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36. Il conflitto tra Impero e papato

    Il conflitto tra Impero e papato

    Sull’argomento che stiamo per trattare sono stati scritti fiumi d’inchiostro. Purtroppo il pregiudiziale odio contro la Tradizione, che da allora domina il pensiero occidentale, ne ha dato una descrizione partigiana. A volte, nell’interpretazione dei fatti la realtà è stata rovesciata; per questa ragione cercheremo di darne una versione tradizionale, che rispecchi realmente ciò che accadde. Come abbiamo detto nel capitolo precedente, la restaurazione della Chiesa latina fu una iniziativa imperiale per la salvezza della cristianità. Lo strumento prescelto fu l’ordine monastico. Il monachesimo, fino allora, era costituito da cenobi ed eremi totalmente autocefali. L’unico rapporto che i monasteri avevano con i vescovi locali riguardava la celebrazione dei riti obbligatori, in quanto i monaci evitavano accuratamente di farsi ordinare preti secolari1. Essi, perciò, ricorrevano ai servizi liturgici dei preti che i vescovi mettevano a loro disposizione. I rapporti tra monasteri e vescovi erano basati sul reciproco rispetto, senza che ci fosse la minima dipendenza degli uni dagli altri. Questo rispetto era rafforzato dal fatto che i monaci provenivano quasi sempre da famiglie aristocratiche, poiché la regola monastica richiedeva inclinazione agli studi e alla contemplazione. Similmente, i vescovi provenivano dal medesimo ambiente nobiliare che dava garanzie di capacità di governo e di preparazione culturale
    Ricorderemo al lettore che il vescovo era eletto dal capitolo della diocesi tra i più capaci collaboratori del predecessore. Al placet dei vescovi della medesima contrada, seguiva la consegna dell’anello e del pastorale da parte dell’Imperatore in persona o da parte di un suo delegato2. In alcuni casi, laddove la diocesi del vescovo coincideva con l’estensione di un feudo, il prelato era anche investito del beneficio feudale corrispondente. Quello che è bene rammentare è che all’interno dei monasteri continuava a trasmettersi l’iniziazione monastica, anche se la funzione di maestro non corrispondeva necessariamente con la carica di abate. Allo stesso modo, non tutti i monaci diventavano obbligatoriamente discepoli dell’Ars sacerdotalis3, ma solamente quelli più qualificati. Anche nel sistema feudale si manteneva la trasmissione delle vie iniziatiche guerriere tramite l’istituzione della cavalleria, che aveva come vertice l’Imperator4.
    Abbiamo già visto che l’Abazia di Cluny, impegnata nel raddrizzamento della Chiesa romana5, rapidamente degenerò in un centro di potere ecclesiastico-politico. Sebbene meno rapidamente, per altri versi anche i rami cistercensi e camaldolesi del monachesimo decaddero, abbracciando un forte pauperismo6 per influenza della Pataria lombarda7.​
    In un modo o nell’altro, più che riformare la Chiesa romana, queste attività sociali8 riformarono il monachesimo benedettino, frantumandolo in correnti tra loro rivali e sempre più coinvolte negli affari del mondo. L’esteriorizzazione del monachesimo spalleggiò le ambizioni mondane del papato e privò l’Impero del suo sostegno spirituale. Da parte sua la Chiesa di Roma, inizialmente ostile alla Pataria, seppe approfittare del malcontento delle classi più basse per scatenarle contro la nobiltà milanese e contro lo stesso arcivescovo legato alla fedeltà verso l’Impero9.
    L’Imperatore, come il Basileus suo omologo, da secoli godeva del titolo di Vicarius Christi, successore del Messia-Re10. Inoltre, l’Imperatore doveva la sua autorità sacra alla trasmissione della funzione iniziatica romana di Imperator. Grazie a questo duplice carisma egli era Rex et Sacerdos, spiritualmente alla pari dei vescovi. Soli Gesù Cristo e l’Imperatore potevano essere ritratti con in mano il globo del mondo. Con Ottone I venne in uso l’unzione da parte del papa, rituale che risaliva all’epoca di Meroveo, per l’incoronazione dei Re di Francia. Ottone accettò con piacere questa modifica della consacrazione Imperiale, che faceva di lui anche un successore dei Re biblici Davide e Salomone. L’Imperatore non s’accorse della trappola che gli era stata tesa: con il rito dell’unzione egli veniva abbassato a una dignità pari a quella del Re di Francia. Inoltre, impersonando Davide, Re biblico degli ebrei, egli implicitamente riconosceva la supremazia dei preti sul sovrano da loro unto11.
    In seguito sia il Re di Francia sia il Re normanno12 d’Inghilterra cominciarono a sostenere la dottrina secondo cui il Re era come l’Imperatore nel suo Regno. Era una dichiarazione di indipendenza dal Sovrano Universale e costituiva la prima spaccatura dell’ecumene cristiana. Anche in questo caso il papa prese le parti dei Re nazionali, ben sapendo che così si minava dalle fondamenta l’unicità del Sacro Imperatore, che diventava uno dei tanti Re, perdendo il suo prestigio di unico difensore del cristianesimo e unico successore di Cristo.​
    Nel 1059 papa Nicolò II cambiò le regole dell’elezione papale con il Decretum in electione papæ13. I cardinali14 nominati dal papa divennero i soli ad avere il privilegio di eleggere il papa tramite un Conclave.
    Il papato allora cominciò una lotta sotterranea contro l’alto clero incitandogli contro le classi più basse. Facendo leva sulle invidie sociali, la corte papale romana accusò gli alti prelati di due colpe: la prima, chiamata ‘simonia’, consisteva nell’acquisto delle cariche ecclesiastiche in cambio di denaro o di favori15. La seconda colpa (definita ‘nicolaismo’) consisteva nel matrimonio o il concubinato dei prelati. Papa Leone IX (1049-1054), dunque, stabilì definitivamente che il celibato dei preti era obbligatorio16.
    Leone IX dichiarò anche che il papa non doveva essere considerato come un primus inter pares, come era accaduto fino a quel momento. Il papa era il capo assoluto di tutti i vescovi, compresi i patriarchi dell’Impero d’Oriente. Il suo potere era indiscutibile e a lui e solo a lui spettava la nomina dei vescovi. Questa pretesa spaccò la cristianità in due parti in modo inconciliabile17. La Chiesa di Costantinopoli rifiutò questa novità, attirandosi la scomunica del vescovo di Roma, a cui il patriarca di Bisanzio rispose con uguale scomunica. Da allora le due Chiese non si ricongiunsero più. Più delle differenze dottrinali, davvero minime, furono le pretese di supremazia politica del papa che causarono quello che è conosciuto come il “Grande Scisma”.​
    Tutti questi stravolgimenti della tradizione cristiana furono compiuti con pazienza, in forma strisciante e ipocrita. La curia romana, però, era pronta a rimangiarsi ogni rivendicazione in caso di necessità: come quando Enrico III depose i tre papi che si contendevano la cattedra di Pietro, per nominarne uno a suo piacimento: nessuno, allora, ebbe a protestare.
    Le ambizioni dei vescovi di Roma vennero però spudoratamente alla luce allorché Ildebrando di Soana diventò papa Gregorio VII (1073-1085). Nato da una famiglia di contadini, percorse rapidamente la carriera ecclesiastica grazie agli aiuti finanziari di suo zio materno, lo strozzino Leone Baruch18.
    Prete e falso monaco,19 divenne l’eminenza grigia di ben cinque papi, prima di diventare lui stesso papa per mezzo di una semplice acclamazione del popolaccio romano influenzato dalla pataria. Egli per quarant’anni ordì una rete di alleanze in odio all’Impero20, accordandosi con i patarini, con i Re di Francia e d’Inghilterra e, soprattutto, con i normanni dell’Italia meridionale.​
    Questo individuo era dotato di una abilità e protervia che perfino i suoi contemporanei riconobbero come “luciferina”21. Seppe cogliere l’occasione della tenera età del successore di Enrico III al trono di Germania per fomentare rivalità tra i grandi feudatari, tra i feudatari ecclesiastici e tra tutti questi e il trono imperiale vacante22. Pubblicò un Dictatus Papæ in cui dichiarava che l’Imperatore era un semplice laico e che non aveva alcun potere sacerdotale. Il Papa era il vero Vicarius Christi e aveva suprema autorità su tutti i sovrani e i vescovi della cristianità. Inoltre, solo il papa aveva il potere di consacrare i vescovi23.I preti, indipendentemente dal loro grado, erano gli unici che avevano il potere di compiere riti: questo faceva del clero l’unico intermediario tra Dio e il resto dell’umanità24.​
    Così, rivalutando le funzioni del basso clero, il papa ridimensionava a suo favore l’autorità degli altri vescovi. Gregorio VII dichiarò anche che il papa aveva il potere di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà nei confronti del loro signore. Questa presa di posizione fu un colpo mortale per il sistema feudale, basato sulla fedeltà, la lealtà e il senso dell’onore. Quando Enrico IV, ventiseienne Rex Romanorum (Re d’Italia), intervenne per convalidare l’elezione dell’arcivescovo di Milano, Gregorio lo scomunicò e lo dichiarò decaduto per essersi intromesso negli affari del clero. Era la prima volta che un vescovo usava la scomunica come arma politica. Dato che il papa aveva giustificato moralmente la slealtà, molti feudatari tedeschi, soprattutto gli ecclesiastici influenzati da Cluny, si ribellarono al loro sovrano. Enrico IV dovette umiliarsi recandosi come pellegrino a chiedere perdono al papa25.​
    Ottenuto il perdono, Enrico stroncò la ribellione dei vassalli fedifraghi e riprese il controllo dell’Impero. Tuttavia, l’umiliazione del sovrano rimase come un brutto precedente. Il papa lo scomunicò nuovamente, e questa volta l’Imperatore rispose assediando Roma. Il papa chiese l’aiuto dei suoi alleati normanni. Questi ultimi misero a ferro e fuoco Roma e, poi, si ritirarono trascinando con loro il papa. Gregorio VII fece una miserabile morte, prigioniero dei suoi infidi amici.
    Ma i danni ormai erano stati compiuti e i loro effetti furono, in seguito, disastrosi per l’ecumene medievale: accusando l’Imperatore di essersi impossessato di prerogative sacerdotali, il papa usurpò totalmente il potere temporale26.

    Petrus Simonet de Maisonneuve

    1. Se per caso un prete decideva di diventare monaco, da quel momento il monastero diventava autonomo anche sotto il profilo rituale. Si è già spiegato che quando un monaco, che fosse anche prete, era eletto abate dai suoi confratelli, egli diventava un abate mitrato, del tutto pari a un vescovo anche dal punto di vista della Chiesa esteriore.[↩]
    2. Fin qui non era affatto richiesta l’approvazione papale. Nemmeno è vero che fosse il papa a consacrare i vescovi. Si deve ricordare che il papa era riconosciuto come un primus inter pares, semplicemente perché era il vescovo di Roma, la capitale dell’Impero. Così anche il Patriarca di Costantinopoli godeva e gode tuttora di questo riconoscimento formale perché vescovo della capitale dell’Impero d’Oriente. L’elezione del papa seguiva le consuetudini di tutti gli altri episcopati, essendo eletto dai prelati della diocesi di Roma.[↩]
    3. Questa presenza della via iniziatica è ancor oggi inserita all’interno di molti monasteri della Chiesa Ortodossa sia Greca sia Slava. È interessante notare come una simile organizzazione sia riscontrabile presso i monasteri della tradizione tantrica tibetana.[↩]
    4. Non sempre l’Imperator, il vertice delle iniziazioni cavalleresche, coincise con la persona del Sacro Romano Imperatore. Certamente nel periodo di cui trattiamo, ci sono molti indizi della coincidenza delle due funzioni in Ottone I, Ottone III di Sassonia, in Corrado II ed Enrico III di Franconia. È importante notare che all’incoronazione imperiale di Corrado II presenziò Knut, Re di Danimarca e Inghilterra. Quest’ultimo è ricordato nei documenti con il titolo latino di Imperator. Ora, poiché il Sacro Romano Imperatore era evidentemente Corrado II, con Imperator certamente si voleva riconoscere l’alta funzione iniziatico-cavalleresca di Knut. Circa un secolo dopo anche re Alfonso VII di Castiglia fu riconosciuto come Imperator, sebbene non avesse mai ambito alla corona del Sacro Romano Impero. Vedremo come, alcuni secoli dopo, questo titolo riaffiorerà in ambienti ermetici deviati per definire il vertice delle diverse correnti magico-occultiste.[↩]
    5. Rammentiamo che il clero secolare, al cui vertice stava il papa, era del tutto profano (adīkṣita).[↩]
    6. Il pauperismo è una tendenza ereticale che sostiene l’indigenza come fosse la virtù cristiana principale negli insegnamenti di Gesù. Di fatto si può constatare che Gesù non assunse mai uno stile di vita misero. Nemmeno una volta il Nuovo Testamento afferma la necessità di condurre una vita in povertà per ottenere la salvezza. La miseria vi è sempre presente come oggetto di compassione, ma mai è raccomandata come condizione da assumere, se non durante i periodi di ascesi e penitenza.[↩]
    7. Movimento ereticale parareligioso del XI secolo, sorto nel milanese tra gli strati sociali più poveri (pataro=straccione), in aperta ribellione contro l’arcivescovo, la nobiltà e i “ricchi” della città di Milano.[↩]
    8. Fino a quel momento diventare monaco voleva dire rinunciare al mondo. I monasteri erano costruiti in luoghi impervi, lontani dalle città e dalle strade. Questa nuova attività sociale sconvolse per sempre il monachesimo latino, contribuendo così anche all’oscuramento della presenza contemplativa e iniziatica.[↩]
    9. “Nessun papa [come Gregorio VII] riuscì più a mobilitare “la strada”. La furia popolare che si scatenò a Milano nella forma di odio per l’alto e ricco clero […] segna l’esplosione di un anticlericalismo diffuso in forma latente…” (F. Herr, Il Sacro Romano Impero, cit., p. 72)[↩]
    10. Invece, il papa era considerato Vicarius Petri, e come tale era a lui subordinato. Per questa ragione, dopo il rito dell’incoronazione imperiale, il papa si prosternava davanti all’Imperatore (proskỳnesis).[↩]
    11. I Re, nell’antico Israele, provenivano dalla tribù di Giuda, inferiore per dignità alla tribù di Levi da cui provenivano i Cohanim (sacerdoti).[↩]
    12. Nel 1066 il duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore vincendo la battaglia di Hastings, s’impadronì di tutta l’Inghilterra proclamandosi Re. I normanni spadroneggiarono nell’isola riducendo gli anglosassoni e i danesi in un vergognoso stato di schiavitù. Ovunque arrivarono, questi barbari sconvolsero le tradizioni e l’ordine sociale. L’alleanza tra il papato e i normanni nell’Italia meridionale fu infine confermata nel 1130, quando il papa incoronò Ruggero II Re di Sicilia. Questo fu il primo regno esplicitamente vassallo del papato. Così i papi usurparono all’Impero il potere temporale.[↩]
    13. M. Montanari, Storia medievale, cit., p. 138-139.[↩]
    14. Fino ad allora, cardinali erano i vescovi, i preti o i semplici laici che svolgevano delle funzioni ausiliarie presso la corte papale. Con questa riforma, che sconvolse la struttura della Chiesa cattolica, essi divennero più importanti degli stessi vescovi. Da allora fino a oggi, ogni papa nomina cardinali i propri seguaci per influenzare l’elezione del proprio successore. Nel 1970 fu deciso che il potere elettivo dei cardinali scadeva al compiere degli ottant’anni. In questo modo i cardinali fedeli al papa precedente sono eliminati dal potere elettivo.[↩]
    15. Naturalmente anche il giuramento di fedeltà feudale all’Imperatore in cambio del beneficium fu considerato simonia.[↩]
    16. Fin dai primi secoli, il celibato e la castità erano richiesti obbligatoriamente solo ai monaci; erano virtù che facevano parte della rinuncia al mondo. L’obbligo di celibato per i semplici preti secolari, apparentemente una misura moralizzante, ebbe invece fini istituzionali: di fatto interruppe la possibile formazione di una casta sacerdotale nella tradizione cattolica. Sta di fatto che la Chiesa ortodossa non ha mai imposto il celibato ai suoi preti; esso è raccomandato solo per l’alto clero come una virtù aggiunta. Nel mondo ortodosso ci sono celebri famiglie che da molti secoli forniscono alti prelati, teologi, eremiti e santi alla loro Chiesa. Al contrario, nella Chiesa cattolica, con i secoli si accentuò la tendenza al reclutamento del clero tra gli strati più bassi. Tendenza che oggi ha raggiunto l’imo fondo sociale.[↩]
    17. Per la verità nemmeno i vescovi cattolici accettarono volentieri le pretese papali. Soprattutto i vescovi della Germania e dell’Italia settentrionale continuarono almeno per un secolo ancora a ignorare queste innovazioni. Contro i vescovi dell’Italia settentrionale i papi scatenarono in piazza la pataria, mentre accusavano i vescovi tedeschi, in gran parte di nomina imperiale, d’essere simoniaci e di ottenere la consacrazione in cambio dell’“asservimento” all’Imperatore.[↩]
    18. Naturalmente, questo individuo passò alla storia per la sua spietata lotta contro la simonia! (Paolo Brezzi, Roma e l’impero medioevale (774-1252), Bologna, Cappelli, 1947 (Istituto di Studi Romani, Storia di Roma, X), praes. pp. 205 ss.; in questa fonte si trova anche la smentita della pretesa vaticana che vorrebbe Ildebrando di Soana discendente della famiglia dei conti Aldobrandeschi)[↩]
    19. Gregorio fu ospite del monastero di Cluny per pochi giorni. Da quel momento si fece passare per monaco cluniacense.[↩]
    20. Il suo odio si estendeva anche ai bizantini, che egli combatté attivamente, parteggiando per i normanni, non tanto perché ortodossi scismatici, ma piuttosto perché “imperiali”. “Gregorio VII liberò terribili energie che a loro volta scatenarono tremendi disordini. Egli diffuse più odio in Europa che qualunque altra figura di governante…” (F. Heer, Il Sacro Romano Impero, cit., p. 76)[↩]
    21. “Oltre a ciò, perché quel monaco della sinagoga di satana [Gregorio VII] non possa sottrarsi in giudizio alle leggi romane che gli sono completamente contrarie […] invio alla magnificenza vostra il libro in cui il beato Gregorio raccolse sia le leggi civili che quelle ecclesiastiche di cui fece uso nella Santa Chiesa.” (“Lettera di Pietro Crasso a re Enrico”, G. Cantarella, Il Papa e il Sovrano, cit., p. 91)[↩]
    22. Tra i mestatori che seppero approfittare di quella situazione per espandere senza scrupoli il proprio potere a svantaggio di altri, menzioniamo i marchesi di Canossa, i duchi di Lotaringia e gli arcivescovi di Amburgo, Brema e Colonia. Quest’ultimo, Annone II, arrivò a sequestrare Enrico IV dodicenne e a usurpargli per qualche anno la reggenza del Regno di Germania. Friedrich Wilhelm Bautz, Anno II, Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon (BBKL), Band 1, Hamm 1975, colonne 179-180.[↩]
    23. Questa riforma non fu immediatamente accettata dagli altri vescovi, arcivescovi e patriarchi che, per molti decenni ancora, continuarono a ricevere l’elezione nelle loro diocese, confermata poi dall’Imperatore.[↩]
    24. Questa affermazione è di una estrema gravità perché misconosce non solo l’efficacia, ma anche l’esistenza di altri riti, come quelli iniziatici. Da questo periodo storico la Chiesa cattolica assunse un atteggiamento sempre più ostile alle tradizioni iniziatiche.[↩]
    25. L’intrigante vedova del marchese di Canossa, svolse un ruolo ricattatorio nella vicenda, ottenendone un ampliamento del suo feudo.[↩]
    26. Per usurpare le tre corone imperiali del Regno di Germania, Regno d’Italia (o dei Romani) e Regno di Provenza, i papi assunsero la tiara o “corona” papale. Dapprima la tiara era circondata da una corona; poi da due corone, infine da tre corone o triregnum. Nel periodo di cui trattiamo i papi sostituirono il cavallo con l’asino come cavalcatura abituale (Agostino Paravicini Bagliani Il bestiario del Papa, Collana Saggi, Torino, Einaudi). Si trattò, forse, di una riapparizione simbolica di Seth, il Dio maledetto, sempre immanente nelle viscere dei monoteismi?[↩]

    35. L'apogeo dell'Impero e la riforma del cattolicesimo

      L’apogeo dell’Impero e la riforma del cattolicesimo

      La deposizione nell’anno 887 di Carlo III il Grosso1, gravemente invalido, rappresenta la conclusione della dinastia carolingia. L’Impero entrò in una fase di stallo a causa della vacanza imperiale2. Gli storici in generale, abituati a vedere con gioia “rivoluzioni” ovunque, considerano questa una svolta storica dalla quale l’Impero sarebbe uscito radicalmente cambiato. Nulla di più falso. Durante quei sette decenni il sistema feudale si consolidò secondo le linee che erano state stabilite fin dall’epoca di Carlo Magno. Gran parte dei feudi divennero ereditari, stabilendo i loro legami di fedeltà e di beneficio con i Re e i duchi3 che, in assenza dell’Imperatore, lo rappresentavano. Il medesimo regime si strutturò anche tra i feudi dei valvassori e dei valvassini. Quello che bisogna comprendere con chiarezza è che la lealtà giurata era reciproca. Se il signore superiore di grado non rispettava il contratto del beneficio demandato al suo vassallo, questi aveva tutti i diritti di protestare davanti alla Dieta di Aquisgrana; al limite, poteva, a buon diritto, prendere le armi contro il suo signore per far valere le sue ragioni. Gli storici contemporanei confondono questo diritto con la ribellione, nell’incapacità di capire, ormai, il senso dell’onore, della fedeltà e della lealtà dell’uomo medievale4.
      Altri feudi erano concessi a vescovi o ad abati mitrati. In questo caso, ovviamente, l’ereditarietà era esclusa. La concessione proveniva dai Grandi dell’Impero, che faceva così coincidere la diocesi con il feudo. In generale il feudo ecclesiastico era usato per separare i possessi di dinastie nobiliari in storica competizione tra loro, con il risultato di mantenere la Pax Imperii. Come si è scritto nel capitolo precedente, il sistema tenne e mal ne incolse ai pochi avventurieri che si sforzarono di rovesciare l’ordine carolingio, cercando di estendere indebitamente i loro possessi o di impadronirsi indegnamente di titoli reali o, addirittura, quello imperiale5. In questo periodo, tuttavia, il regno della Franconia occidentale o Francia, pur essendo ridotto a una piccola area intorno a Parigi, schiacciata tra i ducati di Normandia, Borgogna, Aquitania e le contee delle Fiandre e d’Anjou, e pur essendo retta da un ramo carolingio, cominciò la sua politica di distacco dall’Impero. Fu l’unico caso di ribellione embrionale che riscosse un certo successo nel corso dei secoli successivi. Come si vedrà nel seguito della nostra panoramica, il regno di Francia svolse sempre una funzione dissolvente dell’ecumene cristiano-medievale. La Franconia orientale era formata da quattro grandi ducati. Nel periodo di vacanza imperiale, i quattro duchi furono eletti a rotazione Re di Germania6. Nel 955 Ottone di Sassonia, esponente di una dinastia imparentata con i carolingi, ottenne una vittoria definitiva contro gli ungari. Sconfitti, gli ungari si stabilirono nell’attuale Ungheria e divennero vassalli del Sacro Romano Impero.7 La fine della minaccia sul fronte orientale fu un grande successo di Ottone di Sassonia, che nel 962 fu acclamato e unto Sacro Romano Imperatore. Con la dinastia di Sassonia l’Impero raggiunse il massimo di stabilità politica ed economica8. Tuttavia, la grandezza di Ottone I Imperatore fu quella di continuare il consolidamento dell’Impero nei suoi princìpi spirituali. Il Sacro Romano Impero ottoniano riuscì a sintetizzare una concezione universale e sacrale del Regnum, assumendo i simboli, le dottrine e i rituali dell’antico Impero Romano e del contemporaneo Impero bizantino9. Ottone, sceso in Italia, fece pulizia tra i litigiosi feudatari, soprattutto tra quelli di origine longobarda, che avevano devastato l’Italia centro settentrionale nei decenni precedenti. Nell’Italia meridionale ridusse alla ragione i ducati longobardi che sopravvivevano e rispettò le enclaves bizantine10. In Francia riuscì a riconquistare la lealtà del Regno di Borgogna, ma fallì nel ricondurre il Regno di Francia all’ecumene imperiale. Invece il ducato di Normandia continuò a sfuggire ai suoi legami di vassallaggio.
      Gli interventi in Italia non potevano prescindere dai rapporti con il papato. Approfittando delle lotte intestine tra grandi feudatari che avevano turbato la situazione italiana nel periodo di vacanza imperiale, la famiglia, d’origini oscure, dei conti di Tuscolo11 spadroneggiò a Roma e nominò illegalmente ben cinque papi di loro gradimento12. Ottone il Grande scese a Roma, fece ordine nell’Urbe, spodestò il papa irregolare e, alla fine, nel 974 fece eleggere regolarmente Benedetto VII. Assieme a questo nuovo papa Ottone riprese con energia l’opera di purificazione del cattolicesimo, già iniziata da S. Bonifacio e da Carlo Magno. L’imperatore riconobbe i feudi pontifici (anche quelli di cui i papi si erano impadroniti con la frode), ma comunque come vassallaggio dell’Impero: rinnovò la validità del suo diritto di conferma all’elezione papale sancito dalla Constitutio Romana di Ludovico il Pio. Infine, promulgò il Privilegium Othonis, il quale ratificava che l’Imperatore era il garante della correttezza dottrinale, liturgica e pastorale del cattolicesimo, con sacro potere di correzione dei pontefici trasgressori13. Gli successero il figlio Ottone II, morto prematuramente, e il nipote Ottone III. Quest’ultimo si prodigò nei cinque anni del suo regno (996-100114) a rendere l’ideale dell’Impero universale sempre più carismatico e venerato in tutta la cristianità, mantenendo il papato strettamente sotto controllo e impegnandosi nella riforma della Chiesa. La dinastia degli “Ottoni” aperse dunque un periodo di splendore che continuò anche con la dinastia seguente, pur portando invisibili germi della sua rovina. Fu proprio la provvidenziale riforma del cattolicesimo a far emergere le pretese di rivalsa dei papi.
      L’ordine ottoniano imposto all’Impero mise in evidenza l’inadeguatezza del clero secolare e dello stesso papato. Soprattutto nel periodo dell’interregno imperiale, preti e papi risprofondarono nella stessa ignoranza e abiezione comportamentale che si erano già affermate nella Chiesa latina prima dell’intervento dei monaci culdei15. Sotto la dinastia di Sassonia l’alto clero italiano, borgognone e tedesco, godendo dei benefici feudali, era ormai espressione dell’aristocrazia, perciò possedeva un livello di preparazione religiosa più elevato. Abati, Vescovi e Imperatore si resero conto della tragica situazione romana16 e, nel progetto dell’universalizzazione dell’Impero, inclusero anche quello della purificazione della Chiesa. La strategia scelta fu quella di incaricare il monachesimo di riformare la Chiesa latina: e, quando si parla di monachesimo, s’intende quello benedettino, che aveva monopolizzato lo stile della vita anacoretica cattolica. Per essere in grado di operare tale correzione ecclesiastica, i monaci iniziarono a diventare preti. Ciò facilitò il loro compito, ma distorse alquanto i fini contemplativi previsti dalla Regola originale. Questo avvenne principalmente nel monastero di Cluny che fu fondato dal duca Guglielmo I d’Aquitania. Il duca sostenne tutte le spese di costruzione e installò come abate Bernone, a patto che, assieme ai suoi monaci, facesse atto di sottomissione al papa. Era la prima volta che un monastero rinunciava alla propria autocefalia17, accettando la dipendenza diretta da Roma. I monaci, ormai quasi tutti preti, divennero difensori della più rigorosa liturgia, insegnando con pazienza e metodo il preciso modo di compiere i riti sacramentali. La loro purezza di comportamento li faceva apparire degli angeli tra il clero diventandone modelli da imitare. Essi impressero un nuovo significato alla castità, convincendo il clero esteriore a farsi mediatore tra i fedeli e Dio, e ad agire di conseguenza. Il risultato di questa rettificazione apparve quasi una monacazione del clero: fu certamente un successo. Tuttavia, questo comportò una clericalizzazione dei monaci cluniacensi, con un palese declino della tensione spirituale e della trasmissione iniziatica. Non tutti i monaci benedettini, ancora influenzati dal sapere culdeo, seguirono l’esempio di Cluny. In Italia, soprattutto, essi reagirono rinnovando gli ideali ascetici ed eremitici dell’antico monachesimo del deserto, della tebaide e del Monte Athos. San Romualdo (al secolo Romualdo duca degli Onesti), discepolo di Marino, monaco veneziano di rito bizantino, fondò l’eremo di Pereo, nei pressi di Ravenna, proprio in quella che era stata la capitale dei domini bizantini in Italia. In seguito, fondò vari piccoli cenobi ed eremi in Italia centrale, tra cui il più famoso rimane quello di Camaldoli dei primi anni del 1000. Questa esperienza, molto vicina all’esoterismo esicasta, nel corso del secolo XI diede origine ai monasteri di Cîteaux, in Borgogna, e, tra gli altri, all’eremo calabrese di Santa Maria, tutti fondati da San Brunone di Calabria. Quest’ultimo passò anni nella grotta dove, a suo tempo, si era ritirato Cassiodoro e dove aveva fatto costruire l’eremo Vivarium. Quasi a voler segnare una continuità di trasmissione da Pitagora, attraverso Cassiodoro, Brunone assunse il metodo iniziatico esicasta, probabilmente appreso da qualche anacoreta bizantino ancora presente nel “deserto verticale” di Copanello, in Calabria18. Camaldolesi e cistercensi presero le distanze dai cluniacensi, considerando che l’opera di moralizzazione della Chiesa aveva intaccato l’aspetto ascetico della loro regola. Infatti, i cluniacensi trattavano alla pari con feudatari, Re, Imperatori, vescovi e papi. Ben presto Cluny divenne il monastero più ricco d’Europa per le donazioni e i benefici feudali che raccoglieva. Gli altri benedettini, invece, sottolineavano l’importanza della rinuncia ai beni mondani per guarire la Chiesa19. L’influenza congiunta delle due tendenze benedettine, sotto la guida degli Imperatori della dinastia di Sassonia e di quella successiva di Franconia, ebbe un effetto superiore alle aspettative. Così, gli Imperatori rafforzarono le basi dell’ideale imperiale, tenendo strettamente sotto controllo l’elezione dei papi. In questo modo riuscirono anche a restaurare la Chiesa senza rendersi conto che quest’ultima, nuovamente autorevole, si sarebbe rivoltata conto di loro. Nubi di burrasca si addensavano all’orizzonte del secolo XI.

      Petrus Simonet de Maisonneuve

      1. Fu l’unico Imperatore Romano assieme a Carlo Magno ad aver unito sotto la sua corona tutti i regni della cristianità: fu Re d’Alemannia e Lotaringia (876-887), Re d’Italia (879-887), Sacro Romano Imperatore (881-887), Re dei Franchi orientali (882-887), Re dei Franchi occidentali, Re d’Aquitania e infine Re di Provenza. I regni vassalli, indirettamente partecipi all’Impero, riaffermarono la loro fedeltà.[↩]
      2. Dal 888 al 924 si susseguirono cinque feudatari che si fecero incoronare Imperatori obbligando con la forza il papa a consacrarli. Le loro pretese però erano considerate illegittime, perché nessuno di loro era stato acclamato dalla Dieta dei baroni dell’Impero. Durante l’interregno dal 921 al 962 nessuno più si dichiarò pretendente all’augusto trono.[↩]
      3. Anche da alcuni marchesi e conti sovrani.[↩]
      4. Questa incapacità è dovuta ai pregiudizi impressi nella mentalità europea dall’eredità nefasta della rivoluzione francese. Nemmeno l’altra rivoluzione borghese, quella americana, è arrivata tanto lontano da stravolgere la capacità di comprensione del passato. Il diritto di sollevazioni in armi contro il governo centrale prevista dalla costituzione statunitense è ancora un caposaldo di certe libertà che nell’Europa omologata sono ormai inconcepibili.[↩]
      5. Ne è dimostrazione il miserabile risultato dei tentativi fatti dai marchesi d’Ivrea, del Friuli e dei duchi di Spoleto.[↩]
      6.  I Re di Germania e d’Italia, dunque, sulla scia del sistema elettivo imperiale, continuarono a essere acclamati dalla Dieta dei baroni nel primo caso, o dal Senato di Roma, nel secondo.[↩]
      7. Entrarono così nell’orbita dal cattolicesimo, anche se la conversione fu completata solo sotto il regno di Santo Stefano I nei primi lustri del secolo XI.[↩]
      8. Il criptomarxismo, inoculato in tutti i campi dello scibile moderno, ovviamente dà la massima importanza all’economia come l’unica molla a far funzionare il cosmo meccanicistico. Nel periodo di cui trattiamo, pare che prosperasse l’agricoltura, che si producesse un aumento demografico e che le arti e le scienze rifiorissero (per la verità tutto ciò dovrebbe essere retrodatato alla rinascenza carolingia). Le scoperte tecnologiche a cui gli storici accademici attribuiscono la prosperità di questo periodo, la noria, il giogo e il vomere metallico, erano già noti da almeno due millenni! Quanto alla depressione demografica ed economica dei secoli precedenti, si tratta di una ricostruzione ideologica della storiografia, poiché mancano i documenti su cui poggiare queste illazioni. Nell’alto medioevo i documenti degni d’essere trascritti erano i testi liturgici, le formulazioni teologiche e dogmatiche, la trascrizione degli autori classici e le bolle di donazioni e benefici feudali, non certo i conti della serva. Se un calo demografico avvenne, come anche un calo nella produzione documentale e artistica, lo si deve far risalire al periodo delle invasioni barbariche, i cui danni gravissimi sono occultati da un paio di secoli ad opera della crescente egemonia politica e culturale dei popoli anglosassoni e protestanti, ultimi eredi attuali dei barbari.[↩]
      9. Si parla anche di una architettura e, in generale, di un’arte ottoniana. Si tratta dell’assunzione del simbolismo cristiano bizantino reinterpretato nell’ottica dell’antica arte romana classica, di cui si ammiravano le rovine un po’ ovunque in Europa. Per questo fu denominata “arte romanica”. Quest’arte dilagò in tutta l’estensione dell’Impero e, assumendo anche connotazioni locali, sostituì l’arte cristiano-barbarica.[↩]
      10. La Puglia e la Calabria erano ancora province dell’Impero d’Oriente. Ottone I fu un grande ammiratore della sacralità dell’Impero bizantino. Riuscì a combinare il matrimonio di suo figlio, il futuro Ottone II, con una nipote del Basileus. Tutta la sua politica verso Oriente fu rivolta alla ricerca di una cooperazione tra i due Imperi, in modo da ricostituire lo status pre-teodosiano.[↩]
      11. Questo titolo comitale fu concesso in vassallaggio dal papa. I Tuscolo, impadronitisi della città di Roma, si appropriarono dell’amministrazione del feudo detto “Patrimonio di S. Pietro”, usurpando il potere temporale imperiale: fu così che i conti di Tuscolo innalzarono al soglio pontificio dei papi loro cortigiani, di cui due della loro stessa famiglia. Ai papi lasciarono solo l’espletamento dell’autorità spirituale. Per l’indecente intromissione delle donne di quella famiglia (soprattutto Marozia) e per i ripetuti casi di imbastardimento, questo periodo è conosciuto come la “pornocrazia romana”. (C. Rendina, I Papi, cit. pp. 314-335)[↩]
      12. È a dir poco sorprendente che la Chiesa, così cavillosa nel giudicare il comportamento imperiale, abbia sempre considerato regolari questi usurpatori del soglio di Pietro.[↩]
      13. M. Montanari, Storia medievale, cit. pp. 122-123. Ottone mise in pratica questo suo potere spodestando Giovanni XII (C. Rendina, I Papi, cit. pp. 327-332), dopo un processo davanti a un tribunale misto imperiale ed ecclesiastico: il papa fu riconosciuto colpevole dei peccati e dei vizi più nefandi, trasformando il palazzo del Laterano in un bordello di meretrici ed efebi, incestuoso, assassino, spergiuro, del tutto agnostico.[↩]
      14. Durante il suo regno cadde l’anno mille. Tutte le illazioni circa i terrori superstiziosi dell’uomo medievale per quella data sono state inventate dagli umanisti del XV e XVI secolo per screditare quello che essi consideravano un periodo non illuminato dalle nuove idee dell’individualismo e naturalismo rinascimentale. Si tratta degli stessi umanisti che si dedicavano all’evocazione dei demòni, alle ricerche di laboratorio per produrre l’oro, alla lettura degli astri per indovinare il futuro. Quest’altra leyenda negra fu poi adottata con entusiasmo dagli illuministi del XVIII secolo e lo è ancor oggi dai fanatici praticanti della “religione del progresso”, sebbene tale tesi sia stata del tutto smentita. Cfr. Georges Duby, L’anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva, Torino, Einaudi, 1976; Dominique Barthélemy, “La mutation féodale a-t-elle eu lieu?”, Annales ESC, 47, (1992), pp. 767-777. Con il termine spagnolo leyenda negra s’intende una falsificazione storica affidata con mezzi fraudolenti alla memoria del popolino, al fine di definire per sempre e in termini irrimediabilmente sfavorevoli una personalità, un periodo o una nazione avversaria. Il termine è stato coniato per indicare l’immenso cumulo di calunnie e menzogne fabbricate dal regime piratesco ed eretico di Isabella I d’Inghilterra per diffamare la Spagna imperiale e cattolica. Tale leyenda è ancor oggi vivamente condivisa dagli ambienti anglosassoni protestanti e dai loro servi.[↩]
      15. I culdei irlandesi e britanni, comunque, continuarono a influenzare a livello dottrinale l’ordine benedettino sia direttamente come fu il caso dello scoto Riccardo di S. Vittore o tramite la loro corrente presente all’interno dei benedettini, come Ugo di S. Vittore (al secolo Hugo conte di Blankenburg). Questo durò almeno fino al 1188 quando, per decreto di papa Clemente III, la Chiesa d’Irlanda con tutte le sue sedi gemmate nelle isole britanniche fu definitivamente romanizzata. In questo modo furono abrogate di fatto anche le caratteristiche iniziatiche dei culdei: soprattutto scomparve il metodo notturno basato sulle tecniche di crosfigill (crucis vigilia), simili a quelle dell’esicasmo o dello haṭayoga indiano, ma con posture cristiche del corpo (tratte dalle icone), e con l’uso di invocazioni (sskrt. mantra) e gesti (sskrt. mudrā) per attivare il “calore e la luce” interiori ecc. (Nuccio d’Anna, Il cristianesimo celtico. I pellegrini della luce, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010). La veglia delle armi della cavalleria medievale, per molti versi identica, anche se al posto della croce s’usava la spada cruciforme, era probabilmente una tecnica mutuata dai riti d’iniziazione dei cavalieri celti.[↩]
      16. A Roma perfino il Senato era stato di fatto esautorato da parte di prepotenti famiglie della piccola nobiltà feudale che agivano a nome dei duchi longobardi e normanni, spadroneggiando e controllando la nomina dei papi.[↩]
      17. In precedenza, i monasteri non riconoscevano l’autorità gerarchica, ma unicamente un rispetto formale nei confronti del vescovo nella cui diocesi si trovava il monastero; a meno che l’abate dello stesso monastero non fosse mitrato, cosa che lo rendeva totalmente indipendente. Fino a quel momento i monasteri erano autocefali, come continuano a essere nella Chiesa ortodossa orientale. Evidentemente Cluny si proponeva si riformare la Chiesa dall’interno con la conseguente contaminazione “politica”. Le autorità iniziatiche, quando intraprendono attività di correzione dell’ambiente esteriore dovrebbero stare ben all’erta, in modo da non farsi coinvolgere. Troppi abbassamenti di livello intellettuale sono stati provocati dalle migliori intenzioni di correzione essoterica.[↩]
      18. Il normanno Roberto il Guiscardo conquistò la Calabria tra il 1050 e il 1061. Da quel momento intraprese una politica di eliminazione degli eremi monastici greci.[↩]
      19. Tuttavia, anche i santi eremiti di Camaldoli e Cîteaux furono spesso distratti dalla loro vita contemplativa da Imperatori e Re, da papi e vescovi al fine di restaurare la situazione della Chiesa romana. Nei documenti che ci sono pervenuti si legge spesso la sofferenza da loro provata a intervenire nelle cose del mondo e il sollievo di ritornare alla meditazione e alla solitudine.[↩]

      34. Crisi dell’Impero carolingio e nuove invasioni barbariche

        Crisi dell’Impero carolingio e nuove invasioni barbariche

        Dovremo ora dedicare alcune pagine alla storia, necessarie per spiegare le grandi modifiche che precedettero il crollo della Tradizione in Occidente.

        Carlo Magno divise i suoi domini in tre parti, seguendo i costumi dei sovrani franchi che lo avevano preceduto. Al figlio Pipino (o Carlomanno) aveva lasciato il Regno d’Italia, che comprendeva tutti i domini già appartenuti ai Longobardi, ai Bizantini, oltre al Patrimonio di S. Pietro1 e al Regno di Burgundia, suoi vassalli.
        A Ludovico il Pio era assegnato il Regno dei franchi occidentali, che comprendeva gran parte dell’attuale Francia, la marca spagnola (l’Aragona) e il vassallo Regno delle Asturie. Il terzo figlio, Carlo il Giovane, riceveva in eredità il Regno dei franchi orientali (attuale Belgio, Germania, Austria, Boemia e Ungheria). Pipino (o Carlomanno) e Carlo in Giovane, però, morirono prima del padre, perciò l’intera eredità territoriale fu raccolta da Ludovico il Pio. Quest’ultimo fu perciò Re d’Italia, Re di Francia, Re di Germania e, inoltre, fu acclamato Imperatore2.​
        L’Imperatore Carlo Magno s’era dimostrato abile guerriero, giudice equanime, amministratore lungimirante. Inoltre aveva saputo condurre con mano ferma i rapporti con la Chiesa e aveva impostato il suo Impero sul modello delle organizzazioni iniziatiche che da lui dipendevano. Ludovico, invece, s’occupò prevalentemente dei rapporti con la Chiesa, confermando la sua autorità sacrale e intensificando la relazione spirituale tra lo Stato e le organizzazioni iniziatiche kṣatriya. Per questo suo impegno prevalentemente spirituale, passò alla storia con l’attributo di Pio3. Ludovico ebbe tre figli di primo letto e Carlo il Calvo di secondo letto. Lotario, il primogenito, ereditò il titolo di Re d’Italia.​
        Il suo regno divideva l’Impero verticalmente, comprendendo l’Italia, la Provenza e la Lotaringia (Lorena) fino alle foci del fiume Reno. Egli fu in seguito acclamato Imperatore dai baroni imperiali, dal popolo, dal Senato di Roma4 e fu incoronato a Roma nel 823. A Pipino, il secondogenito di Ludovico il Pio, venne assegnato il regno di Aquitania, ossia della Franconia occidentale, che comprendeva gran parte dell’attuale Francia. Il terzogenito, Ludovico II il Germanico, ottenne il regno della Franconia orientale (Germania). I tre fratelli non andarono d’accordo né con il padre, l’Imperatore, né tra loro. A questo s’aggiunsero le trame del fratellastro Carlo il Calvo, che riuscì a sostituirsi a Pipino come re d’Aquitania. Alla morte di Lotario, Ludovico il Germanico fu eletto Imperatore e da quel momento in poi il titolo imperiale rimase quasi sempre in dotazione ai Re di Germania e d’Italia. Le diatribe tra Carolingi impedirono che il titolo imperiale diventasse dinastico. Se da un punto di vista questa caratteristica elettiva della carica imperiale5  rendeva il suo potere effettivo minore rispetto a quello delle dinastie regali consolidate, da un altro conferiva all’Imperatore dei cristiani un prestigio dovuto al merito pubblicamente riconosciuto e un carisma sacrale incomparabile.
        Le contese tra i discendenti di Carlo Magno, però, indebolirono la struttura difensiva del Sacro Impero, anche se il titolo imperiale fu sempre regolarmente trasmesso tramite rami cadetti o cognati della dinastia Carolingia, almeno fino all’inizio del 900.​
        Questo periodo di crisi coincise con il rinnovarsi di ulteriori invasioni barbariche6. Certamente la minaccia dei nuovi barbari non fu mai così grave da mettere in pericolo l’esistenza dell’Impero, come era accaduto alla caduta di Roma ai tempi di Alarico. Il primo popolo barbaro fu quello dei normanni o vichinghi, che aggredì l’Impero provenendo dal mare del Nord, spesso risalendo i fiumi di Francia e Germania e portando devastazioni alle città fluviali7.​
        Generalmente le razzie dei normanni erano temporanee: i pirati, carichi di bottino, si ritiravano poi nei paesi scandinavi da cui provenivano. Solamente a partire dall’ 880 essi occuparono permanentemente la Normandia, nel nord della Francia occidentale8. La seconda minaccia barbarica apparve al confine orientale dell’Impero: dopo il tentativo di sfondamento da parte dei popoli slavi durante tutto il secolo VIII9, si affacciarono gli ungari, popolazione guerriera di origine siberiana. Dopo aver minacciato seriamente l’esistenza dell’Impero d’Oriente, essi furono federati all’esercito bizantino e utilizzati dai Basileis per contenere l’espansione del Sacro Romano Impero verso i Balcani. Tuttavia, all’inizio dell’XI secolo, la loro conversione al cattolicesimo, promossa dal Re Santo Stefano, li fece entrare nell’orbita del Sacro Romano Impero.
        La terza minaccia barbarica fu rappresentata dai pirati saraceni10. Una storiografia contemporanea compiacente suole descrivere la società islamica di questo periodo come altamente civilizzata; ciò è certamente vero, soprattutto nel Vicino Oriente, Sicilia, Marocco e Spagna. Però si dimentica troppo spesso di menzionare che l’Africa settentrionale era costellata di piccoli emirati e città-stato indipendenti che prosperavano solo grazie alla razzia, alla pirateria, al brigantaggio, e al mercato degli schiavi. Nell’anno 843 i saraceni arrivarono a saccheggiare Roma e, in seguito, a stabilire porti e covi pirati un po’ ovunque nell’Italia meridionale e nelle isole. Anche in questo caso l’impreparazione marinara dell’Impero fu la causa di tante sciagure.​
        In tali frangenti i papi si distinsero per la loro doppiezza politica: a ogni difficoltà che si verificava nell’Impero essi si affrettavano ad accampare sempre maggiore autonomia dalla corona, confezionando falsi Decretali e falsificando documenti provenienti dalla seconda capitale imperiale, Aquisgrana. Tuttavia i papi erano pronti a ritirare tutte le loro pretese e a giurare lealtà e sottomissione all’Imperatore ogni qual volta fossero stati minacciati da arabi, bizantini o da insurrezioni longobarde11.

        Petrus Simonet de Maisonneuve

        1. Costituito da un insieme di piccoli feudi concessi al papa da vari Re longobardi e franchi merovingi e carolingi imperiali, di cui egli fu vassallo nel dominio temporale; più tardi si denominerà Stato della Chiesa, quando strapperà all’Impero la sua indipendenza.[↩]
        2. In linea con la dottrina sul potere temporale di suo nonno Carlo Magno, nell’anno 824 Ludovico promulgò la Constitutio Romana, che vincolava il papa di Roma a giurare fedeltà all’Imperatore prima del rito di incoronazione. Cfr. Andrea Zorzi, Manuale di storia medievale, Torino, UTET, 2016, p. 121. Questo atto di vassallaggio rimase inalterato per almeno due secoli.[↩]
        3. Pius in latino indica una persona totalmente dedicata a seguire la volontà divina (il vero significato di bonæ voluntatis), sia nel dominio essoterico sia in quello esoterico.[↩]
        4. In luogo dell’acclamazione da parte delle legioni, come avveniva nell’antica Roma, nel Sacro Romano Impero il primo passaggio per il riconoscimento della dignità imperiale consisteva nell’acclamazione da parte della nobiltà. Si trattava dunque di un normale adattamento della prassi elettiva a condizioni storiche diverse. Rimaneva, invece, intatto il riconoscimento del Senato di Roma, che conferiva al sovrano il titolo di patrizio, e quello della popolazione romana che lo riconosceva Re d’Italia (e Lotaringia, per un certo periodo). A questo punto il candidato era riconosciuto Imperatore di fatto e degno dell’incoronazione papale.[↩]
        5. L’elettività imperiale rimase, almeno formalmente, fino all’avvento al trono dell’ultimo Romano Imperatore, Francesco II d’Absburgo (1792).[↩]
        6. Friedrich Heer, Il Sacro Romano Impero, Roma, Newton Compton, 1999, pp.33-34.[↩]
        7. L’Impero, composto da Lotaringia, Francia orientale (Germania) e Francia occidentale, era una notevole potenza militare. Tuttavia il suo era un esercito di terra. Perciò le inaspettate incursioni piratesche dei barbari del Nord (Norvegia e Danimarca) furono disastrose.[↩]
        8. Rollo, il capo tribù vichingo che invase la Normandia, si convertì al cristianesimo; ciò non impedì che, alla sua morte, il rito funebre prevedesse il sacrificio di cento prigionieri (John Julius Norwich, I Normanni nel Sud, I voll., Milano, Mursia, 1968, p. 16). Dopo numerosi episodi bellici, nel 911 i normanni riconobbero la loro sudditanza nei confronti del Re di Francia e Lotaringia, Carlo III il Semplice: così fu fondato il ducato di Normandia. Ovunque arrivarono, questi barbari scandinavi sconvolsero l’ordine precedente, creando situazioni anomale. Per esempio la rigida soggezione imposta agli scoti, angli e sassoni civilizzati delle isole britanniche (Massimo Montanari, Storia medievale, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 145-146); le scorrerie piratesche su tutto il nord della penisola iberica e ai confini settentrionali dell’Impero bizantino (A.Zorzi, Manuale di storia medievale, cit., p. 144); e soprattutto la conquista dell’Italia meridionale, delle cui gravi conseguenze sull’ecumene medievale parleremo più avanti.[↩]
        9. L’unico stato slavo di una certa consistenza, la Moravia, cessò di esistere nel 907, dopo una settantina di anni d’esistenza. Gli slavi furono condotti verso l’Europa centrale da popolazioni provenienti dall’Asia centrale, come gli Unni e gli Avari. Essi costituivano le caste più basse di queste popolazioni seminomadi e per questa ragione furono definiti slavi o serbi (Gr. Σχλαυηνοί, schiavi; Lat. Servi, servi o schiavi).[↩]
        10. Per questa ragione, più tardi, denominati pirati “barbareschi”. Il termine latino Sarraceni si fa derivare dall’aramaico sarqiyīn che significa “abitanti del deserto (sarq)”.[↩]
        11. L’atteggiamento disonesto dei papi fu evidente nel caso di Leone III (795-816), Pasquale I (817-824), Eugenio II (824-827), Gregorio IV (827-844), Sergio II (844-847, Leone IV (847-855), il massimo falsificatore di documenti; Nicolò I (858-867), Giovanni VIII (872-882), Adriano III (884-885), altro notevole falsario. Infine, l’abominevole Stefano IV (896-897) che istituì un macabro processo al cadavere del suo predecessore papa Formoso (891-896), accusato di essere stato troppo leale nei confronti dell’Imperatore. L’indignazione del popolo romano scoppiò in una rivolta che terminò con lo strangolamento di papa Stefano IV (Carlo Rendina, I Papi. Storia e segreti, Roma, Newton Compton, 1984, pp. 244-304).[↩]

        33. Il Feudalesimo e la Cavalleria

          Il Feudalesimo e la Cavalleria

          Carlo Magno (742-814) iniziò a strutturare l’Impero sulla base dell’organizzazione iniziatica militare romana, compito che fu portato a termine dall’Imperatore Enrico II il Santo, della dinastia di Sassonia (978-1024). La società fu divisa in quattro classi sociali: i sacerdoti, i nobili, gli uomini liberi e i servi. I monaci non erano compresi nel clero, essendo considerati al di fuori e al di sopra delle divisioni della società cristiano-latina.
          I preti, dopo l’opera di correzione del clero intrapresa prima dai monaci culdei, poi da San Bonifacio e infine da Carlo Magno, potevano sposarsi, ma erano puniti severamente in caso di concubinato con una o più donne. In quei due ultimi secoli del primo millennio, grazie alla progressiva instaurazione del principio d’ereditarietà, spesso diventavano preti i figli maschi dei preti stessi: si stava profilando così la costituzione di una vera e propria casta sacerdotale. Le gerarchie superiori, vescovi, arcivescovi e patriarchi1 erano prevalentemente assegnate a ecclesiastici non sposati, senza che questo rappresentasse un impedimento codificato. La ragione di questa scelta consisteva nel fatto che i vescovi erano gli eredi degli apostoli e quindi soltanto essi esercitavano appieno il ministero sacerdotale. Infatti solo i vescovi potevano consacrare altri vescovi e ordinare i preti2. Si potrà notare, quindi, che per il Cristianesimo la distinzione tra l’alto clero e il basso clero è strutturale e non una contingenza storico-sociale, come si sostiene dalla Rivoluzione francese in poi3. Gli appartenenti alle le classi più umili e più povere sceglievano spesso di diventare preti per trovare una qualche certezza di sostentamento e uno stato sociale più dignitoso4, andando così a ingrossare il numero del basso clero.
          La seconda classe sociale per ordine d’importanza era la nobiltà. Tra le quattro classi sociali del cristianesimo latino medievale sopra elencate, la nobiltà è l’unica che si è costituita come una vera e propria casta per diritto di nascita. È sorprendente quanto i “medievisti” abbiano arruffato i documenti a loro disposizione per confondere le idee a questo riguardo. Nei loro studi, la nobiltà appare come una concezione incomprensibile per l’uomo moderno, anche se l’aristocrazia è stata privata dei suoi poteri e prerogative soltanto da qualche decina d’anni o, al massimo, da due secoli5. La nobiltà, che rappresentava la spina dorsale del Sacro Romano Impero, era tale “da tempo immemorabile” nel vero senso del termine6. Vale a dire che a essa non poteva essere attribuita una origine storica determinata7. Nel caso specifico, due erano le provenienze tradizionali dell’aristocrazia: la prima, rappresentata dal patriziato di origine romana (e prima ancora albana, troiana, iperborea)8. La seconda era costituita dalla nobiltà germanica e dai cavalieri celti, che rappresentavano la continuazione imbarbarita dell’aristocrazia iperborea. Queste due correnti nobiliari, che si riconoscevano reciprocamente e che frequentemente stringevano alleanze matrimoniali, rimasero tuttavia distinguibili per diversi secoli: generalmente i patrizi reggevano le città e le villæ, i nobili di origine barbarica amministravano i feudi e i castelli. Poiché il Sacro Romano Impero fu strutturato sulla base delle vie iniziatiche della casta nobiliare, fin dall’inizio le cariche amministrative, giuridiche e militari che lo governavano rispecchiarono i tre gradi principali dell’iniziazione guerriera. I nobili iniziati alla via cavalleresca, infatti, passavano attraverso tre fasi corrispondenti alla loro realizzazione. Il primo gradino era quello di barone: questa denominazione deriva dal termine latino vir9, e distingueva il barone dal nobilis homo (più tardi nobil homo, o nobiluomo), vale a dire il nobile di nascita, ma non iniziato10.
          Il barone era dunque il grado di “apprendista” nella via iniziatica dell’Eroe. Il secondo gradino, che già presupponeva il raggiungimento delle prime esperienze interiori procurate dalla costante applicazione del metodo (sskrt. prakriyā), era quello di conte (lat. comes)11, vale a dire “compagno” del maestro. Costui, infatti, proprio per la maggiore esperienza interiore, per delega del maestro poteva dirigere spiritualmente i semplici iniziati12. Il terzo grado, quello che propriamente si applicava al maestro, era quello del principe (lat. princeps). Perciò la gerarchia che governava l’Impero di Carlo Magno e dei suoi successori corrispondeva esattamente a questi tre gradi iniziatici. Ognuno di questi gradi prevedeva un ulteriore sviluppo di potere. Accadeva perciò che il barone che estendeva le sue potenzialità in modo completo fosse riconosciuto come visconte; il conte, che avesse pienamente sviluppato le facoltà inerenti al suo grado di realizzazione, diventava “conte del marchio” o marchese13. Così anche il princeps, il maestro realmente perfetto, otteneva il titolo di duca (dux, colui che conduce i discepoli)14. Ovviamente il Gran Maestro, principe dei principi e duca dei duchi, capo di tutte le organizzazioni iniziatiche (sskrt. kula, saṃpradāya) guerriere, era il medesimo Imperatore-Imperator.
          In questo modo l’Impero fu strutturato come una fratellanza guerriera. Ciò significa che, in origine, i baroni che amministravano le baronie, i conti che governavano le contee, i marchesi che stavano a capo delle marche ecc., erano davvero iniziati di gradi maggiori o minori, a cui erano affidate responsabilità esteriori allo scopo di far uscire il cattolicesimo dalla parentesi barbarica15. Questo spiega perché all’epoca di Carlo Magno e dei suoi immediati successori, alla morte di un conte o di altro nobile titolato, l’Imperatore nominasse al suo posto un conte di pari dignità e sapienza, che non aveva, però, alcun legame agnato o cognato16 con il suo predecessore. Fu volontà imperiale, tuttavia, che le strutture statali esteriori si stabilizzassero in forma permanente, seguendo il modello delle istituzioni castali. Così, nel breve giro di poche generazioni, prevalse il principio di ereditarietà17. In questo modo avvenne che barone fosse il figlio di un barone e duca il figlio di un duca e così via18. Un tale cambiamento fu portato a termine in poche generazioni: è però evidente che questo regime non garantiva più una effettiva corrispondenza tra la funzione sociale e la realizzazione interiore. Garantiva peraltro una perfetta forma organica allo stato, impostato sulla fiducia e la lealtà, e questo era lo scopo dell’esteriorizzazione della via iniziatica militare d’origine romana.
          Con la fondazione dell’Impero feudale, tale scopo fu ampiamente raggiunto e le vie iniziatiche della casta nobiliare ritornarono a rientrare nel dominio dell’esoterismo sotto la forma della Cavalleria, con cui concluderemo questo capitolo. Il feudalesimo consisteva, come s’è già detto, in un certo numero di vassalli, grandi feudatari, principi e duchi, che prestavano giuramento di fedeltà e omaggio all’Imperatore, ricevendone in cambio il beneficio (lat. beneficium), ossia il possesso di un feudo19, nonché la responsabilità della sua amministrazione e difesa. A loro volta, i vassalli concedevano, alle medesime condizioni, parti minori dei loro feudi ad alcuni valvassori, conti e marchesi. Questi ultimi potevano ulteriormente ritagliare piccoli feudi a dei valvassini, baroni e visconti20. Questi ultimi potevano concedere qualche beneficium a cavalieri, al basso clero e a uomini liberi. Nonostante la leyenda negra inventata in epoca rinascimentale, e poi illuministica, il feudalesimo funzionò a meraviglia, poiché il comportamento della nobiltà e, per emulazione, dell’intera popolazione, era fondato sulla lealtà, la fedeltà e l’onore. I cosiddetti “secoli bui” rappresentano, al contrario, uno dei momenti di massimo splendore della Tradizione in Occidente. Furono, al contrario l’ipocrisia e la brama di potere terreno della Chiesa, assieme all’avidità del popolo grasso, a mettere in crisi l’ordine feudale.
          Sulla Cavalleria sono stati scritti ponderosi tomi per cercare di spiegarne lo spirito e le sue origini storiche. Purtroppo questi scritti hanno prodotto come unico risultato quello di rendere incomprensibili entrambi quegli argomenti poiché, in chiave liberale o marxiana, fanno dipendere la nascita di quell’istituzione da ragioni esclusivamente economiche21. Da ciò risulta che chiunque avesse avuto sufficienti denari per acquistarsi un cavallo e un’armatura avrebbe potuto avere l’ambizione di diventare cavaliere22. Ignorare l’esistenza dell’iniziazione ha condotto costoro a invocare anche alcune innovazioni tecnologiche, quali l’invenzione della staffa o l’assunzione della lancia lunga, per spiegare il sorgere della Cavalleria. Le cose sono molto più semplici: basta rifarsi ai dati tradizionali per impostare correttamente questo tema. Quando l’Impero cristiano fu saldamente organizzato ricopiando la struttura gerarchica e le virtù delle vie iniziatiche guerresche dei patricii ed equites dell’antica Roma, quelle stesse organizzazioni ritornarono ad assumere il consueto riserbo23. La Cavalleria fu semplicemente questo. Il nobile che avesse voluto essere iniziato a quella via, si recava in giovane età presso il castello o la villa di un nobile che fosse anche un celebrato maestro o upaguru.
          Là, dopo aver prestato servizio (sskrt. seva) per un certo numero di anni come paggio (o donzello, signorino), cominciava un duro periodo di addestramento alle armi e all’esercizio delle virtù gentili24. In questa fase il giovane diventava scudiero (portatore di scudo) del suo maestro, detto anche valletto (vassalletto). Quando il maestro, fosse barone o duca, lo riteneva pronto, s’apprestava il rito d’iniziazione alla Cavalleria: “L’iniziato preparavasi a ricevere le armi con digiuni, preghiere e penitenze, vestendo di bianco, bagnandosi spesso e recidendosi i capelli sul davanti, per essere più sciolto nelle pugne e a schivare che, perduto l’elmo, l’avversario non l’acciuffasse. Dopodiché si presentava al principe o al signore che doveva armarlo, e questo si eseguiva con gran cerimonia. Anticamente il re solo poteva conferire la cavalleria, ma in seguito tutti i cavalieri ebbero il diritto di fare altrettanto; e gli eletti restavano legati essiloro di una specie di parentela, sicché mai per verun caso dovean portare le armi contro i signori che li aveano fatti cavalieri, altrimenti sarebbero stati reputati felloni ed infami.”25 L’investitura fu riconosciuta dalla Chiesa come un sacramentale, con veri effetti spirituali.
          Nemmeno è vero che i cavalieri (equites o milites) fossero sempre i cadetti poveri di potenti famiglie, condannati a una vita di stenti e peregrinazioni per colpa della legge salica. Molti signori di castelli e di villæ erano cavalieri e potevano così trasmettere ad altri più giovani, che venivano ospiti come paggi, l’iniziazione che essi stessi avevano ricevuto. Potevano essere cavalieri anche i fratelli cadetti che convivevano nella medesima magione del loro fratello maggiore. Oppure potevano intraprendere l’ascetica vita del cavaliere errante. Questo caso è paragonabile a quello dei monaci che si ritiravano a fare gli eremiti. Il cavaliere errante andava in cerca dell’avventura, ossia l’occasione per mettere alla prova le sue virtù e le sue abilità marziali a difesa dei deboli, delle vedove e degli orfani. Egli aveva diritto a far precedere il suo nome dal titolo di Dom. (dominus), nella forma latina, o nelle lingue volgari da Sire, Sir, Monseigneur. Era difensore della religione, portava la spada a forma di croce, davanti a cui pregava; la spada aveva un nome divino che il cavaliere ripeteva come un mantra, soprattutto quando la usava per la giustizia. Aveva il potere sacerdotale di battezzare e di benedire. Il cavaliere, per i riti della sua sādhanā, chiedeva l’intermediazione di una figura celeste femminile al fine di raggiungere il Signore Iddio con maggiore efficacia. In questo modo si può riconoscere nel metodo iniziatico cavalleresco una indiscutibile tendenza śākta. Ritorneremo a fondo su questo argomento di primaria importanza più avanti, quando ci occuperemo degli Ordini della Cavalleria fondati nel basso medioevo.
          La società Imperiale comprendeva, come s’è già detto, la classe dei plebei, chiamati borghesi perché nei borghi esercitavano la mercatura, le arti e i mestieri. Spesso questi uomini liberi riuscivano ad accumulare notevoli sostanze. Alcuni di loro svolsero delle attività di grande utilità per il consorzio umano della città o del feudo, come la tessitura, l’architettura, la giurisprudenza, distinguendosi tra la popolazione e ottenendo dal consiglio nobile o dal feudatario di potersi fregiare di un blasone privo di corona26. I borghesi erano raggruppati per gilde a secondo dell’arte o mestiere (sskrt. śreṇi) esercitato, all’interno delle quali esistevano le vie iniziatiche corrispondenti a ogni singola forma artigianale. Al giorno d’oggi rimane una pallida traccia di queste corporazioni nella Libera Muratoria e nel Compagnonaggio.
          Alla base della piramide sociale si trovavano i contadini e i servi, generalmente accorpati alla famiglia dei loro padroni, ecclesiastici, nobili o uomini liberi che dir si voglia.

          Gian Giuseppe Filippi

          1. Nel periodo di riferimento i patriarchi latini erano: il papa di Roma, l’arcivescovo di Grado e quello di Aquileia. Tra questi, le chiese greche riconoscevano solamente il patriarcato di Roma.[↩]
          2. Usiamo i verbi al passato in considerazione del fatto che la Chiesa cattolica attuale è un vero cadavere in decomposizione.[↩]
          3. Ciò nonostante, sebbene alcuni vescovi e papi provenissero da famiglie nobili, l’origine sociale dell’alto clero era generalmente espressione degli strati bassi della popolazione, spesso perfino di estrazione servile.[↩]
          4. Come si è anticipato nei capitoli precedenti, diventava monaco chi proveniva già da un livello culturale elevato e sentiva il desiderio per una vita solitaria di rinuncia dai beni mondani. A questo scopo i monasteri e gli eremi erano costruiti in luoghi impervi, lontani dal consorzio umano. Solamente alcuni monaci accedevano anche al sacerdozio e in questo modo garantivano all’interno dei loro monasteri il compimento dei riti esteriori obbligatori. Qualora l’abate eletto dai suoi confratelli fosse stato anche sacerdote, cosa per nulla necessaria, egli assumeva automaticamente una dignità vescovile (detto in lat. Abbas Mitratus per la facoltà di portare la mitria, copricapo a forma di testa di pesce tipico dei vescovi, allusivo del potere piscatorio, potestas piscatoria, dei successori degli apostoli), senza che questa carica gli fosse delegata da una qualsiasi autorità superiore. Non si deve dimenticare che è all’interno dei monasteri che si trasmetteva la vera iniziazione sacerdotale sia d’origine giovannea sia di derivazione druidica. Al contrario, il clero esteriore non iniziato (adīkṣita) poteva trasmettere soltanto i sacramenti esteriori, paragonabili per molti versi ai saṃskāra dell’induismo.[↩]
          5. L’incapacità o il rifiuto di capire il concetto di nobiltà è per tanti versi paragonabile all’assoluta incomprensione dei moderni nei confronti del sistema castale. Cfr. Jean Flori, Cavalieri e cavalleria del Medioevo, Torino, Einaudi Ed., 2008 (I ed. Paris, Hachette, 1998), pp. 65-76. La ragione di una tale chiusura è attribuibile sia al pregiudizio culturale dell’egualitarismo sia alla istintiva tendenza di studiosi e storici recentemente acculturati e provenienti da basse classi sociali. (Dante spiega il significato della parola nobilis con non vilis). Trasferendo alla nobiltà la problematica plebea che suona “Come si diventava nobile?”, come se si trattasse di un mestiere o di una professione, gli storici evoluzionisti continuano a confondere l’essere con il divenire.[↩]
          6. Si comprende bene che quando si afferma che qualcuno è diventato nobile, si ammette che egli in precedenza non lo era stato. Questo tipo di “nobilitatio” cominciò ad apparire a partire dalla seconda metà del XIII secolo. I principi conferivano per lettera un riconoscimento di nobiltà a un plebeo. Il primo caso di nobilitazione per lettera fu nel 1270 quello di Raoul, argentiere di Filippo l’Ardito di Francia (Goffredo di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Pisa, Giornale Araldico, 1876-77, p. 434, a-b). Con plebeo, fin dai tempi più antichi di Roma, si definivano principalmente gli “uomini liberi”, nel medioevo detti anche borghesi o popolo grasso. Con la nobilitazione era riconosciuto al plebeo uno status superiore per aver acquisito certe sue benemerenze. Spesso essi prestavano del denaro e indebitavano i veri nobili; essi ottennero spesso la nobilitazione in cambio dell’estinzione del debito. Perciò, putroppo, spesso furono nobilitati degli strozzini. È certo che questa nuova nobiltà, con il passare dei secoli e grazie a matrimoni con famiglie autenticamente aristocratiche da tempo immemorabile, alla fine venne accettata di fatto. In questo contesto tradizionale, non possiamo tener d’acconto la frequente nobilitazione negli ultimi due secoli di plebei da parte di monarchie liberali o perfino da parte di dittature popolari, spesso caricati di titoli fantasiosi e roboanti. Va, comunque, ricordato che i plebei erano chiaramente distinti dagli appartenenti alle classi servili.[↩]
          7. Giandonato Rogadeo, Del ricevimento de’ Cavalieri e degli altri Fratelli dell’Insigne Ordine Gerosolimitano, presso Vincenzo Orfino, Napoli, 1785, p. 98. Il capostipite della famiglia spesso era identificato con un Dio o un Semidio, dando così origine alla gens (sskrt. gotra). Questo prolungava ancor più l’origine immemorabile del clan a un tempo non umano.[↩]
          8. Il patriziato romano, che in origine svolgeva sia la funzione sacerdotale sia quella regia, dopo il passaggio dell’Impero al cristianesimo, perse le prerogative propriamente sacrali (a eccezione del potere di benedizione). Per questa ragione i patrizi di origine romana, durante il medioevo, di fatto non furono più distinti dalla classe degli equites, classe esclusivamente guerriera.[↩]
          9. “[…] dicono che baro è alterazione di vir, e adducono in argomento il romanico varo, uomo grave, possente. Infatti, e il Menage ne conviene, nella bassa latinità baro era ablativo di vir, ossia equivaleva a viro, e significava uomo prode e valente […]”.Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 97, a.[↩]
          10. Non è un caso che nelle vie tantriche dell’Induismo (vīramārga), l’ārya, o nobile solo per nascita castale, appena iniziato è considerato ancora un pāśu, un essere ancora legato da certi condizionamenti; più avanti diventa vīra (eroe, lat. vir). Per il dīkṣita tantrico è questo, infatti il primo stadio di realizzazione.[↩]
          11. Questo grado, nel caso che fosse raggiunto da patrizi d’origine romana, prendeva il nome di signore (lat. Dominus). Signorie e Principati fecero parte del sistema feudale fin dall’inizio e non come dichiarano gli storici ufficiali, che postdatano infondatamente questi feudi all’epoca rinascimentale.[↩]
          12. In questo si riconosce facilmente la distinzione tra un semplice dīkṣita e un sādhaka. Quest’ultimo infatti è colui che ha proceduto nella via iniziatica. Nelle vie iniziatiche tantriche al princeps corrisponde il grado di divya, “uomo luminoso o divino”. I più stretti collaboratori dell’Imperatore erano i conti palatini, i paladini, in origine in numero di dodici. Costoro erano veramente i pari del sovrano e rispecchiavano il collegio degli apostoli stretti attorno al Cristo-Re o Messia.[↩]
          13. È interessante notare che nella Massoneria inglese del Marchio, il compimento del secondo grado era segnato dal titolo di “uomo del marchio” (in seguito abusivamente innalzato al grado di Mark Master). Di fatto i marchesi erano coloro che portavano il sigillo del sovrano e avevano il diritto di battere moneta in sua vece. Va osservato che l’apprendista massone operativo, non essendo nobile per nascita, non può essere definito vir-barone. È però definito “uomo libero”, vale a dire appartenente al Terzo Stato e non di condizione servile. In questa prospettiva chiaramente tradizionale non possiamo tenere in considerazione i numerosi aristocratici e ricchi mercanti che furono “accettati” in Massoneria a partire dal XVII secolo; nel linguaggio massonico “accettato” è colui che è riconosciuto massone honoris causa. Questa “moda” comportò l’entrata in massa di individui non appartenenti alla gilda muratoria, cosa che provocò, alla fine, la perdita dell’operatività e del metodo che a essa s’appoggiava e la conseguente degenerazione dell’Istituzione.[↩]
          14. Nel caso dei Re, non c’è dubbio che essi nell’alto Medioevo non fossero molto diversi dai principi e duchi. Erano perciò vassalli dell’Impero. Sarà dopo il XI secolo che i Re cominciarono a identificarsi con una singola nazione e quindi ad assumere un atteggiamento concorrenziale nei confronti dell’Impero, sostenendo che “il Re è Imperatore nel suo regno”. Anche in questo caso grave responsabilità va riconosciuta alla politica eversiva del Papato. Infatti i papi, perseguendo la loro politica di usurpazione del Potere temporale, costantemente istigarono i Re a non riconoscersi subordinati all’Impero.[↩]
          15. La vera estensione del grado di Maestro, nella Massoneria sopra menzionata, è quello di navigatore dell’Arca (Ark Mariner), che allude al superamento del diluvio delle invasioni barbariche.[↩]
          16. Familiarità di sangue o acquisita per alleanza matrimoniale.[↩]
          17. L’ereditarietà seguiva la legge salica promulgata da Clodoveo. Secondo questa legge, la carica ereditata spettava esclusivamente al primogenito maschio, a meno che il padre non prevedesse che a disporre del titolo fosse un altro erede diretto maschio. In tal caso il padre chiamava il figlio non primogenito a condividere il suo incarico mentre era ancora in vita. Quest’ultimo principio è stato seguito spesso anche in India, non solo per l’ereditarietà familiare nella casta kṣatriya, ma anche per garantire continuità a una paramparā iniziatica di un kula o d’un pīṭha.[↩]
          18. Solamente quella dell’Imperatore non divenne mai una carica dinastica, poiché egli doveva essere acclamato dall’esercito, dal Senato e dal popolo romano o dai suoi Principi Elettori. Questo contribuì a mantenere alto il carisma imperiale, anche se, nella pratica, si rivelò una debolezza dell’istituzione.[↩]
          19. Si trattava di possesso e non di proprietà. Vale a dire che il feudo era concesso in amministrazione e usufrutto, la cui proprietà spettava a Dio soltanto, grazie alla mediazione imperiale. L’assegnazione di un beneficio o infeudazione era ritualmente rappresentata dalla concessione di un vessillo araldico da parte del principe, le cui figure e colori poi diventavano il simbolo portato sullo scudo della famiglia.[↩]
          20. Non era raro che anche Vescovi, Arcivescovi e Abati Mitrati potessero essere infeudati di baronie, marche o principati. In tal caso il feudo coincideva con la stessa Diocesi ecclesiastica. Tuttavia questi feudatari dell’alto clero dovevano anche essere nati da famiglie aristocratiche.[↩]
          21. Per es.: Jean Flori, Cavalieri e cavalleria del Medioevo, cit.; Franco Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Milano, Sansoni, 2004.[↩]
          22. Gli autori citati hanno anche in comune la tendenza a separare nettamente la Cavalleria dalla nobiltà, riducendo i cavalieri a soldatacci di nascita popolare, abili nelle armi e spesso dediti al brigantaggio. A causa delle loro strabilianti imprese, alla fine del medioevo i cavalieri sarebbero stati dapprima riconosciuti quasi come fossero nobili. In seguito, a ridosso del Rinascimento, la nobiltà si sarebbe riversata nella Cavalleria, che da allora si sarebbe trasformata in un ambiente raffinato ed estremamente chiuso. A riprova di questa interpretazione essi citano qualche caso di avventurieri di condizione borghese o persino servile che sarebbero stati armati cavalieri fingendosi discendenti di magnanimi lombi. Questa argomentazione dimostra esattamente il contrario: per quale motivo quei millantatori si sarebbero fatti passare per nobili se la Cavalleria, come essi sostengono, era aperta a tutte le classi sociali?[↩]
          23. Dopo Carlo Magno non è chiaro quale dei suoi successori, oltre a essere Imperatore, fosse anche Imperator delle vie iniziatiche nobiliari. Ci sono vari indizi per supporre che quello fosse il caso di Federico II Hohenstaufen. Invece sappiamo, grazie all’autorità di Dante, che l’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo fu anche l’Imperator iniziatico.[↩]
          24. Nel linguaggio cavalleresco con “gentile” si allude sempre a qualcosa di iniziatico. Ci ritorneremo quando tratteremo del basso medioevo, dei trovadori e dei Fedeli d’Amore. Il termine non assume mai il tono di dispregio come nell’uso giudaico della parola goyim, che designa chi non fa parte del “popolo eletto”; e nemmeno corrisponde al britannico “gentleman”, che indica l’appartenente al ceto medio che ha frequentazioni clientelari con l’aristocrazia.[↩]
          25. Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 166, a.[↩]
          26. La corona era privilegio esclusivo della nobiltà. Gli inglesi, che ampliarono in forma eccessiva il divario tra il Re e il semplice nobile, attribuiscono la corona solo al sovrano, mentre ai nobili è riservata la “coronet”.[↩]

          32. Il Sacro Romano Impero

            Il Sacro Romano Impero

            Con l’incoronazione di Carlo Magno, non soltanto l’Impero Romano riaffiorava alla superficie delle acque diluviali delle invasioni barbariche, ma anche il titolo di Imperator che designava il capo dell’organizzazione iniziatica militare romana. Come si è letto nei capitoli che precedono, Augusto aveva fondato l’Impero, sovrapponendo alle istituzioni della Repubblica la struttura iniziatica degli equites romani, senza con questo abrogarle. Il capo delle gerarchie iniziatiche cavalleresche assumeva così direttamente ad interim il potere supremo dello Stato che le istituzioni politiche esteriori non erano state più in grado di esercitare1.​
            La carica di Imperator si era poi tramandata in forma invisibile presso le organizzazioni iniziatiche militari dei patrizi di stirpe romana o gallo-romana e presso il Senato della città di Roma. Nella notte di Natale dell’anno 800, una seconda volta un Imperator si manifestava all’esteriore per assumere il controllo della cristianità barbarica, sovrapponendo il Sacro Romano Impero2 al Regno dei Franchi, al Regno dei Longobardi, ai principati Sassoni, Avari, della Galizia, delle Asturie, della Scozia e ad altri domini, unificando le diverse istituzioni temporali in una monarchia universale.
            Nell’antica tradizione romana, con Regnum s’intendeva l’organizzazione sacra della Repubblica3. Il Regnum, anche se comprendeva uno spazio territoriale limitato, era considerato unico e universale, estendendo i benefici spirituali dell’ordine cosmico che garantiva, fino ai più remoti angoli della Terra. Il Regnum era l’erede diretto del regno di Saturno, il Re dell’Età dell’Oro (Satya yuga). Con l’instaurazione del governo consolare, il titolo di Rex fu ridotto alla sua semplice funzione rituale (Rex sacrorum), annullando ogni altro potere sacro e temporale. In questo modo s’iniziò a distinguere nelle funzioni tradizionali del Patricius Romanus il potere sacro da quello “profano”, tendenza che, con l’andar dei secoli, ridurrà sempre di più le caratteristiche carismatiche e spirituali del patriziato, in favore di quelle temporali.
            L’espansione territoriale di Roma, assieme al depotenziamento della carica del Rex sacrorum, rese evidente l’esistenza di una molteplicità di regni che vennero a federarsi al dominio romano. Fu quasi come se il Regnum primordiale si fosse frantumato in una moltitudine di monarchie che, prive di una funzione universale, si limitavano vicendevolmente. Con l’Impero, Augusto restaurò l’universalità del Regnum. Ciò accadde esattamente anche quando fu fondato il Sacro Romano Impero. Perciò l’Impero, in Occidente, ebbe sempre il senso di una restaurazione del Regno primordiale dopo la sua frantumazione causata dalle tribolazioni dell’Età del Ferro (Kaliyuga)4.
            Il rito d’incoronazione di Carlo Magno si concluse con l’atto di sottomissione del papa. In questo modo il papa assumeva la funzione di consacrazione religiosa dell’Imperatore, privilegio del suo status sacerdotale, e, allo stesso tempo, si dichiarava personalmente suddito dell’Impero. A sua volta, l’Imperatore assumeva l’incarico di protettore, garante della fede e giudice supremo della Chiesa, mentre affermava la sua fede nel papa in quanto ritualista. Come Protector Fidei, Carlo svolgeva la sua funzione di guerriero difendendo la Cristianità dai barbari ariani, dai seguaci dello sciamanesimo germanico o avaro o dall’aggressione islamica. Come garante della fede, egli interveniva per difendere la dottrina cristiana dalle distorsioni ed eresie: fu lui a prendere la posizione corretta nei confronti dell’iconoclastia, anche contro il parere confuso di Leone III. Fu lui che intervenne per sostenere la dottrina del Filioque nel Credo niceno5, superando l’incapacità del papa a prendere una posizione teologica. Egli, come Costantino prima di lui e i suoi contemporanei Basileis di Bisanzio, convocò e presiedette i Concili vescovili. Fu lui che, come giudice supremo, giudicava, puniva o assolveva papi, vescovi, preti e laici accusati di colpe, reati ed eresie, proseguendo la missione di correzione del clero e di ricristianizzazione dell’Europa intrapresa da S. Bonifacio. Egli si attenne con scrupolo e lealtà a questa sua funzione universale.​
            Il papa, a sua volta, garantiva ritualmente la sacralità della cristianità e dell’Impero. Tuttavia il vescovo di Roma approfittò della rinascita dell’Impero Romano d’Occidente per rompere quel vincolo di dipendenza che fino allora aveva mantenuto nei confronti del Basileus bizantino6. Ma ancor più sfruttò la situazione per prendere le distanze dai vescovi greci dell’Impero d’Oriente che, fino a quel momento era stato costretto a considerare suoi pari e, spesso, superiori a lui in sapienza. Infatti, nell’Europa latina il papa, avvalendosi del fatto che la sua sede era stata la capitale carismatica dell’Impero Romano, aveva già posto in uno stato di soggezione vescovi e arcivescovi d’Italia, Gallia, Germania, Britannia e Spagna. In questo modo il suo “primato petrino” era definitivamente sancito. Tuttavia, già prima della Restauratio Imperii, la corte papale aveva fatto circolare la Donazione di Costantino, quel documento falsificato che sanciva la nascita di uno Stato pontificio, che affermava la superiorità del papa di Roma su tutte le gerarchie ecclesiastiche cristiane e perfino sull’Imperatore. La dichiarazione di sudditanza del papa a Carlo Magno non poté, dunque, essere considerata sincera7. Infatti, nei primi anni del IX secolo la corte papale cominciò a far circolare subdolamente altri falsi documenti, datati in forma fraudolenta ai secoli precedenti, conosciuti come Decretales8. In essi s’insinuava che l’autorità imperiale dipendeva esclusivamente dalla consacrazione papale, perciò il papa doveva essere considerato superiore all’Imperatore. Come il papa consacrandolo “faceva” di un Re un Imperatore, così, di converso, lo poteva deporre sconsacrandolo con la scomunica. Tuttavia, finché Carlo fu in vita, queste pretese rimasero prudentemente occultate. Vennero lentamente a galla con i suoi successori, che certamente non dimostrarono la stessa determinazione e potenza interiore di Carlo Magno.​
            Infine, Carlo cominciò a plasmare la costituzione sociale del suo Impero modellandola sulla struttura dell’organizzazione iniziatica di cui era Gran Maestro (lat. Imperator, sskr. mahāsvāmī). Con lui e con i suoi successori, l’Impero assunse una nuova forma amministrativa che più tardi fu definita Feudalesimo.

            Gian Giuseppe Filippi

            1. La totale ignoranza di che cosa sia l’iniziazione impedisce agli storici moderni e contemporanei di comprendere la vera natura di questo processo. Giudicando la fondazione dell’Impero augusteo e di quello carolingio in base a concezioni e pregiudizi profani, essi considerano questi passaggi storici come “colpi di Stato” o “instaurazioni di dittature” riducendo alla portata della loro meschina mentalità ed erudizione eventi di portata universale. Per loro, infatti, rimane incomprensibile la continuità funzionale delle magistrature precedenti, nonostante l’avvento di quello che considerano una violazione della moderna idea sullo “stato di diritto”.[↩]
            2. Per ragioni del tutto incomprensibili, gli storici “medievisti”, come in italiano amano farsi chiamare, attribuiscono questa definizione ufficiale dell’Impero cristiano solo alla dinastia imperiale di Sassonia (962-1024). Altri, francesi e italiani, soprattutto in chiave nazionalistica anti tedesca, preferiscono definirlo “Impero Germanico” o “Sacro Romano Impero della Nazione Germanica”, al fine di ridurne la portata universalistica. Di fatto questa ultima definizione si riscontra per la prima volta durante il regno di Massimiliano I (1459-1519), ma non fu mai la dicitura ufficiale dell’Impero (Joachim Whaley, Germany and the Holy Roman Empire, vol. 1, Oxford, University of Oxford Publs., 2002, p. 17). La sua abrogazione nel 1806, richiesta da un Napoleone appena uscito dalla Rivoluzione Francese, fu ufficialmente la fine del Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno (James Bryce, Il Sacro Romano Impero, Paolo Mazzeranghi (a cura di), Crotone, D’Ettoris Ed., 2017 (I ed.: The Holy Roman Empire, London, Macmillan Ed., 1864), p. 204). In realtà la denominazione “Impero della Nazione Germanica” deve essersi riferita non allo Stato, ma all’organizzazione iniziatica militare che gli ha dato la sua forma all’esteriore. Infatti si trattava di una confraternita di militari (milites) che l’iniziazione faceva “rinascere fratelli” (lat. natione germani).[↩]
            3. Res publica in latino non ha mai avuto il senso moderno di “repubblica” come regime elettivo egualitario, triste risultato delle rivoluzioni borghesi. Res publica, la cosa pubblica, indicava la concezione sacra dello Stato inteso come il dominio dell’essoterismo, indipendentemente dalla sua forma di governo monarchico, aristocratico o democratico. Al contrario con Res abscondita (la cosa segreta) si intendeva l’esoterismo, dominio delle iniziazioni misteriche.[↩]
            4. Naturalmente, quanto stiamo esponendo riguarda l’Impero nella sua accezione tradizionale (com’è in India il Regno universale del Cakravartin) e non le sue caricature moderne, come gli imperi napoleonici né, tantomeno, le pure e semplici spudorate usurpazioni di questo titolo da parte dei re d’Inghilterra (“Impero” delle Indie), di Prussia (“Impero” di Germania) o d’Italia (“Impero” d’Abissinia). Infine non perderemo tempo a distinguere l’Imperium tradizionale dal suo rovesciamento liberale, fascista o comunista, vale a dire l’imperialismo coloniale francese, britannico, nipponico, sovietico, statunitense e cinese, che consiste nell’espansione territoriale violenta al fine di sfruttare economicamente nazioni più piccole o più deboli.[↩]
            5. Ritorneremo più avanti sulle differenze dottrinali tra Chiesa cattolica latina e Chiesa ortodossa greca.[↩]
            6. Fino a Leone III tutti gli eletti e acclamati papi dovevano attendere la conferma del Basileus per essere consacrati. Da Carlo Magno in poi il diritto di veto (Jus Exclusivæ) all’elezione papale passò come privilegio al Sacro Romano Imperatore, privilegio che passò poi al suo ultimo erede storico, l’Imperatore d’Austria. Questo privilegio scomparve con lo smembramento dell’Impero Austro-ungarico a conclusione della prima guerra mondiale. Cfr. Ambrogio Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, Bologna, Ed. Piemme, 2003.[↩]
            7. Questo comportamento disdicevole può essere spiegato con le generalmente basse origini sociali dei papi del periodo, innalzati spesso indegnamente a un posto di grande prestigio e di potere. Inoltre dopo S. Gregorio Magno (590-604) fino all’elezione di Leone III (795-816) si conta con un solo monaco eletto papa: S. Zaccaria (741-752). Molto poco, considerando che in quel periodo si succedettero ben 32 papi (Claudio Rendina, I Papi, storia e segreti, Roma, Newton Compton ed., 1984, pp. 219-222). Non si devono dimenticare le generali condizioni di corruzione e ignoranza miste a sete di potere e di ricchezza dei preti secolari di quel periodo. Inoltre, solamente in ambiente monastico si era mantenuta la trasmissione dell’iniziazione sacerdotale; in tutto l’alto medioevo negli antichi territori dell’Impero d’Occidente i monaci e il clero esteriore intrattennero dei rapporti tesi, essendo i preti secolari e le loro le massime gerarchie incapaci ormai di capire in cosa consistesse l’esoterismo. Questo spiega anche le future pessime relazioni tra Imperatori e Papi. I primi, infatti, erano espressioni di organizzazioni iniziatiche, mentre i secondi, se non erano monaci, generalmente non sapevano neppure cosa fosse l’iniziazione.[↩]
            8. H.C. Lea, Le origini del Potere Temporale dei Papi, Livorno, Bastogi Ed., 1976 (I ed. Mendrisio 1915), pp. 60-83.[↩]

            31. I Franchi e Carlo Magno

              I Franchi e Carlo Magno

              I Franchi1 si distinguevano per abilità guerriera e strategica, e non solamente per il coraggio e la spietatezza tipica degli altri popoli barbari di stirpe germanica. Tacito li nomina per la prima volta e li colloca in quella regione che oggi corrisponde al Belgio, Olanda e Renania. Per tutto il periodo compreso tra il II e il IV secolo d.C. i Franchi, ripetutamente, premettero sulla frontiera gallo-romana, riportando spesso successi militari avendo appreso rapidamente dai loro nemici Romani le raffinate arti della guerra. Nel 358 l’Imperatore Giuliano li sconfisse, ma li persuase a diventare fœderati dell’Impero. Essi formarono così uno stato-cuscinetto con il compito di difendere la frontiera romana del fiume Reno. In questo modo i Franchi ebbero modo di ingentilire i loro costumi romanizzandosi parzialmente. Nel 451 il loro Re Meroveo accorse in aiuto dell’ultimo grande generale romano, Flavio Ezio, aiutandolo a sconfiggere gli Unni.
              Con la caduta dell’Impero Romano, Clodoveo, il terzo Re della dinastia Merovingia, espanse il suo regno alla regione di Lutetia Parisiorum (Parigi) nel 486, per poi cacciare dalla Gallia2 i Visigoti, che si ritirarono in Spagna. Clodoveo si convertì con i suoi sudditi al cristianesimo romano, perciò i Franchi furono gli unici barbari germani a non aderire all’eresia ariana.​
              In quel periodo, mentre Roma e la penisola italiana erano governate da Eruli e Ostrogoti, entrambi ariani, il papa riconosceva nei Franchi l’unico popolo germanico che aveva aderito al cattolicesimo. Inoltre i Franchi furono i più sensibili verso la cultura latina, sensibilità che produsse il loro rapido incivilimento allorché Clodoveo conquistò la Provincia romana delle Gallie, l’attuale Provenza. Questo fu l’inizio di una amicizia tra il Re e il papa che ebbe conseguenze importanti per la storia dell’Europa occidentale. I sovrani merovingi, convertiti al cattolicesimo, assunsero un comportamento sempre meno guerriero e maggiormente sacerdotale: si facevano ungere Re dai vescovi con un rituale tratto da quello biblico di consacrazione dei Re d’Israele3. Quasi a ricoprire la funzione del Messia veterotestamentario, presero a benedire il popolo e a guarire miracolosamente malati e indemoniati4. Cedettero le funzioni guerriere, giuridiche e amministrative a una carica delegata a governare in loro vece: il Maggiordomo, vale a dire il più importante (major) personaggio della reggia (domus).
              La Corte reale diventò un luogo d’incontro tra i monaci culdei provenienti dall’Irlanda e i patrizi romani della Provenza, che svolgevano funzioni sacerdotali e sapienziali, e i Franchi, che rappresentavano la casta guerriera5.
              Già nel VI secolo la corte merovingia era diventata il luogo di confluenza di diverse correnti iniziatiche con la formazione di un ambiente che si richiamava a quello del “Circolo Augusteo” o “Circolo di Mecenate”. I sapienti della Corte merovingia assumevano i nomi dei poeti e letterati pitagorici che avevano collaborato alla fondazione dell’Impero Romano in favore di Augusto. Come si vedrà in seguito, questa cerchia di iniziati di provenienze diverse proseguì nella sua opera al fine di far risorgere l’Impero. Purtroppo di costoro ci è stato tramandato soltanto qualche nome poiché, di quel periodo ancora travagliato dalle invasioni barbariche, pochi documenti si sono salvati. Rimane solo l’opera di Virgilio Marone Grammatico, di difficile interpretazione essendo volutamente scritta in sermo obscurus (lingua enigmatica)6. Pur essendo scarse le notizie di questo sodalizio iniziatico, lo menzioniamo come precursore della Scuola Palatina di Carlo Magno e della cerchia di Arrigo VII, a cui partecipò Dante Alighieri7.
              Con il tempo e l’assunzione massiccia di caratteri sacerdotali, i Re merovingi abbandonarono completamente le funzioni di governo, dedicandosi esclusivamente alla meditazione e ai rituali8.​
              Dopo centocinquanta anni, il Maggiordomo Pipino il Breve assunse direttamente le redini della monarchia franca. Gli ultimi merovingi furono obbligati a diventare monaci e rinchiusi in monasteri9. Nel 751 Pipino fu acclamato Patrizio romano dal Senato di Roma e unto Re dei Franchi dal papa Stefano II. Cominciò così la dinastia dei Carolingi. Pipino il Breve morì nel 768 lasciando il regno ai due figli Carlo e Carlomanno. Quest’ultimo morì ventenne, lasciando così la corona del grande regno a Carlo che ingrandì ulteriormente i confini del suo dominio. A richiesta del papa, Carlo discese in Italia per combattere i Longobardi. Nel 774, a seguito della vittoria militare, Carlo diventò anche Re dei Longobardi, annettendo gran parte dell’Italia. Fu incoronato con la corona ferrea quale Re d’Italia, riunendo così una consacrazione cattolica, rappresentata dal chiodo della croce di Cristo che vi è inserita, alla continuità della tradizione imperiale costantiniana10.​
              In quell’anno fu proclamato Patrizio Romano. Al culmine del suo potere, Carlo Magno (il Grande) visitò le ville e le città latine più importanti, armando cavalieri i patrizi di origine romana, circondandosi così di un seguito di fedeli sostenitori. Allo stesso tempo organizzava la sua Corte e la struttura del suo reame.
              La Corte divenne un laboratorio per la Renovatio Imperii. Vi aveva una grande influenza il gruppo di monaci della Chiesa culdea sia di diretta origine celtica sia di più recente origine anglosassone.​
              Tra questi spiccava Alcuino di York, successore del Venerabile Beda e maestro di Carlo Magno. Egli era affiancato da Eginardo, che poi gli successe come maestro della Schola Palatina, e da Paolo Diacono, un longobardo romanizzato. Fu ripristinato e sistematizzato l’antico insegnamento romano-pitagorico del Trivio e del Quadrivio.​
              Il Trivio era formato da Grammatica, Retorica e Dialettica, le arti della mente e della parola; il Quadrivio era composto da Aritmetica, Geometria, Astronomia e Musica, le arti applicate agli oggetti esterni per mezzo dell’azione corporea. Ognuna di queste arti era passibile di un significato simbolico e di una sperimentazione metodica e iniziatica11. Al di sopra di questi insegnamenti venivano impartite le dottrine della teologia catafatica e di quella apofatica, destinate esclusivamente ai monaci e al Sovrano. La struttura dello Stato, come si vedrà nel prossimo capitolo, sarà organizzata in armonia con queste arti e dottrine. Messo sotto accusa per comportamenti indegni dell’alta carica pontificia, papa Leone III, in grave difficoltà, si rivolse a Carlo Magno per chiedere la sua protezione12. Carlo assunse la sua funzione di giudice supremo della cattolicità, e assolse il papa dalle calunnie. Nella notte di Natale dell’anno 800, il papa incoronava a Roma Carlo Magno Imperatore del Sacro Romano Impero. Con questa consacrazione l’Impero Romano risorgeva dalle sue ceneri13.

              Petrus Simonet de Maisonneuve

              1. Il nome di questa popolazione era in origine Frakaz, che significava libero e coraggioso.[↩]
              2. Dal loro nome derivò, a partire dall’anno 888, l’attuale denominazione geografica della Francia. Tuttavia bisogna tenere a mente che i Francesi di oggi sono etnicamente discendenti soprattutto dai Galli celtici. Solamente la Provenza (lat. Provincia) può essere considerata gallo-romana, essendo stata maggiormente colonizzata da genti latine. Di origine franca rimangono attualmente solo alcune famiglie aristocratiche. Infatti i Franchi rappresentarono in Gallia unicamente la classe dominante guerriera.[↩]
              3. Anche il Basileus (Re, Imperatore) bizantino, in qualche modo, approvò questo riconoscimento, probabilmente in chiave anti-ostrogota e poi anti-longobarda, conferendo ai Re merovingi una delega da parte dell’Impero d’Oriente.[↩]
              4. Marc Bloch mise in dubbio l’attribuzione sia dell’unzione sia dei poteri taumaturgici ai Merovingi (dinastia considerata ancora “troppo germanica” e “poco francese”), perfino in contrasto con le fonti che cita. Anche se israelita, egli non dimenticava di essere francese, applicando il consueto nazionalismo gallico anche a periodi storici in cui questo concetto non esisteva ancora. Per questa ragione il suo libro, benché ricco di riferimenti e notizie importanti, fa della Francia l’ombelico del mondo e degli altri Regni della cristianità una sorta di “periferia culturale”. Marc Bloch, I re taumaturghi, Milano, Einaudi, 2013, pp. 48-49 (I ed. Parigi, Librairie Istra, 1924).[↩]
              5. Herbert Augustus Strong, “Über direkte Handelsverbindungen Westgalliens mit Irland im Altertum und frühen Mittalalter”, Classical Review XXV, 1911, pp. 70-71.[↩]
              6. Per molti versi le sue Epitomæ evocano una somiglianza con le spiegazioni etimologiche del Nirukta indiano. Sono davvero esilaranti i tentativi d’interpretazione degli scritti di Virgilio da parte dei filologi contemporanei che hanno voluto affrontare l’argomento senza avere nessuna idea di ciò che è esoterico. Virgilio Marone grammatico, Epitomi ed Epistole, G. Polara (a cura di), Napoli, Liguori ed., 1979, pp. XXI-XXIV.[↩]
              7. In entrambi questi circoli imperiali, che rappresentavano in epoche diverse l’élite intellettuale esoterica della cattolicità, i partecipanti assunsero pseudonimi tratti dalle Bucoliche e dalle Georgiche di Publio Virgilio Marone: Titiro, Melibeo, Coridone, Asinio ecc. Si trattava di poeti aristocratici, che svolsero ripetutamente una importante funzione per la “Renovatio Imperii”.[↩]
              8. Per questa ragione furono poi chiamati “Re fannulloni”, Rois fainéants.[↩]
              9. Nella seconda metà del XX secolo Pierre Plantard si proclamò ultimo discendente di sangue dei Merovingi che, a suo dire, a loro volta discendevano nientemeno che da Gesù Cristo. In questo modo dichiarò di essere il pretendente al trono di Francia e d’Israele. La continuazione occulta dei Merovingi sarebbe stata protetta da una organizzazione “iniziatica” denominata “Priorato di Sion”. Questa mistificazione fu creduta e propagata da un numero ingente di occultisti, neospiritualisti e new-ager, come Gérard de Sède, Michael Baigent, Richard Leigh, e Henry Lincoln e altri ancora. Nel 1993 Plantard, sottoposto a una indagine giudiziaria, confessò di avere inventato tutto. Tuttavia il suo inganno pubblico continuò a sopravvivere anche grazie alla divulgazione mondiale dei mediocrissimi romanzi di Dan Brown. Certamente questa mistificazione non è stata solamente uno scherzo innocente, ma riflette gli interessi di una inquietante rete di complicità che coinvolgono diversi servizi segreti di paesi interessati a rendere accettabile un’idea di un Grande Monarca mondiale “franco-sionista”.[↩]
              10. Più tardi, parallelamente al triregnum dei papi, corona corrispondente al simbolismo ermetico, anche gli Imperatori dovevano essere dotati di tre corone: quella di Re d’Italia, quella di Re di Germania e quella di Re di Arles (la Gallia).[↩]
              11. Il Trivio e il Quadrivio, che rimarranno durante tutto il Medioevo cristiano a fondamento sia della conoscenza mondana (laukika) sia di quella sacra (vaidika), sono strettamente paragonabili alle discipline vediche chiamate Vedāṅga.[↩]
              12. Il pontefice, in quell’occasione, donò al Re dei Franchi le chiavi del sepolcro di S. Pietro, riconoscendolo così come Defensor Fidei. Carlo Magno intrattenne anche rapporti amichevoli con il Califfo Abbaside Hārūn ar-Rashīd, che in segno di simpatia gli consegnò le chiavi del Santo Sepolcro. In questo modo Carlo assumeva sempre di più i connotati di un Sovrano Universale (Cakravartin). Un altro segno di Sovranità universale fu lo spontaneo vassallaggio all’Impero della Scozia e delle Asturie. In questo modo l’Impero di Carlo si estese su quasi tutta la cristianità occidentale.[↩]
              13. Rimaneva ancora una prova da superare: il riconoscimento da parte del Basileus bizantino, l’altro Augusto Imperatore Romano d’Oriente. All’inizio la corte bizantina si dimostrò ostile a riconoscere il rinato Impero d’Occidente. Tuttavia, devastata da lotte intestine a causa dell’usurpazione del trono Imperiale da parte della Basilissa Irene e dalle polemiche iconoclastiche, sfiancata dalle guerre esterne provocate dall’espansione islamica, dopo diverse proteste e perfino scontri armati con l’Impero dei Franchi, alla fine Costantinopoli cedette e l’Imperatore Michele nell’anno 812 riconobbe Carlo Magno come Imperatore Romano d’Occidente.[↩]

              30. La seconda conversione dell’Europa al Cristianesimo

                La seconda conversione dell’Europa al Cristianesimo

                Maewyin Succat, più tardi noto come S. Patrizio, nacque intorno al 385 in Britannia. Suo padre Calpurnio era un patrizio romano e sua madre Conchessa una britanna di famiglia sacerdotale druidica. A sedici anni fu rapito da pirati scoti1, e portato in Irlanda. Nel periodo di prigionia egli rimase affascinato dalla verde isola e dai suoi fieri abitanti. L’Irlanda era divisa in cinque regni disposti come quel numero su un dado da gioco. La religione druidica vi era fiorente, rappresentata dalle caste sacerdotali dei druidi, bardi e fili che, oltre alle funzioni rituali e sapienziali, si dedicavano con passione alle arti, soprattutto a quelle della musica, della poesia e del canto. I cavalieri, tra i quali erano scelti i cinque Re d’Irlanda, erano una casta bellicosa, impetuosa, cultrice di ogni arte marziale, perennemente in guerra e, in tempo di pace, dedita alla pirateria2.
                Dopo pochi anni Patrizio riuscì a fuggire e a raggiungere la Gallia (oggi Francia), dove studiò per diventare prete cristiano nella città di Auxerre dei Burgundi. Una volta prete, si fece monaco nell’eremo di Lérins3 in un’isola della Provenza. Il suo amore per l’Irlanda, tuttavia, lo spinse a ritornare in quell’isola a predicare il cristianesimo. Egli espose la sua dottrina ai Re del luogo, al cospetto dei druidi. I druidi riconobbero che il cristianesimo predicato da S. Patrizio non era incompatibile con la tradizione ancestrale degli scoti. Così i Re decisero di convertirsi assieme a tutti i loro sudditi4. I druidi, i sacerdoti celtici, divennero monaci, assumendo tutta la forma esteriore dell’essoterismo cristiano; però essi mantennero al loro interno l’antica iniziazione druidica. Ebbe così inizio quella che più tardi fu denominata chiesa Culdea.
                I culdei5, come i loro predecessori druidi, vivevano da eremiti in plaghe lontane dai centri abitati, coltivando la conoscenza e svariati tipi di scienze e arti. Ognuno seguiva le istruzioni del suo maestro, senza che ci fosse una regola comune6. Pochi tra loro, poi, assunsero il sacerdozio, considerato  un’attività troppo mondana e secolare. Le conoscenze metafisiche e cosmologiche dei druidi celtici furono così conservate e tramandate sotto forma cristiana. Con la conquista irlandese dell’attuale Scozia, la Chiesa culdea cominciò a diffondersi in tutte le isole britanniche. Quando quelle isole subirono la disastrosa invasione dei barbari angli e sassoni, i culdei svolsero la medesima funzione di “arca” per la sopravvivenza della tradizione iniziatica druidico-cristiana, esattamente come in Italia, Spagna e Gallia stavano facendo i monasteri latini7.
                Come è stato descritto nel capitolo precedente, la situazione del clero nella chiesa cristiana dipendente dal papa era decaduta al massimo della degenerazione. I preti spesso non conoscevano neppure il rito del battesimo e le formule sacramentali richieste. Il clero non aveva alcuna preparazione dottrinale e la sua condotta era del tutto riprovevole. Poiché si era stabilito il sistema delle decime8, i fannulloni si facevano preti per poter vivere senza lavorare. A quell’epoca non era stato ancora stabilito il celibato dei preti, per cui approfittavano della situazione per vivere con numerose concubine. I preti che volevano fare carriera ecclesiastica, invece, si dedicavano a stringere amicizie con vescovi, con capi barbari, con signori delle villæ, diventando complici dei numerosi soprusi e crimini di quel periodo di disordine dopo la caduta dell’Impero. I monaci latini si difendevano da tanta corruzione tagliando il più possibile i rapporti con il clero esteriore.
                Fu così che i monaci culdei intrapresero un’opera di ricristianizzazione dell’Europa continentale. Nel corso dell’intero VI secolo molti monaci scoti si trasferirono nel continente, dando così un esempio di vita spirituale ormai dimenticata. Come i druidi in Irlanda erano stati strettamente collegati alle famiglie dei cavalieri, così questi eremiti scoti, trasferitisi in Europa, strinsero legami con le famiglie patrizie di origine romana e con i monasteri benedettini, svolgendo in entrambi i casi una funzione d’insegnamento. Essi apportarono anche tecniche e abilità artistiche che contribuirono a ingentilire gli ambienti in cui s’installavano9.
                Nel secolo successivo, un’azione di correzione dottrinale del cattolicesimo fu intrapresa anche da monaci britanni discepoli di maestri scoti e, nell’ottavo secolo, anche da eremiti angli, ormai civilizzati10. Tra questi menzioniamo il celebre Beda, il Venerable (673-735), santo erudito, che conosceva il greco e l’ebraico, oltre al latino. I suoi scritti furono dedicati alla spiegazione del simbolismo iniziatico dei testi classici, della Bibbia e della patristica. Scrisse anche di storia, di scienze, ma la cosa più notevole è che nei suoi scritti teologici si riprendono le dottrine apofatiche di Dionigi Areopagita e quelle neoplatoniche di Severino Boezio. In questa linea di trasmissione (paramparā) si deve inserire Scoto Eriugena (810-877), i cui scritti metafisici saranno poi seguiti dalla scuola dei maestri franco-scoti dell’abbazia parigina di S. Vittore e, infine, da Dante e da Meister Eckhart.
                La riconversione dell’Europa occidentale raggiunse il pieno successo con S. Bonifacio (680-754): discepolo dello scoto Willibrordus, l’anglo Bonifacio (Wynfrith) partì con alcuni monaci culdei alla volta della Germania per convertire i popoli barbari che colà si erano stabiliti. Il Re dei Franchi Carlo Martello lo incaricò di evangelizzare l’Assia e la Turingia che da poco erano entrate a far parte del suo regno. S. Bonifacio si rese conto che i monaci culdei erano scollegati tra loro e che per questo la loro azione, anche se meritevole, procedeva lentamente. Si recò allora a Roma e chiese al papa di nominarlo vescovo; entrò quindi nell’ordine monastico benedettino. Con questa nuova carica, e con alle spalle l’organizzazione benedettina, egli ritornò in Germania. Lì organizzò i culdei nell’ordine di S. Benedetto, facendo riconoscere la sua autorità episcopale. Ben presto nominò diversi altri vescovi e diresse con polso fermo costoro e i monaci celti a lui subordinati.
                La situazione della religione ancestrale dei popoli germanici era gravemente decaduta, anche per la scomparsa del loro sacerdozio11. Bonifacio sfidò gli Dei germani, dimostrando con prodigi e miracoli l’inefficacia della loro religione. La sua azione si svolse a tutti i livelli. Alla sua autorevolezza si piegarono Re e principi, restaurò gran parte delle leggi del defunto Impero Romano adattandole alla nuova situazione. Spazzò via il vecchio clero corrotto e inviò suoi emissari in tutta la Germania, in Gallia (Francia), Italia e Spagna. I papi, che si succedettero a Roma, ascoltarono con reverenza i suoi insegnamenti e l’intero clero latino d’Europa, riconoscendo la sua supremazia spirituale, seguì le sue sagge ingiunzioni. In questo modo anche la gerarchia cattolica subì un certo raddrizzamento. Dalla sua abazia di Fulda egli restaurò il cattolicesimo anche dal punto di vista teologico, imponendo all’essoterismo cristiano dei punti di vista dottrinali che traeva dalle sue conoscenze iniziatiche. Senza la sua azione quasi certamente il cattolicesimo sarebbe scomparso. Svolse una funzione profonda a livello esoterico, religioso e di ordine temporale, che soltanto S. Bernardo potè eguagliare quattro secoli più tardi12. Facendo incontrare il Re franco Carlo Martello con il papa Stefano II, egli pianificò con cura la resurrezione dell’Impero Romano d’Occidente13.

                Petrus Simonet de Maisonneuve

                1. I celti d’Irlanda erano chiamati scoti dai romani. Nel VI secolo gli scoti invasero il nord delle isole britanniche, fondandovi un regno conosciuto da quel momento in poi come Scozia.[↩]
                2. Cfr. https://www.vedavyasamandala.com/20-celtic-tradition.[↩]
                3. Più tardi l’eremo divenne un monastero benedettino, per poi entrare a far parte dell’ordine benedettino cistercense.[↩]
                4. Nel Vangelo, il riconoscimento della messianicità di Gesù avveniva per mezzo della semplice esposizione della dottrina di villaggio in villaggio. Se gli abitanti del villaggio accettavano la “buona novella”, tutti gli abitanti diventavano seguaci del Cristo. Se invece un villaggio rifiutava la dottrina esposta dall’apostolo o dal discepolo, allora il predicatore se ne andava senza insistere oltre. Un’altra modalità di espansione, che la Chiesa primitiva assunse, fu quella della conversione dei Re, come, appunto, avvenne in Irlanda nel periodo di cui ci stiamo occupando. Già nel I secolo d.C. il Re di Edessa e l’Imperatore d’Etiopia si erano convertiti alla dottrina cristiana, coinvolgendo in questa decisione tutto il loro popolo. Tale seconda forma di conversione divenne quella regolare e permase per tutto il medioevo. L’ultimo tentativo di questo tipo fu probabilmente quello di S. Francesco, che nel 1219 cercò, senza successo, di convertire il Sultano musulmano d’Egitto. Successivamente, e con la perdita della tradizione iniziatica, la Chiesa cattolica mise in atto il movimento missionario, rivolto alla conversione delle classi più deboli, ignoranti e indifese dei popoli non cristiani, usando senza scrupoli la menzogna, l’infiltrazione e il ricatto, fornendo cibo agli affamati e medicine agli ammalati, puntando sul “sociale” e trascurando lo “spirituale”. Il missionarismo, che persegue lo scopo di accrescere la quantità dei cattolici senza preoccuparsi della loro qualità, rappresenta un vero cancro per le tradizioni non cristiane ed è, di fatto, soltanto uno strumento di penetrazione politica ed economica della civiltà occidentale più profana. Questo fenomeno ha anche corrotto ulteriormente la Chiesa dal suo interno, distogliendo gli ecclesiastici da ogni interesse nei confronti di Dio, della trascendenza e dei destini postumi dei loro fedeli.[↩]
                5. Termine di incerto etimo: in irlandese sono detti Ceile De, “il popolo di Dio”; in scozzese Keldei, “i celti”; in inglese Culdees, “servi di Dio” (?); in latino Cultores Dei “gli amanti di Dio”. È probabile che il termine racchiuda un significato implicante una sapienza sacerdotale, come anche l’uso, in epoche più antiche, del titolo di “Caldei” per i sacerdoti della Mesopotamia.[↩]
                6. Per quest’ultima ragione alcuni sostengono che non fossero propriamente dei monaci. Ma finché S. Benedetto non istituì la regola monastica nell’Impero d’Occidente, ogni monaco faceva parte per se stesso, come indica la parola greca μόνος, solitario. Per quello che riguarda l’Irlanda, S. Finnian fondò il monastero Clonard di cui egli fu maestro. Egli mandò i suoi dodici discepoli a istituire altri cenobi in tutte le isole britanniche. Tra loro menzionamo S. Columba di Iona, che aperse una sua scuola in Scozia, S. Brendano, protagonista del viaggio iniziatico Navigatio sancti Brendani, S. Colombano, fondatore di numerosi cenobi nei regni dei Franchi e dei Longobardi assieme al suo discepolo San Gallo. Tutti i Santi della Chiesa culdea sono riconosciuti anche dalla chiesa ortodossa.[↩]
                7. Anche gli ambienti cavallereschi celtici rappresentarono l’“arca” per superare il diluvio barbarico. Essi trasmisero al medioevo quelle conoscenze che per tanti versi corrispondono a ciò che in India sono le tradizioni bhakta e śākta. Tra alcuni capitoli ritorneremo diffusamente su questo argomento.[↩]
                8. Ogni fedele doveva versare un decimo del guadagno annuo al proprio parroco per garantirgli il mantenimento.[↩]
                9. In particolare la miniatura dei codici e il canto gregoriano.[↩]
                10. Ricordiamo al lettore che gli scoti e i britanni erano celti, mentre gli angli e i sassoni erano germani sbarcati sulle isole britanniche con le invasioni barbariche. L’uso moderno del termine “anglosassone” sembra aver dimenticato la sua origine germanica. Ora, se l’attuale popolazione inglese è discendente dagli angli e dai sassoni, questo termine non è appropriato per definire i “white americans”; essi rappresentano infatti un coacervo indistinguibile di immigrati provenienti da tutta Europa.[↩]
                11. Strabone testimonia l’esistenza di druidesse tra i popoli germanici. Dalle sue descrizioni, tuttavia, questa sembrava essere una categoria sciamanica e non sacerdotale. Quindi la più grande differenza tra Celti e Germani sembra essere la totale assenza di sacerdozio tra questi ultimi
                  [↩]
                12. S. Bonifacio istituì anche l’uso dell’abete di Natale che gli pseudo sacerdoti cattolici di oggi avversano ritenendolo, nella loro ignoranza, un simbolo pagano![↩]
                13. Vita e lettere di san Bonifacio, traduzione, introduzione, note di Enrica Mascherpa, Bari,  Noci, 1991.[↩]

                29. Il Diluvio e l'Arca

                  Il Diluvio e l’Arca

                  Le popolazioni barbare che fuggivano davanti alla spinta degli unni provenienti da Oriente, cercarono rifugio presso le province romane più occidentali. In questo modo l’Impero Romano d’Oriente1 soffrì molto meno delle invasioni da parte dei popoli anglosassoni. Per l’Impero Romano d’Occidente le invasioni barbariche rappresentarono un vero diluvio universale, un pralaya, che concluse il glorioso ciclo storico del dominio romano, durato per più di dodici secoli. Le invasioni furono rovinose: la splendida civiltà latina fu stroncata, le città devastate e date alle fiamme, la popolazione sterminata, le case, i templi, le chiese, i palazzi saccheggiati. Le strade romane passarono sotto il controllo di bande di razziatori.​Resistettero a questo scempio soltanto alcune isole di pace che, come delle arche, riuscirono a traghettare l’antica civiltà romana attraverso le tribolate acque del diluvio barbarico. La prima categoria di isole di pace furono i monasteri. I monaci cattolici ortodossi2, che usavano vivere isolati come eremiti o in piccoli cenobi, si organizzarono per concentrarsi a vivere in grosse comunità, al riparo di robuste mura. Di fatto i monasteri divennero delle vere e proprie fortezze, capaci di resistere alle orde barbariche. Ogni monaco viveva nella sua cella seguendo l’ascesi che gli era propria. Con l’andar del tempo i monaci si diedero una regola per stabilire le norme comuni per poter convivere pacificamente.​
                  In questo modo si spartirono dei compiti sia nell’ambito delle attività manuali sia in quelle intellettuali. I monasteri divennero così le sedi di scuole d’iniziazione monastica, che da questo periodo assunse il nome di Esicasmo3. I monaci si dedicarono anche a raccogliere, per quanto fosse possibile in tempi così pericolosi, i manoscritti dell’antico sapere, salvandoli dalle distruzioni e devastazioni dei barbari, moltiplicandone le copie. Si può perciò affermare che i monasteri trasmisero per alcuni secoli la sapienza iniziatica sacerdotale (brahmavidyā) e le conoscenze dell’antica sapienza precristiana.​
                  Un’altra “arca” che servì a superare il pralaya barbarico furono le villæ4, le fattorie dei patrizi romani che si erano rifugiati nelle campagne di loro proprietà per evitare i saccheggi a cui erano sottoposte le città. Le villæ erano grandi palazzi fortificati che in seguito, man mano che il pericolo delle invasioni aumentava, si trasformarono in vere e proprie fortezze, castra, e castelli, castella5. Durante l’Impero, i patrizi romani, che disponevano di ville fortificate, potevano essere capi di stato maggiore (principes officiorum militiæ) di un generale in capo (dux) o perfino dello stesso Imperator, oppure essere degli alti ufficiali (comites, compagni) che accompagnavano il capo dell’esercito in quanto membri dello stato maggiore capitanato dal princeps. Infine potevano essere vicecomites, cioè coloro che potevano sostituire il comes in sua assenza. In questo modo le villæ patriziali romane, che resistettero alle orde barbariche, erano i possedimenti di principi, conti e visconti6.
                  Nella villa il patrizio manteneva le militiæ formate soprattutto da cavalieri (equites). Per mantenere il possedimento (latifundium) i signori (domini) di gradi diversi accoglievano tra le loro mura ogni tipo di artigiani, mercanti e contadini. In questo modo si trasmisero ai secoli successivi le iniziazioni di mestiere (collegia fabrorum, sskr. śreṇi), nonché le tecniche e le arti. Quanto ai milites o equites, cioè i cavalieri, essi perpetuarono l’iniziazione delle classi guerriere (sskr. vīra mārga) e le arti marziali, tattiche e strategiche dell’Impero Romano. Fu all’interno delle villæ che si mantenne e si trasmise il titolo di Imperator, non più come capo dello Stato, ma come maestro (sskr. guru) delle vie iniziatiche guerriere (magister militum, sskr. rājaguru)7.​
                  I capi delle tribù barbare che assunsero il controllo dell’Italia rimasero sempre affascinati dall’antica gloria di Roma, la “Città Eterna”. Non osarono mai usurpare il titolo imperiale, rispettarono le istituzioni romane, come il Consolato e il Senato, anche se esse erano ormai prive di un vero potere, e si dichiararono vassalli dell’Imperatore d’Oriente. Al massimo, ambirono a essere riconosciuti come pari dei patrizi. Così Odoacre fu riconosciuto patrizio romano dal Senato e, quando si auto nominò Re d’Italia, il Senato romano gli convalidò il titolo. Tuttavia, questo Re degli Eruli alla fine cercò di espandere il suo dominio nei territori dell’Impero d’Oriente. L’Imperatore di Costantinopoli allora gli mandò contro Teodorico, generale barbaro al servizio dell’Impero e Re degli Ostrogoti. Teodorico uccise Odoacre e si impadronì dell’Italia in nome dell’Imperatore d’Oriente. Anche Teodorico fu poi riconosciuto patrizio dal Senato di Roma.​
                  I Re barbari d’Italia cercarono di inserirsi nella tradizione imperiale: assunsero maestri spirituali e maestri guerrieri romani. Ma sia Odoacre sia Teodorico alla fine entrarono in conflitto con la civiltà latina. Essi erano seguaci della Chiesa eretica ariana e, per quanto all’inizio del loro regno andassero d’accordo con il Papa e gli altri vescovi cattolici, con l’andar del tempo divennero sempre più ostili.
                  Re Teodorico, per esempio, arrivò a far uccidere il proprio maestro spirituale, il Senatore e Console romano Severino Boezio, e a far morire in prigione due papi. Anche il patrizio Cassiodoro, che fu maestro militare8 di Teodorico, suo ministro e consigliere, ebbe rapporti tesi con il Re fin quando non riuscì a convincerlo a migliorare le relazioni con la Chiesa cattolica e con il Senato di Roma. Alla morte di Teodorico, Cassiodoro restò consigliere dei suoi due successori. Molto anziano si fece monaco e fondò nel sud d’Italia il monastero di Vivarium, non lontano da dove aveva insegnato Pitagora undici secoli prima, dove morì a novantacinque anni9. Nel periodo in cui l’anziano Teodorico perseguitava la popolazione romana e la Chiesa di Roma, vi fu un intervento armato dell’Impero d’Oriente per liberare dai barbari i territori dell’antico Impero d’Occidente10. L’Imperatore Giustiniano inviò il generale (magister militum) Belisario in Africa settentrionale, Spagna e Italia. Le spedizioni bizantine ebbero uno straordinario successo: L’Africa settentrionale fu sottratta ai Vandali e la Spagna meridionale ai Visigoti. Inoltre la campagna d’Italia riportò sotto il controllo imperiale gran parte del regno degli Ostrogoti. Le guerre che Bisanzio dovette sostenere contro la Persia al suo confine orientale resero però effimera questa riconquista.
                  Alla metà del VI secolo, i Longobardi, espulsi dai Balcani dalle armate bizantine, invasero l’Italia11, rovesciando il regno degli Ostrogoti. Barbari particolarmente rozzi e violenti, subirono l’influenza e il fascino di Roma più di qualsiasi altra tribù di invasori. Dopo un inizio rovinoso, i Longobardi presto si convertirono dall’arianesimo al cattolicesimo, assunsero la lingua latina e rielaborarono e ripristinarono le leggi romane. Furono anche i primi a creare un’arte romano-barbarica. Il Re longobardo d’Italia che risiedeva nel Nord, donò alcuni castelli al papa permettendo così alla Chiesa di costituirsi un suo potere temporale; cominciò così a crearsi uno stato indipendente, di cui il Vaticano è l’ultimo rimasuglio.​
                  Per giustificare la fondazione di uno stato pontificio, nel nono secolo gli scribi papali falsificarono diversi documenti, tra i quali il più importante è la cosiddetta Donazione di Costantino. L’Imperatore Costantino, secondo questi documenti, avrebbe riconosciuto il papa come capo di tutti i Patriarcati, Vescovadi e del clero d’Oriente e d’Occidente. Gli avrebbe concesso anche un territorio come germe iniziale di un futuro stato. Avrebbe anche riconosciuto la superiorità dell’autorità papale su quella imperiale. Questi documenti, indiscutibilmente falsi, furono il pretesto per tutte le pretese di supremazia papale su tutte le Chiese cristiane, sull’Impero e sui Regni cristiani, che di fatto si perpetua fino al giorno d’oggi.
                  La situazione del papato, della gerarchia cattolica e dei sacerdoti durante i secoli delle invasioni barbariche fu di grande corruzione e all’insegna della quasi totale ignoranza rituale e dottrinale12. In particolare i preti trascuravano spaventosamente i loro doveri, profittavano dei benefici e delle donazioni che ricevevano dai fedeli per condurre una vita viziosa. Vescovi e papi si dedicavano alla politica più sfacciata e ingannevole per aumentare il loro potere e le loro ricchezze.​
                  Fu questa situazione degenerata che indusse S. Benedetto da Norcia a proibire l’entrata dei preti nei monasteri.

                  Petrus Simonet de Maisonneuve

                  1. L’Impero d’Oriente aveva come capitale Bisanzio, che l’Imperatore Costantino I rinominò Costantinopoli (l’attuale città turca di Istanbul). Con il collasso dell’Impero d’Occidente, l’Impero Romano d’Oriente s’allontanò lentamente dalle sue origini latine, fino ad adottare il greco come lingua ufficiale. La stessa capitale, Costantinopoli, nel corso dei secoli, riprese l’antico nome di Bisanzio. L’Impero Bizantino sopravvisse ancora per un millennio quando, nel 1453, cadde sotto il dominio dei Turchi Ottomani.[↩]
                  2. Fu all’epoca dell’Imperatore Teodosio che la Chiesa cristiana assunse il titolo di “cattolica e ortodossa” ossia “universale e dalla retta dottrina”. In seguito, con la separazione della Chiesa latina da quella greca, la prima predilesse il titolo di “cattolica”, senza rinunciare a ritenersi “ortodossa”; al contrario la Chiesa greca preferì il titolo di “ortodossa”, senza rinunciare a ritenersi “universale”[↩]
                  3. Dal greco ἡσυχία (esykhìa), la via della pace spirituale (sskr. śānta sādhana).[↩]
                  4. Con il passare dei secoli le villæ diedero riparo a un maggior numero di rifugiati, diventando delle piccole città.[↩]
                  5. Castellum è un diminutivo di castrum[↩]
                  6.  L’autentica origine del feudalesimo derivò dalla struttura gerarchica e iniziatica dell’esercito romano. L’invenzione illuminista, per cui la nascita del sistema feudale era da attribuire ai regni barbarici, ha avuto l’unico scopo di rappresentarlo come un regime incivile in paragone con le civilissime forme di governo borghesi come, per esempio, quella del Terrore, frutto della rivoluzione francese.[↩]
                  7. Non ci si deve stupire se nei libri di storia non si trova cenno all’opera di trasmissione tradizionale delle villæ, mentre, invece, si parla profusamente dei monasteri. Ciò è imputabile alla propaganda anti imperiale della Chiesa di Roma, poi ripresa e aggravata dalle ideologie borghesi e proletarie.[↩]
                  8. Ebbe la carica di comes sacrarum largitionum (conte delle elargizioni sacre), che teneva i rapporti con le sopravvissute organizzazioni cavalleresche latine.[↩]
                  9. Sia Severino Boezio sia Cassiodoro, pur essendo entrambi cattolici, continuarono a trasmettere l’iniziazione pitagorica romana. Inoltre, Severino Boezio era stato in gioventù ad Alessandria d’Egitto dove era stato anche iniziato alla scuola neoplatonica. Tutti e due questi maestri hanno lasciato importanti opere, come il De consolatione philosophiæ (Iniziazione alla filosofia; in un prossimo capitolo si spiegherà l’uso del termine consolatio o consolamentum per iniziazione) di Boezio, e il De Anima (Sull’Anima) di Cassiodoro.[↩]
                  10. Sull’Impero d’Oriente e sulla religione cristiana ortodossa sarà dedicato un capitolo specifico più avanti.[↩]
                  11. Tuttavia, in molte parti dell’Italia rimase, fin tutto l’ottavo secolo, una presenza bizantina che i longobardi non riuscirono mai a debellare. La Repubblica di Venezia rimase in seguito come una presenza della civiltà bizantina in Occidente ancora per diversi secoli.[↩]
                  12. Vi furono, naturalmente, delle lodevoli eccezioni, come il monaco S. Benedetto da Norcia, il papa S. Gregorio Magno, l’eremita S. Calogero di Sicilia e altri.[↩]

                  28. L’Impero Romano e il Cristianesimo

                    L’Impero Romano e il Cristianesimo

                    Come è stato descritto nel capitolo XIX di questa serie, l’Impero Romano, come istituzione, fu una gerarchia iniziatica che si sovrappose alla Repubblica, senza alterare la struttura di quest’ultima. L’Imperatore era il capo supremo dell’esercito e, allo stesso tempo, era il Gran Maestro delle iniziazioni cavalleresche. Tuttavia solamente un patrizio poteva essere Imperatore e, come tale, egli era anche capo della gerarchia iniziatica sacerdotale e della gerarchia del sacerdozio esteriore. Il primo magistero corrispondeva a Rex Sacrorum, Re di ciò che è sacro, come per esempio i sacrifici1; la seconda carica era quella di Pontifex Maximus, capo delle gerarchie sacerdotali minori che comprendevano i sacerdoti dei templi (sskr. mahānta o semplici pūjārī e arcaka), gli àuguri e gli arùspici. Perciò l’Imperatore rappresentava tutto ciò che era sacro nella religione romana sia a livello esoterico sia a quello essoterico, incarnando la funzione sacerdotale-patrizia e quella guerriera-cavalleresca quale garanzia della regolarità della Republica. L’Imperatore era dunque divino (Divus), perché rappresentava tutto ciò che è sacro2.
                    Il rifiuto dei giudei di rendere onore a Roma, compiendo le dovute offerte alle immagini dell’Imperatore, fu ritenuto dai Romani come una ribellione alla missione della Pax Romana. I giudei consideravano che l’unico Re da loro riconosciuto fosse il loro Dio Yehovah, rifiutando in modo esasperato qualsiasi riconoscimento all’autorità dominante3. I cristiani ereditarono dai giudei questo atteggiamento fanatico e perciò incorsero nella medesima malevolenza da parte dell’Impero. Quello che però i Romani non riuscivano ad accettare era il rifiuto dell’omaggio all’Imperatore da parte dei convertiti al cristianesimo. Infatti costoro, che prima portavano fiori e frutta davanti all’immagine dell’Imperatore e accendevano dell’incenso in suo onore, di repente rifiutavano di riconoscerne l’autorità. Questo era considerato un tradimento.
                    Sta di fatto che mentre alcuni Imperatori concessero ai giudei l’astensione dall’omaggio imperiale in cambio di un versamento di una tassa4, non perdonarono mai l’atteggiamento dei cristiani convertiti, considerati come traditori e settari eversivi. Roma fu sempre tollerante nei confronti delle religioni dei paesi che aveva conquistato. La religione romana non conosceva il proselitismo e tanto meno il missionarismo5. Fu così che non ebbe le armi per poter difendersi dall’invadenza del proselitismo cristiano. Questo spiega perché periodicamente scoppiassero tumulti popolari contro i cristiani, che le autorità imperiali spesso facevano propri. Tuttavia la propaganda cristiana esagerò di molto la portata di questi avvenimenti6. Già in questa sede si è mostrato che all’epoca dell’Imperatore Nerone il processo contro giudei e cristiani per il grande incendio di Roma si concluse soltanto con la condanna di coloro che confessarono il reato. La seconda “persecuzione” avvenne durante l’Impero di Domiziano (81-96 d.C.). In realtà si trattò di un processo indetto contro alcuni senatori e un console per il tentativo di rovesciare l’Imperatore dal trono. Alle varie accuse politiche si aggiunse anche l’aggravante che gli accusati avessero assunto comportamenti giudaici e forse che fossero dei cripto-cristiani. Le altre “persecuzioni” in realtà dimostrarono la tradizionale tolleranza di Roma verso culti stranieri. Le accuse per fatti concreti dovevano essere suffragate da prove e fu vietata l’accettazione di denunce anonime. Ciò non toglie che in diverse province dell’Impero non si scatenassero dei moti popolari contro i cristiani con l’appoggio non dichiarato dei governatori locali. La vera grande persecuzione avvenne sotto l’Imperatore Diocleziano (284-305 d.C.).
                    Ma bisogna comprenderne le ragioni con chiarezza. Diocleziano divenne Imperatore dopo una grave crisi istituzionale dell’Impero. In una cinquantina d’anni si succedettero al trono ventidue Imperatori, in lotta fra loro. L’immenso Impero in quel periodo fu amministrato da innumerevoli piccoli funzionari provinciali che, in mancanza di un forte potere centrale, profittarono per arricchirsi ai danni dei territori sottoposti alla loro autorità.
                    Quando venne al potere l’uomo forte, cioè Diocleziano, costui si ritrovò un Impero allo sbando, in bancarotta, con funzionari corrotti, infidi e rapaci. Il suo unico sostegno poteva essere l’esercito che lo aveva acclamato Imperatore. Con pugno di ferro punì i funzionari statali profittatori, calmierò i prezzi che gli speculatori avevano fatto salire alle stelle. Per meglio amministrare l’immenso territorio, divise l’Impero in due parti rette da due Imperatori Augusti. A loro volta gli Augusti divisero la loro metà d’Impero in due ulteriori parti, condividendo la responsabilità di governo con due Imperatori Cesari. I due Augusti e i due Cesari furono chiamati Tetrarchi7.
                    Tra le diverse azioni volte a rafforzare l’Impero, Diocleziano riprese anche le persecuzioni dei cristiani. Costoro continuavano a rifiutare l’omaggio all’Imperatore, in un momento in cui era necessaria una forte restaurazione della sua autorità. Inoltre quando l’Imperatore doveva fare affidamento solo sull’esercito, i cristiani si dichiaravano pacifisti e rifiutavano di portare le armi. Contro la struttura della Chiesa, considerata come uno Stato nello Stato, si scatenò l’ira di Diocleziano. Fu soprattutto il suo Cesare, Galerio, che decise di mettere fuori legge la gerarchia sacerdotale e il culto pubblico cristiani. In alcuni casi vi furono dei processi con condanne a morte, ma furono poco numerosi e, comunque, motivati da accuse di tradimento contro lo Stato.
                    Bisogna anche aggiungere che la Chiesa prevalente, quella con sede a Roma, ma che godeva anche dell’appoggio delle Chiese delle maggiori città romane, Alessandria, Edessa, Antiochia ecc., in quei primi tre secoli s’era sempre di più allontanata dalle sue origini semitiche, assumendo spesso dottrine, rituali e simboli dalle altre religioni dell’Impero. Questo aveva reso il cristianesimo più accettabile alla sensibilità dei romani, e ormai molti patrizi e cavalieri, che rappresentavano l’élite sociale dell’Impero, si erano fatti battezzare. La crisi dell’Impero dell’epoca precedente a Diocleziano aveva anche rappresentato un momento di tracollo dell’antica religione romana. Gli oracoli si erano spenti e degli antichi santuari Misterici rimaneva in vita soltanto quello di Eleusi. L’originaria religione dei romani evidentemente non aveva saputo adattarsi ai tempi e nessuna personalità sacerdotale (paragonabile a quella funzione che in India è rappresentata da Veda Vyāsa) era apparsa a restaurare le antiche dottrine e rivivificare rituali e sacrifici. Sempre di più i romani si rivolgevano alle religioni e alle vie iniziatiche dei popoli che avevano dominato: la religione egizia con i Misteri Isiaci; i Misteri Caldaici; la religione del Sole Invitto e i Misteri Mithraici di origine persiana;​ la religione druidica, soprattutto nelle regioni settentrionali dell’Impero. In breve la religione romana, che si era volutamente identificata con lo Stato creando così l’Impero, non soddisfaceva più a livello intellettuale ed emozionale. La persecuzione di Diocleziano non portò alcun risultato utile: lo stesso Galerio nel 311 dichiarò il cristianesimo religio licita (religione lecita).
                    Nel 313 il nuovo Imperatore Augusto d’Oriente, Costantino I, concedeva al cristianesimo la totale libertà di culto, alla pari con le altre religioni dell’Impero. Poiché, in quanto Imperatore, Costantino8 era anche il Pontefice Massimo, come tale si sovrappose gerarchicamente al vescovo di Roma e a tutti gli altri vescovi e patriarchi cristiani. Fu in quanto Pontefice Massimo che Costantino convocò il Concilio di Nicea, di cui si è trattato nel capitolo precedente, ottenendo l’obbedienza pubblica di tutti i vescovi, papa9 compreso.
                    La cristianizzazione dell’Impero portò a una diminuzione di effettivi nell’esercito, poiché i cristiani malvolentieri si prestavano alla vita militare. Per surrogare a queste defezioni, Roma decise di assumere nelle proprie legioni i barbari che erano abitanti delle regioni di confine10. Fu un errore fatale. In questo modo Roma consegnò la sua sicurezza ai suoi peggiori nemici.
                    Fu proprio sotto i deboli imperatori cristiani successori di Costantino che i barbari arrivarono a controllare l’esercito romano. L’unico tentativo di restaurazione avvenne con l’Imperatore Giuliano, detto l’Apostata (330-363). Battezzato da bambino, Giuliano abiurò il cristianesimo, assunse la religione romana, si fece iniziare ai Misteri Eleusini e a quelli Mithraici.
                    Diventato Imperatore cominciò a epurare i cristiani dai gangli dello Stato e dell’esercito. Grande guerriero e profondo filosofo, Giuliano volle romanizzare i barbari impegnandoli in una serie di imprese vittoriose. In questo modo voleva conquistare la lealtà dei barbari che combattevano assieme a lui. Ma la sua avventura durò poco. Fu ucciso in Persia durante una battaglia, colpito alle spalle, si dice per mano di un cristiano11.
                    L’Imperatore Graziano nel 375 rifiutò d’assumere il titolo di Pontefice Massimo. Questo titolo fu immediatamente usurpato dal papa S. Damaso, senza che avvenisse alcuna trasmissione regolare da parte imperiale. Damaso, che la Chiesa definisce “santo”, fu in realtà un individuo bramoso di potere, capace di scatenare qualunque violenza pur di affermare la sua autorità messa in discussione da molti vescovi e dalle loro Chiese. La verità è che, a seguito dell’editto di Costantino, la gerarchia esteriore della Chiesa rapidamente degenerò alla ricerca di ricchezze, privilegi e potere terreno. Questo causò, come conseguenza, una decadenza nella sapienza e nella trasmissione dei riti che raggiunse il suo massimo nel corso del VII secolo. La vera sapienza cristiana si limitò agli eremiti e alle isolate comunità monastiche12.
                    L’Imperatore Teodosio (347-395) dichiarò il cristianesimo religione ufficiale dello Stato. Da quel momento furono proibiti l’accesso ai templi degli dei, i sacrifici, e le feste religiose romane. L’antica religione romana fu sprezzantemente definita pagana, dal latino pagus, ossia “rustica” (di campagna o di villaggio).
                    Nei primi anni del ‘400 si assisté a un massiccio spostamento della popolazione asiatica degli Unni verso Occidente. Le popolazioni barbare germaniche si misero al riparo dilagando nei territori dell’Europa occidentale, scardinando le strutture amministrative e le difese dell’Impero Romano d’Occidente. Gli Unni arrivarono a minacciare l’Italia e la sua nuova capitale, Milano. L’esercito romano solo con l’aiuto delle orde barbariche, riuscì a respingerli fino al Danubio. La salvezza dell’Impero d’Occidente era dunque anche merito dei barbari. Perciò i barbari furono accolti come salvatori, mentre, in realtà, erano solo degli invasori. I capi dell’esercito romano furono spesso barbari ed è così che Odoacre, re degli Eruli e generale dell’Impero Romano, nel 476 depose l’ultimo Imperatore Romolo Augusto, assumendo il titolo di Re d’Italia13.
                    Il tracollo del potere imperiale in Occidente permise così ai popoli barbari di impadronirsi di vasti territori abbandonati a loro stessi. Gli Angli e poi i Sassoni della Britannia, i Visigoti della Spagna, i Vandali della Sardegna e del nord Africa, i Franchi del nord della Gallia, i Burgundi del centro della Gallia, gli Svevi del Portogallo. L’ecumene Imperiale in Occidente era finita.

                    Gian Giuseppe Filippi

                    1. Dal Re dipendevano i flamina (sskr. brāhmaṇa), detentori delle scienze sacrificali.[↩]
                    2. Questa rappresentanza della sacralità era la garanzia della protezione degli Dei sullo Stato. Non è che l’Imperatore si ritenesse un Dio, come sostengono i polemisti cristiani: gli Imperatori sapevano benissimo di essere mortali, ma la protezione degli dei, che essi garantivano all’Impero, li indicava come “divini”. Sta di fatto che nel latino classico anche il santo cristiano era definito Divus. Solamente nel latino medievale prevalse il titolo di Sanctus. D’altra parte, poiché il titolo di “santo” è attribuito a chi dopo la morte ha raggiunto il cielo, non vuol dire che il titolo di “Santità” attribuito al Papa assicuri che costui otterrà la salvezza postuma. Come Dante affermò, l’Inferno ospita molti Papi defunti, anche se in vita furono appellati “Santità”.[↩]
                    3. Per la verità essi riconoscevano qualsiasi Re, unto o no, purché fosse giudeo. Ciò dimostra che il rifiuto dell’omaggio all’Imperatore Romano era motivato da semplici ragioni razziali.[↩]
                    4. Ciò non toglie che le autorità romane non intervenissero pesantemente contro i giudei in alcuni casi di mistificazione religiosa. Per esempio quando i giudei abitanti a Roma tentarono di diffondere il culto di Giove Sabazio (Juppiter Sabatius) per far dichiarare surretiziamente il sabato giorno di riposo in tutto l’Impero. O come quando i giudei fecero circolare false profezie di una pretesa “Sibilla giudaica”, sulla imminente fine dell’Impero Romano al fine di provocare insicurezza psicologica e instabilità politica.[↩]
                    5. Il proselitismo corrisponde al convincimento di altri alla dottrina che si predica. Una volta dimostrata la superiorità di quella dottrina, l’altro accetta di diventare proselito o discepolo di chi lo ha convinto. Tradizionalmente, quando avveniva che un sovrano diventava un proselito, anche il suo popolo seguiva le sue scelte. Il missionarismo invece usa qualsiasi mezzo lecito o illecito per penetrare presso popolazioni diverse, distraendole dai loro culti tradizionali, corrompendone i comportamenti tramite l’aiuto economico, sanitario, educativo o insinuandosi nel contesto sociale e politico, apportando tensioni e divisioni per mezzo di formule di propaganda ricattatorie e coercitive.[↩]
                    6. Nel 2011 Giovanni Paolo II consacrò il Colosseo ai martiri cristiani che ivi sarebbero stati dati in pasto ai leoni. Tuttavia non c’è alcuna testimonianza storica né da parte romana né da parte cristiana che possa essere portata a prova che il Colosseo fosse stato teatro di un qualsiasi martirio.[↩]
                    7. Miracolosamente questa suddivisione funzionò e non fu mai causa di divisione dell’Impero.[↩]
                    8. Se è vero che la madre di Costantino, S. Elena, era cristiana, la conversione di Costantino è sprovvista di ogni prova seria. Egli certamente era seguace della religione persiana del Sole Invitto e iniziato ai Misteri Mithriaci. La sua conversione è affermata soltanto da fonti cristiane apologetiche. È significativo che questi apologeti, come per esempio Lattanzio, narrano della conversione di Costantino, mentre sottaciono che egli, come Pontifex Maximus, fosse la massima autorità per tutte le religioni dell’Impero, riconosciuta tale anche da tutta la gerarchia cristiana.[↩]
                    9. È da questo periodo che il vescovo di Roma assunse il titolo di papa, dal greco πάπας (pàpas), padre.[↩]
                    10. Con barbari, i romani intendevano non più soltanto gli stranieri, ma le popolazioni che appartenevano a civiltà incolte, prive di religioni spirituali e costumi virtuosi. In massima parte i barbari erano rozzi guerrieri dediti al brigantaggio e alla violenza. Queste popolazioni appartenevano particolarmente al gruppo germanico. Tra essi gli Angli e i Sassoni, i Goti, gli Alemanni, i Franchi, i Vandali, i Burgundi, i Marcomanni, i Gepidi e gli Eruli. A questi vanno aggiunti gli Unni, popolazione centrasiatica di ceppo turco, che svolsero un ruolo scatenante della crisi dell’Impero Romano d’Occidente. A contatto con l’Impero cristiano, i barbari si convertirono alla Chiesa Ariana. Questo fu un ulteriore motivo di frizione con la Chiesa di Roma. Le popolazioni barbariche hanno sempre manifestato una inclinazione spontanea per l’eterodossia. Non a caso ancor oggi le più mutevoli forme di Protestantesimo fioriscono ovunque ci siano anglo-sassoni, germani e scandinavi.[↩]
                    11. La leggenda cristiana ha santificato l’assassino dell’Imperatore Giuliano con il nome di San Mercurio.[↩]
                    12. I monaci raramente erano anche sacerdoti. La divaricazione tra preti secolari degenerati e monaci autenticamente spirituali raggiunse l’apice quando molte regole monastiche (tra cui quella di S. Benedetto da Norcia) proibirono l’accesso dei preti ai monasteri.[↩]
                    13. Romolo Augusto, fatalmente, portava il nome del primo Re e del primo Imperatore di Roma. Il prestigio e la sacralità dell’Impero di Roma, nonostante tutto, impedì a Odoacre di proclamarsi Imperatore. Egli mandò le insegne e i Lari della città di Roma a Costantinopoli, all’Imperatore d’Oriente. In questo modo l’Imperatore Zenone ritornò a essere, almeno teoricamente, l’unico sovrano dell’Impero d’Oriente e d’Occidente.[↩]

                    27. La separazione di esoterismo ed essoterismo nella Chiesa primitiva

                      La separazione di esoterismo ed essoterismo nella Chiesa primitiva

                      Nelle epistole, San Paolo dimostra una buona conoscenza delle dottrine misteriche elleniche. In particolare, come i pitagorici e i platonici, egli distingueva nell’aggregato umano tre livelli: il corpo grossolano (ὕλη, hyle, lett. la sostanza), l’anima (ψυχή, psykhé) e lo spirito1 (πνεῦμα, pnéuma)2. In questo modo, secondo la preponderanza d’un livello sugli altri, suddivideva gli esseri umani in tre categorie: carnali, psichici e pneumatici. Questo corrisponde esattamente alla tripartizione dei tipi umani in tāmasa, rājasa e sāttvika caratteristica dell’Induismo (I Corinzi, 15.44). Per esplicita dichiarazione, San Paolo insegnava la dottrina adattandola a questi tre livelli, a seconda dei discepoli cui si rivolgeva: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito dal mondo, bensì lo spirito che viene da Dio, perché conosciamo le cose che Dio ci ha gratuitamente donato, e di queste noi parliamo, non con parole suggerite dalla sapienza umana, ma con quelle insegnate dallo spirito, adattando dottrine spirituali a uomini spirituali. Ma l’uomo psichico non accetta le cose dello spirito di Dio, che per lui sono follia, e non può comprenderle, perché sono viste dal livello spirituale. Invece l’uomo spirituale giudica tutto, e non è giudicato da nessuno. Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore, da potergli fare da maestro?». Noi invece possediamo l’intelletto (noùs) di Cristo. Ed io, fratelli, non posso parlare a voi come a uomini spirituali, ma come a uomini carnali, come dei bambini in Cristo. Vi dovetti dare del latte da bere e non del cibo solido, perché non lo potevate ricevere, anzi non lo potete neppure ora. Infatti, siete ancora carnali: dal momento che ci sono ancora tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non seguite l’umanità?3“ (I Cor. 2.12- 3.3). Perciò S. Paolo non fu semplicemente il creatore dell’essoterismo cristiano nella sua forma religiosa, ma anche un maestro d’iniziazione (dīkṣāguru) per discepoli “psichici” e per discepoli “pneumatici”. Si deve risolvere un ultimo problema: se S. Paolo non incontrò mai Gesù Cristo, da chi aveva ricevuto la trasmissione della dottrina cristiana? La risposta è già nella citazione che precede: dallo spirito (anugrāha) che viene da Dio. Si sa che dopo essere stato folgorato da una repentina intuizione, egli si recò presso un gruppo d’iniziati che abitavano a Damasco. Essi, e in particolare un tale Anania, lo istruirono. Non c’è dubbio che si trattasse di un gruppo esseno, rifugiatosi in quella città. La fonte di S. Paolo era stata la medesima che aveva inviato Gesù tra i giudei come Messia4. Perciò in S. Paolo troviamo la confluenza di due percorsi iniziatici: uno gnostico5 ellenistico e un esseno.
                      Una funzione simile svolse anche il kohen Giovanni, l’evangelista. Egli, dapprima discepolo di S. Giovanni Battista, perciò esseno, divenne poi uno dei discepoli segreti del Cristo6. Il suo Vangelo, sebbene fosse il più gnostico tra quelli diventati canonici, era rivolto anche alle masse dei fedeli del neonato cristianesimo. La sua opera iniziatica è l’Apocalisse, testo che pone insuperabili difficoltà a un’interpretazione teologica esteriore. Nell’Apocalisse ritroviamo il concetto dei tre livelli dell’uomo e, su quella base, la concezione della trasmigrazione delle anime e dell’avvicendarsi dei cicli cosmici: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima s’erano dissolti.” (Apocalisse, 21.1). Anche in S. Giovanni è evidente la conoscenza delle dottrine esoteriche sia della Gnosi ellenistica sia dell’essenismo.
                      Chi seguiva una via iniziatica dell’esoterismo cristiano dei primi secoli aveva due scelte di vita: la prima consisteva in un isolamento monastico, soprattutto in plaghe desertiche, lontane da villaggi e città. Conosciamo il nome solamente di alcune personalità rese famose per i loro insegnamenti, poiché la vita che essi conducevano prediligeva l’anonimato e l’isolamento, perciò questi monaci seguirono prevalentemente la tradizione anacoretica degli esseni. L’altra scelta di vita fu quella delle scuole (simili agli Śaṃkara Pīṭha) con una sede fissa che raccoglieva i discepoli attorno al maestro. Tra queste, la sede più prestigiosa per produzione di testi di elevato contenuto iniziatico, fu certamente la scuola d’Alessandria d’Egitto. In questo caso è facile la ricostruzione della paramparā. Il primo nome importante è quello di Dionigi l’Aeropagita7. Era cittadino ateniese membro del Tribunale supremo (Aeropago) della città. Fu uno dei pochi greci a diventare discepolo di S. Paolo. Il suo insegnamento fondamentale è la cosiddetta teologia8 negativa (o apofatica, sskr. nirguṇa prakriyā), che Dionigi insegnò come il metodo più elevato per raggiungere la conoscenza di Dio. Il metodo (prakriyā) consisteva in una progressiva rimozione di tutti gli attributi, considerati come limitazioni all’infinità di Dio. Completata questa rimozione di tutto ciò che si sovrappone a Dio, l’evidenza della Divinità emerge spontaneamente. Secondo Dionigi Areopagita l’ascesa dell’anima si attua in tre tappe: purificazione, illuminazione, unione. A queste tre tappe corrispondono tre gradi iniziatici: purificati, contemplanti e “configurati nell’Uno”; l’ultimo grado costituisce il culmine della theosis, la divinizzazione. Più precisamente, è per mezzo “di particolari riti” che si attua la purificazione dei “profani”, purificazione che costituisce “la santa rinascita in Dio”, mentre nel secondo grado “i già purificati”, che sono “in possesso ormai immutabile d’una condizione purissima della mente”, partecipano di “taluni riti” che consentono “l’illuminazione e contemplazione di taluni sacri misteri”; infine, coloro che accedono al terzo grado, sono ritenuti degni “di ricevere una particolare consacrante formula d’invocazione”. Tale grado comporta “la piena illuminazione su quei misteri di cui si era stati contemplanti”9.
                      S’ignora il nome del suo diretto successore, ma nella sua linea di maestri troviamo S. Clemente Alessandrino (150-215 d.C.). Ateniese di origini romane, Tito Flavio Clemente, era stato senza dubbio iniziato dapprima ai Misteri eleusini, ottenendo delle esperienze spirituali di cui accenna nei suoi scritti. Come tale è la più ricca fonte d’informazioni su quest’antica via iniziatica greca. Diventato cristiano, Clemente cominciò a peregrinare in tutti i centri iniziatici più importanti dell’Impero romano. Visitò la Magna Grecia, dove entrò in contatto con le scuole pitagoriche; andò in Siria, dove incontrò sacerdoti caldei; in Egitto fu discepolo di un sacerdote egizio e ivi incontrò dei monaci buddhisti. Si stabilì ad Alessandria, dove divenne discepolo di Panteno10, prima pitagorico, poi monaco cristiano che frequentava Ammonio Sacca, il fondatore della scuola neoplatonica alessandrina, e i prosecutori della scuola qabbalistica di Filone (20 a.C-45 d.C.)11. Clemente divenne in breve il più importante autore della scuola cristiana d’Alessandria. Scrisse il Paidagogos, le Hypotyposeis e il Protreptikos in cui espone gli insegnamenti di Cristo per la comunità dei suoi fedeli, e l’importante libro Stromateis che, come lui stesso affermava, era rivolto a una “piccola élite dei cristiani perfetti, i veri gnostici”. È il primo padre della Chiesa che distingue i cristiani essoterici, che seguono Cristo per fede, dagli iniziati che perseguono la conoscenza. Allo stesso modo egli afferma che i fedeli con la preghiera e la partecipazione ai riti cristiani potevano, dopo la morte, evitare l’inferno (naraka) e ambire alla salvezza nei cieli (svarga). Al contrario, con l’esoterismo cristiano gli gnostici (jñāni) potevano essere iniziati ai misteri divini e raggiungere la “divinizzazione” (θέωσις, théosis). Prima d’arrivarci lo gnostico doveva dapprima seguire un percorso di purificazione o purgatorio12 (κάθαρσις, kàtharsis) per mezzo di rituali interiorizzati. Dopo la purificazione, lo gnostico poteva ottenere la contemplazione diretta di Dio (θεωρία, theorìa13) e, alla fine diventare tutt’uno con Dio con la “divinizzazione”. Clemente fu anche il primo a usare la terminologia dei Misteri eleusini per l’esoterismo cristiano. Seguendo il mito misterico della discesa sotto forma umana di Dioniso, egli affermava: “Il Verbo di Dio è diventato uomo affinché tu possa imparare da un uomo come anche l’uomo può diventare Dio”.14.
                      Il suo successore come ācārya della scuola di Alessandria fu Origene. Origene fu dapprima condiscepolo (gurubhāī) di Plotino alla scuola alessandrina di Ammonio Sacca. Diventato discepolo di Clemente15, espose la versione cristiana della dottrina della trasmigrazione: egli spiegò che la resurrezione della carne non era unica ma ripetuta. Queste rinascite avvenivano in una successione di mondi (loka) e di cicli cosmici: “Noi crediamo che, come dopo la fine di questo mondo ce ne sarà un altro, così prima di questo ce ne sono stati altri. L’una e l’altra affermazione sono confermate dall’autorità della scrittura. Infatti, Isaia insegna che dopo questo ci sarà un altro mondo, dicendo: Ci sarà un cielo nuovo e una terra nuova, che io farò rimanere al mio cospetto, dice il Signore (Isaia 66, 22). […] Queste attestazioni confermano insieme ambedue i punti: che mondi sono esistiti prima ed esisteranno dopo.16” Gli esseri così trasmigrano senza posa, migliorando o peggiorando la propria condizione a ogni rinascita. Alcuni, che cercano la verità, progrediscono in continuazione grazie agli sforzi della loro ricerca, finché raggiungono una nascita in cui possono accedere alla Gnosi. Allora, in quella nascita, questi pochi eletti potranno essere reintegrati nel Principio17. Egli, inoltre, sosteneva che il mondo non aveva avuto inizio nel tempo, poiché il tempo era parte del mondo. Affermava anche che Cristo non era del tutto identico a Dio, poiché nel Vangelo diverse volte Gesù afferma di non sapere cose che solo “il Padre mio conosce”. Inoltre Origene negava l’eternità dell’anima individuale, dei cieli e degli inferni, perché tutto ciò che era stato creato, doveva necessariamente avere una fine. Notevolissima fu l’influenza di Origene su tutti i suoi successori. Poiché egli trattava soltanto di dottrine iniziatiche, non si era curato d’essere ossequente all’aspetto religioso essoterico del cristianesimo, perciò fu ostacolato di continuo dai teologi esteriori che rappresentavano la dottrina ufficiale della Chiesa e nel 400 d.C. le dottrine di Origene furono condannate dal Concilio di Alessandria. Tuttavia Origene rimase un punto di riferimento ineludibile per tutti gli iniziati cristiani durante tutto il medioevo, particolarmente presso le Chiese di area culturale greca. I suoi discepoli furono anch’essi di alto livello intellettuale e tramite loro l’iniziazione continuò a trasmettersi18. Come si potrà notare l’esoterismo cristiano delle origini proviene dall’incontro tra una trasmissione essena e una gnostico-misterica. In seguito si aggiungeranno altri elementi esterni, quali l’iniziazione sacerdotale e cavalleresca romana, l’ermetismo e il druidismo. Di questo tratteremo in un prossimo articolo.
                      Contemporaneamente a questi sviluppi iniziatici, l’essoterismo cristiano procedente dalla riforma paolina, trovò nei padri latini il loro campo di coltivazione. Anche se la Chiesa continuava a radicarsi nelle più importanti città dell’Impero Romano, che diventarono sedi di Patriarcati e Vescovadi, il centro dell’organizzazione essoterica fu stabilito a Roma. I pensatori più autorevoli, anche se non ignoravano del tutto l’aspetto iniziatico, si dedicarono soprattutto a stabilire il credo per i convertiti e l’organizzazione ecclesiale con cui amministrarli. Erma (prima metà del II sec. d.C.), S. Ambrogio (340-397 d.C.) e S. Girolamo (347-420 d.C.) erano buoni conoscitori della gnosi cristiana, ma sono più conosciuti per le loro opere volte a organizzare la struttura essoterica della Chiesa. Tertulliano (~160-220 d.C.), S. Ippolito di Roma (170-235 d.C.), Lattanzio (250-317 d.C.) e S. Agostino (354-440 d.C.) polemizzarono con i filosofi e con la religione greco-romana al fine di imporre la Chiesa cristiana come l’unica vera religione. In particolare S. Agostino deve essere considerato il fondatore della teologia ufficiale della Chiesa. In questo modo costoro collaborarono a rafforzare l’aspetto esteriore del cristianesimo allontanandolo progressivamente dall’esoterismo.
                      In questo fermento intellettuale e fideistico il Sinedrio dei cristiani nazarei, ancora legati all’ebraismo fu completamente abbandonato a se stesso. Questa Chiesa nazarea di S. Giacomo lentamente ritornò nel seno dell’ebraismo fino a sparire completamente. Dei nazarei rimase un’organizzazione di ebioniti ferocemente contrari alla riforma di S. Paolo, vuota di contenuti, e che nel II secolo d.C. fu dichiarata eretica unanimemente da tutte le Chiese della nuova religione. I primi tre secoli di Cristianesimo furono travagliati da innumerevoli correnti cristiane tra loro in disaccordo. Ognuna di queste correnti pretendeva di rappresentare l’insegnamento originale di Gesù Cristo. Tra esse molte manifestavano una tendenza gnostica, spesso mescolata a culti magici. Ricordiamo la Chiesa Sethiana, che considerava il Dio degli ebrei come un demone e Gesù come colui che aveva sostituito il regno di terrore di Yehovah con il regno d’amore di Cristo-Seth. Questa Chiesa gnostica considerava il dio dalla testa d’asino come un portatore di luce (Lucifero), ribelle contro il dominio del geloso e vendicativo Dio degli ebrei. Un’altra Chiesa fu quella Docetista, che considerava che se Gesù fosse stato Dio, allora non sarebbe potuto essere nato con un corpo mortale. Perciò il Gesù storico era solamente una proiezione illusoria, un fantasma. La Chiesa Marcioniana e quella Manichea19 erano dualiste: infatti, sostenevano che il Dio d’amore aveva mandato sulla terra suo figlio, per sottrarlo alla tirannia del Dio di giustizia. La Chiesa Ariana (di Ario) sosteneva che Gesù non poteva essere al tempo stesso Dio e uomo. Professava perciò la credenza che Gesù era stato solo un profeta perfettamente mortale. Questa eresia ebbe molto successo per diversi secoli. Molte altre correnti si moltiplicarono nel corso della storia del cristianesimo. Ognuna di queste Chiese, compresa quella romana e quelle delle altre città dell’Impero, aveva dei Vangeli che erano apparsi nel I-II secolo, sulla cui autorità appoggiavano le loro teorie.
                      Per fare un po’ di ordine in questo caos, l’imperatore romano Costantino20 convocò nel 325 d.C. il Concilio di Nicea. I vescovi colà riuniti decisero quali fossero le credenze e i comportamenti approvati e quali dovessero essere respinti:

                      1. Le credenze approvate dalla Chiesa dovevano obbligatoriamente essere seguite da tutti i cristiani, ossia esse diventarono dogmi. I dogmi principali erano: Dio è uno ma diviso in tre persone della stessa natura, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Figlio prese una nascita umana come Gesù, che morì sulla croce e poi resuscitò per indicare ai cristiani come raggiungere il cielo. Gesù ritornerà sulla terra alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Allora egli regnerà sulla terra come Messia. Gesù ha stabilito un’unica Chiesa come istituzione per garantire la trasmissione dei riti per ottenere la salvezza. Tutte le altre Chiese furono dichiarate eretiche. L’efficacia dei riti è garantita dalla presenza reale dello Spirito Santo che scende in essi per mandato del Padre e del Figlio. Partecipando ai riti il cristiano è inserito nella comunità dei santi vivi e morti. In questo modo si libera dal peccato originale e dagli altri peccati che si compiono durante la vita nel corpo. L’anima creata del cristiano, che abbia seguito tutti i precetti, godrà dopo la morte della vita eterna. Il cristiano che non seguisse queste regole andrà eternamente all’Inferno assieme agli eretici e gli infedeli. Con il passare dei secoli i dogmi si moltiplicarono.

                      2. I riti obbligatori per il cristiano sono: 1) il battesimo, rito di abluzione con cui si diventa cristiani; 2) la cresima che corrisponde alla discesa dello Spirito Santo nel battezzato; 3) il matrimonio, che unisce l’uomo e la donna in un vincolo indissolubile; 4) l’ordinazione sacerdotale, che conferisce al cristiano che diventa prete il potere di compiere i riti per la comunità21; 5) la confessione, in cui il cristiano si scarica dai peccati confessandoli in pubblico o in privato a un prete; 6) l’eucarestia, ossia l’assunzione del pane e del vino come carne e sangue di Gesù ritualmente sacrificato durante la messa; 7) l’unzione dei moribondi per prepararli a una migliore vita extracorporea. I primi quattro riti sono compiuti una sola volta in tutta la vita, gli altri tre sono ripetuti a volontà dal fedele.

                      3. Si decise che gli unici testi canonici della Chiesa erano i Vangeli dei Ss. Giovanni, Marco, Matteo e Luca; gli Atti degli apostoli, le Epistole di S. Paolo e di alcuni altri apostoli e l’Apocalisse di S. Giovanni. Tutti gli altri Vangeli furono dichiarati apocrifi (segreti) ed esclusi dall’uso dottrinale e rituale.

                      4. Il peccato è la trasgressione alle ingiunzioni divine. Si distingue in: 1) peccato originale compiuto da Adamo, il primo uomo, che si eredita con la nascita e non dipende dalla responsabilità personale. Il battesimo permette di cancellare il peccato originale22. 2) Peccato mortale, per le trasgressioni volontarie alle leggi divine, che comporta l’inferno come destino postumo. Il peccato mortale può però essere perdonato con la confessione. Infine, 3) il peccato veniale, commesso involontariamente, che conduce al Purgatorio dopo la morte. Anche il peccato veniale può essere perdonato con la confessione. La caratteristica del peccato secondo il cristianesimo è di comportare pentimento e vergogna; ossia è un pāpa emotivamente partecipato a causa di una sentimentalità opprimente.

                      5. Nel cristianesimo i dogmi, i rituali, le regole morali sono uguali per tutti: dal Papa ai Vescovi, ai Re, fino al più umile dei servi, tutti sono tenuti a obbedire in ugual misura alle stesse regole, indipendentemente dalle diverse responsabilità, capacità e situazioni. Questa sorta di comunismo religioso all’inizio regolava anche le proprietà dei singoli individui che si convertivano al cristianesimo. Ognuno doveva cedere tutti i suoi beni alla Chiesa. Questa regola scomparve man mano che il cristianesimo si romanizzava23.

                      Il Concilio di Nicea cercò di far ordine nel caos: stabilì ciò che era ufficialmente cristiano e ciò che non lo era. Definì eresia tutti i comportamenti e le credenze diverse da quelle riconosciute dalla Chiesa. E gli eretici che non rientravano nelle regole stabilite dalla Chiesa erano colpiti dalla scomunica, secondo l’antico rituale giudaico dell’herem. Contro villaggi, città, Stati che fossero incorsi collettivamente nell’eresia, era dichiarato l’interdetto. Gli scomunicati e le comunità interdette erano sospesi da qualsiasi rito ed erano isolate e discriminate dal resto della comunità ecclesiastica. Ovviamente tutto ciò non riguardava affatto l’ambito dell’iniziazione cristiana. Tuttavia da quel momento in poi l’esoterismo subì in continuazione il controllo e la persecuzione da parte della Chiesa, che, sempre più lontana dalla conoscenza iniziatica e sempre più ignorante di cose autenticamente spirituali, si arrogò il diritto di giudicare gli iniziati. Tutto quello che la Chiesa non comprendeva, perché al di sopra delle sue capacità di conoscenza, cominciò a essere sospettato d’eresia. Per questa ragione l’esoterismo cristiano si chiuse sempre più in un riserbo difensivo.
                      Con questo speriamo di aver contribuito a fare un po’ di luce sulle oscure origini del Cristianesimo.

                      Gian Giuseppe Filippi

                      1. Gran parte dei filosofi greci che non appartennero alla paramparā pitagorica, confondeva pnéuma con l’intelletto (νοῦς, noùs = buddhi): attribuivano all’intelletto una situazione semidivina, intermedia tra l’individualità e Dio. Questo errore di prospettiva fu ereditato dai teologi cristiani essoterici. Invece pnéuma è propriamente lo spirito di Dio, l’Ātman degli hindū, che S. Paolo chiamava anche “uomo interiore” (antarapūruṣa). È curioso che i greci non abbiano mai usato in questo senso la parola atmòs (ἀτμός), etimologicamente identica ad Ātman. La usarono solo per indicare i vapori che s’innalzano nell’atmosfera. Essi invece usarono la formula seautòn (σεαυτόν), il proprio Sé, identico al sanscrito svātman. Anche in questo caso però non è chiaro se intendessero la propria vera natura (svarūpa) o semplicemente il proprio “io” individuale, l’aham. S. Paolo, dunque, si pone anche nella linea dei Misteri pitagorico-platonici. Il fatto che egli, giudeo della diaspora, fosse anche cittadino romano, farebbe pensare che egli avesse ricevuto un’iniziazione gnostica ellenica.[↩]
                      2. Nella Bibbia ebraica sono menzionati esclusivamente il corpo (basar) e il soffio vitale (nefesh o ruah, il prāna) che entrambi si dissolvono con la morte. Non vi è traccia di psykhé e di pnéuma. Questo spiega il totale disinteresse per i destini postumi dell’essoterismo giudaico.[↩]
                      3. Ciò concorda perfettamente con l’insegnamento di Gesù: “Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?». Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato». […] Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava a essa se non in parabole”. (Vangelo di S. Matteo, 13.9-12; 13.34)[↩]
                      4. “L’apostolo Paolo sul cammino per Damasco ha una visione che ne segna la conversione e la missione di evangelizzazione dei gentili; è a Damasco che Paolo è istruito dagli esseni: le loro dottrine sono adattate al cristianesimo.” Daniélou, Jean, Les manuscrits de la Mer Morte et les origines du Christianisme, Paris, Editions de l’Orante, 1957, pp. 36; cfr. 87-88, 94-95, 98, 113. Citiamo il cardinale Daniélou, autore altamente sospetto, solamente perché i rimandi che presenta sono delle evidenze indiscutibili. Una comunità essena s’era rifugiata a Damasco all’inizio del II sec. a.C. per sfuggire alla persecuzione di Antioco Epifane. (H. Schonfield, El Enigma de los Esenios, Madrid, EDAF, 2005, p. 106)[↩]
                      5. Ricordiamo al lettore di non confondere la vera Gnosi con lo Gnosticismo. Quest’ultimo rappresenta una degenerazione della Gnosi in senso sincretico, magico e occultistico.[↩]
                      6. Dopo la distruzione di Gerusalemme da parte dei romani, S. Giovanni erasi trasferito nell’isola greca di Efeso, dove trovò una comunità di esseni fuggiti dalla guerra. (Daniélou, cit., pp. 89, 99, 102-105)[↩]
                      7. I più antichi testi scritti di Dionigi Aeropagita risalgono all’inizio del 6° secolo; su questa base i filologi hanno dichiarato che si tratta di una produzione tarda. Perciò li attribuiscono a un tale Pseudo-Dionigi. I filologi non concepiscono che esista la tradizione orale e si basano sulle loro ottuse regole “scientifiche”. Per noi, che guardiamo ai contenuti e non a regole arbitrariamente inventate e obbedientemente seguite, quegli scritti sono davvero di S. Dionigi, discepolo di S. Paolo.[↩]
                      8. Teologia in quell’epoca significava “conoscenza di Dio” e non indicava ancora la filosofia religiosa essoterica com’era in uso durante il medioevo cattolico. Il senso di conoscenza di Dio si è mantenuto tuttora presso la Chiesa Ortodossa.[↩]
                      9. Poiché l’unione con Dio è prodotta da una particolare formula d’invocazione (mantra) è evidente che la via iniziatica sacerdotale cristiana appartiene alle sādhanā del non-Supremo (aparabrahma vidyā).[↩]
                      10. Secondo la tradizione cristiana S. Panteno partì per l’India a predicare la dottrina di Gesù. Non arrivò mai in India, ma si fermò in Arabia e in Etiopia e dopo pochi anni ritornò ad Alessandria d’Egitto, dove morì vecchissimo nel 216 d.C.[↩]
                      11. Filone è il primo ebreo che parla dell’esistenza dell’anima. È indicativo che per essa usasse il termine greco: psykhé. Inoltre era a conoscenza della dottrina dei cicli cosmici. Fu il primo a dare una lettura allegorica dell’Antico Testamento. È considerato il padre della Qabbalah rabbinica. Pur essendo un buon conoscitore dei Misteri ellenici e del pitagorismo, Filone sosteneva il primato intellettuale degli ebrei affermando che i Greci avevano copiato tutto dalla Bibbia![↩]
                      12. Perciò in origine il Purgatorio doveva essere percorso durante la vita. Esso costituiva quel passaggio intermedio, che la Bhagavad Gītā definisce karma yoga, che conduce dai riti esteriori (karma khaṇḍa) alla pura conoscenza. Invece, più tardi, i teologi cristiani esteriori fecero del Purgatorio un mondo (loka) intermedio tra gli inferni e i cieli, in cui le anime dei defunti potevano purificarsi dai peccati meno gravi prima di raggiungere un qualsiasi cielo. A lungo le due concezioni del Purgatorio, l’esoterica e quella essoterica, convissero nel cristianesimo latino. Il Purgatorio di Dante può, infatti, essere interpretato sia come un destino postumo sia come una purificazione iniziatica della mente da compiere in vita.[↩]
                      13. Questo termine greco dal senso così elevato, in seguito fu svalutato da teologi e filosofi occidentale per definire una semplice speculazione mentale, se non una mera ipotesi.[↩]
                      14. Protreptikos, I.8.4. Opposta è la tesi dell’essoterismo, ben rappresentata da teologi come S. Agostino il quale, commentando il passo biblico di Salmi, 82.6: “Io ho detto: «Voi siete Dei, siete tutti figli dell’Altissimo» “, precisa che “c’è uno e solo un figlio di Dio, che è Dio e un Dio con il Padre”; ovverosia, solamente in Gesù coesiste una doppia natura umana e divina. L’interpretazione di Agostino inibì o almeno ritardò una successiva indagine sulla dottrina della divinizzazione nella Chiesa Latina (Steven Botterill, Dante and the mystical tradition. Bernard of Clairvaux in the Commedia, Cambridge, Cambridge University Press, 1994, pp. 204-206)[↩]
                      15. Diventando cristiano, Origene cambiò alcune delle sue precedenti posizioni. I filologi, che non capiscono il cambiamento di punti di vista, ipotizzano l’esistenza di due Origene: uno neoplatonico, l’altro cristiano![↩]
                      16. Origene, De Principiis, III.5.3. Il passo di Isaia citato da Origene era stato menzionato anche nell’Apocalisse di S. Giovanni (21.1): “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi”. Sull’identità mondo-secolo: “questo mondo che è chiamato anche ciclo (lat.: seculum)” (Ibid.).[↩]
                      17. Origene, ibid., I.6.3.[↩]
                      18. S. Basilio e suo fratello S. Gregorio di Nissa, assieme a S. Gregorio Nazianzeno, raccolsero attorno ad alcuni insegnamenti di Origene altri brani di sapienza iniziatica. Il libro che ne risultò è la Filocalia, il testo fondamentale delle vie iniziatiche monastiche medievali e dell’esicasmo ortodosso. Nella Filocalia si trovano le istruzioni per compiere le invocazioni (jāpa), a quali centri sottili (cakra) indirizzarle, come eseguire il controllo del respiro (prāṇayama), la spiegazione delle visioni e dei poteri che si ottengono nel corso della via (mārga) ecc.[↩]
                      19. La Chiesa Manichea fu influenzata dalla religione predicata dal persiano Mani (216-276 d.C.), che affermava l’esistenza di due divinità, il Bene e il Male, tra loro in lotta eterna.[↩]
                      20. Nel prossimo capitolo affronteremo la storia dell’Impero a proposito dell’adozione del cristianesimo come religione ufficiale dello Stato al posto di quella tradizionale romana.[↩]
                      21. Ogni Vescovo trasmette una tradizione essoterica (bāhīka paramparā) che risale a uno dei dodici apostoli originari. È privilegio dei Vescovi delegare alcuni poteri rituali ai preti. Il Papa è soltanto il Vescovo di Roma, il primo e più importante tra gli altri suoi pari. Questa paramparā trasmette soltanto il potere di compiere i riti esteriori o sacramenti (karma khaṇḍa). Nessuno dei sacramenti è un rito iniziatico e nessuno di essi conduce a una sādhanā. Il Cristianesimo essoterico nel suo complesso, cioè quello delle numerose Chiese, non conosce nemmeno il significato di mokṣa. La salvezza è semplicemente il raggiungimento dei loka dopo la morte. Perciò non si deve confondere salvezza con la Liberazione. Solamente dopo l’ultimo Concilio Vaticano II (1962-1965) si è voluto definire “iniziazione” il battesimo, la cresima e l’eucarestia. Questa nuova terminologia, scelta con diabolica malafede, è stata assunta per confondere i non cristiani che si desidera convertire con l’inganno dell’“ecumenismo”. La vera trasmissione iniziatica si è mantenuta fino ai giorni nostri in segreto soltanto nel monachesimo della Chiesa Ortodossa. La Chiesa Cattolica ha perduto la trasmissione iniziatica monastica nel 12° secolo. Le Chiese di formazione più recente, quelle protestanti, che non hanno alcuna forma d’iniziazione (dīkṣā), propriamente parlando non sono nemmeno delle religioni ma semplici associazioni profane prive di sacerdozio, che diffondono una morale sentimentale senza alcun rituale regolarmente trasmesso. Per quanto i preti delle Chiese Cattolica e Ortodossa non siano dei veri sacerdoti dalla nascita, tuttavia essi sono consacrati da un vescovo per compiere dei riti, seppure esteriori. Questo distingue nettamente il cristianesimo dagli altri monoteismi che sono privi di alcun tipo di sacerdozio.[↩]
                      22. Questa cancellazione degli effetti del peccato originale rimane del tutto virtuale. Adamo ed Eva non erano soggetti a malattia, invecchiamento e morte. Non dovevano lavorare per mantenersi, poiché la natura provvedeva spontaneamente al loro sostentamento. E nemmeno potevano peccare. I primi progenitori persero tutte queste qualità con il peccato originale, decadendo a esseri umani ordinari. Le qualità di Adamo ed Eva descritte sopra non sono recuperate con il battesimo: questo rito cristiano non conferisce affatto immortalità, libertà da malattia, da morte e dal peccato. Se commettono peccati, anche i battezzati vanno all’inferno.[↩]
                      23. Tuttavia una tendenza inconfessata di simpatia per il comunismo è rimasta, soprattutto presso la Chiesa cattolica e le sue numerose scissioni eretiche protestanti. Non per nulla cristianesimo e comunismo hanno la medesima matrice giudaica, e, ovunque nel mondo ci siano convertiti al cristianesimo, il comunismo prospera.[↩]