Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

23. La luce della Realtà

Conclusione

174. Il fondamento della Tradizione universale (sādhāraṇa dharma)1

Quarto beneficio: con questa conoscenza si stabiliscono al di là di ogni discussione i principi del Dharma universale. Perciò si ottiene la capacità di dominare tutte le diverse concezioni del Sanātana Dharma sulla base dell’esperienza.

Domanda: come si può rispondere alle seguenti domande?

  1. C’è Īśvara o no?
  2. Qual è la relazione del jīva con Īśvara?
  3. Come si relaziona il mondo con Īśvara?
  4. Qual è la natura essenziale di Īśvara?
  5. È con una forma o senza forma? Ha qualità o ne è privo?
  6. Qual è la funzione dei maestri del Dharma e dei libri sacri?
  7. Cosa sono i doveri del Dharma e quali sono i loro frutti?
  8. Ci sono rinascita e altri mondi? Qual è il loro posto nella nostra vita?

Risposta:

  1. Poiché il Brahman SatCit Ānanda, che è il nostro Ātman, appare dal punto di vista empirico come Signore dei jīva e del mondo, tutte le domande su Īśvara hanno risposte coerenti. Inoltre, se questa dottrina è capita, Īśvara non è più una credenza o un concetto teorico, ma è l’onnipervadente Sé interno a tutti.
  2. È facile determinare ciò che è virtù e ciò che è vizio. La realizzazione è lo scopo finale della vita e tutte le azioni coerenti con tale fine sono buone azioni o virtù, e quelle opposte sono vizi.
  3. Queste varie azioni producono i loro frutti in accordo con la loro natura.
  4. Tutti gli atti e i loro frutti appartengono agli stati empirici in cui si pensa che agire e fruire siano reali.
  5. Un libro che insegna in base a questa verità è un libro sacro; coloro che insegnano e vivono in accordo con esso sono maestri del Dharma.

Queste sono alcune domande sul Dharma a cui non si possono dare risposte esaustive se non per mezzo delle spiegazioni universali2 del Vedānta.

175. Un fondamento sicuro per il comportamento e l’etica

Quinto beneficio.

Domanda: ci sono alcune domande riguardanti il comportamento e l’etica che richiedono una risposta. Cosa sono il dharma e l’adharma? Qual è il retto comportamento per gli esseri umani? Qual è lo scopo dell’armonia sociale? Qual è l’utilità della divisione della società in caste (vārṇa) e in stadi della vita (āśrama)?

Risposta: ciò che conduce alla conoscenza della Realtà è virtù (satkarma) che necessita di una volontà nata da un armonioso funzionamento dei tre strumenti, corpo, parola e mente. Tale armonioso funzionamento è chiamato rettitudine o, in altre parole, moralità (nīti). Dobbiamo prendere la verità generale come principio fondamentale per poter rispondere a queste domande. Tutti i testi di comportamento ci insegnano a controllare il nostro egoismo o senso di autostima, unico nemico della morale. L’ego è la cosa più cara all’uomo, per cui sorge la domanda: perché questo ego dovrebbe essere soppresso? Nessuna scienza morale, nata dall’intelletto umano, ha finora potuto darne una convincente risposta. Tuttavia, possiamo trovare un eccellente ragionamento se ci si basa sul Vedānta: sebbene l’ego sia quanto di più caro abbiamo, questo io individuale non è il nostro Io reale o il vero Sé, perché il nostro Sé reale è l’Ātman. Ciò che comunemente si conosce come sé o ego nella vita empirica è solo un’apparenza di Esistenza, Coscienza e Felicità. Se questo io apparente viene a cadere, si manifesta il vero Sé soggiacente. Questo è lo scopo finale dell’intera vita. Per questo dovremmo seguire la morale basata sul Vedānta che ci conduce a tale fine.

176. Alto valore degli Śāstra

Sesto beneficio.

Per il Vedānta tutti gli Śāstra, pur essendo empirici, hanno un alto valore. La varietà del mondo è solo la magnificenza di Īśvara. Poiché non c’è altro mondo se non Īśvara, esso è la sua gloria. Quindi, quando si elogia un particolare del mondo si loda la grandezza di Parameśvara. In questo senso, tutti gli Śāstra empirici sono parte degli Śāstra spirituali (ādhyātmika). Similmente, la mente, che è uno strumento per conoscere il mondo esterno, è anche lo specchio della natura di SatCit e Ānanda, perché noi capiamo la Realtà attraverso le nozioni riflesse ed esperienze dell’esistenza, conoscenza e felicità pensate dalla mente. L’uomo appare come un demone o un dio solo a causa dello stato della sua mente. Quindi la psicologia che tratta della natura della mente, costituisce una parte considerevole della conoscenza spirituale. L’indagine sulla mente e sugli oggetti esterni da conoscere è un punto di partenza per la comprensione dell’Ātman. Nessun ramo della conoscenza può essere considerato non spirituale. Se capiamo la vastità delle scienze del mondo, le loro limitazioni, il fatto che la Realtà è la tela su cui le si dipinge, avremo una chiara indicazione di come svilupparle e usarle per il bene dell’umanità.

177. Una guida per il sistema educativo

Poiché l’istruzione ha come scopo il miglioramento dell’umanità, il Vedānta può offrire un buon suggerimento all’educazione della gioventù. Ci sono stati differenti metodi educativi nei diversi periodi storici. Ora è sorto un conflitto tra questi ed è diventato difficile sceglierne uno. Se lo scopo della vita è scoprire la Realtà, allora diventa chiaro che il sistema educativo dovrebbe coltivare nei giovani la moralità e le virtù.

C. Ultime considerazioni

178. La Suprema Realtà è conosciuta solo per mezzo dei tre stati

Finora abbiamo spiegato come la dottrina di SatCit e Ānanda sia l’unica Realtà che emerge dall’imparziale indagine sull’esperienza dei tre stati. Śaṃkara afferma che i tre stati sono le nostre uniche porte per conoscere la Realtà. Sebbene sia vista attraverso di esse, la Realtà resta la stessa. Se la Realtà fosse qualcosa completamente differente dagli stati, sarebbe impossibile per noi conoscerla, perché non abbiamo altra esperienza se non quei tre. Se la Realtà fosse oltre i tre stati e da essa lontana, il Vedānta Śāstra sarebbe una perdita di tempo e la Realtà non ci sarebbe affatto (MUŚBh VII).

La Realtà, infatti, appare come i tre stati. Nella Realtà appare il sonno, in cui non la si conosce, e l’errore della veglia e del sogno. Perciò, se sonno, sogno e veglia sono negati con la corretta conoscenza, la Realtà brilla in quanto esiste.

179. Il Supremo deve essere solo intuito

Se seguiremo l’indagine indicata in questo libro, potremo chiamare SatCit Ānanda la natura della Realtà, in quanto è l’essenza di tutta l’Esistenza, di tutta la Conoscenza e di tutta la Felicità che abbiamo in vita. Tuttavia, se osserviamo con attenzione, è sbagliato chiamarla essenza di Esistenza, ecc., perché Esistenza, Conoscenza e Beatitudine sono solo il nome che abbiamo dato a certe cose dal nostro punto di vista di veglia. Alla domanda ‘Qual è la Realtà nella sua natura?’, riferirsi ai nomi dati dal punto di vista della veglia non fornisce la risposta esatta. Esistenza, Conoscenza e Beatitudine sono i nomi dati a vari oggetti nella veglia, dipendenti da vari fattori e che suggeriscono l’uso di questi nomi. Tuttavia la Realtà non possiede nessuno di questi fattori: sostanza, qualità, azione, relazione, generalità e specificità, assenza, conoscitore, conosciuto, agente dell’azione, l’azione stessa o il frutto dell’azione. Quindi, come potrebbe essere esatto riferirsi ad essa con qualche nome? Tutte le parole sono solo nomi od oggetti della veglia. Comunque, la Realtà non è nello stato di veglia, ma, invece, è proprio lo stato che appare nella Realtà. Gli oggetti che appaiono nello stato di veglia e i loro nomi sono solo la falsa apparenza su di essa. Ciò che, invero, è differente sia dal nome sia da ciò che è denotato dal nome è la vera Realtà, che è compresa annullando entrambe in una sola volta (MUŚBh II); quindi la distinzione di nome e nominato è falsa. Il nome, il nominato e la loro distinzione sono uno con la Realtà al di là della loro forma apparente.

Chiamarlo Brahman, akṣāra (imperituro) o bhūma (infinito) è soltanto per imporre su Esso una relazione con gli stati, ma non in senso letterale (BV II.4.253).

Quindi nessun nome definisce Brahman. Esso non ha neppure caratteristiche. Dire che il Brahman non è descritto, ma è implicito in parole come Essere, Conoscenza, Felicità, imperituro e altre, è solo in senso figurato; perché ciò che chiamiamo lakṣyārtha (senso implicito) è in qualche maniera connesso con vācyārtha, (significato espresso dalla parola). Tutti i poteri e funzioni (vṛtti) delle parole jahallakṣanā (che mantengono il significato primario) e jahadajahallakṣanā (che in parte perdono e in parte mantengono il loro significato primario) sono creati e utili solo per descrivere gli oggetti dello stato di veglia. Nessuna parola con le sue connotazioni (lakṣanā) definisce il Brahman. Tuttavia, come una parola indica alla lontana un oggetto, così le parole come Oṃkāra Brahma rivelano il Brahman. Se le parole in qualche modo suggeriscono la Realtà che è la nostra vera natura, cogliendo questo suggerimento, riusciamo a capirla.

Come un dormiente si sveglia non appena è chiamato con il suo nome senza capire che è stato chiamato solo il suo nome (BV I.4.861).

Così il cercatore della verità la capisce con l’aiuto delle parole non perché queste la descrivano, ma come un suggerimento. Quindi, in questo senso possiamo dire che la Realtà è connotata da parole. Tuttavia:

Nessuna parola o pensiero può oggettivare il Brahman (TaiUŚBh II.9).

Abbiamo già spiegato come i pensieri, cercando di oggettivare il Brahman, s’immergano nel Brahman. Quindi, quando s’insegna che la Realtà, il nostro Ātman,è della natura di Saccidānanda, tenendo a mente la maniera abituale in cui le parole e le frasi rivelano il loro significato, non dovremmo pensare che la Realtà è l’Ātman che sta solo dentro di noi né che abbiamo con esso una relazione di possessore e posseduto né che Essere, Conoscenza e Felicità sono suoi diversi aspetti in esso interconnessi.

Perciò, guardando la Realtà dal punto di vista intuitivo, dobbiamo capire che Ātman-Essere, Conoscenza e Felicità sono la Verità senza secondo.

180. Descrizione della Realtà dal suo ‘punto di vista’

Se la Realtà deve essere stabilita dal suo punto di vista, dobbiamo dire:

Ora, perciò, il suo insegnamento è neti neti; infatti non c’è nulla di più grande di questo modo di dichiararlo (BU II.3.6).

Non è sogno né veglia né duale né coscienza né non coscienza, non deducibile, non pensabile, non uno stato né qualcosa che abbia uno stato (MU 7).

Quindi non è esatto chiamarlo Essere, Conoscenza e Beatitudine.

Nessuna differenza in Esso, nessuna divisione, nulla di sfavorevole, niente altro da lui. Anche dire che è un Ātman e che, conoscendolo, siamo appagati, tutto questo è solo dal punto di vista empirico e non dal punto di vista reale. (MUŚBh 7).

In verità, nessuno nasce e nessuno perisce, nessuno è legato e nessuno desidera diventare libero, nessuno cerca di liberarsi, nessuno ha raggiunto la Liberazione. Questa, veramente, è la Realtà (MUGK II.32).

La realtà è chiamata Turīya (MU 7).

Turīya significa il Quarto. La Realtà è differente dall’Ātman che appare come i tre stati, ed è libera dalle upādhi ed è la verità dei tre stati. Non ha connessioni con gli stati che sono solo immaginati su di essa, quindi è sempre senza stati. È chiamata Turīya,il Quarto in questo senso e non nel senso di un altro stato oltre ai tre. Alcuni pensano che Turīya sia un quarto stato differente e che sia la stessa cosa del samādhi. Altri pensano che ci sia anche un altro stato oltre a Turīya, ma queste sono solo immaginazioni prodotte sotto l’effetto dell’ignoranza. La Realtà è sempre oltre a tutte le nozioni.

181. Realtà e non realtà del mondo

Realtà e non realtà del mondo sono entrambe accettabili da due diversi punti di vista. Quando si guarda dal punto di vista della Realtà, lo stato di veglia è falso. È solo un’illusione pensare, in base al ricordo, che ci siano molte veglie e aspettarsi di averne molte in futuro. E, ancora, il pensiero dipendente dalla veglia che ci sia un mondo davanti a noi, è anch’esso un’illusione. Come pure è solo illusione che viviamo in uno stato di veglia, in cui ci sono molti jīva come noi, che siamo nati e che moriremo a un certo momento, che avremo una rinascita in un altro mondo come risultato delle azioni buone o cattive. Sebbene crediamo fermamente a tutte queste cose, nessuna di esse può resistere all’indagine. Hanno un valore solo dal punto di vista empirico sorto dall’ignoranza, ma non sono nulla quando sono indagate dal punto di vista degli stati. La loro non esistenza dal punto di vista della Realtà non significa che queste cose non appaiano empiricamente. Nello stato empirico, non resistono a una indagine, ma, pur essendo confutate dalla logica, la nostra credenza nella loro esistenza non scompare. Per questo è chiamato vyāvahārika satya, grado di realtà empirico. Dal punto di vista della Realtà non saranno distrutte ma solo annullate. Il serpente erroneo non può apparire dopo la conoscenza della corda, ma il riflesso nell’acqua, il blu del cielo possono continuare ad apparire anche dopo che sia stata capita la verità. Non è necessario che una cosa illusoria debba cessare di apparire. Quando è riconosciuta falsa, l’importante è capire che il mondo né esiste realmente come cosa illusoria né realmente è reso falso dalla conoscenza, perché anche il pensiero dell’ignoranza e della conoscenza sono illusione. Questo è il risultato della conoscenza. La conoscenza non fa a pezzi l’ignoranza come un’ascia fa di un pezzo di legno. Essa solo la annulla rivelandone la vera natura. Il mondo illusorio e il saṃsāra né esistevano prima né esistono ora né esisteranno in futuro. Questa conoscenza significa annullamento. Śaṃkara dice:

Differentemente da come apparivo prima, legato a kartṛtva e bhoktṛtva, io sono Brahman privo di kartṛtva e di bhoktṛtva nel triplice tempo (BSŚBh IV.1.13).

E Sūreśvarācārya lo conferma:

Appena insorge la vera conoscenza generata dal mahāvākya “tu sei Quello”, l’ignoranza con tutti i suoi effetti non è mai stata, non è, non sarà (Sambandha Vārtika,183).

Perciò, quello che abbiamo detto precedentemente sul jīvan mukta, vale a dire che finché vive è di beneficio per tutti, è vero dal punto di vista empirico. Tuttavia, in senso assoluto, non ha né legame né Liberazione, che non sono nemmeno in mutua contraddizione. Allo stesso modo, possiamo conciliare i punti di vista contraddittori, come la realtà e la non realtà del mondo, trascendendoli. Che il mondo non esista e che il mondo sia solo Brahman deve essere capito dai due differenti punti di vista com’è stato spiegato. Quello è la Realtà.

Oṃ Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ

  1. Sādhāraṇa (o sāmānyadharma significa la ‘Tradizione universale’ che regge l’intero mondo e, al suo interno, la situazione in cui si colloca ogni singolo jīva fin dalla nascita. La Tradizione universale è seguita da tutti coloro che, nati uomini, non rubano, danno elemosine, hanno rispetto dei libri sacri, riparano ai loro errori, non fanno soffrire gli altri esseri, professano la verità, controllano l’ira, rispettano i maestri, i sapienti e i due-volte-nati, e adorano gli Dei con preghiere e sacrifici (Mahābhārata, Śāntiparva, XV.49; XXXVI.10). Viśeṣa dharma è invece la ‘Tradizione particolare’, che consiste nei doveri e nelle proibizioni ingiunti da śruti smṛti ai membri di ogni singola casta nelle varie fasi della loro vita (svadharma varṇāśrama dharma). I Dharma Śāstra descrivono dettagliatamente i comportamenti ingiunti per seguire il viśeṣa dharma. Tradizione universale e particolare fanno parte entrambe del sanātana dharma, la Tradizione eterna, vale a dire l’induismo [N.d.C.].
  2. In questa accezione, ‘universale’ coincide con ativarṇāśrami, nel senso di superamento delle regole rituali caratteristiche del viśeṣa dharma [N.d.C.].