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26. Il primo secolo del Cristianesimo

    Il primo secolo del Cristianesimo

    Dopo che lo Spirito prese possesso dei loro cuori, gli apostoli e i discepoli del Cristo cominciarono ad andare in giro per villaggi e città compiendo guarigioni prodigiose1. Spesso nuovamente posseduti, parlavano lingue che non conoscevano2. Non erano i soli. In Palestina, quel periodo era segnato da agitazione, violenza e fanatismo religioso e ovunque agitatori sociali si proclamavano profeti o Messia, predicando il crollo dell’Impero Romano, l’avvento del Regno di Israele su tutta la terra e la prossima fine del mondo. Compivano prodigi, miracoli e magie. Gli ebrei di tutte le correnti partecipavano a questa atmosfera frenetica e spesso scoppiavano tumulti, ribellioni e atti di terrorismo. Questa follia influenzava anche le tante comunità di ebrei della Diaspora, residenti nelle grandi città dell’Impero. Questo contrastava con l’atmosfera generale di tutti gli altri popoli che facevano parte del vastissimo Impero Romano. La restaurazione della monarchia nella forma imperiale aveva garantito ovunque pace e prosperità. I sudditi di Roma riconoscevano nella pace romana (pax Romana) il favore degli Dei e consideravano l’Imperatore come un divino rappresentante del cielo sulla terra. Questo ambiente idilliaco era considerato come un ritorno dell’Età dell’Oro3. L’unica eccezione era la Palestina dove la follia degli ebrei e dei cristiani offuscava l’armonia imperiale. I romani avevano conquistato la Palestina nel 63 a.C. Avevano però lasciato il regno della Palestina alla dinastia ebraica degli erodiani. Si trattava perciò di un protettorato con ampia autonomia.
    Anche se Erode il Grande diede ordine di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, gli ebrei odiarono lui e i suoi successori perché avevano una mente aperta alla cultura greco-romana. Oggetto dello stesso odio furono anche i sadducei, i kohanim del Tempio che costituivano il Sinedrio, governo e parlamento dello stato ebraico, sospettati di collaborazionismo con i Romani. Davanti alle continue violenze provocate da nazarei e zeloti4, i Romani assunsero per due volte il diretto controllo della Palestina nel tentativo di restaurare l’ordine.
    La situazione era davvero grave: sicari, assassini e zeloti infestavano le città e i villaggi; le campagne erano devastate da briganti che approfittavano del caos generale per assaltare carovane e fattorie. La costa pullulava di barche pirate camuffate da barche da pesca5. Nazarei e farisei assalivano i sacerdoti del Tempio e le loro famiglie, e si combattevano tra loro oppure denunciavano i rivali all’autorità romana per disfarsi di loro6. La Chiesa si era strutturata a immagine del Sinedrio, perciò era fatale che tra il vero Sinedrio del Tempio e quello nazareo della Chiesa scoppiasse una rivalità spesso feroce7.
    Gli apostoli avevano tentato di convincere gli ebrei delle comunità del medio oriente perché riconoscessero Gesù come Messia, ma gli ebrei continuavano a considerare il Messia come un Re trionfante, perciò non accettavano come tale Gesù, vinto e giustiziato. Perciò gli  apostoli preferirono convergere su Gerusalemme che era diventata sede del primo vescovado. Al contrario S. Paolo, più colto e con una preparazione iniziatica più profonda, continuava a riscuotere consensi e conversioni negli ambienti di ebrei e di semiconvertiti (ger-toshab) della Diaspora. Questi cominciarono a versare alla Chiesa di Gerusalemme la tassa che prima destinavano al Tempio. Con questi numerosi seguaci e con il loro peso finanziario, S. Paolo si presentò al primo Concilio cristiano di Gerusalemme. In quella riunione egli sostenne che l’antica legge mosaica era ormai abrogata e sostituita dall’insegnamento di Gesù e perciò si dovevano abolire le restrizioni alimentari, la circoncisione e l’intera legge esteriore ebraica. Chi aderiva al Cristianesimo doveva seguire solo gli insegnamenti di Gesù, Verbo di Dio, e abbandonare come superstizioni tutti gli usi e costumi precedenti. I cristiani, nuovo popolo eletto in senso spirituale, non dovevano più identificarsi con una singola razza. La sua abilità oratoria, la sua cultura, il prestigio di essere cittadino romano, gli appoggi delle comunità della Diaspora riuscirono ad aver la meglio sui rozzi apostoli recalcitranti. Certamente molti non accettarono di respingere la legge mosaica e così si formò una frattura tra la Chiesa paolina e la Chiesa nazarea. Quest’ultima a poco a poco rientrò nell’ebraismo fino a scomparire. 
    Mentre la neonata Chiesa cristiana si spaccava nelle due fazioni paolina e nazarea, anche l’ebraismo regolare subiva la medesima sorte. Poiché i kohen del Tempio, gli unici veri sacerdoti8 del Giudaismo, erano quasi tutti sadducei, i pochi sacerdoti della minoranza farisea avevano deciso di separarsi appoggiandosi alla classe degli scribi. Costoro non erano della tribù di Levi, quindi non appartenevano alla casta sacerdotale. Erano dei dottori della legge laici, provenienti dalle tribù di Giuda e Beniamino, che avevano studiato i testi sacri e che gradualmente erano diventati indispensabili per l’amministrazione dell’Ebraismo mosaico9. I farisei, con il loro appoggio, diedero nascita alle sinagoghe, luoghi di riunione che ben presto rivaleggiarono con il Tempio. Nelle Sinagoghe non potevano essere compiuti riti e sacrifici, perciò tutto si limitava a pubbliche preghiere, letture e prediche. Gli scribi tuttavia usurparono la benedizione del Sommo Sacerdote, che essi impartivano a conclusione delle assemblee. Con il passare del tempo anche nelle Sinagoghe i farisei di nascita sacerdotale scomparvero assorbiti dagli scribi che da allora assunsero il titolo di rabbini.
    Nel frattempo gravi disordini scoppiarono in molte città dell’Impero. Nel 64 d.C. la stessa Roma fu devastata da un incendio che distrusse quattro quinti della città, che allora ospitava un milione e mezzo di abitanti. La responsabilità fu subito attribuita a ebrei e cristiani che così volevano realizzare una profezia ebraico-egiziana secondo la quale Roma sarebbe perita in un incendio. L’imperatore Nerone ordinò una indagine minuziosa e alla fine furono condannati a morte solo i cristiani che si dichiararono spontaneamente colpevoli. Poi l’Imperatore si prodigò per ricostruire la “capitale del mondo” (Caput Mundi)10. La repressione calmò le turbolente acque nelle città della Diaspora. Tuttavia nel 66 d.C. si scatenò a Gerusalemme una repentina rivolta sorta da futili motivi.​
    Dopo alcuni primi successi i rivoltosi dovettero ripiegare e rinchiudersi in Gerusalemme. Alla guerra parteciparono due Imperatori: Vespasiano e suo figlio Tito. Fu una guerra sporca e crudele, in cui tutti combatterono contro tutti. Quando i Romani entrarono a Gerusalemme, gli zeloti si asserragliarono nel Tempio. Qui passarono a fil di spada i sacerdoti che accusarono di essere stati collaborazionisti dei Romani11. Poi il Tempio fu distrutto, di lui non rimase pietra su pietra e Tito fece uccidere gli ultimi sacerdoti superstiti.​ La guerra finì nel sangue com’era cominciata: Tito fece arrestare e giustiziare tutti i discendenti diretti di re Davide, in modo da impedire che qualcuno più si proclamasse Messia12. In questo modo l’antica religione ricevette un colpo dal quale non si sarebbe più ripresa: già in passato con la cattività babilonese i giudei avevano perso la pronuncia del nome del loro Dio, l’arca dell’alleanza13 e dieci tribù del loro popolo con le relative funzioni sociali. Ora era distrutto il Tempio e la casta sacerdotale, il che significava la perdita del loro centro religioso, dei riti e sacrifici sacerdotali. L’ebraismo antico era morto e al suo posto rimaneva solo la nuova riforma rabbinica. Gli scribi-rabbini non si rifacevano direttamente alla Tōrāh come i kohen, ma ai commenti orali (Mishnah) e scritti (Gemara) della tradizione rabbinica, il cosiddetto Talmud, ch’essi considerarono ancor più sacri. Con la scomparsa del sacerdozio ebraico, anche le comunità essene, i cui membri erano prevalentemente della tribù di Levi, entrarono in crisi e scomparvero14. L’esoterismo giudaico continuò sotto forma di Qabbalah all’ombra delle sinagoghe e con trasmissione rabbinica.
    In prossimità della guerra giudaica, il governo della Chiesa cristiana, cioè il Sinedrio nazareo, si rifugiò a Pella, per evitare arresti e rappresaglie da parte dei Romani, del Sinedrio del Tempio e delle diverse fazioni ribelli15. Tuttavia zeloti e sicari cristiani parteciparono attivamente all’insurrezione, tanto che, a fine guerra, i Romani li perseguitarono in tutto l’oriente dell’Impero. Il Sinedrio nazareo dovette nascondersi e subire in continuazione perdite di vite umane e diserzioni di fedeli. Roma facilmente soffocava rivolte guidate da qualcuno che si proclamava Messia. Era però molto più preoccupante per l’Impero il fanatismo di chi seguiva un Messia morto che doveva ritornare in vita miracolosamente, per vincere Roma e dominare l’intero mondo.
    Nel resto dell’Impero le comunità ebraico-cristiane della Diaspora non parteciparono alla ribellione16. I motivi sono due: anzitutto quegli ebrei risiedevano da secoli in quelle città straniere e lì avevano i loro interessi, i loro beni e le loro reti commerciali; quasi tutti avevano perso l’uso dell’ebraico e dell’aramaico, in favore del greco e del latino e così erano stati profondamente influenzati dalla cultura ellenistico-romana. In secondo ordine veniva il timore per l’inflessibile punizione della giustizia imperiale, di cui avevano avuto prova nell’episodio dell’incendio di Roma.
    La comunità ebraico-cristiana di Roma non aveva accolto con favore la predicazione di S. Paolo.​ Quando S. Paolo rimase per un paio d’anni agli arresti domiciliari a Roma17, ricevette molte visite dei semi-convertiti, ma non di ebrei di nascita. Ma dopo la fine della guerra giudaica, gli ebrei romani si affrettarono ad assumere le dottrine di S. Paolo, che non erano ostili ai romani e che descrivevano Cristo non come un Re ebreo, ma come una manifestazione divina. Questo era un punto di vista molto più accettabile per i romani sia in senso religioso sia in senso politico. Le epistole di S. Paolo erano allora gli unici testi scritti del Nuovo Testamento. La comunità Cristiana di Roma le fece circolare in tutte le città dell’Impero, e questo spiega perché i Vangeli, che furono scritti almeno trent’anni più tardi, non fanno mai dire a Gesù di essere il Messia. In questo modo, dopo la scomparsa del Sinedrio del Tempio e dopo la dispersione del Sinedrio Nazareo, l’episcopato di Roma divenne egemone su tutti gli episcopati delle altre città dell’Impero. Alla fine del primo secolo d.C. Roma, capitale del vasto Impero, cominciava a imporsi anche come sede della più alta autorità cristiana, quella che assumerà poi il titolo sacerdotale romano di Pontefice Massimo, il Papa. L’antica religione mosaica così si spaccò in due nuove forme religiose: l’ebraismo riformato dei rabbini e la Chiesa cristiana di Roma.

    Gian Giuseppe Filippi

    1. Si comportavano, dunque, da veri Terapeuti.[↩]
    2. Fenomeno ancor oggi molto diffuso tra religioni popolari d’Africa, America meridionale e Australia e in ambienti sciamanici e tribali dell’Asia e dell’America settentrionale. S. Paolo ridimensionò l’importanza attribuita a questi fenomeni (I Lettera ai Corinzi, 13)[↩]
    3. Nello stesso periodo anche in India accadeva qualcosa di simile con il regno Kuṣāṇa e con l’instaurazione dell’Impero Gupta.[↩]
    4. Tra i nazarei i cristiani erano prevalenti, mentre tra gli zeloti prevaleva la corrente ebraica.[↩]
    5. Come accade ancor oggi davanti alle coste della Somalia, del Golfo di Guinea, del Kerala, del Bangla Desh e dell’Insulindia.
      [↩]
    6. Così accadde a S. Paolo e S. Pietro.[↩]
    7. Per esempio il primo martire cristiano, S. Stefano, e il primo capo della Chiesa, S. Giacomo furono giustiziati da ebrei per ordine del Sinedrio.[↩]
    8. Dalla cattività babilonese, infatti, ritornarono in Israele solo due tribù su dodici: quella regale di Giuda e quella di Beniamino, composta da selvaggi guerriglieri. Con loro ritornarono anche alcuni sacerdoti nati nella tribù di Levi. Le altre dieci tribù scomparvero per sempre dalla storia ebraica. Probabilmente si sono mescolati ad altre popolazioni mesopotamiche perdendo così le loro caratteristiche distintive ebraiche.[↩]
    9. Solo coloro che erano nati nella tribù sacerdotale di Levi, potevano diventare sacerdoti kohanim per diritto nascita. Per questa ragione si dedicavano ai riti e sacrifici, delegando agli scribi lo studio e l’amministrazione del Tempio, considerate funzioni secondarie. Questo fece degli scribi dei servi-padroni.[↩]
    10. Lo storico romano Svetonio (70-126 d.C.), oppositore della politica imperiale, lanciò l’accusa che era stato Nerone a volere l’incendio. Calunnia che attraverso la letteratura cristiana ha continuato a essere creduta fino al giorno d’oggi. Massimo Fini, Nerone. Duemila anni di calunnie, Milano, Mondadori, 1993. L’altro storico romano, il senatore Tacito (55-117 d.C.), invece afferma che si trattò solo di voci diffamatorie.[↩]
    11. Vicente Risco, Historia de los Judios desde la destrucción del Templo, Barcelona, ed. Goria, 1944, pp. 54-57.[↩]
    12. Lo storico ebreo Flavio Giuseppe (37-100 d.C.) narrò l’ultima eroica resistenza di novecento zeloti arroccati nella fortezza di Massada. Essi avrebbero resistito per tre anni all’assedio romano decidendo alla fine di suicidarsi in massa. L’archeologia ha demolito questo episodio come falso storico. Naturalmente l’UNESCO ha dichiarato la fortezza “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. Ben-Yehuda, Nachmann, The Masada Myth. Collective Memory and Mythmaking in Israel, Madison, University of Wisconsin Press,1995.[↩]
    13. Cofano di legno di cedro e lamine d’oro che conteneva le tavole della Legge consegnate da Yehovah direttamente a Mosè. Essa era conservata nel santa sanctorum del Tempio; scomparve prima del VI sec. a.C.[↩]
    14. Soprattutto fu fatale per gli Esseni la seconda rivolta del 133, quando i farisei-scribi-rabbini li dichiararono eretici. Fu allora che abbandonarono i loro eremi presso il Mar Morto e si dispersero scomparendo dalla Storia. Essi fuggirono alla persecuzione nascondendo i loro scritti, i famosi manoscritti del Mar Morto riscoperti soltanto nel XX secolo. Hugh Schonfield, The Essene Odyssey, cit., pp. 124-125. Gli esseni nazarei, invece, continuarono a trasmettere le loro conoscenze esoteriche nella forma del monachesimo cristiano, rifugiandosi nei deserti del Vicino Oriente e dell’Egitto. Ibid. pp. 19-20.[↩]
    15. Hugh Schonfield, Jesus: Mesias o Dios?, Barcelona, ed. Martinez Roca, 1987 (I ed. Those incredibile Christians, Longmead (UK), Element Books Ltd, 1968), pp. 95-96.[↩]
    16. I giudei tentarono per altre due volte di scatenare la rivolta antiromana. Nel 115 d.C. in Egitto e Mesopotamia. E nel 132 d.C. in Palestina. L’esito fu devastante. La Palestina dopo la guerra era diventata un deserto e i pochi ebrei che erano rimasti vivi furono obbligati a una seconda Diaspora. Fino alla recente fondazione dello stato d’Israele, pochi gruppi sparuti di giudei rimasero ad abitare in quell’area disastrata, in minoranza rispetto agli altri abitanti di quell’infelice territorio.[↩]
    17. Condannato dagli ebrei, S. Paolo s’appellò all’Imperatore in qualità di cittadino romano. Portato a Roma, dopo due anni fu condannato a morte per decapitazione.[↩]

    25. Dopo la resurrezione

      Dopo la resurrezione

      Come abbiamo già affermato, gli occidentali sono ossessionati dal divenire temporale. Per questa ragione sono incapaci di considerare i fatti per quello che sono. Li devono considerare solamente nella prospettiva storica, come se la storia fosse capace di spiegarne il significato. La parte ebraica della Bibbia, l’Antico Testamento è la storia del popolo ebraico e la parte cristiana della Bibbia, il Nuovo Testamento, è la storia di Gesù e dei suoi discepoli diretti.
      Gli avvenimenti che seguirono la morte e la sepoltura di Gesù sono molto enigmatici. I dati che le epistole, i Vangeli e gli Atti degli apostoli ci forniscono non sono sufficienti per ricostruire gli eventi. Come vedremo, sono però interpretabili simbolicamente. Ma per ignoranza del significato dei simboli, i teologi essoterici cristiani si sono sempre sforzati a dimostrare solo la storicità dei fatti. E per farlo hanno ovviamente dovuto falsificare la storia.
      La domenica di Pasqua, alcuni discepoli a più riprese si recarono alla tomba in cui avevano sepolto Gesù. Tutti, anche se separatamente, videro due uomini, oppure un giovinetto, oppure due angeli. La Maddalena pensò che lo sconosciuto giardiniere che aveva incontrato potesse essere Gesù e volle toccarlo per verificare chi fosse, ma quell’uomo si sottrasse al contatto fisico (noli me tangere, Hin.: हाथ मत लगाओ !). Questi misteriosi personaggi informarono i discepoli che Gesù era risorto. I Vangeli concordano nel dire che tutti essi erano vestiti con abiti bianchi come la neve1. È interessante notare che i soli ebrei religiosi che non vestissero abiti a righe erano gli esseni, che indossavano sempre e solo abiti bianchi. Considerando che la tomba era stata imprestata da Giuseppe d’Arimatea, sacerdote del Tempio e discepolo segreto di Gesù, si intuisce che i diretti testimoni del brahmalina erano stati proprio gli esseni suoi discepoli2.
      I Vangeli raccontano che nei quaranta giorni dopo Pasqua Gesù apparve undici volte agli apostoli, ai discepoli e perfino a una folla di circa cinquecento persone. Tutte queste apparizioni hanno in comune una caratteristica: nessuno riconosce Gesù nella persona che appare. Solo in un secondo tempo lo riconoscono, mai per le sue fattezze, ma per quello che dice, per le azioni che compie e, in taluni casi, per le ferite riportate durante il supplizio. I Vangeli sottolineano che costui era un uomo in carne e ossa e non un fantasma; ma in un episodio Cristo entrò nella stanza passando attraverso la porta chiusa3. In un altro episodio egli scomparve davanti a chi gli stava parlando4. Le contraddizioni sono molte ed è evidente che i discepoli esteriori non capivano cosa stesse succedendo. Al quarantesimo giorno dopo la resurrezione, il Cristo salì al cielo davanti a tutti i suoi discepoli. Mentre costoro lo guardavano salire in alto, due personaggi vestiti di bianco si avvicinarono e spiegarono loro che Gesù sarebbe ridisceso dal cielo5. Evidentemente, in tutta questa confusione di notizie soltanto gli esseni erano in grado di dare qualche spiegazione.
      Come abbiamo scritto nel capitolo 23° di questa serie, Gesù aveva fatto molta attenzione a comportarsi e parlare in modo coerente con le profezie sul Messia riportate nell’Antico Testamento in modo da essere riconosciuto come il predestinato. Invece nell’Antico Testamento non si parla mai del ritorno del Messia dal regno dei morti né della resurrezione del suo cadavere6. Questo giustifica il grande imbarazzo dei suoi discepoli a proposito della resurrezione e dell’ascensione di Gesù al cielo, e si capisce il motivo delle contraddizioni che si riscontano nel Nuovo Testamento. Infatti se ne parla solo negli Atti degli Apostoli, come precedentemente citato, e in un solo Vangelo7.
      Pare comunque che i Vangeli, che sono stati scritti almeno cinquant’anni dopo gli avvenimenti, confondano due distinti episodi della vita del Cristo. Prima di iniziare la sua vita pubblica Gesù passò quaranta giorni nel deserto a fare tapas. A conclusione di questo periodo, egli subisce le tentazioni del Diavolo, esattamente come Naciketas8 e il Buddha Śākyamuni sono tentati dal Re dei morti, Yama o Māra, quando sono arrivati al culmine delle loro meditazioni. In tutti questi casi il protagonista, dopo la discesa al regno dei morti, trova aperta la via per raggiungere il cielo supremo9. Questo racconto riguarda la morte iniziatica. Ossia morire rimanendo in vita.
      L’altro avvenimento corrisponde alla morte corporea (dehānta), con il raggiungimento definitivo del cielo supremo (Brahmaloka10). Nel caso di Gesù e di alcuni altri personaggi di tradizioni diverse, la morte è seguita dall’assunzione del corpo nei suoi principi sottili (taṅmātra), che appare ai vivi come la scomparsa del cadavere. Il Vangelo mischia due avvenimenti, ben distinti per chi ha una qualche conoscenza del percorso iniziatico. Perciò il racconto ripete l’attesa di quaranta giorni prima che Gesù salga al cielo11, traendolo dal precedente episodio dell’ascesi nel deserto. Evidentemente i compilatori dei tre cosiddetti Vangeli sinottici12 erano ormai solo degli esteriori, con poca comprensione dei misteri iniziatici.
      Dieci giorni dopo, vale a dire cinquanta giorni13 dalla scomparsa del corpo di Gesù, gli apostoli si riunirono in una certa casa. “All’improvviso dal cielo arrivò un rombo simile a un violento vento impetuoso che riempì tutta la casa dove erano seduti e che apparve come un fuoco che scese su di loro come lingue di fuoco, e si posò su ciascuno di essi. E furono tutti posseduti dallo Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.”14
      Questa possessione collettiva è considerata l’inizio alla storia della Chiesa Cristiana. La Pentecoste ebraica ricordava il patto di Dio con il popolo ebraico; la Pentecoste per i cristiani è la celebrazione del nuovo patto tra Dio e la Chiesa neonata. La Chiesa fu organizzata copiando il modello del Sinedrio, che era il consiglio dei settanta sacerdoti del Tempio e, allo stesso tempo, un’assemblea di governo per i giudei. I settanta discepoli di Gesù erano i preti del nuovo Sinedrio e il Parlamento che governava il regno del Messia nell’attesa del suo ritorno sulla terra. Tra di loro, gli undici apostoli divennero i vescovi. A capo della Chiesa, il sommo sacerdote fu S. Giacomo, fratello di Gesù15, affiancato da due consiglieri-arcivescovi: S. Giovanni, fratello di Gesù16, e S. Pietro. Perciò S. Pietro non fu affatto il primo capo della Chiesa; e nemmeno il secondo, poiché a Giacomo successe Simone di Gerusalemme17.
      Dopo la Pentecoste molti discepoli e apostoli si recarono presso le comunità ebraiche stabilite nel Vicino Oriente per predicare l’avvento del Messia. Essi compivano molti miracoli di guarigione. Questo fa pensare che i seguaci essoterici di Gesù non fossero direttamente esseni, ma che facessero parte di una confraternita più esteriore, i Taumaturghi18, noti per avere dei poteri (siddhi) con cui guarivano i malati. I discepoli esteriori di Gesù, esattamente come i Taumaturghi, vivevano nella società, non vestivano di bianco, non erano vegetariani e bevevano alcoolici. Anche Gesù, quando cominciò la sua vita pubblica, si era comportato similmente.

      Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

      1. Generalmente i cristiani considerano che questi personaggi fossero angeli. Non c’è però nessun passo biblico che indichi che gli angeli debbano andare vestiti di bianco. Inoltre, poiché i Vangeli sono stati scritti in greco, in questa lingua angelo (ἄγγελος, àngelos) significa semplicemente messaggero, annunciatore. Perciò è probabile che si trattasse di normali esseri umani.[↩]
      2. È evidente che gli apostoli e i discepoli esteriori non frequentassero i discepoli segreti. In un episodio evangelico S. Pietro non capisce perché una persona seguisse Gesù pur non essendo uno dei 72 tra discepoli e apostoli. Essendone infastidito, se ne lamentò con Gesù. Si trattava di S. Giovanni, kohen del Tempio, discepolo segreto, futuro autore del Vangelo più sapienziale e dell’Apocalisse. Gesù ribatté bruscamente che quella persona aveva il permesso di rimanere con lui e che S. Pietro non doveva immischiarsi. (Vangelo di S. Giovanni, XXI.21-22.)[↩]
      3. Vangelo di S. Giovanni, XXI.19.[↩]
      4. Vangelo di S. Luca, XXIV.31.[↩]
      5. Atti degli Apostoli, I.3-11.[↩]
      6. La religione giudea, come il Cristianesimo e l’Islam, riconosce una resurrezione della carne dopo la fine dei tempi, che corrisponde presso a poco alla trasmigrazione delle anime della tradizione pitagorica e alle rinascite (punarjanma) dell’Induismo, Buddhismo e Jainismo. Nell’Antico Testamento è invece del tutto sconosciuta la resurrezione del cadavere subito dopo la morte.[↩]
      7. Vangelo di S. Luca XXIV .50-53.[↩]
      8. Il racconto della Kaṭha Upaniṣad ha un contenuto più metafisico di quelli che riguardano Buddha e Cristo. Infatti la Morte, dopo aver tentato di distrarre Naciketas dalla sua determinazione, finisce per insegnare il Vedānta al giovane brāhmaṇa. Ciò non toglie che tutti i tre i racconti si concludano con il superamento della prova.[↩]
      9. Nel caso di Naciketas non si tratta soltanto del cielo supremo, ma del mokṣa, la Liberazione dal saṃsāra.[↩]
      10. In molte scuole anche indiane questo stato è confuso con il nirvāna o il mokṣa.[↩]
      11. Il più intellettuale dei Vangeli, quello di Giovanni, afferma che Gesù il giorno dopo la sua sepoltura, sotto forma di un giardiniere dicesse “ […] non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro.»” (Vangelo di S. Giovanni, XX.17). In altre parole Gesù stava compiendo il devayāna: non c’è accenno all’attesa di ulteriori quaranta giorni d’attesa.[↩]
      12. Il quarto Vangelo, quello di S. Giovanni, è considerate sapienziale poiché contiene diverse allusioni esoteriche.[↩]
      13. Questa festività è chiamata Pentecoste, che in greco significa “il cinquantesimo giorno”.[↩]
      14. Atti degli Apostoli, II.1-4. Per gli ebrei la Pentecoste è il giorno in cui Mosè ricevette la Legge dal suo Dio in forma di fuoco. Ricordiamo che Mosè condusse il suo popolo fuori d’Egitto seguendo un turbinoso vento infuocato del deserto. La setta cristiana dei sethiani riconobbe questo avvenimento come la manifestazione del Dio Yehovah-Seth.[↩]
      15. I commentatori cristiani non accettano il fatto che Gesù potesse avere dei fratelli. Sostengono che gli ebrei dell’epoca chiamavano “fratelli” anche i cugini. Ma, allora, quando i Vangeli parlano di “sua madre e i suoi fratelli” (Vangelo di S. Marco, III.31; Vangelo di S. Matteo, XII.46; Vangelo di S. Luca, VIII.19) intendevano dire “sua madre e i suoi cugini”? Gli ebrei dell’epoca chiamavano anche “madre” qualsiasi donna anziana. I Vangeli con “sua madre e i suoi fratelli” volevano dunque dire “una donna anziana e i suoi cugini”? Interpretazione patetica che mostra solo una ossessiva interpretazione moralistica della verginità di Maria, madre del Cristo. Invece di spiegare la verginità spiritualmente, considerando prodigioso il concepimento di Gesù, i cristiani ne hanno dato una interpretazione materialistica per farne un avvenimento storicamente provato, trasformando la Vergine in una sorta di anomalia ginecologica. La Vergine Maria, secondo loro, doveva, dunque, mantenere perpetuamente sigillato il proprio apparato riproduttore, altrimenti avrebbe perso la sua santità![↩]
      16. Non si deve confondere questo Giovanni, fratello del Messia, con Giovanni Evangelista, che fu un discepolo segreto di Gesù e sacerdote del Tempio.[↩]
      17. Egesippo in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, III.11.32.[↩]
      18. Con questo nome erano conosciuti anche i membri di una confraternita gnostica ebraica presente a quei tempi in Alessandria d’Egitto e d’un’altra organizzazione iniziatica greca, il cui personaggio più famoso fu Apollonio di Tiana.[↩]

      24. Come il cristianesimo divenne una religione autonoma dal Giudaismo

        Come il cristianesimo divenne una religione autonoma dal Giudaismo

        La domenica di Pasqua alcuni discepoli si recarono a visitare il sepolcro di Gesù e lo trovarono vuoto. Il corpo era sparito, lasciando soltanto le bende con cui era stato avvolto. In questo modo i discepoli proclamarono la resurrezione del Cristo dal regno della morte. Essi affermarono che questo miracolo, unico nella storia dell’umanità, era il segno di un rinnovato legame tra Dio e gli uomini: la nuova alleanza. Invece i detrattori ebrei accusarono i cristiani di aver trafugato il cadavere per fabbricare artificialmente il miracolo. Contro le accuse dei detrattori, “Pietro disse al popolo: «Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo e perché continuate a fissarci come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest’uomo? Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino1»”2.
        Sia la spiegazione miracolistica dei discepoli di Gesù sia quella malevola degli altri israeliti sono evidentemente erronee agli occhi di chiunque abbia un minimo di conoscenze iniziatiche. Infatti, ben lungi di trattarsi di un caso “unico nella storia dell’umanità”, la reintegrazione dei propri elementi costitutivi (pañcabhūta) nei taṅmātra, con la relativa scomparsa del corpo grossolano, è relativamente frequente in ambienti iniziatici; in modo particolare tra le scuole alchemiche, taumaturgiche ed astrologiche3. Si tratta del fenomeno chiamato brahmalina, che consiste nell’assunzione dello sthūla nel liṅga śarīra4. I brahmalina, come anche i ciraṅjīvin, devono però restituire i loro pañcabhūta alla manifestazione grossolana universale (adhibhautika prapañca) in Virāṭ, prima della conclusione del loro ciclo cosmico d’esistenza. Perciò anche Gesù ritornerà sulla terra5 e, assieme a tutti quelli che avevano trasmutato il corpo grossolano in corpo sottile (Elia, Enoch ecc.), lo renderà ai cinque elementi.
        L’interpretazione che i cristiani danno alla “resurrezione” di Gesù, come anche di altri episodi meravigliosi attribuiti al loro fondatore, consiste nella confusione tra la spiegazione iniziatica di tali fenomeni e la trasformazione di tale spiegazione in dogmi fideistici essoterici che il credente deve accettare in forma acritica. La confusione tra un piano esoterico e uno essoterico sta alla base delle diverse anomalie del Cristianesimo. Questa assenza di discriminazione ha comportato fin dalle origini una drammatica contrapposizione tra fede e ragione, che nei secoli più recenti s’è trasformata nella rivalità tra fede religiosa e scienza atea. La ragione di questa situazione sta nel fatto che una via iniziatica ebraica (il saṃpradāya esseno di Gesù), si trasformò in una religione essoterica per non ebrei, il Cristianesimo. Cerchiamo ora di capire come ciò accadde.
        Gli ebrei della diaspora, dispersi nelle numerose città del vasto Impero Romano, non erano amati a causa dell’esclusivismo della loro religione e della loro ostilità contro la tradizione delle popolazioni che li ospitavano. Spesso erano oggetto di espulsioni e di repressioni6. Per poter salvarsi dalle reazioni delle altre popolazioni, i giudei usarono due metodi di propaganda a loro favore: il primo consisteva nel tentativo di convertire i Re e la classe dirigente alla loro religione, tentativo che ebbe poca fortuna. Il secondo consisteva in una azione di semi-conversione delle caste più basse, in modo da avere una base sociale più numerosa a loro favorevole. Questi semi-convertiti (Ebr.: ger-toshab), diventavano così sostenitori della comunità giudaica, senza però esserne del tutto integrati perché comunque i giudei dovevano rimanere l’élite tra tutti i popoli7. Erano disprezzati dai veri giudei, ma tollerati perché i ger-toshab rispettavano la loro superiorità. Fu soprattutto tra questi semi convertiti che si diffuse la prima predicazione degli apostoli di Gesù. Ovviamente era una predicazione fatta da ebrei discepoli del Messia ad altri ebrei o ebraizzati. E quando nei testi del Nuovo Testamento della Bibbia si parla di conversioni di alessandrini, ateniesi, tessalonicesi, romani ecc., si deve intendere che gli apostoli, rivolgendosi alle comunità di giudei e di ger-toshab residenti ad Alessandria d’Egitto, ad Atene, Tessalonica e Roma, li convincevano a riconoscere Gesù come il Messia.
        Due personaggi, che operarono presso le comunità della Diaspora, furono molto importanti per la nascita del Cristianesimo come religione autonoma: San Paolo e San Giovanni Evangelista.
        San Paolo era un sacerdote fariseo che all’inizio era stato fortemente avverso alla predicazione di Gesù. Ebreo di elevata casta e molto colto, faceva parte di quella categoria sacerdotale che controllava il Sinedrio8 del Tempio. Fortemente influenzato dai Misteri ellenistici, godeva anche della cittadinanza romana, cosa che gli conferiva uno status sociale molto prestigioso. Non incontrò mai Gesù di persona, ma lo conobbe durante un’estasi, cosa che lo indusse ad abbracciare l’insegnamento del Messia. Predicando l’insegnamento di Gesù ai ger-toshab della Diaspora, si accorse che essi, che erano degli ex pagani, apparivano più disposti degli altri ebrei ad accettare la Buona Novella (il Vangelo). Egli insegnava che Gesù, grazie alla sua santità di nascita e alla sua vita pura, s’era unito a Dio dopo la morte, e nel cielo sedeva alla destra di Dio Padre9. Questo fu accettato con facilità dai ger-toshab, che conoscevano molti esempi di divinizzazione di eroi della religione che professavano anteriormente. Apoteosi (lat.: apotheosis, gr.: ἀποθέωσις) significa deificazione e nella mitologia greco-romana, spesso gli eroi, dopo la morte, erano assunti in cielo come Dei. Fu così che San Paolo diede inizio alla credenza che l’uomo Gesù era anche Dio. Poiché i ger-toshab accettavano facilmente questa predicazione, San Paolo dichiarò nel primo concilio di Gerusalemme (50 d.C.) che per essere cristiani non era necessario essere circoncisi e seguire la legge mosaica, abolendo così tutte le prescrizioni alimentari dell’ebraismo. Alcuni discepoli di Gesù accettarono la riforma paolina, altri la respinsero rientrando di fatto nel giudaismo ortodosso. Da questa spaccatura della comunità originaria, nacque la nuova religione autonoma dal Giudaismo: il Cristianesimo. I rituali ebraici che Gesù aveva seguito in vita furono trasformati nei nuovi riti cristiani, con intenzioni, forme e interpretazioni diverse. Con il tempo il cristianesimo sostituì la legge esteriore mosaica, simile alla sari‘a islamica, con le leggi del diritto romano (lat.: jus romanum). La religione fu organizzata socialmente come una assemblea, la Chiesa (lat.: ecclesia; gr. ἐκκλησία = sskr. sammelana): gli apostoli e i loro successori furono chiamati direttori, vescovi (gr.: επίσκοποι, epìscopoi), e i discepoli di Gesù anziani, preti (gr.: πρεσβύτεροι; presbýteroi); gli altri credenti rimanevano laici. Con l’andar del tempo e la romanizzazione della Chiesa, il vescovo di Roma divenne il più importante dei vescovi e assunse il titolo di Pontefice (lat.: pontifex, costruttore di ponti, tra questo e l’altro mondo) e di Papa, ossia di “padre”. Ma tutto questo appartiene esclusivamente al versante essoterico del Cristianesimo.
        S. Giovanni Evangelista, autore di un Vangelo, dell’Apocalisse, di tre Epistole e di alcuni testi poi dichiarati apocrifi (ossia occulti), non fu un apostolo di Gesù, come sostengono i teologi cristiani. San Giovanni apostolo era un pescatore della Galilea, mentre l’Evangelista era un dotto sacerdote gerosolimitano del Tempio. L’Evangelista aveva ospitato a Gerusalemme in casa sua l’ultima cena e, dopo la morte di Gesù, aveva tenuto con sé Maria, madre del Cristo come fosse sua madre. Più tardi se l’era portata nel suo esilio nell’isola di Efeso. Il sacerdote Giovanni era uno dei discepoli segreti di Gesù; fu, dunque, uno di coloro che trasmisero ai posteri la catena della trasmissione iniziatica (paramparā) del Messia. Questa organizzazione iniziatica, spesso impropriamente chiamata “Chiesa di Giovanni”10, continuò lo stile di vita ascetica degli Esseni sotto la forma monastica11. S. Giovanni, che conosceva profondamente sia l’esoterismo giudaico, sia i Misteri greci, diede origine alla dottrina del Dio uno e trino, la Trinità. La mente umana concepisce l’unico Dio attribuendogli tre caratteristiche: la prima è quella del Dio-Padre, che rappresenta l’essere (sat) stesso di Dio. La seconda caratteristica è il Dio-Parola (gr.: λόγος; leggasi lògos), principio cosciente (cit) della manifestazione che agisce in forma vibratoria. La terza caratteristica è lo Spirito Santo, che è il principio di pienezza e armonia (ānanda) nella totalità del Dio unico12. Il lògos è anche il principio di rivelazione che si è manifestato tra gli uomini nella persona di Gesù. Questa dottrina fu accettata in forma dogmatica anche dalla religione essoterica predicata da S. Paolo. Invece l’essoterismo della nuova religione non spiega come il principio vibratorio cosciente possa essere usato come metodo (prakriyā) affinché gli uomini possano usarlo come mantra per raggiungere Dio. In un prossimo capitolo dedicato alla pratica dell’esicasmo esamineremo il metodo iniziatico cristiano trasmesso segretamente da S. Giovanni.

        Gian Giuseppe Filippi

        1. San Pietro allude qui all’episodio di Bar-Rabbas. V. il capitolo precedente n. 23, Gesù il Cristo.[↩]
        2. Atti degli Apostoli, III.12-14. Nei testi sacri del Cristianesimo (Vangeli, Atti degli apostoli, Epistole, Apocalisse, ossia il Nuovo Testamento della Bibbia) la responsabilità della condanna di Gesù è sempre indiscutibilmente attribuita ai Giudei. I Cattolici e i Protestanti contemporanei, per ingraziarsi il favore del potere internazionale incontrastato dello Stato d’Israele, sta tentando di falsare la storia e di colpevolizzare i Romani. Con il recentissimo slogan “politically correct”, che considera loro “fratelli maggiori” i giudei, i cattolici stanno negando l’importanza della romanità per la loro Chiesa. Vedasi il prosieguo.[↩]
        3. Non a caso Gesù è sotto l’influenza del pianeta Mercurio (sskr.: budha) che corrisponde all’insegnamento delle scienze intermedie.[↩]
        4. Si potrebbero menzionare molti casi di brahmalina, come quello mahābhāratiano di Yudhiṣṭhira, quelli di Dattātreya, di Kabīr e quello più recente della madre di Ramaṇa Maharṣi. Anche la tradizione tibetana conosce diversi casi di quello che definisce “corpo di luce”. Quest’ultima designazione allude al taijasa  degli hindū e corrisponde al carro di fuoco del profeta Elia.[↩]
        5. S. Paolo, I Epistola ai Tessalonicesi, IV.10.[↩]
        6. Queste reazioni antigiudaiche si ripeterono nel corso dei millenni. Gli zeloti operavano guerriglia e terrorismo presso le popolazioni che li ospitavano. Al giorno d’oggi i musulmani tengono un comportamento assai simile nei paesi in cui si stabiliscono. Si tratta di una tendenza eversiva comune a tutte le religioni semitiche, che si riporta alle loro origini rākṣasikā. Vedi i capp. 7 e 8 di questa serie dedicati ad Atlantide.[↩]
        7. I ger-toshab erano esentati dal seguire i dieci comandamenti di Mosè e dalla circoncisione. Questa mutilazione genitale maschile è considerata il “segno del patto con Yehovah”. Questi semi-convertiti di fatto rappresentavano una categoria sociale inferiore e servile, come sono “quelli del libro” (ahl al-kitāb) nei paesi islamici.[↩]
        8. Il Collegio dei sacerdoti (kohanim) del Tempio, che svolgevano anche la funzione amministrativa di governo, di senato e di tribunale religioso per delega romana.[↩]
        9. Analogamente, anche nello Yoga darśana e nel Tantrismo è riconosciuta questa unificazione (yoga o samādhi) di un essere umano con Īśvara come risultato delle loro pratiche.[↩]
        10. Questo saṃpradāya non può essere definito “Chiesa” perché non ha la struttura assembleare esteriore, essendo formata esclusivamente dal maestro (guru) e dai suoi discepoli (śiṣya).[↩]
        11. Nei primi secoli del Cristianesimo monaco (gr.: μοναχός, monakòs, solitario: dal gr.: μόνος, mònos, solo) significava iniziato (dīkṣita).[↩]
        12.  I nostri lettori hindū riconosceranno facilmente l’analogia che intercorre tra la Trinità e il concetto di Saccidānanda.[↩]

        23. Gesù il Cristo

          Gesù il Cristo

          L’uso popolare ha fatto del binomio Gesù Cristo una sorta di nome e cognome. Nulla di più errato: Cristo in greco significa “Re unto” 1.
          Si tratta dunque della esatta traduzione del termine ebraico Messia (Ebr. māšīāḥ), e questo ci indica con precisione quale fosse la funzione di Gesù agli occhi dei suoi discepoli. Il Re che diventava tale per ereditarietà o per acclamazione, doveva essere confermato da parte dei sacerdoti del Tempio per mezzo del rito dell’unzione: Nel Tempio era conservata una ampolla di olio consacrato che era usata per “ungere” la testa di ogni persona che fosse nata nella tribù sacerdotale di Levi per dedicarsi al culto del loro Dio come sacerdote (Ebr. kohen). Solamente i più degni sovrani, che dovevano appartenere alla tribù guerriera di Giuda, erano scelti dai sacerdoti per essere unti Messia. In questo modo il Re assumeva anche alcuni poteri sacrali tipici del sacerdozio 2.
          Gesù apparteneva alla tribù di Giuda da parte di padre e a quella di Levi da parte di madre. Questo spiega come nel corso della sua breve vita pubblica ogni tanto egli si comportasse da pretendente al trono dei Giudei e altre volte come un Messia sacerdotale. Il leggendario cristiano ha sottolineato questa duplice origine con il racconto dell’adorazione dei Re-magi. In questo modo il bambino Gesù 3 veniva riconosciuto come pari da tre Re venuti da oriente, che erano anche dei sacerdoti (magi 4).
          Fino all’età di trenta anni Gesù non compì alcuna azione pubblica. Non è probabile, però, che egli avesse compiuto in quegli anni degli studi religiosi e che avesse ottenuto il titolo di rabbi, dottore della legge, come spesso è chiamato nel Vangelo. Egli doveva però essere diventato un rabbi Nazareo 5 e aver frequentato gli zeloti 6. Il battesimo di Gesù, che è l’episodio che dà inizio alla sua vita pubblica, non fu soltanto un rito iniziatico nazareo, ma fu chiaramente un evento concordato con Giovanni Battista 7, in modo tale da compiere con le profezie dell’Antico Testamento. Si ritirò, poi, per quaranta giorni nel deserto a digiunare e pregare come facevano gli Esseni 8, e lì fu tentato dal Diavolo.
          Finito quel periodo di preparazione spirituale, Gesù ritorno a condurre una vita sociale. Da quel momento Gesù cominciò a predicare il prossimo avvento del Regno di Dio sulla terra, assecondando l’aspettativa dei giudei della venuta del Messia e del domino del “popolo eletto” su tutto gli altri popoli. Egli stesso non si proclamò mai scopertamente Messia, ma neppure mai lo negò, lasciando ai suoi seguaci la responsabilità di dichiararlo alle masse. Inoltre Gesù assunse appositamente un comportamento e compì delle azioni in modo che “si adempissero le profezie” 9 bibliche sulla venuta del Messia. Radunò attorno a lui un gruppo di dodici apostoli e settenta o settantadue discepoli, scelti tra le classi più povere e umili della Galilea. Molti erano pescatori, altri esattori delle imposte, o zeloti che vivevano alla macchia. Dapprima li mandò a fare proselitismo tra gli ebrei della diaspora, proibendo loro di predicare a eretici o a stranieri. “Vi mando come pecore tra i lupi; perciò siate astuti come serpenti e prudenti come colombe.” 10. Questo primo tentativo di farsi riconoscere fu fallimentare perché i suoi seguaci tornarono indietro senza aver convertito nessuno. Per questa ragione Gesù maledisse le città che avevano rifiutato il suo messaggio 11. Cambiò allora i suoi piani, decidendo di farsi riconoscere Re nel cuore della Giudea, a Gerusalemme.
          Preparandosi a entrare a Gerusalemme come Re dei Giudei per farsi ungere Messia dai sacerdoti del Tempio, Gesù disse ai suoi seguaci: “Chi ha una borsa o una bisaccia la prenda con sé; e chi non ha una spada venda il suo mantello e se la compri. Perché vi dico che deve compiersi ciò che di me sta scritto: si è accompagnato a dei banditi. Infatti si sta compiendo [la profezia] che mi riguarda.” E quelli gli dissero: “Maestro, ecco qui due spade.” Ed egli disse: “Questo mi basta.” 12. Infatti come tutti gli zeloti, essi dovevano essere sempre armati della corta spada chiamata sica, che facilmente poteva essere nascosta sotto i vestiti. Non per nulla Gesù aveva dichiarato: “Non dovete credere che sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada.” 13.
          Infatti durante l’arresto di Gesù i suoi discepoli reagirono e S. Pietro con la sua spada mozzò un orecchio d’un servo del Sommo Sacerdote. Ma visto il numero soverchiante di soldati romani e di guardie del Tempio, Gesù diede ordine di deporre le armi: «Rimetti la tua spada, perché quelli che impugneranno la spada moriranno di spada» 14.
          Come si può notare Cristo non fu certamente pacifista, come vuole l’interpretazione cristiana moderna. Gesù scelse i giorni festivi precedenti la Pasqua per entrare in Gerusalemme. In quell’occasione numerose folle provenienti della Giudea e dalla Galilea accorrevano in pellegrinaggio al Tempio. Quella folla lo acclamava come Re dei Giudei e lo scortavano festosa per entrare per la porta delle mura della capitale. I pellegrini stendevamo a terra i loro mantelli e foglie di palma perché le zampe dell’asino che Gesù montava non toccassero la strada infangata. Quella ricorrenza è chiamata “domenica delle Palme”. È probabile che i soldati Romani non intervenissero per non rovinare l’ambiente festivo giudaico e per non provocare incidenti con gli zeloti mescolati alla folla.
          Gesù e i suoi entrarono allora nel cortile del Tempio, dove da sempre c’erano bottegucce che vendevano animali per il sacrificio e bancarelle di cambiavalute per l’uso rituale tradizionale. Egli, armato d’una frusta, cacciò i mercanti e fece rovesciare le loro bancarelle, impedendo che questi raccogliessero la loro mercanzia sparsa al suolo. Fu questo un chiaro tentativo di occupare il Tempio 15.
          Il Vangelo dà una spiegazione morale all’avvenimento, ma non dice nulla sulla reazione dei guardiani del Tempio e della guarnigione romana che occupava la torre Antonia, proprio a lato del Tempio. Sta di fatto che Gesù e i suoi seguaci uscirono di nascosto dalla città per andare a passare la notte in campagna. Il giorno dopo rientrarono a Gerusalemme, ma questa volta in segreto, evitando ogni festeggiamento e manifestazione popolare. Evidentemente il colpo di mano per impadronirsi del Tempio era fallito. Da quel momento Gesù e i suoi discepoli rimasero a Gerusalemme nascosti.
          In quelle giornate Gesù intensificò i suoi incontri con i suoi discepoli segreti, quelli che egli aveva iniziato all’esoterismo ebraico: Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea e, soprattutto un misterioso kohen di nome Giovanni, nella cui casa si era rifugiato. Tuttavia la turbolenza che Gesù aveva scatenato aveva dato inizio a una vera rivolta con spargimento di sangue anche da parte di zeloti che non erano direttamente suoi seguaci. Intervenne l’esercito romano che soffocò l’ammutinamento e arrestò uno dei capi zeloti, Barabbas 16. La popolazione giudea di Gerusalemme rimase delusa dall’inattività di Gesù, mentre considerò Barabbas un eroe. Visto il fallimento del suo tentativo di impossessarsi del trono del regno di Giudea, Gesù fu preso da scoramento e, nei giorni successivi, cominciò a pensare di svolgere il ruolo di Messia sacerdotale, abbandonando le sue ambizioni d’essere riconosciuto Messia-Re. Questa sua scelta di una direzione più spirituale fu interpretata dai suoi seguaci zeloti come un tradimento 17. Giuda Iscariota decise di punire Gesù rivelando ai sacerdoti del Tempio dove si era nascosto.
          Durante la notte le guardie del Tempio assieme a seicento soldati romani 18 entrarono nell’orto di proprietà del kohen Giovanni, dove si era nascosto Gesù assieme ai suoi apostoli e discepoli. Dopo una breve resistenza, Gesù fu arrestato e gli altri si diedero alla fuga. Portato davanti al collegio (il Sinedrio) dei kohen del Tempio, fu accusato di empietà e deferito al giudizio di Pilato, il governatore romano.
          Pilato, svegliato all’alba, non trovò che Gesù avesse infranto alcuna legge dell’Impero. Inoltre voleva che i giudei risolvessero le loro beghe religiose tra di loro, senza coinvolgere l’autorità romana. Perciò, essendo Gesù galileo, lo mandò da Erode Antipa, Re di Galilea, che si trovava a Gerusalemme per celebrare la Pasqua, perché lo giudicasse. Invece Erode lo riconobbe come Re di Giudea, lo fece coprire di un manto regale, gli mise in testa la corona regale di spine e il tradizionale scettro di canna, e lo rimandò da Pilato 19. I sacerdoti del Tempio, allora, accusarono Gesù di volersi proclamare Re di Giudea e di voler scatenare una guerra d’indipendenza contro Roma.
          Il Governatore romano della Giudea controvoglia condannò Gesù a essere crocifisso. La crocifissione era la pena riservata ai ribelli dell’Impero e, come voleva la legge romana, il suo capo d’accusa fu scolpito su una tavola inchiodata sulla cima della croce: Jesus Nazarenus Rex Judæorum: Gesù Nazareo Re dei Giudei. Nella traduzione in ebraico, le iniziali delle quattro parole formarono il nome di Yehovah:  יהוה.
          Dopo poche ore di supplizio Gesù morì sulla croce e fu sepolto nella tomba di famiglia di Giuseppe d’Arimatea. I Vangeli narrano che due giorni dopo, cioè alla domenica di Pasqua, la tomba fu trovata spalancata e il corpo di Gesù scomparso. Da allora i cristiani esteriori hanno celebrato la resurrezione di Gesù dalla morte. Secondo S. Paolo Gesù “era disceso nelle regioni infernali della terra. Colui che discese è lo stesso che poi anche ascese ai cieli” 20. Tuttavia la discesa agli inferi è un altro modo per indicare la morte iniziatica, ossia l’esperienza di morire rimanendo in vita. Basta pensare alla narrazione della discesa agli inferi di Naciketas nella Kaṭha Upaniṣad e al suo dialogo con Mṛtyu, per capire che questo esperienza deve essere spiegata nel corso della pratica di un sādhana 21.
          Non può quindi avere alcuna relazione con la morte ordinaria (dehānta). Perciò la discesa agli inferi e la salita di Gesù al cielo deve essere accaduta durante il suo ritiro nel deserto. Infatti anche le tentazioni a cui Gesù fu sottoposto da parte del Diavolo sono simili a quelle che Mṛtyu fece a Naciketas per farlo desistere dalla sua ricerca del Brahman. Cioè l’offerta di diventare il Re di tutti i regni del mondo se Gesù avesse accettato di dedicarsi a praticare i suoi poteri (siddhi) invece di cercare la verità. Poiché la morte iniziatica avviene durante la vita è ovvio che questo avvenimento di Gesù avvenne mentre era vivo e sperimentava la morte interiore facendo tapas nel Deserto. La resurrezione di Cristo dalla tomba è quindi una erronea interpretazione essoterica di quella che fu una tappa fondamentale nel suo percorso di realizzazione spirituale. Infatti tutto quello che il Nuovo Testamento afferma a proposito di quello che successe dopo la “resurrezione” è confuso e contraddittorio.
          Il fatto che Gesù risorto fosse riapparso ai suoi apostoli più intimi senza che quelli mai lo riconoscessero è la dimostrazione che il racconto descritto a posteriori è dubbio e incerto. Come si vedrà nei prossimi capitoli, l’interpretazione esteriore e superficiale di avvenimenti e realtà spirituali iniziatiche in un’ottica essoterica, hanno provocato non poche e gravi confusioni, scompensi e contraddizioni nella nuova dottrina cristiana.

          Gian Giuseppe Filippi

          1. Si deve ricordare che le uniche fonti originali che parlano esplicitamente di Gesù sono i testi del Nuovo Testamento della Bibbia che ci sono pervenuti soltanto nella loro versione greca, mentre gli originali aramaici ed ebraici sono stati fatti sparire. I testi del Nuovo Testamento sono i numerosi Vangeli, gli Atti degli apostoli, le Lettere degli apostoli e alcune Apocalissi (Rivelazioni). Con l’andare dei secoli molti di questi testi sono stati messi da parte e non più riconosciuti come autorevoli dalle autorità ecclesiastiche; sono i cosiddetti testi occulti, apocrifi.[↩]
          2. Si noti una certa analogia con il rito vedico di vājapeya.[↩]
          3. I cristiani danno una importanza particolare alla nascita miracolosa di Gesù da una vergine che non era stata fecondata dal marito, ma direttamente da Dio. In realtà questo miracolo non è stato affatto l’unico: S. Clemente di Alessandria nelle sue Stromata (I.15) accanto al concepimento prodigioso di Gesù, cita anche quelli di Platone e di Buddha. S. Clemente conosceva bene il pitagorismo; inoltre ad Alessandria nel I-II secolo dC esisteva un monastero buddhista. Concepimenti miracolosi erano ben noti fin dall’antichità tra le civiltà non monoteistiche, come quello di Zoroastro tra i persiani, Hou Chi, Lao Tzu e Confucio tra i cinesi, Pitagora e Orfeo tra i greci e Śrī Kṛṣṇa tra gli hindū.[↩]
          4. Mago era il titolo con cui si denominavano i sacerdoti nella religione di Zoroastro.[↩]
          5. Gesù fu chiamato nazareo certamente per questa ragione e non perché aveva vissuto per un periodo nello sconosciuto villaggio di Nazareth. “Un ramo uscirà dal tronco di Jesse e un rampollo (netser) spunterà dalle sue radici” (Isaia, XI.1) smentisce: “venne ad abitare in una città chiamata Nazaret, affinché si adempisse quello che era stato detto dai profeti «sarà chiamato Nazoreo» (Vangelo di S. Matteo, II.22-23)[↩]
          6. Quando Gesù era ancora un ragazzo quattro erano le correnti dell’ebraismo. Gli esseni, che conducevano una vita d’ascesi monastica lontani dalla società. I farisei conducevano una vita sociale seguendo molto strettamente le regole della legge esteriore (Tōrāh), ma seguivano privatamente una sādhanā iniziatica. Tutte e due queste correnti rappresentavano l’esoterismo giudaico dell’epoca ed entrambi potevano essere definite come nazaree. La terza corrente era quella degli zeloti, provenienti indifferentemente sia dagli esseni sia dai farisei. Gli zeloti non avevano alcuna attitudine contemplativa, ma predicavano e mettevano spesso in pratica la rivolta armata contro i non ebrei. Erano chiamati anche sicari perché andavano armati di una corta spada, chiamata sica, o iscarioti, assassini. I romani li consideravano dei volgari banditi e terroristi. Tra i discepoli di Gesù si riconoscono i rappresentanti di tutte e tre queste correnti. La quarta corrente era quella dei sadducei, che erano in maggioranza tra i kohanim del Tempio. Essi erano influenzati dalla visione misterica del mondo ellenistico e perciò avevano un punto di vista iniziatico di tendenza gnostica. I sadducei furono i più seri avversari di Gesù e furono loro che lo fecero imprigionare e giustiziare. Samuel G. F. Brandon, Gesù e gli Zeloti, Milano, Rizzoli Ed., 1983 (I ed. Unversiy of Manchester, 1967), pp. 43-47.[↩]
          7. L’accordo non fu difficile da stipulare dato che Gesù e Giovanni Battista erano secondi cugini.[↩]
          8. Però, a differenza degli Esseni, egli non passò tutta la vita nel deserto, né si astenne da bere vino e mangiare carne.[↩]
          9. Questa frase tra virgolette si ritrova ripetutamente nel Vangelo; questo ci fa capire che Gesù seguiva volutamente un copione prestabilito affinché la gente credesse ch’era il Messia.[↩]
          10. Vangelo di S. Matteo, X.1-19.[↩]
          11. Vangelo di S. Matteo, XI.20-24.[↩]
          12. Vangelo di S. Luca, XXII. 36-38.[↩]
          13. Vangelo di S. Matteo, X.34.[↩]
          14. Vangelo di S. Matteo, XXVI. 51-52.[↩]
          15. Vangelo di S. Marco, XI.7-19; Vangelo di S. Matteo, XXI.8-19; Vangelo di S. Luca, XIX.35-48; Vangelo di S. Giovanni, II.12-25. La spiegazione moralistica che i Vangeli danno è che i mercanti avevano trasformato il Tempio in un luogo di interessi lucrativi: “L’avete trasformato in una spelonca di ladri!” non ha alcuna ragione d’essere. Infatti i negozi che Gesù devastò con violenza erano del tutto necessari per l’attività sacrificale del Tempio. Inoltre, poiché la religione giudea era rigidamente aniconica, nel tempio era vietato l’uso di monete romane con l’effige dell’Imperatore. Quindi anche i cambiavalute erano necessari per fornirsi di monete prive di immagini. I Vangeli, quindi, chiaramente vogliono occultare il tentativo insurrezionale di Gesù.[↩]
          16. Barabbas invece di significare “figlio del padre” (Bar-abbas), nome privo di senso, vuol dire “figlio di un sacerdote del Tempio” (Bar-Rabbas). Questo spiega perché il suo arresto provocò tanta agitazione tra gli abitanti di Gerusalemme.[↩]
          17. Anche S. Pietro era tra questi: era infatti conosciuto come Simone lo zelota. Egli non volse del tutto le spalle a Gesù, come aveva fatto Giuda; ma per tre volte rinnegò il suo maestro nella notte in cui fu arrestato.[↩]
          18. Una coorte. Evidentemente il gruppo di seguaci di Gesù non era proprio considerato composto da pacifisti.[↩]
          19. I Vangeli danno una interpretazione di questo episodio come se si trattasse di una sacrilega presa in giro. Invece tutto fa pensare che quello di Antipa fosse un riconoscimento all’autenticità della pretesa al trono da parte di Gesù. Infatti la canna era lo scettro dei Re unti e corona di spine era chiamato il diadema degli antichi Re d’Israele. Non si trattava dunque affatto della sadica imposizione di un supplizio consistente nel circondare il capo con rami spinosi.[↩]
          20. S. Paolo, Lettera agli Efesini, 4.10.[↩]
          21. Nel nostro libro Discesa agli Inferi: la morte iniziatica nella tradizione Hindū, Aprilia, Novalogos, 2014, abbiamo paragonato i racconti della discesa agli inferi e l’ascesa ai cieli della tradizione hindū con numerosissime simili narrazioni iniziatiche: tra questi menzioniamo Naciketas, Bhṛgu, Uttaṅka, Buddha e Māra e, più recentemente, Ramaṇa Maharṣi per l’India, Odisseo, Orfeo e Persefone per la Grecia, Enea per Roma, Gesù e Dante per il Cristianesimo ecc.[↩]

          22. Le origini del Cristianesimo

            Le origini del Cristianesimo

            Come è stato scritto nel capitolo precedente, la Bibbia degli ebrei si identificava con la Legge (Tōrāh), composta da cinque Libri (Πεντάτευχος, Pentàteucos) attribuita a Mosé, ma certamente elaborata subito dopo il ritorno in Israele, ossia dopo il 520 a.C. Più tardi, a questo nucleo iniziale, si aggiunse una nuova parte chiamata Profeti: questi capitoli, scritti attorno al III secolo a.C. sono dedicati alle predicazioni e alle imprese dei profeti (Nevi’ìm).
            Come il lettore ricorderà, la tradizione Greco-Romana distingueva nettamente i Misteri dai culti oracolari: i primi costituivano propriamente l’esoterismo, cioè il settore iniziatico della Tradizione, mentre gli Oracoli facevano parte dell’aspetto religioso-essoterico. Gli Oracoli erano proferiti da speciali ordini sacerdotali i cui membri si provocavano uno stato di transe per mezzo di varie tecniche. Durante la trance essi erano posseduti da una divinità che dava dei responsi sulle questioni private (la Pizia di Delfi), o sulla situazione cosmica generale (le Sibille) che erano loro sottoposte. Si trattava prevalentemente di profezie1 riguardanti eventi futuri, e quindi facevano parte dei riti di possessione, di mantica e di divinazione, che la tradizione accuratamente manteneva distinti dai riti iniziatici di purificazione interiore.
            Nell’ebraismo di epoca ellenistica, invece, i due domini si erano mescolati e i profeti si facevano possedere dallo “Spirito di Dio” che parlava attraverso la loro bocca2. Naturalmente l’argomento riguardava sempre le future glorie del “popolo eletto”, o le tribolazioni e ingiustizie che il “popolo eletto” avrebbe subito per colpa delle “nazioni”, interpretate come prove inviate da Dio3. I profeti erano dunque dei personaggi appartenenti a vie iniziatiche ebraiche, che si dedicavano a svolgere una funzione di guida, di ammonizione e di previsione per le masse esteriori. Non tutti gli iniziati però assumevano la funzione profetica: alcuni di essi si limitavano a fare una vita separata dalla società, vivendo di ascesi e celibato4. Questi ultimi, noti come Nazarei, potevano provenire da qualsiasi gruppo sociale. Quel che è certo è che assumendo una vita rigorosamente austera erano di fatto considerati pari in dignità ai sacerdoti5. A questo punto è lecito chiedersi da dove provenisse questa corrente iniziatica. Ora, se è chiaro che l’aspetto profetico era tipico del monoteismo ebraico, la trasmissione iniziatica vera e propria proveniva da un ambiente d’origine caldaica, ossia dai Misteri madianiti6. Con l’andar del tempo i profeti divennero sempre più rari, mentre i Nazarei, in questo caso chiamati anche Esseni, continuarono a costituire numerose comunità di eremiti. Appare dunque chiaro che Gesù fu chiamato Nazareno perché aveva assunto quel voto ascetico e non perché per un certo periodo aveva vissuto in uno sconosciuto villaggio chiamato Nazareth. Così Giovanni il Battista, uno degli ultimi profeti, è stato descritto sempre avvolto in un selvatico abito di pelliccia.
            Nella letteratura profetica, nei Salmi e nel Libro del profeta Daniele si fa spesso menzione di un personaggio che sarebbe venuto in un prossimo futuro per sconfiggere tutte le “nazioni” e soggiogarle al dominio del “popolo eletto”. A questo misterioso personaggio è attribuito il titolo di “Messia”, l’unto del Signore. La sua venuta sarebbe coincisa con la fine dell’attuale ciclo storico e avrebbe dato inizio al lunghissimo Regno di Dio sulla terra. Ci si deve anche riferire alle interpretazioni rabbiniche per capire la funzione di questo personaggio misterioso. Anzitutto la venuta del Messia sarebbe stata annunciata da un profeta, presumibilmente Elia, ritornato miracolosamente sulla terra7.
            Il titolo di Messia, come abbiamo già scritto8, è attribuito nella Tōrāh a un Re di Israele o di Giuda che fosse stato unto con un rituale sacerdotale. Perciò questo Messia futuro è stato prevalentemente descritto come un Re combattente, discendente di sangue dal re Davide e, quindi, appartenente alla tribù di Giuda. Tuttavia nel periodo compreso tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., la funzione regale ebraica fu usurpata dai sacerdoti. Perciò molte profezie di quel periodo alludevano alla futura venuta di un Messia sacerdote, discendente dalla tribù di Levi. In qualche caso la letteratura ebraica di quel periodo menziona due Messia, uno sacerdotale e uno regale, che avrebbero dovuto sancire la vittoria dell’ebraismo su tutto il mondo.
            Naturalmente il Messia sacerdote, in questo caso, avrebbe svolto un ruolo sacro superiore a quello puramente militare dell’altro Messia. Alcuni scritti fanno del Messia guerriero e di quello sacerdotale un’unica persona. Oltre a queste idee incerte e talora contraddittorie si cita anche il caso di un eventuale Messia che sarebbe venuto per farsi uccidere. Dopo la morte sarebbe migrato in cielo dove avrebbe fondato un Regno dei cieli9. Tutti i testi però concordano nell’affermare che il Messia prenderà coscienza della sua missione solamente al momento dell’unzione. Perciò durante la prima parte della vita la sua vera personalità sarebbe in qualche modo occulta a tutti.
            I secoli in cui questi testi profetici controversi furono redatti videro una febbrile attesa del Messia da parte degli Ebrei. Pareva che la fine del mondo fosse vicina e che la dominazione romana fosse il segno del massimo abominio a cui il mondo era stato sottoposto. Ovunque sorsero personaggi che profetavano la prossima venuta del Messia.
            Alcuni anche si autoproclamarono Messia e la frenesia degli ebrei portò a una situazione politica sempre più instabile, con veri atti di ribellione, guerriglia e terrorismo nei confronti degli occupanti e delle classi dominanti ebraiche che collaboravano con le autorità imperiali. Invece nelle diverse città dell’Impero Romano dove erano disperse comunità di ebrei cominciò una azione missionaria molto aggressiva. Considerata la mentalità esclusivista giudaica, questo missionarismo non aveva lo scopo di convertire i “politeisti” al giudaismo, quanto piuttosto a farne dei semi-convertiti (ger-toshab), che accettassero la loro inferiorità e sottomissione al “popolo eletto”10. Essi anche intrapresero una attività di manipolazione dei testi della letteratura greca e romana interpolando frasi, paragrafi o capitoli di propaganda giudaica. Tutto ciò provocò una vasta reazione antisemita in tutto l’Impero: le accuse agli ebrei di essere adoratori dell’infernale Dio-asino si moltiplicarono11. Questa reazione ostile convinse sempre di più il popolo ebraico di essere arrivati alla fine dei tempi e della prossimità dell’arrivo del Messia.
            Senza una conoscenza della situazione della Palestina del II-I secolo a.C. non è possibile farsi un’idea delle origini del cristianesimo, posto che Gesù era ebreo e che svolse tutta la sua attività nell’ambiente ebraico dei due regni di Giudea e Galilea12 sotto l’amministrazione romana. Gesù non ammise mai pubblicamente d’essere il Messia atteso dagli ebrei, ma tutte le sue imprese stanno a indicare che lo credeva incrollabilmente. Questa consapevolezza egli la raggiunse quando fu battezzato da Giovanni.
            Si trattò certamente di un rito di iniziazione nazarena o essenica13, nel corso del quale, narrano i Vangeli, lo spirito di Dio scese su di lui. Gesù comprese allora d’essere il Messia e che Giovanni Battista era il “profeta Elia” che lo aveva preannunciato al popolo ebraico e che in quel momento lo aveva riconosciuto tale. La duplice discendenza materna dalla tribù di Levi e paterna dalla tribù di Giuda faceva di Gesù un Messia sia sacerdotale sia regale. Fu definito spesso Re dei Giudei dalla folla dei suoi seguaci, ed egli non respinse mai questo titolo. La sua riservatezza nell’autoproclamarsi Re era certamente dovuta al desiderio di non farsi notare dai dominatori Romani né dai sacerdoti del Tempio che di fatto collaboravano con i romani nell’amministrazione della Giudea. Certamente egli alimentò tra i giudei le speranze di una prossima sollevazione antiromana e l’inizio di un Regno del “popolo eletto” millenario che avrebbe dominato tutti i popoli della Terra. Si comportò sempre come Messia senza mai affermare palesemente di esserlo. Il titolo che i dodici apostoli e i settantadue (o settanta) discepoli gli attribuirono fu quello di Rav, maestro (Rabbi, mio maestro). Questo titolo ha due diversi significati: uno esteriore, che si attribuisce ai dottori della legge, esperti della Tōrāh, dei rituali e degli usi e costumi. L’altro senso di Rav è quello iniziatico, che corrisponde al sanscrito guru14. Poiché Gesù non seguì nessun corso teologico presso il Tempio o una qualsiasi sinagoga, è logico dedurre che nel suo caso Rav volesse dire maestro iniziatico (dīkṣāguru). È ben noto che Gesù insegnasse pubblicamente agli apostoli, ai discepoli e alle folle, mentre di notte si appartava con alcuni rari discepoli come Nicodemo15, Giuseppe d’Arimatea16 e il “discepolo da lui amato”17, per insegnare loro dottrine segrete18.
            Il titolo che Gesù apparentemente si attribuisce più spesso è quello di “Figlio dell’Uomo”. I cristiani hanno scritto fiumi d’inchiostro per dare a questa denominazione un senso spirituale unico. Tuttavia è stato facilmente dimostrato che “figlio dell’uomo” nel linguaggio biblico non è un titolo, ma significa semplicemente “essere umano”; e Gesù lo usa come terza persona in luogo di “io”: “Però troverà fede sulla terra quando il figlio dell’uomo ritornerà?” significa semplicemente: “quando io ritornerò”19. Un altro titolo che Gesù talvolta usa per se stesso, ma che, per lo più, gli viene attribuito da altri è “figlio di Dio”. Allo stesso modo egli si rivolge a Dio chiamandolo Padre. Nella Bibbia ebraica ci sono tre usi di questo titolo. 1) “Figlio di Dio” è chiamato qualsiasi essere celeste o angelico; 2) Oppure è utilizzato comunemente per interpellare qualsiasi rappresentante del “popolo eletto”; 3) Infine, nella letteratura profetica diventa un titolo per alludere con rispetto a un Re o un Messia. È certo che il secondo e il terzo rappresentano il senso prevalente che si ritrova nel Vangelo. Gesù così affermava di essere pienamente membro della comunità religiosa israelita e, allo stesso tempo, faceva capire, a chi l’avesse compreso, di essere il Messia. Certamente l’interpretazione di “Figlio unigenito, generato e non creato” non corrisponde all’uso dell’epoca e deve essere considerata tarda poiché con esso si vuole identificare teologicamente il Gesù storico con il Logos divino; argomento di cui tratteremo in un prossimo articolo20. Il nostro prossimo impegno, infatti, sarà quello di descrivere in che modo la corrente cristiana dell’Ebraismo diventò una religione indipendente.

            Gian Giuseppe Filippi

            1. Dal greco προφημί (profemì), pre-dire.[↩]
            2. La prima confusione tra i due domini, in ambito greco, si verificò con lo gnosticismo.[↩]
            3. In seguito, verso il I secolo a.C., si aggiunse una terza parte, comprendente i Salmi e il Libro del profeta Daniele. Tra i Salmi il testo più lungo è il 104, che è un rifacimento dell’Inno ad Aton, cosa che mette in relazione l’ebraismo con l’eresia del Faraone Akhenaton.[↩]
            4. I Nazarei indossavano lunghi abiti bianchi, mentre, quelli che tra loro diventavano profeti i coprivano con villose pellicce di pecora.[↩]
            5. Elia Benamozegh, Gli Esseni e la Cabbala, Milano, Armenia Ed., 1979, pp. 69-75. La società ebraica era divisa in dodici tribù. Tra di esse di particolare importanza erano la tribù sacerdotale di Levi, i cui membri soltanto potevano diventare sacerdoti (kohanim) del Tempio di Gerusalemme, e la tribù di Giuda, da cui discendevano i Re e i nobili.[↩]
            6. Secondo l’affidabilissimo giudizio di Benamozegh, questa iniziazione fu trasmessa all’interno dell’ebraismo da Jetro, suocero “pagano” di Mosé. Ibid. pp. 77-78.[↩]
            7. Elia, secondo il racconto biblico, non sarebbe morto, ma rapito in cielo su un carro di fuoco. Egli dovrebbe dunque ritornare sulla terra alla fine dei tempi, annunciare la venuta del Messia e poi, alla fine, morire.[↩]
            8. Vedi www.vedavyasamandala.com, From Cosmos to Chaos, Ch. 21. The Semitic Religions.[↩]
            9. Geza Vermes, Jesus el Judio, Barcelona, Muchnik Ed., 1977 (I ed. Jesus the Jew, London, W. Collins Sons, 1973), pp. 140-154.[↩]
            10. Hugh J. Schonfield, Those Incredible Christians, London, Element Books Ltd., 1968, Ch. 3.[↩]
            11. Nel 160 a.C. Antioco Epifane, Re di Siria, conquistò Gerusalemme e penetrò nel sanctum del Tempio, dove trovò un idolo a forma d’asino (Tacito, Historiæ, V.6). Nel 63 a.C. il generale romano Pompo conquistò tutta l’Asia occidentale; anche egli entrò nel sanctum del Tempio di Gerusalemme dove vi trovò un idolo dalla testa d’asino (Publius Annius Florus, Epitome de Tito Livio, III.5.).[↩]
            12. Ricordiamo che da diversi secoli la terra degli ebrei era divisa in due stati tra loro rivali: Israele e Giudea, e più tardi Galilea e Giudea.[↩]
            13. Questa stessa tradizione iniziatica dell’Ebraismo durante il Medioevo fu conosciuta come Qabbalah (trasmissione orale).[↩]
            14. Nell’Islam il primo significato corrisponde a quello di qaḍi e di ‘ālim. Il secondo invece è definito pīr o shaykh di tariqa. Tuttavia è anche uso shara‘itico rivolgersi a un qaḍi o a un ‘ālim dandogli ugualmente il titolo di shaykh. Così in India anche i professori di scuola o di università spesso sono interpellati come guru, sempre in senso esteriore. È proprio in questo senso esteriore che i non-sacerdoti che hanno studiato i testi religiosi sono ancor oggi chiamati rabbini.[↩]
            15. Vangelo di S. Giovanni, III.1-21.[↩]
            16. Vangelo di S. Giovanni, XIX.38.[↩]
            17. Vangelo di S. Giovanni, XX.21-23. In seguito fu arbitrariamente identificato con S. Giovanni apostolo. Si trattava invece di un altro Giovanni, kohen del Tempio, cioè l’Evangelista.[↩]
            18. A questi tre discepoli segreti si possono aggiungere i tre fratelli Lazzaro, Marta e Maria, che svolgono un ruolo importantissimo a fianco di Gesù senza mai apparire né come apostoli né come discepoli. Tracce di questi insegnamenti iniziatici si ritrovano nei Vangeli apocrifi, che per questa ragione sono stati ufficialmente banditi dalla Chiesa. Contrariamente a quello che comunemente si crede, “apocrifo” non significa falso, ma “segreto” (Gr. ἀπόκρυϕος, apòkrüfos).[↩]
            19. Geza Vermes, cit., pp. 167-202.[↩]
            20. Ibid. 203-234.[↩]

            21. Le religioni semitiche

              Le religioni semitiche

              I Sumeri arrivarono nella Mesopotamia meridionale (l’attuale Iraq) intorno al 4000 a.C. Secondo le loro fonti scritte, arrivarono via mare dall’Oriente1. Le popolazioni che hanno trovato in quell’area e che hanno sottomesso erano il ramo semitico dei popoli del mare, che abbiamo già trovato come eredi della civiltà degenerata di Atlantide. La civiltà sumera fu la prima che in Asia occidentale usava una forma di scrittura, prima in forma pittografica, poi in un alfabeto cuneiforme stilizzato2. La loro lingua per molti versi sembra simile agli idiomi austroasiatici da un lato e quelli turchi dall’altro. I Sumeri non formarono mai un’unità statale, ma furono organizzati in diverse città-stato indipendenti. Per questo motivo ogni città aveva la sua divinità protettrice e perciò è piuttosto difficile avere un’idea unificata della loro religione. Certamente tutti riconoscevano una triade principale di dei: An, Dio del cielo, Enlil, Dio dell’atmosfera ed Enki, Signore della terra e delle acque sotterranee3. Ma fin dai primordi, il Dio più potente di tale triade fu considerato Enki (il Signore della Terra), dimostrando che la religione pan-sumera era stata ben presto influenzata dal sostrato sociale semitico. La casta sacerdotale, riconosciuta in tutte le città sumere come la più elevata classe sociale, era costituita dai caldei. Erano i rappresentanti sulla terra del Dio del cielo, An e di altri poteri celesti come la dea Namma, le acque superiori, Inanna, il pianeta Venere che era anche la dea dell’amore, Ningal, la dea della Luna e Utu, il sole4.
              I Sumeri si auto definivano “le teste nere”5, mentre il nome con cui sono conosciuti ancor oggi deriva dalla parola accadica “Šumer”. La popolazione accadica, stabilita a nord del territorio sumero, era di origine semitica, ma la sua classe dominante era certamente composta da sacerdoti caldei e kṣatriya provenienti dall’India, come dimostra il nome di alcuni dei loro Re più famosi, come Naramsin. Pertanto, non è improbabile che identificassero il territorio sumero con il centro del mondo rappresentato dall’aureo monte Meru (Su-Meru). D’altra parte, è ben noto che anche più a nord, nell’area attualmente compresa tra Iraq, Siria e Turchia, vi era una civiltà di origine simile a quella sumera e accadica: la civiltà dei Mitanni. Questi ultimi hanno lasciato alcune steli di pietra con incise invocazioni agli dei vedici Mitra, Varuṇa, Indra e ai gemelli Nasatya (Nāsatyau, cioè gli Aśvin). Con il passare dei secoli, tuttavia, i più bassi strati semitici della popolazione di queste antiche civiltà si ribellarono e rovesciarono le più alte caste dal potere. Intorno al 2000 a.C. la confederazione sumera fu sopraffatta dalla rivolta babilonese, e così questa popolazione semita prese il potere e fondò il regno di Babilonia nel sud della Mesopotamia. E qui si può notare una delle caratteristiche tipiche di tutte le civiltà semitiche. Gli Dei di altre tradizioni, considerati uguali ai peggiori demoni, furono sostituiti da quelli semitici6. Così Namma, la Dea Sumera delle acque superiori e la moglie del dio delle acque inferiori, Apsu (Sskr. Aspa), chiamata dai Babilonesi Tiāmat (Sskr. Devīmāta), fu trasformata in un mostro marino che doveva essere combattuto e ucciso. Marduk, il dio babilonese degli uragani o dei tornado di sabbia infuocata7, riuscì a usurpare il trono al dio sumero e a uccidere la dea Tiāmat. Tuttavia, accanto al nuovo sacerdozio babilonese, la tradizione sacerdotale dei caldei rimase viva e sopravvisse anche quando il ricordo dei babilonesi era scomparso. Peggior sorte colse la tradizione sumero-accadica nel suo complesso: intorno allo stesso periodo, all’inizio del secondo millennio a.C., il substrato semitico emerse anche nel nord della Mesopotamia quando fu stabilito il regno assiro8 distruggendo la civiltà accadica. Come afferma il loro stesso nome, gli Assiri (Asur) passarono alla storia per la loro crudeltà: sterminarono i membri del sacerdozio caldeo, così come intere popolazioni che avevano sottomesso. Gli Assiri rovesciarono anche le gerarchie degli Dei Sumeri e stabilirono il loro Dio Assur come la divinità suprema.
              Nel diciannovesimo secolo a.C. un gruppo di tribù semitiche, che comprende anche gli ebrei, invase la Mesopotamia dall’attuale Palestina e da lì penetrarono in Egitto. Gli egizi chiamavano questi invasori Hyksos, cioè “Re barbarici”. Gli Hyksos fondarono la quindicesima dinastia che regnò su tutto il nord dell’Egitto, mentre il Sud rimase sotto il controllo dei Faraoni della debole dinastia autoctona del XVI secolo. Gli Hyksos riconobbero come divinità suprema il Dio delle tempeste del deserto, che gli egizi riconoscevano come il demone Set. Il dominio Hyksos sull’Egitto fu aspro e intollerante e, approssimativamente nel XVI secolo a.C., non appena gli invasori diedero i primi segni di indebolimento, gli egizi si ribellarono, cacciando tutte le tribù Hyksos dall’Egitto. L’oppressione semitica era stata così pesante che gli egizi, generalmente tolleranti e aperti alle civiltà straniere, cancellarono ogni traccia della dominazione straniera. Questa storia del dominio e dell’espulsione degli Hyksos, come raccontato da Flavio Giuseppe, è descritta nella Bibbia ebraica come la fine della schiavitù del popolo ebraico e dell’Esodo dall’Egitto9. È proprio da questa espulsione dall’Egitto che gli ebrei cominciarono a distinguersi tra le diverse tribù Hyksos. Gli ebrei, sotto la guida del loro maestro (in ebraico Rav10) Mosè, seguirono il loro Dio attraverso il deserto, che appariva come un’enorme colonna di fuoco11. Solo dopo un paio di generazioni si stabilirono nella terra di Canaan. Tuttavia, la loro influenza religiosa rimase in Egitto ancora per un paio di secoli. Certamente, Akhenaton (1375-1334 a.C.), Faraone della XVIII dinastia, deve essere stato educato alle credenze semitiche quando ha abrogato il culto di tutti gli Dei ancestrali, perseguitato i loro sacerdoti e imposto la religione monoteistica del Dio Aton, il sole fisico. Anche in questo caso gli egizi si ribellarono e, alla morte del successore di Akhenaton, restaurarono gli antichi culti, distruggendo ogni traccia di quella nuova religione anti-tradizionale.
              Le origini del popolo ebraico e della loro religione sono enigmatiche a causa delle molte alterazioni che la Tōrāh12 (il loro libro sacro è anche l’unica fonte della loro storia) ha subito durante i diversi e disgraziati eventi della loro storia. Questo testo si riferisce ad Adamo come antenato di tutta l’umanità. Tuttavia, il fatto che Adamo in ebraico significhi “uomo rosso” lo collega ad Atlantide e quindi non può essere considerato davvero il primo uomo in termini assoluti, ma come il primo antenato della civiltà atlantidea. Inoltre, nella Tōrāh sono menzionati sette misteriosi re di Edom13, considerati in molte fonti sapienziali ebraiche come rappresentanti delle discipline scientifiche pre-adamitiche, come l’alchimia, l’astrologia, la medicina ecc.
              Nella Tōrāh, Adamo è stato creato da Elohīm, che significa “gli Dei”. Più tardi, quando gli ebrei passarono al loro culto monoteistico, Elohīm fu interpretato come un nome singolare dell’unico Dio, reso al plurale in una inspiegabile forma anomala. In realtà, fino ad un’epoca ben nota, vale a dire fino a poco prima del loro ritorno dalla prigionia babilonese (520 a.C.), anche gli ebrei riconoscevano una molteplicità di Dei. Tra tutti gli Dei delle religioni semitiche, gli ebrei scelsero Yehovah14 come protettore della loro nazione. Con il passare del tempo, considerarono gli Dei delle altre nazioni come rivali del loro Dio, al punto da descriverli come dei veri diavoli. Seguendo il caratteristico esclusivismo dei semiti15, proclamarono Yehovah come l’unico vero Dio e loro stessi come “il popolo eletto” da quel Dio, che non avrebbe mai mescolato il suo prezioso sangue con quello delle altre nazioni16. Si dice che gli ebrei siano discendenti del terzo figlio di Adamo ed Eva, Seth, nel cui nome riconosciamo il Set degli egizi. Seguì una serie di patriarchi, culminati in Noè, colui che salvò l’umanità, gli animali e le piante dal Diluvio Universale. Questa storia è stata chiaramente copiata dal mito babilonese di Ziusudra che, a sua volta, fu una rielaborazione dell’antico mito sumero di Utnapishtim. Quest’ultima storia è così simile a quella di Manu e del Matsyāvatāra che è impossibile non riconoscere una fonte comune. Tuttavia, il racconto della Tōrāh aggiunge che l’umanità ricominciò di nuovo con i tre figli di Noè: Sem, progenitore di tutti i Semiti, Cam, antenato dei Camiti, gli abitanti non semiti dell’Asia occidentale e Japheth, antenato di tutti gli altri popoli. Eber, uno dei figli di Sem, è menzionato come l’antenato degli ebrei. Ma in realtà questo personaggio è completamente irrilevante nello stesso racconto biblico e sembra essere una interpolazione tardiva. È quindi più plausibile che Eber derivi da una radice che significa “Occidente”17 che denuncia l’origine atlantidea degli ebrei. Secondo la Bibbia, dopo il diluvio universale, che corrisponde allo sprofondamento di Atlantide, i discendenti di Sem si stabilirono in Mesopotamia. Per sfuggire al nuovo dominio babilonese, intorno al 1900 a.C., Abramo emigrò dalla città di Ur. Per molti secoli il popolo di Abramo si dedicò alla vita nomade, vagando tra Mesopotamia, Arabia, Egitto e Siria. Erano costantemente impegnati in guerre violente, che finirono spesso con lo sterminio totale dei loro nemici18. Dopo la loro espulsione dall’Egitto, infine, intorno al 1000 a.C., gli ebrei si insediarono in un’area fissa, scegliendo come capitale la città siriana-amorrea di Gerusalemme, che avevano conquistato. Lì stabilirono il loro primo regno. Il terzo re di Israele, Salomone, costruì il Tempio, l’unico centro spirituale della religione ebraica19. Tuttavia, le guerre con i popoli vicini e le lotte intestine continuarono. Poco dopo la morte di Salomone il regno si divise in due: il regno di Giuda e quello di Israele. L’indipendenza non durò a lungo: nel 587 a.C. Nabucodonosor, re dei Babilonesi, conquistò i due regni ebraici, distrusse il Tempio di Gerusalemme20 costruito da Salomone e deportò tutti gli ebrei a Babilonia. La prigionia degli ebrei durò fino al 538 a.C., quando il re dei Persiani, Ciro il Grande, invase il regno babilonese. Ciro restituì la libertà agli ebrei che poi tornarono alla terra che erano stati costretti ad abbandonare. Tuttavia, mezzo secolo di deportazione era stato fatale per la nazione ebraica. Durante quel tempo avevano perso il modo di pronunciare il nome del loro Dio21. La Bibbia fu radicalmente modificata in modo monoteistico e l’antica mitologia semitica e la pluralità dei suoi Dei scomparvero. Questa nuova versione della Tōrāh, retrodatata e attribuita alla rivelazione fatta dal Dio degli ebrei a Mosè, era accompagnata dal Talmud babilonese, senza il quale non si poteva avere una corretta lettura della Bibbia. Poiché c’erano stati molti matrimoni misti con i Babilonesi, si stabilì che solo le persone con una madre ebrea potevano essere considerate ebree, una regola matriarcale che resiste fino a oggi. Così, la religione israelita si identificò sempre più con la razza ebraica. Ritornando alla loro terra, gli ebrei costruirono un secondo Tempio sulle rovine di quello di Salomone22. Ma l’indipendenza della nazione ebraica non sarebbe durata a lungo: tra la conquista di Alessandro Magno nel 331 a.C. e la definitiva annessione all’impero romano nel 65 a.C., gli ebrei conoscebbero solo un secolo di relativa indipendenza. Le deportazioni, le conquiste e il nomadismo non completamente sopiti nell’animo degli ebrei, avevano portato a una diaspora (dispersione) verso le terre più lontane. Nel IV secolo a.C. esisteva già una comunità ebraica nella città di Roma, e molti gruppi ebraici si erano rifugiati nelle colonie greche, fenicie e cartaginesi del Nord Africa fino alla lontana Spagna.
              La religione israelita è stata pesantemente condizionata dalla convinzione degli ebrei di essere il “popolo eletto” dal loro Dio per dominare il mondo intero. È l’unica religione sulla terra che non ha cura dei destini postumi dei suoi fedeli. La Tōrāh menziona vagamente un aldilà, la Gehenna o lo Sheol, come un luogo triste dove si va dopo la morte; ma non distingue tra anime salvate e dannate, non fa distinzioni tra i risultati di un comportamento virtuoso e peccaminoso. Ciò che è importante è l’affermazione storica della potenza di Israele in questo mondo. Quindi l’individuo è considerato virtuoso se contribuisce attivamente a questo ultimo trionfo mondano di coloro che appartengono alla religione ebraica per sangue e per credenza. Per questo motivo la Bibbia è un libro che racconta principalmente la storia dei successi mondani del “popolo eletto”, o lamenta vittimisticamente le ferite subite da “nazioni impure”. Quindi, gli impegni e le preghiere religiose sono indirizzate solo alla conquista del potere e della ricchezza, alla maggior gloria di Dio e del Suo “popolo eletto”. Questo riguarda l’essoterismo israelita. Il lato esoterico della tradizione ebraica, che deriva in gran parte dagli antichi insegnamenti caldei, è ciò che in seguito sarà chiamato Qabbalah (cioè la tradizione). A differenza della religione esteriore, la Qabbalah insegna un percorso di perfezione interiore che l’individuo deve seguire, ascendendo attraverso i centri sottili (sefiroth = cakra) che sono proiezioni nel corpo umano dei diversi mondi superiori. La fine di questa ascesa corrisponde al ripristino dello stato di perfezione che Adamo aveva nell’Eden prima del peccato originale. Questa purificazione dell’individualità integrale consente quindi all’uomo di contemplare il volto di Dio e diventare il suo “amico”. Torneremo ancora sull’Ebraismo, poiché esso è stato di fondamentale importanza per la nascita del Cristianesimo. Inoltre, la cultura ebraica in Europa riemerse alla fine del Medioevo, influenzando lo sviluppo di alcuni aspetti del Rinascimento e nei tempi moderni contribuendo pesantemente alla nascita della mentalità contemporanea.

              D. K. Aśvamitra

              1. Ciò suggerirebbe un’origine indiana, perché i Sumeri, nei loro scritti, parlano spesso dei loro principali partner commerciali, il popolo di Meluḫḫa, una terra ad est, oltre il mare. È quindi probabile che questa fosse l’antica civiltà dell’Indo-Sarasvatī.[↩]
              2. Dai tempi dei Sumeri fino all’istituzione dell’impero persiano nell’Asia occidentale, il cuneiforme fu il solo modo di scrivere in uso. I Fenici, che vivevano nell’odierna Libano e Palestina, svilupparono un alfabeto derivato dalla scrittura della civiltà dell’Indo-Sarasvatī, dalla quale si svilupparono gli alfabeti semitici moderni come l’ebraico e l’arabo. S.R. Rao, “New Light on Indus Script and Language”, in Frontiers of the Indus Civilization, Janakpuri, Books and Books, 1983.[↩]
              3. En-ki, figlio di An e della Dea della terra Ki.[↩]
              4. La pronuncia di tutti questi nomi è convenzionale perché è stata ricostruita principalmente sulla base di confronti linguistici con l’accadico (misto di lingue sanscrite e semitiche), il babilonese (una lingua semitica) e l’elamita (di un ceppo linguistico sconosciuto).[↩]
              5. Molte antiche popolazioni o gruppi sociali si facevano chiamati “teste nere”: gli egiziani, gli etiopi e persino i cinesi; ricordiamo anche i kālamukha, un popolo favoloso menzionato nel Mahābhārata e i tantrici kālamukha yogin. Avere una testa nera era evidentemente il segno dell’appartenenza a un’élite, più spirituale che sociale.[↩]
              6. Persino i persiani, sebbene di origine indiana, subirono una forte influenza semitica quando conquistarono la Persia e la Mesopotamia. Oltre all’assunzione del sistema grafico cuneiforme, hanno rovesciato la normale relazione tra Dei e demoni. Per i Persiani, infatti gli Dei sono chiamati Ahura (Sskr. Asura) e Diva i loro demoni (Sskr. Deva). In seguito, questa influenza semita facilitò la conversione del popolo persiano alla religione islamica sciita.[↩]
              7. Abbiamo già descritto questa terribile divinità che gli egizi chiamavano “Set”, i greci “Typhon” e i Maya del Messico “Hurekan” (uragano). È la forma più spaventosa del demone atlantideo dalla testa di asino. Vedi il capitolo 8 in questo sito, “Atlantis. Other sources (II)”.[↩]
              8. “Asur”, in lingua accadica.[↩]
              9. Un’altra caratteristica di tutte le religioni semitiche è il sistematico vittimismo. Dopo l’occupazione dell’Egitto e la loro espulsione attraverso una guerra di liberazione da parte degli egizi soggiogati, gli ebrei hanno continuato a narrare la storia invertendone il significato. Nella Bibbia, infatti, è narrato  che si trovavano in Egitto come schiavi degli egizi e che alla fine sarebbero stati liberati dalla schiavitù fuggendo![↩]
              10. Mosè è anche riconosciuto come un profeta. In generale, per gli ebrei, Adamo, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe e altri sono chiamati patriarchi (Ebr. Abot); David, Salomone e altri tre personaggi sono Re (Ebr. Melachim; il Re che anche stato unto è chiamato Messia, Ebr. Mašīaḥ). Infine c’è un certo numero di profeti (Ebr. Nevi’ìm). Tutti sono stati ispirati da Dio, ma le loro funzioni sono completamente diverse l’una dall’altra. I cristiani accettano queste categorie, con la sola eccezione che il Messia è uno solo, cioè Gesù Cristo. Per i musulmani tutte queste funzioni sono unite in una, quella dei profeti (Ar. Nabiyyin). Il profeta che stabilisce una legge è chiamato anche messaggero (Ar. Rasul). Pertanto le tre religioni monoteiste non sono d’accordo sulle funzioni attribuite agli stessi personaggi.[↩]
              11. È facile riconoscere nella colonna di fuoco la forma delle trombe di sabbia del deserto. La tendenza degli ebrei verso il monoteismo non era ancora diventata completamente esclusivista come sarebbe accaduto poi: infatti, a quel tempo, stavano ancora praticando il culto di altri Dei, come il vitello d’oro e il serpente di bronzo, che provocò la gelosia di Yehovah.[↩]
              12. La Tōrāh corrisponde approssimativamente all’Antico Testamento della Bibbia Cristiana. Tuttavia, i testi noti come Talmud e Midrash, versioni scritte di insegnamenti rabbinici orali, sono considerati ancora più autorevoli.[↩]
              13. Adam e Edom hanno la stessa radice consonantica ADM.[↩]
              14. Come risultato della loro storia tormentata, gli ebrei persero la vera pronuncia del nome del loro Dio. Da quel momento in poi, quel nome è stato tramandato pronunciando o scrivendo solo le sue quattro consonanti che lo compongono: Yod, Hé, Vau, Hé, YHVH, (Hebr.: יהוה).[↩]
              15. Questa intolleranza semitica fu anche ereditata dalle religioni che si separarono dal Giudaismo. Perciò sia il Cristianesimo sia l’Islam si proclamano l’unica religione definitiva per l’umanità. Tuttavia, mentre il Cristianesimo e l’Islam sostengono un missionarismo sempre più estremo, il Giudaismo tende ad identificarsi con la consanguineità razziale del “popolo eletto”, che dovrà dominare sul resto dell’umanità. Ovviamente, se l’intolleranza assunta da una religione semitica verso tradizioni non semite ha spesso avuto gravi conseguenze, la convivenza interna tra le religioni semitiche è risultata sempre molto più esplosiva. L’odierna intolleranza reciproca e violenta tra cristiani, ebrei e musulmani è di per sé evidente. Tuttavia, queste religioni creano sempre un fronte comune contro le tradizioni non semitiche in nome del loro monoteismo comune, o come dichiarano i musulmani della loro “comune origine abramica”.[↩]
              16. “… [I nostri] figli hanno sposato le loro figlie e il popolo eletto è stato contaminato dai popoli di quei paesi” (Esdra 9: 2). “Come potremmo spezzare i tuoi comandamenti e mescolare il nostro sangue con questi popoli abominevoli?” (Esdra, 9, 14).[↩]
              17. Questa è un’etimologia comune all’ebraico eber, che significa tramonto, occidente; al greco Erebos, oscurità (nome di un inferno occidentale); al greco e al latino Hiber, occidente; e al latino Hiberia (Spagna) e Hibernia (Irlanda ).[↩]
              18. “E il Signore ascoltò la voce di Israele e gli consegnò i Cananei; e distrusse completamente loro e le loro città “. (Numeri, 21.3); “E il Signore nostro Dio ce lo ha consegnato; e abbiamo ucciso lui, i suoi figli e tutta la sua gente. E allora bbiamo preso tutte le sue città e distrutto completamente gli uomini, le donne e i bambini di ogni città, non ne lasciammo in vita nessuno “(Deuteronomio, 2, 33-34); “Quando il Signore Dio tuo ti porterà nel paese che stai per possedere, scaccerà molte nazioni davanti a te, gli Hittiti, i Girgashiti, gli Amorei, i Cananei, i Perizziti e gli Eviiti e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te; e quando il Signore tuo Dio li lascerà in tuo potere li colpirai e li distruggerai completamente; non farai alleanza con loro e non avrai pietà di loro “(Deuteronomio, 7-2); “Ma delle città di questo popolo, che il Signore Iddio tuo ti ha dato in eredità, tu non risparmierai nulla di vivo che respiri; ma li distruggerai completamente; cioè gli Ittiti, gli Amorei, i Cananei, i Perizziti, gli Hivvei e i Gebusei come il Signore tuo Dio ti ha comandato. “(Deuteronomio, 20.16-18); “E distrussero completamente tutto ciò che era nella città, uomo e donna, giovani e vecchi, buoi, pecore e asini, e li passarono a fil di spada”. (Giosuè, 6,21); “E presero le cose che Michea aveva fatto e che il sacerdote possedeva, e andarono a Laish, dove un popolo stava tranquillo e al sicuro: e lo passarono a fil di spada e bruciarono la città con il fuoco . “(Giudici, 18.27); “I loro archi faranno a pezzi anche i bimbi; e non avranno pietà del frutto dei grembi; il loro occhio non risparmiò nessun bambino“ (Isaia, 13,18) (citazioni tratte dalla Bibbia di Re Giacomo). E così via: nella Tōrāh si annoverano più di trenta stermini simili per ordine di Dio di intere popolazioni o di tutti gli abitanti di città nemiche.[↩]
              19. In realtà, le sinagoghe non sono templi, ma, come le moschee islamiche, sono solo luoghi di preghiera e di riunione. Come per i giudei, l’unico tempio dell’Islam è la Ka’ba della Mekka.[↩]
              20. In effetti ci sono seri dubbi sul fatto che Gerusalemme sia la città che conosciamo oggi con lo stesso nome. Nessun reperto archeologico dimostra la presenza di ebrei nell’area della città attuale prima del II secolo a.C. Nemmeno un frammento del Tempio di Salomone è stato trovato in situ. È quindi probabile che i reami di Israele e Giuda e la città di Gerusalemme si trovassero molto più a sud, nel deserto del Negev arabo, dove rovine attribuibili a una presenza ebraica sono abbondanti. Keith W. Whitelam, The invention of ancient Israel, London & New York, Routledge, 1996; Kamal Salibi, The Bible came from Arabia, Beirut, Naufal 2007.[↩]
              21. Questa misteriosa perdita ha certamente prodotto serie conseguenze d’efficacia nell’uso dei mantra cabalistici.[↩]
              22. Nemmeno di questo secondo Tempio ci sono tracce archeologiche. In effetti i resti del Tempio che si trovano a Gerusalemme appartengono alla ricostruzione del santuario iniziata da re Erode nel primo secolo a.C. Le rovine, come il Muro del Pianto, appartengono solo a questa tarda ricostruzione. Vedi Adolfo Roitmam, Envisioning the Temple, Jerusalem, The Israel Museum, 2003; Nadia Abu El-Haj, Facts on the Ground. Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society, Chicago & London, The University of Chicago Press, 2001.[↩]

              20. La Tradizione Celtica

                La Tradizione Celtica

                Con il nome di Celti, s’identifica un gruppo di tribù che intorno al 1000 a.C. discesero dal nord e si diffusero in Scozia, Inghilterra e Irlanda e da lì, in buona parte dell’Europa continentale. Il nome di questo gruppo etnico deriva da quello della casta sacerdotale che le aveva accomunate con la sua dottrina. Celt, come Caldeo e Culdean era quindi il nome della loro classe sacerdotale pre-druidica. I greci ritennero che questo termine derivasse dalla radice KEL (κελ) che significa “misterioso”, “occulto”. Diogene Laerzio1 sostiene che le dottrine più elevate, prima della nascita della filosofia greca, furono praticate tra gli Indiani (Gimnosofisti2, cioè gli Yogi), i persiani (Magi), gli assiri (Caldei) e i Celti (Druidi3).
                Il nome corretto di questi popoli era certamente espresso dalla radice GAL, “il potente”. I romani e i greci li chiamavano più correttamente Galli e Galati (γαλάται, leggi galàtai), come testimoniano anche il nome dei loro ultimi discendenti spagnoli contemporanei, i Gallegos, il nome delle lingue celtiche-gaeliche che ancora vivono nelle isole britanniche e i popoli Gael della Scozia, dell’Irlanda e del Galles (Gael), che gli inglesi, incapaci di pronunciare correttamente il loro nome, hanno finito per chiamare “Wales” (“paese straniero”!).

                Ciò che colpisce di più dei popoli celtici è che la loro organizzazione sociale era suddivisa in caste molto simili a quelle della tradizionale struttura della società indiana.
                È certo inoltre che la tradizione celtica derivava della fusione di due diverse correnti tradizionali: la prima raggruppava le organizzazioni cavalleresche, le corporazioni mercantili e servili, nonché gli ordini inferiori della casta sacerdotale (i kelt) che erano certamente di origine atlantidea. Ciò si evince dall’indole violenta dei suoi guerrieri, dai sanguinosi sacrifici animali e umani, e dall’attrazione per i fenomeni magici. La seconda corrente era invece rappresentata dai druidi, la categoria più elevata della casta dei sacerdoti. Senza dubbio i druidi rappresentavano la corrente proveniente dal Nord che Posidonio4 dichiarò di origine iperborea e che Clemente di Alessandria5 considerava la fonte della saggezza da cui Pitagora aveva tratto la sua dottrina, forse grazie alla mediazione dell’iperboreo Abaris.

                Secondo la tradizione irlandese, la corrente druidica settentrionale era chiamata Tuatha Dé Danann, la “Tribù dei divini conoscitori delle arti”6. Il più importante dei testi tradizionali dell’Irlanda, La battaglia di Maige Tuired (Cath Maige Tuired)7, ce ne dà la seguente descrizione:

                “I Tuatha Dé Danann vivevano nelle isole del Nord del mondo; studiavano il druidismo, coltivavano la conoscenza, l’arte e la magia e in queste discipline erano superiori a tutti. La battaglia di Maige Tuired ebbe luogo dopo lo sbarco del Tuatha Dé Danann sulle coste dell’Irlanda. Lì furono affrontati dalle schiere degli abitanti delle isole, i Fomoires, descritti da tutte le cronache come demoni guerrieri. Il loro capo era un gigante con un occhio solo che fu ucciso quando una pietra lo colpì proprio in quello8”.

                A questo punto vorremmo richiamare il capitolo 6° “L’Età dell’Oro – gli Iperborei”: nelle terre limitrofe alla regione Iperborea, vivevano gli Arimaspis, barbari dediti alla metallurgia che avevano un solo occhio ed erano nemici degli Iperborei9. Non sfuggirà che l’aspetto ciclopico richiama un’evidente relazione dei Fomoires con Atlantide: a questo punto si può dire che la battaglia di Maige Tuired rappresenta la vittoria del Tuatha Dé Danann su precedenti popolazioni celtiche di origine atlantidea e sancisce la supremazia della casta sacerdotale dei druidi iperborei su tutta la società celtica. La diversità dei druidi rispetto al resto della società era così netta che il Prof. Myles Dillon del Trinity College di Dublino10, dopo aver effettuato accurati studi sui rituali, le tradizioni attribuite ai druidi e sul confronto tra gaelico e termini sanscriti, si è spinto a sostenere l’idea che i druidi erano in realtà brāhmaṇa provenienti dall’India!

                Dall’Irlanda i druidi si espansero nel resto delle isole britanniche e in Armorica, l’attuale penisola francese della Normandia. I druidi non arrivarono a diffondersi nel resto dell’Europa celtica; tuttavia gli ordini inferiori dei sacerdotali dei celti li rappresentavano fedelmente ovunque andassero. Tale era il prestigio che veniva loro riconosciuto che i druidi erano considerati alla stregua di divinità in forma umana. Il nome di questa casta sacerdotale deriva dalla composizione di due parole stranamente identiche a due radici sanscrite: DHRU che significa “stabile” e VID da cui “conoscenza”. Druido, quindi, significa colui che è “stabile nella conoscenza”. Questi due termini erano simbolizzati dalla quercia simbolo di stabilità e dal vischio11 simbolo della conoscenza; quest’ultimo cresce sui rami delle querce, ma non è prodotto da queste, come la conoscenza non è originata dalla stabilità.

                “I Druidi non consideravano nulla di più sacro del vischio e della quercia su cui cresce12”.

                I druidi erano divisi in due ordini: il primo, i cui membri vivevano nelle profondità delle foreste, si dedicava alla cerca metafisica e all’accettazione di discepoli che avrebbero fornito servizio (sskrt. seva13). Si sa poco del loro insegnamento poiché veniva dispensato rigorosamente da bocca a orecchio. Tutti gli autori dell’antichità che trattano dei druidi attestano la segretezza della loro dottrina; sappiamo solo che riguardava l’immortalità dell’anima, la sua trasmigrazione in altri mondi attraverso diverse rinascite, la via per sfuggire a questo destino attraverso la conoscenza e la periodica distruzione del mondo manifestato attraverso l’acqua o il fuoco. Questo era sufficiente perché i romani vi riconoscessero una somiglianza con la dottrina pitagorica. Il discepolo di un druido “deve memorizzare un gran numero di versi”14. Gli insegnamenti in versi, rigorosamente orali, erano una condensazione della conoscenza dottrinale che era stata trasmessa; tuttavia il discepolo arrivava a comprenderli solo dopo aver ascoltato i commenti esplicativi e l’esegesi dell’insegnante.

                Il secondo ordine druidico era composto da sacerdoti che vivevano in prossimità dei villaggi e si dedicavano a solenni rituali pubblici; tuttavia non facevano sacrifici animali, si vestivano di bianco ed erano rigorosamente vegetariani. Alcuni di loro vivevano alla corte di un Re (Rix) e svolgevano una funzione simile a quella di purohita15.

                Vi era anche un’altra sotto-casta sacerdotale che risaliva al periodo precedente l’arrivo dei druidi e quindi d’origine kelt: costoro erano chiamati file16,veggenti (sanscrito ṛṣi): erano compositori di poemi, astrologi e depositari di sentenze sapienziali. Generalmente vivevano alle corti dei principi, presso i nobili o i più valorosi cavalieri; eseguivano rituali divinatori e sacrifici sanguinosi, insegnavano scienze cosmologiche e assegnavano incantesimi (mantra) ai loro discepoli.
                Erano anche molto abili nell’improvvisazione degli inni, maestria che si tramandò di padre in figlio fino al XVII secolo d.C., quando scomparve insieme a loro, a causa della persecuzione di Cromwell17.

                Un grado sacerdotale ancora più basso era rappresentato dai bardi che si dedicavano alla composizione dei poemi di guerra che cantavano accompagnati dal suono delle loro lire, vagando di castello in castello e da un villaggio all’altro.
                Sebbene non fossero qualificati per comporre poesie sapienziali, essi contribuirono a diffondere con le loro canzoni i poemi dei File. Svolsero altresì la funzione di genealogisti delle più importanti famiglie della loro regione, imparando a memoria e trasmettendo i nomi degli antenati dei cavalieri. Svolsero anche un importante ruolo nella preparazione delle battaglie, sia perché compivano l’estremo tentativo di riconciliazione tra i due contendenti, sia perché lanciavano maledizioni contro l’esercito avversario. Per questo motivo i bardi avevano una certa familiarità con i cavalieri.

                Questi erano i principali ordini in cui era suddivisa la casta sacerdotale celtica, sebbene da molti testi risultano ulteriori suddivisioni di druidi, file e bardi in numerose altre sottocategorie che si caratterizzavano per la loro funzione.
                I cavalieri costituivano la seconda casta per importanza; il più coraggioso e autorevole tra loro veniva riconosciuto come Re18 e gli altri, che erano anche proprietari terrieri, costituivano l’esercito che annoverava anche le loro donne.
                Si addestravano continuamente nell’uso delle armi e seguivano certi insegnamenti dei bardi che consentivano, durante la battaglia, di entrare in uno stato di furiosa alterazione che i Romani chiamavano in latino furor gallicus: spogliandosi e brandendo le loro armi, affrontavano il nemico in uno stato di trance terribile e furiosa. All’inizio le legioni di Roma erano intimorite da questi atti di folle audacia, dall’alta statura dei cavalieri celtici e dalla loro prestanza fisica. Ben presto però i Romani capirono che questi attacchi scoordinati che imitavano l’aggressività dell’orso potevano facilmente essere respinti dalla disciplina e dall’arte militare. L’orso era l’animale che rappresentava i cavalieri, il cinghiale quello della casta dei druidi19; così nella tradizione celtica si ritrovano due importanti simboli iperborei.
                Il cinghiale allude all’isola Vārāhī, la terra artica da cui si dice che i Druidi (Tuatha Dé Danann) siano arrivati, mentre l’orso rimanda all’Orsa Maggiore, la costellazione del polo settentrionale.
                A completamento della società celtica vi erano la casta degli uomini liberi, artigiani e commercianti e quella dei servi e dei contadini.

                Gaṇapati

                1. Storico greco (180-240 d. C.).[↩]
                2. Il termine gimnosofisti o ginnosofisti, deriva dal latino Gymnosophistae e, a sua volta, dal greco Gynmnosophistaί (Γυνμνοσοϕισταί), traducibile con “sapienti nudi” (sophistái gymnói). Secondo quanto si ricava dalle fonti storiche greche, erano gli indiani che conducevano vita ascetica e filosofica, ossia coloro che erano dediti allo Yoga; essi furono scoperti dall’esercito di Alessandro Magno quando si diresse in India durante la sua campagna militare che lo condusse ai confini del mondo conosciuto [N. d. T.].[↩]
                3. Come si può notare, Diogene Laerzio usò il nome della casta sacerdotale per definire l’intero popolo celtico.[↩]
                4. Storico e geografo greco (135-51 a.C.).[↩]
                5. San Clemente di Alessandria, teologo e filosofo greco (150-215 d.C.).[↩]
                6. L’interpretazione filologica comune, che pretende di tradurre questo termine con “la tribù della dea Dana”, è errata in quanto non vi è alcun riferimento ad alcuna divinità dell’intera mitologia celtica di quel nome.[↩]
                7. F. Le Roux e C.J. Guyonvarch, I Druidi, Genova, Ecig, 1990, p. 392. [La battaglia di Mag Tuired è il nome di due saghe del “Ciclo mitologico”, uno dei quattro cicli principali della mitologia irlandese, descriventi le battaglie combattute dal popolo divino dei Túatha Dé Danann per ottenere il controllo dell’Irlanda. Nonostante il nome in comune, la tradizione colloca il luogo fisico dei due scontri in diverse località dell’antico regno del Connacht: la prima battaglia si consumò presso Cong, nella contea di Mayo, al confine con la contea di Galway; la seconda si svolse a Lough Arrow, nella contea di Sligo. Delle due, è soprattutto la seconda saga quella più ricca di informazioni, costituendosi, di fatto, quale testo fondamentale per la conoscenza della mitologia celtico-irlandese. N. d. T.].[↩]
                8. Questo episodio ricorda quello dell’accecamento del ciclope Polifemo per mano di Ulisse, come narrato nell’Odissea. Inoltre, Polifemo era il figlio di Poseidone, il dio più importante di Atlantide.[↩]
                9. Gli Arimaspi erano un popolo leggendario di cui fa cenno anche Plinio il Vecchio, abitanti in un territorio posto a nord-est della Grecia. Avevano la particolarità di avere un unico occhio e per questo venivano chiamati anche uomini monocoli e assimilati ai ciclopi. Secondo Erodoto, che cita un poema sugli Arimaspi di Aristea di Proconneso, il loro territorio si trovava tra quelli degli Iperborei e degli Issedoni, probabilmente nel nord della Scizia e quindi tra i monti del Caucaso ed il Mar Nero. Sono spesso rappresentati mentre combattevano con i grifoni (guardiani delle miniere) per il possesso dell’oro (o del miele).[↩]
                10. M. Dillon, Early Irish Society, Dublin, The Three Candles, 1954.[↩]
                11. Una pianta parassita che cresce sugli alberi. Produce piccoli frutti bianchi con la polpa costituita da un liquido viscoso. Il vischio è citato anche da Virgilio (Eneide, VI, 136-141 e 201-209): prima di discendere nell’Ade (il mondo dell’Aldilà), Enea scelse un ramo di vischio da una quercia che conferisce il permesso d’entrare negli inferi e uscirne ovvero “risorgere”, allontanando i demoni e conseguendo l’immortalità. J. Brosse, Mitologia degli alberi, Milano, Rizzoli 1994 pag.88.[↩]
                12. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVI, 249-251; Plinio fu un famoso naturalista e storico romano.[↩]
                13. Chi presta servizio al guru o a Dio.[↩]
                14. Giulio Cesare, De bello gallico, VI,14; tra il 58 e il 51 d.C., Cesare conquistò e soggiogò l’intera Gallia (l’odierna Francia).[↩]
                15. Purohita in India era il sacerdote di famiglia o cappellano domestico. Se ne intende l’importanza ove si pensi alla molteplicità delle osservanze e pratiche giornaliere, periodiche e di circostanza che costituiscono il corpo rituale attraverso cui si esprime il sentimento religioso [N. d. T.].[↩]
                16. File, plurale filid, poeta: nome irlandese del druida specializzato in pratiche magiche, divinatorie e in tutti i campi dell’attività intellettuale. Il file è etimologicamente un veggente e può accedere alla scrittura, contrariamente a quanto accade al bardo, il cantore di versi alla corte del re [N. d. T.].[↩]
                17. Oliver Cromwell (Huntingdon, 25 aprile 1599 – Londra, 3 settembre 1658) condottiero e dittatore protestante inglese. Dopo essere stato alla testa delle forze che abbatterono temporaneamente la monarchia inglese, instaurando la repubblica del Commonwealth of England, governò sull’Inghilterra, Scozia e Irlanda con il titolo di Lord Protettore, dal 16 dicembre 1653 fino alla morte, avvenuta probabilmente a causa di malaria. Dopo la sepoltura la sua salma fu riesumata e sottoposta al rituale dell’esecuzione postuma. Le imprese belliche di Cromwell lo hanno reso molto impopolare in Irlanda e Scozia, due nazioni prima indipendenti e che durante le guerre civili caddero a tutti gli effetti sotto il dominio inglese. In particolare, la brutale repressione delle forze realiste perpetrata da Cromwell in Irlanda nel 1649 ha lasciato un ricordo vivo ancora oggi nella memoria degli irlandesi. Fino a che punto volesse spingersi Cromwell nelle repressioni è argomento controverso. Non c’è dubbio che in generale considerasse gli irlandesi come nemici, tanto è vero che giustificò il saccheggio di Drogheda come ritorsione contro i massacri di protestanti avvenuti nell’Ulster nel 1641, spingendosi fino a definire il massacro come: “Il solenne giudizio divino contro questi vili barbari, che si sono macchiati le mani di sangue innocente”. Inoltre, si racconta di molte chiese cattoliche, come la cattedrale di Kilkenny, profanate e trasformate in stalle. Queste notizie che evidenziano attacchi diretti contro l’Autorità spirituale e il Potere temporale sembrano confermare la matrice antitradizionale dei piani di Cromwell [N. d. T.].[↩]
                18. In Gallia, tuttavia, al tempo della conquista di Cesare, la maggior parte dei regni celtici erano governati da oligarchie di cavalieri.[↩]
                19. Ritroveremo questa connessione più avanti quando tratteremo dell’influenza della tradizione celtica durante il Medioevo europeo. Infatti, nella saga medievale, Re Artù (gr. arktos, orso; sskrt. ṛkṣa) era un discepolo del suo purohita di corte, il druido Merlino, noto come “il cinghiale di Brocelandia”.[↩]

                19. Roma: dal regno all’Impero

                  Roma: dal regno all’Impero

                  Alle origini Roma fu governata da sette Re che costituiscono il trait d’union fra la realtà mitica e il divenire storico; per tal motivo queste figure emblematiche sono paragonabili, sotto diversi aspetti, ai sette Manu1 purāṇici dell’India, poiché ognuno di loro ha dotato lo Stato d’una sua legislazione. Questi governanti ricordano anche i sette ṛṣi2 e i sette pianeti corrispondenti alle diverse scienze che si sono sviluppate durante i loro regni. L’ultimo re, Tarquinio il Superbo, è passato alla storia per la crudeltà della sua tirannia e per questo motivo il Senato e il popolo romano si sollevarono e lo bandirono dalla città. Lo Stato da quel momento fu radicalmente trasformato in una Repubblica.
                  Il titolo di Rex (Re) rimase, ma come carica suprema che esprimeva la sola autorità sacerdotale, quindi privato di qualsiasi potere temporale. Al posto del Re come sovrano temporale, furono eletti due Consoli; uno era espressione della casta patrizia, l’altro di origine plebea: questa soluzione si proponeva di fare in modo che i consoli potessero controllarsi l’un l’altro e scongiurare così il pericolo di ricadere in un’altra tirannia. Inoltre, il mandato consolare aveva una durata di un solo anno. Questo cambio di regime ricevette l’approvazione autorevole dell’Oracolo di Delfi. Come si può notare, la religione dei Romani, che era di origine pitagorica, aveva molte somiglianze con quella dei greci. Le due religioni avevano in comune diversi santuari e si riconoscevano l’un l’altra; inoltre, sia i greci sia i romani si rispettavano e si riconoscevano reciprocamente non barbari. Lentamente, nel corso dei secoli, il patriziato dovette cedere maggiori poteri amministrativi ai plebei, specialmente alla classe dei guerrieri (cavalieri, lat. Equites, sskrt. Kṣatriya). Pur mantenendo il pieno controllo del Senato e delle funzioni sacerdotali, i patrizi con il ridimensionamento del potere temporale del Re e il depotenziamento degli uffici sacri, subirono una graduale perdita della loro supremazia, che cercarono di compensare con il rafforzamento della loro egemonia nell’esercito, che costituiva la spina dorsale della Repubblica romana. Infatti, la coorte di cavalieri d’élite era formata da giovani patrizi, mentre il resto della cavalleria era l’espressione degli Equites. La fanteria dell’esercito romano, ben organizzato, ben addestrato e disciplinato era, invece, composta da uomini liberi. L’arte e la scienza della strategia e della tattica raggiunsero valori così alti che nessun esercito in Europa, Africa e Asia occidentale avrebbe potuto eguagliarle.

                  A Roma, la religione era chiaramente distinta in essoterismo ed esoterismo. L’essoterismo corrispondeva ai rituali familiari e pubblici; spesso si avvaleva di sacrifici collegati a eventi cosmici o a celebrazioni della Repubblica. L’esoterismo non doveva nascondersi per paura di persecuzioni o restrizioni da parte dei culti pubblici, come accadde nelle religioni di origine semitica. Semplicemente, le diverse sādhanā che, come in Grecia, avevano la forma di Misteri, mantenevano una certa riservatezza, in modo che i rituali non fossero sconsacrati dalla presenza di profani o curiosi. I patrizi che desideravano ricevere la dīkṣā, avevano a loro disposizione i Misteri pitagorici, di cui abbiamo già parlato in precedenza3. Le Matrone, le signore patrizie, ricevevano l’iniziazione ai Misteri della Bona Dea, di antica origine latina.
                  Per i plebei c’erano iniziazioni (anch’esse d’origine pitagorica) caratterizzate dalle loro arti e mestieri. L’iniziazione cavalleresca aveva una gerarchia di tipo militare. Il generale (dux, inglese duke, duca) che eseguiva anche la funzione iniziatica di maestro (guru), aveva il titolo di Imperator (Imperatore). Al di sotto di questa funzione i suoi facenti funzione (upaguru) erano chiamati principi (principes), mentre gli iniziati (upāsaka4)più avanzati ai misteri cavallereschi avevano il titolo di compagni (o conti) dell’Imperatore (Comites Imperatoris). I neofiti erano detti “tirocinanti” (tirones).
                  La fanteria era organizzata in compagnie di tipo religioso (sodalicia). Ogni compagnia aveva la sua organizzazione iniziatica diretta da sacerdoti di rango inferiore. Allo stesso modo i mercanti, i professionisti e i contadini erano raggruppati in confraternite simili (sodalicia), all’interno delle quali si poteva ricevere un’iniziazione professionale. Gli artigiani invece erano ordinati in collegi (collegia fabrorum), la cui organizzazione era molto simile a quella indiana delle śreṇi5. Alla testa di un collegium c’era un maestro delle arti (magister atrium, sanscrito śilpācārya, sthapatī) o primo capo (princeps). I discepoli progrediti erano chiamati compagni (sodales, sskrt. karmasārathi, takṣaka) e gli apprendisti, tirones (sanscrito upaśikṣa, vardhakī).

                  La religione dei Romani rimaneva comunque molto aperta ai culti degli altri popoli, specialmente nei confronti dei Misteri dei greci. Molti giovani romani delle classi superiori erano soliti recarsi in Grecia per ricevere l’iniziazione ai Misteri Eleusini, Orfici, Kabiri o Dionisiaci6; questa tendenza aumentò quando Roma conquistò la Grecia nel 230 a.C. Mentre Roma stava acquisendo sempre nuovi territori, le religioni dei popoli vinti erano progressivamente integrate nel Pantheon romano. Così avvenne che a Roma, capitale dell’Impero, si trasferirono rami dei Misteri Isiaici provenienti dall’Egitto, i Misteri Mitraici dalla Persia, i Misteri Caldei della Mesopotamia meridionale, i Misteri di Cibele (in latino Magna Mater) dalla Frigia, quelli di Baal dalla Siria, ecc. Nel I secolo a.C. a Roma e nelle principali città dell’Impero si annoveravano persino comunità Brāhmaṇa hindū e Śramaṇa buddhisti7. A Roma furono costruiti templi per tutte le religioni che erano venute in contatto con l’Impero; inoltre vi erano diffuse, come pure in tutte le altre città dell’Impero, numerose comunità ebraiche. Ma il tipico esclusivismo delle religioni semitiche8, basato sulla convinzione che il proprio Dio è l’unico ad essere vero, fu sempre di ostacolo all’integrazione dei loro culti nel Pantheon romano9. Per questa ragione i Romani non potevano sopportare gli ebrei che si consideravano il “popolo eletto di Dio” e ritenevano che la loro religione fosse l’unica veritiera. Roma dunque adottò una politica particolarmente severa per gestire la “questione giudaica”: nel 70 d. C. i Romani devastarono il vassallo regno giudaico, distrussero il Tempio di Yehovah10 a Gerusalemme e dispersero gli ebrei deportandoli in tutte le province del loro vasto Impero.
                  Anche le divinità celtiche, l’iniziazione druidica e la religione di Cartagine non furono del tutto ben accette a Roma, perché quelle popolazioni che i romani chiamavano i galli e i cartaginesi erano gli unici nemici che avessero rappresentato una seria minaccia alla sopravvivenza della Città11.
                  Cartagine, che si trovava sulla costa settentrionale dell’Africa, dopo tre sanguinose guerre, fu definitivamente sconfitta dai Romani e completamente distrutta. Invece la Gallia e la Britannia (attualmente Francia e Inghilterra), conquistate da Giulio Cesare e Claudio12, si latinizzarono rapidamente. I Romani riconoscendo che la religione dei celti e gli insegnamenti segreti dei loro Druidi erano molto simili al Pitagorismo, rispettarono la tradizione dei celti, ma non se ne curarono mai molto perché consideravano i galli una popolazione barbara e potenzialmente ostile.

                  Ovunque il dominio di Roma arrivasse, lì veniva stabilita la Pace Romana (Pax Romana). La cittadinanza veniva concessa in molti dei regni conquistati e così i membri della classe equestre straniera andavano a rafforzare l’esercito. Per molti secoli all’interno dell’Impero non ci furono più guerre da combattere e quindi lo Stato prosperò. Nel primo secolo d.C. la città di Roma raggiunse i quattro milioni di abitanti. La capitale, come anche altre città, era adornata con splendidi templi e palazzi.
                  Strade lastricate collegavano tutte le province e ovunque gli acquedotti convogliavano l’acqua dalle montagne alle case private delle famiglie, ai pozzi e le fontane pubbliche. Fu in questo periodo di splendore che lo spirito austero dei Romani cominciò a rammollirsi e a corrompersi, soprattutto a causa dell’influenza dello stile di vita greco. La lotta tra le classi sociali germinò proprio per la suggestione esercitata della democrazia ateniese. Fu così che i gradi più alti fra gli iniziati ai Misteri Pitagorici unirono le loro forze a quelle dell’iniziazione cavalleresca e si formò un circolo culturale e intellettuale attorno al cavaliere Mecenate13 che raccoglieva i più grandi poeti pitagorici come Virgilio14, Orazio, Properzio e Tibullo. Costoro indussero il patrizio Augusto, capo dell’esercito romano (Imperator) e nipote di Giulio Cesare, a sovrapporre la sua autorità di comandante dei cavalieri alla diarchia dei due capi di stato, i consoli: da quel momento il titolo di Imperatore acquisì il suo attuale significato di capo supremo dell’Impero. Questo non fu in realtà un colpo di stato come si potrebbe pensare, perché lo Stato, in quanto entità civile, accettò di sottomettersi volontariamente a un’autorità iniziatica che era riconosciuta e rispettata per la sua natura superiore15. L’Imperatore, oltre ad essere il capo di tutte le organizzazioni iniziatiche romane e Comandante in Capo dell’Esercito, era anche Rex Sacrorum e Pontifex Maximus. Pertanto, questa riforma rappresentava in un certo senso una sacralizzazione dello Stato e il ripristino dell’antico Regno romano. Solo il Senato fu autorizzato a mantenere il suo potere di controllo al fine di impedire all’Imperatore una deriva autoritaria che avrebbe potuto condurlo alla tirannia. Con Augusto (63 a.C. – 14 d.C.) e la sua dinastia imperiale Giulia, Roma raggiunse la sua massima potenza e splendore.

                  D. K. Aśvamitra

                  1. Colui che pensa, l’uomo archetipale, il primo uomo, la specie umana, l’uomo vero, immagine riflessa del Brahman che si esprime come Legislatore primordiale e universale; non si tratta di un personaggio né di un mito, ma del Principio prototipo dell’Uomo che rappresenta la funzione ordinatrice dell’Intelletto universale che dà la legge (Dharma) a un ciclo. In questo caso si tratta dei sette Legislatori che regolano i sette manvantara: Svāyambhuva (a Lui è attribuito il Codice di Manu), Svārociṣa, Uttama, Tāmasa, Raivata, Cākṣuṣa, Vaivasvata. Quest’ultimo, nato dal Sole, è il progenitore dell’umanità di questo manvantara [N. d. T.].[↩]
                  2. Ṛṣi, letteralmente “veggente”. Saptarṣi, i sette saggi o cantori ispirati sono i Veggenti che riescono a “udire” le vibrazioni sonore primordiali, trasmettendone l’insegnamento negli inni sacri denominati Veda [N. d. T.].[↩]
                  3. Cfr. Capitolo 12.[↩]
                  4. Letteralmente “meditanti” [N.d.T.].[↩]
                  5. Vivevano di commercio e di armi [N. d. T.].[↩]
                  6. Cfr. Capitolo 11.[↩]
                  7. Śramaṇa (sanscrito श्रमण) significa “colui che lavora, si affatica o si sforza (per uno scopo superiore o religioso)” o “cercatore, uno che compie atti di austerità e ascetismo”. Il termine si applica a diversi movimenti religiosi indiani che si sono separati dalla religione vedica. L’uso del termine śramaṇa è frequente nel Jainismo, nel Buddismo [N. d. T.].[↩]
                  8. Le religioni monoteiste ebraiche, cristiane e musulmane sono tutte di origine semitica.[↩]
                  9. Pantheon significa “tutti gli dei”. Nome di un tempio ancora esistente a Roma, dove erano riuniti le murti (le immagini) di tutti gli Dei adorati nei territori dell’Impero. [Una cosa analoga avveniva nella Ka’ba preislamica, che poi con l’avvento della nuova religione fu considerata un ricettacolo di idoli da eliminare del tutto N. d.T.].[↩]
                  10. Nella Bibbia Dio dichiara: “Io sono Yehovah. Questo è il mio Nome; e non darò a nessun altro la mia propria Gloria” (Isaia 42.8). Yehovah è una ricostruzione fonetica per poter leggere le quattro consonanti ebraiche יהוה (YHWH, leggi Yavé) che rappresentano il nome divino, la cui vera pronuncia è andata perduta a causa della perdita delle tribù sacerdotali, durante la Diaspora [N. d. T.].[↩]
                  11. I due casi di maggior pericolo per Roma furono il saccheggio della città ad opera del generale celtico Brenno, nel 390 a.C. prima di essere respinto e sconfitto in battaglia; e l’assedio posto da Annibale nel 211 a.C.[↩]
                  12. Giulio era il nome della famiglia (gotra) di Cesare che era diretto discendente di Julus, figlio dell’eroe troiano Enea. Il nome di Cesare divenne così prestigioso che fu usato come sinonimo per definire “l’Imperatore” in due lingue: in tedesco Kaiser e in russo Zar. L’Imperatore Claudio conquistò l’attuale Inghilterra nel 43 d.C.[↩]
                  13. Gaio Cilnio Mecenate (in latino: Caius Cilnius Mæcenas; Arezzo, 15 aprile 68 – 8 a.C.), nato da un’antica famiglia etrusca, fu un influente consigliere, alleato ed amico dell’imperatore Augusto [N. d. T.].[↩]
                  14. Virgilio fu il guru di quel gruppo di poeti pitagorici e l’Eneide divenne l’epopea del passato di Roma. Il poema, accompagnato da insegnamenti dottrinali, simboli e iniziatici, racconta le origini troiane della città di Roma. La fama magistrale di Virgilio fu riconosciuta per molti secoli. Per questo motivo Dante Alighieri scelse Virgilio come guida per il suo viaggio nei tre mondi.[↩]
                  15. L’unico esempio storico comparabile fu quando il Dalai Lama, la più alta autorità iniziatica del Buddhismo Vajrayāna, fu riconosciuto superiore al Re del Tibet, diventando così il capo di quello Stato. La differenza è che mentre il Dalai Lama è un monaco, l’Imperatore romano era un generale.[↩]

                  18. Le origini di Roma

                    Le origini di Roma

                    Quando i Greci conquistarono e distrussero Troia con il fuoco, Enea fuggì portando con sé sia le immagini delle Divinità protettrici della città sia i simulacri degli antenati.
                    Dopo aver attraversato il mare tra mille pericoli, il principe troiano sbarcò sulle rive del Lazio, una regione dell’Italia centrale. In altri tempi, si era rifugiato lì anche l’antico Dio Saturno, dopo essere stato spodestato dal figlio Giove all’inizio dell’Età dell’Argento. Saturno, il Re degli Dei dell’Età dell’Oro, rimase ivi nascosto e continuò a esercitare la sua influenza e governare in quella parte d’Italia: infatti, Lazio significa “latente”, “nascosto” e in quei luoghi, grazie alla presenza di Saturno, l’Età dell’Oro continuò per molti altri secoli, malgrado che i popoli vicini, già coinvolti nella decadenza dei cicli dell’Argento, del Bronzo e del Ferro, ignorassero tale portentosa prosecuzione.
                    Con il passare del tempo, Saturno divenne il saggio Re dei latini che mantenne per secoli il suo regno nella massima prosperità e pace. Alla sua morte gli succedette una dinastia di sovrani e, al tempo in cui Enea arrivò nel Lazio, il Re dei Latini era Latino.
                    L’eroe troiano fu accolto con grande generosità dalla popolazione locale e prese la figlia del Re come sua consorte.

                    Tuttavia, l’arrivo di navi cariche di guerrieri troiani, richiamò l’attenzione e suscitò l’ostilità delle altre popolazioni italiane che da questo evento si sentivano minacciate. Perciò Enea dovette affrontare una guerra che alla fine gli consentì di pacificare tutto il Lazio. Troiani e Latini fraternizzarono fondando così una nuova nazione. Il figlio di Enea, Julus1, decise di fondare una nuova città che sarebbe diventata la capitale del novello regno latino-troiano. Fu miracolosamente condotto sul sito dove sarebbe stata fondata la città da una femmina bianca di cinghiale (śvetā Vārāhī), confermando le origini iperboree della sua tradizione. Le immagini degli Dei Troiani e degli antenati furono conservate in un tempio: così la nuova città di Alba Longa (“la Grande Bianca”) divenne ritualmente la seconda Troia.
                    Dopo alcune generazioni Amulio2, l’usurpatore del trono di Albalonga, obbligò sua nipote Rea Silvia a diventare una sacerdotessa della Dea Vesta perché voleva che rimanesse vergine: una profezia infatti aveva predetto che sarebbe stato ucciso dai figli di Rea Silvia.
                    Ma Rea Silvia fu visitata nel tempio di Vesta da Marte, Dio della guerra, e diede alla luce due gemelli, Romolo e Remo. Il re usurpatore ordinò la morte della nipote e che i gemelli venissero abbandonati nel fiume Tevere; ma i due bambini furono salvati e allattati da una lupa.
                    Quando divennero adulti, Romolo e Remo uccisero Amulio e decisero di fondare una nuova città: Roma. A seguito di questo, i fratelli si contesero il trono della nuova città, ma alla fine Romolo uccise Remo e assunse il potere.

                    Romolo divise i suoi sudditi in due categorie: quella dei Patrizi e quella dei Plebei.
                    I Patrizi erano la casta da cui provenivano i sacerdoti, i guerrieri e tutti gli amministratori dello Stato. I Plebei erano divisi in tre sottocategorie: i cavalieri (equites) che costituivano i fianchi dell’esercito formato dai patrizi; gli uomini liberi (liberi) che erano commercianti, contadini e artigiani; e la classe degli schiavi (servi), che erano al servizio delle altre tre classi superiori.

                    Mentre i Patrizi erano tali per nascita, nelle altre tre classi potevano aver luogo alcuni avanzamenti o retrocessioni. Ad esempio, se alcuni schiavi compivano delle azioni nobili, potevano essere liberati dai loro padroni e così venivano a far parte degli uomini liberi. I debitori insolventi, al contrario, potevano decadere alla condizione degli schiavi e finire al servizio di un padrone. La famiglia patrizia (patricia familia) era formata dal padre della famiglia (pater familias) e dalla matrona, sua moglie, dai loro figli, da parenti meno importanti, da artigiani, contadini, impiegati e servitori della famiglia chiamati clienti. Il pater familias, anche se non aveva un ufficio sacerdotale pubblico, era il sacerdote della sua stessa famiglia, eseguiva i sacrifici agli Dei, curava il culto degli antenati ed era il Re della sua famiglia, con il potere di vita e di morte sui suoi membri.
                    Tutte le famiglie (sskrt. kula) che discendevano da uno stesso antenato formavano una gens (sskrt. gotra). Quindi un patrizio (patricius) aveva il suo nome personale, il cognome della sua famiglia e il nome della gens.

                    Romolo aveva fondato Roma accogliendo persone provenienti da tre diverse popolazioni italiche, i Latini, i Sabini e gli Etruschi. Pertanto, l’intera popolazione romana era divisa in tre comunità (tribù, significa triplice divisione): i Ramni di origine latina, i Titii, di origine sabina, i Luceres, di origine etrusca. Ogni tribù era composta dalle quattro caste descritte sopra. Il rappresentante di una tribù di fronte al Re (Rex) era il Tribunus e la sua sede era chiamata tribunale. Ogni tribù eleggeva un centinaio di patrizi anziani e questi trecento anziani (senatores) elaboravano le leggi e le presentavano al Re per la promulgazione. Il Re era il Sommo Sacerdote, il Capo dello stato e il Capo dell’esercito.

                    Il primo Re, Romolo, fu per lo più un uomo d’armi che, fin dalla fondazione della città, aveva dato una connotazione militare alla sua nazione. In seguito sarebbe diventata la caratteristica principale di Roma per tutto il corso della sua storia. I Romani dunque erano un popolo di guerrieri, disciplinati, leali, severi, coraggiosi e con un alto senso della giustizia. Altro dato significativo era che non erano tanto inclini alla speculazione filosofica come i greci.
                    Remo e Romolo rappresentano la mitica coppia di gemelli di cui uno è mortale e l’altro immortale, come Nara e Nārāyaṇa in India e i Dioscuri3 in Grecia. Infatti, Romolo, all’apogeo della sua gloria, fu assunto in cielo con il suo corpo e divenne un Dio con il nome di Quirino. Per questo motivo gli abitanti di Roma erano anche conosciuti come Quiriti. Romolo fu il primo dei sette Re della città; il suo successore fu Numa, il legislatore e il fondatore della religione romana4. Numa era discepolo di Pitagora e riformò l’antica religione troiano-latina sulla base della dottrina pitagorica e in quest’opera fu assistito da sua moglie, la Dea Egeria.
                    Anzitutto, Numa costruì il tempio al Dio Giano, il Dio delle porte, della conoscenza, dell’iniziazione, della rimozione degli ostacoli (simile, dunque, a Ganeśa). Il mese che “apre” l’anno fu chiamato Januarius (oggi gennaio) in onore di questo Dio.
                    Numa consacrò lo Stato romano a tre divinità principali: Giove, Dio sacerdotale, Marte, Dio guerriero e Quirino (Romolo), il Dio atavico degli abitanti di Roma.
                    Affidò poi il culto di queste tre divinità a tre ordini di sacerdoti chiamati flamines (che ha la stessa etimologia del sanscrito Brâhmaṇa), a cui delegò il suo potere regale nel dominio del Sacro (Rex sacrorum). Rimase centrale il culto di Vesta, la dea del fuoco sacro, mai spento nel tempio dedicato agli antenati romano-latino-troiani. Fissò anche un calendario luni-solare di dodici mesi, specificando le date favorevoli per i sacrifici animali, le oblazioni vegetali e le feste in onore degli dei.
                    Per il culto popolare istituì l’ordine sacerdotale minore dei pontefici, presieduto dal Pontefice Massimo (Pontifex Maximus). Pontifex significa “colmare” [una distanza, n.d.T.] tra uomini e Dei (lo stesso concetto di tīrthaṃkara)5. Per tutta la durata dell’Impero, tutti i sacerdoti romani erano di discendenza patrizia. I patrizi romani (patricii) ricevevano l’iniziazione ai Misteri Orfico-Pitagorici, di cui abbiamo già parlato nei capitoli precedenti. Allo stesso modo le matrone (matronæ), venivano iniziate ai Misteri della Bona Dea (Bona Dea) riservati solo alle donne. Nei quaranta anni del regno di Numa, la bellicosa città di Roma rimase sempre in pace.

                    D. K. Aśvamitra

                    1. Da Julus discese la gens Julia (nome di un clan, sskrt. gotra) che in seguito fu rappresentata da figure importanti come Giulio Cesare e Augusto, il primo Imperatore romano.[↩]
                    2. Era figlio del re di Albalonga, Proca, e fratello minore di Numitore. Amulio ignorò le disposizioni del padre che aveva indicato Numitore suo successore come Re di Alba Longa e ne usurpò il regno. Uccise, quindi, tutti i figli maschi di Numitore durante una battuta di caccia e fece della figlia femmina del fratello, Rea Silvia, una Vestale, cercando di impedirle così di avere una discendenza. Ma la giovane donna era predestinata a diventare la madre di due gemelli, Romolo e Remo, concepiti con il dio Marte. Amulio imprigionò la sacerdotessa ed ordinò che i due gemelli fossero gettati nel fiume Tevere, ma il fato volle che i due gemelli si salvassero e fondassero Roma. Divenuti adulti spodestarono Amulio rimettendo sul trono di Albalonga il legittimo re Numitore. Romolo e Remo, ormai cresciuti, un giorno furono assaliti dai banditi, i quali volevano vendicarsi dei bottini più volte perduti, a causa delle scorribande dei due gemelli. Romolo si difese energicamente, ma Remo fu catturato e condotto di fronte al re Amulio, con l’accusa di furto e di aver compiuto numerose scorribande nelle terre di Numitore. Per tali motivi fu consegnato a quest’ultimo. Nel frattempo, Faustolo aveva raccontato a Romolo delle loro origini e del sangue reale. Romolo radunò allora un gruppo consistente di compagni contro Amulio, potendo anche contare su Remo, che era stato liberato dallo stesso Numitore; Aiutati da un gruppo di pastori, i due ragazzi uccisero Amulio [N. d. T.].[↩]
                    3. Dioscuri mitici figli di Zeus (Διὸς κοῦροι), di nome Castore e Polluce, generati insieme con Elena dall’uovo di Leda, congiuntasi con Zeus trasformato in cigno. Compivano le loro gesta sempre uniti: Castore domatore di cavalli, Polluce valente nel pugilato. Ambedue furono considerati divinità benefiche e salvatrici. Erano anche protettori dei naviganti nelle burrasche. Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio. Il mito più popolare fu il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi; Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vissero alternatamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e a Roma. La festa annua in Roma in onore dei Dioscuri si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a. C.), cui, secondo la leggenda, presero parte [N. d. T.].[↩]
                    4. È interessante notare che Numa è un anagramma del nome di Manu.[↩]
                    5. Tīrthaṅkara è un illuminato che ha vinto il saṃsāra (ciclo di nascita e morte), lasciando dietro di sé un sentiero che gli altri possono seguire [N. d. T.].[↩]

                    17. Gnosi e gnosticismo

                      Gnosi e gnosticismo

                      Nella lingua greca antica, con gnosi (γνῶσις, leggi gnòsis) si intendeva la conoscenza acquisita attraverso il percorso del sentiero iniziatico dei Misteri. La parola è correlata al termine sanscrito jñāna1sia per l’etimo sia per il senso, dunque, era considerata sinonimo di sophia (σοφία, leggi sofìa), “saggezza” o “sapienza”. La gnosi era anche contraddistinta dal metodo intellettuale e discriminatorio usato per raggiungere questa saggezza, e in tal senso, può essere ben resa in sanscrito dal termine Brahmavidyā2. Lo Gnostico (γνώστης, leggi gnòstes, sskrt. jñāni) era perciò un uomo che veniva preparato teoricamente con la filosofia e, dopo essere stato iniziato ai Misteri, poteva raggiungere la vera conoscenza attraverso l’indagine intellettuale (jñānaśakti vicara) piuttosto che attraverso sacrifici, rituali o devozione. L’approccio cognitivo degli gnostici procedeva per sintesi, cioè trascendeva la conoscenza analitica della molteplicità, considerata falsa conoscenza; ma con la decadenza dell’antica religione greca e dei suoi percorsi iniziatici (sādhanā mārga) di forma misterica, a causa di una nuova commistione con culture e tradizioni non greche, nel periodo dell’Ellenismo si finì per confondere la sintesi propria alla gnosi con il sincretismo.

                      Con sincretismo si deve intendere l’identificazione di simboli e dottrine fra loro eterogenei, simili solo in apparenza e che così creano una confusione che ha solo l’apparenza di intellettualità: questa tendenza deviante è nota come gnosticismo. Per questo motivo si dovrebbe avere molta cura di non confondere lo gnosticismo con la vera gnosi3, sebbene nel periodo ellenistico il confine fra l’uno e l’altra fosse difficile da definire con chiarezza. Infatti, alcuni degli ultimi neoplatonici furono contaminati dall’influenza sincretistica dello gnosticismo.

                      Le comunità ebraiche sparse per tutto l’Impero Romano, avevano perso la conoscenza della loro lingua e alla fine adottarono come lingua il greco; per questo motivo, nel terzo secolo a.C. decisero di tradurre la Bibbia in questo idioma. Da quel momento l’influenza del pensiero greco si propagò nelle comunità ebraiche e lo gnosticismo prese vita da questo sincretismo culturale. La branca più antica dello gnosticismo nacque in Egitto, ai margini della religione ebraica, nella confraternita dei “Terapeuti”, comunità ebraica certamente derivata dall’ordine iniziatico degli Esseni4; si discuterà di loro più avanti, quando descriveremo la religione ebraica e la nascita del cristianesimo. Non sembra, tuttavia, che i Terapeuti fossero una saṃpradāya né che avessero guru, paramparā o alcun metodo iniziatico (prakriyā). Vivevano in povertà nel deserto, uomini e donne insieme, dedicandosi all’ascetismo e alla preghiera notturna fino all’alba. Fortemente influenzati dalla religione egizia, questi ebrei si dedicarono a coltivare la scienza medica, da cui deriva il nome con cui sono conosciuti; e sembra che questa scienza medica fosse molto simile alla teurgia neoplatonica.
                      È nell’alveo di questa comunità alessandrina che Filone Giudeo (20 a.C.-45 d.C.) elaborò le nozioni basilari dello gnosticismo, anche alla luce della filosofia greca da cui fu profondamente influenzato. Il suo sincretismo gnostico consisteva nel mescolare la filosofia greca (principalmente quella platonica) con il testo biblico rivelato: fu il primo a sostenere che i filosofi “pagani” potevano essere utili per spiegare il significato più profondo della Bibbia ebraica. In questo modo mescolò inestricabilmente il pensiero greco (incluso quello misterico) con una religione semitica, molto diversa e spesso incompatibile con la mentalità ellenica.
                      Sia la filosofia sia le dottrine iniziatiche dei greci erano sempre state aperte al confronto con qualsiasi dottrina sapienziale proveniente da altre civiltà. Al contrario, attraverso Filone, l’esclusivismo semitico usò la saggezza greca ed ellenistica per confermare la credenza che l’ebraismo fosse l’unica vera religione al mondo e che il suo Dio avesse scelto solo gli ebrei come “popolo eletto” tra tutte le nazioni della terra5. Nei secoli seguenti, i teologi cristiani seguirono l’esempio di Filone usando la saggezza greca per dare profondità e significato all’Antico Testamento e al Vangelo.

                      Lo gnosticismo ebraico non fu un movimento omogeneo: ogni comunità assunse posizioni dottrinali diverse, spesso in competizione e contrasto tra loro. Il cristianesimo delle origini risentì certamente dell’influenza gnostica, come si può capire leggendo il Vangelo di San Giovanni o le Epistole di San Paolo. Dopo la crocifissione di Gesù, si crearono molte divisioni nella neonata chiesa, con tendenze più o meno profondamente gnostiche. Così, ancor prima che il cristianesimo emergesse dal giudaismo e si costituisse come nuova religione autonoma, fu coinvolto dai i suoi membri gnostici in estenuanti dispute dottrinali. Vediamo ora brevemente quali sono le caratteristiche dello gnosticismo giudeo-cristiano, perlomeno quelle che si possono individuare dai pochi documenti che ci sono pervenuti. Come è già stato spiegato nei primi articoli di questa raccolta, le tradizioni occidentali, incluse le religioni semitiche, avevano in comune la struttura bipartita in esoterismo ed essoterismo.

                      L’esoterismo costituiva il dominio dell’iniziazione (dīkṣā) e l’essoterismo quello della religione per profani, vale a dire per i non iniziati (adīkṣita). È necessario ricordare sempre questa caratteristica sconosciuta all’Induismo, se si vogliono comprendere bene le tradizioni dell’Occidente e le ragioni della loro decadenza e corruzione, perché lo gnosticismo nasce proprio dalla confusione tra questi due domini e dalla divulgazione di insegnamenti riservati ai conoscitori (jñāni) a persone prive di qualificazioni intellettuali (anadhikāri). L’equivalente di ciò che sono i riti di ripetizione dei mantra e di meditazione furono distribuiti senza alcuna iniziazione preliminare; e banali questioni sociali e morali furono interpretate come fossero profondi segreti metafisici. Tra questi spicca il problema del “bene e del male” che ancora oggi turba le menti occidentali. Nelle religioni monoteistiche semitiche, una questione meramente comportamentale riguardante l’azione che produce pāpa6 e puṇya7, ossia il problema del “bene e del male”, è assurta al livello di una “pseudo metafisica”; e questo perché Dio e Satana sono considerati come entità irriducibilmente rivali. È vero che Dio ha creato Satana come angelo e che quest’ultimo si è ribellato contro di Lui; non si deve scordare però, per comprendere quanto stiamo cercando di esporre, che per queste religioni ciò che viene creato lo è in eterno: eterno, ma con un inizio. Pertanto, il male prodotto da Satana direttamente o indirettamente è eterno; anche l’inferno è eterno e l’anima che fa il male finisce all’inferno e resterà lì soffrendo per sempre8.

                      Come si può facilmente riconoscere, tutti i monoteismi di fatto sono dualisti. Lo gnosticismo, così come si manifestò nel giudaismo e nel cristianesimo, da un’influenza mal compresa del pensiero greco, rese dogmatico il dualismo, arrivando ad affermare che Dio, chiamato Abrasáx9, creò le Realtà spirituali, mentre il Demiurgo, spesso identificato con Satana, creò il mondo materiale: quindi Satana collabora con Dio nella creazione del mondo; per esempio, Dio crea le anime e Satana i corpi.
                      Dio è il Satana splendente prima della ribellione e Satana è il Dio oscuro di questo mondo manifestato. Molti gnostici arrivarono a considerare il Dio biblico come il Demiurgo (cioè Satana) e Gesù la sua proiezione umana sulla terra. Così, invece di trascendere il problema del bene e del male, si cercò di risolverlo mescolando il bene con il male, la verità con l’errore, la luce con l’oscurità. Da ciò ne consegue che paradossalmente si può raggiungere Dio con l’aiuto del diavolo; si possono conseguire meriti compiendo atti riprovevoli. Pecca fortiter: sembrerebbe che occorra “peccare molto” se si vuole ottenere la gnosi! Quindi, tutte le violenze contro il prossimo, tutte le depravazioni erotiche, tutti gli incantesimi più pericolosi, tutti i sacrilegi contro la religione, possono assurgere al ruolo delle preghiere più sublimi. La spiegazione di questi comportamenti aberranti è fornita da segreti, rivelazioni misteriose, simbolismo confuso, dottrine contraddittorie. E dietro a tutto ciò, riappare il connotato malvagio del Dio atlantideo dalla testa d’asino.

                      Pertanto, la letteratura gnostica che ci è pervenuta è difficile da valutare: a volte riproduce autentici insegnamenti pitagorici, platonici e biblici; a volte è un miscuglio di simboli difficili da interpretare, che fa pensare che la chiave di accesso sia andata smarrita, anche se spesso non c’è nulla a cui accedere; anzi, in molti casi si tratta solo di magia nera e stregoneria diabolica.

                      Le diverse correnti gnostiche si strutturarono in Chiese con propri patriarchi, vescovi e sacerdoti, e durarono per alcuni secoli finché le altre Chiese cristiane, dopo averle giudicate eretiche, le distrussero completamente.

                      Oggi, giocando sull’equivoco e in perfetta malafede, i propagandisti delle diverse Chiese cristiane, accusano tutti gli itinerari iniziatici basati sulla conoscenza (jñāna mārga) di essere gnostici. In questo modo cercano di sopraffare le altre religioni con cui dichiarano di voler “dialogare”. Ma è proprio la loro ostilità verso la conoscenza e l’intellettualità a smascherarli. Ciò dovrebbe pure far riflettere tutti sulla loro sincerità di fondo.

                      D. K. Aśvamitra

                      1. La conoscenza sintetica, diretta, immediata, senza intermediari; usato sia per indicare l’Intuizione dell’Assoluto, cioè la Conoscenza suprema metafisica sia anche per ogni tipo di intuizione parziale, come la percezione sensoria [N. d. T.].[↩]
                      2. Sinonimo di Parabrahman vidyā, la conoscenza del Supremo, l’Advaita Vedānta [N. d. T.].[↩]
                      3. Con Gnostes indichiamo qui quelli che aspiravano alla gnosi o che l’avevano raggiunta, mentre con Gnostici intendiamo i seguaci dello gnosticismo.[↩]
                      4. Una delle vie di iniziatiche del giudaismo che in seguito sarà conosciuta con il nome di Qabbalah.[↩]
                      5. Il loro esclusivismo in questo caso era solo unilaterale, perché né i greci né i romani prendevano sul serio queste affermazioni ebraiche sulla predilezione divina. Al contrario è stato proprio fra i popoli e le religioni semitiche che conflitti inconciliabili sono stati innescati a causa della pretesa reciproca dell’esclusività. Questo spiega secoli di aggressioni e odio fra ebrei, cristiani e musulmani che dura fino ad oggi.[↩]
                      6. Colpa, atto riprovevole [N. d. T.].[↩]
                      7. Risultato d’un atto meritorio, virtuoso [N. d. T.].[↩]
                      8. Per la verità nella Prima lettera ai Corinzi San Paolo dice: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge” (15.55-56). In una tradizione islamica (ḥadīth) si fa riferimento al fatto che alla fine l’inferno rimarrà vuoto e il suo fuoco verrà estinto. Con ciò riteniamo che si voglia prefigurare la possibilità di un passaggio “oltre la dualità”, seppure a ben vedere non completo perché i loka di riferimento (Inferno e Paradiso) non sembrano completamente riassorbiti nell’Unità; ma, invero, questa sarebbe l’unica possibilità di accordo tra la cosmologia e la metafisica [N. d. T.].[↩]
                      9. Abrasáx (ἀβρασάξ in greco) è un termine privo di significato. Il valore numerico delle lettere da cui è composto è 365, quindi forse il suo significato è “anno” [La parola Abraxás (o Abrasáx o Abracax), d’incerta etimologia, è stata ritrovata su pietre e gemme usate come talismani magici. Di origine gnostico-mitraica, rappresenta principalmente la mediazione fra l’umanità e il dio Sole. Presso la tradizione persiana arriva a simboleggiare l’unione/totalità fra Ahura Mazdā ed Arimane, ossia Bene e Male. N. d. T.].[↩]