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Vedānta

Cos’è l’Advaita?

    Jagadguru Śaṃkarācārya Śrī Śrī Candraśekharendra Sarasvatī Mahā Svāmīgal

    Cos’è l’Advaita?

    a cura di Maria Chiara de’ Fenzi

    Nota introduttiva

    Questo breve articolo è tratto dagli insegnamenti che il sessantottesimo Jagadguru Śaṃkarācārya del Kāmakoṭi Pīṭham di Kāñci (nato nel 1895, Pīṭhādipati dal 1908 al 1994) dedicava alle folle di pellegrini che si recavano a Kāñcipūram per averne il darśana. Non si tratta, perciò, dell’insegnamento per lo śravaṇa riservato ai vicārin dell’Advaita Vedānta; si noterà, infatti la semplicità del linguaggio, le frasi corte e incisive atte a essere facilmente recepite anche dai non iniziati (adīkṣita). Nondimeno è evidente come tale insegnamento sia di altissimo contenuto metafisico, del tutto scevro da ogni tono devozionale e libero dalla prospettiva limitante Creatore-creatura, tipica delle vie iniziatiche della conoscenza non suprema (Aparabrahman vidyā), in special modo di quelle in forma religiosa. Il lettore avrà modo di riflettere sulla chiara dichiarazione di Svāmījī circa la non realtà del mondo, in cui non c’è alcuna concessione alla falsa apparenza di una presunta ‘realtà relativa’ o ‘minore realtà’, che gli ignoranti si ostinano ad attribuire a ciò che si percepisce con i sensi nell’esperienza illusoria. Su questo sito sono stati pubblicati, a cura dei nostri collaboratori, numerosi contributi di maestri di diverse paramparā d’Advaita Vedānta del XX e XXI secolo, tutti inequivocabilmente concordi su questo punto fondamentale della conoscenza pāramārthika1. Si tratta degli scritti dei Jagadguru Svāmī Candraśekhara Bhāratī dello Śṛṅgerī Pīṭham, di Svāmī Svarūpānanda Sarasvatī dei Pīṭham di Dvārakā e Jyotirmaṭha, di Svāmī Niścalānanda Sarasvatī del Pīṭham di Purī, oltre alla presente pubblicazione; a questi si aggiungono gli insegnamenti di Guru di non poco conto quali Svāmī Pūrṇānanda Tīrtha ‘Uḍiyā Bābājī’, Svāmī Karapātrījī, Svāmī Satchidānandendra Mahārāja, Svāmī Prabuddhānanda, Svāmī Jñānandendra e Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī, oltre a sādhaka e paṇḍita celebri in India, quali Paṇḍita Krishnaswami Iyer, Paṇḍita Kulakarnijī, Śrī Praśānt Netijī, tutti unanimemente fondati sulle Upaniṣad e con il supporto di numerosissime citazioni tratte dai commenti di Gauḍapāda, Śaṃkara e Sūreśvara. A questi si aggiungano gli studi dei nostri collaboratori, Śrīmatī Maitreyī, prof. Gian Giuseppe Filippi, dr. Carlo Rocchi. In particolare, di quest’ultimo segnaliamo il notevolissimo studio “Alātaśānti. L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti” (Milano, Ekatos, 2021), ponderoso volume totalmente basato sulla śruti e su Śaṃkarācārya, che demolisce la presuntuosa ignoranza di quegli esoteristi italiani che, invece di sproloquiare a vanvera di Vedānta, dovrebbero riprendere da zero i loro studi tradizionali con umiltà e attenzione.

    MCdF

    Cosa significa Advaita? Significa senza secondo. Che non ci sia un secondo non sembra realistico, dato che qui ci sono migliaia di cose. Se non c’è un secondo, che vantaggio se ne trae? Non è chiaro? Solo perché non c’è un secondo si realizzerà ciò per cui lottiamo. Per cosa lottiamo? Lottiamo per eliminare tutte le sofferenze che ci affliggono. L’eliminazione delle sofferenze avverrà attraverso la realizzazione di ciò che è senza secondo, cioè la non-dualità. Lottiamo per eliminare la povertà, la fame, il disonore, la malattia, l’utilità delle cose relazionate (vyavahāra), il disagio mentale, ecc. Esiste un luogo dove queste sofferenze siano assenti? No. Eppure, si continua a lottare per eliminare le sofferenze. Attraverso le nostre azioni, c’è solo una pacificazione temporanea. Se grazie a un trattamento medico si guarisce una malattia, ne arriva un’altra. Il mezzo per la rimozione assoluta di tutte le sofferenze è l’Advaita. Grazie ad essa, la fame, la malattia, la morte, il disonore, l’utilità delle cose relazionate, la rabbia, la povertà ecc. non si ripresenteranno.

    Perché si soffre? Sarebbe bene che la fame, ecc. non ci affliggesse. Ma perché ci affliggono? Vediamo attraverso quale percorso arrivano. Arriveranno finché durerà il corpo. Ma se questo corpo se ne va, un altro ne prende il posto. Anche per quel corpo arriveranno la fame, la sete, la malattia, ecc. Quindi, se potessimo fare a meno del corpo, queste malattie scomparirebbero. Abbiamo molte nascite. Qual è la causa di queste nascite? Per quale motivo prendiamo un corpo? Perché dobbiamo subire le conseguenze delle azioni buone e cattive compiute nelle nascite precedenti. Il Sé non può subirle. Il fuoco non può bruciare il Sé, né l’applicazione di pasta di sandalo può raffreddarlo. Perciò è necessario un corpo. Come risultato delle azioni buone e cattive da noi compiute, il Signore ci dota di un corpo e ci punisce facendoci immaginare che “io” sia il corpo. Se un ragazzo commette un errore, viene picchiato per questo. Se nelle vicinanze c’è un medico e il ragazzo sviene non riuscendo a sopportare il dolore, viene rianimato e nuovamente picchiato. Gli viene dato del cibo e viene nuovamente picchiato. Per le colpe che abbiamo commesso, il Signore ci dà un corpo e così ci punisce. Se questo non basta, ci dà un altro corpo e ci punisce. Così, il peccato che commettiamo è la causa del corpo. Se non commettiamo più azioni negative, in futuro non avremo un corpo. Dobbiamo ricordare costantemente che non dobbiamo commettere tali azioni.

    Qual è la causa del merito e del demerito? C’è il desiderio di eliminarli astenendosi dalle azioni che li generano; ma non siamo in grado di evitarli. Se si vuole impedire a un albero di crescere, non basta tagliare i rami: bisogna eliminare il tronco. Allo stesso modo, dobbiamo discernere la causa dei demeriti e distruggerla. Perché compiamo azioni malvagie? Perché desideriamo possedere un oggetto e, pur di ottenerlo, cerchiamo delle scorciatoie. Questo è peccato. La causa che ci spinge a compiere azioni peccaminose è il desiderio. Se un oggetto è bello, nasce il desiderio di possederlo. La consapevolezza che una cosa è buona produce desiderio. Per soddisfare questo desiderio, compiamo delle azioni. Sapere attraverso i sensi che una cosa è bella è la causa del desiderio. Attraverso l’azione, possiamo produrre il risultato del desiderio o cambiarlo. La conoscenza non può essere prodotta, né cambiata.

    La punizione per le colpe che commettiamo è il corpo. Pertanto, se eliminiamo il desiderio che è la causa dei demeriti, ci sarà la distruzione della sofferenza. Come eliminare il desiderio? La via per eliminare l’infelicità non è insegnata in altri testi sacri, ma il Vedānta non omette questo insegnamento. Il Vedānta, che è la vetta dei Veda, insegna la via per eliminare l’infelicità.

    L’odio e il desiderio nascono solo nei confronti di oggetti diversi da noi. Non sorgono né desiderio né odio nei confronti di noi stessi. Poiché il desiderio nasce nei confronti di oggetti diversi da noi, non sorgerà se questi oggetti saranno resi identici a noi. Se tutti diventano identici a noi e se non c’è nulla di diverso da noi, il desiderio non sorgerà. Se non c’è desiderio, non ci sarà azione. Se è così, non ci sarà colpa. Quando non ci sarà colpa, non ci sarà il corpo. Quando questo non c’è, non ci sarà sofferenza. È per distruggere l’infelicità che si compiono le diverse azioni.

    Se c’è qualcosa di secondo oltre a noi, e se questa cosa è più potente di noi, nasce la paura. Se c’è qualcosa di bello, sorge il desiderio; e la mente è disturbata. Se non c’è un secondo, non c’è desiderio, né odio, né paura. Gli scorpioni e i cobra ci fanno paura. Se noi stessi identifichiamo a scorpioni e cobra, come potrebbe esserci paura? Avremmo paura di noi stessi? Finché ci sarà qualcosa di diverso in quanto secondo, ci sarà paura. Pertanto, ciò che l’Advaita realizza è l’assenza della dualità. Le Upaniṣad dichiarano che non c’è paura quando non c’è un secondo.

    Non ci sono forse molte persone al mondo? Come possono diventare tutti uno? Come realizzare l’assenza della dualità? Il Vedānta insegna che ciò che vediamo in questo mondo come molteplice è illusorio e afferma che tutti sono della natura di Īśvara. Noi non vediamo così. Se è vero che Īśvara è tutto, allora ciò che vediamo deve essere illusorio. Se ciò che vediamo è vero, allora la dichiarazione che Īśvara è tutto deve essere falsa. Se ciò che ci appare è vero, allora non ci dovrebbe essere sofferenza per noi. Ma l’infelicità c’è. Pertanto, ciò che il Vedānta insegna deve essere vero. Se è così, il fatto che tutti siano della natura di Īśvara deve essere considerato fermamente come verità e ciò che ci appare, illusorio. Il reale non è questo. I nostri occhi vedono ciò che è illusorio. L’Advaita insegna che esiste una Realtà che è il sostrato del mondo intero. Ciò che ci appare come esistente è tutto illusorio; la vera Esistenza, che è una sola, è l’unica Realtà.

    Se tutto è Īśvara, solo noi siamo diversi? Dovremmo dissolverci anche noi, come dovrebbe dissolversi quell’Īśvara. Allora non ci sarà una seconda entità. Ora vediamo le cose in modo diverso. Ma la vera visione è vedere tutto come Īśvara. Se anche noi ci dissolviamo senza lasciare un secondo, il risultato sarà buono. Anche nel mondo empirico, se due menti diventano una non può esserci conflitto. Allo stesso modo, se tutti diventano uno come Īśvara, noi diventeremo tutti; allora non ci sarà alcun desiderio nei confronti di noi stessi. In assenza di desiderio, non ci sarà peccato; e se non c’è peccato, non ci sarà corpo; e se non c’è corpo, non ci sarà alcuna sofferenza. Per distruggere l’infelicità, l’Advaita è la medicina. L’Advaita è ciò che realizza l’assenza della dualità. Vedere tutto come Īśvara è Advaita. Vedere la Realtà è Advaita. È questo che viene insegnato nei libri sacri.

    Molte obiezioni sono state sollevate contro questa posizione. Alcune sono di tipo logico, altre non sono basate sulla ragione. I testi sacri rispondono a queste obiezioni. Essi descrivono le discipline che portano all’Advaita. I manuali scritti dall’Ācārya [Śaṃkara] impartiscono lo stesso insegnamento.

    Ci si addormenta e poi dal sonno ci si sveglia. A volte si dorme bene e talvolta sogniamo. Lo stato di veglia è jāgrat avasthā, l’esperienza del sogno è svapna avasthā e il sonno profondo è suṣupti avasthā. Ci sono quindi tre stati di esperienza. La veglia serve per lavorare e il sonno profondo per liberarsi dalla stanchezza che deriva dal lavoro (karma). Questi due potrebbero, dunque, bastare! Perché deve esserci anche l’esperienza del sogno? Ho riflettuto su questo: Īśvara è ovunque, essendo il Brahman non duale ed è tutto della natura di Ātman. Perciò, per dimostrare questa verità, ha proiettato il mondo dei sogni come un indizio. Non c’è altro scopo. L’apparente pluralità del mondo empirico è simile a quella dei sogni. Nel sogno si verificano molteplici ostacoli e piaceri. Ma alla fine del sogno non rimane nulla. Svanisce persino il corpo che è apparso mentre si sperimentava il sogno. Rimane soltanto colui che era cosciente di quel sogno. Tutto il resto che sembrava esistere nel sogno, scompare. Quando ci si sveglia da quel mondo empirico che è il sogno, rimane solo la Coscienza. Questa è la vera Realtà. È ciò che viene chiamato Advaita. Siamo tutti advaitin; siamo dvaita nell’esperienza. Ma coloro che hanno la certezza dell’Advaita vedono nello stato empirico un sogno dvaita. In questo sogno, si subiscono malattie e sofferenze, ma noi siamo quelli che sanno che non c’è alcuno stato in cui ci sono malattie. Da che cosa si percepisce la dualità? Dell’esperienza immediata per mezzo del senso della vista, ecc. L’Advaita è conosciuto solo dal Vedānta, è ciò che è conosciuto dalla śruti, mentre la dualità è ciò che è sperimentato dal senso della vista, ecc. La scienza ci dice che il sole è molto grande, ma i nostri occhi ci dicono che il diametro del sole è solo d’un pollice. Con il palmo della mano si può coprire l’intero sole. Il sole, dunque, appare piccolo, ma qual è la realtà? Se solo ciò che vediamo fosse vero, non ci sarebbe bisogno dei testi. È solo ciò che non conosciamo che deve essere insegnato dai testi sacri.

    Nelle Upaniṣad, in alcuni punti si parla di Dvaita, in altri di Advaita. In quale contesto si parla di Advaita? È menzionato nel contesto in cui viene insegnata la natura del Brahman supremo. Nella Māṇḍūkya Upaniṣad, per esempio, quando viene insegnato il significato del Praṇava, si dichiara che tutto è della natura di Advaita, che Oṃ è tutto; qui ricorre l’espressione ‘Advaita’. Il termine ‘Dvaita’ ricorre in una Upaniṣad. Il contesto è il seguente: “Rimanendo come diversi, come si può percepire un oggetto che è diverso?”. In questo contesto compaiono le parole: “Dove, in effetti, c’è, per così dire, il Dvaita (dualità)”. Il significato di quel “per così dire” è: nello stato in cui ‘sembra’ esserci la dualità, ci sarebbe quell’esperienza (differenziata):

    Perché quando c’è, per così dire, la dualità, allora si vede qualcos’altro […] Quando, tuttavia, per il conoscitore di Brahman tutto è diventato Ātman, che cosa potrebbe vedere e tramite che cosa? (BU II.4.14)

    Perciò, dove tutto è diventato Ātman, si dichiara che lì, “c’è, per così dire, la dualità”. Nel contesto dell’espressione “per così dire” (iva), riguarda la dualità; invece, nel contesto dell’affermazione “Quando, tuttavia,[…] tutto è diventato Ātman”, si insegna la non dualità. Anche la parola “tu” (tuttavia) è menzionata nel contesto in cui si dichiara l’Advaita e, se dopo un’affermazione, compare la parola “tu” (tuttavia) o la parola “atha” (quando), significa che ciò che segue è la conclusione reale. Dopo le parole “yatra tu” (quando, tuttavia), si dichiara che “tutto è diventato l’Ātman”. Quindi, dall’espressione “tu” (tuttavia) dobbiamo dedurre la verità conclusiva che tutto è della natura dell’Ātman. L’espressione “iva” (per così dire) indica, invece, che si tratta di apparenza e non della realtà. L’espressione ‘come lui’ significa che non è lui in persona. Quindi, quando si dice “per così dire, la dualità”, significa che quella dualità non esiste, che si tratta di una mera apparenza. Ciò che s’impara con l’aiuto dei testi sacri è l’Advaita. Questa sola è la dottrina (siddhānta): solo il fatto che tutto sia Ātman è la verità.

    Qui è usato il termine Ātman. Ci si può chiedere: non dovrebbe essere Paramātman (il Sé supremo)? Se c’è il Paramātman, allora ci dovrebbe essere anche l’alpātman (il piccolo sé) come diverso da esso. Invece non c’è nemmeno Paramātman: è solo nello stato di dualità che c’è la distinzione tra Paramātman e jīvātman. Quando si realizza l’Advaita, esiste solo l’Ātman.

    La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad afferma: “dvitīyadvai bhayam bhavati”, dalla dualità sorge la paura, la sofferenza, la lotta, ecc. Desiderio, paura, sofferenza e lotta possono sorgere solamente se ci sono due differenti entità. Se qualcuno che ci è caro muore, sorge l’infelicità. Se muore sotto i nostri occhi, ci sentiamo angosciati. Pensiamo di non provare angoscia quando si morirà. Ovvero, quando moriremo non saremo noi in angoscia. Pertanto, se noi stessi siamo tutto, non ci sarà alcuna infelicità. Quando c’è il pensiero della differenza, allora c’è infelicità. Cos’è che provoca il desiderio? È solo quando c’è la consapevolezza della dualità che sorgono il desiderio e l’infelicità. Se l’altro diventa noi, allora non c’è alcuna infelicità. Come realizzare questa identità? Se tutti diventassero il Paramātman, ci sarebbe solo l’unico Sé.

    Perciò il Vedānta dichiara: la dualità non è necessaria; solo la non-dualità è la Realtà. Questa verità l’ha esposta il nostro Ācārya come una lampada splendente e ci ha chiesto di non dimenticarla. I suoi commentari sono chiamati commenti illuminanti (bhāṣya dīpa). Solo perché la parola Dvaita ricorre nel Vedānta, la gente ripete “Dvaita”, “Dvaita”. Non si chiedono dove, per quale motivo e prima di quale conclusione ricorra quel termine. È come la conclusione secondo cui negli ambienti vedici era diffusa l’abitudine di bere alcolici, a cui alcuni studiosi giungono sulla base dell’ingiunzione vedica “non bere alcolici”.

    Ora siamo nello stato di sogno (nidrā). Se ci svegliamo da questo stato, quello è Advaita. Se questa dottrina (siddhānta) s’imprime nella memoria, almeno una persona su centomila cercherà di raggiungerlo. È a questo scopo che i grandi Maestri hanno scritto le loro opere. Non basta sapere che a Kāṣī c’è la Gaṅgā; bisogna comprare il dovuto biglietto, viaggiare con il treno giusto, attraversare i nodi ferroviari durante il tragitto e, senza dormire troppo, arrivare a Kāṣī e bagnarsi davvero nella Gaṅgā.

    I Veda dichiarano che l’esperienza Advaita è quella da cui l’azione, la parola e la mente ritornano indietro perché non sono in grado di raggiungerla:

    Non si è soggetti alla paura in nessun momento se si conosce la Beatitudine che è Brahman, da cui le parole, insieme alla mente, tornano indietro, essendo incapaci di raggiungerla. (TU II.4.1)

    Se non può essere pensata dalla mente, come conoscerla? Qual è il significato di questa dichiarazione vedica? Qual è il significato dell’affermazione che il Sé non può essere pensato dalla mente? Se il Sé supremo potesse essere conosciuto, diventerebbe oggetto di conoscenza. Il conoscitore sarebbe allora diverso. Nella Kena Upaniṣad si dice:

    È conosciuto da colui per il quale non è conoscibile ed è sconosciuto a chi Lo reputa conoscibile. È sconosciuto a chi Lo conosce ed è conosciuto da chi non Lo conosce. (KU II.3)

    Qual è il significato dell’affermazione che il Sé non è conoscibile? Significa che non può essere oggetto di conoscenza. Non ha senso portare un’altra lampada per vedere una lampada. Una lampada è necessaria solo per illuminare ciò che non è luminoso. Per vedere una lampada non serve nient’altro. La Coscienza è auto-luminosa. Īśvara è la natura di quella stessa Coscienza. In molti passi degli inni tamiḷ, come il Tevāram, il Tiruvācakam e i canti di Tāyumānavar, si dichiara che Īśvara è “l’unica Coscienza”, che ha “la forma della Coscienza”.

    Per la mente il Sé non è oggetto di pensiero, ma la mente si ostina a pensarlo. Tutto ciò che la mente pensa è falso, ciò che la fa pensare è vero.

    Ciò che l’uomo non comprende con la mente, ciò in cui, si dice, la mente è contenuta, sappiate che Quello è Brahman e non ciò su cui la gente medita come oggetto. (KeU I.6)

    Tutto ciò che si vede in sogno è falso. Solo la Coscienza che vede è reale. È questo Sé che appare nel sogno come tutti gli oggetti visti. Quando il sogno finirà, ci si renderà conto che l’uno (la Coscienza) è l’unico a restare. Se non c’è differenza, non ci sarà né parola né conoscenza. È questa non-dualità che viene proclamata nelle Upaniṣad e negli altri testi sacri.

    Sull’albero che è il Veda, ci sono i fiori, le Upaniṣad. I Brahma Sūtra sono il filo che aiuta a farne una ghirlanda da portare al collo. Se colui che ha fatto il filo è stato Vyāsa, chi ha composto la ghirlanda è stato l’Ācārya. E noi siamo coloro che portano al collo la ghirlanda.

    Ciò che abbiamo compreso in modo definitivo è questo: la Verità è una sola ed è della natura di Īśvara. A causa delle impressioni passate, le cose appaiono diverse. Ma tutto deve diventare uno. Anche ciò che definiamo ‘noi’ deve essere dissolto. Per questo, è necessario studiare i testi sacri appropriati. I mezzi per farlo sono i Veda, le smṛti, i Purāṇa, la vista dei templi, la pūjā ecc. Sacrifichiamo qualsiasi cosa per ottenere la beatitudine eterna. Il saggio Re Janaka disse: “Ho rinunciato all’intero regno di Videha e ho rinunciato anche a me stesso”.

    Per raggiungere questo stato, la via più semplice è la contemplazione di Śrī Candramaulīśvara [Śiva]. Così ha detto Appaya Dīkṣita. Seguendo questa via, tutti potrebbero ottenere la realizzazione della non dualità.

    Soltanto con la benedizione di Īśvara si può realizzare la non dualità!

    1. Paramārtha, Realtà assoluta, è spesso reso (anche sul nostro Sito VVM) con il termine ‘metafisica’, in uso fin dai primi esordi della filosofica greca. Tale traduzione è del tutto accettabile, a patto che il suo significato sia chiaramente distinto da quello speculativo che fatalmente comporta. Anche recentemente, chi ha voluto usare e abusare di tale termine applicandolo all’Advaita Vedānta, non è stato scevro da questa nuance culturale occidentale, soprattutto di matrice aristotelica, arrivando perfino a parlare di una ‘metafisica parziale’. Deve essere qui chiarito definitivamente che, se si vuole usare ‘metafisica’ per paramārtha, si deve rispettare il suo senso di Assoluto che, per essere tale, non può mai essere concepito come ‘parziale’ o qualificato in modi differenti. Assoluto, per noi, significa sciolto o libero da ogni legame prodotto dall’ignoranza; perciò è incompatibile con qualsiasi idea che esista un residuo d’ignoranza (avidyā leśa) che lo renda ‘parziale’ o ‘relativo’, concezione errata sostenuta dagli esponenti della corrente vedāntica deviata della mūlāvidyā [N.d.C.].[↩]

    Conoscenza del Sé

      Jagadguru Śaṃkarācārya Śrī Śrī Candraśekhara Bhāratī III Mahāsvāmīgal

      Conoscenza del Sé

      Chi, in qualsiasi modo, abbia ottenuto questa rara nascita umana e, inoltre, come uomo e con la corretta conoscenza della śruti non cerca la Liberazione, è uno stolto che uccide se stesso. Uccide il proprio Sé con l’attaccamento a ciò che non è reale.

      Śrī Śaṃkara Bhagavatpāda con quello śloka ha insegnato che chi ha ottenuto questa rara nascita umana deve cercare con determinazione di raggiungere la Liberazione. La nascita umana è la più adatta per ottenere il mokṣa, come, d’altra parte, è la migliore per raggiungere i piaceri del cielo. Qui si possono celebrare riti sacrificali per compiacere Indra e le altre divinità e, così, ci si può assicurare il cielo. Le stesse azioni possono essere compiute senza alcun desiderio. Questo è il modo in cui si purifica la mente e, con questo tramite, si può ottenere la conoscenza e la Liberazione.

      Gli Dei non godono di questo privilegio: se Indra e gli altri Dei superi volessero compiere un qualsiasi rito sacrificale, a chi potrebbero offrire le loro oblazioni? Ad Agni o ad altre deità, che sono a loro inferiori? A chi compie i riti può essere fruttuosa solamente l’azione compiuta con devozione a qualcuno che gli è superiore. Ciò non è possibile per gli Dei superni. Quando gli uomini compiono riti sacrificali, offrono l’oblazione ripetendo “Questo non è mio”, in questo modo rinunciando, assieme all’offerta, all’attaccamento, al senso del “mio” (mama). Dato che i deva sono superiori agli umani, questi ultimi possono aspettarsi da essi di ricevere grazie, ed è per questo che li si adora. Questo non succede agli Dei. Se dovessero fare un’oblazione, anch’essi dovrebbero pronunciare “Questo non è mio”. Anche se potessero farlo, a chi offrirebbero l’oblazione? Poiché i deva sono ovunque presenti in ragione delle loro rispettive funzioni nell’universo, essi non potrebbero versare l’oblazione in alcun luogo, essendo ogni luogo occupato da loro. Per questa ragione e per il fatto che non esiste nessuno superiore a essi a cui offrire il sacrificio, per gli Dei è impossibile impegnarsi in alcun rito sacrificale.

      Prima di impegnarsi alla cerca della conoscenza, sono necessarie quattro qualifiche. La prima è viveka, la discriminazione tra ciò che è eterno e ciò che è transeunte. Si deve prima conoscere che il Sé è il solo e unico esistente e che tutto il resto è impermanente. Una volta ottenuta questa conoscenza si dovrà ottenere la seconda qualifica, il vairāgya, la rinuncia a tutto ciò che è fruibile qui o nei mondi celesti. Quando è stata compresa l’impermanenza di tutte le cose e della loro fruizione, fino anche al Brahmaloka, non si proverà più alcun desiderio per esse, ma disgusto, come per il cibo vomitato da un cane. Assicurata questa seconda qualifica, si procederà a esercitarsi nei ‘sei strumenti’ (samādhi ṣaṭka). Questi sono: śama, il controllo delle divagazioni della mente quando segue avvenimenti accaduti, in corso di accadimento o che stanno per accadere; dama, il controllo sull’attrazione dei sensi per gli oggetti esterni, come, per esempio, l’errare della vista sulle diverse forme; titikṣa, il distacco dalle sofferenze causate dalle coppie di opposti, come il caldo e il freddo, la fame e la sete, il piacere e il dolore; uparati, l’introspezione della mente ovvero la rinuncia a ciò che è esterno; śraddhā, la certa comprensione di ciò che è insegnato dai Veda e dal Guru; samādhāna,la pace e l’equilibrio per la cessazione di tutte le pulsioni mentali. Questi sei strumenti insieme sono la terza qualifica. La quarta è mumukṣutva, l’ardente desiderio di liberarsi dalla schiavitù. Solamente chi possiede tutte e quattro queste qualifiche è pienamente qualificato per intraprendere l’indagine sulla natura del Sé e per riuscire a far emergere realmente la conoscenza. La suprema conoscenza emerge quando si segue il vicāra, che consiste nella attenta riflessione su “Chi sono io?”, “Come sono giunto a questa nascita” e “In che modo si evita la rinascita?”.

      Non si può affermare che il viveka sorge soltanto in chi ha un corpo efficiente. Dopo aver passato i primi sedici anni della propria vita nello studio, l’uomo si dedica ai piaceri dei sensi. Successivamente arriva il decadimento che indebolisce gli indriya. Così, in queste tre fasi, fanciullezza, maturità e vecchiaia, l’uomo sperpera la sua preziosa nascita umana senza cercare di acquisire la conoscenza del Supremo.

      Gli sforzi sinceri garantiscono il successo. Si immaginino due ragazzi che studiano nella stessa classe. Uno studia con grande interesse e attenzione, mentre l’altro si dedica al gioco e non segue le lezioni. Hanno le stesse agevolazioni di alloggio e di studio e anche l’insegnamento dei loro professori è identico. Tuttavia, uno passa l’esame e l’altro lo fallisce; la ragione evidente è la presenza di impegno nell’uno e la sua assenza nell’altro. Allo stesso modo, la ragione per cui alcune persone diventano degli illuminati e trascendono il mondo di sofferenza, mentre altre rimangono ignoranti e si dibattono nel pantano della schiavitù, può essere trovata nell’impegno delle prime e nell’assenza dello stesso nelle seconde.

      Se assaggiare cibo delizioso costituisse la felicità eterna, dovremmo rimanere sempre a mangiare squisitezze e a bere bevande saporite né potremmo interrompere di mangiare nemmeno per un momento. Ciò non si può fare; pur desiderando la felicità eterna, consumiamo cibo e bevande solo per placare la fame e per dissetarci. Prendiamo medicine solamente finché persiste il malessere e interrompiamo di assumerle quando la malattia è stata curata.

      Come si è già detto, il mezzo più appropriato per raggiungere la Liberazione è l’attuale nascita umana. Diversamente da noi, gli Dei celesti non sono capaci di realizzare il Supremo, in quanto sperimentano solo lo stato di veglia e non il sogno né il sonno profondo1. Al contrario, noi sperimentiamo tutti e tre gli stati e, paragonandoli, comprendiamo con facilità i piaceri e le sofferenze che li caratterizzano. Questo ci spinge ad acquisire la conoscenza del Supremo avendo come meta il mokṣa.

      Nelle Upaniṣad è affermato molto chiaramente che solo il Brahmaloka e questo bhūloka sono mondi in cui si può raggiungere la conoscenza (jñāna loka). I primo di questi due mondi2, il Brahmaloka è raggiungibile solo da coloro che hanno accumulato meriti speciali senza limite, seguendo le prescrizioni degli Śāstra che li hanno qualificati per entrarvi. Soltanto chi è così particolarmente qualificato può andarci dove, sedendo ai piedi di Brahmā, può imparare e indagare la verità e ottenere la conoscenza del Sé. Com’è possibile che coloro che hanno solo meriti mediocri possano aspirare a essere ammessi nel Brahmaloka?

      Inoltre, per acquisire le qualifiche necessarie per esservi ammessi, tutte le azioni virtuose prescritte negli Śāstra devono essere state compiute soltanto qui, in questo nostro mondo. È davvero facile compierle? E quanto a lungo le si devono compiere? Quante difficoltà si presentano a chi compie tali azioni? Invece, piuttosto che impegnarsi a quelle azioni, ci si può dedicare tutto il tempo alla ricerca sincera della conoscenza e cercare di realizzare la Verità. Inoltre, il non-attaccamento, requisito necessario per il raggiungimento della conoscenza, è possibile solo in questo mondo pieno di miseria, e il non-attaccamento, una volta ottenuto sarà permanente. Nei devaloka e in altre regioni non c’è questa possibilità di acquisire il senso del distacco.

      È possibile raggiungere la conoscenza del Supremo nei devaloka? Non è affatto facile3. I mondi degli Dei e di altri esseri più elevati sono loka di fruizione (bhogaloka). Nei devaloka c’è abbondanza di piaceri dei sensi e la mente vi è assorbita. È ben noto che coloro che dimorano nel gandharvaloka sono di natura molto sensuale4. Come potrebbe la mente, coinvolta nei piaceri dei sensi, rivolgersi alla cerca della conoscenza? Perciò è raccomandabile dedicarsi alla conoscenza in questo stesso mondo. Proprio indicando tutto ciò, Śrī Śaṃkara Bhagavatpāda ha affermato che la nascita umana è davvero molto rara. Dopo aver preso nascita su questa terra come essere umano, se si spreca il raro privilegio di cui godiamo ora, quando si potrà raggiungere la Liberazione?

      Quando si perde la misera somma di due rupie, ci vogliono tre giorni per superare il turbamento causato da quella perdita. Eppure si è disposti a sprecare tutta questa vita preziosissima senza cercare la conoscenza. Che cosa può mai compensare o rimediare a questa perdita colossale? Ecco perché la Kaṭha Upaniṣad dice che chi non raggiunge la conoscenza in questa vita umana è davvero un fallito. Poiché i corpi dei deva sono privi di difetti e durano a lungo senza alcun cambiamento, essi pensano di poter comodamente rimandare il tentativo di raggiungere la Liberazione, proprio come noi continuiamo a rimandare molte cose pur in questa nostra vita assai limitata. In altre parole, l’attaccamento ai piaceri sensuali che gli Dei hanno a disposizione, farà scemare il loro desiderio di raggiungere la conoscenza. Quindi, in qualsiasi modo si consideri la questione, è evidente che il nostro mondo terreno è di gran lunga preferibile alle regioni celesti per quanto riguarda le possibilità di raggiungere la conoscenza. Pertanto, chi è stato benedetto da una nascita umana e non fa alcuno sforzo per ottenere il mokṣa, commette il grave peccato di ātmahatyā (uccisione del Sé). Se una persona arriva a commettere ātmahatyā, quali altri peccati non sarà capace di commettere?

      Sanatsujāta5 chiama “mṛtyu”, “Yama” ossia morte, l’errore di evitare la realizzazione della propria vera natura. Inoltre, chi considera che il Sé sia identico a oggetti inerti come il corpo, è considerato un grande ladro. Gli Śāstra definiscono il furto come la sottrazione di un bene altrui o il suo asporto in un luogo non gradito al proprietario. Vorremmo che il nostro denaro fosse custodito solo da noi. Se qualcuno ce lo sottraesse con la forza e lo tenesse in un suo nascondiglio contro la nostra volontà, ce ne lamenteremmo. Allo stesso modo, se chi identifica erroneamente il proprio Sé cosciente con il non-sé insenziente (corpo, ecc.) e ritiene che il corpo, la mente e i sensi siano coscienti, costui è davvero un ladro. Quando una persona osa commettere un crimine così grande, quali altri crimini non commetterà? Chi erroneamente sovrappone il proprio sé al corpo e alle altre facoltà, inizia a indulgere a qualsiasi atto deprecabile allo scopo di compiacere il proprio corpo. Ecco perché le scritture chiedono: “Quando una persona arriva a rubare il proprio Sé, quali altre colpe non commetterà?”.

      Sofferenza in due stati e gioia nel terzo

      Il furto del sé avviene negli stati di veglia e di sogno. Anche l’esperienza del dolore si manifesta solo in questi due stati. Invece, poiché non si commette il crimine di rubare il Sé durante lo stato del sonno profondo, in suṣupti non si sperimenta alcuna sofferenza. Al contrario, vi si sperimenta solo pace. Da ciò risulta chiaro che il dolore viene sperimentato solo quando si identifica il Sé con le entità insenzienti del non-sé, mentre si è felici quando si considera il Sé non legato a tutte le entità insenzienti e lo si considera come il loro testimone immutabile.

      In sonno profondo non si sperimenta dolore

      Se il dolore fosse una caratteristica intrinseca del Sé, allora non dovrebbe scomparire nemmeno nello stato di sonno profondo. Ma è questo che si sperimenta in sonno profondo? Non si prova forse in quello stato una gioia completamente priva di dolore? La dolcezza è la natura intrinseca dello zucchero. Lo zucchero non viene mai privato della sua natura di dolcezza. Non accade mai che lo zucchero sia a volte dolce e a volte no. Allo stesso modo, la Beatitudine è la natura intrinseca del Sé. Essa risplende chiaramente solo in sonno profondo, dove, a differenza degli stati di veglia e di sogno, tutti i sensi sono inattivi. La pura Beatitudine, priva di qualsiasi dolore, che appare solo in sonno profondo e non negli altri due stati, è dovuta al fatto che la Beatitudine stessa è la natura intrinseca del Sé, che è privo di dolore.

      La sovrapposizione, causa della limitazione

      Sebbene un cristallo di rocca sia per natura puro e incolore, appare rosso se accostato a un fiore rossastro come l’ibisco. Allo stesso modo, benché il Sé sia in realtà indipendente da qualsiasi aggiunta limitante (upādhi), sembra provare piacere e dolore quando viene erroneamente sovrapposto al non-sé, cioè al corpo, ai sensi e alla mente. Come il cristallo di rocca riacquista la sua trasparenza quando il fiore di ibisco viene rimosso, così l’Ātman risplende come Pura Beatitudine in sonno profondo, dove è completamente libero dalle limitazioni (corpo, sensi e mente) degli altri due stati. Da ciò risulta evidente che l’infelicità si verifica solo quando c’è un’identificazione del sé individuale con i corpi grossolani e sottili. Ci si sente soddisfatti quando si acquisiscono gli oggetti desiderati e si prova tristezza quando non li si ottiene. Quando la mente è sotto il controllo del karma negativo, essa prova dolore. D’altra parte, quando si impegna in azioni meritorie, ottiene puṇya e quindi prova il senso di gioia. Per rendere la mente pura, è necessario compiere atti meritori (puṇya karma). Una mente pura sarà sempre più rivolta verso l’Ātman. Di conseguenza, il suo attaccamento al non-sé, come corpo e sensi, si ridurrà gradualmente. In seguito, si capirà che deliberazioni come “io voglio”, ecc. appartengono solo all’intelletto e non al Sé. Questa comprensione renderà chiaro che il Sé è asaṅga (distaccato). Una volta capito questo, si realizzerà la verità che il Sé è al di là della morte.

      Tempo da dedicare alle ingiunzioni previste dalla Scrittura.

      Sembra che ognuno abbia tempo sufficiente per sbrigare le faccende domestiche, ma quando si tratta di eseguire i rituali prescritti dalle Scritture, come il sandhyā vandanam, si adduce ogni sorta di scusa per evitarli. Per quanto riguarda la conoscenza del Sé, si dovrebbe avere una forte capacità di distacco come Śrī Sadāśiva Brahmendra6. Colui che è privo di incrollabile determinazione per il raggiungimento della conoscenza, in realtà è un ingannatore di se stesso (svasya vaṅcakaḥ). È per questo che Bhagavatpāda ha insegnato così: “Recita i Veda ogni giorno; esegui i karma prescritti dai Veda con sincerità; pensa al Signore senza mai distrarti…”. La purezza della mente si ottiene solo quando tutti i karma sono stati eseguiti rigorosamente in accordo con i dettami vedici. La realizzazione del Supremo potrà essere realizzata solo da chi ha purificato la mente”.

      È necessario analizzare l’importanza dell’affermazione scritturale “la vidyā è arrivata ai brāhmaṇa”. Vidyā è ciò che permette di liberarsi dalla schiavitù del karma. La Gītā prescrive che i karma come, per esempio, gli yajña (sacrifici), debbano essere eseguiti senza il desiderio per i loro risultati. I karma che si compiono, se dedicati al Signore, non vincolano. Invece, i karma basati sul desiderio creano legami. Se si compiono i karma senza desiderio, si raggiunge la purificazione della mente. Poi, per mezzo della conoscenza, si può raggiungere la Liberazione. La schiavitù causata dall’ignoranza sarà rimossa dalla conoscenza. La schiavitù causata dall’ignoranza è più dolorosa di quella causata da una catena di ferro. Quest’ultima può essere rimossa spezzandola, mentre la prima non può essere rimossa con nessun altro mezzo se non tramite la conoscenza. Ecco perché gli scrittori hanno spesso sottolineato che “vidyā è ciò che conduce alla Liberazione”.

      Sovrapporre erroneamente al Sé il corpo, la mente e i sensi, che appartengono alla categoria del non-sé, è ciò che si chiama schiavitù o ignoranza. “Yat ajñāna nāśayati tat jñānam”: quella conoscenza rimuove questa ignoranza. L’ignoranza del vaso viene rimossa unicamente conoscendo il vaso. Allo stesso modo, la conoscenza del Sé rimuove l’ignoranza secondo cui il Sé è il corpo, ecc. Le Upaniṣad chiedono: “Hai conosciuto Quello per mezzo del quale tutto diventa conosciuto?”.

      Un realizzato trae utilità dai i Veda quanto un uomo ne trae da un pozzo quando c’è un’inondazione tutt’intorno.

      Il bagno sacro (snāna) nell’oceano dà il beneficio del bagno in tutti i fiumi sacri7. Allo stesso modo, la completa beatitudine si può ottenere soltanto con la conoscenza del Sé. Ecco perché si dice che “ciò che libera è la conoscenza”.

      Tutte le creature sono perennemente coinvolte in un’azione o nell’altra. Nessuno rimane mai, nemmeno per un momento, senza agire, perché tutti sono costretti a farlo dai guṇa sorti dalla Prakṛti. Tra tutte le azioni che si compiono, i doveri ordinati dalle Scritture sono relativamente più difficili e fastidiosi da eseguire. Tuttavia, l’esecuzione dei riti imposti dalle Scritture porta alla felicità, mentre le altre azioni portano all’infelicità. Se si compiamo fedelmente i doveri prescritti dagli Śāstra, il Signore si compiace di noi. Pertanto, ci si deve sforzare di compiere i rituali ingiunti dalle Scritture, nonostante siano difficili e pesanti da eseguire, perché in seguito si raccoglieranno le migliori ricompense. Altre azioni, anche se sembrano più vantaggiose e facili da eseguire, porteranno solo schiavitù. L’abilità che si raggiunge in altre forme di attività, come la scultura e simili, non aiuta a ottenere la pace e la felicità eterne.

      Nessun’altra forma di conoscenza, se non quella del Sé, dà benefici eterni. Quando, con questa determinazione, i brāhmaṇa compiono i doveri ordinati dalle Scritture con l’obiettivo finale di perseguire la conoscenza del Sé, l’affermazione “la Brahmavidyā è arrivata al brāhmaṇa” diventa chiara. Il grande saggio Manu ha detto che il corpo di un brāhmaṇa non è destinato a godere dei piaceri di questo mondo. Al contrario, è qui per subire grandi sofferenze in questa nascita e sperimentare una gioia illimitata in seguito. È bene notare l’importanza di questa affermazione. Colui che nasce brāhmaṇa dovrebbe acquisire la conoscenza del Sé, che è il mezzo per liberarsi in questa stessa nascita. Solo allora la parola brāhmaṇa avrà un senso.

      Oṃ Tat Sat

      1. Gli Dei dello stato di veglia, infatti, sono solo delle proiezioni mentali (mānasa kalpita) del vegliante. Tuttavia, da un punto di vista vyāvahārika l’uomo ordinario può anche pensare che essi veglino, sognino e vadano il sonno profondo durante il pralaya, come spesso è narrato nella mitologia[N.d.C.].[↩]
      2. Ovviamente il Jagadguru dà per scontato che chi ottiene la conoscenza nel bhūloka è jīvanmukta [N.d.C.].[↩]
      3. Infatti, per quanto rara, è pur sempre possibile, in quanto nulla di contingente può opporsi alla conoscenza che è assoluta. Tuttavia la difficoltà a rimuovere l’ignoranza è commisurata allo stato di ottundimento della mente, che nei bhogaloka è particolarmente distratta dai piaceri celesti [N.d.C.].[↩]
      4. Il gandharvaloka, infatti, è tra i cieli più bassi, dove le anime dei defunti godono di cibi saporiti, di bevande inebrianti e di amanti celesti (apsaras) [N.d.C.].[↩]
      5. Giovane saggio che espose l’insegnamento advitīya al Re Dhṛtarāṣṭra. L’episodio, con il titolo di Sānatsujātiya, appare negli adyāya 41-46 dell’Udyoga Parva del Mahābhārata. Il breve trattato è stato oggetto di un commento attribuito a Śaṃkara [N.d.C.].[↩]
      6. Santo del Karṇāṭaka del secolo XVIII, advaitin e celebre compositore di musica. È famoso per l’intensità del suo distacco dagli oggetti grossolani [N.d.C.].[↩]
      7. Tutti i fiumi, infatti, confluiscono nell’oceano [N.d.C.].[↩]

      Solipsismo e Vedānta

        Śrī K.A. Krishnaswami Iyer

        Solipsismo e Vedānta

        Perché il solipsismo è inconfutabile? Il solipsismo è la convinzione che “esisto solo io”. Si tratta di una posizione assurda che una società reale composta da individui realmente distinti con uguali pretese di diritto all’esistenza, non può prendere sul serio. Tuttavia è evidentemente inconfutabile e nessun sistema di pensiero che pretenda di avere la certezza delle sue verità è stato in grado di evitare tale minaccia permanente alla sua accettabilità e al suo credito. Ogni pensatore che discute sulla realtà delle altre menti ne parla con timore e si comporta come se il solipsismo, quasi fosse l’immagine della morte, ossessionasse continuamente la sua immaginazione e gli stesse davanti come uno spauracchio inamovibile. I critici avversari si compiacciono di accusare ogni sistema che cade nel solipsismo della perdita di credibilità, accusa che viene tranquillamente usata come un’arma sicura per relegarlo tra le assurdità. Dal momento che il soggettivismo, l’assolutismo, l’idealismo, il panteismo e persino il realismo, spinti alle loro estreme conseguenze logiche, assumono indubbiamente le caratteristiche del solipsismo così universalmente temuto e aborrito, non dovrebbe essere fuori luogo indagare se la sua vera natura debba essere respinta così severamente e fino a che punto possa essere suscettibile di una migliore interpretazione. Se è assolutamente inconfutabile, cosa gli manca per renderlo accettabile o per spogliarlo della riprovazione che lo colpisce? La verità più elevata è riconosciuta degli uomini se è esente da contraddizioni. Ciò è sufficiente a suscitare, nelle menti libere da preconcetti, il sospetto che, dopo tutto, il solipsismo potrebbe non essere così da respingere e che, in taluni suoi aspetti, potrebbe presentare le caratteristiche delle verità più profonde e vitali per l’uomo.

        I termini ‘io’, ‘soggetto’ e ‘coscienza’ hanno un significato preciso ed escludono logicamente ogni pluralità. Non ha senso parlare di più di un ‘io’ o di più di un ‘soggetto’ o di più d’una ‘coscienza’. Per ‘me’ tutto il resto dell’umanità deve essere classificato tra ‘voi’ e ‘loro’, ecc., cioè tra gli oggetti che si oppongono a ‘me’ come ‘soggetto’ o ‘coscienza’ percepente. Questa è una prerogativa inalienabile delle stesse nozioni veicolate da tali termini.

        Ogni sistema può essere accusato di solipsismo

        Ogni forma di idealismo, e non di solo soggettivismo, che considera l’intero universo come una mera idea della mente, deve necessariamente includere le cosiddette altre menti nel mondo percepito dal pensatore e, pertanto, affermando una mente unica, diventa colpevole di solipsismo. L’idealismo trascendentale di Kant, l’idealismo assoluto di Hegel, l’idealismo attuale di Gentile, l’idealismo puro di Berkeley e Fichte devono tutti sottostare a questa accusa comune, per quanto possano protestare con enfasi contro di essa. Per sfuggire all’imbarazzo, è stato creato un fantoccio chiamato ‘mente cosmica’ o ‘Io trascendentale’. Ma l’espediente è inutile. Se il mondo intero è un concetto della mente, lo è anche la ‘mente cosmica’ o ‘ego trascendentale’, che non è altro se non una semplice generalizzazione della ‘mia’ mente.

        Anche il realismo scientifico e il pluralismo contemporaneo sono in fondo bolle convenzionali, incapaci di resistere all’urto d’un venticello polemico. Bertrand Russell confessa che l’unica verità che può resistere all’esame logico è il solipsismo, ma che tuttavia non riesce a credere in esso. Preferisce pensare che il mondo sia reale e che contenga molte menti indipendenti, anche se, per dimostrarne l’esistenza, non può andare oltre la propria mente, sul cui verdetto deve forzatamente fare affidamento. Il solipsismo può estendere il suo dominio anche sul panteismo. Se tutto è Dio, allora io sono Dio e quindi sono tutta la realtà. Se da un lato negare altre menti, come quelle dei nostri genitori, è chiaramente contrario a tutte le nostre convinzioni e desideri, alle nostre inclinazioni e attività, dall’altro lato nessuna posizione filosofica fondata su una logica rigorosa può evitare il destino finale di ricadere nel solipsismo.

        Punto di vista vedāntico sul solipsismo

        Il Vedānta aiuta a svelare questo mistero. Secondo la Taittirīya Upaniṣad, l’anima umana, l’essenza spirituale del profondo dell’uomo, è avvolta in cinque involucri o guaine, uno sopra l’altro, dei quali il più sottile è il più interno, mentre il corpo grossolano è il più esterno. A ciascuno di questi livelli, l’uomo si identifica momentaneamente con quella particolare guaina e la considera il suo vero ‘Io’. Così all’inizio considera il suo corpo come se stesso e, poiché a questo livello percepisce innumerevoli altri corpi simili al suo, riconosce la pluralità degli elementi su questo piano di esperienza. Ammette cioè l’esistenza di altri ego come lui, associati a corpi. Il solipsismo a questo livello gli sembra naturalmente assurdo. Da questo ego fisico, possiamo passare al livello successivo della coscienza dell’uomo, cioè alla sfera sensoriale. Anche in questo caso, l’uomo percepisce che la sua cognizione degli oggetti esterni dipende dal vigore e dalla salute dei suoi sensi, distinti da quelli degli altri. Quindi, per spiegare le differenze di esperienza, concepisce l’‘Io’ sensoriale come se si muovesse in un mondo di molteplicità. Il terzo involucro esterno è la mente con le sue volizioni. Questo è l’‘Io’ mentale, anch’esso in contrasto con gli altri ‘Io’ simili, che scopre d’esistere al livello della molteplicità. Il solipsismo non può trovare posto nemmeno qui.

        Il quarto è la guaina dell’intelletto con le sue facoltà di discriminazione, identificazione e giudizio. Anche questo livello l’‘Io’ intellettuale si trova nel bel mezzo della molteplicità. Neppure qui il solipsismo può essere accettabile. Infine, il quinto, ovvero l’involucro più interno che ricopre l’Essere, è la sfera del piacere o della fruizione. L’‘Io’ che fruisce deve mantenere la sua individualità in mezzo a molte altre che sono impegnate allo stesso modo nel mondo. Questi sono gli estremi limiti per la molteplicità o per la pluralità. E l’ego che si trova a questo livello non può realmente pensare a se stesso come l’unica Esistenza. Il solipsismo sarebbe in contraddizione con l’esperienza. Ora si deve determinare la natura dell’ego che si trova all’interno di queste cinque guaine e che, di fatto, è l’essenza spirituale dell’uomo. In realtà non è certamente un ego, perché non conserva nessuno dei caratteri individualizzanti che appartengono alle guaine. Di per sé non ha sentimenti, volontà o conoscenze individuali. Tuttavia, è colui che vuole, sente e conosce per mezzo di quelle guaine che l’avvolgono. Come lo spazio in una stanza è limitato dalle pareti che lo racchiudono, ma diventa indistinguibile dallo spazio generale quando le pareti vengono abbattute; e come l’espressione “spazio nella stanza” non indica realmente una divisione nello spazio universale, così l’uomo come Ātman è uno e indivisibile. Il solipsismo, da questo punto di vista, è la verità più profonda.

        Due aspetti del solipsismo

        Possiamo ora spiegare gli aspetti apparentemente opposti che il solipsismo presenta. Lo Spirito Universale, il Dio nell’uomo, trascende le leggi del tempo e dello spazio. Al di là della parola e del pensiero c’è la Realtà, che non conosce né parte né divisione né porta segni di individualità. Si manifesta nei successivi livelli di coscienza, identificandosi temporaneamente con ciascuna di quelle guaine, denominandosi corpo-ego [annamayātman], sensi-ego [prāṇamayātman], mente-ego [manomayātman], intelletto-ego [vijāñamayātman] e piacere-ego [ānandamayātman]. Come ego, svela il suo carattere di essere l’Uno senza secondo e, in quanto limitato dalle guaine, annuncia il suo ingresso nelle sfere della molteplicità per agire ai diversi livelli. Nel pensiero “Io solo esisto” si riconosce la grande verità che ogni uomo, in quanto Sé indifferenziato, è l’unica Realtà, mentre il mondo percettivo non è che il pensiero che lo oggettiva. D’altra parte, la pluralità delle menti è indiscutibile, poiché a livello mentale il Sé funziona in un mondo di molteplicità. Mentre sono infinite le distinzioni che si osservano tra le apparenti forme del Sé, come il corpo, i sensi, la mente e gli oggetti di godimento appartenenti alle singole anime, ciò che si manifesta contemporaneamente come ‘Io’ e mondo è l’essenza più intima dell’uomo e non è la sola Realtà, ma la Realtà intera. È indicato con i termini: ego, soggetto, Testimone o Coscienza, nessuno dei quali può ammettere rigorosamente la pluralità.

        La consapevolezza dell’ego per la psicologia è un mistero e trova la sua spiegazione solo negli insegnamenti del Vedānta, dimostrando così che questi si basano su verità profondamente radicate nelle intuizioni universali dell’uomo. Il Vedānta dà fondamento alle opinioni di tutti i grandi pensatori che hanno parlato intuendo la verità attraverso un solipsismo non confessato, di cui erano inconsapevoli e che si sforzavano di ripudiare. Ma il solipsismo è l’insopprimibile termine per indicare l’‘Io’ supremo. È riprovevole quel solipsismo che ritiene come unica realtà un ‘io’ separato dal non-io, perché è assolutamente falso. Quel solipsismo ha la forma della filosofia, ma il cuore di legno marcio. Appare a tutti i sistemi come un mostro. Nessuna speculazione è riuscita a bandirlo dai domini del pensiero, e nessuna lo può tollerare. Il Vedānta ritiene che l’ego sia a gradi. L’essere più basso, confuso con il corpo, è giustamente marchiato come tale. Quello che si considera indipendente dal corpo e dalla vita presente è di un grado superiore, perché la sua vita terrena sarà modulata in modo da prepararla a un futuro felice. Ma l’ego più elevato deve essere onnicomprensivo: non più un individuo o un ego, ma la Realtà stessa, perché l’essenza dell’ego, in qualsiasi modo la si consideri, non può essere un’entità oggettiva. Solo un ego può essere l’essenza di un altro ego. Ma le limitazioni degli ego inferiori sono eliminate in quello più elevato, che tuttavia è l’unico termine in cui lo si possa descrivere. In questo senso trascendente, l’ego più alto, il più puro, è la Realtà totale e non c’è né può esserci nient’altro al di fuori di essa. Questa è la verità che sta alla base del solipsismo, che lo ha dotato di vita eterna.

        Invano lo si tenta di abbattere. Si rialza di nuovo con doppio vigore. Il Vedānta mostra che è nato in cielo e che conduce a una vita incantevole. “Io sono Brahman”, “Io sono tutto, non c’è nient’altro”, queste sono le parole che vibrano di verità immortale. Gli altri termini, ‘Sé’, ‘Dio’, ‘Realtà’, ‘Verità’, ‘Coscienza’ non possono accostarsi alla parola ‘Io’ in quel suo peculiare potere di trasmettere l’intuizione che è al di là della parola e della comprensione e che ci porta nel più profondo della nostra natura. Quelli possono solo evocare concetti oggettivi della realtà e quindi sono infedeli come rappresentazioni della sua vera natura che non permette l’oggettivazione e che può essere immediatamente percepita solo come ‘Io’. Mi conosco molto meglio come ‘Io’ piuttosto che come ‘soggetto’, ‘Sé’, ecc. che sono concetti acquisiti e appresi. Inoltre, la mia realtà è sempre indiscussa. Whitehead dice che “le cose intorno sono reali per il fatto che ‘Io’ sono”. Questo è discutibile. Infatti, mentre esamino la maestà della realtà del non-io, lo faccio sempre grazie alla certezza della mia. Se qualcuno mi dice: “Sei irreale”, tali parole cadono nel vuoto. Non si riesce a concepire la propria irrealtà. “Quando sono completamente isolato, posso ignorare la realtà di altre cose; ma non posso mai essere non cosciente della mia Realtà.”

        Oṃ Tat Sat

        🇬🇧The Purpose of Avasthātraya Teaching

          Śrī Praśānt Neti

          The Purpose of Avasthātraya Teaching

          When exposition of three states (waking, dream and DeepSleep) is given in Bṛhadāraṇyaka between IV.3.7 to IV.4.22, is it given for the purpose of teaching how self ‘goes through’ three states i.e. is it given to re-confirm the common man’s viewpoint that self-experiences these three states one after the other?

          Or is it for the purpose of teaching something else? Before answering this question, first of all, we need to ask ourselves what is the subject matter (i.e. which self is referred to) in those Bṛhadāraṇyaka mantras IV.3.7 to IV.4.22?

          Is it the limited self (i.e. self which is supposed to be subject to transmigration aka Jīva) which is the subject matter or is it the supreme Self (i.e. transcendental Self) itself that is being referred to?

          This is a very important question to ask, because, if the self which is subject matter in those mantras is really the limited self then it is very much apt to consider that the purpose of the teaching is only to re-confirm the common man’s viewpoint (i.e. limited self-viewpoint) that self-experiences waking, dream and DeepSleep one after the other.

          On the other hand, if the self-referred to in those mantras is indeed the transcendental Self, which is however pointed through the so-called experiences of the transmigrating self, then it is correct only to conclude that the actual purpose of this teaching is not to re-confirm the experiences of the transmigrating self per se, but the purpose of those mantras is to provide the viveka required to sublate such idea of ‘going through experience’ by showing it as an erroneous idea and while doing so, the ultimate purpose is to point to the Ātmā‘s asaṅgatvam as self-evident truth intuited through a direct pointing into DeepSleep.

          A clear implication when seekers do not accurately understand the purpose of this teaching becomes very well evident in how they put their arguments in discussions related to Avasthātraya vicāra. For example, if your conclusion from the enquiry into three states is a ‘belief’ that there is ignorance which exists really in all three states and if your rationale to support such conclusion is based on the very experience (i.e. the common man’s idea) of ‘going into’ and ‘coming out of’ these waking, dream and DeepSleep states, then it is a clear indication that you have not understood the purpose of this teaching.

          The purpose of this teaching is not to re-confirm what we already take for granted out of duality. In this essay, we will see what is the correct purpose of this teaching, by making a sincere attempt to understand Bhagavān Bhāṣyakāra’s words and thereby grasp the correct sampradayic method of interpretation/teaching.

          Going back to the question ‘which self is referred to’ in those Bṛhadāraṇyaka mantras, to answer that question properly we need to first of all understand a very important point in the siddhānta of Vedānta. Vedānta teaches Jīva Brahma aikyam (identity of Jīva & Brahman). When we say that Vedānta teaches ‘Jīva Brahma aikyam’, we never mean to accept some sort of positive existence to the Jīva and based on it, provide Vedānta as a means to ‘really attain’ Brahman. The siddhānta is not that, as of now, there is really a Jīva and through Vedānta śravaṇa manana nididhyāsana this Jīva ‘really attains’ Brahman. Also, the siddhānta is not that, though Jīva is Brahman, as of now this Jīva owing to a positive root ignorance, really forgot itself to be Brahman and that through Vedānta study Jīva eventually really comes to regain/merge-in Brahman. But the siddhānta is, ‘Jīva was never Jīva but always Brahman’ i.e. there is no real entity called Jīva that really ever existed.

          Jīva/Jīvatvam which also includes with it, the inseparable notions of Jagat (world around) and Īśvara (the supreme lord also as the primordial cause) is always an epistemological error (erroneous idea) about what alone truly exists i.e. Brahman. There is no entity that really exists corresponding to these notions. This is analogous to snake-in-a-rope where snake is only an erroneous idea about what alone always exists i.e. rope. There is no snake that really exists corresponding to the notion (i.e. perception) of snake-in-a-rope. Just as rope never (not even momentarily) transforms in to a snake in that snake-in-a-rope perception, similarly Brahman also never really transformed into Jīva/Jagat/Īśvara. Moreover, when we ask what is meant by removal of ignorance/error (or in other words having right knowledge) in that snake-in-a-rope instance, we do not mean that snake really transforms or merges back into rope with the raise of right knowledge. But, it only means that with the sublation of the idea of snake, rope shines forth as the self-evident truth. ‘Right knowledge’ here neither implies that snake ‘transforms into’ or ‘merges back into’ rope nor it implies that a positive instruction about rope is needed over and above the sublation of wrong idea called snake. Therefore, Jīva Brahma aikyam is the truth pointed through a sublation of the idea of Jīva/Jīvatvam and it is not a process of Jīva’s real transformation or real merging back into Brahman. And most importantly throughout the process of instruction of truth, it does not involve emphasizing Jīva/Jīvatvam as something which is ‘relatively real’.

          Therefore, it is important to understand that the subject matter (i.e. the self that is alluded to) in those Upaniṣad mantras is not to affirm ‘experience of states’, not to affirm ‘causality relationship between them’ and it is clearly not to affirm the ‘nature of limited self’. That means, the nature of transmigrating self is not the subject matter, but, the subject matter is transcendental Self alone. You can also understand it as, affirmation of Snake is never the subject matter of instruction because as long as snake is explained, you remain with the idea of snake. Whereas through that so-called perception of an apparent snake when the reality superimposed on snake is negated through a simultaneous probing into the cause of snake, then rope shines forth. Here we also need to note that probing into the cause of that ‘apparent’ snake is only a tool/method and it does not mean that rope ‘really caused’ the snake. Does the Rope really ‘cause’ the snake? No. But it is only that the probing (enquiry) happens to be along the lines of cause-effect. That much only. Neither establishing a real causal relationship is the goal nor establishing a ‘relatively real’ causal relationship is the goal. The goal is only to point to the truth which is beyond the causal framework and such pointing involves understanding falsity of causality. That means, only from the apparent perception of snake, saying that ‘rope caused the (idea of) snake’ is admissible and at best, it is only a figurative expression and nothing more. As long as we take that those Bṛhadāraṇyaka mantras are giving the description of nature of transmigrating self, we remain within and reinforce the idea of being the transmigrating self. Whereas, when we understand that the true purpose of those mantras is to sublate the reality superimposed to transmigratory self, that sublation itself points to the self-evident truth1. That means, the objective of Upaniṣad is to determine the true nature of what is taken to be as transmigrating self as that which is in reality, ‘not transmigrating self but transcendental Self’ – Jīva is not Jīva but Brahman, is the siddhānta.

          Here we may encounter an objection viz, ‘if those mantras are indeed having the transcendental Self as its subject matter then does it not mean that it amounts to reducing the transcendental Self into the triad of experiencer-experienced-experience i.e. does it not amount to reducing true nature of Self into duality?’

          The answer to this objection is:

          Duality is already a default position from where this very enquiry/teaching has started. Therefore, it is not the teaching/enquiry which is establishing or upholding the duality, but, the very start of enquiry itself is owing to duality. Vedānta’s teaching is, such duality is only ‘as it were’. Hence from that default viewpoint, it appears as if the mantras are also in line with the dualistic way of understanding in terms of cause-effect. That means, from that default viewpoint alone, it appears ‘as if’, the mantras are re-confirming the experience of Jīva. That much only. Therefore, we should not say that the purpose of the teaching is either to establish duality as the ultimate truth or say that the purpose is to give affirmation to experience of the states. We should not say that those mantras are ‘upholding the experiences of Jīva’, but we should understand that those mantras are simply pointing us to the fact that the very way of thinking in terms of ‘Jīva going through an experience’ is totally wrong (i.e. such thinking is an erroneous idea) when compared to true nature of Self as Vedānta points to. This erroneous idea is only owing to lack of right knowledge about nature of Self. There is no ratification from Vedānta for the experience per se, because experience is what we ourselves take for granted we are going through and we do not need Vedānta to come along and reconfirm the same to us or explain the detailed mechanics of such experience. What Vedānta does is, it simply takes such default position of ours as the start point of its teaching and first of all it brings into the discussion the transcendental Self which by its very nature is not possible to be brought into words, by superimposing certain features which are not really pertaining to it. It is in this aspect that we need to understand that the causality is superimposed to DeepSleep. Out of ignorance, I seek for a cause. Vedānta in response to such seeking, superimposes causality aspect on to Brahman and brings Brahman in to discussion and later on recants it to ultimately establish the absolute identity between Jīva and Brahman as self-evident truth by pointing to nature of DeepSleep. In doing so, again, the purpose of Vedānta is not to re-confirm the idea that ‘there is a Jīva that is yet to liberate’. Instead, make a note that ‘I am in bondage’, ‘I am a limited being’ are my pre-accepted notions from where the enquiry started and only in response to such already accepted notions, the Vedānta started its teaching. Ignorance is the ground where Vedānta instruction takes place inasmuch as Vedānta also belongs to the realm of ignorance from the ‘viewpoint’ of truth. Having said that, Vedānta should not be taught/understood in a way to reinforce and strengthen that ground.

          This subtle point of the siddhānta and the correct method of understanding the Avasthātraya mantras is very important as Śrī Bhagavatpāda himself alludes to the need for such correct understanding. In Brahma Sūtra I.3.42, he alludes to the importance of understanding these subtle points where he says that taking verbatim meaning of those Bṛhadāraṇyaka mantras as an affirmation of Jīva going through experience (i.e. taking them to be an explanation of Jīva‘s transmigration) will only make the seeker go in an entirely opposite direction to the intended goal.

          A clear indication of going astray from the intended goal is evident whenever the seeker argues saying that the ‘experience of the state’ is ‘real to some extent’ aka ‘relatively real’. The purpose of teaching is neither to give provision to experience as ‘relatively real’ truth nor to re-confirm that experiences (of waking, dream and that of DeepSleep when explained from waking) are what a separate entity called Jīva really goes through. But the purpose of teaching is only to drive home the point that considering oneself to be Jīva by showing the argument of ‘going through an experience’ is nothing but an error and such error is what we call avidyā/adhyāsa, which is again only owing to lack of right knowledge of non-dual Self.

          Keeping in view this ultimate purpose of the teaching, when we look into those mantras and their Bhāṣya which talk about ignorance in waking, dream and DeepSleep, it becomes clear that ‘ignorance’ (i.e. bondage) and ‘overcoming ignorance’ (i.e. liberation) are both ideas which are very well grounded and applicable only within the sphere of ignorance alone. That means, purpose of Śāstra is not to propose ‘ignorance’ as either a truth or as a ‘relatively real’ truth. But the purpose of the Śāstra is solely to contrast the true nature of Self by pointing it as that which is unlike what we take for granted as the nature of self to be. In Brahma Sūtra I.3.42, Bhagavatpāda says that the Bṛhadāraṇyaka mantras IV.3.7 to IV.4.22 are not referring to the transmigrating self but they refer to the transcendental Self only. Given below is the entire Bhāṣya for Brahma Sūtra I.3.42. Going forward in this essay, as the Bhāṣya and the provided notes are next to each other, to differentiate them, notes are inserted within curly brackets and applied blue colour. These notes are given as an attempt to give the Bhāṣya vākya manana right direction as intended by the Bhāṣya vākya while corroborating with the siddhānta and staying aligned to śruti, yukti and anubhava.

          Brahma Sūtra I.3.42:

          सुषुप्त्युत्क्रान्त्योर्भेदेन

          Sūtra translation: Because of the declaration of being different in sleep and at the time of departure, (the supreme lord is the subject-matter of teaching).

          Bhāṣya & its translation (with notes given in blue within curly brackets) is as follows:

          व्यपदेशादिदत्यनुवर्तर्ते।

          The portion, “Because of the declaration” follows (from the earlier aphorism) to complete the sense.

          बृहदारण्यके षष्ठे प्रपाठके ‘कर्तम आत्मेदिर्त योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु हृद्यन्तर्ज्यो/दिर्तः पुरुषः’ (बृ.उ. ४.३.७) इत्युपक्रम्य र्भेूयानात्मदिवषयः प्रपञ्चः कृर्तः । र्तत्कि? संसारिरस्वरूपमात्रान्वाख्यानपरं वाक्यम्, उर्तासंसारिरस्वरूपप्रदिर्तपादनपरदिमदिर्त दिवशयः। दिकं र्तावत्प्राप्तम्?

          Doubt: In the sixth part of the Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, the start is made with, “(Of all the entities cognized through the idea of ‘I’) which is the Self? ‘This infinite entity (Puruṣa) that is identified with the intellect and is in the midst of the organs, the self-effulgent light within the heart (i.e. in the intellect)’” (BU IV.3.7), and then the subject of the Self is amply elaborated. The doubt arises whether that text is concerned simply with the explanation of the true nature of the transmigrating soul, or with establishing the true nature of the transcendental Self. What should be the conclusion?

          {Note: Here a doubt is taken up whether the self-referred to in those Bṛhadāraṇyaka mantras is ‘transmigrating self’ or the ‘transcendental Self’. What is the conclusion?}

          संसारिरस्वरूपमात्रदिवषयमेवेदिर्त। कुर्तः? उपक्रमोपसंहाराभ्याम्। उपक्रमे ‘योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु’ इदिर्त शारीरत्किङ्गार्त्; उपसंहारे च ‘स वा एष महानज आत्मा योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु’ (बृ.उ. ४.४.२२) इदिर्त र्तदपरिरत्यागार्त्; मध्येऽदिप बुद्धान्ताद्यवस्थोपन्यासेन र्तस्यवै प्रपञ्चनादिददिर्त —

          Opponent: It is concerned only with the true nature of the transmigrating soul.

          How do you know? From a consideration of the start and finish. At the start, an indicatory sign of the embodied soul is found in, “the entity that is identified with the intellect and is in the midst of the organs” (BU IV.3.7), and the non-rejection of that soul is found at the end in, “That which is identified with the intellect and is in the midst of the organs is this great birthless Self” (BU IV.4.22); that very soul is dealt with elaborately in the middle also through a presentation of the waking state etc.

          {Note: To the above doubt, an opponent says that those mantras refer to transmigrating self (Jīva) alone. The reason to say so, as this opponent gives is, that the starting and ending of these mantras which sets the context are the indicatory signs that the mantras are referring to Jīva alone. Here Bhagavatpāda is about to say, if anyone concludes that based on the starting and ending portions of these mantras, they refer to transmigrating self then such conclusion is wrong. He is about to give his explanation why it is indeed wrong to conclude that these mantras refer to Jīva.}

          एवं प्राप्ते ब्रूमः – परमश्वे रोपदेशपरमेवेदं वाक्यम्, न शारीरमात्रान्वाख्यानपरम्। कस्मार्त्?

          Vedāntin: Under these circumstances, we say: This text is meant for speaking about the supreme Lord alone, and it is not meant for speaking further about the embodied soul. Why?

          सुषुप्तावुत्क्रान्तौ च शारीराद्भेदेन परमेश्वरस्य व्यपदेशार्त्। सुषुप्तौ र्तावर्त् ‘अयं पुरुषः प्राज्ञेनात्मना सम्परिरष्वक्तो न बाह्यं दिकञ्चन वेद नान्तरम्’ (बृ.उ. ४.३.२१) इदिर्त शारीराद्भेदेन परमश्वे रं व्यपदिदशदिर्त; र्तत्र पुरुषः शारीरः स्यार्त्, र्तस्य वेदिदर्तृत्वार्त्; बाह्याभ्यन्तरवेदनप्रसङ्गे सदिर्त र्तत्प्रदिर्तषेधसम्भवार्त्; प्राज्ञः परमेश्वरः, सवज्ञत्वNक्षणया प्रज्ञया दिनत्यमदिवयोगार्त्।

          Because in the state of DeepSleep and at the time of departure from the body, the supreme Lord is mentioned separately from the embodied soul. In sleep for instance, the supreme Lord is mentioned separately from the embodied soul in, “So this Puruṣa, being fully embraced by the supremely intelligent Self (i.e. Prājña Ātman) does not know anything at all, either external or internal” (BU IV.3.21). In that text the Puruṣa must be the embodied soul, since it is he who is the knower inasmuch as the knowledge of anything external or internal can be denied only when the possibility of knowing exists. And the supremely intelligent Self is the supreme Lord, for He is never separated from intelligence (prajñā) which is of the nature of omniscience.

          {Note: Please pay attention here that Bhagavatpāda is saying that the Puruṣa who is fully embraced by supreme intelligent Self is the embodied soul (which we call Prājña / प्राज्ञ) from the aspect of ‘not knowing anything’. That means, here the Puruṣa which is spoken of in the aspect of ‘not knowing anything’ is the Prājña. He says, even for the aspect of ‘not knowing anything’, there must be ‘knowing’ as a pre-requisite. Note here that through the idea of ‘not knowing anything’ he is drawing our attention to the very knowing of that ‘not knowing anything’. That means, the call here is to pay attention to the reason that ‘not knowing anything’ is also a ‘knowing’. Therefore, while enquiring into DeepSleep the call is, not to consider DeepSleep as a mere ‘not knowing anything’ state but the call is to pay attention to the subtle point that such ‘not knowing anything’ is also after all based on a ‘fundamental knowing’. The ‘fundamental knowing’ is the pointer where focus must be applied but not that the focus has to be on the ‘not knowing anything’ aspect of the DeepSleep. If you focus on the ‘not knowing anything’ aspect of DeepSleep and simply glance over it as a mere state then know for sure you are entering wrong direction.

          Now having shifted our focus to the ‘fundamental knowing’ aspect of DeepSleep, let us also conclude the fact that such ‘fundamental knowing’ which is the basis of all objectified knowing (including the ‘not knowing anything’ type of knowing) must be the same fundamental knowing even to this waking state. Is it not? If it is not, then it amounts to saying that the ‘fundamental knowing’ which is the substratum of waking state is different to the ‘fundamental knowing’ which existed in DeepSleep. Then we encounter with possibility of two fundamental knowings which are different. Because of both being fundamental and also because of being different to each other, how is it that each one knows the existence and the content of the other? Therefore, it is surely not possible that the fundamental knowing can be different in each state. Thus, there must exist one fundamental knowing which is common to both these states and that is what we call as Sākṣin! Thus, Sākṣin must transcend the waking as well as DeepSleep. Without a common Sākṣin which survives through the states, there is no way to even think about the possibility of DeepSleep state from waking standpoint. As you can see, Sākṣin, also called Īśvara in this vicāra spans across the waking (as well as dream, though I have not elaborated here on the dream aspect) and DeepSleep states, as their witness.

          Now let us take the enquiry into another subtler level by asking, between the waking state abhimāni i.e. the waker, and the Sākṣin, which is the true Self? Note here that we are now after the true nature of Self. From here on, our own logic (the waking mind’s logic) is of least use. Because waking mind will always have partiality to waking. It is here in the subject matter of true nature of Self that Śruti alone becomes a pramāṇa. What does Śruti say about the true nature of Self is? It says, it is not the waker, it is not the dreamer and it is not the sleeper. Watch here that Śruti is pramāṇa in not giving a positive description of what the true nature of Self is, but it is pramāṇa by negating what is not the true nature of Self is. Therefore, by negating (or better to say sublating) the waker, by sublating the dreamer and by sublating the sleeper, the true nature of Self is pointed by the Śruti. Here sublation of waker/waking state and sublation of dreamer/dream state is nothing but sublation of reality to those states which is again nothing but negating the objectified knowerhood (and enjoyerhood) i.e. ‘the separatedness’ which appears as it were. But what is sublation of sleeper/sleeping state really mean? It means sublation of the idea of ‘not knowing anything’. It is here we need to ask, who is it after all, that has this idea of ‘not knowing anything’? It is always the waker who says ‘I did not know anything’ in DeepSleep and no one else. While in sleep, the anubhava is never that “Ah! I am not knowing anything now”. While in sleep, the anubhava is never that “Ah! now I know that I am not knowing anything”. Thus, the idea of ‘not knowing anything’ during the DeepSleep is only an idea within waking. After waking up alone it is said that ‘I did not know anything’. Thus, the so called objectified knowing which is of the form of ‘not knowing anything’ and the subsequent idea of ‘Sākṣin’ (the fundamental knower aka witness which illumines also the ‘not knowing anything’) are both only ideas of the waker. Thus, the entire vicāra has to be turned into waker-centric. Once you turn entire vicāra in to waker-centric and apply śruti pramāṇa that Ātman is not the waker, then one last question remains ‘who am I’ after all? The answer is again from the śruti vākya tat-tvam-asi. That Thou Art! That Thou Art again is a via negativa way of saying, you are not even the fundamental knower. THAT cannot be put into words because when it is attempted to put into words, it sounds like Sākṣin. However, Sākṣin is also not the final truth because, the final truth is beyond the triad of knower-known-knowing as taught by Bṛhadāraṇyaka śruti pramāṇa II.4.14: “When all has become his own Self, then what could a person see and with what?”. The true nature of Self is not even Sākṣin but it is THAT where there exists no pramāṇa–prameya–pramātā-pramā vyavahāra. That Thou Art. This is exactly like DeepSleep. When you put DeepSleep into words, the best we can describe is, saying that ‘I did not know anything’ at that time. But we have seen above how Vedānta takes that very idea that ‘I did not know anything’ during DeepSleep and point to the Sākṣin in DeepSleep. But this Sākṣin is also after all an idea of waking mind. THAT alone takes the name ‘Sākṣin/Witness’ in the context of being the substratum of all objectified knowing. One cannot put THAT into words but its existence is always self-evident and it is THAT which remains on its own as unattached to anything exactly as the nature of DeepSleep. Therefore, the teaching here is, self of DeepSleep is Prājña only from the viewpoint of ignorance. That means the idea of ‘not knowing anything in DeepSleep’ which is the idea that a waking mind has, that very idea is the Prājña. The first step to correct this is by introduction of Īśvara on to the DeepSleep by shifting attention away from ‘not knowing anything’ towards the presence of fundamental knowing aka Sākṣītvam. This introduction of Īśvara on to the DeepSleep (i.e. the introduction of Īśvara as the primordial cause) is what is called vaidika adhyāropa. Thus the wrong idea of DeepSleep (i.e. the idea that it is a state of ‘not knowing anything’) has to be first of all provisionally corrected as a causal state where there is fundamental knowing (Īśvara/primordial cause/Sākṣin) and later on, Īśvaratvam is also recanted through the sublation of the very knower-known-knowing triad on the basis of śruti pramāṇa that such triad cannot and do not exist at all in non-dual Self. Pay attention here that all this vicāra is one complete process of instruction where Īśvara (samaṣṭi DeepSleep) holds the key. By superimposing Īśvaratvam onto Brahman (to enable Brahman into discussion so that it can be pointed at) and then later on recanting it, Vedānta points to Jīva–Brahma aikyam as a self-evident truth by pointing to DeepSleep. It is THAT true nature of DeepSleep which we point to as the asaṅga Ātman. Therefore, paying attention to those śruti passages which explain DeepSleep as a state where it is said that one becomes ‘merged in’ (or ‘embraced by’) the supreme lord and where such ‘merging’ is not given for waking and dream states is the key. From adhyāropa standpoint alone, DeepSleep is spoken of as a causal state with avidyā bīja. It is to the ādhyāsika notion that ‘I am a limited individual separate from the unlimited lord’, there is a corresponding vaidika adhyāropa which points to ‘merging’ with lord in the DeepSleep. To my ignorant notions of being a separate individual ‘going into’ and ‘coming out of’ DeepSleep, the Vedānta points to merger with lord followed by re-emerging out of such merger as a provisional truth. But from apavāda standpoint i.e. from the standpoint of sublating Sākṣītvam/Īśvaratvam the same DeepSleep stands as a pointer for self-evident asaṅga Ātman which was never in relation-to/touching anything, because, there really exists nothing apart from Ātman with which a relation/touch/merger is really possible, teaches śruti. If the siddhānta is that Ātman is ever liberated then there must be a pointer in sārvatrika anubhava (universal experience) where it can be pointed to as ‘ever liberated’. DeepSleep is only such universal ‘experience’. A simple glance over it as a mere state of ignorance will only make the seeker go in the wrong direction.}

          र्तथोत्क्रान्तावदिप ‘अयं शारीर आत्मा प्राज्ञेनात्मनान्वारूढ उत्सजन्यादिर्त’ (बृ.उ. ४.३.३५) इदिर्त जीवाद्भेदेन परमेश्वरं व्यपदिदशदिर्त; र्तत्रादिप शारीरो जीवः स्यार्त्, शरीरस्वादिमत्वार्त्; प्राज्ञस्तु स एव परमश्वे रः।

          So also, at the time of departure the supreme Lord is mentioned separately from the individual in, “So does the embodied soul, being presided over by the supremely intelligent Self, go making noises” (BU IV.3.35). There too the embodied soul must be the individual being, since it is the master of the body; but the supremely intelligent One must be the supreme Lord Himself.

          र्तस्मात्सुषुप्त्युत्क्रान्त्योर्भेदेन व्यपदेशात्परमेश्वर एवात्र दिववत्किक्षर्त इदिर्त गम्यर्ते।

          Therefore, from the separate mention in sleep and at the time of departure, it is to be understood that the entity sought to be taught here is the supreme Lord.

          {Note: Here Bhagavatpāda is saying that the self which is referred to when Vedānta speaks in the context of DeepSleep and departure is nothing but the supreme Self alone and not the transmigrating self. Always note that the siddhānta is, it is not ‘really a Jīva’ which ‘really enters’ the body. It is not ‘really a Jīva’ which ‘really resides’ in the body and finally it is not ‘really a Jīva’ which ‘really leaves’ the body. But men owing to their default position i.e. lack of knowledge, ‘consider’ the ideas of ‘entering into’, ‘residing within’, ‘leaving out’ based on the adhyāsa between Self and body-mind complex. It is to give instruction to this default viewpoint called adhyāsa, that karma portions of Veda speak of a transmigrating soul entering into the body, residing in it and finally leaving the body. Whereas the jñāna portion of Veda (Vedānta) finally corrects these erroneous notions under the label of ‘liberation’. As a part of such process of correction of the ignorance, though the teaching goes in the language of ‘entering into’, ‘departing out’, it is only to facilitate the discussion. But we never ever accept that a separate entity (not even a relatively real entity) called Jīva ever really existed. We always point to the truth that there is only non-dual Self without a second that really exists to which there is no ‘entering into’ and ‘going out’. And the method of such pointing comprises first of all talking in terms of ‘entering into’ and ‘going out of’ for the great birthless Self. This is only to match the language of ādhyāsika notions that appear to exist as it were. However, such vaidika adhyāropa i.e. ‘entering into’ and ‘going out’ which are given for sake of instruction are followed by immediate recantation by pointing to the true nature of Self where no ‘entering into’ and ‘going out’ is possible. If it is not for such adhyāropa followed by apavāda, there is no other way to carry out the instruction of non-dual Self which is by its very nature not accessible for a positive description. So understanding the true purpose of the teaching is important, because if we forever keep with the ideas of ‘entering into’ and ‘going out of’ DeepSleep by always only looking up on DeepSleep from the lens of waker’s partiality to waking, by calling it as that where nothing is known and Ātman is something more than that, we only go round and round in circles and the so-called liberation ever remains as a yet to be attained status. Siddhānta is not to emphasize that Jīva is not yet liberated. But the siddhānta is to enable giving up the idea that you were in bondage by pointing to the truth that Ātman is ever liberated (i.e. it was never in bondage to start with and That Thou Art!, the great birthless Self). Therefore, there is only one correct way of understanding this siddhānta i.e. there is only one correct way of doing the vicāra which is adhyāropa–apavāda}.

          यदक्तमाद्यन्तमध्येषु शारीरु त्किङ्गार्त् र्तत्परत्वमस्य वाक्यस्येदिर्त, अत्र ब्रमूः — उपक्रमे र्तावर्त् ‘योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु’ इदिर्त न संसारिरस्वरूपं दिववत्किक्षर्तम् — दिकं र्तदिह?

          In answer to the argument that from the indicatory signs of the individual soul at the start, middle, and end, it follows that this text is meant for presenting the soul, we say: The nature of the transmigrating soul is not sought to be presented at the start in the sentence, “that is identified with the intellect and is in the midst of the organs”. What is meant then?

          अनूद्य संसारिरस्वरूपं परेण ब्रह्मणास्यकैर्तां दिववक्षदिर्त; यर्तः ‘ध्यायर्तीवेायर्तीव’ इत्येवमाद्युत्तरग्रन्थप्रवृदित्तः संसारिरधमदिनराकरणपरा क्ष्यर्ते; र्तथोपसंहारेऽदिप यथोपक्रममेवोपसंहरदिर्त — ‘स वा एष महानज आत्मा योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु’ इदिर्त; योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु संसारी क्ष्यर्ते, स वा एष महानज आत्मा परमश्वे र एवास्मात्किर्भेः प्रदिर्तपादिदर्त इत्यथः;

          The intention is to show the identity of the transmigrating soul with the supreme Self after a restatement of the former’s characteristics. For the succeeding text, viz “it meditates as it were, it runs as it were” etc. (BU IV.3.7), is seen to be devoted to the elimination of the characteristics of the transmigrating soul. Similarly, at the end, as at the start, the conclusion runs thus, “That Self which is identified with the intellect and is in the midst of the organs is this great birthless Self” (BU IV.4.22). The idea conveyed is that the transmigrating soul, that is perceived as identified with the intellect and in the midst of the organs, is proved by us to be but this great birthless Self, the supreme Lord.

          {Note: This portion of Bhāṣya is the confirmation of what is the right method of understanding these texts. Though Vedānta at BU IV.3.7 first of all says, “self is that Puruṣa which is identified with the intellect in the midst of organs”, the mantra immediately proceeds to say that the effects of such identification with intellect viz, meditation, running etc are only “as it were”! Through such pointer, what Bhagavatpāda is concluding is that though the first portion of mantra sounds as if the subject matter is transmigrating self (owing to identification with intellect), the latter portion of the mantra confirms that the activities such as meditation, running etc which are effects of such intellect are only ‘as it were’. It is the Upaniṣad’s use of इव (iva / as it were) śābda which confirms that the effects of the intellect are only ‘as it were’. With this, it actually sets the context that the self which is about to be explained in the subsequent mantras is nothing but the supreme Self alone, says Bhagavatpāda. Recall how the opponent initially pointed to the start portion of this set of mantras and concluded that the subject matter is transmigrating self. To such contention, Bhagavatpāda is clarifying that when we put the start portion of the mantras into proper adhyāropa–apavāda framework they actually set the context to be transcendental Self and they are not an affirmation of existence of transmigrating self. He is giving a call to understand the combined meaning of former and latter portion of the mantra and thereby understand that the subject matter is transcendental Self alone. He also draws our attention to the last mantra BU IV.4.22 where there is a positive affirmation that the subject matter so far was indeed ‘great birthless Self’ and thus he concludes that both at the beginning and at the end of this group of mantras the subject matter is only supreme Self. It is not that at IV.3.7 the starting point it is about Jīva (transmigrating self) and at IV.4.22 it is about the transcendental Self. Right from the beginning, all through the middle until the end of those mantras, śruti is only pointing to Brahman based on the elimination of the characteristics not pertaining to Brahman by saying that the effects of the intellect viz running, meditating etc are only ‘as it were’. Through a discussion about characteristics not pertaining to Ātman/Brahman and giving a call to sublate them, the Vedānta is pointing to the true nature of Ātman/Brahman. Without paying attention to the true method of the teaching i.e. adhyāropa–apavāda, the seekers should not get carried away with verbatim meaning of statements in the adhyāropa portions and conclude that the message of Vedānta is that there is ignorance in all three states. The Vedic passage is meant to establish true nature of Ātman out of this enquiry. Instead of that, by following non-sampradāyic method, seekers unfortunately take up the notion that there is really ignorance in all three states and await for liberation as a task yet to be achieved. This is totally against Bhāṣya, against siddhānta and it is a clear sign of not understanding that there is only one correct method of instruction.}

          यस्तु मध्ये बुद्धान्ताद्यवस्थोपन्यासात्संसारिरस्वरूपदिववक्षां मन्यर्ते, स प्राचीमदिप देशं प्रस्थादिपर्तः प्रर्तीचीमदिप दिदशं प्रदिर्तष्ठेर्त; यर्तो न बुद्धान्ताद्यवस्थोपन्यासेनावस्थावत्त्वं संसारिरत्वं वा दिववत्किक्षर्तं

          But if anyone thinks that because there is an exposition of the three states of waking, dream and dreamless sleep, it follows that the text means to teach the true nature of the transmigrant, he might as well turn his face towards west when setting out to travel east. For the presentation of the states of waking etc., is meant neither to imply the possession of any state nor of transmigration.

          {Note: It cannot get any clearer and more direct than this portion of Bhāṣya. It is possible that owing to my default notion that ‘I am a limited self’ which is undeniable for everyone, we can argue that after all the experience of waking, dream and DeepSleep have got some sort of truth in them. It is also possible that we can take Vedic statements which talk about the states and the experience in those states viz outwardly cognition in waking, inwardly cognition in dream etc and based on it, infer some sort of ‘relatively real’ existence to these states. To all such wrong understandings, Bhagavān Bhāṣyakāra says, the purpose of the teaching is neither to imply possession of any state nor it implies existence of transmigration. You need to pay attention to the clarity he is giving here. If he would have said only that ‘there is no implication of any state’ without saying that ‘there is no transmigration’ then it would have been possible to argue that such ‘no implication of state’ is from Brahman’s viewpoint, whereas for Jīva there is a state. But his immediate statement ‘there is no transmigration’ (न संसारिरत्वम् वा) confirms that there is also no Jīva that ever really existed. Moreover, when we pay close attention to the anubhava, it is evident that waker and waking state are really not two distinct entities. But they are actually one. No waker exists (i.e. no waker continues as waker) outside waking state. It is also very well within our anubhava that waking individual and dream individual are not the same. That is why it is not possible to draw a hard line between waker and waking state as they both put together is the state/avasthā. Therefore Jīva, Jīvatvam, Avasthā (state) they all mean the same entity as per anubhava though we may coin different definitions to them. On the basis of perceiving the apparent differences between them, it is what adhyāsa is all about. Here some people may further argue that both absence of states as well as absence of transmigration are again from viewpoint of Brahman only, but from viewpoint of Jīva they both exist, of course as ‘relatively real’ truths. To this I would say, this argument only indicates too much attachment to the ignorant viewpoint we hold by default. It is similar to saying snake is a relative truth in rope. Is snake a relative truth or is it only that ‘we considered’ snake ‘to be the truth’ as long as rope is not known? Was dream a ‘relative truth’ while it lasted or is it that while it lasted it was ‘taken to be truth’? Snake is mithyā is a teaching and in the same way, Jīvatvam is mithyā is a teaching given to the default notions that ‘Snake is truth’ and ‘Jīvatvam is truth’. Bhāṣya always teaches that ‘as Jīva’ it is always only an error, but not that Jīva/Jīvatvam is a relative truth. Moreover, based on yukti and anubhava too, by enquiring into waking and dream states, Jīvatvam/Individuality has to be concluded only as an error. The same is also extended into the perception of duality within nondual Self. Just as sugar coating the idea of snake in that snake-in-a-rope perception by calling it a relative truth is of no benefit as far as the raise of right knowledge is concerned, suggesting duality also to be a relative truth (lower level of reality) only spoils the entire spirit of Vedānta. Duality is, at best, only a viewpoint, teaches śruti when it says Duality is ‘as it were’. It is a ‘viewpoint’ of the sole Reality (i.e. sole existence) which is Ātman/Brahman. It is against śruti, yukti and anubhava to say that Duality which is only an appearance is a ‘lower level of reality’ and/or describe Duality as ‘relatively real’. Therefore, Bhāṣya do not allow such teaching. Have you not seen above where Bhagavatpāda said that the Self referred to in the beginning of the mantras is nothing but transcendental Self alone? He knocks off the idea of referring to a Jīva’s existence right in the beginning of those mantras. Where is that affirmation of Jīva/Jīvatvam in these mantras or its Bhāṣya that it can make us consider these mantras as a ratification to ignorant viewpoint which upholds the idea that there is a limited entity called Jīva that exists? If seekers really understood that these mantras are not referring to limited Jīva then why do they keep putting forward objections viz “If DeepSleep is indeed the true nature of Self why is Jīva not liberated when Jīva enters DeepSleep?” Is it not an invalid question when it is understood that the subject matter is ever liberated non-dual Self? Therefore, a sincere seeker must adopt the right prakriyā and understand the Avasthātraya vicāra in the right spirit. When understood in the wrong spirit i.e. when understood in a way as if these mantras are describing the states and taking them to be giving a positive affirmation to संसारिर स्वरूप (nature of transmigrating soul), it is nothing but going in the wrong direction. Adhyāropa–apavāda alone is the method to understand the Vedānta.}

          दिकं र्तदिह? — अवस्थारदिहर्तत्वमसंसारिरत्वं च। कथमेर्तदवगम्यर्ते? यर्त् ‘अर्त ऊर्ध्वं दिवमोक्षायैव ब्रूदिह’ (बृ.उ. ४.३.१४) इदिर्त पदे पदे पृच्छदिर्त; यच्च ‘अनन्वागर्तस्तेन र्भेवत्यसङ्गो ह्ययं पुरुषः’ (बृ.उ. ४.३.१५) इदिर्त पदे पदे प्रदिर्तवदिक्त; ‘अनन्वागर्तं पुण्येनानन्वागर्तं पापेन र्तीण/ दिह र्तदा सवाञ्शोकान्हृदयस्य र्भेवदिर्त’ (बृ.उ. ४.३.२२) इदिर्त च। र्तस्माद् असंसारिर स्वरूप प्रदिर्तपादनपरमेवैर्तद्वाक्यदिमत्यवगन्तव्यम्॥

          What is meant then? What is meant is freedom from the states and transmigration. How is that known? Because at every turn Janaka requests Yājñavalkya: “Please instruct me further about Liberation” (BU IV.3.14-16, 33), and because the answer given at every step is: “He is untouched by whatever he sees in that state, for this infinite Being is unattached” (BU IV.3.15-16). Further, it is stated, “(This aspect of his) is untouched by good work and untouched by bad work, for he is then beyond all the woes of his heart (intellect)” (BU IV.3.22). Accordingly, it is to be understood that this text is meant for establishing the nature of the supermundane Self.

          {Note: Here Bhagavatpāda draws our attention to another important reason that Janaka always asked Yājñavalkya to instruct about liberation to which Yājñavalkya responds by alluding that Self is never in bondage. By Yājñavalkya’s way of answering “it is never touched by good work and never touched by bad work” and his way of pointing to Self as that “which is beyond all the woes of the heart” by pointing to DeepSleep, it is clear indication that suṣupti stands as a pointer not where the ‘process of liberation’ takes place, but it is a pointer for Self which is never in bondage. Therefore, asking a question “why am I not liberated when I went into DeepSleep” is the most invalid question, given the siddhānta is that Self was never in bondage. Therefore, in these mantras as Bhagavatpāda clarified, there is no affirmation of any sort to the states per se and also no affirmation to the experience of states or transmigration per se as the subject matter. The reference to states, its experience is what ‘we take’ by default and Vedānta is only using what we take by default and through them points to asaṅgatvam of Ātman (never in bondage and complete unattachment of Self) as ever existent truth through and through all those erroneous notions of bondage and attachments. I would also draw your attention here to the Kena Upaniṣad mantra II.4 which says प्रदिर्तबोध दिवदिदर्तं मर्तम् अमृर्तत्वं दिह दिवन्दर्ते [Brahman is really known when it is known with (i.e. as the Self of) each state of consciousness, because thereby one gets immortality]. Please pay attention to the Bhāṣya vākya to this mantra where Bhagavatpāda says:

          सवप्रत्यय दश त्किचच्छदिक्तस्वरूपमात्रः प्रत्ययैरेव प्रत्ययेष्वदिवत्किशष्टर्तया क्ष्यर्ते; नान्यद्द्वारमन्तरात्मनो दिवज्ञानाय।

          Bhāṣya translation: “Being the witness of all cognitions and by nature nothing but the power of Consciousness, the Self is indicated by the cognitions themselves, in the midst of cognitions, as pervading (all of) them. There is no other door to Its awareness.”, says Bhagavān Bhāṣyakāra.

          {Note: Thus, intuiting into the true nature of suṣupti alone is the right sampradāyic method. Downplaying suṣupti as mere state of ignorance based on verbatim meaning of mantras without applying the correct sampradāyic method of adhyāropa–apavāda and promoting the need of ‘special samādhi state’ (wishfully imagining it to be different to DeepSleep) or wishfully waiting for liberation as something ‘yet to be attained’ while attempting to ‘still the mind’, all these are clearly akin to what Bhagavatpāda says स प्राचीमदिप देशं प्रस्थादिपर्तः प्रर्तीचीमदिप दिदशं प्रदिर्तष्ठेर्त (analogous to the case of a person who turns his face towards west when setting out to travel east). Every seeker must therefore make a sincere attempt to understand when/how is it that suṣupti is spoken of as a state with ignorance along with a clear understanding how the same suṣupti Ātman is the highest that Upaniṣads speak of ‘attaining’, except that there is no real attainment per se because THAT is what you already are.

          Correct teaching is not that which goes in the lines of positively establishing Ātman’s bondage and thereby giving a call for liberation and through its explanation about the means of liberation, goes on to suggest liberation as an event in time. Instead the correct instruction is always that the Ātman was never in any bondage to start with. If the reply to such instruction is, “it doesn’t appear to me as such” then we say (for the ‘sake of instruction’) that owing to not knowing the true nature of Self alone it appears to you as such. Therefore, ignorance is after all only a teaching tool to point to the non-dual Ātman as the only Real existence where there is no scope for any iota of ignorance. We should never try to positively affirm/establish ignorance in all three states of experience. Doing so will surely be an immense siddhānta hani and makes Ātman’s asaṅgatvam into a belief system. In our enquiry and in our application of logic the aim should always be to challenge the default notion we hold on to by pointing to the mithyātvam of the reality assigned to the waker/waking state and turn entire vicāra into waker-centric and thereby sublate the reality to waker by pointing to śruti vākya (apavāda portion vākya) as a pramāṇa for the final truth. In this adhyāropa–apavāda prakriyā though DeepSleep is first of all provisionally spoken as that where causal ignorance is superimposed, the same suṣupti alone will later on remain as the undeniable source for intuiting into it as the true nature of Ātman. Such suṣupti Ātman is what you are right now even in this so-called waking state irrespective of waker’s opinion about status of liberation. That suṣupti Ātman is what irrespective of their liberation status the ‘so-called everyone’ in that ‘so called night’ appears to ‘attain’, teaches śruti (here note that attain is in quotes). We do not know when we are there because, the one who takes knowing for granted is the waking state individual (viśva) and it is viśva which devalues the suṣupti as a mere state where nothing is known, and viśva does so on the basis of taking self to be a knower which is again only an erroneous notion owing to duality as it were. Having the Jīvabhāva as the starting point of Avasthātraya vicāra is understandable, but, completing the Avasthātraya vicāra with the same Jīva bhava by saying ignorance really exists in all three states is a misunderstanding. Moreover, based on such wrong understanding of teaching, saying that Self is ‘really something beyond’ these three states and subsequently concluding that such Self is ‘yet to be attained’, is surely a very big misunderstanding. To some extent, it is correct to say that the true nature of Self is that which is beyond the three states, but, considering that such Self is ‘really yet to be attained’ to be the conclusion of Avasthātraya vicāra will ruin the purpose of the entire vicāra. Therefore, one must make a sincere attempt to understand in what sense it is that the Self is really beyond the three states and most importantly in what sense it is that the Self which is beyond the three states is what you already are. Thus, it is down to the right understanding of adhyāropa apavāda prakriyā to unlock the maze (i.e. a maze ‘as it were’).}

          Oṃ Tat Sat

          1. In ignorance we ‘superimpose reality (existence)’ to that which is unreal (non-existent) – ‘we take’ that which is unreal to be real. Snake is ‘taken to be real’. To such default position, the teaching is ‘snake is only an appearance’ (i.e. snake is not real) and ‘rope alone is real’. The phrase I used i.e. “reality superimposed on snake” here means “considering snake to be real”. The teaching of truth (i.e. the truth that rope alone exists) always starts from a position where ‘snake is taken to be real’. The ignorant never takes ‘snake as an appearance’. Instead the ignorant always ‘takes snake to be real’. That is why the teaching is needed and the teaching is ‘snake is only apparent and not at all existent’. Snake is “wrong knowledge” (mithyā–jñāna) about rope. ‘Taking snake to be real’ is a part and parcel of that “wrong knowledge”. [It should not be forgotten that adhyāsa is the mutual superposition of the properties of sat on asat, and those of asat on sat. N.d.C.] [↩]

          🇮🇹L’autentica finalità dell’insegnamento sui tre stati di coscienza

            Śrī Praśānt Neti

            L’autentica finalità dell’insegnamento sui tre stati di coscienza

            L’esposizione dei tre stati (veglia, sogno e sonno profondo), impartita nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (IV.3.7-IV.4.22), è data allo scopo di insegnare come il sé ‘attraversa’ i tre stati, ossia per riconfermare il punto di vista dell’uomo comune in cui il sé sperimenta questi tre stati uno dopo l’altro? O invece ha lo scopo di insegnare qualcos’altro?

            Prima di rispondere a questa domanda, dobbiamo chiederci qual è l’argomento (cioè a quale sé si fa riferimento) in quei mantra. L’oggetto è il sé limitato (cioè il sé che si suppone sia soggetto alla trasmigrazione, ossia il jīva), o ci si riferisce al Sé supremo (cioè il Sé trascendente)?

            Questa è una domanda molto importante da porre, perché, se il sé trattato in quei mantra è davvero il sé limitato, allora lo scopo dell’insegnamento sarebbe solo riconfermare il punto di vista dell’uomo comune (cioè il punto di vista del sé limitato) per il quale il sé sperimenta la veglia, il sogno e il sonno profondo uno dopo l’altro.

            Invece, se il sé a cui si fa riferimento in quei mantra è veramente il Sé trascendente, anche se indicato attraverso le cosiddette esperienze del sé trasmigrante, allora è corretto concludere che lo scopo effettivo di questo insegnamento non è quello di riconfermare le esperienze del trasmigrante in quanto tale, ma piuttosto di fornire il viveka richiesto per cancellare l’idea stessa di ‘passare attraverso l’esperienza’, indicandola come un’idea errata; in questo modo, lo scopo ultimo è quello di indicare l’asaṃgattvam (assenza di relazioni) dell’Ātman come verità auto-evidente intuita per mezzo dell’attenzione diretta al sonno profondo.

            Dal modo in cui i cercatori pongono le loro argomentazioni nelle discussioni sull’Avasthātraya vicāra, risulterà evidente se hanno compreso o meno lo scopo di questo insegnamento. Per esempio, se la conclusione dell’indagine sui tre stati è la ‘credenza’ per cui ci sarebbe un’ignoranza realmente esistente in tutti e tre gli stati, e se la logica per sostenere tale conclusione fosse basata sull’esperienza stessa (cioè l’idea dell’uomo comune) di ‘entrare’ e ‘uscire’ da questi stati di veglia, sogno e sonno profondo, allora questa sarà una chiara indicazione che non hanno compreso lo scopo dell’insegnamento.

            Lo scopo non è quello di riconfermare ciò che già diamo per scontato a causa della dualità. In questo scritto vedremo qual è lo scopo corretto, facendo un sincero tentativo di capire le parole del Bhagavān Bhāṣyakāra e, quindi, di afferrare il corretto metodo di interpretazione e d’insegnamento proprio del sampradāya.

            Torniamo alla domanda: “in questi mantra a quale sé si fa riferimento?”. Per rispondere a ciò dobbiamo prima di tutto capire un punto molto importante del siddhānta vedāntico. Il Vedānta insegna ‘jīva Brahma aikyam’. Quando si dice che il Vedānta insegna ‘jīva Brahma aikyam’, non si intende mai accettare una sorta di esistenza positiva di un qualcosa noto come jīva e, su questa base, insegnare il Vedānta come mezzo per ‘raggiungere veramente’ il Brahman. Il siddhānta non è che ci sia davvero un jīva che, attraverso śrāvaṇa, manana e nididhyāsana, ‘raggiunga veramente’ Brahman. Inoltre, il siddhānta nemmeno insegna che questo jīva, sebbene sia Brahman, ora, a causa di un’ignoranza-radice positiva, si sia veramente dimenticato di essere Brahman e che, attraverso lo studio del Vedānta, il detto jīva alla fine arrivi davvero a riconquistare o a fondersi in Brahman.

            Al contrario, il siddhānta è: “il jīva non è mai stato jīva, ma sempre solo Brahman”; cioè non c’è nessuna entità reale chiamata jīva che sia mai realmente esistita. Jīva/jīvatva, che include anche le nozioni inseparabili di jagat e Īśvara (il Signore supremo quale causa primordiale), è sempre un errore epistemologico, un’idea errata di ciò che solo esiste veramente, cioè Brahman. Non c’è nessuna entità che esista veramente e che corrisponda a quelle nozioni. Gli esempi come quelli del serpente e della corda indicano con ogni evidenza questa linea di ragionamento: il serpente è solo un’idea errata su ciò che sempre e soltanto esiste, cioè la corda. Non c’è nessun serpente che esista realmente e che corrisponda alla nozione (cioè alla percezione) del serpente sulla corda. Come la corda non si trasforma mai (nemmeno temporaneamente) in serpente durante la percezione del serpente sovrapposto sulla corda, allo stesso modo Brahman non si trasforma mai veramente nella triade jīva/jagat/Īśvara. Inoltre, quando si chiede cosa si intende con ‘rimuovere l’ignoranza/errore’ (o, in altre parole, con ‘avere la corretta conoscenza’) nell’esempio del serpente sulla corda, non s’intende che, con l’insorgere della corretta conoscenza, il serpente realmente si trasformi o si fonda di nuovo nella corda. Significa solo che, con la cancellazione dell’idea di serpente, la corda viene alla luce come verità auto-evidente. La ‘corretta conoscenza’ qui non implica che il serpente ‘rientri per fondersi’ o che si ‘trasformi’ nella corda né implica che, oltre all’eliminazione dell’idea sbagliata del serpente, sia necessario un insegnamento minuzioso sulla corda. Pertanto, ‘jīva Brahma aikyam’ è la verità indicata attraverso la falsificazione dell’idea di jīva/jīvatva, e non un processo di reale trasformazione del jīva o di una reale nuova fusione con Brahman. E, cosa ancora più importante, il processo di insegnamento della verità non comporta affatto l’enfatizzazione di jīva/jīvatva come qualcosa di ‘relativamente reale’.

            Pertanto, è importante capire che l’argomento (ovvero il sé a cui si allude) in questi mantra dell’Upaniṣad non è quello di affermare ‘l’esperienza degli stati’, né di affermare ‘la relazione causale tra loro’ e, chiaramente, nemmeno di affermare la ‘natura del sé limitato’. Ciò significa che l’oggetto dell’indagine non è la natura del sé trasmigrante, ma, al contrario, il solo Sé trascendente. Si può spiegare ciò anche nel seguente modo: l’affermazione del serpente non è mai oggetto dell’insegnamento perché finché si tiene in considerazione il serpente, si rimane invariabilmente con e nell’idea del serpente. Invece, attraverso la cosiddetta percezione di un serpente apparente, quando la realtà sovrapposta al serpente viene negata tramite l’indagine sulla causa del serpente, allora viene alla luce la corda. Dobbiamo anche sottolineare che cercare la causa di quel serpente ‘apparente’ è solo uno strumento, un metodo, e non significa che la corda abbia ‘realmente causato’ il serpente. La corda non ha mai ‘causato’ davvero il serpente, ma è solo che l’indagine procede sempre secondo la relazione di causa-effetto. L’obiettivo non è stabilire una reale relazione causale, e neppure una relazione causale ‘relativamente reale’. Il fine è solo quello di indicare la verità che è al di là della relazione causale, e tale indicazione implica la comprensione della falsità della causalità. Ciò significa che soltanto dal punto di vista dell’apparente percezione del serpente è ammissibile dire che “la corda ha causato l’idea del serpente” che, nel migliore dei casi, è solo un’espressione figurativa e niente più. Finché si ritiene che quei mantra della Bṛhadāraṇyaka siano la descrizione della natura del sé trasmigrante, se ne rimane all’interno e si rafforza l’idea di essere il sé trasmigrante. Al contrario, quando si comprende che il vero scopo di quei mantra è quello di cancellare la realtà sovrapposta al sé trasmigrante, quella stessa cancellazione indica la verità evidente1. Ciò significa che l’obiettivo dell’Upaniṣad è quello di determinare la vera natura di ciò che viene considerato un sé trasmigrante, cioè com’è in realtà e ‘non un sé trasmigrante, ma il Sé supremo’. Il siddhānta è che jīva non è jīva, ma Brahman.

            A questo punto potrebbe essere sollevata la seguente obiezione: “se questi mantra hanno davvero il Sé assoluto come argomento, allora ciò non significherebbe ridurre il Sé trascendente alla triade di sperimentatore-esperienza-sperimentato o, in altre parole, ciò non equivarrebbe ridurre la vera natura del Sé alla dualità?”

            La risposta a questa obiezione è che la dualità è già la posizione pregiudiziale da dove è partita la stessa indagine e l’insegnamento. Perciò non è l’insegnamento né l’indagine a stabilire o sostenere la dualità, ma l’inizio stesso dell’indagine è dovuto alla dualità. L’insegnamento del Vedānta è che tale dualità c’è solo “per così dire”. Quindi, dal punto di vista pregiudiziale, sembra che i mantra siano in linea con il modo dualistico di comprensione in termini di causa-effetto. Solo da quel punto di vista appare ‘come se’ i mantra confermassero l’esperienza del jīva. Perciò non si deve pensare che lo scopo dell’insegnamento sia stabilire la dualità come verità ultima o che lo scopo sia confermare l’esperienza degli stati. Non si deve dire che quei mantra vogliono ‘sostenere le esperienze del jīva’, ma si deve capire che stanno semplicemente indicando che il pensiero che ‘il jīva stia attraversando un’esperienza’ è totalmente sbagliato; tale pensiero è un’idea errata se paragonato alla vera natura del Sé com’è indicata dal Vedānta. Questa idea erronea è dovuta solo alla mancanza di corretta conoscenza della natura del Sé. Non c’è nessuna conferma da parte del Vedānta per l’esperienza in quanto tale, perché attraversare l’esperienza è ciò che noi stessi diamo per scontato e non abbiamo bisogno che il Vedānta ce la venga a riconfermare o a spiegarci i meccanismi dettagliati di tale esperienza. Quello che fa il Vedānta è prendere semplicemente come punto di partenza per l’insegnamento questa nostra posizione pregiudiziale e spostare l’attenzione al Sé, il quale per natura propria è inesprimibile, sovrapponendogli alcune caratteristiche che non gli appartengono realmente. È in questo modo che si deve capire come la causalità sia sovrapposta al sonno profondo. È per ignoranza che si cerco una causa. Il Vedānta, in risposta a tale ricerca, sovrappone l’idea di causalità al Brahman permettendo così la discussione sul Brahman stesso, per poi, alla fine, ritrattare in modo da stabilire l’identità assoluta tra jīva e Brahman come verità auto-evidente, rivelando la natura del sonno profondo. Ancora una volta, lo scopo del Vedānta non è quello di confermare l’idea che ‘c’è un jīva che deve ancora liberarsi’. Invece, l’accettazione che ‘io sono in schiavitù’, ‘io sono un essere limitato’ sono nozioni da cui ha inizio l’indagine. Il Vedānta inizia il suo insegnamento solo in risposta a queste nozioni accettate pregiudizialmente. L’ignoranza è il ‘terreno’ dove avviene l’insegnamento del Vedānta in quanto, dal ‘punto di vista’ della verità, anche il Vedānta appartiene al dominio dell’ignoranza. Perciò, il Vedānta non dovrebbe essere né insegnato né compreso per rafforzare e consolidare quel ‘terreno’.

            Questo punto sottile del siddhānta, e il metodo corretto di comprendere i mantra dell’Avasthātraya, sono molto importanti poiché Śrī Bhagavatpāda stesso allude alla necessità di tale corretta comprensione. In Brahma Sūtra (I.3.42) egli indica l’importanza di comprendere questi punti sottili dicendo che prendere in senso letterale quei mantra della Bṛhadāraṇyaka come fossero un’affermazione che è il jīva a passare attraverso l’esperienza (cioè prenderli come una spiegazione della trasmigrazione del jīva), indurrà soltanto il cercatore ad andare in direzione completamente opposta alla meta prefissata.

            Una chiara indicazione dell’allontanamento dalla meta è evidente ogni qual volta il cercatore sostenga che ‘l’esperienza dello stato’ è ‘reale in una certa misura’ ovvero che è ‘relativamente reale’. Lo scopo dell’insegnamento non è né di dare assicurazioni dell’esperienza come verità ‘relativamente reale’ né di confermare che le esperienze (di veglia, di sogno e quella di sonno profondo com’è spiegata dalla veglia) sono ciò che un’entità separata chiamata jīva attraversa realmente. Al contrario, lo scopo dell’insegnamento è solo quello di trasmettere l’idea che considerare se stessi come jīva, sostenendo l’argomentazione di ‘attraversare un’esperienza’, non è altro che un errore e tale errore è avidyā o adhyāsa dovuto alla mancanza della corretta conoscenza del Sé non-duale.

            Tenendo presente questo scopo dell’insegnamento, quando s’esaminano quei mantra e i loro bhāṣya che trattano dell’ignoranza in veglia, in sogno e in sonno profondo, diventa chiaro che l’‘ignoranza’ (cioè la schiavitù) e ‘il superamento dell’ignoranza’ (cioè la Liberazione) sono entrambe idee che si fondano e si applicano soltanto nell’ambito della mera ignoranza. Ciò significa che lo scopo dello śāstra non è quello di proporre l’‘ignoranza’ come una verità o come una verità ‘relativamente reale’, bensì di evidenziare unicamente la vera natura del Sé indicandola come diversa da ciò che si dà per scontato quale natura del Sé. Nel Brahma Sūtra (I.3.42), Bhagavatpāda dice che quei mantra della Bṛhadāraṇyaka non si riferiscono al sé trasmigrante, ma solo al Sé assoluto. Di seguito è riportato l’intero bhāṣya del Brahma Sūtra (I.3.42). Nella prosecuzione del presente saggio, poiché il Bhāṣya e le note fornite sono uno accanto all’altro, per distinguerli si sono inserite le note tra parentesi graffe. Tali note intendono indicare la corretta interpretazione del Bhāṣya vākya manana in accordo con il Bhāṣya vākya, col siddhānta, e rimanendo fedeli alla śruti,alla yukti e all’anubhava.

            Brahma Sūtra I.3.42:

            सुषुप्त्युत्क्रान्त्योर्भेदेन

            “A causa della dichiarazione di essere diversi nel sonno e al momento della dipartita, (il Signore supremo è l’oggetto dell’insegnamento).”

            Bhāṣya:

            व्यपदेशादिदत्यनुवर्तर्ते।

            L’affermazione “A causa della dichiarazione” intende completare il senso (dell’aforisma precedente).

            बृहदारण्यके षष्ठे प्रपाठके ‘कर्तम आत्मेदिर्त योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु हृद्यन्तर्ज्यो/दिर्तः पुरुषः’ (बृ.उ. ४.३.७) इत्युपक्रम्य र्भेूयानात्मदिवषयः प्रपञ्चः कृर्तः । र्तत्कि? संसारिरस्वरूपमात्रान्वाख्यानपरं वाक्यम्, उर्तासंसारिरस्वरूपप्रदिर्तपादनपरदिमदिर्त दिवशयः । दिकं र्तावत्प्राप्तम्?

            Dubbio: La sesta lettura della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, inizia con: “(Fra tutte le entità conosciute attraverso l’idea di ‘io’) qual è il Sé? ‘Questa entità infinita (Puruṣa) che è identificata con l’intelletto e sta in mezzo agli organi, autoluminosa all’interno del cuore (cioè nell’intelletto)’” (BU IV.3.7); di seguito, viene ampiamente elaborato l’argomento del Sé. Sorge il dubbio se quel testo voglia semplicemente spiegare della vera natura dell’anima trasmigrante, o stabilire la vera natura del Sé trascendente. Quale dovrebbe essere la conclusione?

            {Qui si solleva il dubbio se il sé a cui si fa riferimento in questi mantra della Bṛhadāraṇyaka sia il ‘sé trasmigrante’ o il ‘Sé trascendente’. Qual è la conclusione?}

            संसारिरस्वरूपमात्रदिवषयमेवेदिर्त। कुर्तः? उपक्रमोपसंहाराभ्याम्। उपक्रमे ‘योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु’ इदिर्त शारीरत्किङ्गार्त्; उपसंहारे च ‘स वा एष महानज आत्मा योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु’ (बृ.उ. ४.४.२२) इदिर्त र्तदपरिरत्यागार्त्; मध्येऽदिप बुद्धान्ताद्यवस्थोपन्यासेन र्तस्यवै प्रपञ्चनादिददिर्त —

            Oppositore: Riguarda solo la vera natura dell’anima trasmigrante. Come si fa a saperlo? Lo si sa considerandone l’inizio e la fine. All’inizio, un segnale per indicare l’anima incorporata si trova in, “Questa entità infinita che è identificata con l’intelletto e sta in mezzo agli organi” (BU. IV.3.7), e il fatto che l’anima incorporata non sia contraddetta si trova alla fine in, “quello che si identifica con l’intelletto ed è in mezzo agli organi è questo grande Sé senza nascita” (BU. IV.4.22). Perciò si deve trattare della stessa anima anche nel mezzo, tramite l’esposizione dello stato di veglia, ecc.

            {In merito al dubbio di cui sopra, l’oppositore afferma che quei mantra si riferiscono solo al sé trasmigrante (jīva). La ragione per tale affermazione così proposta, è che l’inizio e la fine dei mantra che stabiliscono quel contesto, sono segni espliciti che i mantra si riferiscono al solo jīva. A questo proposito Bhagavatpāda dice che, se qualcuno, in base alle parti iniziali e finali di questi mantra, conclude che si riferiscono al sé trasmigrante, allora tale conclusione è sbagliata. Infatti, spiega perché è davvero sbagliato concludere che questi mantra si riferiscano al jīva.}

            एवं प्राप्ते ब्रूमः – परमश्वे रोपदेशपरमेवेदं वाक्यम्, न शारीरमात्रान्वाख्यानपरम्। कस्मार्त्?

            Vedāntin: A questo proposito, noi diciamo: questo testo intende parlare del supremo Signore, e non vuole parlare affatto dell’anima incorporata. Perché?

            सुषुप्तावुत्क्रान्तौ च शारीराद्भेदेन परमेश्वरस्य व्यपदेशार्त्। सुषुप्तौ र्तावर्त् ‘अयं पुरुषः प्राज्ञेनात्मना सम्परिरष्वक्तो न बाह्यं दिकञ्चन वेद नान्तरम् (बृ.उ. ४.३.२१) इदिर्त शारीराद्भेदेन परमश्वे रं व्यपदिदशदिर्त; र्तत्र पुरुषः शारीरः स्यार्त्, र्तस्य वेदिदर्तृत्वार्त्; बाह्याभ्यन्तरवेदनप्रसङ्गे सदिर्त र्तत्प्रदिर्तषेधसम्भवार्त्; प्राज्ञः परमेश्वरः, सवज्ञत्व क्षणया प्रज्ञया दिनत्यमदिवयोगार्त्।

            Perché nello stato di sonno profondo, come anche al momento della dipartita dal corpo, il Signore supremo è menzionato separatamente dall’anima incorporata. Nel sonno, per esempio, il Signore supremo è menzionato separatamente dall’anima incorporata nello śloka, “così questo Puruṣa, essendo completamente abbracciato dal Sé supremo e cosciente (cioè Prājña Ātman) non conosce assolutamente alcunché né esterno né interno” (BU IV.3.21). In questo testo, il Puruṣa deve essere l’anima incorporata, poiché è conoscitore, in quanto la conoscenza di qualsiasi cosa esterna o interna può essere negata solo quando esiste la possibilità di conoscere. E il Sé assolutamente intelligente è il Signore supremo, perché non è mai separato da prajñā che è della natura dell’onniscienza.

            {Si presti attenzione qui al fatto che Bhagavatpāda sta dicendo che il Puruṣa, completamente abbracciato dal supremo Sé intelligente, è l’anima incorporata (chiamata Prājña) per il fatto di ‘non conoscere nulla’. Ciò significa che qui il Puruṣa di cui si dice di ‘non conoscere nulla’ è il Prājña. Aggiunge che, anche per il fatto di ‘non conoscere nulla’, deve esserci il ‘conoscere’ come prerequisito. Si noti qui che, attraverso l’idea di ‘non conoscere nulla’, si vuole attirare la nostra attenzione sullo stesso conoscente di quel ‘non conoscere nulla’. Ovvero, qui si invita a prestare attenzione al motivo per cui anche il ‘non conoscere nulla’ è un ‘conoscere’. Perciò, quando si indaga sul sonno profondo, non si deve considerare il sonno profondo come un semplice ‘non conoscere nulla’, ma fare attenzione al punto sottile che anche tale ‘non conoscere nulla’, dopo tutto, si basa su di un ‘conoscere [conoscenza-coscienza] soggiacente’. Il ‘conoscere soggiacente’ è il punto su cui l’attenzione deve essere puntata, e non, invece, che l’attenzione debba rivolgersi all’aspetto del ‘non conoscere nulla’ del sonno profondo. Se ci si concentra sull’aspetto del ‘non conoscere nulla’ del sonno profondo e lo si guarda semplicemente come un semplice stato, allora si va nella direzione sbagliata.

            Ora, avendo spostato la nostra attenzione sull’aspetto del ‘conoscere [o conoscenza/coscienza] soggiacente’ del sonno profondo, se ne conclude che tale ‘conoscere soggiacente’, base di tutta la conoscenza oggettivata (che include anche il tipo di conoscenza di ‘non conoscere nulla’), deve essere la stessa conoscenza soggiacente anche in questo stato di veglia. Se non lo fosse, allora equivarrebbe a dire che il ‘conoscere soggiacente’, substrato dello stato di veglia, è diverso dal ‘conoscere soggiacente’ che esisteva nel sonno profondo. Allora ci sarebbero due conoscenze soggiacenti diverse. Essendo entrambe soggiacenti, ma diverse l’una dall’altra, come è possibile che una conosca l’esistenza e il contenuto dell’altra? Senza dubbio, non è possibile che la conoscenza soggiacente possa essere diversa per ogni stato. Quindi, deve esistere una conoscenza soggiacente comune a entrambi questi stati e questo è ciò che chiamiamo Sākṣin! Quindi il Sākṣin deve trascendere sia la veglia sia il sonno profondo. Senza un Sākṣin comune che permane immutato attraverso gli stati, non ci sarebbe neppure modo di pensare alla possibilità dello stato di sonno profondo dal punto di vista della veglia. Come si può constatare, il Sākṣin, chiamato anche Īśvara, in questo vicāra si estende attraverso la veglia2 e lo stato di sonno profondo come loro Testimone.

            Ora si deve spingere l’indagine a un livello più sottile, chiedendosi: tra colui che è identificato (abhimānin) allo stato di veglia, vale a dire il vegliante, e il Sākṣin, qual è il vero Sé? Si noti qui che ora si sta indagando la vera natura del Sé. Da questo momento in poi, la nostra logica (la logica della mente di veglia) è di minima utilità, dato che la mente di veglia avrà sempre il pregiudizio in favore della veglia. Riguardo la vera natura del Sé, la Śruti diventa un pramāṇa. La Śruti dice che la vera natura del Sé non è il soggetto di veglia, non è il sognatore né è il dormiente. Si osservi a questo punto che la Śruti è un pramāṇa non perché dia una descrizione positiva di ciò che è la vera natura del Sé, ma perché nega ciò che non è la vera natura del Sé. Perciò, la Śruti indica la vera natura del Sé negando (o per meglio dire annullando) il vegliante, il sognatore e il dormiente. Qui, la cancellazione dello stato di veglia col suo soggetto e dello stato di sogno con il suo, altro non è che lo svanire della realtà attribuita a questi stati; essa non è altro che la negazione della capacità della conoscenza oggettivata (e della capacità di fruizione), cioè ‘della separatività’ apparente. Ma cosa significa veramente la cancellazione dello stato di dormiente/sonno? Indica la cancellazione dell’idea di ‘non conoscere nulla’. È qui che ci si deve chiedere: chi è che, alla fin fine, ha questa idea di ‘non conoscere nulla’? È sempre e solo il vegliante, e nessun altro, a dire di ‘non conoscere nulla’ nel sonno profondo. Durante il sonno, l’anubhava non consiste mai in: “Ah! Adesso non conosco nulla”. Così l’idea di ‘non conoscere nulla’ durante il sonno profondo è solo un’idea della veglia. È soltanto dopo il risveglio che si dice: ‘non conoscevo nulla’. Così la cosiddetta conoscenza oggettivata di ‘non conoscere nulla’, e la successiva idea di ‘Sākṣin’ (il conoscitore soggiacente o Testimone che illumina anche il ‘non conoscere nulla’) sono entrambe solo idee del vegliante. Così l’intero vicāra deve essere incentrato sul vegliante, cioè sul luogo in cui avviene. Una volta che si rovescia così l’intero vicāra e si applica lo Śruti pramāṇa per cui l’Ātman non è il vegliante, rimane ancora un’ultima domanda da porsi: “chi sono Io, dopo tutto?” La risposta di nuovo è data dallo śruti vākya “Tat tvam asi”. Tu sei Quello! Tu sei Quello, ancora una volta, è il modo di affermare per viam negationis che tu non sei nemmeno il conoscitore soggiacente. ‘Quello’ non può essere espresso in parole perché, quando si cerca di esprimerlo, suona come Sākṣin. Tuttavia, nemmeno il Sākṣin è la verità finale, perché la verità finale è al di là della triade di conoscitore-conosciuto-conoscenza, com’è insegnato dal Bṛhadāraṇyaka Śruti pramāṇa (II.4.14”: “Quando tutto è diventato il proprio Sé, allora cosa si potrebbe vedere e con che cosa?” La vera natura del Sé non è nemmeno il Sākṣin, ma è Quello, dove non esiste pramāṇa-prameya-pramātā-pramā vyavahāra. “Tu sei Quello” è esattamente il sonno profondo. Quando si vuole esprimere il sonno profondo in parole, il meglio che si possa fare per descriverlo è dire che in quel momento ‘non conoscevo nulla’. Ma abbiamo visto in precedenza come il Vedānta prenda proprio quell’idea di ‘non conoscere nulla’ durante il sonno profondo per indicare il Sākṣin esso. Tuttavia anche questo Sākṣin è, in definitiva, un’idea della mente della veglia. È soltanto Quello che prende il nome di Sākṣin o di Testimone per indicare il sostrato di tutta la conoscenza oggettivata. Non si può definire Quello con parole, ma la sua esistenza è sempre evidente; ed è Quello che rimane in quanto Sé slegato da qualsiasi altra cosa, esattamente come la natura del sonno profondo. Pertanto, l’insegnamento è che il Sé di suṣupti è Prājña solo dal punto di vista dell’ignoranza. Questo significa che l’idea di ‘non conoscere nulla’ in suṣupti che ha la mente in veglia, proprio quell’idea è Prājña. Il primo passo per correggere ciò è l’introduzione di Īśvara in suṣupti, spostando l’attenzione dal ‘non conoscere nulla’ verso la presenza della conoscenza soggiacente, cioè Sākṣittvam. Questa introduzione di Īśvara in suṣupti (cioè la rilevazione di Īśvara come causa primordiale) è ciò che è chiamato vaidika adhyāropa. Così l’idea sbagliata di suṣupti (cioè l’idea che sia lo stato di ‘non conoscere nulla’) deve essere prima di tutto provvisoriamente corretta come fosse uno stato causale dove la conoscenza soggiscente (Īśvara/causa primordiale/Sākṣin) e, in seguito, anche Īśvarātva deve essere rimosso attraverso la cancellazione della triade conoscitore-conoscenza-conosciuto sulla base dello Śruti pramāṇa, per cui tale triade non può esistere né esiste affatto nel Sé non-duale. Bisogna prestare attenzione che tutto questo vicāra è un completo processo di insegnamento in cui Īśvara (samaṣṭi suṣupti) è la chiave di lettura. Sovrapponendo Īśvarātva a Brahman (per permettere a Brahman di essere denominato in modo che si possa discutere di Lui) e poi successivamente rimovendolo, il Vedānta indica jīva-Brahma aikyam come la verità auto-evidente del sonno profondo. È Quello la vera natura di suṣupti che indichiamo come l’asaṅga Ātman [il Sé non relazionato]. Quindi, prestare attenzione a questi passaggi della Śruti che spiegano il sonno profondo come uno stato in cui si dice che si diventa ‘fusi nel’ (o ‘abbracciati dal’) Signore supremo e dove tale ‘fusione’ non è data per gli stati di veglia e di sogno, è la chiave per comprendere. Solo dal punto di vista dell’adhyāropa, si parla del sonno profondo come di uno stato causale quale avidyā bīja. È per la nozione ādhyāsika ‘io sono un individuo limitato, separato dal Signore illimitato’, che c’è un vaidika adhyāropa corrispondente che vuole la ‘fusione’ con il Signore nel sonno profondo. Alle nozioni erronee di essere un individuo separato che ‘entra’ ed ‘esce’ dal sonno profondo, il Vedānta contrappone la fusione con il Signore seguita dal riemergere da tale fusione come una verità provvisoria. Ma dal punto di vista apavāda, cioè dal punto di vista della cancellazione di Sākṣittvam/Īśvarātva, lo stesso sonno profondo è indicatore per l’asaṅga Ātman auto-evidente, il quale non è mai stato in relazione con alcunché, perché, come insegna la Śruti, non esiste davvero nulla oltre all’Ātman con cui sia davvero possibile una relazione o fusione. Se il siddhānta è che l’Ātman è sempre libero, allora deve esserci necessariamente un indicatore nel sarvatrika anubhava (esperienza universale) dove il Sé può essere indicato come ‘sempre libero’. Il sonno profondo è proprio tale ‘esperienza’ universale. Uno sguardo superficiale su di esso, come fosse un mero stato di ignoranza, non farà altro che condurre il cercatore nella direzione sbagliata}.

            र्तथोत्क्रान्तावदिप ‘अयं शारीर आत्मा प्राज्ञेनात्मनान्वारूढ उत्सजन्यादिर्त’ (बृ.उ. ४.३.३५) इदिर्त जीवाद्भेदेन परमेश्वरं व्यपदिदशदिर्त; र्तत्रादिप शारीरो जीवः स्यार्त्, शरीरस्वादिमत्वार्त्; प्राज्ञस्तु स एव परमश्वे रः।

            Così, anche al momento della dipartita, il Signore supremo è menzionato separatamente dall’individuo nel testo: “Come un carro pesantemente carico continua a cigolare, così il Sé incorporato, essendo presieduto da questo Sé, fa rumore quando la respirazione si fa difficile.” (BU. IV.3.35). Anche lì l’anima incorporata è l’essere individuale, poiché è il signore del corpo; ma la Coscienza suprema deve essere il Signore supremo stesso.

            र्तस्मात्सुषुप्त्युत्क्रान्त्योर्भेदेन व्यपदेशात्परमेश्वर एवात्र दिववत्किक्षर्त इदिर्त गम्यर्ते।

            “Quindi dalla menzione separata nel sonno e al momento della dipartita, si deve intendere che l’entità che si vuole insegnare qui è il Signore supremo.”

            {Qui Bhagavatpāda dice che il Sé a cui si fa riferimento quando il Vedānta parla nel contesto del sonno profondo e della dipartita non è altro che il Sé supremo, e non il sé trasmigrante. Si noti sempre che il siddhānta è che non è ‘realmente un jīva’ che ‘entra realmente’ nel corpo, non è ‘realmente un jīva’ che ‘realmente risiede’ nel corpo e, infine, non è ‘realmente un jīva’ che ‘realmente lascia’ il corpo. Ma gli uomini, a causa della loro idea preconcetta, cioè per mancanza di conoscenza, ‘considerano’ [plausibili] le idee di ‘entrare’, ‘risiedere dentro’ e ‘uscire’, basate sull’adhyāsa tra Sé e l’aggregato di corpo-mente. È per correggere questo punto di vista erroneo chiamato adhyāsa, che le sezioni dei Veda dedicate al karma parlano di un’anima trasmigrante che entra nel corpo, risiede in esso e, infine, lo lascia. Invece, la parte jñāna dei Veda (Vedānta) alla fine corregge queste nozioni errate, con il termine di ‘Liberazione’. Nel processo di correzione dell’ignoranza, l’insegnamento è ricorso anche all’uso dei termini ‘entrare’ e ‘uscire’ al solo scopo di facilitare la discussione. Ma non si accetta mai che un’entità separata (neppure un’entità ‘relativamente reale’) chiamata jīva possa essere mai esistita realmente. Si ripete senza posa la verità per cui esiste realmente solo il Sé unico senza secondo, per il quale non c’è ‘entrare’ né ‘uscire’. Se inizialmente tale metodo parla del Grande Sé senza nascita nei termini di ‘entrare’ e ‘uscire’, ciò è dovuto solo all’uso del linguaggio dell’adhyāsa per la quale, per così dire, sembrano esistere. Tuttavia, tale vaidika adhyāropa, cioè l’‘entrare’ e ‘uscire’ usati per l’insegnamento, sono seguiti da un’immediata confutazione, indicando la natura reale del Sé, per la quale nessun ‘entrare’ e ‘uscire’ è possibile. Senza tale adhyāropa seguito dall’apavāda, non esiste alcun altro modo di insegnare il Sé non-duale, il quale per natura propria non è accessibile ad una descrizione in termini positivi. Capire, quindi, il vero scopo dell’insegnamento è importante, perché se si mantiene sempre l’idea di ‘entrare’ in e ‘uscire’ dal sonno profondo, guardando sempre e solo a suṣupti attraverso la lente del pregiudizio della veglia tipico del vegliante, definendola come ciò in cui nulla è conosciuto mentre, invece, l’Ātman è qualcosa di più di essa, non si fa che girare a vuoto e tale ‘liberazione’ rimane sempre uno stato ancora da raggiungere. Il siddhānta non sta a sottolineare che il jīva non è ancora liberato: al contrario, il siddhānta permette di abbandonare l’idea di essere in schiavitù, proclamando la verità che l’Ātman è sempre libero (cioè non è mai stato in schiavitù e che “Tu sei il Grande Sé senza nascita”). Perciò c’è solo un modo corretto di comprendere questo siddhānta, come c’è solo un modo corretto di fare vicāra: l’adhyāropāpavāda}.

            यदक्तमाद्यन्तमध्येषु शारीरु त्किङ्गार्त् र्तत्परत्वमस्य वाक्यस्येदिर्त, अत्र ब्रमूः — उपक्रमे र्तावर्त् ‘योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु’ इदिर्त न संसारिरस्वरूपं दिववत्किक्षर्तम् — दिकं र्तदिह?

            All’argomentazione per cui dai segni indicativi d’inizio, metà e fine di questo testo, ne conseguirebbe che ciò di cui si parla è l’anima individuale, si deve rispondere: l’inizio della frase, “che si identifica con l’intelletto ed è in mezzo agli organi” non vuole presentare la natura dell’anima trasmigrante. Cosa si intende allora?

            अनूद्य संसारिरस्वरूपं परेण ब्रह्मणास्यकैर्तां दिववक्षदिर्त; यर्तः ‘ध्यायर्तीवायर्तीव’ इत्येवमाद्युत्तरग्रन्थप्रवृदित्तः संसारिरधमदिनराकरणपरा क्ष्यर्ते; र्तथोपसंहारेऽदिप यथोपक्रममेवोपसंहरदिर्त — ‘स वा एष महानज आत्मा योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु’ इदिर्त; योऽयं दिवज्ञानमयः प्राणेषु संसारी Nक्ष्यर्ते, स वा एष महानज आत्मा परमश्वे र एवास्मात्किर्भेः प्रदिर्तपादिदर्त इत्यथः

            L’intenzione è mostrare l’identità dell’anima trasmigrante con il Sé supremo dopo la riaffermazione delle caratteristiche della prima. Perché il testo successivo, cioè “medita per così dire, si muove per così dire, ecc.” (BU IV.3.7), è dedicato all’eliminazione delle caratteristiche dell’anima trasmigrante. Allo stesso modo alla fine, come all’inizio, la conclusione si sviluppa così: “Quel Sé che si identifica con l’intelletto ed è in mezzo agli organi è questo Grande Sé senza nascita” (BU IV.4.22). L’idea trasmessa è che l’anima trasmigrante, che è percepita come identificata con l’intelletto e in mezzo agli organi, è dimostrata essere solo questo Grande Sé senza nascita, il Signore supremo.

            {Questa parte del Bhāṣya conferma quello che è il metodo corretto per comprendere questi testi. Anche se il Vedānta in BU IV.3.7 all’inizio dice: “il sé è quel Puruṣa che si identifica con l’intelletto in mezzo agli organi”, il mantra procede immediatamente a sottolineare che gli effetti di tale identificazione con l’intelletto, con la meditazione, con il muoversi ecc. sono solo “per così dire”! Ciò che Bhagavatpāda vuole concludere con tale indicazione è che anche se la prima parte del mantra suona come se l’oggetto fosse il sé trasmigrante (a causa dell’identificazione con l’intelletto), l’ultima parte del mantra conferma che le attività come la meditazione, il movimento ecc., prodotti da tale intelletto, sono solo “per così dire”. È l’uso che fa l’Upaniṣad del termine iva (per così dire) a confermare che gli effetti dell’intelletto sono solo “per così dire”. Con questo, Bhagavatpāda stabilisce effettivamente che qui il sé, come sarà spiegato nei mantra successivi, non è altro che il Sé supremo. Ricordiamo come l’oppositore avesse indicato la parte iniziale di questa serie di mantra per dimostrare che l’argomento riguardava il sé trasmigrante. A tale contestazione, Bhagavatpāda chiarisce che, ponendo la parte iniziale dei mantra nel corretto quadro dell’adhyāropāpavāda, in realtà il contesto riguarda il Sé trascendente e non l’affermazione dell’esistenza del sé trasmigrante. Egli insegna come comprendere il significato combinato della prima e dell’ultima parte del mantra, e quindi a capire che l’argomento è solo il Sé trascendente. Richiama anche l’attenzione sull’ultimo mantra (BU IV.4.22) dove si afferma che l’argomento fin lì è stato effettivamente “il Grande Sé senza nascita” e, quindi, conclude che sia all’inizio sia alla fine di questo gruppo di mantra l’argomento è solo il supremo Sé. Non è che in BU IV.3.7 il punto di partenza riguardi il jīva (il sé trasmigrante) e in IV.4.22 il Sé trascendente. Fin dall’inizio, per tutta la parte centrale fino alla fine di questi mantra, la śruti sta solo indicando Brahman sulla base dell’eliminazione delle caratteristiche che non appartengono a Brahman, dicendo che gli effetti dell’intelletto, cioè muoversi, meditare, ecc. sono solo “per così dire”. Attraverso una discussione sulle caratteristiche che non appartengono all’Ātman/Brahman e invitando a cancellarle, il Vedānta sta indicando la vera natura dell’Ātman/Brahman. Senza prestare attenzione al vero metodo dell’insegnamento, cioè l’adhyāropāpavāda, i cercatori non dovrebbero fermarsi al significato letterale delle affermazioni nelle parti adhyāropa e concludere che il messaggio del Vedānta è che c’è ignoranza in tutti e tre gli stati. Attraverso questa indagine, il passaggio vedico ha lo scopo di stabilire la vera natura dell’Ātman. I cercatori che non seguono il metodo del sampradāya, purtroppo, assumono, invece, l’idea che c’è davvero ignoranza in tutti e tre gli stati, e aspettano la Liberazione come un risultato ancora da raggiungere. Questo è totalmente contrario al Bhāṣya e al siddhānta, ed è un chiaro segno di non aver compreso che c’è un solo metodo corretto di insegnamento.}

            यस्तु मध्ये बुद्धान्ताद्यवस्थोपन्यासात्संसारिरस्वरूपदिववक्षां मन्यर्ते, स प्राचीमदिप देशं प्रस्थादिपर्तः प्रर्तीचीमदिप दिदशं प्रदिर्तष्ठेर्त; यर्तो न बुद्धान्ताद्यवस्थोपन्यासेनावस्थावत्त्वं संसारिरत्वं वा दिववत्किक्षर्तं

            Se qualcuno pensasse che, poiché c’è l’esposizione dei tre stati di veglia, sogno e sonno senza sogni, ne consegue che il testo intende insegnare la vera natura del trasmigrante, sarebbe come dirigersi verso ovest quando ci si mette in viaggio verso est. Infatti, l’esposizione degli stati di veglia, ecc. non vuole implicare né il possesso di uno stato né la trasmigrazione.

            {Questa parte del Bhāṣya non si può essere più chiara e diretta. È possibile che a causa della propria nozione preconcetta ‘io sono un sé limitato’, innata in tutti, si possa sostenere che, alla fin fine, l’esperienza di veglia, sogno e sonno profondo abbia una qualche realtà in sé. È anche possibile che si possano prendere le affermazioni vediche che parlano degli stati e dell’esperienza in quegli stati, cioè la percezione esteriore nella veglia, la percezione interiore nel sogno, ecc., e dedurre una sorta di esistenza ‘relativamente reale’ per questi stati. A tutte queste concezioni erronee, Bhagavān Bhāṣyakāra risponde che lo scopo dell’insegnamento non implica il possesso di uno stato né l’esistenza della trasmigrazione. È necessario prestare attenzione alla chiarezza con cui lo ha affermato. Se avesse detto solo che ‘non c’è implicazione di alcuno stato’ senza aggiungere che ‘non c’è trasmigrazione’ allora sarebbe possibile argomentare che tale ‘nessuna implicazione di stato’ è dal punto di vista del Brahman, mentre per il jīva uno stato c’è. Ma la sua affermazione esplicita ‘non c’è trasmigrazione’ (न संसारिरत्वम् वा) conferma che non c’è nemmeno un jīva che sia mai realmente esistito. Inoltre, quando prestiamo attenzione all’anubhava, è evidente che lo stato di veglia e il vegliante non sono in realtà due entità distinte; anzi, sono effettivamente un’unica realtà. Nessun vegliante esiste (cioè nessun soggetto di veglia continua come tale) al di fuori dello stato di veglia. E, nel nostro anubhava, è altrettanto chiaro che l’individuo di veglia e quello di sogno non sono la stessa cosa. Ecco perché non è possibile tracciare una linea di divisione tra vegliante e stato di veglia, in quanto entrambi, presi insieme, sono lo stato/avasthā. Quindi, secondo l’anubhava, jīva, jīvatva, avasthā (stato) significano tutti la stessa entità, anche se possiamo coniare definizioni diverse per essi. Percepire le apparenti differenze tra loro riguarda l’adhyāsa. Alcune persone potrebbero sostenere che sia l’assenza di stati sia l’assenza di trasmigrazione sono ancora una volta solo dal punto di vista del Brahman, mentre da quello del jīva esistono entrambi, ovviamente come verità ‘relativamente reali’. A ciò si risponde che questa argomentazione indica solamente un eccessivo attaccamento al punto di vista erroneo dell’ignoranza (avidyā dṛṣṭi), sostenuto per preconcetto. Ciò equivarrebbe a dire che il serpente è una realtà relativa nella corda. Il serpente è una realtà relativa o, invece, è solo che ‘abbiamo considerato’ il serpente ‘essere reale’ finché la corda non è stata conosciuta? Il sogno era una ‘realtà relativa’ finché è durato o è che, finché è durato, è stato ‘preso per (cioè come fosse la) realtà’? Che il serpente è mithyā è un insegnamento; allo stesso modo, che jīvatva sia mithyā è un insegnamento dato solo per annullare i preconcetti secondo cui ‘il serpente è reale’ e ‘jīvatva è reale’. Il Bhāṣya insegna sempre che ‘in quanto jīva’ è sempre solo un errore e non che jīva/jīvatva sia una ‘realtà relativa’. Inoltre, indagando sugli stati di veglia e di sogno anche in base alla yukti e dell’anubhava, si deve concludere che jīvatva o l’individualità è solo un errore. Lo stesso dicasi anche della percezione della dualità all’interno del Sé non-duale. Proprio come nella percezione del serpente al posto della corda, non è di alcun beneficio per la conoscenza corretta edulcorare l’idea di serpente chiamandola ‘realtà relativa’, così suggerire che anche la dualità sia una ‘realtà relativa’ (o un livello inferiore di realtà) contraddice l’intera dottrina del Vedānta. La dualità è, nel migliore dei casi, solo un punto di vista, come insegna la śruti, dicendo che la dualità è solo “per così dire”. È un ‘punto di vista’ della Realtà unica (cioè dell’unica Esistenza) che è l’Ātman/Brahman. È contro la śruti, la yukti e l’anubhava dire che la dualità, che è solo un’apparenza, sia un ‘livello inferiore di realtà’ o descrivere la dualità come ‘relativamente reale’. Perciò i Bhāṣya non permettono tale insegnamento. Si è visto come Bhagavatpāda sostiene che il Sé, a cui si fa riferimento all’inizio dei mantra, altro non è che il solo Sé trascendente. Proprio fin dall’inizio di quei mantra egli esclude l’idea che ci si riferisca all’esistenza di un jīva. Non c’è, nell’Upaniṣad o nel suo Bhāṣya, alcuna affermazione su jīva/jīvatva che possa farci considerare quei mantra una ratifica del punto di vista dell’ignorante che sostiene l’idea che esiste un’entità limitata chiamata jīva. Se i cercatori capissero davvero che questi mantra non si riferiscono al jīva limitato, allora perché dovrebbero continuare ad avanzare la seguente obiezione: “se il sonno profondo è davvero la vera natura del Sé, perché il jīva non si libera quando entra in sonno profondo?” Si tratta di una domanda mal posta e non valida, una volta che si è compreso che l’oggetto è sempre il Sé libero e non-duale. Perciò un cercatore sincero deve adottare il metodo corretto e seguire il vero avasthātraya vicāra. Quando è compreso in modo sbagliato, come se questi mantra descrivessero gli stati e li usassero per attribuire realtà all’anima trasmigrante, è andare nella direzione sbagliata. Solo l’adhyāropāpavāda è il metodo per comprendere il Vedānta}.

            दिकं र्तदिह? — अवस्थारदिहर्तत्वमसंसारिरत्वं च। कथमेर्तदवगम्यर्ते? यर्त् ‘अर्त ऊर्ध्वं दिवमोक्षायैव ब्रूदिह’ (बृ.उ. ४.३.१४) इदिर्त पदे पदे पृच्छदिर्त; यच्च ‘अनन्वागर्तस्तेन र्भेवत्यसङ्गो ह्ययं पुरुषः’ (बृ.उ. ४.३.१५) इदिर्त पदे पदे प्रदिर्तवदिक्त; ‘अनन्वागर्तं पुण्येनानन्वागर्तं पापेन र्तीण/ दिह र्तदा सवाञ्शोकान्हृदयस्य र्भेवदिर्त’ (बृ.उ. ४.३.२२) इदिर्त च। र्तस्माद् असंसारिर स्वरूप प्रदिर्तपादनपरमेवैर्तद्वाक्यदिमत्यवगन्तव्यम्॥

            Allora, cosa si intende con tutto ciò? Si intende insegnare la libertà dagli stati e dalla trasmigrazione. Com’è che si conosce ciò? Ogni volta che Janaka chiede a Yājñavalkya: “Per favore istruiscimi ulteriormente sulla Liberazione” (BU IV.3.14; IV.3.16; IV.3.33), si ottiene tale conoscenza con la risposta: “Qualsiasi cosa Egli veda in quello stato non lo tocca, perché questo Essere infinito è incontaminato” (BU IV.3.15-16). Inoltre, si afferma: “(questo suo aspetto) non è mai toccato né dell’azione positiva né dall’azione negativa, perché egli è allora al di là di tutti i desideri del cuore (intelletto)” (BU IV.3.22). Di conseguenza, si deve capire che questo testo ha lo scopo di stabilire la natura del Sé trascendente.

            {Qui Bhagavatpāda attira la nostra attenzione su un altro punto importante. Re Janaka chiede a Yājñavalkya di istruirlo sulla Liberazione e Yājñavalkya risponde che il Sé non è mai in schiavitù. Yājñavalkya, rispondendo “non è mai toccato né dell’azione positiva né dall’azione negativa” e, riferendosi al Sé come Quello in quanto sonno profondo, come ciò che è “al di là di tutti i desideri del cuore”, vuole chiaramente indicare che suṣupti non è dove avviene il ‘processo di liberazione’, ma indica il Sé che non è mai in schiavitù. Pertanto porre la domanda ‘perché non mi sono liberato quando vado in sonno profondo?’ è la domanda più sciocca, dato che il siddhānta è che il Sé non è mai stato in schiavitù. Pertanto, in questi mantra, come Bhagavatpāda chiarisce, non si afferma in alcun modo la realtà degli stati in quanto tali e nemmeno la realtà dell’esperienza degli stati o della stessa trasmigrazione. Il riferimento agli stati e la loro esperienza li ‘si prende’ unicamente a causa di un pregiudizio; il Vedānta solo utilizza questi pregiudizi e, attraverso essi, indica l’asaṅgattvam di Ātman (il Sé che non è mai in schiavitù ed è del tutto privo di relazioni) come verità sempre esistente nonostante le continue erronee nozioni di legame e di attaccamento. Si presti attenzione al mantra II.4 della Kena Upaniṣad che dice: “Brahman è veramente conosciuto quando è conosciuto con (cioè come il Sé di) ogni stato di coscienza, perché così si ottiene l’immortalità”. Si prega di prestare attenzione al Bhāṣya vākya di questo mantra, dove Bhagavatpāda dice:

            सवप्रत्यय दश त्किचच्छदिक्तस्वरूपमात्रः प्रत्ययैरेव प्रत्ययेष्वदिवत्किशष्टर्तया क्ष्यर्ते; नान्यद्द्वारमन्तरात्मनो दिवज्ञानाय।

            “Essendo il Testimone di tutte le cognizioni e per natura nient’altro che il potere della Coscienza, il Sé è indicato dalle cognizioni stesse, in mezzo alle cognizioni, come ciò che le pervade (tutte). Non c’è altro accesso alla Sua consapevolezza”.

            Così, intuire la vera natura di suṣupti è il solo metodo corretto. Sminuire suṣupti a mero stato di ignoranza, basandosi sul significato letterale dei mantra, senza applicare il corretto metodo vedāntico di adhyāropāpavāda e promuovendo la necessità di uno ‘stato speciale di samādhi’ (che si vorrebbe immaginare diverso dal sonno profondo), o aspettando speranzosi la Liberazione come qualcosa ‘ancora da raggiungere’, mentre si cerca di ‘fermare la mente’: tutto ciò appare chiaramente simile al caso, evocato da Bhagavatpāda, di una persona che si dirige a ovest quando si mette in viaggio verso est. Ogni cercatore deve quindi fare un sincero tentativo per capire quando e come si parla di suṣupti in quanto stato d’ignoranza; allo stesso tempo è necessaria una chiara comprensione di come lo stesso suṣupti-Ātman sia il più elevato ‘raggiungimento’ di cui parlano le Upaniṣad, anche se non è un reale raggiungimento, perché “tu sei [già] Quello”.

            L’insegnamento corretto non vuole stabilire positivamente la schiavitù dell’Ātman e, di conseguenza, richiamarsi alla Liberazione né, spiegando i mezzi per raggiungerla, suggerire che è un evento che accade nel tempo. L’insegnamento corretto, invece, è che l’Ātman non è mai stato in schiavitù. Se la risposta a tale insegnamento è: “non mi appare come tale”, allora si dica (solo per insegnare) che appare in questo modo soltanto a causa della mancata conoscenza della sua vera natura. Quindi, l’ignoranza è, dopo tutto, solo uno strumento di insegnamento per indicare l’Ātman non-duale come l’unica Esistenza reale, dove non c’è affatto spazio per l’ignoranza. Non si deve mai affermare né stabilire positivamente l’ignoranza nei tre gli stati di esperienza. Fare ciò sarebbe sicuramente un immenso siddhānta hani (tracollo dottrinale) e renderebbe l’asaṅgattvam dell’Ātman un sistema di credenze. Nella nostra indagine e nella nostra applicazione della logica, l’obiettivo dovrebbe sempre essere quello di sfidare il pregiudizio innato indicando il mithyātva della realtà attribuito al vegliante/stato di veglia, e rivolgere l’intero vicāra incentrandolo sulla veglia, per poi annullare la ‘realtà’ del vegliante rifacendosi allo Śruti vākya (ossia alla sezione dell’apavāda vākya)come pramāṇa della verità finale. In questa adhyāropāpavāda prakriyā, sebbene il sonno profondo sia dapprima provvisoriamente descritto come lo stato su cui l’ignoranza causale è sovrapposta, suṣupti stessa rimarrà, poi, come la fonte innegabile per intuire la vera natura dell’Ātman. Tale suṣupti-Ātman è ciò che si è anche in questo momento, in questo cosiddetto stato di veglia, indipendentemente dall’opinione che il vegliante abbia sulla Liberazione. La śruti insegna questo suṣupti Ātman, indipendentemente dal credere che il ‘cosiddetto ciascuno’ in quella ‘cosiddetta notte’ ‘raggiunga’3 la Liberazione. Quando si è lì non si conosce, perché colui che dà per scontato il ‘conoscere’ è proprio l’individuo in stato di veglia (viśva), ed è viśva che riduce suṣupti a un semplice stato dove non si conosce nulla; e lo stesso viśva lo fa considerandosi un conoscitore, il che è di nuovo solo una nozione errata dovuta alla dualità. Questo è comprensibile se si ha il jīva bhāva come punto di partenza dell’Avasthātraya vicāra, ma, concludere l’Avasthātraya vicāra con lo stesso jīva bhāva e affermare che l’ignoranza esiste veramente in tutti e tre gli stati è un errore. Inoltre, sulla base di tale errata comprensione dell’insegnamento, dire che il Sé è ‘veramente qualcosa al di là’ di questi tre stati e successivamente concludere che tale Sé è ‘ancora da raggiungere’, è sicuramente un grande fraintendimento. In certa misura, è corretto dire che la vera natura del Sé è quella al di là dei tre stati, ma, considerare come conclusione dell’Avasthātraya vicāra che tale Sé sia davvero ‘ancora da raggiungere’ pregiudicheràil fine dell’intero vicāra. Perciò si deve fare un sincero tentativo di capire in che senso il Sé è veramente al di là dei tre stati e, soprattutto, in che senso il Sé, che è al di là dei tre stati, è ciò che si è già. Quindi la giusta comprensione dell’adhyāropāpavāda prakriyā serve a districare la matassa (se una matassa ci fosse veramente).}

            Oṃ Tat Sat

            1. Nell’ignoranza ‘si sovrappone la realtà (esistenza)’ a ciò che è irreale (inesistente), ‘si prende’ ciò che è irreale per reale. Ossia il serpente è ‘preso per reale’. Contro tale posizione preconcetta, l’insegnamento è che ‘il serpente è solo un’apparenza’ (cioè il serpente non è reale) e ‘solo la corda è reale’. La frase qui usata ‘realtà sovrapposta al serpente’ significa ‘considerare il serpente come reale’. L’insegnamento della verità (cioè la verità che solo la corda esiste) parte sempre da una posizione in cui ‘il serpente è considerato reale’. L’ignorante non prende mai ‘il serpente come un’apparenza’, ma sempre ‘prende il serpente per reale’. Ecco perché è necessario l’insegnamento che ‘il serpente è solo apparente e non esiste affatto’. Il serpente è una ‘conoscenza sbagliata’ (mithyā jñāna) della corda. ‘Prendere il serpente per reale’ è parte integrante della ‘conoscenza errata’. [Non si deve dimenticare che l’adhyāsa è la sovrapposizione reciproca delle proprietà di sat su asat e di quelle di asat su sat. N.d.C.] [↩]
            2. Come anche attraverso il sogno, anche se qui lo stato di sogno non è trattato.[↩]
            3. Si noti che anche il verbo ‘raggiunga’ è tra virgolette.[↩]

            Il metodo tradizionale per dibattere sulla dottrina

              Il metodo tradizionale per dibattere sulla dottrina

              Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārāja

              [Con questo contributo] si vuole esaminare cos’è corretto e cos’è errato nel dubbio che si pone preliminarmente e nella risposta che ne consegue, come sono stati fin qui presentati. Prima, però, si specificherà in che ordine le argomentazioni dovranno essere impostate [per un dibattito]. Infatti, si riscontra che di solito le persone al giorno d’oggi, nel corso di un dibattito, introducono argomenti o citazioni che sostengono le loro opinioni senza seguire alcuna regola procedurale. Di due contendenti, il primo esporrà il suo pensiero, a cui l’altro risponderà dal proprio punto di vista, evidenziando un qualche difetto in ciò che il primo oratore ha sostenuto, ma lo farà partendo dal suo particolare angolo di visuale. Su questa base discordante, nessuno dei due punti di vista può reggere né si può determinare alcunché che sia una critica costruttiva. Quindi si deve stabilire come regolare le argomentazioni per un dibattito.

              L’oppositore [del Vedānta] potrà chiedersi se definire ciò sia davvero necessario. Chi nutre un simile dubbio sosterrà che ciò su cui si dibatte è la riflessione sugli insegnamenti delle Upaniṣad: tutto ciò a cui ci si dovrà attenere è determinare quale sia il messaggio essenziale che esse comunicano. I testi dei Veda sono eterni e di origine sovrumana. Sono privi dei caratteristici difetti umani come la negligenza e l’inganno. Poiché trattano un argomento che è al di là della portata degli altri mezzi di conoscenza (pramāṇa), il loro insegnamento deve essere accettato come autorevole e vero. In un dibattito tra due avversari, quindi, si dovrà accettare il principio per cui può essere esatto solo il punto di vista il cui argomento concorda con le Upaniṣad, mentre il punto di vista discordante dell’altra persona non sarà corretto.

              Ciò potrebbe essere valido se ci fosse accordo tra i saggi su ciò che si intende per eterno e ciò che sarebbe di origine umana o sovrumana. Ma su questo punto ci sono stati pareri discordanti sia nei tempi antichi sia in quelli moderni. Così, al giorno d’oggi sentiamo lamentare che l’argomento per cui i Veda sono eterni è circolare1: vale a dire che il Veda stesso è l’unica autorità per sostenere l’eternità del Veda, e che la prova dell’autorevolezza del Veda dipende dalla sua eternità.

              Anche per quanto riguarda l’origine umana c’è un problema. Una dottrina deve essere giudicata falsa solo perché è attribuita a un essere umano? Oppure si deve dimostrare che non è autentica alla luce di qualche altra autorità? La mera trasmissione di una dottrina attraverso un essere umano non può minarne l’autorità. Solo per il fatto di riconoscere unanimemente che gli stessi Veda sono stati trasmessi per mezzo di grandi veggenti come Vāmadeva ecc., dovremmo forse supporre che una scrittura possa essere respinta solo alla luce di un’altra? Adottando questa posizione, lo studioso dei Veda si pone davvero a difendere il campo del suo avversario; infatti, egli ha accaniti avversari nei cristiani, i quali ritengono che gli autori della Bibbia fossero grandi santi ispirati da Dio, e parlano sull’autorità della Bibbia di questioni come il cielo ecc., che sono al di là della portata dei mezzi validi di conoscenza (pramāṇa).

              Supponiamo, a titolo d’esempio, che si stia dibattendo con certi saggi che in qualche modo sono d’accordo sull’eternità e sull’origine sovrumana dei Veda. Anche in questo caso, si dovrà spiegare come una discussione tra due di loro sulla natura della Realtà possa essere risolta esclusivamente su questa base. Come abbiamo già affermato, colui la cui argomentazione concorda con i Veda deve essere senza dubbio nel giusto. Tuttavia, anche tale affermazione non è di per sé sufficientemente corretta finché non si stabilisce su quale punto di vista sia veramente d’accordo con i Veda. Per stabilirlo, infatti, sarebbe appropriato precisare che “questo punto di vista e solo questo è sostenuto dai Veda”. Ma quale potrà essere il criterio accettato unanimemente quando c’è un dubbio su quale delle due opinioni sia realmente in accordo con i Veda? C’è ancora oggi una discussione sulla natura della Realtà tra coloro che riconoscono la necessità di aderire all’insegnamento delle Upaniṣad, ma seguendo le interpretazioni discordanti di Śaṃkara, piuttosto di quelle di Bhāskara, di Śrīkaṇṭha, di Rāmānuja, di Vijñāna Bhikṣu, di Madhva, di Vallabha, di Baladeva o di altri. Chi è l’arbitro per deliberare in questi casi quale sia il vero insegnamento delle Upaniṣad? Chi si potrebbe riconoscere capace di decidere al di sopra delle controversie quali siano esattamente le opinioni di ognuno di questi grandi fondatori di scuole? Chi studia certe opere eclettiche come il Siddhānta Leśa Saṃgraha (di Appaya Dīkṣita) trova che spesso c’è la più grande divergenza di opinioni tra i seguaci di quegli autorevoli maestri.

              Nemmeno si può sostenere che la varietà delle umane opinioni non influenzi l’interpretazione dei Veda, e ciò poiché il vero significato di questi ultimi deve essere stabilito (non da speculazioni umane private, ma) da una valutazione delle caratteristiche dell’esegesi tradizionale, come l’apertura di un nuovo argomento o la conclusione di un’argomentazione tramite una ricapitolazione finale. Questo parere vorrebbe indurci a credere che i fondatori delle grandi correnti dottrinali possano differire tra loro solamente su dettagli, pur concordando sull’essenziale. Dopo tutto, ognuno dei grandi commentatori stabilisce la sua dottrina attraverso l’applicazione dei sei criteri esegetici2 per l’interpretazione delle Upaniṣad, e afferma che la sua è la vera dottrina dei Veda com’è anche sostenuta dai Dharma Śāstra, dai Purāṇa e dagli Itihāsa (Rāmāyaṇa e Mahābhārata).

              Tuttavia, seppure i seguaci delle diverse correnti potrebbero sembrare d’accordo sul messaggio essenziale, costoro dichiarano che ciò può essere valido solo seguendo il loro metodo, e quindi si lanciano reciprocamente recriminazioni, il che ci induce ancora a interrogarci su quale possa essere il vero metodo per stabilire la dottrina upaniṣadica.

              Passiamo a valutare un’altra credenza diffusa. Si sostiene avventatamente che i maestri classici dell’Advaita, Gauḍapāda, Śaṃkara e Sūreśvara, volevano solo stabilire l’identità di ognuno con il Sé; per questo s’appoggiavano su ciò che poteva essere conosciuto attraverso l’esperienza diretta. Non attribuivano alcuna importanza alle varie teorie a cui si arrivava per vuoto ragionamento. Per loro, secondo questa avventata opinione, non c’era alcuna contraddizione reciproca tra sistemi diversi. Quindi, come disse un’antica autorità come Sūreśvara: “È valido qualsiasi metodo di insegnamento che porti gli uomini alla realizzazione del Sé più profondo. Non c’è una regola fissa al riguardo” (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad Vārtika, I.4.402). Le parole di Śrī Sūreśvara “Non c’è una regola fissa al riguardo” significano (sempre secondo questa affermazione avventata) che ci sono vari sistemi diversi di uguale validità. Così l’affermazione secondo la quale ci sarebbe disaccordo tra i vari seguaci dell’Advaita potrebbe essere fatta soltanto da chi parla a vanvera nel delirio, non avendo capito quanto gli antichi maestri si elevarono al di sopra del punto di vista dell’esperienza pratica quando esposero l’insegnamento da diversi punti di vista.

              Chi parla in questo modo dovrebbe essere capace di dimostrare perché e in quali circostanze non si debba prestare attenzione alle questioni viste dalla prospettiva dell’esperienza pratica. Altrimenti i discepoli non capiranno il segreto della distinzione tra la prospettiva dell’esperienza pratica e il punto di vista della verità finale. Si chiederanno com’è che vari sistemi diversi possano tutti proclamare una sola verità. Per loro le contraddizioni tra i vari metodi di esposizione saranno evidenti. Sarà per loro chiaro che i maestri trovano difetti in ciò che non va d’accordo con la loro dottrina. E poiché la sensazione che “è sbagliato, perché non è (come dico io)” è applicabile ovunque ed è difficile da sostenere, è ovvio che essi arriveranno alla convinzione che “nessuna delle diverse esposizioni dell’insegnamento (upaniṣadico) può essere del tutto affidabile”, perché tra tutti i vari metodi tra loro contraddittori ci può essere una sola via per la corretta conoscenza. Come è stato detto: “Il sentiero che conduce all’oceano orientale non si dirige a ovest. C’è una sola via per la Liberazione. Ascoltate me fin nei minimi particolari” (MBh XII.266.4).

              Invece, si consideri la questione da questo punto di vista. Supponiamo che un estraneo dica: “Questi polemisti, adottando tesi e contro-tesi, non fanno che proclamare che tutte le vie proposte sono sbagliate”. Chi potrebbe confutarlo? Né mancano tali osservatori. Anche solo qui in India ci sono centinaia di persone che adottano Cristo o Maometto o Zoroastro o Jina o Buddha e così via come loro autorità. Si aggrappano con fede ostinata agli insegnamenti dell’uno o dell’altro, per poi cercare di convincere anche gli altri che la loro è l’unica verità, ed espongono centinaia di argomenti a sostegno delle loro opinioni.

              Poi ci sono quelli che propagandano il libero pensiero e seguono la guida di pensatori occidentali come Spencer, Huxley, Hume, Berkeley o Bergson. Essi, ovviamente, sono disinteressati alle minuzie delle dispute su punti secondari tra i seguaci dei Veda e non sono disposti ad accettare alcun punto che possa rovesciare i metodi di indagine propri del libero pensiero.

              Su questo argomento si potrebbe opinare che non si dovrebbe prestare attenzione a queste persone dato che sono al di fuori della tradizione vedica. Domande sulla natura della schiavitù e della Liberazione possono essere risolte solo attraverso l’insegnamento upaniṣadico, perciò non possono essere risolte da coloro che ne sono al di fuori. I razionalisti dovrebbero essere totalmente esclusi dalle discussioni sulla Liberazione, perché i sapienti hanno giudicato la vuota razionalizzazione non basata sulla tradizione vedica per mancanza di qualsiasi fondamento solido (BSŚBh II.1.11).

              Su questo punto dovremmo soffermarci. Sappiamo che anche i vicārin che sono posseduti dalla śraddhā sono colti da dubbi. Quando si sa che anche i grandi fondatori di sistemi non sono d’accordo tra loro, come possiamo essere sicuri che noi stessi conosciamo la corretta interpretazione dell’insegnamento vedico? Così stando le cose, spetta a coloro che sono attivi (ādarair, zelanti) nel promuovere la riflessione sul significato dei Veda dimostrare la fallibilità del pensiero non vedico3.

              A questo proposito citiamo i seguenti versi della Sūta Saṃhitā: “O brāhmaṇa, grandi sforzi devono essere fatti per provare questo sentiero tramite ragione. Quando il sentiero vedico è stato provato, tutto quello che vale la pena è stato stabilito. È ferma conclusione delle Upaniṣad che non sarebbe una colpa uccidere la persona illusa che era capace di provare la via vedica tramite la ragione, ma che ha omesso di farlo. Colui che, preso da sacro ardore (śraddhā) si sforza di giustificarlo con la ragione anche se non ha la capacità di farlo, è sollevato dal demerito di tutte le sue colpe, e raggiunge la conoscenza metafisica diretta e immediata” (Sūta Saṃhitā II.20.54-56).

              Ci sono casi in cui anche le menti dei fedeli, influenzate dalle argomentazioni dei razionalisti estranei alla tradizione vedica, sono sprofondate nel dubbio e hanno cominciato a chiedersi: “Qual è la difesa contro queste critiche ai Veda fatte da estranei?” Perciò coloro che sono ben ferrati nel pensiero vedico devono certamente esaminare anche i sistemi non vedici per smascherare la loro infondatezza, a protezione dei loro stessi allievi. Così anche i darśana non vedici, come quello dei Logici (naiyāyika)4, devono sicuramente essere confutati per il bene degli allievi che seguono i Veda. Altrimenti, perché i commentatori sopra menzionati avrebbero confutato le dottrine dei buddhisti, dei jainisti e degli altri, nei punti in cui reputavano che queste ultime contraddicessero la dottrina vedica? Perciò dobbiamo indagare per capire qual è il metodo corretto per determinare il significato dei testi vedici.

              1. L’ordine con cui si deve ricorrere ai testi, alle argomentazioni e all’esperienza personale (śābda, yukti, anubhava)

              A questo proposito è evidente che quando non c’è in accordo se i testi vedici siano o meno un mezzo autorevole di conoscenza, il disputante che riconosce il Veda deve presentare al suo avversario anche argomentazioni razionali e non può appellarsi esclusivamente all’autorità testuale. Così, nel suo commento ai Brahma Sūtra (BSŚBh II.2.24) Śrī Śaṃkara anzitutto dice: “L’etere è conosciuto come realtà sull’autorità dei testi vedici come “L’etere sorse dall’Assoluto” (TU II.1)”, per poi aggiungere: “Tuttavia, a coloro, che non accettano il Veda (cioè buddhisti e altri) dobbiamo dire che l’esistenza dell’etere deve essere dedotta dal fatto che esso è il veicolo del suono”.

              Altresì, è diverso il caso in cui ci sia accordo sull’autorità dei Veda: la controversia, allora, riguarda soltanto la sua interpretazione. In questo caso la decisione deve essere presa secondo i metodi degli esegeti vedici, facendo appello a quei criteri che includono “l’implicazione indiretta” (liṅga), “il contesto” (prakaraṇa) e così via5, e all’altra serie che include “l’esposizione di tutta l’argomentazione compresa tra una premessa e una ricapitolazione finale come costituenti d’un unico soggetto” e così via6. Questa era la regola accettata dai ritualisti nei tempi antichi, sebbene sia stata modificata da Śrī Śaṃkara. Quest’ultimo scrisse: “Nel caso dell’indagine sul rituale vedico, i testi vedici e altri testi tradizionali sono l’unico criterio. Ma non è così nel caso dell’indagine sull’Assoluto. In questo caso gli stessi testi sono autorevoli, ma con l’aggiunta dell’esperienza immediata nel caso dei testi puramente metafisici, perché la conoscenza dell’Assoluto richiede di culminare nell’esperienza immediata (sadyo anubhava), e, a differenza delle parti dei Veda che trattano di ingiunzioni e divieti, ha per oggetto una realtà già esistente” (BSŚBh I.1.2)7.

              Ma quando lo scopo non è solo di interpretare il significato dei testi vedici, ma anche quello di raggiungere la conoscenza del loro contenuto nell’intuizione immediata, come è il caso dell’indagine puramente metafisica sulla vera natura del Sé, allora il riferimento all’anubhava deve prevalere su quello ai testi, proprio perché l’indagine deve culminare nell’esperienza immediata. Nel caso dei cieli e di altre realtà, la cui esistenza può essere conosciuta solo attraverso il Veda, l’esperienza immediata non può derivare da esperienze relate al corpo in questa vita presente. Ma non è corretto dire che di conseguenza, allo stesso modo, le esperienze individuali di una persona ancora in vita non possano portare alla conoscenza della vera natura del proprio Sé, poiché tale affermazione non è conforme all’evidenza. Come dice Śrī Śaṃkara: “Nel caso dell’azione, la ricompensa, come il cielo, non è immediatamente evidente e ci può essere il dubbio se verrà o meno. Ma il risultato della conoscenza dell’Assoluto è immediatamente evidente, perché i Veda parlano dell’Assoluto in quanto immediatamente e direttamente evidente” (BU III.4.1) e insegnano “tu sei Quello” (ChU VI.8.7) come un fatto già compiuto (BSŚBh III.3.32; MV, p. 210, 447, 573).

              Ne consegue che, dato che la riflessione sulle Upaniṣad è finalizzata all’esperienza immediata, nel corso di tale riflessione, nulla, che sia meramente basato sull’autorità delle parole, può essere accettato, qualora contraddica l’esperienza immediata. Così, nel commentare le Upanisad, la Gītā e i Brahma Sūtra, il venerato Commentatore si è basato sul principio che le parole danno sì informazioni, ma non hanno efficacia causale; e insegnava che le parole non possono stabilire nulla che possa contraddire l’esperienza immediata. Ne consegue che nelle argomentazioni si deve esporre solo un ragionamento che non contraddica l’esperienza immediata.

              A volte i testi sono citati per sostenere il ragionamento o il ragionamento è usato come una conferma subordinata ai testi. Il principio da osservare è che un semplice testo può essere contraddetto da un testo che lo supera in autorevolezza. Ma quando l’avversario s’appella solo al ragionamento e all’esperienza (e non alla śruti), allora la parte dell’argomentazione che è oggetto di obiezione deve essere confutata sulla sola base della ragione e dell’esperienza. A questo si riferiva il venerato Commentatore nella sua introduzione al secondo capitolo del secondo libro dei Brahma Sūtra (BSSBh II.2.1), quando spiegava come le dottrine dei sāṃkhya e di altri fossero state confutate nel capitolo precedente (cioè al BSSBh II.1.1) con l’aiuto di citazioni vediche (mentre sarebbero state confutate su base puramente razionale nel capitolo successivo, BS II.2.1). Le sue parole erano: “I sāṃkhya e le altre scuole non vediche citano i testi dei Veda per sostenere le loro posizioni e li interpretano alla luce dei loro punti di vista. Finora il nostro impegno è stato volto a dimostrare che quelle interpretazioni sono false. D’ora in poi confuteremo questi oppositori su basi puramente razionali senza tener conto dei testi vedici. Questa è la differenza di come ci regoliamo in questo capitolo e come ci siamo regolati in quello precedente”.

              Il punto da capire qui è il seguente. Dove si ricorre irragionevolmente ai testi vedici come prova o dove c’è una dimostrazione logica non accompagnata da una corretta comprensione dei testi vedici, tale citazione o ragionamento deve essere scrupolosamente confutato. Quando i testi vedici sono stati impropriamente citati come autorità, questa confutazione deve essere effettuata senza compromettere l’autorevolezza dei testi stessi. In tal caso ci si può appellare ad altri testi vedici di maggiore autorità (secondo quanto è stabilito dai criteri esegetici tradizionali). Ma quando l’avversario si è limitato all’argomentazione logica, non è corretto tirare in ballo i testi vedici.

              2. Differenza tra la scrittura e il ragionamento combinato con l’esperienza

              Non c’è nulla che impedisca a chiunque sia impegnato in una discussione di ricorrere a qualsiasi strumento di prova che sia stato da tempo accettato dagli esperti qualificati in quel campo. È quindi evidente che le scritture possano essere usate nell’argomentazione, poiché gli esperti le hanno accettate come autorevoli. Ma non bisogna dimenticare che anche gli esperti più competenti non sono d’accordo sull’interpretazione dei testi sacri. Questo è in larga misura vero sia per i maestri antichi sia per quelli moderni. I seguaci della dottrina vedica ortodossa (āstika) accettano come autorevole solo ciò che sembra loro vero. Ma anche gli esperti si contraddicono l’un l’altro su temi come se il Veda sia eterno o meno, se sia di origine non umana o meno, o quale sia più autorevole in caso di controversia tra la scrittura da un lato oppure la ragione combinata con l’intuizione dall’altro. Si deve concludere che non si dovrebbe affatto iniziare una discussione se i contendenti non possono essere d’accordo su questi punti fermi per svolgere un dibattito. Quindi, nessun cercatore ha negato né potrebbe mai negare che la ragione e l’esperienza siano rilevanti al di là delle semplici citazioni dai testi vedici. E infatti tutti fanno uso del ragionamento sia quando indagano sulla natura delle realtà esistenti sia che accettino o meno l’intera varietà degli altri pramāṇa tradizionalmente accettati.

              Noi non accettiamo quel punto di vista secondo il quale il ragionamento in quanto tale sarebbe da escludersi per mancanza di un fondamento solido. Perché tutto ciò che gli antichi asserivano era che soltanto un ragionamento basato su una vuota speculazione non sostenuta dall’esperienza universale non poteva contraddire la ragione dotata di tale supporto. Non si può stabilire che il ragionamento come tale sia senza fondamento, poiché la prova di un tale parere dipende essa stessa dal ragionamento. Questo confuta coloro che citano testi come “Questa comprensione non può essere ottenuta attraverso la logica” (KU I.2.9), “non per l’esperto di logica” (MBh XII.238.17), “colui che si appella all’inutile scienza della logica” (MBh XII.173.45) e “non si dovrebbero nemmeno menzionare gli scettici o gli ipocriti” (Viṣṇu Purāṇa, III.18.99) per invalidare qualsiasi ragionamento. Infatti, è solo il ragionamento vuoto non basato sull’esperienza universale che è così denunciato, come è dimostrato dall’uso invariabile di termini come ‘mero ragionamento’ (BSŚBh II.1.11, ad init.). Se si adottasse il punto di vista che respinge ogni ragionamento, non si potrebbe affrontare l’indagine metodica sul senso delle Upaniṣad, poiché si tratta di un’indagine basata sul pensiero logico. Quindi, il ragionamento non è escluso del tutto.

              L’esperienza immediata deve certamente essere accettata da tutti, altrimenti sarà impossibile accertare la natura della Realtà. Śrī Sūreśvara dice: “I rappresentanti delle varie scuole non sono in disaccordo sulla presenza del Sé come esperienza immediata. Se ci fosse disaccordo su questo, a cos’altro ci si potrebbe appellare in alternativa?” (BBV I.4.1398); e “Tutte le scuole prendono posizione sulla sola esperienza” (Naiṣkarmya Siddhi (NS), II.59, introd. in prosa). La parola ‘realtà’ (tattva) significa infatti “essere un oggetto secondo l’esperienza”. Ecco perché i teorici e gli investigatori ricorrono ai validi mezzi di conoscenza in accordo con l’esperienza immediata.

              Non si può obiettare che “anche l’esperienza immediata non è totalmente uniforme”, altrimenti non ci sarebbe differenza tra errore e corretta conoscenza. Infatti, l’esperienza immediata accettata da entrambe le parti in un dibattito è il grado d’appello finale che non può essere contraddetta da alcun’altra forma di esperienza. La natura di questa esperienza diventerà chiara più avanti nella presente esposizione (cfr. §§ 71 e 121).

              Si è così stabilito che anche l’esperienza immediata (oltre alla ragione) è accettata da tutti i cercatori, mentre la scrittura vedica è accettata solo da alcuni. Perciò si prenda nota che diversi disputanti hanno differenti opinioni sul Veda, ma tutti si basano necessariamente sul ragionamento e sull’esperienza immediata. Da questi due punti consegue che nell’argomentazione si deve ricorrere principalmente al ragionamento basato sull’esperienza immediata.

              3. Il posto da assegnare alla citazione dei testi nell’argomentazione

              Quando si pone un problema dottrinale, è allora opportuno citare le scritture, purché siano riconosciute da entrambe le parti. È vero che una volta che un punto sia conosciuto i testi vedici diventano inutili, poiché non c’è più niente da indagare tramite loro. Persino quando (il problema da discutere) non sia stato ancora deciso, anche allora l’appello ai testi vedici può rivelarsi inutile per le ragioni spiegate sopra e, dunque, la citazione dei testi potrebbe apparire superflua sia prima sia dopo averlo deciso. Ma, di fatto, ci sarà spazio per loro a controversia finita. Infatti, se vengono citati, essi alleviano l’avvilimento del perdente, espresso dalla sensazione di “essere stato sconfitto da questo avversario”. La mente del perdente comincerà a rappacificarsi per la sua sconfitta e penserà: “questa dottrina non è stata pensata solo dall’avversario che mi ha vinto. È una dottrina sostenuta dai Veda ed è stata condivisa dai sapienti dei tempi antichi. Quindi non c’è motivo che mi senta infelice”. Così Śrī Śaṃkara dice nel suo Commento alla Bṛhadāraṇyaka: “Ciò che è sancito dalla tradizione vedica e dalla ragione deve essere accettato con certezza, poiché in tal caso non ci può essere deviazione dalla verità” (BUŚBh. IV.5.1, intro).

              Anche nel mezzo dell’argomentazione non è totalmente esclusa la citazione di testi vedici. Ci sono casi in cui la discussione avviene tra due persone che seguono il metodo in accordo con la tradizione vedica. Sūreśvara, tuttavia, ha detto: “Questa ben nota dottrina del Vedānta che abbiamo esposto, sebbene debba essere appresa dai testi autorevoli con l’aiuto e la grazia di un maestro, non dipende affatto dall’aiuto e dalla grazia del maestro, ma esiste e si afferma come vera di per sé’ (NS IV.19, introd. in prosa). Tutto quello che stiamo dicendo qui è che se, nel corso di un’argomentazione, citiamo un testo vedico o le parole di qualche autorità umana, non dovremmo attribuire alcuna colpa all’avversario per averlo o non averlo accettato come autorevole (cioè un avversario ha il diritto, ma non il dovere di accettare come autorevoli le nostre citazioni vediche). A questo proposito Sūreśvara ha detto: “Non sosteniamo per nulla che la ragione per la fede riposta nel Veda stia nel fatto che è di origine sovrumana (BU II.4.10); la ragione è (non la semplice pretesa, ma) l’impossibilità per il Veda delle solite cause psicologiche di invalidità delle affermazioni (di origine umana)”, (BBV II.4.325, MV p. 325). Qualunque cosa affermi il rivale, che si trovi o meno in qualche fonte autorevole, dovrebbe essere aperta all’esame critico dell’avversario per vedere se si regge o meno sulla ragione. Altrimenti chiunque potrebbe avanzare qualsiasi cosa senza prove e una vera discussione sarebbe impossibile. Così, nel corso di una disputa dottrinale, si dovrebbe riconoscere come cattiva quell’argomentazione che si basa esclusivamente su citazioni degli insegnamenti del Signore, di testi vedici, di autorità umane, o di mantra e formule segrete derivanti dalla pratica yogica, senza tenere in debito conto la ragione basata sull’esperienza universale.

              4. Come tuttavia la scrittura vedica sia un mezzo autorevole di valida conoscenza

              Ma ciò non significa forse che la scrittura vedica di argomento metafisico è una mera riaffermazione di ciò che è già noto attraverso la ragione, e che quindi non è un valido mezzo di conoscenza? E ciò non vale anche per le parole del maestro qualificato? Se la realtà può essere conosciuta preliminarmente solo attraverso la logica, come potrebbero i testi upaniṣadici avere una qualche autorità se vengono in secondo luogo?

              Noi rispondiamo che possono averla, perché il ragionamento (nel campo della metafisica) deve essere conforme ai Veda. L’argomentazione che deve decidere su un punto di dottrina deve essere in armonia con i Veda: i Veda non sono una semplice conferma della ragione. Le antiche autorità si sono servite della ragione per interpretare il significato delle allusioni indirette nei testi vedici. Śaṃkara Bhagavatpāda scrisse: “Perché nel presente contesto si può ricorrere solo a quegli argomenti che sono sanciti dai Veda, e solo come supporto al raggiungimento dell’esperienza diretta” (BSSBh II.1.6, MV p. 73). E Sūreśvara lo ha seguito, aggiungendo: “Solo il testo sacro, in quanto sostenuto dal ragionamento per mezzo del metodo dell’accordo e della differenza (anvaya-vyatireka), trasmette la conoscenza di quel Sé che non è espresso da nessuna frase” (NS III.39, introd. in prosa). Quindi non è corretto eliminare le scritture vediche come prive d’autorità (in nome della ragione indipendente), poiché nelle questioni metafisiche la ragione stessa, correttamente concepita, si basa sul Veda.

              È ugualmente scorretto dire che, se il ragionamento venisse accettato, ciò minerebbe l’autorità dei testi vedici. Perché un mezzo di conoscenza è propriamente tale solo quando è stato comprovato per mezzo della ragione. Come disse il commentatore dei Nyāya Sūtra: “La vera conoscenza sorge dal potere intrinseco di un mezzo di conoscenza, dopo che il ragionamento per confermarlo è stato comprovato e trovato convincente” (Nyāya Bhāṣya I.1.40)8.

              Ma la dialettica di questo tipo è un semplice mezzo accessorio di tutti gli altri tipi di conoscenza. Sūreśvara dice: “Anche in altre discipline9 il ragionamento ausiliario è descritto come un’autorità più debole di qualsiasi mezzo di conoscenza a cui fa da supporto. Perciò non può confutarli con il suo proprio potere intrinseco” (BBV III.1.7). Così nessun mezzo di conoscenza può essere screditato semplicemente dalle argomentazioni usate nella riflessione su di esso, poiché il ragionamento così usato è subordinato a tutti quelli senza eccezione. Sūreśvara ha anche detto: “La validità indipendente dei Veda non può essere minata dai ragionamenti usati a loro sostegno, poiché i ragionamenti ausiliari hanno un soggetto diverso da quello dei pramāṇa ai quali fanno da supporto argomentativo (e non sono essi stessi mezzi di conoscenza validi nel campo specifico dei pramāṇa che sostengono, poiché un dato mezzo di conoscenza è l’unica autorità nel suo campo” (BBV III.1.6). Così, la riflessione sulla śruti è (solo di ausilio e) non è un mezzo di conoscenza (propriamente indipendente). Essa non è quindi in grado di abbassare i mezzi di conoscenza a cui fa da supporto a semplici conferme delle proprie scoperte indipendenti. Ciò che mina l’autorità di una cognizione è sempre il fatto di non produrre alcuna conoscenza o di produrre una conoscenza dubbia o una conoscenza errata, non il fatto di richiedere che sia sostenuta da un ragionamento ausiliario. Il Veda non è in alcun modo contraddetto come autorità nel suo proprio campo se dipende (per l’interpretazione e la giustificazione) dalla ragione. Nessuna obiezione potrebbe sorgere dall’inferenza usata come mezzo indipendente di conoscenza, perché il suo scopo, proprio in quanto mezzo indipendente di conoscenza, non comprende ciò che è il dominio specifico dei Veda come pramāṇa, (cioè l’intuizione metafisica diretta della vera natura del Sé). Quindi il Veda non è privato della sua autorità solo perché dipende dalla ragione (per l’interpretazione e la spiegazione).

              Per quanto riguarda il fatto che la scrittura richiede di culminare nell’esperienza immediata, questo non è in alcun modo una ragione per supporre che i Veda siano privi di autorità: i pramāṇa sono autorevoli proprio perché conducono all’esperienza immediata della Realtà. Infatti, come dice Sūreśvara, l’istituzione propria di qualsiasi mezzo di conoscenza dipende dall’esperienza immediata. Le sue parole sono le seguenti: “Gli stessi mezzi di conoscenza empirica riposano e dipendono dalla Pura Coscienza” (NS I.89, intro. in prosa). Śrī Śaṃkara afferma: “Poiché essi conducono a un’esperienza immediata del Sé, gli autorevoli testi vedici che lo comunicano non possono essere confutati o contraddetti” (BSŚBh I.1.4). Nel campo della conoscenza metafisica né i Veda né il maestro (ācārya) possono essere autorevoli se ciò che insegnano non è basato sull’esperienza immediata o è in contraddizione con essa, poiché il loro insegnamento richiede di culminare nell’anubhava immediato. Sūreśvara dice: “Prima che sorga l’intuizione di ciò che è insegnato nei Veda ci deve essere la riflessione (manana) su di esso e sulle parole del maestro (ācārya). L’intuizione diventa stabile quando c’è la cooperazione dei tre fattori, l’ascolto dei testi (śrāvaṇa), la riflessione (manana) assieme al maestro e la propria esperienza (nididhyāsana)” (BBV I.4.219). Nella smṛti ci sono le seguenti affermazioni: “Molti sono gli argomenti e i trattati menzionati dai diversi saggi. Si deve meditare solo su quello che è stato esposto dai Veda com’è interpretato dalla ragione e dai veri maestri” (MBh XII.203.20). Nella Sūta Saṃhitā è detto: “Ti giuro tre volte che solo quelle persone che raggiungono la conoscenza metafisica arrivano, attraverso un corretto ragionamento, a vedere l’identità del proprio Sé come è qui descritto (per mezzo del “tu sei Quello” interpretato tradizionalmente) e il Signore come è qui definito; questo attraverso la propria esperienza immediata e l’adeguata istruzione del Guru” (Sūta Saṃhitā, IV.12.36-37). Quindi non si può obiettare che i Veda siano non autorevoli per il fatto che richiedono di essere sostenuti dal ragionamento e dalla successiva esperienza immediata.

              5. Riassunto della nostra dottrina circa i testi vedici

              Perciò in un’argomentazione si deve ricorrere prima alla ragione sostenendola con citazioni dai testi vedici e dalla smṛti. Non si può sostenere o confutare una tesi senza ragionamento o semplicemente denigrando l’avversario. Se si è in grado di citare soltanto i nomi di famosi fondatori di scuole o i titoli di libri sacri, si dimostra semplicemente di essere privi di argomentazioni e di esperienza personale, dando ragione così alle parole dell’avversario.

              In tal modo abbiamo esposto in termini generali le regole con cui citare l’autorità dei Veda e della smṛti nel corso di una discussione. Limitandola così, non è nostra intenzione sminuire l’autorità della citazione dei testi vedici. Ma il lettore intelligente capirà che la nostra intenzione è quella di dimostrare che ciò che è garantito dall’autentica esperienza non può essere seriamente annullato dalla mera forza dei testi citati.

              Come dicono i versi tradizionali: “Un testo gridato a gran voce solo per la sua elevatezza non è una prova, anche se fosse citato da Indra in persona”. “Se un’idea è pura e vera, libera dal dubbio e da conoscenza insufficiente, non contaminata da alcun sospetto di errore, derivante dalla pienezza dell’esperienza e chiarita da un potente ragionamento, in tal caso i Veda la confermano come una prova autorevole”.


              1. Anyonyāśrayadoṣa, errore logico consistente nella dipendenza reciproca dell’effetto e della causa, ovvero circolo vizioso. Leggasi l’esempio che segue anche in questi termini: “Questo testo sacro è stato rivelato da Dio”. “Dove si trova questa affermazione?” “Nello stesso testo sacro” [N.d.C.].[↩]
              2. I sei criteri sono: (1) un commentatore dovrebbe salvaguardare l’unità del tema che si trova nei passaggi di apertura e di chiusura di un argomento; (2) dovrebbe tenere conto dell’enfasi implicita nelle ripetizioni; (3) nel giudicare ciò che è significativo e ciò che è subordinato (secondario), dovrebbe seguire il principio che ogni insegnamento significativo ha la caratteristica di non essere disponibile altrove; (4) dovrebbe osservare il principio che ogni insegnamento significativo ha utilità; (5) non ci deve essere un’interpretazione letterale dei passaggi di elogio o di condanna; (6) le interpretazioni dovrebbero avere coerenza logica. I termini sanscriti pertinenti sono riportati nel mio Method of Vedānta, V. p.11. Vedi anche Sadānanda, ed. Col. Jacob, sezione 30. Questi sono i criteri generali per l’interpretazione dei testi, da distinguere dai criteri usati dai ritualisti per stabilire l’importanza relativa nei casi di apparente conflitto tra i testi, che sono: relazione diretta (śruti), implicazione indiretta (liṅga), connessione sintattica in una frase (vākya), contesto (prakaraṇa), posizione (sthāna) ed etimologia dei nomi (śābda). Vedi Laugākṣi Bhāskara, pp. 9-20 e MV p.23. Anche Śaṃkara fa riferimento a questi criteri in BSSBh III.3.25, e Gambhīrānanda fa riferimento a Jaimini, PMS III.3.13 (v. Śabara, Śabara Bhāṣya on the Pūrva Mīmāṃsā Sūtras, Ganganath Jha, Gaekwad Oriental Series, Baroda, 3 voll., 1973).[↩]
              3. Altrimenti gli studiosi dei Veda non sicuri di se stessi potrebbero essere tentati dai sistemi secolari di allontanarsi dal sentiero vedico (BSŚBh II.2.1).[↩]
              4. Il Nyāya è infatti di tradizione smārta e non śrauta.[↩]
              5. Questi sono: relazione diretta (śruti), implicazione indiretta (liṅga), connessione sintattica nella frase (vākya), contesto (prakaraṇa), posizione (sthāna) ed etimologia dei nomi (śābda). Vedi Laugākṣi Bhāskara, pp. 9-20 e MV p.23. Anche Śaṃkara fa riferimento a questi criteri in BSSBh III.3.25, e Gambhīrānanda fa riferimento a Jaimini, Pūrva Mīmāṃsā Sūtra III.3.13 (v. Śabara).[↩]
              6. V. p. 2, n. 1.[↩]
              7. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, The Method of Vedanta (MV), Delhi, Motilal Banarsidass, 1989, p.72)[↩]
              8. Nell’ed. di Ganganath Jha. p.54, si legge lakṣanād ūhā.[↩]
              9. Logica ecc.; il commentatore Ānandapūrṇa si riferisce a Nyāya Vārtika, I.1.40.[↩]

              🇮🇹Alcune note sull’Avasthātraya vicāra

                Śrī Praśānt Neti

                Alcune note sull’Avasthātraya vicāra

                L’indagine sui tre Stati di Veglia, di Sogno e di Sonno profondo

                1) Per cominciare, l’avasthātraya vicāra è intrapreso dal vegliante dal punto di partenza della veglia.

                2) Il vegliante, identificandosi (abhimānin) allo stato di veglia (fruitore dello stato di veglia) è vincolato dalle limitazioni dello stato di veglia.

                3) La situazione presupposta del vegliante è che si considera del tutto naturalmente un kartā/bhoktā/jñātā. Vegliante è ciò che chiamiamo jīva e lo stato di veglia è ciò che chiamiamo jīvatva. Consideriamolo ora per mezzo dell’intuizione (anubhava). Il vegliante e lo stato di veglia, anche se nel linguaggio ordinario se ne parli come due, sono in realtà uno e lo stesso. Il vegliante non è mai stato separato dallo stato di veglia. Non c’è uno stato di veglia che esista indipendentemente dal vegliante. Quando dico ‘non c’è uno stato di veglia che esista indipendentemente da un vegliante’, la maggior parte delle persone si ribella, affermando immediatamente che è sbagliato. Quando se ne chiede il perché, la ragione che si dà è: “Quando dormi, non sei sveglio, ma il mondo continua per gli altri”. Invece questo è un modo fondamentalmente sbagliato di intendere il Vedānta. Nel Vedānta l’indagine deve corrispondere al punto di riferimento di colui che sta svolgendo l’indagine. In questo caso, è il vegliante individuale che sta compiendo l’indagine e il suo punto di vista di riferimento, che comprende il suo corpo/mente e tutto ciò che è esterno a questo corpo/mente, assieme anche a tutti coloro che considera ‘altri’, è lo stato di veglia. Quando diciamo ‘quando il vegliante ne esce’, ciò significa ‘quando esce dallo stato di veglia (che include anche tutti gli ‘altri’)’. Se si sostiene che gli ‘altri’ esistono indipendentemente dal vegliante, allora, quando non si è più vegliante, si deve dare a se stesso, mentre si sogna, la prova dell’esistenza degli ‘altri’, che appartengono allo stato di veglia. Ciò significa che quando si è fuori della veglia, si dovrebbe fornire una testimonianza a se stessi dell’esistenza di ‘quegli altri’ che stanno in stato di veglia. Si può farlo? È possibile? La risposta è no. Quindi, a rigor di termini, il vegliante e lo stato di veglia sono la stessa cosa, cioè jīva e jīvatva sono la stessa cosa in quanto vengono proiettati insieme e insieme svaniscono. Questo è perfettamente in linea con l’anubhava. Lo stato più naturale in cui il vegliante si trova fin dalla nascita è quello che Śaṃkara Bhagavatpāda chiama ignoranza (adhyāsa/avidyā).

                4) Quando si dice che il vegliante è legato dalle limitazioni dello stato di veglia, significa che anche le limitazioni, come lo spazio e il tempo con cui il vegliante gode nello stato di veglia, sono parte integrante di esso. L’analisi che viene intrapresa sull’avasthātraya è anch’essa nello stato di veglia. Pertanto, anche il vicāra è compiuto nello stato di veglia.

                5) Ciò significa che il vegliante ‘opera all’interno’ e ‘limitatamente’ all’aggregato spazio-temporale dello stato di veglia. Ci si potrebbe chiedere perché lo spazio-tempo non possa essere al di fuori dello stato di veglia. La risposta è che può esserlo. Ma al di fuori dello stato di veglia (per esempio nello stato di sogno) non è lo stesso aggregato spazio-temporale dello stato di veglia. Si tratta di un aggregato diverso. Si abbia l’accortezza di osservare nel proprio anubhava. Quando inizia il sogno, l’aggregato spazio-temporale all’interno del sogno non è lo stesso di quello che avevamo nella veglia. I cinque anni della mia vita in sogno sono in realtà due ore del tempo passato a letto dal punto di vista della veglia (una volta che mi sono risvegliato). Ma mentre il sogno durava due ore, per il sognatore erano cinque anni. Quindi, osservando per mezzo dell’anubhava, quando si prendono la veglia e il sogno dai loro rispettivi punti di vista, l’aggregato spazio-temporale della veglia è limitato alla veglia e spazio e tempo del sogno sono limitati al sogno.

                6) Così la Māṇḍūkya Upaniṣad, pur dando inizio all’indagine dallo stato di veglia, per dimostrare la falsità(mithyātvam) sia della veglia sia del sogno, presenta veglia e sogno con due nomi separati. Questa è la chiave. Viśva non è taijasa e taijasa non è viśva. Viśva è limitato alla veglia e taijasa è limitato al sogno.

                7) Un uomo comune può facilmente negare la realtà del sogno anche senza l’aiuto della Māṇḍūkya Upaniṣad, semplicemente svegliandosi e considerando il sogno dal punto di vista della veglia; egli potrà capire che “oh! tutto quello era solo un sogno”. Ciò che l’uomo ordinario non può fare da solo è negare la realtà del punto di vista della stessa veglia. Questo punto di vista pregiudiziale è quello che si chiama ignoranza o sovrapposizione (avidyā o adhyāsa) e gli si assegna istintivamente uno stato più reale di quello che si attribuisce al sogno. Si dà per scontato che lo stato di veglia è il nostro ambiente di riferimento più affidabile, una realtà più positiva in comparazione con il sogno. L’intero vyavahāra è, dunque, ciò che il Vedānta chiama adhyāsa/avidyā.

                8) Sappiamo come le Kārikā di Gauḍapāda forniscano tutto il procedimento logico (yukti) necessario per paragonare la veglia al sogno. Mostrando che la veglia e il sogno si escludono a vicenda (con l’uso da parte della śruti delle denominazioni viśva e taijasa), pur indicando che sono effettivamente simili in quanto se ne ha cognizione (nel senso che vi si sperimenta un’esperienza), ciò che la Māṇḍūkya Upaniṣad e le sue Kārikā cercano di fare è negare la realtà individuale che si dà per scontata in ciascuno di questi due stati.

                9) Per esempio, quando ci chiediamo perché consideriamo lo stato di veglia come se fosse d’un ordine superiore di realtà rispetto al sogno, la risposta più probabile è perché nella veglia “sentiamo o sperimentiamo” una continuità che nel sogno non c’è. Allora, a tali risposte, ribattiamo che mentre il sogno durava, cioè finché ci si trovava nel sogno, c’era continuità anche lì. Come possiamo, dunque, dire, sulla base dell’argomento della continuità, che la veglia appartiene a un ordine superiore di realtà rispetto al sogno? Anche nelle Kārikā al cercatore si presentano diversi altri procedimenti logici (tarka) risultanti dalla riflessione (manana) sui brani della śruti che riguardano gli stati di veglia e di sogno.

                10) Perciò, le Kārikā, utilizzando le definizioni di viśva e di taijasa della śruti, e segnalando i loro limiti d’azione per mezzo della logica basata sulla scrittura (śruti aviruddha tarka), spiegano la falsità (mithyātva) di questi due stati.

                11) Ora, quando si tratta di sonno profondo, sorge un problema. Negli stati di veglia e di sogno era possibile spostare l’attenzione della persona che indaga (cioè del vegliante, perché, dopo tutto, è quello che sta indagando) ai corrispondenti punti di vista della veglia e del sogno. Ciò significa che è facile chiedere al vegliante di mettersi nei panni di un sognatore e di descrivere il sogno. Durante la sua indagine, un vegliante può pensare come se fosse un sognatore in modo da dare un resoconto dello stato di sogno. Ciò significa che è possibile, per chi si è risvegliato, avere qualche ‘ricordo’ del sogno. È possibile fare lo stesso con il sonno profondo? Possiamo da svegli, durante il vicāra, assumere il punto di vista di un dormiente (prasupta) e dare un vero resoconto dello stato di sonno? La risposta è sì e no.

                12) Consideriamo la prima risposta, cioè “Sì, possiamo prendere la posizione del punto di vista del dormiente dallo stato di veglia”. A questo direi, va bene, va’ avanti e spiega il sonno (da’ un resoconto del sonno) dal tuo stato di veglia, assumendo il punto di vista del dormiente. Tale spiegazione sarà così: “Il sonno è quello stato in cui non sognavo nulla, non desideravo nulla, non conoscevo nulla”. È così che normalmente si parla del sonno profondo.

                13) A questo punto si osservi attentamente il modo in cui abbiamo spiegato il sonno: “Non stavo sognando”, “Non stavo desiderando”, “Non conoscevo nulla”. Si risponda onestamente alla seguente questione: questa è davvero una spiegazione dal punto di vista del dormiente? Durante il sonno si pensa davvero: “Oh, non sto sognando”, “Ah, non sto desiderando”, “Oh, non conosco nulla”? La risposta è chiaramente un ‘no’. Ciò significa che questo modo di parlare del sonno profondo non esprime il punto di vista del sonno profondo, ma è in fondo solo il punto di vista di chi si è risvegliato.

                14) Torniamo al punto 11, quando abbiamo detto che è possibile per il sognatore ‘ricordare’ il sogno (mettendosi nei panni del sognatore quando si analizza dal punto di vista del vegliante). Facendo così, il resoconto sul sogno è piuttosto fedele al contenuto e alla cognizione del sogno stesso. Possiamo ricordare buona parte dei sogni, anche se molti altri non possono essere ricordati correttamente. Questo va bene. Invece, quando cerchiamo di fornire un resoconto del sonno profondo dal punto di vista della veglia, la descrizione non corrisponde mai all’esperienza (anubhava) che abbiamo realmente avuto in sonno; anzi, più precisamente, nel sonno profondo non abbiamo avuto alcuna esperienza oggettivata come accade nel sogno e nella veglia. Quindi, in una certa misura, quel modo di descrivere il sonno profondo come “non conoscevo nulla” non è altro che la negazione di qualsiasi esperienza oggettivata in quello stato.

                15) Il modo di descrivere il sonno come assenza di desiderio, assenza di conoscenza oggettivata ecc. non è in realtà una vera descrizione del sonno dal punto di vista del dormiente, ma è una descrizione del sonno dal punto di vista di chi è in stato di veglia, dove l’esistenza del desiderio e della conoscenza oggettivata sono dati per scontati. Ciò significa che questo modo di parlare del sonno non è altro che la descrizione dal punto di vista del vegliante, che è ciò che chiamiamo adhyāsa/avidyā! Ciò significa che considerare il sonno come uno stato, come si fa con la veglia e con il sogno che iniziano e finiscono nel tempo, è solo nel dominio dell’avidyā/adhyāsa.

                16) Aggiungeremo che ci sono altre descrizioni del sonno profondo che si danno spontaneamente dal punto di vista della veglia. Si guarda il mondo intorno a noi nello stato di veglia e si dice: “Tutto questo non c’era nel sonno”, “Sono passato dal sonno alla veglia”, “Sono entrato nel sonno”. Si osservino tutti questi comuni modi di dire che si accettano con naturalezza. È questo ciò che s’intende con adhyāsa/avidyā. Questo modo di valutare, cioè di vedere, come se il mondo fosse un’entità esistente indipendentemente, in cui si va e si viene, e il modo di parlare del mondo come esistenza presente e di indagare sullo stato precedente alla sua presente esistenza, tutta questa impostazione in termini di causa-effetto, che si sviluppa nel tempo ed è limitata al tema della causalità, ha come fondamento l’identificazione “io sono corpo/mente”. In quest’ambito si può parlare di causalità prendendo per fondamentale questa identificazione solo con il corpo/mente. L’identificazione con il corpo/mente, il costrutto spazio-temporale, il tema della causalità, il corpo e il mondo intorno a esso, l’entrare e l’uscire dal mondo, l’esistenza e la non esistenza del mondo, tutte questa serie di idee messe insieme sono adhyāsa/avidyā.

                17) A questo proposito, ci si può chiedere chi va e viene nel sonno? Abbiamo mai osservato bene? È il vegliante? No, perché il vegliante è limitato solo allo stato della veglia. È il sognatore? No, perché il sognatore è limitato solo allo stato di sogno. Allora chi “va in sonno”? La verità è che non c’è nessun andare e venire. È l’identificazione ignorante del sognatore con il corpo/mente che fa dire al sognatore questo. Si osservi tramite l’anubhava basandosi sui mantra della śruti che riguardano gli stati di veglia, di sogno e lo ‘stato’ di sonno profondo. Non c’è nessun andare e venire se non la propria immaginazione di andare e venire. Il vegliante non entra né esce dalla veglia. Il vegliante si trova come vegliante nello stato di veglia né ha idea del suo inizio e della sua fine. Allo stesso modo, il sognatore non entra nel né esce dal sogno. Il sognatore sta nel sogno e quando il sogno finisce, finisce il sognatore. Questo è l’anubhava. Questa è la logica basata sulla scrittura (śruti aviruddha tarka), in accordo con l’intuizione sempre basata sulla scrittura (śruti-yukti anubhava), usata per emettere la sentenza che considerare se stessi come vegliante o sognatore è una falsità (mithyātvam). Dopo tutto, è l’adhyāsa/avidyā all’interno della veglia stessa che crea tutto quel caos chiamato saṃsāra, che altro non sono se non le ‘fantasiose idee’ di nascita e morte (o creazione e distruzione) ecc., dovute all’assenza di corretta conoscenza.

                18) Soltanto a causa di questa ignoranza (adhyāsa/avidyā) consideriamo il sonno profondo come uno stato causale, in cui tutta la cosiddetta conoscenza oggettivata è stata descritta come una massa indifferenziata di cognizione (prajñāna-ghana). L’assenza di discriminazione della persona nello stato di veglia (cioè l’aviveka del vegliante in mancanza dell’Ātma-anātma viveka [insegnata] dalla śruti) è detta ‘viveka rāhityam’ del sonno (mancanza di discriminazione nel sonno) e nient’altro. Se questo vegliante viene rimosso, le fantasiose descrizioni come viveka rāhityam, avidyā bīja avasthā (stato di ignoranza seminale), ecc. attribuite al sonno come stato, saranno tutte eliminate. A livello individuale, il sonno (come prājña), questo seme causale (vāsanā latente), è in fondo solo un’immaginazione del vegliante. Al di fuori di questa immaginazione non c’è mai un anubhava che confermi l’esperienza da parte di prājña di una vāsanā seminale durante il sonno. Analogamente a questa condizione del vegliante indicata quale aka (in sofferenza) jīva, la śruti propone un equivalente adhyāropa del sonno a livello cosmico, in cui Īśvara appare come autore della causa (māyā, aka, avyakta, nāmarūpa). Tutto sommato, la conclusione è che “l’idea stessa che nel sonno profondo ci siano vāsanā latenti fa parte unicamente della adhyāsa/avidyā del vegliante”. È sbagliato pensare che le vāsanā siano al di fuori dell’adhyāsa/avidyā del vegliante; ed è totalmente sbagliato pensare che si trovino realmente in prājña e non nel viśva, cioè nel vegliante. In realtà sono solo nel viśva, ma appaiono ‘come se fossero’ in prājña. Lo stesso prājña è in fondo un’immaginazione del vegliante, quando costui cerca di descrivere il sonno dal punto di vista della veglia. Così quel seme non è veramente nel sonno profondo, ma solo nella veglia. Questa è la chiave [di lettura].

                19) È per attirare volutamente la nostra attenzione su questo modo sbagliato di parlare del sonno (cioè il modo in cui il jīva parla del sonno) che la Māṇḍūkya, per prima cosa, inizia con ‘yatra’ supto. Si noti che qui abbiamo dovuto chiamarlo ‘modo sbagliato di parlare’ solo perché c’è un modo corretto di indicare la vera natura del sonno, che la Māṇḍūkya dà nel mantra successivo (come Turīya). Quindi, ciò che la Māṇḍūkya sta facendo qui, è spingerci preliminarmente e di proposito [adhyāropa] a quel modo di considerare il sonno che ci risulta più naturale, cioè alla deprecabile visione onnubilata dello stato di veglia, ossia all’ignoranza del vegliante. Si noti che la Māṇḍūkya non ha usato quello specifico prefisso ‘yatra’ (ovunque) per gli stati di veglia e di sogno, ma solo per suṣupti. Perché quell’uso del prefisso ‘yatra’ solo per suṣupti e non per gli altri due stati?

                20) La risposta è che c’è un altro modo di considerare il sonno profondo, diverso da quello che lo vuole come uno stato, cioè il punto di vista del sonno stesso. Poiché la Māṇḍūkya, in ultima analisi, per negare che l’idea del sonno come ‘stato’ non è la Realtà ultima, deve prima indurci a questo modo sbagliato di guardare al sonno come stato, per poi negarne la realtà. Ma perché lo fa solo per il sonno e non per gli stati di veglia e di sogno? La risposta è che il sonno nella sua vera natura è solo il Brahman non duale. Poiché non è possibile rendere il Brahman a parole e poiché il ‘punto di vista’ di Brahman non può essere assunto allo stesso modo in cui il vegliante assume il punto di vista del sognatore, la śruti pone prima di tutto un adhyāropa a cui fa seguire l’apavāda. La definizione della śruti di prājña (nella prospettiva di vyaṣṭi o a livello particolare) e di Īśvara (nella prospettiva di samaṣṭi o a livello universale) è proprio l’adhyāropa, dove la causalità si sovrappone a prājña e a Īśvara. Ricordiamo quanto afferma Bhagavatpāda nel Gītā Bhāṣya: “Come dicono i conoscitori del sampradāya, ciò che, per sua natura non è sottoponibile ad alcuna relazione, è esposto (ai fini dell’insegnamento) per mezzo dell’adhyāropa-apavāda.”

                21) Ora, quell’altro modo di considerare il sonno (che non è il punto di vista del vegliante) altro non è che smettere di guardare il sonno dal punto di vista della veglia, cioè annullare il punto di vista del vegliante comprendendo che il punto di vista del vegliante è mithyātvam. Il punto di vista di Brahman non è altro che la cancellazione del punto di vista del jīva. Prima, nella nostra comparazione tra veglia e sogno, abbiamo preso in considerazione lo śruti aviruddha tarka per dimostrare come veglia e sogno si escludano a vicenda e come ognuno di essi neghi la realtà dell’altro, pur avendo entrambi un sostrato comune. Prendendo questo śruti aviruddha tarka, che è anche in armonia con l’anubhava, si capisce che è il desiderio di causalità dello stato di veglia a sovrapporsi al sonno. È questo desiderio di causalità che, unicamente dallo stato di veglia, attribuisce al sonno profondo lo ‘stato causale’. Ciò significa che l’identificazione con il corpo/mente dello stato di veglia, che esiste insieme al desiderio di conoscere la causa del corpo/mente, è soltanto il jīvatvam. Sulla base dello śruti pramāṇa per cui Ātman è asaṅgaḥ (Ātman non è né il vegliante né il sognatore né il cosiddetto dormiente), si capisce che tale identificazione (io sono chi veglia, chi sogna e quindi, per analogia, io sono anche chi dorme) è del tutto erronea. Il Sé non è né il vegliante né il sognatore e nemmeno chi gode del sonno (cioè non è quel fruitore del sonno che il vegliante immagina di essere come uno che non conosce niente mentre si trova in una massa di coscienza indifferenziata)

                22) Ci si chiederà: se non si è quel cosiddetto dormiente (come il vegliante l’ha immaginato e descritto) allora cos’è quel sonno profondo di cui non si può negare l’esistenza? Il vegliante non può descriverlo correttamente a parole, ma non ne può negare l’esistenza. Quell’esistenza è l’Ātman non duale. Ora, sorprendentemente, tutta quella descrizione per viam negationis che la Māṇḍūkya dà di Turīya nel mantra successivo è valida anche per suṣupti (acintyam, agrāhyam etc.). In tal modo la vera suṣupti, che non è “yatra supto na kancana…” com’è la descrizione di suṣupti fatta dal vegliante, e che viene intuita come innegabile Pura Esistenza, e quell’intuizione che avviene attraverso la cancellazione dell’idea di essere un vegliante (e, quindi, anche un dormiente), è davvero il vero Sé in tutta la sua gloria, cioè l’asaṅga Ātman. Per essere precisi, la descrizione che il vegliante fa di suṣupti non corrisponde a nulla di esistente. È solo un’immaginazione. Ciò che esiste è solo la suṣupti reale cioè l’asaṅga Ātman, l’Ātman non duale. Il vegliante non è asaṅgaḥ e nemmeno il sognatore. Il prājña com’è immaginato (fantasticato come sperimentatore del sonno dal punto di vista dell’identificazione con il corpo/mente) non è asaṅgaḥ. Corpo e mente devono essere eliminati. Allora si intuisce Ātman come asaṅgaḥ che è la vera natura di suṣupti. Quello stesso è Turīya. Tu sei Quello. Se non si sovrappone la causalità a suṣupti per poi confutarla al fine di dimostrare che è l’asaṅga Ātman non duale, nella nostra esperienza universale (sārvatrika anubhava) non ci può essere evidenza dell’Ātman come asaṅgaḥ. Se ci si ferma alla fase dell’adhyāropa, incui la causalità è sovrapposta, allora avidyā apparirà comune a tutti e tre gli stati, proprio come, a detta della śruti, Brahman è il substrato dei tre stati. Questo equivarrebbe a dire che Brahman e avidyā sono due realtà esistenti in parallelo o, in altre parole, che nel nostro sārvatrika anubhava non ci sarebbe alcuna prova dell’asaṅga Ātman. L’intero Vedānta non sarebbe altro che una farsa. Ora, qui vorrei menzionare la breve, precisa e inequivocabile affermazione di Bhagavān Bhāṣyakāra (Māṇḍūkya Kārikā Bhāṣya, I.2) che conferma quasi tutto quello che ho scritto finora riguardo all’interpretazione del sonno dal punto di vista del vegliante e alla sua eliminazione (assumendo, cioè, il ‘punto di vista’ pāramārthika): Tāmabījāvasthāṃ tasyiva prājñaśabdvācyasya turīyatvena dehādisambandhajāgradādirihatām pāramārthikīṃ pṛthagvakṣyati, bījāvasthāpi ‘na kiñcidavediṣam’ ityutthitasya pratyayadarśanāddehe anubhūyata eveti tridhā dehe vyavasthita iatyucyate. Ciò che è definito prājña (quando è visto come causa del mondo fenomenico) sarà descritto altrove come Turīya quando non è visto come causa, ma libero da ogni relazione fenomenica (come quella del corpo, ecc.), cioè nel suo aspetto assolutamente Reale. In verità, anche lo ‘stato causale’ è sperimentato in questo corpo da chi si sveglia dal sonno profondo, per colpa del pensiero che “(in sonno profondo) non conoscevo nulla”. Perciò si dice che (un) Ātman è percepito in (un) corpo come fosse triplice (viśva, taijasa, prājña). Si deve capire perché il Bhāṣyakāra abbia detto solo a proposito di prājña che prājña sarà descritto in seguito come Turīya, quando è visto fuori dal contesto causale. Lo avrebbe potuto dire anche per viśva e per taijasa, ma non lo ha fatto. Perché? A causa delle ragioni che ho menzionato sopra: c’è un modo sbagliato di considerare il sonno sotto l’aspetto causale e un modo corretto che dà un’intuizione immediata dell’Ātman non duale come nostra vera natura, cioè la natura di suṣupti.

                23) Quell’asaṅga Ātman della natura del sonno profondo non è limitato al sonno profondo. Quel prājña immaginato (dal viśva per ignoranza) è quello che è limitato all’idea di ‘stato’ di sonno. Quando si capisce (intuisce) così, la vera suṣupti non è uno stato nel tempo. Suṣupti, allora, è il sostrato su cui appaiono e si fondono la veglia, il sogno e la “presunta descrizione del sonno che il vegliante chiama stato causale”. Così, la cessazione del punto di vista del vegliante quando si capisce suṣupti con la torcia dell’insegnamento della (śruti vākya), è chiamata ‘osservare’ suṣupti proprio dal punto di vista di suṣupti. Qui l’espressione figurativa “torcia chiamata śruti” non è una torcia che ha rivelato il suṣupti Ātman, ma è quella la cui luce rimuove il jīva. Poiché il suṣupti Ātman intuito è autoevidente e sempre esistente, non ha bisogno di alcun altro pramāṇa per rivelarsi. Ecco perché la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad dice che in suṣupti “Veda è aveda” (Veda non è più Veda). Il compito del Veda [la conoscenza] è quello di eliminare il jīvatvam e con l’eliminazione del jīvatvam il Veda cessa di essere Veda. Perciò la soluzione è comprendere correttamente il sonno profondo.

                24) A questo punto, la gente generalmente chiede: “Chi intuisce? Di chi è l’intuizione?” ecc. Su questo c’è da dire che chi inizia pensando di intuire fallirà perché “conoscitore di Ātman” è solo un’espressione figurativa. Ātman/Brahman è ciò su cui cade la triade conoscitore-conoscenza-conosciuto perché il culmine dell’intuizione è il vākya Tattvamasi, “tu sei Quello”, in cui non c’è alcuna divisione chiamata conoscitore-conoscenza-conosciuto. Ecco perché espressioni come ‘la Liberazione di jīva’, ecc. sono solo figure retoriche. Non c’è cessazione, nessuna nascita, nessuno in schiavitù, nessuno che aspira alla Liberazione, nessuna Liberazione, nessuno liberato: questa è la verità ultima. O in altre parole conoscere il Brahman è quel tipo di ‘conoscenza’ dove tutto il sapere viene a cadere insieme al desiderio e al bisogno di conoscere. Tu sei Quello.

                25) Alcuni obiettano dicendo che se suṣupti è Brahman, perché in suṣupti non ho capito che io sono Brahman? La risposta è che non lo sapevi perché, essendo il Brahman non duale, non c’è una seconda cosa da conoscere. Alcune persone obiettano dicendo: “Ciò significa forse che una persona non illuminata va in suṣupti e torna liberata?” La risposta è già stata data nei paragrafi precedenti, dove si dice quanto sia sbagliato parlare di andare e venire. Non c’è nessun andare e venire per l’Ātman reale. L’idea di andare e venire nel e dal sonno è ignoranza ed errore. Un semplice vicāra alla luce dello śruti vākya può aiutare a cancellare questo errore. Lo si può sperimentare.

                26) Alcune persone ribattono: “Caitra [Tizio], dopo essere andato in sonno profondo, si è svegliato come Caitra solo perché non si è liberato nel sonno?” La risposta è che Caitra non è mai andato in sonno profondo. Inoltre, Ātman non è mai diventato veramente Caitra. Questa domanda viene posta dal cosiddetto Caitra che non sa che l’identificazione ‘come Caitra’ è solo un errore. Così Caitra, quando pone questa domanda, cioè quando è in stato di veglia, ha bisogno della śruti per essere aiutato a superare questa domanda (rimuovere l’idea di non essere liberato e di aver bisogno della Liberazione)! Questo è il motivo per cui la śruti è data solo a Caitra, perché Caitra ha bisogno della śruti. Dove c’è un errore (avidyā/adhyāsa) è necessaria la correzione, e lo strumento di correzione è la śruti. Dove non c’è ignoranza/errore (in suṣupti) non c’è bisogno di correzione e lì non è accettato alcuno strumento di correzione. Si ricordi ciò che dice la Bṛhadāraṇyaka, cioè che il Veda in suṣupti è aveda. Dal punto di vista di suṣupti, non c’è alcuna condizione di schiavitù da cui procedere verso la Liberazione insieme ai mezzi per raggiungerla. L’idea di Liberazione è valida solo dal punto di vista della schiavitù. Se ancora ci si considera limitati, si ha bisogno della śruti per aiutarsi a trascendere l’idea di essere in schiavitù.

                Si può capire come la dissoluzione della causalità sia fondamentale e importante per intuire che l’Ātman non duale è la vera natura di suṣupti. Tu sei quell’asaṅga Ātman che, anche in questo momento, è il sostrato di questo stato di veglia, ma ti capita di identificarti come un vegliante. Questa è solo un’identificazione sbagliata dovuta alla mancanza di retta conoscenza. Il sonno profondo come stato causale è dato nella Māṇḍūkya non per riconoscere avidyā in tutti e tre gli stati di veglia, sogno e sonno profondo, ma per negare e annullare l’aspetto di causalità sovrapposto al Sé. Quando si consultano altre Upaniṣad, esse dichiarano subito suṣupti come l’Ātman non duale. Questo è il punto: la Māṇḍūkya è speciale e con le sue Kārikā è propriamente mirata a togliere quell’attaccamento per la causalità, perché nessuna causalità di sorta è possibile nell’Ātman non duale.

                Questo inserimento nella Māṇḍūkya Upaniṣad della sovrapposizione della causalità sul sonno profondo non è una esortazione ad assumere altre sādhanā nel corso della via. Al contrario vuole dire che la Verità è al di là di ogni causalità. Vuole anche dimostrare come la causalità possa essere trascesa concentrandosi solo sul ragionamento basato sul śruti-yukti anubhava; non c’è, perciò, da meravigliarsi se nel quarto capitolo finale delle Kārikā, il compito di Gauḍapādācārya sia quello di dimostrare la falsità (mithyātvam) del tema della causalità. Con la precisa spada della śruti aviruddha yukti egli ha reciso la causalità solo con l’uso della ragione basata sulla śruti e ha dichiarato il non-nato Brahman non duale (ajā advaya Brahma) come l’unica Realtà, identica alla Pura Esistenza non duale (l’Ātman non duale) in suṣupti. La causalità sovrapposta al sonno fa parte del metodo (prakriyā). Non la si deve esibire come fosse un’ulteriore causa e usarla per prescrivere altre pratiche (sādhanā), meditazioni (upāsanā) (come per ottenere la purificazione mentale, la citta śuddhi) ecc., guardando alla ‘causa māyā’ come fosse un potere divino di Īśvara. Soprattutto, māyā non è causa. Questo è il punto.

                Quindi, non si faccia della māyā un grande potere a causa di un’errata lettura di queste affermazioni della śruti. Si comprenda, invece, che māyā fa parte dell’avidyā/adhyāsa. Non si cerchi di prendere māyā come causa e sottomettersi a essa in attesa di raggiungere la citta śuddhi. Citta śuddhi è senza alcun dubbio necessaria in questo percorso, ma la māyā non è affatto una ‘potenza’ che impedisce con puntiglio e di proposito l’insorgere della conoscenza. Invece è piuttosto la propria ignoranza che è la sola causa. Stando nell’ignoranza/sovrapposizione (in cui ci si trova nel modo più naturale) e non riconoscendo che questa è ignoranza, si dà per scontato di essere in schiavitù e, allora, si comincia ad accettare che māyā sia la causa di questa schiavitù. La causa della schiavitù non è māyā. L’unica causa di schiavitù è solo non conoscere la verità. Infatti la schiavitù è solo un errore, non è una limitazione (bandhana) reale prodotta da un potere misterioso chiamato māyā, come si è abituati a immaginare. L’ignoranza/sovrapposizione (avidyā/adhyāsa) è la sola causa della schiavitù (saṃsāra).

                Infine, quello che si deve capire quando il Bhāṣyakāra afferma: “Prājñastu bīja bhāvena eva baddhaḥ” è quanto segue: “Guarda quella eva śābda prayoga nella citazione [al punto 22], che significa ‘solo’ o ‘da solo’. Il significato è che prājña è limitato ‘solo’ dal bīja bhāva”. Ora ci si deve chiedere: “Chi ha immaginato questo prājña?” È viśva che immagina il prājña e che sovrappone quell’aspetto causale (bīja bhāva) al prājña. Non c’è una vera causa se non il tuo desiderio di una causa che, a sua volta, è dovuta alla mancanza di conoscenza. Guarda anche il successivo vākya del Bhāṣya: “Tattvāprati bodhamātrameva hi bījaṃ prājñatve nimittam” (La non conoscenza della Realtà è la sola causa che fa di prājña uno stato). Questo è tutto. È viśva che per ignoranza sembra proiettare lo stato di prājña (stato causale) sul sonno. In altre parole, Īśvara (Īśvaratvam) è una immaginazione del jīva (jīvatvam). Il jīvatvam immagina Īśvaratvam ed essendo fortemente attaccato all’idea che “io sono un jīva”, sottopone il jīva al dominio di Īśvara.

                Finché si richiede una causa, s’ottiene una causa e, una volta accettata la causa, si è legati alla causa. Non c’è dubbio. Ciò che per sua natura è Brahman non nato e non duale viene preso come Īśvara sulla base del ‘prendere se stessi come jīva’. Abbandona il tuo jīvatvam e rimane solo il Brahman non nato e non duale (senza alcun Īśvaratvam). Tu sei Quello. Per il momento lasciamo perdere. Questo è l’Advaita Vedānta (e l’avasthātraya vicāra) che abbiamo compreso essere quello che viene insegnato da Bhagavān Bhāṣyakāra nel Prasthānatraya Bhāṣya. Onestamente, in tutta umiltà, ammettiamo di non aver nemmeno trattato tutti gli aspetti dell’avasthātraya vicāra. Ci saranno molte altre obiezioni e dubbi che possono insorgere e alcuni dei punti menzionati nei paragrafi precedenti devono essere ulteriormente ampliati (come, p. es. manana). Comunque, a ogni obiezione è possibile rispondere in modo ordinato solo basandosi sul Bhāṣya correlato all’anubhava, attenendosi allo śruti aviruddha tarka e, inoltre, rendere la risposta comprensibile ad ogni sincero cercatore senza nemmeno porsi l’idea della mūlāvidyā.

                È facile dimostrare che la mancanza della purificazione mentale (citta śuddhi) è la ragione per non capire e per promuovere l’idea della mūlāvidyā come soluzione di questo problema. Ma oltre a una sufficiente citta śuddhi, anche il metodo (prakriyā) è altrettanto importante. Una vasta citta śuddhi, ma con una prakriyā sbagliata, farà solo girare a vuoto il cercatore. Si deve fare il vicāra correttamente usando la giusta prakriyā e allora si intuirà il proprio svarūpa. Non c’è da stupirsi che sia detto “Māṇḍūkyam ekam eva alaṃ” (La Māṇḍūkya da sola è sufficiente). Alcuni potrebbero chiedere: “Per un cercatore che non è in grado di afferrare correttamente quanto gli viene insegnato come sopra, c’è una qualche ripetizione (āvṛtti) che gli sia permessa dal Bhāṣya Prakriyā?” I discepoli o sono ‘sinceri e seri’ o fingono di esserlo. Per quelli che fanno finta di esserlo non c’è insegnamento. Questo è quanto. Solo il cercatore sincero e serio (śraddhāvān vicārin) deve essere istruito perché “sraddhāvān labhate jñānam” dice il Signore Beato nella Gītā (IV.39). A coloro che non sono tali, non si dovrebbe insegnare, dice Bhagavān in Gītā (XVIII.67), dove indica a che tipo di persone non si deve insegnare. Se il cercatore sraddhāvān non è in grado di comprendere quanto gli viene insegnato nel modo sopra menzionato, dovrà capire i pratibandhaka (impedimenti) che non gli permettono di afferrare il modo giusto per rimuovere il jīvatvam.

                Identificati questi pratibandhaka, se sono della natura di dubbi, comprensioni errate, ecc., li si chiarisca e si provi ancora e ancora, finché il sincero cercatore non abbia compreso correttamente. A volte, quando il guru valuta che c’è una insufficienza di citta śuddhi, può decidere per lui una sādhanā da intraprendere (karma yoga, japa, dhyāna ecc.). Soprattutto i dubbi e le idee sbagliate devono essere identificati e rimossi alla luce dello śruti vākya. Uddālaka fece lo stesso con Śvetaketu, dandogli l’insegnamento del Tat tvam asi e ripetendoglielo a più riprese, rimosse le ostruzioni che parevano impedire l’emergere della giusta conoscenza. Questa è l’unica āvritti che risulti sostenuta dal Bhāṣya. Anche la sezione “Il metodo di illuminazione del discepolo” nell’Upadeśa Sāhasrī può essere consultata per capire lo stesso argomento in dettaglio. Si tratta di śravaṇa-manana-nididhyāsana come sono consigliati nel Bhāṣya (compresa, come necessaria, l’āvritti da parte del maestro). Una volta ‘afferrato’ (cioè una volta che si ha l’annullamento del jīvatvam e l’identità con l’Ātman non duale attraverso lo śravaṇa dello śruti vākya “Tattvamasi” è ‘ottenuto’) non c’è più nulla da fare. Non esiste alcuna ripetizione della conoscenza al di là di questa.

                🇬🇧Some Notes on Avasthātraya vicāra

                  Śrī Praśānt Neti

                  Some Notes on Avasthātraya vicāra

                  An Enquiry into three States Waking, Dream and Deep Sleep

                  1) To start with, avasthātraya vicāra is being made by the waker from the waking standpoint.

                  2) The waker, being a waking state abhimānin (enjoyer of waking state) is bound by the limitations of the waking state.

                  3) The default position of the waker is that he considers himself most naturally to be a kartā-bhoktā-jñātā. Waker is nothing but what we call jīva and waking state is what we call jīvatva. Now look into anubhava. Waker and waking state though spoken of as two in language, they are actually one and the same. Waker was never separate from the waking state. There is no waking state independently existing without a waker. This is where majority of people make a counter attack when I say, ‘there is no waking state independently existing without a waker’. I immediately get a counter statement that I am wrong. When I ask how, the reason they give is, ‘when you go to bed, you are not waker but the world continues to others’. I tell you, this is fundamentally wrong way of understanding Vedānta. In Vedānta, the enquiry should be from the reference point of the one who is making the enquiry. In this case, this individual waker is making the enquiry and from his reference point of view, including waker’s body mind and everything external to this waker’s body-mind including all those so-called others put together is the waking state. When we say ‘when waker drops’ it means ‘when the waking state drops (which includes all others)’. If you have to argue that ‘those others’ continue to exist independent of you the waker, then when you are not the waker, you have to provide testimony of that existence of others (belonging to waking state) to yourself. That means while being located outside of waking, you have to provide a testimony to yourself about the existence of ‘those others’ who are within the waking state. Can you do so? Is this possible ? The answer is no. Therefore, strictly speaking waker and waking state are one and the same i.e. jīva and jīvatva are one and the same (they get projected together and they drop together). This is perfectly in line with anubhava. And this most natural state that waker finds himself within is what Bhagavatpāda calls adhyāsa/avidyā.

                  4) Now when I say waker is bound by limitations of waking state, it means the limitations such as space & time with in which the waker enjoys waking state are also part and parcel of waking state only. Even the avasthātraya analysis that is being taken up is also from the waking state. Therefore, the vicāra is also within the clutches of waking state.

                  5) That means, waker ‘operates within’ and ‘limited to’ waking state’s space-time construct. You may ask why cannot space-time be outside waking state? The answer is, it can be. But, outside waking state (i.e. say in dream state) it is not same space-time construct as that of waking state. But it is a different spacetime construct. Please look into your anubhava. When dream starts the space-time construct within the dream is not same as space-time construct we had in waking. The 5 years of my life in the dream is actually 2 hours of the time spent in bed from the waking standpoint (once I am awake). But while the dream lasted, that was 5 years to the dreamer. Therefore, looking into the anubhava, the space-time construct I have in waking is limited to waking and the space-time construct I have in dream is limited to dream when we take waking and dream from their respective standpoints.

                  6) Thus Māṇḍūkya Upaniṣad first of all though starting the enquiry from the waking state, to demonstrate the mithyātvam (falsity) of both waking and dream, it presents waker and dreamer with two separate names. That is the key. Viśva is not taijasa and taijasa is not viśva. Viśva is limited to waking and taijasa is limited to dream.

                  7) When a common man can easily negate the reality of the dream even without help of Māṇḍūkya Upaniṣad, just by waking up and looking up on dream from the waking standpoint and understanding ‘oh! it is all just a dream’, what the common man cannot do on his own is, to negate the reality of the very waking viewpoint itself. That default viewpoint is what we call adhyāsa/avidyā and we most naturally assign a higher status of reality to it compared to reality we assign to dream. We take waking state for granted as our most trusted frame of reference and a more solid reality than dream. The entire vyavahāra is what Vedānta calls as adhyāsa/avidyā.

                  8) We know how Kārikās give out all the yukti needed in comparing waking with the dream. In showing that waking and dream are mutually exclusive (based on śruti use of viśva and taijasa names), while pointing that from the aspect of ‘having a cognition’ (i.e. in the aspect of experiencer having an experience) they are indeed similar, what Māṇḍūkya Upaniṣad and its Kārikās are trying to do is, negate the individual reality we take for granted to each of these two.

                  9) As an example when we ask ourselves why we take waking state as of higher order of reality compared to dream, the most likely answer is, because we ‘feel/experience’ continuity in waking which is not in dream. Then to such answers we say that while the dream lasted i.e. to the extent the dream lasted, there was continuity in dream too. How can we say based on the argument of continuity that waking is any higher order of reality than dream? Several other tarka are also presented to the seeker in the Kārikās as an elaboration of the manana on śruti mantras related to waking and dream states.

                  10) Therefore what Kārikās are doing here are, taking the śruti definitions of viśva and taijasa and their boundaries of operation, and presenting śruti aviruddha tarka so as to understand the mithyātva of these two states.

                  11) Now when it comes to deep sleep, there is a problem. For waking and dream states, it was possible to shift the attention/viewpoint of the person analysing (i.e. waker, because after all it is waker who is doing this analysis) to corresponding waking and dream stand points. Isn’t it? That means, it is easy to ask the waker to put himself into the shoes of a dreamer and give an account about dream. That means, a waker can comprehend in his analysis as if a dreamer so as to give an account of the dream state. That means, some ‘recollection’ of dream is possible to a waker. Can we do the same with deep sleep? Can we, from the waking stand point when doing the analysis assume a sleeper’s viewpoint and give a true recollection of the sleep state? The answer is both yes and no.

                  12) Lets take the first answer i.e. “Yes we can take the position of sleeper’s viewpoint from the waking state”. To this I would say, OK go ahead and explain about sleep (give an account of sleep) from your waking state by taking the stand point of sleeper. The explanation will be like this: “Sleep is that state where I was not dreaming anything, where I was not desiring anything, where I did not knowing anything.” This is how we normally talk about deep sleep. Isn’t it?

                  13) Now, look here carefully the way we explained about sleep. “I was not dreaming”, “I was not desiring”, “I did not know anything”. I will ask you, honestly answer me is this really an explanation from sleeper’s viewpoint? Have you really, while in sleep took yourself as “Oh I am not dreaming”, “Aha I am not desiring”, “Oh I did not know anything”? The answer is clearly “No”. That means this way of talking about deep sleep is not from deep sleep’s viewpoint, but it is after all from the waker’s standpoint only.

                  14) Go back to above point no. 11, when I said it is possible for waker to recollect about dream (by putting himself into shoes of dreamer while analysing from waker’s viewpoint). While doing so, the account given about the dream is mostly true to what is the content & cognition of the dream. We can recollect most dreams and also cannot properly recollect many others. That’s fine. Whereas when we try to provide an account of deep sleep from the waking stand point, the description is never true to the anubhava we really had in sleep (in fact, honestly speaking, in the sleep, we had no objectified experience/anubhava at all as we had in the dream and waking. So to some extent that way of describing deep sleep as “I did not know anything” is also nothing but negation of objectified experience in that state only.

                  15) Therefore the way of describing sleep in terms of absence of desire, absence of objectified knowledge is in fact not true description of sleep from sleeper’s viewpoint, but it is description of sleep from the waker’s viewpoint where existence of desire and objectified knowledge are taken for granted. That means, this way of talking about sleep is nothing but a waker’s viewpoint description which is what we call as adhyāsa/avidyā! That means, looking up on sleep “as a state” in the same way as looking up on waking and dream as states which start and end in time is, within the domain of avidyā/adhyāsa only.

                  16) To add more, there are some more descriptions we naturally give about deep sleep from the waking stand point. We look at the world around us in the waking state and say “all this was not there in the sleep”. “I came from sleep into waking”. “I went into sleep”. Look at all these ways of common parlance we take most naturally. That is what we are pointing as adhyāsa/avidyā. That way of transacting i.e. looking upon, as if the world is an independently existing entity into which you come and go, and the way of talking about world in terms of its present existence and enquiring into what would have been a state prior to this present existence, all this way of talking in terms of cause-effect within the fabric of time is the causality framework, which is grounded on the very fundamental identity that “I am body-mind”. Taking this fundamental identification with body-mind alone we can talk in these lines of causality. This entire gamut i.e. identification with body-mind, space-time construct, causality framework, body and world around the body, coming into and going out of world, existence and non-existence of world all these ideas put together is adhyāsa/avidyā.

                  17) By the way who comes and goes into sleep if I may ask? Have we ever properly observed? Is it waker? No. Because waker is limited to waking state only. Is it dreamer? No. Because dreamer is limited to dreaming state only. Then who “goes into sleep”? The truth is there is no going and coming. It is waker’s ignorant identity with body-mind that is making waker to say so. Look into anubhava holding on to śruti mantras about waking state and dream state and deep sleep “state”. There is no going and coming other than your fancy imagination of going and coming. Waker is not going into and coming out of waking. Waker finds himself as waker in waking state. He has no idea of its start and end. Similarly, dreamer will not go into and come out of dream. Dreamer finds himself in dream and when dream ends, dreamer ends. That is anubhava. This is śruti aviruddha tarka at work to strengthen the conviction of mithyātvam in considering oneself as a waker, dreamer. śruti-yukti anubhava always should go hand in hand. After all it is adhyāsa/avidyā within the waking itself which is creating the entire havoc called saṃsāra which is nothing but ‘fancy ideas’ of birth and death (creation, destruction) etc which are owing to lack of right knowledge.

                  18) And from this adhyāsa/avidyā alone we are looking up on deep sleep as a causal state where all my so-called objectified knowledge was spoken of as an undifferentiated mass of cognition (prajñāna-ghana). This fellow’s aviveka (i.e. the waker’s aviveka) in the waking state (due to lack of Ātma-anātma viveka from śruti) itself is being spoken of or superimposed as the ‘viveka rāhityam’ in sleep (lack of discrimination in sleep) and nothing more. If this waker gets sublated, that so-called fancied descriptions about sleep as a viveka rāhityam state, avidyā bīja avasthā (state of seminal ignorance) etc. will all stand sublated. At the individual level sleep (i.e. at prājña’s level) this causal seed (latent vāsanā) is after all a waker’s imagination alone. Outside this imagination there is never an anubhava which ratifies experience of a seed vāsanā by the prājña while in sleep. Corresponding to this default position of waker aka jīva, śruti makes an equivalent adhyāropa at cosmic level sleep where Īśvara as the wielder of the cause (māyā aka avyakta nāmarūpa). All in all, the conclusion is that, the ‘very idea that there are latent vāsanās in sleep is within waker’s adhyāsa/avidyā alone’. It is wrong to take that vāsanās are outside adhyāsa/avidyā of the waker and it is totally wrong to think that they are really located in prājña but not in viśva, the waker. They are actually within the viśva only but they appear ‘as-if’ they are in prājña. The very prājña is afterall an imagination of waker when waker attempts to talk about sleep from waking standpoint. So seed is not really in deep sleep but it is in waking only. This is the key.

                  19) To purposefully draw our attention first of all to this wrong way of talking about sleep (i.e. jīva’s way of talking about sleep) that Māṇḍūkya has to start with saying “yatra” supto. Note here that we had to call it as wrong way of talking only because there is a right way which gives the true account of the nature of sleep, which Māṇḍūkya is about to give in next mantra (as Turīya). So, what Māṇḍūkya is doing here before that is, purposefully pushing us into that aspect of looking upon sleep which we most naturally do, which is, unfortunately the view shrouded in waking state’s or waker’s ignorance. Note that Māṇḍūkya hasn’t used that specific prefix “yatra” (wherever) for waking and dream states but uses it only for suṣupti. Let us ask why that prefix “yatra” only to suṣupti but not to other two states?

                  20) The answer is because apart from looking into sleep as a state, there is another way of looking into Sleep which is from Sleep’s own viewpoint. As Māṇḍūkya is ultimately negating that the idea of sleep “as state” is not the ultimate reality, it has to first of all push us into this wrong way of looking into sleep as a state and then negate it as not the reality. But why it has to do so only for sleep but not for waking and dream states? The answer is, sleep in its true nature is non-dual Brahman alone. As it is not possible to talk about Brahman in words, because, Brahman’s “viewpoint” cannot be assumed in the same way as waker assumes dreamer’s viewpoint, śruti first of all makes an adhyāropa and then follows it by apavāda. Śruti’s definition of prājña (at vyaṣṭi or particular level) and Īśvara (at samaṣṭi or universal level) is such adhyāropa where causality is superimposed to prājña and Īśvara. Recall what Bhagavatpāda says in Gītā Bhāṣya, “as knowers of sampradāya say, that which by its very nature is not available for transaction is brought into discussion (for sake of instruction) through adhyāropa-apavāda.”

                  21) Now that other way of looking into sleep (which is not from waker’s viewpoint) is, nothing but stop looking sleep from waking viewpoint i.e. sublate the waker’s viewpoint by understanding the mithyātvam of the waker’s viewpoint. Brahman’s viewpoint is nothing but sublation of jīva’s viewpoint. Because earlier in our comparison between waking and dream we have been presented with the śruti aviruddha tarka to show how waking and dream are mutually exclusive and each of them negate the reality of the other yet they are both on a common substratum. By taking this śruti aviruddha tarka which is also in line with the anubhava, understand that the very want of causality in waking state alone is being superimposed on the sleep. And this want of causality from waking state alone is assigning the causal status to the deep sleep. That means, my identification with body-mind in the waking state which exists alongside the desire to know the cause of the body-mind is altogether the jivattvam. Based on the śruti pramāṇa that Ātmā is asaṅgaḥ (Ātmā is neither waker, nor dreamer, nor so-called sleeper) understand that such identification (I am a waker, dreamer and thereby based on it I am a sleeper) is altogether an error. Self is neither the waker nor the dreamer and not even the enjoyer of sleep (i.e. not that enjoyer of sleep which waker imagines to be as one who is not knowing anything while being in a mass of undifferentiated consciousness).

                  22) Now here I ask if you are not that so-called sleeper (the way waker imagined/described it) then what is after all ‘that sleep’ whose very existence you cannot deny ? Waker cannot describe it rightly through words but waker cannot deny its existence. That existence is non-dual Ātman. Now strikingly all that via negativa description that Māṇḍūkya gives for Turīya in the subsequent mantra is valid also for suṣupti (acintyam, agrāhyam etc etc). Try it. In that way, the “real suṣupti” which is not “yatra supto na kancana…” type waker’s description of suṣupti, yet that suṣupti which is intuited as undeniable pure existence, and that intuition which is through sublation of idea of being a waker (and therefore a sleeper), is indeed the true self in all its glory i.e. asaṅga Ātman. To be precise that waker’s description of suṣupti is not at all existential. It is only an imagination. What exists is only real suṣupti i.e. asaṅga Ātman/nondual Ātman. Waker is not asaṅgaḥ. Dreamer is not asaṅgaḥ. The fancied prājña (fancied from viewpoint of identification with body-mind as enjoyer of sleep) is not asaṅgaḥ. Drop them. You will then “intuit” Ātman as asaṅgaḥ which is the real nature of the suṣupti. That itself is Turīya. You are That. If suṣupti is not thus superimposed with causality and then retracted to show as the non-dual asaṅga Ātman, there is no evidence of Ātman as asaṅgaḥ in our universal experience (sārvatrika anubhava). If we stop at adhyāropa portion where causality is superimposed then avidyā is common to all three states, same as Brahman is substratum of three states as sruti says. That amounts to showing Brhaman and avidyā as two realities existing in parallel or in other words in our sārvatrika anubhava there is no proof for asaṅga Ātman. Entire Vedānta will be nothing more than a laughing stock. Now, here I would recall Bhagavān Bhāṣyakāra’s short, precise and unambiguous statement in Māṇḍūkya Kārikā I.2 Bhāṣyam which support almost everything I have written so far with regards to looking up on sleep from waker’s viewpoint and from sublation of waker’s viewpoint (i.e. pāramārthika “viewpoint”): Tāmabījāvasthāṃ tasyiva prājñaśabdvācyasya turīyatvena dehādisambandhajāgradādirihatām pāramārthikīṃ pṛthagvakṣyati, bījāvasthāpi ‘na kiñcidavediṣam’ ityutthitasya pratyayadarśanāddehe anubhūyata eveti tridhā dehe vyavasthita iatyucyate. That which is designated as prājña (when it is viewed as the cause of the phenomenal world) will be described as Turīya separately when it is not viewed as the cause, and when it is free from all phenomenal relationship (such as that of the body, etc.), i.e., in its absolutely Real aspect. The causal condition is also verily experienced in this body from such cognition of the man who is awakened from the deep sleep, as “I did not know anything (at the time of deep sleep).” Therefore it is said that (one) Ātman is perceived as threefold in the (one) body. One must understand why the Bhāṣyakāra said only about prājña that prājña will be described later as Turīya when not viewed up on from causal framework? He would have said so about viśva and taijasa as well, but he did not. Why? The answer is because of the reasons I mentioned above, which is, there is a wrong way of looking at sleep from a causal aspect and also a right way which gives immediate intuition into non-dual Ātman as our true nature i.e. nature of suṣupti.

                  23) That asaṅga Ātman of the nature of deep sleep is not limited to deep sleep. That imagined prājña (out of viśva’s ignorance) is the one who is bound to the idea of “state of sleep”. When you understand (intuit) like this, real suṣupti is not a state in time. But suṣupti is the substratum on which waking, dreaming and the ‘so-called description of sleep using words by the waker as a causal state’ all appear and merge. Thus, sublation of waker’s viewpoint while intuiting into the suṣupti by holding the torch called śruti vākya is called as “looking into” suṣupti from suṣupti’s own viewpoint. Here the figurative expression I made while saying “torch called śruti” is not a torch which revealed suṣupti Ātman, but it is torch in whose light jīva is sublated. As the intuited suṣupti Ātman is self-evident and ever existent, it does not need another pramāṇa to reveal itself. That is why Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad says in suṣupti “Veda is aveda” (Veda is no more Veda). Veda’s task is to sublate jīvatvam and with the sublation of jīvatvam Veda ceases to be Veda. Therefore properly intuiting in to deep sleep is the key.

                  24) People here normally ask who is intuiting? whose intuition? etc. I tell you the one who starts off thinking I will intuit will drop. Because “knower of Ātman” is only a figurative expression. Ātman/Brahman is that where the knower-known-knowing triad drops. Because at the culmination of intuition the vākya is Tattvamasi. You are That in which there is no division called knower-known-knowing whatsoever. That is why expression like jīva’s liberation etc. are all only figure of speech. There is no cessation, no birth, none in bondage, none aspiring for liberation, no liberation, none liberated – this is the ultimate truth. Or in other words knowing brahman is that type of “knowing” where all knowing along with the desire and need to know drops. You are That.

                  25) People object saying that if suṣupti is Brahman why did not I know that I am Brahman in suṣupti? The answer is you did not know because Brahman being non-dual there is no second thing to know. Some people object saying “does it mean that an unenlightened person goes to suṣupti and comes back liberated?” The answer is refer to above paragraphs where it is said how wrong it is to talk of going and coming. There is no going and no coming to you the real Ātman. That idea of going and coming from sleep is ignorance and error. A simple vicāra in the light of śruti vākya can help sublate that error. Go try it.

                  26) Some people refute by saying Caitra when went to deep sleep woke up as Caitra only why is he not liberated in sleep ? The answer is Caitra never went into sleep. And Ātman never really became Caitra. This question which is being put forward by the so-called Chaitra who does not know that “as Chaitra” the identification is only an error. So Caitra when asks this question i.e. when he is in waking state needs śruti to help him transcend this question (transcend the idea that I am not liberated and I need liberation)! That is why śruti is given only to Caitra as there is a need for śruti to Caitra. Where there is an error (avidyā/adhyāsa) there is need for correction and there exists means of correction (śruti). Where there is no ignorance/error (in suṣupti) there is no need for correction and no means of correction is accepted there. Recall what Bṛhadāraṇyaka says i.e. Veda is aveda in suṣupti. From suṣupti’s standpoint, there is no bondage to start with that a liberation is allowed along with its means. The idea of liberation is only valid to the viewpoint of bondage. If you still take yourself to be bound, you need śruti to help you transcend that idea of being in bondage.

                  You can see how breaking out of causality is key and important to intuit into non-dual Ātman as true nature of suṣupti. You are that asaṅga Ātman which is the substratum even to this waking state right now but you happen to be identifying yourself as being a waker. That is only a wrong identification which is due to lack of right knowledge. Deep sleep as a causal state is given in Māṇḍūkya not to establish avidyā in all three waking, dream and deep sleep. But it is a call to negate/sublate the causality aspect superimposed on the Self. When we see other Upaniṣads, they straight away declare suṣupti as non-dual Ātman. Period. Māṇḍūkya is special and with its Kārikās it is thorough in the sense that it plucks away that attachment to causality because no causality whatsoever is possible in the non-dual Ātman. This introduction of causality superimposition in deep sleep in Māṇḍūkya is not a call for introduction of more sādhanās along the way. But to say that Truth is beyond any causality. And also to demonstrate how causality can be transcended by focussing on śruti-yukti-anubhava based reasoning alone, no wonder why in chapter 4th of the Kārikās the final chapter, the task at hand for Gauḍapādācārya is to show the mithyātvam of causality framework. With his precise sword of śruti aviruddha yukti, he cuts through causality purely through śruti supported reason and establishes ajā advaya Brahma as the only reality which is identical to pure non-dual existence (non-dual Ātman) in suṣupti. The causality superimposed to sleep is a part of the prakriyā. It is not to be shown as another cause and use it for prescribing further sādhanās, upāsanās (under the name of attaining citta suddhi) etc by looking up on ‘māyā the cause’ as a divine power of Īśvara. First of all, māyā is not the cause. Period. So, don’t make māyā as a great power out of misreading these śruti statements. Instead understand that māyā is within the scope of the avidyā/adhyāsa. Don’t try to put māyā as a cause and submit to it and wait for your turn under the name of gaining citta suddhi etc. Citta suddhi is of course needed in this path no doubt. But māyā is not really a ‘power’ which is carefully and purposefully preventing the dawn of knowledge. But it is rather your own ignorance which is the only cause. Being in ignorance/superimposition (that you most naturally find yourself within) and not knowing that this is ignorance, you take yourself for granted that you are in bondage and start accepting māyā to be the cause behind that bondage. The cause behind the bondage is not māyā. The only cause behind the bondage is not knowing the truth and nothing else. Because bondage is only an error, it is not a real bandhana under the control of a mysterious power called māyā as you are used to imagine. Ignorance/superimposition (avidyā/adhyāsa) alone is the cause of bondage (saṃsāra). Finally what I understood when Bhāṣyakāra says “prājñastu bīja bhāvena eva baddhaḥ” is: Look at that eva śābda prayoga in the statement (which means “only” or “alone”). The meaning is, the prājña is bound “only” by the bīja bhāva. Now ask for yourself who fancied this prājña to start with? It is viśva who fancies prājña and superimposes that causal aspect (bīja bhāva) onto prājña. There is no real cause other than your want of cause which in turn is owing to lack of knowledge. Also look at the immediate vākya in Bhāṣya: tattvāpratibodhamātrameva hi bījaṃ prājñatve nimittam (The non-apprehension of Reality alone is the cause of bringing about the state of prājña). That’s all. It is viśva out of ignorance appears to uphold the prājña status (causal status) to sleep. In other words, Īśvara (Īśvaratvam) is fancied by jīva (jīvatvam). jīvatvam fancies Īśvaratvam and being strongly attached to the idea that “I am a jīva” jīva goes into the control of Īśvara. As long as I ask for cause, I get a cause and once I accept the cause, I am bound to the cause. No doubt. What is by its very nature non-dual unborn Brahman, is being taken as Īśvara ‘on the basis of’ taking yourself to be jīva. Drop your jīvatvam. Non-dual unborn Brahman (without any Īśvaratvam) alone remains. You are That. Let us leave it here for now. This is the Advaita Vedānta (and avasthātraya vicāra) that I understood to be as that which is taught by Bhagavān Bhāṣyakāra in the Prasthānatraya Bhāṣya. To be honest, with all humility, I admit that I haven’t even covered all aspects of avasthātraya vicāra. There will be many other objections/doubts that may come along and some of the points mentioned in above paragraphs need to be further expanded (as a manana). But I tell you for every objection, it is possible to answer in a neat way just based on Bhāṣya correlating with the anubhava while holding to śruti aviruddha tarka and yet make the answer comprehensible to every sincere seeker without taking the idea of mūlāvidyā. It is easy to show lack of citta suddhi as a reason behind not grasping and use it to promote idea of mūlāvidyā as that which takes care of this aspect. But alongside sufficient citta suddhi, it is also the prakriyā which is equally important. A high amount of citta suddhi but wrong prakriyā will only make the seeker go round and round. Do the vicāra properly using right prakriyā and you intuit your svarūpa. There is no wonder why it is said “Māṇḍūkyam ekam eva alaṃ” (Māṇḍūkya alone is sufficient). Some may ask if a seeker is unable to grasp properly when taught as above, is there an āvṛtti (repetition) that is allowed in the Bhāṣya Prakriyā? Students are either ‘sincere and earnest’ or pretending to be so. To those who are pretending to be so there is no teaching. Period. Sincere and earnest seeker (sraddhāvān seeker) alone is to be taught because ‘sraddhāvān labhate jñānam’ says blessed lord in Gītā IV.39. And those who are not so, should not be taught, says blessed lord in Gītā XVIII.67 where he advises what type of people should not be taught. If the sraddhāvān seeker is unable to comprehend when taught in the above mentioned way, understand the pratibandhakas (obstructions) which are not allowing him to grasp the right way of sublating the jīvitvam. Based on those pratibandhakas if they are of the nature of doubts, wrong understandings etc, clear them and try this again and again until it is properly grasped by the sincere earnest seeker. Sometimes when guru assesses that there is lack of citta suddhi then let guru decide what is the sādhanā to be taken up (karma yoga, japa, dhyāna etc.). Most importantly the doubts and misconceptions must be identified and removed under the light of śruti vākya. Uddālaka did the same to Śvetaketu, by giving his instruction Tat tvam asi repeatedly and while repeating, he removed the obstructions which appear to prevent raise of right knowledge. That is the only āvritti as I know that Bhāṣya supports. “Method of enlightening the disciple” section in Upadeśa Sāhasrī can also be referred to understand the same in detail. This is śravaṇa-manana-nididhyāsana as advised in the Bhāṣya (which includes the āvritti from teacher as necessary). Once “grasped” (i.e. once sublation of jīvatvam and the identity with non-dual Ātman through śravaṇa of śruti vākya Tattvamasi is “attained”) there is nothing more left to be done. No repetition of knowledge beyond that.

                  Distinzione tra Ātman e l’idea di ego

                    Gian Giuseppe Filippi

                    Distinzione tra Ātman e l’idea di ego

                    Nelle pubblicazioni apparse su questo Sito o riprese nella loro forma cartacea da Ekatos, abbiamo ripetutamente riportato che per l’Advaita Vedānta1non esiste alcuna differenza tra l’Assoluto denominato Ātman (Ātmābhidheyam) e il jīva o jīvātman2. Se dal punto di vista relativo (vyāvahārika dṛṣṭi) il jīva appare come l’esistenza individuale3, il saggio è perfettamente consapevole che tale concetto corrisponde piuttosto all’idea di ego (aham). Nel suo Upadeśa Sāhasrī, Śaṃkara spiega che l’intelletto (buddhi), a causa della sua incapacità di comprendere il Brahmātman, se lo raffigura in forma limitata nell’apparenza dell’aham. Per essere più chiari, l’Ācārya Bhagavatpāda paragona la buddhi a uno specchio sulla cui superficie l’Ātman si riflette come il volto di chi si guarda riflesso. Il riflesso è, dunque, l’ego, pura apparenza priva della realtà della fonte luminosa, l’Ātman. Anche l’aham appare, ma non esiste in quanto tale; è solo un pensiero, un’idea a cui non corrisponde sostanza alcuna.

                    Quella nozione [dell’ego] che sorge da evidenze che sono tali solamente in apparenza, come le percezioni sensoriali ecc., in quanto erronea sarà rimossa da quella nozione che trae la sua evidenza reale dalla śruti. (US XVIII.7)

                    Si avverte l’esistenza dell’ego in quanto si ha l’esperienza sensibile che ‘io vedo’, ‘io odo’, ecc. oggetti esterni tramite i jñānendriya; l’esperienza mentale che ‘io provo attrazione o repulsione’ tramite il manas; la comprensione e la valutazione intellettuale che ‘io capisco o non capisco’, ‘io trovo utile o dannoso’ tramite la buddhi. Tuttavia, solamente gli ignoranti pensano che l’aham agisca. Infatti, sono i sensi, la mente e l’intelletto che agiscono in quanto prodotti della Prakṛti, perciò privi di coscienza (acit), ma dotati della dinamica proveniente dal triguṇa che li costituisce. La conoscenza, che si attribuisce loro erroneamente, invece, deriva sempre e solamente dall’Ātman Pura Coscienza. Il riflesso della Pura Coscienza nell’intelletto appare come ahaṃkāra; o meglio, la buddhi, riflettendo la Coscienza dell’Ātman si modifica in ahaṃkāra, ‘ciò che produce l’idea di ego’4.

                    Quando la śruti afferma: “Tu agisci così” o: “Tu sei l’agente”, essa riporta l’opinione della gente ordinaria. Invece la conoscenza che “Io sono l’Esistenza” scaturisce davvero dalla śruti stessa. Quest’ultima affermazione confuta l’altra. (US XVIII.8)

                    Quando si tratta di metafisica, non si dovrebbe mai rimanere ancorati a un’unica formula, a un punto di vista esclusivo e, soprattutto, a un lessico rigido. Ciò a cui la ragione non ha accesso non può essere espresso con un’unica denominazione dogmaticamente infrangibile; è necessaria una flessibilità di approccio che permetta di abbracciare il significato completo di ciò che si vuole trasmettere. Infatti, colui che si guarda allo specchio, lo specchio stesso e il suo volto riflesso sono soltanto un esempio tratto dall’esperienza quotidiana nel piano in cui si dà erroneamente realtà alle relazioni. Invece, nella visione assoluta (pāramārthika dṛṣṭi) priva di qualsiasi relazione (avyāvahārika) solamente l’Ātman è la Realtà non duale, essendo lo specchio e l’immagine riflessa non altro dal Sé.

                    L’aspirante alla conoscenza afferma: «Quel riflesso per mezzo del quale lo specchio assume la forma della faccia, è esso stesso la faccia». Con ciò egli vuol dire che quel riflesso, per mezzo del quale lo specchio, la buddhi, e le modificazioni mentali, danno origine al senso dell’ego (ahaṃkāra), è veramente il Sé. (US XVIII.109)

                    In definitiva, tutto ciò che è anātman non è altro che l’Ātman considerato in forma sbagliata, ragion per cui ciò che è considerato non esistente (asat) è pur sempre non diverso dall’Assoluto.

                    Solamente questo è il modo in cui deve essere intesa la frase “io sono Brahman” (aham Brahmāsmi), e nessun altro. Senza questa “mediazione” il mahāvākya “tu sei Quello” sarebbe inutile. (US XVIII.110)

                    Chi ha compreso il senso delle righe precedenti saprà dunque distinguere quando aham sta a indicare l’ego individuale, com’è di regola, o quando è usato per significare il proprio Sé. In fondo, tutto quello che riguarda il Sé concerne sempre il mio Io5. Anche lo stesso termine Ātman, che in senso primario sta a esprimere il Sé, in alcuni casi può essere usato in senso secondario o traslato per indicare le diverse parti dell’aggregato individuale, ossia dell’ego:

                    Chi conosce così, dopo aver rinunciato al mondo, ottiene [il dominio sul]l’ātman fatto di cibo; dopo aver ottenuto [il dominio sul]l’ātman fatto di cibo, ottiene [il dominio sul]l’ātman fatto di prāṇa; dopo aver ottenuto [il dominio sul]l’ātman fatto di prāṇa, ottiene [il dominio sul]l’ātman fatto di mente; dopo aver ottenuto [il dominio sul]l’ātman fatto di mente, ottiene [il dominio sul]l’ātman fatto d’intelletto; dopo aver ottenuto [il dominio sul]l’ātman fatto d’intelletto, ottiene [il dominio sul]l’ātman fatto di beatitudine,… (TU III.10.5)

                    Quando il guru di Vedānta insegna, si rivolge al discepolo con “tu sei Quello” (Tat tvam asi), intendendo trasmettere la verità che l’argomento di cui tratta è la sua vera natura e non altro dal Sé (anātman). Il verbo essere (sei) indica perfetta identità tra ‘tu’ e ‘Quello’, tra l’ego del discepolo e il Brahmātman. Non dice ‘tu sarai’ o ‘tu diventerai’; tantomeno dice ‘tu sei simile a Quello’ o ‘tu sei prossimo a Quello’. La consapevolezza dell’identità di tu e Quello è sempre alla portata di tutti e consiste nella coscienza di essere, di esistere e di esistere in quanto Coscienza. Si tratta dell’unica conoscenza certa e diretta che ognuno ha e che non ha bisogno di essere provata, dimostrata, testimoniata: si tratta dell’indiscussa intuizione diretta di essere (prasiddhānubhāva)6. Diretta perché riguarda la coscienza della propria esistenza in quanto Sé (Ātmapratyaya) che ogni ego conosce senza alcuna necessità di qualsiasi mediazione percettiva o mentale. Non esiste mediazione a questa intuizione perché non c’è altro da Sé che possa frapporsi creando la dualità, separando il soggetto dall’oggetto. Al risveglio, all’addormentarsi, durante in sonno profondo, ognuno è solo, ed è l’unico e non duale Ātman. Anche durante gli stati di veglia e di sogno l’Ātman è sempre non duale, ma tale consapevolezza è onnubilata dalla mente (antaḥkaraṇa). C’è sempre l’ego, ma su di esso la mente sovrappone i pensieri. Si è sempre l’aham, ma in quei due stati gli si sovrappongono pensieri, idee, cambiamenti. Perciò l’aham, a causa dell’ignoranza (adhyāsa), non riconosce più d’essere l’Ātman (aham Ātmāsmi), ma pensa: ‘io sono così e così’ (aham amukaḥ asmi). Vale a dire pensa di essere un individuo descrivibile tramite caratteristiche, qualità, proprietà, modificazioni e azioni, ovvero tramite limitazioni. Questo ego è sottoposto all’illusione della dualità e della molteplicità che ne derivano, ed è volto a indagare, a muoversi e a impadronirsi di ciò che gli è apparentemente esterno e altro da Sé. Quando s’affaccia al mondo della veglia (jāgrat prapañca) ha conoscenza degli oggetti esterni tramite i sensi. I sensi non sono altro che modificazioni che la mente (mānasa vṛtti) assume per compiere l’indagine percettiva (pratyakṣa vicaya): quando vede, la mente è la vista, quando ode è l’udito ecc. Poi, le informazioni dei sensi nella mente diventano concetti, pensieri, idee. Depositati nella memoria, diventano ricordi, elaborati in forme nuove, diventano immaginazioni. Sulla base di quelle informazioni la mente formula inferenze, deduzioni, ipotesi. Da ciò si trae che la mente ha soltanto i sensi per indagare direttamente gli oggetti esterni, essendo tutte le altre conoscenze prodotti mentali (manasarga) mediate dai jñānendriya7. Tutto quello che precede è anche applicabile allo stato di sogno (svapna avasthā), con l’unica differenza che gli oggetti indagati sono considerati, nella prospettiva di chi è in veglia, come interni al corpo grossolano del dormiente8. C’è da aggiungere che l’uomo comune è convinto di avere una chiara idea sulla distinzione tra ciò che attribuisce alla propria individualità (ahaṃkāra) e gli oggetti esterni che essa possiede (mamakāra). La śruti dimostra che ciò non è esatto:

                    D’altro canto, trascinato dalla corrente dei guṇa di Prakṛti, contaminato e onnubilato, diventa instabile, vacillante, abbattuto, avido, scomposto e, coinvolto nell’illusione, immagina: “Io sono così e così, questo è mio”. (Maitry Upaniṣad, 3.2)

                    Infatti, il senso di incompletezza, di rimpianto o di disperazione che si prova per l’amputazione di un arto, per la perdita di uno stato di gioia o per la per cancellazione dalla memoria di una cognizione raggiunta in passato non è affatto diverso dalla sofferenza per la morte di un congiunto, per il furto di un oggetto caro o per il discredito della propria fama presso gli altri. Nemmeno l’immagine che si ha della propria persona è composta solamente da ciò che l’ahaṃkāra pensa di se stesso, ma è anche formata sulla base di ciò che le persone che ci conoscono e che appartengono alla nostra cerchia (del mamakāra) pensano di noi. Che ci si identifichi parzialmente anche con questa immagine che gli altri hanno di noi è dimostrato dal fatto che per essa ci si offende o ci si inorgoglisce.

                    Il riconoscimento che ‘io sono differente dal corpo’ è raggiunto soltanto attraverso gli śāstra ricevuti per audizione (śrāvaṇa) dalla bocca del guru. Tuttavia, il fine delle scritture non è quello di insegnare che ‘io sono uno che è dotato di corpo, sensi mente ecc.’, bensì quello di stabilire che ‘Io sono reale’ (sat), mentre corpo, sensi, ecc. sono del tutto non reali (asat). ‘Io’ sono lo stesso Ātman, mentre tutto ciò che appare sovrapposto a lui è anātman.

                    La percezione che ‘io sono così e così’, ‘io sono un agente (kartṛ)’, ‘io sono un fruitore (bhoktṛ) dei risultati delle azioni compiute (karma phala)’ è quindi una spontanea e illusoria convinzione che l’individuo prova a causa della nascita umana. Quindi è naturale per la gente comune provare identificazione (abhimāna) con una qualsiasi delle apparenti componenti dell’individualità, corpo, sensi, prāṇa, mente, intelletto, aham, a seconda delle limitazioni maggiori o minori delle qualifiche karmiche (adhīkāra), nonché delle circostanze e delle relazioni della vita quotidiana. Le persone ordinarie continuano a dire: «io vado; io vengo; io percepisco un oggetto; io afferro un oggetto; io sento un suono; io penso; io decido; io sperimento gioia o dolore» e così via, ma nelle loro relazioni con il mondo esterno, espresse da “io vado, io vengo”, è evidente la loro identificazione con il proprio corpo. Nelle relazioni sensorie “io percepisco, io sento” è evidente l’identificazione di se stessi con i sensi; e, allo stesso modo, nelle relazioni con oggetti interni, come quando si dice “io sto pensando; io sto decidendo; io provo felicità o sofferenza” è evidente l’identificazione di se stessi con la mente9. Quindi, alla domanda «Qual è quell’entità chiamata ego?», la gente comune non si pone il problema di discriminare tra Ātaman e anātman; perciò, non risponde e continua a comportarsi in base alle sue quotidiane esperienze di relazione con altro da Sé. In effetti, questa nozione di ego persiste, in tutti i nostri rapporti mondani senza alcun ostacolo o interruzione, come il fenomeno fondamentale dal quale nessuno sembra voler distogliere la propria attenzione per risolverne l’‘enigma’. Quindi, gli śāstra intervengono a insegnare il mistero per cui l’‘imprescindibile’ e ‘basilare’ nozione dell’ego è in realtà una falsa conoscenza, un’idea sbagliata; e per far entrare questa verità nella mente della gente comune, non iniziata e ignorante, essi spiegano che le relazioni, a cui è attualmente sottoposta, sono dovute ad altre nascite o a vite in mondi (loka) sperimentati tra una morte e la successiva rinascita.

                    Vivendo in un solo corpo si passa attraverso gli stati di bālya (infanzia), kaumārya (fanciullezza), yauvana (maturità), jarā (vecchiaia); similmente dopo la morte si genera un altro corpo. (BhG II.13)

                    Gli śāstra, infatti, hanno lo scopo principale di insegnare all’umanità che sebbene il corpo sia in continuo cambiamento dall’infanzia alla fanciullezza, alla maturità ecc., l’Ātman esiste eternamente senza alcuna mutazione di sorta. Ugualmente, se in altre nascite e rinascite s’acquisiscono altri corpi, l’Ātman continua ad esistere senza mai modificarsi. Perciò, nella misura in cui questa conoscenza che “Io non sono questi fenomeni come corpo, sensi, mente, intelletto, ecc.” viene assimilata, i cercatori della Conoscenza del Sé (Ātmajijñāsu) dovrebbero continuare a utilizzare con ardore questo metodo unico di insegnamento della Realtà Ultima dell’Ātman, trasmessa dagli śāstra e dai loro esponenti qualificati, i jñānaguru.

                    Quando matura la conoscenza di non essere il corpo né i sensi né la mente, alcuni saggi usano la discriminazione in modo parziale. Pensano: «Io sono distinto da questi fenomeni, ma li sto usando; io ho coscienza d’essere solo l’io, me stesso. Perché questa coscienza, che è l’aham, è il solo strumento valido di conoscenza». Sulla sola base di questa convinzione, sono stati formulati i karma śāstra, le parti ritualistiche della śruti, e i tarka śāstra,i trattati di dialettica e di logica. Così l’Ātman, conosciuto sotto l’apparenza dell’ego, è chiamato ahampratyayagamya Ātman, cioè il concetto di Ātman sotto la forma di ego. Ma questo ego detto ahampratyayagamya Ātman, pensa: «Io sono un kartṛ, cioè un agente d’azione; facendo o compiendo azioni, io continuo a cambiare”. Egli crede, inoltre, d’essere l’io fruitore (boktṛ), che gode degli oggetti esterni e che, sperimentando felicità o dolore, continua a cambiare. Ritenere che “in virtù dei cambiamenti del corpo, dei sensi ecc. io stesso sto subendo dei cambiamenti” è sbagliato, poiché si basa su una premessa erronea. Ancor più grave è l’errore di ritenere che a causa dei cambiamenti nell’ego anche l’Ātman sia mutevole. Questo errore è stato escluso da Śrī Kṛṣṇa nella Bhagavad Gītā:

                    Chi pensa: «Io sto uccidendo», e crede che l’Ātman sia l’agente di quell’azione di uccidere; colui che pensa «Quest’uomo mi ucciderà», e crede che la stessa azione di uccidere sia un karma, entrambe queste persone non conoscono la verità. In realtà, l’Ātman non uccide affatto né è ucciso da qualcun altro. Egli non è un agente (kartṛ) né uno sperimentatore (bhoktṛ) di alcuna azione. (BhG II.19).

                    Nella Gītā, l’azione di uccidere (hanana) è portata come esempio per trasmettere l’insegnamento che è un’idea sbagliata che l’ego sia una nozione fondamentale. L’uomo ordinario è convinto che dal momento in cui è nato fino alla sua morte stia subendo tutta una serie di cambiamenti. Questo è il risultato della sua errata idea d’essere ahampratyayagamya, cioè d’essere questa entità prodotta dal concetto dell’ego. Ora, dal punto di vista dell’indagine intuitiva, dovrebbe essere evidente che questa costruzione mentale, sebbene radicata, non è né corretta né reale. Per questa ragione le scritture hanno lo scopo primario di insegnare che l’Ātman, il Sé, è eternamente avikriya, vale a dire senza cambiamento, immutabile, unico.

                    1. Ci sono alcune correnti vedāntiche che sono state intitolate dai loro fondatori con termini comprendenti la parola advaita (non dualità). Tra queste il Viśiṣṭādvaita di Rāmānuja, il Dvaitādvaita di Nimbārka e lo Śuddhādvaita di Vallabha ecc. Di fatto tutte queste scuole sono dualiste, mantenendo irriducibile la differenza tra il Principio (avyakta) universale (dell’universo) e le sue manifestazioni (vyakta) macrocosmica (jagat) o microcosmica (vyakti). Solamente in questo senso la dottrina śaṃkariana può essere definita come unica (kevala), in quanto veramente non duale. Gli indologi usano, invece, la denominazione kevalādvaita per descriverla come una delle tante correnti del Vedānta alla pari con le altre. Questo è un chiaro abuso: abbiamo riscontrato che nessun advaitin userebbe mai tale termine per la dottrina che segue. Altrettanto illecito, è tradurre advaita con ‘monismo’, usato anche questo certamente non in buona fede. Infatti, questa espressione, coniata in epoca illuministica, denota una filosofia che ammette un ‘principio unico’ della dualità o della pluralità. L’Advaita Vedānta, al contrario, nega fermamente che l’Assoluto possa essere principio o causa di alcunché (vivartavāda o ajātivāda). Nei nostri scritti, come in tutti quelli della Śaṃkara paramparā, si usa il termine Vedānta per antonomasia per intendere esclusivamente il vero Advaitavāda.[↩]
                    2. Jīva è un sostantivo sanscrito che definisce la vita. Bisogna precisare, tuttavia, che la vita, dal punto di vista vedāntico, si svolge su tre piani di Coscienza: la veglia, il sogno e il sonno profondo. La vita comprende, dunque, l’intera esistenza come è testimoniata dal Sākṣin o Ātman. Non è perciò correlata o contrapposta a ‘morte’ come accade nelle altre lingue. È perciò errato tradurre jīvātman, come l’anima vivente, ossia come se fosse sottoposta a una condizione d’esistenza limitata. La corretta interpretazione del termine è, quindi, ‘il Sé come appare illusoriamente nei tre stati di coscienza’. Ciò non toglie che l’ignorante prenda il jīva per un’entità individuale altro dall’Ātman, come si potrà leggere nelle argomentazioni che seguono.[↩]
                    3. Jīva o jīvātman è così entrato in uso anche nel linguaggio vedāntico nel suo senso secondario di ātman individuale; il termine jīvatva indica regolarmente l’esistenza caratterizzata dall’individualità, vale a dire, generalmente, lo stato di veglia e quello di sogno presi come un tutt’uno.[↩]
                    4. Non è corretto, dunque, definire coscienza individuale l’ahaṃkāra, essendo anch’esso un prodotto di un tattva non cosciente. Il suo apparente stato cosciente proviene sempre e soltanto dal riflesso della Pura Coscienza (śuddha Caitanya). Anche la luna appare luminosa, ma la sua luce, in realtà, non è sua. È soltanto quella riflessa del sole.[↩]
                    5. L’uso dell’iniziale minuscola o maiuscola nell’italiano può essere utile per distinguere il significato dei termini a seconda del contesto a cui si riferiscono.[↩]
                    6. Essere-esistenza, Coscienza e piena felicità di essere tale, metafisicamente parlando, sono identiche, sono l’unico Saccidānanda non duale. Invece, nella conoscenza non suprema (Aparabrahman vidyā), caratterizzata dall’erronea prospettiva dualistica (dvitīya) e distintiva (viśiṣṭa), l’essere è distinto dall’esistenza, la coscienza è di qualcos’altro e la felicità è dovuta alla fruizione di altro da Sé.[↩]
                    7. Per la verità, a una più attenta indagine, anche gli stessi sensi (jñānendriya o buddhīndriya) risultano prodotti fittizi della mente. Queste costruzioni concettuali corrispondono esattamente alle diciannove bocche con cui Ātman-Vaiśvānara conosce gli oggetti esterni del mondo della veglia: cinque buddhīndriya, cinque karmendriya, cinque prāṇa, il senso interno (manas), l’intelletto (buddhi, a ennesima dimostrazione che l’intelletto è una facoltà individuale), il senso dell’ego (ahaṃkāra) e la memoria delle azioni passate (citta) (Māṇḍūkya Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, I.3).[↩]
                    8. Nello stato di sonno profondo (suṣupti avasthā), invece, non c’è alcuna presenza di oggetti, non essendo in realtà uno stato (avasthā), ma la natura stessa di Ātman non duale. Su questa base si può comprendere facilmente che l’istante di separazione tra la veglia e il sogno, in cui c’è coscienza di essere Ātman, appartiene sempre a suṣupta. Infine, un’ultima considerazione: se la mente è presa dalla molteplicità nella veglia e nel sogno, ciò non toglie che la reale natura di questi due stati illusori è pur sempre suṣupta. Conoscere questa realtà non duale anche della veglia cancella l’illusorietà di tutti gli stati. Chi sa ciò è libero (mukta) dal saṃsāra.[↩]
                    9. Per essere più precisi, si potrà dunque dire che chi s’identifica soprattutto al corpo avrà caratteristiche animalesche; chi s’identifica al prāṇa sarà dominato dagli istinti; chi s’identifica ai sensi sarà attratto dai piaceri mondani; chi s’identifica maggiormente al manas sarà dominato dalle emozioni; chi s’identifica all’intelletto avrà tendenze razionalistiche e chi s’identifica all’aham, sottoporrà tutte le sue scelte, nei confronti degli oggetti esterni e interni, al suo egoismo (asmitā).[↩]

                    Qualche osservazione sul Non-nato com’è descritto nelle Kārikā di Gauḍapāda

                      Carlo Rocchi

                      Qualche osservazione sul Non-nato com’è descritto nelle Kārikā di Gauḍapāda

                      Le seguenti osservazioni sono state stimolate da una lettura metodica della Kārikā IV.77 di Gauḍapāda incorporata nella Māṇḍūkya Upaniṣad, riguardante l’identità tra causalità e ignoranza:

                      4.77. Per la coscienza [che si è realizzata in quanto] priva di causa, quella che è la non-venuta in esistenza è [sempre e comunque] identica e non-duale. [Essa per natura] appartiene alla [coscienza che è] affatto non-generata e totale, perché, invero, [anche prima della realizzazione] ciò [come la dualità e la nascita] era oggetto di percezione per la coscienza.

                      (Śaṃkara Bhāṣya:) “[Essa per natura] appartiene alla” coscienza che è “affatto non-generata”, cioè non-venuta in esistenza (sempre senza-nascita), “e totale”, vale a dire priva di secondo (cioè assoluta), anche in precedenza (prima della conoscenza-realizzazione). Poiché, dunque, anche anteriormente alla [realizzazione della] conoscenza, “ciò”, ossia [le nozioni di] dualità e nascita, “era oggetto di percezione da parte della coscienza” (cittadṛṣya), pertanto l’assenza di venuta in esistenza della coscienza, la quale è [eternamente] senza-nascita ed è la totalità, è sempre identica e affatto non-duale, mentre non [avviene che] talora si verifichi di nuovo o talaltra non si verifichi. Il significato è che [l’assenza di venuta in esistenza della coscienza] è sempre e assolutamente di una sola e unica natura.

                      La parte più propriamente in questione è quella finale, e riguarda la “ragione” (hetu) del fatto che la coscienza sia non-nata, ossia: “perché, invero, [anche prima della realizzazione] ciò [come la dualità e la nascita] era oggetto di percezione per la coscienza”. La “ragione logica” potrebbe non apparire d’immediata comprensione e non emergere facilmente prima facie. La difficoltà ovvia del lettore – abituato al punto di vista ordinario e ad una visione estroversa abituata a considerare soltanto le cose e non la luce (la Coscienza) a cui appaiono – sta nel non capire perché la dualità sarebbe non-nata e dunque irreale dal punto di vista della Realtà (paramārtha), se “era oggetto di percezione della coscienza”. Se era vista è perché c’era effettivamente, pensa costui. In fondo, una delle obiezioni principali rivolte dai nostri contestatori pseudo-tradizionali era proprio questa; invece qui gli Ācārya la usano proprio per dimostrare esattamente il contrario, cioè l’irrealtà della dualità.

                      Si vuole esporre una spiegazione di questa parte altresì apparentemente complessa: mi sembra di poter dire che l’interpretazione del suddetto passaggio debba basarsi sulla kārikā IV.28, proprio per il comune riferimento a cittadṛṣya:

                      Perciò la consapevolezza non nasce, e non nasce [nemmeno] ciò che viene percepito attraverso la consapevolezza (cittadṛṣya). Coloro, i quali percepiscono la nascita di quella [consapevolezza], invero costoro vedono [anche] la traccia [degli uccelli] nel cielo stesso.

                      Lì emergeva, come conclusione della discussione fra bāhyārthavādin e vijñānavādin (kārikā IV.24-29), la dottrina della non-nascita (ajātivāda): riprendendo l’argomento con cui gli idealisti buddhisti confutano i realisti, i quali credono nell’esistenza degli oggetti quale causa esterna delle modificazioni della coscienza in ragione della percezione, Gauḍapāda lo ritorce contro loro stessi per confutarli. L’argomentazione, riassunta sinteticamente, è la seguente: in quanto conosciuta, cioè già solo per questo fatto, un oggetto (vastu) esiste realmente (così pensa il realista); allora, poiché bāhyārtha e vijñāna sono oggetto di percezione, bisogna concludere che entrambi esistono veramente. Tuttavia, a questo il vijñānavādin opponeva l’argomentazione per cui ciò che è percepito o conosciuto da un altro, distinto da quello, non esiste affatto e mai separatamente dal grāhaka (percepente) che lo conosce. Ciò è accettato dal vedāntin. Ma, stando così le cose, il vijñānavādin è costretto ad accettare giocoforza la posizione del vedāntin, ovvero l’ajātivāda: sia vijñāna sia bāhyārtha sono asatpadārtha, fenomeni irreali. Infatti come il vijñānavādin confuta l’effettiva nascita di oggetti esterni sulla base che cittadṛṣya non è mai visto o conosciuto separatamente da citta, così viene confutata la pretesa nascita di citta, perché anche tale nascita non è mai vista o conosciuta da qualcuno.

                      Senza vijñāna l’oggetto non è mai e in nessun modo conosciuto. Perciò si stabilisce che, senza bisogno di un oggetto, è vijñāna che assume apparentemente le forme degli oggetti; che cittadṛṣya appaia come se fosse nato, pur in realtà non essendolo affatto, è accettato dal buddhista. Però la questione è che sia bāhyārtha sia vijñāna sono oggetto di conoscenza da parte del Sākṣin, e non sono mai conosciute come indipendenti da questo; dunque per quanto sembrino essere nate, in realtà non lo sono affatto e, come non era nato cittadṛṣya, ugualmente non è nato neppure citta. E questo proprio in quanto sono entrambi “testimoniati” dalla coscienza, cioè dal Sākṣin. Così emerge il senso della “ragione logica” presentata dalla kārikā in questione.

                      Questa dottrina della non-nascita è splendidamente illustrata dall’esempio del tizzone ardente. Il vijñānavādin non può uscirne: se il movimento (spandana) o nascita (janma) non è oggetto di testimonianza – non è testimoniato (niḥsākṣika) -, ciò equivale a dire che non c’è alcun tipo di pramāṇa a stabilirlo. Se invece si ammette che esso è effettivamente testimoniato o conosciuto, com’è da tutti sperimentato, cioè che ha un Sākṣin alla cui luce soltanto appare, allora si dovrà per forza accettare che il Sākṣin è eternamente privo di qualsivoglia spandana o janma1. Infatti essere oggetto di testimonianza significa, in definitiva, che la natura essenziale di tale oggetto di conoscenza è in realtà solo e soltanto jñāna svarūpa – la natura del Conoscitore, ovvero il Sākṣin -, mentre nella forma e nelle distinzioni in cui appare esso è falso, mithyā, irreale, asat, non-nato, aja, perché proiettato tramite avidyā e mai altrimenti. Dunque mentre l’oggetto di testimonianza, in quanto conosciuto, è essenzialmente il Sākṣin soltanto, per come appare, in quanto oggetto, è da Esso distinto e in realtà è māyājanma, cioè ajanma soltanto. Di nuovo, l’esempio del tizzone illumina entrambi questi aspetti. Perciò si può affermare: “[Essa per natura] appartiene alla [coscienza che è] affatto non-generata e totale, perché, invero, [anche prima della realizzazione] ciò [come la dualità e la nascita] era oggetto di percezione per la coscienza”.

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                      Per quanto riguarda invece l’articolo di G.G. Filippi sulla causalità-ignoranza apparso recentemente su una rivista2 (“La causalità-ignoranza nel sonno profondo secondo la Māṇḍūkya Upaniṣad e le Kārikā di Gauḍapāda”), mi unisco alle considerazioni fatte da altri: è un testo corposo, rigoroso, chiarissimo (nel senso che è preciso, quasi tagliente, nell’utilizzo e nella spiegazione del linguaggio e dei significati propri dell’Upaniṣad), ma forse difficile se il lettore non possiede una preparazione adeguata. A mio avviso i passi più ostici, proprio perché contrari al senso comune che tende ad immaginarsi il rapporto vidyā-avidyā come fosse causa-effetto, sono quelli sull’irrealtà dell’ignoranza:

                      Ora, non è possibile pensare che l’ignoranza della Realtà (tattvāgrahaṇa) sia qualcosa di veramente esistente, in quanto non potrebbe essere prodotta da una causa. Una causa è tale se produce un effetto, ma se l’effetto è inesistente, la causa non può essere considerata tale. Non si può, infatti, dimostrare che una tale non esistenza limiti prājña, viśva e taijasa. Non è affatto scopo di questa kārikā insegnare che agrahaṇa è un seme (bīja) in senso reale e che prājña ne sia limitata.

                      E:

                      A chi si riferiscono questi due tipi di ignoranza chiamati causa ed effetto (kāryakāraṇāvidyā)? Non è affatto accettabile che l’ignoranza possa essere riferita a Paramātman che è della natura essenziale del Sākṣin. Nei mantra della Māṇḍūkya e nelle Kārikā, l’Ātman che esiste nei tre stati (avasthā) è lui stesso chiamato viśva, taijasa e prājña. Ma ciò non equivale a dire che anche gli stessi viśva, taijasa e prājña hanno invariabilmente esperienza delle avasthā? Perciò, a chi è riferita l’avidyā denominata agrahaṇa e a chi quella detta anyathāgrahaṇa?» Certamente queste avidyā non possono essere attribuite al Turīyātman, dato che questa verità è stata espressa inequivocabilmente dalla stessa kārikā. È una contraddizione insostenibile pensare che l’ignoranza possa essere riferita al puro Sé che è Coscienza ed Esistenza. Non è nemmeno possibile sostenere che, poiché tutti riconoscono che è errato attribuire a Turīya l’ignoranza di qualsiasi tipo, l’ignoranza causale (kāraṇāvidyā) esista solo per prājña, taijasa, e viśva. Infatti il serpente preso al posto della corda per errata conoscenza, pare possedere ignoranza nelle forme di agrahaṇa e anyathāgrahaṇa. Ma in realtà il serpente non esiste affatto, esiste la corda. Perciò non può essere accettata l’affermazione che avidyā sia attribuibile a prājña, taijasa e viśva, che sono l’Ātman come appare illusoriamente. La soluzione di questo dubbio è la seguente: nel dominio empirico, vale a dire nel nostro mondo quotidiano (vyavahāra), anche colui che desidera la conoscenza intuitiva dell’Assoluto, il jijñāsu, deve per forza pensare di sperimentare la veglia, il sogno e il sonno profondo. L’ignoranza esiste solo per quella persona.

                      In queste due citazioni c’è forse qualche passaggio non immediato. La questione dell’avidyāśraya, ovvero “a chi appartiene l’ignoranza?”, è fra quelle che meritano particolare attenzione, tenendo presente la mole di incomprensioni e dibattiti che si sono generati su questo punto anche in ambiente vedāntico, tra mūlāvidyāvādin, Rāmānuja, Madhva etc. In effetti, capire correttamente questo punto significa comprendere anche il senso śaṃkariano dell’adhyāsa, e con essa l’advaitavāda. Interessante l’utilizzo che, nell’articolo su Atrium, si fa dell’illustrazione del serpente, il quale sembra (lui) possedere l’ignoranza nelle due forme (kāryakāraṇāvidyā), e che invece non esiste perché in verità esiste solo la corda: solitamente il serpente è l’apparenza che si vede per errore sovrapposta alla corda. Ora, sbagliando, si immagina che ciò significhi che per errore qualcuno scambia il Sé per il non-sé. Tuttavia così sorge il dubbio: chi è che prende, in una misteriosa occasione, il Sé per il non-sé? Ovviamente non può essere il Sé, la cui natura è la Coscienza eternamente priva di difetti e legami, né d’altra parte può esserci un altro testimone che oggettivi veramente l’Ātman prendendolo per qualcos’altro; in più, io sono il risultato di adhyāsa, dunque non posso preesistere ad essa per compierla.

                      Si tratta in fondo sempre della medesima questione osservata da visuali leggermente differenti: l’āśraya di avidyā non è differente dal ricercarne la causa, o chiedersi quando e come sia avvenuta l’ignoranza. Se si cerca un pramāṇa, una fondazione logica, non se ne esce mai e si finisce per fare esattamente come i mūlāvidyāvādin, con tutte le contraddizioni che ne conseguono. Ma la questione è proprio che costoro prendono l’ignoranza, con la differenziazione che ne risulta, come fosse un fatto, una realtà obiettiva, invece che come un’illusione come insegna Śaṃkara, perché pensano che obiettivo sia il mondo, effetto di quella ignoranza che essi vedono. Cercare di fondare così adhyāsa significa averne dimenticato la natura, come spiega Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī:

                      Dato che le relazioni empiriche si compiono sempre invariabilmente nel dominio di avidyā, le domande “Di chi è avidyā? Che scopo ha? Qual è il suo effetto? Come scompare?” sono tutte poste solamente nell’ottica dell’ignoranza. […] Non conoscendo la dottrina per cui “tutte le azioni empiriche sono compiute a causa di avidyā” alcuni si sono chiesti “da quale causa è sorta avidyā?” e hanno immaginato per avidyā una causa-radice che hanno chiamato mūlāvidyā. Compiono questo errore perché hanno scordato la natura di avidyā. Poiché tutta la realtà empirica è derivata unicamente da avidyā, non c’è bisogno di spiegare di nuovo che anche la relazione conoscenza-ignoranza (vidyā-avidyā vyavahāra) ha la sua unica causa in avidyā.3

                      Cercare di conoscere l’ignoranza con la Coscienza è come farsi luce con una torcia per vedere l’oscurità, diceva Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī! Non si può dare rigorosa intellegibilità dell’ignoranza o di ciò che, come suo prodotto, è in realtà assenza, asat.

                      Tornando all’esempio del serpente testé citato, mi sembra che esso sia particolarmente utile perché abitua a non escludere il soggetto empirico che compie l’indagine dall’anātman prapañca proiettato dall’ignoranza: con ciò si intende dire che anche chi si pone la domanda in questione (vale a dire: chi è che prende, in una misteriosa occasione, il Sé per il non-sé?), cioè il soggetto empirico alla ricerca della Liberazione, è solo immaginato tramite l’ignoranza, cioè è anch’esso “parte” del serpente sovrapposto alla corda. Infatti, immaginare l’idea dell’io quale soggetto (pramātṛ) dell’Ātman preso come oggetto (prameya), e che poi io in quanto pramātṛ confonda Sé e non-sé per infine indagare e discriminarne le nature, è soltanto adhyāsa. Le due forme di ignoranza sembrano apparire a “me”, soggetto empirico, e mi sembra che sia io a prendere il serpente per la corda, cioè il Sé per il non-sé; ciò, da un punto di vista empirico, è accettabile perché chiaramente l’ignoranza è una modificazione dell’antaḥkāraṇa. In realtà però tutte queste cose come avidyā, il soggetto di avidyā, l’oggetto di avidyā, sono proiettate da avidyā stessa. Chi ignorava e ciò che era ignorato, il velo e il velato, l’apparenza e la scomparsa della dualità, tutto ciò insieme è l’irreale fantasmagoria dovuta all’ignoranza e non esiste affatto dalla visuale della Realtà. Anche se ciò non è rappresentabile concettualmente dalla mente che interpreta secondo le forme a priori di spazio, tempo e causalità, le cose stanno così e ciò è provato dall’unico pramāṇa capace di far uscire dall’ignoranza – e dunque capace di farla osservarla “dall’esterno”; tutti gli altri, essendo all’interno di avidyā e avendola come loro presupposto, non possono pretendere di “descriverla” o darne intellegibilità -, cioè l’anubhava4. È l’anubhava, infatti, che ci testimonia che la nostra vera natura è eternamente priva di avidyā, che dove non c’è adhyāsa non c’è neppure dvaita (come in sonno profondo) – né una falsa apparenza sovrapposta, né la stessa sovrapposizione di Sé e non-sé, né qualcuno che li confonde in tal modo, etc. – mentre essa appare per l’io empirico; e, al contempo, l’io empirico c’è solo commettendo adhyāsa e mai altrimenti. Quindi, io come pramātṛ che “attualmente” sono ignorante e confondo Sé e non-sé, assieme al non-io o mondo-oggetto che proietto sul Brahman, sono il serpente sovrapposto sulla corda; tutto questo “appare” soltanto all’ignorante, ovvero nel dominio di un errore di fondo – l’adhyāsa appunto – e perciò ha la natura di un pensiero erroneo (mithyā pratyaya) e non di una sostanza esistente, ossia in definitiva e dalla visuale della Realtà non appare affatto, esso è proprio non-nato. Oppure, detto altrimenti, il serpente sembra avere queste due forme d’ignoranza, l’ignoranza apparendo solo per lui; in realtà però il serpente non esiste, c’è solo la corda, e come esso non esiste, non esistono neppure le due forme d’ignoranza che possedeva. “Io” stesso, il mondo che vedo sul Brahman e le forme d’ignoranza che mi sembra possedere rispetto l’Ātman, sono tutti nell’ambito di questo errore di fondo, sciolto il quale scopro che sono inesistenti e che la mia vera natura è sempre libera da essi.

                      Non bisogna pensare che la dualità sia apparsa realmente: l’apparire (in veglia e sogno) e lo scomparire (in sonno profondo o nel pralaya) della dualità sono nell’ignoranza e dal punto di vista di avidyā soltanto, non realmente. Ogni conoscenza empirica ha come proprio presupposto l’indebita identificazione di Ātman e anātman: ora, tutto ciò che ha come presupposto un errore e che appare in seguito ad esso è esattamente come il serpente dell’esempio, è tutto solo un pensiero erroneo e in realtà non appare mai. L’intero vyavahāra, assieme a tutte le distinzioni che vi si riscontrano – indefinità spaziale, perpetuità temporale, concatenamento causale, soggetto-oggetto, vidyā-avidyā – sono questo falso concetto immaginario, sono proprio come il serpente non-nato, per quanto agli avivekin che confondono reale e irreale sembrino realtà obiettive; questo intendono Gauḍapāda e Śaṃkara.

                      Lo ripetiamo: anche l’ignoranza stessa, il suo oggetto e il soggetto che la possiede, tutti assieme sembrano apparire solamente nella trama di questo pensiero erroneo, procedente dall’adhyāsa implicito in ogni processo di pensiero e d’azione, e mai dalla visuale della Realtà. La difficoltà d’intellegibilità ovviamente sta nel fatto che il presupposto erroneo (l’erronea sovrapposizione mentale) sembra apparire “internamente” alla propria fantasmagoria, e così la nostra mente è persuasa che esso sia coinvolto e determinato da quei rapporti (prima-dopo, qui-lì, causa-effetto, soggetto-oggetto, etc.) che invece sono soltanto sue conseguenze. Gli effetti non possono riguardare la condizione5. Osservando le cose dal punto di vista empirico non se ne esce e d’altronde questa indescrivibilità si addice alla natura dell’ignoranza, perché essa non consiste in una sostanza. Qui c’è allora l’adhyāropa di vidyā e della sua efficacia per distruggere completamente (l’adhyāropa di) avidyā:

                      L’idea di essere limitato dal corpo e di ottenere la Liberazione finale da quella limitazione consiste nell’essere ignoranti della natura dell’Ātman e nel cancellare quell’ignoranza con mezzi di retta conoscenza.6

                      Mentre dal punto di osservazione della Realtà c’è sempre soltanto Brahman e nient’altro. Questo ci è testimoniato inequivocabilmente dall’anubhava. Il mio essere ignorante è una falsa apparenza, come tutto il resto, che appare soltanto nell’errore e mai al di fuori o realmente; in realtà non esiste o, detto altrimenti, Io ne sono sempre libero. Non esiste l’“io” o il “mio”, poiché io sono il puro Sé, eternamente libero dal non-sé. Come è una sovrapposizione al sole la nozione di tenebra, così è una sovrapposizione a me la nozione di ignoranza, e altrettanto lo è la nozione della sua eliminazione.

                      In ultima analisi, quegli stati erroneamente pensati, non esistono, e neppure la mente che li aveva pensati. L’errore sta nel considerare reale il punto di vista empirico dipendente dalla mente individuale e nell’incapacità di porsi nella prospettiva metafisica dell’Ātman. Vale a dire che si continua a considerare Ātman come altro da Sé.7

                      Se nessuna descrizione logica è in grado di stabilire questo rapporto tra l’ignoranza e i suoi contenuti, ciò in definitiva non rappresenta un problema – o lo è solo per un errore di prospettiva, come questione mal posta – qualora si rammenti che ogni relazione empirica – cioè l’ambito di applicabilità della predicabilità logica come d’ogni altro pramāṇa – è dovuta ad avidyā e quindi non la riguardano. Essendo inclusa in avidyā, avendola come presupposto e “venendo dopo” di essa, l’anumāna (l’inferenza) – e più in generale il pensiero rappresentativo – non può afferrarla, non può “definirla”. L’intellezione e la causa vengono nell’adhyāsa. L’errore di prendere l’illusione per un fatto (illusorio) ha condotto alcuni a trattare adhyāsa come una realtà obiettiva, come una sostanza e dunque a ricercane una plausibile causa – e con essa la descrizione logica corrispondente – che ne giustificasse la presenza. Hanno completamente frainteso il senso di adhyāsa e la sua natura. Invece, Śaṃkara spiega con termini inconfondibili nell’Adhyāsa bhāṣya, che adhyāsa non va interpretata come qualcosa di sovrapposto, ma come lo stesso erroneo processo mentale di sovrapporre (adhyāso nāma atasmin tadbuddhihi iti avōchāma). In questo senso credo vada inteso il fatto che adhyāsa sia svābhāvika, anādi e ananta, ma che ciò nonostante sia l’errore della mente ignorante e non un qualcosa di oggettivo come pensano i mūlāvidyāvādin: finché esiste il vyavahāra esisteranno inevitabilmente sia agrahaṇa sia anyathāgrahaṇa, con i loro saṃskāra. Adhyāsa non significa che esista (veramente) una falsa apparenza, ma che è falso che vi sia veramente un’apparenza; non è l’errore che deve essere considerato una realtà empirica, ma è la realtà empirica a dover essere ricondotta e ricompresa nell’errore. Afferma Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī:

                      Solo bhrānti può essere chiamata avidyā. L’intero mondo insenziente (anātman prapañca, comprese le componenti dell’aggregato individuale) che appare essere lì [sovrapposto sul Brahman], mentre in realtà lì non c’è, questo è adhyāsa. Perciò l’intero anātman prapañca è dovuto ad adhyāsa, è dovuto a bhrānti, è dovuto al fraintendimento. Non devi pensare che l’essere dovuto al fraintendimento significhi una questione di “produzione”. Non pensare così: «c’è un fraintendimento che produce il mondo inerte, il mondo insenziente». Non è una questione di “produzione”. Brhānti non significa produzione. Significa invece che il pensiero che ci sia un mondo insenziente inerente al Brahman, questo stesso pensiero è bhrānti. Noi viviamo nel livello di cause-effetti, il che significa che una persona si identifica al complesso di corpo, sensi e mente. Noi siamo nello stato di veglia, o di sogno, il che è lo stesso. All’interno dello stato tale persona rimane identificata alla mente, etc. e conosce le cose in termini di spazio e tempo. E perciò guarda al mondo nei termini della relazione di causa ed effetto. Così l’intero mondo di oggetti è costituito di relazioni di causa-effetto. La nostra stessa mente pensa sempre e soltanto in questi medesimi termini. Perciò ogni volta che tu pensi alla relazione di vidyā-avidyā di nuovo stai immaginando cause ed effetti.

                      Se infatti sciolgo l’adhyāsa, tutto ciò che ne risulta (io, non-io, ignoranze) svanisce con essa. È in questo senso, credo, che le Upaniṣad insistono e si concentrano sulla conoscenza dell’unità dell’Ātman e sul viveka, come unico rimedio per liberarsi dai legami che ci mantengono coinvolti nelle trame del saṃsāra, mentre non si arrovellano per cercare di fornire un impossibile spiegazione o descrizione logica di avidyā come se questa fosse un evento.

                      Mi sembra, inoltre, che questa sia effettivamente la posizione di Śaṃkara, il quale afferma:

                      Per chi è questa ignoranza? Per te che poni la domanda, diciamo noi. A questo puoi obiettare dicendo che nella śruti si afferma che ‘io sono proprio Īśvara’. Se tu pensi così, allora l’ajñāna non è per nessuno (BSŚBh. IV.1.3).

                      L’ignoranza in effetti viene anch’essa oggettivata e perciò la nostra vera natura è in realtà sempre libera da essa. Così afferma indiscutibilmente Sūreśvara:

                      La Verità non implica l’esistenza del falso. Quando si dice che «solo la pura Esistenza è reale», la gente con una mente condizionata dalla dualità pensa che ci sia un’altra falsa entità (mithyā). In realtà, non ci sono due realtà, satya e mithyā” (BV. I.3.52); “Appena insorge la vera conoscenza generata dal mahāvākya “Tu sei Quello”, l’ignoranza con tutti i suoi effetti non è mai stata, non è e non sarà mai (Saṃbandha Vārtika, 183).

                      Oṃ Tat Sat

                      1. Il movimento apparente è dovuto, per così dire, all’avidyā; la Coscienza è come se fosse, apparentemente o per errore, messa in movimento (cioè differenziatasi in pramātṛ e prameya) tramite l’ignoranza. Di conseguenza, è ugualmente errato, contrario alle Upaniṣad e insostenibile da un punto di vista logico che nell’Ātman, privo di parti, vi siano due parti: una della forma eterna, immutabile che testimonia ogni cosa (kūṭasthanitya Sarvasākṣin), e l’altra della forma della Sua testimonianza (sākṣya), cioè degli oggetti testimoniati, e perciò capace di movimento. È del tutto inappropriato dunque sostenere che per l’Ātman che è vijñānasvarūpa esista un potere di vibrazione, di movimento (spandana śakti), perché in verità vijñāna non è affatto una forma predicativa o empirica di coscienza; se così appare è solo perché si commette adhyāsa e si confonde citta con cit. Vijñāna, dal punto di vista qui sostenuto dai due Ācārya, significa advitīya Caitanya soltanto. Questo punto distingue l’Advaitavāda da altre dottrine non-supreme, come ad esempio quelle del trika, comunamente ritenute advaita. Cfr. Śaṃkara (Aitareya Upaniṣad II, 1, intro): “Colui che è cosciente di tutte le cose, sarà soltanto cosciente, e non già oggetto di conoscenza, né vi è un secondo cosciente che possa essere cosciente di tale cosciente. Se esso fosse oggetto di coscienza a se stesso, vi sarebbero due Ātman: l’uno, di cui il cosciente è oggetto di coscienza, e l’altro, che è oggetto di coscienza. Ovvero, l’unico Ātman, per divenir cosciente e insieme oggetto di coscienza, sarebbe attraversato da una fenditura come una canna di bambù. Ora, entrambe queste prospettive sono assurde […] inoltre, il cosciente, mentre è cosciente dell’oggetto di coscienza, non ha tempo che avanzi per esser cosciente anche di se stesso nel corso di tale esser cosciente”.[↩]
                      2. Gian Giuseppe Filippi, “La causalità-ignoranza nel sonno profondo secondo la Māṇḍūkya Upaniṣad e le Kārikā di Gauḍapāda”, Atrium 1-XXIII, pp. 19-36.[↩]
                      3. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, Avidyā Śaṃkara Siddhānta.[↩]
                      4. “Il mondo della dualità è causato o, meglio, proiettato dalla māyā; ciò significa che esso è un’apparenza sovrapposta ad Ātman a causa dell’errore. A nostro parere nessuno potrà mai spiegare con un ragionamento logico (yukti) come avviene questo errore [vale a dire che è impossibile spiegarlo per mezzo dei pramāṇa: l’unico modo per farlo è tramite l’Intuizione, considerata come l’unico mezzo valido per la Conoscenza pāramārthika]” (Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, Commento a Advaita Pañcaratnam, p. 136-137). Non si può infatti spiegare compiutamente l’avidyā attraverso i pramāṇa (tra cui la logica) perché tutti i pramāṇa si muovono invariabilmente “all’interno” di essa, cioè nel suo dominio, sono suoi frutti: non escono affatto da avidyā e dunque non possono definirla o comprenderla. La logica implica la dualità e si muove nel dominio delle relazioni empiriche, cioè nel dominio che deriva da avidyā: è dunque adatta a descrivere i rapporti della fantasmagoria di avidyā, ma non è in grado né di definire l’Assoluto non-duale, né la sua (presunta) relazione con il relativo, né in senso stretto l’avidyā medesima. Può invece mostrarne l’inanità l’Intuizione, cioè l’unico valido “mezzo” della Conoscenza paramārtha, ossia l’unico che effettivamente è in grado di far uscire dal dominio dell’ignoranza e certificare, verificare nei fatti la sua inconsistenza, il suo essere asat. “Dopo aver esaminato l’esperienza dei tre stati di coscienza, abbiamo dimostrato sulla base dell’Intuizione universale che Ātman è privo del mondo della dualità (niśprapañca). In Lui questo mondo della veglia soltanto appare. Qualsiasi prova logica, se è opposta all’esperienza intuitiva (anubhava), non può in alcun modo prevalere né invalidare tale esperienza. Perciò qualsiasi argomentazione logica – che ponga dubbi o contraddica la verità delle esperienze intuitive usate dalle scritture appositamente per istruire spiritualmente sull’Ātman – è in verità il risultato dell’azione della mente (antaḥkāraṇa) che appare solamente nella veglia. Così, noi dobbiamo basarci su ragionamenti intuitivi come, per esempio: «Non si possono applicare ad Ātman, che è oltre i tre stati di coscienza (traya avasthā) queste argomentazioni logiche confinate nello stato di veglia e operanti solo lì». Non possiamo, quindi, limitarci ad affermare soltanto che l’idea che il mondo sia causato da Ātman non è in accordo con la logica (yukti). Infatti, sulla base di questa affermazione incompleta, si potrebbe arrivare a confutare l’esperienza intuitiva universale (anubhava) e qualsiasi forma di ragionamento logico in accordo con l’Intuizione stessa” (ivi, p. 138), Intuizione che invece è assolutamente innegabile e certa in quanto esperienza diretta, non-mediata e non-duale. Qui non si intende dire che l’intuizione sia un pramāṇa, perché essa è la vera natura del Sé non-duale (Anubhavamātrātmakatvāt), mentre se così fosse si ritroverebbe nella distinzione della triputi proiettata da avidyā. Dicendo così si intende dire invece che, dal punto di vista del vyavahāra, l’intuizione è ciò che ci permette “fin d’ora” comunque di sapere che quell’ignoranza che sembra riguardare il soggetto empirico (e dunque riguardarci nella misura in cui ci si identifica ad esso), in realtà non ci riguarda mai, la nostra vera natura, l’Ātman svarūpa, essendo sempre libera o priva di essa. “La dottrina della non-dualità è stabilita dal mezzo di conoscenza che è l’intuizione del Sākṣin” (Sākṣyanubhavapramāṇasiddho’dvaitasiddhāntaḥ; Svāmī Jñānānandendra Sarasvatī, Vedānta Jijñāsa, p. 73).[↩]
                      5. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, Avidyā e Māyā, p. 4: “è una perdita di tempo indulgere a una seriosa discussione sulla sua causa, la sua collocazione, il suo oggetto e numero come hanno fatto numerosi advaitin post-śaṃkariani. Infatti tutte quelle categorie appartengono ai fenomeni di magia prodotta da avidyā e che, inoltre, nemmeno possono mai essere attribuite all’avidyā medesima che proietta queste fantasmagorie”.[↩]
                      6. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, Dottrina e metodo dell’Advaita Vedānta, p. 95.[↩]
                      7. Devadatta Kīrtideva Aśvamitra, Alcune precisazioni sul Metodo dell’Advaita, p. 7.[↩]