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Dall’Ordine al Caos

56. I manifesti Rosacroce

    56. I manifesti Rosacroce

    Nel 1614 fu pubblicato a Kassel per i tipi di Wilhelm Wessel un libello in tedesco, il cui lungo titolo è noto nella sua forma abbreviata: Fama Fraternitatis1. In esso si narra di un tale fra’ C. R., nobile decaduto e monaco tedesco, che viaggiò alla volta della Terra Santa, dirigendosi prima a Damasco con l’intenzione di raggiungere poi Gerusalemme. Cadde malato a Damasco dove si fece conoscere per la sua abilità nell’arte medica. In contatto con medici locali, C. R. perse interesse per Gerusalemme e pregò i suoi contatti di condurlo (dietro pagamento) alla cittadina di Damcar2, dove fu accolto generosamente dai sapienti e medici di quel luogo. Damcar, nel racconto della Fama, appare caratterizzata da una totale autonomia rispetto al circostante dominio ottomano, come fosse una repubblica di saggi e medici, una sorta di utopia. Dove fosse situata, poi, non è affatto chiaro: certamente sulla strada che da Damasco conduceva a Gerusalemme3. C. R. rimase lì per tre anni, apprendendo le meraviglie del Libro della Natura insegnate dai filosofi di Damcar.

    In quel frattempo tradusse in tedesco il misterioso Liber M, che più avanti diventerà il testo di riferimento dei suoi seguaci. Quando fu debitamente istruito, C. R. fu inviato alla città di Fez, in Marocco, presso un ambiente di sapienti strettamente connessi con quelli di Damcar. A proposito di questa seconda tappa d’istruzione, la Fama ci informa che a Fez C. R. perfezionò le sue conoscenze in “magia, qabbalah, medicina e filosofia”. C. R. confessò che la conoscenza della qabbalah, che aveva avuto in precedenza, era contaminata dalla sua religione cristiana. Ciò che apprese dai saggi di Fez fu “una qabbalah superiore” che egli adattò alla religione cristiana in una forma più adeguata alle sue origini. Così egli apprese una scienza con la quale poteva comprendere e armonizzare tutti i campi dello scibile, essendo opera del Diavolo tutto ciò che non quadrasse con questa sua visione del mondo. Dopo due anni C. R. partiva per la Spagna. Qui egli cominciò a esporre ai sapienti locali4 le sue conoscenze, ma costoro erano irrimediabilmente infettati da pregiudizi cattolici ed erano ancora seguaci di Porfirio, Aristotele e Galeno. Partì, quindi, alla volta della Germania. Lì sì trovò dei veri intellettuali che abbracciarono con entusiasmo i suoi insegnamenti e il contenuto del misterioso Liber M. All’inizio a C. R. si unirono altri tre fratres, che percorsero le strade della Germania elargendo le benedizioni del loro sapere. Essi portavano un abito che non li distingueva dagli altri tedeschi e si presentavano sotto l’aspetto di medici, curando i pazienti gratuitamente.

    La Fama accenna anche all’alleanza con Teofrasto (Paracelso), il quale, pur non facendo parte del Collegio Invisibile, ne condivideva i medesimi ideali. Oltre a queste notizie, la Fama ci informa che quei primi quattro fratres elaborarono una scrittura e un linguaggio magico con cui redassero un Dizionario di ogni sapienza. Si riunivano in un edificio chiamato Sancti Spiritus. Dopo qualche anno raddoppiarono il loro numero e in seguito arrivarono a trentasei membri. Il loro scopo era quello di incrementare le conoscenze scientifiche in modo da migliorare le condizioni di vita e di compiere prodigi per cambiare la mentalità antiquata che ancora vigeva in Europa. Affermavano: “Crediamo fermamente che, se i nostri fratelli e genitori fossero vissuti alla chiara luce che ci illumina, non avrebbero seguito né il Papa né Maometto né gli scribi, gli artisti e i sofisti”. La fraternità, comunque, non sarebbe rimasta occultata per sempre perché, essendo il loro scopo principale quello di aiutare a sviluppare la “nazione germanica”, in futuro si sarebbero palesati pubblicamente5. Il primo a morire tra i fratres fu J. O., medico molto esperto e versato nella qabbalah, che aveva guarito il conte di Norfolk dalla lebbra. Dopo questa morte R. C.6 si preoccupò di costruirsi una tomba carica di significati allegorici e ripiena di libri e oggetti meravigliosi, in un luogo segreto. R. C. predisse che per centovent’anni la sua tomba sarebbe rimasta occultata. Ma passato quel periodo i suoi successori avrebbero dovuto cominciare a intervenire negli avvenimenti europei, rivelando la loro presenza come Collegio Invisibile. La Fama prosegue con la scoperta miracolosa del sepolcro di R. C. nel 1604.

    La descrizione della tomba è una prolissa allegoria in cui simboli matematici e geometrici si accompagnano alla presenza della biblioteca del defunto fondatore, del Liber M e di prodigiosi automata a metà fra la magia e la meccanica. La conclusione del libello comprende un utopico piano di perfezionamento universale magico-scientifico, sotto le insegne di un Gesù Cristo anodino, olistico e “tollerante”, liberato da tutte le interpretazioni astruse della teologia medievale7. In poche parole una religione priva di dogmi, riti, gerarchie, che fosse comprensiva della sapienza pagana, di quella qabbalistica e di quella alchemica; ovviamente l’alchimia di cui si tratta doveva essere rigorosamente protestante.

    L’anno successivo, il 1615, apparve per i medesimi tipi un secondo manifesto, questa volta scritto in latino. Quello che è conosciuto da tutti come Confessio Fraternitatis8, evidentemente voleva rivolgersi alle classi colte. Non parte da una narrazione, come la Fama, a cui però esplicitamente si richiama. Consiste in una serie di affermazioni di fede e descrizioni di un piano di Riforma “universale”. Riforma genericamente protestante e, quindi, radicata più sull’Antico Testamento. Infatti fin dal principio è invocato Jehovah, Signore del Sabbath imminente. Tuttavia questo Dio menzionato con il suo nome ebraico è inteso quale garante del divenire della natura, attraverso i cui fenomeni Egli si manifesterebbe ai “saggi” e per mezzo delle cui calamità punirebbe gli “empi”; vale a dire tutti coloro che non accettassero il verbo rivelato in questi manifesti.

    Poiché la comparsa della Fama Fraternitatis era stata accolta con comprensibile ostilità dagli ambienti ortodossi, la Confessio fin dall’inizio si cautela: “Affinché nessuno possa accusarci della più piccola eresia né di seguire principi malvagi né di tramare contro il potere temporale, condanniamo l’Oriente e l’Occidente – il Papa e Maometto – che sono bestemmiatori di nostro Signore Gesù Cristo e offriamo con buona fede al capo supremo dell’Impero Romano le nostre preghiere, i nostri segreti e i nostri grandi tesori d’oro”. Cosa s’intenda qui con la formula ambigua di “capo supremo dell’Impero Romano” è da verificare. Infatti il documento insiste a proporre un grande cambiamento della struttura del Santo Impero9. Come si vedrà di seguito, anche l’azione politica che questi manifesti ispirarono sarà improntata in senso chiaramente eversivo. Il piano non era solamente quello di protestantizzare l’Impero, ma quello di distruggere il cattolicesimo, “religione dell’Anticristo”.

    Ma perché usare la formula di “capo supremo dell’Impero” invece del più usato titolo di Imperatore? La risposta a questo quesito sarà fornita dall’esame del terzo e ultimo manifesto. Il contenuto della Confessio poi elenca gli ideali che il piano di riforma avrebbe dovuto attuare: tolleranza religiosa tra le varie sette protestanti, l’ebraismo e le correnti di libero pensiero; uso “benigno” della magia, incremento delle scienze10, soprattutto matematiche e meccaniche, sostegno alle arti, soprattutto quelle allegoriche ed utopiche11, sviluppo economico e sociale per il benessere di tutti. Queste innovazioni e scoperte erano intese soprattutto a creare un cambiamento di mentalità per seppellire il ricordo dell’Europa ecumenica medievale. Tuttavia le ambizioni di questa corrente occultistica, precorrendo in modo impressionante le spinte alla globalizzazione del XX e XXI secolo12, non si arrestavano all’Europa: “Non sarebbe meraviglioso vivere in un luogo nel quale i popoli che vivono al di là del fiume Gange in India non occultassero più nulla, come anche coloro che vivono nel Perù smettessero di mantenere segrete le loro conoscenze invece di non farle conoscere a nessuno?”

    Richiamandosi all’avventura arabica del frater C. R.13, in questo secondo documento si aggiunge quanto segue: “È stato necessario pubblicare la Fama nella lingua madre di tutti [in tedesco!] perché non restassero senza conoscerla coloro che -anche se non sapienti – non erano esclusi da Dio dalla felicità di questa Fraternità, che deve in qualche modo dividersi e separarsi in gradi [gerarchici]; proprio come quelli che vivono nella città di Damcar in Arabia, che hanno un ordinamento politico e sociale del tutto diverso da quello degli altri arabi”. Il documento preconizza che anche in Europa possa fondarsi una tale zona franca retta solo da saggi, cioè da loro. Per arrivare a tale realizzazione si deve diffondere l’uso del libero esame individualistico della Bibbia, svincolandone così la lettura da ogni magistero. La Confessio, poi, si conclude con una lunga appendice in cui con livore si accusa d’ogni nefandezza il cattolicesimo, facendo leva sul nazionalismo protestantico tedesco. Questi due primi manifesti esplicitamente invitavano tutti coloro che fossero stati interessati alla riforma magico-scientifica dell’Europa nei termini di una nuova religione “universale” a prendere contatti con i fratres.

    Il terzo documento, Le nozze chimiche di Christian Rosencreutz, apparve a Strasburgo nel 1616, pubblicato anonimo alla maniera dei due manifesti che lo precedettero. Tuttavia l’autore è certamente il pastore luterano, mago e occultista Giovanni Valentino Andreæ (1586-1654), in quanto già nel 1604 costui ne aveva pubblicata una prima versione firmata, intitolata Chymische Hochzeit. Per la prima volta, dunque, il significato delle diverse forme di acronimo presente nei precedenti manifesti era rivelato. La novella narra del matrimonio di due principi nel loro castello fatato, pieno di meraviglie magiche e di meccanismi animati, a cui sarebbe stato invitato Christian Rosencreutz. La cerimonia di nozze si svolgeva nel corso di una settimana. Rosencreutz ogni giorno dovette passare per diverse esperienze ampollosamente descritte tramite allegorie misteriose, simbolismi oscuri, rappresentazioni teatrali allusive14. L’intento era quello di rappresentare sette passaggi di grado di una non ben definita iniziazione ermetico-qabbalistica. Tralasciamo di soffermarci sui particolari degli accadimenti “prodigiosi” di quella settimana, che possono interessare soltanto chi è affetto da simbolomania, che si conclude con l’ordinazione di Rosencreutz e degli altri invitati a cavalieri della Pietra d’Oro15.

    Prima di descrivere l’ambiente che accolse con entusiasmo la pubblicazione di questi tre documenti e gli effetti storici che ne derivarono, è necessario fare alcune considerazioni sui loro contenuti come li abbiamo esposti. L’atmosfera arcana di cui erano avvolte Fama e Confessio ebbe un immediato successo nei circoli occultisti tardo rinascimentali dell’Europa protestante. Molte personalità della cultura laica protestante cercarono di mettersi in contatto con i misteriosi appartenenti alla Fraternitas. Poiché i manifesti non indicavano alcun recapito, furono prese d’assalto le case editrici; in primis la casa Wilhelm Wessel, che aveva pubblicato la Fama e la Confessio. In seguito anche altre case editrici, come la Lazarus Zetzner di Strasburgo, la de Bry di Francoforte-Oppenheim, la Godfrey Basson di Leiden16, che avevano pubblicato opere di Andreæ e di suoi omologhi, come Robert Fludd e Michael Maier, furono oggetto di pressanti richieste di contatto. Poiché nessuno rispondeva, alcuni fecero pubblicare dai medesimi editori dei libelli con domande di ammissione alla Fraternitas o, almeno, di contatto epistolare. Fu tutto invano.

    Come spesso avviene negli ambienti pseudoiniziatici, l’assenza di risposte non fu considerata motivo di delusione o di sospetto. Mantenere misteriose le proprie origini, non rivelare il nome dei maestri, occultare una conclamata dottrina dietro astrusi simbolismi e allegorie, attrae invincibilmente coloro che desiderano farsi ingannare. Tutti si erano rivolti all’enigmatico acronimo C. R., fino a quando non apparve il libro Le nozze chimiche di Christian Rosencreutz, che finalmente svelava il nome del fondatore e il titolo della Fraternitas Rosicruciana. È senz’altro vero che la rosa e la croce erano due simboli universalmente noti e usati in precedenza sia nella liturgia esteriore cattolica sia nel simbolismo autenticamente iniziatico. Tuttavia è altrettanto vero che il simbolo unificato di rosa e croce fu una innovazione recente. Infatti la prima volta che compare nella storia dell’Occidente fu nel glifo dell’anello di Martin Lutero17.

    Avendo riconosciuto Christian Rosencreutz nel frater C. R., sarà opportuno ora dare una scorsa alla Fama Fraternitatis con occhio distaccato. Costui si era recato in una cittadina dall’inesistente nome di Damcar in Arabia, dove era atteso come allievo predestinato. I saggi che lì risiedevano godevano di una forte autonomia dall’amministrazione ottomana. Lì apprese “magia, qabbalah, medicina e filosofia”. Si trasferì poi a Fez dove un’altra comunità di saggi gli insegnò “una qabbalah superiore” che adattò poi alla sua religione cristiana. La Confessio, da parte sua, conferma quei dati: “Quelli che vivono nella città di Damcar d’Arabia, hanno un ordine politico e sociale del tutto diverso da quello degli arabi”, ordine che R. C. avrebbe dovuto esportare in Europa. Sia i maestri appartenenti a quelle comunità insediate nelle terre islamiche sia i loro discepoli protestanti rosacroce esercitavano l’arte della medicina. Essi indossavano gli abiti dei paesi che visitavano e non gli abiti che li avrebbero identificati come appartenenti a un’altra comunità18.

    Considerato che nella Fama la qabbalah è citata quattro volte e due volte nella Confessio, e che entrambi i manifesti maledicevano come eretici e blasfemi il Papa e Maometto, appare piuttosto evidente che i rosacroce si recavano in Oriente non certo per ricevere insegnamenti dai sufi. Non si sa cosa significhi il nome di Damcar. Quel ch’è certo è che tra Damasco e Gerusalemme è situata la città di Safed. Nel XVI secolo la città era stata la sede della scuola qabbalistico-messianica del rabbino Isaac Luria. Questa corrente si rifaceva alla deviazione misticheggiante dell’iniziazione ebraica fondata da Abulafia e da cui, nel corso del XVII secolo, procedette il falso messia Shabbeṯāy Ṣevī. Safed ottenne dall’Impero ottomano larghe autonomie. Ancor oggi quella città sul lago di Tiberiade è considerata la capitale della qabbalah messianico-apocalittica.

    Gian Giuseppe Filippi

    1. Pare, tuttavia, che circolasse già dal 1610 in forma di manoscritto, poiché nel 1612 un tale Haselmayer, luterano, aveva pubblicato un libro di entusiastica adesione a quanto contenuto nella Fama.[↩]
    2. Nella traduzione in inglese dell’alchimista e mago naturale Thomas Vaughan del 1652, Damcar appare sempre come Damasco. Molti studiosi degli avvenimenti di cui ci stiamo occupando continuano volutamente a mantenere questa confusione tra due città diverse, come, per esempio Frances A. Yates, The Rosicrucian Enlightenment, London, Routledge & Kegan Paul Ltd., 1972, Appendix.[↩]
    3. Nella mappa della penisola araba disegnata da Abraham Ortelius nel 1570, si trova una località chiamata Damcar nello Yemen, non lontano da Aden, verso l’interno. Si tratta tuttavia di una storpiatura commessa dal cartografo ebreo del vero nome del villaggio di Dhamar. Non è escluso, comunque, che l’autore della Fama, possa aver preso in prestito questo nome per nascondere il vero nome del luogo presso cui C. R. rimase ospite per tre anni, ignorando la grande distanza tra Dhamar e la località chiamata Damcar, sita tra Damasco e Gerusalemme.[↩]
    4. In particolare, pare che il testo alluda ai monaci che tenevano gli insegnamenti all’Università di Salamanca. Poiché durante il Rinascimento e la Controriforma quell’Università laureava teologi dialetticamente imbattibili, essa fu oggetto di continue denigrazioni e calunnie da parte degli ambienti protestanti.[↩]
    5. Come si vedrà, negli altri manifesti rosacrociani questo sarebbe avvenuto quando fosse stata cancellata la Chiesa di Roma e il Sacro Impero fosse stato riformato in chiave protestantica.[↩]
    6. Da questo punto della Fama l’acronimo del fondatore dell’Ordine s’inverte: invece di C. R. è menzionato come R. C. Verso la fine si trova anche la versione “fra. C. R. C.”.[↩]
    7. Si tratta del Gesù Cristo “tollerante” descritto nell’immaginario riformista, che esclude qualsiasi spazio al cattolicesimo, ma che preconizza una fratellanza universale solo tra hussiti, luterani, calvinisti e anglicani.[↩]
    8. Il lungo titolo di questo manifesto informa che esso è prefato dallo scritto Breve considerazione sulla più segreta Filosofia di tale Philippus a Gabella. La maggior parte degli studiosi si trovano d’accordo nel riconoscere in questo cognome un’allusione alla qabbalah.[↩]
    9. Più avanti, infatti, la Confessio afferma che molte piume dell’aquila imperiale “ci sbarrano il cammino e impediscono la realizzazione dei nostri fini”.[↩]
    10. Nella Confessio si trova già l’idea profana che la scienza derivi dalla razionalizzazione dell’alchimia. Questo può essere accettato nel caso dell’alchimia dei souffleur rinascimentali, essendo gli altri alchimisti solo degli occultisti.[↩]
    11. Urbanistica, architettura, giardinaggio, musica e teatro, tutti esprimenti allegorie morali e filosofiche con caratteristiche utopistiche.[↩]
    12. Nel libro già citato, F.A. Yates spesso, forse involontariamente, definisce il movimento occultistico rosacruciano “liberale” e “progressista”, mentre usa per il cattolicesimo e per l’Impero i termini di “oscurantismo” e di “reazionario”. Il tentativo fallito di colpo di stato iniziato con la “defenestrazione di Praga” è da lei definito “liberazione della Boemia”, e la repressione imperiale dell’insurrezione è trattata come una “occupazione straniera”. La ricca raccolta di dati della ricercatrice del Warburg Institute è interessante, anche se rivolge i suoi sperticati elogi esclusivamente all’eversione di ciò che rimaneva dell’ordine medievale. Per una corretta lettura dell’Illuminismo dei Rosacroce basta invertire di 180° il giudizio critico esposto, mantenendo intatti i medesimi dati riportati.[↩]
    13. Per la verità, in questo manifesto non sono mai usati gli acronimi C. R., R. C. né C. R. C. d’uso ripetuto nella Fama. In un unico passaggio, però, si menziona il fondatore della Fraternitas con il nome di Cristiano.[↩]
    14. Tralasciamo di riassumere il racconto giorno per giorno di questo romanzo poco interessante, con i suoi prodigi, visioni e magie. È altresì importante riferire qui che durante la terza giornata furono pesati con una grande bilancia diversi Imperatores lì presenti. Il più pesante e perciò il più saggio tra essi risultò lo stesso Christian Rosencreutz. C’è da chiedersi cosa intende il testo parlando di una molteplicità di Imperatores, quando l’Imperatore cattolico era sempre unico. Al massimo era riconosciuto il suo gemello ortodosso, il Basileus di Costantinopoli, finché l’Impero d’Oriente era sopravvissuto alle invasioni islamiche. Siamo propensi, perciò, a interpretare in senso trasposto il titolo attribuito a quei personaggi. Durante tutto il Medioevo Imperator indicava la funzione del capo riconosciuto delle organizzazioni iniziatiche; perciò queste società segrete pseudoiniziatiche tardo rinascimentali si appropriarono abusivamente di quel titolo. Rosencreutz, quindi, nelle Nozze chimiche, sarebbe stato proclamato capo di tutti gli Imperatores ermetico-qabbalistici. Anche più tardi diverse società segrete rosacruciane si avvalsero del titolo di Imperator per designare i loro capi. Fecero eccezione alcune società segrete britanniche che preferirono il titolo di Rex (King), in quanto il titolo imperiale, a loro parere, aveva troppe connotazioni “papiste”.[↩]
    15. Questa è la prima volta in cui la Fraternità rosacruciana avanzò pretese di apparire come un ordine cavalleresco-alchemico.[↩]
    16. Come si è già fatto notare, gli editori furono esclusivamente protestanti o ebrei. Nella cattolica Italia le case editrici furono centri di diffusione delle fantasie ermetico-qabbalistiche cristiane fin dall’origine dell’Umanesimo. Questo accadeva soprattutto nei territori della Repubblica di Venezia, che nel XVI e XVII secolo si sentiva circondata territorialmente dall’Impero a nord e dallo Stato della Chiesa a sud, tra loro alleati. In quei due secoli Venezia appoggiò dall’esterno ogni movimento d’opinione che contrastasse quelle due potenze.[↩]
    17. Per la verità l’incisione raccoglie in un tutt’uno tre simboli: la rosa, la croce e il cuore. Parrebbe che questo simbolo, in seguito, sia stato scisso in due: da una parte la rosa-croce protestante, dall’altra la croce con il Sacro Cuore gesuitico. Sarebbe interessante che qualcuno potesse studiare lo sviluppo storico di questi due “culti” e della loro applicazione storica.[↩]
    18. La professione medica, a causa della sua impurità dovuta alla contaminazione da parte del sangue, del pus, della necrosi e della morte, fin dalla fine del Medioevo cristiano era stata delegata agli ebrei. Inoltre erano imposti abiti particolari gli appartenenti alle comunità dei ghetti, onde poterli riconoscere immediatamente.[↩]

    55. Imperialismo contro il Sacro Impero

      55. Imperialismo contro il Sacro Impero

      L’Imperatore Carlo V di Absburgo aveva ereditato gli immensi territori del Regno di Spagna, oltre ai non trascurabili feudi della casa d’Austria e di Borgogna. Nei territori del Regno di Spagna erano comprese le nuove conquiste spagnole nelle due Americhe1. Nel 1519 egli fu eletto Imperatore, incoronato Re di Germania e, poi, d’Italia, diventando così il legittimo sovrano dall’intera cattolicità2. Il Sacro Romano Impero comprendeva ancora nominalmente anche Francia e Inghilterra; per questa ragione anche Francesco I di Francia ed Enrico VIII Tudor, presentarono la loro candidatura all’elezione imperiale3. Carlo V, allevato in Burgundia ai principi più rigorosi della religione cattolica, crebbe seguendo l’esempio della giustizia e della lealtà cavalleresca. Eletto Imperatore, decise di restaurare il Sacro Romano Impero secondo gli ideali dei suoi predecessori medievali4. Questa volta il Papato, in piena crisi morale e in difficoltà dopo l’insorgenza delle nuove eresie, non frappose più ostacoli al progetto; anzi trovò nell’Impero il suo naturale protettore, finalmente riconoscendone opportunisticamente la funzione tradizionale5.

      I tempi erano, però, cambiati. La struttura feudale non rispondeva più ai principi di fedeltà e cavalleria e i feudatari più potenti guardavano con invidia i Re di Francia e Inghilterra che tanta libertà si erano presi nei confronti dell’Impero. Ogni principe di Germania sognava di ottenere l’autonomia, se non una vera e propria indipendenza dall’Impero. L’unità dell’Impero era garantita dalla omogeneità della religione cattolica e dalla complementarietà con la Chiesa di Roma. Questa ecumene medievale, nonostante la logorante cospirazione del papato per sottrarre potere temporale agli Imperatori, si era sempre, almeno formalmente, mantenuta. Per attuare il progetto di uno stato nazionale tedesco si doveva dunque disgregare a un tempo l’unitarietà dell’Impero e della religione6. Come si è già chiaramente dimostrato, i grandi feudatari tedeschi utilizzarono senza scrupolo l’azione eversiva di Lutero; una volta raggiunto lo scopo, accantonarono il monaco ribelle durante i suoi ultimi anni di vita. Anche Lutero, con grande opportunismo, tradì la rivolta dei contadini per mettersi dalla parte delle forze di repressione. Il luteranesimo divenne dunque l’ideologia del nazionalismo tedesco, come il calvinismo per quello olandese e l’anglicanesimo per quello inglese. In questo modo i popoli barbari si separarono definitivamente da Roma.

      * * *

      La dinastia Tudor si installò sul trono d’Inghilterra a seguito della conclusione della grande mattanza di famiglie reali e aristocratiche della Guerra delle Due Rose. Enrico VII (1457-1509), accampando diritti al trono per una certa discendenza materna e grazie a un matrimonio di convenienza, dichiarò di aver unificato le Due Rose; pretese perfino di essere discendente diretto di re Artù. Passò alla storia per la sua lotta contro l’antica aristocrazia, che cominciò a sostituire nobilitando dei borghesi7 e per aver istituzionalizzato la Royal Navy8. Del suo successore si è già trattato su queste pagine. Enrico VIII, aveva osservato con attenzione il fenomeno protestante che incominciava a squassare l’unità dell’Europa. Comprese con chiarezza che quella religiosità laica faceva da copertura per il nuovo spirito nazionalistico tedesco. La secolarizzazione prodotta dalla Riforma promoveva la totale indipendenza dal papato9 e lo spirito nazionalistico puntava alla disgregazione del Sacro Romano Impero. Si trattava di separarsi proprio da ciò che rimaneva dei ‘due Soli’ del medioevo cristiano. Indipendentemente dai suoi lubrichi fini immediati, Enrico VIII chiamò anglicanesimo la sua eresia per unire indissolubilmente la nuova pseudo religione al nazionalismo inglese: così chi non era anglicano appariva automaticamente antinglese. Alla morte del sovrano gli successe la figlia legittima Maria I Tudor che la propaganda protestante manovrata da Elisabetta I chiamò e chiama tuttora Maria la Sanguinaria (1516-1558)10. Alla prematura morte di Maria I, il trono d’Inghilterra, Galles e Irlanda passò a Elisabetta I. Sulla validità di questa successione pesa il fatto che Elisabetta era stata dichiarata figlia illegittima non solamente dal papa, ma anche l’arcivescovo anglicano di Canterbury Thomas Cranmer11. Fu il parlamento composto da anglicani a imporre Elisabetta come regina, facendo caso omisso delle leggi di successione.

      Elisabetta dimostrò subito un’indole dispotica e una mente priva di scrupoli, capace di qualsiasi inganno. Restaurò la “chiesa” anglicana, conferendosi nuovi poteri di controllo sulla “religione”. Consapevole dell’inferiorità della marina inglese nei confronti della potentissima flotta spagnola imperiale12, assoldò i pirati per sfiancare i suoi nemici continentali. Inventò l’istituzione della guerra di corsa, con la quale i ladroni di mare potevano liberamente colpire le navi dei paesi rivali, avendo il privilegio di potersi rifugiare nei porti a cambio di una forte percentuale sul bottino. Ovviamente, quando soccombevano negli scontri, la corona non riconosceva i corsari come mercenari inglesi. Alcuni di essi, a fine carriera, furono ufficialmente integrati nella marina inglese come ammiragli e nobilitati, come accadde a Francis Drake, Henry Morgan e allo sfortunato imitatore dei conquistadores spagnoli13, Walter Raleigh; quest’ultimo fu anche uno dei tanti amanti della regina “vergine”.

      Il capolavoro della riforma elisabettiana è stata la fondazione dei servizi segreti, l’Intelligence, per la quale impegnò tutto il suo ingegno Francis Bacon, uno degli ideatori della leggenda ermetico-qabbalistica su Elisabetta14. Fino a quel momento gli stati erano dotati di servizi di informazione sulla falsariga di quelli usati da Roma fino dall’epoca repubblicana15. Elisabetta strutturò l’intelligence in modo da infiltrare i centri di potere interni16 ed esteri in forma permanente. L’apparato, vasto e costosissimo, operava per mezzo della corruzione, della calunnia, dell’assassinio politico, del ricatto, dell’istigazione alla ribellione, della propaganda quale strumento per il cambiamento della mentalità comune. L’organizzazione in patria era snella ed efficiente e i fratelli Bacon s’occuparono anche di fondare un archivio segreto17. L’ambiente di propagazione prescelto per questa organizzazione criminale legalizzata furono proprio le conventicole pseudo iniziatiche di matrice magica ermetico-qabbalistica18 che stavano dilagando in tutta Europa, Turchia inclusa. Consapevole della propria debolezza militare, la regina e il suo governo avevano bisogno di pace, in modo da corrodere occultamente dall’interno gli stati rivali. Il piano di pace non riuscì del tutto, sia all’interno sia all’estero, ma fu sufficiente per preparare l’ideologia imperialistica che ebbe successo più avanti nel XIX secolo. L’Impero era una concezione sacra, di discendenza romana e identificato alla cristianità. Tutti i cristiani avevano nell’Imperatore il loro capo temporale e sacrale, il quale, per deleghe successive, garantiva la libertà e sicurezza di tutti i sudditi. Sebbene il papato avesse in continuazione ostacolato l’attuazione di quell’ideale per ambizioni terrene, l’Impero ne aveva comunque garantito la continuità e il riconoscimento dell’autorità spirituale. L’imperialismo, al contrario, è l’ideologia di una singola nazione che tende a sottomettere le altre per mezzo della guerra, dell’economia, del commercio, della finanza. La nazione imperialista, in questo caso l’Inghilterra o Gran Bretagna, assoggetta le altre nazioni trasformandole in colonie e i loro cittadini in sudditi di seconda categoria19. L’imperialismo è quindi una dottrina di sfruttamento, e rappresenta solo la caricatura di un Impero.

      Com’è noto dagli studi che precedono, l’ermetismo e la qabbalah cristiana rinascimentali erano del tutto privi di qualsiasi trasmissione iniziatica. Fornivano però all’occultista un complesso e spesso contraddittorio apparato di simboli, allegorie e leggende. Per esserne edotti, gli umanisti tedeschi, francesi, spagnoli e olandesi si recavano in Italia, presso le diverse Accademie ermetiche. Questo non avvenne durante il rinascimento inglese, poiché quando emerse tale interesse la moda rinascimentale in Italia era in pieno declino. Perciò la leggenda creata dai propagandisti del regime elisabettiano, scarsamente si riferì al ricordo della classicità greco-romana. Si dovette, quindi, trarre ispirazione dalle saghe celtiche. I demoni che gli ermetisti elisabettiani evocavano non erano più gli Dei olimpici risorti, ma folletti, spettri, fate, elfi e streghe, in un clima pre-ossianico. La stessa Elisabetta, anche se talvolta definita classicamente Astrea20, fu indicata al popolo come la Fairy Queen21, la regina delle fate, avvolgendola di un alone di mistero e di magia22. La regina, capo della chiesa anglicana, appariva al tempo stesso come una presenza fantasmatica, simbolo di un rinnovamento dell’intero mondo. Il Male era dunque nell’altro bando, rappresentato dal Papa, dall’Impero e dal Regno di Spagna23. La parodia inglese si ergeva contro la tradizione occidentale, proteggendo e complottando assieme ai principi luterani e calvinisti del continente. Allo stesso tempo la qabbalah in chiave anglicana24 dipingeva Elisabetta come una novella Giuditta, pronta a decapitare Oloferne, il cattolicesimo. Gli stessi popoli delle isole britanniche, sebbene in continua lotta tra essi, erano identificati alle dieci tribù perdute d’Israele25.

      L’ideologo dell’esoterismo magico del regime elisabettiano fu John Dee (1527-1608), precettore del primo conte di Leicester. Attento lettore di Lullo, Ficino, Pico, Reuchlin e Zorzi, fu particolarmente attratto dal De occulta Philosophia di Agrippa. Non sviluppò un pensiero originale, ma adattò la magia ermetico-qabbalistica di Agrippa all’ambiente che si stava formando attorno a Elisabetta I, alimentando la leggenda arcana che si stava costruendo sulla regina. Dee può essere definito davvero l’ispiratore della nuova mistica imperialista anglicana. Pur essendo la sua influenza a corte davvero enorme, alcuni membri della cerchia segreta di cui faceva parte cominciarono a prendere le distanze. Christopher Marlowe (1564-1593) riuscì certamente a capire qual era la vera personalità di John Dee: il suo Doctor Faustus è in tutta evidenza un ritratto di Dee, di cui pose in mostra tutte le inquietanti tendenze stregonesche ed evocatorie. Similmente, il suo L’Ebreo di Malta è una coraggiosa denuncia della magia che si occultava dietro la facciata della qabbalah cristiana26. Non c’è alcun dubbio che la tragica morte di Marlowe sia stata pilotata dai servizi segreti elisabettiani per metterlo definitivamente a tacere.

      Dal 1583 al 1589 John Dee si recò nei territori tedeschi dell’Impero per svolgere una missione segreta con Edward Kelley, soffiatore e medium evocatore di spettri. La coppia di occultisti gettò nel continente il seme di una alleanza protestantica tra società segrete ermetico-qabbalistiche a guida britannica. Essi riuscirono perfino a entrare in contatto con l’Imperatore Rodolfo II, appassionato di alchimia. Tuttavia l’Imperatore rimase sempre prudentemente sospettoso nei loro confronti. La missione, al momento appariva fallita27 e Dee, rientrato in Inghilterra, cadde in disgrazia. La regina lo abbandonò ed egli morì dimenticato e in miseria. Tuttavia il seme velenoso era stato sparso, come si leggerà nel prossimo capitolo.

      Maria Chiara de’ Fenzi

      1. I territori d’oltremare erano stati ripetutamente dichiarati territorio metropolitano, con la garanzia della cittadinanza spagnola a tutti, indigeni compresi. Per questa ragione è del tutto improprio definire colonie tali territori, come ha fatto la propaganda del primo vero stato colonialista europeo, l’Inghilterra. Questa, fino all’epoca contemporanea ha continuato a chiamare i paesi a lei asserviti Colonies o Dominions.[↩]
      2. Ricordiamo al lettore che in quella data ancora non si erano manifestate le eresie luterana, calvinista e anglicana, che hanno poi frantumato il mondo cattolico.[↩]
      3. Enrico VIII ritirò la sua candidatura. Invece Francesco di Francia subì la sconfitta elettorale, covando fino alla sua morte un morboso astio nei confronti dell’Imperatore Carlo e, per riflesso, per tutto ciò che fosse imperiale. C’è da aggiungere, tuttavia, che, dalla fine del medioevo, l’appartenenza di Francia e Inghilterra all’Impero era puramente formale. Quando per i rispettivi sovrani ci fosse stata una qualche utilità, allora si dichiaravano parte dell’Impero, come nel caso testé citato, Altrimenti si consideravano del tutto autonomi e indipendenti. Tuttavia il prestigio morale per il titolo imperiale rimase ancora inalterato e oggetto di rispetto universale.[↩]
      4. Se il Sacro Romano Impero godeva ancora d’immenso prestigio spirituale, è necessario sottolineare che però, con la distruzione dell’Ordine del Tempio, esso si manteneva soltanto come istituzione essoterica. Se per caso gli Imperatori post medievali ricevettero una qualche sporadica iniziazione, questa fu loro conferita a titolo del tutto personale.[↩]
      5. Si deve tuttavia distinguere l’infido comportamento dei papi eletti dalla fazione medicea dagli altri. I primi, infatti, fautori del cambiamento di mentalità rinascimentale, più o meno nascostamente favorirono la politica del Re di Francia. Gli altri papi, invece, espressero una vera contiguità agli ideali imperiali di Carlo V. Come si vedrà, questi ultimi divennero oggetto delle spietate critiche anticattoliche che ancora oggi li dipingono come corrotti (Claudio Rendina, I Papi. Storia e segreti, Roma, Newton Compton, 1987, p. 602-603.). Fonte unica di tale diffamazione, in particolare rivolta contro i Borgia, fu il Liber notarum del canonico Johannes Burckhardt (1450-1506), ladro, strozzino e capo della comunità tedesca nell’Urbe. Costui si avvalse anche dei pettegolezzi che gli trasmetteva il suo sodale, il pornografo Stefano Infessura. Le incredibili annotazioni del Liber fecero la felicità di tutte le successive sette protestanti per la propaganda anticattolica. Questa maligna montatura è stupidamente accettata e trasmessa ancor oggi dagli storici cattolici e perfino dagli alti vertici vaticani.[↩]
      6. Per la verità i più di cinquecento principi tedeschi riuscirono nel loro progetto di disgregazione, ma dovettero aspettare il 1871 per riuscire a unificarsi in uno stato nazionale germanico.[↩]
      7. Tra questi i Buckingham, i Burtley e i Crommwell e altri ricchi mercanti che, sull’esempio dei Medici di Firenze, balzarono dal nulla alla ribalta della storia.[↩]
      8. Alla fine della sua vita, la flotta contava una cinquantina di navi. In quel periodo era una quantità del tutto trascurabile. Le flotte veneziana, turca, portoghese e genovese erano allora composte da centinaia di navi. A Venezia una galeazza era costruita, equipaggiata e armata in ventiquattr’ore. Solamente alla fine del 1500 la flotta spagnola superò quella veneziana; la flotta inglese, nello stesso periodo, sebbene molto rafforzata, rimaneva ancora ben inferiore a quelle due flotte della cattolicità.[↩]
      9. Due secoli prima, la bramosia di ricchezza mosse Filippo il Bello a costruire un castello di menzogne per impadronirsi dei tesori dei Templari. Così la separazione da Roma permise anche ai Tudor di arricchirsi sequestrando i secolari beni mobili e immobili di tutte le chiese, monasteri e conventi presenti nei loro possessi. Questo colossale ladrocinio sacrilego servì da esempio ai successivi fautori della rivoluzione francese, di tutti i regimi laici e liberali del XIX secolo, come l’Italia risorgimentale, la Germania bismarckiana, nonché la Francia communarde, fino alla rivoluzione bolscevica russa e ai paesi che furono e sono ancora devastati da regimi comunisti.[↩]
      10. Secondo il libro Book of the Martyrs del fanatico protestante John Foxe (1516-1587), il tentativo di restaurazione cattolica, intrapreso dalla regina Maria avrebbe causato la morte di 274 anglicani. La contro restaurazione anglicana di Elisabetta I fece solo tra i cattolici più di ottocento morti laici e 160 preti. Come dimostra William Corbett, nel corso del suo regno Elisabetta da sola provocò più morti di tutta l’Inquisizione in tutta la sua storia (History of the Protestant Reformation in England and Ireland, London, Charles Clement, 1824). Ma i protestanti chiamano Sanguinaria soltanto Maria I![↩]
      11. Elisabetta era di fatto figlia naturale. Dopo il ripudio della regina Caterina d’Aragona da parte del Re, non riconosciuto dalla chiesa cattolica e dopo l’annullamento delle nozze tra Enrico VIII e Anna Bolena da parte della neonata “chiesa” anglicana, la legittimità della successione di Elisabetta appare insostenibile.[↩]
      12. Tutti conoscono la sfortunata spedizione della Felicissima Armata (fu ribattezzata “Invincibile” per scherno dalla propaganda inglese). La sconfitta spagnola, causata dall’improvvisa morte dell’invitto ammiraglio Don Álvaro de Bazán, marchese de Viso, si tradusse nella perdita di ventinove navi a causa della tempesta, due catturate dagli inglesi e novantanove rientrarono in Spagna. Nessuno sa, però che l’anno successivo, nel 1589, Elisabetta inviò una “Counter Armada” di 180 navi per invadere la Spagna. La battaglia avvenne al largo di Lisbona. Si risolse con una cocente sconfitta inglese: quasi cinquanta navi furono distrutte o catturate. Potenza della propaganda anglofila![↩]
      13. La conquista del territorio ch’egli battezzò Virginia in onore della sua amante, durò meno d’un anno.[↩]
      14. Importante fu anche l’apporto del consigliere privato della regina, William Cecil, che s’occupò anche dello sforzo finanziario in quanto Lord High Treasurer. Stevan Dedijer, The Rainbow Scheme. British Secret Service and Pax Britannica, 3.10.2020.[↩]
      15. Servizi d’informazione romani erano chiamati dapprima frumentarii, speculatores e, sotto l’Impero, agentes in rebus. Per tutto il medioevo le attività dei sevizi d’informazione seguirono le regole della cavalleria. Tale comportamento si mantenne ancora in Europa perfino durante la rivoluzione francese: si può dire che la prima clamorosa attività criminale dei servizi segreti napoleonici fu il caso del duca d’Enghien.[↩]
      16. Il servizio segreto elisabettiano ingaggiò Giordano Bruno sotto il nome di copertura di Henry Fagot. Il domenicano spretato, occultista e stregone, s’infiltrò negli ambienti dove si nascondevano i cattolici inglesi onde evitare la condanna a morte. La spia, prima a Parigi tra esuli inglesi, poi in Inghilterra, si fece passare facilmente per un religioso cattolico. In questo modo, delatò e mandò a morte decine di cattolici. Il capo d’imputazione per cui fu condannato a morte a Roma nel 1600 fu proprio quello di spionaggio anticattolico. E, recentemente, ci sono stati perfino dei papi decerebrati che hanno chiesto scusa per quella doverosa condanna! John Bossy, Giordano Bruno and the Embassy Affair, Yale, Yale University Press, 2002.[↩]
      17. Questo spiega la continua importanza sulla scena mondiale della Gran Bretagna, anche ora che è ridotta a una potenza di secondo o terzo ordine.[↩]
      18. Questa caratteristica rimase e si rafforzò negli ultimi tre secoli.[↩]
      19. L’Impero di Carlo V e poi la Spagna imperiale di Filippo II riconoscevano la totale autonomia dei regni recentemente conquistati, i quali erano uniti tra loro dalla Corona. Ai sudditi di ogni regno erano garantiti i medesimi diritti che avevano i sudditi in Europa in base alle leggi di Burgos (1512), Valladolid (1513) e Valladolid (1551). Inoltre, gli amministratori mandati dalla Spagna nel Nuovo mondo, allo scadere del mandato erano obbligatoriamente sottoposti a un processo, il Juicio de residencia, in cui dovevano giustificare le loro scelte. Storicamente si sono registrate diverse condanne; se peraltro furono commessi degli abusi, ci pare che l’attuale regime democratico a cui oggi è sottoposto quasi tutto il mondo non abbia alcun diritto di critica (Maria José Collantes de Teràn de la Hera, “El juicio de residencia en Castilla a través de la Doctrina Juridica de la Edad Moderna”, Histora, instituciones, documentos, n. 25, 1998, pp. 151-184).[↩]
      20. La dea greca che garantiva la giustizia durante il regno di Cronos durante l’Età dell’Oro.[↩]
      21. Edmund Spenser, l’autore del poema The Fairy Queen fu membro della misteriosa “School of Night”, circolo “esoterico” capeggiato da Walter Raleigh e di cui fecero parte Christopher Marlowe, George Chapman, Matthew Roydon, John Dee, William Shakespeare e Thomas Harriot.[↩]
      22. Per la verità questa leggenda rimase solo sulla carta e confinata alla corte. È solo in epoca vittoriana con il romanticismo e, più recentemente con gli studiosi del Warburg Institute, che si volle propagandare la leggenda dell’Età dell’Oro elisabettiana. Lo scopo fu quello di magnificare l’imperialismo protestante britannico ottocentesco.[↩]
      23. Gli Asburgo d’Austria e di Spagna garantirono per un secolo l’identità tra il Sacro Romano Impero e i regni della corona spagnola.[↩]
      24. La propaganda elisabettiana speculò a lungo sulla disumana cacciata degli ebrei dalla Spagna del 1492. Accusò in continuazione la monarchia spagnola di costringere gli ebrei alla conversione o all’esilio. Tuttavia gli ebrei fuggiti dalla Spagna che passarono per l’Inghilterra, proseguirono tutti poi alla volta di Amsterdam. In Inghilterra non ne rimase quasi nessuno. L’unico che rimase ufficialmente fu Roderigo Lopez che divenne medico della regina e che poi finì sul rogo accusato di stregoneria e di aver tentato di avvelenare Elisabetta. Infatti anche in Inghilterra dal 1292 era proibita la professione della religione ebraica. (Frances A. Yates, Cabbala e Occultismo nell’età elisabettiana, Torino, Einaudi, 1982, pp. 138-145). Ma nei libri si parla soltanto dell’espulsione della Spagna. Quanti furono gli ebrei che lasciarono la Spagna per l’esilio? Circa cinquantamila su duecentomila. Centocinquanta mila ebrei preferirono apostatare piuttosto di vendere i loro beni immobili in Spagna (Julio Cao Baroja, Los judios en la España moderna y contemporanea, 3 vols. Madrid, Istmo, 1986).[↩]
      25. Non si deve dimenticare che il qabbalista cristiano fra’ Francesco Zorzi aveva fraudolentemente trovato nell’Antico Testamento il supporto per il divorzio di Enrico VIII Tudor.[↩]
      26. Il cattolico Shakespeare, invece, cercò di barcamenarsi: nel suo Mercante di Venezia si riconosce una critica alla qabbalah cristiana del veneziano Zorzi; invece nelle Tempesta volle descrivere con benevolenza il mago ermetico Prospero.[↩]
      27. Parimenti erano falliti la mitizzazione di Elisabetta e il suo progetto imperialistico. Se l’Impero spagnolo fu un fatto che durò tre secoli, l’imperialismo britannico in America fu un vero fallimento. Non appena l’Inghilterra ebbe stabilito con pugno di ferro le sue prime colonie in America settentrionale, scoppiò la rivoluzione che si concluse con la fondazione degli Stati Uniti. Alla Gran Bretagna rimase soltanto il Canada, di cui venne in possesso soltanto nel 1763.[↩]

      54. La pseudo religione riformata e il suo pseudo esoterismo

        54. La pseudo religione riformata e il suo pseudo esoterismo

        Prima di affrontare il tema proposto nel titolo, dovremo accennare al problema dei rapporti tra la nuova scienza umanistica e la religione. Già in Lullo e in Cusano avevamo trovato che lo scibile s’era spaccato in due domini schierati in due campi contrapposti. O, per meglio dire, la scienza laica si era dichiarata superiore alla fede. L’una era appannaggio di una ristretta élite intellettuale, mentre la fede era concessa al popolino per soddisfare le sue elementari esigenze di quiete pubblica e privata1. Tale scienza, come è stato dimostrato nei precedenti capitoli, appariva sempre più mescolata alla magia al punto da non poterne distinguere i confini. D’altra parte la magia, come la stessa scienza profana, altro non è che un sapere sperimentale rivolto ai fenomeni grossolani e sottili considerati come ‘realtà oggettiva’ od ‘obiettiva’2, perciò ‘veri’. Al contrario, secondo questo punto di vista, la fede religiosa riguarderebbe solamente ipotesi non dimostrabili, credenze, immaginazioni3. La mentalità scientifica diffusa dall’umanesimo produsse una nuova curiosità di scrutare i cieli con una malsana mescolanza di astrologia e astronomia, di esplorare le terre emerse alla ricerca di popoli e luoghi reali e di fantasia4, di intervenire nella composizione della materia per analizzarla e modificarla tramite fisica, chimica e alchimia.

        Per quanto confusa, era ancora nella memoria degli eruditi del Rinascimento la presenza di un esoterismo iniziatico al sopra e al di là della religione esteriore. L’esoterismo, che aveva rappresentato la vera sapienza del medioevo, aveva dato ordine alla Chiesa e all’Impero e aveva fornito alle persone qualificate i mezzi per una realizzazione interiore. La tragica fine dei templari aveva segnato il rapido tramonto delle vie iniziatiche dell’Europa occidentale che in qualche modo si rifacevano al loro Ordine, lasciando il Papato e l’Impero come due conchiglie vuote. I rinascimentali si rendevano conto della decadenza e della corruzione della Chiesa, mentre si rivolgevano all’Impero e soprattutto ai regni nazionali, nella speranza di un rinnovamento. Si sentiva principalmente, dunque, la mancanza di una iniziazione cavalleresca e delle conoscenze cosmologiche che essa comportava. Tuttavia, le loro idee in proposito erano totalmente distorte.

        Il rinnovamento dell’essoterismo tendeva a un ritorno alla presunta purezza evangelica, il che significava l’abrogazione totale della tradizione. Si trattava di una purezza evangelica filtrata attraverso la lente umanistica che già aveva perduto ogni tipo di trasmissione. Due erano le direttive principali per questa riforma della religione. La prima tendenza era una riforma dall’interno, rappresentata da Erasmo da Rotterdam, con la quale si voleva mantenere le forma esteriore della struttura ecclesiastica, ma la si voleva modificare secondo parametri moralistici e senza tener d’acconto della stratificazione dell’insegnamento tradizionale accumulatasi nei secoli. La seconda era la riforma dall’esterno contro la Chiesa, rappresentata da Lutero e dai suoi emuli, con le catastrofiche conseguenze che abbiamo già affrontato in questa sede.

        Il rinnovamento dell’esoterismo o, per meglio dire, la sua rifondazione ex novo, fu oggetto di una serie di progetti confusi e di ispirazione più che sospetta. Anzitutto si doveva procedere con l’abrogazione della teologia fondata sull’aristotelismo. Già questo dimostra quanto gli eruditi e i maghi rinascimentali avessero le idee distorte, poiché la conoscenza teologica appartiene in toto al dominio essoterico. La perduta sapienza esoterica doveva, quindi, essere sostituita dalle magie dell’ermetismo e della qabbalah, mischiate variamente tra loro sempre in forma sincretica. Il problema di fondo è che questi eruditi del rinascimento, pur avvertendo la mancanza dell’iniziazione5, ormai non sapevano più in che cosa consistesse e quali fossero i suoi fini. Aprendo alla magia e alla stregoneria, misero in libertà pericolose influenze psichiche che contribuirono a devastare ancor più le menti degli europei.

        Il miglior esempio per questo progetto di riforma della tradizione, privo di qualsiasi trasmissione spirituale, è rappresentato da Enrico Cornelio Agrippa (1486-1535). Discepolo del prudentissimo abate Tritemio6 e condiscepolo di Paracelso7, fu un continuatore della qabbalah non più cristiana ma protestante, sulla scia di Reuchlin. In Italia cominciava a soffiare un vento antiprotestante nel tentativo di riportare un po’ di ordine nel cattolicesimo. Questa tendenza costringeva gli umanisti paganeggianti a rientrare nei ranghi cattolici o, per lo meno, a dissimulare le loro idee ereticali. In segno di dispregio Agrippa evitò il più possibile di citare Pico della Mirandola o Francesco Zorzi, per riferirsi preferibilmente ai suoi compatrioti luterani tedeschi: Reuchlin, Dürer, Cranac, Johannes Frobenius e altri. Insisté, assieme all’amico Albrecht Dürer, per indurre Erasmo ad abiurare il cattolicesimo, rimanendo disgustato, però, dalle diplomatiche risposte del filosofo olandese; un protestante integralista, dunque, che in realtà riprendeva senza molta originalità i temi del neoplatonismo fiorentino della generazione precedente. La Yates, nei suoi studi di rivalutazione dell’occultismo protestante, lo descrive come un fine pensatore di grande cultura, ma non riesce a portare alcuna prova in favore di questa sua visione di Agrippa8. Quello che appare evidente e che lo distingue da Ficino, Pico e Zorzi è proprio la sua aggressività e la sua proterva fede nella magia dichiarata nei suoi scritti. Nonostante la sua conversione al protestantesimo, egli ben presto fu sospettato di magia nera e di stregoneria9. Si diffuse la voce che il cane nero, che lo accompagnava nei suoi instancabili spostamenti, fosse un diavolo10. Tuttavia, Agrippa trovò ovunque ospitalità e protezione da parte di ambienti occultisti. Tale fenomeno è stato correttamente interpretato come prova dell’esistenza di una rete di società segrete ermetico-qabbaliste che il rinascimento aveva diffuso nascostamente in tutta l’Europa occidentale11. Fece visita a Tritemio, che considerò come uno dei suoi principali maestri. Poi si recò in Inghilterra dove frequentò il primo circolo umanistico dell’isola, fondato da Thomas More12. Fraternizzò con John Colet, un erasmiano che già preannunciava le idee luterane. Quando nel 1511 si recò in Italia, egli già aveva compiuto le sue scelte ideologiche: entrò in contatto con Francesco Zorzi, con il cardinale giudaizzante Egidio da Viterbo e con il rabbino convertito al cattolicesimo Agostino Ricci13, ma rimase deluso dalla prudenza e dall’equilibrio delle scelte degli umanisti italiani. Più tardi, in Germania, Agrippa divenne un ardente sostenitore di Lutero e di Calvino. Si recò poi in Francia dove, nel 1526, diede alle stampe il suo libro De vanitate scientiarum. L’altro libro, che lo rese famoso tra gli umanisti, fu il De Occulta philosophia, pubblicato nelle Fiandre nel 1533. La Yates, tramite il suo approccio esclusivamente storico, non si capacita della differenza di prospettiva tra i due testi14, pur essendo fondamentalmente partigiana di entrambe le posizioni, in linea con il Warburg Institute. Nel De vanitate scientiarum Agrippa critica tutte le scienze e le arti; non solo quelle medievali del trivium, del quadrivium e la teologia scolastica, ma anche quelle nuove scienze sperimentali che erano affiorate nel corso del XV secolo. La critica si amplia dunque alla magia, alla qabbalah, all’alchimia, tutte denominate ‘superstizioni monastiche’. Ogni scienza, dunque, è sapienza vana, secondo Agrippa, eccetto il messaggio del Vangelo. Si devono dunque abrogare dalla mente tutte le conoscenze cosmologiche e teologiche per affidarsi al messaggio originale di Gesù Cristo15. Naturalmente il Vangelo era protestanticamente passibile di libera interpretazione personale.

        Al contrario, nel De Occulta philosophia, Agrippa sosteneva che la filosofia occulta, ossia, la pratica della magia, di basava sulla tripartizione dell’universo. Il mondo composto dai quattro elementi era il dominio della magia naturale; il mondo celeste era il dominio della magia ermetica astrale basata su una numerologia pseudo pitagorica; infine il mondo sopracceleste o angelico, dominio della magia cerimoniale di origine qabbalistica. Nel primo si agisce per magia simpatetica con gli spiriti elementali, nel secondo con i demoni stellari, nel terzo con le gerarchie angeliche. Come appare evidente da questa sintesi, nel messaggio del De Occulta philosophia non c’è nulla che non fosse stato già detto da Ficino, Pico e altri; ma in Agrippa cade il velo che cercava di mascherare il sostrato magico e stregonesco. Agrippa, dunque, svolse una funzione di divulgazione e di propaganda dei temi fino allora tenuti riservati o dissimulati con cura.

        Cerchiamo ora di spiegare ciò che la Yates non trovava comprensibile, ossia l’apparente incongruenza tra i contenuti dei due scritti del mago tedesco. La verità è molto semplice se si conosce la struttura essoterica delle religioni monoteistiche, in particolare del cattolicesimo. Con la riforma protestante si volle riproporre tale struttura in una forma completamente riformata. La componente essoterica, doveva mutarsi in una vaga religiosità priva di riti e di dottrine, per rifarsi alla Bibbia senza alcuna autorevole indicazione o certa guida critica: ognuno si doveva immaginare ciò che Dio gli suggeriva nel testo sacro, traendone banali norme di comportamento. Ogni scienza era reputata superflua, eccetto per la pratica concorrenziale nel perseguimento del benessere e della posizione sociale. Questo è il protestantesimo ‘religioso’ o essoterico valido per tutti i fedeli riformati. All’interno della comunità e, in qualche modo, celato agli occhi degli esteriori, è stabilito il nuovo ‘esoterismo’ o, come meglio si autodefiniva, la filosofia occulta, vale a dire la magia pratica, astrale o cerimoniale. La pseudo religione era, dunque, dotata in questo modo di uno pseudo esoterismo. Questa struttura era stata descritta nell’Utopia di Thomas More e, una generazione più tardi, nelle diverse New Atlantis di Francesco Bacone, Civitas Solis di Tommaso Campanella e altre ancora. In seguito, questo fantasioso progetto diede origine alle più folli realizzazioni di comunità ideali, sempre nell’ambito delle mille sette protestanti, in particolare nel Nordamerica. L’élite filosofico-magica, dedita all’interno della propria cerchia a pratiche arcane di invocazioni di elementali, spiriti e ‘angeli’, appare agli esteriori come un gruppo affidabile di saggi, anziani, filosofi. Agli altri spetta il lavoro e la preghiera affinché Dio procuri successo nel mondo e sicurezza nella società, sempre compatibilmente con la predestinazione. Insomma, una sorta di ora et labora adattato alle formiche operaie.

        Abbiamo scelto Agrippa come personaggio indicativo per rappresentare questa triste china dell’Occidente e per i suoi numerosi collegamenti in tutta Europa; ma lo studio di qualsiasi altro mago rinascimentale della prima metà del XVI secolo avrebbe dato risultati analoghi.

        La Francia, anch’essa pesantemente inquinata dall’occultismo rinascimentale, fu però anche teatro di una reazione particolarmente intelligente. Jean Bodin (1530-1596) nel suo libro De la démonomanie des sorciers16 dimostrò la contiguità tra l’infiltrazione magica presso gli ambienti colti e la diffusione della stregoneria a livello popolare. Con grande lucidità denunciò la qabbalah cristiana del marchese della Mirandola e di fra’ Francesco de Zorzi, nonché quella protestante di Reuchlin e Agrippa, di essere una falsificazione del vero esoterismo qabbalistico ebraico e di rappresentare una inquietante deviazione in senso magico-evocatorio e stregonesco. Con piena consapevolezza Bodin descrive il piano di demolizione della tradizione medievale, indicando proprio in Agrippa l’agente più nefasto17. L’epoca era cambiata e la controriforma stava arginando i pesanti danni causati dalla frenetica azione antitradizionale protestantica dei paesi germanici e anglosassoni.

        Maria Chiara de’ Fenzi

        1. La religione era in questo modo ridotta a una tollerata superstizione per menti non raffinate. Questo imponeva ai cultori della nuova scienza la denigrazione metodica della teologia e della metafisica medievale (per quanto parziale fosse quest’ultima), che coordinava le scienze del trivium e del quadrivium, fornendo loro basi dottrinali universali. La scienza degli antichi fu definita sprezzantemente ‘monastica’, mentre quella nuova era caratterizzata dalla laicità. Si noti come ancora oggi non ci si sia sbarazzati da questa ottusa mentalità.[↩]
        2. Naturalmente questo approccio rimane esclusivamente limitato al mondo della veglia (sskrt. jāgrat prapañca) e non include affatto il soggetto conoscente (sskrt. pramātṛ).[↩]
        3. Ovviamente anche la scienza laica si basa su ipotesi, immaginazioni, postulati e dogmi indimostrabili, ossia sulla fede, come qualsiasi altro sapere mondano (sskrt. vyāvhārika pramātṛtva). Ma è stato sufficiente l’arrogante atteggiamento di superiorità a intimidire i rappresentanti della Chiesa. Molti di questi, come il Cusano, divennero i primi sostenitori di questo atteggiamento contrario alla tradizione. Da allora essi manifestano due opposte tendenze. La prima sostiene la superiorità della fede sulla conoscenza. In questo modo si sono stoltamente abbandonate la patristica e la scolastica in quanto subordinate alla verità affermata per fede; facendo così si è arrivati a riconoscere implicitamente la superiorità della scienza profana sulla fede e, come accade da un paio di secoli, al tentativo di trovare giustificazioni ‘scientifiche’ ai precetti religiosi. La seconda tendenza è quella di assumere una cieca ostilità per tutto ciò che è dottrinale, conoscitivo e intelligente, accusando la sapienza di superbia e di ‘gnosticismo’. Queste due tendenze sono tra loro incompatibili, ma coabitano nella più totale ottusità degli ecclesiastici.[↩]
        4. Non dedicheremo uno studio intero incentrato sulle scoperte geografiche, soprattutto quella delle Americhe. Tuttavia, poiché questo fenomeno rinascimentale ha dato inizio al colonialismo e al missionarismo, ritorneremo a più riprese su questi temi scottanti su cui la falsificazione storica si è particolarmente sbizzarrita.[↩]
        5. Questi intellettuali pieni di sé disprezzavano le iniziazioni di mestiere perché considerate volgari e adatte a operai ignoranti. Tuttavia, nel desolante deserto iniziatico dell’Europa, fu proprio Agrippa il primo a lanciare una prima e timida esca ai liberi muratori, definendo alcune volte Dio con la denominazione di Architetto dell’universo.[↩]
        6. Il benedettino Johann Heidenberg Trithemius, autore di una farraginosa Steganografia che prometteva di poter comunicare a distanza, perfino con gli angeli, per mezzo di un astruso metodo alfabetico e numerico. Per le sue ambigue posizioni religiose fu deposto dai suoi stessi monaci e costretto a rinchiudersi in un monastero isolato.[↩]
        7. Medico, alchimista e astrologo, Theophrastus Bombast da Hohenheim scelse lo pseudonimo di Paracelso poiché era ammiratore del medico romano Aulio Cornelio Celso. Sorge il dubbio, però, che il vero Celso a cui si ispirava, fosse in realtà l’omonimo filosofo gnostico, ricordato nella storia per le terribili reprimende che gli rivolse Origene in Contra Celsum.[↩]
        8. Frances A. Yates, The Occult Philosophy in the Elizabethan Age, London, Routledge & Kegan Paul Ltd., 1979, ch. V. Anche questa opera della Yates è di grande utilità per il materiale e i dati che mette a disposizione. Quanto, poi, al punto di vista critico, è facile ruotare di 180° il suo giudizio per avere le risposte corrette ai propri dubbi, essendo questa studiosa una cultrice della pretesa spiritualità dell’occultismo rinascimentale.[↩]
        9. Com’è noto, ben più dei cattolici, i protestanti, nella loro visione moralistica dei comportamenti umani, furono colti da una vera ossessione per la stregoneria.[↩]
        10. Daniel Pickering Walker, Spiritual and Demonic Magic: From Ficino to Campanella, London, Warburg Institute, 1958, pp. 90-99.[↩]
        11. Paola Zambelli, Umanesimo magico-astrologico e raggruppamenti segreti neoplatonici della preriforma, Padova, Centro internazionale di studi umanistici, 1960; Charles G. Nauert, Agrippa and the Crisis of Renaissance Thought, Urbana, University of Illinois Press, 1965.[↩]
        12. Anche Tommaso Moro fu santificato quattro secoli dopo la sua esecuzione, soltanto nel 1935: Queste canonizzazioni (v. Giovanna d’Arco) devono essere considerate politiques e motivate da sospetti interessi contingenti: dopo la rivoluzione bolscevica, infatti, nella neonata Unione Sovietica si dichiarava che l’Utopia di Tommaso Moro era stato uno dei testi ispiratori del comunismo. Fu forse un tentativo di riappropriazione di Moro da parte del Vaticano, anche se la sua Utopia non ha nulla di cattolico. È certo però che l’erasmiano Thomas More fu il primo a fondare un punto d’appoggio inglese per maghi ermetico-qabbalisti provenienti dal continente. Questo centro di raccolta e di mutuo soccorso doveva diventare, in pochi decenni, il cuore pulsante dell’occultismo elisabettiano e la fonte di espansione eversiva inglese nel mondo intero.[↩]
        13. Nauert, cit., pp.42-46.[↩]
        14. Yates, cit., pp. 54-62.[↩]
        15. Il protestantesimo si definisce ‘evangelico’ in questo senso: basa la sua “religiosità” soltanto sul libero esame individualistico della Bibbia (in particolare dell’antico Testamento, perché più ebraico e qabbalistico), mentre abroga qualsiasi rituale che non sia vuota cerimonia, e rifiuta tutto il bagaglio sapienziale della tradizione accumulatosi in quindici secoli.[↩]
        16. Paris, Librairie Le Livre Penseur 2004.[↩]
        17. Walker, cit., pp. 173-191.[↩]

        53. Magia e stregoneria rinascimentale

          53. Magia e stregoneria rinascimentale

          Dmitrij Sergejevič Mereškovski1 inizia il suo romanzo La resurrezione degli Dei con un episodio di grande interesse. Alcuni contadini, assoldati da certi umanisti, scavano nella campagna attorno a Roma, alla ricerca di vestigia dell’antica paganità. Alla fine, dal terreno emerge, come un’apparizione spettrale, la diafana scultura di una divinità romana. «Gli Dei risorgono», pensano esultanti gli umanisti, e con essi progettano di riesumare la civiltà precristiana. In realtà, ciò che è diseppellito era una divinità nell’età classica, ma ora è soltanto un ricettacolo di influenze infere, che così si spargono ovunque mutando la mentalità generale.

          Nella tradizione hindū le icone divine devono essere consacrate e animate con il rito della prāṇapratiṣṭhā. La forza vitale, che i brāhmaṇa celebranti infondono al materiale privo di coscienza, deve essere costantemente alimentata dalle offerte dei devoti e dai rituali che i pūjārī devono regolarmente ripetere. L’immagine (mūrti) di un Dio, abbandonato dai devoti e dai celebranti, perde progressivamente di efficacia, ritornando a essere un semplice ammasso di pietra o di metallo. Se poi quell’immagine è spezzata, mutilata o anche semplicemente scalfitta2, non rappresenta più la divinità e, attraverso la spaccatura, possono insinuarsi influenze nefaste, quelle stesse influenze che infestano santuari in rovina o templi abbandonati. Se una mūrti dissotterrata appare intatta, dopo opportuna riconsacrazione, potrà essere riutilizzata; ma se fosse lesa in qualche sua parte, essa sarà confinata in un luogo protetto, considerata una temibile entità sottile come piśāca, bhūta, bīr (vīra)o rākṣasa3.

          È quanto effettivamente è accaduto a conclusione del Medioevo. In precedenza, la situazione era rimasta per lunghi secoli sotto il controllo delle organizzazioni iniziatiche e delle strutture ecclesiastiche e imperiali. In alcune aree periferiche e di recente conversione al cristianesimo erano rimaste leggende e superstizioni dell’antica religiosità latina, celtica e, soprattutto, germanica. Come spesso accade, tra gli strati più bassi del popolo rimanevano le ossessioni degli aspetti più truculenti delle antiche credenze. In modo particolare era ricordata la Dea romana Trivia4, divinità notturna che procura l’aborto, che conduce agli inferi i morti, ma che, debitamente invocata nei crocicchi nelle notti senza luna, favorisce la negromanzia e il ritorno delle larve nel mondo dei vivi. Le notti degli equinozi, in cui si dice che le porte degli inferi rimangano aperte, la Dea conduceva i morti a una caccia selvaggia. In quelle notti gli abitanti5 delle campagne si rinchiudevano in casa nell’attesa che arrivasse l’alba e, con essa, l’ordine normale6. Questa figura già nell’alto medioevo si sovrappose alla Frau Hölle, la Signora dell’Inferno del folclore germanico7.

          Quello che è certo è che nel periodo medievale le credenze della plebe e le stesse influenze sottili di questi residui di religioni scomparse furono evitate e tenute sotto controllo. Infatti quando nel 1231 papa Gregorio IX istituì l’Inquisizione, per un lungo periodo questa nuova istituzione si impegnò soltanto a reprimere casi di culti religiosi anomali. La sua principale funzione fu, dunque, diretta a perseguire eresie quali, per esempio, quella albigese, la valdese, quella dolciniana o distorsioni dottrinali del tipo francescano spirituale o francescano gioachimita8. La stessa magia ermetica fu presa di punta più per la sua capacità di indurre i suoi seguaci ad assumere posizioni eterodosse, piuttosto che per conculcare o proibire la produzione di fenomeni paranormali. Solamente nel 1326 papa Giovanni XXII, promulgando la bolla Super illius specula, ordinava l’applicazione delle leggi contro gli eretici anche alle pratiche magiche, senza però definirle dottrinalmente e dogmaticamente come eretiche9. Sta di fatto che fino al 1420 circa i processi per magia non furono molto numerosi. Le accuse di stregoneria diabolica aumentarono solamente dopo il 145010. Con stregoneria s’intende la confluenza di due fenomeni tra loro diversi: il primo è quello della possessione, il secondo consiste nella magia quale scienza empirica. La possessione è generalmente connessa a uno squilibrio psichico da cui l’individuo è disturbato fin dalla nascita. Questa patologia può aggravarsi nel periodo adolescenziale, dando adito a una fenomenologia complessa e differenziata caso per caso. La persona ha la sensazione di ospitare in sé una presenza aliena tendente a controllare la volontà del posseduto. In taluni casi, quando si trova in balia di una tale suggestione sottile, sperimenta certi poteri paranormali. Tra questi è frequente la sensazione di volare nell’aria e di penetrare nelle viscere della terra, la facoltà di assumere forme animali11 e quella di udire voci proferite da esseri invisibili12. Tutto sommato il fenomeno della possessione, in altri contesti religiosi non monoteisti, avrebbe condotto alla pratica dello sciamanismo. Alla possessione si aggiungeva la pratica della magia sotto forma cerimoniale, a fini d’incantesimo, maledizione, chiaroveggenza, medicina e farmacopea, quest’ultima particolarmente mirata alla preparazione di filtri d’amore.

          La fine del medioevo rappresentò la fine del controllo della tradizione sulla società, con la diffusione di una mentalità antireligiosa anche tra i più bassi strati della popolazione. Se in precedenza si teneva a distanza tutto ciò che era proibito o riprovevole, con l’inizio dell’umanesimo anche il popolino rivolse la sua attenzione all’acquisizione di poteri miracolosi che la religione pareva non poter più garantire. Invece di rinchiudersi in casa nel terrore del dilagare nell’aria delle anime purgatoriali al seguito della Signora Hölle, un proliferare di streghe e stregoni13 si impegnò a prender parte alla caccia maledetta. In assenza di un volo favorito da spiriti dell’aria, streghe e stregoni ricorrevano a certi unguenti magici. Tale espediente, ignoto nel medioevo, è in tutta evidenza tratto dalle Metamorfosi di Luciano di Samosata, che dimostra quanto l’influenza culturale umanistica agisse anche a livello popolare. Ben presto la paurosa processione atmosferica di anime in libera uscita dagli inferni della caccia medievale si trasformò in un grottesco sciame di streghe, che convergeva alla località del sabba orgiastico per incontrare Satana in persona14.

          Come s’è detto, dalla fine del XIV secolo l’Inquisizione cominciò a indagare questo nuovo fenomeno15, con preoccupazione crescente a causa del suo diffondersi. Nel 1398 l’Università di Parigi affermò che i poteri magici erano reali e non puramente illusori, contraddicendo il Decretum di Graziano, che nel XII secolo, sulla base di S. Agostino e del Canon Episcopi aveva sostenuto l’illusorietà di fenomeni come il volo notturno, negando ogni efficacia ai vari maleficia orditi dalle streghe.

          Un caso notissimo riguarda il processo per stregoneria a Giovanna d’Arco, sebbene le successive falsificazioni di documenti abbiano reso difficile, ad arte, l’esposizione dell’evidenza storica16. La condanna fu decretata soprattutto a causa delle misteriose voci che, fin dall’adolescenza, la pulzella d’Orléans dichiarava di udire presso l’“albero delle fate”, voci che ella attribuiva a S. Michele Arcangelo e alle sante Margherita e Caterina17. Varie circostanze attestano la correttezza del verdetto; inoltre il mandato divino per la missione di Giovanna appare del tutto insostenibile, in quanto è difficile comprendere per quale ragione Dio avesse dovuto essere avverso a borgognoni e inglesi e partigiano del Re di Francia; oltre a tutto, dal punto di vista della legittimità di successione, il vero Re di Francia non era di certo l’infingardo Carlo VII. Ciò che appare più inquietante, tuttavia, fu la collaborazione e l’amicizia di Giovanna con il maresciallo di Francia Gilles de Rais18.

          Fin dall’inizio del rinascimento si assistette a un improvviso incremento della stregoneria. La svolta storica fu segnata da due prese di posizione ecclesiali: la bolla Summis desiderantes affectibus di papa Innocenzo VIII del 1484 e la pubblicazione nel 1487 del Malleus Maleficarum dai domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger19. Questi due documenti testimoniano una improvvisa diffusione del fenomeno stregonesco in tutta Europa. La bolla dava ordine all’Inquisizione di intensificare la repressione del nuovo fenomeno, mentre il Malleus Maleficarum20 rappresentava un manuale d’istruzione per inquisitori sulla variabile casistica della stregoneria. In entrambi i casi i fenomeni paranormali erano descritti in termini reali, a dimostrazione della scarsa discriminazione dei teologi cattolici dell’epoca rinascimentale. Ciò, invece, su cui non è lecito dubitare è il propagarsi incontrollato di pratiche pseudoreligiose paganeggianti o dichiaratamente diaboliche a livello popolare, contemporaneo all’insorgere della magia pseudoesoterica dell’ermetismo presso le classi colte. La reazione ecclesiastica, perciò, fu giustificata nella prassi, sebbene non sostenuta da altrettanta chiarezza dottrinale.

          Si calcola che dalla metà del secolo XV alla fine del XVIII siano stati condannati per stregoneria circa cinquantamila persone. Non è chiara la percentuale di condanne a morte con cui si conclusero tali processi. Quello che è certo è che la sfacciata propaganda protestante riversò tutto il suo livore contro il cattolicesimo e, in particolare, contro l’Inquisizione spagnola21. Tuttavia la realtà è del tutto diversa: se nella sola Catalogna dal 1450 al 1630 furono eseguite poco più di cento condanne capitali, nel resto di Spagna esse furono appena quarantanove22. Inoltre, un’abbondante documentazione comprova la costante esortazione ecclesiastica rivolta ai tribunali del Regno23, di non ricorrere alla tortura.

          Al contrario, nei paesi controllati dalla riforma protestante, roghi e torture furono all’ordine del giorno, all’insegna della stessa crudeltà descritta nel precedente articolo “La Riforma protestante. Gli emuli di Lutero”. La mentalità inflessibile e moralistica delle varie sette protestanti si diffuse anche oltre oceano, dove la spietata repressione della stregoneria assunse forme di alienazione collettiva24.

          Gian Giuseppe Filippi

          1. Poeta e romanziere (San Pietroburgo 1865 – Parigi 1941), uno dei fondatori del movimento simbolista russo. Non si deve confondere tale movimento con quello omonimo che, sorto in Francia, si diffuse in tutta Europa latore di tutte le peggiori tendenze neospiritualiste, intriso di ogni morbosità e vizio del decadentismo romantico. Per questo movimento, il simbolo rappresentava una realtà alternativa degenerata, allucinata, occulta e individualista, una fuga infraumana dall’ottusità positivista. Il simbolismo russo, al contrario, rappresentò la ricerca del significato dei simboli sacri presenti nelle differenti religioni e tradizioni del passato e del presente, interpretati principalmente alla luce dell’esicasmo ortodosso. Questi simbolisti, con la ricerca della ‘Divina Sofia’, volevano così reagire alla corruzione anticristica della civiltà moderna. Tra i principali esponenti sono noti Vladimir Soloviev, il monaco Pavel Aleksandrovič Florenskij (fucilato poi per ordine di Stalin), Jurgis Baltrušaitis, Vyacheslav Ivanov, Nikolái Berdiáyev e Zinaida Gippius che divenne poi moglie di Mereškovski. Questo autore, dichiaratamente anticomunista, non fu certamente ciò che oggi si definisce, con un barbarismo, politically correct, ragion per cui i regimi democratici e i loro servi hanno ordito attorno a lui una vigile congiura del silenzio.[↩]
          2. Ciò è ben noto agli accaniti propagandisti delle religioni che invasero l’India sull’onda delle diverse conquiste militari. È stata cura maligna di quegli invasori distruggere o, quantomeno, sfregiare le mūrti dell’induismo, del jainismo e del buddhismo, al fine di impedirne l’uso rituale. E tale insania non si è ancora placata, come è dimostrato da episodi accaduti anche di recente.[↩]
          3. È significativo che ancor oggi nei musei archeologici le immagini intatte ivi esposte siano oggetto di adorazione, con il dono di fiori e di ghirlande.[↩]
          4. Tale divinità era chiamata Ecate dai greci, l’ipostasi tenebrosa della Dea Diana-Artemide. Come quest’ultima era la divinità cacciatrice accompagnata da una muta di segugi, così anche Trivia era associata a cani. Ma in questo caso si trattava del cane-sciacallo, divoratore di carogne. Questi due aspetti, in seguito, si sono fusi insieme.[↩]
          5. In ambiente anglosassone si è mantenuta la tenebrosa festività di Halloween e, come tutte le aberrazioni che da lì provengono, sta dilagando ovunque come una moda irragionevole. Sebbene la cultura omologata voglia che sia un termine celtico per indicare la vigilia dell’Ognissanti (All Hallow’s Eve) del cristianesimo, è evidente che Halloween si riferisca a un periodo precedente: è molto più probabile che il termine indichi l’apertura delle porte dell’inferno germanico (hell, hall, hölle).[↩]
          6. Julio Caro Baroja, Las brujas y su mundo, Madrid, Revista de Occidente, 1961, cap. IV.[↩]
          7. L’inferno nordico è collegato all’idea del ghiaccio e della neve. Per questa ragione Frau Hölle, come anche la sua omologa Frau Perchta o Signora Bertha, è la nivea regina dell’inverno che induce alla ‘morte bianca’ per assideramento. È nota per i suoi grandi piedi o per i piedi da oca. Anche le sue innumerevoli aiutanti patiscono della medesima deformità.[↩]
          8. Come il lettore avrà già letto, l’incapacità intellettuale dei teologi cattolici di distinguere le eresie dell’essoterismo dalle dottrine iniziatiche fu la causa dell’accanimento inquisitorio contro l’esoterismo templare e della Fede Santa.[↩]
          9. Joseph Hansen, “Credenze magiche, eresia e Inquisizione”, in La stregoneria in Europa, Marina Romanello (a cura di), Bologna, Il Mulino, 1975. Per la verità fino a questa fase finale del medioevo la magia non era presa eccessivamente sul serio e i fenomeni che essa pretendeva di produrre erano considerati pure illusioni. Perciò i maghi erano sanzionati per le loro teorie ingannevoli e non per le loro opere.[↩]
          10. Andrea Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Milano, Oscar Mondadori, 2006, parte I, cap. V. I processi avvenuti a Tolosa tra il 1335 e il 1350, i cui dettagli sul sabba paiono anticipare quelli contenuti nei verbali dei secoli successivi, sono in realtà dei falsi fabbricati nella prima metà dell’Ottocento (Norman Cohn, I demoni dentro. Le origini del sabba e la grande caccia alle streghe, Milano, Unicopli, 1994, capp. I-II).[↩]
          11. Questi fenomeni in seguito vennero scorporati dando origine alla credenza della licantropia e del vampirismo.[↩]
          12. Il Canon Episcopi del X secolo considerava questi eventi prodigiosi come semplici fantasie, sogni o allucinazioni.[↩]
          13. Nella presente atmosfera di totale imbecillità, si è diffusa la credenza che le streghe fossero esclusivamente donne a causa della misoginia della società patriarcale di allora. In realtà nei processi di stregoneria in Scozia, Islanda ed Estonia, la massima parte dei condannati furono di sesso maschile (Wolfgang Behringer, Witches and Witch-Hunts: A Global History, Wiley Editing Services, 2004, pp. 147-164).[↩]
          14. La relazione tra stregoneria, evocazioni diaboliche e cultura rinascimentale è assai ben dimostrata dagli episodi descritti dal Cellini nella sua autobiografia (Benvenuto Cellini, La vita, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1983, pp. 170-174). Il lettore avrà modo di informarsi ulteriormente su questo tema nei prossimi capitoli.[↩]
          15. Matteo Duni e Dinora Corsi (a cura di) Non lasciar vivere la malefica : le streghe nei trattati e nei processi (secoli XIV-XVII), Firenze, Firenze University Press, 2009.[↩]
          16. Jeanne des Armoises (1412-1431?) non era certamente, come vuole la pia leggenda, una contadinella al servizio del nazionalismo francese, bensì persona ben nota alla corte del Delfino e, probabilmente, imparentata con la casa reale dei Valois. Non solamente la sua storia è stata manipolata gravemente, ma anche la sua missione religiosa non fu altro che una copertura per una macchinazione politica. È davvero sospetto che sia stata beatificata soltanto nel 1910 e canonizzata nel 1920, cinque secoli dopo i fatti! André Bourrier, Grillot de Givry et Han Ryner, La vérité sur le supplice de Jeanne d’Arc, victime de l’Église: la Pucelle a-t-elle été brûlée? S’est-elle échappée et mariée?, Conflans-Sainte-Honorine, L’Idée libre, 1925. Un altro argomento poco chiaro è legato all’ambiente di esoteristi rumeni di stanza a Parigi, già militanti della Guardia di Ferro e discepoli dell’inquietante veggente Petrache Lupu; Vasile Lovinescu collegava la figura di Giovanna d’Arco a un presunto centro iniziatico situato nella “Dacia iperborea”. Seppure in termini molto più prudenti, anche Vâlsan attribuiva alla Pulzella d’Orléans una supposta importante “funzione iniziatica”, del tutto indimostrabile.[↩]
          17. S. Margherita d’Antiochia e S. Caterina d’Alessandria, come furono identificate a posteriori; si tratta di due vergini e martiri di cui si sa pochissimo e che, comunque, non hanno avuto nulla in comune con la pretesa “missione patriottica” di Giovanna.[↩]
          18. Nel 1440 il barone Gilles de Rais fu condannato a morte per magia nera, sacrifici umani, evocazioni diaboliche e sodomia (Jean Benedetti, Gilles de Rais, New York, Stein and Day, 1971); Olivier Bouzy, “Le Procès de Gilles de Rais. Preuve juridique et “exemplum””, Connaissance de Jeanne d’Arc, n° 26, jenvier 1997, pp. 40-45.[↩]
          19. Non c’è da stupirsi che i due frati si fossero recentemente convertiti dall’ebraismo. L’eccesso di zelo e il fanatismo sono un risultato psicologico tipico delle conversioni da una religione monoteista all’altra, come è stato anche il caso del famoso inquisitore Tomás de Torquemada OP.[↩]
          20. Fino al XVII secolo fu in uso il termine di maleficae per definire le streghe. La stessa denominazione “stregoneria” entrò in uso a partire dall’Illuminismo al fine di stigmatizzare il comportamento e le posizioni religiose.[↩]
          21. “Nell’epoca di maggiore voga della tortura, in Spagna, a Valenza, su duemila processi dell’Inquisizione, nell’arco che va dal 1480 al 1530, sono stati ritrovati dodici casi di tortura” (Jean Dumont, L’Église au risque de l’histoire, Parigi, Critérion, 1981, pp. 378-379). Già abbiamo fatto notare in altre occasioni l’artificiosa costruzione della Leyenda negra contro la Spagna cattolica, soprattutto per opera dell’Inghilterra elisabettiana e dei suoi vassalli protestanti olandesi e tedeschi. Sulla Leyenda negra dovremo ritornare in forma più dettagliata, considerato che solo pochi coraggiosi storici si sono espressi su questa falsificazione storica che continua a essere alimentata dai popoli protestanti anglosassoni d’Europa e Nord America.[↩]
          22. In Italia furono trentasei e in Portogallo quattro. Nella cattolicissima Irlanda non vi fu nemmeno una condanna. P. Portone, “Il giudice zelante e l’inquisitore tollerante”, in AAVV, La causa delle streghe di Triora, Arma di Taggia, Pro Triora Ed., 2014, p. 33.[↩]
          23. È noto che il diritto canonico era affidato a inquisitori domenicani, mentre l’aspetto civile, penale e poliziesco era direttamente gestito dal ‘braccio secolare’, ossia dal tribunale di Sua Maestà Cattolica. Marina Montesano, Caccia alle streghe, Roma, Salerno Ed., 2012; Jean-Baptiste Guiraud, Elogio dell’inquisizione, Rino Cammilleri (a cura di), Milano, Diffusione Libraria, 1994; Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996; Rino Cammilleri, La vera storia dell’Inquisizione, Casale Monferrato, Piemme, 2006.[↩]
          24. Paul Boyer e Stephen Nissenbaum, La città indemoniata, Salem e le origini sociali di una caccia alle streghe, Torino, Einaudi, 1986; Mary Beth Norton, In the devil’s snare, the Salem crisis of 1692, New York, Alfred A. Knopf, 2003.[↩]

          52. La Riforma protestante. Gli emuli di Lutero

            52. La Riforma protestante. Gli emuli di Lutero

            A questo si aggiungeva un odio irrazionale per tutto ciò che era latino o romano. Così le popolazioni germaniche e anglo-sassoni, che aderirono al protestantesimo rifiutando la latinizzazione e Roma che le avevano parzialmente civilizzate, ripiombarono nella loro barbarie d’origine. Questa grave crisi dell’Occidente segnò un ridimensionamento dell’Impero e della Chiesa. Quest’ultima, che tanta responsabilità aveva avuto nel corso del medioevo nel portare la latinità in tale stato di confusione tramando contro l’Impero per l’egemonia temporale, tardivamente s’accorse d’aver agito soprattutto contro se stessa. Da questo momento storico in cui nacque l’eresia luterana, quello che rimaneva della Chiesa si mise sotto l’ala protettrice dell’Imperatore, ridimensionato, ma ancora potente e rispettato da tutti i regni in cui si era frammentata la cristianità.

            I tedeschi, come s’è già detto, erano divisi in un gran numero di regni, ducati, marche, altri feudi ecclesiastici o nobiliari e comuni, tutti dipendenti direttamente dal Sacro Romano Impero. I grandi signori feudali invidiavano i re degli stati nazionali, Francia e Inghilterra che, anche se nominalmente ancora parti dell’Impero, di fatto se n’erano staccati grazie alla loro potenza militare e alla vastità dei territori. In simile modo, Francia e Inghilterra si erano anche rese quasi del tutto autonome dall’autorità papale. I principi tedeschi ambivano ad acquistare un simile stato d’indipendenza nazionale, e ravvisarono nella predicazione ribelle di Lutero l’occasione per emanciparsi dai due poteri della tradizione cattolica1. In quell’inizio del XVI secolo il selvaggio arricchimento del popolo grasso2 aveva mandato in rovina non soltanto la plebe di città e i contadini, ma anche la piccola e media nobiltà. Le famiglie dei grandi feudatari, invece, avevano stretto alleanza con i nuovi ricchi, distanziandosi sempre di più dalla nobiltà e dal patriziato cittadino decaduto. Anche questa importante parte della società tedesca vide con simpatia la predicazione popolaresca e la religiosità ridotta al minimo di Martin Lutero. Dal 1524 al 1526 si scatenò una rivolta di massa contro i principi, guidata da cavalieri indebitati e in rovina seguiti da masse di popolani affamati. Martin Lutero dovette scegliere da che parte schierarsi: e si schierò con coloro che maggiormente potevano essergli d’appoggio nella sua opera di eversione internazionale del cattolicesimo. Scelse i principi. “[…] Chi può, deve farli a pezzi, strangolarli, infilzarli, in segreto o pubblicamente, come si deve ammazzare a bastonate un cane randagio”3, dichiarava amorevolmente a proposito dei ribelli. La rivolta fu soffocata nel sangue con più di centomila morti.

            Nascosto dai suoi illustri protettori, profittando della lealtà e cavalleria dell’Imperatore Carlo V4, questo campione di virtù ritenne che Gesù Cristo in persona lo avesse prosciolto dai diversi giuramenti e voti assunti come monaco. Lutero poté perciò sposarsi con una monaca e scegliere come residenza per lui e per la sua famiglia l’intero monastero sconsacrato di Wittemberg, di cui in passato aveva occupato una cella. Negli ultimi anni della sua vita egli si dedicò a consolidare l’eresia che aveva scatenato. Ma ormai la sua opera era stata già sfruttata a fondo dai suoi protettori. Sentendosi ormai isolato si dedicò a redigere scritti di contenuto ripetitivo, ma sempre più aspro, e a consolarsi rifugiandosi nella crapula e nella lussuria5. Morì nel 1546.

            Contemporaneamente alla protesta luterana si sollevarono altri riformatori. Lo svizzero tedesco Huldreich Zwingli (1484-1531) fece leva sul nazionalismo dei cantoni tedeschi per avviare una riforma molto simile a quella di Lutero, ma con caratteri decisamente più borghesi e più battaglieri. Egli sosteneva la predestinazione, ma accentuava l’importanza della grazia divina in favore delle persone colte e benedette dalla fortuna, accentuando così il suo legame con la mentalità umanistica. Entrò in contrasto con la setta protestante degli anabattisti di Zurigo che nel 1526 furono tutti condannati a morte per annegamento. Cadde in battaglia contro le truppe svizzero-tedesche ancora cattoliche.

            Di poco più giovane, Giovanni Calvino (1509-1564) seguì dapprima le orme di Zwingli. Dalla Francia natale si rifugiò in Svizzera per sfuggire all’Inquisizione. Da Basilea a Ginevra tentò di fondare una società utopica, scontrandosi con il cattolicesimo e con tutte le altre sette protestantiche. Predicò che la fede doveva dimostrare certezza assoluta (Institutio christianae religionis, III.2.6) e che la certezza assoluta era la prova della fede garantita dallo Spirito Santo (Ibid. III.2.7). Ciò comportava la convinzione che Dio assegnasse gli uni alla salvezza e gli altri alla condanna eterna, sotto forma di una predestinazione inevitabile6 la buona fortuna in vita era segno della predilezione divina7 (Ibid. III, 21, 5). Il suo fanatismo s’impose alla fine nella città di Ginevra assumendo le forme più violente, a dimostrazione che massacri, ammazzamenti, torture, roghi di streghe e di eretici e altro, non solo non erano diminuiti con la riforma protestante, ma erano talmente aumentati da costituire un qualcosa di mostruoso. Nella Ginevra di Calvino s’imposero regole ferree, polizia spirituale, delazione, pene molto severe e sanguinarie. Si mandò in camera di tortura o sul rogo chi la pensava diversamente dal riformatore, indipendentemente dalle azioni compiute8. A questo s’aggiunsero i “roghi delle vanità” (Bildersturm, tempesta sulle immagini) con cui si bruciava qualunque cosa bella, sacra o considerata superflua9.

            Il colmo dell’abiezione fu raggiunto dalle imprese della setta riformata degli anabattisti10. I seguaci di questa setta sorta in Svizzera nel 1525 presentavano poche differenze dal luteranesimo. La loro caratteristica maggiore, però, consisteva nella ricerca di essere posseduti da Dio e di voler profetare. Nel 1534 arrivarono alla città di Münster due “profeti” anabattisti provenienti dai Paesi Bassi11. In breve tempo riuscirono a fanatizzare la popolazione della città, instaurando un regime di terrore nella totale assenza di regole. La famiglia fu distrutta, la morale proscritta, la violenza gratuita considerata volontà divina. Anche i neoconvertiti anabattisti cominciarono a essere posseduti, principalmente le donne, con risultati scandalosi e sconvolgenti. La città, cinta d’assedio dalle truppe feudali sia cattoliche sia luterane, resistette per diciotto mesi con atti di follia collettiva12. Quando alla fine la città fu liberata, la popolazione era più che dimezzata, non come effetto degli scontri armati, ma per le esecuzioni sommarie eseguite tra anabattisti. Il profeta sopravvissuto, che si era parodicamente autoproclamato Re, con tanto di corona e ornamenti d’oro, ritrattò tutto pur di salvare, invano, la vita13.

            Seguendo l’esempio della riforma protestante, nel 1533 Enrico VIII d’Inghilterra si autoproclamava capo della chiesa anglicana. Il motivo per tale spaccatura con Roma fu davvero triviale: il Re voleva divorziare per sposare un’altra donna, cosa non lecita per il cattolicesimo che considerava il matrimonio indissolubile14. Con quest’ultima eresia la chiesa cattolica ritornava a essere essenzialmente latina15.

            In conclusione, il protestantesimo nelle sue numerose sette è caratterizzato dall’assenza di rituali, sostituiti da cerimonie sociali o commemorative, e di una vera teologia, sostituita da teorie, a loro modo, morali. Come tale non può essere considerato nell’ambito della religione e, tanto meno, del dharma. Né può in alcun modo essere considerato un essoterismo su cui possa continuare ad appoggiarsi legittimamente alcuna forma iniziatica rimasta in Occidente.

            Un’ultima osservazione. Poiché il protestantesimo si basa soltanto sulla parola espressa a voce o per iscritto, usò per la sua diffusione lo strumento della stampa16. Questa innovazione tecnologica, legata alla leggenda di Mefistofele, svolse così, per la prima volta nella storia dell’umanità, l’opera della propaganda e della divulgazione17.

            I popoli germanici e anglo-sassoni sono la causa dello sviluppo e della diffusione della civiltà moderna, vero cancro che con le sue metastasi ha portato all’agonia l’intero pianeta. Le loro armi postcoloniali sono rappresentate dal capitalismo selvaggio e dallo strozzinaggio delle banche, che scaturiscono dalla loro morale protestantica e dal loro continuo ispirarsi al giudaismo18. Costoro, con una sfacciataggine repellente continuano a definire P.I.G.S.19 i popoli non protestanti, anche in documenti ufficiali. Gli unici popoli, questi, che hanno rappresentato la tradizione in occidente.

            Solamente una testa d’asino può definirli “fratelli separati”!

            Maria Chiara de’ Fenzi

            1. Il calcolo di questi principi fu del tutto errato: il giovane Imperatore e re di Spagna Carlo V (1500-1558) dimostrò una tempra di grande condottiero e abile politico. Senza mai infrangere il codice cavalleresco, sventò gli intrighi dei suoi vassalli e mantenne il prestigio del Sacro Romano Impero. Dobbiamo sottolineare la grandezza di questo sovrano cattolico, in quanto l’Impero non era più se non la forma esteriore dell’antica monarchia, essendo ormai totalmente priva del retroterra iniziatico dopo la distruzione dell’Ordine del Tempio. Dovette tuttavia assistere all’adesione al protestantesimo di circa la metà dei suoi vassalli tedeschi. La Germania, però, attese il 1871 per raggiungere l’unificazione come stato nazionale. Tuttavia le trame dei principi tedeschi, che usarono Lutero per i loro interessi, destabilizzarono in modo irreversibile l’Europa centrale, scatenando guerre, vendette, sciovinismi e pretese egemoniche tutt’ora virulente.[↩]
            2. L’usura fu il principale mezzo di arricchimento per questi ceti emergenti: il Concilio di Vienna (1311) aveva condannato definitivamente il prestito anche a minimo interesse. Questo spinse i nuovi ricchi a rivolgersi più all’Antico Testamento che all’Evangelo: “Tu presterai a molte genti e non prenderai a prestito da alcuno. Dominerai sopra molte nazioni e nessuno dominerà sopra di te” (Deuteronomio, XV.6). È la nascita di questa nuova “etica” che oggi è fatta passare per le ‘origini giudaico-cristiane’ dell’Europa.[↩]
            3. “[…] Man soll sie zerschmeißen, würgen, stechen, heimlich und öffentlich, wer da kann, wie man einen tollen Hund erschlagen muss.” Martin Lutero, Wider die Mordischen und Reubischen Rotten der Bawren (Contro la masnada assassina e rapinatrice dei contadini).[↩]
            4. La dieta di Worms condannò il monaco ribelle, ma l’Imperatore rispettò il salvacondotto che gli aveva rilasciato, permettendogli di partire e di nascondersi.[↩]
            5. Nonostante i suoi accaniti pregiudizi antisemitici Lutero continuò a subire l’influenza della filosofia ebraica. Il suo commento alla Genesi, infatti, ricalca le posizioni giudaizzanti del convertito fra’ Nicolás de Lira (1270-1349) e, tramite costui, della scuola del rabbino Shlomo Yitzjaki “Rashi” (1040-1105).[↩]
            6. La negazione del libero arbitrio da parte di Lutero portò all’affermazione della teoria della predestinazione. Con Calvino questa tendenza si radicalizzò: gli ‘eletti’, quindi, possono anche peccare senza per questo perdere la loro predestinazione alla salvezza, mentre per i ‘reprobi’, anche conducendo una vita virtuosa, non c’è speranza di salvezza. Da qui la tremenda questione: come si può sapere se si è eletti o se si è reprobi? Ecco, già il dubbio di non ‘essere predestinati alla salvezza’ sarebbe indice di poca fede e di essere già vicini allo stato di riprovazione. A questo punto l’impegno professionale diventa esercizio di auto motivazione che darebbe ‘sicurezza di sé’, togliendo ansie religiose e istillando la ‘sicurezza’ (presunzione) di essere già salvi. Il ‘self-made-man’ che riesce a ‘farcela’, a sfondare nella sua professione o nel suo commercio è baciato da Dio e la sua ricchezza diventa segno di predestinazione divina” (Pietro Ferrari. La questione monetaria, Cermenate, Ed. Radio Spada, 2018, p. 38). Questa mentalità calvinista è dilagata al giorno d’oggi sull’onda dell’americanizzazione del mondo, sotto la forma della competitività più spietata, dell’autoaffermazione senza scrupoli, tramite una frenesia lavorativa che, per colpa della multimedialità, perseguita tutti e ciascuno fin nel privato e nel tempo libero.[↩]
            7. Da queste note è facile comprendere da dove sorge la cupida mentalità affaristica dei banchieri svizzeri.[↩]
            8. In pochi anni furono bruciate vive più di novanta persone che avevano espresso idee non conformi alla folle repubblica calvinista.[↩]
            9. Queste informazioni così sunteggiate sono esposte con abbondanza di particolari in Stefan Zweig, Die Discipline, Frankfurt am Main, Fischer Verlag, 1987, pp. 54-65. Nell’attuale clima “ecumenico” si è tentato invano di far passare tali efferatezze per leggendarie, quando la vera leyanda negra è stata fabbricata esclusivamente in ambito protestante in chiave antitradizionale.[↩]
            10. Questo nome allude alla necessità di ribattezzare i nuovi aderenti.[↩]
            11. I Paesi Bassi, fin dal Medioevo, svolsero sempre un’azione antitradizionale, rappresentando la convergenza e il ponte tra le peggiori tendenze dei popoli tedeschi e inglesi. Ancor oggi le più gravi tendenze europee hanno come terreno di cultura questa area del nord Europa.[↩]
            12. Non è esagerato vedere in questo evento un esempio macroscopico di possessione collettiva, come si riscontra in misura maggiore o minore soltanto nelle moderne rivoluzioni, da quella di Cromwell alle più recenti follie dei khmer rouge o della neo khilafah.[↩]
            13. Friedrich Reck Malleczewen, Il re degli anabattisti. Storia di una rivoluzione moderna, Milano, Rusconi, 1971.[↩]
            14. Il francescano Francesco Zorzi fu incaricato da Enrico VIII di trovare il cavillo teologico che giustificasse il suo divorzio. Alchimista e qabbalista cristiano, Zorzi apparteneva a un’illustre famiglia patrizia veneziana, imparentata con il Doge allora regnante, Andrea Gritti. All’inizio del ‘500 Venezia, pervasa dalla mentalità profana rinascimentale, svolse un’azione politica anti imperiale e anti papale. Francis A. Yates, Cabbala e Occultismo nell’età elisabettiana, Torino, Einaudi, 1982, pp. 37-47.[↩]
            15. Fecero eccezione alcuni principati tedeschi meridionali, quali la Baviera e l’Austria, che rimasero fedeli all’antica religione. Al contrario i calvinisti rappresentarono circa il dieci per cento della popolazione in Francia, dove furono denominati ugonotti, e i valdesi riformati del Piemonte e della Savoia. Ancor oggi si può riscontrare nelle aree in cui fiorirono questi enclave protestantici una particolare mentalità intellettualmente rigida.[↩]
            16. Gli stampatori, protestanti o neo-qabbalisti, offrirono spesso ai protestanti rifugio e sostegno finanziario nelle aree ancora controllate dal cattolicesimo. Vedasi l’azione mirata al cambiamento di mentalità operata a Venezia dallo stampatore, amico e discepolo di Pico della Mirandola, Aldo Manuzio, e dai suoi discendenti.[↩]
            17. Mefistofele, il diavolo che porta in mano un grimorio, è probabilmente composto dall’ebraico מֵפִיץ (mepis), propagatore, diffusore, e del tedesco teufel, mentitore; nome che ben s’addice allo spirito protettore della stampa. Il suo nome appare già nel 1527 nel libro pseudoebraico e pseudogreco intitolato Praxis Magia Faustiana, stampato a Passau in Baviera. Non è certo un caso che tale demone è detto abitare nei boschi che circondano Wittemberg. Sulle origini dalla magia nera della stampa v. Sarah Wall-Rendell, “Doctor Faustus and Printer’s devil”, Studies in English Literature 1500–1900, Vol. 48, No. 2, Tudor and Stuart Drama (Spring, 2008) Rice University Pbl., pp. 259-281.[↩]
            18. “La rivoluzione etica del Calvinismo, cancellando il peccato di usura, relegava l’uomo a servo e strumento del denaro invertendo l’ordine delle cose e contrastando la concezione aristotelica della moneta come ‘nomisma’ cioè strumento econometrico creato dalla legge; il Calvinismo preparò il  terreno alla concorrenza spietata ed al capitalismo finanziario e anarchico che, con Adam Smith, decise che la moneta fosse necessariamente una merce. L’Olanda calvinizta attaccò l’Inghilterra, che dalla conquista normanna del XII secolo conosceva un sistema monetario ‘aristotelico’ basato sull’argento […] Nel 1692 il Re cattolico Giacomo II d’Inghilterra venne spodestato da Guglielmo d’Orange che doveva pure pagare i debiti coi suoi finanziatori di guerra. La dittatura di Cromwell cancellò del tutto questo patrimonio, preparando il terreno ai banchieri privati (goldsmith) che volevano indebitare lo Stato. Con Guglielmo d’Orange nel 1689 e quindi con la fondazione nel 1694 della Banca d’Inghilterra, venne instaurato un sistema di stampo olandese, con un istituto privato di emissione della moneta creata dal nulla in monopolio, indebitante per lo Stato” (Ferrari, cit., pp.38-39).[↩]
            19. Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.[↩]

            51. La Riforma Protestante: Lutero

              51. La Riforma Protestante: Lutero

              Nel 1482 Johan Reuchlin, uno dei primi umanisti tedeschi, si recò a Firenze e a Roma, per ricevere in Italia una più completa istruzione sulle nuove idee. I contatti con l’Accademia Neoplatonica furono di grande importanza per la sua formazione, in particolare quello con il marchese della Mirandola. Da quel momento egli s’indirizzò preferibilmente al versante qabbalistico cristiano, piuttosto che a quello ermetico. Fu proprio in Italia che Reuchlin studiò la lingua ebraica da Obadiah Sforno, rabbino talmudista di Cesena. La sua prima opera d’una certa importanza fu il De verbo mirifico (1494): si tratta di un dialogo tra un filosofo greco1, un qabbalista e un cristiano. L’intero libro ha come principale protagonista il rabbi ebreo al fine di porre la filosofia platonica e la religione cristiana sotto la protezione della magia qabbalistica, unica garanzia di ortodossia “iniziatica”2. Infatti l’efficacia della magia platonica e neoplatonica non dava sufficienti garanzie spirituali, considerata la non chiara collocazione delle potenze pagane. La Qabbalah, invece, basandosi sull’evocazione di angeli e dei nomi di Yehovah in lingua ebraica, rassicurava sulla natura positiva delle forze chiamate in azione. I cristiani vi trovavano, dunque, la prova della divinità di Cristo e la conferma della rivelazione cristica. Infatti, con l’aggiunta di una shin centrale, il tetragramma diventava Yehshuah, Gesù3. Tuttavia il dialogo tra i tre saggi alla fine si riduce alla descrizione di una magia cerimoniale per evocare “angeli”. Nel 15174 Reuchlin pubblicò la sua opera maggiore: De arte cabalistica. Questo libro dimostra una migliore conoscenza della qabbalah ebraica basata su una maggior copia di fonti. Probabilmente ciò era dovuto alla cacciata del 1492 degli ebrei dalla Spagna5. In quell’occasione molti cabalisti s’erano trasferiti in Italia portando con sé le loro biblioteche. Anche il De arte cabalistica si svolge con un dialogo fra tre saggi: un qabbalista, un pitagorico (in realtà un ermetista) e un musulmano. Il cattolico, in tutta evidenza, era stato rimosso. Il pitagorico sostituisce il platonico della sua opera precedente per l’espressa volontà di far coincidere forzatamente la numerologia qabbalistica con quella di Pitagora6. Non c’è dubbio che Reuchlin abbia esercitato una influenza su Martin Lutero tramite il nipote Melantone, che fu il più vicino collaboratore del riformatore protestante.

              Tale influenza non concerneva propriamente l’approccio intellettualistico alla qabbalah dell’umanista. Lutero era un rozzo popolano, poco propenso alle astrazioni culturali. Tuttavia anch’egli aveva recepito che il suo desiderio di cancellare la tradizione sacerdotale cattolica conduceva fatalmente al ritorno alle origini del cristianesimo, vale a dire alle radici ebraiche. All’inizio, infatti, Lutero predicò la riunificazione delle due religioni semitiche, poiché, in questa prospettiva, gli ebrei avrebbero facilmente accettato Gesù come il loro Messia. Questo spiega anche la nuova rilevanza dell’Antico Testamento per la riforma protestante che, alla lunga, mise in ombra lo stesso Evangelo. Tuttavia, nel giro di quindici anni, i risultati di questo filo ebraismo luterano portarono a risultati inaspettati. Gli ebrei continuarono a rifiutarsi di riconoscere nel Cristo il loro Messia e, inoltre, molti seguaci di Lutero cominciarono a farsi circoncidere e a convertirsi all’ebraismo. Ciò spinse Lutero, uomo di incontrollabili scoppi d’ira, ad assumere atteggiamenti sempre più severi contro la concorrenza ebraica, tanto da pubblicare nel 1543 il libro Degli Ebrei e delle loro menzogne (Von den Juden und ihren Lügen), che diede inizio a una vera e propria persecuzione antisemita7.

              Martin Lutero nacque nel 1483 in una famiglia di contadini. Il padre, diventato minatore, godette del clima di confusione sociale tipico dei comuni dell’epoca e in breve tempo riuscì a scalare alcuni bassi gradi della nuova borghesia. Ciò permise a Martin di accedere agli studi di giurisprudenza, proseguendo il piano paterno di arrampicata sociale. La formazione culturale di Lutero rimase sempre piuttosto superficiale. Seguace del nominalismo occamiano8, eccelse nella dialettica piuttosto che in dottrina. Tormentato da un’indole incostante, variabile tra esaltazioni visionarie e depressioni tenebrose, timoroso di Dio e tentato dal demonio, a seguito di un segno del cielo9, Lutero si fece monaco agostiniano alla ricerca di un po’ di pace claustrale. Per qualche tempo riuscì a reprimere il suo temperamento lussurioso e insofferente dell’autorità10. Trovava però insopportabile il tema della giustizia divina che odiava e temeva. Alla fine delle sue elucubrazioni trovò la soluzione al suo fastidio: giustizia divina significava che Dio giustifica tutti indiscriminatamente11. In lui cominciò a sorgere un senso di odio per la tradizione, perché alla tradizione si deve aderire, reprimendo le spinte centrifughe del proprio individualismo. Fu così che tra il 1517 e il 151812 Lutero cominciò a concepire l’idea di un “ritorno” al cristianesimo delle origini13. Il cristianesimo delle origini poteva essere immaginato soltanto attraverso la lettura del Vangelo; ne conseguiva il rifiuto di qualsiasi trasmissione di ordine rituale e di ordine dottrinale14. Amputando quindici secoli di tradizione del tutto autonoma, Lutero ricollocava il “vero” cristianesimo nel seno del giudaismo. Questo è l’origine del fantasioso giudeo-cristianesimo che da allora ha conquistato così tanto spazio nella cultura contemporanea. Allo stesso tempo l’Antico Testamento affiorava preponderante nella “Bibbia protestante”. Non c’è dubbio che Lutero non fosse affatto consapevole di questa piega filogiudaica, pilotata da menti più acute e più pericolose quali quelle di Reuchlin e di suo nipote Filippo Melantone.

              Le conseguenze del “ritorno alle origini” furono le seguenti:

              1. Il protestantesimo abolì ogni lettura, preghiera, invocazione o lode che fosse stata istituita dalla Chiesa fin dalla sua fondazione in poi, convalidando soltanto brani tratti dalla Bibbia. In odio alla tradizione15, combatté accanitamente il latino, in favore della traduzione in vernacolo, in questo caso il tedesco.
              2. L’abrogazione dell’insegnamento tradizionale liturgico (rituale) e teologico (dottrinale) era sostituito dal libero esame dei testi sacri. Non essendo riconosciuta alcuna autorità in merito, ognuno aveva il diritto di interpretare i testi a proprio arbitrio, senza che alcuno potesse contraddire o correggere.
              3. Non le opere rituali o meno conducono alla salvezza, ma la fede. La fede è intesa come il trasporto emotivo e mentale in favore delle proprie credenze individuali, come dal prossimo punto.
              4. La fede è un gratuito dono divino, perciò la salvezza è in qualche modo predestinata.
              5. L’interpretazione arbitraria poteva prendere la forma della “preghiera spontanea”, e sostituire durante le celebrazioni le antiche formule consacrate dalla tradizione cattolica. Questo permetteva l’uso di anatemi gratuiti contro tutti e contro tutto fosse contrario al protestantesimo.
              6. Il rito era sostituito totalmente dalla “liturgia della parola”, che consisteva in letture di brani biblici in traduzione volgare, “preghiere spontanee”, ossia sfoghi sentimentali di ogni singolo appartenente alla comunità, e canti melensi che reinterpretavano passaggi dell’Antico Testamento in chiave moralistica. La liturgia del gesto era completamente sostituita da segnali di aggregazione comunitaria, “saluti di pace”, ecc.
              7. I sette sacramenti del cattolicesimo furono ridotti dapprima a tre, poi a due. Infatti la confessione priva di penitenza fu presto abolita come sacramento, in favore di una sorta di pubblica ammissione del peccato. Rimanevano il battesimo e l’eucarestia. Il battesimo con l’acqua divenne simbolo di aggregazione alla comunità dei credenti. L’eucarestia perse ogni significato sacrificale: non era più la ripetizione rituale del sacrificio della croce, ma semplicemente la commemorazione dell’ultima cena. Lutero continuò a sostenere che nel pane e nel vino della comunione c’era la presenza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. Tuttavia come si giustificava la venuta di Cristo nelle sostanze offerte in sacrificio in mancanza di consacrazione? Forse la semplice presenza dei laici poteva in qualche modo consacrare le specie del pane e del vino?
              8. Il fatto che il sacramento dell’ordine sacerdotale fosse abolito impediva ogni tipo di consacrazione. Dove non c’è sacerdozio non può esistere rito sacrificale né consacrazione della vittima16. L’abolizione del sacerdozio fu il vero taglio delle radici, che fa della comunità protestante o evangelica, come preferisce farsi chiamare, una comunità di laici. Il “pastore” della comunità è anch’esso sprovvisto di ogni carisma sacerdotale e diventa tale a seguito d’un semplice corso scolastico o, alla peggio, per elezione della comunità.
              9. Il luogo di preghiera, perciò, non è consacrato e non è dimora permanente della presenza reale di Dio17. È aperto soltanto per le assemblee della congregazione. Per il resto del tempo rimane sempre uno spazio profano non frequentato.
              10. Come il luogo d’assemblea, nemmeno le tombe dei santi o le reliquie sono tenute in alcuna considerazione di santità. Lo stesso concetto di sacro è un appellativo che per convenzione è attribuito alla Bibbia, considerata “parola di Dio”. Dio, perciò, dopo i profeti del giudaismo e dopo la vita storica di Cristo, divenne muto. O, meglio, parla attraverso le fantasie individuali di ogni fedele protestante.
              11. In odio a tutto ciò che era stata la tradizione medievale, la venerazione dei santi e della Vergine era abolita, come pure la raffigurazione iconica degli stessi fu abrogata e le antiche immagini distrutte perché residui di superstizione.
              12. Scomparsa ogni centralità del sacro e del mistero e portando agli estremi limiti l’individualismo caratteristico di quel periodo di affermazione della classe mercantile, era fatale che il protestantesimo si frammentasse in centinaia di sette e sotto sette tra loro in aspra competizione: “Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere.” (Vangelo secondo San Marco, III. 24-26). Tuttavia, tali sette sono sempre pronte a solidarizzare tra loro per combattere la tradizione.

              Maria Chiara de’ Fenzi

              1. Il filosofo greco è qui usato per magnificare Platone e svalutare Aristotele. Ma questa è solo l’apparenza: in realtà con Platone si celebra l’ermetismo magico e con Aristotele si attacca la scolastica medievale.[↩]
              2. Ribadiamo, in favore di coloro che avessero scordato il contenuto degli ultimi articoli di questa serie, che né la qabbalah cristiana né l’ermetismo rinascimentale hanno alcun reale ricollegamento di natura iniziatica, essendo delle ricostruzioni libresche, culturali e profane. In questi casi la definizione di pseudo iniziazione è del tutto adeguata.[↩]
              3. Anche Reuchlin, come Giovanni Pico, si rifaceva all’autorità di San Girolamo che avrebbe attestato con la sua ottima conoscenza dell’ebraico l’esistenza della versione del tetragramma con al centro la shin, formando così il nome di Gesù. Fances A. Yates, con la sua interessata simpatia per i cristiani giudaizzanti, conferma che il tetragramma con la shin era attestato nelle opere di San Girolamo e di Nicolò Cusano. Di quest’ultimo non ci meravigliamo, anche se non abbiamo potuto verificarne la presenza nei suoi scritti. Ma quell’affermazione non compare da nessuna parte in San Girolamo laddove parla di tetragramma (Breviarium in Psalmos. Psalm. VIII). A definitiva smentita di questi occultisti rinascimentali, il nome di Gesù in ebraico e aramaico finisce con una ‘ayn, che rende tutto questo una semplice costruzione mentale. I rinascimentali, pronti a smontare con rigore filologico le falsificazioni medievali, come la donazione di Costantino, non per amore di verità, ma semplicemente per mettere in difficoltà la Chiesa, falsificavano spudoratamente i testi ogni qualvolta ciò avesse favorito le loro idee.[↩]
              4. Non è certamente un caso che questa sia la data d’inizio anche dell’attività anticattolica di Lutero.[↩]
              5. Nella storiografia occidentale viene attribuita una grandissima importanza a questo editto dei Re Cattolici, che continua a indignare i sensibili animi dei protestanti. Si omette, invece, di ricordare che gli ebrei erano già stati espulsi dall’Inghilterra nel 1290. Nel 1657 Oliver Cromwell permise agli ebrei di tornare, ma il decreto di espulsione non fu mai ritirato ufficialmente. Gli ebrei furono cacciati dal regno di Francia nel 1394, per ordine di Carlo VI. Il suo successore Carlo VII e la pucelle d’Orleans si guardarono bene dal revocare quel decreto che fu abolito soltanto nel 1789 dalla Rivoluzione. Negli stati non nazionali, come l’Italia e la Germania, furono i singoli feudi o i comuni che espulsero gli ebrei, in date e forme diverse: in Italia lo fecero lo Stato della Chiesa, il Regno di Napoli, la Repubblica di Genova, il Ducato di Milano. All’inizio del ‘500 tra le circa duemila e cinquecento città tedesche solamente Francoforte, Worms e Praga non avevano cacciato gli ebrei dalle loro mura (Claudio Pozzoli, Vita di Lutero, Milano, Rusconi, 1983, p. 35). In gran parte l’espulsione degli ebrei non fu motivata da ragioni religiose: si trattò di un comodo espediente per liberarsi dai debiti esiliando gli strozzini. La cacciata degli ebrei da parte dei Re Cattolici è ancora uno dei principali argomenti della leyenda negra che ancora colpisce la Spagna e, per suo tramite, la cattolicità. Furono invece accolti con favore nei Paesi Bassi, dove divennero i più ferventi sostenitori degli Orange. Furono anche accettati in territori ottomani, in special modo nella città di Salonicco, e in Italia a Venezia e Livorno. Ossia ovunque ci fosse ostilità contro il papato.[↩]
              6. Johannes Reuchlin, L’Arte Cabbalistica, a cura di Giulio Busi e Saverio Campanini, Firenze, Opus Libri, 1995, pp. 84-136. In questo libro Reuchlin afferma che “facilmente diventa Pitagorico colui che crede volentieri alla parola”… di un qabbalista! (Ibid. p. 10).[↩]
              7. Il libro fu anche usato abbondantemente dei nazionalsocialisti per la loro propaganda antigiudaica (Martin Lutero, Degli ebrei e delle loro menzogne, a cura di Adelisa Malena, Torino, Einaudi, 2008).[↩]
              8. È tuttavia sintomatico di tempi malati che all’università di Erfurt fosse insegnato il pensiero eretico di Guglielmo da Ockham, piuttosto che la scolastica.[↩]
              9. Per tutta la vita Martin mantenne diversi tipi di superstizioni. L’evento che lo condusse alla vita monastica, di cui fece solo misteriose allusioni, pare essere stata la caduta di un fulmine a poca distanza, mentre passeggiava per la campagna.[↩]
              10. Riuscì, però, a concludere i suoi studi e a insegnare teologia nella recente e poco prestigiosa università di Wittemberg, che diventerà il nucleo della rivolta protestantica.[↩]
              11. La base dogmatica del protestantesimo fu la seguente: non le azioni, ma la fede conduce alla salvezza. Naturalmente vedremo subito cosa intendeva Lutero con fede. A tale aberrazione teologica si sono convertiti anche gli ultimi papi cattolici affermando che tutti sono già salvi. Una tale affermazione svuota d’ogni utilità la religione che perciò non ha più alcun motivo d’esistere.[↩]
              12. Il pretesto per la rottura dei rapporti con Roma fu l’affaire della “vendita” delle indulgenze. Si trattava della normale dakṣinā data ai sacerdoti in cambio di preghiere per alleviare le sofferenze purgatoriali dei defunti. Questa usanza, ovviamente, non era obbligatoria, e contribuiva al mantenimento di preti, monaci-monache e frati-suore di ogni grado. A quell’epoca, l’altro reddito per gli ecclesiastici e per le autorità civili era l’obbligo le decime, ovvero la decima parte del guadagno netto pro familia, da consegnare al parroco o al collettore annualmente. I protestanti, che hanno inventato la moderna società laica, ancora sono indignati da tanto orrore, senza riflettere sulle soffocanti imposte dirette e indirette che attualmente derubano i cittadini di più di metà del guadagno lordo.[↩]
              13. Tutte le idee riguardanti un preteso “ritorno alle origini” nascondono in realtà uno spirito eversivo. Infatti le “origini”, al di fuori di un insegnamento regolare tramite trasmissione diretta, sono immaginate sulla base delle inclinazioni e impressioni mentali del “riformatore” che si pone a ideare tale ritorno. Così gli ordini pauperistici medievali, francescani, domenicani e agostiniani riformati (da Alessandro IV) e i movimenti ereticali e comunistici a essi affini, come quelli valdese, dolciniano, wycliffiano, lollardo, hussita ecc. predicarono l’assunzione di una vita miserabile come fosse quella indicata nel Vangelo. Nulla di più falso: il Vangelo insegna ad avere pietà e ad aiutare i poveri, non a vivere da pezzenti (Giorgio Tourn, I valdesi, Torino, Claudiana ed., 1977; Mariateresa Beonio-Brocchieri Fumagalli, Wycliff, il comunismo dei predestinati, Firenze, Sansoni, 1975).[↩]
              14. Analogamente, nel neo-induismo per influenza protestantica si è sviluppata la corrente nāstika denominata ārya samāj, che respinge qualsiasi testo scritto o trasmissione orale che non sia contenuto nei Veda. Predicando il ritorno alle origini, divulga una religiosità monoteistica, evoluzionistica e anticastale, in piena contraddizione proprio con gli stessi testi vedici. Perciò, secondo i suoi seguaci, i Veda devono essere reinterpretati per coglierne il vero significato![↩]
              15. Naturalmente la traduzione comporta sempre anche un filtro interpretativo. Perciò i brani estratti dalla Bibbia a scopo di culto appaiono fortemente “colorati” di protestantesimo.[↩]
              16. In assenza di sacerdozio l’uccisione di un animale non è propriamente un sacrificio, ma solo una pia macellazione. Il sacrificio deve essere compiuto secondo le regole operative che seguono una compiuta dottrina sacerdotale del sacrificio.[↩]
              17. Esattamente com’è la sinagoga per gli ebrei che non sostituisce il Tempio perduto.[↩]

              50. Il ritorno dell’Ermetismo

                50. Il Ritorno dell’Ermetismo

                Nella cristianità occidentale, fino all’XI secolo, l’unico testo ermetico che si era conservato fin dall’epoca ellenistica era l’Asclepius, traduzione latina dell’originale greco attribuita ad Apuleio di Madaura1. Il libro tratta principalmente dei rituali che gli antichi sacerdoti egizi svolgevano per caricare le immagini dei loro Dèi con le potenze degli astri corrispondenti. Finché la tradizione dell’antico Egitto era sopravvissuta, non c’era nulla da eccepire sulla validità di quei riti paragonabili all’animazione delle icone (sskrt. prāṇa pratiṣṭhā) com’è in uso ancor oggi in India. È lecito chiedersi che cosa gli ermetisti dell’alto medioevo intendessero animare, quando la tradizione egizia era ormai scomparsa con tutti i suoi Dèi, travolta dal monoteismo cristiano. Se gli gnostici alessandrini avevano simulacri greco-romani su cui esercitare la loro teurgia, certamente nel medioevo tali superstizioni dell’antichità erano esercitate unicamente per caricare di energie sottili alcuni oggetti non religiosi.

                La principale attività degli ermetisti della cristianità occidentale si limitò, dunque, alla preparazione di amuleti e feticci, con l’uso della magia simpatetica (od omeopatica) e di quella antipatetica (o allopatica). Raccoglievano, dunque, metalli, pietre, erbe e animaletti che corrispondevano per certe analogie a pianeti, asterismi celesti e segni zodiacali, traendone gli elementi con cui modellare talismani. L’uso maligno o benigno di questi oggetti era poi demandato alle intenzioni di chi dovesse usarli. È perciò comprensibile che i maghi ermetici fossero malvisti dalle autorità ecclesiastiche e imperiali e trattati alla stregua di guaritori, fattucchiere e stregoni di campagna. Tuttavia la fabbricazione dell’oro da metalli vili mosse sempre la cupidigia dei potenti che si trovavano spesso indebitati. Perciò non è da stupirsi che anche Michele Scoto2 frequentasse la corte dell’Imperatore Federico II o che Ruggero Bacone fosse protetto da papa Clemente IV.

                Alcuni testi di alchimia araba cominciarono a essere conosciuti in Spagna, Francia e Italia a partire dalla fine del XII secolo, al seguito delle traduzioni delle opere di al-Kindi, Avicenna e Averroé presso le prime Università3. Non è certamente un caso che quei testi che, attraverso la magia, precorrevano la chimica moderna e la mentalità razionalistica, arrivassero in Europa grazie allo studio di filosofi arabi profani. Queste opere erano considerate il prodotto della feconda penna dell’alchimista Geber.

                All’inizio del XIV secolo cominciarono a dilagare nella cristianità latina altre opere arabe di Geber 4. Gli ermetisti posteriori lo hanno, con una certa faciloneria, identificato a Jābir ibn Hayyān (721~815)5, ma con ogni probabilità dietro a quel nome si celavano uno o più moros di Spagna dediti all’alchimia da laboratorio. È comunque indicativo che nei testi arabi attribuiti a quell’alchimista persiano, laddove è presente la catena dei maestri che gli avrebbero trasmesso (silsilah, sskrt. paramparā) le conoscenze cosmologiche, si cominci con Ermes Trismegisto6, per poi, attraverso Orfeo, Pitagora e Platone, arrivare ai neo-platonici: nessun accenno, dunque, a una continuità più recente attraverso il taṣawwuf! Quello che è certo è che nell’islam l’ermetismo d’origine alessandrina non entrò in conflitto con la religione. Esso fu considerato come una filosofia, residuo di una rivelazione precedente abrogata dall’islam e, come tale, considerata come isra’iliyat7.

                Tuttavia era una forma di espressione e un deposito di simboli e nozioni cosmologiche, che poteva essere assunto in ambito esoterico, come anche in quello essoterico, per esprimere certe verità rivelate dal Corano o certe deduzioni tratte dalla natura. In questo modo ‘Ali Ibn Abī Tālib, Ja’far aṣ-Ṣādiq, Dhul Nūn al-Miṣrī, lo stesso Muhiddin Ibn ‘Arabi e altri ben noti sufi, poterono esprimersi talora in forma ermetica, ma la loro trasmissione iniziatica rimase sempre quella regolare muḥammadica. E, parallelamente, i filosofi e gli alchimisti islamici privi della ba’yat (sskrt. dīkṣā) sufica, continuarono a essere dei profani: i primi, ermetisti teorici, soffiatori alla ricerca di fabbricare l’oro, i secondi8. Gli esoteristi occidentali dovrebbero a questo punto interrogarsi sui seguenti quesiti: avrebbero potuto gli ermetisti cristiani aver ricevuto l’iniziazione sufica con relativa trasmissione del simbolismo e linguaggio ermetico senza convertirsi all’islam? Oppure avrebbero potuto ricevere la dottrina ermetica e il corrispondente metodo alchemico da ermetisti teorici o da soffiatori musulmani? O avrebbero ricevuto una improbabile trasmissione sufico-ermetica per mezzo della sola lettura dei libri di alchimia araba? Le tre domande possono ricevere soltanto un’unica risposta negativa, perché una iniziazione ermetica autonoma in tutta evidenza era inesistente.

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                Nel 1438 Giorgio Gemisto Pletone (1355~1450)9, assieme al suo seguace, il cardinale Bessarione (1403-1472), accompagnò il basileus Giovanni VIII per partecipare al Concilio di Ferrara e Firenze nel tentativo di riunire le chiese cattolica e ortodossa. A Firenze, Pletone affascinò Cosimo il Vecchio de’ Medici con la sua idea di ripristinare il pensiero ellenistico. Fu questa suggestione che spinse Cosimo a fondare in seguito l’Accademia Neo-platonica medicea10, primo nucleo dell’umanesimo. Con umanesimo s’intende un movimento culturale che, ispirandosi agli scritti e alle opere d’arte classiche ed ellenistiche, ne imitava gli stili nel desiderio di riproporre tale civiltà a modello di una nuova visione del mondo. Questa tendenza, non avendo alcuna continuità tradizionale, consisté in una riproduzione e rivisitazione delle forme esteriori dell’antichità, in un senso puramente estetico. Il contenuto di questa ripresa di forme antiche, invece, non poteva essere che lo specchio di una mentalità completamente antitradizionale: in luogo della centralità della Divinità e dell’uomo quale sua immagine, caratteristica della tradizione medievale, era posto il mondo considerato in un’ottica naturalistica e, ben presto, meccanicistica. Questo piano si manifestò in modo palese con lo sviluppo rinascimentale dell’umanesimo che intese sostituire la religione con la scienza e la magia, e l’ordine imperiale con l’invasione dell’intero mondo da parte di mercanti armati e di strozzini. Così ebbe origine il mondo moderno11.

                Con la conquista di Bisanzio da parte degli ottomani nel 1453, monaci ortodossi in fuga portarono con sé nella penisola balcanica parti dei ricchi archivi dei loro monasteri e delle biblioteche imperiali. I cristiani d’occidente, più che preoccuparsi delle tristi sorti dei greci, cercarono di salvare quei tesori di sapienza antica. Cosimo il Vecchio inviò alcuni messi nei Balcani per cercare di acquistare manoscritti antichi a buon prezzo dai profughi bizantini. Per prime arrivarono alcune opere di Platone, che Marsilio Ficino (1433-1499) fu incaricato di tradurre in latino. Nel 1460 il frate francescano Leonardo da Pistoia ritornò dalla sua missione in Macedonia e consegnò a Cosimo de’ Medici il manoscritto del Corpus Hermeticum12, fino ad allora sconosciuto in Occidente. Il magnate fiorentino, sempre attratto dalle scienze occulte13, interruppe le traduzioni di Marsilio ordinandogli di dare la priorità alla traduzione dei testi ermetici. Ficino tradusse d’un fiato la raccolta che pubblicò sotto il nome di Pimander14. Da quel momento egli fu un entusiasta sostenitore della filosofia ermetica, influenzando con la sua passione l’intero circolo dall’Accademia. Nella sua traduzione si avvalse anche dell’Asclepius; tuttavia questo libro, sempre attribuito a Ermes, era decisamente più simile a un grimorio, la cui magia confinava con la negromanzia e l’evocazione di demoni.

                Fino a quel momento la magia, ermetica o meno, era tenuta fuori dell’ambito della religione, se non addirittura combattuta come arte diabolica. Fu impegno di Ficino quello di far accettare come cattolica la magia ermetica15. Accuratamente evitò di affrontare la netta condanna proferita a suo tempo da Sant’Agostino contro l’ermetismo, preferendo citare Lattanzio e Clemente d’Alessandria16. Ricordiamo che Lattanzio interpretava il termine ‘figlio di Dio’, preannunciato da Pimandro, come una profezia della venuta del Cristo; in realtà, a più accurata lettura, appare chiaro che con ‘figlio di Dio’ il Corpus Hermeticum intendesse indicare il Demiurgo di gnostica concezione. Marsilio protestò sempre la sua fedeltà al cattolicesimo imperante, temendo che la magia di cui si era fatto propagatore fosse condannata dalla chiesa come stregoneria. In vari modi egli argomentò per distinguere la magia ‘bianca’ da quella ‘nera’, quella attivata dall’intervento degli angeli da quella ispirata dai diavoli. In questo modo, Ermes Trismegisto e i suoi immediati successori, pur essendo prisci magi (antichi maghi) erano nel contempo prisci theologi (antichi conoscitori di Dio). Da un altro punto di vista affermava che la magia ermetica doveva essere considerata naturale. In altre parole voleva far passare la magia come una qualsiasi scienza naturale, perciò non contraria alla religione, ma, in qualche modo, neutra.

                Si noti che il medesimo procedimento fu usato dai rinascimentali per far accettare la scienza empirica come compatibile con la fede. Una volta riusciti a fare accettare la scienza in questi termini, puntualmente, si affermò che la scienza doveva essere considerata vera conoscenza e la fede credenza personale17. Dal punto di vista pratico, poi, il Ficino produceva amuleti sui quali evocava la discesa di influenze celesti, con procedure magiche non molto dissimili da quelle che questa categoria di intellettuali umanisti disprezzava considerandole magia di campagna18. Ma, nonostante le sue precauzioni, le sue operazioni magiche si spingevano ben oltre:

                “questo albero umano deve essere bagnato con giovanile liquido umano, per far sì che riprenda vigore. Scegli dunque una giovane donna sana, formosa, lieta, di complessione temperata, e succhiane avidamente il latte quando la luna è crescente […]. È una opinione comune e antica che certe vecchie saghe, che volgarmente sono chiamate anche streghe, succhiano il sangue degli infanti, per ringiovanire nelle forze. Perché anche i nostri vecchi, privati di ogni altro rimedio, non possono succhiare il sangue di un giovinetto? Di un giovinetto consenziente, dico, sano, lieto, di complessione temperata, che abbia sangue ottimo e forse troppo abbondante. Ne succhino dunque, come le sanguisughe, una o due once da una vena del braccio sinistro appena aperta […]”19.

                A questa pratica di vampirismo, Ficino aggiunge la magia amorosa:

                “Ma perché si chiama l’amore mago? Perché tutta la forza della magica consiste nello amore; l’opera della magica è uno certo tiramento dell’una cosa dall’altra per similitudine di natura. Le parti di questo mondo come membri d’uno animale dependendo tutte da uno Auctore, si connectono insieme per comunione di natura, e però come in noi nel cervello, polmone, cuore, fegato e gli altri membri, traggono l’uno dall’altro qualche cosa, e scambievolmente si favoreggiano, e alla passione dell’uno compatisce l’altro, così i membri di questo grande animale, cioè tutti e corpi del mondo, intra loro concatenati, accattano intra loro e prestansi loro nature. Per questa comune parentela nasce amore comune, da tale amore nasce el comune tiramento, e questa è la vera magica”20.

                Per questa ragione “alchimia spirituale” è l’eufemismo gergale ermetico per indicare la pratica della magia sexualis in voga ancora oggi presso i pretesi eredi dell’ermetismo rinascimentale21.

                Magia e scienza, occultismo misteriosofico e naturalismo, ammirazione per il paganesimo e rifiuto della tradizione cristiana medievale, attrazione per l’arcano gnostico e repulsione per la logica aristotelico-scolastica, fascino per complicati simbolismi impenetrabili e ripulsa per la tensione interiore, la preferenza per una vita godereccia e per il facile benessere e l’insofferenza per l’ascesi monastica e l’austerità feudale, amore per l’allegoria e avversione per la trattatistica logica, esotismo nei confronti di altre religioni e la presa di distanza dalla propria fede, l’interesse per la forma piuttosto che per i contenuti, l’ansia per una riforma della chiesa e di abrogazione delle antiche dottrine e rituali, tutto ciò segnò un desiderio di radicale cambiamento anche nell’ambito delle arti. Sandro Botticelli, Antonio e Piero del Pollaiolo, Leonardo da Vinci, Perugino, Luca Signorelli frequentarono l’Accademia e divennero i fondatori del nuovo stile rinascimentale. In pochi lustri una nuova mentalità dilagò dall’Italia affascinando tutta l’Europa, convogliata soprattutto dalle nuove classi emergenti di borghesi arricchiti. Questi si sentivano ormai alla pari con quelle che erano state da tempo immemorabile le classi dominanti ed erano insofferenti di essere ripartiti nelle gilde e nelle arti22. Il popolo grasso disdegnava quelle organizzazioni di mestiere23, come il figlio del contadino, diventato industriale, disprezza e si vergogna dell’umile condizione di suo padre. Sotto il manto di una perfezione estetica, di effetti illusionistici affascinanti, d’una bellezza mai vista in precedenza24, si propagò il veleno che ancora affligge l’Occidente e che, con le grandi scoperte geografiche, con le esplorazioni e le conquiste ha intossicato il mondo intero. L’Italia ha la grave responsabilità di aver dato i natali a questo squilibrio cosmico. E ancor oggi ce ne gloriamo!

                Gian Giuseppe Filippi

                1. Ispirandosi a questa versione tardo romana, nel XII secolo furono prodotti alcuni apocrifi, sempre attribuiti a Mercurius Triplex, quali il Liber XXIV Philosophorum e il Liber de VI rerum principiis, di astrologia giudiziaria, d’alchimia da souffleurs, di fabbricazione di amuleti e filtri e di altra bassa magia. I filtri d’amore, poi, riguardano la magia sexualis di cui accenniamo più sotto.[↩]
                2. Dante mette all’inferno gli alchimisti nella bolgia dei falsari, tra cui Michele Scoto “Quell’altro che ne’ fianchi è così poco, Michele Scotto fu, che veramente de le magiche frode seppe ‘l gioco” (Inferno, XX.115-117). Ruggero Bacone, oltre che alchimista, fu anche un precursore della scienza profana come s’affermò a partire dal Rinascimento.[↩]
                3. Tra quei testi il più importante fu il Picatrix, traduzione latina di un libro in arabo. Il titolo originale dell’opera era Gāyat al-hakīm (Lo scopo del saggio), scritto da Abū Maslama Muhammad ibn Ibrahim ibn ‘Abd al-Da’im al-Majrītī di Cordova (?~1007). In base a quanto riportato nei manoscritti latini, pare che l’opera sia stata tradotta dall’arabo in castigliano nel 1256 sotto il regno di Alfonso X el Sabio. Tale libro, il cui contenuto comprende magia simpatetica, astronomia giudiziaria e alchimia pratica, fu subito riconosciuto come grimorio e condannato come tale da S. Alberto Magno nel suo Speculum astronomiæ.[↩]
                4. Di questo, che è definito pseudo-Geber, si conoscono quattro libri: Summa perfectionis magisterii; Liber fornacum; De investigatione perfectionis; De inventione veritatis. Considerata la grande differenza di prospettiva fra di essi, è assai dubbioso che possano addebitarsi a uno stesso autore.[↩]
                5. Anche di questo personaggio non si sa nulla, se non tramite racconti di poco fondamento storico. È improbabile che si possano attribuire a un unico autore più di trecento trattati. La leggenda lo mette in relazione con il celebre sufi Ja’far aṣ-Ṣādiq e per questa ragione, tendenziosamente, se ne è voluto fare uno shi’ita. Questo è in particolare il punto di vista di Henry Corbin che identificava l’esoterismo islamico con la shi’a;o meglio,sosteneva che le scienze iniziatiche fossero di origine preislamica, svuotando il sufismo sunnita di ogni contenuto di sapienza originale (L’Alchimie comme art hiératique, Paris, Cahiers de l’Herne, 1986). Quest’opera, accolta con soddisfazione in ogni ambiente accademico, non spiegava la ragione per la quale debbano esistere le turuq di ambito shi’ita. Essa era però in linea con le tendenze ereticali della scuola shaykhiyya a cui Corbin si rifaceva e alla sua mentalità antitradizionale, rigidamente calvinista. È curioso notare come Corbin affermasse, analogamente a quanto aveva sostenuto Schuon per il cattolicesimo, che la shi’a è una forma religiosa ‘iniziatica’ e che tutti i suoi fedeli sono perciò ‘iniziati’.[↩]
                6. Per gli arabi ci sarebbero stati tre Ermes: Enoc (Idrīs), Noé (talvolta sostituito da un Ermes babilonese) ed Ermes l’egizio (Hirmis al-Miṣrī). In ciò consiste la sua triplicità. Ognuno di costoro rappresenterebbe una funzione: di profeta-mago, di sacerdote-filosofo e di re-legislatore. Ermetica è dunque l’origine di questa triade funzionale presso l’occultismo moderno. Ogni essere umano è in potenza un Ermes grazie alla sua triplice composizione di spiritus, anima et corpus. Su questa base gli ermetisti dell’umanesimo ritenevano che anche il mago può creare, portando a demiurgico compimento la creazione divina. Se il mago qabbalista operava in modo da creare il golem, il mago alchimista rinascimentale cercava di creare l’homunculus.[↩]
                7. Con questo termine sono indicate le sopravvivenze (lat. superstitiones) di tradizioni morte precedenti l’avvento dell’islam che, anche se prive di efficacia, possono essere usate per esprimere alcuni aspetti dottrinali della nuova religione. Per comprendere meglio, si pensi a come fu utilizzato l’aristotelismo dalla scolastica.[↩]
                8. Tra questi può essere menzionato Aḥmed al-Buni (?~1225) che, nonostante vantasse improbabili silsilat, si dedicò alle più pericolose scienze occulte. La sua concezione di un meccanismo d’interpretazione universale ricorda da vicino l’ars lulliana e le ‘lettere rotanti’ di Abulafia. Sarebbe interessante verificare se al-Buni avesse avuto contatti con ambienti qabbalistici magrebini.[↩]
                9. Considerato un filosofo neo-platonico, Pletone fu un pensatore sincretista che si ispirava alle più diverse correnti dello gnosticismo alessandrino. Concepì la visione utopica di una religione universale, promovendo quello che oggi si chiamerebbe ‘dialogo tra le religioni’. Egli faceva precedere Ermes Trismegisto da Zoroastro che, non si sa su quale base, considerava fosse stato il primo profeta della religione universale, sorta di parodia della Tradizione primordiale. Pletone attribuiva a Zoroastro gli Oracoli Caldei che erano in realtà dei falsi, prodotti in ambiente giudaico alessandrino per screditare la rivale neonata chiesa cristiana. Con questo spirito partecipò al Concilio, a dimostrazione che sono proprio l’ecumenismo e il relativismo a rispecchiare una mentalità gnostica. Per la sua equidistanza tra le religioni, per non dire la sua indifferenza verso il cristianesimo, fu riconosciuto ateo dal Patriarca di Costantinopoli e la sua opera distrutta. La sua ostilità nei confronti dell’aristotelismo diede inizio alla ribellione contro la scolastica, anticipando l’ansia rinascimentale per la riforma.[↩]
                10. Altri membri dell’Accademia furono Pico della Mirandola, Poliziano, Nicola Cusano, Leon Battista Alberti, Cristoforo Landino, Gentile de’ Becchi, Giuliano e Lorenzo de’ Medici, ossia i primi fondatori del movimento umanistico.[↩]
                11. I demoniaci predicatori contemporanei di un ‘nuovo umanesimo’ in realtà spingono al completamento dello stesso piano in direzione del ‘transumanesimo’.[↩]
                12. Questo manoscritto era mutilo dell’ultimo capitolo, il quindicesimo.[↩]
                13. Non è affatto esatto usare il termine di occultismo e occultisti solamente per definire la cerchia di cui si era circondato Papus (dott. Gérard Encausse) e i suoi continuatori. Già gli umanisti italiani del XV secolo amavano definire così le loro idee e gli ambienti che frequentavano. Il termine, comunque, appare ufficialmente per la prima volta nel titolo del libro De occulta philosophia di Agrippa (1486-1535).[↩]
                14. Per la verità Ficino chiamò così la sua traduzione latina dell’intero Corpus Hermeticum, traendone il titolo dal primo libro dedicato a Pimandro, il ‘Pastore di uomini’, come ivi è definito l’Intelletto attivo o Mente divina.[↩]
                15. I papi della cerchia medicea o appartenenti a quella stessa famiglia trattennero l’Inquisizione dall’indagare i maghi dell’umanesimo. Solamente troppo tardi ci fu una reazione, come nel caso di Giordano Bruno, quando ormai gli scopi della riforma della cristianità erano già stati raggiunti. Sarebbe molto interessante studiare a fondo le ragioni per le quali i papi de’ Medici furono sempre considerati illuminati dalla divulgazione, mentre i Borgia sono stati, e sono tutt’ora, oggetto di ogni calunnia e disprezzo.[↩]
                16. Cfr. il nostro precedente articolo n. 49. L’origine dell’ermetismo. Clemente Alessandrino, per la verità, segnalò semplicemente l’esistenza di Ermes Trimegisto, profeta pagano, senza rivolgergli lodi o infamie.[↩]
                17. Galileo fu il poco chiaro personaggio che, consapevolmente, si prestò per conseguire la pubblica accettazione dello scientismo come verità indiscutibile, come ancor oggi i moderni affermano con soddisfazione. Naturalmente con la connivenza dei Medici e di una chiesa cattolica già in stato confusionale. Considereremo più avanti questi aspetti del mondo moderno.[↩]
                18. Giovanni Pico, che era stato sfiorato dall’Inquisizione per la sua interpretazione cristiana della qabbalah, ostentava prudenza, affermando che la sua magia non poteva essere accusata d’ispirazione diabolica perché basata sulla tradizione ebraica dell’Antico Testamento. Pur in pieno accordo con il suo sodale Ficino, egli sosteneva che la magia qabbalistica doveva essere sovrapposta a quella ermetica per la sua evidente superiorità spirituale. A sua opinione l’origine egizia dell’ermetismo poteva infatti far sospettare una latente presenza in essa di influenze sethiane, come se tale presenza fosse inesistente nelle religioni semitiche! Tuttavia non poteva essere del tutto all’oscuro di una magia sessuale sotterranea nella qabbalah messianica e apocalittica, che affiorerà pubblicamente in tutta la sua spudoratezza e perversione più tardi con Šabbetay Ṣewi e Jacob Frank (Moshe Idel, Eros e Qabbalah, Milano, Adelphi, 2007, pp. 305-307).[↩]
                19. Marsilio Ficino, Sulla vita (De vita cœlitus comparanda), Alessandra Tarabochia Canavero (a cura di), Milano, Rusconi, 1995, II.11, pp. 156-157.[↩]
                20. Marsilio Ficino, El Libro dell’Amore, Sandra Niccoli (a cura di), Firenze, Olschki, 1987, pp. 144-145. Non è certamente un caso che Marsilio traducesse sempre i peccati di incontinentia con incostantia e di concupiscentia con luxuria.F. A. Yates, Giordano Bruno y la Tradición Hermética, Barcelona, Ariel, 1983, pp. 48-49.[↩]
                21. In Occidente la scoperta del tantrismo indiano della mano sinistra è stata usata come occasione per nobilitare la magia sessuale pseudo-ermetica (v. Hargrave Jennings, Indian Religions, or Results of the Mysterious Buddhism (1858); The Rosicrucians, Their Rites and Mysteries (1870); Phallism: A Description of the Worship of Lingam-Yoni (1889). A sua volta, a principale fonte riguardante l’India fu il libro del pornografo Edward Sellon, Annotations upon the Secret Writings of the Hindus, (1865)). Tuttavia la differenza è davvero notevole: anzitutto il tantrismo vāmācāra è una via iniziatica, mentre, come appare evidente da quanto abbiamo qui descritto, l’ermetismo rinascimentale è una ricostruzione libresca, priva di qualsiasi trasmissione reale. In secondo luogo le pratiche utilizzate in India non sono finalizzate al piacere, com’è dimostrato dalla tecnica di trattenimento del seme; al contrario, in Occidente, è proprio lo scatenamento incontrollato del piacere, anche nelle forme più contrarie alla natura, a garantire il risultato magico. Infine la sublimazione interiore, che si produce con la risalita dei cakra lungo la suṣumṇā producendo una rinascita interiore, è ben diversa dalla disgustosa manipolazione di fluidi corporei che i pretesi alchimisti operano al fine di dare nascita all’homunculus. Inutile aggiungere che i risultati di queste operazioni appaiono solo per via di suggestione, poiché nemmeno in questo caso c’è stata alcuna trasmissione da parte di un vero mago. Si tratta, perciò di magia cerimoniale, priva di alcun effetto reale.[↩]
                22. Fu proprio per volontà dei papi legati al partito mediceo che la costruzione di chiese non fu più affidata alle gilde di tagliapietra; si sceglieva invece il progetto d’un architetto che non apparteneva necessariamente a un’arte tradizionale. In breve le corporazioni furono trascurate come resti d’un passato che si voleva dimenticare. Ciò è provato storicamente dall’abbandono dell’orientamento delle chiese rinascimentali. Le gilde subirono la concorrenza delle botteghe dei ‘grandi artisti’, dei ‘geni universali’. Ben prima di Michelangelo, anche Brunelleschi aveva rifiutato di incorporarsi alle gilde. In questo modo il rinascimento soppiantò il gotico. Nel 1539 Francesco I re di Francia abrogò per decreto le gilde come categorie sociali. Naturalmente le corporazioni sopravvissero, grazie anche alla loro antica struttura iniziatica, ma dal punto di vista pratico dovettero ripiegare sulla costruzione di opere di minor conto, case, ponti, mulini, ossia su costruzioni considerate non ‘artistiche’, dando inizio così a una decadenza secolare.[↩]
                23. Per la precisione, le corporazioni non coincidevano del tutto con le organizzazioni iniziatiche corrispondenti, anche se le seconde fiorivano sempre all’interno delle prime. Nel caso dei costruttori, la corporazione accorpava anche operai di fatica, spesso non uomini liberi (in inglese rough masons), per i quali svolgeva una funzione ‘sindacale’ e amministrativa. La loggia o hütte iniziatica si trovava all’interno della corporazione ed era riservata agli uomini liberi (free masons), custodi e trasmettitori dei segreti del mestiere.[↩]
                24. Tuttavia, un’estetica del bello, basata su teorie così degeneri, portava fatalmente i semi dell’arte contemporanea, la più brutta, volgare, blasfema e corrotta forma di espressione mai concepita e prodotta dal pensiero umano.[↩]

                49. L’origine dell’ermetismo

                  49. L’Origine dell’Ermetismo

                  Non è certamente facile definire con esattezza cosa si sia inteso con ermetismo nel corso dei secoli; infatti a seconda delle epoche e delle aree tradizionali, questo termine ha assunto significati diversi. Come si è già fatto notare, le tradizioni che si sono avvicendate in Occidente hanno avuto tutte un carattere prevalentemente cosmologico. Prigioniere delle condizioni insuperabili di tempo e spazio, sono segnate profondamente da continui cambiamenti. Perciò, anche nel caso dell’ermetismo, non si può prescindere dalla prospettiva storica per poterne sondare i continui adattamenti1. Procederemo, dunque, ad affrontare questo argomento così sfuggente seguendo i suoi sviluppi nel corso della storia. Quel ch’è certo, nondimeno, è che ciò che si denomina in questo modo ha una indubbia origine dall’antica tradizione egizia. Questa era ancora vivente durante il regno della dinastia macedone dei Tolomei (323-30 a.C.), instaurata in terra d’Egitto alla morte di Alessandro Magno. Come si è già scritto su questo Sito2, ad Alessandria si era formato un nucleo di filosofi greci d’estrazione pitagorico-platonica che aveva studiato le dottrine egizie e le aveva commentate in numerosi testi, ellenizzandone le forme simboliche.

                  Passato l’Egitto sotto il dominio romano, Alessandria divenne un ambiente cosmopolita, nodo d’incontro tra culture e tradizioni diverse. Accanto alla gnosi teurgica ermetica, neoplatonica e cristiana, si svilupparono le forme più disparate di sincretismo, come le molteplici sette di gnosticismo cristiano, ebraico, caldaico ecc. Ciò non toglie che anche la tradizione autenticamente egizia continuasse a esistere, divisa dalle altre correnti dal fattore linguistico3. Nell’ermetismo, pur ellenizzato, le tracce della tradizione egizia rimanevano evidenti4. Con ermetismo s’intende una scienza tradizionale della salute, il cui aspetto pratico era espresso dall’arte dell’alchimia5 e dell’astrologia6. Lo scopo più immediato consisteva nella ricerca della medicina7 che avrebbe consentito di raggiungere la longevità o l’“eterna giovinezza”. Ottenuto un corpo sano ed artificialmente più longevo, l’iniziato poteva dedicarsi a pratiche più specificatamente spirituali. Per confezionare l’elisir di lunga vita era necessario trovare nella caverna, situata al proprio interno o nei cunicoli e miniere sotterranee, la pietra filosofale. La pietra aveva il triplice potere di condurre alla longevità e sanità corporea, alla trasmutazione dei metalli vili in oro e all’ottenimento della sapienza iniziatica8. Questo, in origine, rappresentava soltanto il percorso interiore da compiere in vita. Infatti al momento della morte, “[l’iniziato abbandona il] corpo materiale alle forze naturali dell’alterazione, così come la sostanza dei suoi sensi corporei e le facoltà inferiori fanno ritorno alle loro rispettive sorgenti cosmiche. L’«uomo» si lancia quindi attraverso le sfere planetarie, spogliandosi delle energie, delle passioni e degli impulsi che da esse gli erano derivate; dalla concupiscenza di Venere alla brama di ricchezze di Giove, dalla collera di Marte alle menzogne insidiose di Saturno. E così, – ormai «privo degli effetti della compagine delle sfere» e della fatalità determinata dalle configurazioni dello zodiaco celeste – egli può giungere all’ottavo cielo e proseguire ancora oltre. Può consegnarsi alle «potenze» divine e diventare, lui stesso, una dúnamis, una «potenza» specifica del mondo superiore, rinascendo definitivamente in Dio.”9 Appare in tutta evidenza che in origine l’ermetismo rappresentava una via della conoscenza del non-Supremo (sskrt. aparabrahma vidyā), con forti caratteristiche paragonabili al tantrismo śākta dell’India. Infatti la potenza iniziatica evocata nella citazione era personificata dalla dea Iside, la fanciulla (Kóre) divina. Kóre in greco indica anche la pupilla, la finestra attraverso cui l’anima percepisce gli oggetti esterni10, mentre in cielo Iside corrisponde alla Luna11. Dalla lettura dei testi ermetici elaborati nel II-III secolo d.C.12 si evince, tuttavia, che all’espressione dottrinale non corrispondevano le tecniche del metodo alchemico altrettanto elevato. Infatti il raggiungimento della conoscenza (o gnosi) della realtà al di là delle apparenze illusorie, vale a dire la vera immortalità, rimaneva poi lettera morta, non trovandosi alcun riferimento a un metodo che non fosse rituale. Perciò la vera gnósis viene abbassata al grado di immortalità relativa (sskrt. āpekṣika amṛtatva), in uno stato di associazione permanente con la luce divina13.

                  Il processo iniziatico offerto dal metodo alchemico inizia con l’opera al nero14, la morte iniziatica sotto la guida di Anubis, il dio-sciacallo della morte; segue l’opera al bianco, una purificazione rituale basata su una complessa simbologia, la cui divinità guida è Iside. Infine l’opera al rosso, in cui i rituali sono interiorizzati seguendo la conduzione di Osiride15. Le tre fasi sono rappresentate da Saturno, Luna e Sole o da piombo, argento e oro. Tuttavia tutta l’attenzione è concentrata su Iside e sul suo ridondante simbolismo cosmologico. C’è da considerare, inoltre, che anche la rubedo, che pretenderebbe essere la trasmissione dell’intera conoscenza sacerdotale egizia, è definita ‘opera’ (sskrt. karma). Il passaggio dalla tradizione egizia all’ermetismo ha dunque comportato la perdita dell’ars sacerdotalis (sskrt. brahma jñāna). Questo spiega il senso in cui si deve intendere l’ars regia alchemica. C’è un’altra considerazione ulteriore da fare per rispondere al quesito di come una via iniziatica del non-Supremo abbia potuto essere trapiantata da una tradizione, l’egizia, ad altre, siano esse la greco-romana, l’ebraica, la cristiana e, più tardi, l’islamica. Il fatto è che, nonostante il Corpus Hermeticum faccia allusione alla meditazione diretta (sskrt. aliṅga upāsanā), il metodo alchemico non supera mai il livello simbolico. Il significato dei simboli non viene mai spiegato, dando ai testi ermetici il loro caratteristico aspetto involuto, impenetrabile, artificiosamente misterioso: ermetico, appunto.

                  Dopo la prima fioritura alessandrina, l’ermetismo migrò, dunque, presso le altre tradizioni, non più come una completa via del non-Supremo, ma ridimensionandosi a essere una scienza16 e arte particolare. Solamente assumendo la forma d’una via di mestiere, una scienza particolare può trasferirsi e integrarsi in una tradizione completa: medicina, farmacopea, architettura, pittura, scultura, musica, metallurgia, carpenteria, tessitura, ceramica, sartoria ecc. non hanno bisogno della connotazione d’una determinata forma tradizionale: arti e mestieri si integrano in una tradizione per il semplice fatto che agiscono su oggetti composti dai cinque elementi17 e perciò sono condivisi da tutti indipendentemente dalle fedi professate. In questo processo di adattamento e di autolimitazione, Thoth, la divinità egizia che sovrintendeva alle scienze intermediarie e che i greci avevano riconosciuto equivalente al loro dio Ermete, fu trasformato in una figura umana. Fu denominato Ermes Trismegisto (lat. Mercurius Termaximus), tre volte grandissimo, mentre gli dei Iside e Osiride, in questa prospettiva, si mutarono nei suoi due primi discepoli umani. Secondo questa nuova versione, Ermes Trismegisto sarebbe stato un profeta egizio contemporaneo di Mosè o di lui un po’ più antico. Grazie alla sua realizzazione, era riuscito a trascendere ogni contingenza, a incontrare il Dio ‘pastore di uomini’, Poimándres, e a riceverne la conoscenza18. In questo modo, a partire dal III secolo, l’ermetismo modificò progressivamente il suo aspetto per incorporarsi ai monoteismi. Gli stessi testi, il corpus Hermeticum e l’Asclepius attribuiti a Ermes Trismegisto19, assunsero una forma che imitava la letteratura profetica della Bibbia, mascherandone l’origine sacerdotale egizia20.

                  A seguito del decreto di Teodosio (380 d.C.) che dichiarò l’illegalità dei culti pagani in tutto l’Impero Romano, l’ermetismo si adattò ulteriormente alle nuove circostanze. Tuttavia, questo adattamento non comportò solamente la limitazione della portata dottrinale sopra descritta, ma si appoggiò maggiormente alla teurgia, che la gnosi ermetica precedente aveva utilizzato per affiancare il metodo. L’ermetismo cristianizzato progressivamente perse il suo contenuto iniziatico per declinare verso la magia, con la stesura di oroscopi, la confezione di amuleti e talismani e la ricerca della fabbricazione dell’oro per procurare ricchezza. La decadenza si aggravò a causa dell’ostilità delle chiese cristiane nei confronti della magia d’origine pagana21. È in questa forma larvale che l’ermetismo fu trasmesso al medioevo.

                  Gian Giuseppe Filippi

                  1. Dall’Ordine al Caos, “5. L’approccio Storico”.[↩]
                  2. Dall’Ordine al Caos, “27. La separazione di esoterismo ed essoterismo nella Chiesa primitiva.”[↩]
                  3. L’uso dell’egizio e dei geroglifici anziché del greco. L’iniziazione egizia fu presente in tutte le principali città dell’Impero di Roma, a partire dalla stessa capitale, grazie allo spirito ecumenico della romanità. Apparentemente prese le forme misteriche note con il nome di Misteri Isiaci e Osiriaci, ma, sebbene ne fossero ammessi anche sudditi non egizi, tale iniziazione non può essere definita ancora ermetica, essendo genuinamente amministrata da sacerdoti provenienti dall’Egitto. Apuleio nelle Metamorfosi (XI) attesta che a Roma fin dall’epoca di Silla si era stabilito un collegio sacerdotale egizio.[↩]
                  4. Gli studiosi accademici dell’ermetismo, affetti dal pregiudizio classico, ne ridimensionano l’origine egizia, incapaci di concepire altre civiltà degne d’essere considerate tali, se non quella ellenica. Tuttavia sarebbe sufficiente considerare le tre fasi dell’iniziazione ermetica, l’opera al nero, al bianco e al rosso, per riconoscerne l’autentica fonte. Portiamo a esempio un’altra componente importante della dottrina ermetica, ossia la distinzione tra la ‘via secca’ e la ‘via umida’. Ben lungi da rappresentare la via iniziatica e quella mistica, esse si riferiscono a quelle che nell’induismo sono chiamate devayāna e pitṛyāṇa. Nel Libro delle due Vie, uno dei tanti testi sul post mortem dell’antichità egizia, una categoria di anime subito dopo il trapasso si dirige attraverso la calura del deserto fino a raggiungere l’immortale regno di Horus, da cui più ‘non farà ritorno’. Un’altra categoria di anime, invece, s’alza nell’aria sotto forma di vapore acqueo. Questi vapori vengono spinti dai venti verso sud, risalendo il Nilo in direzione delle sue sorgenti, fino a raggiungere i mitici monti della Luna (il Castello della Luna). Dopo aver stazionato colà nel regno di Osiride, il dio morto o Re dei morti, con il cambio del vento, condensate sotto forma di nuvole, le anime dei defunti ritornano verso l’Egitto, precipitando con le piogge torrenziali e provocando la piena del Nilo. Con l’esondazione le anime dei defunti ritornano sulla terra dove rinascono (Eadweard Khimsc (Ed. by) Il Libro Egiziano delle due vie, Tricase (LE), Youcanprint, 2014). Questa dottrina, assai simile a quella che il re Pravahaṇa insegnò ad Āruṇi (BU VI.2.2 e segg.; CHU V.3.4 e segg.), spiega anche perché l’ermetismo sia considerato un’arte regale.[↩]
                  5. Con scienza si deve intendere una dottrina (sskrt. vāda) e con arte il suo metodo (sskrt. prakriyā). Così, anche la scienza indiana della salute, l’Āyurveda è dotata, tra le diverse pratiche, di una chiamata rasa vidyā, l’alchimia indiana, spesso coadiuvato dal vedāṅga jyotiṣa, l’astrologia.[↩]
                  6. Si tratta di un metodo basato sulle potenze dei diversi corpi celesti, di cui l’astrologia giudiziaria, quella degli oroscopi, è un’applicazione del tutto secondaria ed esteriore.[↩]
                  7. Tale medicina, a partire dal medioevo, fu definita elixir, parola tratta da al-´athir, corruzione araba del bizantino ‘etere’ (αἰθήρ, leggi aithīr). Alcuni sostengono che derivi dall’altro termine arabo, d’incerta etimologia, al-iksīr, ‘essenza’.[↩]
                  8. Julius Evola, La Tradizione Ermetica, Roma, Ed. Mediterranee, 2006, pp. 61-62. Al di là delle immaginifiche descrizioni simboliche, anche la pietra filosofale in realtà doveva essere forgiata nell’antro del forno alchemico, l’atanór (arab. at-tannūr). Titus Burckhardt, Alchemie, Sinn und Weltbild. Olten, Walter Verlag, 1960, cap. XIII. Se alla lettura dei libri di Evola e di Burckhardt si aggiunge quella di Forgerons et Alchimistes di Mircea Eliade (Paris, Flammarion, 1950), si prova con mano come ci si possa perdere nei labirinti della simbologia. Trattando dello stesso argomento, i tre autori riescono soltanto a manifestare le loro inclinazioni individuali. Per Evola l’ermetismo è magia eroica; per Burckhardt è un prestito sufico, definito in modo sospetto ‘alchimia spirituale’; per Eliade è l’esperienza della transe di fabbri-sciamani![↩]
                  9. Davide Susanetti, La via degli dei, Roma, Carocci, 2017, p. 222.[↩]
                  10. La via degli dei, cit., p. 227.[↩]
                  11. Ciò corrisponde con esattezza al puruṣa nell’occhio (viśva), identificato in cielo al Sole (Virāṭ) del Māṇḍūkya Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya (I.III). Tuttavia il punto di vista ermetico differisce da quello vedāntico in un particolare importante: sostituisce il dio con la dea, il sole con la luna. Come s’è già detto, ciò ricorda da vicino lo śaktismo hindū, nella cui prospettiva l’entità attiva è la Śakti, mentre il dio Śiva appare inerte. Idea che è espressa iconograficamente dalla dea danzante sul corpo esanime del dio. Anche nella antica tradizione egizia Iside è la divinità dinamica, mentre il suo paredro, Osiride, è un dio morto. Questo è un altro particolare che rafforza l’ipotesi di una origine indiana arcaica per una corrente della tradizione egizia, di cui s’è già accennato su questo Sito (Dall’Ordine al Caos, “8. Atlantide: altre fonti (II)”).[↩]
                  12. André-Jean Festugière O.P., La Révélation d’Hermès Trismégiste, 4 voll., Paris, Les Belles Lettres, 1950-1954, I vol. pp.85-88.[↩]
                  13. La via degli dei, cit., p. 223. “… per conseguire questo secondo tipo di conoscenza che è il risultato di certe upāsanā [meditazioni], intese al raggiungimento di una identificazione (abhimāna) con una particolare divinità, è necessario che il discepolo zelante si sforzi in continuazione a contemplare quella devatā [divinità] come oggetto di meditazione (upāṣya viṣaya), impedendo l’interferenza di qualsiasi idea, pensiero, sentimento ed emozione.” Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī, La Via della Conoscenza e le altre Vie, Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019, p. 51. Questa è la descrizione della meditazione al di là del simbolo (sskrt. aliṅga upāsanā).[↩]
                  14. In lingua copta (tardo egizia), nero si diceva kem-it. Da questo termine proviene l’arabo al-kīmyā´. Kem-it, la ‘terra nera’,era anche il nome dell’Egitto faraonico.[↩]
                  15. Si noti l’inversione dei colori bianco e rosso rispetto all’ordine dei guṇa del Sāṃkhya. Quest’ultima dottrina appare dottrinalmente più corretta, poiché il nero è assenza di colore, il bianco concentrazione di tutti i colori e il rosso è un colore mediano.[↩]
                  16. Con scienza, in questo caso, si intendeva la dottrina che aveva preso la forma di una ‘filosofia naturale’, in modo da non entrare in conflitto con la teologia basata sulla rivelazione. Come si vedrà in seguito, la scissione della scienza dall’arte, vale a dire dal metodo, si tradurrà davvero in una filosofia o speculazione teorica. La filosofia ermetica surrogò l’assenza del metodo con la magia cerimoniale, prudentemente ridefinita teurgia e angelologia. Assistiamo, perciò, ai primi prodromi della scissione fede-scienza che ha minato l’intellettualità occidentale.[↩]
                  17. Meglio sarebbe dire quattro, visto che il quinto elemento per gli ermetisti si è mutato in un misterioso elixir a cui si ambisce di arrivare per via artificiale.[↩]
                  18. La via degli dei, cit., pp. 219-221.[↩]
                  19. Questi libri sono un centone di testi provenienti da fonti ed epoche diverse, armonizzati e rielaborati certamente dall’alchimista Zosimo (III-IV sec. d.C.), il più dotto rappresentante della gnosi ermetica alessandrina.[↩]
                  20. Lattanzio, infatti, a più riprese affermò che Ermes Trismegisto era un profeta pagano che aveva preannunciato la venuta di Gesù, figlio di Dio (Divinæ Institutiones, I.6; IV.6; VIII.18). Al contrario S. Agostino condanna severamente Ermes come mago ed evocatore di Dei pagani (De Civitate Dei, VIII.23-26).[↩]
                  21. Un grave colpo fu la chiusura dell’Accademia d’Atene deliberata dall’Imperatore Giustiniano nel 529. Tale misura fu motivata proprio per colpire certe risorgenze precristiane e magiche contro il cristianesimo.[↩]

                  48. La “Qabbalah cristiana”

                    La “Qabbalah cristiana”

                    Dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.) e dalla conseguente rivolta antiromana di Bar Kokhba (132-135 d.C.) l’esoterismo giudaico si era mantenuto vitale presso le comunità della Diaspora. L’influenza dello gnosticismo e del neoplatonismo1 si era esercitata soltanto presso la comunità di Alessandria d’Egitto che, in seguito all’invasione araba della metà del VII secolo, si trasferì in gran parte a Bisanzio. È altresì vero che la distruzione del centro della religione israelita e il passaggio delle consegne rituali dal sacerdozio ai dottori della legge o rabbini aveva ridotto la portata dell’esoterismo, incline a incorporare la teurgia e la scienza della fabbricazione di amuleti e talismani. Inoltre, sebbene in aspra polemica con il cristianesimo, sofferto come uno scisma con tendenze ereticali, il giudaismo non poté esentarsi da assumere alcune dottrine messianiche. Infatti, nel periodo talmudico (IV-VI sec. d.C.) l’antica concezione riguardante il messia (ebr. mašīaḥ) cambiò rispetto alle dottrine veterotestamentarie. Durante e dopo la cattività babilonese, con messia si intendeva in particolare la figura di un qualsiasi Re unto2 che, per volontà divina, avesse riscattato e liberato dalla servitù il popolo d’Israele, vincendo e soggiogando tutte le altre nazioni. Nell’era volgare, invece, il termine messia assunse una nuova accezione apocalittica ed escatologica. Il messia sarebbe disceso dall’alto dei cieli per distruggere i nemici del giudaismo, e per concludere la storia dell’attuale umanità, instaurando il regno di Yehovah in un nuovo ciclo di pace e giustizia3. Queste credenze si diffusero nel giudaismo rabbinico popolare fino a tutto il primo medioevo, senza essere recepite sensibilmente dall’esoterismo.

                    Al contrario, nella qabbalah teurgica medievale con messia s’intendeva il raggiungimento di un elevato grado spirituale corrispondente alla conoscenza dell’angelo della faccia, Meṭaṭron, il demiurgo che convogliava sulla creazione i dettami di Dio. Tuttavia, l’ottenimento di quel livello di sapienza iniziatica non si estendeva al di fuori dell’esperienza interiore e personale. Chi aveva realizzato il grado di messia era dunque svincolato da qualsiasi funzione esteriore regale, sacerdotale o profetica, attivata nell’ambiente essoterico al fine di affermare la sovranità del giudaismo sul mondo.

                    Sul finire del medioevo, dalla qabbalah4 si separò una nuova corrente, apparentemente antitetica a quella iniziatico-teurgica. Avraham ben Šemu’el Abulafia (Saragozza1240- Comino 1291) fu il primo a infrangere la barriera che distingueva la concezione iniziatica da quella popolare sul messia. Fu un erudito dotato d’una personalità notevole che mutò e sconvolse i tradizionali parametri iniziatici della qabbalah. In gioventù si era recato in Palestina per prendere contatto con le dieci tribù perdute d’Israele che, si diceva, avessero fondato in Asia un possente Impero. Il suo scopo era quello di richiedere il loro intervento armato per liberare gli ebrei d’Europa, vendicarli della loro marginalità, punire severamente i cristiani e assoggettarli all’Impero mondiale giudaico. Abulafia dovette recedere dalla sua ‘missione’ davanti al dilagare delle orde mongole in tutto il Vicino Oriente5. Questo episodio dimostra l’interesse per le applicazioni secolari o addirittura politiche della sua concezione messianica. Egli, per la prima volta nella storia, sostenne che chi avesse raggiunto, con la pratica iniziatica, il grado spirituale di messia avrebbe dovuto anche dichiararsi pubblicamente tale e assumere la guida delle comunità ebraiche per la loro liberazione. Naturalmente, egli si dichiarò messia6 e partì per una misteriosa quanto sconsiderata missione a Roma per farsi riconoscere dal papa7. Questo interesse per l’assimilazione dei cristiani fu una costante nell’azione mondana di Abulafia. Non desiderava convertirli, ma assimilarli al giudaismo come gli antichi ger tošab8, facendosi riconoscere il messia della seconda venuta. Si tratta della prima comparsa tardo medievale d’un progetto d’innesto giudaico sul cristianesimo. Ammiratore della filosofia antiqabbalista di Maimonide, Abulafia cercò in tutti i modi di accordare il pensiero di quest’ultimo con gli insegnamenti tradizionali. Per riuscirci inserì nella qabbalah una componente mistica e visionaria fino ad allora sconosciuta9. Egli alterò anche il metodo (sskrt. prakriyā), adottando una nuova pratica di visualizzazione delle lettere ebraiche che avrebbe ricevuto per rivelazione diretta10. Dal punto di vista dottrinale, egli assunse il punto di vista di Maimonide, per cui l’intelletto possibile (sskrt. buddhi) sarebbe di natura sopraindividuale e, come tale, avrebbe la possibilità di identificarsi all’Intelletto attivo (sskrt. mahan ātman) della medesima natura11. Abulafia non attribuì grande importanza all’uso della teurgia e magia, come avevano fatto i qabbalisti precedenti. Tuttavia, sostenne che, tramite l’esperienza della mistica estatica, l’essere umano poteva godere delle qualità divine, compresa quella di creatore12.

                    Le caratteristiche di questa riforma mistica della qabbalah daranno inizio al messianismo visionario giudaico i cui sviluppi si dimostreranno sempre più inquietanti. Rifacendosi a dati d’origine antica, il messianismo apocalittico produsse due figure: quella del profeta che annuncia la venuta del messia e il messia stesso. Tra i profeti si possono annoverare Avraham Eli’ezer ha-Lewi (1460-1529), Dawid Re‘uveni (1490~1541) e Natan di Gaza; e tra gli autoproclamati messia Šelomoh Molko, Šabbetay Ṣewi (1626-1676) e Jacob Frank (1726-1791).

                    * * *

                    Nello stesso periodo di Abulafia si distingueva per l’originalità dei suoi scritti Raimondo Lullo (1232-1315). Barone maiorchino e scudiero di re Giacomo II delle Baleari13, a quarant’anni ebbe varie visioni di Cristo che lo decisero a dedicarsi alla conversione di giudei e mori. A tal fine intraprese numerosi viaggi sulle due sponde del Mediterraneo. Pur avendo frequentato a Rodi, grazie ai suoi natali, i cavalieri del Tempio, finì per diventare un ammiratore di Filippo il Bello di Francia e a partecipare attivamente nel 1311 al concilio di Vienne14. Vicino allo spirito della cavalleria, ma disposto a contrastarla in favore dei sovrani assoluti, fu sempre alleato dei francescani nell’azione di propaganda missionaria, senza però mai assumere nemmeno il terz’ordine. Lullo studiò teologia a Parigi e raccolse una imponente biblioteca di manoscritti religiosi e classici. Volle anche informarsi sull’islam, studiando l’arabo, e sul giudaismo, frequentando ambienti qabbalisti, numerosi a Palma de Maiorca15. Oltre al comune monoteismo, egli notò che le tre religioni semitiche riconoscevano che il mondo grossolano era composto da quattro elementi e che questi determinavano quattro condizioni dell’esistenza corporea: freddo, caldo, umido e secco16. I quattro elementi estendevano il loro dominio in senso ascensionale fino alle sfere planetarie e alle stelle fisse, condizionando con le loro ricadute anche la vita sulla terra17. A scopo missionario, decise, dunque, di accantonare le discussioni teologiche ch’erano motivo di disaccordo e di partire dai dati fisici condivisi da cristiani, giudei e musulmani18. Su quella base fondò un sistema che oggi si chiamerebbe ‘interreligioso’, che egli definì ‘arte’19, capace di interpretare i destini degli uomini per intervenire a modificarli. A questo fine, evidentemente influenzato dalla ‘via dei nomi’ di Abulafia, usando le lettere dell’alfabeto latino in luogo di quelle ebraiche, Lullo concepì un meccanismo mentale in grado di spiegare tutte le realtà, teologia, logica, scienze e arti20. È inutile far notare che aver trovato terreno comune tra religioni esteriori, diverse e ostili tra loro, nella materialità degli elementi grossolani rappresenta la prima comparsa di quella mentalità scientista che si manifesterà scopertamente nel periodo rinascimentale per diventare, successivamente, dominante21. Il metodo scientifico, infatti, non differisce dall’empirismo della magia pratica22, come è provato dal fatto che gli scienziati furono anche maghi almeno fino all’inizio del XIX secolo23. Al tempo stesso trovare un terreno d’intesa grossolano per superare le differenze dottrinali tra religioni diverse cominciò a minare dalle fondamenta la concezione secondo cui civiltà e tradizione si identificavano. Le teorie di Lullo misero per la prima volta in conflitto scienza e fede, profanità e sacralità, analisi24 e sintesi, parteggiando evidentemente in favore delle prime a discapito delle seconde. Anche la sua fervente religiosità, affine a quella degli ordini pauperistici, in realtà nasconde una presa di distanza dal corpo ecclesiale25.

                    Il lullismo ebbe subito un grande successo in tutta la cristianità latina, accolto come una filosofia alternativa alla teologia scolastica. Nel corso del XIV secolo anche i seguaci di alchimia e magia si richiamarono ai suoi scritti e fiorirono opere fatte circolare come sue. Nel secolo successivo, il cardinale Nicolò da Cusa (1401-1464), uno dei primi umanisti26, trasmise al Rinascimento la tendenza magico-scientista delle teorie lulliane dal cuore stesso della Chiesa cattolica27. In armonia con Lullo, sperava di unire cristianesimo, giudaismo e islam dimostrando la verità logica della Trinità28.

                    Bisognava però attendere la presa di potere a Firenze da parte della famiglia de’ Medici29 per arrivare al rinascimento. A seguito della caduta di Costantinopoli (1453) e della perdita di quella fonte di sapienza, nel 1462 Cosimo I incaricò Marsilio Ficino di fondare l’Accademia Neoplatonica per il recupero di qualsiasi documento culturale proveniente dal collassato Impero d’Oriente. Di Marsilio Ficino ci occuperemo prossimamente. Quello che in questo contesto ci interessa è la figura e l’opera del suo più stretto collaboratore, Giovanni Pico marchese della Mirandola (1463-1494)30. Nell’Accademia costui rappresentò la corrente che si rifaceva più direttamente al pensiero di Raimondo Lullo. A differenza del pensatore maiorchino, Pico studiò l’ebraico riuscendo a dominare quella lingua31. Si era convinto che il nome di Gesù, in ebraico Yehošu’a, interpretato secondo i valori e i significati delle lettere ebraiche, significasse messia. Inoltre egli interpretava tale nome come il tetragramma, l’impronunciabile nome di Dio, nel cui centro era inserita una lettera šin, che aggiungeva l’idea di azione a quella di essere. Questa sua interpretazione lo spingeva nel tentativo di convertire gli israeliti al cattolicesimo e, allo stesso tempo, di convincere la chiesa della sacralità della lingua ebraica e del misticismo di origine qabbalista. L’iniziativa non raggiunse lo scopo di convertire il popolo ebraico, ma sortì due risultati: la nascita del sincretismo denominato Qabbalah cristiana e il disegno di una riforma del cattolicesimo in chiave veterotestamentaria32. La filosofia pichiana si rifà al metodo interpretativo delle lettere alfabetiche rotanti fondato da Abulafia e tramandato da Lullo. Pico applicò tale metodo all’ astrologia di origine neoplatonica, a cui aggiunse la cosmografia delle dieci sefirot. Dal punto di vista operativo tutto si traduceva nell’evocazione di angeli o magia qabbalistica, che egli distingueva dalla magia pratica. Con quest’ultima, a suo parere, si rischiava di manipolare influenze demoniche33.

                    “E un aspetto di questa vicenda che non sembra essere stato sufficientemente posto in risalto è il fatto che, tramite l’introduzione della Kabbalah cristiana da parte di Pico, un movimento ebraico moderno e contemporaneo investì l’evolversi della mentalità e della spiritualità europea. Questo rappresentò sicuramente una novità, un significativo emergere dal medioevo.”34

                    Appare dunque evidente che tra la fine del medioevo e l’inizio del rinascimento, si riparò alla mancanza di un autentico esoterismo cristiano sostituendolo artificiosamente con la magia o spontaneamente con il misticismo. L’unica sopravvivenza esoterica fu indiscutibilmente quella delle iniziazioni di mestiere che, però, rimanevano escluse dagli ambienti mistici e magico-scientifici della nuova borghesia. Fu proprio il rinascimento a sconsacrare l’arte e a sottrarla alle corporazioni, per affidarla agli estri di individui ritenuti superiori e “geniali”35. Anche la chiesa, avendo assorbita la mentalità rinascimentale, rinunciò ad affidare alle gilde la costruzione dei luoghi di culto e della scultura e della pittura di icone, determinando una frattura che in seguito sarebbe diventata insanabile.

                    Gian Giuseppe Filippi

                    1. Questa tendenza rimase in qualche modo indelebile nei secoli sia presso l’esoterismo giudaico della penisola iberica (per es.: Ibn Gabirol, 1020~1070) sia presso quello aškenazita di area tedesca (per es.: Efrayyim ben Šimšon, XIII sec.).[↩]
                    2. Ciò non toglie che messia fosse anche la designazione con cui si definiva il Grande sacerdote unto del Tempio.[↩]
                    3. Si riconosce in questa interpretazione l’influenza apocalittica del “regno millenario della seconda venuta di Cristo” che si deve instaurare alla fine dei tempi; ma anche di altre concezioni cicliche più orientali, soprattutto d’origine persiana, che circolavano negli ambienti gnostici dell’epoca ellenistica.[↩]
                    4. Qabbalah significa semplicemente tradizione e, nel caso specifico, trasmissione iniziatica. È convenzione accademica far risalire questa denominazione al periodo in cui si produsse questa scissione, quasi come se in precedenza l’esoterismo giudaico non fosse qabbalistico.[↩]
                    5. Marco Giardini, Figure del regno nascosto, Firenze, S. Olschki, 2016. L’autore suggerisce una interpretazione simbolica e tutta spirituale del viaggio di Abulafia verso il mitico fiume Sambatyon, al di là del quale si sarebbe esteso l’Impero spirituale delle dieci tribù perdute d’Israele, come pure del suo colloquio con il papa. In tal caso, però, si dovrebbe ammettere il fallimento di entrambi i tentativi. Seguendo una attitudine oggi assai diffusa, questo libro, altresì di grande interesse e ricco di informazioni, è sbilanciato nel denunciare costantemente l’antigiudaismo cristiano e a giustificare sempre l’anticristianesimo giudaico.[↩]
                    6. Šelomoh Avraham ibn Adret, somma autorità giudaica di Spagna e cabalista tradizionale, confutò con asprezza l’autoproclamazione a messia di Abulafia. Moshe Idel, Mistici Messianici, Milano, Adelphi, 2004, pp. 89-90.[↩]
                    7. Il colloquio non avvenne mai: Abulafia, arrivato a Roma, fu subito incarcerato. Fu rilasciato dopo poche settimane, essendo nel frattempo morto il papa Nicolò III. Egli stesso diffuse la voce che il papa era morto per le sue operazioni magiche. Si rifugiò in Sicilia e poi a Comino (Malta) da dove fece sparire le sue tracce. Più avanti, anche il falso Messia Šelomoh Molko (1500-1532) e il profeta del falso messia Šabbetay Ṣewi, Natan di Gaza (1643-1680) compirono a Roma cerimonie magiche di maledizione contro la sede pontificia. Moshe Idel, cit., p. 195; p. 267.[↩]
                    8. Cfr. AAVV, Ab Ordine Chaos,Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019, p.230”; https://vedavyasamandala.com/en/22-le-origini-del-cristianesimo/.[↩]
                    9. Il misticismo è un fenomeno che si manifesta nell’ambito delle religioni monoteiste a seguito del declino e scomparsa dell’iniziazione. Questa tendenza è sorta nel cattolicesimo con gli ordini pauperistici e ha preceduto la deviazione mistica impressa alla Qabbalah da Abulafia. Nell’islam il misticismo si è manifestato soprattutto in ambito shi’ita.[↩]
                    10. La qabbalah tradizionale utilizzava come metodo la ‘via delle dieci sefirot’ che consisteva nell’invocazione di dieci nomi divini in sostituzione del nome supremo, la cui pronunzia era andata perduta. Le sefirot corrispondevano alle virtù delle dieci sfere cosmiche e a quelle corrispondenti nell’essere umano. Abulafia inventò una nuova ‘via dei nomi’, con l’uso d’un meccanismo rotante, utile per formare indefinite combinazioni tra le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico. Ogni combinazione formava uno degli innumerevoli nomi divini, corrispondente a un angelo che così poteva essere evocato. Gershom Scholem, Major trends in Jewish mysticism, New York, Knopf Doubleday Publ. Gr., 2011 (I Ed. Jerusalem, 1941), pp. 202-203; 122-124.[↩]
                    11. Tale teoria, che riprenderemo in successivi articoli, trovò molti seguaci durante il rinascimento.[↩]
                    12. È noto che nell’induismo questa possibilità è esplicitamente negata persino per le ‘anime liberate’ (G. G. Filippi, Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019, p. 109; 131-132). Da ciò di deduce facilmente che, presso vie iniziatiche deviate o degenerate, sotto il nome ‘teurgia’ si nasconde sempre una volgare magia. Infatti, nella Qabbalah deviata l’ottenimento di questa ‘qualità divina’ fu messa in pratica con l’operazione magica della “creazione” del golem, un essere umano animato artificialmente. Abulafia non usò mai il termine golem; tuttavia descrisse una cerimonia per “creare una creatura” (livro’ beri’ ah; M. Idel, Il golem, Torino, Einaudi, 2006, pp. 116-126). Alla luce di queste considerazioni, è davvero sospetta l’attuale ossessiva ricerca della ‘coscienza artificiale’ al fine di attivare l’’intelligenza’ delle apparecchiature informatiche in modo da renderle autonome.[↩]
                    13. È penoso constatare che, sull’onda dei micro nazionalismi oggi di moda, anche gli storici accademici tendano a gabellare Lullo per un catalano.[↩]
                    14. Fu a seguito di questo concilio che Clemente V sciolse l’Ordine dei templari. Removere, cassare, tollere, ossia sopprimere, sono i verbi latini usati nelle bolle papali; non si trova mai il verbo ‘sospendere’, come pretende Barbara Frale nel tentativo mal riuscito di assolvere papa Clemente dai suoi crimini. Cfr. Umberto Bartocci, Una rotta templare alle origini del mondo moderno, Roma, Andromeda, 2006, pp. 200-214. Quest’ultimo libro, ineccepibile per quanto riguarda le fonti, è assai discutibile sul piano delle interpretazioni, spesso discutibili e pregiudiziali.[↩]
                    15. Non risulta però che avesse conoscenza della lingua ebraica.[↩]
                    16. Per la verità questa credenza, molto diffusa e utilizzata in chiave magica durante il medioevo, non coinvolgeva che solo due dei quattro elementi: freddo-umido, infatti, sono effetti dell’acqua e caldo-secco del fuoco. L’attribuzione all’aria del caldo-umido e alla terra del freddo-secco è del tutto irrealistica; nella tradizione hindū le loro rispettive caratteristica sono la mobilità e l’immobilità. Si noti, comunque, l’assenza del quinto elemento in questa concezione lulliana.[↩]
                    17. Si riconosce in questo il principio della magia simpatetica, che Lullo definiva astronomia per distinguerla dall’astrologia giudiziaria usata anche in epoca precedente per redigere oroscopi.[↩]
                    18. Nel suo complicato sistema di lettere alfabetiche meccanicamente combinate, Lullo inserì anche i loro corrispondenti numerici e geometrici. Fece così corrispondere al triangolo l’idea del Dio unico e Trino. Pensava in questo modo di convincere ebrei e musulmani ad accettare la trinità cristiana, principale ostacolo per una intesa comune.[↩]
                    19. Frances Amelia Yates, Raimondo Lullo e la sua arte, Rom, Antonianum, 2009.[↩]
                    20. Fu il primo a manifestare la tendenza occultistica di tradurre l’universo e il mondo sovrannaturale in un sistema meccanicistico, le cui chiavi d’interpretazione segrete potevano essere rivelate attraverso l’immaginazione d’un congegno o artificio (l’’arte lulliana’). Si trattava di usare i caratteri alfabetici e i loro significati come un meccanismo composto da cerchi concentrici rotanti a formare illimitate combinazioni, a guisa delle serrature di cassaforte. Non ultimo, in ambiente degli occultisti moderni, ricordiamo l’utopico e inutilizzabile congegno denominato ‘archeometro’, architettato da Alexandre Saint-Yves d’Alveidre. Cfr. A. Saint-Yves d’Alveidre, L’Archéomètre. Clef de toutes les Religions & de toutes les sciences de l’antiquité, Paris, La Tour du Dragon, 1910.[↩]
                    21. Frances A. Yates, L’arte della memoria, Torino, Einaudi (I ed. London 1966), 1972, pp. 160-182.[↩]
                    22. Lynn Thorndike, History of Magic and Experimental Science, New York and London, Columbia University Press, 1923-1958, (8 vols) II vol., p. 865.[↩]
                    23. Si pensi, per esempio a Isaac Newton, Carl Linneo e Franz Mesmer.[↩]
                    24. Per comprendere il significato di concetti astratti, l’ars lulliana usava la scomposizione delle lettere alfabetiche delle parole che li esprimevano, traducendo poi le lettere in numeri da interpretare per mezzo del metodo della rotazione di combinazioni. Sebbene sotto una forma fantasiosa, si può notare la tendenza analitica e puramente quantitativa che caratterizza la scienza moderna e contemporanea.[↩]
                    25. Alcuni studiosi accademici e perfino certi esoteristi hanno visto in Lullo una influenza delle dottrine di Gioacchino da Fiore, il monaco cistercense “di spirito profetico dotato” (Divina Commedia, Paradiso, XII. 141). In realtà Gioacchino descrisse l’avvento del regno dello Spirito Santo in pieno accordo con gli Evangeli. Furono i suoi ammiratori francescani, i cosiddetti ‘spirituali’, a trasformare tali dottrine in un messianismo millennarista ereticale. Gioacchino volle intitolare “Fiore” il cenobio che aveva fondato, in linea con la sua ispirazione trovadorica.[↩]
                    26. Nel suo De docta ignorantia, il Cusano affermava che l’universo era privo di centro, superando in modernità perfino i sostenitori del sistema eliocentrico. Per la prima volta la descrizione del creato contraddiceva l’esperienza sensoria e deduttiva, affidandola a calcoli della quantità numerica astratta. Nello stesso libro egli preconizzava un governo mondiale ‘monoteista’ guidato dal papa.[↩]
                    27. A questo ambiente proto umanistico appartenne anche il camaleontico Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), poi papa Pio II. Filoimperiale e contrario al primato papale fino a quando non diventò papa, Pio II accolse il lullismo, gli insegnamenti del Cusano e la consulenza di eruditi ebrei, dando impulso all’astronomia e alla cartografia. Indubbiamente questi studi si concretarono nelle grandi scoperte geografiche del periodo successivo. A ulteriore riprova della greve presenza di questa corrente occultista neoplatonica ed ebaraizzante nel seno stesso della gerarchia ecclesiastica, citeremo il qabbalista cristiano cardinale Egidio da Viterbo, per importanza secondo soltanto al signore della Mirandola. Egidio da Viterbo (1469-1532), Scechina e Libellus de Litteris Hebraicis, (a cura di François Secret), Roma, Centro Internazionale di studi umanistici, 1959, pp. 9-20.[↩]
                    28. Dal XIII al XVI secolo circolava negli ambienti preumanistici e rinascimentali la leggenda dei “Tre impostori”, Mosé, Gesù e Maometto, che influenzò notevolmente i personaggi che qui citiamo. È dunque evidente che il superamento delle divisioni tra i tre monoteismi, l’assunzione di una mentalità scientifico-meccanicista e della magia sono la migliore dimostrazione che quegli ambienti occultistici nulla avevano a che spartire con l’autentico esoterismo.[↩]
                    29. Famiglia di banchieri le cui origini sono state accuratamente occultate. Poiché il prestito a interesse era proibito dalla chiesa cattolica, durante il medioevo, la società aveva delegato questo compito ‘peccaminoso’ alla comunità israelita. Nello stesso periodo la professione medica era considerata impura per la sua contiguità con il sangue e la morte; perciò anche questa sgradita professione era lasciata ai giudei. Le famiglie non nobili, poi, spesso assumevano come cognome il mestiere esercitato dal capofamiglia. È forse questa la ragione per la quale i banchieri di tale cognome cercarono di occultare la loro ascendenza? Si consideri, inoltre, che a partire dall’inizio del XIV secolo questa ricchissima famiglia aveva iniziato a intessere alleanze matrimoniali con le principali famiglie coronate d’Europa. Umberto (Moshe David) Cassuto, Gli Ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, Firenze, Olschki1965 (I ed. 1918).[↩]
                    30. Francis A. Yates, Giordano Bruno y la tradicion hermética, Barcelona, Ed. Ariel, 1983 (I ed. London 1964),pp. 104-141.[↩]
                    31. Suo insegnante di ebraico fu Yōḥānān ben Yitshaq Alemanno, amico e confidente di Lorenzo de’ Medici. Alemanno sosteneva che l’antica sapienza iniziatica giudaica era confluita nella filosofia neoplatonica, perciò si doveva rivivificarla con la lettura della Bibbia alla luce dei classici greco-latini, soprattutto in un’ottica astrologico-teurgica. In tutta evidenza non si trattava di un qabbalista tradizionale. Pico strinse amicizia anche con due eruditi israeliti che frequentavano l’Accademia: l’averroista Elia del Medico e il convertito Flavio Mitridate. Entrambi gli fornirono numerose opere esoteriche giudaiche.[↩]
                    32. La riforma del cattolicesimo dall’interno trovò il suo principale rappresentante in Erasmo da Rotterdam (1466-1536). Il disegno di riforma aveva lo scopo principale di cancellare la scolastica, e il tomismo in particolare, considerata una forma di pensiero superata o, come si direbbe oggi, oscurantista. Come vedremo più avanti, tale riforma non si realizzò dall’interno, ma con la comparsa del protestantesimo che, di fatto, dimezzò l’estensione della cristianità medievale, mettendo la chiesa cattolica in serio pericolo. Di Johan Reuchlin, discepolo giudaizzante di Pico della Mirandola, tratteremo quando esamineremo l’origine del protestantesimo.[↩]
                    33. Sosteneva ciò per evitare di attirare l’attenzione dell’Inquisizione. Tuttavia, le apparizioni del mistico e le evocazioni del mago sono entrambe di natura dubbia e pericolosa.[↩]
                    34. Frances A. Yates, Cabbala e occultismo nell’età elisabettiana, Torino, Einaudi, 1982 (I ed. London 1979), p. 29.[↩]
                    35. Michelangelo sdegnò sempre l’idea di fare parte di una gilda di mestiere. Così ebbe origine la moderna dicotomia tra artigianato e arte.[↩]

                    47. Il collasso della tradizione nell’Europa occidentale

                      Dante anticipò a due papi ancora viventi il destino di finire all’inferno. Essi furono Bonifacio VIII1 e Clemente V2. Il primo fu il più fanatico sostenitore della supremazia temporale della Chiesa sull’Imperatore, re e principi della cristianità occidentale. Eminenza grigia durante il papato del suo predecessore, Celestino V, ebbe una importante influenza per indurre quel papa mite e schivo ad abdicare. In questo modo, con un conclave truccato, subentrò a Celestino, che era tornato a fare l’eremita. Tuttavia, timoroso di una reazione da parte dei sostenitori di Celestino V e sospettoso che il predecessore si pentisse del suo atto di rinuncia, lo fece imprigionare. Celestino morì in prigione. L’Impero era in crisi poiché il candidato Imperatore, il re di Germania Adolfo di Nassau, era stato deposto dagli stessi principi che lo avevano eletto, scatenando così una tragica guerra civile. Bonifacio, dunque, era consapevole che l’Impero non costituiva in quel mentre alcun pericolo per la sua politica; invece temeva la crescente potenza del re di Francia. A questo fine si avvicinò al re d’Inghilterra, che allora era anche duca d’Aquitania, spina nel fianco della Francia. Nonostante questa alleanza e la violenza con cui esercitò il potere sullo Stato della Chiesa3, il papa dovette venire a patti con Filippo di Francia: accettò di incoronare suo cugino Carlo d’Anjou a re di Napoli e a santificare suo nonno, Luigi IX. Usò senza scrupoli la scomunica, l’inquisizione e la canonizzazione4 come strumenti politici. Tuttavia le sue pretese di potere temporale furono frustrate proprio da quei sovrani nazionali che il papato, già da due secoli e mezzo, aveva istigato a rendersi autonomi dall’Impero. La morte lo colse in un momento in cui tutti i potenti dell’epoca, il senato e il popolo di Roma gli erano dichiaratamente avversi.

                      Il secondo papa destinato da Dante all’inferno, Clemente V, fu un protagonista della persecuzione dei templari assieme al re di Francia. Dopo la caduta di San Giovanni d’Acri (1291), gli ultimi trecento monaci-cavalieri templari d’Oriente si ritirarono a Cipro, sotto la guida del Gran Maestro Jean de Montfort5. In quell’isola i sopravvissuti si dedicarono a condurre una vita ascetica: scemata l’energia guerriera, i templari avevano ripiegato sulla vita contemplativa. Anche i cavalieri che erano rimasti in Europa per amministrare feudi, commanderie e castelli dell’Ordine, persero progressivamente l’antica tensione ascetico-militare per ritirarsi a vita religiosa. Questa attitudine indebolì anche la funzione dell’Ordine, quella di presiedere e coordinare le organizzazioni iniziatiche d’Occidente. I templari, pur vivendo frugalmente la loro vita quotidiana, avevano ricevuto in donazione dai principi dell’epoca un immenso patrimonio. Anche il loro compito di controllo sulla monetazione degli stati cristiani6, li rendeva potenti e i diversi principi sempre più spesso si rivolgevano loro per ottenere prestiti e sostegno finanziario. Filippo IV, detto il Bello, re di Francia, allo scopo di rafforzare il potere regio7, si era indebitato pesantemente con l’Ordine. Consapevole di non essere in grado di restituire i prestiti e preso dalla cupidigia per le immense ricchezze dell’Ordine del Tempio, decise di impadronirsene8. Il 13 ottobre 1307, fece arrestare con l’inganno tutti i templari del regno di Francia in una sola notte9. Essi furono accusati di inesistenti colpe di eresia10, idolatria11 e sodomia. Clemente V, papa francese eletto nel 1305 per le pressioni di Filippo il Bello12, sebbene consapevole della falsità di quella montatura processuale, sospese l’Ordine, ordinando che il patrimonio fosse devoluto al rivale Ordine degli ospedalieri. Ovviamente in Francia fu il re a impadronirsi di tutto, compreso quanto era stato assegnato agli ospedalieri13. Il processo contro i templari durò fino al 1314. Sottoposti ai più spietati supplizi, una sessantina di cavalieri confessò colpe inesistenti, spesso ritrattando a fine tortura14. La tragedia si concluse con la condanna del Gran Maestro Jacques de Molay a essere bruciato vivo. Si dice che Molay, affrontando serenamente il supplizio, predicesse l’imminente morte dei responsabili di quell’orrore. Di fatto, nel giro d’un anno morirono sia il papa sia Filippo IV15. I cavalieri in fuga si rifugiarono in Inghilterra, in Scozia16, nei regni della penisola iberica, nei principati della Germania e dell’Italia. Essi furono accolti presso ordini cavallereschi locali o corporazioni di mestiere17.

                      Negli altri stati d’Europa lo scioglimento dell’Ordine del Tempio fu eseguito secondo i dettami papali, ma in nessuna parte si procedette con arresti e processi come stava accadendo nel regno di Francia. Tuttavia i templari avevano in Francia il loro centro principale, perciò l’azione antitradizionale di Filippo il Bello aveva decapitato l’intera gerarchia magistrale. La situazione generale delle organizzazioni iniziatiche collegate o subordinate al Tempio fu di massimo allarme e di sbandamento generale. Non è un caso che lo stesso Dante fosse presente a Parigi durante il processo ai templari; il capo segreto delle vie iniziatiche cristiane e appartenente al Terz’ordine del Tempio non poteva non accorrere per raccogliere un qualche legato. Questo è l’episodio più misterioso della sua vita, tant’è che molti accademici sono propensi a dubitare di questo soggiorno18.

                      Nel frattempo altri avvenimenti si erano verificati. Nel 1308, alla morte di Alberto d’Asburgo, era diventato re di Germania e di Arles il templare Arrigo VII di Lussemburgo. Scese in Italia dopo aver ristabilito l’ordine in Germania, al fine di essere incoronato Imperatore. La spedizione militare, pur osteggiata da Filippo il Bello, da Roberto d’Anjou, re di Napoli e dai molti Comuni che si erano ribellati all’autorità imperiale dietro istigazione papale, fu in gran parte un successo. Arrigo fu incoronato re d’Italia, re dei Romani e, nel 1312, Imperatore. I Fedeli d’Amore e i templari italiani videro in quegli eventi la possibilità di una restaurazione dell’ordine tradizionale, proprio mentre a Parigi accadevano i gravi fatti sopra descritti. Dante stesso apparve quasi come l’ispiratore sapienziale di quella esaltante avventura. Il sogno s’interruppe bruscamente: nel 1313 l’Imperatore morì all’improvviso avvelenato con l’arsenico, probabilmente per mano del suo confessore francescano. Fu il crollo d’ogni speranza: templari e trovatori si dispersero. Molti di essi furono colpiti dall’inquisizione. Dante stesso, pur ospite di cavalieri di altissimo rango, si rese conto degli sfavorevoli segni dei tempi e trasformò la sua opera, la Divina Commedia, in un testamento di tutta la sapienza iniziatica occidentale per i tempi futuri. Vuole la tradizione che egli prevedesse che il significato del suo messaggio sarebbe stato compreso soltanto seicento anni dopo la sua morte. E così è stato.

                      Dopo la scomparsa di Dante in tutta evidenza nessuno gli successe nella funzione di maestro, sebbene ci fosse una generazione di Fedeli d’Amore di grande rilevanza, quali Petrarca e Boccaccio. Quest’ultimo s’impegnò in modo particolare a confondere le idee dei profani sulla Fede Santa. Mentre in Europa la peste falcidiava la popolazione, si assisté all’ultimo tentativo di raddrizzamento della tradizione. Cola di Rienzo, di cui si dice fosse figlio naturale di Arrigo VII, prese il potere della città di Roma, in piena decadenza essendo abbandonata dai papi e in preda alle ruberie di potenti famiglie rivali. Il suo tentativo fu quello di restaurare la res publica dell’antica Roma, pur mantenendo l’Urbe come capitale dell’Impero e del papato. Ma i tempi erano cambiati. Dopo i primi successi, nonostante l’appoggio sia imperiale sia papale, egli rimase ucciso dall’ira del popolaccio romano19.

                      La tradizione in Occidente s’era ormai interrotta. Da quel momento prevalse ovunque una civiltà mercantile, dedita alle peggiori perversioni dell’individualismo, della magia e del naturalismo20. Era nato il mondo moderno.

                      Petrus Simonet de Maisonneuve

                      1. Divina Commedia, Inferno, XIX.53-72.[↩]
                      2. Divina Commedia, Inferno, XIX.79-117; Paradiso, XVII.82; Paradiso, XXX.142-148.[↩]
                      3. La distruzione di Palestrina ne è un esempio. Anche Dante fu vittima dell’odio di Bonifacio: fu questo papa che richiese al Comune di Firenze di condannarlo a morte, di espropriarlo di tutti i beni, obbligando così il Poeta all’esilio dalla sua patria.[↩]
                      4. Con la canonizzazione si riconosce la santità di una persona e se ne permette la venerazione pubblica. Si vedrà, più avanti, come la canonizzazione sia stata usata quale strumento politico fino all’epoca contemporanea.[↩]
                      5. Per tutta la seconda metà del XIII secolo, l’incapacità bellica di Luigi IX, re di Francia, Edoardo I d’Inghilterra e Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, condusse a dei disastri irreparabili, con molte vittime umane. I templari si prodigarono per riparare con le armi alle folli scelte strategiche di quegli avidi sovrani, pagando un caro prezzo in numero di caduti.[↩]
                      6. Filippo il Bello aveva anche falsificato le monete d’oro e d’argento del suo Regno, contravvenendo al controllo dell’Ordine del Tempio. Paradiso, XXXIII.118-120.[↩]
                      7. Per la verità la trasformazione del regno feudale di Francia in una monarchia nazionale centralizzata e assoluta era già stata in gran parte realizzata da Luigi IX. Costui aveva messo l’amministrazione della cosa pubblica nelle mani di giuristi plebei, riducendo e limitando i privilegi feudali e accentrando nelle sue mani il potere dello stato. Devoto a una religiosità tutta gallicana, insubordinato nei confronti delle pretese di egemonia politica papale, aveva appoggiato gli ordini mendicanti (soprattutto i francescani) in opposizione alle gerarchie ecclesiastiche. Filippo il Bello ereditò e aggravò questa frizione con Roma.[↩]
                      8. Sulla cupidigia di Filippo per le ricchezze del Tempio si leggano i versi di Dante Purgatorio, XX.85-96. Sull’amorazzo illecito tra Filippo IV (il gigante) e la Chiesa (la puttana), Purgatorio, XXXII.148-160.[↩]
                      9. Questo dimostra l’efficienza raggiunta dal regime “poliziesco” del sovrano assoluto. Non risultano resistenze da parte dei templari, ingannati dalle motivazioni “fiscali” della convocazione; questo però denota anche impreparazione, ingenuità e debolezza da parte loro. La manovra antitemplare fu predisposta fin dal 1305, quando il sovrano francese aveva raccolto le vendicative calunnie di alcuni cavalieri espulsi dall’Ordine per indegnità. Alcuni emissari regi furono allora infiltrati nell’Ordine come spie. A questi si devono le prime confessioni durante l’arresto; nondimeno, ciò non risparmiò anche a questi traditori d’essere condannati. Jules Michelet, Procès des Templiers, Paris, Imprimerie Nationale, 1851, vol. I, p. 458.[↩]
                      10. Non fu provata alcuna eresia dottrinale. L’unica anomalia riscontrata fu la seguente: ogni giovedì santo i cavalieri ricevevano l’eucarestia soltanto con il vino. L’assenza del pane fu ritenuta eretica. In realtà un tale rito confermava che i templari continuavano la tradizione rituale iniziatica di bere il sangue di Cristo dalla coppa del Graal.[↩]
                      11. Durante il processo si tentò di accusare i templari di adorare un idolo chiamato Bafomet, rappresentato da una testa. Gli inquisitori sostennero che si trattava di un culto rivolto a Maometto. Ora, è noto che Saladino faceva decapitare tutti i templari che aveva occasione di catturare perché era impossibile convertirli all’Islam. Probabilmente, sotto il nome di Bafomet, inventato dagli inquisitori, essi veneravano la Veronica o la Sindone ripiegata, reliquie che erano state in possesso dell’Ordine.[↩]
                      12. Questo papa fu un vero burattino nelle mani del sovrano francese. Egli fu indotto ad abbandonare la tradizionale Sede romana, per trasferirla in Francia. Lì i papi rimasero dal 1313 al 1377 alla mercé della volontà politica dei re. La viltà di quel papa fu tale che permise le esecuzioni di massa di cavalieri che erano stati assolti religiosamente per non aver commesso alcuna colpa. I diversi studi di Barbara Frale, che vorrebbero assolvere Clemente V dalle sue responsabilità, al contrario sottolineano la viltà e la complicità del papa nell’eccidio. Con lettera circolare del 18 marzo 1311, il papa richiedeva a tutti i principi e agli inquisitori d’Europa di arrestare e sottoporre i templari alla tortura. Robert L. John, Dante Templare, Milano, Hoepli, 1991 (I ed. Dante, Wien, Springer-Verlag, 1946), p. 132.[↩]
                      13. Ciò poteva accadere perché nel 1307 nei territori imperiali di Germania e Italia regnava il caos: infatti i feudatari, ormai quasi del tutto secolarizzati, e i Comuni autoproclamatisi liberi, lottavano tra loro per sottrarre all’Impero territori, mercati e ricchezze. Alberto I d’Habsburg, dopo aver vinto e ucciso Adolfo di Nassau in battaglia, riaccese la guerra civile in Germania. Nel tentativo di farsi incoronare Imperatore, s’alleò al re di Francia e abbandonò al suo destino il “Giardino dell’Impero”, l’Italia. Per tali misfatti, Dante lo maledisse nel Purgatorio, VI.100-102.[↩]
                      14. Tra coloro che non sopravvissero alla tortura e quelli condannati al rogo morì un centinaio di cavalieri. Ma i circa duemila sopravvissuti furono condannati all’isolamento a vita. In questo modo si impedì la prosecuzione della paramparā. Georges Lizerand (Éd.), Le dossier de l’Affaire des Templiers, Paris, Soc. d’Édition «Les Belles Lettres», 1964, pp. III-XII.[↩]
                      15. Guillaume Nogaret, ministro plebeo di Filippo, ispiratore di tanto scempio, morì misteriosamente perfino prima della sentenza finale.[↩]
                      16. Furono accolti a braccia aperte dal re Robert Bruce.[↩]
                      17. Per esempio, alcuni cavalieri furono “accettati” nella gilda dei tagliapietra di Kilwinning. “Accettazione”, nel linguaggio delle gilde, consisteva nel riconoscere un iniziato a una via diversa dalla propria, cavalleresca, corporativa o, anticamente, monastica. In epoca più tarda furono “accettati” anche ermetisti e qabbalisti ritenuti, a torto o ragione, come iniziati e che furono perfino ammessi a partecipare ai rituali; e, in epoca di decadenza, furono iniziati come “accettati” semplici profani che non esercitavano alcun mestiere corporativo (Daniel Ligou (éd.), Dictionnaire de la franc-maçonnerie, Paris, PUF, 2004, pp. 7-8). Nel medioevo chi era “accettato”, se estraneo al mestiere, poteva presenziare ai riti dell’arte senza parteciparvi attivamente. Facevano eccezione il cappellano e il medico che ricevevano l’iniziazione senza però poi assumere altri gradi o uffici (ibid. p. 224; Lorenzo Frau Abrines, Diccionario Enciclopédico de la Masonería, Chihuahua, Ed. Del Valle de Mexico, 1976, vol. I, p. 265). Perciò l’accettazione di templari nella suddetta loggia non aveva fatto diventare “cavalieri” tutti gli operai della gilda, come sosteneva Ramsey (René Le Forestier, La Franc-Maçonnerie Templière et occultiste, Paris, La Table d’Émeraude, 1987, vol. I, pp. 53-56; ibid. vol. II. p. 781, n. 54). Ciò dimostra che il “Templarismo” è una sorta di collegamento ideale, ma privo di una reale trasmissione (Gastone Ventura, Templari e Templarismo, Roma, “Atanòr”, 1980). Anche Dante dovette essere accettato nella corporazione dei medici e speziali di Firenze perché, in quanto aristocratico, non avrebbe potuto partecipare alla vita politica del regime comunale borghese.[↩]
                      18. R. L. John ben argomenta questo soggiorno parigino del Poeta nel 1311 (cit. pp. 47-51). È tuttavia indicativo che Dante sia stato studente di teologia alla Sorbonne nell’anno 1294: nello stesso anno e nella medesima università era lector di teologia Meister Eckhart. Ed Eckhart era tornato come magister alla Sorbonne dal 1311 al 1313. Si vuole considerare casuale la contemporanea presenza a Parigi dei due massimi rappresentanti della sapienza iniziatica occidentale? Su Meister Eckhart è in elaborazione uno studio che sarà pubblicato su questo Sito.[↩]
                      19. Carmela Crescenti, Cola di Rienzo. Simboli e allegorie, Parma, Ed. All’insegna del Veltro, 2003. L’autrice di questo ottimo saggio rende giustizia al personaggio, spiegando chiaramente che Cola di Rienzo non intendeva fondare un Comune borghese né una tirannide personale né una repubblica italiana, come è stato scritto negli ultimi due secoli. Il libro si sbilancia però a paragonare il tentativo di restaurazione tradizionale da parte d’un Fedele d’Amore, per quanto velleitario, con l’avventura del tutto sospetta di Giovanna d’Arco.[↩]
                      20. È indicativo che al giorno d’oggi romanzi, film e giochi per ragazzi abbiano ripreso a descrivere i templari del Medioevo come la peggior accolita di criminali malvagi e corrotti della storia. La persecuzione, dunque, continua, al fine di seminare odio verso la tradizione e in difesa dei due ultimi peggiori secoli della storia dell’Occidente.[↩]