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La Luce della Realtà

23. La luce della Realtà

    Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

    23. La luce della Realtà

    Conclusione

    174. Il fondamento della Tradizione universale (sādhāraṇa dharma)1

    Quarto beneficio: con questa conoscenza si stabiliscono al di là di ogni discussione i principi del Dharma universale. Perciò si ottiene la capacità di dominare tutte le diverse concezioni del Sanātana Dharma sulla base dell’esperienza.

    Domanda: come si può rispondere alle seguenti domande?

    1. C’è Īśvara o no?
    2. Qual è la relazione del jīva con Īśvara?
    3. Come si relaziona il mondo con Īśvara?
    4. Qual è la natura essenziale di Īśvara?
    5. È con una forma o senza forma? Ha qualità o ne è privo?
    6. Qual è la funzione dei maestri del Dharma e dei libri sacri?
    7. Cosa sono i doveri del Dharma e quali sono i loro frutti?
    8. Ci sono rinascita e altri mondi? Qual è il loro posto nella nostra vita?

    Risposta:

    1. Poiché il Brahman Sat, Cit e Ānanda, che è il nostro Ātman, appare dal punto di vista empirico come Signore dei jīva e del mondo, tutte le domande su Īśvara hanno risposte coerenti. Inoltre, se questa dottrina è capita, Īśvara non è più una credenza o un concetto teorico, ma è l’onnipervadente Sé interno a tutti.
    2. È facile determinare ciò che è virtù e ciò che è vizio. La realizzazione è lo scopo finale della vita e tutte le azioni coerenti con tale fine sono buone azioni o virtù, e quelle opposte sono vizi.
    3. Queste varie azioni producono i loro frutti in accordo con la loro natura.
    4. Tutti gli atti e i loro frutti appartengono agli stati empirici in cui si pensa che agire e fruire siano reali.
    5. Un libro che insegna in base a questa verità è un libro sacro; coloro che insegnano e vivono in accordo con esso sono maestri del Dharma.

    Queste sono alcune domande sul Dharma a cui non si possono dare risposte esaustive se non per mezzo delle spiegazioni universali2 del Vedānta.

    175. Un fondamento sicuro per il comportamento e l’etica

    Quinto beneficio.

    Domanda: ci sono alcune domande riguardanti il comportamento e l’etica che richiedono una risposta. Cosa sono il dharma e l’adharma? Qual è il retto comportamento per gli esseri umani? Qual è lo scopo dell’armonia sociale? Qual è l’utilità della divisione della società in caste (vārṇa) e in stadi della vita (āśrama)?

    Risposta: ciò che conduce alla conoscenza della Realtà è virtù (satkarma) che necessita di una volontà nata da un armonioso funzionamento dei tre strumenti, corpo, parola e mente. Tale armonioso funzionamento è chiamato rettitudine o, in altre parole, moralità (nīti). Dobbiamo prendere la verità generale come principio fondamentale per poter rispondere a queste domande. Tutti i testi di comportamento ci insegnano a controllare il nostro egoismo o senso di autostima, unico nemico della morale. L’ego è la cosa più cara all’uomo, per cui sorge la domanda: perché questo ego dovrebbe essere soppresso? Nessuna scienza morale, nata dall’intelletto umano, ha finora potuto darne una convincente risposta. Tuttavia, possiamo trovare un eccellente ragionamento se ci si basa sul Vedānta: sebbene l’ego sia quanto di più caro abbiamo, questo io individuale non è il nostro Io reale o il vero Sé, perché il nostro Sé reale è l’Ātman. Ciò che comunemente si conosce come sé o ego nella vita empirica è solo un’apparenza di Esistenza, Coscienza e Felicità. Se questo io apparente viene a cadere, si manifesta il vero Sé soggiacente. Questo è lo scopo finale dell’intera vita. Per questo dovremmo seguire la morale basata sul Vedānta che ci conduce a tale fine.

    176. Alto valore degli Śāstra

    Sesto beneficio.

    Per il Vedānta tutti gli Śāstra, pur essendo empirici, hanno un alto valore. La varietà del mondo è solo la magnificenza di Īśvara. Poiché non c’è altro mondo se non Īśvara, esso è la sua gloria. Quindi, quando si elogia un particolare del mondo si loda la grandezza di Parameśvara. In questo senso, tutti gli Śāstra empirici sono parte degli Śāstra spirituali (ādhyātmika). Similmente, la mente, che è uno strumento per conoscere il mondo esterno, è anche lo specchio della natura di Sat, Cit e Ānanda, perché noi capiamo la Realtà attraverso le nozioni riflesse ed esperienze dell’esistenza, conoscenza e felicità pensate dalla mente. L’uomo appare come un demone o un dio solo a causa dello stato della sua mente. Quindi la psicologia che tratta della natura della mente, costituisce una parte considerevole della conoscenza spirituale. L’indagine sulla mente e sugli oggetti esterni da conoscere è un punto di partenza per la comprensione dell’Ātman. Nessun ramo della conoscenza può essere considerato non spirituale. Se capiamo la vastità delle scienze del mondo, le loro limitazioni, il fatto che la Realtà è la tela su cui le si dipinge, avremo una chiara indicazione di come svilupparle e usarle per il bene dell’umanità.

    177. Una guida per il sistema educativo

    Poiché l’istruzione ha come scopo il miglioramento dell’umanità, il Vedānta può offrire un buon suggerimento all’educazione della gioventù. Ci sono stati differenti metodi educativi nei diversi periodi storici. Ora è sorto un conflitto tra questi ed è diventato difficile sceglierne uno. Se lo scopo della vita è scoprire la Realtà, allora diventa chiaro che il sistema educativo dovrebbe coltivare nei giovani la moralità e le virtù.

    C. Ultime considerazioni

    178. La Suprema Realtà è conosciuta solo per mezzo dei tre stati

    Finora abbiamo spiegato come la dottrina di Sat, Cit e Ānanda sia l’unica Realtà che emerge dall’imparziale indagine sull’esperienza dei tre stati. Śaṃkara afferma che i tre stati sono le nostre uniche porte per conoscere la Realtà. Sebbene sia vista attraverso di esse, la Realtà resta la stessa. Se la Realtà fosse qualcosa completamente differente dagli stati, sarebbe impossibile per noi conoscerla, perché non abbiamo altra esperienza se non quei tre. Se la Realtà fosse oltre i tre stati e da essa lontana, il Vedānta Śāstra sarebbe una perdita di tempo e la Realtà non ci sarebbe affatto (MUŚBh VII).

    La Realtà, infatti, appare come i tre stati. Nella Realtà appare il sonno, in cui non la si conosce, e l’errore della veglia e del sogno. Perciò, se sonno, sogno e veglia sono negati con la corretta conoscenza, la Realtà brilla in quanto esiste.

    179. Il Supremo deve essere solo intuito

    Se seguiremo l’indagine indicata in questo libro, potremo chiamare Sat, Cit e Ānanda la natura della Realtà, in quanto è l’essenza di tutta l’Esistenza, di tutta la Conoscenza e di tutta la Felicità che abbiamo in vita. Tuttavia, se osserviamo con attenzione, è sbagliato chiamarla essenza di Esistenza, ecc., perché Esistenza, Conoscenza e Beatitudine sono solo il nome che abbiamo dato a certe cose dal nostro punto di vista di veglia. Alla domanda ‘Qual è la Realtà nella sua natura?’, riferirsi ai nomi dati dal punto di vista della veglia non fornisce la risposta esatta. Esistenza, Conoscenza e Beatitudine sono i nomi dati a vari oggetti nella veglia, dipendenti da vari fattori e che suggeriscono l’uso di questi nomi. Tuttavia la Realtà non possiede nessuno di questi fattori: sostanza, qualità, azione, relazione, generalità e specificità, assenza, conoscitore, conosciuto, agente dell’azione, l’azione stessa o il frutto dell’azione. Quindi, come potrebbe essere esatto riferirsi ad essa con qualche nome? Tutte le parole sono solo nomi od oggetti della veglia. Comunque, la Realtà non è nello stato di veglia, ma, invece, è proprio lo stato che appare nella Realtà. Gli oggetti che appaiono nello stato di veglia e i loro nomi sono solo la falsa apparenza su di essa. Ciò che, invero, è differente sia dal nome sia da ciò che è denotato dal nome è la vera Realtà, che è compresa annullando entrambe in una sola volta (MUŚBh II); quindi la distinzione di nome e nominato è falsa. Il nome, il nominato e la loro distinzione sono uno con la Realtà al di là della loro forma apparente.

    Chiamarlo Brahman, akṣāra (imperituro) o bhūma (infinito) è soltanto per imporre su Esso una relazione con gli stati, ma non in senso letterale (BV II.4.253).

    Quindi nessun nome definisce Brahman. Esso non ha neppure caratteristiche. Dire che il Brahman non è descritto, ma è implicito in parole come Essere, Conoscenza, Felicità, imperituro e altre, è solo in senso figurato; perché ciò che chiamiamo lakṣyārtha (senso implicito) è in qualche maniera connesso con vācyārtha, (significato espresso dalla parola). Tutti i poteri e funzioni (vṛtti) delle parole jahallakṣanā (che mantengono il significato primario) e jahadajahallakṣanā (che in parte perdono e in parte mantengono il loro significato primario) sono creati e utili solo per descrivere gli oggetti dello stato di veglia. Nessuna parola con le sue connotazioni (lakṣanā) definisce il Brahman. Tuttavia, come una parola indica alla lontana un oggetto, così le parole come Oṃkāra e Brahma rivelano il Brahman. Se le parole in qualche modo suggeriscono la Realtà che è la nostra vera natura, cogliendo questo suggerimento, riusciamo a capirla.

    Come un dormiente si sveglia non appena è chiamato con il suo nome senza capire che è stato chiamato solo il suo nome (BV I.4.861).

    Così il cercatore della verità la capisce con l’aiuto delle parole non perché queste la descrivano, ma come un suggerimento. Quindi, in questo senso possiamo dire che la Realtà è connotata da parole. Tuttavia:

    Nessuna parola o pensiero può oggettivare il Brahman (TaiUŚBh II.9).

    Abbiamo già spiegato come i pensieri, cercando di oggettivare il Brahman, s’immergano nel Brahman. Quindi, quando s’insegna che la Realtà, il nostro Ātman,è della natura di Saccidānanda, tenendo a mente la maniera abituale in cui le parole e le frasi rivelano il loro significato, non dovremmo pensare che la Realtà è l’Ātman che sta solo dentro di noi né che abbiamo con esso una relazione di possessore e posseduto né che Essere, Conoscenza e Felicità sono suoi diversi aspetti in esso interconnessi.

    Perciò, guardando la Realtà dal punto di vista intuitivo, dobbiamo capire che Ātman-Essere, Conoscenza e Felicità sono la Verità senza secondo.

    180. Descrizione della Realtà dal suo ‘punto di vista’

    Se la Realtà deve essere stabilita dal suo punto di vista, dobbiamo dire:

    Ora, perciò, il suo insegnamento è neti neti; infatti non c’è nulla di più grande di questo modo di dichiararlo (BU II.3.6).

    Non è sogno né veglia né duale né coscienza né non coscienza, non deducibile, non pensabile, non uno stato né qualcosa che abbia uno stato (MU 7).

    Quindi non è esatto chiamarlo Essere, Conoscenza e Beatitudine.

    Nessuna differenza in Esso, nessuna divisione, nulla di sfavorevole, niente altro da lui. Anche dire che è un Ātman e che, conoscendolo, siamo appagati, tutto questo è solo dal punto di vista empirico e non dal punto di vista reale. (MUŚBh 7).

    In verità, nessuno nasce e nessuno perisce, nessuno è legato e nessuno desidera diventare libero, nessuno cerca di liberarsi, nessuno ha raggiunto la Liberazione. Questa, veramente, è la Realtà (MUGK II.32).

    La realtà è chiamata Turīya (MU 7).

    Turīya significa il Quarto. La Realtà è differente dall’Ātman che appare come i tre stati, ed è libera dalle upādhi ed è la verità dei tre stati. Non ha connessioni con gli stati che sono solo immaginati su di essa, quindi è sempre senza stati. È chiamata Turīya,il Quarto in questo senso e non nel senso di un altro stato oltre ai tre. Alcuni pensano che Turīya sia un quarto stato differente e che sia la stessa cosa del samādhi. Altri pensano che ci sia anche un altro stato oltre a Turīya, ma queste sono solo immaginazioni prodotte sotto l’effetto dell’ignoranza. La Realtà è sempre oltre a tutte le nozioni.

    181. Realtà e non realtà del mondo

    Realtà e non realtà del mondo sono entrambe accettabili da due diversi punti di vista. Quando si guarda dal punto di vista della Realtà, lo stato di veglia è falso. È solo un’illusione pensare, in base al ricordo, che ci siano molte veglie e aspettarsi di averne molte in futuro. E, ancora, il pensiero dipendente dalla veglia che ci sia un mondo davanti a noi, è anch’esso un’illusione. Come pure è solo illusione che viviamo in uno stato di veglia, in cui ci sono molti jīva come noi, che siamo nati e che moriremo a un certo momento, che avremo una rinascita in un altro mondo come risultato delle azioni buone o cattive. Sebbene crediamo fermamente a tutte queste cose, nessuna di esse può resistere all’indagine. Hanno un valore solo dal punto di vista empirico sorto dall’ignoranza, ma non sono nulla quando sono indagate dal punto di vista degli stati. La loro non esistenza dal punto di vista della Realtà non significa che queste cose non appaiano empiricamente. Nello stato empirico, non resistono a una indagine, ma, pur essendo confutate dalla logica, la nostra credenza nella loro esistenza non scompare. Per questo è chiamato vyāvahārika satya, grado di realtà empirico. Dal punto di vista della Realtà non saranno distrutte ma solo annullate. Il serpente erroneo non può apparire dopo la conoscenza della corda, ma il riflesso nell’acqua, il blu del cielo possono continuare ad apparire anche dopo che sia stata capita la verità. Non è necessario che una cosa illusoria debba cessare di apparire. Quando è riconosciuta falsa, l’importante è capire che il mondo né esiste realmente come cosa illusoria né realmente è reso falso dalla conoscenza, perché anche il pensiero dell’ignoranza e della conoscenza sono illusione. Questo è il risultato della conoscenza. La conoscenza non fa a pezzi l’ignoranza come un’ascia fa di un pezzo di legno. Essa solo la annulla rivelandone la vera natura. Il mondo illusorio e il saṃsāra né esistevano prima né esistono ora né esisteranno in futuro. Questa conoscenza significa annullamento. Śaṃkara dice:

    Differentemente da come apparivo prima, legato a kartṛtva e bhoktṛtva, io sono Brahman privo di kartṛtva e di bhoktṛtva nel triplice tempo (BSŚBh IV.1.13).

    E Sūreśvarācārya lo conferma:

    Appena insorge la vera conoscenza generata dal mahāvākya “tu sei Quello”, l’ignoranza con tutti i suoi effetti non è mai stata, non è, non sarà (Sambandha Vārtika,183).

    Perciò, quello che abbiamo detto precedentemente sul jīvan mukta, vale a dire che finché vive è di beneficio per tutti, è vero dal punto di vista empirico. Tuttavia, in senso assoluto, non ha né legame né Liberazione, che non sono nemmeno in mutua contraddizione. Allo stesso modo, possiamo conciliare i punti di vista contraddittori, come la realtà e la non realtà del mondo, trascendendoli. Che il mondo non esista e che il mondo sia solo Brahman deve essere capito dai due differenti punti di vista com’è stato spiegato. Quello è la Realtà.

    Oṃ Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ

    1. Sādhāraṇa (o sāmānya) dharma significa la ‘Tradizione universale’ che regge l’intero mondo e, al suo interno, la situazione in cui si colloca ogni singolo jīva fin dalla nascita. La Tradizione universale è seguita da tutti coloro che, nati uomini, non rubano, danno elemosine, hanno rispetto dei libri sacri, riparano ai loro errori, non fanno soffrire gli altri esseri, professano la verità, controllano l’ira, rispettano i maestri, i sapienti e i due-volte-nati, e adorano gli Dei con preghiere e sacrifici (Mahābhārata, Śāntiparva, XV.49; XXXVI.10). Viśeṣa dharma è invece la ‘Tradizione particolare’, che consiste nei doveri e nelle proibizioni ingiunti da śruti e smṛti ai membri di ogni singola casta nelle varie fasi della loro vita (svadharma o varṇāśrama dharma). I Dharma Śāstra descrivono dettagliatamente i comportamenti ingiunti per seguire il viśeṣa dharma. Tradizione universale e particolare fanno parte entrambe del sanātana dharma, la Tradizione eterna, vale a dire l’induismo [N.d.C.].[↩]
    2. In questa accezione, ‘universale’ coincide con ativarṇāśrami, nel senso di superamento delle regole rituali caratteristiche del viśeṣa dharma [N.d.C.].[↩]

    22. La luce della Realtà

      Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

      22. La luce della Realtà

      Conclusione

      A. Sunto delle argomentazioni precedenti

      163. La Dottrina di Sat Cit Ānanda

      Per scoprire la Realtà e indagare la vita, abbiamo usato i tre punti di vista dell’Esistenza, della Coscienza e della Felicità. Come tre persone coinvolte in un avvenimento raccontano le loro rispettive storie, così Esistenza, Coscienza e Beatitudine che appaiono nel mondo presentano le loro rispettive storie davanti all’esperienza che fa da Giudice. La storia dell’una è simile a quella delle altre due e dopo averne sentita una, le altre due sono come un’eco. L’esito finale è che Esistenza, Conoscenza e Felicità sono solo una Realtà che appare in tre forme differenti. Questo è il siddhānta (dottrina) di Sat, Cit e Ānanda.

      164. Posizione dei Vedāntin nei confronti di alcune opinioni

      Alcuni che indagano la conoscenza, dubitano che ci sia un qualcosa chiamato Realtà. Altri dicono che ciò che ci appare è la Realtà e non c’è altra realtà oltre a questa. Altri ancora sostengono che l’uomo vive in una parte infinitesimale di questo vasto mondo per un breve tempo e poi muore. Quindi gli è impossibile, con il suo minuscolo intelletto, conoscere la Realtà. Altri dicono che questo mondo apparente è sempre in costante cambiamento, come un fiume, e quindi non c’è altra realtà che questo fluire di cambiamento.

      1. Per i Vedāntin le precedenti opinioni non sono esatte. Anch’essi riconoscono che ciò che è in continuo cambiamento è l’apparente mondo di nome e forma, ma affermano che c’è una Realtà soggiacente a tutti questi cambiamenti che si può scoprire e vedere.
      2. La loro ferma conclusione si basa sulle Upaniṣad. Sebbene esse insegnino rituali, credenze e meditazioni, il loro vero scopo è la conoscenza della Realtà di Ātman come Brahman.
      3. Conoscenza significa retta conoscenza in armonia con l’intuizione e non speculazione o teoria. Essa è l’argomento centrale delle Upaniṣad. Quindi agli insegnamenti upaniṣadici non si deve credere ciecamente solo perché sono vedici, ma perché fanno appello all’intuizione universale.
      4. Quindi ognuno può scoprire la verità nella propria intuizione, soltanto compiendo l’indagine secondo il metodo insegnato dalle Upaniṣad.

      165. Il metodo dei tre stati usato dai Vedāntin

      La dottrina vedāntica insegna un unico metodo per indagare la verità. Questo consiste nell’osservare i tre stati e vagliarne l’intuizione con il ragionamento per arrivare alla conclusione. Tutte le dottrine diverse dal Vedānta considerano la veglia quale stato principale e guardano gli altri stati da questo unico punto di vista, avendo perciò una prospettiva limitata. Invece i Vedāntin che esaminano equamente i tre stati per mezzo dell’intuizione universale, li paragonano tra loro, ne eliminano il velo con la riflessione, e vedono la Realtà in tutto. Quindi la loro conclusione nasce da una visione comprensiva e non confutabile perché la verità che insegna oltrepassa la condizione temporale. Le altre dottrine si basano solo sull’esperienza della veglia. Quindi l’esperienza di cui parlano è limitata e non comprensiva. Essi procedono nell’indagine senza nemmeno sapere che cos’è uno stato. Śaṃkara, sul risultato della loro indagine, afferma:

      Secondo il loro metodo, l’Advaita non può essere accettato perché essi esaminano le varie forme dell’Ātman che sono legate solo ai loro corpi individuali (e non all’intero stato) (MUŚbh 3).

      166. L’essenza della dottrina vedāntica

      La dottrina vedāntica può essere riassunta in un singolo verso śaṃkariano:

      Brahmasatya jaganmithyā jīvo Brahmaivanāparaḥ / Jīvanmuktastutadvidvān //

      Brahman è la Realtà, il mondo è falso e il jīva non è che lo stesso Brahman. Chi capisce questa verità è liberato anche in vita.1

      Vediamo in dettaglio:

      1. Brahmasatya: c’è una Realtà che è Esistenza, Conoscenza e Felicità. È chiamato Brahman, che significa ‘il più grande’, ed è libero dalle limitazioni di spazio, tempo e causalità. Ha un altro nome, Bhūmā, infinito, che significa il ‘supremo insuperabile’ (niratiśaya Mahat). La śruti dice:

      […] dove uno non vede null’altro, non sente null’altro, non conosce null’altro, quello è infinito (ChU VII.24.1).

      È anche chiamato imperituro (Akṣāra). Non è soggetto a cambiamenti di nascita, crescita, degenerazione e morte. Quindi è chiamato Sat, essere, quello che realmente esiste. Puruṣa o la Persona totale, è un altro suo nome ed ha questo nome perché pervade tutto. Il nome Puruṣa conviene a Brahman, perché pervade tutte le limitazioni di tempo, di spazio e di stati, e perfino appare come essi. Gli altri non sono affatto Puruṣa. Se li chiamiamo puruṣa, allora dobbiamo chiamare Brahman Puruṣottama, la Persona suprema o la migliore tra le persone. Esso ha anche un altro nome, Ātman, che significa la propria reale natura. Solo il Brahman è l’Ātman di tutti gli esseri senzienti e insenzienti della terra, come anche degli oggetti inerti, dato che è la loro natura essenziale. L’idea soggiacente a tutti questi nomi è che Brahman è infinito. Non c’è posto, tempo o oggetto che non pervada. Oltre a Esso non c’è nulla. Tutto questo è implicito nella frase ‘Brahman è la Realtà (Brahman Satyam)’.

      1. Jaganmithyā: qui sorge un dubbio:

      Domanda: se solo Brahman è reale, da dove vengono il mondo e i jīva? Il mondo contiene molteplici creature e cose, ed è anche costituito da spazio, tempo e causalità. I jīva in questo mondo hanno vari interessi e livelli di conoscenza, compiono azioni e sperimentano i loro frutti. Come avviene tutto ciò? Se tutto questo esiste, come si può dire che solo Brahman è la Realtà?

      Risposta: per chiarire questo dubbio dobbiamo esaminare i tre stati. Questo mondo visibile appare solo nella veglia e non in sogno. In ogni sogno pare esserci un mondo differente, ma il mondo della veglia non appare in nessuno dei sogni. Questo prova che io, gli altri, le creature mobili e immobili, gli oggetti inerti, la terra, il cielo ecc. dello stato di sogno sono completamente differenti. Nessuna delle cose della veglia appare lì. Noi, con le nostre associazioni limitanti (upādhi), corpo, prāṇa, mente, sensi ecc., assumiamo nel sogno una forma completamente differente. Questo non significa che il ‘noi’ della forma della veglia si trasformi davvero nella forma del sogno, come un bruco si trasforma in farfalla o come un uomo si trasforma in una donna a causa di una maledizione, come leggiamo nei racconti purāṇici. In altre parole, la forma dello stato di veglia non è il materiale con cui è fatta la forma del sogno, né c’è una sequenza da forma a forma. Infatti, la nostra forma della veglia è lasciata totalmente qui e nulla è trasportato là. Lì appare un mondo totalmente nuovo, con le sue coordinate di tempo e spazio, che non ha nulla da spartire con quello della veglia. Dato che il mondo della veglia non appare nel sogno né quello di sogno nella veglia, essi sono limitati ai loro rispettivi stati. Quindi possiamo dire che non c’è alcun mondo se non negli stati e che il mondo è solo un’apparenza (apparizione) in questi rispettivi stati. Il nostro Ātman, che testimonia queste apparenze, è in tutti e tre gli stati, e non è limitato dagli stati che contengono tempo, spazio e causalità. Perciò questo Testimone (Sākṣin) può solo essere Brahman, mentre il mondo che appare transitoriamente, è falso (mithyā). O, invece di chiamarlo falso, lo si può dire reale solo se considerato nella sua natura essenziale di Brahman. È lo stesso che tu chiami falso il mondo nel suo aspetto di apparenza o reale nella sua natura essenziale di Brahman.

      1. Jīvo Brahmaivanāparaḥ: jīva non è altro che Brahman stesso.

      Domanda: il dubbio sui jīva rimane ancora senza risposta. Ci sono molti jīva limitati da spazio, tempo e causalità, che incessantemente compiono azioni e sperimentano i loro frutti.

      Risposta: dopo aver conosciuto che il mondo è falso, è facile trovare una risposta. I jīva appaiono essere molti solo a causa delle associazioni limitanti di corpo, sensi, prāṇa, intelletto ed ego. Queste upādhi appaiono solo in veglia e non in sogno2 e mai in sonno profondo, perché tutte s’immergono in Ātman. Quindi l’apparenza di molti jīva è solo dal punto di vista della veglia. Ma, dal punto di vista comprensivo, c’è solo un Ātman senza secondo.

      1. Jīvanmuktastutadvidvān: chi intuisce questa verità è liberato anche in vita. Che io sia come qualsiasi altro jīva è solo dal punto di vista della veglia. Che cosa si intende con jīva quando si dice che i jīva sono molti?
      • Se la parola jīva significa io (aham), io non può essere plurale. Io non è neanche un oggetto.
      • Lasciando da parte questo significato di io e prendendolo come soggetto (viṣayin), anche in questo caso non può essere ‘molti’ perché quello che oggettiva ogni cosa è il soggetto, che è solo uno.
      • Se il significato di io è Sākṣin, anche questo è solo uno e non lo si può immaginare al plurale.

      In conclusione, la molteplicità è solo un’istintiva credenza dell’uomo comune nella sua vita di relazione, questa pluralità mancando di prova sperimentale e razionale. Neanche l’individualità reggerà al vaglio dell’esperienza e della ragione. Noi consideriamo che il jīva sia lo sperimentatore di felicità e sofferenza in veglia e in sogno. Non abbiamo il sostegno dell’esperienza per sostenerlo, perché l’io della veglia e l’io del sogno non sono gli stessi; e nel sonno profondo non c’è affatto. Allora chi è che sperimenta i tre stati? Non è altro che il Sākṣin che è realmente il Brahman. Quindi, pensare di essere un conoscitore, un agente dell’azione e un fruitore dei suoi risultati è solo un errore. Dal punto di vista dei tre stati, non siamo della natura di conoscitore: siamo la Conoscenza stessa. Non siamo agente e fruitore, ma solo la Pura Felicità immutabile. Quindi la realtà è che siamo Pura Esistenza, Coscienza e Felicità. Chi conosce se stesso così non ha alcun legame con il saṃsāra: quindi è sempre Libero.

      167. La nostra natura essenziale è omogenea e senza divisione

      In questo mondo c’è divisione tra vero e falso, conoscenza e ignoranza, felicità e sofferenza. L’esistenza, la conoscenza e la felicità appaiono proprietà di certi oggetti che sembrano avere un inizio e una fine. Ma la divisione e le differenze sono solo apparenze. Sebbene appaiano come se le vedessimo e sperimentassimo nella veglia, esse nel sonno profondo diventano uno con Sat, Cit e Ānanda. Poiché nel sonno profondo questi nomi e forme s’immergono nella nostra natura, è chiaro che sono sempre uno con l’Ātman. Sebbene tale Ātman appaia in veglia con divisioni e differenze dovute ai nomi e alle forme, questi sono certamente concetti falsi. È solo il pregiudizio della veglia che induce a pensare che non ci sia nulla in sonno profondo, che ci siano oblio, mancanza di felicità e sofferenza.

      168. Il metodo dei tre stati è solo uno strumento per conoscere la Realtà

      Sperimentando il saṃsāra, la Realtà non si trasforma nel jīva e nel mondo nella veglia;e nemmeno si deve pensare che in sonno profondo, in qualche modo, ogni cosa si dissolva in una Realtà e rimanga nascosta lì. Non ci sono relazioni spaziali e temporali tra gli stati. In realtà sono solo false apparenze: non esistono uno vicino all’altro nello spazio né avvengono in una sequenza di tempo. Tutti i pensieri sul sogno e sul sonno profondo sono solo dello stato di veglia. Soltanto in contrasto con il sonno profondo e con il sogno abbiamo l’idea della veglia. Senza la comparazione, nessuno degli stati è in sé veglia, sogno o sonno profondo. Così i tre stati sono solo un sogno. Perciò non ha alcun fondamento pensare che la Realtà esista in una forma particolare in uno stato e si trasformi in un’altra forma negli altri stati.

      Domanda: alcuni sostengono che il mondo della veglia è formato dai cinque elementi grossolani, che si trasforma in forma sottile in sogno e in forma causale in sonno profondo.

      Risposta: questo è solo un’immaginazione assurda senza alcuna base d’esperienza. Sūreśvara afferma:

      L’Ātman, che è la Realtà, è sempre Pura Coscienza e Felicità in sonno profondo, come anche in sogno e in veglia ed è sempre privo del mondo (BV IV.3.1907-1908).

      La differenza per cui non vediamo alcun mondo nel sonno profondo e lo vediamo in veglia e sogno, è solo dal punto di vista della veglia. Come abbiamo detto prima, i tre stati sono solo sogni.

      Jīva ha questo sogno (di tutti e tre gli stati) quando ha un sonno (nidrā) in cui non conosce la Realtà. […] Quando si risveglia da questo sonno senza inizio, egli capisce che (nella sua natura risvegliata di Ātman) né nasce né muore, né dorme né sogna, è sempre senza secondo (MUGK I.15-16).

      Il Vedānta non dice che ci sono veramente tre stati. Insegna solo che la persona che pensa di stare realmente sperimentando i tre stati, è in realtà il Sākṣin, che è la vera Realtà in cui gli stati sono erroneamente immaginati. Questo è l’insegnamento trasmesso dalla nostra catena di maestri che afferma che la Realtà, libera dal mondo, è spiegata dettagliatamente dal metodo di adhyāropa–apavāda.

      169. Esperienza del momento presente: una critica

      Domanda: questo potrebbe generare l’obiezione di uno scettico. Tutti gli stati passati sono solo ricordi, quelli futuri sono mere aspettative e le nostre esperienze sono confinate soltanto nello stato presente. Se la conclusione vedāntica si fonda solo sul sogno e sul sonno profondo, come può avere una solida base? Ora noi non siamo in sogno o in sonno. Siamo in veglia, che neppure è stabile perché, eccetto il presente, ogni cosa può essere inclusa o nella memoria o nell’aspettativa. Il passato è andato e il futuro non è ancora nato e noi abbiamo solo il presente. Tuttavia, appena esaminiamo il momento presente, anche questo scivola subito nel passato. Stando così le cose, come possiamo trarre una conclusione vera basata su stati così inaffidabili?

      Risposta: per quanto intelligente sembri questa obiezione, la dottrina vedāntica non è incrinata da tale argomentazione. L’argomentazione per cui solo il momento presente è affidabile e il passato e il futuro, essendo ricordo e aspettativa, non possono essere base per determinare la realtà, non comporta che si debbano trascurare il sogno e il sonno profondo considerandoli inaffidabili. Questo perché anche nel momento presente in cui ‘sono sveglio’, c’è sempre un’esperienza di sogno e di sonno profondo diversa dalla veglia. Senza avere il pensiero di sogno e sonno profondo in contrapposizione, non possiamo mai avere il pensiero di uno stato di veglia. Non è possibile includere il sogno e il sonno profondo come memoria o aspettativa, considerandoli passato e futuro del momento presente di veglia, perché sappiamo che il ricordo e l’aspettativa devono appartenere alla presente serie temporale3. È grazie all’interruzione della veglia da parte del sogno e del sonno profondo che abbiamo il pensiero della veglia. Se non fosse in contrasto con sogno e sonno profondo, la veglia diventerebbe infinita, e allora cesserebbe di essere veglia e diventerebbe solo Pura Esistenza e Pura Coscienza. Un esame della veglia rivelerebbe che ciò che chiamiamo veglia precedente e futura, è di fatto parte di una continua veglia. Quindi, gli eventi passati della veglia possono essere ricordati nella veglia presente e la veglia futura può essere aspettata, essendo una continuazione della presente. Diversamente da questo, non sperimentiamo il sogno e il sonno profondo come accadessero nel passato e futuro della presente serie temporale di veglia. Sebbene sogno e sonno siano esperienze presenti, è evidente che nel sonno profondo non c’è tempo e nel sogno c’è una differente serie temporale. Perciò dobbiamo includere anche queste esperienze in ciò che chiamiamo esperienza del momento presente. Osserviamo tutto quello che esiste nel momento presente:

      1. il conoscitore del sogno, del sonno profondo, della veglia del presente momento;
      2. l’io che conosce.

      Nessuno può evitare questi due. Io sono quello che è Testimone di tutti e tre gli stati. Non è che ci sia un io per la veglia, un altro per il sogno e un altro per il sonno profondo, così facendone tre conoscitori. Il sonno profondo sono solo io in forma di Coscienza Pura, perché in quell’esperienza l’io è lì senza alcun oggetto. Il sogno e la veglia (come oggetti) non stanno mai assieme, perché quando uno si manifesta l’altro sparisce. Quindi è senza senso pensare che tali stati, che si escludono mutuamente, esistano simultaneamente in uno stesso momento. Ogni stato svanisce quando l’altro si manifesta. Dato che il presente momento appartiene solo alla veglia e che la veglia non esiste nel sogno né il sogno nella veglia, l’idea del momento presente svanisce. In conclusione ciò implica che nulla esiste eccetto l’io-Testimone, la Pura Coscienza. Se prendiamo il sogno come ricordo, il momento presente appare come veglia. Tuttavia, se il sogno è guardato dal punto di vista del sogno, il momento della veglia non è diverso dal sogno. Se guardiamo dal punto di vista del sonno profondo, ogni cosa è spazzata via, lasciando solo la Pura Coscienza, perché pensare che ‘sto ora sperimentando il sonno profondo’ è contraddittorio. Questo perché non c’è momento presente in un sonno senza tempo. Non è un ricordo, come s’è stabilito prima. Questo prova che solo la mia natura appare come tre stati, ognuno dei quali è uguale all’altro. Sia esso sogno, veglia o sonno profondo, sono tutti null’altro che Pura Coscienza. Così la conclusione è che gli stati sono soltanto meri strumenti per conoscere la Realtà e non sono affatto indipendenti, proprio come il riflesso nello specchio è dipendente dal volto originale.

      170. Confutazione delle teorie sull’apparenza di oggetti erronei (khyātivāda)

      Le teorie che descrivono come gli oggetti erronei (mithyā vastu) appaiano sono chiamate khyāti. Nelle scuole indiane ci sono varie teorie di khyāti: l’akhyāti, l’anyathākhyāti, l’ātmakhyāti, l’asatkhyāti e l’anirvacanīyakhyāti. Ci sono teorie simili anche nella filosofia occidentale, ma non le prendiamo in considerazione in questo libro, perché nessuna di esse arriva a una conclusione, basandosi solo sulla logica della veglia. Tuttavia i lettori arriveranno a convincersi che:

      • l’oggetto erroneo non è diverso dalla Pura Esistenza;
      • la falsa conoscenza non è differente dalla Pura Coscienza;
      • la sofferenza non è differente dalla Pura Felicità.

      La nobile dottrina che emerge dal nostro metodo d’indagine è che la Pura Esistenza-Coscienza-Beatitudine appare divisa in reale e irreale solo dal punto di vista della veglia; e che le apparenti esistenza, ignoranza e sofferenza sono solo le manifestazioni della Realtà. In altre parole, l’aspetto di nome e forma dell’apparenza è solo una manifestazione della Realtà. Gli aspetti della Realtà, cioè Esistenza, Coscienza e Felicità, sono inerenti a quelle manifestazioni. Sūreśvara afferma:

      Il nostro metodo d’insegnamento aiuta a unire la falsa apparenza con la Realtà di Sat Cit Ānanda, com’è con quella della corda. La nostra dottrina non teme di essere contraddetta perché si basa sulla visione comprensiva dell’Intuizione Universale (BV II.3.41).

      171. Essendo la Realtà oltre la logica non la si deve sperimentare come unione

      1. Obiezione: alcuni dicono che la conoscenza è una cosa e la realizzazione è un’altra. Certi vedāntin hanno sostenuto che dopo aver capito l’unità dell’Ātman con l’aiuto dei mahāvākya, è necessario realizzarla. Secondo loro, a tal fine si dovrebbe praticare la meditazione yogica. Anche ai nostri giorni, alcuni sostengono questo punto di vista.

      2. Obiezione: altri dicono che la verità non si deve capire con la logica secca, quindi non è utile studiare e discutere gli śāstra. Invece, si dovrebbero abbandonare i pensieri e comportamenti saṃsārici e adottare la meditazione su Paramātman e un comportamento in consonanza. Solo con questa pratica si realizza la verità.

      Risposta: siamo d’accordo che, perché insorga la conoscenza, la mente deve essere libera da impurità. Affinché la mente diventi pura, sono necessarie disciplina e virtù quali l’assenza di presunzione (amānitvadi), ecc. Tuttavia, non è esatto dire che si dovrebbe avere anche una realizzazione differente dalla conoscenza e che la realizzazione richieda necessariamente la meditazione yogica o la meditazione immaginifica. Perché la realizzazione non è essere posseduti da un sentimento o da un’idea. Anche se si ottiene tale esperienza, questa non può essere permanente; e, anche se lo fosse, non è l’ottenimento della Realtà.

      La realizzazione ottenuta con la meditazione yogica, cioè con la soppressione di tutti i pensieri o con la ripetizione della conoscenza, sarebbe l’esperienza di una persona e non un argomento di dottrina. Dare importanza a esperienze personali degli yogin è contrario alla nostra regola fondamentale secondo la quale la Realtà deve essere stabilita solo sulla base dell’intuizione universale. I racconti di rare esperienze personali in cui gli yogin possono cambiare e creare i loro sogni a volontà; oppure che quando dormono sono coscienti del mondo (yoga nidrā); o che conoscono la loro prossima nascita; o che sono capaci di percepire le cose e gli eventi del passato e futuro, provano soltanto che essi non sono adatti a capire che cos’è la Realtà né a indagarla e trovarla. Inoltre i nostri predecessori hanno chiaramente affermato che la dottrina Yoga è contraria al Vedānta e che per raggiungere la meta del Vedānta non è necessario il samādhi yogico. Śaṃkara afferma:

      La loro confutazione si basa solo sulla falsa pretesa che la Liberazione finale possa essere ottenuta con la conoscenza del Sāṃkhya o con la pratica yogica, indipendentemente dal Veda. Perciò la śruti ammette soltanto la conoscenza vedica dell’unità dell’Ātman come mezzo di Liberazione finale. […] Invece i sāṃkhya e gli yogin, essendo dualisti, non concepiscono l’unità del Sé (BSŚBh II.1.3).

      Quindi non seguono il Veda. Riguardo il samādhi yogico, Śaṃkara dice:

      Obiezione: lasciateci dire che un’altra sādhanā [cioè la pratica che rimarrebbe da fare dopo l’insorgere della conoscenza del mahāvākya] è la soppressione dei pensieri. L’idea sarebbe che, dato che la soppressione delle modificazioni della mente è una sādhanā addizionale alla conoscenza che nasce dal mahāvākya, è consigliata come mezzo da seguire per mokṣa com’è stabilito negli Yoga Śāstra.

      Risposta: non è così: perché bisogna capire […] qual è il significato di mokṣa; ossia conoscere il Brahman come Ātman è indicato nelle Upaniṣad quale mezzo per la più elevata meta della vita umana (BUŚBh I.4.7).

      Unirsi alla natura di Esistenza, Conoscenza e Felicità non è la meta della vita umana. Infatti, tutti gli esseri umani, come tutti gli animali e gli oggetti inerti, sono già Pura Esistenza, Coscienza e Felicità. È solo per il fatto di non conoscere questo che sembriamo avere tutti i mali del saṃsāra. Abbiamo l’errato pensiero d’essere limitati all’ego della veglia, legati nell’inevitabile prigione del corpo, prāṇa, mente, intelletto ed ego. Tutto questo è avidyā. Questo legame scompare nel sonno profondo e in altri stati come il samādhi, ma solo finché durano. Non appena ci si sveglia, l’intera fantasmagoria riappare inevitabilmente. Similmente, quando gli yogin escono dal loro samādhi, l’ego e il resto, cioè soggetto, oggetto e le loro relazioni, tutte queste divisioni si ripropongono inesorabilmente. Molti jīva come noi riappaiono e così il mondo visibile riappare come reale davanti a noi. Non scendiamo nei dettagli del samādhi e delle visioni ed esperienze divine, ma è sufficiente sapere che tutto ciò, che è prodotto o acquisito come risultato di qualsiasi disciplina o pratica, non sarà eterno.

      B. Il beneficio di conoscere la suprema Realtà

      172. Superamento delle dispute e differenze con altre dottrine

      A questo punto, quello che è richiesto non è né l’oblio né la distruzione delle differenze, ma l’annullamento della loro realtà. Se indaghiamo dal punto di vista comprensivo, capiremo che tutte queste divisioni sono apparenze dovute al punto di vista di avidyā, e che questo mondo di divisioni e differenze non è mai stato diverso dall’Ātman–Saccidānanda. A tal fine abbiamo insegnato il metodo dei tre stati.

      Domanda: quali sono i benefici della conoscenza vedāntica?

      Risposta: il primo beneficio è che il Vedānta offre una dottrina conclusiva oltre ogni dubbio e disputa. È privo del difetto di incompletezza perché non tralascia nulla, come dice il commento di Śaṃkara alla Māṇḍūkya:

      Il punto di vista dell’indagine vedāntica prende in considerazione tutti e tre gli stati, in cui sono incluse le categorie, le idee e gli oggetti immaginati dai maestri di tutte le altre scuole (MUGKŚBh IV.88).

      Tutte le altre scuole sono basate solo sulla logica della veglia e, quindi, hanno una visione incompleta. La loro limitata logica secca è superata dal punto di vista vedāntico. Essendo tempo e spazio solo negli stati, non c’è timore che l’indagine sui tre stati sia contraddetta in alcun tempo. Perciò, la conclusione finale di questa dottrina è senza dubbio definitiva. Poiché le altre dottrine prendono in considerazione solo una parte degli oggetti conosciuti e limitano il loro punto di vista a quello, non contraddicono l’Advaita, il cui punto di vista, invece, è tanto comprensivo da includere i loro punti di vista parziali. Quindi Gauḍapāda afferma che con esse non ci possono essere né dispute né polemiche (MUGK IV.2). Così il primo vero beneficio di questa conoscenza è che questa dottrina raggiunge il suo scopo.

      173. Risultati per il conoscitore della verità e benefici per il mondo

      Il secondo beneficio è che una persona, la cui mente rimane nella conoscenza della Realtà, trova un’infinita soddisfazione. Nella mente di chi non la conosce, l’identificazione con la veglia è un nodo insolubile. Ha una concezione errata della propria reale natura e del mondo esterno. Da ciò risulta l’idea di essere un agente e un fruitore di esperienze, di dover compiere azioni e ottenere oggetti di fruizione favorevoli ed evitare quelli spiacevoli in questa vita come nelle future in altri mondi. Come conseguenza di questo pensiero, il desiderio rimane profondamente radicato nel cuore. Invece, coloro che conoscono l’Ātman come Brahman e quindi hanno superato l’azione, l’agente e i frutti dell’azione, non avranno mai più alcun desiderio né doveri obbligatori da compiere. Sanno di non essere fruitori di esperienze, ma solo dell’eterna Beatitudine. Quindi nessun risultato del karma passato li tocca. I karma passati producono frutti solo quando germinano e, perché le impressioni del karma passato germinino, è necessaria l’azione e la fruizione che li nutre come acqua e concime. Nell’illuminato non c’è alcuna possibilità che il karma passato germini né che pianti i semi di nuovo karma. Perciò la śruti dice:

      Quando Ātman è compreso come Brahman, tutti i desideri del cuore scompaiono, tutti i dubbi sono chiariti, tutto il karma passato, presente e futuro è distrutto (MuU II.2.8).

      Quel Sākṣin-Coscienza con il quale si testimoniano gli stati di veglia e di sogno, è grande e onnipervadente ed è l’Ātman di ognuno. Una persona che conosce questo non soffre né si addolora (KU II.1.4).

      Quando una persona capisce che tutte le creature e le cose sono solo Ātman, allora per chi vede l’unità in questo modo, non c’è illusione e dolore (ĪU VII).

      Per chi è senza corpo non ci possono essere esperienze di piacere o dolore (ChU VIII.12.1).

      Tutti questi e altri testi della śruti inneggiano al più alto beneficio per la persona che è libera dall’ignoranza. Cos’altro dire? Di quelle grandi persone che sanno al di là di ogni dubbio che i cosiddetti tre stati sono solo false apparenze nel proprio Ātman-Saccidānanda, si dice:

      Il realizzato non soggiace a morte né a malattia né a sofferenza. Guardando ogni cosa, vede solo il Tutto (ChU VII.26.2).

      Anche Sūreśvara afferma così:

      Non c’è nascita né vecchiaia né morte né malattia né angoscia né desiderio né paura né guadagno né perdita, niente da conoscere, da fare, da ottenere: tutto ciò è riconosciuto falso sotto tutti gli aspetti (BV II.9.276-277).

      Essendo il Brahman, è già immerso nel Brahman (BU IV.4.6).

      Il terzo beneficio è così descritto:

      Domanda: qual è il beneficio che la gente ottiene dai jñāni?

      Risposta: sebbene gli illuminati siano appagati sotto ogni aspetto, non sono affatto oziosi. Śrī Kṛṣṇa ha detto:

      O Arjuna! Non c’è alcun dovere nei tre mondi che io debba compiere. Per me non c’è nulla che debba essere compiuto. Tuttavia, io sono sempre coinvolto in azioni (BhG III.22).

      Così il saggio dovrebbe compiere tutte le azioni come l’ignorante, ma senza attaccamento, solamente allo scopo di essere esempio da seguire per la gente (BhG III.25).

      Egli, diventando un esempio per gli altri, li ispirerà a compiere i loro rispettivi doveri (BhG III.26).

      Qualsiasi azione compia, il saggio non perde la sua consapevolezza di non essere agente dell’azione, ma solo il Sākṣin (BhG V. 8).

      Per lui tutte le azioni, gli agenti e i loro frutti, tutto questo è solo il Brahman (della natura di Saccidānanda) (BhG IV.24).

      Mentre compie varie azioni, come vedere, udire, toccare, camminare, mangiare ecc., ha una chiara consapevolezza di non compiere nulla (essendo solo il Sākṣin) (BhG V.9).

      Senza discriminare la gente di alta o di bassa estrazione, una vacca, un elefante, un cane e perfino un mangiatore di cani, egli li vede tutti ugualmente come Brahman (BhG V.18).

      Senza considerare amico uno e nemico un altro, il saggio dall’intelletto stabile e libero dall’illusione riconosce tutti equanimemente come Brahman (BhG V. 20).

      Il saggio diventa il modello da seguire per i cercatori della Verità, possedendo spontaneamente le virtù e le discipline quali l’assenza di odio, ecc., com’è stabilito nel XII capitolo della Bhagavad Gītā nei versi 13-19 e, per l’assenza di orgoglio ecc., com’è anche detto sempre nel medesimo capitolo nei versi 7-11. Anche la gente comune che non cerca la Liberazione otterrà quello che desidera venerando i saggi. Ciò è possibile perché sono uniti al Brahman e perciò la loro volontà è diventata una con quella di Īśvara e le loro benedizioni sono le benedizioni di Īśvara. La Muṇḍaka Upaniṣad dice:

      L’uomo dalla mente purificata ottiene quei mondi che desidera mentalmente e quelle cose fruibili che desidera. Perciò chi è desideroso di prosperità dovrebbe venerare il conoscitore del Sé (MuU III.1.10).

      1. In Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, Bhikṣuḥ Vedānta Ḍiṇḍimaḥ, Bangalore, Adhyātma Prakāsha Kāryālaya, 2002, § 87 p. 49 [N.d.C.].[↩]
      2. In questo caso si assume il punto di vista della veglia, per il quale il sogno è falso; perciò anche gli upādhi del sogno sono false [N.d.C.].[↩]
      3. Anche se il momento presente scivola nel passato, il pensiero di uno stato di veglia che include il passato-presente-futuro non va via. Ciò che scivola via va nel passato, ma non esce dallo stato di veglia, perché il passato appartiene alla mente e al conoscitore della veglia. Ciò che deve ancora avvenire, viene al presente solo dalla veglia e non da fuori di essa, perché il futuro è in relazione con la mente e con il conoscitore della veglia. Quindi, l’intero continuo fluire del futuro al presente e al passato costituisce soltanto una mente di veglia e appartiene solo a un conoscitore di veglia.[↩]

      21. La luce della Realtà

        Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

        21. La luce della Realtà

        147. Nel sonno profondo tutto è Ātman, Pura Felicità

        Che tutto sia solo Felicità sarà più chiaro se teniamo a mente il sonno senza sogni. Nel sonno profondo non c’è alcun mondo, nessuna tripuṭi (triplice divisione), quindi non c’è possibilità per vari gradi di felicità. Tuttavia non possiamo dire che il sonno profondo sia uno stato senza alcuna felicità. Lo si può capire dalle argomentazioni come quelle fatte riguardo alla Coscienza (§ 105).

        Obiezione: nel sonno profondo non c’era felicità di alcun tipo o grado e neppure c’era infelicità a causa dell’assenza dei sensi e della mente.

        Risposta: ciò non è per niente esatto. Perché la memoria o il riferimento al sonno profondo, dopo essersi svegliati, sono in forma di ‘ero felice in sonno’ e non che ‘lì non c’era alcuna infelicità’.

        Obiezione: tuttavia, come hai sostenuto in precedenza, essere felice lì non è un ricordo del sonno nella veglia.

        Risposta:

        1. Sì, non può essere un ricordo. È esperienza di tutti che non c’era divisione di io e felicità. Non ero lì come io né la felicità era una mia qualità. In tal caso, come può sorgere il ricordo nella veglia che ‘io ero felice’?
        2. Proprio il fatto che ognuno ama avere un sonno profondo, prova che esso non è una semplice assenza di infelicità. Se non fosse una felicità positiva non ci affanneremmo tanto per avere un sonno indisturbato. Se compariamo il triste aspetto di una persona che soffre d’insonnia con il volto lieto di chi ha avuto un sonno profondo, l’importanza del sonno diventa evidente.
        3. La felicità della veglia dipende da vari fattori, come l’umore della mente, il benessere, l’età, l’energia, la salute e ciò che ci circonda. Quindi varia in base a questi fattori. Se il godimento dura a lungo ne siamo annoiati. Ma ci manca e ci sentiamo tristi se non lo otteniamo o lo perdiamo. Invece la felicità del sonno profondo è diversa. Non dipende da qualcosa, non fluttua, non è mai perduta, esiste sempre. Essendo la nostra natura, nulla può impedirla o influenzarla. L’esistenza di una seconda cosa è la causa della paura. In assenza di una seconda cosa non si conosce paura.
        4. Nessuna delle esperienze della veglia, piacere, esaltazione o quiete, può eguagliare questa felicità. In sanscrito la felicità è detta sukha, che può essere etimologicamente spiegata in due diversi modi, riferendosi ai due diversi livelli di felicità. La felicità della veglia è sukha nel senso che è su, ‘bene’, e kha, ossia ‘ricavato’ dagli oggetti. Invece la felicità del sonno profondo è sukha nel senso che è sutārakha (magnificamente stellato), che significa infinita come lo spazio, perché è libera dalle limitazioni di tempo, luogo e causa ed è la nostra natura essenziale. Perciò è giusto chiamarla in sanscrito con il grande nome di Ānanda, che è la Beatitudine totale.
        5. Così la śruti loda il sonno profondo in quanto Beatitudine:
          • Il Testimone, uno senza un secondo è trasparente come l’acqua. Questo è il Brahmaloka1. Questo è il supremo scopo del jīva, la più grande conquista, il più alto godimento, la suprema Beatitudine. Gli altri esseri vivono solo in una particella di questa Beatitudine. (BU IV.3.32)
        1. Però, questo cosiddetto sonno profondo, in realtà non è uno stato, ma solo Pura Felicità. Non sapendo questo, la gente lo guarda dal punto di vista della veglia e lo chiama stato di sonno profondo.

        148. Neppure la felicità della veglia ha variazioni

        Domanda: nel sonno tutto si trasforma in felicità e nella veglia si divide in io, oggetti, felicità e infelicità. Come accade questa cosa misteriosa?

        Risposta: questa ipotesi è una concezione erronea, perché non c’è trasformazione. Si è già spiegato nel § 84, come non ci sia alcuna relazione di causa-effetto tra il sonno profondo e la veglia. Che la felicità si divida nella veglia in tutte queste molteplici cose, è una errata supposizione che ha dato origine a questa domanda.

        Domanda: quando ci si sta addormentando, perché non si sperimenta che tutto questo mondo di molteplicità si dissolve nella felicità?

        Risposta: anche questa domanda proviene dalla stessa errata supposizione. Il fatto è che, com’è stabilito nel § 108, c’è solo la Pura Felicità e non c’è nulla oltre a quella. Tuttavia, quando la guardiamo dal punto di vista sbagliato della veglia, la vediamo divisa in io, oggetti, felicità e infelicità. Questo è il punto di vista di avidyā. Per poterlo vedere nel modo corretto dobbiamo osservarlo dal punto di vista dell’Ātman che è il Sākṣin di tutti e tre gli stati. Allora capiamo che la felicità non è mai divisa e che l’apparenza dei tre stati in essa è dovuta all’errore della veglia. Anche l’errore che la felicità della veglia emerga nuovamente a causa di fattori esterni, è dovuto soltanto alla dimenticanza che la nostra natura reale è la Felicità e che essa non può venire da fuori.

        149. Come la Felicità appare molteplice e varia

        1. Ogni qualvolta la mente vede un oggetto che le piace, il velo sopra la mente scompare ed essa diventa pura come uno specchio. Allora la Felicità del Sākṣin si riflette nel pensiero della mente. Coloro che mancano di discriminazione pensano erroneamente che ci sia una luna in ogni onda dell’Oceano, sebbene tutte siano i vari riflessi dell’unica luna. La loro molteplicità non inficia né cambia la verità dell’unicità della luna. Anche noi, in mancanza di discriminazione, chiamiamo esperienze di felicità i riflessi della Felicità del Sākṣin nei vari pensieri della mente (TaiUŚBh II.5.1). Alcuni vedāntin definiscono gli stessi pensieri di felicità, qualità del jīva. Proprio come non ci sono vari riflessi della luna in assenza di onde, così, in assenza di pensieri, non ci sono vari gradi di felicità in noi come si vede negli stati di sonno profondo, come transe, coma ecc.
        2. Soltanto la diversità di pensieri della mente fa sì che la Felicità appaia molteplice e classificabile in sāttvika, rājasa e tāmasa e che appaia come opposte esperienze di felicità e infelicità.
        3. Se consideriamo due esperienze di felicità e cerchiamo di capire cosa le renda differenti, ci renderemo conto che nella stessa natura di Felicità è impossibile vedere alcuna divisione o differenza. Quello che vi appare a causa del pensiero della mente è solo un’apparenza (upādhi) che sembra causata dall’oggetto esterno. Saremo convinti di questo quando capiremo che ogni cambiamento (vikāra) nel pensiero (vṛtti) non può toccare la natura di Felicità di cui la vṛtti è un’associazione apparentemente limitante.
        4. Se fosse possibile dimostrare con il ragionamento che la molteplicità che appare nella Felicità del Testimone è dovuta solo ai pensieri, allora immaginare una reale varietà di Felicità sarebbe soltanto un difetto logico. Ciò è dovuto all’erronea supposizione di coloro che sostengono la molteplicità nella felicità. Per esempio, quando un succo puro è versato da una brocca in bicchieri fatti di diversi materiali e di diverse misure, lo stesso succo può avere differenti colori, gusti e forme, ma non si considerano tutti questi colori, forme e gusti come appartenenti al succo originale. Similmente la varietà nella felicità è dovuta a varie condizioni della mente e non appartiene all’originale Pura Felicità. Per tutte queste ragioni è giusto dire che la Pura Felicità appare solo come moltiplicata in gradi e divisa in fruitore-fruizione.

        D. Le varie forme di Felicità

        150. I tre livelli di Felicità rispecchiano il punto di vista della veglia

        È chiaro ora che l’affermazione per cui solo la Felicità di Ātman è tutto non è contraria all’insegnamento dei tre livelli di felicità. Abbiamo diviso la Felicità in empirica, considerando la felicità della veglia come metro di misura, definito apparente ciò che è più basso e veramente Reale ciò che è più alto. Sebbene questa divisione sia sufficiente per la vita empirica, non è utile per accertare la verità. Quando ci poniamo dal punto di vista del Sākṣin (§ 75) per determinare la Realtà, si capisce che tutti questi livelli sono di fatto solo l’unica Felicità della Realtà. Le varie forme che appaiono soltanto dal punto di vista della veglia, non possono essere veramente reali. Se fossero prese come appartenenti alla realtà, sarebbe come accettare che il serpente s’immerga realmente e che rimanga nella corda dopo che è stata portata la luce.

        151. In veglia la Felicità appare con distinzioni

        Obiezione: ci sono differenze tra la felicità del sonno profondo e quella della veglia. La prima è senza gradazioni o divisioni, mentre nella seconda c’è la divisione della felicità in qualità e suo possessore; o, in altre parole, tra fruito e fruitore. In essa c’è aumento e diminuzione. Ci sono anche diversità in base alle variazioni di soggetto e di oggetti. La felicità riguardante lo stesso oggetto varia da persona a persona, da comunità a comunità. Per un cambiamento negli oggetti varia anche nella stessa persona. Così, quando sono presenti due tipi di felicità opposte per natura, come possiamo definirle una sola?

        Risposta: la risposta è data nel § 108. Dal punto di vista comprensivo del Sākṣin si capisce che c’è una Felicità indivisa in tutte le esperienze apparenti e che l’argomentazione dal punto di vista della veglia non ha alcun peso. La varietà nella felicità della veglia è dovuta alla varietà delle associazioni limitanti, che appaiono solamente a causa dell’ignoranza e che non hanno alcuna esistenza indipendente. Nella Realtà anch’esse sono solo Felicità. Come l’acqua dell’oceano che, rimanendo com’è, appare in forma di iceberg galleggianti sulla sua superficie, così, a causa delle associazioni limitanti, l’oceano di Felicità, rimanendo sempre Felicità, appare alla mente della veglia diviso in acqua e ghiaccio. Nonostante questo, ogni cosa è soltanto ambrosia di Felicità.

        E. Divisione fra felicità e sofferenza

        152. Nella Felicità non c’è molteplicità

        Domanda: se tutto è solo Felicità senza distinzione, perché c’è divisione tra felicità e sofferenza?

        Risposta: perché si guarda col pregiudizio della veglia. Dal punto di vista del Sākṣin c’è solo Felicità non duale, non molteplice, non c’è stato né divisione tra felicità e sofferenza. È dal punto di vista della veglia che s’immaginano i tre stati e molti jīva che sperimentano una varietà di gioie e dolori (§ 67).

        153. Alcune domande sulla felicità dal punto di vista della veglia

        Ci sono ulteriori considerazioni da fare sulla varietà di felicità, la divisione tra felicità e sofferenza e fra felicità e fruitore, prodotte dalla mente che non è in grado di determinare la natura della Felicità nella veglia.

        1. Cos’è la felicità?
        2. La felicità è differente se proviene da differenti oggetti? Se è così, qual è la caratteristica che differenzia la loro natura?
        3. Se c’è una caratteristica differenziante nella loro natura, dovrebbe essere qualcosa di diverso dalla felicità e ciò potrebbe essere soltanto la sofferenza. Ma può la mente accettare la sofferenza come un attributo della felicità?
        4. Se questa differenza non insorge dalla natura della felicità, dovrebbe provenire da un fattore estraneo chiamato upādhi. Cos’è l’upādhi? È l’oggetto di felicità o il soggetto, cioè il jīva stesso?
        5. Innanzitutto, la vera natura dell’oggetto non può essere determinata come abbiamo già discusso nel § 69. Possiamo forse affermare che la divisione della felicità provenga dagli oggetti?
        6. Questo vale anche per la natura del soggetto di felicità cioè il jīva. Dato che l’identità dell’io continua a mutare tra il corpo, il prāṇa, la mente, l’intelletto e l’io, non si può nemmeno determinare se il jīva esista o meno. È vero che non c’è alcun dubbio sul fatto che io esisto; tuttavia, riguardo alla reale natura dell’io ci sono molti dubbi.
        7. Se questo è il caso dell’io che è direttamente evidente, cosa dire degli altri jīva che non possono essere conosciuti direttamente? In definitiva, la natura del jīva che è il soggetto o il fruitore della felicità, non può essere accertata dal punto di vista della veglia. Quindi non si può affatto determinare che cosa sia la felicità e come in essa avvengano le divisioni. Tuttavia, la mente della veglia parla con sicurezza come se la conoscesse.

        154. La divisione tra felicità e sofferenza è solo illusoria

        Domanda: è possibile dire che la sofferenza è solo felicità?

        Risposta: anche in questo caso dovremo usare la stessa argomentazione di prima. Se poniamo la domanda: «Dal punto di vista della veglia, che cos’è la sofferenza? Ci sono divisioni, gradi o differenze nella sofferenza?» La mente della veglia non ha risposte. Senza dubbio le definizioni che ‘un sentimento favorevole è felicità e uno sfavorevole è sofferenza’, è utile e sufficiente per la vita empirica. Tuttavia valgono quanto le indicazioni di direzione. Per esempio: «Il campo di Rāma è a est di quello di Kṛṣṇa, ma è a ovest di quello di Śaṃkara». Se l’ascoltatore pone la domanda: «Il campo stesso è a est o a ovest?», a questo non si può dare una risposta, perché est e ovest sono relativi e si possono determinare solo riferendoli a qualcosa e non indipendentemente.

        Così, quando a un sentimento favorevole se ne paragona uno sfavorevole, questo dovrebbe essere chiamato sofferenza. Questa definizione è esatta solamente nella misura in cui è relativa.

        Domanda: che cos’è la sofferenza in sé senza paragonarla a qualcos’altro? Qual è la sua vera natura? È realmente differente dalla felicità?

        Risposta: qui di nuovo il nostro intelletto non riesce a rispondere; perché ciò che rende felice uno può rendere infelice un altro. Ciò che causa felicità a qualcuno in un certo momento può causare sofferenza in un altro.

        Domanda: ciò che appare alla maggioranza come sofferenza è sofferenza?

        Risposta: il difetto in questa definizione è evidente. Chi è questa maggioranza? Quanti sono? Chi dovrebbe identificarli e radunarli in assemblea? E, dopo averli riuniti, come possiamo determinare che ciò che appare come loro sofferenza sia sofferenza? Se ciò deve essere determinato soltanto in base alla loro descrizione, questo sarà sufficiente per aiutarci a definire la natura della sofferenza senza conoscere la loro esperienza? È possibile per una persona fare l’esperienza altrui? Quindi la conclusione è che la divisione tra felicità e sofferenza è solo un’apparenza nell’ottica della veglia in assenza di indagine: non è veramente reale, ma illusoria.

        155. La felicità della veglia e del sogno è la stessa

        Ora paragoniamo gli stati di veglia e di sogno per capire la natura della felicità. Nel sogno, come anche in veglia, sembra esserci una differenza nella felicità e una divisione tra felicità e sofferenza. Quando si sogna, il sogno pare veglia e quindi non si può decidere quale stato particolare sia la veglia (discusso in §§ 71-81 riguardo all’esistenza e nei §§ 118-119 riguardo alla Coscienza). Se applichiamo le stesse argomentazioni al presente contesto, sarà evidente che in veglia e in sogno la felicità è la stessa.

        Gli oggetti, le fruizioni e l’io fruitore esistono nel sogno, ma non sono gli stessi della veglia. Sebbene uno stato non continui nell’altro, c’è un ricordo o un riferimento di aver sperimentato felicità in sogno. Ciò significa che la conoscenza in forma di ricordo che abbiamo ora, dimostra che in quel tempo c’è stata una reale esperienza di felicità. Ovvero, poiché allora avevamo una reale felicità, ora è possibile riferirsi a essa come a una conoscenza che pare un ricordo.

        Abbiamo anche conoscenza della felicità sperimentata ieri in questo medesimo stato. Non c’è alcuna differenza tra queste due conoscenze; infatti, se pensiamo a un’esperienza di felicità in sogno e a un’altra nella veglia di ieri, non troviamo alcuna differenza, essendo una stessa felicità. Sebbene ci sia una certa differenza quanto alle condizioni dei due stati, questo solo conferma che la felicità è una. Qualsiasi strumento e oggetto ci fossero nel precedente stato di veglia, gli stessi esistono anche ora. Quindi si può concludere che la felicità della veglia è prodotta dagli upādhi e dagli oggetti della veglia.

        Obiezione: ma nel sogno tutto è solo illusione; non c’erano oggetti né mente né upādhi, ma c’era felicità. Come spieghi questa esperienza? Se tutto è illusorio, anche questa felicità è un’illusione!

        Risposta: no, non si può dire questo. Puoi rimuovere come illusori gli oggetti, la mente, perfino lo stato di sogno, ma non la conoscenza dello stato. Similmente, nemmeno la felicità può essere rimossa come falsa. Essendo comune a entrambi gli stati, nella veglia è ‘ricordata’ come sperimentata in sogno.

        Obiezione: fatta eccezione per il Sākṣin,se ogni cosa è illusoria, cioè se il passato, lo stato passato e gli oggetti in esso sono illusori, come possiamo ricordarli?

        Risposta: a questo è stato già risposto (§ 121).

        156. Felicità e sofferenza in veglia e in sogno non si causano reciprocamente

        Vediamo ora come la veglia non sia la causa del sogno né il sogno della veglia.

        1. Innanzi tutto dobbiamo ricordare che, durante la sua esperienza, il sogno appare veglia. Quindi, definirlo falso dimostra soltanto il nostro pregiudizio della veglia e non è il punto di vista corretto.
        2. L’esperienza di felicità o di sofferenza della veglia non passa al sogno né quella del sogno alla veglia. Per esempio, una persona che ha fatto un pesante pasto nella veglia può sperimentare nel sogno i morsi della fame, come se avesse digiunato per giorni. E ancora, una persona in catene può sognare di aver sconfitto centinaia di soldati in battaglia, di averli fatti prigionieri e godersi il suo momento di gloria. Oppure un eruditissimo studioso potrebbe essere uno stupido che non sa fare uno più uno. Così gli oggetti nei due stati potrebbero essere non solo completamente diversi, ma anche la loro conoscenza del tutto differente. Similmente l’esperienza di felicità e sofferenza in essi potrebbe essere una l’opposto dell’altra.
        3. Nei §§ 77-78 abbiamo dimostrato come non ci sia alcuna base per credere che i due stati abbiano cause reciproche. Non c’è una serie temporale comune ai due stati. Come un sogno all’interno di un altro sogno non può essere definito l’effetto del primo, così è il rapporto tra veglia e sogno.
        4. Quindi che conclusione ne possiamo trarre? La felicità e la sofferenza del sogno non sono meno valide o reali di quelle della veglia.
          Domanda: ma, poiché nessuno desidera ottenere la felicità ed evitare la sofferenza del sogno, come possono essere valide?
          Risposta: è vero che in veglia nessuno si preoccupa di ciò; ma fintanto che rimane nel sogno è influenzato dall’esperienza di felicità e sofferenza che prova lì e si adopera per ottenere felicità ed evitare la sofferenza. Questa è esperienza di tutti.
        5. Perciò quello che dobbiamo capire è quanto affermato da Gauḍapāda:
          Il fruitore, la fruizione, gli oggetti di fruizione del sogno e la mente che li vede non sono diversi dal Sākṣin del sogno. […] Così, il fruitore, la fruizione e gli oggetti di fruizione della veglia e la mente che vede tutti questi, non sono differenti dal Sākṣin dell’intera veglia (MUGK IV.64; 66).

        Essendo tutte queste solo apparenze, non sono causate l’una dall’altra. Ma dal punto di vista del Sākṣin, esse sono solo la Felicità del Sākṣin. In quella natura non c’è affatto sofferenza per nessuno.

        F. La natura della Pura Felicità

        157. La Pura Felicità nel sonno profondo

        Ora vediamo il risultato di quanto abbiamo discusso fin qui. Il sonno profondo è la principale prova per determinare la natura della Felicità come lo è stato per l’Esistenza e la Coscienza. C’è una grande possibilità di errore quando si considera il sonno profondo riguardo la Felicità.

        Generalmente si pensa che sia uno stato vuoto, senza felicità né sofferenza. Ma questo è un errore perché nel sonno profondo non c’è possibilità di esperienza di felicità o di sofferenza come quella della veglia. Dire che lì non c’è né felicità né sofferenza è come dire che una pietra non ha esperienza di felicità. Questo è apraptaprātiṣedha, ossia negare qualcosa che non è nemmeno remotamente possibile. Parliamo così senza sapere se lì ci sia felicità o sofferenza. Una pietra non può essere felice perché non può fare alcuna esperienza. Il sonno profondo non ha esperienza di felicità perché l’Ātman non duale non ha bisogno di ottenerla come esperienza dal di fuori. Dato che sperimentiamo felicità in veglia, concludiamo che dal punto di vista della veglia lì non c’è felicità. Tuttavia io esisto lì non come l’io della veglia e del sogno, ma solo come Pura Felicità. Come può la Felicità avere un’esperienza di felicità? Ciò che chiamiamo felicità nella veglia è solo un pensiero della mente che riflette la Felicità; pensiero che può esserci solo quando c’è mente. Non può esserci senza la mente e senza un oggetto. Ma nel sonno profondo il pensiero della mente e l’oggetto sono diventati proprio l’essenza della Felicità. Quindi, nel sonno profondo, sebbene non ci sia pensiero di essere felice, pensiero dell’io, felicità, oggetto, tutti s’immergono e diventano la natura di Felicità. A questo proposito la MU dice:

        L’Ātman, essendo pieno di Felicità, gode proprio della Felicità (MU 5).

        Per questo è chiamato Pura Felicità.

        158. Il sonno profondo non è assenza di sofferenza

        Sebbene in sonno profondo non ci sia sofferenza, non è uno stato di totale assenza di qualcosa, perché lì esiste l’Ātman. Tuttavia, consideriamo erroneamente il puro Ātman come assenza di sofferenza, assenza di felicità, assenza di oggetto, assenza di io ecc. Infatti la presenza e l’assenza appartengono a un oggetto e non all’Ātman che è sempre il soggetto del Sākṣin che testimonia l’assenza e la presenza di qualsiasi cosa e di tutto. Un’assenza può essere compresa solo in contrasto con la sua controparte, cioè con un oggetto. Per esempio: senza l’idea del vaso non possiamo pensare alla sua assenza. Dove c’è la conoscenza del vaso, lì ci può essere il riconoscimento dell’assenza del vaso. Se in sonno profondo non c’è la possibilità di un oggetto positivo, o la sua conoscenza, non c’è alcuna possibilità per determinarne l’assenza o per riconoscerlo. Quindi, per sostenere che il sonno profondo è assenza di sofferenza, si usa come paragone la sofferenza della veglia. Pensare al sonno profondo come assenza di sofferenza è fatto solo dal punto di vista della veglia. Sūreśvara dice:

        Solo l’Ātman rimane nel sonno profondo nella natura di Felicità che è oltre la divisione sia della presenza sia dell’assenza. Questa conoscenza di Ānanda proviene solo dal Vedānta (NaiSi III.113).

        Inoltre proprio il sonno profondo è la nostra essenziale natura di Felicità. Non conoscendola, la chiamiamo sonno profondo.

        Domanda: perché ci riferiamo a esso come a qualcosa di passato, dicendo ‘ho dormito beatamente’?

        Risposta: a questo è già stato risposto a proposito della Conoscenza nel § 127. Siccome la propria natura non cambia mai, anche ora siamo nella natura di Felicità. Essendo immersi nella naturale Felicità, dopo esserci svegliati sentiamo il corpo leggero, la mente fresca e vivace e l’intelletto pronto a capire cose, a decidere azioni e il mondo ci appare pieno di felicità.

        159. La veglia e il sogno sono un’altra forma della Pura Felicità

        L’intero mondo ci appare pieno di felicità semplicemente perché la felicità, il suo fruitore e gli oggetti della felicità, sono tutti diventati uno nel sonno profondo. La travolgente gioia che ci riempie quando vediamo la bellezza o la meraviglia del mondo è solo un’altra forma della Felicità. La veglia e il sogno sono come grandi onde che sorgono dall’immenso oceano della Felicità. La schiuma, le bolle, le gocce appaiono tutte nelle onde e non sono nient’altro che acqua. Ciò significa che anche tutti gli altri jīva che ci appaiono sono solo la Beatitudine della nostra natura. Questa comprensione produce amicizia e amore e non riconoscerla provoca odio e vendetta. Quindi l’amicizia, l’amore, il piacere ecc. sono costituenti di questo oceano di Felicità, come lo sono l’odio e la vendetta. Se la schiuma è colorata, non cessa di essere acqua. I nomi e le forme, a causa dei quali l’amore diventa dispiacere e paura, sono di fatto solo felicità mascherata. Se vogliamo che appaiano nella loro forma originale di Pura Felicità, dovremmo smettere di guardarli attraverso le lenti colorate della veglia e cominciare a guardarli con l’occhio dell’intuizione universale. Allora capiremo che non c’è nulla se non la Pura Felicità.

        160. Negare la Pura Felicità è una logica vuota

        Obiezione: non sperimentiamo mai Pura Felicità senza un oggetto, senza crescita o decrescita, senza inizio o fine, senza che sia mescolata a un elemento di sofferenza o senza fruitore e oggetto.

        Risposta: la stessa argomentazione data nel § 129 vale anche qui. Dato che siamo sempre solo Pura Beatitudine, non è possibile vederla come un oggetto. La nostra esperienza è prova sufficiente per mostrare che eravamo nel sonno profondo in quanto Beatitudine. Ciò dimostra che anche ora siamo il Sākṣin. In altre parole, anche ora in veglia, quando siamo testimone e testimoniato, siamo solo Beatitudine. Come Testimone, il Sākṣin non è limitato da spazio, tempo e causalità, perché è anche il Sākṣin di essi. Quello che è testimoniato, per lo stesso motivo, non è limitato da spazio, tempo e causalità, perché spazio ecc. non sono fuori da Esso. Quindi, anche nella forma di testimone e testimoniato, la Beatitudine è illimitata. Come l’esperienza di Pura Coscienza è nirvikalpa, vale a dire senza relazione di soggetto-oggetto, così è anche l’esperienza di Pura Beatitudine. Essendo libera dalle limitazioni di spazio, tempo ecc. questa Beatitudine non è né savikāra, mutevole, né nirvikāra, immutabile, com’è spiegato nel § 130. Che appaia come stati di veglia e di sogno, è solo apparenza immaginaria (vivarta) della Pura Beatitudine o sovrapposizione su di essa. Non c’è dunque alcuna ragione per l’obiezione basata sulla sola logica che gli stati, la felicità e la sofferenza in essi sperimentate sorgano dall’immutabile Beatitudine.

        161. Per mezzo degli śāstra si può indagare la nostra natura di Beatitudine

        Obiezione: se siamo sempre nella nostra natura di Beatitudine, perché è necessario indagare il Sé? Perché scrivere gli śāstra e studiarli?

        Risposta: qui c’è un errore che si deve correggere. A questo proposito Śaṃkara dice:

        Sebbene nella nostra vera natura siamo sempre Felicità non duale, non sapendolo e guardando dal punto di vista della veglia, c’inganniamo considerandoci limitati e infelici e, come risultato, siamo afflitti. Quindi il male prodotto dall’errore può scomparire solo con la conoscenza della propria natura (BUŚBh I.4.10).

        Se qualcuno possiede molto denaro, ma non lo sa, non proverà il piacere di possederlo. Un altro esempio: un passeggero che viaggiava in treno cominciò a preoccuparsi pensando erroneamente di aver perso il suo biglietto, che in realtà aveva in tasca. Per liberarsi da tale sofferenza doveva solo sapere di averlo in tasca. Similmente, pur essendo la Beatitudine non duale, finché rimaniamo nell’errore di essere limitati e di essere un’anima sofferente (jīva), la felicità, pur essendo la nostra natura, non ci sarà di alcun aiuto e la sofferenza sorta dall’errore continuerà ad angosciarci. Se il Vedānta ci insegna a vedere il nostro Ātman dal punto di vista universale producendo la corretta comprensione, la Felicità ci apparirà appena acquisita, sebbene sia la nostra eterna natura. A questo proposito citiamo dal Bhāṣya il dibattito che segue.

        Obiezione: se la mia vera natura è Felicità, qual è la necessità dell’insegnamento? Questo insegnamento non è dunque inutile?
        Risposta: sì, dopo aver capito che noi stessi siamo la Felicità, l’insegnamento non è più utile.
        Obiezione: ma, allora, non è inutile anche la conoscenza?
        Risposta: no, perché nella nostra esperienza vediamo che l’errore scompare con la conoscenza.
        Obiezione: se tutto è solo Ātman non duale, non dovrebbe avvenire nemmeno la rimozione dell’errore.

        Risposta: no, ciò è contrario a quello che si sperimenta. Quando l’errore è visto scomparire con la conoscenza della non dualità, nessuno considera tale conoscenza qualcosa da rigettare, perché è contrario all’evidenza. Non è corretto chiamare improbabile ciò che è ovvio, in quanto è ovvio.
        Obiezione: ma l’ovvietà non è probabile?
        Risposta: la stessa ragione si addice anche a questa obiezione: poiché è ovvio, nulla può cambiarlo, dato che è già ovvio (BUŚBh I.4.10).

        162. Si può conoscere la Felicità in quanto nostra natura essenziale

        Obiezione: come si può conoscere la Pura Felicità che è la nostra propria natura, senza oggettivarla?

        Risposta: ci si deve riferire all’argomentazione § 135 che riguarda la Coscienza. Nella nostra vita empirica abbiamo l’idea della Pura Felicità solo dall’esperienza del sonno profondo. Quindi, per capirla, dobbiamo pensare alla nostra natura come esiste nel sonno profondo. Allora la conoscenza della veglia sarà cancellata e la nostra identità individuale della veglia, come pure la coscienza della veglia, s’immergerà in quella natura. Diventeremo proprio la vera Felicità libera dalla relazione soggetto-oggetto. Così, quando un conoscitore della Felicità diventa proprio la Felicità, dopo non gli rimane né la relazione soggetto-oggetto né la possibilità di pensarla oggettivata. La śruti dice:

        Chi conosce la Beatitudine di Brahman non ha paura di nulla (TaiU II.9).

        Perché egli stesso è il Brahman infinito e non c’è nulla differente da lui, non ha paura di nulla poiché non c’è un secondo oggetto (BU I.4.2).

        1. In questo caso si tratta del sonno profondo considerato dalla veglia come uno stato [N.d.C.]. [↩]

        20. La luce della Realtà

          Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

          20. La luce della Realtà

          135. È possibile conoscere la Pura Coscienza

          Risposta al quarto dubbio: è possibile conoscere correttamente la Pura Coscienza?

          Risposta: di fatto non c’è necessità di conoscere la Pura Coscienza, perché è la nostra propria natura; invece l’uomo cerca generalmente ciò che è altro da sé (BhGŚBh II.16). Tuttavia a causa dell’interferenza predominante del punto di vista della veglia, la nostra natura essenziale ci è diventata estranea. Sebbene siamo Pura Coscienza, abbiamo la perseverante conoscenza erronea di essere divisi tra io e il resto; l’io conosce il resto con la sua consapevolezza. Nel sonno profondo non c’è questo concetto, dato che c’è solo Pura Coscienza senza alcuna divisione, quindi non c’è alcuno strumento per conoscerlo. È come bendare una persona e porla davanti a un bellissimo palazzo.

          Proprio come la gente non sa di calpestare una miniera d’oro, così chi ha il pregiudizio della veglia non conosce Brahman nel sonno profondo, sebbene s’immerga nella Pura Coscienza del sonno profondo giorno dopo giorno (ChU VIII.3.2).

          In altre parole, sebbene ciascuno sia per sua natura Pura Coscienza e vi si immerga nel sonno profondo, non è affatto consapevole di ciò. Perciò andare in sonno profondo non è sufficiente. Ciascuno deve avere questa conoscenza proprio in veglia e la può ottenere solamente indagando dal punto di vista universale.

          Risposta al quinto dubbio: se la Pura Coscienza diventa un oggetto di conoscenza di veglia, ciò non significa che la natura della conoscenza è cambiata? Come si può conoscerla con questa conoscenza?

          Risposta: mettendo da parte la Pura Coscienza per un po’, discutiamo dapprima sulla coscienza di veglia. Per questa coscienza è necessariamente richiesto un oggetto, come tutti sappiamo. Per esempio, quando conosciamo un libro, sorge nella nostra mente il pensiero del libro chiamato conoscenza del libro. Ovviamente il libro è fuori della mente, ma non del pensiero. Forse che la mente si stanca e diminuisce concependo il pensiero del libro per conoscere il libro? No, se vogliamo, possiamo abbandonare il pensiero del libro e concepire un pensiero diverso, come quello di una penna. Ciò prova che la mente non si logora per il numero dei pensieri e rimane intatta. Diciamo pure che questa conoscenza cerca di conoscere se stessa senza alcun oggetto esterno. In questo caso, la mente concepisce un pensiero d’un oggetto che è se stessa. In questo caso, la mente è oggetto e anche soggetto; in altre parole, conosce come soggetto e genera un pensiero come oggetto. Quindi, il pensiero della mente è reale quanto un oggetto esterno come il libro. Ciò non può essere negato, essendo materia della nostra esperienza. Dato che la conoscenza di veglia necessariamente ha bisogno d’un oggetto, se non può avere un oggetto esterno, deve oggettivare se stessa. Per coloro che non sono sādhaka è difficile continuare a oggettivare a lungo la propria conoscenza, poiché la natura della mente è estroversa. Quindi, così facendo, la maggior parte si addormenta. Alcuni entrano ogni tanto in samādhi o transe a causa di questa concentrazione. Non entreremo in dettagli dato che abbiamo deciso di esaminare solo l’esperienza o intuizione universale e non le rare personali esperienze come il samādhi.

          Poi dovremmo cercare di oggettivare solo la Pura Coscienza. Come fare? La Pura Coscienza dovrebbe essere contemplata esattamente com’è sperimentata in sonno profondo. Questa contemplazione è diversa da quella della coscienza di veglia. Per conoscere la coscienza di veglia è sufficiente che la stessa veglia diventi il soggetto e l’oggetto. L’intera coscienza di veglia funziona solo mantenendo la relazione soggetto-oggetto, perciò ogni conoscenza deve avere un oggetto. Il caso della Pura Coscienza è differente. Per contemplarla dobbiamo portare l’esperienza del sonno profondo alla mente abbandonando la soggettività della conoscenza di veglia. Non appena perde la sua soggettività, essa stessa va oltre la relazione soggetto-oggetto e diventa Pura Coscienza. Non c’è altro modo per contemplare la Pura Coscienza ovvero il non duale sonno profondo. Sappiamo bene che una larva (kīṭaka) diventa un’ape (bhramara). Sembra quasi impossibile credere che la larva si trasformi in un insetto così diverso. Qui, però, non è affatto impossibile, perché la coscienza di veglia è in realtà anche ora la Pura Coscienza. La sua soggettività è una falsa apparenza dovuta ai nomi e alle forme, che in realtà sono solo Pura Coscienza e si dissolvono nel sonno profondo. Se una persona cerca di capire la Pura Coscienza questa non diventa il suo oggetto; ma quando capisce che essa non è un oggetto, egli stesso perde la sua soggettività e diventa Pura Coscienza. L’Upaniṣad dice

          Chiunque conosca il Brahman Supremo, diventa veramente Brahman (MuU III.2.9).

          Quindi è veramente possibile conoscere la Pura Coscienza e la dottrina vedāntica non contraddice l’esperienza.

          136. Peculiarità della conoscenza della Realtà

          Dato che è solo la Pura Coscienza ad apparire dal punto di vista della veglia, assumendo la forma di ogni cosa,

          Perfino l’ignoranza è in realtà solo Pura Coscienza (BV II.1.74).

          Per questo anche la conoscenza erronea, finché appare, sembra conoscenza vera (samyaj jñāna). Quando cambia la sua forma e assume quella di un’altra conoscenza, di nuovo appare come se fosse conoscenza corretta. Perciò è vero che ogni conoscenza, essendo nella sua reale natura Pura Coscienza, appare reale finché appare. Tuttavia la conoscenza finale della Realtà ha una peculiarità. Questa conoscenza, infatti, dissolve il conoscitore, la conoscenza e l’oggetto di conoscenza in modo che non rimane alcun pensiero di averla capita e anche la conoscenza che dissolve diventa solo Pura Coscienza.

          Non c’è alcuna dualità in quella conoscenza (MUGK I.18).

          Non ci sarà alcun dubbio se la conoscenza è corretta o meno. Essendo certa è esatto chiamarla vidyā,le altre conoscenze sono solo ignoranza.

          137. La suprema Realtà è Esistenza, Coscienza e anche Beatitudine

          Finora abbiamo prestato attenzione alla non differenza fra Esistenza e Coscienza nella discussione sulla Realtà dal punto di vista della Coscienza. La Pura Esistenza è Pura Coscienza ed è la nostra natura essenziale per la quale abbiamo massimo rispetto e amore. In sonno profondo la nostra natura non è soltanto Esistenza e Coscienza, ma anche Felicità. Ciò è ben noto dalla sensazione di felicità e soddisfazione della mente che proviamo al risveglio. Se si ritiene che la Pura Felicità nel sonno profondo sia la sorgente e la verità di tutte le esperienze della veglia, sarà utile indagare anche questo aspetto. Se la nostra natura essenziale, oltre a essere Coscienza ed Esistenza, è anche Felicità, con la sua conoscenza otterremo lo scopo ultimo della vita umana. Si discuterà di questo nel prossimo capitolo.

          5. Fonte e verità della Felicità

          A. Solo l’Ātman è Felicità

          138. L’importanza dell’indagine sulla Felicità

          È bene studiare il punto di vista della Felicità paragonandolo a quello dell’Esistenza e della Coscienza. Si può prendere in esame qualsiasi cosa solo per curiosità. Generalmente s’intraprendono varie attività per curiosità o per passare il tempo. Ma presto o tardi si provano piacere, avversione o perdita d’interesse, quando la curiosità viene meno. La gente è attratta dai divertimenti per combattere la noia. È impossibile intraprendere un’attività senza avere un’aspettativa o una speranza. L’utilità, dunque, è l’ultimo fine degli sforzi degli uomini.

          Domanda: alcuni sostengono che non si dovrebbe avere altro fine se non la ricerca della verità, scopo della filosofia.

          Risposta: se non c’è altro vantaggio che quello di conoscere le cose, s’impegnerà su un argomento così futile soltanto chi pensa che la speculazione sia lo scopo della vita. Invece, chi crede che ci sia uno scopo più elevato non sarà interessato a passare il tempo a filosofare.

          Domanda: se gli śāstra non offrono alcun beneficio ci si può chiedere che vantaggio ne trarrà il lettore.

          Risposta: il Vedānta non è una conoscenza che riguardi vuote speculazioni teoriche al solo fine di soddisfare la curiosità. È uno śāstra per esaminare eper raggiungere un’esperienza. Se lo śāstra afferma che il più alto fine della vita umana può essere raggiunto con doveri rituali o che può essere ottenuto con la cerca del Sé, questa conclusione non ci appaga. Invece il Vedānta insegna che la perfetta Felicità, che tutti cercano, è già nella nostra esperienza se ci rivolgiamo al nostro interno. La si ottiene solo con l’intuizione. L’indagine sul Sé tende a tale scopo e l’esame della Felicità è importante affinché l’indagine sulla Realtà sia completa e fruttuosa.

          139. L’opinione corrente sulla Felicità

          È ragionevole aspettarsi che anche la Felicità sia la nostra natura essenziale, esattamente come l’Esistenza e la Coscienza. Tuttavia la felicità non è continuamente in noi come l’Esistenza e la Coscienza. Per esempio, siamo felici solo quando vediamo una bella cosa o ascoltiamo un suono piacevole, odoriamo una fragranza, mangiamo una prelibatezza, tocchiamo una cosa morbida o quando abbiamo buoni pensieri. Nel complesso possiamo dire che, diversamente dall’Esistenza e dalla Coscienza, sperimentiamo la felicità solo con qualche associazione (upādhi). Quindi dobbiamo investigare se la Felicità sia veramente la nostra natura o se venga per contatto con oggetti esterni. Dato che il godimento è in noi, possiamo dire che anche la Felicità è in noi; essa necessariamente dipende anche da oggetti esterni, almeno come supporto. Pensiamo che la felicità venga dagli oggetti di godimento in base alla loro qualità, quantità ecc., e quindi li accumuliamo. Ma è solo opinione dei profani che la felicità provenga dal godimento degli oggetti. La gente di un livello un po’ più elevato dice che se è vero che per la felicità si richiede un’associazione esterna, tuttavia non è necessario che si tratti di un oggetto grossolano come un suono ecc.

          Anche un’idea, un’immaginazione la rendono possibile, perché è un pensiero o una particolare condizione della mente. È evidente che la gente più colta trae felicità dalla letteratura, dalle scienze o dalla pratica di arti e musica, diversamente da quella della gente comune che trae godimento solo da oggetti esterni.

          140. Il Sākṣin è l’essenza di tutta la Felicità

          In entrambe le opinioni precedenti sono impliciti due punti:

          A) la felicità è un tipo di pensiero o condizione della mente;

          B) la felicità dipende da qualche associazione.

          Ora è importante discutere se la felicità sta nell’associazione o se viene attraverso quella. Anche in questo caso sarà utile seguire l’esame dei tre stati come si è fatto per l’Esistenza e la Coscienza. Non siamo interessati a conoscere soltanto come sorga la felicità nello stato di veglia, ma anche a identificarne la fonte e la verità. Solo il ragionamento basato sull’esperienza universale potrà scoprirlo. Consideriamo gli stati uno alla volta.

          1. Nello stato di veglia, come nel caso della conoscenza ‘io conosco questo’ (§ 19), c’è la triade conoscitore, conosciuto e conoscenza; similmente anche il godimento ha queste tre divisioni: lo sperimentatore, lo sperimentato e l’esperienza.
          2. Come usiamo gli organi di senso per conoscere, così usiamo gli organi di conoscenza e quelli d’azione per godere.
          3. Come la conoscenza, anche il godimento è un pensiero o condizione della mente (antaḥkaraṇa vṛtti). Il problema è se l’oggetto produca sempre un pensiero di felicità (sukha vṛtti) e, in tal caso, per quale particolare qualità. Se l’oggetto può produrre felicità, dovrebbe produrla sempre ed egualmente per tutti, ma non è così. Un oggetto può rendere felice uno e infelice un altro. La stessa persona può essere talvolta felice e in un altro momento infelice con lo stesso oggetto. Se l’oggetto possedesse una capacità intrinseca di produrre felicità, perché questa alternanza? Se si dovesse essere felici senza un oggetto, perché la mente dà così tanto valore agli oggetti ed è così attaccata a essi? Non c’è risposta a queste domande. Possiamo risolvere questa intricata questione così: un oggetto ci fa felici solo se ci è caro, non altrimenti. Un dolce può attrarre Rāma e dargli felicità, ma disgustare Kṛṣṇa che può assaporare un karela (zucchina amara) e trarne felicità. Entrambi godono dei rispettivi cibi, perché li ritengono graditi. È evidente che qualsiasi oggetto può procurare felicità solo quando c’è ‘amore’ per esso. Da ciò emerge un fatto: dato che l’attrazione appartiene per natura alla mente, l’uomo la trae dal suo cuore, riveste gli oggetti con il suo amore e li rende amabili per sé. Quindi, quando pensiamo che gli oggetti sono la causa della felicità, di fatto la causa reale è l’amore della mente per gli oggetti. Ora sciogliamo un altro nodo. Se l’amore è qualità della mente, perché si ama un oggetto e si prova avversione per un altro? Se gli oggetti non hanno alcuna felicità intrinseca, perché la nostra mente è interessata a essi? Perché soltanto l’amore, che è una condizione della mente, dovrebbe far sorgere la felicità? Perché non tutti i pensieri o condizioni della mente la fanno sorgere?

          141. Opinioni sulla relazione tra esperienza e Felicità

          Le precedenti domande sono simili a quelle già poste (§§ 91-92) sulla Coscienza. La principale ragione di ciò è che il conoscitore, supporto della coscienza di veglia, è anche il supporto della Felicità. Nel § 97 facevamo riferimento agli antichi naiyāyika che sostenevano quanto segue:

          • L’io per natura insenziente, ha la coscienza come sua qualità.
          • Anche la felicità è una qualità di Ātman quando è nella forma di io.
          • Anche la conoscenza, gioia, sofferenza, desiderio, odio, sforzo, dharma, adharma sono tutte solo qualità di Ātman.

          Se non è ragionevole dire che l’insenziente ātman possieda la qualità di coscienza, ciò vale anche per la Felicità.

          Alcuni vedāntin, seguaci di Rāmānuja e Madhva, sostengono che come la Coscienza è sia natura sia qualità di Ātman, ciò vale anche per la Felicità. La coscienza, come qualità, non può essere distinta dalla Coscienza come sua natura. Così non si può nemmeno riconoscere alcuna differenza fra qualità e natura della Felicità. Se la felicità non è la natura di Ātman, allora non si può conoscere la Felicità. Questa differenza tra natura e qualità è immaginata solo dal punto di vista della veglia.

          142. La Felicità come appare nel fruitore e nella fruizione non è indipendente

          1- Ora dobbiamo esaminare l’esperienza ‘io sono felice’. Qui la felicità include la relazione fruizione-fruitore, in quanto qualità e suo possessore. Questa felicità è indipendente o no? Con l’aiuto dello stesso ragionamento usato nel § 96 in riferimento all’Esistenza, sappiamo che la verità del fruitore e della fruizione è il Sākṣin che testimonia l’intero stato di veglia. La Felicità del Sākṣin non proviene da qualcos’altro, perché esso ci è sempre caro. Se essere caro è il segno del suo essere Felicità, allora il Sākṣin è il più caro di tutti. Ogni creatura sulla terra ama qualsiasi cosa altro da Sé solo per amore o per mezzo dell’amore per il Sé. Marito, moglie, figli, ricchezza, casta, dharma, potere, mondo, conoscenza, tutte queste cose ci sono care solo per amore del Sé (BU IV.5.6). Per amore di chi vogliamo gli oggetti? Per amore del proprio Sé. Anche desiderarli per gli altri è solo per il nostro interesse. Più una cosa ci è vicina, più la si ama. In definitiva si ama soprattutto ciò che è più prossimo a Sé.

          2- L’amore per Sé non ha bisogno di essere insegnato perché è innato.

          Domanda: perché una persona dovrebbe amare se stessa?

          Risposta: la scienza dice per l’autoconservazione.

          Domanda: perché una persona dovrebbe conservare se stessa?

          Risposta: non c’è nessuna risposta oppure si dice che la scienza non ne ha ancora scoperto la ragione. La vera ragione dell’amore per Sé è ‘la causa della felicità è l’essere caro’. Siccome il proprio Sé è il più caro di tutti, questo proprio Sé è il destinatario di tutta la felicità. Se non ci fosse felicità in se stessi, perché ci sarebbe così tanto amore per Se stessi?

          3- L’uomo ama qualunque cosa concepisca come io. Egli s’identifica al corpo e per suo amore è pronto ad abbandonare qualsiasi cosa. Dopo una prima indagine sul Sé, pensa che il prāṇa sia più caro del corpo, perché solo quando si è vivi si possono avere piaceri e felicità fisiche. La mente è più vicina al Sé del prāṇa, quindi è più cara del prāṇa. Per amore di un sentimento o di una soddisfazione emotiva, la gente si abbandona alla vita. La soddisfazione emotiva fa vivere più felici. La buddhi è più vicina all’Ātman, quindi è ancora più cara della mente. Il senso dell’io è il più interno di tutti. Questo è ciò che s’intende come io della veglia. Chi si identifica con lo stato di veglia, concepisce erroneamente l’io della veglia o la veglia stessa come la reale natura dell’Ātman.

          4- Quando si guarda dal punto di vista della veglia l’esperienza dell’io ha due qualità: la prima è kartṛtva-bhoktṛtva,cioè la qualità di essere agente e di essere fruitore. Dapprima c’è il desiderio (icchā) di ottenere qualcosa o di evitare qualcos’altro; poi il desiderio si esprime con lo sforzo (prayatna) di sperimentare gioia o dolore come risultato (kalam). Tutto questo è una proprietà dell’io. La capacità di agire è kartṛtva, e la capacità di gioire o soffrire dopo aver acquisito gli oggetti è bhoktṛtva. A causa della sua capacità di agire e di fruire, nello stato di veglia il senso dell’io assume la massima importanza. È per questa ragione che gli oggetti, i sensi, la volontà, lo sforzo e il godimento, esistono tutti in funzione dell’azione e della fruizione da parte dell’io, e non per se stessi. La seconda qualità del senso dell’io è jñātṛtva o capacità di conoscere, già discussa nel § 96.

          5- Anche la capacità di conoscere è finalizzata all’agire e al fruire. Le cose si conoscono con la capacità di conoscere e, di conseguenza, ci si sforza di acquisire ciò che si desidera e si evita ciò che non si desidera. Si è felici se questi sforzi vanno a buon fine. Tutto questo, cioè conoscere, agire, sperimentare è detto vyavahāra o vita di relazioni. Perciò durante la relazione la conoscenza è mirata agli sforzi, gli sforzi sono mirati al godimento e quindi solo quest’ultimo è il più importante vyavahāra. La gente è deliziata dalla vita mondana (saṃsāra) ritenendola piena di felicità e agisce attivamente per acquisire gli oggetti di godimento, poiché il senso dell’io ha la capacità di fruire. In breve, tutti i processi della vita cessano se non c’è capacità di godimento e, attorno a questa, gira l’intero saṃsāra. Si considerano molto intelligenti coloro che hanno successo nell’ammassare ricchezza od oggetti di fruizione con il minimo sforzo, che si circondano delle persone amate tenendosi lontani da coloro che non piacciono e, se necessario, sopprimendole o mandandole in rovina.

          6- Anche se si ha un così grande amore per questo senso dell’io, possiamo dire che esso è l’ultimo oggetto di tutto il nostro amore? Sì, se guardiamo dal punto di vista della veglia. Tuttavia, dal punto di vista universale del Sākṣin, si perde l’eccessiva identificazione con l’io della veglia e si resta Sākṣin, che è il Testimone dell’intero stato di veglia, compresi il senso dell’io, fruitore, fruizione e oggetto di fruizione. Come la nozione dell’io, associata alla capacità di fruire, è l’io più interno dello stato di veglia, così anche il Sākṣin è l’io più interno se lo paragoniamo all’io fruitore, se osservato dal punto di vista universale. Se si riflette in profondità, solo questo è l’ultimo fine dell’io. Quindi, l’amore più grande che abbiamo è solo per Esso che, perciò, è l’ultima fonte e la verità della Felicità.

          143. La Felicità è l’essenza dell’io

          C’è, dunque, un irresistibile amore da parte di ogni creatura per ciò che considera io. La fruizione (bhoga) e l’oggetto di fruizione (bhogya) sono desiderati solo perché in relazione con io e mio. Senza tale relazione dell’io con gli oggetti non ci può essere fruizione; è per questo che una persona non può godere al posto di un altro. L’io come fruitore, in veglia, usa a suo vantaggio tutte le cose e crea l’illusione in cui solo lui è il ricettacolo della felicità. La qualità di fruitore non è la vera origine della felicità, perché il fruitore talvolta diventa infelice, il che sarebbe impossibile se fosse la sorgente della felicità. L’uomo, che con egoismo pensa che la sua esistenza sia la cosa più importante, si deprime quando alcune cose insignificanti non seguono le sue aspettative. Quando è del tutto senza speranza è pronto a commettere suicidio. Questo prova che fruitore non è il reale significato della parola io, perché è pronto a sopprimerlo. C’è un altro significato dell’io, Testimone di questo io-fruitore: questo Sākṣin-Testimone è la nostra vera naturadi Felicità, perché non può mai essere detestato né abbandonato. Quando si guarda dal punto di vista del Sākṣin, la precedente identificazione con l’io-fruitore s’indebolisce. La felicità che appariva nell’io fruitore e, per suo tramite, nei pensieri e negli oggetti, è in realtà solo il Sākṣin, fonte originaria e verità di tutta la Felicità. La Taittirīya Upaniṣad illustra dapprima cinque ātman immaginati da avidyā: annamaya, fatto di cibo, prāṇamaya, fatto di prāṇa, manomaya, fatto di mente, vijñānamaya, fatto d’intelletto, ānandamaya, fatto di felicità. Infine insegna il reale Ātman della natura di Beatitudine, che è la sorgente e la verità di tutte le varie esperienze di felicità. In questa lista di ātman il manomaya ātman è il conoscitore (jñātā) degli oggetti, vijñānamaya ātman è il kartā che determina e agisce e ānandamaya ātman è il bhoktā, che è il più interno di tutti. Lo stesso ānandamaya è ciò a cui ci si riferiva come io, avente la capacità di fruizione. La śruti così parla di lui:

          La cosa più cara è la sua testa perché il fruitore è più caro di qualsiasi altra cosa. La gioia è la sua mano destra, la letizia è la sua mano sinistra; la sua essenza è il Sākṣin della natura di Felicità (TaiU II.5.1).

          Se si capisce questo non si trova differenza né divisione nella natura del Sākṣin.

          B. I gradi della Felicità

          144. I tre livelli della Felicità

          Domanda: se la Felicità è realmente il vero Ātman senza differenze e divisioni, come avvengono gli stati e la distinzione di felicità e dolore che si ritrova in essi? Se accettiamo che felicità e dolore non sono egualmente sperimentati da tutti, ma in gradi diversi, è possibile aiutarsi o danneggiarsi reciprocamente. Se la felicità non è negli oggetti, perché il contatto con essi è diventato indispensabile per ottenerla? Questo non prova che c’è un certo tipo di felicità negli stati?

          Risposta: si può dare la stessa risposta che abbiamo già dato a proposito dell’Esistenza e della Coscienza, dividendo la Felicità in tre livelli.

          • La Felicità del Sākṣin che testimonia gli stati è veramente reale (pāramārthika) perché non proviene da altri. Non dipende da tempo, spazio e causa; non ha inizio né fine, ma rimane sempre la stessa.
          • Il seguente livello di felicità sorge a causa degli oggetti esterni e dura fintanto che c’è relazione con essi. Questa è chiamata felicità relativa o empirica (vyāvahārika).
          • Una felicità temporanea può insorgere anche da cose immaginate. Per esempio, una persona può pensare che liberarsi dal dolore sia felicità; o quando una persona toglie un peso dalla testa, può pensare che questa sia felicità; un altro può ritenere che la felicità sia superare una malattia. Se una persona invidiosa vede che un suo rivale ha perso denaro, si sente felice. Questa felicità che insorge da cose immaginate, immaginarie o apparenti è chiamata prātibhāsika, felicità immaginata. Vedendo l’argento nella madreperla della conchiglia, una persona può sentirsi felice. La divisione della felicità in questi tre livelli non si trova nei testi vedāntici tradizionali, com’è invece nel caso dell’Esistenza e della Coscienza. Tuttavia non è sbagliato seguire la stessa logica.

          145. La felicità empirica è in realtà solo Pura Felicità

          La felicità empirica, infatti, è solo la reale Felicità e non qualcosa di differente (§ 99). Śaṃkara dice:

          Quando vari oggetti di godimento vengono a noi a causa dei meriti (puṇya) del nostro karma passato, allora un particolare pensiero della mente lo copre e come risultato diventa puro. Allora la felicità dell’Ātman come Sākṣin si riflette nel pensiero della mente. L’oggetto esterno aiuta, ma non produce l’apparizione della felicità, anche se la gente la chiama felicità prodotta dall’oggetto. […] Inoltre la gente non riconosce che questa felicità nata dagli oggetti esterni è una qualità di Ātma. (TUŚBh II.5.1)

          Tuttavia la felicità è solo l’essenziale natura dell’Ātman e non la sua qualità, perché esso non ha nascita, morte ecc. esattamente come quel che riguarda la Coscienza, com’è stato discusso nel § 102. È vero che la gente sperimenta la felicità a diversi gradi. C’è una spiegazione in questa citazione:

          Più ci sono le qualità di salute, forza, conoscenza, ascesi, controllo, distacco ecc. maggiore è la felicità che appare nella mente. (TUŚBh II.5.1)

          Tuttavia non si deve pensare che in questi casi la Felicità realmente vari in grado e qualità, da persona a persona o nella stessa persona in tempi diversi. Come s’è già detto, una e una sola Felicità appare in gradazione nei vari stati della mente. Perciò la śruti dice

          Egli solo rende tutti i jīva felici. (TaiU II.7.1)

          Tutte le creature vivono soltanto con poche gocce di questo oceano di Felicità. (BU IV.3.32)

          146. Le variazioni nella Felicità sono dovute a Māyā

          Obiezione:

          1. Il Sākṣin-Coscienza e lo stato che testimonia sono differenti.
          2. Nello stato c’è la divisione fra me e il resto; la felicità è a vari gradi a causa del contatto con vari oggetti. Essendo questa la nostra esperienza, come puoi dire che la felicità insorge senza alcun oggetto?
          3. Tu dici che la felicità è una e indivisa nella nostra esperienza. Ma, contrariamente a questo, affermi che ci sono tre livelli di felicità: reale, empirico e apparente.
          4. Se l’infelicità è sempre diversa dall’esperienza della felicità, non è un ottimismo irrealistico dire che tutto è solo Felicità?

          Risposta: rispondiamo prendendo in considerazione anche il sogno e il sonno profondo, come nel caso della Coscienza (§ 103-104).

          1. Il Sākṣin non è limitato a uno stato, e gli stessi stati non possono esistere indipendentemente dal Sākṣin. Questo prova oltre ogni dubbio che gli stati e la felicità che appare in essi non sono altro che il Sākṣin.
          2. Sebbene in sogno vediamo felicità e infelicità causate da oggetti vari, come pure gradazioni nella loro esperienza, la triplice divisione di fruitore, fruizione e oggetto di fruizione, è una mera apparenza. Di fatto noi riteniamo che non esistano affatto. Tuttavia questo stesso Sākṣin testimonia l’apparente tripuṭi (la triplice divisione). Non c’è nessun’altra fonte per tutta l’apparente felicità e infelicità, eccetto il Sākṣin, che è della natura di Felicità.
          3. Quindi, anche nella veglia, i tre livelli di felicità, come pure la divisione fra felicità e infelicità, non sono altro che il Sākṣin della natura di Felicità. Questo dal punto di vista universale, cioè del Sākṣin.
          4. L’infelicità, immaginata da un pessimista, è in realtà solo Felicità. Quindi l’ottimista che vede ogni cosa come felicità è in armonia con la verità. Con ottimismo intendiamo il punto di vista comprensivo del Sākṣin. Se non si assume questo punto di vista, rimanendo solo nell’ottica della veglia, essere ottimisti non funziona e l’infelicità non scompare; e se diciamo che non c’è infelicità è solo un’affermazione audace che nega il fatto. L’ottimismo della mente della veglia è solo un sofisma. Così il conflitto tra l’ottimista e il pessimista non può essere rimosso solo con la logica della veglia.

          19. La luce della Realtà

            Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

            19. La luce della Realtà

            129. Dire che non c’è Pura Coscienza è un sofisma

            Obiezione: Pura Coscienza significa una conoscenza senza alcuna qualità, senza soggetto e oggetto. È impossibile per tale conoscenza esistere perché nessuno ha mai visto un oggetto senza una conoscenza. Esistenza e conoscenza sono due parole che denotano una qualche relazione e non è possibile includere queste due solo nella conoscenza. Quando ha luogo una conoscenza, deve essere di un tipo particolare, considerato attributo di quella conoscenza. Se non gli si vuole dare un altro attributo, si deve almeno accettare che l’attributo dell’esistenza sia in essa. Quindi è una pura fantasia pensare che ci sia una conoscenza senza alcun attributo, soggetto, oggetto, divisione o altra differenza.

            Risposta: l’esperienza del sonno profondo è sufficiente per capire che questa logica è dovuta al pregiudizio della veglia. Quando si ha l’esperienza di Pura Coscienza nel sonno profondo, negarla con un sofisma è irragionevole. Anche negli stati come la transe [samādhi], coma e svenimento c’è un’esperienza di Pura Coscienza. Se si chiede a chi si sveglia da quegli stati, di spiegare la sua esperienza, risponderà di non aver conosciuto nulla come in sonno profondo. Quegli stati non sono sperimentati da tutti, ma solo da alcuni. Al contrario, l’esame del sonno profondo, comune a tutti, è sufficiente al nostro scopo.

            Se esaminiamo l’esperienza del sonno profondo, capiremo che lì c’era solo un nirvikalpaka anubhava, una esperienza priva di emozioni, senza oggetto e divisione. Questo è ciò che noi chiamiamo Pura Coscienza. Non è corretto respingere solo con la logica quello che è fermamente basato sull’esperienza. Riguardo al dubbio di non avere mai visto la Pura Coscienza da nessuna parte, affermiamo che questo capita a chi non capisce che cos’è la Pura Coscienza, perché essa non è un oggetto che possa essere visto. La conoscenza che abbiamo di qualcosa non è Pura Coscienza. È Pura Coscienza il Sākṣin che illumina e testimonia sia la veglia sia il sogno. Come si è affermato nel precedente capitolo, veglia e sogno sono apparenze che sorgono e scompaiono nella Pura Coscienza. Questa verità è solo Pura Coscienza. Se la Pura Coscienza è tutto e la fine di tutto, cosa c’è di sbagliato nel non vederla come un oggetto? Questo prova forse che la Pura Coscienza, che è la nostra vera natura, non esiste affatto? Tenendo a mente che la Pura Coscienza non è un oggetto, errori come questo non devono accadere. Se la Pura Coscienza non è un oggetto non la si deve neppure intendere come soggetto; perché dove non c’è oggetto che senso ha che ci sia un soggetto? La Pura Coscienza appare in veglia e in sogno come Testimone (Sākṣin) e testimoniato (sākṣya), pur rimanendo nella sua natura essenziale. Ma in sonno profondo non c’è neppure la falsa apparenza del Testimone e del testimoniato. Questa Pura Coscienza è comunemente chiamata sonno profondo.

            130. La Pura Coscienza non è né mutevole né immutabile né è distinta per qualità, numero e forma

            L’Ātman è libero da ogni distinzione (vikalpa) di tempo, spazio, causa, io, tu, soggetto, oggetto ecc., e ciò implica che non è né mutevole (savikāra) né immutabile (nirvikāra). Perché non è mutevole? Perché sembra mutevole a coloro che pensano che il sonno profondo sia uno stato dove c’è solo Pura Coscienza senza alcuna divisione tra soggetto e oggetto e che, negli stati di veglia e di sogno, si modifichi in soggetto e oggetto. Ma il Sākṣin che testimonia tutti e tre gli stati è immutabile. Ora poniamo una domanda a coloro che pensano sia mutevole. Cosa intendete quando dite che la Pura Coscienza che è libera da tempo e spazio, ma che è la loro Realtà, è sottomessa a cambiamento? Come si modifica se non ha parti o divisioni? Di fatto, la Pura Coscienza soltanto appare come sonno profondo, sogno e veglia e non si modifica in essi, perché non c’è alcuna ragione interna né fattore esterno che possa causarle un cambiamento. Per meglio dire, è priva di tutti e tre i generi di differenze: vijātīya bheda (la differenza tra gli appartenenti a due categorie differenti); sajātīya bheda (la differenza tra gli appartenenti a una medesima categoria); e svagata bheda (la differenza che si trova fra le parti di un singolo appartenente a una categoria). È impossibile immaginare che tale indivisibile Coscienza sia mutevole.

            Possiamo chiamarla immutabile, dato che nessun cambiamento è possibile nella Pura Coscienza? Dapprima cerchiamo di capire il significato della parola immutabile. Generalmente si usa l’espressione ‘senza cambiamento’ per riferirsi a cose che esistono nel tempo, ma che non sembrano cambiare o decadere con il passare del tempo. Per esempio quando diciamo ‘se ben conservata una banana può rimanere fresca anche per un mese’, sebbene ci siano alcuni cambiamenti invisibili interni o esterni, la definiamo fresca o senza cambiamenti nel senso che non è ancora marcita. La Pura Coscienza non è immutabile in questo senso, perché non c’è alcuna ragione esterna o interna che possa causarle un cambiamento. La Pura Coscienza illumina l’intero mondo di oggetti a cui appartiene questa divisione di cambiamento e di non cambiamento. Osservando con attenzione il cambiamento, la causa dei cambiamenti, come il tempo ecc., in breve l’intera moltitudine di oggetti, tutti sono soltanto in questa Pura Coscienza non duale. Le parole mutevole e immutabile valgono per gli oggetti, ma non per la Pura Coscienza. Le proprietà degli oggetti come uno (eka) e molti (aneka), forma (sākāra) e senza forma (nirākāra), con attributi (saguṇa), senza attributi (nirguṇa), non possono essere attribuite alla Pura Coscienza, e neppure la dicotomia di soggetto-oggetto.

            131. Dubbi sull’ignoranza della Pura Coscienza

            Si chiama sonno il non conoscere la Pura Esistenza. In questa affermazione ci sono i seguenti due punti: tutto ciò che esiste è solo Pura Coscienza, ma la gente non la conosce. Il secondo punto è che, non conoscendola correttamente, la si considera erroneamente sonno. Qual è la ragione di questi due punti? La non conoscenza (§ 133) e l’errata conoscenza (§ 132). Oltre a ciò che si è detto nel § 128, ci sono sei dubbi riguardanti l’ignoranza.

            1. Che cosa s’intende con conoscenza corretta della Pura Coscienza?
            2. Qual è la causa del non conoscere la Pura Coscienza (§ 133)?
            3. Solo perché la gente non la conosce, perché la dovrebbe concepire erroneamente? Qual è la causa di ciò (§ 134)?
            4. Come la si può conoscere correttamente (§ 135)?
            5. Se la Pura Coscienza dovesse essere conosciuta, diventerebbe un oggetto di conoscenza. Ciò contraddirebbe il fatto che la Pura Coscienza non è un oggetto. Sostenendo il punto di vista per cui la Pura Coscienza conosce tutto, quando si dice che essa deve essere conosciuta, non si è in contraddizione con la precedente affermazione (§ 135)?
            6. Anche se si volesse ammettere in qualche modo la conoscibilità della Pura Coscienza, come si può concludere che è la conoscenza ultima e che questa non sarà negata da un’altra conoscenza (§ 136)?

            Se non si risponde a queste domande, ciò che è stato detto prima, ossia che la Pura Coscienza è pensata come sonno profondo, sarebbe senza senso.

            132. Varie forme di ignoranza

            Risposta al primo dubbio: non conoscenza (ajñāna) ed errata conoscenza (mithyā jñāna) sono chiamate entrambe avidyā in sanscrito. L’incertezza espressa con ‘può essere’, ‘può non essere’ è, invece, chiamata dubbio (saṃśaya). Dire ‘può essere’ è una probabilità (sambhāvanā); dire ‘può non essere’ è una improbabilità (asambhāvanā). Queste sono le varianti della non conoscenza. Un’idea sbagliata, detta viparīta bhāvana, è anch’essa una forma di non comprensione.

            Ciò che è un’istintiva non comprensione è anche errata comprensione, perché non sono diverse tra loro dato che sono causa ed effetto in senso figurato e non reale (BV I.4.3086).

            La presenza del dubbio implica una non comprensione; allo stesso modo, la presenza di errata conoscenza implica la stessa cosa. Così, quando si deve stabilire la radice di entrambe, la si dovrebbe dire non comprensione (BV I.4.440).

            Quindi si dovrebbe esaminare per prima cosa l’avidyā della non comprensione (agrahana). Questa avidyā, della categoria della non conoscenza, è ben nota e riguarda gli oggetti esterni. Per esempio, quando eravamo bambini non conoscevamo molte cose e, crescendo, ne abbiamo conosciute sempre di più. Gli scienziati, gli studiosi e gli artisti conoscono più di altri. Tuttavia, non è un’esagerazione dire che ci sono più cose sconosciute che conosciute. C’è un famoso detto a questo riguardo:

            I libri di conoscenza sono molti e la conoscenza che deve essere appresa è molto vasta; ma la nostra vita è breve e gli ostacoli sulla via sono troppi. Quindi si dovrebbe conoscere l’essenza di tutta la conoscenza come il cigno che estrae solo il latte scartando l’acqua (Bartṛhari, Nitiśatakam).

            Queste sagge parole non sono solo un insegnamento morale, ma anche l’affermazione del fatto che ciò che l’uomo non conosce è illimitato.

            Alcuni punti di quello che gli eruditi conoscono non sono spiegati logicamente. Cercano di capire la verità di cose come la materia, la mente, l’energia, la coscienza, il tempo, lo spazio, la causa ecc., ma non ci riescono. Quindi hanno cercato di costruire le loro conoscenze specialistiche prendendo per certo il modo in cui tali cose appaiono alla loro esperienza di vita empirica. Questa è avidyā in quanto non conoscenza degli oggetti. Similmente, i pensatori hanno indagato a lungo per capire che cosa sia la Pura Coscienza, ma non sono arrivati ad alcuna conclusione. Alcuni dicono che non esiste affatto. Altri sostengono che senza considerare la natura specifica di ‘la mia conoscenza’, ‘la tua conoscenza’ o ‘tale conoscenza’, quando si capisce la conoscenza in senso generale, quella è la Pura Coscienza. Allo stesso modo, coloro che senza conoscerla la immaginano in vari modi, non l’hanno capita. Questa è l’avidyā di non conoscere l’Ātman. La non conoscenza o assenza di conoscenza (agrahanam) è il nostro stato mentale nella veglia.

            Discutiamo ora su mithyā jñānam, cioè l’errata conoscenza o falsa conoscenza. È ben risaputo da tutti che c’è un’ignoranza degli oggetti esterni. Per esempio, comunemente scambiamo una corda per un serpente, una conchiglia per argento o l’allume per zucchero. Sebbene la mente percepisca le sensazioni di suono, colore ecc. che arrivano tramite gli organi di senso, la conoscenza dell’oggetto non avviene finché l’intelletto non organizza tali sensazioni in un’immagine e constata che l’oggetto è ‘così e così’. Per esempio, l’intelletto che sa che un mango deve essere di tal colore, gusto e tatto, lo riconosce non appena lo vede da una certa distanza. Ma talvolta confonde un mango di plastica con un mango reale. Duryodhana, guardando il palazzo di Yudhiṣṭhira, prese una porta per un muro e un muro per una porta, il pavimento per acqua e acqua per pavimento1. Tutti questi sono casi di comprensione errata. Talvolta vediamo la luna doppia o molteplice, a causa di un difetto dell’occhio. Questi errori sono solo conoscenze errate di oggetti esterni. Allo stesso modo, non conoscendo la Pura Coscienza, in modo istintivo la gente la considera erroneamente come veglia o sogno. Non conoscere (agrahana) laPura Coscienza è sonno profondo. Questa può essere chiamata ignoranza causale (kāraṇa avidyā). Concepire anche la Pura Coscienza come io e tu, vero e falso, costituisce l’apparenza della veglia e del sogno; questo è prodotto dell’ignoranza (kārya avidyā). Così afferma Gauḍapāda:

            Veglia e sogno sono detti limitati da causa ed effetto in quanto non comprensione e comprensione errata. Ma il sonno profondo, prājña, è limitato dalla causa (cioè solo dalla non conoscenza). Tuttavia, nessuna di esse è in Turīya (MUGKŚBh I.11).

            Non conoscere (la verità) come mera assenza [in sonno profondo], non può causare alcun male; ma, quando la stessa assume la forma di non comprensione [in veglia e in sogno], causa mali senza fine. La Realtà, cioè la Pura Esistenza-Coscienza, non ha alcuna divisione. Distinguere in essa me e il resto, pensare che il mondo esterno sia sempre esistente, pensare di essere un piccolo essere che vive in esso per un breve tempo, attribuirsi la natura degli oggetti e sovrapporsi le proprietà degli oggetti (nascita, crescita, decadenza e morte), sono tutti contributi dell’erronea conoscenza, prodotti dell’ignoranza (kārya avidyā). I Vedāntin chiamano tutto questo adhyāsa, sovrapposizione. Questa conoscenza erronea è solo una proprietà della mente (antaḥkaraṇa).

            133. Non c’è alcuna causa per l’ignoranza causale

            Risposta al secondo dubbio: qual è la ragione per cui non si conosce la Pura Coscienza? Questa domanda implica che ci dovrebbe essere una qualche causa per l’ignoranza di qualcosa; ma ciò non accade nella vita, perché l’ignoranza è innata; la conoscenza si ottiene con l’osservazione di Sé e con gli insegnamenti di altri. Questo è comunemente accettato dagli esperti di tutti i rami del sapere: ogni esperto si preoccupa di insegnare la sua propria materia, ma nessuno si pone il problema di perché la gente non la conosca. Allo stesso modo è normale aspettarsi che il Vedānta riveli la verità, ma non è ragionevole che spieghi la causa della non conoscenza della verità. È giusto accettare che quest’ignoranza sia naturale come qualsiasi altra ignoranza. Inoltre, chi non conosce il Brahman non si chiederà mai qual è la causa della propria ignoranza.

            Obiezione: perché no? Se io sono Pura Coscienza nella mia natura, sorge naturalmente la domanda del perché ci sia assenza di conoscenza nella mia natura.

            Risposta: la persona che s’identifica con la mente è detta ignorante e l’identificazione avviene solo nello stato di veglia. Perciò la veglia, con il suo punto di vista, è ignoranza. Quando c’è ignoranza, una persona non ha nessuna conoscenza di essere Pura Coscienza. Nello stato d’ignoranza la persona sempre pensa che il suo stato sia naturale e non acquisito o estraneo o temporaneo. Perciò la conoscenza di poter essere Pura Coscienza non è né immaginabile e neppure sospettata. Anzi, la conoscenza erronea di essere il possessore del corpo sembra essere la giusta conoscenza. Quindi non c’è motivo per tale domanda. E, ancora, quando una persona esamina i tre stati secondo il metodo vedāntico, capirà che è sempre Pura Coscienza nella sua natura, e che non c’è mai stata alcuna ignoranza in nessun tempo. Sūreśvara dice:

            Con l’insorgere della conoscenza di sé si constata che non c’è mai stata alcuna avidyā né prima né ora né in futuro (Sambandha Vārttika, 183).

            Quindi, dopo l’insorgere della conoscenza, nessuno porrebbe tale domanda e la domanda sulla causa di avidyā è soltanto un sofisma. Alcuni vedāntin posteriori, che sono più orientati a spiegare con la logica piuttosto che con l’esperienza, sostengono che c’è una anādi āvaraṇa, cioè un velo senza inizio, a causa della mūlāvidyā, che ricopre l’Ātman. Da ciò sorge l’ignoranza della non conoscenza, della conoscenza errata e anche del mondo. Essendo questa presente in tutti e tre gli stati, può andar via solo dopo l’insorgere della conoscenza. Essi solo speculano su questa ipotetica mūlāvidyā. L’argomentazione che portano a difesa della loro ipotesi è che il mondo intorno a noi consiste di conoscenza reale di oggetti reali. Tale mondo reale necessita di una causa reale, senza la quale tale mondo di oggetti reali o sostanziali non può nascere e apparire. Per esempio, il serpente che appare sulla corda, non sarebbe una mera fantasia, ma qualcosa che appare realmente e causa paura. Deve essere nato realmente per apparire e influire su di noi. Un serpente reale non può nascere senza una causa reale che esista prima di esso.

            Commento al loro punto di vista: le loro ipotesi e argomentazioni sono sbagliate. Il mondo non è un’altra entità nata ed esistente assieme a Brahman, ma solo una forma di errata conoscenza di Brahman, quindi non necessita di alcuna causa.

            1. Se il mondo comprende cose reali e irreali, non è corretto prenderlo come comprensivo solo di cose reali; su questa base è sbagliato argomentare che ci debba essere una causa reale.
            2. Dato che tempo e spazio, causa ed effetto appaiono solo con il mondo, cercare un’altra causa preesistente al mondo è contrario a qualsiasi obiettività (ativāda). Essi anche dicono che questa mūlāvidyā esiste nella veglia e nel sogno e, dato che la serie temporale è differente per ogni stato, qui sorge la domanda a quale di queste serie temporali questa ignoranza causale (kāraṇa avidyā) appartenga. A ciò non sanno dare alcuna risposta.
            3. Proprio l’errata comprensione dovuta alla non conoscenza del Brahman è la base della relazione causa-effetto. Perfino parlare di una causa è solo un’idea errata e prova che non hanno alcuna idea di cosa sia la relazione causa-effetto.
            4. I nomi e le forme immaginate dall’ignoranza nell’Ātman appaiono solo nell’Ātman finché non sono rimosse dalla conoscenza della Realtà. L’ignorante immagina anche che questi nomi e forme rimangano nascosti o in forma potenziale nel sonno profondo, come pure nella dissoluzione del mondo.

            Questo seme potenziale di nomi e di forme è chiamato in vari modi nella śruti e nelle smṛti come māyā, seme, potenza o prakṛti (BSŚBh II.1.14).

            Non conoscendo tale segreto, alcuni vedāntin post-śaṃkariani chiamano questa ignoranza mūlāvidyā,ignoranza causale. Tuttavia, l’equazione di māyā con avidyā non si trova da nessuna parte nel Bhāṣya.

            1. Mūlāvidyā è soltanto un’ipotesi che non si accorda né con l’esperienza né con la ragione. Questo ostacolo alla verità è discusso dettagliatamente nel testo sanscrito Mūlāvidyā Nirāsā o Śaṃkara Hṛdaya e nel suo abrégé intitolato Śaṃkara Siddhānta2 di Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī Mahārāja.

            134. L’ignoranza della Realtà è innata

            Risposta al terzo dubbio, che dice: solo perché non conosciamo la Realtà, perché dovremmo conoscerla erroneamente? Non conosciamo molte cose, ma questo non vuol dire che le abbiamo conosciute erroneamente. Semplicemente diciamo: ‘Non le conosco’. Nel caso della Pura Coscienza, solo per il fatto di non conoscerla, perché dovremmo vederla come il mondo di conoscenze diverse e dei loro vari oggetti?

            Risposta

            1. Non c’è alcuna causa, perché la falsa conoscenza della Realtà è tanto istintiva quanto la sua non conoscenza. Quando diciamo che l’errata conoscenza è dovuta alla non conoscenza, non intendiamo che essa sia causata dalla non conoscenza o che l’una segua l’altra nel tempo. Intendiamo solo dire che quando non si conosce c’è un’errata conoscenza che, per coloro che conoscono veramente, non c’è affatto. È solo in questo senso che chiamiamo causa l’ignoranza e suo effetto la conoscenza errata. Per esempio, quando diciamo che il latte, essendo un liquido, assume la forma del contenitore, non intendiamo, nel senso di causa-effetto, che la liquidità del latte venga prima e che la sua natura di assumere la forma del contenitore venga dopo. Similmente, quando diciamo che una errata o falsa conoscenza è dovuta alla non conoscenza, intendiamo solo dire che fra le due forme di ignoranza non c’è una relazione di causa-effetto (nimitta–naimittika). Cioè la non conoscenza è un contesto, un’occasione o condizione in cui lì avviene la falsa conoscenza. Tuttavia, ciò non significa che ogni qual volta c’è non conoscenza ci debba essere necessariamente anche un’errata conoscenza; perché in sonno profondo non c’è conoscenza della Realtà, ma non c’è falsa conoscenza di essa. Ciò è detto solo dal punto di vista sbagliato della veglia, in cui la falsa conoscenza va sempre assieme alla non conoscenza. Perciò, entrambe le forme d’ignoranza sono istintivamente presenti lì e, quindi, una non è veramente la causa dell’altra.
            2. Per la natura particolare della mente, la gente guarda ed esamina le cose solo dal punto di vista della veglia. Per costoro la Realtà non esiste mai e in essa soltanto appaiono differenze e divisioni. Questa è avidyā; ma c’è una differenza tra l’ignoranza degli oggetti esterni e quella dell’Ātman-Pura Coscienza. L’ignoranza degli oggetti esterni esiste nel tempo e scompare a un certo punto del tempo. Quando l’ignoranza degli oggetti esterni è distrutta dalla conoscenza esterna prodotta dai pramāṇa, la conoscenza che insorge è: «Finora non lo conoscevo, ora lo conosco». Il che prova che il tempo limita la natura dell’ignoranza.
              La nozione dell’io, ossia dell’individualità, che è la base per la conoscenza di tutti gli oggetti esterni, è essa stessa una falsa conoscenza dovuta alla non conoscenza dell’Ātman. Questa ignoranza, diversamente da quella precedente, soggiace a tutta la nostra vita empirica, quindi non è legata al tempo, è senza inizio e senza fine. Perciò conosciamo l’Ātman attraverso la nostra esperienza diretta, che include tutta la vita empirica, tempo compreso. Quandoè intuito, questa ignoranza non è distrutta come la precedente, ma si capisce che essa non è mai esistita. La stessa mente ha anche un’altra natura. Se guarda del punto di vista dell’esperienza universale che è nei tre stati, capisce la Realtà correttamente come Pura Esistenza e Coscienza, e l’ignoranza scompare. Questa conoscenza è vidyā.
            3. Dato che spazio, tempo, condizioni ecc. compaiono solo dal punto di vista dell’ignoranza, anche la relazione causa-effetto ricade solo nella conoscenza errata. Quando ci interroghiamo sulla causa dell’ignoranza, stiamo cercando di rendere avidyā qualcosa di differente da noi. Ciò è impossibile, perché per porre questa domanda si deve considerare la mente (antaḥkaraṇa) come se stessi, il che è avidyā. Quando si capisce di essere liberi dall’identificazione con la mente dopo l’insorgere della conoscenza, neanche allora si può porre questa domanda, perché in assenza dell’ignoranza non esiste alcuna relazione di causa-effetto. Perciò cercare la causa dell’ignoranza è un’aberrazione della logica o della mente.
            1. Il palazzo di Yudhiṣṭhira era stato adornato da Viśvamitra con dipinti trompe-l’oeil [N.d.C.].[↩]
            2. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, L’autentica dottrina di Śaṃkara sull’ignoranza. Avidyā Śaṃkara Siddhānta, traduzione italiana di Maitreyī, Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019; https://vedavyasamandala.com/testi/tradizione-hindu/vedanta/[↩]

            18. La luce della Realtà

              Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

              18. La luce della Realtà

              G. La natura della Pura Coscienza

              124. Il sonno profondo non è uno stato di assenza di conoscenza o non conoscenza

              Il miglior mezzo per comprendere ciò che è stato verificato con gli strumenti di indagine è il sonno profondo. Ci sono parecchie idee errate sulla Coscienza del sonno profondo: la principale è che il sonno profondo sia uno stato di non conoscenza. Il problema non è se ci sia conoscenza o non ci sia; perché la venuta e la scomparsa della conoscenza è relazionata agli stati di veglia e di sogno, dove esistono i pensieri e i loro oggetti. In questi stati la conoscenza del vaso, del tessuto e dell’albero avviene uno dopo l’altro. Tutte queste conoscenze sono solo pensieri. In sanscrito sono chiamati vṛtti jñāna, conoscenza in forma di pensieri e non conoscenza essenziale, cioè la Pura Coscienza. Nessun vṛtti jñāna può esistere indipendentemente da un oggetto. Nel sonno profondo non c’è né mente né alcun oggetto utile al vṛtti jñāna. Che in sonno profondo non ci sia alcuna conoscenza è vero nel senso che non c’è alcun vṛtti jñāna; né lo possiamo chiamare uno stato di non vṛtti jñāna, perché non c’è alcuna possibilità che lì ne sia mai esistito alcuno. Per esempio, se ci riferiamo a un muto, diciamo che non può parlare, essendo l’uomo un animale parlante per natura. Nessuno dice che una pietra è muta, perché è così per natura. Similmente è senza senso dire che le parole non sanno parlare perché è una persona che dice le parole e non che le parole parlano di per se stesse. Allo stesso modo, quando si dice che non c’è conoscenza nel sonno profondo, ciò implica, per prima cosa, che siamo incapaci di conoscere, e, in secondo luogo, che non c’è necessità di conoscere alcunché (come accade alla pietra). Non implica che, sebbene capaci di conoscere ed essendoci la necessità di conoscere, lì non abbiamo alcuna conoscenza (come nel caso di un corpo), perché lì non c’è possibilità di alcun vṛtti jñāna. Dato che una pietra non ha mente o coscienza, non è capace di conoscere né necessita di conoscere qualcosa. Al contrario, un essere umano che ha la mente, nella veglia è sia capace di conoscere sia necessita conoscere qualcosa. Se qualcosa lo impedisce ed è incapace di conoscere, in tal caso diciamo che, sebbene capace e abbia la necessità di conoscere, è incapacitato a conoscere, perché non può usare la sua mente per entrare in contatto con un certo oggetto. Tuttavia, nel sonno profondo non c’è né la mente né il mondo, quindi non può conoscere né ha necessità di conoscere alcunché.

              125. In sonno profondo non siamo né insenzienti né non esistenti

              Non essendoci alcun vṛtti jñāna in sonno profondo, i vaiśeṣika hanno concluso che lì la nostra natura diventa insenziente. Alcuni anche oggi possono pensare così. Pare che alcuni buddhisti usassero argomentare che non esistiamo affatto in sonno profondo perché lì non c’è alcuna coscienza. Entrambe queste argomentazioni sono contrarie alla ragione e all’esperienza. Non è ragionevole pensare che nel sonno profondo siamo insenzienti come un oggetto inerte e che, risvegliandoci, qualche nuova qualità entri in noi dall’esterno e appaia come una luce di conoscenza, proprio come uno stoppino immerso nell’olio è acceso da un altro lume. Non è nemmeno sostenuto dalla nostra esperienza, perché nessuno parla della sua esperienza di sonno come se fosse rimasto insenziente come una pietra. Una pietra non ha coscienza prima né ce l’ha ora né può in qualche modo conoscere se stessa e altri in futuro. Al contrario, non appena ci svegliamo, troviamo noi stessi coscienti di noi e degli altri. Quindi, l’affermazione che rimaniamo insenzienti in sonno profondo non è accettabile, come neppure l’affermazione che lì non esistiamo. Se la gente pensasse così del sonno profondo, non ci sarebbe tanto desiderio di andare in sonno. A nessuno piace pensare che il sonno cancelli la propria esistenza. Al contrario è quando non dorme che la gente si preoccupa. Se fossimo insenzienti o non esistenti in sonno profondo, non saremmo in grado di descriverlo svegliandoci. Come si potrebbe descrivere ciò che non si è sperimentato? (MUŚBh 7). Perciò in sonno profondo rimaniamo solo come Coscienza. La conoscenza, che è la nostra natura essenziale, non ha né oggetto né distinzione come vṛtti jñāna.

              126. Nella Coscienza di sonno non c’è divisione

              La conoscenza nella veglia e nel sogno è divisa fra ‘io’ e il ‘resto’. E ‘io’ è la base della conoscenza. Se l’‘io’, che è la base della conoscenza ovvero il conoscitore, arrestasse la funzione di conoscenza, non ci sarebbe conoscenza di ‘io’ e del ‘resto’. Questo è ciò che appare esserci in sonno profondo. Il sonno non significa la mera assenza di questa conoscenza così divisa. Esiste qualcosa che è libero da questa conoscenza divisa. È quanto bisogna capire. Anche se non c’è divisione di conoscenza nel sonno profondo, lì esiste la conoscenza o Coscienza per cui possiamo dire che c’è una conoscenza senza divisione.

              Domanda: cos’è quella conoscenza e di che cosa?

              Risposta: questa domanda ovviamente sorge dal punto di vista della veglia. Dopo aver detto che non c’è alcuna conoscenza divisa nel sonno profondo, su che base si pone questa domanda? Nel sonno non c’è alcuna divisione fra soggetto e oggetto ed è vero che soggetto e oggetto sono separati nella veglia; tuttavia noi tutti coscientemente o incoscientemente sentiamo che ci deve essere una qualche intima connessione fra loro. L’idea è che io, soggetto o conoscitore, conosco l’oggetto con la mia conoscenza che è mio attributo; ma come arriviamo a pensare che il soggetto possa conoscere l’oggetto che è separato da se stesso? In veglia e in sogno il soggetto e l’oggetto appaiono opposti l’un l’altro nella loro natura. Il soggetto appare attraverso la nozione dell’io, ed è indipendente e senziente, mentre l’oggetto appare attraverso la nozione di ‘questo’ ed è illuminato dal dharma bhūta jñāna, che appartiene al soggetto, essendo l’oggetto insenziente. Nonostante siano opposti per natura, il soggetto è capace di conoscere l’oggetto. Se non ci fosse connessione tra essi, per quale mistero uno potrebbe conoscere l’altro? Questa domanda non può avere risposta finché rimane il punto di vista della veglia. In quest’ottica la mente, incapace di fare alcun progresso nel determinare la verità del soggetto o dell’oggetto, si rivela un totale fallimento. Tutti questi problemi svaniscono se dirigiamo la nostra attenzione verso il punto di vista del sonno profondo. Sebbene soggetto-oggetto appaiano mutuamente differenti dal punto di vista della veglia, la loro inseparabilità dalla nostra reale natura può essere capita solo guardando il sonno profondo. Il soggetto può conoscere l’oggetto solo perché entrambi sono in essenza aspetti apparenti di uno stesso principio. Come due bracci che si diramano da un fiume si riuniscono di nuovo in mare, così il fiume dell’esistenza-coscienza si divide nell’esistenza dell’oggetto e del soggetto, ma essi necessariamente si riuniranno a un certo punto, ossia in sonno profondo. L’io e gli altri sono connessi nella veglia e nel sogno solo attraverso la conoscenza; ma nella Pura Coscienza, comunemente chiamata sonno profondo, io, ‘altri’ e ‘conoscenza’ s’immergono in una stessa Pura Coscienza o Esistenza. Solo grazie a questa Pura Coscienza possiamo conoscere negli altri stati la divisione di io e ‘gli altri’ e ricordare nella veglia l’assenza di tale divisione nel sonno profondo.

              127. Non c’è nessun ‘io’ nella Pura Coscienza del sonno profondo

              In sonno profondo, non solo il soggetto e l’oggetto diventano uno, ma anche il soggetto e la conoscenza. Sebbene nella veglia ci sia la divisione tra io e la ‘mia conoscenza’, nel sonno profondo c’è solo Pura Coscienza senza alcuna divisione. Essa non è conoscenza di qualcosa, è indipendente e rimane nella sua stessa natura. Proprio come la luce e l’illuminazione non sono differenti, così c’è solo una completa conoscenza o Coscienza. Se nel sonno profondo non c’è alcun tipo di divisione, come potrebbe esserci la divisione dell’io?

              Domanda: quando si parla del sonno profondo, diciamo ‘ho dormito per un dato tempo e non ho conosciuto nulla’. Questo prova che l’io era lì.

              Risposta: questo non prova l’esistenza di una distinzione definita io nel sonno; perché la nozione di io esiste solo in relazione con ‘tu’, ‘egli’ e ‘il mondo’. L’io non esiste senza una divisione fra io e ‘il resto’. L’io della veglia rimane nella veglia e quello del sogno nel sogno, perché essi non possono avventurarsi fuori dei loro rispettivi rifugi. È certo che durante il sonno profondo, la veglia e il sogno non esistono da nessuna parte, perché non ha senso dire che, mentre siamo profondamente addormentati, siamo anche in veglia o in sogno. Perciò è impossibile che l’io della veglia o del sogno entrino nel sonno profondo.

              Domanda: allora come spieghi ‘io ho dormito’?

              Risposta: (vedi § 83) io esisto nel sonno profondo non in forma di io, ma nella forma della Realtà che è essenza di tutta l’Esistenza e di tutta la Coscienza. Per questo nella Māṇḍūkya Upaniṣad si danno due aggettivi al sonno profondo: ekībhuta, unificato e prajñānaghana, null’altro che Coscienza. La ragione dell’affermazione fatta in veglia ‘io ho dormito’ è dovuta al fatto che la Pura Coscienza del sonno profondo è l’essenza di questo io della veglia. Questo riferimento di ‘io dormii’ è possibile solo perché l’io rimane tutt’uno con la Coscienza nel sonno profondo.

              Obiezione: tuttavia, alcuni, dimenticando questa verità continuano ad affermare che l’io mantiene la sua identità separata in sonno profondo.

              Risposta: se dobbiamo accettare l’esistenza dell’io nel sonno profondo in base al riferimento fatto su di lui in veglia, allora, in base a un altro riferimento ‘Ho dormito per un dato tempo’, dobbiamo accettare l’esistenza nel sonno profondo del tempo e dell’atto di dormire.

              Obiezione: sì, hai ragione.

              Risposta: ciò dimostra quanto siamo attaccati alla logica della veglia e non del sonno profondo. È istintivo per tutti pensare al sonno profondo come un avvenimento del passato e considerare che l’io della veglia lo ha sperimentato e che il presente riferimento su di esso nella veglia è solo un ricordo di quell’esperienza. Questo va bene per le relazioni della veglia; ma è contrario al punto di vista universale che abbiamo indagato precedentemente sugli stati di veglia e di sogno (§ 120). Se anche qui si usa lo stesso metodo d’indagine, diventa chiaro che solo l’Ātman è il Sākṣin di entrambi gli stati (sonno profondo e veglia) ed è comune a essi. Il sonno profondo differisce dal sogno in quanto, nell’esperienza di sogno, il Sākṣin oltre allo stato di sogno testimonia anche il mondo del sogno. Invece, in sonno profondo non c’è alcuna cosa da essere testimoniata. Nessun tempo, spazio, nessun oggetto o divisione fra conoscitore, conosciuto e conoscenza, o assenza di conoscenza, conoscenza determinata (savikalpakānubhava), provano che esso sia uno stato differenziato. A questo proposito Śrī Sūreśvara dice nella Bṛhadāraṇyaka Vartikā:

              Non c’è alcuna conoscenza distintiva nel sonno profondo come accade nella veglia. Quindi il riferimento a essa nella veglia di non aver conosciuto nulla non è un ricordo. Poiché non c’è un tempo che connetta i due stati, ciò che ora si vede in sé stessi non può essere considerato appartenere al passato. (BV I.4.300)

              Cosa implica ciò? Per ricordare ‘non conoscevo nulla’, l’esperienza del sonno profondo dovrebbe essere stata ‘ora non conosco nulla che abbia potuto lasciare un’impressione tale da causare il ricordo’. Come una determinata conoscenza avrebbe potuto essere lì, quando nel sonno profondo la mente non c’era affatto? E dove sarebbe questa impressione in mancanza di una mente? Come potrebbe diventare un evento del passato, quando nel sonno profondo non c’è tempo? Alcuni vedāntin attuali affermano che, dato che l’esperienza del sonno profondo si esprime con ‘non conoscevo nulla finché ero in sonno’, dobbiamo accettare che nel sonno profondo c’erano jīva, tempo e ignoranza.

              Risposta: la ragione di questo pensiero è solo la loro incapacità di discriminare gli elementi della conoscenza della veglia, non distinguendoli dal ricordo del sonno profondo. Se lo si esamina com’è, senza confonderlo con la mente della veglia, vedremmo chiaramente che esiste solo l’Ātman. Tempo, conoscenza, assenza di conoscenza, tutti questi esistono solo come Ātman. Essendo così, come possiamo considerare che siano stati sperimentati nel passato?

              L’Ātman è il Sākṣin di tutti gli stati, di tutto il tempo e spazio, di tutte le conoscenze e di nessuna conoscenza; essendo così, come può essere relazionato al passato o al futuro? Perciò il riferimento ‘non ho conosciuto nulla in sonno profondo’ è solo un vikalpa, una idea sbagliata dell’Ātman auto esistente, come l’idea sbagliata dell’argento sulla conchiglia. (BV I.4.301)

              Questa è la comprensione esatta di esso. Perciò non c’è alcun io, tu o altro. In altre parole, non c’è una conoscenza specifica (savikalpa jñāna) di io, tu o altro nel sonno profondo, e neppure la coscienza della loro assenza. Perciò c’è solo Pura Coscienza, che è sempre il Testimone senza conoscere la presenza o l’assenza di conoscenza speculativa e che, allo stesso tempo, è l’assenza di entrambe.

              128. Non ci sono stati se non la Pura Coscienza

              Abbiamo detto che la Pura Coscienza esiste in sonno profondo. Di fatto non è in sonno profondo, perché il sonno profondo non è uno stato, essendo Pura Coscienza. È solo nel pensiero della veglia che è considerato uno stato. Per esempio, immaginiamo due barche nell’oceano, lontane una dall’altra. Chi è seduto in una e si guarda intorno, vedendo solo acqua, dice che non c’è nessun’altra barca. Similmente, seduti sulla barca della veglia e del sogno che galleggiano sul vasto oceano della Pura Coscienza, noi pensiamo che il sonno sia uno stato di non conoscenza. Come sotto le barche e attorno a esse c’è solo oceano, alla base degli stati c’è la Pura Coscienza. Vedendo gli stati di veglia e di sogno paragonati alle barche di legno che galleggiano sulla superficie dell’oceano, dovremmo pensare che gli stati, fatti di una qualche sostanza differente, appaiono sulla superficie della Pura Coscienza. Immaginiamo ora le barche come fossero fatte di ghiaccio. Guardandoli attentamente, la veglia e il sogno non sono due stati separati, perché non accadono nella stessa serie temporale, né esistono uno vicino all’altro nello stesso spazio né è corretto assegnare loro numeri come uno e due. Come il ghiaccio è solo acqua, così questi presunti stati sono solo Pura Coscienza, avendo la Coscienza tutt’attorno, sopra, sotto, dentro e fuori. Noi chiamiamo stati la sola Pura Coscienza. Dal punto di vista della vera Realtà, non c’è né veglia né sogno né alcun altro stato. Tutto è un immoto, illimitato e puro oceano di Coscienza non duale. Questa Pura Coscienza senza stati è chiamata Turīyātman, il Quarto Ātman, dalla Māṇḍūkya Upaniṣad. Quarto significa che non è affatto toccato dai tre stati.

              17. La luce della Realtà

                Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

                17. La luce della Realtà

                118. Il ricordo del sogno in veglia non è un vero ricordo

                Obiezione: C’è qualche altra difficoltà. Durante lo stesso sogno, il Dr. Rāmanārāyaṇa aveva pensato ‘questo è un sogno’. Questa era la sua esperienza e non una semplice ipotesi. Egli stesso dichiarò che era il risultato della sua pratica di autosuggestione durante la veglia1. Egli aveva anche altri tipi di sogno. Dopo aver letto la pubblicazione di una conferenza di sister Devamātā2 sul ‘sonno e samādhi’, mettendo in pratica le istruzioni ivi indicate, egli non sognò più i suoi familiari, ma sādhu e sant, con cui conversò. Svegliatosi, trascrisse ciò che ricordava di quelle conversazioni. Anche nei nostri testi tradizionali si può leggere che ci sono gli svapnasiddha (interpreti di sogni). Dunque, come puoi dire che gli stati di sogno e di veglia non hanno alcuna relazione tra loro, trascurando le esperienze e le testimonianze di tali svapnasiddha? Se tutto questo è vero, risulta che sogno e veglia non sono completamente differenti e senza relazione. Come si risolve questo problema?

                Risposta: la causa di tutti questi problemi è solo il punto di vista della veglia. La divisione di coscienza in veglia e sogno non è possibile senza il pregiudizio della veglia. Ci sono varie opinioni in proposito:

                • ho avuto in sogno tale e talaltra esperienza;
                • nella maggior parte dei sogni non c’è né il ricordo né l’idea che quello sia un sogno. Tuttavia, con una certa pratica possiamo riuscire ad averli entrambe nel sogno;
                • con la pratica possiamo anche procurarci sogni buoni e desiderabili;
                • possiamo ricevere in sogno gli insegnamenti di sādhu e sant;
                • possiamo ricordare quegli insegnamenti dopo esserci svegliati.

                Alla base di tutte queste opinioni c’è l’identificazione con lo stato di veglia e null’altro. Con l’identificazione alla veglia non intendiamo che si mantiene il pregiudizio della veglia volontariamente e che difendiamo testardamente la nozione errata, ma che guardiamo ogni cosa, inclusi il sogno e il sonno profondo, solo dal suo punto di vista. Tutte quelle relazioni avvengono solo in veglia, e questo punto di vista e la sua logica sono utili per la nostra vita quotidiana. Tuttavia questo punto di vista e la sua logica non possono condurci all’ultima Realtà, come è stato spiegato nei §§ 30-33. Solo coloro che indagano i tre stati per mezzo della riflessione comprensiva, possono intuire la Verità. Venendo alla presente questione, si dovrà considerare che parlare del ricordo della veglia nel sogno dipende dal ricordo del sogno nella veglia. Dal punto di vista comprensivo del Sākṣin si capisce che la veglia non può essere ricordata nel sogno, perché in quel tempo solo il sogno era la veglia ed è impossibile immaginare un’altra veglia. Quando si è già svegli, come si potrà ricordare ciò? Questa veglia, sperimentata nel presente, ovviamente sembra reale e prende il controllo; quindi, la mente della veglia pensa di essere sempre esistente e di essere ricordata anche negli altri stati. Di fatto, la veglia è limitata solo alla veglia e non continua dopo che la veglia se n’è andata. Quindi, ogni pensiero in sogno si presenta nuovo nel sogno. Che si porti qualcosa dal di fuori del sogno o che ci sia connessione con qualcosa fuori del sogno, è sempre solo parte del sogno. Il ricordo della veglia, essendo falso, non può essere base di verità. Dobbiamo tenere a mente lo scopo della discussione, altrimenti ci perdiamo in dettagli secondari. Non stiamo cercando di provare che l’idea ‘questo è sogno’ non accade mai in sogno e neppure l’idea ‘le cose qui sono simili alla veglia’. In breve, il punto di vista della veglia è responsabile di molte idee. Dando per certo che c’è un reale stato di veglia diverso da ciò che consideriamo sogno, cerchiamo di valutare quest’ultimo col metro di misura del primo; cioè il cosiddetto sogno con la cosiddetta veglia. Invece noi prendiamo lo stesso sogno come metro di misura per definire che quello, che comunemente è preso come veglia, è solo sogno. In altre parole, definire che quello che appare sogno non è differente da ciò che ora si considera veglia è il giusto mezzo per demolire il pregiudizio della veglia. Perciò arriviamo a vedere veglia e sogno solo dal punto di vista del sogno. Allora capiamo che entrambi sono uno e non differenti. Sebbene sia vero che abbiamo pensieri di sogno e di veglia, la veglia non può pretendere una maggiore importanzadel sogno; si stabilisce questo assumendo il giusto punto di vista. Questo è ciò che si vuole dimostrare.

                119. Il ricordo del sogno nella veglia è inaffidabile

                Tutto quello che si conosce del sogno è attraverso il suo ricordo nella veglia; questo si propone per provare che la veglia è più importante del sogno, perciò è necessario dimostrare quanto il resoconto del ricordo sia lungi dall’essere affidabile. Per prima cosa esaminiamo brevemente la natura del ricordo come conoscenza in generale. Nella veglia abbiamo due tipi di conoscenze: la conoscenza presente e il ricordo. Il ricordo nasce dalle impressioni e la conoscenza presente è ogni tipo di conoscenza diversa dal ricordo.

                • Quando sono suscitate da qualche stimolo le impressioni latenti, lasciate nella mente da esperienza o conoscenza, sorgono come il ricordo di ‘questo l’ho già sperimentato’. Può essere un ricordo generale senza alcun riferimento a quando lo si è sperimentato. In ogni modo, dato che l’oggetto ricordato si suppone che di regola non sia lì presente, c’è sempre nella mente il dubbio se questo ricordo sia corretto o no. Quindi il ricordo è considerato corretto o non corretto. Se l’esperienza o conoscenza corrisponde all’oggetto, il suo ricordo è definito veridico, altrimenti è un ricordo erroneo. Tuttavia, è anche difficile sapere se il ricordo è corretto o no, perché dimentichiamo alcuni suoi aspetti e, a esso, ne aggiungiamo altri non sperimentati davvero. Per questa ragione si stilano documenti scritti con un testimone vivente che li possa confermare. E, anche così, dipendiamo ancora dal ricordo altrui o dal nostro stesso ricordo allorché li redigiamo.
                • Un altro punto, che riguarda la memoria, è che nessun ricordo può riportare al momento presente la cosa o l’evento sperimentato precedentemente. È vero che lo sperimentiamo e lo identifichiamo come se fosse lo stesso visto in precedenza. Questo è chiamato pratyabhijñā o rievocazione. La rievocazione è senza dubbio utile per la nostra vita di relazioni, ma ciò che è implicato in essa non può essere accettato come realmente Reale (paramārtha), perché nella rievocazione dobbiamo dipendere o credere a quello che ci dice la memoria. Non c’è alcuna possibilità di verificare la veridicità del ricordo, perché l’esperienza non può ritornare. Quindi, la conoscenza di ‘quello è questo’ è dubbia. Essendo il ricordo dubbio per natura, non è accettato come pramāṇa da chi indaga sulla conoscenza, sebbene sia considerato come parte inevitabile della vita.
                • Anche i pramāṇa accettati come validi, come la percezione ecc., non sono completamente liberi da un elemento di memoria implicito in essi. La percezione significa una conoscenza quando i sensi incontrano un oggetto. La deduzione è la conoscenza nata dall’osservazione di qualcosa prodotto da una percezione diretta. Per esempio, il fuoco è dedotto dal fumo percepito. La conoscenza scritturale (śābda jñāna) viene dall’insegnamento di una persona autorevole e affidabile. Anche la conoscenza proveniente dagli altri pramāṇa può essere inclusa in questi tre.
                • La percezione necessita delle impressioni (saṃskāra) di esperienze precedenti. Per esempio una pietra o un albero che stiamo vedendo possono essere conosciuti solo con l’aiuto di loro precedenti impressioni. Così il ricordo ha un ruolo necessario per rendere la percezione produttiva.
                • Anche la conoscenza deduttiva, che ha in sé un elemento di ricordo, dipende dalla percezione.
                • La conoscenza verbale (śābda jñāna) dipende dalla percezione delle parole che, a loro volta, implicano il ricordo.

                Perciò tutta la nostra vita dipende dalla memoria che a sua volta dipende dall’esperienza precedente. Quindi si stabilisce che la nostra conoscenza (tramite intelletto) dipende dal vacillante e inaffidabile terreno del ricordo. Non è, dunque, sufficiente per accertare la verità.

                Obiezione: è vero che c’è un difetto nel ricordo non veritiero, ma ci sono anche ricordi esatti e veri. Perché respingere anche questi?

                Risposta: effettivamente si classificano i ricordi in veri e non veri. Tuttavia non si vede alcuna distinzione nella forma del ricordo. Non abbiamo alcun mezzo per determinare se un dato ricordo è vero oppure no. Anche per provarlo e determinarlo è coinvolto un elemento di ricordo.

                Obiezione: si può accettare un certo ricordo come vero con l’aiuto di molte altre prove e con il consenso della maggioranza.

                Risposta: questo può essere sufficiente per la vita pratica, ma anche in quelle prove e nel consenso della maggioranza esiste un elemento di ricordo, quindi non c’è alcuna speranza per accertare un vero ricordo. Se questo riguarda il ricordo della veglia, non c’è niente di diverso da aggiungere per il ricordo del sogno.

                120. La memoria del sogno nella veglia non è vera memoria

                Fin qui abbiamo trovato i difetti del ricordo in generale, quando si prende il ricordo del sogno come reale. Se guardiamo attentamente, sarà chiaro che il ricordo del sogno non è dello stesso tipo di quello della veglia. Le condizioni del ricordo sono: chi lo sperimenta dovrebbe essere lo stesso che ricorda. Esse dovrebbero accadere in due punti diversi di una stessa serie temporale lineare; l’esperienza dovrebbe essere stata un evento del passato e il suo ricordo dovrebbe avvenire in un periodo successivo della stessa serie temporale e dovrebbe essere risvegliato dalle impressioni di quella stessa esperienza. Quando diciamo: ‘Ciò che ho sperimentato da giovane non posso sperimentarlo ora da vecchio’, la nozione di io e la sua coscienza di fondo rimane la stessa, sebbene tutto il resto sia cambiato. Che cosa hanno in comune gli stati di veglia e di sogno? Corpo, sensi, mente, intelletto, ricordo, senso dell’io, nessuno di questi è comune a entrambi. Neppure tempo e spazio sono comuni, perciò non sono in sequenza. Su che base diciamo che il sogno può essere ricordato in veglia? Non intendiamo dire che non abbiamo affatto il pensiero di aver avuto un sogno. Dato che è un pensiero universale, nessuno può negarlo. Tuttavia, possiamo considerarlo un ricordo del sogno e su questa base determinare che il sogno è falso? Abbiamo già discusso sulle difficoltà di accettarlo come ricordo. Perciò è sbagliato concludere che, sulla base di questo cosiddetto ricordo, ci sia stata un’esperienza corrispondente. Non appena ci svegliamo, generalmente pensiamo di aver avuto un sogno. Se fosse un vero ricordo, perché durante il sogno non avevamo l’esperienza di stare sognando? Non abbiamo alcuna risposta a questa domanda. Tutti sappiamo che la nostra esperienza nel sogno era come fosse in veglia. Dopo esserci svegliati, definendolo sogno lo consideriamo in modo differente; quindi come possiamo chiamarlo ricordo dell’esperienza?

                Obiezione: ogni tanto in sogno si può avere l’esperienza di essere in sogno.

                Risposta: possiamo chiamare il pensiero del sogno fatto in veglia un suo vero ricordo? È vero che il Dr. Rāmanārāyaṇa aveva tale ricordo, ma era dovuto a una pratica particolare. Avendola praticata in veglia e avendo tale ricordo in veglia, si può ragionevolmente accettare che la causa e l’effetto appartengono allo stesso stato in cui tempo, spazio ecc. sono gli stessi. Al contrario, come si possono ragionevolmente mettere in connessione gli stati di sogno e di veglia semplicemente per mezzo di una anomala esperienza di sogno? L’esperienza di sogno del Dr. Rāmanārāyaṇa è più che sufficiente per mostrare che la veglia non ha alcuna connessione con il sogno. Sebbene egli abbia visto in sogno la sua casa, moglie, figli, mobilio ecc. del tutto simili a quelli della veglia, li aveva sognati, perciò non erano della veglia. Come si può dire che la mente della veglia, in un certo modo si sia insinuata nel sogno e che, quindi, egli con il suo aiuto abbia avuto un vero ricordo? Tutto questo è solo esperienza personale del Dr. Rāmanārāyaṇa; perciò non dovremmo accettarla prima di averla armonizzata con la nostra propria esperienza. Non vogliamo dire che le affermazioni o le esperienze altrui debbano essere rifiutate. Dobbiamo dar loro la dovuta importanza, ma non a discapito dall’esperienza comprensiva e di un più vasto ragionamento basato su tale esperienza.

                Il Dr. Rāmanārāyaṇa e altri hanno immaginato una mutua relazione fra la veglia e il sogno solo dal punto di vista della veglia e non da quello comprensivo del Sākṣin. Come la spada della veglia non è utile per attaccare la tigre del sogno, così anche quest’ultima non può essere la causa della paura del vegliante. È il pensiero in veglia di essersi svegliato temendo una tigre, che è la causa della paura. Questo pensiero è semplicemente un pensiero di veglia, come qualsiasi altro. È come chi si immagina qualche pericolo futuro e se ne preoccupa. In questo caso, non possiamo dire che questo evento futuro puramente immaginato e non esistente, sia la causa della paura. La causa è solo la sua attuale immaginazione. Lo stesso dicasi per il ricordo del sogno.

                121. Il Sākṣin è la base del ‘ricordo’ della veglia e del sogno

                Nell’esperienza di sogno del Dr. Rāmanārāyaṇa, il sogno e la veglia non sono affatto in mutua relazione. Sebbene la moglie, i figli, la casa che aveva visto in sogno fossero simili a quelli della veglia, nel sogno si era reso conto che non erano gli stessi. Perciò egli vide che i mondi della veglia e del sogno sono differenti e che uno non entra nell’altro né è in relazione con l’altro. Tuttavia, egli pensò che il suo stesso io, che aveva sperimentato la veglia, fosse andato in sogno e che avesse immaginato la casa, la moglie e i figli del sogno. Ora la questione è: in quale mente, della veglia o del sogno, accadono i pensieri come ‘sono venuto dalla veglia’ e ‘questo è sogno’? Egli non ha specificato se il suo corpo, mente ecc. fossero passati dallo stato di veglia o se fossero differenti e nuovi nel sogno. Ammettiamo pure che avesse conosciuto in sogno il suo corpo e la mente ecc. come portati dallo stato di veglia. Anche in tal caso, il corpo e la mente del sogno sarebbero stati trovati differenti dal corpo e dalla mente della veglia e avrebbe chiaramente capito che l’intero sogno, inclusa la mente ecc., che appariva come veglia, non era altro che una mera illusione. Anche se la casa del sogno appariva come quella della veglia, non avevano alcuna relazione; così anche il corpo e la mente del sogno, sebbene apparissero come quelli della veglia, non potevano esserlo. Se il Dr. Rāmanārāyaṇa, prima della sua pratica, avesse pensato ‘questo è sogno’, lo avrebbe considerato veglia proprio come gli altri. È solo dopo aver fatto alcuni esercizi che cominciò ad avere il ricordo della veglia in sogno. Invece è stato tutto un pensiero in veglia. Possiamo definire questa cognizione memoria? L’io della veglia non vede il sogno né l’io del sogno vede la veglia.

                Domanda: noi tutti, però, pensiamo di ricordare il sogno. Come si spiega ciò?

                Risposta: questo non può essere spiegato senza accettare un principio comune alla veglia e al sogno. È solo la coscienza del Sākṣin che testimonia sempre tutti gli oggetti interni o esterni. Questo Sākṣin non può essere immaginato come fosse uno per il sogno e un altro per la veglia. In quel caso si richiederebbe un altro Sākṣin per conoscere entrambi. Stiamo parlando proprio del Sākṣin reale che è l’essenza dell’esistenza e della conoscenza di noi stessi e del mondo che vediamo. Solo grazie al Sākṣin è possibile pensare di aver avuto il sogno. Incapace di discriminarlo dalla nozione dell’io, la gente comunemente pensa che l’io della veglia sia lo stesso io del sogno.

                Obiezione: perché ci riferiamo al sogno al passato se l’io che ha visto il sogno è solo il Sākṣin? Se il Sākṣin è anche il Sākṣin del tempo, esso è senza tempo.

                Risposta: è solo il Sākṣin, Coscienza reale, che illumina il sogno. Tuttavia la gente non conosce questa verità nella sua vita empirica. Erroneamente mescola il Sākṣin e l’io della veglia dicendo ‘io ho avuto un sogno’. Essendo l’io della veglia nel tempo, ciò che non è nel presente appare spontaneamente un ricordo del passato o un’aspettativa futura. Poiché il Sākṣin non è discriminato dall’io della veglia, le esperienze passate degli stati di veglia, di sogno e di sonno profondo ci appaiono ricordi. Questa istintiva mescolanza erronea del Sākṣin con l’io della veglia, e lo scambio delle loro reciproche proprietà, è chiamato adhyāsa, sovrapposizione, o avidyā, ignoranza (§ 132).

                Questo adhyāsa è la causa della ferma credenza di aver sognato e dormito profondamente più volte e di essere sveglio ora.

                Obiezione: anche se mettiamo il sogno, il sonno profondo e la maggior parte della veglia nel passato, perché consideriamo reale solo la veglia, falso il sogno e non degno di considerazione il sonno profondo?

                Risposta: l’eccessiva importanza attribuita alla veglia è responsabile di questa credenza (§ 142). Dobbiamo tenere a mente che abbiamo sempre una nozione di io sia in veglia sia in sogno. Questo io dà sempre preminenza allo stato con cui s’identifica, pensando ‘solo questo è veglia; l’intero mondo di questo stato è reale; molte veglie reali come questa ci sono state prima e ancora ce ne saranno’. Allo stesso tempo sminuisce l’importanza degli altri stati e delle altre esperienze. Solo questo io è responsabile di considerare differenti la veglia e il sogno. Non lo estende al sonno profondo, perché lì non vede alcun mondo. Per questo non gli dà alcun valore. Di fatto è solo il Sākṣin che connette questi tre stati, non l’io. Mescolando questi due, l’io erroneamente li attribuisce a sé e falsamente pretende di aver dormito, di aver sognato e di essere sveglio. Ma solo il Sākṣin soggiace realmente a tutti questi.

                122. Il vantaggio di vedere uno stato dal punto di vista di un altro

                Per conoscere la Verità si deve evitare l’ostacolo del punto di vista della veglia. Dopo aver osservato qualcosa dalla veglia, si dovrebbe fare lo stesso dal punto di vista di un altro stato coglierne il cambiamento e comprenderlo. Dopo aver considerato la veglia e il sogno dal punto di vista della veglia, sarà di grande utilità esaminarli dal punto di vista del sogno. Considerare la veglia dalla veglia non è un punto di vista comprensivo, perché essendoci soggetto e oggetto in essa, ognuno è relativo all’altro ed è impossibile ridurli a uno. Questo perché il soggetto dovrebbe includere se stesso nell’oggetto mentre guarda, il che è impossibile. Quindi per vedere l’intero stato, incluso il soggetto, si deve cercare di guardarlo dal punto di vista del sogno, non come una persona inclusa in esso, ma pensando che tutto era solo un sogno. Allora si guarda soggetto e oggetto come un unicum. È esperienza comune che soggetto e oggetto del sogno sono oggettivati come un tutto quando si guarda lo stato di sogno con il pensiero di veglia, cioè pensando che era tutto un sogno. Similmente si dovrebbe guardare lo stato di veglia non da vegliante, ma da sognatore, cioè con un pensiero di sogno. Allora entrambi gli stati sono solo apparenze di realtà e la comprensione che ne emerge è che la verità del sogno e della veglia è la stessa Realtà. Questo punto di vista comprensivo è libero dei difetti che si trovano nella visione ristretta, in cui la realtà suddivisa è esaminata analiticamente.

                Obiezione: in veglia possiamo esaminare il sogno perché ne abbiamo il ricordo. Com’è possibile esaminare la veglia nel sogno se in esso non c’è ricordo della veglia? Anche se fosse possibile, il problema è che la conoscenza della veglia oggettiva solo l’oggetto e non soggetto e oggetto insieme. In tal caso il soggetto rimane fuori dall’esame. Inoltre, tutte le indagini avvengono solo in veglia; quindi non stiamo forse riconoscendo più realtà alla veglia?

                Risposta: questa obiezione insorge solo quando il punto di vista dei tre stati non è capito esattamente. Una persona, che si domanda come si può vedere uno stato dal punto di vista dell’altro, per il fatto che il sogno è ricordato nella veglia, mentre la veglia non è ricordata nel sogno, non ha prestato la dovuta attenzione alla propria esperienza. Visto dalla veglia, il sogno appare uno stato inferiore. Tuttavia, dal suo punto di vista, appare solo veglia e quindi è naturale che nessuno pensi a un altro stato come a un grado più alto. Così, visto dal sogno, non c’è affatto veglia; o meglio, entrambi gli stati sono solo veglia e hanno lo stesso valore. Il nostro scopo non è mostrare il ricordo del sogno nella veglia o viceversa, ma dimostrare che ciò che appare ricordo non è un vero ricordo ma solo fantasia (vikalpa). Un vikalpa è un pensiero a cui non corrisponde un oggetto. Per esempio, il pensiero delle corna della lepre è una mera fantasia perché la lepre non le ha. Quindi, che ci sia un ricordo della veglia nel sogno o no, questo non contraddice la verità degli stati. Qualcosa in noi ci fa sperimentare e dire che mentre il sogno è ricordato nella veglia, nessun ricordo della veglia esiste in sogno. Questo è la coscienza-Testimone, comune a entrambi gli stati. Ciò è quanto emerge dall’esame del ricordo, che sia mutuo oppure no. Perciò è bene consigliare al cercatore di guardare gli stati dal punto di vista di entrambi, in modo da rimuovere il pregiudizio riferito a un particolare stato.

                Obiezione: se ogni cosa è solo oggetto, il soggetto è fuori dall’indagine. Come può questo aiutare a conoscere il segreto di tutto?

                Risposta: è vero che in sogno o in veglia non è possibile esaminare qualcosa senza oggettivarla. Tuttavia, quando cerchiamo di oggettivare il sogno dal punto di vista della veglia e la veglia da quello del sogno, noi riusciamo a escludere il soggetto e l’oggetto dei rispettivi stati e rimanere nel Sākṣin. Allora il soggetto-oggetto e il Sākṣin del sogno assieme, appaiono istantaneamente uguali al soggetto-oggetto e al Sākṣin della veglia dal punto di vista della Realtà più elevata. Lasciando da parte il Sākṣin,che è comune a essi, rimangono gli stati. Se li paragoniamo, non c’è alcuna differenza tra essi: quando c’è l’uno, l’altro non esiste da nessuna parte. La grande verità che appare alla mente è che il Sākṣin assume queste due forme senza soggiacere ad alcun cambiamento. Il segreto del soggetto e dell’oggetto come un tutto diventa allora chiaro. Perciò l’obiezione che sia conosciuto solo l’oggetto e non il soggetto non è esatta.

                Obiezione: l’ultima obiezione era che il nostro esame avviene solo in veglia.

                Risposta: non c’è alcun motivo per cui l’indagine non debba essere fatta in veglia. Dato che tutti i nostri dubbi sorgono solo in veglia, è naturale che siano chiariti solo in veglia. L’errore sta nell’adottare solo il punto di vista della veglia per capire la verità. Il difetto è corretto adottando il diverso punto di vista spiegato in questo capitolo. Se osserviamo ognuno dei tre stati dal punto di vista degli altri due, il ristretto punto di vista di considerare solo la veglia come reale è rettificato.

                123. Risultato della comparazione tra sogno e veglia

                Continuiamo con il paragone tra veglia e sogno. Lasciando da parte l’abitudine di guardare il sogno dal punto di vista della veglia, cerchiamo di vederlo con gli occhi del sogno; e con gli stessi occhi guardare anche la veglia, in modo da raggiungere le seguenti conclusioni:

                1. troviamo che la conoscenza degli oggetti per mezzo dei pramāṇa avviene durante il sogno allo stesso modo della veglia;
                2. come in veglia, anche in sogno pensiamo che ci sono due tipi di conoscenza, quella corretta e quella errata. È errata conoscenza quando è conseguita attraverso strumenti difettosi, come sensi e mente. Una volta verificata, la si riconosce illusoria e diversa dalla corretta conoscenza;
                3. la divisione di conoscitore, mezzi di conoscenza, oggetti di conoscenza, e corretta conoscenza esiste anche in sogno;
                4. conoscere le cose con vari pramāṇa come la percezione, la deduzione e la testimonianza scritturale, è comune a entrambi gli stati;
                5. le varie conoscenze, quali la comprensione, la meditazione, il dubbio, la determinazione, l’immaginazione, l’errore ecc. ci sono anche nel sogno;
                6. il ricordo passato, la conoscenza presente e la futura aspettativa, esistono anche in sogno;
                7. anche in sogno c’è la conoscenza che appare veritiera in un certo momento e che poi si rivela falsa;
                8. anche in sogno si ha un pensiero di veglia e di sogno, e la certezza che quello che si vede è veglia;
                9. il ricordo di vari sogni passati, la decisione che tutti sono falsi e la forte credenza che la presente veglia è reale e che mai sarà cancellata, tutto questo si trova anche lì.

                Il sogno è un’esatta copia della veglia anche se non pensiamo a questa somiglianza quando siamo in sogno. Da questo punto di vista non c’è alcuna differenza nell’esperienza della veglia e del sogno. Quando dal sonno profondo veniamo in un altro stato, non disponiamo di un elemento sicuro per stabilire se si tratta di un sogno in cui si afferma di essere svegli o di una veglia; perché non esiste un elemento che permetta di determinare che si tratti di un livello più alto, in quanto l’esperienza del sogno appare in ogni aspetto come veglia. Da questo punto di vista, non abbiamo esperienza di alcuno stato se non della veglia. Dato che entrambi gli stati appaiono al Sākṣin, non c’è alcuna differenza tra loro, essendo illuminati dal Sākṣin. Il Sākṣin può solo conoscerli uno dopo l’altro, ma non li può conoscere simultaneamente. Se li mettiamo uno vicino all’altro davanti al Sākṣin noi rimaniamo solo come Sākṣin, senza alcuna conoscenza di stati e neppure del Sākṣin, ma solo Pura Coscienza. Perciò, fra sogno e veglia non c’è un grado più alto o più basso. Entrambi hanno un’esistenza equivalente.

                Quindi, la conclusione è che non sono differenti dal Sākṣin che è cosciente di essi; o meglio, essi sono solo il Sākṣin.

                1. Un fatto non può essere accettato ciecamente in base alla parola di qualcuno. Dovremmo verificarne i risultati anche noi.[↩]
                2. Laura Glenn, discepola americana di Vivekānanda (1867-1942) [N.d.C.].[↩]

                16. La luce della Realtà

                  Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

                  16. La luce della Realtà

                  D. Variazioni nella Coscienza

                  109. La Pura Coscienza non s’oppone alle tre conoscenze

                  Obiezione: tu dici che la Coscienza di Ātman è l’essenza di tutte le conoscenze che ci sono nel mondo. Ma questo punto di vista non è contrario alla tua affermazione sui tre livelli di coscienza?

                  Risposta: questa obiezione era già stata posta nel § 103. Non c’è alcuna contraddizione, perché gli stati di veglia e di sogno non sono essenzialmente differenti da Ātman. Solo Ātman è gli stati, tutte le conoscenze, gli oggetti, gli strumenti negli stati, e il pensiero che gli stati siano molti. Quindi possiamo dire che è solo la Pura Coscienza che appare come tre livelli di coscienza. Che l’Ātman-Coscienza sia veramente reale, che la coscienza degli stati sia empirica e che le illusioni siano apparenti, tutte queste divisioni nella Pura Coscienza sono fatte dal punto di vista della veglia. Di fatto, ogni cosa è solo Pura Coscienza. Si veda il § 64, dove si è discusso sulla stessa divisione riferendosi all’esistenza.

                  110. La logica della veglia non può contraddire l’unicità della Pura Coscienza

                  Obiezione: come si può dire che l’unica coscienza rimanga sempre Pura Coscienza e che allo stesso tempo assuma le forme della coscienza di veglia e di sogno? Questi due tipi di coscienza sono totalmente differenti uno dall’altro. Inoltre, la coscienza del sonno profondo è omogenea senza alcuna variazione, senza nascita o fine, molteplicità, differenza, relazione di qualità e qualificato, relazione di chi elimina e della cosa eliminata. Nella coscienza di veglia e di sogno, tutte queste sono presenti. La coscienza di veglia continua a cambiare; il suo grado di sviluppo è differente in ogni persona e in ogni comunità. Come può l’unica e medesima coscienza avere in sé tante forme?

                  Risposta: ci si deve rifare ai §§ 65-66. La precedente obiezione non ha alcun senso se si osserva dal punto di vista comprensivo dell’intuizione. La Pura Esistenza sembra assumere varie forme. Tuttavia è già stato detto nel § 107, che questa assunzione non segue la relazione di causa-effetto. Le diverse forme di veglia, di sogno e le diverse conoscenze in esse sono solo apparenti(vivarta) e non reali trasformazioni della Pura Coscienza: essa è sempre libera da ogni difetto.

                  Anche i seguenti mantra upaniṣadici confermano solo l’apparenza e non la trasformazione.

                  È solo la mente che appare come occhio (con cui si vede), come orecchio (con cui si sente), come naso (con cui si odora), come parola (con cui si parla), come lingua (con cui si gusta) (AiU III.1.1).

                  Le varie conoscenze che appaiono alla mente (o pensiero) come associazioni limitanti sono: sajñānam, conoscenza dell’oggetto; ajñānam, senso dell’ego indipendente; vijñānam, scienze, arti ecc.; prajñānam, intelligenza; medhā, buona memoria; dṛṣṭi, percezione; dhṛti, fermezza, risoluzione; mati, pensiero; manīṣa, libertà di pensiero; jūti, esperienza della sofferenza; smṛti, ricordo; saṅkalpa, discriminazione; kratu, determinazione; asu, pensiero attivo di vita; kāma, desiderio; vaśa, desiderio di copulare; tutti questi sono solo i vari nomi della Pura Coscienza (AiU III.1.2).

                  Brahmā, Indra, Prajāpati, gli Dèi, i cinque elementi, le creature mobili e immobili […], sono tutti solo Pura Coscienza (AiU III.1.3).

                  Nonostante appaia in quanto associazioni limitanti in forma di corpo, sensi, mente, intelletto, ego ecc. essa rimane sempre e solo una e indivisibile; perfino la divisione delle associazioni limitanti (upadhi) e ciò che è limitato dall’associazione (upahita), sono tutte solo Pura Coscienza. Ogni cosa è soltanto Pura Coscienza indivisibile, indifferenziata, senza oggetto, e null’altro.

                  E. La divisione fra vera conoscenza e falsa conoscenza

                  111. Inconsistenza delle obiezioni fatte alla Pura Coscienza dalla veglia

                  Obiezione: se ogni cosa è solo Coscienza, come avviene la divisione tra esistenza e coscienza?

                  Obiezione: si conduce l’indagine accettando la divisione del Sākṣin conoscente e dello stato conosciuto. Come avviene questa divisione? Come la coscienza di due stati dissimili, quali la veglia e il sogno, si divide dalla Pura Coscienza?

                  Obiezione: sebbene tu abbia affermato la non differenza fra la coscienza di veglia e quella di sogno, perché la coscienza della veglia appare reale e quella del sogno mera illusione?

                  Obiezione: perché le conoscenze di sostanza, attributi ecc. appaiono differenti nella veglia? E perché alcune appaiono corrette e altre sbagliate?

                  Obiezione: la conoscenza della veglia rivela che il mondo è ordinato, mentre il sogno è più immaginazione che ordine. Come si può spiegare questo che è frutto di esperienza?

                  Risposta: per quanto riguarda l’esistenza, si è già risposto nei §§ 68-69. Riproponiamo ancora alcune spiegazioni. La Pura Coscienza non è né una né molteplice, perché non è passibile di enumerazione. Quindi dal suo punto di vista né gli stati né le conoscenze negli stati appaiono differenti da essa, essendo tutti errori. Il nostro punto di vista della veglia è responsabile di tale divisione erronea.

                  112. La mente della veglia non può determinare la natura delle conoscenze della veglia

                  C’è un’altra ragione a sostegno dell’indivisibilità della Pura Coscienza che non è sottoposta ad alcuna divisione o molteplicità come appare dal punto di vista della veglia. Se si chiedesse alla mente quale sia la natura delle molteplici conoscenze visibili nella veglia, essa, incapace di rispondere, rimarrebbe in silenzio. Se si cercasse di accertare la natura della divisione della conoscenza tra io e ‘il resto’, come anche la divisione tra sostanza, qualità ecc., la mente della veglia si dichiarerebbe impotente (§ 69). Se non c’è alcuna divisione negli oggetti, non ci può essere alcuna divisione neanche nella loro conoscenza. Anche se ci riferiamo alla conoscenza come ‘la conoscenza di un libro’, ‘la conoscenza di una pietra’, ‘la conoscenza di una tavola o di un albero’ e così via, la differenza qui è dovuta solo alla diversità degli oggetti libro, pietra, ecc., e non è intrinseca alla conoscenza stessa. Oggetti a parte, non c’è nulla che distingua una conoscenza da un’altra. Perfino per immaginare una distinzione nella conoscenza, è richiesta solo la conoscenza. Quindi la distinzione immaginata non può appartenere alla conoscenza, ma a qualcosa di alieno a essa. La molteplicità o le divisioni sono dovute solo alla pluralità degli oggetti e non sono intrinseche alla conoscenza stessa. Passando alla fase successiva, se nemmeno la natura degli oggetti può essere definita, come possiamo determinare la divisione, differenza o molteplicità degli oggetti?

                  Obiezione: è azzardato dire che non si possa accertare la natura degli oggetti, perché se una persona non può definirli correttamente, un’altra potrebbe farlo. Solo perché si trovano alcuni difetti nelle definizioni di alcuni, non possiamo concludere che gli oggetti non abbiano affatto definizione.

                  Risposta: ciò è sbagliato perché l’incapacità di definire gli oggetti della veglia, non è dovuta alla incapacità di alcuni investigatori. È proprio la natura delle cose che non si presta a definizione. Le definizioni fatte dalla logica della mente di veglia non possono avere carattere definitivo. C’è un’altra esperienza per dimostrare che la conoscenza non ha in sé alcuna divisione. Infatti è possibile dividere un oggetto in varie parti e studiarle, ma la conoscenza non può essere divisa in tal modo. L’oggetto da osservare può essere una particella atomica, ma la conoscenza o coscienza che lo conosce deve essere totale e completa. Quando la coscienza si sposta da una parte a un’altra dell’oggetto mentre lo conosce, deve muoversi come un tutto e non può lasciare una parte di sé a conoscere una parte dell’oggetto e andare a un’altra parte dell’oggetto con una sua altra parte.

                  Si crede che gli aṣṭāvadani e i śatāvadhani1 prestino attenzione a molte cose differenti allo stesso tempo e le capiscano correttamente: ma anche in questo caso è solo la loro attenzione che si muove rapidamente da un argomento a un altro, e non che essi prestino attenzione a tutti simultaneamente. Ciò può essere compreso da chiunque, in base alla propria esperienza. Questa è una prova evidente per affermare che la coscienza è indivisibile.

                  113. Tutte le divisioni che appaiono nella coscienza sono illusorie

                  È vero che le conoscenze nella veglia sembrano molte e varie, ma ciò è una conclusione fatta dalla mente della veglia, perché essa chiama qualsiasi conoscenza, corretta o sbagliata, solo ‘conoscenza’. Per esempio la conoscenza erronea del serpente e la conoscenza della corda, per la mente entrambe sono solo conoscenza. È nella natura della mente pensare che sia conoscenza corretta quella che è vista al momento presente. In tutti questi casi la comprensione-conoscenza rimane la stessa e cambia solo ciò che è capito. Quando una precedente conoscenza è corretta da una successiva, la mente afferma di aver conosciuto prima una certa cosa in un certo modo e poi di conoscerla com’è realmente. I mīmāṃsaka affermano che la conoscenza rimane stabile e immutabile nel suo aspetto conoscitivo e che l’errore consiste solo nel modo in cui è stato capito. Questo è in linea con la nostra esperienza. Perciò la conoscenza nella sua natura è solo coscienza-conoscenza: non può mai essere illusoria. Solo il modo di capire cambia. Per esempio, quando la conoscenza del serpente è corretta dalla conoscenza della corda, sorgerà in noi l’idea che il serpente non esisteva affatto mentre la si considerava un serpente; e non che ‘io non ho avuto alcuna conoscenza del serpente’. La forma di annullare la precedente conoscenza è la seguente: ‘Io lo consideravo un serpente, ma di fatto è sempre stato solo una corda’. Da ciò si deduce chiaramente che la natura della conoscenza non cambia neppure quando ciò che è conosciuto è sbagliato. Così, quando capiamo che ciò che è capito, cioè il nome e la forma, è solo apparenza illusoria, diventa chiaro che la purezza della Coscienza non è mai toccata dalle cose che conosce. Perciò non si può respingere la conclusione che la coscienza è una e indivisibile.

                  Obiezione (rif. § 111): in che modo la veglia e il sogno tra loro contraddittori sorgono dalla Pura Coscienza?

                  Risposta: la precedente spiegazione ha già risposto a questa domanda, perché anche gli stati sono apparenze illusorie e la Coscienza non subisce alcuna divisione a causa di esse rimanendo sempre Pura Coscienza. Proprio come uno stato non contamina un altro stato, così anche nessuno stato contamina la Pura Coscienza, come il riflesso non contamina lo specchio.

                  F. La Coscienza della veglia e del sogno è la medesima

                  114. Necessità di esaminare le somiglianze tra la coscienza di veglia e di sogno

                  Obiezione: se la conoscenza è una e indivisibile, perché questa stessa conoscenza appare reale nella veglia e illusoria nel sogno? Se la veglia e il sogno sono simili in tutti gli aspetti, perché la conoscenza del sogno, invece di essere come quella della veglia, appare come una immaginazione? (v. §§ 71-81).

                  Risposta: in quei paragrafi si discuteva sull’esistenza degli stati, e quell’argomentazione può essere ora applicata anche alla conoscenza. Rileggendo quella discussione, diventerà chiaro che alla mente della veglia la Pura Coscienza appare divisa in veglia e sogno, e quindi le somiglianze tra i due stati risulteranno convincenti. Quindi, dal punto di vista della Pura Coscienza, gli stati sono solo uno, senza alcuna divisione.

                  115. L’errore di considerare vera la conoscenza della veglia e falsa quella del sogno

                  Domanda del Vedāntin (a chi sostiene che la conoscenza del sogno è falsa): hai detto che l’errore è dovuto alle impressioni di qualcosa sperimentato prima. Se fosse così, qual è la precedente esperienza le cui impressioni hanno causato l’errore?

                  Risposta: sono le impressioni della veglia che producono il sogno.

                  Vedāntin: ciò non è esatto. Abbiamo già discusso questo nei §§ 73-75. Diamo ora alcune altre ragioni. Prima viene l’esperienza e poi l’impressione2 nella mente.

                  Le impressioni [errate], quando sono richiamate [dalla memoria], producono una illusione, che poi la conoscenza corretta annulla. La completa concatenazione di eventi generalmente avviene nella stessa serie temporale sia della veglia sia del sogno. L’intera concatenazione deve avvenire nella stessa mente, dove anche c’è la memoria dell’esperienza dell’errore. Per esempio, confondendo un cristallo d’allume con una caramella di zucchero mangiata prima, un ragazzo potrebbe mangiare l’allume, pensando sia una caramella di zucchero. Tuttavia, la tua spiegazione del sogno come prodotto dall’esperienza di veglia non è corretta, perché questa regola generale non si applica al sogno; anzitutto perché nel sogno non abbiamo il ricordo della veglia come quello della caramella di zucchero e dell’allume (§ 117). In secondo luogo, perché l’esperienza del precedente stato di veglia, il successivo stato di sogno e la susseguente veglia che si pensa cancelli il sogno, tutti questi non avvengono nella stessa serie temporale. Guardando gli oggetti del sogno noi non diciamo che sono come gli oggetti della veglia; quindi il sogno non può essere considerato una errata interpretazione di un supporto (sādhiṣṭhāna bhrānti) [della veglia]. Proprio come c’è una conchiglia che fa da supporto all’errore dell’argento e una corda per il serpente, al contrario non c’è alcun reale oggetto [della veglia] come supporto per l’errore del sogno.

                  Obiezione: non è forse vero che in sogno abbiamo conoscenza come se vedessimo le stesse persone e oggetti della veglia?

                  Vedāntin: è vero che noi li consideriamo come fossero gli stessi della veglia; di fatto, però, non c’è alcuna relazione tra gli oggetti della veglia e quelli del sogno. Poiché non ci sono spazio e tempo comuni alla comparsa di questi due stati, non c’è alcuna possibilità che l’uno diventi sostrato dell’altro. Tutte le conoscenze erronee che avvengono nella veglia hanno necessariamente dei supporti. Senza supporto, la mera impressione dell’esperienza precedente non può apparire come un oggetto solo per errore o semplicemente a causa di una comprensione sbagliata. Se la mente della veglia non può neppure creare un filo d’erba, è assurdo pensare che le impressioni della veglia possano creare l’intero mondo illusorio del sogno.

                  Domanda: ciò significa, dunque, che il sogno non può mai essere considerato una erronea comprensione di un sostrato a causa delle impressioni della veglia. D’accordo.

                  Dovremmo chiamarlo un niradhiṣṭhāna bhrānti una erronea concezione priva di sostrato, simile all’esperienza dell’allucinazione causata dal delirio o qualcosa di simile?

                  Vedāntin: no, non si può perché negli stati di allucinazione, causati del delirio et similia, l’allucinazione è rapportata al mondo della veglia che ne costituisce il sostrato; ma il sognatore non conosce nessun altro stato di veglia se non il suo sogno. Dato che il sogno non ha alcuna precedente reale esperienza il cui ricordo sia necessario come sostrato per qualsiasi errore, non è per nulla corretto considerare il sogno un’idea sbagliata.

                  116. Il sogno non è reso falso dalla conoscenza della veglia

                  Obiezione: non appena ci svegliamo sorge l’idea che era solo un sogno e con questa idea il sogno viene cancellato. Quello che si cancella è chiaramente considerato un’idea sbagliata. Nella veglia l’errata conoscenza dell’argento è annullata dalla conoscenza che la sua vera natura è la madreperla della conchiglia. A questo punto l’argento è detto un’idea illusoria, come il sogno. Tuttavia la conoscenza che l’argento era una illusione della veglia non è paragonabile alla conoscenza dell’illusione del sogno. Da questa contrapposizione, perché dovremmo dichiarare falso il sogno?

                  Risposta: anche in questa obiezione si presenta il summenzionato difetto.

                  1. S’è già detto che colui che annulla e la cosa annullata dovrebbero appartenere alla stessa serie temporale. Le conoscenze della veglia e del sogno non avvengono nella stessa serie. Le diverse serie temporali non hanno alcun tempo in comune.
                  2. Anche se la conoscenza della veglia annullasse la conoscenza del sogno, come potrebbe essere d’aiuto?

                  Obiezione: se il sogno è annullato esso diventa illusorio o conoscenza erronea. Questa è la sua utilità.

                  Vedāntin: non puoi dire ciò, perché questo annullamento non ci aiuta a capire se la così detta conoscenza della veglia che annulla sia essa stessa illusoria o meno. È veglia o sogno? Vediamo in dettaglio.

                  1. Il sogno appare veglia quando lo si sperimenta (§ 80). Lì, consideriamo che la conoscenza di quel sogno ha annullato le conoscenze del sogno precedente. In quel momento non lo prendiamo come sogno e neppure prevediamo che sarà cancellato da una prossima veglia. C’è sempre certezza che lo stato che si sta sperimentando è veglia. Come può il sogno, cancellato in quanto errato, aiutarci a determinare qualcosa come reale? L’idea di essere andato in sogno dalla veglia non accade mai a nessuno, perché ogni stato, quando è sperimentato, appare veglia e qualsiasi conoscenza avvenga appare vera. Quindi, in questo senso, non si può determinare che la veglia sia uno stato speciale.
                  2. C’è un’altra esperienza a sostegno di questo punto. Talvolta si sperimenta un sogno nel sogno. Lì, ciò che appare come sogno è annullato e quello che appare come veglia pare essere quello che lo annulla. Tuttavia, sia quello che annulla sia ciò che è annullato sono solo sogni, quindi entrambe le conoscenze hanno lo stesso valore.

                  Talvolta facciamo una serie di sogni nel sogno. Consideriamo veglia ognuno di questi sogni finché li sperimentiamo, mentre il sogno interno a ognuno lo consideriamo falso. Consideriamo sicuramente veglia uno di quei sogni e pensiamo di essere veramente svegli in quel frattempo; quindi questo sogno non è mai riconosciuto falso. La ferma conoscenza di veglia, mentre si sperimenta un sogno, è in qualche modo diversa dalla veglia che si sperimenta nella situazione attuale? Niente affatto.

                  Quando si discute sulla differenza tra la veglia e il sogno, si afferma che nessun sogno, essendo illusorio, può ambire a essere uno stato equivalente alla veglia, che è ciò che lo cancella.

                  1. Quindi la convinzione che la conoscenza della veglia e quella del sogno siano diverse è dovuta solo al pregiudizio della veglia: non ci sono due livelli di conoscenza, una reale conoscenza di veglia e una illusoria conoscenza di sogno.

                  Sebbene la logica della veglia affermi che ciò che è cancellato è sogno e perciò è un’illusione, questo non ostacola la conclusione fatta dal punto di vista intuitivo del Sākṣin, per cui la Coscienza è una senza alcuna divisione di conoscenza corretta e conoscenza erronea.

                  117. Il ricordo della veglia in sogno è sogno: anche la conoscenza del sogno in sogno è sogno

                  S’è detto precedentemente che nel sogno non abbiamo ricordo del mondo della veglia. Non si può portare alcun esempio contrario a questo fatto, perché in quel tempo il sogno appare solo in quanto veglia. Ma non appena una persona capisce il sogno come sogno, il sognatore cessa di essere un sognatore e si ritrova in veglia. Non c’è una regola per svegliarsi dalla certezza del sogno, c’è solo una esperienza ordinaria (sāmānyā anubhava) per cui, non appena uno capisce che il sogno è un sogno, si sveglia.

                  Obiezione: talvolta sorge il dubbio se stiamo sognando o siamo svegli, perché in certe occasioni abbiamo la sensazione di stare sognando, di non essere svegli e che la veglia sia differente. Mi chiedo come un tale sogno possa avvenire.

                  Risposta: sì, può accadere in casi particolari, non spesso. Per esempio, c’era a Delhi un certo Dr. Rāmanārāyaṇa che aveva fatto approfonditi studi sulle sue esperienze di sogno. Usava l’autosuggestione e l’autoipnosi per vedere se era possibile, durante il sogno, rendersi conto di star sognando. Una volta vide in sogno una stanza della sua casa con il mobilio e i familiari, tutte repliche esatte della sua veglia. Tutte le persone che trovò lì appartenevano alla veglia, ma nessuno sembrava rendersi conto di essere in un sogno. Cercò di convincerli che erano tutti parte del suo sogno, quindi solo immaginati da lui. Nessuno accettò questa argomentazione e risero. Suo figlio lo derise come fosse matto, accusandolo di non riconoscere i suoi famigliari poiché affermava che era tutto un sogno. In veglia cercò di convincere chi gli stava intorno, che lo stato presente era solo un sogno dal punto di vista pāramārtika. Ma non ci riuscì nemmeno in quel caso.

                  Il Dr. Rāmanārāyaṇa dallo studio sul sogno è arrivato a queste conclusioni:

                  • Quando andiamo in sogno, se il mondo della veglia non esistesse separatamente, non potremmo avere un’esperienza di essere in sogno e che esso sia diverso dalla veglia. Sebbene tali sogni siano rari, possono accadere. Su questa base, perché non accettiamo che ci sia un mondo sottile di sogno, realmente esistente?
                  • Di solito non accade che ritorniamo nello stesso sogno; tuttavia, nelle summenzionate circostanze si trovano persone che visitano lo stesso sogno ripetutamente. Per queste ragioni, perché non dovremmo concludere che il sogno e la veglia sono due mondi separati e indi-pendentemente esistenti?
                  • Talvolta i sognatori parlano a gente della veglia nei loro sogni e rispondono in modo corretto alle loro domande. Come potrebbe accadere questo se il sogno non esistesse parallelamente alla veglia? È molto importante rispondere a questa domanda, perché, se i due stati esistono indipendentemente e parallelamente l’uno accanto l’altro, è inutile parlare della verità di uno come incluso nell’altro. In ogni stato sarebbe inclusa la verità dell’altro. Questo contraddice all’idea che il mondo del sogno non esista da nessuna parte durante l’esperienza della veglia.

                  Risposta al Dr. Rāmanārāyaṇa: il solo modo per uscire da questo problema è ricordare il § 27 in cui si stabiliva che il mondo della veglia è confinato allo stato di veglia e il mondo del sogno al sogno. Affermare che i due stati siano di tipo differente e che possano esistere simultaneamente non ha alcun senso, perché non c’è alcuna base per affermare che, oltre ai tempi dei due stati, ci sia un tempo comune a essi. Se è così, non ha alcun senso considerare che esistano due stati paralleli allo stesso tempo. Nemmeno il ricordo della veglia nel sogno ha alcun senso, perché questo ricordo non è possibile senza presumere un tempo e una mente comuni per i due stati, essendo contro l’esperienza di ciascuno. Anche la credenza che il sogno sia ricordato in veglia è solo un’idea erronea che discutiamo nel § 118.

                  Obiezione: lo studio del Dr. Rāmanārāyaṇa ha provato che c’era una memoria di veglia nel sogno e una cognizione di trovarsi in sogno. Come si spiega quest’esperienza?

                  Risposta: come ogni conoscenza della veglia appartiene solo allo stato di veglia, così anche ogni conoscenza del sogno appartiene solo al sogno. Esamineremo la questione in questa luce: se in sogno possiamo avere il dubbio che possa essere un sogno, perché anche nella veglia non dovremmo avere il dubbio che anche questo potrebbe essere un sogno? Di fatto alcuni la pensano in questo modo. L’insorgere di tale dubbio è comune a entrambi gli stati e ciò non ci aiuta a chiarire qual è la veglia e qual è il sogno. Nel caso descritto, conoscenza, memoria, gioia e dolore, determinazione e immaginazione, avvenendo tutti in sogno, devono rimanere in sogno e non c’è alcuna prova del loro passaggio alla veglia. Perciò il ricordo della veglia nel sogno del Dr. Rāmanārāyaṇa è solo il suo sogno, perché egli ha avuto il sogno di ricordare la veglia ed egli sognò ‘questo è un sogno’. Il suo ricordo della veglia non era realmente dello stato di veglia né il suo pensiero del sogno era realmente una constatazione di esso in quanto sogno, perché dal punto di vista dell’esperienza universale non c’è alcuna base per dire che la mente della veglia sia nel sogno.

                  1. Cultori dell’arte mnemonica dell’avadhāna. In apparenza essi sono capaci di richiamare alla mente contemporaneamente diversi ricordi ed esprimerli in stretta sequenza. Aṣṭāvadhāni e i Śatāvadhāni sono in grado di controllare rispettivamente otto o sette ricordi insieme [N.d.C.].[↩]
                  2. A seconda dei casi l’impressione può essere giusta o sbagliata. Per esempio se guardo una corda e vedo la corda, l’impressione che si registra nella mente è corretta. Ma se invece vedo un serpente, l’impressione della mente sarà errata [N.d.C.].[↩]

                  15. La luce della Realtà

                    Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

                    15. La luce della Realtà

                    B. Tre livelli di Coscienza

                    98. Nella Coscienza, come nell’Esistenza, ci sono tre livelli

                    Obiezione: non c’è, dunque, coscienza negli stati? Se non c’è, come mai abbiamo la sensazione di conoscere, che la mente conosce, che i sensi conoscono?

                    1) È facile accettare che né la luce fisica né gli oggetti che appaiono in essa abbiano alcuna coscienza, perché, anche se splendono, essi sono insenzienti.

                    2) Come si può dire che i jīva non hanno coscienza, se convivono in questo mondo, si relazionano e reagiscono consapevolmente alla nostra presenza e alle nostre azioni?

                    3) Noi tutti istintivamente pensiamo che la gente sia cosciente e che la sua conoscenza cresca man mano che interagiscono e imparano. L’intero sistema educativo si basa solo su questa credenza. Non è pensabile educare un pezzo di pietra insenziente.

                    4) Dividere la gente in amico, nemico, neutrale, amato, odiato, presuppone questa credenza. Queste percezioni e idee variano e cambiano nella gente. Tali sensazioni non esistono in un pezzo di pietra ed esso non può avere tali opinioni.

                    5) Alcuni compiono pratiche rituali e meditazioni per raggiungere la felicità negli altri mondi, mentre altri intraprendono lo studio vedāntico. Ciò dimostra che la gente ha diversi livelli di conoscenza in base alle sue inclinazioni.

                    6) Anche un maestro di Vedānta presuppone diversi livelli di conoscenza negli altri e su tale base insegna; altrimenti come potrebbe insegnare? Per tutte queste ragioni, si deve accettare che anche nel mondo ci sia coscienza capace di conoscenza.

                    Risposta: a questa obiezione si è già risposto nel § 55. Gli stati non sono indipendenti dal Testimone, poiché appaiono proprio nella sua luce e non possono sussistere separati dalla sua esistenza. Quindi, proprio come il Testimone per sua natura è sempre solo Coscienza, così gli stati, che non sono differenti da lui, sono sempre solo Coscienza. Su questo si discuterà più avanti. A un livello più basso si può rispondere in questo modo:

                    1) dato che il Testimone è sempre per sua natura Coscienza immutabile, può essere chiamato veramente Coscienza Reale, cioè che non può essere mai negata;

                    2) questo non significa che non ci sia una certa coscienza nelle cose che appaiono nella veglia. Nella veglia non solo abbiamo la credenza di ‘conoscere’, che la nostra mente ‘conosca’ e che i sensi ‘conoscano’, ma pensiamo anche che ci siano molti altri in quello stato che, come noi, conoscono. Anche nella mente che sappiamo insenziente, pensiamo che ci sia una coscienza parzialmente manifestata e parzialmente non manifestata. Come la coscienza influisce su di noi, così pure l’oblio per noi è buono o cattivo a seconda dei casi. Quindi anche l’oblio è un tipo di coscienza. Similmente, non è sbagliato dire che la coscienza è non manifestata nelle piante e negli animali come, ancor più, negli oggetti insenzienti. Negli stati la coscienza può essere considerata empirica, come l’esistenza di cui abbiamo parlato prima. È vero che la coscienza o conoscenza della veglia non continua nel sogno e che nemmeno quella del sogno conosce le cose della veglia; in questo modo la coscienza di ogni stato è confinata in quello stesso. Tuttavia, la si può chiamare coscienza empirica essendo utile per la vita, per le azioni e relazioni empiriche. Poiché la veglia è lo stato principale delle nostre relazioni empiriche, la coscienza di veglia può essere detta coscienza empirica;

                    3) similmente, la conoscenza dell’argento, del serpente, della seconda luna ecc. sembra vera fintanto che appaiono. Quindi è chiamata coscienza apparente. Ogni cosa è relazionata solo alla coscienza e ogni cosa è solo coscienza; non c’è null’altro se non coscienza che include l’oblio e perfino l’incoscienza.

                    99. La coscienza negli stati non è indipendente dalla Pura Coscienza

                    Non si dovrebbe mai pensare che la coscienza che appare differente in ogni stato sia realmente indipendente dal Testimone. Infatti, se lo stato non ha un’esistenza indipendente, come potrebbe avere una coscienza indipendente? Questo è già stato discusso nel § 56. Per esempio, una lampada risplendente è chiusa in un vaso traforato. I raggi della lampada fuoriescono in tutte le direzioni. Non si vede ogni raggio come una lampada separata, sebbene i raggi siano numerosi e differenti. Similmente, quando si guarda dal punto di vista della veglia, la Coscienza-Testimone appare come se brillasse nel corpo paragonabile al vaso. La mente e i sensi sono come i diversi fori del vaso. La Coscienza-Testimone si riflette nella mente e passa attraverso i sensi illuminando gli oggetti esterni. Così si ha l’esperienza ‘Io conosco questo’. Proprio come non si considera ogni raggio una lampada separata, indipendente dalla lampada interna, così anche la coscienza dei sensi non deve essere considerata come una coscienza separata e indipendente. Infatti questa coscienza nei sensi e negli oggetti esterni non è altro che la Coscienza-Testimone. Non capendo questo fatto, si attribuisce una coscienza separata a ogni senso.

                    100. La Coscienza è la natura del Testimone, non il suo attributo

                    I vaiśeṣika e i pensatori di alcune scuole di Vedānta, come Rāmānuja, pensano che la coscienza sia una proprietà di jīva. Si può accettare la conoscenza empirica come nostro attributo, in quanto appare tale e ci aiuta nella vita empirica. Ma è azzardato pensare che la Coscienza nella sua natura reale sia tale. Vediamo cosa s’intende con la parola coscienza. Gli scienziati tentano di descrivere il modo in cui la coscienza sia nata negli esseri umani. Gli animali inferiori si sono evoluti gradualmente in animali umani. Le leggi di ereditarietà e di adattamento alle condizioni ambientali portarono a generi successivi nella via dell’evoluzione. La lotta per l’esistenza e la selezione naturale dipendono dall’uso o disuso dei loro organi, che si sono modificati di conseguenza. Secondo la teoria evoluzionista, l’uomo si sarebbe evoluto dall’ordine dei primati. Così i sensi, il cervello, il sistema nervoso e la coscienza presenti nell’uomo attuale, non sarebbero altro che sviluppi risultanti dalle sue reazioni alle spinte esterne.

                    Anche i realisti occidentali, che recentemente sono diventati egemoni, hanno differenti punti di vista, ma tutti seguono ciecamente le orme dei biologi. Alcuni dicono che la coscienza è solo una funzione, altri che è una specie di relazione; altri ancora sostengono che è una modificazione di una certa sostanza che non può essere chiamata né mentale né materiale.

                    Vedāntin: il difetto di questo punto di vista è stato già trattato nel § 97. Infatti il realista che vuole conoscere la natura della conoscenza-coscienza, ha un preconcetto per cui la coscienza o la mente sono disponibili all’esame dell’investigatore. Ma ciò che è a loro disposizione è solo la propria mente immaginata come quella degli altri. Per quanto correttamente si possa determinare l’evoluzione della mente come fosse un oggetto, ciò non offre una spiegazione sulla natura della nostra coscienza interna che osserva la mente. Quando, a partire dall’attuale stato della mente, si specula sui vari cambiamenti che l’hanno preceduta, non s’arriva a determinare la verità della coscienza. Invece di guardare il corpo dal di fuori e di concludere che la coscienza (o la mente o il pensiero) siano sue proprietà, lo scienziato dovrebbe osservarla attraverso la propria intuizione. Istantaneamente egli realizzerebbe che il corpo e tutte le sue funzioni sono solo prodotti della mente e che il corpo è un oggetto della coscienza, e non viceversa. In tal caso, l’idealista avrebbe il sopravvento. I difetti dell’idealismo sono stati già mostrati nel § 92. Il realista guarda il corpo dimenticando la propria coscienza. L’idealista ignora il Testimone che è l’essenza della coscienza ed esamina la coscienza rivolta all’esterno, cioè la mente che, invece, è solo un oggetto. A causa di questo errore i vaiśeṣika e le scuole vedāntiche, come quella di Rāmānuja, considerano che la coscienza sia solo un attributo.

                    101. L’attributo della Coscienza è solo un suo oggetto

                    Domanda: perché è sbagliato considerare la coscienza un attributo?

                    Risposta: quando si guarda con attenzione un oggetto esterno o quando la mente è concentrata non si è coscienti di altro. Una persona alterata o in delirio non è in grado di conoscere ciò che gli accade attorno. Si pensa che una persona in quelle condizioni non sia completamente cosciente. Essendo concentrato su qualcos’altro o per qualche aberrazione della mente, la sua coscienza è messa da parte e non fa attenzione alle altre cose. In queste condizioni, quando si dice ‘c’è coscienza in qualcuno’ e ‘non c’è coscienza in qualcun altro’; oppure quando si afferma che ‘si limita’ o ‘si espande’, s’intende che la coscienza è un nostro attributo (dharmi). Quindi, questa coscienza che subisce contrazione o espansione può essere chiamata (dharma bhūta jñānam), coscienza-conoscenza empirica. Parliamo in termini di coscienza o conoscenza empirica e la esprimiamo così: «È nata, è ottusa, brilla, è risplendente, conosce un oggetto o non riesce a conoscere un oggetto». In quelle circostanze chi è che conosce-oggettiva-visualizza i cambiamenti come nascere, brillare ecc. di questa conoscenza empirica? Solo noi. Ciò significa che in noi deve esistere la Pura Coscienza che illumina questa coscienza o conoscenza empirica. Discutiamone in modo diverso. Se la coscienza o conoscenza, quella che nasce, è ottusa e subisce altri tipi di cambiamenti, fosse solo una nostra qualità, allora anche noi, in quanto agenti o possessori di quella qualità, dovremmo cambiare in differenti forme o condizioni. È un fatto comunemente ritenuto che il possessore o agente di una qualità, di natura transitoria, subisca un cambiamento. Poiché nella nostra esperienza, la conoscenza empirica viene e va, si dovrà dire che anche noi subiamo un cambiamento allorché questa conoscenza empirica è acquisita. In tal caso, non vorrebbe forse dire che a un certo momento saremo del tutto distrutti? Coloro che ritengono che l’Ātman sia un agente o un possessore della qualità della coscienza empirica dovrebbero accettare ciò che i logici asseriscono, ovvero che l’Ātman cambia con i cambiamenti della conoscenza empirica e che l’Ātman deve essere non eterno. Questo è il rischio che si corre accettando la conoscenza mutevole come fosse un attributo della Coscienza.

                    Domanda: lasciamo da parte il rischio. Perché dovremmo rifiutare questo punto di vista finché è in accordo con la nostra esperienza?

                    Risposta: tale punto di vista non è coerente con la nostra esperienza. Pensare che la conoscenza sia nostro attributo è solo un errore. Perché se la conoscenza è un attributo, cambia e in tal caso ci deve essere qualcuno immutabile che è cosciente di tutti questi cambiamenti; questo è il Sé. L’oggetto della coscienza appare solo falsamente come coscienza. Quando un pezzo di ferro diventa rosso per incandescenza sembra fuoco, ma non è realmente fuoco. Il pensiero dell’io e altre conoscenze, come suoi attributi, sembrano coscienti. Di fatto, però, non sono di per sé coscienti. La reale Coscienza appartiene solo al Testimone, come stabilito nei §§ 95-96. È grazie a questa Coscienza che i sensi e la mente della veglia sembrano essere coscienti. Perciò questa Coscienza-Testimone è così descritta nell’Upaniṣad:

                    [La Coscienza-Testimone] è l’Orecchio che è l’essenza dell’orecchio, è la Mente che è l’essenza della mente, è la Parola che è l’essenza della parola, è il Prāṇa che è l’essenza del prāṇa, è l’Occhio che è l’essenza dell’occhio. Il saggio, discriminandoli e distaccandosi da questo mondo, diventa immortale (Kena Upaniṣad, I.2).

                    102. La Coscienza-Testimone non è soggetto né ha modificazioni e molteplicità

                    La conoscenza di Ātman non è creata, non cambia, non è molteplice e non è in relazione con alcun oggetto.

                    1. Per qualsiasi conoscenza nata, c’è una coscienza interiore che testimonia tutte le modificazioni.
                    2. La coscienza non è molteplice. Ciò che appare nel tempo può essere enumerato. Poiché non è cosciente neppure del tempo, non può essere enumerata né come una né come molteplice.
                    3. Non è né oggetto né soggetto di alcunché. Quando diciamo ‘conosciamo il Testimone’, non lo conosciamo come un nostro oggetto, ma semplicemente con una indivisibile intuizione (nirvikalpa anubhava). Dal punto di vista empirico è giusto supporre che il Testimone testimoni qualcosa. Tuttavia egli non conosce con conoscenza analitica, come ‘io conosco questo’. La conoscenza empirica, per sua natura, dipende da qualche oggetto. Ma la Coscienza-Testimone è indipendente da qualsiasi oggetto ed è autoesistente. Anche quando diciamo che il Sākṣin testimonia lo stato come un tutto, lo stato non è indipendente dal Testimone. Perciò il Testimone non ha alcun oggetto. Con Coscienza del Testimone s’intende che la Coscienza è identica al Testimone; quindi la testimonianza non è un’azione o un cambiamento da parte del Testimone. Considerata in questo modo, la Coscienza del Testimone, come la luce del sole, è la sua natura essenziale, unica e priva di alterità.

                    103. Nessun oggetto è separato dalla Coscienza

                    Obiezione: se sostieni che lo stato, con il mondo in esso compreso, è oggetto della Coscienza dell’Ātman, come puoi dire che la Coscienza dell’Ātman è senza oggetti? Se tu dicessi che è la coscienza-conoscenza dell’Ātman che appare come un oggetto, ti si potrebbe obiettare come all’idealista quando affermava che la stessa mente appare come oggetto. Dopo aver accettato (§ 98) che ci sono tre livelli o gradi nella coscienza, cioè la realtà vera, quella empirica e quella apparente, quando dici che ogni cosa è solo la Coscienza-Testimone, non ti stai contraddicendo? In che modo il tuo punto di vista, secondo cui ogni cosa è soltanto Coscienza-Testimone senza una seconda cosa, sarebbe differente dall’idealismo, che afferma che c’è solo conoscenza in forma di idea?

                    Risposta: per rispondere a questa obiezione dobbiamo esaminare anche il sogno e il sonno profondo. Riprendiamo la risposta a simile obiezione a proposito della natura dell’Esistenza (§ 59). Il Testimone non è confinato in un solo stato, perché egli testimonia il sogno quando questo rimpiazza la veglia. Il Sākṣin è sempre pronto a illuminare la veglia e il sogno tutte le volte che appaiono, e continua a splendere anche nel sonno profondo. Gli stati di veglia e di sogno non sono indipendenti come quest’ultimo, in quanto necessitano della luce della coscienza per apparire. Quando la coscienza del Sākṣin illumina il sogno, la veglia e il sonno profondo non appaiono; né il sogno e il sonno profondo appaiono quando illumina la veglia. Quindi, la vita degli stati è sotto il controllo del Sākṣin.

                    104. La Coscienza appare divisa alla mente della veglia

                    Domanda: perché la Coscienza appare diversificata come ‘conoscenza del vaso’, ‘conoscenza del tessuto’ ecc.? L’unica Coscienza appare a tre livelli: veramente Reale; empirica, come la coscienza della corda; e apparente, come la coscienza del serpente sulla corda. Come possiamo riconoscere in tale varietà la stessa e unica Coscienza?

                    Risposta: si può ricorrere all’esempio del sogno, come in § 60. La conoscenza espressa in ‘ho visto un vaso, ho visto un albero’, e simili, può avvenire nel sogno. Non appena queste conoscenze insorgono, vi si ritrova la triade conoscitore-conosciuto-conoscenza, come nella veglia.

                    Anche in sogno troviamo la divisione tra conoscenze erronee e conoscenze corrette. Ciò nonostante non consideriamo reale questa divisione del sogno. Tutti sanno che sono solo apparenze, ma mentre le si sperimentano, appaiono reali. La nostra esperienza mostra che anche in quel tempo, noi come Sākṣin testimoniamo quelle apparenze. Se il Sākṣin non fosse lo stesso in entrambi gli stati, sarebbe impossibile avere il ‘ricordo’ di avere avuto un sogno. Così è chiaro dall’esame del sogno che la Coscienza, pur essendo una, appare molteplice. Sebbene non si conosca la ragione per il suo apparire molteplice, non si può mettere in dubbio che ci appaia così.

                    C. La Pura Coscienza

                    105. Nel sonno profondo ogni cosa è Ātman, Pura Coscienza

                    1. Se richiamiamo alla mente l’esperienza del sonno profondo, questo concetto diventa più chiaro. A differenza della veglia e del sogno, nel sonno profondo non c’è alcun mondo. Quindi non c’è né tripuṭi (conoscitore-conosciuto-conoscenza) né la divisione tra conoscenza corretta e conoscenza errata. Tuttavia non possiamo dire: ‘Io lì non esistevo’, perché se lì non ci fosse alcuna coscienza non ci sarebbe la base per poter ‘ricordare’ tale esperienza.
                    2. Una persona irriflessiva potrebbe dire: ‘Io non ho conosciuto nulla in sonno profondo, il che significa che lì non avevo alcuna coscienza’. Questa affermazione implica soltanto che lì non c’era nulla da conoscere e non che lì non c’era coscienza. Perciò la BU dice:

                    Che [l’Ātman] lì non conosca nulla si spiega con il fatto che anche conoscendo non conosce nulla, perché non ci può essere una assoluta scomparsa della conoscenza del conoscitore, dato che è indistruttibile. Non c’è null’altro da Lui che Egli possa conoscere (BU IV.3.30).

                    1. Si dovrebbe applicare qui ciò che già è stato detto sulla natura del sonno profondo nell’indagine sull’esistenza (§ 61). Nel sonno profondo non esistiamo nella forma di io, ma solo in forma di Sākṣin. Di fatto, se guardiamo con più attenzione, capiremo che lì non siamo neppure il Sākṣin, dato che non c’è nulla da testimoniare. Quindi lì siamo solo Pura Coscienza. Gli oggetti esterni, la conoscenza in noi e noi come conoscitori, tutto s’immerge nell’essenza del Testimone. Perciò l’Esistenza e la Conoscenza sono una e una sola cosa.
                    2. Dato che tutto ciò che vediamo s’immerge nella Pura Coscienza e non c’è altro che Coscienza, ciò che comunemente denominiamo sonno profondo non è affatto uno stato, bensì solo Pura Coscienza. Essa non è nel tempo né è un modo in cui la Realtà appare, ma è la Verità di tutta l’Esistenza e di tutta la Coscienza.
                    3. Domanda: noi chiamiamo questo uno stato in cui non si conosce nulla, cioè di ignoranza.

                    Risposta: lo si chiama così solo paragonandolo allo stato di veglia, in cui si conoscono molte cose.

                    Domanda: anche il Vedānta dice che il mondo del nome e della forma rimane in potenza e appare di nuovo nella veglia.

                    Risposta: ciò è detto dal punto di vista empirico della veglia, in cui si considerano reali il nome e la forma. Ma dato che il nome e la forma sono visti a causa dell’avidyā,anche la nostra deduzione, che ci fa pensare che siano presenti potenzialmente in sonno profondo, è solo una estensione di questa incomprensione (BSŚBh II.1.9).

                    Quando non ci sono uno specifico oggetto e una specifica conoscenza, chi deve conoscere chi [o che cosa]? Ogni cosa è Esistenza e null’altro che Esistenza o Coscienza e null’altro che Coscienza. Quando l’Upaniṣad dice:

                    Quando ogni cosa diventa Ātman, con che cosa si dovrebbe odorare e che cosa? Con che cosa si dovrebbe vedere e che cosa? […] Con che cosa si dovrebbe conoscere e che cosa (BU II.4.14).

                    1. È l’essenza di tutta la Coscienza e di tutte le conoscenze che noi conosciamo. Anche le conoscenze che appaiono in veglia come attributi sono incluse in essa. Perfino i tre gradi di coscienza emergono proprio da questa Coscienza.

                    106. Perché si pensa che il sonno profondo sia uno stato di totale ignoranza?

                    Domanda: se il sonno profondo è realmente solo Pura Coscienza, perché si pensa che lì non ci sia affatto coscienza? Perché prevale l’idea che sia come l’oblio?

                    Risposta: per la gente cosa significa coscienza? Significa la coscienza distintiva della veglia e del sogno. Nessuno pensa che questo tipo di coscienza sia presente nel sonno profondo. Abbiamo esperienze e ricordi di certe cose nella veglia e nel sogno. Facciamo anche certe scelte e compiamo certe azioni. Come risultato, sorgono in noi sentimenti di paura, euforia, agitazione, amore, avversione, sofferenza, felicità ecc. Il sonno profondo non ha nulla di ciò. La divisione tra ‘me’ e l’‘altro’, la coscienza e la memoria della divisione, la volontà e l’azione, non hanno la più remota possibilità d’esistere. Poiché non possiamo ricordare nulla o pensare a nulla, chiamiamo questo stato ‘oblio di se stessi’ o ‘perdita di coscienza’. Quando qualcuno non capisce esattamente ciò che gli si è detto, gli si chiede: ‘Che ti succede, stai forse dormendo?’. Quindi è istintivo per l’uomo comune identificare il sonno profondo con uno stato di totale dimenticanza o perdita di coscienza. In veglia abbiamo i sensi e la mente. Quando essi sono in buona salute e funzionanti abbiamo conoscenza degli oggetti esterni. Ogni qual volta sono affaticati o distratti, e non funzionano, non abbiamo conoscenza di nulla. Similmente, i sensi e la mente non funzionano durante il sonno profondo, e perciò sembra ragionevole considerarlo uno stato di non conoscenza o di totale oblio. Pare anche ragionevole immaginare che anche gli altri siano coscienti solo quando usano i sensi e la mente, proprio come noi. Infatti, dopo essersi svegliati dal sonno profondo, dicono di non essere a conoscenza di molte cose accadute durante il loro sonno. Così, quando ci svegliamo dal sonno, dagli altri sappiamo di cose successe mentre dormivamo. Quindi è comprensibile che la gente ritenga che ci sia coscienza solo attraverso i sensi e la mente e non nel sonno. Tuttavia, questa conclusione, fatta con il pregiudizio della veglia, deve essere rigettata, perché contraria alla visione comprensiva dei tre stati. Infatti:

                    1. il fatto di vedere persone che vanno a dormire al nostro cospetto, è un fenomeno che appartiene alla nostra veglia e quindi non è affatto utile per indagare il sonno profondo (§ 33);
                    2. il punto di vista per cui gli altri sono svegli mentre io dormo è valido per la vita in veglia, ma non è utile per determinare la verità, perché non tiene in considerazione l’esperienza del sonno profondo (§ 30).

                    Se si esamina attentamente il sonno profondo com’è sperimentato, si capisce che lì non ci sono strumenti come corpo, mente e sensi e tuttavia l’intuizione del sonno profondo continua a esserci. Questa intuizione del sonno profondo, a che categoria appartiene? Non è una esperienza determinata (savikalpaka) da ‘questo è questo’, come la conoscenza di un dato oggetto. Non è un ricordo né una immaginazione, non nasce, non cresce e non va via. Quindi non produce euforia né dolore né alcun altro sentimento. Tuttavia nessuno può negare che questa coscienza ci sia. Se non fosse lì, come sarebbe possibile dire ‘Lì non ho conosciuto nulla’? Questa coscienza non dipende da alcuna altra cosa; cioè è una coscienza indipendente senza bisogno di un soggetto o di un oggetto. Per questo motivo non c’è ragione per definire il sonno profondo uno stato di totale oblio e che gli stati di veglia e di sogno siano, invece, stati di conoscenza. Anche nel sonno profondo la Pura Coscienza è proprio lì, come nella veglia e nel sogno. Le conoscenze distintive che si suppone appaiano in veglia, sono essenzialmente solo Pura Coscienza, sebbene scaturiscano e appaiano in essa.

                    107. Significato dell’assenza di conoscenze in sonno profondo

                    Obiezione: Accettiamo pure, per amore di discussione, che il sonno profondo non sia uno stato di incoscienza, bensì di Pura Coscienza. Tuttavia non è esatto dire che rimaniamo Pura Coscienza in cui tutte le conoscenze dello stato presente s’immergono, perché hai affermato che: «La conoscenza distintiva, vale a dire la conoscenza intesa come un attributo, brilla nella veglia attaccandosi all’ego, mentre il Sākṣin illumina l’intero stato». Se la Pura Coscienza che è la nostra natura essenziale appartiene al Sākṣin, può continuare anche in sonno profondo. Come puoi dire su questa base che le conoscenze distintive, ossia gli attributi, s’immergono in esso? Senza dubbio le conoscenze non accadono in sonno profondo. I sensi non funzionano non perché tutte le conoscenze della veglia s’immergono nel sonno, come il fiume nel mare. Infatti, nessuno sperimenta che gli stati s’immergano nella Pura Coscienza, quando va a dormire, e che riemergano quando si sveglia.

                    Risposta: ci richiamiamo al § 62 in riferimento all’esistenza. Non pensiamo che le conoscenze e i loro oggetti del sogno siano separati tra loro né c’è alcuna prova per dire che entrambi siano differenti da Ātman. abbiamo discusso ampiamente su come l’esperienza della veglia non sia differente da quella del sogno (§§ 71-81). Non è ragionevole pensare che le conoscenze e i loro oggetti non possano immergersi nella Pura Coscienza in sonno profondo ed esistere da qualche parte separati da essa.

                    Obiezione: inoltre, in veglia le conoscenze, gli oggetti e i sensi sono presenti. Dove vanno durante il sonno profondo? Come si può dire che anch’essi s’immergano nella Pura Coscienza?

                    Risposta: per quel che riguarda l’obiezione per cui nessuno ha sperimentato gli stati d’immersione delle conoscenze e dei loro oggetti in noi, diciamo che le conoscenze e gli oggetti della veglia non sono indipendenti dallo stato di veglia e quindi appaiono fintanto che lo si sperimenta. Quando la veglia, come stato, cessa, essi non hanno alcuna esistenza (§ 62).

                    Obiezione: come si può accettare che l’unica e medesima Coscienza del sonno profondo si divida in conoscenze, sensi e oggetti che appaiono in veglia? La coscienza è senziente e gli oggetti insenzienti. Come possono simili opposti essere in relazione di causa ed effetto?

                    Risposta: non diciamo che le conoscenze distintive e i loro oggetti sono nati dalla Pura Coscienza, perché non c’è alcuna relazione di causa-effetto. Solo dal punto di vista della veglia noi consideriamo la Pura Coscienza come conoscenze varie e i loro oggetti e agiamo di conseguenza. Di fatto, non c’è conoscenza né oggetto, ma solo la Pura Coscienza. La stessa Pura Coscienza del sonno profondo, senza alcuna modificazione, esiste come Sākṣin e dal suo punto di vista lo stato di veglia, le conoscenze e gli oggetti non esistono affatto, perché sono falsi.

                    Obiezione: non è forse vero che gli oggetti e i sensi appaiono sempre nello stato di veglia? Non abbiamo forse l’esperienza di vedere i medesimi oggetti con l’aiuto degli stessi sensi del giorno prima?

                    Risposta: è vero che abbiamo questa idea, ma questa è la conoscenza nello stato di veglia. Sebbene questa sia corretta per lo stato di veglia, l’intuizione del sonno profondo non può essere negata né si può confutare la conclusione tratta dal punto di vista dei tre stati. Dobbiamo determinare la verità dell’istintiva credenza che si tratti degli stessi sensi e degli stessi oggetti, seguendo la critica, che abbiamo sostenuta in precedenza nel § 62 a proposito dell’idea che si tratti dello stesso mondo. Se chiariamo questo, è evidente che l’istintiva credenza è dovuta al punto di vista della veglia e quindi non può mai opporsi alla conclusione del punto di vista comprensivo. Perciò non c’è alcun ostacolo alla conclusione che ogni cosa è solo Pura Coscienza.

                    108. Le conoscenze distintive non sono separate dalla Pura Coscienza

                    Sebbene le conoscenze distintive non siano mai differenti dalla Pura Coscienza, è necessario indagare ulteriormente per stabilire la loro inseparabilità da essa. Non c’è alcuna ragione per dividere la conoscenza-attributo (dharma bhūta jñānam) dalla conoscenza essenziale (svarūpa jñānam). Ogni qual volta diciamo che la conoscenza appare e scompare, cos’è che realmente comincia e finisce? È la conoscenza? Su che base si afferma ciò? La conoscenza-attributo non può vedere la sua propria nascita e fine, perché non esiste prima della sua nascita né dopo la sua fine. Quindi, per vederla è necessaria la conoscenza essenziale, quella del Sākṣin.Ma può la stessa conoscenza essenziale conoscere gli oggetti direttamente? Se non può, come può la conoscenza attributiva, che è nata, essere capace di conoscere gli oggetti, mentre la conoscenza essenziale, sebbene eterna, non li può conoscere?

                    Domanda: è esperienza comune che la conoscenza appare e scompare. Qual è l’utilità di questa discussione?

                    Risposta: non si può dire questo, perché il punto della discussione è proprio se la conoscenza nasca. È esperienza condivisa che la mente o il pensiero cambi quando è in contatto con gli oggetti. Questo non è sufficiente per provare che la conoscenza sia di due tipi, l’attributiva e l’essenziale, che ci sia una relazione soggetto-oggetto tra queste due conoscenze e che la conoscenza attributiva sorga con l’aiuto dei sensi che sono insenzienti. Tutte queste sono solo immaginazioni nella conoscenza essenziale. Vediamo ora alcuni esempi per capirlo meglio: il sole, che è luce per sua natura, non cambia affatto quando illumina gli oggetti che gli si presentano. Allo stesso modo la natura della Coscienza non si modifica affatto illuminando gli oggetti. La Coscienza non fluttua con la comparsa e la scomparsa dei pensieri, come quando le nuvole coprono o scoprono il sole. Non pensiamo che la luce del sole sia indebolita quando è coperto e che la sua naturale luminosità sia restaurata quando le nuvole scompaiono. La Coscienza, che presenta se stessa associata a un pensiero (vṛtti), è chiamata conoscenza. Generalmente pensiamo che la conoscenza insorga e vada via con l’emergere di un pensiero. Questo modo di pensare comune è solo secondario e non vero. Per esempio, se qualcuno dice a un altro: ‘Rāma Rao, che sfoggiava i baffi, è svanito e al suo posto c’è solo Svāmī Nityānanda’. Tuttavia, non è che sia sparito Rāma Rao, ma solo i suoi baffi[1]. Similmente la gente pensa erroneamente che con la scomparsa del pensiero, che è solo un’associazione, anche la conoscenza e la coscienza scompaiano. Tuttavia, la Coscienza non è per niente modificata dall’associazione col pensiero che ha solo lo scopo di illuminare e contestualizzare la conoscenza o di manifestarla. Le persone col pregiudizio della veglia non coglieranno facilmente questo insegnamento. L’esperienza della veglia sembra compiacerli in quanto pensano ‘io conosco questo’; per cui il conoscitore (jñātā), la luce della conoscenza che occasionalmente sorge in lui (jñāna) e la conoscenza risultante (jñāpti), che sorge nel conoscitore quando la luce della conoscenza tocca l’oggetto, tutti questi appaiono separati. Pensano anche che la conoscenza sia un potere in noi che rimane non manifestato nel sonno profondo e che si manifesta nella veglia e nel sogno. Perciò pensano che la separazione tra jñātā, jñāna e jñāpti che appare a livello empirico, continui a esistere anche a quello della vera realtà (pāramārthika). Ciò non è corretto. I problemi che riguardano la natura (svarūpa), la produzione (utpatti) e la base (aśraya) della conoscenza, cioè il conoscitore, sono già stati discussi nei §§ 90, 91, 92. Si è già stabilita la superiorità di riconoscere che la conoscenza o Coscienza sia unica. Come si richiede un’altra conoscenza per conoscere la nascita e la scomparsa della conoscenza empirica, così anche la manifestazione di quest’ultima ne richiede un’altra per conoscere la sua manifestazione e la sua non manifestazione. Accettare che la conoscenza essenziale o Pura Coscienza, comune al vedāntin e all’oppositore, è sufficiente. Perché la stessa Coscienza-Testimone, a causa delle associazioni limitanti, è pensata come conoscitore, conoscenza, risultato della conoscenza, conoscenza manifestata, conoscenza non manifestata ecc. Perciò immaginare molte conoscenze reali è un difetto di eccessiva immaginazione da parte del sostenitore della conoscenza attributiva.

                    Obiezione: sebbene la natura essenziale del sole sia la luce, esso emana molti raggi. Allo stesso modo l’Ātman, che è Coscienza nella sua natura essenziale, può avere molti raggi di coscienza ossia molte conoscenze. Cosa c’è di errato in ciò?

                    Risposta: l’esempio del sole non è adatto all’Ātman, perché il sole e la sua luce sono costituiti di materia. Gli scienziati hanno affermato che i raggi impiegano un certo tempo per raggiungere la terra. Di questo passo il sole, che emette continuamente i suoi raggi, un giorno esaurirà tutta la sua luce e il nostro sistema solare diventerà buio; ma l’Ātman non è così. Esso non è una sostanza né ha alcuna parte. Esso oggettiva sostanza, qualità, parti, individui, specie ecc. con la sua luce di Coscienza ed è totalmente differente nella sua natura da ciascuno di questi. Quindi è solo un’immaginazione puerile pensare che i raggi di conoscenza emergano dal conoscitore-Ātman e che i vari cambiamenti che appaiono nella conoscenza come luminosità, oscurità, contrazione, espansione, nascita e morte ecc., tutti appartengano all’Ātman. Ciò non è accettabile per il cercatore che indaga in accordo con la sua intuizione. Per tutte queste ragioni, è sbagliato pensare che la conoscenza sia un potere di Ātman. Quindi, è indiscutibilmente stabilito che non c’è alcun pluralismo nella conoscenza e che la conoscenza essenziale, cioè la Pura Coscienza che si ha nel sonno profondo, non è affatto differente dalle cosiddette conoscenze attributive nella loro natura reale.

                    14. La luce della Realtà

                      Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

                      14. La luce della Realtà

                      G. Natura della Pura Esistenza

                      Riassumiamo ora i risultati dell’indagine sulla Pura Esistenza. L’indagine si appoggerà sull’esperienza del sonno profondo.

                      82. Comuni errori sul sonno profondo

                      Possiamo affermare con certezza che ci sono più idee errate sul sonno profondo che sugli altri due stati. Non è esagerato dire che, se si capisce la natura di questo stato, si risolve il mistero della Realtà. Nonostante si sperimenti il sonno profondo ogni giorno, la gente non è interessata a capirne la reale natura. Si dà per scontato che il sonno profondo sia una specie d’assenza, perché quando si chiede «cos’è il sonno profondo?», si dice quanto segue:

                      1. Il sonno profondo è uno stato senza la percezione dei sensi e la logica della mente. Non ci sono esperienze di felicità, dolore, avversione o di qualsiasi altro tipo di emozioni.

                      Commento: è sufficiente descrivere tutto quello che non c’è nel sonno? Non sarebbe più importante stabilire che tipo di stato sia? Se il sonno fosse semplicemente assenza di attività dei sensi e della mente e non ci fosse niente di positivo da ottenere in esso, perché ogni essere umano lo desidera ogni giorno?

                      1. Durante il sonno profondo si rimane in un angolo remoto del mondo senza alcuna conoscenza di quest’ultimo; ma il mondo, legato a tempo, spazio e causalità, continua a cambiare come sempre, immemore di me e della mia relazione con esso.

                      Commento: ma può il mondo esistere di per sé senza di ‘me’? Abbiamo già discusso nel § 27 come il mondo della veglia sia confinato solo nello stato di veglia e quanto sia senza senso pensare che il mondo possa esistere senza lo stato di veglia. Inoltre, quando consideriamo il mondo come esistente al di fuori del sonno profondo, non lo stiamo considerando forse come una nicchia, una recinzione o uno spazio limitato? Il sonno profondo è solo un’esperienza e non una cosa localizzata nel tempo e nello spazio. Non è forse un errore immaginare divisioni fuori e dentro quello stato?

                      1. Quando dormo, qualcun altro può continuare a esistere nello stato di veglia e può anche confermarmi, dopo il mio risveglio, la continuazione dello stato di veglia. Quindi, quando sono addormentato, il mondo deve continuare a esistere.

                      Commento: questa nota è corretta dal punto di vista empirico. Tuttavia, questo punto di vista non ci aiuta a capire la Realtà. L’io, gli altri e tutta la gente appartengono alla veglia. È esatto riferirsi a loro e ai loro punti di vista. Ma se guardo dall’esperienza del sonno profondo, dove sono io e dove sei tu durante il sonno?

                      1. Ma non è forse vero che si vede lo stesso mondo dopo essersi svegliati?

                      Commento: quando ci si risveglia dal sonno profondo e si vede il mondo, come si può sapere se siamo nel mondo della veglia o in quello del sogno? Perché non c’è differenza tra la veglia e il sogno mentre li si sperimenta. Anche in sogno si ha la sensazione di vedere lo stesso buon vecchio mondo che continua nel tempo senza inizio. Non si pensa che sia nuovo e mai visto prima. Tuttavia, non accettiamo la realtà del mondo del sogno per il fatto che appare tale. Quindi, perché c’è questo pregiudizio in favore del mondo della veglia? Perché l’equivalenza di entrambi gli stati appare essere un errore. Quindi il pensiero che c’è un mondo fuori del sonno non è utile per determinare la Realtà. Perciò il punto di vista per cui noi stiamo dormendo in un angolo del mondo non è logico.

                      1. Il sonno è uno stato di riposo per alleviare la fatica accumulata nella veglia.

                      Commento: anche questo non è esatto, perché il pensiero che il corpo e i sensi logorati e stanchi nella veglia continuino a esistere nel sonno è parte della stessa credenza che il mondo della veglia esista nel sonno profondo: quindi è illogico. La conclusione di questa indagine è che il sonno profondo appare come assenza perché noi lo guardiamo dal punto di vista della veglia o del sogno. Di fatto, il sonno non è né assenza di sogno e veglia né è uno stato in cui i sensi e la mente non sono in funzione o a riposo. È anche sbagliato che ci sia un mondo fuori del sonno. Tutti questi sono errori sul sonno profondo causati dal punto di vista della veglia.

                      83. Il sonno profondo è Pura Esistenza

                      Domanda: qual è la reale natura del sonno profondo?

                      Risposta: il sonno profondo non è affatto uno stato. Se il significato della parola ‘stato’ è preso come qualcosa che dura per un certo periodo di tempo, allora il sonno profondo non è uno stato perché non c’è tempo quando lo si sperimenta.

                      Domanda: possiamo intendere che il significato sia ‘il modo in cui la Realtà ci appare in uno stato’ come discusso nel § 39?

                      Risposta: anche in questo senso il sonno profondo non può essere uno stato, dato che in esso non appare nulla.

                      Domanda: allora il sonno profondo significa solo non esistenza?

                      Risposta: no, perché noi lì ‘siamo’. In altre parole il Sākṣin, che è la nostra natura essenziale, esiste nel sonno profondo perché siamo in grado di pensare ad esso e di parlarne.

                      Domanda: se nel sonno si esiste, perché lì non c’è coscienza di io?

                      Risposta: in sonno profondo non si è nella forma di io. La nozione di io è relativa a quella di tu, egli e gli altri. Non c’è possibilità di tali divisioni e differenze, perché esse richiedono tempo e spazio che non esistono affatto nel sonno. Noi vediamo la veglia e il sogno attraverso l’intuizione universale indivisa, e attraverso lo stesso Sākṣin osserviamo anche il sonno profondo. È un errore dire che conosciamo il sonno. Né c’è alcun oggetto di conoscenza che debba essere conosciuto. (BU IV.3.30).

                      Domanda: ma noi dichiariamo che lì non abbiamo conosciuto niente: la nostra esperienza è questa.

                      Risposta: questa affermazione è fatta dallo stato di veglia per mettere il sonno profondo in contrasto con l’esperienza divisa in soggetto e oggetto. Dato che non c’è alcun oggetto che debba essere conosciuto, non c’è nemmeno alcun soggetto. È solo un’affermazione secondaria e intrisa di pregiudizio della veglia che l’Ātman, che è il Sākṣin, il Testimone di anātman negli altri due stati, sia anche il Sākṣin dell’assenza di anātman nel sonno profondo. Come una lampada illumina l’oggetto posto davanti a essa o la sua assenza, così anche l’Ātman è detto in un certo senso Testimone della assenza in sonno profondo. Tuttavia, visto dall’esperienza del sonno profondo, non possiamo dire che l’Ātman lì veda la presenza o l’assenza di qualcosa, perché non c’è possibilità di presenza o assenza di una seconda cosa. Quindi il Sākṣin non è nemmeno il Sākṣin,ma solo Pura Esistenza. In conclusione, il sonno profondo altro non è che Pura Esistenza.

                      84. Nella Pura Esistenza non c’è divisione di manifestato e non manifestato, cambiamento e assenza di cambiamento

                      Domanda: cosa accade al mondo durante il sonno profondo?

                      Risposta: dato che il mondo è confinato nel suo stato non può essere né dentro né fuori al sonno profondo, dove non c’è problema di tempo e spazio né di interno ed esterno (Cfr. § 82). Essendo Pura Esistenza, si stabilisce che lì, nel sonno profondo, non c’è altro da esso.

                      Domanda: la śruti dice che il mondo s’immerge nella Pura Esistenza. Perciò rimane lì nell’esistenza.

                      Risposta: anche questo insegnamento della śruti è solo dal punto di vista empirico, perché il mondo è solo Pura Esistenza e non qualcosa di differente dall’esistenza, come se ne venisse fuori o le fosse associato in qualche modo. Poiché il mondo è una rete intessuta con i fili di tempo, spazio e causalità, non ha senso dire che, come un tutto, vada o venga da qualche parte. Il mondo che vediamo come individui conoscenti (pramātā), sembra essere diviso in parti collocate nel tempo e nello spazio ed esse si possono muovere da uno spazio a un altro e cambiare forma. Ma preso come un tutto, non può cambiare o muoversi, perché non è localizzato nel tempo e nello spazio. Quindi non ha senso dire che entri o esca dal sonno profondo che è Pura Esistenza. Il mondo non è differente dallo stato nel quale appare e lo stato non è differente dalla Pura Esistenza. Quindi il mondo non è altro che Pura Esistenza. Per questa ragione Gauḍapāda afferma:

                      Se il mondo fosse realmente lì, ci sarebbe un pensiero del suo andar via. Ma l’intera dualità è solo una falsa apparenza e quindi in realtà c’è solo non dualità, vale a dire Pura Esistenza (MUGK I.17).

                      Non c’è relazione di causa ed effetto tra la Pura Esistenza, cioè il sonno profondo, e gli altri stati. Ciò significa che il mondo non è differenziato in veglia e in sogno né che è invisibilmente nascosto, cioè indifferenziato, nel sonno profondo. Il mondo differenziato in manifestato e non manifestato (vyāktāvyākta) è in realtà solo l’Ātman senza secondo, Pura Esistenza.

                      Domanda: ma proprio la śruti dice che il mondo è nato da Ātman. Come si spiega?

                      Risposta: è vero che la śruti dice così, ma è solo un’affermazione che ha due scopi: il primo vuole intendere che ciò che è nato da Ātman è solo Ātman, proprio come tutto ciò che è nato dalla creta è solo creta. Inoltre, il mondo falsamente immaginato sull’Ātman non è differente dall’Ātman proprio come un serpente falsamente immaginato su una corda. A sostegno ci sono le seguenti citazioni:

                      Come la corda, la cui reale natura è sconosciuta, nella penombra è immaginata come fosse un serpente, una fessura nel terreno ecc., così è immaginato l’Ātman (MUGK II.17).

                      Da quando si rivela la vera natura della corda, tutte le illusioni sovrapposte alla corda scompaiono e, simultaneamente, affiora la certezza che non vi è là nient’altro che la corda; questa è la natura della conoscenza dell’Ātman (MUGK II.18).

                      Le affermazioni della śruti sulla manifestazione com’è illustrata dagli esempi dell’argilla, del ferro, delle scintille o da simili analogie, hanno l’unico scopo di spiegare l’identità [del jīva e del Brahman]; invero la molteplicità non esiste in alcun modo. (MUGK III.15)

                      Il sūtra che precede confuta la supposizione, avanzata per amor di discussione, secondo cui ci sarebbe una differenza empirica tra il fruitore e le cose fruite, come si può osservare nell’esperienza comune. In realtà, questa differenza non esiste, poiché si riconosce che non c’è differenza tra causa ed effetto. L’effetto è il mondo, diversificato come spazio ecc. e la causa è il Brahman supremo. In realtà è noto che l’effetto ha una non-differenza, cioè una non-esistenza se considerato isolatamente da quella causa (BSŚBh II.1.14).

                      Alcuni credono fermamente che il mondo sia nato. Il secondo scopo è quello di insegnare ai sādhaka il metodo della creazione del mondo per aiutarli a praticare l’upāsanā per avvicinare la realtà con un lungo percorso. La seguente citazione lo convalida:

                      Ci sono tre fasi della vita che corrispondono a tre gradi di comprensione, quello inferiore, il mediano e il superiore; è per compassione che la śruti ha insegnato questa disciplina in favore di quegli non illuminati. (MUGK III.16).

                      La nostra indagine sulla Realtà non comprende l’upāsanā, perché questa è qualcosa che deve essere praticata attivamente solo sulla base della fede. Questo sarebbe un argomento da discutere separatamente per mostrare come anche questo conduca, con un lungo percorso, verso la Realtà1.

                      La vera Realtà è che nessun mondo è nato. Altre citazioni lo sostengono:

                      Non c’è né dissoluzione né morte né saṃsāra né aspiranti alla conoscenza né cercatori della Liberazione né liberati: ecco la verità assoluta! (MUGK II.32).

                      Si dovrebbero studiare le Kārikā di Gauḍapāda per capire la dottrina della non nascita (ajatavāda), che afferma che solo Ātman nella forma di Pura Esistenza è veramente reale e non che una cosa detta ‘mondo’ sia nata da esso. Quindi la conclusione ultima (uttama,) per cui la relazione causa-effetto è totalmente falsa, sarà stabilita dalla intuizione universale. Anche Śaṃkara ha espresso lo stesso punto di vista in vari passaggi nel Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (II.1.14) e nel commento alla Taittirīya Upaniṣad (II.6) e altri ancora. La conclusione è che la Pura Esistenza è né manifestata né non manifestata, né mutevole né non mutevole e che il manifestato e il non manifestato, il mutevole e il non mutevole sono tutte solo false apparenze immaginate dal punto di vista della veglia.

                      85. La Pura Esistenza non è oggetto né soggetto

                      Domanda: quando tutte le proprietà o attributi sono rimossi da un oggetto, rimane solo la nuda Esistenza. È questo il significato di Pura Esistenza?

                      Risposta: no. Perché quando tutte le proprietà sono rimosse, la Pura Esistenza non può essere vista come un oggetto. Non solo, ma sarebbe un’immaginazione fantasiosa della mente come le corna della lepre.

                      Domanda: allora perché l’Ātman si chiama Pura Esistenza?

                      Risposta: poiché non ha alcuna proprietà, nessun pensiero della mente è capace di conoscerla. Il pensiero della mente può solo rilevare oggetti come sostanza (dravya), attributi, azione, genere, specie, relazione e assenza. L’Ātman non è affatto un oggetto. Quando Ātman appare come oggetti, stati, mondo e le cose nel mondo, esso appare anchecome soggetto-Sākṣin che illumina tutti questi.

                      Domanda: quindi, l’Ātman lo chiamiamo solo Sākṣin?

                      Risposta: no, non possiamo chiamarlo Sākṣin; perché nella sua propria natura, che noi chiamiamo comunemente sonno profondo, egli non esiste né come oggetto né come soggetto, ma come base di entrambi. È solo sul sostrato di questa Pura Esistenza chiamato Ātman che il soggetto e l’oggetto appaiono sempre connessi, come il rebbio della forchetta, sia nella veglia sia nel sogno e diventa indivisibilmente unito nel sonno profondo.

                      86. La Pura Esistenza non è vuoto né è creata da qualcosa

                      Domanda: se la Pura Esistenza non è un pensiero né una parola, allora è nulla (śūnya).

                      Risposta: no, perché è la nostra essenza o Realtà interiore. Anche la parola sanscrita partyagātman ha tale significato.

                      Questo è lo stesso Ātman a cui la śruti si riferisce nei seguenti termini:

                      Questa è la Verità, questo è il tuo Ātman, tu sei Quello (ChU VI.8.7).

                      La prova, per affermare che la Pura Esistenza è il nostro Ātman, è la nostra esperienza sempre esistente che conosce tutti e tre gli stati come appartenenti a se stessa in quanto ‘sono io che ho dormito, ho sognato e mi sono svegliato’. Questo perché solo la Pura Esistenza esiste nei tre stati come loro Testimone. Possiamo eliminare qualsiasi cosa estranea a noi, ma è impossibile eliminare da noi l’Esistenza. Quando si esaminano con la riflessione i tre stati, si riconosce che ogni cosa ha come sua esistenza solo la Pura Esistenza. Ogni cosa viene dalla Pura Esistenza, ma essa non è originata da alcunché. L’autore del Bhāṣya così dichiara:

                      Non è possibile immaginare che la Pura Esistenza possa essere venuta da qualcos’altro; perché essa non ha alcuna nascita. Non ha alcun senso dire che la Pura Esistenza sia nata dalla Pura Esistenza. La Pura Esistenza non può nemmeno essere nata da una esistenza particolare, come l’esistenza dello stato o del mondo o delle cose nel mondo; perché tale nascita è contraria all’esperienza. La nostra esperienza mostra che tutte queste esistenze particolari sono nate dalla Pura Esistenza e non viceversa. Non è nata dal vuoto (śūnya) perché il vuoto stesso non esiste. Perciò il Sat, la Pura Esistenza, non è nato da nulla (BSŚBh II.3.9).

                      Quindi non c’è alcun ragionamento per dimostrare che la nostra intuizione immediata, il nostro Ātman o Pura Esistenza, che possiamo sperimentare direttamente, sia irreale o vuoto.

                      87. L’Esistenza è Coscienza e Beatitudine

                      Solamente con l’illuminazione del Sākṣin, che è anche la Coscienza, si stabilisce ogni esistenza. Essendo il nostro proprio Ātman,è la più cara tra le cose care. Perciò è anche della natura di Felicità. Quando si cerca l’assoluta Esistenza, la si trova nel proprio sonno profondo come Esistenza. È naturale aspettarsi che sia anche Coscienza e Felicità. La nostra aspettativa fortunatamente non è delusa, dato che la Pura Esistenza nel sonno profondo è capita con il Sākṣin anubhava, il che implica che l’Esistenza è anche Coscienza. Nell’esperienza ‘io finora stavo dormendo e non conoscevo nulla’, ci sono tre punti da considerare: io esistevo nel sonno, esistevo come coscienza e non c’era null’altro che coscienza. Questo implica non solo che io esistevo nel sonno senza alcun attributo, divisione, differenza, ma anche che ero Pura Coscienza senza capacità di conoscere e senza oggetto di conoscenza. Il desiderio per il sonno senza sogni e il piacere di ricordarlo dopo essersi svegliati espresso dalla frase: «Ho dormito bene senza alcun disturbo» è una prova sufficiente per mostrare che la nostra natura è Felicità senza alcuna relazione e limitazione di fruitore e fruito.

                      Così capiamo quanto importante sia l’indagine sul sonno profondo, perché possiamo stabilire tutte e tre le nature di Ātman con la sua sola esperienza.

                      4. La Reale Natura della Coscienza

                      A. Ātman è la reale natura della Coscienza

                      88. L’importanza dell’indagine sulla natura della Coscienza

                      Tale indagine è molto importante per tutti, perché la Coscienza è proprio il mezzo con cui la si conduce. Quello che si sta cercando è la conoscenza della verità. Non è una esagerazione quando i vedāntin dicono che solo la conoscenza della Realtà è la Liberazione, e la riflessione sulla natura della conoscenza o coscienza è per loro vitale.

                      Si è già visto nei precedenti capitoli che Ātman è la Pura Esistenza. Su quali prove si basava ciò? Certamente sulla base della nostra esperienza intuitiva che è la Coscienza.

                      Se l’Ātman fosse stato Pura Esistenza senza essere anche Coscienza, che valore avrebbe avuto per la Pura Esistenza? Nulla, perché l’esistenza dipende dalla Coscienza per essere quello che è.

                      Ciò che l’uomo ama di più è la sua vita e questa vita consiste in cambiamenti ed esperienze. Per esempio si compiace e si delizia, sopraffatto dalla gioia, quando guarda la bellezza del mondo attorno a sé. Interagisce con le persone che appaiono essere nel mondo proprio come lui. Cerca di acquisire ciò che gli piace ed evita ciò che gli dispiace. Per compiere questi atti ed esperienze è necessaria una certa ‘vitalità’. Questa ‘vitalità’ è invero coscienza. Senza la coscienza tutto quello sarebbe un nulla. Inoltre, la persona non avrebbe né identità di se stesso né sentimenti di amore e odio, gioia e dolore. La vita senza coscienza non avrebbe senso. A causa di tutte queste ragioni la conoscenza o coscienza ha un posto preminente nella nostra indagine. Sarebbe meglio che si indagasse la reale natura della conoscenza prima di investigare quella dell’esistenza, perché la coscienza ci è più vicina di qualsiasi altra cosa. Inoltre, siamo in grado di connettere qualsiasi cosa attraverso la coscienza. Possiamo spiegare la nostra indagine sull’aspetto dell’Esistenza in questo modo:

                      ‘L’uomo per sua propria natura è estroverso. È naturale per lui pensare che il mondo sia a lui esterno e gioire della sua bellezza, varietà e gloria. Rara è la persona che scopre profondamente in sé la presenza della coscienza a causa della quale può vedere ogni cosa e compiere ogni tipo d’attività’ (KUŚBh II.1.1).

                      È a quest’uomo che prima era estroverso, che viene la conoscenza di soggetto, oggetto, esistenza e coscienza. Prima egli pensava che la conoscenza sorgesse a causa dell’oggetto; poi egli capisce che la conoscenza non dipende dall’oggetto, ma che essa illumina l’oggetto. Seguendo la naturale inclinazione della mente umana, prima si rifletta sull’esistenza; poi si proceda con l’indagine sulla reale natura della conoscenza.

                      89. Due opinioni sulla conoscenza

                      Domanda: che cos’è la conoscenza?

                      Risposta:

                      1) A uno sguardo superficiale pare che: a) anche se la conoscenza è in noi, abbia bisogno di un oggetto esterno su cui appoggiarsi; b) la conoscenza (percezione) sorge e scompare; c) anche quando appare, cresce o decresce; d) sembra proiettarsi di tanto in tanto dal corpo, rimanendo una sua proprietà.

                      2) Osservando più profondamene, si capisce che la conoscenza dovrebbe essere una entità indipendente, perché un oggetto è visto quando essa lo illumina. Basandosi su queste due opinioni, sono sorte due scuole filosofiche: quella dei realisti, che sostengono che gli oggetti sono reali e che la conoscenza sorge in qualche modo da questi, e quella degli idealisti, che dicono che la conoscenza è un’entità che appare indipendentemente in noi, e che noi possiamo conoscere gli oggetti fisici solo grazie a essa. Quelli che sostengono il primo punto di vista sono i materialisti indiani, i materialisti storici, i logici e gli scienziati moderni. Al secondo si riferiscono i buddhisti.

                      90. Il realismo: la coscienza è proprietà della materia

                      I materialisti indiani, detti cārvāka o lokāyata, pensano che la percezione sia l’unico mezzo di conoscenza. Sostengono che respirare, correre, conoscere siano tutte proprietà del corpo, sperimentate in esso.

                      Domanda: se è un prodotto della materia, perché nelle cose materiali non troviamo la coscienza?

                      Risposta del materialista: è vero che noi non la troviamo, ma quando le cose materiali formano il corpo o si trasformano in esso, in un certo modo in esse sorge la coscienza. È un errore pensare che la coscienza sia un’entità indipendente o una proprietà di un qualcosa, chiamato Ātman,che non è il corpo, perché non c’è alcuna prova di ciò. Oggi in India questa corrente non è più presente; tuttavia, molti filosofi occidentali sostengono più o meno questo punto di vista. Fra loro ci sono diverse opinioni. Per esempio:

                      – la coscienza è una proprietà che esiste solo negli esseri umani;

                      – è una proprietà che esiste negli esseri umani e solo negli animali superiori che hanno un sistema nervoso e organi di senso;

                      – esiste in tutti gli animali;

                      – esiste in tutti gli esseri viventi, incluse le piante;

                      – esiste in ogni cellula dei corpi viventi;

                      – è una proprietà basica di tutti gli atomi.

                      91. L’idealismo: la coscienza è indipendente dall’oggetto

                      Scuola sautrāntika (rappresentazionismo o idealismo oggettivo).

                      Sebbene sia la coscienza interna che conosce l’oggetto esterno, quest’ultimo non può essere percepito direttamente perché è momentaneo e quindi non presente al momento della percezione. Esso lascia un’impressione nella mente prima di scomparire. Basandosi su quest’idea si deduce la sua presenza all’esterno. È vero che la percezione del fuoco nella cucina è diversa da quella della sua deduzione sulla montagna, ma entrambe sono solo deduzioni2. L’unica differenza è che il fuoco nella cucina lascia l’idea direttamente nella mente, mentre il fuoco sulla montagna lo fa attraverso il fumo. Quindi la prima è chiamata percezione e la seconda deduzione. In tal modo si può dare una spiegazione ragionevole alla differenza tra i due tipi di conoscenza. Questa è la posizione della scuola sautrāntika, per cui il suo punto di vista non sarebbe contro l’esperienza. In base al tipo d’impressioni o idee che l’oggetto esterno lascia nella mente si determina se si tratta di percezione o deduzione; tale teoria, quindi, sarebbe indiscutibile.

                      Scuola vijñānavāda (o yogacara, idealismo soggettivo).

                      L’idealismo vijñānavāda non è d’accordo con il punto di vista rappresentazionista: se tutte le nostre attività sono soltanto compiute con le mutevoli forme della mente o coscienza, perché immaginare la presenza di reali oggetti esterni diversi dalle forme di coscienza? Perché non accettare che la coscienza assume proprio le forme degli oggetti?

                      Risposta del sautrantika: la coscienza non può assumere varie forme, come giallo, nero ecc., senza ricevere uno stimolo dall’oggetto esterno veramente esistente.

                      Vijñānavādin:

                      1. No, non si richiede alcuno stimolo esterno. Per esempio nel sogno si vedono diversi oggetti; tutti sono d’accordo che lì non c’è nulla di esterno alla coscienza. Dall’esempio del sogno si stabilisce chiaramente che la coscienza assume forme di vari oggetti, chiamati pensieri, solo a causa di impressioni passate e senza alcun oggetto esterno. È quindi ragionevole affermare che la veglia è un caso paragonabile.
                      2. Anche chi accetta la realtà di oggetti esterni ammette che devono essere sperimentati solo nella coscienza e non al di fuori di essa. Nessuno ha mai visto un oggetto nero separato dalla cognizione d’un oggetto che sia di colore nero. Se l’oggetto è altro dalla sua conoscenza, esso dovrebbe esistere indipendentemente dalla sua conoscenza. Ma non è così.
                      3. Cosa significa ‘oggettivazione tramite conoscenza’? Significa solo una forma che sorge nella coscienza. Quindi ciò significa che un oggetto è solo una forma di coscienza. Altrimenti, se l’oggetto fosse differente e indipendente da essa, non ci sarebbe alcuna relazione tra oggetto e forma di coscienza. Quindi, qualsiasi cosa potrebbe diventare oggetto di qualsiasi conoscenza; ma nessuno accetta questa posizione; perciò si stabilisce che la coscienza conosce la sua forma, non essendoci alcun oggetto separato dalla forma di coscienza. Questo è il punto di vista degli idealisti vijñānavādin.

                      Il punto di vista dei Naiyāyka sulla percezione si è gradualmente avvicinato all’idealismo vijñānavāda; così anche in Occidente, il punto di vista dei realisti ha gradualmente ceduto all’idealismo. È utile conoscere questo più in dettaglio.

                      1. Come gli indiani, anche i filosofi occidentali, inizialmente spiegavano la percezione con il solo oggetto. I fisiologi sostenevano che la luce riflessa dagli oggetti colpisce la retina e che la sensazione viaggia attraverso il nervo ottico per giungere al cervello.
                      2. Altri sostennero che la mente è diversa dal cervello. La coscienza non sarebbe allora una semplice reazione del cervello allo stimolo esterno, ma quando lo stimolo passa attraverso il cervello e raggiunge la mente, allora sorge la coscienza. Sebbene accettino l’oggetto esterno come reale, il loro punto di vista è simile ai nostri sautrantika. Affermano che le cose che conosciamo dal contatto con l’oggetto esterno sono solo sensazioni di tatto, gusto, udito, vista, olfatto. Dato che istintivamente si crede che queste sensazioni siano prodotte nei sensi o nella mente dal contatto con gli oggetti esterni, esse sono le rappresentazioni di questi oggetti. Noi non li conosciamo direttamente, ma solo li deduciamo attraverso la sensazione da essi prodotta. Questa è detta ‘teoria della percezione rappresentativa’ (pratīkapratyakṣavāda). È chiaro che gli oggetti sono dedotti dalle sensazioni e da questo punto di vista costoro, come i buddhisti sautrantika,li deducono dalle forme di conoscenza.
                      3. Scendere a questo livello è sufficiente per aprire la porta all’idealismo, perché se tutto ciò che noi conosciamo sono solo sensazioni, allora non c’è alcuna prova al di fuori di esse per l’esistenza indipendente degli oggetti esterni. Quindi, non abbiamo nessuna base né per dire che le sensazioni sono prodotte dagli oggetti esterni né per conoscere che le sensazioni sono le rappresentazioni degli oggetti. Ciò che la mente conosce sono solo le sue forme e pensieri. Tutte le funzioni della mente, come conoscere, ricordare, immaginare ecc., sono solo pensieri e null’altro. Poiché ciò che è oggettivato sono solo sensazioni, ogni gruppo di sensazioni è chiamato ‘oggetto’. Questo è l’inizio dell’idealismo.

                      92. Errori del realismo e dell’idealismo

                      Gli idealisti e i realisti, accusando i loro reciproci errori, modificarono variamente le loro idee fondamentali. Di conseguenza si sono divisi in diversi rami, sovrapponendosi e combinandosi tra loro.

                      Tralasciamo la filosofia occidentale, per noi non rilevante, e ritorniamo al problema della coscienza cercando i difetti di queste due correnti.

                      1. Qual è la natura della coscienza? Sebbene abbiano discusso sull’oggetto di conoscenza, esterno per i realisti, interno per gli idealisti, non sono arrivati a spiegare il nocciolo di tutte le conoscenze: vale a dire la coscienza. Se essa è una, come sorgono le variazioni causate da stimoli o ragioni interne, cioè le varie conoscenze che, prima, in essa non esistevano? Senza una coscienza soggiacente a tutte le conoscenze e pensieri, come possiamo sperimentare o conoscere di avere avuto prima una particolare conoscenza? Se le conoscenze individuali non sono concatenate, la precedente non può essere ricordata e, quindi, non c’è la possibilità di ricordo e del senso del tempo.
                      2. Come avviene la conoscenza o coscienza? Sebbene ne diano diverse spiegazioni, nessuna è soddisfacente. I logici indiani e i moderni fisici sostengono che la conoscenza dell’oggetto avviene solo al contatto dei sensi. Vediamo come:

                      a) i Naiyāyka dicono che la percezione avviene quando l’Ātman entra in contatto con la mente, la mente con l’organo di senso e infine con l’oggetto;

                      b) i fisiologi dicono che quando la luce riflessa dagli oggetti raggiunge l’occhio, colpisce i nervi ottici e attraverso quelli va al cervello che percepisce l’oggetto.

                      Ci sono alcune domande da rivolgere a entrambi:

                      a) le sensazioni e i pensieri sorgono in noi. Il punto non è come sorgano, ma se siano dentro di noi e non oggetti esterni. Non si capisce di aver avuto una sensazione o un pensiero, perché noi capiamo direttamente l’oggetto come ‘questa è una pietra, questo è un albero’;

                      b) se non c’è una diretta connessione tra noi e gli oggetti perché avviene la conoscenza per cui questo è un tale oggetto?

                      c) Sebbene la mente, il cervello e i sensi intervengano tutti tra noi e l’oggetto, perché abbiamo una conoscenza solo dell’oggetto direttamente e non delle cose che intervengono?

                      Le domande che seguono sono rivolte agli idealisti:

                      a) se il cervello, gli organi di senso e gli oggetti sono tutti solo coscienza, com’è che conosciamo ognuno di questi distintamente, invece di conoscere solo una coscienza?

                      b) Come conosciamo con la mente le cose che sono esterne alla mente?

                      c) Quando conosciamo le cose esterne, non siamo consapevoli dei cambiamenti in noi che, invece, i filosofi dicono avvenire (come il contatto dei sensi, mente ecc.).

                      1. Alcune altre domande a proposito del realismo.

                      a) È esperienza comune che la percezione avvenga nei termini di: «Ora io vedo questo oggetto esterno». Qual è la prova per dire che ciò che pensiamo essere esterno alle nostre sensazioni e pensieri sia realmente lì? Se non c’è alcuna prova, che valore ha la nostra credenza in un’esteriorità?

                      b) I realisti non possono portare alcuna prova per l’esistenza esterna degli oggetti o della loro capacità di colpire la mente.

                      c) Se ci fosse una qualche prova, ci sarebbe un’ulteriore domanda: perché tutti gli oggetti esterni non colpiscono la mente simultaneamente?

                      d) Non possiamo vedere direttamente l’intervento di organi, nervi, cervello ecc. e credere alle spiegazioni non in linea con gli śāstra.

                      e) Anche se accettiamo tutto questo, non possiamo essere sicuri che la nostra comprensione degli oggetti esterni sia corretta, dopo che i loro dati sono passati attraverso così tanti filtri.

                      1. Obiezioni del realismo all’idealismo.

                      Idealista: per sfuggire a questi problemi, la soluzione è accettare che tutte queste idee siano solo coscienza.

                      Realista: se c’è una sola coscienza, come avviene la divisione tra soggetto e oggetto? Perché abbiamo l’esperienza ‘Io conosco questo’, se tutto questo è solo coscienza? Se non ci fossero altri oggetti se non la coscienza, perché vediamo la varietà di cose come ‘nero, giallo, duro e morbido, lontano e vicino, sferico e piatto ecc.’? Se tutto ciò è della natura di coscienza, perché non lo sperimentiamo come tale?

                      Idealista: a causa dell’illusione.

                      Realista: perché anche la coscienza non è solo illusione?

                      Idealista: la coscienza è materia d’esperienza e quindi non la puoi chiamare illusione.

                      Realista: anche gli oggetti sono nella nostra esperienza. Su che basi rifiuti gli oggetti che sono materia di esperienza di tutti?

                      Idealista: credere alla presenza di sensi, nervi ecc. sulla parola altrui non è giusto.

                      Realista: in tal caso come puoi perfino credere all’esistenza degli altri?

                      Idealista: no, nemmeno gli altri esistono.

                      Realista: essendo un solipsista (ekajīvavādin), chi stai cercando di convincere con la tua argomentazione, se non c’è nessun’altra persona? Così il realista carica di obiezioni l’idealista.

                      Qui si presenta un dubbio a proposito dell’io.

                      Nell’esperienza ‘Io conosco questo’, l’io, che è la base della coscienza, è un’entità separata o è tutto uniformemente solo coscienza? Su questo problema, non c’è accordo tra i filosofi. I nostri logici indiani sono ātmavādin, cioè sostengono che c’è un Ātman che è altro dai sensi e dalla mente. Quindi dicono che la coscienza è la proprietà dell’Ātman e nell’esperienza ‘Io sono cosciente di’, io è l’Ātman. Tuttavia anche la loro dottrina non è priva di imperfezioni perché, sebbene ci sia l’esperienza ‘Io conosco’, la verità dell’io, cioè del possessore della conoscenza, è ambigua e quindi non è adatta all’indagine. Se l’io non è un oggetto come il vaso né un soggetto come la conoscenza; allora che cos’è? Non possiamo immaginare una cosa che non sia né soggetto né oggetto.

                      93. L’indagine sulla coscienza richiede un punto di vista comprensivo

                      Il realismo e l’idealismo non possono sostenersi da soli. Per il realista il mondo esterno è ogni cosa; quindi, in un certo modo, cerca di trarre la coscienza da esso. La mente è tutto per l’idealista, quindi egli vuole che sia essa a produrre gli oggetti.

                      Il realista è incapace di spiegare la relazione tra oggetto e mente, la produzione di una conoscenza perpetua, l’esistenza indipendente degli oggetti esterni e la loro capacità di inviare stimoli che diventano percezioni.

                      L’idealista è incapace di spiegare l’apparizione delle forme nella coscienza e come le forme che appaiono siano solo della natura di coscienza.

                      Quindi la sola base per entrambi è la speculazione.

                      Sebbene abbiano alcune argomentazioni a loro sostegno, entrambi i punti di vista sono limitati perché nessuno dei due spiega cos’è la coscienza. Ciò nonostante, da queste due teorie emerge una conclusione. Entrambe, senza tener completamente d’acconto l’esperienza, sono ricorse solo a una parte dell’esperienza, essendo il resto solo immaginato. In tutte le nostre esperienze mondane ordinarie, fra la coscienza e l’oggetto, l’uno non può venire alla nostra esperienza senza l’altro. Invece questi filosofi vanno contro la normale esperienza universale e cercano di separare tra loro l’oggetto e la sua conoscenza e di stabilire l’uno indipendente dall’altro. Questo non solo conduce a discussioni veementi, ma diventa anche un ostacolo per capire la vera natura della coscienza. Quindi, ciò che dobbiamo apprendere da tale disputa è che si devono abbandonare i metodi d’indagine che dividono la Suprema Realtà in due; al contrario si deve adottare una visione comprensiva dei tre stati per poter vedere la verità.

                      94. Il modo corretto per esaminare il soggetto e l’oggetto

                      L’ostacolo per accertare la verità dell’oggetto, come pure la coscienza di esso, è dovuto al fatto che lo si esamina senza distaccarsene. È evidente che un agente non può testimoniare la propria azione e un testimone non può agire. Tuttavia si vuole determinare la natura della coscienza solo come quella che troviamo mentre siamo in veglia. Questa è la ragione delle difficoltà che abbiamo rilevato sopra. Invece, se abbandoniamo questa erronea linea d’indagine e usiamo il punto di vista dell’intuizione universale, che vede lo stato come un’entità inclusivo dell’oggetto e della sua conoscenza, le nostre difficoltà svaniranno come nebbia al sole. Si può vedere, invece, che il mondo oggettivo, corpo, sensi, mente, intelletto e l’ego soggettivo, cioè l’intero stato di veglia, diventa oggetto della coscienza che, in tal modo, è il Testimone dell’intero stato. Dobbiamo ricordare ciò che abbiamo già stabilito, cioè che il mondo, il corpo e i sensi della veglia sono tutti confinati nello stato di veglia e non possono uscire da tale stato. Quindi immediatamente si fa luce nella mente che il soggetto e l’oggetto dello stato di veglia sono entrambi oggetti della nostra intuizione.

                      95. Il Testimone è l’unico soggetto: gli altri sono soggetti apparenti

                      Vediamo ora come la coscienza di veglia appare alla visione interiore dell’intuizione. Gli oggetti esterni sono oggettivati dai sensi; quindi i sensi sono il loro soggetto. I sensi sono illuminati dalla mente, quindi i sensi sono oggetti e la mente è il loro soggetto. Chi è il soggetto di questo intero mondo e della mente? Ossia, chi conosce l’intero stato? È la nostra essenza interiore, il Testimone (§ 51), il soggetto dell’intero stato. C’è qualcos’altro che conosce il Sākṣin? Sulla base della nostra esperienza, nessun altro conosce il Sākṣin. Conoscere il Testimone non ha alcun senso; non ce n’è alcuna necessità in quanto è la nostra stessa natura interiore. Per questa ragione nessuno dubita mai della Coscienza-Testimone, il Sākṣin anubhava, l’intuizione universale. Questa intuizione-Testimone è la più alta coscienza in noi. La conoscenza sorge solo per il contatto con l’oggetto di conoscenza. Più vicino è il contatto, più vicina è la coscienza. Per esempio, la coscienza di un oggetto che sta proprio davanti è più valida di quello che sta in un posto o in un tempo remoto. Per la stessa ragione, la nostra coscienza dei sensi è interiore e più chiara di quella dell’oggetto esterno. Similmente, ancora più chiara è la coscienza della mente. Vista in questo modo, possiamo dire che la coscienza della natura del Testimone è la più immediata e la più chiara. Non lo si può mai perdere né può essere separato da noi. Dunque, l’auto evidente coscienza, che non dà adito ad alcun dubbio, è il Sākṣin ed è solo con questo che ogni altra cosa è conosciuta. Quindi non c’è né qualcos’altro che lo conosce né c’è necessità di conoscerlo. I sensi e la mente diventano di volta in volta oggetti o soggetti, ma il Sākṣin è sempre solo soggetto. Perciò solo il Sākṣin è il soggetto primario e tutti gli altri sono oggetti.

                      96. Il Testimone dei tre fattori di conoscenza è la nostra Reale Natura

                      Proseguiamo con l’esame sulla natura della coscienza di veglia per capire come sia un oggetto del Sākṣin. La coscienza della veglia si sperimenta come ‘Io conosco questo’. Questa esperienza ha tre fattori: il conoscitore, la conoscenza e l’oggetto di conoscenza. Per conoscere gli oggetti si usano strumenti quali i sensi e la mente. L’io, il conoscitore, per esempio, usa l’occhio per conoscere un oggetto e da ciò nasce il frutto della conoscenza. L’oggetto può essere esterno, come un vaso, o interno come la sofferenza, la felicità ecc. In ogni modo, nessuna conoscenza avviene mai nella veglia senza questa triplice esperienza. In sanscrito questa triade è chiamata tripuṭi. Si conoscono gli oggetti esterni con i sensi e le sensazioni con la mente. Con cosa conosciamo l’intero stato che include la mente? È facile rispondere a ciò: non lo vediamo per mezzo di nulla, perché nulla s’interpone tra noi e lo stato. Dato che vediamo lo stato direttamente, i vedāntin chiamano la nostra essenza Sākṣin, il Testimone diretto.

                      97. Il Testimone è l’essenza della Coscienza

                      Generalmente si usano le parole coscienza ed esistenza senza chiedersi da dove venga la luce della coscienza che ci aiuta in tutte le attività della vita e quale sia la sua natura.

                      Sebbene gli uomini vedano le cose solo grazie alla luce, pensano agli oggetti senza prestare attenzione alla luce; così, sebbene vedano tutti gli oggetti solo nella luce della coscienza, la natura della coscienza rimane sconosciuta a causa della loro visione estroversa che considera soltanto gli oggetti (Upadeśa Sāhasrī XVI.5).

                      Accertiamo ora la sua natura:

                      1. la luce esterna. Si compiono tutte le azioni e relazioni della vita durante il giorno con la luce del sole e di notte con la luce della luna, delle stelle o di una lampada;
                      2. i sensi. Per captare la luce esterna sono richiesti gli occhi. Per quanto luminosa sia la luce esterna, essa non potrebbe illuminare alcunché a un cieco;
                      3. mente. Per conoscere l’organo di senso, l’occhio, per esempio, è necessaria la mente, perché l’occhio non può vedere se stesso. Similmente, la vista è vista solo quando è assistita dalla mente. In altre parole, solo la mente vede la luce e gli oggetti esterni attraverso la finestra dell’occhio. Quindi il potere di illuminare l’oggetto non appartiene né agli oggetti né agli occhi, ma solo alla mente che illumina i due. Perciò solo la mente è la sede della luce della coscienza grazie alla quale appaiono tutti: occhi, luce e oggetti esterni;
                      4. ulteriore indagine sulla mente: la mente è l’ultima coscienza o illumina grazie a qualcos’altro?

                      Consideriamo le teorie sull’argomento.

                      Idealista: ciò che l’idealista chiama coscienza è solo una forma della mente. In forza della comune esperienza summenzionata, cioè che niente può essere conosciuto senza la mente, essi arrivano all’affrettata conclusione che solo la mente è ogni cosa.

                      Vedāntin: è vero che ogni cosa è conosciuta solo attraverso la mente. Ma ‘ogni cosa’ include anche la mente? Quando la mente conosce ogni cosa, essa oggettiva tutto. Allora, anche la mente diventa un oggetto della mente?

                      Psicologo: pensando che la mente può essere studiata con la mente stessa, i moderni psicologi studiano la mente altrui. Questo potrebbe aiutare ad accrescere la vastità della psicologia come materia di studio, ma non aiuta affatto a determinare la natura della mente; perché la mente altrui è soltanto una nostra deduzione. Quindi, non possiamo determinare la verità della nostra mente, che è materia della nostra esperienza, attraverso queste supposizioni. Gli psicologi usano anche un altro metodo, l’introspezione, con cui studiare e capire la mente per mezzo della mente.

                      Vedāntin: è vero che si può avere questa esperienza. Ma con che cosa esaminiamo la nostra propria mente? Solo con la mente. Nulla può diventare oggetto di se stesso; ma qui si pretende che la mente oggettivi se stessa.

                      Gli idealisti e gli psicologi non arrivano a porsi questi problemi. Pensano che sia vano credere semplicemente senza alcuna prova che ci sia qualcosa oltre alla mente. Dato che per loro è materia d’esperienza comune che la mente oggettivi e capisca se stessa, la loro teoria si conclude qui.

                      Vedāntin: la ragione di questo è il pregiudizio a favore dello stato di veglia. Se si fossero chiesti: «Per mezzo di che cosa capiamo l’intero stato di veglia?» e avessero cercato una risposta, non si sarebbero arenati su questa presunzione. Infatti si deve investigare con impegno con cosa conoscere l’intero stato, includendo gli oggetti, i sensi e la mente.

                      Naiyāyika: i logici indiani direbbero che il jīvātman è il possessore della mente.

                      Vedāntin:allora per mezzo di che cosa conosciamo il jīva?

                      Naiyāyika: per mezzo della mente.

                      Vedāntin: allora il jīva sarebbe l’oggetto della mente e la mente l’oggetto del jīva e, stabilendosi reciprocamente, dipenderebbero l’uno dall’altro. Quindi ci sarebbe il difetto logico della mutua dipendenza.

                      Vedāntin post-śaṃkariani: alcuni appartenenti a scuole di Vedānta come quella di Rāmānuja, sostenevano che, anche se la coscienza è la natura essenziale del jīva, tuttavia anche nel jīva c’è una qualità o proprietà cosciente (dharma bhūta jñānam).

                      Vedāntin: questo non è esatto, né essi sono capaci di spiegarlo in modo convincente. Qual è la differenza tra la coscienza come natura essenziale del jīva e la coscienza come qualità o proprietà?

                      Vedāntin post-śaṃkariani: c’è una differenza.

                      Nell’esperienza ‘Io conosco’, io è la coscienza come sostanza e ‘il conoscere’ è la coscienza come proprietà-attributo.

                      Vedāntin: questo dimostra che hanno dato eccessivo valore all’esperienza di veglia formulando la loro teoria senza la visione comprensiva, come gli idealisti. Quando definiscono la coscienza qualità o proprietà non è altro che un pensiero. Discuteremo di ciò nel § 100.

                      Conclusione: il Sākṣin è l’essenza della coscienza.

                      Interroghiamoci se la coscienza, che appare come qualità e forma nell’esperienza ‘Io conosco’, sia indipendente o derivi da un’altra fonte. Allora capiremo che tutto ciò che è oggetto del Testimone, assieme alla coscienza che appare nei sensi, deriva di fatto solo dalla mente. Invece è solo il Sākṣin che capisce e illumina ogni cosa, oggetti, sensi, mente e nozione dell’io, per cui possiamo concludere che la sua propria natura è la Coscienza. Altrimenti, come illuminerebbe l’intero stato indipendentemente da qualsiasi altra fonte o strumento? Il Sākṣin non perde la sua coscienza né la ottiene da qualsiasi altra fonte né diventa oggetto. Quindi la conclusione è che il Sākṣin è la fonte originaria di Coscienza. È auto luminoso e non trae nulla da altra fonte. È solo da questa luce che procedono l’intera veglia e tutte le relazioni in essa. (BUŚBh 4.3.6).

                      1. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, La Via della Conoscenza e le altre Vie, Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019. https://vedavyasamandala.com/testi/tradizione-hindu/vedanta/ [N.d.C.].[↩]
                      2. Riferimento al sillogismo a cinque passaggi del Nyāya: “C’è fuoco su quella montagna (pratijñā, tesi). C’è fumo su quella montagna (hetu, denotazione causale). Dove c’è fumo là c’è fuoco, come in una cucina e al contrario che su un lago (udāharaṇa o dṛṣṭānta, esemplificazione). C’è fumo su quella montagna (upanaya, applicazione). C’è fuoco su quella montagna (nigamana, conclusione)” [N.d.C.].[↩]