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6. L’Età dell’Oro: gli Iperborei

    L’Età dell’Oro: gli Iperborei

    C’è una “Terra Santa” per eccellenza che è il prototipo di tutte le altre. Questo centro spirituale a cui sono soggette tutte le altre “terre sacre” è la sede della Tradizione Primordiale o Sanātana Dharma, da cui ogni Tradizione, a forma dhārmika o religiosa, deriva adattandosi a condizioni di tempo, luogo e generazione di umanità.
    Questa “Terra Santa” primordiale è la “Contrada Suprema”, secondo il termine sanscrito Paramadeśa, deformato dai Caldei in Pardes e dai Latini in Paradisum, Paradiso. La Tradizione Primordiale, fonte di tutte le altre, si situava a nord, o più esattamente al Polo Nord, come menzionato nei Veda e in diversi Libri sacri di altre tradizioni1.
    Durante il regno di Kronos2 nell’Età dell’Oro, il Satya yuga degli hindū, la Contrada Suprema, dove giorno e notte duravano ciascuno sei mesi3, era situata nelle regioni polari o al Polo stesso.
    Chiameremo Hyperborea quella terra, come facevano gli antichi greci, anche se questo termine mostra che avevano già perso la conoscenza della sua vera posizione. In effetti, se Borea significa Nord, Hyperborea (oltre il Nord) appare come un’assurdità. In questo modo Borea è l’equivalente esatto del termine sanscrito varāha4. La radice var per il nome dei suini selvatici si trova nelle lingue anglosassoni sotto la forma verro5. Poiché Hyperborea era una terra o un’isola, dovremmo chiamarla nella forma femminile Vārāhī, cioè “Paese del cinghiale”. Più tardi, nella successiva Età dell’Argento (Treta yuga), fu conosciuta come il “Paese dell’orso”. Questa seconda Era coincise con l’affermazione della casta degli kṣatriya e delle sue regole corrette e ristabilite da Paraśurāma6.
    Gli antichi greci simboleggiavano la ribellione kṣatriya contro i brāhmāṇa con il mito della caccia al cinghiale caledonio. L’uccisione del cinghiale caledonio ad opera di Guerrieri e Re rappresentava la sconfitta della casta sacerdotale. Atenæus di Naucratis7 riferisce che il cinghiale caledonio era di colore bianco, così come lo Śveta Varāha8 della tradizione hindū. Anche nella tradizione celtica cinghiale e orso erano rispettivamente i simboli dell’Autorità spirituale e del potere temporale, vale a dire le due caste dei Druidi e dei Cavalieri.
    Durante l’antichità greco-romana, l’isola Hyperborea era chiamata anche in due altri modi: Thule e Siria. Per quanto riguarda Thule9, c’è un breve testo di Pitea di Marsiglia10 che tratta del viaggio alla ricerca di questa terra fino ai ghiacci polari.
    Il nome greco Thule è ovviamente l’equivalente del sanscrito Tula, che significa “scala” o “libra” (bilancia), che è il segno zodiacale della Bilancia; tuttavia, secondo un’altra interpretazione tradizionale, nei tempi primordiali Tula era il nome della costellazione polare. I due piatti della bilancia erano rappresentati dall’Orsa Maggiore e dall’Orsa minore, che in India sono le due costellazioni chiamate “sette orsi” (saptaṛkṣa11). L’orso, come abbiamo visto, è il simbolo dell’usurpazione kṣatriya, perciò questo nome deve essere considerato posteriore all’originale Tula e databile all’epoca immediatamente precedente alla discesa di Paraśurāma. Tuttavia, la Bilancia, come costellazione polare, è anche la dimora dei sette ṛṣi, e in questo caso si chiama Saptarṣi; questo nome brahmanico è sicuramente più antico della denominazione tipicamente kṣatriya di Saptaṛkṣa e ci riconduce alla tradizione iperborea.
    Omero nel Poema Odissea12 riferisce che il nome della Terra Suprema è Siria (Συρία, leggi Syrìa); questo nome significa “Casa del Sole” (sanscrito Sūrya). Questa terra è descritta come un’isola situata oltre l’Ortigia (l’antico nome di Delos), un’altra isola lontana nell’Oceano Atlantico. Essendo più lontana di Delos, la Siria può essere facilmente identificata con Hyperborea13.
    Ora aggiungeremo alcune informazioni su Hyperborea tratte dalla letteratura greca e romana. Diodoro Siculo afferma14:

    “La loro terra era nell’Oceano ed era simile per dimensioni alla Sicilia: Leto, madre del Dio Apollo, nacque lì. Questo spiega il legame molto stretto che lega Apollo a queste genti e la presenza in quella terra di un magnifico tempio sferico dedicato al Dio. Gli iperborei vivevano in perfetta felicità ignorando il dolore, la malattia e la morte”.

    Plinio15 aggiunge alcuni dettagli:

    “In quel paese si trova uno dei cardini [uno dei due poli] attorno al quale ruota il cosmo. Questa è una terra soleggiata e temperata, libera da ogni aria nociva; qui gli iperborei vivono in boschi e foreste e non conoscono alcun conflitto o malattia”.

    In quell’età benedetta gli Dei si confondevano con gli esseri umani ed era difficile distinguerli. In effetti gli uomini erano così longevi da sembrare quasi immortali. Nascevano direttamente dalla terra e la terra forniva loro spontaneamente tutti i tipi di cibo. Dalle precedenti informazioni possiamo dedurre che gli Iperborei erano strettamente imparentati con gli Haṃsa16 della tradizione hindū, l’umanità primordiale non ancora divisa socialmente in caste (ativarṇa).
    Nell’Inno omerico dedicato al Dio Dioniso leggiamo:

    “Non è possibile trovare la meravigliosa strada per Hyperborea”17;

    Pindaro afferma anche:

    “Né per terra né per mare, nessuno poteva trovare la meravigliosa strada che porta alle feste iperboree”18.

    Con l’inizio dell’Età dell’Argento, la strada per l’Hyperborea si interruppe. La nuova umanità decaduta non poteva più raggiungere quella Terra benedetta durante la vita terrena. Tuttavia, dalla loro inaccessibile dimora gli Iperborei continuano a proteggere l’umanità indebolita con interventi costanti, ogni qual volta è necessario correggere le deviazioni manifestatesi nelle diverse generazioni dell’umanità19. Ora si può più facilmente riconoscere una certa identità fra Hyperborea e l’Uttarakuru20 della tradizione hindū. A seguito della chiusura dell’accesso alla comune dimora originaria, la Tradizione ha preso due direzioni diverse in oriente e occidente. In Asia, il Sanātana Dharma continuò nella sua corretta forma vedica, mentre nei paesi occidentali sviluppò tendenze devianti manifestate nella successiva tradizione Atlantidea. Da allora la patria iperborea fu protetta dai grifoni, animali mitici con testa d’aquila e ali e corpo di leone21 che stazionavano presso il monte polare del Dio Apollo e che tiravano il suo carro (vāhana)22. I grifoni proteggevano le frontiere iperboree dagli Arimaspi, barbari con un occhio, dediti solo alla metallurgia, simili ai monocoli Ciclopi23. Nella mitologia greca, i Ciclopi erano gli assistenti di Efesto24, Dio dei fabbri. Da ciò possiamo dedurre che gli Arimaspi, i nemici di Iperborea, erano collegati a tenebrosi poteri sotterranei; come vedremo in seguito, anche gli Atlantidi erano dediti alla metallurgia.

    Esaminiamo ora le caratteristiche di Apollo25, il Supremo Dio iperboreo figlio di Zeus e Latona. Quando Latona cercava un rifugio dove partorire i suoi figli, fu accolta soltanto nell’isola di Delos26, nel territorio Iperboreo; lì diede alla luce i divini gemelli Apollo e Artemide, il Dio del sole e la Dea della luna. All’età di quattro anni, Apollo costruì il suo tempio sferico, l’emisfero celeste boreale a Delo. Poi si recò in Grecia trasportato da cigni (sskrt. haṃsa), gli uccelli sacri iperborei. In quel periodo dell’Età dell’Argento, la Grecia fu devastata da Pitone27, un mostruoso serpente titanico (asura o Ahi)28. A Delfi, Apollo uccise Pitone con le frecce del suo infallibile arco, frecce che sono i raggi del sole29; quindi costruì un santuario oracolare sul cadavere dell’asura30. In questo Santuario il Dio stabilì una sacerdotessa, la Pizia, che proferiva oracoli quando era da lui posseduta; Apollo fu così soprannominato Pitagora, “colui che possiede la Pizia”. E da lì a poco Delfi sarebbe diventato il tempio più importante di tutta la Grecia.

    In conclusione, riportiamo un passaggio di Giamblico che dimostra che l’organizzazione iniziatica (sampradāya) fondata da Pitagora non fu altro che la continuazione di una primordiale paramparā iperborea:

    “Un certo Abaris, sacerdote di Apollo, giunse da Iperborea, di cui il Dio era originario. Era un uomo anziano e saggio, molto esperto in scienze sacre. Stava tornando dalla Grecia nella sua terra e aveva raccolto dell’oro da offrire al Tempio del suo Dio. Attraversando l’Italia 31 conobbe Pitagora e lo trovò del tutto somigliante al Dio di cui era sacerdote. Abaris, dunque, lo riconobbe come fosse Apollo stesso in base ai tratti venerabili che in lui ravvisava, oltre che dai segni distintivi che, in quanto suo sacerdote, già conosceva. Così “restituì” a Pitagora la freccia che aveva portato con sé come suo veicolo durante il suo lungo viaggio. Pitagora accettò la freccia senza sorpresa e senza chiedere la ragione di quel dono, anzi proprio per dimostrare che era davvero il Dio iperboreo, in privato mostrò ad Abaris la sua coscia d’oro32, confermandogli definitivamente con questa prova che la sua intuizione era fondata. Inoltre, Pitagora dopo aver enumerato uno ad uno tutti i doni votivi custoditi nel Tempio iperboreo, rafforzò la sua convinzione d’essere proprio al cospetto del Dio. Infine, Pitagora spiegò che si era insediato lì allo scopo di prendersi cura e beneficare l’umanità; ma aveva assunto le sembianze umane in modo che gli uomini non fossero intimoriti dalla sua natura divinità e non rifuggissero dal suo insegnamento”33.

    Gaṇapati

    1. B.G. Tilak nel suo The Arctic Home in the Veda (III ed. Poone, Tilak Bros, 1971; I ed., 1903) offre l’elenco completo di tutte le diverse fonti letterarie.[↩]
    2. Il Dio del tempo, chiamato Saturno dai Romani, padre di Zeus (Lat. Iùpiter, Giove). Zeus, la divinità armata di fulmini, divenne Re degli Dei nell’Età dell’Argento. Quando Zeus usurpò il suo trono, Saturno si nascose nella regione italiana del Lazio, dove successivamente sarebbe stata fondata Roma. Qui l’Età dell’Oro rimase nascosta per molti secoli. Latium significa “nascosto”, “coperto”.[↩]
    3. Nei Veda l’anno fu diviso in modo simile in uttarāyaṇa e dakṣiṇāyana, giorno e notte degli Dei.[↩]
    4. “Cinghiale”, è un avatāra, una discesa sulla terra della divinità hindū Viṣṇu [N.d.T.].[↩]
    5. In latino il cinghiale era chiamato verrus da una radice simile.[↩]
    6. La rivolta degli kṣatriya, che allude alla degenerazione degli Atlantidi, sarà oggetto del prossimo capitolo. [Paraśurāma, lett. “Rāma con l’ascia (paraśu) è un altro avatāra di Viṣṇu; quando la potente ma arrogante casta guerriera degli kṣatriya oppresse la casta sacerdotale dei brahmana, umiliandoli, Viṣṇu assunse la forma di Paraśurāma, quinto figlio del brahmano Jamadagni e di Reṇukā che, armato di scure, sconfisse ripetutamente gli kṣatriya, restituendo ai brahmani la legittima supremazia castale. Secondo la tradizione Paraśurāma è un componente dei Bhārgava ovvero di quella famiglia brahmanica discendente di Bhṛgu. Le caratteristiche e le vicende inerenti all’avatāra Paraśurāma sono narrate in particolar modo nei Vāyu Purāṇa (91-93), Agni Purāṇa (V), Brahmā Purāṇa (X), Padma Purāṇa (VI, 268), Matsya Purāṇa (47), Bhāgavata Purāṇa (IX, 15-16), Mahābhārata (I, 66; V, 178-185; VIII, 36) [N. d. T.].[↩]
    7. Retore e grammatico greco del II secolo d.C.[↩]
    8. Cinghiale bianco [N.d.T.].[↩]
    9. Forse dalla parola etrusca tular, confine estremo. Nell’America centrale l’antica nazione tolteca proveniva da un’isola settentrionale chiamata Tula. Ciò dimostra la loro origine iperborea, mentre gli Aztechi affermavano di provenire dall’isola orientale di Aztlan, cioè Atlantide. Vedi il prossimo articolo.[↩]
    10. Geografo ed esploratore greco del IV secolo a.C.[↩]
    11. Le due costellazioni polari sono infatti formate ciascuna da “sette orsi”, ossia da sette stelle artiche. Non dimentichiamo che “artico” deriva dal greco ἄρκτος, (leggi àrktos) che significa orso [N.d.T.].[↩]
    12. Omero è il più celebre poeta greco (X° secolo a. C.). Odissea, XV, 502.[↩]
    13. L’attuale Siria designa anche un “Paese solare”, ma si riferisce a un’era molto più recente.[↩]
    14. Diodoro Siculo, storico romano (I° secolo a. C.), Bibliotheca Historica: II.47.1-2.[↩]
    15. Plinio il Vecchio, ammiraglio romano, scrittore e naturalista (23-79 d. C.), Naturalis historia: IV.89-91.[↩]
    16. “Cigno” o “oca selvatica”, nome con cui si definisce l’umanità perfetta del satya yuga, l’Età dell’Oro; corrisponde anche al penultimo livello spirituale del saṃnyāsin, in cui si restaura lo stato primordiale umano [N.d.T.].[↩]
    17. Omero, Inni VII.28-29.[↩]
    18. Pindaro, poeta lirico greco (522-443 a. C.), Pizia X.30.[↩]
    19. “Allora, Zeus trasformò l’umanità dell’età dell’Oro in geni protettori; dimorano nel sottosuolo e sono i guardiani dei mortali. Essi verificano le loro buone e cattive azioni e vestiti di aria, vagano invisibilmente sulla terra diffondendo benedizioni. In questo modo sono circondati da un alone di maestà”. Esiodo, poeta greco (VIII secolo a. C.), Opere e Giorni: 110-131.[↩]
    20. Uttarakuru (in sanscrito उत्तरकुरु, significa “che produce il Nord”) è il nome di un continente (dvīpa) dell’antica mitologia hindū situato a Nord, a volte descritto come appartenente al mondo grossolano, altre volte come un mondo sottile, abitato da esseri spirituali o ultraterreni [N.d.T.].[↩]
    21. Nella Bibbia il guardiano della soglia del Paradiso perduto era un Cherubino a sei ali armato di una spada fiammeggiante. Nella mitologia hindū, Himavat, divinità della neve che impersona l’Himalaya, blocca l’accesso all’Uttarakuru.[↩]
    22. Il dio solare Apollo è molto simile a Viṣṇu e il grifone alla sua cavalcatura (vāhana), il Garuḍa. Essendo il grifone composto da aquila e leone, è il simbolo della sovranità sul cielo e sulla terra. Tuttavia, non ha la signoria degli inferi. Questo ricorda l’antagonismo tra Garuḍa e i cobra, i Nāga. Inoltre, i grifoni sono i custodi del tesoro di Apollo, come Garuḍa lo è dell’amṛta, la bevanda d’immortalità.[↩]
    23. Omero, Odissea, IX; Ciclope significa appunto “con solo un occhio rotondo”.[↩]
    24. Chiamato Vulcano (Vulcanus) dai Romani.[↩]
    25. Pitagora interpretò il nome del Dio come a-pòllon (A-πόλλων), non-molteplice, nel senso Vedāntico di a-dvaita.[↩]
    26. Da non confondere con l’omonima isola greca. La primitiva Delos (Ortigia) faceva parte dell’arcipelago iperboreo.[↩]
    27. In greco antico Πύθων (leggi pỳthon), è un personaggio della mitologia figlio di Gea (la Terra, sskrt. Bhūmīdevī), prodotto dal fango della terra dopo il Diluvio Universale. Era un serpente di dimensioni terrificanti che custodiva l’Oracolo di Delfi. Fu ucciso da Apollo che si impossessò dell’Oracolo e impose alla sacerdotessa che possedeva ritualmente il nome di “Pizia” (Pitonessa) [N. d. T.].[↩]
    28. Asura corrisponde al titano della mitologia greca. Ahi(privo di zampe) era un asura di forma ofidica di dimensioni illimitate. Come s’è detto prima, la vicenda che segue allude a un intervento iperboreo volto a correggere qualche deviazione che stava affermandosi in seno alla tradizione greca.[↩]
    29. Come è narrato nel mito hindū di Vṛtra (il costrittore, altro nome di Ahi) ucciso da Indra, anche Apollo dovette purificarsi per il sangue versato.[↩]
    30. I titani, nella mitologia ellenica, sono una categoria di demoni antagonisti degli dei [N.d.T.].[↩]
    31. Pitagora visse e insegnò in Italia.[↩]
    32. Nella Tradizione greca c’è un altro racconto simbolico riguardante la “coscia”. In effetti, Dioniso nacque dalla coscia di Zeus. La coscia in lingua greca è espressa dalla parola méros (μέρος), che suona come Meru, la montagna polare della tradizione hindū. La coscia dorata corrisponde al sanscrito Sumeru, il “Dorato Meru”. Vedi René Guénon, Le Roi du monde, Parigi, cap. Bosse, 1927: p. 45. Per questo motivo gli antichi greci consideravano Pitagora come un avatāra di Apollo.[↩]
    33. Giamblico, autore neoplatonico siriano (II secolo d.C.), Vita di Pitagora: XIX.91-92.[↩]

    5. L’approccio storico

      L’approccio storico

      Con i precedenti articoli abbiamo cercato di fornire ai lettori di tradizione hindū 1 gli strumenti critici necessari per comprendere la situazione generale della civiltà occidentale; lo studio di aspetti e di periodi storici specifici sarà affrontato nei contributi che seguiranno. Acquisendo queste informazioni, i nostri lettori saranno in grado di sciogliere gli intricati nodi che rendono la civiltà occidentale così difficile da capire per lo spirito tradizionale2.
      La prima anomalia riscontrata è che per la comprensione della situazione tradizionale in Occidente si deve ricorrere allo studio della sua storia. Al contrario, il Sanatana Dharma non ha bisogno di alcuno strumento storico per essere descritto; questo perché la conoscenza metafisica ne è la fonte, il centro e il fine, ed è per sua natura eterna, intuitiva, onnicomprensiva e “attimale”3, dell’italiano “attimo”, cioè “senza tempo”. Tale conoscenza certamente esistente all’inizio della civiltà occidentale, ha lasciato solo qualche traccia letteraria; così gli occidentali, avendo perso la loro conoscenza metafisica, sono rimasti imprigionati nel divenire, nell’azione, nel movimento; per tale ragione una siffatta visione, limitata alla sfera spazio-temporale e cosmologica, non può che riferirsi inevitabilmente al solo sviluppo storico. Gli stessi testi sacri delle religioni occidentali degli ultimi millenni non sono altro che racconti; del resto risultano tali anche i poemi epici 4, l’Iliade e l’Odissea che narrano rispettivamente la storia della Guerra di Troia e dei viaggi dell’eroe Odisseo5, che i Greci consideravano alla stregua di Libri sacri. I Libri sibillini, i testi sacri dei romani, poco più tardivi, erano solo strumenti interpretativi ad uso degli oracoli. Per questo motivo nell’Era imperiale, il poema di Virgilio, l’Eneide, assunse di fatto la funzione di Libro sacro. Questo poema epico, come i poemi greci a cui s’ispira, è il racconto delle gesta dell’eroe troiano Enea, i cui discendenti divennero i fondatori di Roma6. La medesima tendenza storicistica si riscontra anche nel ramo semitico delle religioni occidentali i cui testi sacri sono prevalentemente costituititi da eventi storici o presunti tali. L’Antico Testamento biblico è la storia del popolo ebraico dalla creazione di Adamo, il primo uomo, al VI secolo a. C. Il Nuovo Testamento, il Vangelo, è la storia della vita di Gesù Cristo e della sua missione tra gli ebrei. Il Corano è la storia dei profeti da Adamo a Muhammad7. In tutti i testi sacri del ramo semitico della Tradizione occidentale8 che i musulmani definiscono religioni abramiche, possiamo trovare alcune indicazioni rituali, morali, giuridiche; occasionalmente vi compaiono anche componenti simboliche, ma il carattere storico della narrativa di queste rivelazioni è comunque predominante9.
      Con il passare dei secoli, l’importanza attribuita dagli occidentali allo storicismo è diventata una vera ossessione. Ciò che non è attestato da documenti scritti è come se non esistesse. Sulla base della concezione scientifica inventata dagli occidentali secondo le loro credenze, i documenti scritti sono l’indiscutibile prova della verità, come se la scrittura non potesse essere manipolata riportando bugie, attestando falsificazioni, trasmettendo ignoranza. Infatti, non appena la storiografia divenne un dogma secolare, la storia è stata sempre più spudoratamente contraffatta a beneficio delle ideologie e degli interessi dominanti. Un salto di qualità, in questo senso, lo ha determinato la scoperta della stampa, che ha permesso la diffusione capillare della distorsione storica attraverso i mass-media. Attualmente questa tendenza manipola in modo crescente e sistematico l’opinione pubblica con l’uso delle nuove tecnologie volutamente distribuite a basso prezzo anche tra semianalfabeti.
      Il metodo storico, per operare più facili manipolazioni dei documenti scritti, utilizza la scienza filologica. Tutti sanno infatti che quando i filologi non capiscono una frase a causa della loro incapacità di comprensione, incompetenza o pregiudizio, la dichiarano una “interpolazione”. Un altro strumento usatissimo di falsificazione storica è mettere in discussione la paternità del documento. Quando la Tradizione dichiara che un libro è stato scritto da un famoso autore, spesso si mette in discussione l’autenticità di tale attribuzione per mezzo di strumenti filologici appositamente confezionati. A questo scopo, il testo viene confrontato con altre opere scritte dello stesso autore evidenziando tutte le parole insolite e le forme sintattiche inconsuete. Su questa base il testo è dichiarato falso e il nome dell’autore da allora sarà preceduto dal prefisso “pseudo”. Questo è sufficiente per screditare anche il contenuto del testo fasullo, privandolo in questo modo di ogni credibilità e autorevolezza. Gli storici e i filologi infatti non tengono in nessun conto se il testo è coerente con il contenuto di altri libri dello stesso autore e con il suo pensiero. Infatti, se un testo è veramente coerente che importanza può avere se è stato scritto da una o da un’altra persona?
      In questo modo anche molti importanti trattati di Śaṃkara e di altri autori sono stati dichiarati inaffidabili.
      Naturalmente l’indagine filologica non ci permette di indagare la storia dell’umanità prima dell’affermarsi della scrittura. Per questo motivo l’archeologia si è affermata come la seconda presunta fonte obiettiva di informazioni storiche.
      Per i tempi protostorici, ovvero quelli privi di qualsiasi sistema grafico, alfabetico o altro di tal genere, viene utilizzata la documentazione basata sulla “cultura materiale”. Questa formula dichiara la debolezza dell’archeologia come strumento di ricerca storica. Infatti, attraverso la “cultura materiale”, al massimo è possibile inferire il livello tecnologico raggiunto dall’umanità antica, ma nulla riguardo alla sua conoscenza intellettuale. Nei villaggi rurali indiani si possono ancora incontrare numerosi saggi depositari della conoscenza più sublime che abitano case di mattoni riscaldate dal sole, con terra battuta come pavimento e tetti di paglia, che gli archeologi considererebbero case di primitivi o persino di quegli “ominidi” bestiali inventati dalla paleoantropologia.
      Infine, la storiografia, fatto ancor più grave, è impotente a considerare il documento più diretto dell’intelligenza umana: la trasmissione orale.
      Questo passaggio da bocca ad orecchio, perpetrato di generazione in generazione, non può essere guastato da tarlo e muffe, distrutto dal fuoco o dilavato da esondazioni. Tuttavia, mantenendo intatto il contenuto, è in grado di produrre modifiche minime per adattarsi ai cambiamenti del tempo. Questa trasmissione perenne è il Sanatana Dharma stesso che per la sua conservazione e adattabilità, beneficia della funzione del veggente Veda Vyasa (mitico ṛṣi10 che svolge la funzione di adattatore dei testi sacri e dello stesso Dharma per opporsi al decadere dei tempi; si contano ventotto Vyāsa). La tradizione orale non può essere sostituita dalle registrazioni offerte dalle tecnologie contemporanee, perché il destinatario della trasmissione deve essere qualificato.
      Inoltre, l’artificialità degli strumenti tecnologici e la carenza intellettuale dell’intervistatore profano non consentono alcuna trasmissione comprensibile del messaggio. Pensiamo come esempio alla pubblicazione delle interviste a Śrī Rāmaṇa Maharṣi, prova evidente dell’impossibilità di una trasmissione profana. Ritornando al nostro argomento principale, riteniamo che ora le cose possano essere più chiare per i nostri lettori indiani, cosicché dal prossimo capitolo cominceremo a illustrare la Tradizione occidentale, la sua decadenza, corruzione e rovesciamento, usando anche noi degli strumenti storici. Questo perché l’Occidente, fin dalla sua emersione dalla preistoria, aveva già perso il senso dell’eternità e si dibatteva nella ragnatela del divenire che si era deliberatamente autoimposta11. Era perciò prevedibile che una tale attitudine mentale avrebbe alla fine prodotto una teoria come quella dell’evoluzionismo darwiniano12. Partendo da epoche primordiali, inizieremo pertanto a illustrare la storia del mondo occidentale e delle sue tradizioni com’erano considerai dagli antichi greci e romani, dagli ebrei e dai celti, arrivando, passo dopo passo, sino ai nostri giorni. In questo modo vedremo l’ascesa e la caduta degli Imperi, lo splendore delle Religioni scomparse, le vicissitudini degli sconvolgimenti etnici e sociali. Considereremo la nascita e la decadenza di civiltà e nuove religioni, la loro corruzione e la loro inversione in quello che nel corso dei millenni si dispiega come un vero piano diabolico13. Descriveremo la sempre più difficile sopravvivenza delle organizzazioni iniziatiche, alcune delle quali sono perdurate fino ad ora, e le persecuzioni che hanno dovuto subire. Ogni volta che se ne presenta l’opportunità, metteremo in relazione o a confronto situazioni simili a quelle dell’induismo.
      Anzitutto, vorremmo informare i nostri lettori che anche nella prima civiltà greco-romana, si considerava che il tempo non si sviluppasse in modo rettilineo, ma in cicli storici concatenati l’un l’altro. Il poeta Esiodo (VII secolo a.C.) nel suo libro Le opere e i giorni racconta che in origine vi era stata un’Età dell’Oro (satya yuga). In questa era gli Dei crearono una razza umana pura e perfetta, difficile da distinguere da loro. Il tempo tuttavia, scorrendo inesorabilmente verso il basso, diede vita a una seconda Età, quella dell’Argento (treta yuga). Gli uomini di quell’epoca non avevano tutte le virtù della generazione d’oro. Cominciarono a sentirsi uguali agli Dei e ad agire con arroganza, rifiutandosi di compiere sacrifici. Così iniziò l’Età del Bronzo (dvāpara yuga). L’umanità si divise in due razze: giganti, violenti e ribelli contro divinità ed eroi, uomini pii pronti a combattere contro i malvagi che avevano cominciato a popolare la terra. I giganti furono sterminati dagli Dei e dagli Eroi, ma alla fine anche gli Eroi scomparvero, morendo nelle grandi guerre della tarda Età del Bronzo. Con il diluvio che si abbatté su tutta la terra inondandola, ebbe inizio l’attuale Età del Ferro (kali yuga): da allora in poi il male14 regnò e l’umanità divenne meschina, cattiva e debole. Iniziamo ora la narrazione della Tradizione occidentale partendo dall’Età dell’Oro e dall’umanità divina dell’Epoca primordiale.

      Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

      1. Riteniamo che questi studi possano essere di grande utilità anche per i lettori occidentali che dopo secoli di speculazioni, sovrapposizioni concettuali e ideologiche vogliano recuperare le chiavi di accesso alla loro Tradizione e alle realtà spirituali che trasmette; per questo facciamo nostro e rivolgiamo ai lettori l’invito di Dante:O voi ch’avete li ’ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ’l velame de li versi strani. (Inferno IX, 61-63)[N.d.T.].[↩]
      2. Alla fine della nostra disamina storica tratteremo anche dell’America come dell’l’Estremo Ovest. Tuttavia, queste ex colonie dei vari regni europei non avevano precedentemente alcuna importanza tradizionale autonoma; al contrario, hanno assunto un ruolo decisamente antitradizionale e dissolvente, proprio a partire dalla loro indipendenza dalle patrie europee. Ciò non toglie che, nonostante l’egemonia culturale, economica e politica degli Stati Uniti, il centro dell’azione contro tradizionale, rimanga ancora saldamente nel cuore dell’Europa.[↩]
      3. Useremo questo neologismo, che corrisponde parzialmente al sskrt. ātmakṛta (composto di Ātman). L’attimo italiano (dal greco ἀτμός, leggi atmòs [“vapore”, “esalazione”; n.d.T.]) deriva dallo stesso etimo di ātman [“alito”, “respiro”, “soffio” da cui in senso figurato “Anima”; n.d.T.] e si riferisce a uno stato libero da vincoli temporali. Invece, “istantaneo” significa “insistente” e “momento” è una forma sincopata di “movimento”: entrambi questi due sinonimi rappresentano una frazione minima di tempo. È indicativo che nessuna altra lingua europea presenti un esatto sinonimo dell’italiano “attimo”.[↩]
      4. Si tratta delle fonti scritte più antiche dell’Occidente, databili attorno al IX e VIII secolo a.C. La Bibbia ebraica, infatti è stata elaborata dopo la fine della cattività babilonese, alla fine del VI sec. a.C.[↩]
      5. Anche l’India ha due epopee (Itihāsa), Rāmāyaṇa e Mahābhārata. Tuttavia, non fanno parte della letteratura Vedica, la categoria più alta di testi sacri o śruti. Inoltre, essendo smithis, gli Itihasa sono focalizzati sulla preparazione dottrinale dei kṣatriya e non dei brahmana. Tuttavia, a differenza dell’Iliade e dell’Odissea, Itihāsas contiene sezioni dedicate alla saggezza, come Bhagavad Gītā e Yogavāsiṣṭha. Nell’epopea greca possiamo trovare solo elementi simbolici di qualche interesse.[↩]
      6. Occorre segnalare tuttavia che nel sesto libro dell’Eneide, la discesa di Enea nel regno della morte ha importanti implicazioni di natura iniziatico-misterica.[↩]
      7. Tra le grandi civiltà solo l’Induismo ha la visione dell’eternità e la coscienza che il tempo è interno al cosmo; per questa ragione la storia dell’umanità appare nei suoi testi sacri soltanto come narrazione epica, inferiore per importanza al mito che riguarda il piano d’esistenza degli Dei (adhidaiva). Nel caso della tradizione estremo orientale, il Taoismo ha certamente un punto di vista svincolato dal condizionamento storico. Tuttavia, il suo corrispettivo essoterico, il Confucianesimo, ne è pesantemente vincolato.[↩]
      8. I guénoniani convertiti all’Islam, contrariamente a quanto affermato dal loro unico punto di riferimento tradizionale, seppur libresco, sono stati convinti che la loro sia una religione “orientale”. Dimenticano l’origine atlantidea che l’islam condivide con l’ebraismo e il cristianesimo. Con questo si annulla definitivamente anche la pretesa “primordialità” della trasmissione ḥanīf, inventata da alcuni presunti shuyukh occidentali solo dopo la scomparsa di R. Guénon.[↩]
      9. Se talora l’elemento epico compare qua e là nei testi sacri delle religioni monoteistiche, è sintomatica l’assenza totale del mito giacché esso non rappresenta una narrazione storica.[↩]
      10. Veggenti che riescono a “udire” le vibrazioni sonore primordiali, trasmettendone l’insegnamento [N.d.T.].[↩]
      11. Nei tempi moderni questa ossessione ha letteralmente invaso ogni campo di studio: nessuno impara più l’arte, il pensiero, la letteratura, la filosofia, la religione, ecc.; ma solo storia dell’arte, storia del pensiero, storia della letteratura, storia della filosofia, storia della religione e così via.[↩]
      12. Commenteremo più avanti questa credenza dogmatica contemporanea.[↩]
      13. A tale proposito ci sembra utile riportare questo passaggio tratto dalla recensione di R. Guénon a La Guerre occulte di Emmnuel Malynski e Léon de Poncins in Le Voile d’Isis, luglio 1936: “ […] è altrettanto vero che «nella storia è presente una corrente di satanismo» […], ma questa corrente non è solo diretta contro il Cristianesimo (ed è forse questa maniera un po’ troppo ristretta di considerare le cose, a causare molti «errori di prospettiva»), lo è anche, ed esattamente allo stesso titolo, contro tutte le tradizioni, siano esse d’Occidente o d’Oriente, compreso l’Ebraismo. Quanto alla Massoneria, forse stupiremo alquanto gli autori dicendo che l’infiltrazione delle idee moderne, a scapito dello spirito iniziatico, ne ha fatto, non tanto uno degli agenti della «cospirazione», quanto al contrario una delle prime vittime; e comunque, riflettendo su certi sforzi attuali di «democratizzazione» dello stesso Cattolicesimo, che a loro non sono certo sfuggiti, essi [gli autori] dovrebbero poter arrivare a comprendere, per analogia, che cos’è che noi intendiamo […] E arriviamo a dire che una certa volontà di fuorviare le ricerche, suscitando e alimentando diverse «ossessioni» […] fa anch’essa parte integrante del «piano» che loro si propongono di smascherare” [N.d.T.].[↩]
      14. Nelle religioni monoteiste il male sarà personificato dall’angelo malvagio, il diavolo. La parola diavolo deriva dal verbo greco διαβάλλω (diabàllo) che significa separare, porre ostacolo, porre frattura, oppure, in senso metaforico, calunniare, offendere, da cui balista. Per cui il diavolo è colui che crea, attraverso la menzogna, separazione, frattura e inimicizia tra uomo e Dio, tra uomo e uomo; è colui che crea, attraverso l’inganno una frattura nell’anima del singolo individuo. Marco Antonio Canini ripreso nel Vocabolario etimologico della lingua italiana di O. Pianigiani, offre un interessante spunto sostenendo che questa voce come la parola Dio, derivino entrambe dalla radice sanscrita DIV, DIU, “rilucere”, onde dyaus “aere luminoso”. Così, all’inizio la voce diàbolos significava semplicemente “buon genio” e non aveva il connotato cui siamo abituati oggi, tant’è che nella lingua zingaresca devel vuol dire “santo” e devla chiamasi la Vergine Maria [N. d. T].[↩]

      4. Filosofia

        Filosofia

        Nella Grecia arcaica, chiunque non fosse soddisfatto dei risultati limitati della pratica essoterica, poteva rivolgersi a un santuario per ricercare l’iniziazione ai Misteri.
        In quella sede il mistagogo preparava ritualmente l’aspirante all’iniziazione, prescrivendogli purificazioni, digiuni e altre ritualità preliminari. Dopo l’iniziazione che si svolgeva nell’arco di diversi giorni, il neofita riceveva il mantra della divinità a cui era stato consacrato. Dopo di ciò si procedeva alla sua istruzione dottrinale. Gli iniziati hanno mantenuto un rigoroso segreto per secoli, perciò poco si sa di questi insegnamenti. La dottrina era divisa in due tappe: la Fisica 1 cioè la cosmologia e Metafisica, il cui significato etimologico rimanda a ciò che sta “oltre la Fisica”2. Chi cresceva in conoscenza e virtù raggiungeva la saggezza, la sophìa (σοφία), diventando un sophòs (σοφός, in sskrt. un vidvas)3. Chi desiderava raggiungere la saggezza, ma non era ancora iniziato, era definito filosofo (φιλόσοφος, leggi philòsophos): in realtà la filosofia (Φιλοσοφία, leggi Philosophìa) significa amare, desiderare (φιλεῖν, leggi philèin) la saggezza (σοφία, leggi sophìa). Durante il VI secolo a.C. Pitagora si lamentava già del fatto che i veri saggi stavano scomparendo e che rimanevano solo i filosofi.
        Questo grande sophos è stato il primo a definire i filosofi nel senso moderno del termine, vale a dire amanti della speculazione teorica, libresca e mentale. Nessuno voleva più subire le rinunce e le austerità necessarie per diventare un sophòs. Quindi filosofia assume il significato di teoria individualmente elaborata da un filosofo che esprime le sue idee personali, le sue ipotesi e le sue speculazioni come spiegazione della sua visione del mondo, dell’uomo e dei loro destini. Essendo le sue teorie solo pensieri individuali, ogni filosofo rifiuta invariabilmente le speculazioni dei suoi predecessori. Con la sola eccezione della scuola pitagorica, che conservò la sua paramparā (attraverso la trasmissione della scuola Neoplatonica) fino al V secolo d.C., le altre scuole filosofiche greco-romane s’erano ridotte a mere istituzioni accademiche, senza alcuna guruśiṣyaparamparā, dīkṣā, rituale ecc. Quindi è un errore dichiarare che i vidvas, i guru, i paṇḍita, i jñāni dell’induismo siano dei filosofi e le loro dottrine delle filosofie.

        Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

        1. Nel pensiero scientifico moderno la fisica è solo una parte della cosmologia. La responsabilità di questa limitazione ricade su Aristotele, che ridusse la dimensione fisica al solo mondo sub-lunare.[↩]
        2. Nei Misteri Eleusini c’erano due livelli di iniziazione: i “piccoli misteri” e i “Grandi Misteri”. Probabilmente agli albori della civiltà greca i “piccoli misteri” corrispondevano alla Fisica (karmakāṇḍa) e i “Grandi Misteri” alla metafisica (jñānakāṇḍa). Tuttavia, sulla base di documenti scritti, possiamo affermare che in epoca storica entrambi i livelli erano diventati solo ritualistici. Questo è un segnale della perdita delle dottrine più elevate nell’antica Grecia.[↩]
        3. Conoscitore, sapiente, saggio, depositario della vidyā o scienza tradizionale che nel Vedānta è sinonimo di conoscenza, jñāna [N.d.T.].[↩]

        3. Iniziazione e misticismo

          Iniziazione e misticismo

          Il significato della parola “iniziazione” esprime correttamente il significato del termine sanscrito dīkṣā. Deriva dal latino initiatio che indica l’accettazione rituale di un discepolo in un’organizzazione iniziatica, nota come Mysterium1. I sampradāya (organizzazioni iniziatiche) che conferivano l’iniziazione erano diversi, situati in santuari simili ai maṭha e ai pīṭha dell’Induismo.
          In ogni santuario l’iniziazione ai Misteri delle diverse divinità era conferita da alcuni maestri-sacerdoti e in questo modo il dio o la dea locale diveniva l’iṣṭadevatā2 dell’iniziato3. Il nome della Divinità veniva recitato come jāpa4 insieme ad altri suoni, come ad esempio “evoé” (εὐοῖ) o “iò” (ἰώ), senza alcun significato letterale5, come i bīja6 mantra dell’Induismo. I santuari più famosi erano dedicati alle dee Demetra (Bhūdevī) e Persefone (la Dea della luna) vicino alla città di Eleusi, non lontano da Atene. Quelli dedicati a Zeus (il Re degli Dei) e alla sua consorte Dione, a Dodona in Epiro, l’odierna Macedonia; altri importanti Misteri erano dedicati al Dio Dioniso (simile al saiva tāntrika sādhana), ai divini gemelli Kabiri (gli Dei del fuoco sotterraneo), in Grecia; il mysterium Orfico-Pitagorico dedicato al Dio del sole Apollo (corrispondente a Sūrya), in Italia meridionale; quelli della Magna Mater (Grande Madre) e di Bona Dea (Buona Dea), a Roma7.
          Il verbo latino inire significa “entrare” ed esprimere l’idea di accedere a una nuova condizione di esistenza, a una diversa esperienza interiore. Perciò initiatio fu usato anche per definire il rituale atto a produrre questo profondo cambiamento nella vita dell’individuo e a introdurlo nell’ambito misterico. Il guru era chiamato initiator in latino, μυητής (leggi myetés) o μυσταγωγός (leggi mystagogòs) in greco. Conferendo la dīkṣā (initiatio; μύησις, leggi mýesis) trasformava con questa modalità un profano (prophanus; gr. αμύητος, leggi amýetos) in un dīkṣita (initiatus, μύστης, leggi mýstes). Quest’ultimi termini greci derivano dal verbo μυέω-μύω (leggi myéo–mýo)8, il cui significato letterale è “rinchiudersi” in uno spazio sacro o, anche, “chiudere” le proprie labbra, ossia venire a far parte di una comunità sacra e, allo stesso tempo, di mantenere in se stessi il rahasya9[segreto, N.d.T.] incomunicabile. Come s’è già detto, il dominio riservato ai dīkṣita10era chiamato esoterismo (dottrina interiore e il sādhana), mentre il dominio aperto alla maggioranza delle persone ordinarie, i profani veniva chiamato essoterismo (culto esteriore, religione).

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          Durante il IV secolo d.C., quando gli Imperatori romani si convertirono alla religione cristiana insieme ai loro sudditi, tutti questi termini passarono all’iniziazione cristiana. In realtà, all’interno della Chiesa cristiana essoterica, le influenze di molte organizzazioni iniziatiche11 sono continuate per lo più nei monasteri, presso le confraternite guerriere e le corporazioni artigiane (śreṇi). Nel tardo Medioevo, con il declino degli Ordini monastici e con la sanguinosa distruzione dell’Ordine del Tempio da parte del Re di Francia con l’approvazione del Papa (1313-14 A. D.), le iniziazioni cristiane scomparvero. Da quel momento i termini “mistico” e “mistica” non significarono più dīkṣita e sādhana, ma designarono solo un nuovo fenomeno religioso, quindi essoterico. La mistica e, soprattutto, il misticismo divennero un nuovo approccio religioso esteriore, un’esperienza spontanea, individuale, emotivamente intensa12, senza alcuna connessione con una guruśiṣyaparamparā13 regolare, senza alcun sādhana basato su yantra, mantra, tantra. I mistici sono più simili ai medium del villaggio, a volte posseduti spontaneamente da Dei, genii14 e altri esseri, che essi considerano come fossero di volta in volta Dio, Gesù, la Vergine Maria, altri Santi e Diavoli. Il mistico ha una naturale predisposizione ad aperture psichiche, rimanendo passivo a influenze provenienti dall’esterno. Citiamo ora come un teologo cattolico contemporaneo definisce il “misticismo”:

          Che cos’è allora la mistica? Non è “mai” qualcosa di acquisibile attraverso degli esercizi, delle tecniche ascetiche o dei cammini esoterici. Non presuppone alcuna perfezione morale né tantomeno una evoluzione spirituale simile a quella biologica. Dice Santa Teresa d’Avila: “non ci si eleva se Dio non ci eleva”; per cui la mistica in quanto “esperienza” è la violenta, improvvisa irruzione di Dio nell’anima, la loro unione. I mistici parlano di “incendio d’amore”, di “illuminazione”, di “divinizzazione”, di dono di grazia immeritata e inaudita, indubitabile e incomprensibile al tempo stesso, eccelsa e folgorante, colma di fremente godimento trasformante. Non è necessario scrivere un trattato per spiegare che cosa significhi “grazia”. Basta far riferimento ad un termine di immediata comprensione: “gratis”. La mistica in quanto “disciplina teologica” si interessa di studiare le testimonianze di coloro che nella storia delle religioni15 hanno sperimentato quanto abbiamo appena detto e molto più. Nel corso dei secoli si sono proposte molte definizioni. La più completa è senz’altro quella coniata da P. Albert Deblaere. S. J.: La mistica è “L’esperienza diretta e passiva della presenza di Dio”16.

          Se trascuriamo le sciocche concessioni alla scienza profana, dobbiamo riconoscere che il teologo ha descritto il misticismo in forma corretta. Ora sarà chiaro che non si dovrà mai confondere l’iniziato, dīkṣita, con il mistico, né la via iniziatica, sādhana mārga, con il misticismo. In effetti la mistica appare solo là dove l’iniziazione arretra o scompare. Di fatto, al di fuori del cattolicesimo, del giudaismo e dell’islam sciita, il misticismo non esiste affatto. Se per caso i bhakta17 dell’induismo a qualcuno possono apparire simili ai mistici cattolici a causa delle loro effusioni d’amore, non si deve dimenticare che, a differenza dei mistici, i bhakta hanno il guru, la paramparā, il sādhana basato su yantra, mantra e altre tecniche18.

          Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

          1. In origine mysteria corrispondeva all’initialia latina. Solo dopo il II secolo a.C. i Romani usarono il termine mysterium, sotto l’influenza della cultura greca. Nel greco antico la parola suona μυστήριον (leggi mystérion). Mysterium è l’esatto corrispondente del sskrt. rahasya.[↩]
          2. La Divinità assegnata a o prescelta da un iniziato per la propria devozione [N.d.T.].[↩]
          3. Il nuovo iniziato, il novizio, era chiamato neofita (gr. νεόφυτος, leggi neòphytos), nuova piantina, verdeggiante, appena rinato spiritualmente.[↩]
          4. La ripetizione del mantra [N.d.T.].[↩]
          5. Anche se privi di un qualsiasi significato, questi mantra avevano un’efficacia rituale vibratoria.[↩]
          6. Seme, germe, causa prima; contenuto coscienziale. Nella Bhagavad Gītā (VII.10) Kṛṣṇa si esprime così: “, Sappi che io sono l’eterno seme di tutti gli esseri(bījam mām sarvabhūtānā)” [N.d.T.].[↩]
          7. Con l’espansione dell’Impero Romano altri Misteri furono inclusi nella religione romana: quelli di Attis, di Cibele, di Iside, di Mitra, procedimenti dalle tradizioni di diverse aree conquistate dell’Impero.[↩]
          8. In sanscrito mauna, il silenzio e muni, il silenzioso, hanno la stessa origine etimologica.[↩]
          9. Indichiamo che colui che si rinchiude in uno spazio sacro, e rimane in silenzio, agisce realmente in contrasto con il comportamento del profano. Secondo una prima etimologia, pro-fanum significa “chi sta fuori dello spazio sacro” e, secondo un’altra, “chi parla a un pubblico” (pro-fans). Vulgus profanum, gente profana, era un termine che comprendeva non solo la grande maggioranza degli uomini comuni, ma anche i sacerdoti non iniziati.[↩]
          10. Coloro che hanno ottenuto l’iniziazione [N.d.T.].[↩]
          11. Come vedremo più avanti, la lingua greca degli antichi Misteri è rimasta quasi immutata fino ad oggi nell’esoterismo della Chiesa ortodossa greca e russa. La terminologia esoterica in latino rimase in uso nell’area della Chiesa Cattolica Romana fino al XIV secolo d.C., quando l’iniziazione latina è stata quasi completamente sradicata dall’Europa occidentale.[↩]
          12. Vale a dire prodotto dal manas. A volte, molto raramente, ci sono stati alcuni casi di misticismo intellettuale (impropriamente definito dai teologi cattolici come “mistica contemplativa”), quando invece di percepire visioni beate, piacevoli profumi e dolci armonie, il mistico concepisce alcuni pensieri superiori. In questo caso alla produzione di quel tipo di fenomeni interviene evidentemente la buddhi.[↩]
          13. Catena iniziatica dei maestri e dei discepoli [N.d.T.].[↩]
          14. Leggendarie creature maligne presenti nel folclore di alcuni paesi. Caratterizzati da una bassa statura, erano accusati di rapire durante la notte donne e bambini, sostituendo questi ultimi con i propri mostruosi figli; la loro forza risiede nel numero, poiché essendo poco robusti e alquanto bassi non dispongono di grande potenza se presi singolarmente [N.d.T.].[↩]
          15. Si noti come il teologo cattolico si avvale dell’autorità di una pseudo-scienza accademica![↩]
          16. Don Roberto Tarquini, www.mistica.it, 2 febbraio 2006.[↩]
          17. Che pertiene alla bhakti (compartecipazione, sympathéia, devozione) quindi si tratta di persone contemplative [N.d.T.].[↩]
          18. Per sviluppare la questione inerente al misticismo vedasi R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, soprattutto il capp. I e II [N.d.T.].[↩]

          2. Esoterismo ed essoterismo

            Esoterismo ed essoterismo

            Nell’articolo “Religione e Dharma” abbiamo descritto le principali differenze tra questi due concetti. Tuttavia, c’è un altro aspetto che disgiunge nettamente le religioni occidentali dal Dharma hindū: in quest’ultimo, a ogni livello sociale e intellettuale è ben presente l’idea di mokṣa1(la Liberazione), il quarto e supremo scopo della vita umana (puruṣārtha)2. E perciò ciascun hindū è consapevole che mokṣa significa Liberazione dalla schiavitù della trasmigrazione (saṃsāra). Ciò malgrado, durante la vita ognuno è libero di rimanere in un puruṣārtha meno avanzato, scegliendo tra kāma3, artha4 e dharma5. In questo caso gli hindū possono trascorrere una vita piacevole sulla terra e aspirare a raggiungere un adeguato loka dopo la morte, godendo dei risultati positivi delle loro buone azioni (pūṇya6); così, alla fine di questo processo, possono ottenere una buona rinascita. Per conseguire questi obiettivi, si deve semplicemente eseguire i riti della propria tradizione familiare.
            Colui che vuole agire in modo più efficace, purificando anche la mente e l’intera individualità, si avvicinerà a un Guru per ottenere l’iniziazione (dīkṣā). Da quel momento le tradizioni familiari e i riti acquisteranno per costui una più profonda efficacia. Anche gli strumenti di sādhana7(yantra8, mantra9, upāsana10) impartiti dal Guru agiranno per il suo progresso interiore. In questo modo il suo percorso diviene una preparazione per la ricerca del mokṣa.
            Questa ampia visione dell’induismo non ha equivalenti nelle tradizioni occidentali. Anche le antiche religioni precristiane, in particolare quella greco-romana, in molti aspetti così simili al Sanātana Dharma, erano strutturate diversamente. La religione nei paesi occidentali ha sempre avuto una connotazione familiare e sociale. Inoltre, lo scopo della Religione è sempre stato quello di fornire gli strumenti rituali per evitare l’inferno per raggiungere le dimore celesti dopo la morte. Il dominio della Religione si è limitato a questo. Se qualcuno desiderava ottenere l’iniziazione (dīkṣā) doveva superare i confini della religione e entrare in un dominio diverso, quello dell’esoterismo, dall’antica parola greca ἐσώτερος (leggi esòteros) il cui significato è “rivolto verso l’interno”. Il dominio dell’Iniziazione è dunque l’esote-rismo, mentre quello della Religione è l’essoterismo, il cui significato è “rivolto verso l’esterno”, ἐξώτερος (leggi exòteros). In realtà, nell’antica Grecia e a Roma, c’erano famosi santuari (come i maṭha e gli āśrama in India) dedicati alle iniziazioni chiamate Mysteria, dove era possibile avvicinarsi a un guru (mystagogòs11). L’ingresso in quei santuari era proibito ai profani, ovvero agli essoterici. Da questa atmosfera di segretezza e discrezione deriva il significato moderno di “mistero”12. Rituali, mantra e simboli degli antichi Mysteria erano segreti e abbiamo pertanto solo poche notizie scritturali che riferiscono prevalentemente le testimonianze di quegli iniziati che hanno violato il segreto. Nei nostri prossimi articoli spiegheremo meglio i Mysteria.
            Quando il cristianesimo soppiantò l’antica religione olimpica greco-romana, la trasmissione esoterica (paramparā) continuò sotto la nuova forma religiosa cristiana13; ma come vedremo in seguito, il cristianesimo si divise nella Chiesa greco-ortodossa e nella Chiesa cattolica latina. La prima ha sempre mantenuto un atteggiamento di rispetto e devozione verso l’esoterismo e fino a oggi i monasteri ortodossi hanno conservato un sādhana (via iniziatica) il cui nome è Esicasmo, ἡσυχασμός (leggi hesychasmòs), “pace interiore”.
            Al contrario la Chiesa cattolica, dopo aver rispettato il dominio esoterico14 per molti secoli, alla fine del Medioevo cambiò il suo atteggiamento. Scordando che l’ambito spirituale dell’iniziazione è diverso dal suo, cominciò a considerare l’esoterismo come una setta rivale. Questa mancanza di comprensione della Chiesa cattolica costrinse le varie organizzazioni iniziatiche (sampradāya) a una maggiore segretezza per difendersi dal sospetto di eresia15. Nel tardo Medioevo la Chiesa iniziò addirittura una vera e propria persecuzione contro gli iniziati, considerandoli eretici, anticristiani e persino satanisti. Nel 1313 d.C. il Re di Francia, con il consenso del Papa, Capo della Chiesa Cattolica, diede l’ordine di arrestare e bruciare vivi i Cavalieri Templari, i difensori dei sampradāya (organizzazioni iniziatiche) occidentali della casta cavalleresca. In pochi decenni quasi tutte le altre iniziazioni occidentali scomparvero. Da quel momento alla Chiesa romana rimase solo l’organizzazione religiosa; quindi un essoterismo senza esoterismo, ossia un frutto senza seme, una maschera senza volto. Questa assenza di dīkṣā e del suo percorso interiore è un’anomalia che le autorità hindū devono conoscere per comprendere le ragioni della deviazione cristiana occidentale.

            Su questo argomento e le sue conseguenze torneremo più volte.

            Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

            1. O mukti la Liberazione dall’ignoranza e dalla ronda delle rinascite nel saṃsara[N.d.T.].[↩]
            2. I fini della vita dell’uomo, kāma, artha, dharma e mokṣa [N.d.T.].[↩]
            3. Il desiderio, gli appetiti per il piacere [N.d.T.].[↩]
            4. Ciò che è utile, che dà ricchezza e potere [N.d.T.].[↩]
            5. L’insieme dei precetti ritualistici sia esteriori sia iniziatici [N.d.T.].[↩]
            6. Risultato d’un atto meritorio, virtuoso [N.d.T.].[↩]
            7. La pratica del metodo e le varie tecniche ingiunte o insegnate da un Guru[N.d.T.].[↩]
            8. Un simbolo geometrico concesso al discepolo dal Guru dopo l’iniziazione che va meditato secondo le sue ingiunzioni; può rappresentare geometricamente vari gradi d’esistenza e stati dell’essere, su cui si deve meditare [N.d.T.].[↩]
            9. Formula o “incantesimo” da pronunciare, da sussurrare o da pensare, che si deve ripetere durante la meditazione [N.d.T.].[↩]
            10. Meditazione, concentrazione della mente su un oggetto esterno, su un mantra o su un pensiero [N.d.T.].[↩]
            11. Nell’antica Grecia era il sacerdote incaricato di dare un’istruzione preliminare a quanti dovevano essere iniziati ai riti misterici [N.d.T.].[↩]
            12. In India è possibile trovare qualche comportamento simile solo in certi circoli tantrici della mano sinistra (vāmācāra mārga).[↩]
            13. Ovviamente questo adattamento formale coinvolse anche altre correnti; tra queste la più importante è stata l’iniziazione ebraica degli Esseni (più tardi nota come Qabbalah), trasmessa da Gesù Cristo stesso. Ma l’Impero romano cristianizzato conservò anche alcune paramparā che provenivano da altre tradizioni fiorenti nei domini imperiali, come l’ermetismo, una via iniziatica di origine egizia e iniziazioni più intellettuali di origine celtica. Torneremo sull’argomento nei prossimi articoli.[↩]
            14. Se il Cattolicesimo ereditava i termini d’esoterismo e d’essoterismo dell’antica Grecia, le altre due religioni occidentali impiegarono espressioni proprie per definirli: nel giudaismo datt è l’essoterismo e la qabbalah l’esoterismo; nell’Islam la shari’a è l’essoterismo e il sufismo (tasawwuf) l’esoterismo.[↩]
            15. Analogamente nell’Islam moderno, la diffusione inarrestabile del fondamentalismo sta provocando una dura persecuzione del Sufismo.[↩]

            1. Religione e Dharma

              Religione e Dharma

              Questa serie di brevi articoli ha inizio allo scopo di chiarire le idee delle autorità  hindū  a proposito di  alcuni concetti di base delle Tradizioni occidentali, dando ragione della loro degenerazione moderna. Di solito il termine saṃskṛta1 Dharma2 è tradotto con la parola inglese “Religione”. Questo perché gli occidentali, dal loro primo arrivo in India, hanno stabilito l’equivalenza tra i due termini e dopo cinque secoli quell’uso è stato accettato anche dai rappresentanti dhārmika3 dell’India. Ora dimostreremo che le due parole hanno significati diversi e quindi è sbagliato utilizzarle come sinonimi.
              Il termine Religione deriva dal latino Religio, ed è composto da due radici diverse, res, “cosa” e il verbo ligo, “legare”4. In questo contesto non è chiaro quale possa essere il vero significato di res. Sembra che in res, così impiegato, rientrino tutti i cittadini e i beni pubblici inclusi nell’apparato statale5. Lo Stato era infatti considerato un’entità sacra, le cerimonie pubbliche erano rituali e nel servizio pubblico si espletava una funzione sacerdotale. I contatti con gli Dei erano per lo più mantenuti attraverso lo Stato, le funzioni pubbliche e le magistrature statali.
              L’interpretazione di Religio cambiò quando il cristianesimo divenne la religione dello Stato romano nel IV secolo d. C.; da allora i cristiani diedero il significato dell’ebraico datt (religione) al termine latino, così Religio divenne nel sentire comune la “cosa” che lega i credenti al Dio Unico.
              Ora dobbiamo considerare cos’è la religione per il monoteismo semitico, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam.
              La religione è un ordine sociale rivelato da Dio a una specifica comunità di suoi credenti. Tutti gli altri esseri umani che non aderiscono a questa fede vivono in una condizione di peccato e sono esclusi dai mezzi per conseguire la salvezza. La religione è dunque un patto tra Dio e la Sua comunità di credenti che esclude tutti gli altri esseri, ne siano consapevoli o meno. Lo scopo principale della religione è condurre il credente alla salvezza (ai cieli) una volta defunto. Tutti i credenti devono quindi accettare i dogmi, cioè alcuni postulati di fede su cui è proibito indagare attraverso la ragione6. Chi non accetta un dogma è escluso dalla comunità religiosa. Tutti i credenti devono seguire le stesse regole morali, la stessa condotta e le stesse prescrizioni rituali senza eccezioni. La religione è un intervento di Dio nella storia attraverso la rivelazione di un messaggio consegnato a una personalità umana7.
              A questo punto è evidente che la Religione è completamente diversa dal Dharma. Il Dharma non è il frutto di una rivelazione storica, essendo libero dal tempo; per questa ragione il suo vero attributo è sanātana8, permanente. Il Dharma è anche libero dalle condizioni spaziali, essendo l’Ordine che regola l’equilibrio dell’intero Cosmo, in favore di ogni singola creatura che ne abbia o meno consapevolezza. Armonizza i bisogni di ogni essere, famiglia, casta e nazione, stabilendo regole flessibili, comportamenti e rituali adatti a tutti. Non impone alcuna credenza dogmatica 9; al contrario, incoraggia tutti a perseguire la conoscenza. L’Hindū  Śāstra10 non è una rivelazione che cade dal Cielo sulla Terra per il capriccio di un Dio: è la descrizione delle esperienze reali degli antichi mukta 11. Inoltre, il suo scopo essenziale non è la permanenza in qualche loka12, ma l’identificazione con la nostra Natura Reale, il Brahman 13, così da conseguire la Liberazione da qualsiasi schiavitù del saṃsāra 14.

              D. K. Aśvamitra

              1. Sanscrito: “perfetto”, “compiuto in sé”, nome dell’idioma classico dell’India che, allo scopo di esprimere compiutamente quanto apparteneva alla Tradizione primordiale, venne lungamente studiato, elaborato e codificato dai più insigni grammatici sino ad arrivare a una morfologia, a una fonetica e a una grammatica assolutamente coerenti e ineccepibili tanto sotto l’aspetto teorico quanto sotto quello pratico-espressivo. Nel prosieguo del testo saṃskṛta verrà tradotto con sanscrito, o abbreviato con sskrt. [N.d.T.].[↩]
              2. La Legge universale; la Tradizione hindū; ma anche l’insieme dei precetti ritualistici sia esteriori sia iniziatici. Per un approfondimento consultare R. Guénon, Studi sull’Induismo, cap. 5 Dharma [N.d.T.].[↩]
              3. Ciò che è conforme al Dharma, le virtù [N.d.T.].[↩]
              4. Un termine simile non esisteva nel greco antico. I romani consideravano il loro concetto di Religio come corrispondente al termine greco θρησκός (leggi threskòs,religioso) [“Timor di Dio”].[↩]
              5. Infatti, i romani usavano il termine Res Publica per definire lo Stato, indipendentemente dal fatto che assumesse la forma d’un regime monarchico, aristocratico o democratico[↩]
              6. Nel giudaismo è dogma di fede credere nell’unicità del suo Dio, nella sua rivelazione e nel patto eterno tra Dio e il suo “popolo eletto”, gli ebrei. I principali dogmi per i cristiani sono: la credenza che Dio sia Uno e Trino e che suo figlio Gesù sia sceso sulla Terra per essere ucciso in sacrificio per la salvezza dei credenti. Un altro dogma è il potere rituale dei sacerdoti di trasformare il pane e il vino in carne e sangue reali di Gesù Cristo; chi ne mangia e ne beve raggiunge la salvezza. Per i musulmani i dogmi sono: Dio è Uno, il Corano rivelato è eterno e Muhammad è il Sigillo dei Profeti.[↩]
              7. C’è un’enfasi particolare su questo aspetto, come se un fatto storico avesse qualche rilevanza metafisica. L’Ebraismo è stato storicamente rivelato da Dio a Mosè. Allo stesso modo Cristianesimo e Islam sono stati fondati rispettivamente da Gesù Cristo e Muhammad.[↩]
              8. Anche il buddismo è definito come Ākālika Dharma, “Dharma senza tempo”. Tuttavia, da ciò sorge una difficoltà, perché il buddismo ha un fondatore storico, come anche il jainismo. Anche il tantrismo differisce in un certo senso dal concetto di Dharma, poiché è il risultato di una rivelazione. Infatti “in questo caso c’è l’errore repulsivo della mutua dipendenza, poiché l’autorità dell’Āgama [il Tantra] si basa sull’onniscienza del Dio che l’ha rivelata, e l’onniscienza dello stesso Dio si appoggia all’autorità del Āgama rivelato” (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, II.2.38). Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī commenta questo passaggio come segue: “È ovvio che Śaṃkara con questo si riferisce alla Bibbia, al Corano, allo Zend Avesta e ai libri sacri di tutte le religioni che sostengono la loro natura ispirata che però dipende dall’argomento debole del circolo vizioso, come accade per gli Āgama dell’Induismo” (Intuition of the Reality, Holenarsipur, APK, 1955, pp. 8-9). Risponderemo a queste domande in un prossimo articolo.[↩]
              9. Etimologicamente dogma deriva dal latino dogma-ătis (greco δόγμα-ατος) decreto, decisione, derivato da δοκέω, “mi sembra, opino, credo”; quindi sembra abbastanza contraddittoria la pretesa di conferire un valore assoluto e indiscutibile a un’opinione che, in quanto espressione di una individualità, è per definizione relativa [N.d.T.].[↩]
              10. Letteralmente “recitazione”; in senso più generale ogni testo sacro e, per il Vedānta, le Upaniṣad [N.d.T.].[↩]
              11. I Liberati, da mukti o mokṣa, la Liberazione dall’ignoranza e dalla ronda delle rinascite nel saṃsara [N.d.T.].[↩]
              12. In latino: locus. Loka designa un mondo o grado d’esistenza [N.d.T.].[↩]
              13. L’Assoluto non duale, Infinito, Eterno, Immutabile, Coscienza ed Esistenza pura [N.d.T.].[↩]
              14. Il mondo manifestato in quanto luogo di trasmigrazione; quindi le continue rinascite e ri-morti [N.d.T.].[↩]

              Introduzione

                Introduzione

                Gururbrahmā, Gururviṣṇuḥu, Gururdevo Maheśvaraḥa,
                Guruhusākṣāt Param Brahma Tasmai, Śrigurave Namaḥa

                Gloria al Guru, i cui insegnamenti ci permettono di vedere la corda oltre l’apparenza del serpente; gloria al Guru che ci insegna a non identificarci col corpo, con la mente, con l’ego; gloria al Guru che ci aiuta a realizzare che siamo la Realtà Assoluta, non duale. Quello che stiamo per scrivere non potrebbe essere vero senza le precedenti istruzioni e l’approvazione del Guru. Gloria al Guru, al Paramguru 1 e al Guru Parameṣṭhi 2, fonti inesauribili di conoscenza infallibile.

                Tre maestri di Vedānta śaṃkariano, in occasioni diverse e in diverse località indiane, ci avevano chiesto di scrivere una serie di articoli sulle tradizioni che si erano succedute in Occidente. Soprattutto desideravano che spiegassimo loro le ragioni per le quali, allontanandosi da ogni attitudine tradizionale, da diversi secoli l’Occidente fosse diventato tanto aggressivo nei confronti delle civiltà altrui. Lo scopo dell’aggressività militare di conquista e di quella economica di sfruttamento era loro sufficientemente chiaro, essendo motivato da ragioni di rozza cupidigia.
                Quello che riusciva incomprensibile alle autorità iniziatiche dell’induismo era il movente dell’attività missionaria, specialmente di quella delle differenti confessioni cristiane. Infatti, l’analogo proselitismo islamico era per loro già noto e più facilmente spiegabile, giacché l’India ha subito tale virulenza per il lungo periodo di tredici secoli. In India il missionarismo dei musulmani ha lo scopo dichiarato di forzare alla conversione quelli che essi considerano “idolatri”, pena la vita. Nella sua brutalità il proselitismo islamico è perlomeno sfrontatamente chiaro nei mezzi e negli scopi. Quelle che invece rimangono inspiegabili sono le motivazioni, la prassi propagandistica e le finalità dei missionari cristiani3. Apparentemente le motivazioni sono dettate dal desiderio di portare la “lieta novella” alle sfortunate popolazioni che non sono state beneficate della rivelazione cristica e vivono quindi allo stato “naturale”, prive di ogni contatto con il divino. Sebbene esse appaiano basate su una sconcertante dabbenaggine, sono tuttavia contraddette dai fini che sono pervicacemente perseguiti.
                I fini della propaganda cristiana si riducono, infatti, alla divulgazione della superiorità materiale e tecnologica della civiltà atea proveniente dall’Occidente, che i missionari validamente rappresentano, e la sistematica demolizione della tradizione.
                Gli strumenti, poi, utilizzati per una simile disseminazione di concezioni profane, peggiorano il quadro generale dell’attività missionaria: il convincimento ingannevole, la menzogna sistematica, il ricatto filantropico, la proteiforme mimesi.

                L’altro punto che gli Svāmī ci avevano dichiarato per loro incomprensibile era l’attiva collaborazione tra l’attività missionaria e la penetrazione del comunismo tra gli indigeni. Seguendo ogni logica, organizzazioni religiose cristiane e partiti di varia ispirazione marxista sarebbero dovuti stare su fronti opposti. Invece la collaborazione appariva stretta e cordiale, al punto tale che in quelle isole dell’India in cui dilagavano le conversioni, al potere arrivavano immancabilmente i partiti comunisti.
                Evidentemente nella civiltà occidentale c’era qualcosa che sfuggiva loro, un tumore nascosto dietro un’apparenza florida, che però da lì si estendeva come una metastasi a contaminare i corpi delle tradizioni altrui. Nei futuri sviluppi della serie From Cosmos to Chaos tratteremo del missionarismo e di questi argomenti connessi quando saremo arrivati all’epoca moderna e contemporanea.

                Infine, lamentavano di non conoscere nulla di reale sulla situazione delle tradizioni in Occidente.
                Qualche informazione elementare sull’antica Grecia e su Roma era arrivata anche a loro, nonostante che si fossero formati al sapere tradizionale sanscrito nell’āśrama e nel gurukula. Avevano colto che in quelle antiche civiltà c’era una mitologia, dei rituali sacrificali, un sacerdozio per nascita, dei sovrani consacrati, tutte cose che riecheggiavano una somiglianza con la tradizione vedica. E si stupivano, rammaricati, che non esistessero più in alcun angolo dell’Occidente adoratori degli antichi Dei. Perché quello sradicamento drastico delle tradizioni ancestrali?
                Uno dei tre guru, particolarmente incuriosito, aveva cercato di saperne di più ed era venuto a conoscenza di Dante ed Eckhart, e aveva riconosciuto in essi le tracce di un sapere metafisico, non lontano dal Vedānta. Tuttavia, erano consapevoli che le fonti a cui avevano accesso non erano affidabili: in gran parte le pubblicazioni che circolano ancora in India sull’antichità classica o sul medioevo cristiano sono quelle dell’epoca coloniale, che magnificano soprattutto i “progressi” dell’Occidente e dell’“impero” britannico in particolare. In quei libri è ancora centrale la presenza della superiorità razziale bianca, anglosassone, liberal e protestante secondo l’evoluzionismo ottocentesco, che non lascia molto spazio alle civiltà latine e greche. Tutt’al più vi si trova qualche richiamo alla democrazia ateniese e al diritto romano, in gran parte filtrato attraverso una retorica romantica. Per sfogliare testi più accademici (vale a dire più ricchi di dati, il che non vuol dire che siano più affidabili) si deve attingere dalle biblioteche universitarie o pubbliche, dove si deve esibire un degree, meglio se un PhD, per accedere alla consultazione. Quindi sono inarrivabili per chi ha studiato con un paṇḍita, un guru o un ācārya. Le altre pubblicazioni indiane sull’Occidente sono prodotte da ambienti e case editrici vivekānandiane, aurobindiane, teosofiste o gandhiane, di nessuno spessore dottrinale, ma grondanti di amore olistico, parità tra le religioni, pace universale.
                Le altre fonti d’informazione sono quelle missionarie e quelle marxiste.
                Tutti e tre questi maestri, che neppure si sono mai conosciuti tra loro personalmente, si sono rivolti a noi perché scrivessimo una serie di articoli al fine di avere una panoramica abbastanza esaustiva delle antiche tradizioni occidentali, dei miti, dei sacrifici, delle dottrine cosmologiche e metafisiche, esteriori e iniziatiche. Ci chiesero di specificare quali particolari sono simili o addirittura identici a quelli dell’India, e quali sono le differenze di fondo. E ancora: che spiegassimo l’avvento del monoteismo e la soppressione delle religioni e dei misteri olimpici; di chiarire quale fosse la collocazione del cristianesimo nell’ottica delle tradizioni orientali. Ma soprattutto volevano essere messi a conoscenza delle ragioni che hanno fatto deviare l’Occidente dalla sua marcia tradizionale fino a diventare una vera anomalia, un pericolo concreto per l’esistenza delle altre tradizioni con il suo dilagare sull’intero orbe terracqueo.

                Non abbiamo potuto soddisfare alla prima richiesta4: erano quelli i tempi in cui il computer era un oggetto dei film di fantascienza né avevamo alcuna casa editrice disponibile a sorreggere quello sforzo.

                Il secondo incitamento proveniva invece da un Pīṭha prestigioso che raccoglieva molti saṃnyāsin e brahmacārin. L’unica difficoltà pratica consisteva nel fatto che lo Svāmījī desiderava che si pubblicassero gli articoli in lingua hindī; godevamo però di un certo numero di persone disposte a collaborare, perciò la difficoltà poteva essere superata. In questo caso fu proprio l’elemento umano che venne a mancare. Impegni di vita ordinaria fecero sfumare le collaborazioni, rendendo tutto più difficile.

                Così allo stimolo del terzo guru si decise di rompere gli indugi e di pubblicare una serie d’articoli in inglese su questo sito, dal titolo indicativo di From Cosmos to Chaos. I collaboratori, questa volta, furono presi d’entusiasmo e nel breve periodo di un anno e mezzo sono usciti i trentatré capitoli . Dopo alcuni lavori iniziali in cui si mette sull’avviso il lettore delle differenze principali tra le tradizioni europee e il Sanātana Dharma, si è iniziato a delineare la storia della Tradizione Primordiale dalle sue prime tracce nella letteratura greca, fino a coprire lo sviluppo delle tradizioni misteriche, le origini dei monoteismi, con particolare attenzione alla nascita del cristianesimo, all’insediamento di Carlo Magno a Sacro Romano Imperatore.

                Come si evince facilmente da quanto precede, l’impostazione didascalica prescelta è stata studiata per una facile lettura da parte delle autorità iniziatiche hindū e di tutti quelli che, come loro, avendo abbracciato una via di rinuncia fin dall’adolescenza, desiderano avere a disposizione, immediatamente, dati tradizionali evidenti, indipendentemente dai pedanti riferimenti richiesti dagli studi accademici. Inoltre, il punto di vista volutamente assunto è di carattere iniziatico. Per questo motivo non ci preoccupiamo affatto di eventuali critici eruditi per il metodo “poco scientifico” che abbiamo adottato né ci prenderemo cura delle obiezioni provenienti da dogmatici seguaci degli essoterismi monoteistici.

                Nel corso delle pubblicazioni periodiche dei nostri articoli abbiamo ricevuto un crescente numero di messaggi che ci richiedevano la pubblicazione dei testi anche in italiano. In modo particolare questa richiesta è aumentata da quando abbiamo cominciato a descrivere la tradizione di Roma e la nascita del cristianesimo. Da quel momento abbiamo tradotto in italiano gli articoli, ripromettendoci di pubblicare in italiano anche i lavori pregressi. Tuttavia, finora, l’impegno per l’aggiornamento costante del sito è stato d’ostacolo a questa buona intenzione. Fortunatamente l’Editore di Ekatos è venuto a sollevarci da queste ambasce.

                Concludendo, vogliamo esprimere tutta la nostra gratitudine all’Editore che, dopo la pubblicazione in inglese di From Cosmos to Chaos, ha voluto, per puro spirito tradizionale, rendere l’apprezzatissimo servigio di far apparire in cartaceo anche Ab Ordine Chaos.

                Gian Giuseppe Filippi

                1. Il maestro del guru, il penultimo nella catena iniziatica (paramparā) [N.d.T.].[↩]
                2. Il maestro del paramaguru [N.d.T.].[↩]
                3. Per la precisione si tratta della Chiesa cattolica e delle innumerevoli sette riformate che da essa hanno avuto origine. Ciò esclude le Chiese orientali che, sebbene aperte a un proselitismo di insegnamento cristico, ignorano del tutto l’aberrazione missionaria. Nel testo che introduciamo è spiegata in dettaglio la differenza tra proselitismo e missionarismo.[↩]
                4. Pochi anni dopo Tadātmānanda Sarasvatī Svāmījī lasciò il corpo, e questo fece cadere definitivamente quella richiesta.[↩]