50. Il Ritorno dell’Ermetismo

Nella cristianità occidentale, fino all’XI secolo, l’unico testo ermetico che si era conservato fin dall’epoca ellenistica era l’Asclepius, traduzione latina dell’originale greco attribuita ad Apuleio di Madaura1. Il libro tratta principalmente dei rituali che gli antichi sacerdoti egizi svolgevano per caricare le immagini dei loro Dèi con le potenze degli astri corrispondenti. Finché la tradizione dell’antico Egitto era sopravvissuta, non c’era nulla da eccepire sulla validità di quei riti paragonabili all’animazione delle icone (sskrt. prāṇa pratiṣṭhā) com’è in uso ancor oggi in India. È lecito chiedersi che cosa gli ermetisti dell’alto medioevo intendessero animare, quando la tradizione egizia era ormai scomparsa con tutti i suoi Dèi, travolta dal monoteismo cristiano. Se gli gnostici alessandrini avevano simulacri greco-romani su cui esercitare la loro teurgia, certamente nel medioevo tali superstizioni dell’antichità erano esercitate unicamente per caricare di energie sottili alcuni oggetti non religiosi.

La principale attività degli ermetisti della cristianità occidentale si limitò, dunque, alla preparazione di amuleti e feticci, con l’uso della magia simpatetica (od omeopatica) e di quella antipatetica (o allopatica). Raccoglievano, dunque, metalli, pietre, erbe e animaletti che corrispondevano per certe analogie a pianeti, asterismi celesti e segni zodiacali, traendone gli elementi con cui modellare talismani. L’uso maligno o benigno di questi oggetti era poi demandato alle intenzioni di chi dovesse usarli. È perciò comprensibile che i maghi ermetici fossero malvisti dalle autorità ecclesiastiche e imperiali e trattati alla stregua di guaritori, fattucchiere e stregoni di campagna. Tuttavia la fabbricazione dell’oro da metalli vili mosse sempre la cupidigia dei potenti che si trovavano spesso indebitati. Perciò non è da stupirsi che anche Michele Scoto2 frequentasse la corte dell’Imperatore Federico II o che Ruggero Bacone fosse protetto da papa Clemente IV.

Alcuni testi di alchimia araba cominciarono a essere conosciuti in Spagna, Francia e Italia a partire dalla fine del XII secolo, al seguito delle traduzioni delle opere di al-Kindi, Avicenna e Averroé presso le prime Università3. Non è certamente un caso che quei testi che, attraverso la magia, precorrevano la chimica moderna e la mentalità razionalistica, arrivassero in Europa grazie allo studio di filosofi arabi profani. Queste opere erano considerate il prodotto della feconda penna dell’alchimista Geber.

All’inizio del XIV secolo cominciarono a dilagare nella cristianità latina altre opere arabe di Geber 4. Gli ermetisti posteriori lo hanno, con una certa faciloneria, identificato a Jābir ibn Hayyān (721~815)5, ma con ogni probabilità dietro a quel nome si celavano uno o più moros di Spagna dediti all’alchimia da laboratorio. È comunque indicativo che nei testi arabi attribuiti a quell’alchimista persiano, laddove è presente la catena dei maestri che gli avrebbero trasmesso (silsilah, sskrt. paramparā) le conoscenze cosmologiche, si cominci con Ermes Trismegisto6, per poi, attraverso Orfeo, Pitagora e Platone, arrivare ai neo-platonici: nessun accenno, dunque, a una continuità più recente attraverso il taṣawwuf! Quello che è certo è che nell’islam l’ermetismo d’origine alessandrina non entrò in conflitto con la religione. Esso fu considerato come una filosofia, residuo di una rivelazione precedente abrogata dall’islam e, come tale, considerata come isra’iliyat7.

Tuttavia era una forma di espressione e un deposito di simboli e nozioni cosmologiche, che poteva essere assunto in ambito esoterico, come anche in quello essoterico, per esprimere certe verità rivelate dal Corano o certe deduzioni tratte dalla natura. In questo modo ‘Ali Ibn Abī Tālib, Ja’far aṣ-Ṣādiq, Dhul Nūn al-Miṣrī, lo stesso Muhiddin Ibn ‘Arabi e altri ben noti sufi, poterono esprimersi talora in forma ermetica, ma la loro trasmissione iniziatica rimase sempre quella regolare muḥammadica. E, parallelamente, i filosofi e gli alchimisti islamici privi della ba’yat (sskrt. dīkṣā) sufica, continuarono a essere dei profani: i primi, ermetisti teorici, soffiatori alla ricerca di fabbricare l’oro, i secondi8. Gli esoteristi occidentali dovrebbero a questo punto interrogarsi sui seguenti quesiti: avrebbero potuto gli ermetisti cristiani aver ricevuto l’iniziazione sufica con relativa trasmissione del simbolismo e linguaggio ermetico senza convertirsi all’islam? Oppure avrebbero potuto ricevere la dottrina ermetica e il corrispondente metodo alchemico da ermetisti teorici o da soffiatori musulmani? O avrebbero ricevuto una improbabile trasmissione sufico-ermetica per mezzo della sola lettura dei libri di alchimia araba? Le tre domande possono ricevere soltanto un’unica risposta negativa, perché una iniziazione ermetica autonoma in tutta evidenza era inesistente.

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Nel 1438 Giorgio Gemisto Pletone (1355~1450)9, assieme al suo seguace, il cardinale Bessarione (1403-1472), accompagnò il basileus Giovanni VIII per partecipare al Concilio di Ferrara e Firenze nel tentativo di riunire le chiese cattolica e ortodossa. A Firenze, Pletone affascinò Cosimo il Vecchio de’ Medici con la sua idea di ripristinare il pensiero ellenistico. Fu questa suggestione che spinse Cosimo a fondare in seguito l’Accademia Neo-platonica medicea10, primo nucleo dell’umanesimo. Con umanesimo s’intende un movimento culturale che, ispirandosi agli scritti e alle opere d’arte classiche ed ellenistiche, ne imitava gli stili nel desiderio di riproporre tale civiltà a modello di una nuova visione del mondo. Questa tendenza, non avendo alcuna continuità tradizionale, consisté in una riproduzione e rivisitazione delle forme esteriori dell’antichità, in un senso puramente estetico. Il contenuto di questa ripresa di forme antiche, invece, non poteva essere che lo specchio di una mentalità completamente antitradizionale: in luogo della centralità della Divinità e dell’uomo quale sua immagine, caratteristica della tradizione medievale, era posto il mondo considerato in un’ottica naturalistica e, ben presto, meccanicistica. Questo piano si manifestò in modo palese con lo sviluppo rinascimentale dell’umanesimo che intese sostituire la religione con la scienza e la magia, e l’ordine imperiale con l’invasione dell’intero mondo da parte di mercanti armati e di strozzini. Così ebbe origine il mondo moderno11.

Con la conquista di Bisanzio da parte degli ottomani nel 1453, monaci ortodossi in fuga portarono con sé nella penisola balcanica parti dei ricchi archivi dei loro monasteri e delle biblioteche imperiali. I cristiani d’occidente, più che preoccuparsi delle tristi sorti dei greci, cercarono di salvare quei tesori di sapienza antica. Cosimo il Vecchio inviò alcuni messi nei Balcani per cercare di acquistare manoscritti antichi a buon prezzo dai profughi bizantini. Per prime arrivarono alcune opere di Platone, che Marsilio Ficino (1433-1499) fu incaricato di tradurre in latino. Nel 1460 il frate francescano Leonardo da Pistoia ritornò dalla sua missione in Macedonia e consegnò a Cosimo de’ Medici il manoscritto del Corpus Hermeticum12, fino ad allora sconosciuto in Occidente. Il magnate fiorentino, sempre attratto dalle scienze occulte13, interruppe le traduzioni di Marsilio ordinandogli di dare la priorità alla traduzione dei testi ermetici. Ficino tradusse d’un fiato la raccolta che pubblicò sotto il nome di Pimander14. Da quel momento egli fu un entusiasta sostenitore della filosofia ermetica, influenzando con la sua passione l’intero circolo dall’Accademia. Nella sua traduzione si avvalse anche dell’Asclepius; tuttavia questo libro, sempre attribuito a Ermes, era decisamente più simile a un grimorio, la cui magia confinava con la negromanzia e l’evocazione di demoni.

Fino a quel momento la magia, ermetica o meno, era tenuta fuori dell’ambito della religione, se non addirittura combattuta come arte diabolica. Fu impegno di Ficino quello di far accettare come cattolica la magia ermetica15. Accuratamente evitò di affrontare la netta condanna proferita a suo tempo da Sant’Agostino contro l’ermetismo, preferendo citare Lattanzio e Clemente d’Alessandria16. Ricordiamo che Lattanzio interpretava il termine ‘figlio di Dio’, preannunciato da Pimandro, come una profezia della venuta del Cristo; in realtà, a più accurata lettura, appare chiaro che con ‘figlio di Dio’ il Corpus Hermeticum intendesse indicare il Demiurgo di gnostica concezione. Marsilio protestò sempre la sua fedeltà al cattolicesimo imperante, temendo che la magia di cui si era fatto propagatore fosse condannata dalla chiesa come stregoneria. In vari modi egli argomentò per distinguere la magia ‘bianca’ da quella ‘nera’, quella attivata dall’intervento degli angeli da quella ispirata dai diavoli. In questo modo, Ermes Trismegisto e i suoi immediati successori, pur essendo prisci magi (antichi maghi) erano nel contempo prisci theologi (antichi conoscitori di Dio). Da un altro punto di vista affermava che la magia ermetica doveva essere considerata naturale. In altre parole voleva far passare la magia come una qualsiasi scienza naturale, perciò non contraria alla religione, ma, in qualche modo, neutra.

Si noti che il medesimo procedimento fu usato dai rinascimentali per far accettare la scienza empirica come compatibile con la fede. Una volta riusciti a fare accettare la scienza in questi termini, puntualmente, si affermò che la scienza doveva essere considerata vera conoscenza e la fede credenza personale17. Dal punto di vista pratico, poi, il Ficino produceva amuleti sui quali evocava la discesa di influenze celesti, con procedure magiche non molto dissimili da quelle che questa categoria di intellettuali umanisti disprezzava considerandole magia di campagna18. Ma, nonostante le sue precauzioni, le sue operazioni magiche si spingevano ben oltre:

questo albero umano deve essere bagnato con giovanile liquido umano, per far sì che riprenda vigore. Scegli dunque una giovane donna sana, formosa, lieta, di complessione temperata, e succhiane avidamente il latte quando la luna è crescente […]. È una opinione comune e antica che certe vecchie saghe, che volgarmente sono chiamate anche streghe, succhiano il sangue degli infanti, per ringiovanire nelle forze. Perché anche i nostri vecchi, privati di ogni altro rimedio, non possono succhiare il sangue di un giovinetto? Di un giovinetto consenziente, dico, sano, lieto, di complessione temperata, che abbia sangue ottimo e forse troppo abbondante. Ne succhino dunque, come le sanguisughe, una o due once da una vena del braccio sinistro appena aperta […]”19.

A questa pratica di vampirismo, Ficino aggiunge la magia amorosa:

Ma perché si chiama l’amore mago? Perché tutta la forza della magica consiste nello amore; l’opera della magica è uno certo tiramento dell’una cosa dall’altra per similitudine di natura. Le parti di questo mondo come membri d’uno animale dependendo tutte da uno Auctore, si connectono insieme per comunione di natura, e però come in noi nel cervello, polmone, cuore, fegato e gli altri membri, traggono l’uno dall’altro qualche cosa, e scambievolmente si favoreggiano, e alla passione dell’uno compatisce l’altro, così i membri di questo grande animale, cioè tutti e corpi del mondo, intra loro concatenati, accattano intra loro e prestansi loro nature. Per questa comune parentela nasce amore comune, da tale amore nasce el comune tiramento, e questa è la vera magica20.

Per questa ragione “alchimia spirituale” è l’eufemismo gergale ermetico per indicare la pratica della magia sexualis in voga ancora oggi presso i pretesi eredi dell’ermetismo rinascimentale21.

Magia e scienza, occultismo misteriosofico e naturalismo, ammirazione per il paganesimo e rifiuto della tradizione cristiana medievale, attrazione per l’arcano gnostico e repulsione per la logica aristotelico-scolastica, fascino per complicati simbolismi impenetrabili e ripulsa per la tensione interiore, la preferenza per una vita godereccia e per il facile benessere e l’insofferenza per l’ascesi monastica e l’austerità feudale, amore per l’allegoria e avversione per la trattatistica logica, esotismo nei confronti di altre religioni e la presa di distanza dalla propria fede, l’interesse per la forma piuttosto che per i contenuti, l’ansia per una riforma della chiesa e di abrogazione delle antiche dottrine e rituali, tutto ciò segnò un desiderio di radicale cambiamento anche nell’ambito delle arti. Sandro Botticelli, Antonio e Piero del Pollaiolo, Leonardo da Vinci, Perugino, Luca Signorelli frequentarono l’Accademia e divennero i fondatori del nuovo stile rinascimentale. In pochi lustri una nuova mentalità dilagò dall’Italia affascinando tutta l’Europa, convogliata soprattutto dalle nuove classi emergenti di borghesi arricchiti. Questi si sentivano ormai alla pari con quelle che erano state da tempo immemorabile le classi dominanti ed erano insofferenti di essere ripartiti nelle gilde e nelle arti22. Il popolo grasso disdegnava quelle organizzazioni di mestiere23, come il figlio del contadino, diventato industriale, disprezza e si vergogna dell’umile condizione di suo padre. Sotto il manto di una perfezione estetica, di effetti illusionistici affascinanti, d’una bellezza mai vista in precedenza24, si propagò il veleno che ancora affligge l’Occidente e che, con le grandi scoperte geografiche, con le esplorazioni e le conquiste ha intossicato il mondo intero. L’Italia ha la grave responsabilità di aver dato i natali a questo squilibrio cosmico. E ancor oggi ce ne gloriamo!

Gian Giuseppe Filippi

  1. Ispirandosi a questa versione tardo romana, nel XII secolo furono prodotti alcuni apocrifi, sempre attribuiti a Mercurius Triplex, quali il Liber XXIV Philosophorum e il Liber de VI rerum principiis, di astrologia giudiziaria, d’alchimia da souffleurs, di fabbricazione di amuleti e filtri e di altra bassa magia. I filtri d’amore, poi, riguardano la magia sexualis di cui accenniamo più sotto.
  2. Dante mette all’inferno gli alchimisti nella bolgia dei falsari, tra cui Michele Scoto “Quell’altro che ne’ fianchi è così poco, Michele Scotto fu, che veramente de le magiche frode seppe ‘l gioco” (Inferno, XX.115-117). Ruggero Bacone, oltre che alchimista, fu anche un precursore della scienza profana come s’affermò a partire dal Rinascimento.
  3. Tra quei testi il più importante fu il Picatrix, traduzione latina di un libro in arabo. Il titolo originale dell’opera era Gāyat al-hakīm (Lo scopo del saggio), scritto da Abū Maslama Muhammad ibn Ibrahim ibn ‘Abd al-Da’im al-Majrītī di Cordova (?~1007). In base a quanto riportato nei manoscritti latini, pare che l’opera sia stata tradotta dall’arabo in castigliano nel 1256 sotto il regno di Alfonso X el Sabio. Tale libro, il cui contenuto comprende magia simpatetica, astronomia giudiziaria e alchimia pratica, fu subito riconosciuto come grimorio e condannato come tale da S. Alberto Magno nel suo Speculum astronomiæ.
  4. Di questo, che è definito pseudo-Geber, si conoscono quattro libri: Summa perfectionis magisterii; Liber fornacum; De investigatione perfectionis; De inventione veritatis. Considerata la grande differenza di prospettiva fra di essi, è assai dubbioso che possano addebitarsi a uno stesso autore.
  5. Anche di questo personaggio non si sa nulla, se non tramite racconti di poco fondamento storico. È improbabile che si possano attribuire a un unico autore più di trecento trattati. La leggenda lo mette in relazione con il celebre sufi Ja’far aṣ-Ṣādiq e per questa ragione, tendenziosamente, se ne è voluto fare uno shi’ita. Questo è in particolare il punto di vista di Henry Corbin che identificava l’esoterismo islamico con la shi’a;o meglio,sosteneva che le scienze iniziatiche fossero di origine preislamica, svuotando il sufismo sunnita di ogni contenuto di sapienza originale (L’Alchimie comme art hiératique, Paris, Cahiers de l’Herne, 1986). Quest’opera, accolta con soddisfazione in ogni ambiente accademico, non spiegava la ragione per la quale debbano esistere le turuq di ambito shi’ita. Essa era però in linea con le tendenze ereticali della scuola shaykhiyya a cui Corbin si rifaceva e alla sua mentalità antitradizionale, rigidamente calvinista. È curioso notare come Corbin affermasse, analogamente a quanto aveva sostenuto Schuon per il cattolicesimo, che la shi’a è una forma religiosa ‘iniziatica’ e che tutti i suoi fedeli sono perciò ‘iniziati’.
  6. Per gli arabi ci sarebbero stati tre Ermes: Enoc (Idrīs), Noé (talvolta sostituito da un Ermes babilonese) ed Ermes l’egizio (Hirmis al-Miṣrī). In ciò consiste la sua triplicità. Ognuno di costoro rappresenterebbe una funzione: di profeta-mago, di sacerdote-filosofo e di re-legislatore. Ermetica è dunque l’origine di questa triade funzionale presso l’occultismo moderno. Ogni essere umano è in potenza un Ermes grazie alla sua triplice composizione di spiritus, anima et corpus. Su questa base gli ermetisti dell’umanesimo ritenevano che anche il mago può creare, portando a demiurgico compimento la creazione divina. Se il mago qabbalista operava in modo da creare il golem, il mago alchimista rinascimentale cercava di creare l’homunculus.
  7. Con questo termine sono indicate le sopravvivenze (lat. superstitiones) di tradizioni morte precedenti l’avvento dell’islam che, anche se prive di efficacia, possono essere usate per esprimere alcuni aspetti dottrinali della nuova religione. Per comprendere meglio, si pensi a come fu utilizzato l’aristotelismo dalla scolastica.
  8. Tra questi può essere menzionato Aḥmed al-Buni (?~1225) che, nonostante vantasse improbabili silsilat, si dedicò alle più pericolose scienze occulte. La sua concezione di un meccanismo d’interpretazione universale ricorda da vicino l’ars lulliana e le ‘lettere rotanti’ di Abulafia. Sarebbe interessante verificare se al-Buni avesse avuto contatti con ambienti qabbalistici magrebini.
  9. Considerato un filosofo neo-platonico, Pletone fu un pensatore sincretista che si ispirava alle più diverse correnti dello gnosticismo alessandrino. Concepì la visione utopica di una religione universale, promovendo quello che oggi si chiamerebbe ‘dialogo tra le religioni’. Egli faceva precedere Ermes Trismegisto da Zoroastro che, non si sa su quale base, considerava fosse stato il primo profeta della religione universale, sorta di parodia della Tradizione primordiale. Pletone attribuiva a Zoroastro gli Oracoli Caldei che erano in realtà dei falsi, prodotti in ambiente giudaico alessandrino per screditare la rivale neonata chiesa cristiana. Con questo spirito partecipò al Concilio, a dimostrazione che sono proprio l’ecumenismo e il relativismo a rispecchiare una mentalità gnostica. Per la sua equidistanza tra le religioni, per non dire la sua indifferenza verso il cristianesimo, fu riconosciuto ateo dal Patriarca di Costantinopoli e la sua opera distrutta. La sua ostilità nei confronti dell’aristotelismo diede inizio alla ribellione contro la scolastica, anticipando l’ansia rinascimentale per la riforma.
  10. Altri membri dell’Accademia furono Pico della Mirandola, Poliziano, Nicola Cusano, Leon Battista Alberti, Cristoforo Landino, Gentile de’ Becchi, Giuliano e Lorenzo de’ Medici, ossia i primi fondatori del movimento umanistico.
  11. I demoniaci predicatori contemporanei di un ‘nuovo umanesimo’ in realtà spingono al completamento dello stesso piano in direzione del ‘transumanesimo’.
  12. Questo manoscritto era mutilo dell’ultimo capitolo, il quindicesimo.
  13. Non è affatto esatto usare il termine di occultismo e occultisti solamente per definire la cerchia di cui si era circondato Papus (dott. Gérard Encausse) e i suoi continuatori. Già gli umanisti italiani del XV secolo amavano definire così le loro idee e gli ambienti che frequentavano. Il termine, comunque, appare ufficialmente per la prima volta nel titolo del libro De occulta philosophia di Agrippa (1486-1535).
  14. Per la verità Ficino chiamò così la sua traduzione latina dell’intero Corpus Hermeticum, traendone il titolo dal primo libro dedicato a Pimandro, il ‘Pastore di uomini’, come ivi è definito l’Intelletto attivo o Mente divina.
  15. I papi della cerchia medicea o appartenenti a quella stessa famiglia trattennero l’Inquisizione dall’indagare i maghi dell’umanesimo. Solamente troppo tardi ci fu una reazione, come nel caso di Giordano Bruno, quando ormai gli scopi della riforma della cristianità erano già stati raggiunti. Sarebbe molto interessante studiare a fondo le ragioni per le quali i papi de’ Medici furono sempre considerati illuminati dalla divulgazione, mentre i Borgia sono stati, e sono tutt’ora, oggetto di ogni calunnia e disprezzo.
  16. Cfr. il nostro precedente articolo n. 49. L’origine dell’ermetismo. Clemente Alessandrino, per la verità, segnalò semplicemente l’esistenza di Ermes Trimegisto, profeta pagano, senza rivolgergli lodi o infamie.
  17. Galileo fu il poco chiaro personaggio che, consapevolmente, si prestò per conseguire la pubblica accettazione dello scientismo come verità indiscutibile, come ancor oggi i moderni affermano con soddisfazione. Naturalmente con la connivenza dei Medici e di una chiesa cattolica già in stato confusionale. Considereremo più avanti questi aspetti del mondo moderno.
  18. Giovanni Pico, che era stato sfiorato dall’Inquisizione per la sua interpretazione cristiana della qabbalah, ostentava prudenza, affermando che la sua magia non poteva essere accusata d’ispirazione diabolica perché basata sulla tradizione ebraica dell’Antico Testamento. Pur in pieno accordo con il suo sodale Ficino, egli sosteneva che la magia qabbalistica doveva essere sovrapposta a quella ermetica per la sua evidente superiorità spirituale. A sua opinione l’origine egizia dell’ermetismo poteva infatti far sospettare una latente presenza in essa di influenze sethiane, come se tale presenza fosse inesistente nelle religioni semitiche! Tuttavia non poteva essere del tutto all’oscuro di una magia sessuale sotterranea nella qabbalah messianica e apocalittica, che affiorerà pubblicamente in tutta la sua spudoratezza e perversione più tardi con Šabbetay Ṣewi e Jacob Frank (Moshe Idel, Eros e Qabbalah, Milano, Adelphi, 2007, pp. 305-307).
  19. Marsilio Ficino, Sulla vita (De vita cœlitus comparanda), Alessandra Tarabochia Canavero (a cura di), Milano, Rusconi, 1995, II.11, pp. 156-157.
  20. Marsilio Ficino, El Libro dell’Amore, Sandra Niccoli (a cura di), Firenze, Olschki, 1987, pp. 144-145. Non è certamente un caso che Marsilio traducesse sempre i peccati di incontinentia con incostantia e di concupiscentia con luxuria.F. A. Yates, Giordano Bruno y la Tradición Hermética, Barcelona, Ariel, 1983, pp. 48-49.
  21. In Occidente la scoperta del tantrismo indiano della mano sinistra è stata usata come occasione per nobilitare la magia sessuale pseudo-ermetica (v. Hargrave Jennings, Indian Religions, or Results of the Mysterious Buddhism (1858); The Rosicrucians, Their Rites and Mysteries (1870); Phallism: A Description of the Worship of Lingam-Yoni (1889). A sua volta, a principale fonte riguardante l’India fu il libro del pornografo Edward Sellon, Annotations upon the Secret Writings of the Hindus, (1865)). Tuttavia la differenza è davvero notevole: anzitutto il tantrismo vāmācāra è una via iniziatica, mentre, come appare evidente da quanto abbiamo qui descritto, l’ermetismo rinascimentale è una ricostruzione libresca, priva di qualsiasi trasmissione reale. In secondo luogo le pratiche utilizzate in India non sono finalizzate al piacere, com’è dimostrato dalla tecnica di trattenimento del seme; al contrario, in Occidente, è proprio lo scatenamento incontrollato del piacere, anche nelle forme più contrarie alla natura, a garantire il risultato magico. Infine la sublimazione interiore, che si produce con la risalita dei cakra lungo la suṣumṇā producendo una rinascita interiore, è ben diversa dalla disgustosa manipolazione di fluidi corporei che i pretesi alchimisti operano al fine di dare nascita all’homunculus. Inutile aggiungere che i risultati di queste operazioni appaiono solo per via di suggestione, poiché nemmeno in questo caso c’è stata alcuna trasmissione da parte di un vero mago. Si tratta, perciò di magia cerimoniale, priva di alcun effetto reale.
  22. Fu proprio per volontà dei papi legati al partito mediceo che la costruzione di chiese non fu più affidata alle gilde di tagliapietra; si sceglieva invece il progetto d’un architetto che non apparteneva necessariamente a un’arte tradizionale. In breve le corporazioni furono trascurate come resti d’un passato che si voleva dimenticare. Ciò è provato storicamente dall’abbandono dell’orientamento delle chiese rinascimentali. Le gilde subirono la concorrenza delle botteghe dei ‘grandi artisti’, dei ‘geni universali’. Ben prima di Michelangelo, anche Brunelleschi aveva rifiutato di incorporarsi alle gilde. In questo modo il rinascimento soppiantò il gotico. Nel 1539 Francesco I re di Francia abrogò per decreto le gilde come categorie sociali. Naturalmente le corporazioni sopravvissero, grazie anche alla loro antica struttura iniziatica, ma dal punto di vista pratico dovettero ripiegare sulla costruzione di opere di minor conto, case, ponti, mulini, ossia su costruzioni considerate non ‘artistiche’, dando inizio così a una decadenza secolare.
  23. Per la precisione, le corporazioni non coincidevano del tutto con le organizzazioni iniziatiche corrispondenti, anche se le seconde fiorivano sempre all’interno delle prime. Nel caso dei costruttori, la corporazione accorpava anche operai di fatica, spesso non uomini liberi (in inglese rough masons), per i quali svolgeva una funzione ‘sindacale’ e amministrativa. La loggia o hütte iniziatica si trovava all’interno della corporazione ed era riservata agli uomini liberi (free masons), custodi e trasmettitori dei segreti del mestiere.
  24. Tuttavia, un’estetica del bello, basata su teorie così degeneri, portava fatalmente i semi dell’arte contemporanea, la più brutta, volgare, blasfema e corrotta forma di espressione mai concepita e prodotta dal pensiero umano.