L’Iliade

A conclusione di questa serie di articoli riguardanti l’antica Civiltà Greca trattiamo brevemente dei due poemi epici che di fatto divennero i Libri sacri di quei popoli. Si può affermare che la letteratura greca iniziò nel VIII secolo a.C. proprio con questi due componimenti epici, l’Iliade e l’Odissea, attribuiti a un poeta cieco di nome Omero di cui abbiamo poche e frammentarie notizie. Probabilmente era nato a Chio1, dove una compagnia di bardi (sskrt. kavi), chiamata “Omero”, era stata attiva per molti secoli.
Nel prologo dell’Iliade (Ἰλιάς, leggi Iliàs), il poeta afferma che fu lo stesso Zeus a scatenare la guerra. La spiegazione di questa importante affermazione si trova in un frammento del Cypria2 dove si narra che la Dea della Terra, gravata dal peso di un’umanità sempre più degenerata, chiese a Zeus di liberarla da questo fardello; così il Re degli Dei ascoltò la sua preghiera e scatenò un lungo e feroce conflitto per ridurre il numero dei malvagi.
L’Iliade racconta dunque di una guerra combattuta alla fine dell’Età del Bronzo (Dvāpara yuga) tra quei greci chiamati Achei3 (o in alcuni casi Micenei) e i Troiani, gli abitanti di Troia4, nota anche come Ilion (Ἲλιον, leggi Ílion). Troia era situata sulla costa occidentale dell’attuale Turchia e il conflitto si scatenò perché Paride, uno dei figli del Re di quella città, rapì la bella Elena5, moglie di Menelao, Re di Sparta e figlia di Zeus e di una delle sue amanti umane.
Menelao, per vendicare tale offesa e salvare Elena, chiese aiuto a tutti gli altri Re greci; riunì un enorme esercito, salpò con una potente flotta di oltre mille navi da guerra e, attraversato il Mar Egeo, raggiunse Troia. Agamennone, Re di Micene e fratello di Menelao, fu nominato capo (Re dei Re) della spedizione.
L’assedio di Ilio durò dieci anni; tuttavia Omero racconta solo gli ultimi cinquantuno giorni di guerra. Sul campo di battaglia gli eroi più illustri erano Achille per i Greci, ed Ettore per i Troiani. Achille, re dei Mirmidoni (le formiche)6, era il migliore tra tutti i guerrieri per coraggio e sete di gloria; era anche invulnerabile in qualsiasi parte del corpo con la sola eccezione del suo tallone sinistro7. Avendo ricevuto l’opportunità di scegliere tra una vita breve, ma gloriosa e una lunga, ma ingloriosa, Achille scelse la prima.

La città di Ilio era protetta da alte mura e contava su numerosi alleati. Il comandante in capo dell’esercito troiano era Ettore, l’amato figlio di re Priamo, coraggioso e risoluto nel suo dovere di combattere fino alla morte. Anche Ettore aspirava alla gloria, ma soprattutto desiderava salvare la città.
Pur sapendo di non poter vincere Achille, Ettore lo affrontò coraggiosamente in duello; venne ucciso e il suo cadavere barbaramente vituperato; ma alla fine Achille restituì il corpo del suo avversario al vecchio padre, il re Priamo. Il poema si chiude con l’accensione della pira funeraria di Ettore mentre Troiani piangevano la morte del loro eroe, consapevoli che la loro speranza di sopravvivere era venuta meno con la morte di lui. Pertanto, Omero non racconta la conquista e la distruzione di Troia.

Anche gli Dei dell’Olimpo parteciparono alla guerra: ognuno di loro prese le parti di uno dei contendenti, aiutando i propri devoti, finché Zeus li costrinse a fermarsi affinché il Destino (Niyati), a cui nessuno degli Dei poteva opporsi, si adempisse: Troia doveva essere distrutta.

Gli eroi di entrambe le parti avevano combattuto gloriosamente, sapevano che il loro dovere era quello di combattere; quindi non temevano il nemico e affrontarono la morte con valore, per compiere il loro svadharma e per essere ricordati dai posteri. L’unico episodio disonorevole fu la spedizione notturna che Odisseo, l’astuto Re di Itaca, condusse al campo nemico, massacrando i troiani dormienti.
Dai frammenti di opere antiche e dall’Odissea, sappiamo che Ilio fu conquistata con la frode8.
Odisseo, famoso per i suoi inganni, costruì un enorme cavallo di legno nel cui ventre fece nascondere un gruppo di guerrieri. Poi, fece smantellare l’accampamento dei Greci e salpare la flotta, simulando la ritirata e il ritorno in Patria, mentre il grande e misterioso cavallo di legno fu lasciato di fronte a Troia come dono alla Dea Atena, protettrice di Troia. Felici per la partenza dei Greci, i Troiani imprudentemente introdussero il cavallo con il suo fardello di morte nella città. Durante la notte i Greci uscirono dal cavallo e con i loro compagni che tornarono prontamente dal mare col favore delle tenebre, massacrarono gli abitanti addormentati e distrussero l’antica Ilio passandola a ferro e fuoco.
Solo Enea, figlio di Anchise, fratello cieco del re Priamo, e della Dea Afrodite, riuscì a sfuggire al massacro con un piccolo gruppo di troiani.
Dopo molte avventure, raggiunse l’Italia dove fondò Alba Longa, il primo nucleo di Roma. Così, la progenie dei Troiani continuò la sua gloriosa storia, dando origine a Roma, la città che in seguito si vendicò conquistando la Grecia e tutte le terre intorno al bacino del Mediterraneo.
È facile scorgere le somiglianze tra il racconto dell’Iliade e degli Itihasa9 indiani. Prima di tutto, la premessa: la Terra che si lamenta con il Re degli Dei per il peso del genere umano che deve sopportare. Zeus quindi inizia la guerra che porterà allo sterminio degli eroi dell’Età del Bronzo. Questo ricorda il seguente passaggio della smṛti:

Nella tenera età10, quando ancora non c’era paura e pericolo, il Dio primordiale Yama, si dedicò ai sacrifici in modo che nessuno morisse e le creature continuassero a moltiplicarsi. Tutte le creature si moltiplicarono: uccelli, bestiame, cavalli, fiere e uomini, crebbero in un numero sproporzionato11”.

Il testo continua descrivendo come quella moltitudine incontrollata opprimesse la Terra sotto il suo peso, obbligando Yama ad assumere il suo ruolo di Dio della morte. La terra quindi chiese l’aiuto di Viṣṇu e questi trasformato in un cinghiale, agganciò la Terra-Vārāhī con la sua zanna e la tirò su dal mare finché non riemerse.

La guerra fu motivata dal rapimento di Elena da parte del principe troiano Paride, fornendo il pretesto a Menelao di riunire tutte le tribù greche e organizzare la spedizione contro Troia. Questo ricorda il rapimento di Sītā da parte di Rāvaṇa e la spedizione organizzata da Rāma contro Laṅkā.
Dunque, anche gli Dei parteciparono alla guerra di Troia; così anche l’esercito di Śrī Rāma era formato da divinità camuffate da scimmie e orsi, mentre le truppe di Rāvaṇa erano costituite da rākṣasas e asura.
Occorre osservare a questo punto che nel racconto omerico i ruoli appaiono invertiti: infatti nell’Iliade la parte che rappresenta il dharma non corrisponde, come dovrebbe essere, alla città di Troia, alla Vārāhī della Tradizione Iperborea, ma agli achei atlantidei che invece dovrebbero rappresentare l’adharma. Al contrario nel Rāmāyaṇa, sono i demoniaci abitanti dell’isola oceanica atlantidea Laṅkā a essere sconfitti; così anche nel Mahābhārata, dove i greci dovrebbero corrispondere ai Kaurava e i Troiani ai Pāṇḍava.
Le battaglie e i duelli descritti nell’Iliade presentano molte somiglianze con quelli del Mahābhārata; anche nel poema sanscrito, gli Dei partecipano ai combattimenti, specialmente attraverso la loro prole umana. Quanto poi all’episodio della spedizione notturna, è praticamente identico sia nell’Iliade sia nel Mahābhārata. La differenza è che nell’Iliade il vile attacco notturno e il conseguente massacro dei troiani è considerato come un lecito stratagemma di guerra, mentre nel Mahābhārata l’attacco notturno guidato da Aśvatthama nel campo di Pāṇḍava è descritto come uno spregevole abominio.

Ciò che distingue l’Iliade dai Itihāsa12in lingua sanscrita è che nel poema greco, a differenza di quelli indiani, non ci sono sezioni sapienziali: nessun capitolo paragonabile allo Yoga Vasiṣṭha, alla Bhagavad Gītā o all’Anu Gītā, il che dimostra così una tendenza puramente kṣatriya. Si possono trovare solo vaghe descrizioni di sacrifici e rituali di cremazione, o qualche simbolismo e allegoria; per esempio la descrizione dello scudo di Achille, su cui è stata cesellata tutta una teoria cosmografia; o la descrizione del codice del guerriero che riporta norme quali il rispetto per i sacerdoti, l’inevitabilità del Fato, ma nient’altro.

Eraclito (535-475 a.C.) affermò che i cosiddetti sommi maestri, come Omero ed Esiodo, misero insieme tanti eventi d’indiscussa e somma importanza, ma in modo molto sporadico. Omero, generalmente considerato il più saggio tra i greci, non riusciva neppure a risolvere un semplice indovinello che gli ponevano i bambini! Eraclito è stato uno dei più grandi saggi greci, paragonabile a Pitagora ed Empedocle; era stato iniziato ad Eleusi e con le sue eccezionali doti intellettuali raggiunse l’intuizione della Verità eterna, al di là del mondo illusorio.

Durgādevī

  1. Isola del Mar Egeo.
  2. Un poema epico ora perduto che faceva parte della letteratura del ciclo di Troia.
  3. Gli Achei erano uno dei popoli del mare, quindi erano di origine atlantidea.
  4. I Romani chiamarono la città in questo modo. Troia in latino significa “femmina di cinghiale” (sskrt. Vārāhī). Ciò comprova che Troia era una città di tradizione iperborea.
  5. Elena (Ἑλένη leggi Helène). Il suo nome è stato collegato alla luna (σελήνη, leggi Seléne) e al suo splendore (σέλας, leggi sélas). Elena è descritta di carnagione chiara: la sua pelle, infatti, ricorda il candido splendore lunare. In RāmāyaṇaSītā, come śakti di Rāmacandra, ha anch’essa caratteristiche lunari.
  6. Si tratta d’un antico popolo della Tessaglia Ftiotide del quale era Re Achille che egli condusse con sé, in gran numero, alla guerra di Troia. Secondo una tradizione, il popolo traeva il nome dal proprio re Mirmidone, figlio di Zeus e di Eurimedusa, che il Dio aveva sedotto assumendo l’aspetto di una formica. Una leggenda posteriore narrava invece che i Mirmidoni discendessero dalle formiche, trasformate in uomini da Zeus per preghiera di Eaco, per ripopolare l’isola di Egina devastata da una pestilenza, e che avevano poi seguito Peleo, figlio di Eaco, esule a Ftia [N. d. T.].
  7. Il mito narra che la Dea Teti, volendo rendere immortale suo figlio, lo immerse nell’acqua dello Stige, un fiume infernale. Così lo rese invulnerabile in tutto il corpo tranne il tallone per il quale lo teneva. Achille alla fine fu ferito a morte proprio al tallone da Paride.
  8. Segnaliamo che Dante, nella Divina Commedia, colloca Odisseo nell’ottava bolgia dell’Inferno, quella dei consiglieri fraudolenti (XXVI.49-75). Indubbiamente, l’inganno del cavallo con cui Troia fu conquistata fu il più grave, ma Dante ne annovera altri due non meno degni di importanza: il raggiro che sottrasse Achille alla sua sposa Deidamia per indurlo a unirsi all’esercito degli Achei, e il furto della statua del Palladio, simulacro di Pallade Atena che aveva il potere di difendere l’intera città; infatti Ilio fu distrutta solo dopo che Odisseo riuscì a trafugarlo. Ricordiamo che Pallade, o Pallas, è un epiteto dato alla dea Atena “branditrice dell’asta”; infatti deriva dal verbo πάλλω (leggi pallo) che significa “bilanciare” un dardo prima che sia scagliato, ma probabilmente in origine la parola significava “vergine”. Per tali motivi non sfuggirà come la frode, in ultima analisi, sia un’attività antitradizionale, al punto che Dante conclude la cantica menzionando l’ultimo grande inganno perpetrato da Odisseo, quello che facendo leva sulla “semenza” umana, “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, spinge a cercare la Conoscenza senza avere le giuste intenzioni e la qualificazione, confidando quindi sull’orgoglio individuale: “e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ’l mar fu sovra noi richiuso” [N.d.T].
  9. Poemi epici della Tradizione indiana [N. d. T.].
  10. Non importa che i due episodi si riferiscano a yuga diversi. Come sappiamo, gli eventi umani sono ciclicamente simili tra loro.
  11. Mahābhārata, Droṇa Parvan, LIII.4.
  12. Le due epopee, il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa [N. d. T].