La civiltà greca: il lato oscuro (I)

Prima di affrontare il tema della civiltà greca antica e della sua religione, proponiamo alcune note per spiegare le sue caratteristiche generali. Iniziamo ad esporre alcuni aspetti del lato oscuro di questa civiltà che evidenziano la sua matrice atlantidea. Questa premessa è tanto più necessaria se si considera che questi tratti distintivi hanno influenzato negativamente l’intera civiltà occidentale fino ai tempi odierni. Il prestigio della civiltà greca si è infatti diffuso in tutto il mondo sull’onda della modernizzazione globale, contribuendo profondamente anche al cambiamento di mentalità delle culture non europee. Rimandiamo infine al prossimo articolo la descrizione del lato positivo della tradizione ellenica di origine iperborea.

Individualismo: la caratteristica principale del popolo greco era l’individualismo. Fin dai primordi questa tendenza comportamentale divenne una vera e propria ideologia generale applicata non solo agli individui, ma anche alle diverse componenti sociali, incluso lo Stato. Va detto incidentalmente che i gruppi sociali appartengono al dominio individuale, essendo le comunità formate da masse di individui, anche se alcune ideologie moderne, particolarmente diaboliche come il marxismo, teorizzano che la società trascende l’individuo. In realtà la collettività così considerata è un’entità infra-individuale.
L’individualismo greco è stato originato dalla perdita dell’idea di un Principio Unico e non duale presente nel cuore di ogni essere vivente. Questa perdita può essere fatta risalire alle prime fonti letterarie greche, come i poemi omerici (1000 a. C.). Solo nei sādhana iniziatici o tra alcuni filosofi che erano sādhaka dei Misteri come Pitagora, Platone e i Neoplatonici, la coscienza di questo Principio trascendente s’era mantenuta viva. Ma la maggior parte dei filosofi e dei pensatori greci erano sicuramente naturalisti, agnostici se non addirittura atei.

Libertinismo: l’individualismo ha condotto i greci a un’idolatria della libertà, intesa nel senso più arbitrario e libertino, ovvero all’autocompiacimento e alla soddisfazione illimitata di passioni e vizi. Per questo motivo, avendo perso il significato simbolico dei loro miti, i greci hanno attribuito ai loro Dei, tutti i loro capricci e le proprie perversioni individuali. Dunque, ben prima della degenerazione morale dei giorni nostri, i greci praticavano pubblicamente l’omosessualità e attribuivano lo stesso comportamento agli Dei. Allo stesso modo, descrivevano spudoratamente i loro Dei come imbroglioni, bugiardi, traditori, adulteri, invidiosi, avidi e narcisisti, proiettando così i loro difetti sulle divinità.

Estetismo: il primo effetto del libertinismo è stato la nascita dell’edonismo, auto-soddisfazione ed estetismo. Il culto per la bellezza del corpo umano dell’arte ellenica, universalmente ammirato, aveva queste banali motivazioni. Osservando un’opera d’arte greca ci rendiamo conto che al di là delle forme raffinate non c’è alcun significato spirituale o simbolico: c’è solo un’attrazione sensuale (rāga) per un oggetto di godimento (bhogya). Nell’arte, i greci hanno infuso tutti i loro istinti di asmitā1, il trionfo di aham (ego) e mama (ciò che è proprietà dell’io, il mio). Allo stesso modo hanno dato vita alla filosofia, che altro non è se non l’espressione del pensiero individualista di ciascun singolo filosofo, priva quindi di una qualsiasi esperienza spirituale reale (anubhava2), di qualsiasi iniziazione (dīkṣā) e percorso spirituale (sādhana): in definitiva si tratta solo di una costruzione mentale.

Particolarismo: i greci non sono mai stati in grado di creare una nazione; l’individualismo della gente s’è trasposto al particolarismo delle città. Ogni città greca (πόλις3, leggi pòlis) era armata contro ogni altra città greca e ogni città era internamente divisa in fazioni litigiose. Anche nel racconto epico dell’Iliade i greci impiegarono dieci lunghi anni per conquistare la città di Troia a causa delle loro costanti dispute e faide intestine. Allo stesso tempo erano convinti della loro superiorità su tutte le altre popolazioni. Il termine usato per definire uno straniero era barbaro (βάρβαρος): questa parola assunse presto il significato di incivile, rozzo, selvaggio, abbrutito4. In questo modo i greci hanno sancito la loro diversità nei confronti delle altre nazioni.

Storicismo: quando si perde la visione assoluta (pāramārtika dṛṣṭi) è evidente che l’unico punto di riferimento rimane il divenire (saṃsāritva). La storia è la semplice annotazione di eventi cronologici. Di per sé ciò non è dannoso, anche se ha unicamente una utilità archivistica e giurisprudenziale. Lo storicismo è invece un’ideologia e si fonda sull’idea di attribuire un valore significativo a un periodo storico, a una civiltà particolare, a una serie di eventi e personaggi, seguendo parametri prestabiliti, basati su un’interpretazione che risente di certi retaggi dogmatici e ideologici: questo divenne possibile con la proclamazione della pretesa oggettività del metodo “scientifico”; così si è creato un sistema di falsificazione metodica degli eventi attraverso lo strumento della flessibilità di interpretazione. Applicando questo criterio, secondo gli storici greci, le grandi vittorie sui persiani (499-479 a. C.) avrebbero liberato la Grecia dalla loro dominazione per sempre; questo è quello che tutti abbiamo studiato a scuola, ma è un falso storico. Infatti, solo con un trattato (343 a. C.) concordato con Filippo II, l’Imperatore persiano cedette la sovranità della Grecia al Re di Macedonia. Gli storici greci, per giustificare questa incoerenza, affermarono che Filippo il Macedone era comunque un greco; ma nei loro trattati lo chiamavano Filippo il Barbaro! Ciò malgrado l’assimilazione alla nazione greca di Filippo II e di suo figlio Alessandro Magno è stata compiuta spudoratamente da molti storici. In molti libri i greci si vantavano altresì che “l’Imperatore greco” Alessandro Magno avesse conquistato l’India. I nostri rispettabili lettori indiani sanno bene che questo episodio è stato così irrilevante da non figurare in nessun testo dell’India. Quindi lo storicismo è stato inventato dai greci molto prima della sua riscoperta durante il Rinascimento europeo. Allo stesso modo, la storia europea e mondiale degli ultimi secoli è stata sistematicamente falsificata. Possiamo vedere oggi gli effetti devastanti delle falsificazioni odierne prodotte per mezzo d’una multimedialità sempre più sofisticata.

Evemerismo: è una teoria che sostiene che la religione in generale e la mitologia, in particolare, narrano storie realmente accadute a personaggi vissuti in un determinato tempo e luogo; in seguito, tutto ciò sarebbe stato immaginato idealmente e rielaborato dalla mentalità irrazionale dei popoli antichi5. La nascita della filosofia avrebbe invece sancito il dono della razionalità all’umanità; da quel momento l’uomo civilizzato sarebbe stato in grado di riconoscere che la mitologia era solo la storia antica raccontata in una forma fantasiosa. La razionalizzazione del mito è l’effetto dello storicismo e del razionalismo che negano l’esistenza di una realtà diversa da quella empirica e grossolana. Questa teoria conduce fatalmente al naturalismo6 e, infine, al materialismo, perché induce a ritenere che l’unica realtà certa sia quella dell’esistenza corporea. L’evemerismo, attribuito al filosofo Evemero7, ma, per la verità, molto più antico di lui, è stato uno strumento per tagliare le radici della religione greca, diffondendo la mentalità antireligiosa secolarista e agnostica.
L’influenza dell’evemerismo si diffuse ovunque: persino l’insistenza sulla storicità e la banalizzazione dell’umanità di Gesù Cristo, così affascinante per i cattolici moderni, ha fonti evemeriste. L’evemerismo è stato abbondantemente usato dagli indologi europei per inventare la fantomatica “invasione ariana dell’India”: hanno interpretato arbitrariamente i miti hindū, sostenendo che i Deva fossero “ariani” e gli Asura gli abitanti originari dell’India.

Razionalismo: tutte le tendenze che abbiamo descritto convergono nel razionalismo. È un ramo della filosofia che considera la ragione come la fonte primaria della conoscenza: la mente umana usa la logica come strumento unico per spiegare il mondo. I cinque sensi sono considerati fallaci e quindi è la mente che corregge le informazioni provenienti dal mondo esterno attraverso la logica. In altre parole, usando il celebre aforisma vedāntico, se si guarda una corda e si vede un serpente, l’errore non si trova nella mente, ma negli occhi! Il razionalismo pretende d’essere in grado di investigare anche la Verità metafisica, la quale è per sua natura inaccessibile all’indagine razionale. Questo movimento filosofico fu sostenuto dapprima dai sofisti e più avanti da Aristotele, il più grande tra i logici ellenici.

D. K. Aśvamitra

  1. Il senso dell’“io” e del “mio”; egoismo, egocentrismo [N. d. T.].
  2. L’esperienza, l’Intuizione universale; nello Yoga la modificazione mentale prodotta da un’esperienza o intuizione [N. d. T.].
  3. La parola “politica” e i suoi derivati, provengono dal termine greco polis, “città”.
  4. Inizialmente infatti era una voce onomatopeica risultante dal raddoppio della radice BA(R) come nel caso di babbàleo che ha il senso di “parlare in modo confuso” (secondo l’opinione di chi ascolta), da cui il latino balbus e babulus, che esprimono l’idea della balbuzie. Da qui il primo significato attribuito dai greci alla parola “barbaro” fu quello di parlare con suoni rozzi [N. d. T.].
  5. In ciò si possono ravvisare i primi germi di una congettura evoluzionistica predarwiniana.
  6. Naturalismo: teoria che nega tutto ciò che trascende il mondo manifestato naturale.
  7. Evemero da Messina (in greco antico: Εὐήμερος, “felice”, “prospero”; lat. Euhemerus); filosopo nato a Messina o Agrigento, 330 a.C. circa, morto ad Alessandria d’Egitto, 250 a.C. [N. d. T.].