolo, ma su Cristo stesso12.
                      La chiesa cattolica, dietro impulso di Gregorio VII, si allontanò progressivamente dalla teologia patristica ed elaborò una nuova teologia ispirata alla logica aristotelica che prese il nome di Scolastica. Invece la chiesa ortodossa continuò a ispirarsi alla Patristica, attribuendo sempre al monachesimo la massima importanza religiosa. Per questa ragione l’iniziazione monastica continuò a fiorire e, così, l’esicasmo poté raggiungere il culmine della dottrina apofatica con S. Gregorio Palamas (1296-1359), considerato un nuovo Origene 13.

                      Petrus Simonet de Maisonneuve

                      1. Dal greco ecclesia (ἐκκλησία), il termine significava “riunione, assemblea” all’inizio del cristianesimo. In seguito, ha assunto il senso di organizzazione amministrativa e gerarchizzata della religione esteriore.[↩]
                      2. S. Paolo menziona Lino tra i suoi più stretti collaboratori (II Epistola a Timoteo, IV.19)[↩]
                      3. Il nome originale della città era Bisanzio. Fu chiamata Costantinopoli e Nova Roma quando, nel 330 d.C., Costantino vi trasferì la capitale imperiale operando il rito etrusco.[↩]
                      4. Il titolo di “papa” non è esclusivo del vescovo di Roma: fin dal 231 d.C. il patriarca di Alessandria legittimamente portò, e porta tuttora, il titolo di papa, nonostante che ormai dal 451 d.C. su quel seggio sieda un vescovo monofisita (copto).[↩]
                      5. S. Gregorio Magno, Registrum Gregorii, V.18.[↩]
                      6. Padri della Chiesa sono i teologi che scrissero i testi fondamentali della dottrina cristiana. La Patristica si conclude generalmente al V secolo, anche se qualche raro ed eccezionale pensatore più tardo sia greco sia latino è stato ammesso nel novero dei Padri. L’ultimo Padre greco è stato S. Giovanni Damasceno (675-749); l’ultimo Padre latino è stato S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153).[↩]
                      7. I due punti di vista sono ammirevolmente illustrati da Vladimir Lossky, La Teologia Mistica della Chiesa d’Oriente, Bologna, EDB, 1985, pp. 51-52.[↩]
                      8. Il Concilio di Lione del 1274 dichiarò dogmatico il filioque, escludendo così l’interpretazione nicena. Ciò indusse i patriarchi greci a considerare eretica la decisione della chiesa latina, aumentando così la distanza tra le due Chiese.[↩]
                      9. Si deve aggiungere, però, che anche grandi teologi cattolici furono avversi all’Immacolata Concezione: tra essi S. Anselmo, S. Bernardo, Alberto Magno, S. Tommaso e S. Bonaventura. La dichiarazione del dogma infatti fu molto tarda e risale al 1854.[↩]
                      10. La chiesa ortodossa rimase sempre imperiale anche dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente. Ancor oggi la chiesa greca si rifà alla protezione spirituale dei Basileis del passato. Quando poi la Russia si convertì al cristianesimo ortodosso, Mosca fu definita “la Terza Roma” e l’Imperatore di tutte le Russie assunse il titolo di Cesare (Czar). Crollato recentemente il comunismo, la Russia è ritornata a una forma imperiale di culto religioso.[↩]
                      11. Vangelo di S. Matteo, XVI.18.[↩]
                      12. Anche dopo la proclamazione del primato del papa su tutte le potestà terrene del 1059, l’arcivescovo di Milano di rito ambrosiano e l’arcivescovo di Ravenna di rito greco, entrambi cattolici, continuarono per almeno tre secoli a non accettare la loro subordinazione a Roma.[↩]
                      13. Gregorio Palamas, Atto e Luce divina, (E. Perrella, a cura di), Milano, Bompiani, 2003, pp. XXXIII-CXXIX.[↩]