Le origini di Roma

Quando i Greci conquistarono e distrussero Troia con il fuoco, Enea fuggì portando con sé sia le immagini delle Divinità protettrici della città sia i simulacri degli antenati.
Dopo aver attraversato il mare tra mille pericoli, il principe troiano sbarcò sulle rive del Lazio, una regione dell’Italia centrale. In altri tempi, si era rifugiato lì anche l’antico Dio Saturno, dopo essere stato spodestato dal figlio Giove all’inizio dell’Età dell’Argento. Saturno, il Re degli Dei dell’Età dell’Oro, rimase ivi nascosto e continuò a esercitare la sua influenza e governare in quella parte d’Italia: infatti, Lazio significa “latente”, “nascosto” e in quei luoghi, grazie alla presenza di Saturno, l’Età dell’Oro continuò per molti altri secoli, malgrado che i popoli vicini, già coinvolti nella decadenza dei cicli dell’Argento, del Bronzo e del Ferro, ignorassero tale portentosa prosecuzione.
Con il passare del tempo, Saturno divenne il saggio Re dei latini che mantenne per secoli il suo regno nella massima prosperità e pace. Alla sua morte gli succedette una dinastia di sovrani e, al tempo in cui Enea arrivò nel Lazio, il Re dei Latini era Latino.
L’eroe troiano fu accolto con grande generosità dalla popolazione locale e prese la figlia del Re come sua consorte.

Tuttavia, l’arrivo di navi cariche di guerrieri troiani, richiamò l’attenzione e suscitò l’ostilità delle altre popolazioni italiane che da questo evento si sentivano minacciate. Perciò Enea dovette affrontare una guerra che alla fine gli consentì di pacificare tutto il Lazio. Troiani e Latini fraternizzarono fondando così una nuova nazione. Il figlio di Enea, Julus1, decise di fondare una nuova città che sarebbe diventata la capitale del novello regno latino-troiano. Fu miracolosamente condotto sul sito dove sarebbe stata fondata la città da una femmina bianca di cinghiale (śvetā Vārāhī), confermando le origini iperboree della sua tradizione. Le immagini degli Dei Troiani e degli antenati furono conservate in un tempio: così la nuova città di Alba Longa (“la Grande Bianca”) divenne ritualmente la seconda Troia.
Dopo alcune generazioni Amulio2, l’usurpatore del trono di Albalonga, obbligò sua nipote Rea Silvia a diventare una sacerdotessa della Dea Vesta perché voleva che rimanesse vergine: una profezia infatti aveva predetto che sarebbe stato ucciso dai figli di Rea Silvia.
Ma Rea Silvia fu visitata nel tempio di Vesta da Marte, Dio della guerra, e diede alla luce due gemelli, Romolo e Remo. Il re usurpatore ordinò la morte della nipote e che i gemelli venissero abbandonati nel fiume Tevere; ma i due bambini furono salvati e allattati da una lupa.
Quando divennero adulti, Romolo e Remo uccisero Amulio e decisero di fondare una nuova città: Roma. A seguito di questo, i fratelli si contesero il trono della nuova città, ma alla fine Romolo uccise Remo e assunse il potere.

Romolo divise i suoi sudditi in due categorie: quella dei Patrizi e quella dei Plebei.
I Patrizi erano la casta da cui provenivano i sacerdoti, i guerrieri e tutti gli amministratori dello Stato. I Plebei erano divisi in tre sottocategorie: i cavalieri (equites) che costituivano i fianchi dell’esercito formato dai patrizi; gli uomini liberi (liberi) che erano commercianti, contadini e artigiani; e la classe degli schiavi (servi), che erano al servizio delle altre tre classi superiori.

Mentre i Patrizi erano tali per nascita, nelle altre tre classi potevano aver luogo alcuni avanzamenti o retrocessioni. Ad esempio, se alcuni schiavi compivano delle azioni nobili, potevano essere liberati dai loro padroni e così venivano a far parte degli uomini liberi. I debitori insolventi, al contrario, potevano decadere alla condizione degli schiavi e finire al servizio di un padrone. La famiglia patrizia (patricia familia) era formata dal padre della famiglia (pater familias) e dalla matrona, sua moglie, dai loro figli, da parenti meno importanti, da artigiani, contadini, impiegati e servitori della famiglia chiamati clienti. Il pater familias, anche se non aveva un ufficio sacerdotale pubblico, era il sacerdote della sua stessa famiglia, eseguiva i sacrifici agli Dei, curava il culto degli antenati ed era il Re della sua famiglia, con il potere di vita e di morte sui suoi membri.
Tutte le famiglie (sskrt. kula) che discendevano da uno stesso antenato formavano una gens (sskrt. gotra). Quindi un patrizio (patricius) aveva il suo nome personale, il cognome della sua famiglia e il nome della gens.

Romolo aveva fondato Roma accogliendo persone provenienti da tre diverse popolazioni italiche, i Latini, i Sabini e gli Etruschi. Pertanto, l’intera popolazione romana era divisa in tre comunità (tribù, significa triplice divisione): i Ramni di origine latina, i Titii, di origine sabina, i Luceres, di origine etrusca. Ogni tribù era composta dalle quattro caste descritte sopra. Il rappresentante di una tribù di fronte al Re (Rex) era il Tribunus e la sua sede era chiamata tribunale. Ogni tribù eleggeva un centinaio di patrizi anziani e questi trecento anziani (senatores) elaboravano le leggi e le presentavano al Re per la promulgazione. Il Re era il Sommo Sacerdote, il Capo dello stato e il Capo dell’esercito.

Il primo Re, Romolo, fu per lo più un uomo d’armi che, fin dalla fondazione della città, aveva dato una connotazione militare alla sua nazione. In seguito sarebbe diventata la caratteristica principale di Roma per tutto il corso della sua storia. I Romani dunque erano un popolo di guerrieri, disciplinati, leali, severi, coraggiosi e con un alto senso della giustizia. Altro dato significativo era che non erano tanto inclini alla speculazione filosofica come i greci.
Remo e Romolo rappresentano la mitica coppia di gemelli di cui uno è mortale e l’altro immortale, come Nara e Nārāyaṇa in India e i Dioscuri3 in Grecia. Infatti, Romolo, all’apogeo della sua gloria, fu assunto in cielo con il suo corpo e divenne un Dio con il nome di Quirino. Per questo motivo gli abitanti di Roma erano anche conosciuti come Quiriti. Romolo fu il primo dei sette Re della città; il suo successore fu Numa, il legislatore e il fondatore della religione romana4. Numa era discepolo di Pitagora e riformò l’antica religione troiano-latina sulla base della dottrina pitagorica e in quest’opera fu assistito da sua moglie, la Dea Egeria.
Anzitutto, Numa costruì il tempio al Dio Giano, il Dio delle porte, della conoscenza, dell’iniziazione, della rimozione degli ostacoli (simile, dunque, a Ganeśa). Il mese che “apre” l’anno fu chiamato Januarius (oggi gennaio) in onore di questo Dio.
Numa consacrò lo Stato romano a tre divinità principali: Giove, Dio sacerdotale, Marte, Dio guerriero e Quirino (Romolo), il Dio atavico degli abitanti di Roma.
Affidò poi il culto di queste tre divinità a tre ordini di sacerdoti chiamati flamines (che ha la stessa etimologia del sanscrito Brâhmaṇa), a cui delegò il suo potere regale nel dominio del Sacro (Rex sacrorum). Rimase centrale il culto di Vesta, la dea del fuoco sacro, mai spento nel tempio dedicato agli antenati romano-latino-troiani. Fissò anche un calendario luni-solare di dodici mesi, specificando le date favorevoli per i sacrifici animali, le oblazioni vegetali e le feste in onore degli dei.
Per il culto popolare istituì l’ordine sacerdotale minore dei pontefici, presieduto dal Pontefice Massimo (Pontifex Maximus). Pontifex significa “colmare” [una distanza, n.d.T.] tra uomini e Dei (lo stesso concetto di tīrthaṃkara)5. Per tutta la durata dell’Impero, tutti i sacerdoti romani erano di discendenza patrizia. I patrizi romani (patricii) ricevevano l’iniziazione ai Misteri Orfico-Pitagorici, di cui abbiamo già parlato nei capitoli precedenti. Allo stesso modo le matrone (matronæ), venivano iniziate ai Misteri della Bona Dea (Bona Dea) riservati solo alle donne. Nei quaranta anni del regno di Numa, la bellicosa città di Roma rimase sempre in pace.

D. K. Aśvamitra

  1. Da Julus discese la gens Julia (nome di un clan, sskrt. gotra) che in seguito fu rappresentata da figure importanti come Giulio Cesare e Augusto, il primo Imperatore romano.
  2. Era figlio del re di Albalonga, Proca, e fratello minore di Numitore. Amulio ignorò le disposizioni del padre che aveva indicato Numitore suo successore come Re di Alba Longa e ne usurpò il regno. Uccise, quindi, tutti i figli maschi di Numitore durante una battuta di caccia e fece della figlia femmina del fratello, Rea Silvia, una Vestale, cercando di impedirle così di avere una discendenza. Ma la giovane donna era predestinata a diventare la madre di due gemelli, Romolo e Remo, concepiti con il dio Marte. Amulio imprigionò la sacerdotessa ed ordinò che i due gemelli fossero gettati nel fiume Tevere, ma il fato volle che i due gemelli si salvassero e fondassero Roma. Divenuti adulti spodestarono Amulio rimettendo sul trono di Albalonga il legittimo re Numitore. Romolo e Remo, ormai cresciuti, un giorno furono assaliti dai banditi, i quali volevano vendicarsi dei bottini più volte perduti, a causa delle scorribande dei due gemelli. Romolo si difese energicamente, ma Remo fu catturato e condotto di fronte al re Amulio, con l’accusa di furto e di aver compiuto numerose scorribande nelle terre di Numitore. Per tali motivi fu consegnato a quest’ultimo. Nel frattempo, Faustolo aveva raccontato a Romolo delle loro origini e del sangue reale. Romolo radunò allora un gruppo consistente di compagni contro Amulio, potendo anche contare su Remo, che era stato liberato dallo stesso Numitore; Aiutati da un gruppo di pastori, i due ragazzi uccisero Amulio [N. d. T.].
  3. Dioscuri mitici figli di Zeus (Διὸς κοῦροι), di nome Castore e Polluce, generati insieme con Elena dall’uovo di Leda, congiuntasi con Zeus trasformato in cigno. Compivano le loro gesta sempre uniti: Castore domatore di cavalli, Polluce valente nel pugilato. Ambedue furono considerati divinità benefiche e salvatrici. Erano anche protettori dei naviganti nelle burrasche. Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio. Il mito più popolare fu il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi; Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vissero alternatamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e a Roma. La festa annua in Roma in onore dei Dioscuri si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a. C.), cui, secondo la leggenda, presero parte [N. d. T.].
  4. È interessante notare che Numa è un anagramma del nome di Manu.
  5. Tīrthaṅkara è un illuminato che ha vinto il saṃsāra (ciclo di nascita e morte), lasciando dietro di sé un sentiero che gli altri possono seguire [N. d. T.].