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16. I Neoplatonici

    I Neoplatonici

    Nel 337 a.C. Filippo II, Re di Macedonia, s’impadronì di tutta la Grecia, affrancandola dal dominio persiano. La Macedonia era un piccolo regno situato a nord della Grecia e considerato dagli Elleni come un paese barbaro; ma la grande forza militare e la perizia amministrativa della sua dinastia regnante portò la Macedonia a diventare in breve un impero immenso.
    Alessandro Magno1, figlio di Filippo II, sconfitti i Persiani e gli Egiziani, conquistò tutti i territori compresi tra la Grecia, il fiume Nilo e l’Indo. Quando Alessandro morì, aveva solo trentatré anni e il suo impero si disgregò immediatamente: infatti i generali del suo esercito, dopo essersi proclamati Re, divisero l’Impero in tanti piccoli regni; ma nonostante la sua breve durata, l’Impero di Alessandro ebbe un grande significato culturale. Infatti, l’unione di così tanti popoli, tradizioni e religioni ruppe i limiti della mentalità particolarista ed esclusivista dei greci, dando origine a una civiltà più universale conosciuta come “Ellenismo”. L’erede diretto della Civiltà Ellenistica fu l’Impero Romano che in tre secoli conquistò quasi tutti i regni in cui era stato frantumato l’Impero di Alessandro.
    Fu proprio sotto l’egida del dominio universalistico romano che in Alessandria d’Egitto, città fondata da Alessandro, fu istituita la scuola pitagorico-platonica che diede vita al “Neoplatonismo” e Roma, la capitale imperiale, divenne così il secondo centro per importanza dei misteri neoplatonici.

    Furono due le principali novità che caratterizzarono la Scuola Neoplatonica: la prima consisteva nel fatto che venne reso meno rigoroso il confine tra esoterismo ed essoterismo grazie all’opera di diffusione della conoscenza promossa da quei filosofi, in controtendenza rispetto ai loro predecessori Pitagorici che avevano celato gelosamente ai profani la dottrina esoterica. La seconda novità consisteva nel fatto che essi incorporarono nella tradizione misterica pitagorico-platonica molti elementi di altre iniziazioni, come quelle di provenienza egizia, caldea2 ed ebraica.

    Il fondatore del neoplatonismo fu Plotino (204-270 d.C.). Discendeva da un’antica famiglia egizia di casta sacerdotale: egli, oltre ad essere iniziato ai Misteri Isiaci3, ottenne anche l’iniziazione ai Misteri Pitagorico-Platonici. Insegnava che l’uomo è come un blocco di pietra informe; con l’iniziazione, la pietra è scolpita e, con la rimozione di tutte le parti superflue viene rivelata la sua vera forma nascosta4. Si tratta di un’opera di purificazione volta a liberare la natura individuale da tutti i vizi che la deturpano; ma questo è solo il primo passo del percorso iniziatico. In effetti, quanto emerge dalla sgrossatura della pietra è ancora solo una forma. L’Uno (τό Ἕν, leggi tò Hen), il Principio Metafisico Divino, è al di là della forma e per maturare la consapevolezza che l’Uno è la nostra vera natura bisogna superare ogni limitazione e dualismo; pertanto l’individualità deve essere completamente annullata. Così facendo, tutta l’apparenza della separazione viene rimossa e

    “Non c’è più distinzione, non c’è più la dualità, ma solo l’Uno”5.

    Nella vita quotidiana, l’uomo non riesce a realizzare che in realtà è un “essere superiore” (sskrt. Puruṣa) e riesce solo a identificarsi con “l’uomo ordinario” (sskrt. manuṣya) che si preoccupa prevalentemente delle necessità corporali e pensa secondo le percezioni sensoriali. L’Uno è sempre presente, ma noi siamo assenti a noi stessi perché rivolgiamo la nostra attenzione altrove. Bisogna riconoscere che tutta questa esistenza, che sembra essere costantemente in divenire, questo Tutto (Πᾶν, leggi Pan), è in realtà l’Immutabile senza molteplicità (Ἀ-πόλλων, leggi A-pollon, il nome del Dio Apollo; in sanscrito A-bahutā). Per raggiungere questo obiettivo, abbiamo bisogno di espandere la nostra coscienza e concentrare la nostra attenzione solo sull’“Uomo superiore”.

    Il metodo (μέθοδος, leggi méthodos, sanscrito prakriyā) utilizzato da Plotino consisteva nel distrarre l’attenzione dagli oggetti esterni, per rivolgerla al sé interiore e ottenere così la visione dell’Uno, tò Hen. Quando era giovane, Plotino aveva cercato di raggiungere l’India per attingere alla saggezza dei Brāhmaṇa, ma una guerra scoppiata in Persia lo fermò. Tuttavia, poté sicuramente incontrare alcuni Brāhmaṇa presso le piccole comunità indiane dislocate in Egitto, dove era nato, e in Italia, dove morì.

    Indubbiamente il fondatore della Scuola fu la personalità intellettualmente più elevata tra i neoplatonici. I successori di Plotino, sebbene tutti abbastanza degni di nota, mostrano meno interesse per la metafisica e più attenzione al mondo empirico. Specialmente Porfirio (233-305 d.C.), Giamblico (250-330 d.C.) e Proclo (412-485 d.C.) affermavano che l’umanità dell’Età del Ferro (Kali yuga) era così decaduta che il metodo di Plotino era diventato inefficace. Per tale ragione diedero più importanza agli aspetti rituali del metodo e, siccome non consideravano adeguati i riti della precedente tradizione pitagorica, presero a prestito altri cerimoniali dagli antichi Misteri caldei ed egizi. In particolare, furono influenzati dalla Teurgia insegnata dal filosofo greco-caldeo Giuliano il Teurgo (II secolo d.C.).

    La Teurgia, che significa “azione di Dio”, era un’arte con cui veniva evocata ritualmente la presenza reale di una divinità; per esempio, quando il maestro comandava al discepolo l’adorazione di una particolare forma della Divinità (iṣṭadevatā6), celava in una cavità all’interno dell’idolo, un particolare insetto, una pianta, una pietra preziosa o altri simboli sacri a quel Dio. Quindi il maestro evocava ritualmente la presenza reale della Divinità nella sua icona (prāṇapratiṣṭhā7). A seguito di ciò l’immagine era pronta per il culto iniziatico. Lo stesso rito teurgico poteva ugualmente essere eseguito sul discepolo, cosicché questi, posseduto dal Dio, diveniva capace di oracolare. Questo fenomeno ottenuto ritualmente era molto simile alla possessione spontanea di Socrate da parte del suo “demone”. Nel Pitagorismo, la filosofia era considerata una preparazione pre-iniziatica o essoterica alla Sophia, la conoscenza esoterica. Allo stesso modo, per i Neoplatonici, la filosofia doveva condurre alla Teurgia; lo scopo della Teurgia era infatti quello di ottenere un intelletto (νοῦς, leggi nus; sskrt. buddhi) capace di unirsi alla Realtà intellettuale divina (adhidaivika jagat o Mahātman)8 e in tal modo conoscere le cose di quel mondo e armonizzarle con le azioni necessarie in questo: sostenevano che ciò costituiva la loro modalità di unione con l’Uno. Anche se questi neoplatonici raggiunsero un livello inferiore rispetto a Plotino, a nostro parere ebbero il merito di tramandare ai posteri molti insegnamenti esoterici di Orfeo, Pitagora, Empedocle, Eraclito, Parmenide e specialmente di Platone, che fino ad allora erano inaccessibili.

    Commentarono anche diverse parti di opere di Omero e di Esiodo, spiegando in modo chiaro il significato dei simboli racchiusi nei loro versi: in tal modo si poté comprendere il senso più profondo di quei poemi epici, celato sotto il “velame” letterario. Ma alla fine, l’uso continuo di rituali teurgici condusse gli esponenti di questa scuola a delle deviazioni, spingendoli spesso alla ricerca dei poteri (siddhi)9 e alla produzione di fenomeni magici; inoltre, da un punto di vista dottrinale, l’assunzione di simboli, rituali e credenze riprese da tradizioni e religioni non greche li fece fatalmente assumere una tendenza sincretistica. Questa inclinazione ha prodotto un nuovo modo di pensare, non derivato dal neoplatonismo, ma spesso adottato da alcuni neoplatonici: lo gnosticismo.

    D. K. Aśvamitra

    1. Alessandro era stato iniziato da Aristotele.[↩]
    2. I caldei erano una casta sacerdotale risalente all’antica tradizione dei Sumeri (4000 a.C.), popolazione forse proveniente dall’India. Vi sono prove di molti contatti tra i Sumeri e la civiltà Indo-Sarasvatī. I caldei rimasero la casta sacerdotale anche dopo la scomparsa della civiltà sumera, svolgendo le loro funzioni anche nelle più recenti civiltà semitiche come la babilonese, e l’assira. Erano molto famosi per la loro vasta e profonda conoscenza metafisica e cosmologica. La loro grande fama è all’origine anche del nome dei Celti e dei monaci cristiani irlandesi, i Culdei. Anche la mitica Caledonia deriva il suo nome dalla stessa radice.[↩]
    3. I Misteri Isiaci erano riti di iniziazione al culto della Dea Madre Egizia Iside.[↩]
    4. Una coincidenza con il simbolismo massonico del I grado, in cui il lavoro del neofita consiste proprio in questa attività di sgrossatura, volta a “sottomettere la volontà e costruire oscure e profonde prigioni al vizio” [N. d. T.].[↩]
    5. Plotino, Enneadi, VI.7-34.[↩]
    6. Istadevatā significa letteralmente “divinità scelta per la meditazione”. Sebbene Dio sia Uno, i supporti per coglierLo attraverso la meditazione sono molteplici. La via della bhakti dà la libertà agli aspiranti spirituali di scegliere uno di questi aspetti a quel fine: qualunque sia l’aspetto scelto dall’aspirante, quello diventa la sua iṣṭadevatā. La regola generale è che l’aspirante deve concentrarsi sulla propria iṣṭadevatā, ripetendo il mantra che le pertiene, fino alla realizzazione di quella forma divina. [N. d. T].[↩]
    7. Prāṇapratiṣṭhā significa letteralmente “infondere la vita in un’immagine”. Adorare Dio attraverso un’immagine è un aspetto comune della religione pratica. L’immagine, tuttavia, sia stabilita in un tempio o in una casa, deve prima essere infusa di vita. Questo processo è chiamato prāṇapratiṣṭhā. L’idea di base è che Dio che è nel proprio cuore, deve essere trasferito cerimonialmente all’immagine e poi adorato. Nella consacrazione dei templi, dopo diversi rituali, sia maggiori che minori, il prāṇapratiṣṭhā viene fatto pronunciando il mantra posizionando il pollice sul cuore dell’immagine [N. d. T.].[↩]
    8. Adhidaivika significa letteralmente pertinente al divino, ossia a Hiraṇyagarbha. Jagat, il cosmo, sia della veglia sia del sogno [N. d. T.].[↩]
    9. I poteri ottenuti con la pratica di uno yoga sādhana [N. d. T.].[↩]

    15. L’Odissea

      L’Odissea

      Il secondo Poema di Omero, l’Odissea (Ὀδύσσεια, leggi Odỳsseia), racconta i viaggi per mare di Ulisse (Ὀδυσσεύς, leggi Odyssèus1), l’eroe greco che dopo la distruzione di Troia cercò di far ritorno al suo regno, l’isola di Itaca.
      Da un punto di vista profano e superficiale, il Poema è generalmente considerato come un semplice racconto di avventure. Tuttavia, l’Odissea racconta anche in forma simbolica e talvolta enigmatica, il difficile e faticoso viaggio interiore di Ulisse2 volto a ristabilire la purezza mentale che aveva l’umanità alle origini.
      Odisseo lasciò Itaca per prendere parte alla Guerra di Troia e alla fine di dieci anni di combattimenti, dopo la distruzione di quella città, partì da quei lidi con le sue dodici navi per far ritorno a casa. Quando l’isola era già stata avvistata, i venti però lo spinsero lontano in direzione dell’Oceano Atlantico e così per dieci anni Ulisse andò alla deriva sul mare vivendo avventure inimmaginabili, oltre qualsiasi normale esperienza umana, come comprova il suo viaggio al regno dei morti che è costellato da tutta una serie di eventi favolosi3.
      Durante le sue numerose disavventure, l’astuto (πολύμητις, leggi polỳmetis) eroe greco ricevette sempre la protezione di Atena, la Dea della conoscenza e dell’arte (ἒντεχνος σόφία, leggi entèkhnos sofìa), mentre Poseidone, il dio del mare, gli fu sempre ostile. Le avventure di Ulisse e dei suoi guerrieri sono sempre affascinanti perché suscettibili di numerose interpretazioni simboliche.
      Tra queste, un’altra molto famosa è quella del suo sbarco sull’isola dei Ciclopi4, dove l’eroe rischiò di essere divorato con tutti i suoi compagni da Polifemo, figlio di Poseidone. Grazie alla sua proverbiale astuzia Odisseo riuscì a salvare se stesso e la maggior parte dei compagni accecando il Ciclope; ma in questo modo attirò l’ira del Dio.
      Scampato al Ciclope, approdò all’isola dei Lestrigoni5, giganti mangiatori di uomini, dove perse undici navi con tutti gli equipaggi. In seguito, arrivò all’isola di Eea, dimora di Circe6, un’incantatrice che con la magia trasformava gli uomini in animali. La strega però si innamorò di Ulisse e così i suoi guerrieri, che erano stati trasformati in maiali, riacquistarono la loro forma umana. È dopo aver lasciato Circe che Ulisse raggiunse il Regno dei Morti dove ricevette istruzioni su come poter fare ritorno a casa. Passò quindi vicino a una spiaggia dove sentì le canzoni pericolosamente incantevoli delle Sirene7.
      Quando raggiunsero l’Isola del Sole, i greci vi sbarcarono affamati e così uccisero e si nutrirono delle sacre vacche del Dio (del Sole). Zeus, irato per il sacrilegio compiuto, scatenò una tempesta e affondò la nave. Tutti morirono tranne Odisseo che raggiunse l’isola di Ogigia8, “dov’è l’ombelico del mare”, come dice Omero: per sette lunghi anni, l’eroe fu ivi trattenuto in dolce prigionia dalla ninfa Calipso9(Καλυψώ, leggi Kalypsò).
      Alla fine, gli Dei decisero che il Fato doveva compiersi e acconsentirono che l’eroe finalmente potesse raggiungere la sua destinazione: Calipso accettò la decisione a malincuore e obbedì alla volontà di Zeus permettendo a Odisseo di salpare su una zattera. Contravvenendo alla volontà del Re degli Dei, Poseidone scatenò una nuova tempesta contro Ulisse che fece nuovamente naufragio. Anche questa volta sopravvisse e approdò all’isola dei Feaci (Φαίακες, leggi Fàiakes10) che lo aiutarono a tornare a casa. L’isola dei Feaci era chiamata Skheria (Σχερία, leggi Skherìa, “Perenne”, equivalente del sanscrito Sanātana), una terra felice dove la natura produceva sempre fiori e frutti: in realtà Skheria appare come una variante dei Campi Elisi. Dodici Re governavano quest’isola e un tredicesimo regnava su tutti11. Veleggiando sulla cresta delle onde con una nave feacia (simile a un vimāna12), Odisseo finalmente sbarcò a Itaca, ma non conoscendo la situazione in cui si trovava il suo regno, preferì rimanere in incognito.
      Il porcaro Eumeo13 lo ospitò nella sua umile casa e gli rivelò che, seppure fossero trascorsi vent’anni dalla partenza del marito, la fedeltà di Penelope nei suoi confronti era rimasta sempre inalterata, malgrado fosse costantemente molestata dai pretendenti (Proci) che la volevano costringere a nuove nozze con uno di loro. I Proci erano giovani principi, prepotenti e arroganti che volevano impossessarsi dell’isola sposandone la Regina; nel frattempo vivevano nel palazzo reale di Odisseo dilapidando le sue ricchezze.
      Durante una competizione con l’arco, Odisseo manifestò la sua vera identità e massacrò tutti i pretendenti: il palazzo fu finalmente liberato ed egli si riunì a Penelope. Così fu restaurato l’ordine che deve governare l’esistenza umana.

      Nel Poema, Penelope14 è sempre descritta come prudente, la più saggia delle donne e rappresenta quella mai dimenticata Conoscenza, celata nel cuore di Ulisse15.

      Il ritorno a casa, quindi, sancisce il raggiungimento della purificazione interiore di Ulisse e la restaurazione dell’Età dell’Oro a Itaca; il che ricorda il regno ideale di Rāma quando fece ritorno ad Ayodhyā.

      Tuttavia, una profezia aveva annunciato che Ulisse avrebbe dovuto ripartire per un ultimo viaggio portando un remo sulle spalle: la sua peregrinazione si sarebbe conclusa solo quando, in una terra lontana, un uomo, non riconoscendo il remo; avesse affermato che Odisseo stava portando sulla spalla un bastone per battere il grano. Questa predizione corrisponde all’annuncio del conseguimento di un grado di realizzazione superiore. Infatti, il bastone da spulatura simboleggia la separazione dell’eroe da tutti i limiti, gli ostacoli e da ogni legame transitorio16.

      Da questo passaggio dell’Odissea si evince che in tempi molto remoti c’erano due diversi percorsi iniziatici: Piccoli Misteri e Grandi Misteri e, ai tempi di Omero, chi ascoltava la poesia epica, ne comprendeva il significato. Ma non molto tempo dopo, questa conoscenza fu privata del suo significato originale, perdendo così la sua dimensione metafisica. Malgrado tutto però, sebbene l’Odissea sia molto più simbolica e iniziatica dell’Iliade, anche in questo Poema non c’è una sezione specificamente sapienziale.

      Durgādevī

      1. Probabilmente questo nome deriva dal verbo όδύσσομαι (leggi odỳssomai), “essere adirato”. La stessa radice appare nel verbo latino odiare.[↩]
      2. In latino era conosciuto come Ulisse.[↩]
      3. Durante la sua discesa negli inferi, gli viene predetto: “Tu cerchi il ritorno che ha la dolcezza del miele” cosa che indica chiaramente che il viaggio di Ulisse mira a raggiungere la Madhu vidyā [Madhu-vidya è descritta nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad II.1-19, e nella Chaṅdogya Upaniṣad III.1-5. Si tratta della “conoscenza del miele” ossia quella della suprema beatitudine del Sé; è un importante insegnamento vedico. Questa conoscenza è destinata a essere comunicata dal maestro al discepolo, dal padre al figlio che è degno e interiormente pronto. Indra insegnò la Madhu vidyā al ṛṣi Dadhīchi con l’avvertimento che non doveva essere comunicata a nessun altro; N.d.T.].[↩]
      4. I ciclopi erano giganti con un occhio solo sulla fronte. La leggenda li rappresenta come una razza selvaggia e crudele.[↩]
      5. I Lestrigoni erano un popolo leggendario di giganti antropofagi che per ordine del loro Re, Antifate, distrussero la flotta di Ulisse ed uccisero tutti i marinai infilzandoli con enormi spiedi. Si salvò dalla strage solo la nave dell’eroe, rimasta all’ancora fuori dal porto. Secondo Omero, nella terra dei Lestrigoni (generalmente identificata con la Sardegna), la notte è così breve che il pastore che usciva col gregge al mattino incontrava lungo la strada quello che rientrava con il bestiame la sera. Secondo lo scrittore Felice Vinci si tratta di vaghi ricordi dell’estate nordica da parte di qualche viaggiatore (Cratete in scol. ib. 86, ripreso da Vinci nel suo Omero nel Baltico). La loro città è chiamata Lestrigonia o anche Lamia, da Lamo, suo fondatore all’epoca della guerra di Troia (XII secolo a.C.) [N. d. T.].[↩]
      6. Figlia di Elio e della ninfa Perseide o, secondo un’altra tradizione, del Giorno e della Notte. Omero colloca l’isola di Circe ad Oriente (Odissea XII.3), la tradizione successiva identificherà questa con il promontorio del Circeo nel Lazio. La sua dimora era un palazzo circondato da un bosco, abitato da festose bestie selvatiche; Virgilio nell’Eneide (VII.19-20), ci dice che queste bestie altro non sono che uomini così ridotti dai sortilegi della dea-maga [N. d. T.].[↩]
      7. Spiriti pericolosi, metà donne e metà uccelli. [Le Sirene tentano Odisseo con la seduzione del “sapere più cose”. Omero condanna l’attrazione per l’“onniscienza” delle cose empiriche che fa perdere i propri legami familiari e civili distraendo dal proprio percorso nella vita. L’isola mortifera delle sirene era disseminata di cadaveri in putrefazione. Odisseo, consigliato da Circe, la supererà indenne. Secondo un racconto antico (Igino 124.13) le due sirene che tentarono Odisseo si uccisero gettandosi in mare perché non erano riuscite a trattenere l’eroe. Una di esse, Partenope, si arenò sulla spiaggia su cui poi sorse la città di Napoli, e a lei vennero dedicati giochi annuali, le Lampadedromie. Omero non descrisse l’aspetto delle sirene; a tal proposito si è presupposto che ciò sia stato dovuto al fatto che sia il cantore sia l’uditore conoscevano bene le forme di queste creature grazie ad altri racconti mitici già diffusi, come le avventure di Giasone e degli Argonauti. N. d. T.].[↩]
      8. In lingua greca Ὠγυγίη (leggi Ogygìe), è l’isola dove Ulisse si trovò a sostare per sette anni dopo le lunghe avventure e pericoli corsi durante il suo ritorno dalla guerra di Troia. Diversi sono i tentativi di posizionamento dell’isola; qui basti dire che viene descritta da Ulisse come un luogo paradisiaco [N. d. T.].[↩]
      9. Il suo nome deriva dal verbo καλύπτω (leggi kalypto), coprire, nascondere, celare. Corrisponde al tredicesimo anno di nascondimento dei Pāṇḍava alla fine dell’esilio. Calipso era la figlia di Atlante, quindi rappresenta una prigione atlantidea. Anche nel Mahābhārata il Regno dei Matsya e il suo re Virāṭa mostrano molti aspetti caratteristici della tradizione di Atlantide.[↩]
      10. Questo nome deriva probabilmente dal verbo φαίνω (leggi fàino), risplendere [Le narrazioni tradizionali tratteggiano i Feaci come un popolo che vive in un locus amœnus, in condizioni di felicità e prosperità, caratteri che rimarcano per contrapposizione le differenze con le condizioni di vita dei Greci. La narrazione sui Feaci si lega al sistema dei valori della xenìa, quella che era la forma di ospitalità del mondo greco. N. d. T.].[↩]
      11. Come il sole sui dodici segni dello Zodiaco.[↩]
      12. Il termine vimāna (in sanscrito विमान) indica un mitico oggetto volante, descritto in numerosi testi indiani. Secondo le descrizioni dei testi sacri, i vimāna erano in grado di volare nell’aria, nello spazio e di immergersi sott’acqua. Segnaliamo che fra i diversi tipi di vimāna di diverse forme e dimensioni menzionati nei Veda, si enumerano il carro del sole e le navi volanti che trasportano i defunti, ruotando in cielo tirati da cavalli [N. d. T.].[↩]
      13. In verità, l’umile porcaro era il figlio del Re di Ortigia, l’isola di Delo che faceva parte delle terre iperboree e di cui la Delo del Mediterraneo era solo una proiezione equinoziale. Pertanto, qui “porcaro” significa “abitante di Varāhī”, la dimora primordiale.[↩]
      14. In greco Penelope è il nome di un cigno o di un’oca, l’Anser eurasiatico, cioè l’haṃsa (Cigno od oca selvatica, nome con cui si definisce l’umanità perfetta del Satya yuga, l’Età dell’Oro).[↩]
      15. Nel Tripurā Rahasya, Jāmadagnya si rivolge così al maestro: “… La Dea ha sempre vissuto nel mio cuore …”. La dea Tripurā è conoscenza, proprio come Penelope.[↩]
      16. Nel Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (IV.1.12), la frase “quando i chicchi di riso vengono battuti” è commentata esattamente allo stesso modo: è necessario che le percussioni debbano continuare finché la pula non si separa dai grani. Con tale separazione, vale a dire con il conseguimento del mokṣa, qualsiasi ulteriore battitura sarebbe superflua. Battere il riso è un modo per rappresentare l’ātmānātma viveka (la discriminazione tra il Sé e il on sé). Il battito del riso rappresenta così il “neti neti”.[↩]

      14. L’Iliade

        L’Iliade

        A conclusione di questa serie di articoli riguardanti l’antica Civiltà Greca trattiamo brevemente dei due poemi epici che di fatto divennero i Libri sacri di quei popoli. Si può affermare che la letteratura greca iniziò nel VIII secolo a.C. proprio con questi due componimenti epici, l’Iliade e l’Odissea, attribuiti a un poeta cieco di nome Omero di cui abbiamo poche e frammentarie notizie. Probabilmente era nato a Chio1, dove una compagnia di bardi (sskrt. kavi), chiamata “Omero”, era stata attiva per molti secoli.
        Nel prologo dell’Iliade (Ἰλιάς, leggi Iliàs), il poeta afferma che fu lo stesso Zeus a scatenare la guerra. La spiegazione di questa importante affermazione si trova in un frammento del Cypria2 dove si narra che la Dea della Terra, gravata dal peso di un’umanità sempre più degenerata, chiese a Zeus di liberarla da questo fardello; così il Re degli Dei ascoltò la sua preghiera e scatenò un lungo e feroce conflitto per ridurre il numero dei malvagi.
        L’Iliade racconta dunque di una guerra combattuta alla fine dell’Età del Bronzo (Dvāpara yuga) tra quei greci chiamati Achei3 (o in alcuni casi Micenei) e i Troiani, gli abitanti di Troia4, nota anche come Ilion (Ἲλιον, leggi Ílion). Troia era situata sulla costa occidentale dell’attuale Turchia e il conflitto si scatenò perché Paride, uno dei figli del Re di quella città, rapì la bella Elena5, moglie di Menelao, Re di Sparta e figlia di Zeus e di una delle sue amanti umane.
        Menelao, per vendicare tale offesa e salvare Elena, chiese aiuto a tutti gli altri Re greci; riunì un enorme esercito, salpò con una potente flotta di oltre mille navi da guerra e, attraversato il Mar Egeo, raggiunse Troia. Agamennone, Re di Micene e fratello di Menelao, fu nominato capo (Re dei Re) della spedizione.
        L’assedio di Ilio durò dieci anni; tuttavia Omero racconta solo gli ultimi cinquantuno giorni di guerra. Sul campo di battaglia gli eroi più illustri erano Achille per i Greci, ed Ettore per i Troiani. Achille, re dei Mirmidoni (le formiche)6, era il migliore tra tutti i guerrieri per coraggio e sete di gloria; era anche invulnerabile in qualsiasi parte del corpo con la sola eccezione del suo tallone sinistro7. Avendo ricevuto l’opportunità di scegliere tra una vita breve, ma gloriosa e una lunga, ma ingloriosa, Achille scelse la prima.

        La città di Ilio era protetta da alte mura e contava su numerosi alleati. Il comandante in capo dell’esercito troiano era Ettore, l’amato figlio di re Priamo, coraggioso e risoluto nel suo dovere di combattere fino alla morte. Anche Ettore aspirava alla gloria, ma soprattutto desiderava salvare la città.
        Pur sapendo di non poter vincere Achille, Ettore lo affrontò coraggiosamente in duello; venne ucciso e il suo cadavere barbaramente vituperato; ma alla fine Achille restituì il corpo del suo avversario al vecchio padre, il re Priamo. Il poema si chiude con l’accensione della pira funeraria di Ettore mentre Troiani piangevano la morte del loro eroe, consapevoli che la loro speranza di sopravvivere era venuta meno con la morte di lui. Pertanto, Omero non racconta la conquista e la distruzione di Troia.

        Anche gli Dei dell’Olimpo parteciparono alla guerra: ognuno di loro prese le parti di uno dei contendenti, aiutando i propri devoti, finché Zeus li costrinse a fermarsi affinché il Destino (Niyati), a cui nessuno degli Dei poteva opporsi, si adempisse: Troia doveva essere distrutta.

        Gli eroi di entrambe le parti avevano combattuto gloriosamente, sapevano che il loro dovere era quello di combattere; quindi non temevano il nemico e affrontarono la morte con valore, per compiere il loro svadharma e per essere ricordati dai posteri. L’unico episodio disonorevole fu la spedizione notturna che Odisseo, l’astuto Re di Itaca, condusse al campo nemico, massacrando i troiani dormienti.
        Dai frammenti di opere antiche e dall’Odissea, sappiamo che Ilio fu conquistata con la frode8.
        Odisseo, famoso per i suoi inganni, costruì un enorme cavallo di legno nel cui ventre fece nascondere un gruppo di guerrieri. Poi, fece smantellare l’accampamento dei Greci e salpare la flotta, simulando la ritirata e il ritorno in Patria, mentre il grande e misterioso cavallo di legno fu lasciato di fronte a Troia come dono alla Dea Atena, protettrice di Troia. Felici per la partenza dei Greci, i Troiani imprudentemente introdussero il cavallo con il suo fardello di morte nella città. Durante la notte i Greci uscirono dal cavallo e con i loro compagni che tornarono prontamente dal mare col favore delle tenebre, massacrarono gli abitanti addormentati e distrussero l’antica Ilio passandola a ferro e fuoco.
        Solo Enea, figlio di Anchise, fratello cieco del re Priamo, e della Dea Afrodite, riuscì a sfuggire al massacro con un piccolo gruppo di troiani.
        Dopo molte avventure, raggiunse l’Italia dove fondò Alba Longa, il primo nucleo di Roma. Così, la progenie dei Troiani continuò la sua gloriosa storia, dando origine a Roma, la città che in seguito si vendicò conquistando la Grecia e tutte le terre intorno al bacino del Mediterraneo.
        È facile scorgere le somiglianze tra il racconto dell’Iliade e degli Itihasa9 indiani. Prima di tutto, la premessa: la Terra che si lamenta con il Re degli Dei per il peso del genere umano che deve sopportare. Zeus quindi inizia la guerra che porterà allo sterminio degli eroi dell’Età del Bronzo. Questo ricorda il seguente passaggio della smṛti:

        “Nella tenera età10, quando ancora non c’era paura e pericolo, il Dio primordiale Yama, si dedicò ai sacrifici in modo che nessuno morisse e le creature continuassero a moltiplicarsi. Tutte le creature si moltiplicarono: uccelli, bestiame, cavalli, fiere e uomini, crebbero in un numero sproporzionato11”.

        Il testo continua descrivendo come quella moltitudine incontrollata opprimesse la Terra sotto il suo peso, obbligando Yama ad assumere il suo ruolo di Dio della morte. La terra quindi chiese l’aiuto di Viṣṇu e questi trasformato in un cinghiale, agganciò la Terra-Vārāhī con la sua zanna e la tirò su dal mare finché non riemerse.

        La guerra fu motivata dal rapimento di Elena da parte del principe troiano Paride, fornendo il pretesto a Menelao di riunire tutte le tribù greche e organizzare la spedizione contro Troia. Questo ricorda il rapimento di Sītā da parte di Rāvaṇa e la spedizione organizzata da Rāma contro Laṅkā.
        Dunque, anche gli Dei parteciparono alla guerra di Troia; così anche l’esercito di Śrī Rāma era formato da divinità camuffate da scimmie e orsi, mentre le truppe di Rāvaṇa erano costituite da rākṣasas e asura.
        Occorre osservare a questo punto che nel racconto omerico i ruoli appaiono invertiti: infatti nell’Iliade la parte che rappresenta il dharma non corrisponde, come dovrebbe essere, alla città di Troia, alla Vārāhī della Tradizione Iperborea, ma agli achei atlantidei che invece dovrebbero rappresentare l’adharma. Al contrario nel Rāmāyaṇa, sono i demoniaci abitanti dell’isola oceanica atlantidea Laṅkā a essere sconfitti; così anche nel Mahābhārata, dove i greci dovrebbero corrispondere ai Kaurava e i Troiani ai Pāṇḍava.
        Le battaglie e i duelli descritti nell’Iliade presentano molte somiglianze con quelli del Mahābhārata; anche nel poema sanscrito, gli Dei partecipano ai combattimenti, specialmente attraverso la loro prole umana. Quanto poi all’episodio della spedizione notturna, è praticamente identico sia nell’Iliade sia nel Mahābhārata. La differenza è che nell’Iliade il vile attacco notturno e il conseguente massacro dei troiani è considerato come un lecito stratagemma di guerra, mentre nel Mahābhārata l’attacco notturno guidato da Aśvatthama nel campo di Pāṇḍava è descritto come uno spregevole abominio.

        Ciò che distingue l’Iliade dai Itihāsa12in lingua sanscrita è che nel poema greco, a differenza di quelli indiani, non ci sono sezioni sapienziali: nessun capitolo paragonabile allo Yoga Vasiṣṭha, alla Bhagavad Gītā o all’Anu Gītā, il che dimostra così una tendenza puramente kṣatriya. Si possono trovare solo vaghe descrizioni di sacrifici e rituali di cremazione, o qualche simbolismo e allegoria; per esempio la descrizione dello scudo di Achille, su cui è stata cesellata tutta una teoria cosmografia; o la descrizione del codice del guerriero che riporta norme quali il rispetto per i sacerdoti, l’inevitabilità del Fato, ma nient’altro.

        Eraclito (535-475 a.C.) affermò che i cosiddetti sommi maestri, come Omero ed Esiodo, misero insieme tanti eventi d’indiscussa e somma importanza, ma in modo molto sporadico. Omero, generalmente considerato il più saggio tra i greci, non riusciva neppure a risolvere un semplice indovinello che gli ponevano i bambini! Eraclito è stato uno dei più grandi saggi greci, paragonabile a Pitagora ed Empedocle; era stato iniziato ad Eleusi e con le sue eccezionali doti intellettuali raggiunse l’intuizione della Verità eterna, al di là del mondo illusorio.

        Durgādevī

        1. Isola del Mar Egeo.[↩]
        2. Un poema epico ora perduto che faceva parte della letteratura del ciclo di Troia.[↩]
        3. Gli Achei erano uno dei popoli del mare, quindi erano di origine atlantidea.[↩]
        4. I Romani chiamarono la città in questo modo. Troia in latino significa “femmina di cinghiale” (sskrt. Vārāhī). Ciò comprova che Troia era una città di tradizione iperborea.[↩]
        5. Elena (Ἑλένη leggi Helène). Il suo nome è stato collegato alla luna (σελήνη, leggi Seléne) e al suo splendore (σέλας, leggi sélas). Elena è descritta di carnagione chiara: la sua pelle, infatti, ricorda il candido splendore lunare. In Rāmāyaṇa, Sītā, come śakti di Rāmacandra, ha anch’essa caratteristiche lunari.[↩]
        6. Si tratta d’un antico popolo della Tessaglia Ftiotide del quale era Re Achille che egli condusse con sé, in gran numero, alla guerra di Troia. Secondo una tradizione, il popolo traeva il nome dal proprio re Mirmidone, figlio di Zeus e di Eurimedusa, che il Dio aveva sedotto assumendo l’aspetto di una formica. Una leggenda posteriore narrava invece che i Mirmidoni discendessero dalle formiche, trasformate in uomini da Zeus per preghiera di Eaco, per ripopolare l’isola di Egina devastata da una pestilenza, e che avevano poi seguito Peleo, figlio di Eaco, esule a Ftia [N. d. T.].[↩]
        7. Il mito narra che la Dea Teti, volendo rendere immortale suo figlio, lo immerse nell’acqua dello Stige, un fiume infernale. Così lo rese invulnerabile in tutto il corpo tranne il tallone per il quale lo teneva. Achille alla fine fu ferito a morte proprio al tallone da Paride.[↩]
        8. Segnaliamo che Dante, nella Divina Commedia, colloca Odisseo nell’ottava bolgia dell’Inferno, quella dei consiglieri fraudolenti (XXVI.49-75). Indubbiamente, l’inganno del cavallo con cui Troia fu conquistata fu il più grave, ma Dante ne annovera altri due non meno degni di importanza: il raggiro che sottrasse Achille alla sua sposa Deidamia per indurlo a unirsi all’esercito degli Achei, e il furto della statua del Palladio, simulacro di Pallade Atena che aveva il potere di difendere l’intera città; infatti Ilio fu distrutta solo dopo che Odisseo riuscì a trafugarlo. Ricordiamo che Pallade, o Pallas, è un epiteto dato alla dea Atena “branditrice dell’asta”; infatti deriva dal verbo πάλλω (leggi pallo) che significa “bilanciare” un dardo prima che sia scagliato, ma probabilmente in origine la parola significava “vergine”. Per tali motivi non sfuggirà come la frode, in ultima analisi, sia un’attività antitradizionale, al punto che Dante conclude la cantica menzionando l’ultimo grande inganno perpetrato da Odisseo, quello che facendo leva sulla “semenza” umana, “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, spinge a cercare la Conoscenza senza avere le giuste intenzioni e la qualificazione, confidando quindi sull’orgoglio individuale: “e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ’l mar fu sovra noi richiuso” [N.d.T].[↩]
        9. Poemi epici della Tradizione indiana [N. d. T.].[↩]
        10. Non importa che i due episodi si riferiscano a yuga diversi. Come sappiamo, gli eventi umani sono ciclicamente simili tra loro.[↩]
        11. Mahābhārata, Droṇa Parvan, LIII.4.[↩]
        12. Le due epopee, il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa [N. d. T].[↩]

        13. Platone

          Platone

          Platone (428/427 a. C.) nacque ad Atene da un’illustre famiglia nobile: suo padre era discendente di Codro1, l’ultimo re di Atene, e sua madre di Solone2; pertanto ricevette una raffinata educazione aristocratica. Aveva Socrate come insegnante e nelle sue opere ne espose il pensiero e ne descrisse la personalità. Tuttavia, Socrate non può essere considerato il vero dīkṣāguru di Platone, perché rifiutò sempre di essere iniziato ai Misteri. Socrate era posseduto spontaneamente da un “genio” (δαίμων, leggi dàimon), una specie di gandharva3 che lo guidava nelle sue scelte morali, quindi fu insegnante di Platone solo per quanto concerneva il comportamento e le virtù, senza che ciò comportasse anche la trasmissione di alcuna Dottrina e metodo metafisici.

          “Socrate si incontrò ad Atene con un hindū che gli chiese ragguagli sul tipo di filosofia che praticava; al che Socrate rispose che stava indagando sull’uomo; a quel punto, l’hindū ridendo, gli disse che non poteva conoscere le cose umane se prima non avesse conosciuto quelle divine”4.

          Anche la nascita di Platone, come quella di Pitagora, era legata ad Apollo: infatti, secondo Diogene Laerzio5, egli nacque lo stesso giorno e lo stesso mese del Dio.
          Seguendo le orme di Orfeo e Pitagora, Platone viaggiò anche in Egitto, dove ebbe relazioni con organizzazioni iniziatiche. Rimase a lungo nella Magna Grecia, specialmente a Taranto, dove il maestro pitagorico Archita era il comandante dell’esercito (στρατηγός, leggi strategòs); questi divenne il suo guru e lo iniziò ai Misteri Pitagorici. Visitò anche Siracusa, dove era ancora attiva la comunità pitagorica e venne ricevuto tre volte alla corte dei Tiranni della città. Sperò di realizzare lì la “Città perfetta” (Καλλίπολις, leggi Kallìpolis), governata da uomini virtuosi e retti, come l’aveva descritta nella Repubblica e nelle Leggi. Tuttavia, non poté realizzare il suo sogno per colpa della meschinità degli uomini.
          Sosteneva che lo Stato giusto, quello governato da persone rette, avrebbe potuto fornire a ogni cittadino un’adeguata formazione culturale e sociale. Nella società tutti dovevano avere e svolgere una funzione (svadharma) in base alle proprie capacità e abilità.
          I ceti sociali dovevano essere tre: un piccolo numero di persone qualificate per natura ed educate all’amore per la saggezza (cioè la filosofia), dovevano governare per il bene comune. Altri, spontaneamente dotati di coraggio, dovevano lottare per la difesa della città. Il terzo e più nutrito gruppo di cittadini doveva occuparsi dell’artigianato e dei lavori produttivi utili a tutti.

          Uno dei punti più importanti del pensiero platonico è espresso con l’“Allegoria della caverna”6 con cui sono spiegate le diversità intellettuali degli uomini.
          Secondo il pensiero di Platone, tutti gli esseri umani vivono incatenati in una grotta buia, a guardare il suo muro di fondo; dietro di loro il sole, Dio, che splende all’esterno, proietta sulla parete di fondo le ombre delle cose reali, le idee. Per i prigionieri quelle ombre sono l’unica realtà che possono vedere. E sono convinti che quella falsa apparenza davvero sia l’unica realtà.

          Invece, le uniche cose reali, chiamate idee (ἰδέα, leggi idéa, o εἶδος, leggi éidos7) sono universali8, eterne, entità necessarie, dotate di realtà autonoma.
          Le idee appartengono al mondo dell’Essere, l’Iperuranio (ὑπερουράνιον, leggi hüperurànion, cioè “sopra il cielo”), oltre il cosmo visibile a noi, oltre lo spazio e il tempo9. È un luogo conoscibile (τόπος νοητός, leggi tòpos noetòs) solo dall’intelletto contemplativo, dunque è necessario distinguere fra il Mondo dell’Essere che è e non diventa mai, e il Mondo del divenire sempre in trasformazione, quindi che non “è” mai. Solo pochissime persone, grazie alle loro qualifiche naturali (adhikāra)10 e con il supporto della conoscenza, sono in grado di liberarsi dalle catene e di uscire alla luce del sole che è rappresentata dal Dio Apollo, simbolo del Sommo Bene che illumina tutto. In questo momento i conoscitori realizzano che l’Unica Realtà è al di fuori della caverna; all’interno gli uomini sono avvolti solo in una realtà illusoria (māyā), prigionieri dell’ignoranza (avidyā)11.
          La conoscenza, intesa come intuizione, viene realizzata attraverso la memoria (ἀνάμνησις, leggi anàmnesis), con il ricordo delle idee eterne, quelle inerenti al mondo causale.
          Se dunque l’intelletto (νοῦς, leggi nùs) è in grado di ricordare e riconoscere le idee è perché esisteva prima di venire ad animare il corpo e aveva già contemplato le idee immutabili: questa è la dimostrazione platonica dell’immortalità dell’anima. L’uomo saggio, grazie alla memoria, orientando la sua vista interiore alle idee immutabili, agli archetipi della realtà empirica, arriva a conoscere se stesso12 e il Bene Supremo. Tutti gli esseri, a diverso grado, sono attratti dal Bene perché è un’idea innata e in questo modo partecipano alla loro vera essenza (svarūpa).

          Le tre categorie di cittadini dello Stato platonico ideale corrispondono dunque alle tre parti dell’anima: l’intelletto (nùs), considerato come una scintilla divina e immortale; il θυμός (leggi thümòs) che produce passioni e volizione; l’ἐπιθυμία (leggi epithỳmìa) al livello di istinti e desideri. Gli ultimi due elementi sono mortali e vengono rappresentati da Platone come due cavalli aggiogati a un carro che deve essere guidato con determinazione dal cocchiere che non è altri che l’intelletto13. L’anima è lo specchio della città perfetta (Kallìpolis) e viceversa.
          Platone insegnò pure che dopo la morte corporale, l’anima sarebbe stata giudicata sulla scorta delle azioni compiute: le colpe (pāpa) e i meriti (puṇya), avrebbero determinato il ritorno dell’anima in un corpo, con una serie di nascite e morti fino a quando non fosse ritornata pura. A questo riguardo però, nel Fedro il filosofo afferma che solo l’iniziato (dīkṣita) ai Misteri, in seguito alla purificazione compiuta, potrà conseguire la liberazione della sua anima dai legami che la tengono prigioniera14.

          Inoltre, scrisse nel Timeo che il Demiurgo (Δημιουργός, leggi demiurgòs, cioè Brahmā)15 manifestò il cosmo come un corpo animato da un’anima immortale, ad immagine di un modello perfetto, senza inizio né fine, riconoscibile solo attraverso l’intelletto. Questo cosmo è come un uovo (brahmāṇḍa) costituito da fuoco, terra, acqua e aria e contiene in sé gli Dei e tutti gli esseri viventi (Hiraṇyagarbha-jīva ghana): uomini, animali e piante partecipano tutti di una natura immortale (amartya svarūpa) e di un’esistenza mortale (martya bhāva), dotati di un corpo grossolano (sthūla śarīra) e uno sottile (liṅga śarīra).
          Platone ha trasmesso ai posteri la descrizione dell’origine del cosmo attraverso relazioni matematiche e geometriche secondo la più evidente dottrina pitagorica.
          Il Demiurgo platonico è infatti la Divinità che manifesta il cosmo fatto ad immagine di idee eterne, immutabili e perfette. È colui che produce il mondo, pur rimanendo invariato; Buono per natura così come il mondo che provenendo da Lui gli è simile. Lui è l’Essere, il Bene Supremo, quindi è il Principio qualificato (Brahman Saguṇa). Non abbiamo prove di una concezione platonica che vada oltre questo stato causale (kāraṇa avasthā), ma si deve anche ricordare che il suo insegnamento esoterico orale è rimasto segreto e inaccessibile; e forse non fu più trasmesso perché nel V secolo a.C. i greci non comprendevano più la pura metafisica (śuddha paramārtha).

          Ci sono pervenute molte opere di Platone che illustrano la sua dottrina: ha insegnato secondo il metodo dialettico, già utilizzato da Socrate, basato sulla discussione comprendente domande e risposte. Fondò la sua scuola, l’Accademia, ad Atene dove fino alla sua morte (348/347 a. C.), insegnò rimanendo fedele al metodo orfico e pitagorico della sua paramparā.
          Aristotele divenne suo discepolo e successore; ma questi cambiò la dottrina tradizionale in senso razionalistico, sostenendo che la semplice logica (śuṣka tarka) era il principale strumento di conoscenza. L’egocentrismo di Aristotele lo spinse a criticare e ridicolizzare i maestri che lo avevano preceduto, in particolare Pitagora e Platone.
          Nonostante questa deviazione, la tradizione pitagorico-platonica continuò, al riparo delle continue persecuzioni scatenate da politici e filosofi rivali (ovvero profani, non iniziati). Nel III secolo d.C., mentre l’antica religione greco-romana stava declinando, prima dell’ascesa del cristianesimo ebbe luogo una grande rinascita del pitagorismo-platonismo grazie a Plotino16 e alla sua scuola neoplatonica. Questa dottrina e la sua iniziazione rimasero vive nel mondo antico e permearono tutto il Medioevo cristiano.

          Durgādevī

          1. Codro (in greco: Κόδρος, Kódros) fu l’ultimo dei mitici Re di Atene (1089-1068 a.C. circa) [N. d. T.].[↩]
          2. Legislatore ateniese (638-558 a. C.). Come i nostri lettori ricorderanno, Solone andò in Egitto dove apprese la storia di Atlantide.[↩]
          3. I gandharva (devanāgarī गंधर्व) sono semidei abitanti nell’atmosfera (cfr. Ṛgveda Saṃhitā IX.86.36), custodi del soma celeste (cfr. Ṛgveda Saṃhitā IX.83.4 e X.85.12) [N. d. T.].[↩]
          4. Eusebio, Præparatio evangelii, XI.3.28.[↩]
          5. Scrittore greco che visse probabilmente nel III secolo d.C.[↩]
          6. Repubblica, VII.514a-517a. “Ora, paragona la nostra natura, per quanto concerne l’educazione e la mancanza di educazione, a un caso di questo genere. Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l’ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell’antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo, come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli […] Considera dunque come potrebbero liberarsi e guarire dalle catene e dall’ignoranza, se capitasse loro naturalmente un caso come questo: qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d’un tratto ad alzarsi, volgere il collo, camminare e guardare verso la luce, e nel fare tutto ciò soffrisse e per l’abbaglio fosse incapace di scorgere quelle cose di cui prima vedeva le ombre, come credi che reagirebbe se uno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze, mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più vero, perché il suo sguardo è rivolto a oggetti più reali, e inoltre, mostrandogli ciascuno degli oggetti che passano, lo costringesse con alcune domande a rispondere che cos’è? Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso? […] E se qualcuno lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo lasciasse prima di averlo condotto alla luce del sole, proverebbe dolore e rabbia a essere trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi accecati dal bagliore, non potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri? Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisi, credo. Innanzitutto discernerebbe con la massima facilità le ombre, poi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell’acqua, infine le cose reali; in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cielo, alla luce delle stelle e della luna, che di giorno il sole e la luce solare […] E se dovesse di nuovo valutare quelle ombre e gareggiare con i compagni rimasti sempre prigionieri prima che i suoi occhi, ancora deboli, si ristabiliscano, e gli occorresse non poco tempo per riacquistare l’abitudine, non farebbe ridere e non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?” [N.d.T.].[↩]
          7. Entrambe le parole derivano da ἰδ (leggi id), una delle radici del verbo ὁράω (leggi orào, vedere, conoscere).[↩]
          8. Per esempio, empiricamente ci sono molti uomini (manuṣa), ma l’idea dell’uomo è unica (Puruṣa).[↩]
          9. Lo spazio e il tempo sono all’interno di avasthā.[↩]
          10. Qualifiche richieste per ottenere ad esempio l’iniziazione o idoneità per ricoprire una funzione [N. d. T.].[↩]
          11. Gli Orfici sostenevano che l’anima era prigioniera del corpo (σῶμα, leggi sòma) considerato una bara (σῆμα, leggi séma).[↩]
          12. “Conosci te stesso” (γνῶθι σεαυτόν, gnòthi seautòn): questa ingiunzione era la base dell’insegnamento di Socrate. La frase era stata incisa nel santuario di Delfi, dedicato ad Apollo. A volte in Platone il suo significato va oltre l’interpretazione psicologica e morale socratica e quindi significa “conosci il tuo Sé”.[↩]
          13. Fedro, 246a-246b. È evidente con ciò che nel più alto pensiero greco vi era sempre un fraintendimento tra buddhi e Ātman.[↩]
          14. Fedro, 249c.[↩]
          15. Etimologicamente: quello che funziona per gli altri.[↩]
          16. Si ritiene che Plotino discendesse da una famiglia sacerdotale egiziana.[↩]

          12. Pitagora

            Pitagora

            Pitagora nacque nel 570 a. C. a Samo, la più orientale fra le isole greche, importante sito di scambi commerciali e culturali. Dato che le sue opere sono andate perdute, le informazioni sulla sua vita e sui suoi insegnamenti provengono da autori successivi che hanno trasmesso ciò che avevano appreso su di lui, per lo più attraverso le tradizioni orali e alcuni testi scritti che col tempo andarono poi anch’essi perduti.
            Pitagora viaggiò a lungo e ed ebbe relazioni con diversi ambienti iniziatici in Egitto, dove rimase per ventidue anni, e a Babilonia in Caldea1. Fu anche iniziato ai Misteri Eleusini e a quelli Orfici.
            Fin dalla sua prima giovinezza fu tanto celebrato per la sua straordinaria bellezza e saggezza che fu chiamato “figlio del dio Apollo Iperboreo” o Apollo stesso, venuto tra gli uomini per insegnare la Conoscenza.
            A quarant’anni si trasferì in Magna Grecia2, a Crotone3, dove divenne famoso e ammirato, circondato da molti discepoli4, anche donne, ai quali impose il silenzio e la segretezza sugli insegnamenti ricevuti. Era un adoratore del Dio Apollo e nella Magna Grecia il culto di questa Divinità coincise con l’insediamento di questo saggio in quella terra, dove numerosi templi furono dedicati a quel Dio. Lì fondò la sua scuola iniziatica (sampradāya).
            Sappiamo che il suo metodo (sādhanā) era basato sull’aritmetica e sulla geometria: il numero è il principio e la base della Realtà. Uno è il Tutto. Apollo, infatti, significa “Unico” senza eguali, senza molteplicità5.

            Importante per Pitagora era la tetraktys (τετρακτύς, leggi tetraktỳs), la serie numerica composta da 1 + 2 + 3 + 4 = 10, che poteva essere simbolizzata graficamente come un triangolo equilatero.
            Il numero 1 corrisponde al punto aspaziale.
            Il 2 è la dualità causale (kāraṇa dvaita) che produce tutta la molteplicità, rimanendo senza espansione, come la linea geometrica.
            Il 3 è il dominio sottile (sūkṣma śarīra6), la superficie geometrica bidimensionale.
            Il 4 è la manifestazione grossolana (sthūla śarīra7), rappresentata dal solido tridimensionale. Il dispiegamento di tutta la realtà è rappresentato dal numero 108.
            Tetraktys era anche il nome della scuola (sampradāya) e i discepoli giuravano su questo simbolo. I numeri 7 e 10 erano tenuti in grande considerazione. Ma ogni singolo numero, in realtà, aveva un significato simbolico ed era un supporto per la meditazione, perché tutte le cose manifestate, che corrispondono ai numeri, possono essere simboli da usare come supporti per la meditazione. In particolare, il 7 era il numero di Apollo9 e Pitagora era nato il settimo giorno del settimo mese, sottolineando in questo modo il suo stretto legame con il Dio. Egli trovò la dimostrazione del famoso teorema che porta il suo nome. È importante sottolineare che nella sua dottrina i numeri e le figure geometrici non hanno mai avuto solo un valore quantitativo, ma sempre un significato qualitativo e simbolico.
            La qualità principale di questi principi della Realtà rappresentati dai numeri è l’armonia, come equilibrio degli opposti in cui vi è il riflesso dell’intelligenza divina. Le relazioni geometriche sono armoniche come le proporzioni musicali. Tutto il cosmo è governato da relazioni numeriche: la musica, che scaturisce dalla rotazione dei pianeti e della Terra, unifica il macrocosmo e il microcosmo in un tutto ordinato e armonioso.
            Come Orfeo incantò gli animali, la musica di Pitagora, imitando l’armonia dell’universo, fu in grado di curare e pacificare le anime. L’introduzione dell’uso della lira a sette corde era attribuita a Pitagora. Nicomaco10 ci ragguaglia sul fatto che la scala musicale usata da Pitagora includeva sette note, i cui nomi erano associati ai pianeti in base alla loro distanza dalla Terra11. Gli insegnamenti venivano impartiti attraverso enigmi perché non dovevano essere compresi da coloro che non erano iniziati.
            Giamblico12 riferisce di una distinzione importante tra coloro che erano semplici seguaci di Pitagora, chiamati acusmatici13 (ἀκουσματικοὶ, leggi akusmatikòi), ovvero i semplici ascoltatori o filosofi, e coloro che erano pienamente impegnati nella comunità pitagorica e obbedivano alle rigide regole di condotta: questi erano chiamati contemplativi o “esoterici”, (ἐσωτερικοὶ, leggi esoterikòi), i veri iniziati. Coloro che aspiravano agli insegnamenti segreti dovevano aspettare tre anni per essere ammessi; dopodiché dovevano mantenere un completo silenzio per cinque anni, dedicandosi solo a seguire una disciplina interiore. Solo alla fine di quegli otto anni ricevevano l’iniziazione. Il loro stile di vita doveva essere semplice, frugale; il cibo era rigorosamente vegetariano. Indossavano abiti bianchi come simbolo di purezza, anche perché il bianco costituisce la sintesi degli altri colori. Tutti rinunciavano al possesso di oggetti personali (mamakāra14). Non avevano il permesso di uccidere alcun essere vivente perché sostenevano la dottrina della trasmigrazione dell’anima.
            Giamblico riferisce che l’iniziato (dīkṣita) procedeva passo dopo passo sul sentiero spirituale: questo significa che i Misteri Pitagorici appartenevano alla conoscenza non-Suprema del Brahman (aparavidyā).
            Pitagora era considerato come fosse lo stesso Apollo iperboreo15. A questo proposito si dice che una volta mostrò la sua coscia d’oro al suo ospite Abaris, sacerdote di Apollo proveniente dalla regione iperborea. Questo sacerdote aveva consegnato a Pitagora una freccia sacra grazie alla quale aveva volato dalla regione iperborea sino alla Magna Grecia. Abaris aveva donato la freccia a Pitagora perché lo aveva riconosciuto come Apollo, il suo Signore iperboreo16.
            Dopo un periodo di diffuso fervore, i suoi insegnamenti, il suo incitamento a uno stile di vita semplice e ad un comportamento rispettoso delle leggi divine (dharma), attirarono su di lui l’antipatia e l’invidia dei politici che fomentarono un violento tumulto dei crotoniati contro i pitagorici: la folla impazzita bruciò l’edificio dove si radunavano i Pitagorici e molti di loro morirono. Pitagora riuscì a salvarsi, ma afflitto letalmente dal dolore, morì a Metaponto, città della Magna Grecia, nel 495 a.C.
            I pitagorici furono perseguitati anche in seguito. Per questa ragione Platone17, pur ammirando molto Pitagora e tramandandone la saggezza nelle sue opere (specialmente nel Timeo), non dichiarò mai apertamente di essere uno dei suoi successori; in tal modo, non tutto andò perso. Pitagora, come avatāra di Apollo, apportò degli adattamenti alla tradizione greca dei suoi tempi; istituì una via iniziatica e la sua paramparā è ben conosciuta grazie a una lunga serie di nomi di maestri18.
            La diffusione della sua Dottrina e dei suoi insegnamenti è stata incredibilmente ampia: Diodoro Siculo, parlando dei Druidi19, afferma che persino costoro seguivano le dottrine pitagoriche.
            La straordinaria considerazione di cui godeva Pitagora ha attraversato i secoli e la sua Dottrina, che è rimasta viva nell’antica Grecia e ancor più a Roma attraverso i suoi dodici secoli di storia monarchica20, repubblicana e imperiale21; in una forma cristianizzata continuò a vivere fino al Medioevo. Dante (1265-1321 d. C.), il più grande poeta italiano, è stato l’ultimo importante maestro di questa paramparā22.

            Durgadevi

            1. Regione meridionale dell’antica Mesopotamia; [talora usato come sinonimo di Babilonia, la voce Kaldu (Kaldi, Kalda) doveva originariamente suonare Kashdu e alla lettera significare “la regione dei Cossei o Cassiti”. Kashdu progressivamente si trasformò secondo le leggi fonetiche del linguaggio assiro, in Kaldu, Caldea; il nome etnico “i Caldei” fu Kaldū; [N. d. T.].[↩]
            2. I greci chiamavano l’Italia meridionale “Magna (cioè la grande) Grecia”.[↩]
            3. Città della Calabria nell’Italia meridionale.[↩]
            4. Si dice che fossero seicento.[↩]
            5. I Pitagorici pregavano rivolti a est, da dove sorge il sole, l’astro con cui identificavano Apollo.[↩]
            6. Il corpo sottile, tutte le componenti sottili o psichiche dell’individualità. [N. d. T.].[↩]
            7. O deha, il corpo grossolano, pesante; il corpo mortale, fisico, materiale che mangia, respira, si muove e agisce. È l’aggregato dei cinque elementi grossi, pañcabhūta. Pitagora, a differenza della maggior parte dei filosofi greci che ne conoscevano solo quattro, ignorando l’elemento etere, sosteneva l’esistenza di tutti e cinque gli elementi [N. d. T.].[↩]
            8. Ciò coincide perfettamente con i numeri che caratterizzano un ciclo completo nella tradizione hindū. Infatti, kṛta yuga è equivalente a 4, il treta a 3, il dvāpara a 2, il kali a 1, e all’intero ciclo corrisponde il 10.[↩]
            9. Secondo l’antica astrologia greca, il sole, che rappresenta Apollo, è il più nobile dei sette pianeti.[↩]
            10. Famoso matematico greco della scuola Tetraktys.[↩]
            11. Per esempio, Kronos (Saturno), il più distante e lento dei pianeti, coincide con la nota più bassa della scala musicale.[↩]
            12. Filosofo neoplatonico nato in Siria (250-330 a. C.) [scrisse una Vita di Pitagora. N.d.T.].[↩]
            13. Derivato di ἄκουσμα «percezione uditiva, voce», nome con cui venivano indicati (anche secondo Porfirio di Tiro) gli allievi di Pitagora che si limitavano ad ascoltare le lezioni del maestro, venendo così a conoscenza dei soli precetti pratici della dottrina; mentre i «matematici» erano i discepoli iniziati alle dottrine segrete [N. d. T.].[↩]
            14. L’estensione dell’egoismo sugli oggetti esterni [N. d. T.].[↩]
            15. Il nome di Pitagora significa “colui che parla attraverso la Pizia”, cioè Apollo stesso.[↩]
            16. Apollo era rappresentato con la faretra, le frecce e l’arco che simboleggiano i raggi del sole.[↩]
            17. Fozio di Costantinopoli ci informa che Platone era il nono maestro della paramparā dopo Pitagora.[↩]
            18. Tra questi citiamo Empedocle che è stato considerato un Dio, Eraclito e Parmenide. In un frammento, il pitagorico Parmenide afferma che la Dea gli aveva rivelato che doveva fare l’esperienza intuitiva dell’Essere (τό Ἐόν, leggi tò Eòn) al di là del tempo e del divenire: “Non nato e indistruttibile […], intero e perfetto, mai stato e che mai sarà perché Egli è ora, tutto intero, uno e continuo […], indivisibile […], in tutti uguale a se stesso […], pieno di essere […] senza inizio o fine”. La somiglianza con il Vedānta è davvero sorprendente![↩]
            19. Rappresentanti della casta sacerdotale dei Celti, popolazione che risiedeva nell’Europa occidentale e settentrionale e nelle isole britanniche.[↩]
            20. Numa Pompilio, il secondo Re di Roma, fu discepolo diretto di Pitagora; riorganizzò l’antica religione latina secondo il Pitagorismo. Da ciò si deduce che i Misteri Pitagorici erano la forma originale di iniziazione romana.[↩]
            21. Qui dobbiamo menzionare il più importante maestro pitagorico latino, il grande poeta Virgilio (70-19 a.C.) che visse all’inizio del periodo imperiale romano.[↩]
            22. Cfr. R. Guénon, L’esoterismo di Dante, cap. II: “Possiamo nondimeno considerare che, senza dubbio alcuno, da Pitagora a Virgilio e da Virgilio a Dante la «catena della tradizione» in terra italiana non fu mai interrotta” [N. d. T.].[↩]

            11. La Civiltà greca: il lato luminoso (III)

              La Civiltà greca: il lato luminoso (III)

              Esoterismo, i misteri: da tempo immemorabile l’esoterismo, il dominio iniziatico, nell’antica Grecia aveva assunto la forma dei Misteri. Come già spiegato nel terzo articolo (Iniziazione e Misticismo), Mistero significa qualcosa di incomunicabile e myste, l’iniziato, ha lo stesso significato e origine etimologica di muni, colui che rimane in silenzio. Occorre però distinguere tra mistero e segreto: il segreto è un’informazione che deve rimanere riservata, ma se rivelata può essere compresa e comunicata da chiunque; al contrario il mistero, se esposto pubblicamente e spiegato, rimane incomprensibile per tutti coloro che non sono qualificati a comprenderlo (jñānādhikārin), essendo incomunicabile per sua natura.
              I Misteri erano delle Organizzazioni iniziatiche con un Gran Maestro chiamato “Ierofante” (ἱεροφάντης, leggi hierophàntes “colui che mostra le cose sacre”), il Guru principale, e un certo numero di mistagoghi (μυσταγωγοί, leggi müstagogòi), gli Upaguru. Ad eccezione dei Misteri Eleusini che avevano sede solo ad Eleusi, gli altri Misteri avevano i loro rappresentanti in quasi tutte le città greche.

              I Misteri eleusini: una delle più antiche sedi di Misteri era a Eleusi. Sin dal tempo della civiltà micenea di popolazione acheo pelasgica (XVI-XI secolo a.C.), i Misteri Eleusini erano già famosi in tutta la Grecia: il mito di Demetra (sskrt. Devamātṛ) spiega le origini di questo santuario.
              Demetra era la Dea della Terra e la protettrice dell’agri-coltura, specialmente del grano. La Dea aveva avuto da Zeus, Dio del cielo, una figlia di nome Persefone, “colei che dà crescita”. Un giorno Ade, il dio del regno dei morti, la rapì per farne la sua sposa e a tal scopo la trascinò negli inferi. A causa dell’assenza di Persefone, la terra non poteva più produrre nulla, con grave nocumento per uomini e animali.
              Demetra disperata, vagò a lungo cercando la figlia e, durante il suo peregrinare, ricevette generosa ospitalità dal Re di Eleusi: per ripagarlo, la Dea iniziò il figlio del Re ai Misteri dell’agricoltura. In seguito, Demetra fece anche un accordo con Ade affinché Persefone potesse rimanere con lei sulla terra per sei mesi e per gli altri sei mesi con il marito, nel regno sotterraneo. Così iniziarono ad alternarsi l’estate e l’inverno1. Ma quale era il significato iniziatico dei Misteri Eleusini?
              L’uomo è come un chicco di grano; se non viene messo nella terra per marcire, la nuova spiga non crescerà: questo è il segreto della morte iniziatica, morire prima di morire, cioè durante la vita, così importante per tutti i Misteri Greci. Questa morte è la fine della condizione profana e il conseguimento della rinascita come iniziati. Per questo motivo, il nuovo iniziato ai misteri eleusini veniva chiamato neofita (νεόφυτος, leggi neòphytos), nuova pianticella.
              La crescita spirituale dell’iniziato era raggiunta quando questi fosse stato in grado di produrre la spiga di grano in sé stesso, cioè acquisisse la capacità di avere discepoli diventando così un maestro. I Misteri Eleusini erano divisi in due fasi: Piccoli Misteri e Grandi Misteri. I Piccoli Misteri venivano celebrati alla fine dell’inverno e consistevano in una serie di prove iniziatiche di purificazione, di catarsi (κάθαρσις, leggi kàtharsis). I Grandi Misteri si svolgevano in autunno ed avevano al centro della loro ritualità la morte iniziatica a cui seguiva la trasmissione del metodo (μέθοδος, leggi méthodos, “la via per andare oltre”, cioè sādhana mārga). Il metodo consisteva in attività che coinvolgevano corpo, parola e mente (dròmena, legòmena e deiknỳmena)2. Un anno dopo l’Iniziazione ai Grandi Misteri, lo Ierofante insegnava al neofita il modo in cui ottenere la visione interiore (ἐποπτεία, leggi epoptèia, in sanscrito antardarśana). Gli iniziati che realizzavano conoscenze superiori, venivano poi riconosciuti come maestri e capaci di trasmettere l’iniziazione (μύησις, leggi mỳesis o τελετή, leggi teletè). Il grado successivo era quello degli “amici di Dio” (θεόφιλες, i teofili), quelli che dopo la morte avrebbero condiviso la dimora degli dei.

              I Misteri dionisiaci: questi Misteri, sebbene diffusi in tutta la Grecia e in seguito in tutte le città dell’Impero Romano3, non erano di origine ellenica. Infatti, si suppone che il culto di Dionisio da cui derivano, fosse di origine Tracio-Scita (śaka). Secondo il mito, Dioniso, il cui nome significa “figlio di Dio”, nacque più a est della Grecia, da Zeus e Semele4. Dal momento che Zeus era sempre apparso alla sua amante in forma umana, quando Semele rimase incinta gli chiese di mostrarsi a lei nella sua forma universale. Ma la teofania del Dio fu così devastante che Semele morì travolta dalla luce di Zeus. Questi tuttavia riuscì a salvare il feto di suo figlio cucendolo nella sua coscia e dopo nove mesi da questa venne alla luce Dioniso (nell’immagine sotto).
              Abbiamo già detto che la coscia in greco si chiama meròs, una parola che allude al Monte Meru della tradizione hindū5. A causa di questa seconda nascita Dioniso fu anche chiamato Dithyrambus, “nato due volte” (dvija)6. Per evitare ulteriori pericoli, fu trasformato in un bambino e affidato alle sette ninfe Iadi, figlie di Atlas7. Queste gli diedero una terza nascita che corrisponde all’iniziazione vera e propria configurandosi come una rinascita alla saggezza attraverso questi passaggi:

              “Il primo maestro è la madre, il secondo è il padre, il terzo il guru”.

              In cambio dell’insegnamento impartito a Dioniso, Zeus promosse le Iadi a diventare la costellazione che forma la testa dello zodiaco, Taurus8. Grazie a questa conoscenza, Dioniso scoprì la vite e gli effetti del vino; questa bevanda inebriante ebbe un ruolo determinante nella ritualità dei suoi Misteri. Armato di viti e con un corteo di Satiri e Sileni9, Dioniso partì alla conquista dell’India. Questa pacifica conquista rappresenta miticamente la penetrazione del Tantrismo nel Subcontinente10. Ritornato dall’India cavalcando una tigre o un toro e indossando una pelle di leopardo, Dioniso arrivò per la prima volta in Grecia, ma poiché il suo corteo stravolgeva le vecchie usanze e scandalizzava la gente, non venne ben accolto.
              Dovette combattere, anche violentemente, per affermare la sua divinità. I seguaci di Dioniso si riunivano di notte nelle foreste dove tenevano banchetti a base di vino e carne cruda, con orge che coinvolgevano uomini e donne. Al culmine di queste ritualità estreme, il Dio prendeva possesso dei suoi adepti, guidandoli a esperienze di samādhi violento, con comportamenti sfrenati. Non si sa molto dei Misteri Dionisiaci, perché se qualche profano avesse cercato di spiarne lo svolgimento, la pena comminata sarebbe stata la morte per smembramento. Tuttavia, siamo a conoscenza del fatto che anche in quei Misteri c’erano i tre gradi di Katharsis, Paradosis ed Epopteya11. Il dionisismo ebbe parecchio successo tra le donne, chiamate Menadi (Baccanti, in latino), molto temute per la violenza della loro trance.

              I Misteri orfici: Orfeo, come Dioniso, non era greco, ma di origine Tracia-Scita (śaka). A differenza di Dioniso era figlio di Apollo e ciò indica una rettifica iperborea apportata all’iniziazione dionisiaca12.
              Orfeo apprese l’arte della poesia e della musica da suo padre Apollo e il suo canto era in grado di domare le bestie e portare ordine nella natura. Quando cantava era come se fosse tornata l’Età dell’Oro. Prese parte a diverse imprese con i più famosi eroi greci, ma il suo ruolo fu sempre quello di pacificatore e protettore. Il nucleo dei Misteri Orfici è illustrato nel mito del suo amore per la Ninfa (sskrt. yakṣiṇī) Euridice: essendo morta per un morso di serpente, Orfeo discese negli Inferi per convincere Ade e Persefone a restituirgli l’amata moglie. Da questo episodio fu riconosciuto a Orfeo il potere di placare le divinità del regno dei morti. Fu concesso, dunque, a Orfeo di riportare Euridice sulla terra dei viventi a condizione che non si girasse a guardarla prima d’essere usciti dagli Inferi. Il suo amore però era troppo ardente e non poté trattenersi dal guardarla; così Euridice scomparve di nuovo. Consumato dal dolore, rifiutò di partecipare a un rituale dionisiaco13 e per questa ragione fu ucciso e smembrato dalle Menadi.
              Anche i Misteri Orfici erano caratterizzati dai tre gradi iniziatici già menzionati: Katharsis, Paradosis ed Epopteia. Sull’Orfismo abbiamo più informazioni perché molti intellettuali che furono iniziati a questi Misteri ci hanno lasciato alcuni ragguagli sulla sua dottrina: all’inizio c’era solo il Caos e nel Caos c’erano tre principi separati: tempo, vita e sostanza. Il tempo modellò la sostanza attraverso la vita e quindi nel Caos apparve un Uovo cosmico d’argento. Quando l’uovo si spezzò in due, Fanes14, il Dio che risplende da sé, apparve insieme ai germi di tutte le cose e di tutti gli esseri del mondo.
              Fanes si unì alla notte e da loro nacquero il Cielo e la Terra; successivamente dall’accoppiamento di tutti gli dei, nacquero gli spiriti della natura, degli uomini, degli animali e delle piante. Il corpo composto dagli elementi era considerato la categoria più bassa della manifestazione; infatti, nei Misteri Orfici era considerato un carcere da cui liberarsi. Lo strumento per raggiungere la liberazione era l’amore. Per questa ragione questo sentiero iniziatico (sādhanā) fu anche chiamato “Misteri d’Amore”. Attraverso l’amore, ci si distingue dal corpo, dai limiti della condizione umana e si matura la tensione per ritornare a Fanes. Questo processo potrebbe richiedere più di una vita, perciò l’Orfismo insegna la purificazione attraverso successive rinascite, finché si realizza la Divinità nella vita finale. Questo processo di purificazione avviene cancellando le coercizioni del Destino, che corrisponde al concetto di “karma passato”. Facevano parte dei rituali di purificazione anche disposizioni come indossare abiti bianchi, seguire una dieta vegetariana ed evitare sostanze intossicanti.

              I Misteri di Samotracia e i Misteri Cabirici: si sa molto poco di questi Misteri. La loro origine atlantidea, attraverso i Popoli del Mare è sicura; quelli di Samotracia erano di origine semitica. Cabiri erano “i due grandi Dei”; infatti in tutte le lingue semitiche (inclusi ebraico e arabo) kabir significa “grande”. I Misteri di Samotracia si diffusero ampiamente in tutte le città costiere dell’Impero Romano, poiché questa iniziazione era riservata ai marinai. Invece i Misteri Cabirici, meno conosciuti, furono l’iniziazione delle corporazioni (śreṇi) dei fabbri. Probabilmente essendo diretti alle classi sociali più basse non attirarono l’attenzione dei letterati e dei filosofi, da qui la quasi totale mancanza di informazioni. Sappiamo solo che in questi Misteri il maestro non era chiamato mistagogo, ma paragogo (παραγώγος, leggi paragògos, “che conduce oltre”).
              Questi ambienti iniziatici e le scuole filosofiche ricollegate ai Misteri ci forniscono una visione più completa del destino postumo dei greci. Anche Omero che nel IX libro dell’Odissea descriveva la grigia e triste terra dei morti senza alcun premio o punizione, nel IV libro dei suoi Inni15 ne fornisce una visione più completa e soddisfacente.
              L’Ade16 era immediatamente sotto la superficie terrestre e vi si poteva accedere attraverso grotte e caverne ben note. La distanza tra Cielo e Terra era uguale alla distanza tra Ade e Tartaro17. Questa distanza consente di comprendere l’abissale diversità della punizione che si patisce rispettivamente in ciascuna delle due parti dell’Inferno: i morti che avevano commesso gravi colpe erano puniti nell’Ade; mentre coloro che avevano compiuto azioni infami e gravi contro l’ordine divino e cosmico erano destinati al Tartaro. Infine, gli eroi caduti in battaglia andavano alle Isole dei Beati18, nel mezzo dell’Oceano Atlantico. Molto probabilmente questa è un’allusione al sommerso arcipelago di Atlantide, terra dei morti per le stirpi eroiche e nobili. Queste isole erano anche conosciute come “Giardino delle Esperidi”, cioè delle ninfe figlie di Atlante19.
              Quanto a coloro che avevano compiuto buone azioni, essi ottenevano come premio finale i Campi Elisi, in attesa di trasmigrare a un nuovo corpo. I Campi Elisi erano nel centro dell’Ade, su una bellissima collina molto soleggiata, riservata a coloro che avevano compiuto in uguale misura il bene e il male e a quelli che non avevano mai fatto né l’uno né l’altro.
              Questo tipo di inferno più “mite” corrisponde alla descrizione sopra menzionata di Omero.

              D. K. Aśvamitra

              1. Riteniamo che piuttosto che alle stagioni si debba fare riferimento alle due fasi dell’anno legate al ciclo decrescente e crescente del sole [N. d. T.].[↩]
              2. Cfr. Il velo, i misteri e i riti di Silvia Baschirotto: “I misteri consistevano essenzialmente in legomena, “cose dette”, dromena, “cose fatte” e deiknymena, “cose mostrate”. Erano previsti, in genere, due gradi di iniziazione: il primo, obbligatorio, era la myesis, o chiusura degli occhi; il secondo, facoltativo, era l’epopteia, la contemplazione o visione. La terminologia sottolinea l’importanza che il vedere o non vedere assumeva nel rito: l’iniziazione si otteneva infatti attraverso una visione simbolica, una specie di contemplazione attiva, come dimostrano le formule, spesso ripetute, che proclamano la beatitudine dell’iniziato: «Beato chi ha veduto i misteri!». Anche la parola epopteia, che veniva usata per indicare il grado supremo dell’iniziazione, è collegata alla radice del vedere o contemplare. Il sacerdote principale di Eleusi, lo ierofante, aveva il compito essenziale non tanto di trasmettere un insegnamento orale ma, come indica il suo nome, di mostrare, di svelare (phainein) le cose sacre (ta hiera); alle volte lo ierofante veniva chiamato anche orghiophantes: colui che fa apparire gli orghia, cioè i riti e gli oggetti sacri. Al centro dell’esperienza misterica era quindi posta l’idea di una visione beatifica che si raggiungeva tramite la visione degli oggetti contemplati” [N. d. T.].[↩]
              3. In latino Dioniso era chiamato Bacco e i Misteri Dionisiaci erano chiamati baccanali.[↩]
              4. Semele era la figlia di Cadmo, figura mitologica fenicia, evidenziando così un’origine semitica di Dioniso. Il nome Cadmo si forma dalla radice QDM che in tutte le lingue semitiche, tra cui ebraico e arabo, significa “primordiale, fondamentale”. Il fenicio Cadmo fondò la città di Tebe in Grecia e questa fu una delle ragioni per cui questa città era particolarmente importante per i Misteri Dionisiaci.[↩]
              5. La coscia era anche il nome dato dagli Egizi alla costellazione settentrionale dell’Orsa Maggiore.[↩]
              6. Può essere interessante segnalare che ditirambo (in greco antico: διθύραμβος, dithýrambos) era la “modalità espressiva”, il “metro” dei canti corali in onore del dio Dioniso. Il termine διθύραμβος è di origine sconosciuta, ma probabilmente non greca classica, ma pelasgica; compare per la prima volta in Archiloco che lo indica come quel “canto a Dioniso” che viene eseguito sotto l’ispirazione del vino. Inizialmente era intonato da un gruppo di persone dirette da un corifeo, o exarchòn. Si trattava di una composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fuse insieme, tutte e tre indispensabili in ugual misura [N. d. T.].[↩]
              7. Si riscontrano quindi due tendenze nel Dionisismo, una di origine iperborea, come evidenzia la nascita dalla coscia, e l’altra atlantidea tramite le sette ninfe Iadi.[↩]
              8. Le Iadi erano le sorelle delle Pleiadi. Si noti la somiglianza tra questo mito e quello di Skanda e le ninfe Kṛttikā.[↩]
              9. Semidei simili a Gaṇa e Gandharva.[↩]
              10. Dioniso con i suoi seguaci soggiornò principalmente nella zona montuosa nel nord dell’India, vicino a un monte chiamato Meros. Da ciò traiamo la prova che il greco meros (coscia) e il monte Meru sono la stessa cosa (Cfr. Diodoro Siculo, cit. II.38.4).[↩]
              11. Dal greco kàtharsis, κάθαρσις, “purificazione”; è un termine utilizzato per indicare i riti di purificazione tanto essoterici quanto esoterici, che di solito prescrivevano il sacrificio di un capro espiatorio. Paràdosis (παράδοσις) da paradídomi (παραδίδωμι) verbo che significa “affidare”, “trasmettere”, “lasciare in eredità” e quindi è sinonimo di “tradizione”, “dottrina”, “insegnamento”. Il corrispondente latino è naturalmente il vocabolo traditio–traditionis, connesso al verbo tradere che significa appunto “consegnare”. Paradosis è dunque l’atto con cui il “sacro segreto” veniva trasmesso. Epopteya, corrispondeva all’ammissione al più alto grado dell’Iniziazione, quello della “contemplazione”, “perfezione illuminativa” o “visione” [N. d. T.].[↩]
              12. La tradizione narra di un viaggio di Orfeo in Egitto, dove fu iniziato ai Misteri di Osiride.[↩]
              13. Ciò significa che in precedenza Orfeo era stato iniziato ai Misteri Dionisiaci, quindi i Misteri Orfici possono essere considerati come un loro adattamento.[↩]
              14. Phanes era considerato identico al dio Pan, “il Tutto”. [Phanes o Fanes, (in greco antico Φανης Phanés, “luce”), chiamato anche Protogonos (“il primo nato”) e Erikepaios (“donatore di vita”), era una divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita nella cosmogonia orfica. Emerso agli albori dell’universo dall’uovo cosmico deposto da Chronos (il Tempo) e Ananké (la Necessità), quale principio primo ed unico, era ermafrodito e da esso si generò tutto, o si rigenerò tutto. Phanes fu il primo re dell’universo, finché, disinteressato al dominio perché era già “tutto”, passò lo scettro a sua figlia Nyx (la Notte), che a sua volta lo cedette a Urano. Un mito ricorrente è che Zeus dovette inghiottire Fanes per acquisirne il potere cosmico e diventare definitivamente il nuovo re dell’universo, pertanto è talvolta associato a Metis. Quale potenza creatrice e dio primigenio, dalle ali d’oro, veniva anche equiparato ad Eros. Talvolta, richiamando il mito orfico della generazione dell’uovo cosmico, veniva rappresentato avvolto da spire di serpente e con tre teste (ariete, toro e leone) o più di animali che emergevano dal suo busto. [N. d. T.].[↩]
              15. Tralasciamo la diatriba inutile intercorsa fra gli studiosi riguardo al fatto che Omero fosse uno o più poeti. La Tradizione considerava l’esistenza di un singolo Omero e a questo noi ci atteniamo.[↩]
              16. In questo caso Ade non è il nome del Dio ma degli inferi.[↩]
              17. «Tanto è profondo il Tartaro oscuro sotto la terra: se un’incudine di bronzo cadesse dal cielo, dopo nove notti e nove giorni, al decimo arriverebbe a terra e così è profondo sotto la terra anche il Tartaro oscuro, che se un’incudine di bronzo cadesse dalla terra, dopo nove notti e nove giorni, al decimo arriverebbe al Tartaro». Esiodo, Teogonia, vv. 721-25 [N. d. T.].[↩]
              18. Le Isole della felicità o isole della beatitudine (greco: μακάρων νῆσοι, makárōn nésoi) erano isole leggendarie situate nell’Oceano Atlantico, variamente considerate sotto il profilo geografico o simbolico, come un paradiso terrestre senza inverno, abitato dagli eroi della mitologia greca [N. d. T.].[↩]
              19. Esperidi, “quelli dell’Occidente”. Ci sono diversi nomi di luoghi e di popolazioni che significano Occidente, Occidentale, evidenziando la loro antica origine atlantidea: ad esempio Hiberia, Hesperia, Ebridi, Ebrei, Hispan, Cimmer e così via. Il pianeta Venere è ancora chiamato Hesperus quando appare al tramonto e, non a caso, Lucifero al mattino.[↩]

              10. La Civiltà greca: il lato luminoso (II)

                La Civiltà greca: il lato luminoso (II)

                Quello che corrisponde al “lato luminoso” della civiltà greca è il risultato di evidenti raddrizzamenti dovuti all’influenza iperborea su questa società di origine atlantidea. Gli antichi storici greci raccontano infatti di varie e misteriose visite compiute in Grecia da emissari iperborei provenienti dal nord. Occorre però considerare questa rettifica sotto due prospettive. La prima riguarda la società greca e la sua religione esteriore, vale a dire l’essoterismo. La seconda concerne l’aspetto iniziatico rappresentato dai Misteri, ovvero l’esoterismo. Ricordiamo al lettore che questa dicotomia di cui parliamo è caratteristica non solo della Grecia arcaica, ma anche di tutte le altre civiltà, religioni e nazioni apparse in Europa durante tutto il corso di questa Età del Ferro.

                Essoterismo: Aristotele (384-322 a.C.), il famoso filosofo ellenico, ci dice che i greci1 concepivano tre tipi di regime politico: monarchia, aristocrazia e democrazia.
                La Monarchia era il più antico regime politico e già ai suoi tempi le città greche erano amministrate esclusivamente da governi aristocratici o democratici. Il filosofo formulò la teoria per cui i regimi politici col tempo potessero degenerare; così la monarchia, lo Stato governato da un unico Re (Βασιλεύς, leggi basilèus), poteva trasformarsi in una tirannia, un regime guidato da un despota al di fuori di qualsiasi controllo e sottomissione alla legge. Come bilanciamento a questo tipo di degenerazione, si sarebbe potuto costituire un regime aristocratico, composto da nobili, gli aristocratici appunto, che nella lingua greca significa “uomini migliori” (ἄριστοι, leggi àristoi). Ma anche l’Aristocrazia avrebbe potuto successivamente degenerare e convertirsi in oligarchia, il governo di pochi individui che tiranneggia sulla maggioranza delle persone. In questo caso con una ribellione il popolo (δῆμος, leggi démos) avrebbe potuto conquistare il governo della città, dando vita così al regime della Democrazia2. A sua volta però, anche questa forma di governo avrebbe potuto degenerare in demagogia (manipolazione di persone) allorquando un capo regolarmente eletto, fosse riuscito a farsi adorare dal popolo, divenendo una sorta di dittatore.
                Non ci sono dati certi sulle monarchie dell’antica Grecia, perché all’epoca in cui si iniziò a produrre documenti scritti, le monarchie erano quasi del tutto scomparse. Le uniche notizie si hanno dalla mitologia e dalla poesia epica. Il Re aveva un potere assoluto ed era circondato da uomini saggi (σoφοí, leggi sophòi) e da veggenti (μάντεις, leggi mànteis), consiglieri di rango sacerdotale che officiavano le ritualità sacrificali. Queste funzioni scomparvero nel periodo storico. In Grecia infatti, sotto i regimi aristocratici e democratici, non esisteva più una vera casta sacerdotale. Il sacerdozio era aperto a qualsiasi persona, uomo o donna appartenente a qualsiasi classe sociale. Di solito gli uomini servivano nei templi degli Dei e le donne nei templi delle Dee. I sacrifici consistevano in oblazioni di latte, miele, acqua, olio d’oliva o in offerte delle primizie dell’agricoltura. Fu mantenuto anche il sacrificio del toro, dell’ariete o della capra e le vittime venivano immolate all’apertura di ogni festa religiosa o pubblica. Per tale ragione la carne veniva mangiata solennemente dal donatore e dai capi della comunità, mentre le parti non commestibili, le ossa, il grasso, i tendini, le corna, gli zoccoli e altro, venivano offerte agli Dei sul fuoco dell’altare3. Sappiamo comunque che questi crudeli sacrifici erano di origine atlantidea, poiché erano stati istituiti da Prometeo, il fratello di Atlante.
                Se la casta sacerdotale col tempo scomparve, le altre classi sociali si mantennero. La casta aristocratica dei guerrieri, chiamata cavalieri (ἱππείς, leggi hippéis4), era la più alta, anche se con lievi differenze d’importanza a seconda delle leggi delle varie città-stato. Poi c’erano i mercanti (οἵ ἐκ τῆς ἀγορᾶς, leggi hòi ek tes agoràs, quelli “della Piazza del Mercato”), suddivisi in diverse categorie a seconda della loro ricchezza. Nobili e mercanti erano cittadini a pieno titolo e godevano di tutti i diritti civili e religiosi. Gli stranieri e gli schiavi al contrario non avevano alcun diritto sia sotto i regimi aristocratici sia in quelli democratici.
                I Templi erano dedicati agli Dei celesti, agli Dei ctoni (quelli sotterranei) o agli Antenati. Nel periodo classico (VI-IV secolo a.C.) comparvero anche templi dedicati agli eroi dell’Età del Bronzo, in particolare al semidio Eracle; i semidei erano la progenie di un Dio o una Dea e un essere umano.
                Ogni città fu consacrata in particolare a un Dio, il cui tempio si trovava nella piazza centrale. Gli altri templi della città erano considerati meno importanti, anche se dedicati a divinità più potenti dello stesso Dio Protettore (πολιάς, leggi polìas, cioè nagaradaivata). Inoltre, nelle città potevano esserci templi dedicati alla stessa Divinità, ma considerata sotto aspetti diversi e con attributi differenti, come succede ancora oggi in India5. Tutti i giovani che si sentivano attratti dal servizio in un tempio, indipendentemente dal loro rango familiare, lo frequentavano e assistendo i sacerdoti e imparando i rituali locali, venivano infine consacrati sacerdoti. I templi più prestigiosi erano quelli che ospitavano un Oracolo. Il sacerdote o la sacerdotessa principali di tali templi, in certe occasioni erano posseduti (āviṣṭa) dal Dio e quindi erano un medium in grado di rispondere alle domande della gente. Solo in quei pochi, ma influenti templi oracolari, fu conservata la casta sacerdotale greca: infatti i sacerdoti di ciascun oracolo, discendevano tutti da un unico antenato primordiale. Il più antico di quei Templi era l’oracolo di Zeus a Dodona, nell’Epiro (oggi in Albania), di origine pelasgica (cioè atlantidea). Tutti gli altri, più recenti, erano principalmente oracoli del dio iperboreo Apollo, a Tebe, in Licia e a Delfi; abbiamo già menzionato in precedenza quest’ultimo, senza dubbio il più famoso in assoluto. Per qualsiasi questione di ordine superiore veniva consultato il Dio: si decidevano così la pace o la guerra, la fondazione di una nuova città o il cambiamento delle leggi. Nel suo libro Il tramonto degli oracoli (De defectu oraculorum), il sacerdote greco Plutarco (46-125 d.C.) narra che nel primo secolo d.C., l’equipaggio di una nave che andava dall’Egitto a Roma, udì una voce potente provenire dal mare, che annunciava:

                “Il grande Dio Pan6 è morto!”.

                Questa notizia si diffuse rapidamente in tutto l’Impero Romano. Da quel momento tutti gli Oracoli degli Dei greci gradualmente scomparvero, come se quella voce avesse annunciato la conclusione ciclica della Tradizione Ellenica.
                I riti avevano lo scopo di ottenere risultati immediati in questo mondo o di garantire il raggiungimento di una condizione piacevole dopo la morte. L’attaccamento alla vita degli antichi greci era tale, che consideravano il destino postumo come qualcosa di triste. Ritenevano, infatti, che le anime dei morti soffrissero sempre, rimpiangendo il dolce ricordo della vita terrena. Solo chi aveva avuto un’iniziazione (dīkṣā), poteva ambire al raggiungimento di una condizione di beatitudine. Questo argomento lo affronteremo nel paragrafo successivo dedicato all’esoterismo.
                Di grande importanza erano i miti, tramandati da cantori-poeti (ἀοιδός, leggi aoidòs, sskrt. mahākavi) durante le feste o rappresentati come drammi nei teatri. Il mito svolse un ruolo importante nell’insegnamento etico e civico, tuttavia il suo significato simbolico rimase fuori dalla portata della maggioranza delle persone. Solo nell’ambiente esoterico era possibile trovare le chiavi per comprendere questi miti e di conseguenza accedere ai gradi di realizzazione della via iniziatica (sādhanā). Ma anche questo argomento verrà trattato nei prossimi capitoli.

                D. K. Aśvamitra

                1. “Greci” era il nome dato dai Romani; in realtà si chiamavano Hellenes perché tutte le loro tribù, anche se rivali, si riconoscevano come discendenti da un eroe primordiale comune chiamato Hellen.[↩]
                2. La democrazia degli antichi greci non può essere paragonata al regime “democratico” caotico, corrotto e inefficiente che oggi opprime la maggior parte degli esseri umani. I governanti espressi dal popolo (démos) greco erano unicamente i cittadini liberi della città e rappresentavano circa il 10 per cento del totale degli abitanti. Infatti, ad Atene durante il V secolo a.C., i cittadini liberi erano circa trentacinquemila quando l’intera popolazione della città era di oltre trecentomila abitanti. E fra i cittadini liberi coloro che esercitavano il potere e svolgevano funzioni pubbliche erano solo i capifamiglia. Tutti gli altri, donne, ragazzi e schiavi non avevano diritti civili.[↩]
                3. Nel caso del sacrificio umano, eseguito solo in rare occasioni, tutto il corpo veniva consumato sul rogo come cibo per gli dei.[↩]
                4. Chiamati Σπαρτιάται (leggi Spartiátai) nella città di Sparta.[↩]
                5. Ad esempio, il tempio principale della città di Olimpia era dedicato a Zeus Olympus, il Signore dell’Olimpo, la Montagna Sacra, il Kailāsa dei Greci, mentre ad Atene il Tempio dello stesso dio era dedicato a Zeus Ipatos, “il più alto”, un’altra ipostasi del dio.[↩]
                6. Pan, il dio-pastore, è considerato identico a Phanes, la più antica delle divinità elleniche, come illustreremo nel capitolo sulla cosmologia greca. Equivalente al dio vedico Pũṣan, Pan è colui che garantisce lo sviluppo della manifestazione. Pertanto, l’annuncio della sua morte è stato interpretato come l’interruzione della tradizione greca. Pan in greco significa “Tutto” ed è collegato al culto di Apollo iperboreo. Ricordiamo che per Pitagora il nome di Apollo significa “non molteplice”. L’immagine di Pan nel Santuario dell’Oracolo di Apollo a Delfi era così terribile che quando i Celti irruppero nel Tempio per saccheggiarlo, fuggirono terrorizzati. Da Pan s’origina l’espressione “timore panico”.[↩]

                9. La civiltà greca: il lato oscuro (I)

                  La civiltà greca: il lato oscuro (I)

                  Prima di affrontare il tema della civiltà greca antica e della sua religione, proponiamo alcune note per spiegare le sue caratteristiche generali. Iniziamo ad esporre alcuni aspetti del lato oscuro di questa civiltà che evidenziano la sua matrice atlantidea. Questa premessa è tanto più necessaria se si considera che questi tratti distintivi hanno influenzato negativamente l’intera civiltà occidentale fino ai tempi odierni. Il prestigio della civiltà greca si è infatti diffuso in tutto il mondo sull’onda della modernizzazione globale, contribuendo profondamente anche al cambiamento di mentalità delle culture non europee. Rimandiamo infine al prossimo articolo la descrizione del lato positivo della tradizione ellenica di origine iperborea.

                  Individualismo: la caratteristica principale del popolo greco era l’individualismo. Fin dai primordi questa tendenza comportamentale divenne una vera e propria ideologia generale applicata non solo agli individui, ma anche alle diverse componenti sociali, incluso lo Stato. Va detto incidentalmente che i gruppi sociali appartengono al dominio individuale, essendo le comunità formate da masse di individui, anche se alcune ideologie moderne, particolarmente diaboliche come il marxismo, teorizzano che la società trascende l’individuo. In realtà la collettività così considerata è un’entità infra-individuale.
                  L’individualismo greco è stato originato dalla perdita dell’idea di un Principio Unico e non duale presente nel cuore di ogni essere vivente. Questa perdita può essere fatta risalire alle prime fonti letterarie greche, come i poemi omerici (1000 a. C.). Solo nei sādhana iniziatici o tra alcuni filosofi che erano sādhaka dei Misteri come Pitagora, Platone e i Neoplatonici, la coscienza di questo Principio trascendente s’era mantenuta viva. Ma la maggior parte dei filosofi e dei pensatori greci erano sicuramente naturalisti, agnostici se non addirittura atei.

                  Libertinismo: l’individualismo ha condotto i greci a un’idolatria della libertà, intesa nel senso più arbitrario e libertino, ovvero all’autocompiacimento e alla soddisfazione illimitata di passioni e vizi. Per questo motivo, avendo perso il significato simbolico dei loro miti, i greci hanno attribuito ai loro Dei, tutti i loro capricci e le proprie perversioni individuali. Dunque, ben prima della degenerazione morale dei giorni nostri, i greci praticavano pubblicamente l’omosessualità e attribuivano lo stesso comportamento agli Dei. Allo stesso modo, descrivevano spudoratamente i loro Dei come imbroglioni, bugiardi, traditori, adulteri, invidiosi, avidi e narcisisti, proiettando così i loro difetti sulle divinità.

                  Estetismo: il primo effetto del libertinismo è stato la nascita dell’edonismo, auto-soddisfazione ed estetismo. Il culto per la bellezza del corpo umano dell’arte ellenica, universalmente ammirato, aveva queste banali motivazioni. Osservando un’opera d’arte greca ci rendiamo conto che al di là delle forme raffinate non c’è alcun significato spirituale o simbolico: c’è solo un’attrazione sensuale (rāga) per un oggetto di godimento (bhogya). Nell’arte, i greci hanno infuso tutti i loro istinti di asmitā1, il trionfo di aham (ego) e mama (ciò che è proprietà dell’io, il mio). Allo stesso modo hanno dato vita alla filosofia, che altro non è se non l’espressione del pensiero individualista di ciascun singolo filosofo, priva quindi di una qualsiasi esperienza spirituale reale (anubhava2), di qualsiasi iniziazione (dīkṣā) e percorso spirituale (sādhana): in definitiva si tratta solo di una costruzione mentale.

                  Particolarismo: i greci non sono mai stati in grado di creare una nazione; l’individualismo della gente s’è trasposto al particolarismo delle città. Ogni città greca (πόλις3, leggi pòlis) era armata contro ogni altra città greca e ogni città era internamente divisa in fazioni litigiose. Anche nel racconto epico dell’Iliade i greci impiegarono dieci lunghi anni per conquistare la città di Troia a causa delle loro costanti dispute e faide intestine. Allo stesso tempo erano convinti della loro superiorità su tutte le altre popolazioni. Il termine usato per definire uno straniero era barbaro (βάρβαρος): questa parola assunse presto il significato di incivile, rozzo, selvaggio, abbrutito4. In questo modo i greci hanno sancito la loro diversità nei confronti delle altre nazioni.

                  Storicismo: quando si perde la visione assoluta (pāramārtika dṛṣṭi) è evidente che l’unico punto di riferimento rimane il divenire (saṃsāritva). La storia è la semplice annotazione di eventi cronologici. Di per sé ciò non è dannoso, anche se ha unicamente una utilità archivistica e giurisprudenziale. Lo storicismo è invece un’ideologia e si fonda sull’idea di attribuire un valore significativo a un periodo storico, a una civiltà particolare, a una serie di eventi e personaggi, seguendo parametri prestabiliti, basati su un’interpretazione che risente di certi retaggi dogmatici e ideologici: questo divenne possibile con la proclamazione della pretesa oggettività del metodo “scientifico”; così si è creato un sistema di falsificazione metodica degli eventi attraverso lo strumento della flessibilità di interpretazione. Applicando questo criterio, secondo gli storici greci, le grandi vittorie sui persiani (499-479 a. C.) avrebbero liberato la Grecia dalla loro dominazione per sempre; questo è quello che tutti abbiamo studiato a scuola, ma è un falso storico. Infatti, solo con un trattato (343 a. C.) concordato con Filippo II, l’Imperatore persiano cedette la sovranità della Grecia al Re di Macedonia. Gli storici greci, per giustificare questa incoerenza, affermarono che Filippo il Macedone era comunque un greco; ma nei loro trattati lo chiamavano Filippo il Barbaro! Ciò malgrado l’assimilazione alla nazione greca di Filippo II e di suo figlio Alessandro Magno è stata compiuta spudoratamente da molti storici. In molti libri i greci si vantavano altresì che “l’Imperatore greco” Alessandro Magno avesse conquistato l’India. I nostri rispettabili lettori indiani sanno bene che questo episodio è stato così irrilevante da non figurare in nessun testo dell’India. Quindi lo storicismo è stato inventato dai greci molto prima della sua riscoperta durante il Rinascimento europeo. Allo stesso modo, la storia europea e mondiale degli ultimi secoli è stata sistematicamente falsificata. Possiamo vedere oggi gli effetti devastanti delle falsificazioni odierne prodotte per mezzo d’una multimedialità sempre più sofisticata.

                  Evemerismo: è una teoria che sostiene che la religione in generale e la mitologia, in particolare, narrano storie realmente accadute a personaggi vissuti in un determinato tempo e luogo; in seguito, tutto ciò sarebbe stato immaginato idealmente e rielaborato dalla mentalità irrazionale dei popoli antichi5. La nascita della filosofia avrebbe invece sancito il dono della razionalità all’umanità; da quel momento l’uomo civilizzato sarebbe stato in grado di riconoscere che la mitologia era solo la storia antica raccontata in una forma fantasiosa. La razionalizzazione del mito è l’effetto dello storicismo e del razionalismo che negano l’esistenza di una realtà diversa da quella empirica e grossolana. Questa teoria conduce fatalmente al naturalismo6 e, infine, al materialismo, perché induce a ritenere che l’unica realtà certa sia quella dell’esistenza corporea. L’evemerismo, attribuito al filosofo Evemero7, ma, per la verità, molto più antico di lui, è stato uno strumento per tagliare le radici della religione greca, diffondendo la mentalità antireligiosa secolarista e agnostica.
                  L’influenza dell’evemerismo si diffuse ovunque: persino l’insistenza sulla storicità e la banalizzazione dell’umanità di Gesù Cristo, così affascinante per i cattolici moderni, ha fonti evemeriste. L’evemerismo è stato abbondantemente usato dagli indologi europei per inventare la fantomatica “invasione ariana dell’India”: hanno interpretato arbitrariamente i miti hindū, sostenendo che i Deva fossero “ariani” e gli Asura gli abitanti originari dell’India.

                  Razionalismo: tutte le tendenze che abbiamo descritto convergono nel razionalismo. È un ramo della filosofia che considera la ragione come la fonte primaria della conoscenza: la mente umana usa la logica come strumento unico per spiegare il mondo. I cinque sensi sono considerati fallaci e quindi è la mente che corregge le informazioni provenienti dal mondo esterno attraverso la logica. In altre parole, usando il celebre aforisma vedāntico, se si guarda una corda e si vede un serpente, l’errore non si trova nella mente, ma negli occhi! Il razionalismo pretende d’essere in grado di investigare anche la Verità metafisica, la quale è per sua natura inaccessibile all’indagine razionale. Questo movimento filosofico fu sostenuto dapprima dai sofisti e più avanti da Aristotele, il più grande tra i logici ellenici.

                  D. K. Aśvamitra

                  1. Il senso dell’“io” e del “mio”; egoismo, egocentrismo [N. d. T.].[↩]
                  2. L’esperienza, l’Intuizione universale; nello Yoga la modificazione mentale prodotta da un’esperienza o intuizione [N. d. T.].[↩]
                  3. La parola “politica” e i suoi derivati, provengono dal termine greco polis, “città”.[↩]
                  4. Inizialmente infatti era una voce onomatopeica risultante dal raddoppio della radice BA(R) come nel caso di babbàleo che ha il senso di “parlare in modo confuso” (secondo l’opinione di chi ascolta), da cui il latino balbus e babulus, che esprimono l’idea della balbuzie. Da qui il primo significato attribuito dai greci alla parola “barbaro” fu quello di parlare con suoni rozzi [N. d. T.].[↩]
                  5. In ciò si possono ravvisare i primi germi di una congettura evoluzionistica predarwiniana.[↩]
                  6. Naturalismo: teoria che nega tutto ciò che trascende il mondo manifestato naturale.[↩]
                  7. Evemero da Messina (in greco antico: Εὐήμερος, “felice”, “prospero”; lat. Euhemerus); filosopo nato a Messina o Agrigento, 330 a.C. circa, morto ad Alessandria d’Egitto, 250 a.C. [N. d. T.].[↩]

                  8. Atlantide: altre fonti (II)

                    Atlantide: altre fonti (II)

                    Non è solo Platone a ragguagliarci su Atlantide, ci sono anche altre fonti greche, egiziane, ebraiche e indiane.

                    A) Altre fonti greco-romane

                    Platone ci informa che per gli Atlantidi la vittima sacrificale preferita era il toro. Nella mitologia greca1, il sacrificio del toro è stato stabilito durante l’Età del Bronzo dal Titano Prometeo, fratello di Atlante. Il sacrificio del toro accomuna gli Atlantidi a diverse popolazioni del bacino del Mediterraneo dove navigavano, avevano colonie, commerci e dove alcuni di loro fuggirono dopo il cataclisma, diffondendo la loro discendenza e assicurando così la sopravvivenza della loro Tradizione. La lotta con un toro o il suo sacrificio era presente ovunque si fosse diffusa l’influenza di Atlantide: nell’isola di Creta, nei rituali orgiastici greci del Dio Dioniso, nei Misteri persiani di Mitra, in Egitto, tra i Sumeri, fino alla Civiltà Indo-Sarasvatī2. Ancora oggi in Spagna sopravvive la corrida che ha mantenuto molte caratteristiche rituali arcaiche. Evidentemente, la fase più crudele della storia di Atlantide coincise con la fine dell’Età del Bronzo (Dvapara yuga), quando il Punto equinoziale primitivo era in Toro (vṛṣabha3, 4300-2200 a. C.).
                    In altre narrazioni, il crollo di Atlantide sembra coincidere con il diluvio di Deucalione4, che inaugurò l’attuale Età del Ferro (kali yuga), dominata dall’ignoranza, dall’ira e dall’avidità.
                    Il lungo periodo di degenerazione di Atlantide interruppe la trasmissione regolare delle iniziazioni e delle conoscenze proprie ai guerrieri e richiese una punizione esemplare per coloro che (giganti, guerrieri ribelli, kaurava5, mānuṣya6, rākṣasa7) avevano deviato dalla retta via e non si erano prodigati per un ritorno alla giustizia. La punizione fu inflitta attraverso guerre di sterminio e inondazioni che distrussero la progenie dei giganti: era l’era in cui Śrī Kṛṣṇa discese, alla conclusione di Dvapara yuga8, per ristabilire la giustizia nel mondo9.
                    Il già citato titano Prometeo era stato incatenato da Zeus10 a est del Mediterraneo, sui monti del Caucaso, nel territorio scitico (cioè del popolo Śāka11), mentre suo fratello Atlante era stato esiliato a ovest dello stesso mare, sui monti dell’attuale Marocco, che da lui furono chiamati Atlante. Ciò indica l’estensione della conquista atlantidea dell’Europa. Discendenti di Prometeo furono le Amazzoni12, un feroce popolo di donne guerriere13.
                    Riguardo ad Atlantide non abbiamo solo informazioni da Platone. Gli storici greci Ecateo di Mileto ed Erodoto chiamavano “Atlantidi” i berberi che vivevano sulle pendici dell’altopiano africano dell’Atlante.
                    È anche importante la testimonianza dello storico greco Marcello (ricordato dal neoplatonico Proclo) che, riferendosi a storici più antichi, riporta che nell’Oceano Atlantico esterno c’erano sette piccole isole, consacrate a Proserpina (gr.: Persefone)14 e tre più grandi, una delle quali era sacra a Poseidone, Dio del Mare.

                    B) Fonti egizie

                    Da numerosi testi epigrafici sappiamo che l’Egitto è stato ripetutamente attaccato per oltre un secolo da una coalizione di popolazioni provenienti dalle coste occidentali dell’Africa e dell’Europa. Gli egiziani li chiamavano “popoli del mare”. I greci li chiamavano anche Pelasgi15. Si trattò di un’impresa strategica di proporzioni immani: una parte dei Popoli del Mare invase tutta l’Europa e, dopo aver attraversato l’attuale Turchia e la Palestina, alla fine attaccò l’Egitto da oriente. Un’altra parte dei popoli del mare invase tutto il Nord Africa per attaccare l’Egitto da occidente. La loro potente flotta16 alla fine conquistò tutte le isole del Mediterraneo e attaccò la costa egiziana da settentrione. Durante il periodo necessario a portare a compimento questo movimento a tenaglia perfettamente coordinato, durato più di un secolo, crollarono molti regni antichi: Malta, Creta, Cipro, Rodi, la Grecia pre-ellenica, l’Impero ittita, il regno di Ugarit17, la Palestina. Alla fine il faraone egiziano riuscì a sconfiggere la coalizione vicino alla città di Sais18, verso il 1180 a.C. Malgrado ciò, tutti i paesi invasi dai popoli del mare subirono la loro influenza. Persino l’Egitto fu in seguito governato da due dinastie libiche appartenenti ai Popoli del Mare (X-VIII secolo a.C.).
                    Non c’è dubbio che i popoli del mare provenissero dalle colonie di Atlantide; stavano riprendendo il malvagio piano di conquista atlantidea di tutto il mondo. Gli egizi chiamavano se stessi Rutennu, il “popolo rosso”, e “uomini rossi” è il significato del nome “fenici”, antichi abitanti dell’odierno Libano, uno dei popoli del mare. La tradizione di Atlantide era appunto quella della civiltà della razza rossa, il colore del sole quando raggiunge la sua massima intensità scendendo nel cielo occidentale; è anche il colore del sangue della vittima che gli Atlantidi bevevano durante i loro riti19. Anche l’adorazione dell’asino rosso, di cui parleremo più avanti, mostra questa presenza inquietante nella tradizione egizia a dimostrazione di quanto gli Egizi furono influenzati dalla civiltà di Atlantide. Infatti, nel periodo più antico, l’Egitto era diviso in due regni. Il Regno meridionale, o alto Egitto, era dedicato al culto di Seth, l’asino considerato come un anti-Dio (asura), mentre il Regno settentrionale, o basso Egitto, aveva come principale divinità Horus, il falco, Re degli dei celesti. Il faraone Meni20 unificò i due regni e promulgò una legislazione unica intorno al 3500 a.C. Tuttavia, nella Tradizione egizia continuarono a sussistere due correnti: la prima di origine atlantidea che perseguiva l’adorazione magica di Seth, la seconda; il sacro Dharma di Horus, di origine iperborea. Secondo la mitologia egizia, quest’ultimo era arrivato sulle coste dell’Africa da un paese orientale d’oltremare che non è azzardato pensare fosse l’India. Ci sono molti indizi che provano questa origine, fra cui il modo in cui vestivano i sacerdoti di Horus: avevano una śikhā21sulla loro testa rasata e indossavano una dhoti22bianca sotto una pelle di leopardo, come gli asceti śaiva23.
                    Al contrario, il culto malvagio di Seth trasmise a tutte le altre civiltà occidentali una sādhanā24di stregoneria25. Questa è la radice di ogni male che affligge ancora oggi l’Occidente e che si sta propagando in tutto il pianeta. Seth, sotto la forma di asino rosso, era l’asura delle tempeste ardenti del deserto africano. I Greci lo chiamavano Tifone, (Τυφωέυς, leggi Typhéus), il bruciante26. Quando la tradizione egizia si estinse, le sue scienze continuarono nelle altre religioni mediterranee sotto forma di ermetismo o alchimia27; in seno a queste trasmissioni tradizionali si propagò in modo celato anche l’influenza malefica di Seth.

                    C) Fonti bibliche

                    Nella Bibbia è scritto che Dio creò il primo uomo con argilla rossa e lo chiamò Adamo. Il suo nome in ebraico, Adam, ha proprio il preciso significato di “fatto di argilla rossa”, di conseguenza tale colorazione attesta che Adamo è ricollegabile alla tradizione di Atlantide, infatti il colore degli Iperborei era il bianco come quello distintivo dei brāhmaṇa dell’India. La tradizione esoterica ebraica, la Qabbalah28, riferisce anche della presenza di una prima coppia umana vissuta antecedentemente ad Adamo ed Eva, non menzionata nella Bibbia: un “Primo Adamo” e sua moglie Lilith. È forse questo un ricordo dell’umanità primordiale iperborea? Tuttavia, si deve pure rilevare che Adamo ed Eva cominciarono a concepire i loro primi figli solo dopo essere stati espulsi dal Paradiso terrestre: dieci furono le generazioni dei discendenti di Adamo, come dieci furono i re di Atlantide. Le loro figlie erano così belle che gli angeli29 (in ebraico Ben Elohim, figli di Dio) si innamorarono di loro e da quelle unioni nacquero dei terribili giganti (in ebraico nephilim). I giganti erano empi, violenti e arroganti verso Dio ed è facile riconoscere da ciò il tratto distintivo della razza degli Atlantidi. Per tale ragione Dio scatenò un diluvio per farli morire tutti. Comandò a Noè, l’unico uomo giusto tra loro, di costruire un’arca per salvarsi, cosicché l’umanità avrebbe potuto continuare a riprodursi dopo il diluvio universale.
                    Gli ebrei hanno tratto questa storia da un precedente mito sumero30 che ha probabilmente avuto la stessa origine della storia di Manu. L’umanità fu distrutta, ma il seme malvagio dei giganti passò al nuovo ciclo attraverso Cam, uno dei tre figli di Noè. Dalla sua progenie venne il re Nemrod, che desiderò conquistare il mondo intero; voleva persino conquistare i cieli e spodestare Dio dal suo trono. A tal fine costruì persino una torre molto alta per raggiungere il cielo, ma Dio mandò una tempesta così violenta (Typhoon?) che quando cessò gli uomini non potevano più comunicare tra loro. In questo modo l’umanità fu divisa per lingua, nazione e tradizione. È così che la Bibbia narra l’inizio del kali yuga, con la divisione dell’umanità in razze, lingue, civiltà e religioni, il tutto stabilito su un fondamento storico.

                    D) Il Libro di Enoch

                    Il libro di Enoch è un testo canonico della Chiesa copta etiope. In esso sono descritte le visioni di Enoch, profeta della sesta generazione dopo Adamo. Enoch racconta che un gruppo di angeli si ribellò alla volontà di Dio perché desideravano sposare le meravigliose “figlie degli uomini”. Da allora furono chiamati egregori (ἐγρήγοροι, egrégoroi), i Vigilanti come sono i rākṣasa31. I loro figli erano i giganti Nephilim32, uomini forti e gloriosi. Ma con il succedersi delle generazioni, il segno della loro origine spirituale scemò ed emerse il loro carattere sempre più violento, degenerato e diabolico. Scoprirono le proprietà dei metalli e i poteri magici che ne potevano derivare; in questo modo poterono coltivare e praticare le scienze della stregoneria e della magia nera. Per questa ragione Dio scatenò il diluvio universale, per annientare questa razza dannata; ma attraverso uno dei figli di Noè, le cattive inclinazioni dei Nephilim sopravvissero al Diluvio.

                    E) Fonti indiane

                    Rāvaṇa, il re-demone del celebre poema epico Rāmāyaṇa33, quando è in collera viene raffigurato con dieci teste e venti braccia e spesso anche con un’undicesima testa d’asino che sovrasta le altre. Il bisnonno di Rāvaṇa era Yātudhāna o Nairṛta, nomi che significavano “pieno di male” e “figlio della distruzione”. La cavalcatura di Nairrta era un asino ed era il genius che governava il punto cardinale del sud-ovest. Rāvaṇa proveniva da lì quando invase Laṅkā34ed esiliò suo cognato Kubera; fu così che fu chiamato Nairṛpatiḥ, il Signore del Sud-Ovest. Da ciò si deduce che veniva dal mare, da qualche regione a ovest dell’India, probabilmente da isole come le Maldive o le Laccadive, o più lontane ancora come le Seychelles. Quindi doveva possedere una potente flotta per navigare in sicurezza e trasportare numerose truppe: infatti il Rāmāyaṇa ci narra che i suoi sudditi, i rākṣasa, estesero i loro domini a partire dalle coste.
                    I rākṣasa35 sono demoni che appaiono in forma umana, di carnagione nera o rossiccia, in grado di generare figli indifferentemente con asurī, yakṣinī36o donne umane. Con queste ultime hanno generato rākṣasa umani, allo stesso modo dei Ben-Elohim della Bibbia che, unendosi alle donne umane hanno generato i giganti Nephilim. Secondo il Rāmāyaṇa, i rākṣasa erano esseri umani che avevano tradito il loro svadharma37 e quindi erano stati banditi dallo stato umano e degradati in condizioni di rākṣasatva38. Per la stessa ragione, quando gli kṣatriya commettono atti sacrileghi e spargimenti di sangue ingiustificati e incorrono così nella maledizione di qualche ṛṣi, si dice che si trasformino in rākṣasa. Come atti sacrileghi si possono ricordare i terribili sacrifici umani di massa compiuti dagli Aztechi nell’antico Messico o gli atti di cannibalismo dei giganti biblici. Nel Rāmāyaṇa molto spesso viene sottolineato che i rākṣasa, divorano la carne dei loro nemici (nāra māṃsaśīlaḥ) e bevono il loro sangue (śoṇita bhojanaḥ), esattamente come i Re di Atlantide bevevano il sangue delle loro vittime.

                    A Laṅkā, la principale Dea dei rākṣasa era Nikumbhila39, aspetto terrificante di Bhadrakālī40, adorata con sacrifici umani, danze orgiastiche, vino41 e libagioni di sangue. Cosa importante che si deve evidenziare è che i rākṣasa, anche quando seguano il loro dharma e pratichino persino l’ascetismo, è solo per ottenere potere e siddhi 42 per scopi malvagi.
                    Anch’essi sono divisi in caste: Rāvaṇa e i suoi fratelli appartenevano alla casta brāhmaṇica; il loro dharma prevedeva il matrimonio attraverso il rapimento di donne sposate o non sposate. Seguono il loro istinto senza scrupoli e esprimono tutto quanto vi è di irrazionale, oscuro e distruttivo nell’animo umano. Un’altra somiglianza con il mito di Atlantide è rappresentata dalla descrizione di Laṅkāpura, la capitale di Laṅkā: la città fu costruita nel centro dell’isola, su una montagna con tre cime, Trikūṭa; sul picco centrale c’era la fortezza del Sovrano, circondata da una triplice cinta di pareti metalliche, la più interna delle quali era di oro ardente. I rākṣasa portavano scintillanti armature, dimostrando la loro abilità nella metallurgia, ed erano esperti nelle arti magiche che usavano diffusamente per perseguire i loro propositi. Durante un consiglio con i ministri, Malayavan, nonno e consigliere di Rāvaṇa, gli ricordò che nel mondo ci sono due categorie di esseri coscienti: quelli divini e quelli demoniaci. Il Dharma è il segno distintivo della prima categoria, l’adharma della seconda. Rāvaṇa e i rākṣasa rappresentano l’adharma, allo stesso modo dei Nephilim, degli Atlantidi e dei loro discendenti sparsi in tutto l’Occidente e in tutta la Terra.
                    La ribellione contro le leggi divine accelera la rovina e l’inarrestabile decadenza del ciclo e certamente i rākṣasa ne sono consapevoli. I manuṣya rākṣasa43 sono chiaramente gli agenti della contro-iniziazione e alcuni tra loro sono anche rākṣasa–avatāra, incarnazioni adhārmika della controiniziazione. Tutte queste numerose somiglianze e incredibili coincidenze mostrano un’influenza innegabile e una chiara conferma dell’origine atlantidea del regno di Laṅkā. Infatti, Laṅkā significa “ramo”; non era forse un ramo dell’Impero Atlantide-Nirṛti44 in Oriente?

                    Non si pensi che l’apparente discrepanza coi dati storici basti a tacciare di falso tutto ciò; del resto il lettore è già stato avvisato riguardo al “pregiudizio storiografico”. Le storie tradizionali seguono una tendenza ciclica, ma tutte hanno un medesimo significato. La lotta di Paraśurāma contro la ribellione del kṣatriya; la spedizione di Rama contro Laṅkā; la discesa di Kṛṣṇa come punizione per i Kaurava sono i diversi episodi di un’unica storia. La storia della lotta tra deva e asura, tra Dharma e Adharma.

                    Ricordiamo infine ai lettori che nel 1995 è stato scoperto nel sud-est della Turchia il sito di Göbekli Tepe45 risalente al 11000 a.C. È un complesso di almeno quindici santuari megalitici adornati da raffinati bassorilievi. La scoperta si è rivelata molto imbarazzante per gli archeologi; infatti secondo i loro pregiudizi evolutivi, gli uomini di quel millennio avrebbero dovuto essere ancora selvaggi, nutrirsi di bacche e selvaggina46, vivere come nomadi, nudi, famelici e bestiali. L’intero complesso abbandonato fu volutamente seppellito intorno al 8000 a. C. Ciò sembra indicare che dopo la sconfitta degli Atlantidi menzionata da Platone, i vincitori abbiano voluto cancellare perfino il ricordo dei loro antichi despoti.

                    Durgādevī

                    1. Esiodo, Teogonia, 535-540 [“Nel tempo in cui gli dei e gli uomini decidevano una contesa a Mecone (antico nome di Sicione), Prometeo pose innanzi a loro, come vittima, un bue di notevole mole e, con animo benevolo, lo divise in parti”, N. d. T.].[↩]
                    2. Questa civiltà, tra le più antiche del mondo, si estendeva geograficamente lungo i fiumi Sarasvati (oggi secco da almeno trentacinque secoli) e Indo, nel Subcontinente indiano [N. d. T.].[↩]
                    3. Vṛṣabha, o Vrishabha è un mese del calendario solare indiano. Corrisponde al segno zodiacale del Toro e, nel calendario gregoriano, cade tra la seconda metà di maggio e la prima metà di giugno [N. d. T.].[↩]
                    4. Deucalione (gr. Δευκαλίων), mitico figlio di Prometeo, fu l’unico superstite, con la moglie Pirra, del diluvio mandato da Zeus in punizione delle colpe degli Atlantidi. Da Deucalione e Pirra ebbe origine una nuova generazione umana. Zeus inviò Ermes a chiedere a Deucalione che cosa desiderasse, e avendo questi risposto che voleva avere con sé altri uomini, consigliò ai due superstiti di gettare pietre alle proprie spalle: da quelle gettate da Deucalione sarebbero sorti i nuovi uomini, da quelle gettate da Pirra le nuove donne. Da Deucalione e Pirra nacque Elleno, il capostipite degli Elleni [N. d. T.].[↩]
                    5. Kaurava (sanscrito: कौरव) è un termine patronimico il cui significato è “discendente di Kuru”, leggendario re e progenitore di buona parte dei personaggi del famoso poema epico indiano del Mahābhārata [N. d. T.].[↩]
                    6. Gli esseri umani [N. d. T.].[↩]
                    7. Rākṣasas (sanscrito : राक्षस) significa letteralmente “esseri da cui si cerca di proteggersi”, “demoni” [N. d. T.].[↩]
                    8. Terza delle quattro ere che compongono il presente ciclo umano (manvantara), corrisponde all’Età del Bronzo dei greci [N. d. T.].[↩]
                    9. “… O valoroso principe! A causa di lunghi periodi di tempo, questo Yoga [per guerrieri] è scomparso da questo mondo” (Bhagavad Gītā, IV.2). “I saggi della casta reale conoscevano questo Yoga, trasmettendolo così attraverso il kṣatriya paramparā. A causa di un lungo lasso di tempo, la trasmissione di questa tradizione è scomparsa da questo mondo” (Bhagavad Gītā Śaṃkara Bhāṣya, IV.2). “O discendente di Bhārata, ogni volta che il Dharma declina e l’adharma prevale, io mi manifesto e nasco in ogni yuga, per la protezione dei virtuosi, la distruzione dei malvagi e per assicurare l’insediamento del Dharma” (Bhagavad Gītā, IV 0,7-8).[↩]
                    10. Prometeo e Atlante furono puniti per le loro continue ribellioni al volere di Zeus.[↩]
                    11. Popolo di nomadi iraniani che, storicamente, abitavano tra la steppa settentrionale e orientale eurasiatica e il bacino del Tarim; come gli sciti della steppa pontica con cui erano imparentati, gli Śaka erano razzialmente europei e parlavano una lingua appartenente al ramo satam delle lingue indoeuropee [N. d. T.].[↩]
                    12. Nome derivato dall’antico persiano ha-mazan, donna-guerriero. La connessione tra le Amazzoni e gli sciti è interessante, perché può riguardare le origini del Tantrismo. In effetti, alcuni Āgama sostengono che il Tantrismo proviene da un continente chiamato Śāka dvīpa. In alcune descrizioni purāṇiche il Monte Meru si trova nel centro di Śāka dvīpa, che qualcuno identifica con la cosiddetta “isola” di Meroe dell’attuale Sudan. Plinio e Strabone affermano che l’antico regno egizio di Meroe era sempre stato governato da donne (vedi anche Atti degli Apostoli, VIII.27). Queste considerazioni fanno supporre una comune origine atlantidea del tantrismo orientale e dell’ermetismo egizio, dottrine molto simili tra loro.[↩]
                    13. Tradizionalmente, i brāhmaṇa rappresentano socialmente il ruolo maschile e gli kṣatriya quello femminile, come in Aitareya Brāhmaṇa (VIII.27): “Io sono quello (maschio), tu sei questa (femmina), io sono il Cielo, tu sei la Terra”. Dal momento che un popolo composto solo da donne non può esistere, le Amazzoni devono rappresentare un popolo di guerrieri (ossia femmine) fuori del controllo maschile brāhmaṇico.[↩]
                    14. Moglie di Ade, il Dio del Regno dei morti.[↩]
                    15. Traduzione in greco di “Popoli del mare”. I greci occuparono la Grecia dopo i Pelasgi. Furono essi a tramandare che i Pelasgi avevano travolto i potenti regni cretese e miceneo, che erano le precedenti civiltà dell’area greca.[↩]
                    16. A proposito di questa potenza navale, Platone aveva scritto che ognuno dei dieci feudi che componevano il regno di Atlantide aveva una flotta di mille e duecento navi da guerra.[↩]
                    17. Antica città (oggi Ras Shamra) sulla costa della Siria, a nord di Latakia. Fu abitata dal Neolitico fino al 1200 a.C. circa. In seguito, il sito avrebbe ospitato solo modesti insediamenti occasionali. Ugarit acquistò importanza all’inizio del II millennio a.C. quando fu sede di un prospero regno. In tale periodo si trovava nella sfera di influenza egizia [N. d. T.].[↩]
                    18. Questo è il motivo per cui in precedenza abbiamo sostenuto che l’antica Atene era stata la Sais egizia.[↩]
                    19. Ciò ricorda l’origine atlantidea dei mesoamericani. Ovunque nel mondo il rosso è il cruento colore dei Re; in India è il colore dei kṣatriya.[↩]
                    20. Come spesso accade, il fondatore di una nuova civiltà assume un nome che ricorda il nome di Manu, il primo uomo.[↩]
                    21. Ciuffo di capelli che i brāhmaṇa portano sul capo rasato [N. d. T.].[↩]
                    22. Tradizionale indumento indossato dagli uomini in India. Si tratta di un pezzo di stoffa rettangolare che viene legato intorno alla vita e scende fino ai piedi, come fosse un pareo [N. d. T.].[↩]
                    23. Gli scavi di Mohenjo-Daro e Harappa hanno rivelato che la tradizione Śaiva è la più antica fede vivente nel mondo. Nel corso dei secoli, lo Śivismo sviluppò molte ramificazioni e apparve in forme diverse, dando luogo a una vasta schiera di tradizioni, ciascuna con caratteristiche filosofico-culturali-linguistiche uniche. I devoti del dio Shiva vanno dai semplici fedeli con le loro devozioni quotidiane, ai sinceri ricercatori della più alta Realtà, che perseguono le dottrine esoteriche e le pratiche yoga di vari rami dello Śivivismo [N. d. C.].[↩]
                    24. Il termine (sskrt. साधना, leggi sādhanā) indica l’insieme delle pratiche rituali inerenti a una via iniziatica e, per estensione, a qualsiasi culto [N. d. T.].[↩]
                    25. Secondo una leggenda, Seth aveva due figli, Gerosolimo e Giuda. La cavalcatura dei profeti biblici e di Gesù Cristo era l’asino. Secondo la Sīra di Ibn Ishaq, il Burāq che portò Muhammad al cielo era un animale “tra il mulo e l’asino” che collega l’asino ad alcuni aspetti oscuri delle religioni ebraica, cristiana e islamica. La dea Śītala cavalca un asino [Si tratta di è una divinità popolare adorata da molti fedeli d’estrazione tribale nelle regioni dell’India settentrionale, del Bengala occidentale, del Nepal, del Bangladesh e del Pakistan. Come ipostasi oscura della Dea Durgā, cura piaghe, pustole e bubboni ributtanti, come anche può procurarle ai nemici tramite le fatture dei maghi [N. d. T.].[↩]
                    26. I nativi messicani di origine antlantidea chiamano lo stesso anti-Dio, Hurricane (taino: Hurakàn), uragano. Le popolazioni delle Americhe usavano tingersi il corpo di rosso, in ricordo delle loro origini. Per questa usanza essi sono noti come “pellirosse”.[↩]
                    27. Kemì, “Terra nera”, antico nome dell’Egitto; successivamente al-kīmiyā in arabo.[↩]
                    28. La cabala, cabbala, qabbaláh o kabbalah (in ebraico: קַבָּלָה‎, letteralmente “ciò che è trasmesso”, “tradizione”) è l’insieme degli insegnamenti esoterici propri dell’ebraismo rabbinico; in un suo significato più ampio, il termine intende quei movimenti esoterici sorti in ambito ebraico al ritorno dalla cattività babilonese (520 a.C.) fino alla distruzione del terzo Tempio ad opera dei romani, nel 70 d.C. [N. d. T.].[↩]
                    29. Come vedremo dopo, questi angeli non erano Deva, ma Asura.[↩]
                    30. La storia del diluvio di Utnapishtim si trova nel poema epico di Gilgamesh (2500 a.C.).[↩]
                    31. Ricordiamo che anche i guerrieri antidiluviani di Atene e Atlantide erano chiamati Vigilanti; vedi sopra.[↩]
                    32. L’appellativo Nephilim (in ebraico נפלים), presente nell’Antico Testamento (Tōrāh), in diversi libri non canonici del Giudaismo e in antichi scritti cristiani, si riferisce ad un popolo che sarebbe stato presente sulla terra al tempo dell’incrocio tra i “figli del vero Dio” e le “figlie degli uomini”. Con l’espressione “figli del vero Dio” s’intende una parte di quegli angeli che si sono ribellati insieme a Satana. Avere rapporti con le “figlie degli uomini” era contro la loro natura, essendo, dunque, determinati solo dalla loro perversione, come narra il racconto biblico (Genesi 6.1-4: «Ora avvenne che gli uomini cominciarono a crescere di numero sulla superficie del suolo e nacquero loro delle figlie, allora i figli del [vero] Dio notarono che le figlie degli uomini erano di bell’aspetto; si presero così tutte quelle che scelsero. Dopo ciò Dio disse: “Il mio Spirito non durerà certo indefinitamente per l’uomo, in quanto egli è anche carne. Pertanto, i suoi giorni dovranno ammontare a 120 anni”. I Nephilim erano sulla terra in quei giorni e anche dopo, quando i figli del [vero] Dio continuavano ad avere relazioni con le figlie degli uomini, ed esse partorivano loro dei figli»).Il termine è utilizzato anche per i giganti che abitavano la terra di Canaan (Numeri 13.33). Un termine simile, ma con un suono diverso, è utilizzato nel Libro di Ezechiele (32.27) riferito ai guerrieri filistei morti [N. d. T.].[↩]
                    33. Il Rāmāyaṇa (devanāgarī रामायण; lett. il “Viaggio (ayaṇa) di Rāma”), insieme al Mahābhārata è un grande poema epico e uno dei testi sacri più importanti dell’induismo. Il poema, attribuito tradizionalmente a Vālmīki, narra le avventure del principe Rāma, avatāra di Viṣṇu, ingiustamente esiliato e privato della sua sposa che tuttavia riconquista dopo furiosi combattimenti, unitamente al trono negato. Il nucleo originario del poema è databile tra il VI e il III secolo a.C., e la sua redazione conclusiva va invece ascritta ai primi secoli della nostra era [N. d. T.].[↩]
                    34. Laṅkā è la versione sanscrita di Taprobane; con quest’ultimo nome gli antichi navigatori greci, romani e arabi indicavano l’isola che nella tradizione occidentale suole essere chiamata Ceylon (corruzione inglese per Siṃhala, la terra del leone) [N.d.T.].[↩]
                    35. Di solito si ritiene che il nome rākṣasa derivi da rākṣas, vigilante, con lo stesso significato degli egregori del Libro di Enoch. Tuttavia, è possibile avere un’altra origine etimologica da raka (menstruum) e rakta (sangue, rosso).[↩]
                    36. Yakṣinī, semi-divinità indiane femminili, sorta di driadi delle foreste, legate al culto della vita; erano venerate quali simboli della fecondità e della salute dei bambini. La loro raffigurazione, nell’accentuazione delle caratteristiche erotiche del corpo, è sempre associata al motivo dell’albero, a cui esse si tengono flessuosamente allacciate [N. d. T.].[↩]
                    37. Il dovere castale, il dharma del singolo individuo [N. d. T.].[↩]
                    38. La condizione “diabolica”[↩]
                    39. Letteralmente significa “bosco intricato di piante selvatiche di cotone”, ossia le giungle dove vengono segretamente compiuti sacrifici cruenti.[↩]
                    40. Bhadrakālī (sanscrito: भद्रकाली, letteralmente “la buona Kālī”) è una dea hindū popolare nel sud dell’India. È una delle forme feroci della Dea Ādi Paraśakti o Durga [N. d. T.].[↩]
                    41. La tradizione tantrica presenta molte somiglianze con questo dharma dei rākṣasa. Quando il Tantrismo è fuori dal controllo di brāhmaṇa e la prevale ricerca dei poteri, emerge il suo carattere atlantideo.[↩]
                    42. I poteri ottenuti con la pratica di uno yoga sādhana [N. d. T.].[↩]
                    43. Sono quei rākṣasa che si manifestano in forma umana [N. d. T.].[↩]
                    44. Nirṛti (निरृति) è la dea della morte e della corruzione e uno dei Guardiani dei punti cardinali, e precisamente il sud-ovest e il sud. Il nome nir-ṛt ha il significato di “assenza di ṛta, senza legge” [N. d. T.].[↩]
                    45. Göbekli Tepe (trad. “collina tondeggiante” in turco) è un sito archeologico, situato a circa 18 km a nordest dalla città di Şanlıurfa nell’odierna Turchia, presso il confine con la Siria, risalente all’inizio del Neolitico o alla fine del Mesolitico. Vi è stato rinvenuto il più antico esempio di tempio in pietra: iniziato attorno al 9500 a. C., la sua erezione dovette interessare centinaia di uomini nell’arco di tre o cinque secoli. Le più antiche testimonianze architettoniche note in precedenza erano le ziqqurat sumere, datate 5000 anni più tardi. [N. d. T].[↩]
                    46. Avrebbero dovuto essere cioè dei decerebrati cacciatori-raccoglitori, come vuole una certa antropologia che non vede più in là dell’economia e del “progresso tecnologico”.[↩]

                    7. Atlantide: l’inizio della Civiltà occidentale (I)

                      Atlantide: l’inizio della Civiltà occidentale (I)

                      Il poeta greco Esiodo è stato il primo a trasmettere le informazioni più importanti sull’antica mitologia occidentale1. Scrisse che durante l’Età dell’Oro gli uomini vivevano senza soffrire angoscia, miseria e vecchiaia e si nutrivano dei frutti che la terra offriva spontaneamente in abbondanza. Gli esseri umani nascevano direttamente dalla terra e senza alcuna generazione sessuata2.
                      Il filosofo greco Platone (428-348 a.C.), in due celebri Dialoghi3, ci racconta il mito di un continente scomparso: l’Atlantide. Riferisce che, qualche secolo prima, Solone4 aveva incontrato un sacerdote egizio nel tempio consacrato alla dea Neith (corrispondente all’Atena greca, la devî della saggezza) della città di Sais. Il sacerdote egizio cominciò a raccontargli la storia di una coppia nata durante l’età dell’oro; i loro nomi erano Evenore (il “Primo Virile”) e Leucippe (“Quella dai bianchi cavalli”, l’alba, simile a Uṣás5). Entrambi nacquero dalla terra, quindi ciò vale a dire che erano due iperborei dell’Età dell’Oro.
                      Si unirono in matrimonio e per la prima volta una donna partorì; nacque una bambina che chiamarono Kléitos, la “Celebrata”. Da quel momento Leucippe, Evenore e Kléitos non vissero più nella patria artica degli antichi Iperborei, ma in un’isola dell’Oceano occidentale. La collocazione della loro nuova dimora e il fatto che gli esseri umani cominciassero a riprodursi sessualmente6 indicano che si era passati dall’Età dell’Oro a quella dell’Argento.
                      All’inizio del ciclo, Zeus (gr. Ζεύς πατήρ, leggi Zèus patèr; lat. Iuppiter, sskrt. *aEs! ipta, Dyaus pitā) aveva condiviso il governo del mondo con i suoi fratelli tenendo per sé l’atmosfera e il cielo e assegnando il regno sotterraneo al fratello maggiore Ade (gr. Ἅδης; lat. Pluto; sskrt. Mṛtyu7) e il dominio delle acque inferiori (sskrt. samudra, l’oceano del profondo che raccoglie tutte le acque, corrispondente al gr. syn ỳdrata, l’insieme delle acque) a suo fratello mediano Poseidone (gr. Ποσειδῶν, leggi Poseidòn; lat. Neptūnus; corrisponde parzialmente al sskrt. Varuṇa8).
                      Essendo quest’ultimo il Dio del Mare, tutte le isole erano nel suo dominio. Non appena vide Kléitos se ne innamorò ed ebbe da lei dieci figli.
                      Poseidone fortificò la collina dell’isola dove viveva la sua amata e la rese inespugnabile, costruendo tre anelli d’acqua e tre anelli di terra intorno alla fortezza. Quel regno divenne la prima potenza navale della storia umana. Nel centro dell’isola, in cima alla collina, la cittadella aveva le pareti fatte di oricalco9, misterioso metallo brillante come l’oro. Nel centro della cittadella, il tempio di Poseidone dominava l’intera collina. Poi il Dio divise il regno in dieci feudi, ne assegnò uno a ogni figlio e incoronò Atlante, il suo primogenito, come Re di tutto l’impero. Per questo motivo l’isola fu chiamata Atlantide.
                      Poseidone emanò anche leggi scritte ispirate a grande saggezza. Platone aggiunge che Atlantide era una grande isola nell’Oceano Atlantico a ovest delle Colonne di Ercole (lo Stretto di Gibilterra), più ampia del Nord Africa e del Vicino Oriente messi insieme. Il filosofo greco sostiene anche che verso ovest, al di là dell’isola, c’era un altro grande continente sconosciuto: da questa notizia si può dedurre che l’America era già conosciuta e sottoposta all’influenza di Atlantide; infatti Atlantide divenne molto potente e fondò colonie in Europa, compresa l’Italia (chiamata allora Tirrenia), in Africa fino ai confini dell’Egitto e, certamente, anche in America10.
                      L’impero era prospero e la terra offriva abbondanti frutti e verdure. Oltre alla navigazione e al commercio, gli Atlantidi erano molto esperti nella metallurgia. Lavoravano oro, argento, rame, stagno, bronzo e il misterioso oreichalkos, l’oricalco. La loro società era organizzata in quattro caste che vivevano in armonia. Ai primordi di questa civiltà prevalse una condotta consona alla sua origine divina, perciò i suoi abitanti erano persone giuste e sagge. Successivamente, emerse in loro la natura umana e diventarono avide e ingiuste. Infine, la componente demoniaca fece esplodere la sedizione e divennero violenti, assetati di sangue e dediti alla magia. La potente e ricca città di Gadira, nella Spagna meridionale e tuttora esistente con il nome di Cadice, assieme a un gran numero di colonie comprendenti la maggior parte dei paesi europei, africani e asiatici, erano sottomesse all’egemonia politica e alla conseguente influenza culturale di Atlantide. Tra queste nazioni, Atene e l’Egitto erano particolarmente fiorenti. Come ci conferma Platone, l’Atene di allora non era la città in cui egli viveva e insegnava, ma una città primordiale che molti secoli più tardi avrebbe fondato, come sua colonia, l’omonima città della Grecia. Dov’era, dunque, l’Atene primordiale? Secondo l’ipotesi più accettabile stava in Egitto. Platone racconta che il suo antenato Solone era stato informato della storia di Atlantide a Sais, una città egizia consacrata alla Dea Atena. Quindi è facile dedurre che l’Atene arcaica e Sais fossero una sola e unica città11.
                      Nella distribuzione delle varie parti del mondo che Zeus fece agli Dei, Efesto e Atena12 ricevettero il territorio di Atene. Quegli Dei generarono uomini virtuosi ed emanarono per loro leggi che propugnavano il modello sociale di Atlantide: la casta sacerdotale era separata dalle altre e i guerrieri avevano il compito di difenderla; la terza casta era composta da artigiani, mercanti e navigatori e, per ultimi, c’erano i pastori e i contadini. La casta regale coi suoi guerrieri esercitava la sorveglianza e la custodia (φύλακοι, leggi fỳlacoi, custodi, guardie, sentinelle), necessarie per mantenere il funzionamento armonico della società.
                      Durante l’Età del Bronzo gli Atlantidi, sempre più avidi di potere, progettarono di conquistare il mondo intero; diffusi in tutti i continenti, gli eroici guerrieri dell’Atene primigenia con i loro alleati fermarono l’invasione. Questa gloriosa vittoria ebbe luogo novemila anni prima di Platone.
                      Dopo la sconfitta, gli Atlantidi divennero sempre più crudeli e aggressivi. Si diedero alla pratica di sacrifici in cui bevevano il sangue delle vittime, trasformandosi così in adepti della magia nera. La loro natura divenne rapidamente sempre più diabolica e decisero di vendicarsi a tutti i costi della sconfitta patita, cercando la rivincita con la riconquista del mondo intero. Gli Dei disgustati dalla loro tracotanza mandarono un diluvio e in un giorno e una notte Atlantide sprofondò nell’Oceano. Insieme ad Atlantide molte nazioni furono coinvolte nella catastrofe, inclusa l’Atene egizia. Questa alluvione, come quella che sommerse Dvārakā13, concluse l’Età del Bronzo e diede inizio all’attuale Età del Ferro. A oriente e a occidente del continente sprofondato, solo poche colonie di Atlantide sopravvissero, e in quelle civiltà il seme malvagio generato da Atlantide si conservò, pronto a riemergere a ogni occasione favorevole, come si leggerà nel prosieguo di questo lavoro.

                      Durgādevī

                      1. Esiodo visse nel secolo VIII a.C.; tre delle sue opere mitologiche sono pervenute sino a noi, Le Opere e i Giorni, La Teogonia e Lo Scudo di Eracle.[↩]
                      2. Un esempio di cosa sia la condizione di vita primordiale dalla nascita al suo compimento, è fornito nel testo “Epistola di Hayy Ibn Yaqzan. I segreti della filosofia orientale”di Ibn Tufayl; cfr. Abū Bakr Ibn Tufayl, Il Vivente figlio del Vigilante, Milano, Ekatos Ed. Priv. [N. d. T.].[↩]
                      3. Timeo e Crizia.[↩]
                      4. Legislatore e poeta greco (VII-VI secolo a.C.), discendente dal Re Codro, perciò dal fondatore di Atene, e antenato di Platone; è tradizionalmente ricordato come uno dei Sette Saggi (gruppo di vidvas paragonabile ai sette ṛṣi dell’India).[↩]
                      5. Uṣas (devanāgarī: उषस्) è la dea vedica del crepuscolo, in particolare quello relativo all’aurora. Nelle Ṛgveda Saṃhitā è invocata in più di venti splendidi inni (sūkta), spesso al plurale in quanto l’estensore intende celebrare tutte le Uṣas che si sono succedute nel tempo. Gli inni la descrivono molto bella e seducente, vestita di luce rossastra (aruṇa). Il suo compito è risvegliare gli esseri viventi affinché questi si dedichino alle loro occupazioni. Il Sole, Sūrya, la segue come un innamorato; la Notte, Rātrī, è sua sorella minore. Va tenuto presente, infatti, che se la percezione moderna è solita dividere il tempo in dì e notte, quella antica inframmezzava queste due divisioni del giorno con i due crepuscoli, considerati come periodi distinti. Si può approfondire consultando la studio di A. Coomaraswamy, “Il volto oscuro dell’Aurora”. Riteniamo inoltre che per cercare di comprendere meglio questo crepuscolo rappresentato da Uṣas, si potrebbe considerare il versetto coranico (II, 187) “…finché distinguerai il filo bianco dal filo nero” e la risposta del profeta Muhammad: “Sono soltanto il nero della notte e il bianco del giorno” cosa che a nostro avviso attesta che il crepuscolo intercorre invariabilmente nel passaggio dall’una all’altro [N.d.T.].[↩]
                      6. Proprio come suggerisce il nome di Euenores [derivato da ευ-ήνωρ, voce dorica composta da ευ che funge da rafforzativo col senso di abbondanza, prosperità, e ήνωρ (ανήρ, uomo), quindi “virile”, “che esalta gli uomini”, N.d.T.]. Nella Bibbia, Dio ha creato l’uomo dalla terra rossa. Adamo significa “argilla rossa”. Dal corpo di Adamo Dio estrae la donna. Solo dopo la perdita dell’Eden (cioè dell’Età dell’Oro) Adamo ed Eva furono in grado di generare i loro figli.[↩]
                      7. Mṛtyu (devanāgarī: मृत्यु) è un termine sanscrito vedico che indica la morte e la sua personificazione in un deva. Mṛtyu deriva dalla radice verbale MR che possiede il significato di “morire” e col significato di “morte” è analogo al sanscrito mara. Mṛtyu è correlato al latino mors–mortis (morte) e Mars-Martis (Marte, il dio della guerra e delle stragi), ma anche al greco antico μoρτός/βρoτός (mortós, mortale), così come all’alto slavo sŭ-mrŭtī e al lituano mirtis, all’avestico mərəta.[N. d. T.].[↩]
                      8. Varuṇa (sskrt. वरुण) è una delle più antiche e importanti divinità vediche. Corrisponde all’avestico Ahura Mazdā. Nei Veda, è il garante dell’Ordine cosmico (Ṛta), Asura del cielo, della pioggia e dei fenomeni celesti, ma anche del Darma e del mondo sotterraneo. È quindi il più importante Asura nel Ṛgveda e sovrano degli Aditya (divinità solari). Successivamente fu considerato re dei nāga, antica categoria di semidei-cobra [N. d. T.].[↩]
                      9. Platone menziona l’oricalco nel suo dialogo Crizia e lo descrive come un “metallo scintillante di fuoco” (Crizia 116c). Era il materiale che gli abitanti di Atlantide tenevano in maggior considerazione dopo l’oro (Crizia 114e); per questo il loro castello reale e il tempio al suo interno erano coperti e decorati con questo metallo. L’oricalco sarebbe stato estratto in diversi luoghi sull’isola di Atlantide (Crizia 114e), ma Platone non specifica nulla più [N. d. T.].[↩]
                      10. Gli Aztechi affermavano di provenire da una vasta isola a levante del continente americano, che chiamavano Aztlan.[↩]
                      11. Secondo la mitologia greca, il fondatore e primo re dell’Atene greca è stato l’egiziano Cecrope (Kekrops, che significa “con una coda visibile”) che consacrò la città alla dea Atena. Si ha in questo modo, attraverso il mito, la conferma della nostra ipotesi. È interessante notare che Kekrops è stato descritto come mezzo uomo e mezzo serpente (come un nāgarāja, Re cobra), a indicare la sua origine atlantidea. È interessante anche l’assonanza fonetica e semantica tra Cecrope e Kyclops (Ciclope), con l’occhio tondo o con la vista ciclica.[↩]
                      12. Efesto, il Dio fabbro, rappresenta la corrente ctonia e atlantidea della tradizione egizia, ossia la componente sethiana. Atena invece simboleggia quella luminosa e intellettuale rappresentata dal Dio Horus.[↩]
                      13. La città di Dvārakā, conosciuta anche come Dvārāvatī, che in sanscrito significa “la città dalle molte porte”, è una città sacra dell’induismo, del jainismo e del buddhismo. Si trova sulla punta più occidentale della costa del Gujarat. Questa città è uno dei quattro Pīṭha fondati da Śaṃkara e uno dei “Sapta Pura” (sette città sacre), i sette siti di pellegrinaggio più antichi di tutta l’India (gli altri sei sono: Ayodhyā, Mathurā, Haridvāra, Kāśī (Benares), Kañchi e Ujjainī). Dvārakā è menzionata soprattutto nel Mahābhārata, uno dei due grandi poemi epici dell’India (l’altro è il Rāmāyaṇa); è citata anche nella Bhagavad Gītā e in tutti i Purāṇa. Secondo la mitologia hindū, la Dvārakā originale, la capitale del regno di Kṛṣṇa, ottavo avatāra di Viṣṇu, sorgeva su un’isola di fronte alla città costiera attuale. Dopo la sua morte la città fu inghiottita nell’Oceano dal cataclisma che diede l’inizio al kali yuga. Recenti scavi subacquei hanno confermato la presenza della città inabissata. [N. d. T.].[↩]