51. La Riforma Protestante: Lutero

Nel 1482 Johan Reuchlin, uno dei primi umanisti tedeschi, si recò a Firenze e a Roma, per ricevere in Italia una più completa istruzione sulle nuove idee. I contatti con l’Accademia Neoplatonica furono di grande importanza per la sua formazione, in particolare quello con il marchese della Mirandola. Da quel momento egli s’indirizzò preferibilmente al versante qabbalistico cristiano, piuttosto che a quello ermetico. Fu proprio in Italia che Reuchlin studiò la lingua ebraica da Obadiah Sforno, rabbino talmudista di Cesena. La sua prima opera d’una certa importanza fu il De verbo mirifico (1494): si tratta di un dialogo tra un filosofo greco1, un qabbalista e un cristiano. L’intero libro ha come principale protagonista il rabbi ebreo al fine di porre la filosofia platonica e la religione cristiana sotto la protezione della magia qabbalistica, unica garanzia di ortodossia “iniziatica”2. Infatti l’efficacia della magia platonica e neoplatonica non dava sufficienti garanzie spirituali, considerata la non chiara collocazione delle potenze pagane. La Qabbalah, invece, basandosi sull’evocazione di angeli e dei nomi di Yehovah in lingua ebraica, rassicurava sulla natura positiva delle forze chiamate in azione. I cristiani vi trovavano, dunque, la prova della divinità di Cristo e la conferma della rivelazione cristica. Infatti, con l’aggiunta di una shin centrale, il tetragramma diventava Yehshuah, Gesù3. Tuttavia il dialogo tra i tre saggi alla fine si riduce alla descrizione di una magia cerimoniale per evocare “angeli”. Nel 15174 Reuchlin pubblicò la sua opera maggiore: De arte cabalistica. Questo libro dimostra una migliore conoscenza della qabbalah ebraica basata su una maggior copia di fonti. Probabilmente ciò era dovuto alla cacciata del 1492 degli ebrei dalla Spagna5. In quell’occasione molti cabalisti s’erano trasferiti in Italia portando con sé le loro biblioteche. Anche il De arte cabalistica si svolge con un dialogo fra tre saggi: un qabbalista, un pitagorico (in realtà un ermetista) e un musulmano. Il cattolico, in tutta evidenza, era stato rimosso. Il pitagorico sostituisce il platonico della sua opera precedente per l’espressa volontà di far coincidere forzatamente la numerologia qabbalistica con quella di Pitagora6. Non c’è dubbio che Reuchlin abbia esercitato una influenza su Martin Lutero tramite il nipote Melantone, che fu il più vicino collaboratore del riformatore protestante.

Tale influenza non concerneva propriamente l’approccio intellettualistico alla qabbalah dell’umanista. Lutero era un rozzo popolano, poco propenso alle astrazioni culturali. Tuttavia anch’egli aveva recepito che il suo desiderio di cancellare la tradizione sacerdotale cattolica conduceva fatalmente al ritorno alle origini del cristianesimo, vale a dire alle radici ebraiche. All’inizio, infatti, Lutero predicò la riunificazione delle due religioni semitiche, poiché, in questa prospettiva, gli ebrei avrebbero facilmente accettato Gesù come il loro Messia. Questo spiega anche la nuova rilevanza dell’Antico Testamento per la riforma protestante che, alla lunga, mise in ombra lo stesso Evangelo. Tuttavia, nel giro di quindici anni, i risultati di questo filo ebraismo luterano portarono a risultati inaspettati. Gli ebrei continuarono a rifiutarsi di riconoscere nel Cristo il loro Messia e, inoltre, molti seguaci di Lutero cominciarono a farsi circoncidere e a convertirsi all’ebraismo. Ciò spinse Lutero, uomo di incontrollabili scoppi d’ira, ad assumere atteggiamenti sempre più severi contro la concorrenza ebraica, tanto da pubblicare nel 1543 il libro Degli Ebrei e delle loro menzogne (Von den Juden und ihren Lügen), che diede inizio a una vera e propria persecuzione antisemita7.

Martin Lutero nacque nel 1483 in una famiglia di contadini. Il padre, diventato minatore, godette del clima di confusione sociale tipico dei comuni dell’epoca e in breve tempo riuscì a scalare alcuni bassi gradi della nuova borghesia. Ciò permise a Martin di accedere agli studi di giurisprudenza, proseguendo il piano paterno di arrampicata sociale. La formazione culturale di Lutero rimase sempre piuttosto superficiale. Seguace del nominalismo occamiano8, eccelse nella dialettica piuttosto che in dottrina. Tormentato da un’indole incostante, variabile tra esaltazioni visionarie e depressioni tenebrose, timoroso di Dio e tentato dal demonio, a seguito di un segno del cielo9, Lutero si fece monaco agostiniano alla ricerca di un po’ di pace claustrale. Per qualche tempo riuscì a reprimere il suo temperamento lussurioso e insofferente dell’autorità10. Trovava però insopportabile il tema della giustizia divina che odiava e temeva. Alla fine delle sue elucubrazioni trovò la soluzione al suo fastidio: giustizia divina significava che Dio giustifica tutti indiscriminatamente11. In lui cominciò a sorgere un senso di odio per la tradizione, perché alla tradizione si deve aderire, reprimendo le spinte centrifughe del proprio individualismo. Fu così che tra il 1517 e il 151812 Lutero cominciò a concepire l’idea di un “ritorno” al cristianesimo delle origini13. Il cristianesimo delle origini poteva essere immaginato soltanto attraverso la lettura del Vangelo; ne conseguiva il rifiuto di qualsiasi trasmissione di ordine rituale e di ordine dottrinale14. Amputando quindici secoli di tradizione del tutto autonoma, Lutero ricollocava il “vero” cristianesimo nel seno del giudaismo. Questo è l’origine del fantasioso giudeo-cristianesimo che da allora ha conquistato così tanto spazio nella cultura contemporanea. Allo stesso tempo l’Antico Testamento affiorava preponderante nella “Bibbia protestante”. Non c’è dubbio che Lutero non fosse affatto consapevole di questa piega filogiudaica, pilotata da menti più acute e più pericolose quali quelle di Reuchlin e di suo nipote Filippo Melantone.

Le conseguenze del “ritorno alle origini” furono le seguenti:

  1. Il protestantesimo abolì ogni lettura, preghiera, invocazione o lode che fosse stata istituita dalla Chiesa fin dalla sua fondazione in poi, convalidando soltanto brani tratti dalla Bibbia. In odio alla tradizione15, combatté accanitamente il latino, in favore della traduzione in vernacolo, in questo caso il tedesco.
  2. L’abrogazione dell’insegnamento tradizionale liturgico (rituale) e teologico (dottrinale) era sostituito dal libero esame dei testi sacri. Non essendo riconosciuta alcuna autorità in merito, ognuno aveva il diritto di interpretare i testi a proprio arbitrio, senza che alcuno potesse contraddire o correggere.
  3. Non le opere rituali o meno conducono alla salvezza, ma la fede. La fede è intesa come il trasporto emotivo e mentale in favore delle proprie credenze individuali, come dal prossimo punto.
  4. La fede è un gratuito dono divino, perciò la salvezza è in qualche modo predestinata.
  5. L’interpretazione arbitraria poteva prendere la forma della “preghiera spontanea”, e sostituire durante le celebrazioni le antiche formule consacrate dalla tradizione cattolica. Questo permetteva l’uso di anatemi gratuiti contro tutti e contro tutto fosse contrario al protestantesimo.
  6. Il rito era sostituito totalmente dalla “liturgia della parola”, che consisteva in letture di brani biblici in traduzione volgare, “preghiere spontanee”, ossia sfoghi sentimentali di ogni singolo appartenente alla comunità, e canti melensi che reinterpretavano passaggi dell’Antico Testamento in chiave moralistica. La liturgia del gesto era completamente sostituita da segnali di aggregazione comunitaria, “saluti di pace”, ecc.
  7. I sette sacramenti del cattolicesimo furono ridotti dapprima a tre, poi a due. Infatti la confessione priva di penitenza fu presto abolita come sacramento, in favore di una sorta di pubblica ammissione del peccato. Rimanevano il battesimo e l’eucarestia. Il battesimo con l’acqua divenne simbolo di aggregazione alla comunità dei credenti. L’eucarestia perse ogni significato sacrificale: non era più la ripetizione rituale del sacrificio della croce, ma semplicemente la commemorazione dell’ultima cena. Lutero continuò a sostenere che nel pane e nel vino della comunione c’era la presenza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. Tuttavia come si giustificava la venuta di Cristo nelle sostanze offerte in sacrificio in mancanza di consacrazione? Forse la semplice presenza dei laici poteva in qualche modo consacrare le specie del pane e del vino?
  8. Il fatto che il sacramento dell’ordine sacerdotale fosse abolito impediva ogni tipo di consacrazione. Dove non c’è sacerdozio non può esistere rito sacrificale né consacrazione della vittima16. L’abolizione del sacerdozio fu il vero taglio delle radici, che fa della comunità protestante o evangelica, come preferisce farsi chiamare, una comunità di laici. Il “pastore” della comunità è anch’esso sprovvisto di ogni carisma sacerdotale e diventa tale a seguito d’un semplice corso scolastico o, alla peggio, per elezione della comunità.
  9. Il luogo di preghiera, perciò, non è consacrato e non è dimora permanente della presenza reale di Dio17. È aperto soltanto per le assemblee della congregazione. Per il resto del tempo rimane sempre uno spazio profano non frequentato.
  10. Come il luogo d’assemblea, nemmeno le tombe dei santi o le reliquie sono tenute in alcuna considerazione di santità. Lo stesso concetto di sacro è un appellativo che per convenzione è attribuito alla Bibbia, considerata “parola di Dio”. Dio, perciò, dopo i profeti del giudaismo e dopo la vita storica di Cristo, divenne muto. O, meglio, parla attraverso le fantasie individuali di ogni fedele protestante.
  11. In odio a tutto ciò che era stata la tradizione medievale, la venerazione dei santi e della Vergine era abolita, come pure la raffigurazione iconica degli stessi fu abrogata e le antiche immagini distrutte perché residui di superstizione.
  12. Scomparsa ogni centralità del sacro e del mistero e portando agli estremi limiti l’individualismo caratteristico di quel periodo di affermazione della classe mercantile, era fatale che il protestantesimo si frammentasse in centinaia di sette e sotto sette tra loro in aspra competizione: “Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere.” (Vangelo secondo San Marco, III. 24-26). Tuttavia, tali sette sono sempre pronte a solidarizzare tra loro per combattere la tradizione.

Maria Chiara de’ Fenzi

  1. Il filosofo greco è qui usato per magnificare Platone e svalutare Aristotele. Ma questa è solo l’apparenza: in realtà con Platone si celebra l’ermetismo magico e con Aristotele si attacca la scolastica medievale.
  2. Ribadiamo, in favore di coloro che avessero scordato il contenuto degli ultimi articoli di questa serie, che né la qabbalah cristiana né l’ermetismo rinascimentale hanno alcun reale ricollegamento di natura iniziatica, essendo delle ricostruzioni libresche, culturali e profane. In questi casi la definizione di pseudo iniziazione è del tutto adeguata.
  3. Anche Reuchlin, come Giovanni Pico, si rifaceva all’autorità di San Girolamo che avrebbe attestato con la sua ottima conoscenza dell’ebraico l’esistenza della versione del tetragramma con al centro la shin, formando così il nome di Gesù. Fances A. Yates, con la sua interessata simpatia per i cristiani giudaizzanti, conferma che il tetragramma con la shin era attestato nelle opere di San Girolamo e di Nicolò Cusano. Di quest’ultimo non ci meravigliamo, anche se non abbiamo potuto verificarne la presenza nei suoi scritti. Ma quell’affermazione non compare da nessuna parte in San Girolamo laddove parla di tetragramma (Breviarium in Psalmos. Psalm. VIII). A definitiva smentita di questi occultisti rinascimentali, il nome di Gesù in ebraico e aramaico finisce con una ‘ayn, che rende tutto questo una semplice costruzione mentale. I rinascimentali, pronti a smontare con rigore filologico le falsificazioni medievali, come la donazione di Costantino, non per amore di verità, ma semplicemente per mettere in difficoltà la Chiesa, falsificavano spudoratamente i testi ogni qualvolta ciò avesse favorito le loro idee.
  4. Non è certamente un caso che questa sia la data d’inizio anche dell’attività anticattolica di Lutero.
  5. Nella storiografia occidentale viene attribuita una grandissima importanza a questo editto dei Re Cattolici, che continua a indignare i sensibili animi dei protestanti. Si omette, invece, di ricordare che gli ebrei erano già stati espulsi dall’Inghilterra nel 1290. Nel 1657 Oliver Cromwell permise agli ebrei di tornare, ma il decreto di espulsione non fu mai ritirato ufficialmente. Gli ebrei furono cacciati dal regno di Francia nel 1394, per ordine di Carlo VI. Il suo successore Carlo VII e la pucelle d’Orleans si guardarono bene dal revocare quel decreto che fu abolito soltanto nel 1789 dalla Rivoluzione. Negli stati non nazionali, come l’Italia e la Germania, furono i singoli feudi o i comuni che espulsero gli ebrei, in date e forme diverse: in Italia lo fecero lo Stato della Chiesa, il Regno di Napoli, la Repubblica di Genova, il Ducato di Milano. All’inizio del ‘500 tra le circa duemila e cinquecento città tedesche solamente Francoforte, Worms e Praga non avevano cacciato gli ebrei dalle loro mura (Claudio Pozzoli, Vita di Lutero, Milano, Rusconi, 1983, p. 35). In gran parte l’espulsione degli ebrei non fu motivata da ragioni religiose: si trattò di un comodo espediente per liberarsi dai debiti esiliando gli strozzini. La cacciata degli ebrei da parte dei Re Cattolici è ancora uno dei principali argomenti della leyenda negra che ancora colpisce la Spagna e, per suo tramite, la cattolicità. Furono invece accolti con favore nei Paesi Bassi, dove divennero i più ferventi sostenitori degli Orange. Furono anche accettati in territori ottomani, in special modo nella città di Salonicco, e in Italia a Venezia e Livorno. Ossia ovunque ci fosse ostilità contro il papato.
  6. Johannes Reuchlin, L’Arte Cabbalistica, a cura di Giulio Busi e Saverio Campanini, Firenze, Opus Libri, 1995, pp. 84-136. In questo libro Reuchlin afferma che “facilmente diventa Pitagorico colui che crede volentieri alla parola”… di un qabbalista! (Ibid. p. 10).
  7. Il libro fu anche usato abbondantemente dei nazionalsocialisti per la loro propaganda antigiudaica (Martin Lutero, Degli ebrei e delle loro menzogne, a cura di Adelisa Malena, Torino, Einaudi, 2008).
  8. È tuttavia sintomatico di tempi malati che all’università di Erfurt fosse insegnato il pensiero eretico di Guglielmo da Ockham, piuttosto che la scolastica.
  9. Per tutta la vita Martin mantenne diversi tipi di superstizioni. L’evento che lo condusse alla vita monastica, di cui fece solo misteriose allusioni, pare essere stata la caduta di un fulmine a poca distanza, mentre passeggiava per la campagna.
  10. Riuscì, però, a concludere i suoi studi e a insegnare teologia nella recente e poco prestigiosa università di Wittemberg, che diventerà il nucleo della rivolta protestantica.
  11. La base dogmatica del protestantesimo fu la seguente: non le azioni, ma la fede conduce alla salvezza. Naturalmente vedremo subito cosa intendeva Lutero con fede. A tale aberrazione teologica si sono convertiti anche gli ultimi papi cattolici affermando che tutti sono già salvi. Una tale affermazione svuota d’ogni utilità la religione che perciò non ha più alcun motivo d’esistere.
  12. Il pretesto per la rottura dei rapporti con Roma fu l’affaire della “vendita” delle indulgenze. Si trattava della normale dakṣinā data ai sacerdoti in cambio di preghiere per alleviare le sofferenze purgatoriali dei defunti. Questa usanza, ovviamente, non era obbligatoria, e contribuiva al mantenimento di preti, monaci-monache e frati-suore di ogni grado. A quell’epoca, l’altro reddito per gli ecclesiastici e per le autorità civili era l’obbligo le decime, ovvero la decima parte del guadagno netto pro familia, da consegnare al parroco o al collettore annualmente. I protestanti, che hanno inventato la moderna società laica, ancora sono indignati da tanto orrore, senza riflettere sulle soffocanti imposte dirette e indirette che attualmente derubano i cittadini di più di metà del guadagno lordo.
  13. Tutte le idee riguardanti un preteso “ritorno alle origini” nascondono in realtà uno spirito eversivo. Infatti le “origini”, al di fuori di un insegnamento regolare tramite trasmissione diretta, sono immaginate sulla base delle inclinazioni e impressioni mentali del “riformatore” che si pone a ideare tale ritorno. Così gli ordini pauperistici medievali, francescani, domenicani e agostiniani riformati (da Alessandro IV) e i movimenti ereticali e comunistici a essi affini, come quelli valdese, dolciniano, wycliffiano, lollardo, hussita ecc. predicarono l’assunzione di una vita miserabile come fosse quella indicata nel Vangelo. Nulla di più falso: il Vangelo insegna ad avere pietà e ad aiutare i poveri, non a vivere da pezzenti (Giorgio Tourn, I valdesi, Torino, Claudiana ed., 1977; Mariateresa Beonio-Brocchieri Fumagalli, Wycliff, il comunismo dei predestinati, Firenze, Sansoni, 1975).
  14. Analogamente, nel neo-induismo per influenza protestantica si è sviluppata la corrente nāstika denominata ārya samāj, che respinge qualsiasi testo scritto o trasmissione orale che non sia contenuto nei Veda. Predicando il ritorno alle origini, divulga una religiosità monoteistica, evoluzionistica e anticastale, in piena contraddizione proprio con gli stessi testi vedici. Perciò, secondo i suoi seguaci, i Veda devono essere reinterpretati per coglierne il vero significato!
  15. Naturalmente la traduzione comporta sempre anche un filtro interpretativo. Perciò i brani estratti dalla Bibbia a scopo di culto appaiono fortemente “colorati” di protestantesimo.
  16. In assenza di sacerdozio l’uccisione di un animale non è propriamente un sacrificio, ma solo una pia macellazione. Il sacrificio deve essere compiuto secondo le regole operative che seguono una compiuta dottrina sacerdotale del sacrificio.
  17. Esattamente com’è la sinagoga per gli ebrei che non sostituisce il Tempio perduto.