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Saggi sul Vedānta

4. Saggi sul Vedānta

    Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

    Saggi sul Vedānta

    7. Applicazione del Metodo. Essere e Divenire

    Il Dr. T.R.V. Murti, autore di The Central Philosophy of Buddhism,mentre discute la dialettica del Mādhyamika, fa un’osservazione che merita una seria considerazione da parte di tutti.

    La filosofia seleziona un particolare modello tra vari esemplificati nei fatti, lo esagera a dismisura e lo universalizza all’infinito. Il modello o concetto così selezionato e universalizzato diventa un’idea della ragione, come lo definisce Kant. Quello che ci fa scegliere un particolare punto di vista e non un altro è dovuto alla nostra affiliazione spirituale. I mahāyāni chiamerebbero questo il nostro lignaggio spirituale (gotra). Ma, avendone scelto uno, consciamente o, forse piuttosto, inconsciamente, noi lo si universalizza e lo si prende come un metro di misura. Sebbene candidamente è dato come una descrizione di fatti, ogni sistema filosofico è una valutazione delle cose o una indicazione per considerarle in un modo particolare.1

    Questo è vero nel caso dei sistemi speculativi, perché essi sono sottoposti alla tirannia dell’intelletto. L’intelletto, invero, è un umile servitore nelle mani di un qualsiasi pensatore che impugni la bacchetta magica dell’intelligibilità manovrando le leggi del pensiero, e può impegnarsi a dimostrare che ogni sistema particolare presenta una visione completa, l’unica possibile, dell’universo. O può demolire qualsiasi altro sistema o tutti gli altri sistemi esponendo spietatamente la loro inconsistenza.

    Si deve ricordare che il Vedānta, invece, non è un sistema speculativo che sceglie una particolare teoria da criticare o da difendere. Sūreśvarācārya spiega come esso sia la sola eccezione a quella regola.

    Obiezione: tutte le teorie sono ragionevoli, ognuna in accordo con il suo punto di vista, e sono non sostenibili se giudicate da altri punti di vista. Perciò non vediamo alcuna teoria su cui basare la nostra certezza. Né possiamo concepire alcun modo di approccio che non sia criticabile da tutti gli altri pensatori o che sia sostenuto da tutti, in quanto al riparo da qualsiasi attacco dei logici! Risposta: si può ben concepire una tale dottrina senza alcun problema. Perché tutti i modi di accostare la verità trovano rifugio nell’intuizione. Questo è stabilito nel seguente verso: “I logici si confondono in una rete di perché e di per come, pesantemente afflitti dalla febbre di discussione. Ma è a questa esperienza [intuitiva] che alla fine fanno ricorso”. (Naiṣkarmya Siddhi, II.59)

    Ogni ragione addotta si richiama all’intuizione universale, che è indiscutibile e così, dice Sūreśvara, il Vedānta che basa tutto su questa intuizione, è, consapevolmente o inconsapevolmente, accettato da tutti.

    Illustreremo il nostro pensiero riferendoci alla questione dell’‘essere’ di cui trattiamo in questa sezione. Su ogni argomento sono possibili soltanto quattro punti di vista e, quindi, i buddhisti usano la dialettica dei quattro punti di vista (catuṣkoṭi) che rifiuta tutti gli altri punti di vista. Il loro rifiuto si basa sulla contraddizione implicita in ogni punto di vista. La loro conclusione è, dunque, che devono essere rigettati tutti i possibili punti di vista. Il Dr. Murti cita il seguente verso di Āryadeva tratto dal Catuḥśatakam:

    Essere, non essere, entrambi [essere e non-essere], nessuno [né essere né non-essere] 2, questi sono i quattro punti di vista tra loro opposti che il saggio deve applicare come ‘metro di misura’ per tutte le altre concezioni [da esaminare]. (CŚ XIV.21)

    Gauḍapāda, che utilizza volutamente la dialettica buddhista per confutare i diversi punti di vista riguardo la Realtà, dimostra anche che tale confutazione giunge a rivelare indirettamente la verità del Vedānta. Perciò scrive quanto segue:

    Chi senza discriminare afferma che ‘esiste’, ‘non esiste’, ‘esiste e non esiste’, o ancora che ‘non esiste e non esiste’, sovrappone certamente all’Ātman le idee di ‘mutabilità’, ‘immutabilità’, ‘mutabilità-immutabilità’ e non esistenza. Se si crede in queste quattro teorie contrapposte, Īśvara rimane sempre nascosto. Invece, chi vede il Signore incontaminato da esse, è onnisciente. (MUGK IV.83-84)

    Il lettore noterà che Gauḍapāda sostiene che la Realtà, essendo della stessa natura dell’a intuizione, trascende tutti i concetti del dominio empirico; di conseguenza, non può essere provata né contraddetta per via di affermazione o di negazione. Ātman o Brahman è l’Assoluto al di là di tutti le attribuzioni empiriche.

    Tenendo a mente questa posizione vedāntica, consideriamo ora il problema di essere e divenire secondo l’adhyāropāpavāda nyāya. A questo proposito esaminiamo i seguenti testi:

    Egli (Ātman) desiderò: “Voglio diventare molteplice, voglio nascere” […] la Realtà divenne il reale e il non reale. (TU II.6)

    In principio c’era solo l’Essere, Uno senza secondo. Qualcuno disse: “All’inizio questo Uno senza secondo era solo Non-essere. Come potrebbe essere così, mio caro? Come potrebbe mai l’Essere nascere dal Non-essere? In principio, mio caro, c’era solo l’Essere, uno senza secondo”. (ChU VI.2.1-2)

    Esso pensò: “Voglio diventare molteplice, voglio nascere”. Esso creò il fuoco. Quel fuoco pensò: “Voglio diventare molteplice, voglio nascere” e creò l’acqua. Quell’acqua pensò: “Voglio diventare molteplice, voglio nascere” e creò il cibo. (ChU VI.2.3-4)

    Qui si pone un problema. In principio c’era solo la Realtà. La Realtà era il Tutto senza secondo, come poteva desiderare di diventare molteplice? Come poteva nascere? La Realtà, essendo l’Assoluto, libero da tutte le determinazioni, come avrebbe potuto desiderare di modificarsi senza cessare di essere l’Assoluto. Questa difficoltà si risolve solo ricordando che questo è il modo con cui le Upaniṣad esprimono verità universali. Tale affermazione significa soltanto che l’universo, pur apparendo tramite numerosi fenomeni soggetti a cambiamento e diversi fra loro, è in realtà solo l’Assoluto, uno senza secondo.

    Non sarebbe corretto supporre che questa sia una definizione dal punto di vista della sostanza, opposto al punto di vista che riconosce la realtà solo come cambiamento. Questo non vuole affermare la supremazia dell’‘essere’ come opposto al divenire; l’Essere assoluto non ha nulla a che fare con l’opposizione tra il permanente e il mutevole. L’Upaniṣad sembrerebbe presupporre una scuola che avrebbe sostenuto che tutte le cose positive sono uscite dal Non-essere (tasmā dasataḥ sajjāyata). Questo è solo il modo upaniṣadico di esporre il punto di vista ordinario che considera ogni cosa nata come fosse stata inesistente prima della sua nascita; su questa base si conclude che, prima che il mondo fosse apparso, non c’era nulla. Oppure questo può essere il punto di vista filosofico, per cui non ci può essere alcun sostrato soggiacente al mondo fenomenico che sperimentiamo. Esamineremo questo punto di vista quando ci occuperemo del concetto di causalità.

    Nel mondo empirico ‘essere’ implica tempo e spazio ed è difficile capire a cosa corrisponda in quanto distinto da ‘divenire’. Yāska nel suo Nirukta afferma che le cose hanno sei bhāva vikāra o cambiamenti d’esistenza. Una cosa nasce, esiste, cresce, si trasforma, decade ed è distrutta. Tutti questi cambiamenti possono essere riassunti nel concetto di divenire e sono tutti percepiti nel tempo e nello spazio. Tuttavia, abbiamo l’idea che ci sia qualche ‘cosa’ che soggiace a tutti questi cambiamenti e che si suppone sia permanente. È enfatizzando questo punto di vista della sostanza che alcune scuole di pensiero s’oppongono ad altre che sostengono che solo il cambiamento e il movimento costituisce il nocciolo della realtà.

    Il Testimone che ci permette di riconoscere l’essere e il divenire delle cose, tuttavia, non è né soggiace ad alcun divenire in tempo e spazio, essendo il Sākṣin dell’intero universo all’interno e all’esterno, includendo spazio e tempo. Esso non è né qui né lì, né nel passato né nel futuro e non è toccato dal concetto di essere e divenire. Poiché la sua non-esistenza è impossibile da concepire, nelle Upaniṣad è stato chiamato Sat. E poiché solo nella sua luce abbiamo consapevolezza dell’universo e perfino concepiamo la scomparsa dell’universo, è stato chiamato anche jñānam o vijñānam, Coscienza.

    Questo Testimone deve perciò essere descritto come Essere-Coscienza.

    Qui Sat deve essere capito come l’entità che è Puro Essere, sottilissimo, libero da tutte le caratteristiche specifiche, onnipervadente, uno, incontaminato, indivisibile; la Coscienza conosciuta in tutte le Upaniṣad. (ChUŚBh VI.2.1)

    Essere e Coscienza non sono due qualità distinte in Ātman; Ātman è l’Assoluto vedāntico, libero dalla dualità dell’interno e dell’esterno da Sé. Nel corso di una discussione volta a confutare come una antica scuola di advaitin interpretava i Brahma Sūtra, Śaṃkara sottolinea quanto segue:

    Non è possibile affermare che Brahman sia solo della natura di Essere e non di Coscienza; perché in tal caso, la śruti “Egli è del tutto cosciente” (BU II.4.12) sarebbe priva di senso. E, come potrebbe Brahman, privo di Coscienza, essere insegnato quale Sé del jīva? Né si può affermare che Brahman sia solo della natura di Coscienza e non di Essere, perché allora i testi come “Egli dovrebbe essere espressamente conosciuto in quanto Essere” (KU VI.13), perderebbero il loro significato. Come si potrebbe sostenere la dottrina della Coscienza priva di Essere? Né è possibile asserire che Brahman possieda entrambe queste caratteristiche. Perché allora sarebbe contrario a ciò che si sostiene all’inizio (che Brahman non è molteplice). (BSŚBh III.2.21)

    Quindi non si può mai sostenere che Essere e Coscienza siano due diverse proprietà di Ātman senza contraddire l’innegabile intuizione universale di Ātman come pura Coscienza e puro Essere, ossia che è insieme Coscienza che non desidera alcun oggetto ed Essere che non ammette alcuna caratteristica specifica.

    Talvolta i critici del Vedānta sostengono che le Upaniṣad o i vedāntin identificano l’Assoluto con qualcosa sperimentato in qualche forma anche empiricamente, cioè l’Ātman come sostanza, e che il Vedānta tratta l’immutabile, universale e privo di relazioni in quanto opposto al mutevole, particolare e relazionato3. Sarà evidente da quanto precede, che il vero Ātman-Brahman del Vedānta trascende tutte queste coppie di opposti. Ci riserviamo di considerare gli altri concetti quale ‘universale e non relazionato’ per una futura discussione. Facciamo notare qui che l’Assoluto come Puro Essere (asti) nel Vedānta è uno strumento usato per rigettare l’essere e divenire empirici in riferimento all’Ātman. Le seguenti citazioni sostengono questa affermazione:

    Egli dovrebbe essere espressamente conosciuto in quanto essere (empirico) e anche nella sua reale natura (assoluta). Di questi due aspetti, la vera natura (di Ātman) che è stata espressamente conosciuta, rivela sé stessa (a chi lo ha conosciuto esistere). (KU VI.13)

    Dell’Ātman, che si è precedentemente conosciuto, cioè conosciuto per mezzo dell’esistenza dovuta alle attribuzioni condizionanti dell’effetto preesistente. Dopo di che il tattvabhāva, la reale natura, la natura incondizionata non duale distinta dal conosciuto e dal non conosciuto, indicata dalla śruti come “né questo né questo”, “non grosso, non sottile, non corto”, “invisibile, senza corpo, non definito, privo di supporto” ecc., si volge a lui per rivelare la sua natura. Lo scopo è (che questo aspetto si svela a lui) che lo ha precedentemente conosciuto come Esistente. (KUŚBh VI.13)

    Questa vera natura (tattvabhāva) di Ātman-Brahman dovrebbe essere sempre intesa nella śruti anche quando alla Realtà sono applicati termini apparentemente positivi. È sufficiente citare questo passaggio dal commento all’Aitareya Upaniṣad:

    È, non è, uno, molti, con qualità, senza qualità, conosce, non conosce, statico, dinamico, effetto, non-effetto, con causa e senza causa, felicità e sofferenza, l’interno e non-interno, vuoto, non vuoto, me stesso, altro da me. Chiunque cerchi di sovrapporre tali costruzioni mentali sulla sua vera natura, che va oltre tutte le parole e tutti i pensieri, è come se cercasse di avvolgere l’essere con un pezzo di pergamena e di salire come se fosse una rampa di scale; è come se cercasse di trovare le orme dei pesci nell’acqua e degli uccelli nel cielo! Perciò ci sono śruti come le seguenti: “Non questo non questo”, “Dal quale tutte le parole ritornano indietro”. (AiUŚBh, discussione finale del I cap.).

    1. CPhB, Abingdon (UK), Routledge, 2013 (I ed. 1955), p. 125.[↩]
    2. Oppure: “esiste”, “non esiste”, “esiste e non esiste” “né esiste né non esiste”; Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā, IV.83.[↩]
    3. CPhB, pp. 236; 315.[↩]

    3. Saggi sul Vedānta

      Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

      Saggi sul Vedānta

      6.  Avidyā e Māyā

      Abbiamo visto che l’insegnamento unico delle Upaniṣad è che la Realtà è il Tutto, l’Uno senza secondo, e che questa Realtà è chiamata Brahman, più grande del più grande essere perché non limitata da null’altro. È anche chiamato Ātman perché è il Sé reale di ogni cosa e di ognuno di noi. Il cosiddetto universo, come la gente lo percepisce, è solo un’apparenza. Pensare altrimenti è avidyā e accertare questo così com’è, è vidyā.

      Questo modo di spiegare la verità sulla base delle Upaniṣad, appartiene alla tradizione di Śaṃkarācārya e di Gauḍapādācārya, il suo grande Guru. Ci sono state altre scuole di Advaita, precedenti e successive a Śaṃkara, con prospettive divergenti; e anche fra gli stessi seguaci di Śaṃkara sono sorte differenze di opinioni su quale sia l’autentica interpretazione delle Upaniṣad. Queste differenze sono state causate soprattutto dall’ignoranza del metodo upaniṣadico dell’adhyāropāpavāda che Śaṃkara mette bene in evidenza nel suo Bhāṣya. Dato che non è possibile entrare in questa sede in tutti questi dettagli, ci accontenteremo di confermare l’autentico insegnamento delle Upaniṣad e di citare i passaggi più rilevanti che sostengono il nostro punto di vista e che sono tratti dalle stesse opere di Śaṃkara.

      Sarà utile ricordare che generalmente le Upaniṣad usano i termini di vidyā e avidyā per indicare rispettivamente la giusta conoscenza e la conoscenza erronea, mentre con prakṛti e māyā designano entrambe l’apparenza oggettiva proiettata dall’ignoranza.

      Molto separate, mutuamente opposte e movendosi in direzioni contrarie sono queste due, cioè avidyā e ciò che è conosciuto come vidyā; io vedo in te, o Naciketas, un aspirante alla vidyā, perché i molti oggetti di fruizione non ti hanno distratto dalla tua meta. (KU II.4)

      Questa è l’introduzione di Yama all’Ātma vidyā.

      Si dovrebbe conoscere che prakṛti è māyā. (ŚU IV.10)

      In accordo con ciò Śaṃkara scrive:

      Nome e forma proiettati da avidyā come identici al Signore onnisciente, ma non definibili né come identici né come altro da lui, costituiscono il seme dell’intero sviluppo del mondo del saṃsāra e sono chiamati nelle śruti e nelle smṛti, māyā, śakti e prakṛti dell’onnisciente Signore. (BSŚBh II.1.14)

      Nonostante questo, c’è il comportamento naturale e umano (di pensiero, parola e azione) nella forma di ‘io sono così e così’ e ‘questo è mio’, mescolando il reale con l’irreale, a causa di una errata conoscenza di entrambi e dei loro attributi, che sono [tra loro] assolutamente diversi, sovrapponendo la natura e le proprietà dell’uno sull’altro a causa della non discriminazione di uno dall’altro. (BSŚBh, Adhyāsa Bhāṣya)

      Di fronte alle precedenti inequivocabili definizioni di avidyā e māyā, i sotto-commentari allo Śaṃkara Bhāṣya hanno dato inizio a una sequela di equivoci, affermando enfaticamente l’identità tra avidyā e māyā e definendo avidyā non come una ignoranza soggettiva, ma come qualcosa di obiettivo applicato ad Ātman. In tal modo hanno distorto la sua natura trasformando il puro Brahman in un’anima trasmigrante, coprendo la sua natura essenziale. Per esempio, la Pañcapādikā è forse il più antico commento al Sūtra Bhāṣya che segnò il primo scollamento dalla pura tradizione śaṃkariana.

      Qui, (cioè, quando si pone la domanda riguardante la causa materiale, ecc. di ahaṃkāra) la risposta che si ottiene è questa: “Ciò che è variamente descritto in diversi contesti di Śruti, Smṛti, Itihāsa, e Purāṇa come nāma-rūpa, avyākṛta, avidyā, māyā, prakṛti, agrahaṇa, avyakta, tamas, kāraṇa, laya, Śakti, mahāsupti, nidrā, akṣara, ākāśa; ciò che avendo impedito a Caitanya di manifestarsi come della natura di Brahman, che è la sua caratteristica essenziale, porta alla sua individuazione (jīvatva); ciò che serve come schermo su cui si proiettano l’illusione dell’immagine, l’azione e le impressioni residue (upādhi) delle cognizioni passate; ciò che esiste in sonno profondo, che nasconde (āvaraṇa) la luce (dell’Ātman) e rimane solo come tracce mentali della proiezione del mondo (vikṣepa), questo è l’avidyā senza inizio. (PP XXVI.95)

      In questo testo, la cui paternità attribuita a Padmapāda è discutibile1, si vuole descrivere avidyā come causa materiale di ahaṃkāra, ovvero la forma della mente che si suppone essere un’aggiunta condizionante di Ātman in virtù della quale Ātman si trasforma nello sperimentatore individuale dei frutti delle azioni. È degno di nota che nāma-rūpa, avyākṛta (stato indifferenziato o causale del mondo), avidyā, māyā, prakṛti, agrahaṇa (non comprensione) e avyakta, sono tutti dati come sinonimi di avidyā, in chiara contraddizione con il Bhāṣya di Śaṃkara che dichiara espressamente che māyā o avyākṛta è avidyākalpitam ossia immaginazione2 dovuta ad avidyā (ignoranza) o adhyāsa (sovrapposizione).

      Citiamo un altro passaggio da Śaṃkara dove si stabilisce chiaramente come nāma-rūpa o avyākṛta (seme indifferenziato del mondo) è un’invenzione di avidyā:

      Che Brahman diventi oggetto di trasformazione o di altri tipi d’espressione nel suo aspetto particolare di nome e forma proiettato da avidyā, che sia differenziato o indifferenziato, non si può definire come quello o altro da quello. Nella sua reale natura, tuttavia, esso rimane oltre tutti quei modi di espressione. (BSŚBh II.1.27)

      Secondo Śaṃkara non sarebbe nemmeno sbagliato parlare di avidyā come māyā e anche di māyā come avidyā, purché in senso secondario. Nel suo senso primario, indubbiamente avidyā significa ignoranza e perciò si riferisce a una nozione soggettiva. In senso secondario, però, la parola può essere estesa per intendere qualsiasi oggetto immaginato dall’ignoranza. In quel caso, l’uso permetterebbe affermazioni come ‘tutto questo è avidyā’, per intendere solo che ogni cosa che appare come oggetto è un’immaginazione di avidyā e non veramente reale. Similmente, quando con il termine avidyā si intende una modificazione della mente, è evidentemente incluso nel mondo fenomenico e quindi può essere più propriamente chiamato māyā. Per evitare confusioni, restringeremo l’uso di queste parole avidyā e māyā per definire rispettivamente l’ignoranza e il binomio nome-forma. Avidyā sarà dunque il nome della mutua sovrapposizione del Sé e del non-sé, a discapito di qualsiasi altro significato queste parole possano avere in altre dottrine.

      Questi termini sono usati nel Vedānta per designare rispettivamenteun particolare tipo di conoscenza errata e i fenomeni oggettivi, unicamente al fine di spiegare al lettore l’Essere assoluto o l’Ātman-Testimone per mezzo dell’adhyāropāpavāda, e non per formulare teorie concorrenziali con altre. Quest’ultimo fraintendimento prevale in certi ambienti anche oggi. Rāmānujācārya, per esempio, confonde l’insegnamento di Śaṃkara su avidyā e māyā con la teoria post śaṃkariana su avidyā e con la dottrina di māyā dei buddhisti. Ha brigato in tutti i modi per elaborare una confutazione della teoria di avidyā definendo gli advaitin ‘parchanna māyāvādin’ (cripto buddisti). Seguendo questa idea, il Dr. Murti scrive queste note su Śaṃkara e Gauḍapāda:

      Gauḍapāda e Śaṃkara semplicemente espongono le implicazioni di questo punto di vista dei precedenti vedāntin quando dichiarano il cambiamento, la differenza e la pluralità come illusori; essi formulano la dottrina complementare per spiegare l’apparenza di differenze.3

      Che Śaṃkara non abbia formulato alcuna dottrina di avidyā, ma che abbia semplicemente attirato la nostra attenzione alla naturale tendenza della mente umana, è stato abbondantemente chiarito dalle citazioni dei suoi passaggi. E che Gauḍapāda ugualmente non abbia elaborato una tale dottrina, ma che si sia solo impegnato ad attirare l’attenzione dei cercatori verso l’innegabile non duale Coscienza-Esistenza, cioè l’Ātman delle Upaniṣad,sarà ben chiaro dalla seguente citazione:

      Il sogno pertiene a colui che prende (la Realtà) come diversa e il sonno a colui che non conosce la Realtà; Quando l’errore di entrambi è rimosso, s’ottiene il Quarto pāda. (MUGK I.15)

      Qui Gauḍapāda tratta la veglia e il sogno insieme chiamandoli ‘sogno’, per far intendere che entrambi sono un unico punto di vista di conoscenza errata della Realtà, mentre il sonno profondo è semplicemente non conoscenza. Tuttavia dal punto di vista del reale Ātman che trascende sia la coscienza sia la non-coscienza, entrambi sono conoscenza erronea (viparyāsa). Gauḍapāda non ha mai usato la parola avidyā nella sua opera. Per lui anyathāgrahana (comprensione erronea) e agrahaṇa (non consapevolezza) che egli chiama kārya e kāraṇa (effetto e causa), sono entrambi errori (viparyāsa).

      Questa dualità è solo māyā che, in realtà, è solo non duale. (MUGK I.17)

      Qui la parola māyā è applicata al mondo della dualità. Alla fin fine non c’è alcuna teoria di māyā. In Gauḍapāda si trova una speciale accezione nell’uso della parola māyā.

      Perché ci sono le śruti “Qui non c’è alcuna dualità” (KU IV.11); e “Indra (il supremo Signore) appare multiforme per mezzo delle (diverse) ‘māyā’” (BU II.5.10); e anche “non essendo nato, tuttavia egli è nato in diverse forme per mezzo di māyā” (Taittirīya Āraṇyaka, III.13). (MUGK III.24)

      Queste sono śruti e, perciò, non si propone alcuna teoria. Il testo della BU “per mezzo delle (diverse) ‘māyā’” significa attraverso le varie percezioni sensoriali, perché nei Veda la parola māyā è usata anche nel senso di conoscenza percettiva, in base al Nirukta di Yāska. Ci sono cinque sensi, ognuno dei quali presenta la Realtà in una forma particolare: cioè come suono, tatto ecc. Questa multiforme varietà di conoscenze è evidentemente illusoria rispetto alla Realtà in quanto tale. Quindi il nome māyā si applica alla varietà della percezione dei sensi. Se si tiene a mente la precisa natura di avidyā, le sue funzioni ed effetti come sono stati definiti da Śaṃkara nell’Adhyāsa Bhāṣya, una quantità di dubbi svanirà come neve al sole. In primo luogo, avidyā è solo un nome tecnico che denota l’inveterata naturale tendenza della mente umana (naisargiko’loksvyavahāraḥ), e non una teoria. In secondo luogo, questo termine è usato dal Vedānta solo come uno strumento per insegnare la verità (adhyāropāpavādābhyaṃ niśprapañca prapañcayate), e mai con un qualcosa da ritenere veramente reale. In terzo luogo, la sua funzione consiste nello stabilire un non-sé irreale come secondo al Sé veramente reale, e nel mescolare il Reale con l’irreale (satyānṛite mithunīkṛtya) per confondere ingannevolmente l’identità e gli attributi dell’uno con quelli dell’altro. Sebbene di fatto l’irreale non-sé non sia un’entità altra dal reale Ātman, quest’ultimo è assolutamente privo di attributi e, come tale, non è un Uno in senso numerico, che esige un secondo. Infine, il suo effetto è quello di indurre la mente a immaginare di essere realmente l’agente di azioni e lo sperimentatore dei loro frutti (kartṛtva bhoktṛtva pravartakaḥ); di conseguenza tutte le azioni, gli strumenti utili a produrre azioni e i frutti, sono invero māyā. Finché appare la forma dell’universo, né la sua origine né la sua fine né il suo mantenimento sono percepiti come illusori (BhG XV.3). L’avidyā che dà luogo a questa apparenza è egualmente senza inizio e senza fine e non è altro che una naturale sovrapposizione della mente umana e solo una nozione errata.

      Perciò è inutile attardarsi in discussioni speculative sulla sua causa, collocazione, oggetto o numero, come hanno fatto molti advaitin post-śaṃkariani. Perché tutte queste categorie fanno parte dei fenomeni illusori inventati da avidyā e non possono mai essere applicate alla stessa avidyā, che proietta queste fantasmagorie.

      Le Upaniṣad, quindi, propongono la conoscenza dell’unità dell’Ātman come unico antidoto per questa infermità, madre di tutti mali della vita.


      1. È improbabile che Padmapāda, primo Jagadguru del Pīṭham di Dvārakā e fedelissimo discepolo dell’Ācārya abbia preso così presto le distanze dalla dottrina del suo maestro. Il testo della Pañcapādikā, anche per ragioni linguistiche, è certamente posteriore di qualche secolo [N.d.C.].[↩]
      2. Detta anche manasarga, costruzione mentale o creazione immaginifica.[↩]
      3. Tiruppattur R. Venkatachala Murti, Central Philosophy of Buddhism, London: Allen and Unwin, 1955, p. 122.[↩]

      2. Saggi sul Vedānta

        Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

        Saggi sul Vedānta

        4. Il Metodo

        Ci sono due modi di guardare l’universo: uno è dal punto di vista dei sensi, della mente e dell’intelletto. Questa è la visione parziale dell’uomo comune, conosciuta come loka dṛṣṭi o vyāvahārika dṛṣṭi1 Questa prospettiva è anche definita empirica, avendo soprattutto a che fare con l’osservazione e con le esperienze. Anche se utile per scopi pratici, è ristretta, come abbiamo visto, solo a una parte dell’universo. L’altra visione è nota come śāstra dṛṣṭi o pāramārthika dṛṣṭi2, perché copre tutta la Realtà.

        Le Upaniṣad usano entrambe questi punti di vista quando intendono illuminare i cercatori della verità e la scelta del punto di vista dipende dal livello dell’intelletto di ogni singolo cercatore. Questi trattati non sono sistematici, ma essendo solo le testimonianze dei ṛṣi per esprimere le varie esperienze spirituali avvenute nelle loro menti, perciò è spesso difficile per il principiante comprendere quale particolare punto di vista abbiano adottato in ogni singola occasione.

        Inoltre, poiché la Realtà è insegnata nell’Upaniṣad come non oggettivabile con parole e pensieri, le parole usate nel linguaggio comune non sono sufficienti a evidenziare la distinzione tra i due punti di vista. Quindi, i termini testuali sono usati con significati tecnici, capaci di suggerire idee che sono peculiari al solo Vedānta; è quindi assolutamente necessario impadronirsi del significato di tali parole usate nelle Upaniṣad.

        Inoltre, il linguaggio e lo stile delle Upaniṣad devono essere studiati prima di affrontare la natura del loro insegnamento. Le verità universali sono spesso rivestite da forme narrative, in modo da metterle in contrasto con le nozioni empiriche. Invece di proposizioni logiche e di argomentazioni, sono frequentemente utilizzati dialoghi, dibattiti e discussioni, allo scopo di condurre il cercatore alle più profonde verità che devono essere verificate o che devono essere raggiute con il ragionamento basato su intuizioni parziali. Formule mnemoniche, simboli e divagazioni apparentemente fantasiose si usano liberamente, per cui il lettore non attento ne passerà sopra o ne equivocherà il significato, a meno che il maestro non attiri la sua attenzione su di esso.

        La tecnica più importante qui impiegata è dovuta alla natura del Brahman che è letteralmente assoluta e che non è confinata né è in relazione con null’altro. Questo non è perché la sua natura sia tale per cui nient’altro può entrare in contatto con esso, ma perché è il Tutto e non c’è assolutamente null’altro oltre a esso che lo possa limitare, qualificare, modificare o che sia relazionato con esso; e neppure che gli possa essere paragonato o messo in contrasto. Esso è:

        Senza parti, senza attività o cambiamento, inalterato, libero da tutti i difetti, non contaminato. (ŚU VI.19)

        L’Assoluto non può essere descritto né da parole né concepito da pensieri. Infatti, non ci sono parole o cose che possano esprimerlo né pensieri od oggetti che possano essere pensati oltre a esso. Il cosiddetto mondo empirico di parole e di pensieri, assieme ai loro oggetti, non esiste separato da esso. È infatti un’apparenza essenzialmente una con l’Assoluto. Le Upaniṣad non affermano dogmaticamente l’esistenza della Realtà e nemmeno cercano di provarla con argomentazioni speciose come fanno alcuni sistemi teologici. Non hanno alcun postulato da difendere contro le credenze di altre scuole. Neppure utilizzano critiche logiche per sconfiggere e mostrare l’inanità di tutti i sistemi razionali. Come dichiara la Kaṭha Upaniṣad, la Realtà deve essere conosciuta con l’intuizione universale; e questa intuizione si manifesta non appena, conoscendo la Realtà, la suggerisce al cercatore qualificato.

        Questa conoscenza non è né ottenuta (né confutata) da un maestro speculativo. È facilmente intuita, mio caro, quando è insegnata da chi non sia un teorico. (KU II.9)

        Le Upaniṣad non appoggiano la conoscenza dell’Assoluto sui pramāṇa3, perché il Brahman, come s’è già visto, sta al di là del dominio dei sensi e della mente. Brahman, in quanto Sé di tutti, è autoevidente e non ha alcun bisogno di alcuna dimostrazione. In questa situazione, le Upaniṣad hanno ideato un mezzo d’insegnamento per questa assoluta Realtà che, in quanto ‘è’, non può essere né insegnata né capita per via empirica. Questo metodo è conosciuto come adhyāropāpavāda nyāya4.

        Questo nyāya lavora a due livelli. Il primo è tramite l’uso di parole che esprimono oggetti per indicare la Realtà, negandone il significato opposto. Per esempio:

        Chiunque conosca Brahman come Satya (Realtà), Jñāna (Coscienza) e Ananta (Infinito) come posto nella caverna [del cuore] in cui sta questo sottile ākāśa (etere o spazio), ottiene tutti i desideri simultaneamente in quanto Brahman onnisciente. (TU II.1)

        Le parole Realtà, Coscienza-conoscenza e Infinito, qui suggeriscono la natura di Brahman negando quello che è non reale, non cosciente e finito. Dall’uso di queste parole ci viene detto che il Brahman è della natura di infinita Realtà e Coscienza e, dato che è l’Ātman di ognuno di noi, possiamo concludere che la śruti vuole che sappiamo che il nostro reale Sé è il Brahman di tale natura. Così le parole, mantenendo il loro significato, escludono tutto ciò che è irreale, non cosciente e finito. Inoltre, dato che si riferisce al nostro proprio Sé, la frase cerca di ispirare l’idea che il nostro sé individuale finito, che talvolta è cosciente e talvolta non cosciente, non è quello di cui s’intende qui, ma solo il vero Ātman, il Testimone che è il Sé di ognuno di noi, quel Brahman che è la più alta Realtà, Infinità e Coscienza non duale.

        Il secondo livello dell’adhyāropāpavāda nyāya consiste nel sovrapporre deliberatamente una qualche proprietà sul Brahman e, a partire da quel punto di vista, negare ciò che evidentemente non gli appartiene. Quando questa negazione ha raggiunto il suo scopo e l’affermazione iniziale è contraddetta, allora si assume deliberatamente un’altra proprietà sovrapposta che ci permette di vederne l’apparenza. Non si deve mai dimenticare che, secondo le Upaniṣad, Brahman, ovvero la Realtà, non è altro che quello che [erroneamente] consideriamo il mondo che vediamo. È la sola Realtà di questo mondo apparente. Il fatto è che la mente umana ha una naturale e inveterata tendenza a proiettare e considerate reale solo il mondo fenomenico e di considerarlo un insieme di cose reali e non reali. Le Upaniṣad utilizzano questa tendenza innata chiamata avidyā (ignoranza) e, prendendo in prima battuta una cosa apparentemente reale come fosse davvero reale, eliminano da essa ciò che è evidentemente non reale, per poi rigettare anche la realtà di ciò che appare reale. Il passaggio successivo sarà quello di assumere come fosse veramente reale ancora qualcos’altro, appartenente a un livello superiore a quello appena rimosso. Così, in base a questo metodo, l’apparentemente reale diventa un mezzo per riconoscere il veramente Reale, mentre, per tutto il tempo impiegato in questa dimostrazione, il cercatore continua ad avere in mente che soltanto il Brahman è l’unica Realtà assoluta5. Possiamo illustrare questo concetto per mezzo di un esempio tratto dalla Chāndogya Upaniṣad:

        Questo è proprio come quando, o mio caro, per mezzo della conoscenza di un pugno di argilla, tutto quello che è fatto d’argilla sarà conosciuto; l’effetto è semplicemente un gioco di parole e l’unica realtà è che tutto è argilla. (ChU VI.1.4)

        Qui l’argilla presa come causa materiale di tutte le cose fatte d’argilla, è dimostrata essere il solo reale sostrato soggiacente a tutti gli effetti, come un vaso e una brocca, una giara, che sono considerati reali in base alla loro causa efficiente. Di fatto si tratta solo d’argilla, a cui vengono dati molti nomi in base alle loro differenti forme e utilità. Qui, in apparenza, l’argilla è considerata reale relativamente al vasellame, ma quando a sua volta è preso come effetto di qualcos’altro, diventa anch’essa un mero gioco di parole. Śaṃkara nel suo commento alla Gītā dice:

        Proprio come la forma di un vaso d’argilla, esaminato dall’occhio, non è visto separato dall’argilla e quindi è non reale, così anche ogni effetto è non reale, perché non è conosciuto come distinto dalla sua causa. (BhGŚBh II.16)

        Evidentemente la realtà attribuita dell’argilla è solo relativa all’effetto vaso, brocca ecc., ma, messa a paragone con sua propria causa, anche l’argilla è non reale. Questo è l’apavāda della realtà dell’argilla. Tale esempio, preso dal mondo empirico, è usato dalle Upaniṣad per arrivare alla conclusione che il mondo, avendo Brahman come sua causa, è non reale perché non è pensabile che esista separato da Brahman o Ātman. La relazione causale tra Brahman e il mondo, naturalmente, è un altro adhyāropa, la verità essendo che solo il Brahman è assolutamente reale. Questo è il metodo usato dalle Upaniṣad quando intendono condurre il cercatore dal mondo empirico conosciuto al Brahman non conosciuto. Ma, quando quello diventa conosciuto, non essendo affatto il Brahman un oggetto, quando lo si conosce o, piuttosto, lo si intuisce direttamente senza alcun intermediario, come si dovrebbe esprimere la natura della Realtà? Ecco la risposta in una śruti citata nel Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya:

        Da una śruti si sa che Bādhva, interrogato da Bhāśkali, lo spiegò solo con il silenzio. Egli disse: «Riverito Signore insegnami (il Brahman)». L’altro rimase in silenzio. Alla seconda e alla terza domanda, egli (Bādhva) rispose: «In verità, noi lo stiamo dicendo, ma tu non lo comprendi; questo Ātman è privo di molteplicità». (BSŚBh III.2.17)

        Il miglior modo per esprimere la propria diretta intuizione è il silenzio. Questo è ciò che si intende con tutti i testi che lo esprimono negativamente, come:

        Questo è l’Ātman che è stato descritto come neti neti. (BU III.9.26)

        Né grosso né sottile, né corto né lungo, né rosso né viscido. (BU III.8.8)

        La negazione di qualche proprietà non significa necessariamente assenza o differenza od opposizione a quello che si nega. Il neti neti nega qualsiasi cosa sia possibile concepire. Ma questa eliminazione, questa assoluta negazione non potrebbe portarci all’assurdo estremo di negare perfino l’atto di negare? E, quello che è più grave, anche alla negazione di colui che nega? Questa erronea e assurda conclusione avrà seguito se ci si limita al linguaggio e al pensiero della vita empirica. Ma qui si nega soltanto l’apparente realtà di ciò che è fenomenico e non il sostrato assoluto (pāramārthika adhiṣṭhānam) su cui qualsiasi fenomeno apparente è sovrapposto. Anche quando qualsiasi altra cosa è negata, la vera Realtà rimane inaccessibile alla negazione, perché con l’intuizione conosciamo che ogni cosa fenomenica è in realtà il Brahman, al di là di qualsiasi definizione (abhidhānam) e pensiero (pratyaya); quindi, il Brahman non può essere né affermato né negato. La negazione di ogni cosa è solamente un altro modo per dire che il silenzio è il miglior modo per descrivere la Realtà. In accordo con ciò, Śaṃkara nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya scrive:

        Non c’è alcun modo appropriato per descriverlo, se non neti neti. Perché in verità non c’è alcuna descrizione del Brahman se non la negazione della molteplicità fenomenica. (BSŚBh III.2.22)

        5. Applicazione del Metodo. Āgama e ragione

        Consideriamo ora l’applicazione del metodo. Questo mostrerà come il Vedānta utilizzi la comparazione tra i punti di vista empirico e assoluto in modo da far capire al cercatore che il Brahman è la sola e ultima Realtà. In quest’ottica tutte le problematiche epistemologiche e ontologiche non sono da prendere in considerazione proprio perché l’insegnamento vedāntico afferma che il Brahman-Ātman è l’unica Realtà. Il Vedānta accetta i pramāṇa, i validi mezzi di conoscenza? Questa domanda qui non si pone, perché i pramāṇa sono accettati solo da chi si dedica a indagare oggetti di conoscenza empirica; il Vedānta non è interessato a provare o negare la realtà degli oggetti o a discutere la natura, il numero o la validità dei pramāṇa. Il mondo empirico è accettato come appare soltanto come uno strumento per condurre il cercatore al reale Brahman. Una volta che il non duale Ātman è intuito, i pramāṇa come pure tutti i fenomeni, saranno diventati uno con la Realtà. Così dice la śruti:

        Dove c’è dualità, per così dire, allora lì uno vede un altro […], lì uno conosce un altro. Ma quando ogni cosa per lui è diventata solo Ātman, allora chi potrebbe vedere e con che cosa? […], chi potrebbe conoscere e con che cosa? (BU IV.5.15)

        Qui sorge una difficoltà. Se tutti i pramāṇa sono scartati, come può il cercatore conoscere la Realtà? Egli non avrebbe alcun mezzo di conoscenza; lo stesso Vedānta perderebbe la sua funzione se perfino le Upaniṣad fossero rigettate come mezzo di conoscenza6! Come potrebbe un vedāntin intraprendere la confutazione della posizione delle altre scuole di pensiero se i principi della logica o i pramāṇa non fossero per nulla accettati?

        Questa difficoltà si fonda più sulla fantasia che sui fatti. Infatti, abbiamo già stabilito che il Vedānta non è interessato a difendere o a mettere in dubbio la validità dei pramāṇa. Le Upaniṣad soltanto suggeriscono al cercatore la natura della Realtà e il cercatore qualificato della verità subito intuisce che il suo proprio Sé è proprio quella Realtà. Le Upaniṣad sono il mezzo di conoscenza primario dell’intuizione, in quanto ricordano a chi indaga che nell’Assoluto, nell’Ātman,non c’è distinzione tra conoscitore, mezzi di conoscenza e conosciuto e neppure distinzione tra maestro, insegnamento e discepolo. Nella stessa Realtà dell’Ātman-Assoluto intuito come tale, non c’è spazio per la percezione e gli altri pramāṇa, e neppure per i Veda, come neppure c’è alcun bisogno di alcunché per rivelare l’Ātman autoluminoso.

        Śaṃkara spiega così il modo in cui il Brahman non oggettivabile sia conosciuto per mezzo delle Upaniṣad quando sono considerate un pramāṇa:

        Obiezione: Se il Brahman non è un oggetto, non si può sostenere che sia conoscibile attraverso gli Śāstra (il Vedānta) come validi mezzi di conoscenza! Risposta: No, perché lo Śāstra ha lo scopo di eliminare la differenziazione inventata da avidyā. Cioè lo Śāstra, in realtà, non si propone di insegnare il Brahman in quanto entità come fosse un oggetto, ma insegna il proprio Sé più intimo non oggettivabile, rimuovendo tutte le differenziazioni come quelle di conoscibile, conoscente e conoscenza. (BSŚBh I.1.4)

        Le Upaniṣad, la Bhagavad Gītā e i Brahma Sūtra sono le tre classiche fonti di conoscenza vedāntica. Queste tre affrontano l’argomento da tre angolature diverse e offrono in esame tre differenti visioni. Le Upaniṣad sono le fonti originali e perenni delle eterne verità del Vedānta e dovrebbero essere studiate con venerazione. I loro insegnamenti devono essere assimilati non attraverso fede o credenza, ma verificando ogni insegnamento in base alla diretta intuizione e al ragionamento basato sull’intuizione. La fede e la credenza possono essere richieste nel caso di insegnamenti upaniṣadici riguardanti le upāsanā o meditazioni. Per questo Śaṃkara scrive così nel suo Sūtra Bhāṣya:

        Nell’indagine sulla natura di Brahman non sono soltanto le śruti i validi mezzi di conoscenza, come è il caso nell’indagine sulla natura del dharma (la sezione ritualistica o karma kāṇḍa); ma qui i validi mezzi sono le śruti e la diretta intuizione ecc. (anubhavādayaśca) a esse applicate. Perché la conoscenza di Brahman deve culminare nell’intuizione e riguarda una realtà esistente. (BSŚBh I.1.2)

        Mentre la meditazione (upāsanā) è solo una attività mentale che non necessita della diretta intuizione, la conoscenza riguarda un’entità che deve essere conosciuta senza mediazione, e perciò richiede una intuizione immediata. Il significato della formula “anubhavādayaśca”7 deve essere approfondito. Le intuizioni parziali, come quelle della veglia, del sogno e del sonno profondo, sono i mezzi, e l’intuizione finale dell’Ātman senza secondo è la conoscenza risultante. ‘Ecc.’ qui si riferisce al ragionamento o riflessione (manana) basato sull’intuizione, come vedremo in seguito. Che Brahman sia un’entità autoesistente non richiede solo una intuizione immediata, perché nel caso di una persona che può essere colta da dubbi e da concezioni errate, è necessaria anche una serie di argomentazioni appropriate. Per questo Śaṃkara fa notare quanto segue:

        Quando ci sono testi che insegnano la causa dell’origine (mantenimento e dissoluzione) dell’universo, anche la deduzione in accordo con i testi vedāntici può diventare un valido mezzo di conoscenza; e perciò non è esclusa, dal momento che serve allo scopo di rendere stabile la comprensione del significato di quei testi, considerando che anche la stessa śruti ammette il ragionamento come un aiuto. Per esempio, (nell’affermazione) della śruti “si deve udire (l’Ātman), si deve riflettere (sull’Ātman)” (BU II.4.5)

        Ben informato e attento, raggiungerà il Gāndhāra; così anche qui chi ha un maestro realizzato conosce la verità. (ChU VI.14.2)

        Ciò mostra la necessità dell’intelligenza umana come aiuto. (BSŚBh I.1.2)

        Il lettore dovrebbe fare attenzione che le frasi anumānamapi (anche la deduzione) e pramāṇa bhavat (quando diventa un mezzo di valida conoscenza) sono usate in un senso speciale, e non nel loro senso ordinario di deduzione sillogistica e semplice mezzo di retta conoscenza. Questo è piuttosto in sintonia con la tecnica usata dalle Upaniṣad. Puruṣa buddhi, l’intelligenza umana, si riferisce sia all’intelligenza del maestro sia a quella del discepolo8. Il discepolo deve usare la sua intelligenza nell’afferrare l’insegnamento e seguirlo con la sua personale riflessione, facendosi chiarire i dubbi dal maestro. E il maestro deve semplificare le affermazioni della śruti. Entrambi dovranno usare il ragionamento seguendo la śruti e mai in contraddizione con essa. Che la deduzione si riferisca solo al ragionamento vedāntico è espressamente affermato dal seguente passaggio:

        Per quel che riguarda l’argomentazione che la śruti stessa, invitando alla riflessione (manana) in aggiunta all’ascolto e allo studio della śruti (śrāvaṇa), dimostra che anche il ragionamento deve essere tenuto in considerazione; e noi aggiungiamo: “La logica secca qui non è ammessa, in base a questo giudizio. Perché il ragionamento indicato dalla śruti è qui utilizzato solo come ausiliare all’intuizione”. (BSŚBh II.1.6)

        Anche per questa ragione non ci si dovrebbe andare contro ciò che si conosce esclusivamente dall’Āgama [la śruti]; infatti, i ragionamenti che sono il risultato di semplici supposizioni senza alcuna base scritturale possono essere sconclusionati, perché una supposizione non è controllabile9. (BSŚBh II.1.10)

        Abbiamo già osservato che, essendo priva di colore o forma, questa entità non è oggetto di percezione (visiva), ed essendo priva di supporto, non può essere oggetto di deduzione logica né di altri validi mezzi di conoscenza. (BSŚBh II.1.11)

        La Bhagavad Gītā è detta smṛti prasthāna, non essendo né uno śruti prasthāna, com’è il Veda, né un nyāya prasthāna,come sono chiamati i Brahma Sūtra. Sebbene queste classificazioni dei testi non si trovino espressamente impiegati da Śaṃkara, sono utili per indicare i differenti modi di approccio da loro addottati. Le śruti, cioè letteralmente ‘ciò che è udito’, non sono mai riferite come opere, scritture o composizioni di una qualche grande individualità. Esse sono solo udite e conosciute dai discepoli in base all’insegnamento dei loro maestri e le verità che espongono non dipendono mai dall’autorità dei ṛṣi che in esse sono talvolta menzionati10.

        Il risultato si ottiene con l’aiuto di vidyā e tutto l’opposto si ottiene con avidyā. Così ci è stato trasmesso l’insegnamento degli antichi maestri11. (ĪU 10)

        È del tutto diverso dal conosciuto ed è oltre il non conosciuto. Così abbiamo sentito i nostri predecessori che ce lo spiegavano. (KeU I.4)

        Egli non ha né corpo né alcun organo di senso; nessuno è considerato uguale o superiore a lui. Il suo potere supremo è detto essere diverso, come anche la sua naturale conoscenza, potenza e azione. (ŚU VI.8)

        Si dice che anche i ṛṣi abbiano ricevuto la śruti tramite le loro buone opere e riti metodici, ma non che abbiano essi stessi composto i testi12.

        Con il sacrificio i ṛṣi sono diventati qualificati a ricevere il Veda e quella parola che hanno ricevuto è come se prendesse dimora in essi. (ṚV X.71.3)

        I mahārṣi recuperarono i Veda che, assieme agli Itihāsa, erano scomparsi alla fine del ciclo passato, in virtù del tapas e della grazia dell’Uno automanifesto. (MoDh 210.19)

        La Bhagavad Gītā, è opera del venerato Veda Vyāsa. A questo proposito Śaṃkara afferma:

        L’onnisciente e venerato Veda Vyāsa ha inserito in un trattato di settecento śloka chiamato Gītā quel duplice dharma13, proprio come gli fu insegnato dal Signore. (BhGŚBh Upodghāta)

        Quindi, la Gītā, ovvero i versi composti da Vyāsa, sono stati chiamati smṛti (memoria) perché servono a ricordare il suo insegnamento. Si tratta dell’opera composta da un essere umano, anche se un grande ṛṣi. La smṛti è la categoria che, tra gli altri, comprende testi come la Manu Smṛti e il Viṣṇu Purāṇa che Śaṃkara ha spesso citato nel suo Sūtra Bhāṣya. La Bhagavad Gītā, che forma lo Smṛti prasthāna śaṃkariano, è seconda solo allo Śruti prasthāna e deve essere interpretata in modo da armonizzarla all’insegnamento upaniṣadico. I Vedānta Sūtra o Brahma Sūtra, come sono chiamati popolarmente, comprendono quello che si chiama Śārīraka Mīmāṃsā Śāstra, che significa “Testo dedicato all’indagine sulla reale natura del jīva o Sé incorporato”, o Vedānta Mīmāṃsā Śāstra,“Testo dedicato all’indagine sul significato del Vedānta, cioè delle Upaniṣad”. Questo sintetico trattato costituisce, come abbiamo già detto, ciò che è chiamato Nyāya prasthāna, perché tratta dei nyāya o regole che determinano l’interpretazione dei testi vedāntici. La Gītā è uno Smṛti prasthāna che ha come fine l’esposizione del Vedānta e che ci mostra le applicazioni dell’insegnamento nella vita pratica. Invece la Śārīraka Mīmāṃsā è un’esegesi sistematica che adotta i principi della Pūrva Mīmāṃsā14, ma che vi aggiunge una nuova serie di norme necessarie a capire il significato dei testi upaniṣadici che rivelano la natura di Brahman, il quale deve essere conosciuto solo attraverso diretta intuizione e ragionamento basato su di essa. Per tale ragione questa dottrina è conosciuta come Uttara Mīmāṃsā (esposizione ulteriore).

        Brahman è tecnicamente Āgama gamya (conosciuto attraverso l’Āgama, la scrittura), perché deve essere intuito con l’aiuto del solo mezzo d’interpretazione, tramandato dalla successione tradizionale di maestri e discepoli. Al giorno d’oggi i discepoli ortodossi degli Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya e dei Brahma Sūtra, ripetono solennemente questa frase:

        Saluti a Brahman, ai santi saggi che ci hanno tramandato la Brahma vidyā; Saluti ai grandi Maestri della Conoscenza Divina e a tutti i maestri che hanno risvegliato la Saggezza Divina in noi. Oṃ. Io sono Brahman15,

        per ricordare a se stessi che soltanto il metodo d’interpretazione tradizionale deve essere seguito rigorosamente per capire l’autentico Vedānta. Questo, naturalmente può incorrere in un appiattimento, ma, ciò nonostante, è pregno di significati quando tutte le sue implicazioni sorgono alla mente. La Kaṭha Upaniṣad così ci mette sull’avviso:

        Questa conoscenza non è né ottenuta (né confutata) da un maestro speculativo. È facilmente intuita, mio caro, quando è insegnata da chi non sia un teorico.(KU II.9)

        Śaṃkara lo spiega come segue:

        Questo è il motivo per cui la conoscenza che insorge dall’insegnamento vedico conduce a una effettiva certezza solo quando è insegnata da un altro (maestro) che non sia un teorico, ma che sia specialmente edotto nell’Āgama.(KUŚBh II.9)

        Prima di concludere questo capitolo, vogliamo ripetere che solo l’Āgama, ovvero la tradizione che riconosce il ragionamento basato sull’intuizione e che conduce il cercatore all’intuizione universale dell’Ātman, è l’autentico pramāṇa. Invece, i cosiddetti pramāṇa o validi mezzi di conoscenza, pur trovando il loro posto nel campo empirico, sono in verità avidyā per quel che concerne la verità assoluta dell’Ātman.

        Talvolta si suppone che l’avidyā vedāntica sia solo una teoria formulata per spiegare l’apparenza delle differenze che compongono la molteplicità. Questo è un giudizio affrettato: la spiegazione dell’avidyā può essere capita solo da chi indaga con mente acuta e che presti la massima attenzione all’Adhyāsa Bhāṣya16. Sarà sufficiente esaminare il seguente estratto da quell’introduzione:

        E, ancora, la percezione, gli altri pramāṇa e gli Śāstra sono solo per l’uomo contaminato dall’ignoranza? Noi rispondiamo che nella misura in cui non si ha la nozione dell’‘io’ e del ‘mio’ riguardo al corpo e ai sensi, non può esserci ragionevolmente un conoscitore e quindi i mezzi di conoscenza non possono funzionare. (Per spiegare meglio:) non si può parlare di percezione e di altri (pramāṇa) senza presupporre i sensi. Né ci può essere funzionamento dei sensi senza il corpo come loro collocazione; e nessuno può compiere alcun atto con il corpo su cui l’idea del Sé non sia sovrapposta. E non ci può essere capacità di conoscenza dell’Ātman che non sia intimamente e costantemente connesso a qualcosa, senza che tutto questo (l’idea dell’‘io’ nel corpo e l’idea del ‘mio’ nei sensi) sia presupposto. Non ci può essere funzionamento dei sensi senza che ci sia la facoltà di conoscenza dell’Ātman. Perciò la percezione, gli altri pramāṇa e pure gli Śāstra sono solo per l’uomo in preda all’ignoranza. (BSŚBh, Adhyāsa Bhāṣya)

        Si noterà che il termine avidyā è usato nel Vedānta in un senso particolare e che la divisione della conoscenza in vidyā e avidyā nell’esperienza di vita empirica, non ha nulla a che fare con questa terminologia metafisica. Vidyā e avidyā, in altre dottrine, si riferiscono solo alla conoscenza empirica e quella divisione permane finché non insorga la conoscenza metafisica dell’Ātman. La seguente citazione dalla Gītā lo chiarisce:

        Quando la reale natura dell’Ātman è stata conosciuta, non c’è più utilità di mezzi di conoscenza e di oggetto di conoscenza; perché lo strumento finale (antyapramāṇa, la śruti) annulla anche la facoltà di conoscenza dell’Ātman e nell’annullarlo, diventa esso stesso un non-pramāṇa, proprio come un mezzo di conoscenza che si ha nel sogno (diventa un non pramāṇa) nella veglia. (BhGŚBh II.69)

        Avidyā, quindi, in quanto tendenza della mente a mescolare il reale con l’irreale, è un fatto, non una teoria sostenuta per tener conto delle apparenze. La distinzione fra verità ed errore, come pure fra realtà e irrealtà nella sfera empirica, non è negata dal Vedānta; perché tale divisione è relativa a quel dominio. Tale divisione, però, non è assolutamente reale. Così osserva accuratamente Śaṃkara:

        Perciò, tutte le usanze sacre e profane hanno una loro utilità prima dell’insorgere della conoscenza dell’identità fra il proprio essere e il Brahman. Proprio come all’uomo comune che si è addormentato e che vede ogni sorta di oggetti del sogno, alti e bassi ecc., viene l’idea che è certamente una percezione reale e, mentre la sta sperimentando, non s’accorge mai che è solo un’apparenza di percezione, così si dovrebbe considerare anche la realtà di questa percezione (della veglia). (BSŚBh II.1.14)

        Il precedente esempio che distingue tra sogno e veglia è valido finché si discrimina la realtà e la non realtà per mezzo del pensiero della veglia. Ma, come vedremo più avanti, da un altro punto di vista più ampio, dal quale giudichiamo sia il sogno sia la veglia, quest’ultima perde la sua pretesa di rappresentare la massima verità e realtà in confronto al sogno. E, dal punto di vista dell’assoluta Coscienza, tutte le distinzioni di stati e gradi di realtà sono prive di ogni valore. Fatta questa riserva, siamo momentaneamente giustificati al sostenere, per quel che concerne il metodo di adhyāropāpavāda, che l’Āgama è il solo pramāṇa e ragionamento basato sull’intuizione, e che è il solo che si possa usare per accertare la natura dell’Ātman.

        In queste pagine le Upaniṣad, la Bhagavad Gītā e i Brahma Sūtra saranno usati come guide per determinare la natura della Realtà; ovvero per mezzo della dottrina che si trova nelle Upaniṣad, ch’è spiegata nella Gītā ed è argomentata nei Brahma Sūtra.


        1. Visione mondana o visione del dominio delle relazioni [N.d.C.].[↩]
        2. Visione upaniṣadica o visione assoluta, metafisica [N.d.C.].[↩]
        3. Strumenti di valida conoscenza riconosciuti tradizionalmente. Per il Vedānta essi sono: pratyakṣa, la percezione sensoriale; anumāna, la deduzione o inferenza; upamāna, la comparazione; arthāpatti, la supposizione o ipotesi; anupalabdhi, la constatazione dell’assenza di una cosa; śabda, la parola del guru, ovvero le Upaniṣad trasmesse oralmente e spiegate [N.d.C.].[↩]
        4. La ‘regola’ che consiste in primo luogo nell’accettazione consapevole di false apparenze sovrapposte alla Realtà, per poi procedere alla loro conseguente confutazione [N.d.C.].[↩]
        5. Il metodo che meglio illustra questi successivi passaggi da una apparente realtà a una realtà reputata temporaneamente più vera è quello dei cinque kośa di Ātman: la prima apparenza di realtà è il pensiero che l’Ātman sia il corpo (annamaya). Ma quando, discriminando, il cercatore si rende conto che il corpo non è l’Ātman, egli allora trasferisce l’identificazione dell’Ātman al prāṇa. Il prāṇa anima il corpo, perciò esso è l’Ātman del corpo (prāṇamaya). Discriminando, il cercatore comprende che nemmeno il prāṇa è l’Ātman poiché la mente è superiore alla forza vitale. Allora il cercatore arriverà alla determinazione che la mente è l’Ātman del prāṇa (manomaya). In seguito, il cercatore realizzerà che l’intelletto è superiore al manas,essendone il suo controllore. A questo livello, l’intelletto sarà preso per l’Ātman della mente (vijñānamaya). Proseguendo nell’indagine il vicārin si accorgerà che corpo, prāṇa, mente e intelletto sono tutti funzionali all’ottenimento e fruizione dei frutti delle azioni. Perciò il godimento appare essere l’Ātman dell’intelletto (ānandamaya). Questi gradi di successivi adhyāropa apavāda sono successive intuizioni che però altro non sono che specificazioni dell’intuizione primordiale “io sono l’Ātman”. Perciò il cercatore, alla fine, arriva alla conclusione già intuita fin dall’inizio, di non essere nemmeno l’involucro chiamato ānandamaya, ma di essere sempre ed eternamente il Sé supremo, Paramātman [N.d.C.].[↩]
        6. Le Upaniṣad sono menzionate come pramāṇa quando sono denominate śābda.[↩]
        7. “L’intuizione ecc.” Qui ‘ecc.’ allude ai pramāṇa, ai mezzi di conoscenza e al ragionamento [N.d.C.].[↩]
        8. A scanso d’equivoci, è necessario ribadire che l’intelletto umano, la buddhi, è l’organo dell’intelligenza con cui si suole riflettere e ragionare anche nella vita d’ogni giorno. Infatti ci sono alcuni che s’ostinano a ritenerla una facoltà “sopraindividuale” o “informale”, errore che li conduce a interpretazioni aberranti delle dottrine hindū. A livello universale l’intelletto è definito Mahat (o mahan ātman) e designa la capacità di intellezione di Hiraṇyagarbha. Anche in questo caso, però, l’intelletto divino, pur estendendosi a tutta la dimensione cosmica, non esce tuttavia dai limitati confini della manifestazione presa nel suo insieme formale. Infatti la manifestazione universale è pur sempre solo una proiezione illusoria del nome e della forma, ed è perciò condizionata dalla frammentazione della molteplicità. In altre parole l’universale altro non è se non il dominio individuale preso come un tutt’uno [N.d.C.].[↩]
        9. Śaṃkara con ciò respinge qualsiasi affermazione non basata su fonti autorevoli e dichiarate. Altrimenti, ciò che è affermato senza fornire tali fonti è evidentemente non verificabile e, al massimo, è della natura della supposizione se non della fantasia [N.d.C.].[↩]
        10. Com’è evidente, la verità espressa dai testi è la garanzia per l’autorevolezza dei maestri che la tramandano e non viceversa. L’autorevolezza del maestro non può garantire la verità contenuta nel suo insegnamento, come affermano coloro che scelgono la fede in una persona in luogo della conoscenza della realtà [N.d.C.].[↩]
        11. Il dubbio commento all’Īśa Upaniṣad (nella versione di Kāṇva),popolarmente attribuito a Śaṃkara, intende con vidyā le upāsanā econ avidyā il karma. Invece il commento autenticamente śaṃkariano alle Gauḍapāda Kārikā, riferito al verso vidyāñcāvidyāñca, attribuisce a vidyā il significato di conoscenza, preferendo evidentemente la versione Mādhyandina dell’Upaniṣad. Questa differenza di interpretazione dello stesso mantra attribuito al medesimo autore, richiederebbe, da parte degli studiosi, una presa di posizione sull’autenticità.[↩]
        12. Nemmeno si deve pensare che i ṛṣi abbiano ricevuto il Veda per rivelazione, ossia per una qualche elargizione gratuita da parte della imperscrutabile volontà divina. Essi, invece, tramite la purificazione mentale e il livello di divinizzazione (devasāyujya) raggiunto, sono stati in grado di elevarsi fino alla dimora della conoscenza (vedodaya), apprenderne il significato e di riportarla al mondo degli uomini [N.d.C.].[↩]
        13. Nella Gītā sono definiti pravṛtti e nivṛtti dharma, la tradizione attiva e quella non agente. Corrispondono esattamente al karma kāṇḍa e al jñāna kāṇḍa del Veda [N.d.C.].[↩]
        14. Il darśana che precede il Vedānta (o Uttara Mīmāṃsā). In esso sono esposti i principi e la pratica del karma kāṇḍa [N.d.C.].[↩]
        15. Om Namo Brahmadibhyo Brahmavidya Sampradaya-Kartribhyo Vamsarishibhyo Mahadbhyo,Namo Gurubhyah Sarvopaplavarahitah Prajnanaghanah Pratyagartho Brahmaivahamasmi. (Gurustotram, 19)[↩]
        16. L’introduzione (Upodghāta) che Śaṃkara scrisse al suo commento dei Brahma Sūtra è nota anche con il titolo di Adhyāsa Bhāṣya, “Spiegazione della sovrapposizione-ignoranza”. Questo breve trattatello contiene in nuce l’intera dottrina advaita sul neti neti: infatti chi non conosce con esattezza che cosa sia l’ignoranza non potrà mai accedere alla conoscenza [N.d.C.].[↩]

        1. Saggi sul Vedānta

          Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

          Saggi sul Vedānta

          Vedānta

          Mi sono proposto di scrivere una serie di saggi sul Vedānta a beneficio dei cercatori che desiderano un resoconto dei principi essenziali delle Upaniṣad e dei metodi in esse indicati.

          Le Upaniṣad sono anche chiamate Vedānta perché la maggior parte di esse si trova alla fine dei Veda, ma soprattutto perché contengono le più elevate dottrine vediche che insegnano il fine supremo della nascita umana (parampuruṣārtha).

          La parola Vedānta nelle Upaniṣad classiche si trova raramente. Mi sono imbattuto in due passaggi che meritano speciale attenzione:

          Questo è il supremo segreto del Vedānta che è stato insegnato anticamente. Questo (insegnamento) non dovrebbe essere trasmesso a chi non ha autocontrollo, e neppure a chi non è né un proprio figlio né un discepolo. (Śvetāśvatara Upaniṣad, VI. 22)

          Qui si afferma che l’insegnamento delle Upaniṣad è un segreto da rivelare solo ai cercatori qualificati.

          Coloro che hanno perfettamente accertato la natura della Realtà rivelata dall’intuizione vedāntica, i cercatori costanti, le cui menti sono state purificate dallo yoga del saṃnyāsa1, costoro sono liberi da tutte le limitazioni condizionanti (upādhi), essendo diventati perfettamente immortali alla fine della vita. (Mu III. 2.6)

          Il Vedānta vijñāna2 è stato spiegato da Śaṃkara come ‘intuizione nata dall’insegnamento dei Vedānta’; quindi è chiaro che qui Śaṃkara intende le Upaniṣad. Nella sua introduzione3 al Brahma Sūtra Bhāṣya egli scrive:

          Tutti i Vedānta hanno come fine la distruzione di questa fonte del male, cosicché la conoscenza dell’unità dell’Ātman possa essere acquisita. (BSŚBh, Adhyāsa Bhāṣya).

          È evidente che Śaṃkara intende affermare che tutte le Upaniṣad hanno lo scopo di aiutare il cercatore ad acquisire la conoscenza dell’unico Ātman. In questa serie di saggi si userà la parola Vedānta per indicare la dottrina delle Upaniṣad conosciuta con questo nome. In sanscrito la parola può essere usata anche con sensi diversi4.

          Virocana andò dagli asura. Raccontò loro la seguente Upaniṣad: “Solo il corpo deve essere adorato, si deve meditare solo sul corpo”. (ChU VIII.8.4)

          Perciò anche ora quando si parla di qualcuno che non fa mai doni, che non ha retta intenzione, che non medita mai, lo si definisce in questi termini “Ahimè, egli è di natura asurica!”. Perché quella è l’Upaniṣad degli asura. (ChU VIII.8.5)

          In queste due citazioni la parola Upaniṣad significa una dottrina.

          Di Lui l’Upaniṣad è il reale satya (satya satyasa satyam) (o i prāṇa). (BU II.1.20)

          In questo caso con la parola Upaniṣad s’intende un nome. Il nome di Brahman è ‘il reale Satya’; cioè i prāṇa che sono composti dei cinque elementi, perché i prāṇa sono conosciuti come satyam (composto da sat e tyat, essere là) e Ātman è la realtà soggiacente ai prāṇa.

          Ora, quindi spiegheremo l’Upaniṣad della Saṃhitā. (TU I.3)

          Qui Upaniṣad significa meditazione.

          Questa è l’Upaniṣad. (TU II.9, III.10)

          In questo caso la parola Upaniṣad significa il mistero supremo (pararahasya), la conoscenza di Brahman.

          Discepolo: «Per favore, Signore, insegnatemi l’Upaniṣad». Maestro: «L’Upaniṣad ti è stata insegnata. Ti abbiamo insegnato l’Upaniṣad del Brahman». (KeU IV.7)

          Anche qui la parola Upaniṣad significa il più alto segreto della conoscenza della natura del Brahman. Śaṃkara stesso, ogniqualvolta usa la parola Upaniṣad intende la conoscenza di Brahman, in senso primario e, in senso secondario, la parte dei Veda che si suole chiamare con quel nome. Ecco alcune citazioni a esempio:

          Ogniqualvolta ci si accosta a questa Brahma Vidyā con ardore e devozione, identificandosi al Brahman come proprio Sé, (questa vidyā) recide tutti i mali che capitano, come entrare nel grembo materno, la nascita, l’invecchiamento e la malattia. Perciò è chiamata Upaniṣad. È chiamata così perché conduce il cercatore al Supremo Brahman. Oppure, è anche chiamata così perché distrugge per sempre l’avidyā, origine delle sofferenze del saṃsāra. Perché nella grammatica si dice che la radice ‘sad’ con il prefisso ‘upa’ e ‘ni’ significa tutto questo (MuU, Upodghāta).

          Ora inizia un breve commento ai capitoli della Kaṭha Upaniṣad per renderli facilmente comprensibili (KU, Upodghāta)

          Qui, invece, Śaṃkara con Upaniṣad chiama un testo scritto. Egli ha chiamato il suo commento vṛtti, per indicare come la sua spiegazione, sebbene breve, renda più intellegibile il significato dei sei capitoli (chiamati vallī) in paragone con una precedente vṛtti di qualche altro autore.

          Questa parola Upaniṣad è la forma finale della radice ‘sad’ (che significa frantumare) andare, allentare, sciogliere, con questi prefissi ‘upa’ e ‘ni’ e con l’aggiunta del suffisso ‘kvip’. (KUŚbh, Upodghāta)

          Questa spiegazione di come è composta la parola serve a illustrare le numerose funzioni della Brahma vidyā. Questa stessa composizione, assieme alla spiegazione di quello che la Brahma Vidyā fa a chi l’acquisisce, ricorre nell’introduzione di Śaṃkara a molte altre Upaniṣad. Abbiamo scelto il Kaṭha Upaniṣad Bhāṣya quale esempio.

          La parola Upaniṣad indica la conoscenza di ciò che si deve conoscere, com’è proposto dall’opera che qui commentiamo: Domanda: «La conoscenza a cui allude la parola Upaniṣad a quale di questi significati è riferita?» Risposta: «Questa conoscenza è chiamata Upaniṣad con il seguente significato, ossia ciò che frantuma, uccide o distrugge avidyā e altri mali, che sono i semi del saṃsāra, di quei cercatori della Liberazione che sono liberi dall’attrazione per gli oggetti visti o sentiti dire, di questo o a proposito di altri mondi, e che hanno intrapreso la conoscenza, indicata dalla parola Upaniṣad, come sarà esposta di seguito, e che investigano con costanza e ferma risoluzione. Di conseguenza si dirà “IntuendoLo, ci si libera dalle fauci della morte” (KUŚBh I.3.15)». (KUŚBh, Upodghāta)

          Oppure; Brahma Vidyā è chiamata Upaniṣad per ciò che indica il suo significato, cioè che conduce alla Liberazione, al Brahman Supremo, i cercatori che possiedono le suddette qualifiche. (KUŚbh, Upodghāta).

          O, ancora, Agni vidyā [la conoscenza di Virāṭ] è descritta dalla parola Upaniṣad per l’associazione con il significato della sua radice. Perché la conoscenza di questo Agni, il creatore del mondo (della veglia), il conoscitore che è nato da Brahman (Hiraṇyagarbha), che è l’argomento del secondo dono scelto (da Naciketas), conduce al cielo (di Virāṭ) e così indebolisce e scioglie i diversi mali, come risiedere nel grembo materno, la nascita, la vecchiaia, che ripetutamente avvengono negli altri mondi. Perché l’Upaniṣad dichiara così: “Coloro che raggiungono il cielo otterranno l’immortalità” (KUŚBh I.13). (KUŚBh, Upodghāta).

          Il prossimo passaggio dal commento sulla Kaṭha, spiega perché la parola Upaniṣad dovrebbe essere usata in senso secondario quando è riferita a un’opera letteraria: “Obiezione: Ma discepoli e (maestri) usano la parola Upaniṣad anche per un’opera letteraria, come quando dicono: «Stiamo studiando l’Upaniṣad o stiamo insegnando l’Upaniṣad». Risposta: Questo non è un difetto. Perché il significato della radice ‘sad’, cioè distruggere la causa del saṃsāra, non può esattamente essere riferito a un semplice libro, mentre è appropriato se si riferisce alla conoscenza. Ma è corretto usare tale nome anche per un semplice libro che tratta di quella conoscenza. Questo uso è simile a quando si dice «Ghī5 in verità è vita» (Taittirīya Saṃhitā, II.3.11). Quindi la parola Upaniṣad è usata nel suo senso primario quando si applica alla conoscenza di (Brahman o Virāṭ) ed è usata in senso secondario quando si applica a un’opera”. (KUŚbh, Upodghāta).

          Informiamo il lettore che, nei brani che seguono, la parola Upaniṣad sarà usata per indicare un determinato testo, a meno che non ci sia una specifica affermazione contraria. Le Upaniṣad, in questo senso, sono numerose; ma qui citeremo soltanto le Upaniṣad classiche che Śaṃkara ha riconosciuto e che sono universalmente ritenute autorevoli da tutti i vedāntin.

          2. L’insegnamento delle Upaniṣad

          In contrasto con la prima parte dei Veda che tratta di rituali e che è quindi nota con il nome di sezione ritualistica (karma kāṇḍa), quest’altra è chiamata sezione conoscitiva (jñāna kāṇḍa) perché tratta soprattutto della conoscenza del Brahman.

          Il jñāna kāṇḍa è degno d’essere chiamato Brahma kāṇḍa perché tratta del Brahman, ben distinto dallo studio dei karma ossia dalle azioni rituali. La parola jñāna e alcuni sinonimi come vidyā e pratipatti, sono usati in sensi differenti. Il significato primario della parola è conoscenza della reale natura di Brahman. Il senso secondario è meditazione o esercizio attivo della mente fissata sul Brahman o su qualche altro oggetto o pensiero, com’è ingiunto dagli Śāstra. Considereremo il primo significato prima di prendere in considerazione il secondo.

          Gli insegnamenti delle Upaniṣad che riguardano Brahman non sono mere speculazioni proposte da teorici, ma affermazioni di fatti verificati e verificabili. Questi sono riassunti nel seguente breve testo della Chāndogya Upaniṣad:

          Quello che è questa sottile essenza, tutto questo ha Quello come Sé, Quello è verità, Quello è il Sé; tu sei Quello, o Śvetaketu. (ChU VI.8.7).

          Questo testo, che è ripetuto nove volte nel corso della Chāndogya Upaniṣad, contiene le seguenti verità:

          1. Il Brahman a cui si riferisce qui con il nome di Sat, Puro Essere, è Aṇima, il principio più sottile del sottile. Il cercatore deve procedere dall’aspetto più grossolano dell’universo fino a realizzare questo principio sottilissimo.
          2. Aitadātmyam idam sarvam: l’intero universo ha questo Brahman come sua essenza. Proprio come un tessuto ha solo i fili come sua essenza e tuttavia la gente parla del tessuto come se fosse qualcosa di indipendente dai fili, così soltanto questo Brahman è l’essenza dell’intero universo anche se la gente parla dell’universo come se avesse una sua esistenza indipendente.
          3. Tat Satyam: solo Quello, il Brahman Puro Essere, è reale. Nella vita empirica la parola reale significa ciò che è conosciuto con i validi mezzi di conoscenza (pramāṇa) e che ha un’utilità pratica (arthakṛta). Per esempio l’acqua è considerata reale in quanto bagna i nostri vestiti e spegne la nostra sete. Ma, a dire il vero, questa non è una dimostrazione di realtà. Le cose viste in sogno possono soddisfare a questa prova durante l’esperienza di quello stato, ma noi tutti sappiamo che la loro realtà è annullata non appena ci svegliamo. Un miglior criterio di realtà, quindi, sarebbe considerare una cosa reale solo quando la nostra idea della sua natura, una volta verificata, appare impossibile da essere negata.
          4. Sa Ātma: solo questo Brahman è il reale Ātman. La parola Ātman in sanscrito significa il Sé. Quello che si considera come proprio Sé, designato dalla parola ‘io’ nella vita ordinaria, è in definitiva poco compreso, sebbene sia la sola cosa di cui si è assolutamente e apoditticamente sicuri. Il corpo, i sensi, la mente e l’intelletto, ognuno di essi è immaginato e definito come proprio sé, cioè il cosiddetto ‘io’. Le Upaniṣad dichiarano che l’‘Io’ reale o Ātman, che sfugge alla nostra comprensione, è comune a tutte le creature ed è solo il Brahman.
          5. Tat tvam asi: Quello sei tu. Questa è l’ultima parola dell’Upaniṣad. Questo ‘io’ della cui realtà siamo così certi e che, tuttavia, siamo incapaci di riconoscere, è la sola realtà che soggiace a tutti i fenomeni, come pure agli innumerevoli ‘sé’ immaginati; ed è solo con questo che ognuno di noi realmente si identifica. È il solo ‘Uno senza secondo’, l’advaitam, com’è chiamato nelle Upaniṣad.
          6. Questo Ātman è, infine, descritto come sa eṣa netineti Ātman, il Sé che è libero da ogni caratteristica particolare, che nessun concetto può comprendere e che, quindi, nessuna parola può esprimere. Tuttavia, è la sola entità innegabile, perché chiunque volesse negarlo, userebbe proprio quello per negarlo.

          3. Il Tutto

          I sei insegnamenti cardinali delle Upaniṣad, enumerati nel capitolo precedente, potrebbero essere definiti con i nomi usualmente assegnati all’unica conoscenza contenuta nella śruti. Eccone alcuni:

          • Brahma vidyā, la conoscenza dell’Essere Supremo;
          • Adhyātma vidyā, la conoscenza dell’intuizione dell’onnipervadente e onnicomprensiva Beatitudine della Realtà;
          • Ātmaikatva vidyā, la conoscenza intuitiva dell’unita di Ātman;
          • Brahmātmaikatva vidyā, la conoscenza intuitiva dell’infinito, assoluto e unico Sé;
          • Bhūma vidyā, la conoscenza intuitiva dell’assolutamente infinita Realtà.

          Le Upaniṣad attribuiscono le più alte lodi a ci possiede questa unica conoscenza di Brahman.

          Il conoscitore di Brahman raggiunge il culmine. (TU II.1)

          Chiunque conosca il Brahman, Realtà, Coscienza e Infinito, nascosto nel più alto spazio, nella caverna del cuore, esaudisce tutti i desideri simultaneamente come il Brahman onnisciente. (TU II.1)

          Questo (mantra) è stato detto dal ṛṣi: «Mentre ero nel grembo ho conosciuto tutte le nascite di questi Dei. Un centinaio di fortezze di ferro mi proteggevano. Come un falco sono uscito da esse rapidamente.» Così proclamava Vāmadeva mentre era nel ventre di sua madre. (AiU II.5)

          Chiunque abbia questa conoscenza distrugge i demeriti e si stabilisce in quella realtà infinitamente più grande dei mondi celesti (cioè Brahman). (KeU IV.9)

          Allora Naciketas ottenne questa conoscenza e anche l’intero metodo dello Yoga insegnati dal Dio della Morte e, avendo raggiunto Brahman, fu libero dalla contaminazione di nascita e morte. Così è anche per chiunque altro conosca il Brahman solo come Ātman. (KU II.3.18).

          Egli (Hiraṇyagarbha) insegnò la Brahma Vidyā, il fine di tutte i rami della conoscenza, a suo figlio maggiore Ātharvan. (MuU I.1.1)

          Chiunque veramente conosce quel Brahman Supremo, diventa proprio quel Brahman. Nessuno nella sua famiglia nasce che non sia un conoscitore di Brahman. Egli supera la sofferenza, la colpa ed è libero dai nodi del cuore e diventa immortale. (MuU III.2.9)

          Mio caro, chiunque conosca quell’akṣara (Brahman imperituro) in cui il Sé conoscitore (il jīva) entra assieme agli Dei, ai sensi e agli elementi, quell’onnisciente entra in tutto. (PU IV.11)

          È solo così. Io conosco questo Supremo Brahman. Non c’è nulla oltre a Quello. (PU VI.7)

          Anche ora, chiunque conosca ciò come “Io sono Brahman”, egli diventa tutto questo (universo). Neppure gli Dei possono impedirgli di diventare così, perché egli sarà diventato proprio il loro Sé. (BU I.4.10)

          Ora questo stesso Ātman non nato e onnipervadente è il Brahman privo di decadenza, di morte, imperituro, senza paura. È ben noto che il Brahman è senza paura; chi lo conosce così diventa in verità quello stesso Brahman senza paura. (BU IV.4.25)

          Chi vede così veramente pensa così e capisce così, si delizia nell’Ātman, gioisce in Ātman e gode in compagnia di Ātman e trova la più alta beatitudine nell’Ātman, ne diventa sovrano. I suoi movimenti in tutti i mondi saranno proprio in accordo con la sua volontà e piacimento. Quelli che lo conoscono in altro modo avranno altri che li governeranno, otterranno mondi perituri e il loro movimento tra i mondi sarà travagliato. (ChU VII.25.2)

          Il Brahman, la Realtà, è il Tutto. Questo è l’argomento di cui trattano i ṛṣi upaniṣadici. Alla Realtà sono stati dati molti nomi, ma non può mai essere limitato dalla irrealtà come altro da Sé. La Realtà non conosce assolutamente nulla oltre a Sé. Quindi è chiamata advaita. Questa parola non dovrebbe mai essere presa né come assenza di dualità né come qualcosa d’altro che s’oppone alla dualità. Advaita significa il Tutto, dove il Tutto non implica quantità e numero: il Tutto non implica parti o una moltitudine di aggregati individuali.

          Le seguenti citazioni illustreranno l’unanime lode delle Upaniṣad a questa suprema verità.

          Tutto questo, qualunque fenomeno ci sia in questo mondo, sarà coperto da questo Signore (Īśa). (ĪU 1)

          Questa è una affermazione che esorta alla verità. Se uno è un cercatore sincero dovrebbe capire che ciò che appare come universo è in realtà lo stesso Brahman. Īśa non dovrebbe essere qui interpretato come se fosse riferito al Dio teologico che è fuori del mondo. Come si vedrà più avanti, Brahman e Īśvara sono termini interscambiabili nelle Upaniṣad6.

          Qualsiasi cosa davanti a noi è solo il Brahman immortale; quello che è dietro è solo il Brahman; quello che è a destra e a sinistra è solo il Brahman; quello che è sopra e sotto è solo il Brahman. Tutto questo è Brahman. (MuU II.2.12)

          Questo Brahmā, questo Indra, questo Prajāpati, tutti questi Dei, questi cinque elementi, terra, aria, etere, acqua e fuoco, tutte queste piccole creature effimere, i semi di quelli che nascono dall’uovo, i nati dal ventre, i nati dal sudore e i nati dai germogli, cavalli, vacche, uomini, elefanti, qualsiasi creatura che striscia o vola o che è immobile (le piante), tutto questo è guidato dalla Coscienza, sta nella Coscienza. Tutto il mondo è Coscienza vista. La Coscienza è il sostrato (di tutto), la Coscienza è Brahman. (AiU III.1.3)

          L’Infinito è beatitudine; non c’è beatitudine nel finito. (ChU VII.23.1)

          Dove non si vede altro, non si ode altro, non si conosce altro, quello è l’Infinito7. Dove si vede qualcos’altro, si ode qualcos’altro, si conosce qualcos’altro, quello è il finito. Quello che è Infinito è veramente immortale; quello che è finito è mortale. «Su che cosa, o Signore, Egli (l’Infinito) è stabilito?» «Sulla sua propria gloria, o piuttosto, neppure sulla sua gloria». (ChU VII.24.1)

          Ora, perciò, [questo è] l’insegnamento dell’Ātman stesso: solo l’Ātman è sotto, solo l’Ātman è sopra, solo l’Ātman è a destra, solo l’Ātman è a sinistra, solo l’Ātman è tutto questo. (ChU VII.25.2)

          Tutto questo è essenzialmente questo Ātman. (BU II.4.6)

          Tutto questo è solo Puruṣa. (MuU II.1.10)

          Qui Brahman è chiamato anche Puruṣa8.

          Conosci quel Puruṣa degno di essere conosciuto, in cui (tutte) le kalā (parti) sono fissate come i raggi nel mozzo della ruota; cosicché la morte non ti possa colpire. (PU VI.6)

          Tutto questo è il Puruṣa, tutto quello che è passato e quello che deve avvenire in futuro. (Puruṣa Sūktam, Ṛk Saṃhitā X.90.2)

          Tutto questo è pervaso da quel Puruṣa. (Mahānārāyaṇa Upaniṣad 12)

          Qual è il metro di giudizio per l’insegnamento sull’Ātman? Quale sarà il pensiero della persona che esamina l’universo? Ciò è fondamentale per un’indagine basata sullo studio dell’Upaniṣad. Se ci si limita ai sensi come metro di giudizio, solo il mondo esterno come lo percepiamo, lo concepiamo o lo immaginiamo sarà il nostro universo. Lo studio della vita, delle sensazioni e fenomeni mentali, sarà limitato ai fenomeni dedotti che portano quel nome, escludendo la mente pensante, come pure il suo padrone, chiunque sia. Se una persona includesse se stessa assieme a tutti i suoi fenomeni mentali, il suo metodo d’indagine per questo intero aggregato dovrebbe sempre fare affidamento sulla ragione basata su uno studio della sua propria mente. Il nome più adatto per una simile indagine sarebbe ‘filosofia’, la quale, infatti, si fonda sull’analisi di tutte le particolarità della vita; ma ciò non andrà al di là di una valutazione del tutto individuale. Qual è il raggio d’azione del filosofo e che metro dovrebbe usare per soppesare tutto questo prima di arrivare a una conclusione finale? Questo è il punto cruciale a cui dobbiamo fare fronte. Quando consideriamo il piccolo ‘io’ di cui ognuno di noi è cosciente nel proprio Sé, l’infinito numero di tali sé individuali con cui abbiamo a che fare o che deduciamo che esistano, rappresentano un enigma impegnativo. Essi non devono essere respinti come mere apparenze come quelle persone che si incontrano in sogno, ma neppure sono accettate come entità reali paragonabili al nostro sé di cui siamo così orgogliosi. Inoltre, questo limitato sé in noi non può essere osservato direttamente e studiato come un fenomeno percettibile e neppure sentito immediatamente come un fenomeno psichico, come sono le nostre emozioni e idee. Tuttavia, il nostro intelletto può ragionare su questo e arrivare alla conclusione che ci aiuterà a dedurre il carattere delle altre menti e dei loro possessori. Questo soggetto individuale conscio, in quanto opposto agli oggetti conoscibili, è ciò che nella metafisica filosofica è chiamato ego.

          Al contrario, secondo le Upaniṣad, l’Ātman o l’‘Io’ reale in noi, è diverso dall’ego. A proposito di questa distinzione, Śaṃkara così scrive nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya:

          Obiezione: Essendo l’Ātman l’oggetto del concetto di ‘io’ non si può dichiarare che sia conosciuto solamente nell’Upaniṣad. Risposta: Non è così perché abbiamo già confutato questo punto di vista indicando che c’è il Testimone di quel medesimo ‘io’. In quanto diverso dall’agente che corrisponde al concetto di ‘io’, il Testimone -che è in tutti gli esseri, uno e sempre lo stesso, il Puruṣa eternamente immutabile, il Sé di ognuno-, non è mai stato conosciuto da nessuno per mezzo della sezione dei Veda che tratta di ingiunzioni (rituali, il karma kāṇḍa) o attraverso gli Śāstra dei logici. Quindi, Egli non può essere negato da nessuno. (BSŚBh I.1.4)

          Śaṃkara qui si riferisce al ben noto testo della Śvetāśvatara Upaniṣad che dice:

          C’è un Deva (un essere autoluminoso) nascosto in tutte le creature, onnipervadente, intimo Sé di tutti gli esseri, colui che presiede a tutte le azioni, che risiede in tutti gli esseri, il Testimone, la Realtà cosciente non duale e senza attributi. (ŚU VI.11)

          Ecco dunque l’insegnamento unico delle Upaniṣad, per le quali Īśvara è il Sé Testimone di ogni essere e di cui, quindi, non c’è bisogno di alcuna prova della sua esistenza. L’Ātman intuisce direttamente Sé stesso per mezzo di Sé stesso ed è la sua stessa prova. Inoltre, essendo l’essenza stessa dell’intuizione, è solo grazie alla sua luce di Testimone-Coscienza che gli uomini e le altre creature procedono nella loro vita segnata dalle relazioni (vyavahāra).

          È solo con l’aiuto della luce di Ātman che questo uomo sta, si muove, compie azioni e ritorna. (BU IV.3.6)

          L’intuizione, dunque, è il criterio supremo con cui dobbiamo indagare. Non c’è nulla oltre a essa e non c’è niente che sfugga alla sua vista. Chi percepisce, la percezione e le cose percepite; chi concepisce, la concezione e i concetti; chi sente, il sentimento e gli oggetti sentiti; il soggetto volitivo, l’atto di volizione e gli atti voluti; lo sperimentatore, l’esperienza e gli oggetti sperimentati, tutti questi sono sottomessi al suo giudizio.


          1. Lo yoga della rinuncia a ogni attaccamento. In termini śrauta è definito adhyātma yoga. Nella Bhagavad Gītā la via del samnyāsa è denominata sāṃkhya yoga, termine che definisce l’Advaita Vedānta e che non deve essere confuso, come spesso fanno gli accademici, con i due darśana inferiori, Sāṃkhya e Yoga. [N.d.C.] [↩]
          2. Vijñāna, nel linguaggio advitīya, assume diversi significati: se si riferisce alla conoscenza suprema, vijñāna vuol dire Coscienza-conoscenza, ovvero l’intuizione della Realtà ultima del proprio Sé. Tuttavia se è applicato all’esperienza empirica, il termine esprime il senso di Mahat universale o di buddhi particolare, come nel caso dell’involucro individuale vijñānamaya kośa. Negli altri darśana è usato invece per definire una scienza (śāstra) particolare. [N.d.C.[↩]
          3. Come introduzione è detta Upodghāta. Tuttavia presa come un trattatello a sé stante che può perfino essere estratto dal contesto, va sotto il nome assai più noto di Adhyāsa Bhāṣya. [N.d.C.] [↩]
          4. Il sanscrito è una lingua ricchissima. A questa abbondanza lessicale si aggiunge che ogni singola parola, a seconda del contesto, può assumere significati diversi e, talora, persino opposti. Per questa ragione, per la traduzione in altra lingua, è del tutto deleterio voler fissare un linguaggio in cui a ogni parola debba forzatamente corrispondere un significato unico. La rigidità nella traduzione dei termini porta a creare un sistema chiuso che impedisce all’intelletto di cogliere sensi e prospettive più o meno profonde o articolate. Per la corretta interpretazione dei termini, quindi, il dizionario è del tutto insufficiente e l’unico ricorso a cui attingere è il guru che trasmette la corretta millenaria spiegazione delle singole parole che compongono i testi vedāntici. [N.d.C.] [↩]
          5. O ghṛta, il burro chiarificato usato in oblazione nei sacrifici vedici. [N.d.C.] [↩]
          6. Alcuni ritengono che Īśvara designi unicamente il Dio personale o Aparabrahman. Questa è un’interpretazione errata: il Vedānta si riferisce con il termine ‘Signore’ sia l’Assoluto sia la sua apparenza non suprema immaginata dalla mente. L’Assoluto è Signore perché non dipende da alcunché altro da lui; il non-Supremo è invece Signore dell’universo e dei suoi innumerevoli esseri individuali, dei suoi sudditi. [N.d.C.] [↩]
          7. Questa è la descrizione della reale esperienza del sonno profondo, diversa dalla sua idea illusoria che sia uno stato, come l’individuo immagina in stato di veglia. [N.d.C.] [↩]
          8. Ovviamente, Puruṣa nel Vedānta non può essere confuso con il suo più limitato e molteplice omonimo sāṃkhya. [N.d.C.] [↩]

          0. Introduzione

            Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

            Saggi sul Vedānta

            Prefazione

            Il trattato di Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī che pubblichiamo a puntate su queste pagine è un’opera di introduzione all’Advaita Vedānta piuttosto semplice, che fu scritta in favore di coloro che si sentivano attratti dalla via della conoscenza pur avendone soltanto una preparazione elementare. Veda Vyāsa Maṇḍala ha già pubblicato saggi o monografie di maggiore impegno di questo grande ācārya, come anche di altri jagadguru, saṃnyāsin, paṇḍita e advaiti sādhaka. Dalla corrispondenza che in continuazione riceviamo, si è potuto registrare un ampio consenso da parte di lettori che si sono finalmente trovati davanti all’esposizione della dottrina genuina di Śaṃkara e, per la prima volta, del metodo conoscitivo di realizzazione (sākṣāt sādhanā). Alcuni di loro, con comprensibile ingenuità, si sono rivolti alla nostra Redazione per chiedere indicazioni e consigli su come prendere contatto con guru qualificati. La nostra risposta è sempre stata quella che è leggibile sulla pagina di presentazione del nostro Sito: ognuno deve cercare e trovare il proprio guru, perché anche quella cerca fa parte di una esperienza personale irripetibile. Consigliare o, peggio, indirizzare un aspirante all’iniziazione verso un determinato maestro1 è, in realtà, l’assunzione d’una grave responsabilità d’interferenza, in quanto il rapporto guru-śiṣya è una dualità soltanto apparente: sono le rispettive vāsanā che si devono relazionare per poi risolversi armonicamente nella conoscenza-Coscienza non duale.

            Ogni collaboratore di questo Sito ha raggiunto autonomamente il suo maestro mediante una ricerca in loco più o meno lunga. Questa è la ragione per la quale i nostri collaboratori appartengono a paramparā diverse, anche se, finora, provenienti tutte dall’unico fondatore, Śaṃkara Bhagavatpāda. Veda Vyāsa Maṇḍala non è perciò una succursale europea di alcuna organizzazione vedāntica o di Śrī Vidyā, ma è costituito da un gruppo di sādhaka di provenienze diverse che hanno ricevuto l’esclusivo permesso da parte dei maestri di esporre la dottrina che è stata loro insegnata. Alcuni tra i nostri lettori, di conseguenza, si sono recati in India dove, alla fine, sono stati accolti quali discepoli dai maestri che li hanno trovati adatti a ricevere l’iniziazione corrispondente. Tra costoro, alcuni sono anche diventati nostri nuovi collaboratori. Ci sono state anche reazioni ostili, soprattutto da parte di affiliati ad ambienti settari, che sono persino arrivati con proterva ignoranza a volerci insegnare un loro pseudo Vedānta basato sul Sāṃkhya2. Fortunatamente, scarso è il raggio d’azione di questi circoli completamente avulsi da ogni realtà tradizionale; tuttavia c’è sempre il pericolo che anche dei benintenzionati possano diventare vittime delle loro millanterie. Nelle pagine che seguiranno sarà lo stesso lettore di mente aperta che potrà valutare la portata della dottrina qui esposta.

            Comitato di Redazione
            Veda Vyāsa Maṇḍala

            Introduzione

            La natura dell’insegnamento nelle Upaniṣad

            Le Upaniṣad, a una lettura superficiale, sembrano essere finalizzate a insegnare su quello che si chiama Brahman o Ātman, sull’universo (jagat) e sull’anima individuale (jīva). Ma, le varie espressioni e lo stile d’esposizione impiegati spesso sconcertano il lettore, tanto da far dubitare che rappresentino un pensiero unico, che espongano una dottrina omogenea e un metodo razionale per condurre il cercatore alla meta che si propongono d’insegnare. Il linguaggio e lo stile adottati per trattare del Brahman è in apparenza molto confuso: questi testi sono pieni di racconti, epigrammi, espressioni simboliche, metafore e altro che non paiono condurre alla verità. Invero, talvolta vi si leggono dialoghi, conversazioni, discussioni e dibattiti che sembrano essere una esibizione di argomentazioni dogmatiche e simboliche. D’altro canto, troviamo affermazioni come:

            Questa conoscenza non può essere raggiunta (né può essere confutata) con il ragionamento. Può essere capita bene solo quando è insegnato da un altro. (KU II.1)

            Interpretazioni contraddittorie

            Diversi commentari esprimono le interpretazioni contradditorie dei loro autori e i loro attuali seguaci confermano questa tendenza. Tuttavia, ogni persona dotta, competente nell’esegesi, potrebbe senza difficoltà proporre una sua nuova versione, basandosi sulle affermazioni degli antichi saggi, purché esponesse un pensiero coerente. Nessuno può escludere la legittimità di una nuova lettura delle Upaniṣad, a patto di sostenerla su un fondamento solido, oltre che sull’intuizione personale a cui arrivare tramite disciplina spirituale.

            A fondamento delle Upaniṣad ci sono un’unica dottrina e un metodo da seguire?

            A questo punto è necessario definire se in questi scritti ci sia una dottrina unica e quale sia il metodo upaniṣadico che conduce alla Realtà. Se riuscissimo in questo, potremmo fornire al cercatore attento del Vedānta uno strumento decisivo per aiutarlo a percorrere in sicurezza quest’apparente labirinto.

            L’evidenza del Sūtra Bhāṣya

            Animato dalla curiosità di scoprire la verità sull’argomento e sollecitato da un impulso spontaneo che mi spingeva a cercare la dottrina unica e il metodo valido per tutte le Upaniṣad, cominciai, sotto una guida sicura3, un’accurata ricerca nei Bhāṣya del grande Śaṃkara, l’autore principe di Vedānta, i cui commentari sono tutt’oggi disponibili. Riguardo alla dottrina, non mi ci volle molto per scoprirla perché l’introduzione al suo Brahma Sūtra Bhāṣya contiene questa inequivocabile affermazione:

            Per distruggere questa sorgente di ogni male [l’ignoranza], si deve raggiungere la conoscenza dell’unità di Ātman. Tutti i Vedānta [le Upaniṣad] sono tesi a questo fine (BSŚBh, Upodghāta).

            Il senso di questa affermazione è cristallino: tutte le Upaniṣad hanno l’unico scopo di insegnare la dottrina dell’unico Ātman, ottenendo la cui conoscenza la propria ignoranza è spazzata via. Un’altra affermazione all’inizio del commento ai Brahma Sūtra fa questa indiscutibile precisazione:

            Finora si è concluso che i testi vedāntici sono finalizzati a produrre l’intuizione del Brahman-Ātman; essi sono sintatticamente costruiti all’unico scopo di insegnare il Brahman-Ātman, e culminano nella conoscenza di Brahman senza che si debba compiere alcuna azione (BSŚBh I.1.5).

            Questo brano significa che le Upaniṣad hanno il solo scopo di insegnare la natura del Sé in quanto Brahman, opposto al sé individuale. Ciò esclude ogni possibilità che debba esser compiuto qualsiasi dovere rituale dopo aver raggiunto questa via di conoscenza dell’infinito Sé. Naturalmente, con questo s’intende che nell’opinione di Śaṃkara i passaggi upaniṣadici che obbligano una persona a compiere azioni rituali per ottenere un certo risultato, non hanno nulla a che fare con i testi che insegnano la natura dell’unico infinito Ātman. Questo è in consonanza con la precedente affermazione dell’introduzione (Upodghāta), in cui si dice che tutte le Upaniṣad hanno il solo scopo di insegnare la dottrina dell’unità del Sé. Ma questa è solo l’opinione personale di Śaṃkara o c’è una base tradizionale per questa visione? Anche supponendo che ciò sia sostenuto da una precisa tradizione, come lo possiamo conciliare con il fatto che ci sono tanti commentari differenti, ognuno dei quali afferma di avere ricevuto l’insegnamento per regolare trasmissione, sostenendo, inoltre, d’essere l’unica corretta interpretazione delle Upaniṣad?

            In primo luogo, ci sono testi upaniṣadici che affermano in termini indiscutibili l’unità di Brahman-Ātman:

            Quello che percepiamo di fronte a noi è solo il Brahman immortale: quello che sta dietro è solo Brahman, a destra e a sinistra è solo Brahman, quello che si estende sopra e sotto è Brahman. Tutto questo universo è il supremo Brahman. (MuU II.2.11).

            E ora c’è l’istruzione che concerne l’Ātman. Solo Ātman è sopra e sotto, Ātman solo è dietro e davanti; Ātman è a destra e a sinistra. Tutto questo è solo Ātman (ChU VII.25.2)

            In secondo luogo, i dubbi dei dualisti sono messi a tacere da questi due śloka di Gauḍapāda il grande guru di Śaṃkara

            I dualisti (che seguono il Sāṃkhya o il Vaiśeṣika, buddhisti o jaina ecc.) si aggrappano fermamente ai loro rispettivi sistemi contraddicendosi l’un l’altro. Ma questa nostra dottrina non è contraddetta da loro, perché la non-dualità è l’unica Realtà, mentre la dualità è solo la sua apparenza. Per essi, in entrambi i casi si tratta solo di dualità (cioè la Realtà e l’apparenza). Perciò questa dottrina non può essere in alcun modo da loro contraddetta. (MUGK III.17-18).

            Riguardo ai testi che insegnano la creazione della molteplicità, Śaṃkara stesso cita due śloka da Gauḍapāda:

            Negando il creatore (sambhūti, Hiraṇyagarbha) è negata di conseguenza la creazione (sambhavaḥ), [narrata variamente per mezzo degli esempi dell’argilla, del metallo, e delle scintille, e che sono solo strumenti per condurre il cercatore alla verità unica]. L’affermazione: “Cosa potrebbe costringerlo a manifestarsi?” esclude qualsiasi causa. (MUGK III.25).

            Śaṃkara, per sostenere il suo punto di vista, riporta questo śloka (in BSŚBh I.4.14) per cui l’effetto (l’universo) non è altro dalla causa, il Brahman.

            Quando l’anima individuale si risveglia dal sonno (nidrā) illusorio senza inizio [la māyā], allora realizza la sua natura non nata, senza sonno, senza sogno, non duale. (MUGK I.16).

            Questo śloka è citato da Śaṃkara per sostenere che gli stati di creazione, mantenimento e dissoluzione del mondo sono del tutto illusori e non reali (BSŚBh II.1.9).

            Altri due esempi possono essere citati per corroborare il fatto che, nella tradizione di Śaṃkara, la śruti usa gli esempi empirici della relazione causa-effetto soltanto per respingere la realtà della causalità e per stabilire la non dualità vedica. L’enunciato upaniṣadico di Brahman quale causa della nascita, mantenimento e dissoluzione del mondo, è intenzionalmente (adhyāropa) di natura causale; è usato, infatti, come strumento per convincere il cercatore discriminante che la cosiddetta causa materiale è soltanto la Realtà assoluta che appare immaginata in diversi modi, come l’attore sul proscenio (BSŚBh II.1.18).

            Obiezione: non è forse Brahman privo di suono ecc., la causa dell’universo?

            Risposta: Certamente; ma l’effetto, come il suono e le altre caratteristiche, non esistono mai né prima della creazione né ora, ma solo nella sua natura essenziale in quanto causa. (BSŚBh II.1.7).

            Perciò si deve concludere che proprio come gli spazi, come quello dentro alla giara ecc., non sono differenti dallo spazio universale; oppure è proprio come l’acqua del miraggio ecc., che non è differente dalla sabbia del deserto, apparendo e scomparendo improvvisamente per sua natura, indefinibile nella sua apparente natura. Allo stesso modo anche questo universo molteplice, composto di cose sperimentate, di sperimentatori ecc., non esiste se non in Brahman (BSŚBh II.1.14).

            Riferimenti alla dottrina tradizionale della Bhagavad Gītā

            Le precedenti citazioni dal Brahma Sūtra Bhāṣya non solamente ci danno una visione della dottrina principale sottintesa in tutte le Upaniṣad, ma ci forniscono anche il metodo adottato in quegli scritti per insegnare l’assoluto Brahmātman. Perché, mentre sappiamo che l’Assoluto è del tutto senza secondo, consideriamo qui la deliberata sovrapposizione della natura di causa sul Brahman, ma esclusivamente come strumento per insegnare l’unità. E, di seguito, l’annullamento dell’idea che [il Brahman] sia causa si raggiunge negando l’esistenza separata dell’effetto dalla sua causa materiale. Come afferma Śaṃkara nel suo Sūtra Bhāṣya:

            Questo è un esempio usato per insegnare la natura di Brahman. Dall’espressione vācārambhanam (che vuol dire fatto solo di parole o gioco di parole) qui usata, dobbiamo dedurre che, anche in quello che è portato come esempio, si vuole affermare l’inesistenza di tutti gli effetti considerati come fossero diversi da Brahman (BSŚBh II.1.14).

            Si deve trarre da quanto precede che Śaṃkara qui si riferisce a un metodo tradizionale comune a tutte le Upaniṣad consistente nell’uso dello strumento di deliberata sovrapposizione (adhyāropa) di certe proprietà sull’Assoluto all’unico fine di rivelare la sua reale natura. La sovrapposizione viene poi negata (apavāda) quando lo scopo è stato raggiunto. Riferimenti a questo metodo si trovano nel suo commento alla Gītā che giustificano questa conclusione. Per esempio, criticando il punto di vista di alcuni pensatori che sostengono sia impossibile per la mente afferrare l’Ātman in quanto senza forma (arūpin), e che perciò sia impossibile da ottenerne la vera conoscenza in cui restare permanentemente, il Guru dice:

            È vero, ed è proprio così per quelli che non hanno avuto accesso all’insegnamento tradizionale tramandato dai guru, per coloro che non hanno studiato il Vedānta, la cui mente è completamente attaccata agli oggetti esterni dei sensi, e che non si sono impegnati a capire la natura dei validi mezzi di conoscenza (pramāṇa). Ma coloro che sono di natura opposta non possono concepire una reale esistenza di dualità come quella di soggetto-oggetto. Essi, infatti, non vedono null’altro che la Coscienza-Ātman (BhGŚBh XVIII.50).

            Ed egli conclude:

            Perciò la conoscenza è ben conosciuta e anche il conoscitore è ben conosciuto. Perciò non è necessario alcuno sforzo per l’ottenimento della conoscenza; lo sforzo è necessario solo per rimuovere l’idea che il Sé sia contaminato dal non-sé. Quindi, nella Conoscenza è assolutamente possibile stabilirsi perfettamente. (BhGŚBh XVIII.50).

            È evidente che Śaṃkara si riferisce al metodo tradizionale d’insegnare l’Ātman rimovendo quello che non è proprietà del Sé. Lo afferma anche in molti altri passaggi:

            Perché lo Śāstra, il più alto strumento di conoscenza, diventa valido mezzo di conoscenza rimovendo ciò che non è proprietà dell’Ātman e non raggiungendo qualcosa la cui natura era previamente sconosciuta. (BhGŚBh III.18)

            Sempre nel suo commento al seguente śloka si trova un secondo riferimento a questa trasmissione d’insegnamento, in cui critica un’interpretazione errata della Gītā:

            Conosci lo Kṣetrājña come Me stesso in tutti gli kṣetra, o discendente Bhārata! (BhG XIII.2).

            Il seguace di un’altra scuola, infatti, sostiene che il Conoscitore del campo (Kṣetrājña) è certamente Īśvara e il campo (kṣetra) è qualcos’altro che è oggetto dello Kṣetrājña. Costui afferma: «Ma, per quello che riguarda me stesso, io sono un jīva trasmigrante soggetto a piacere e dolore; e devo realizzare la cessazione di questo saṃsāra raggiungendo la conoscenza sia di kṣetra (il mondo, jagat) sia di Kṣetrājña (il Signore). Dopo aver realizzato lo Kṣetrājña, devo rimanere fissato nella natura di quello Kṣetrājña». Śaṃkara fa questa sprezzante osservazione su questo punto di vista:

            Chi pensa così e afferma di non essere lo Kṣetrājña, è un cercatore demente che spera di conoscere sia il saṃsāra sia la Liberazione, pensando che gli Śāstra avrebbero senso solo così; costui è un uccisore del Sé e confonde se stesso e gli altri perché non possiede il metodo tradizionale d’insegnamento degli Śāstra. Di conseguenza, egli sta respingendo quello che è insegnato qui, immaginandosi ciò che non è insegnato. Quindi, non essendo a conoscenza del tradizionale metodo interpretativo, dovrebbe essere evitato in quanto folle, essendo ignorante degli Śāstra (BhGŚBh XIII.2).

            Qui la Gītā insegna che il Conoscitore del campo, pur sembrando un sé individuale, è realmente Īśvara stesso, ovvero il Testimone in tutti gli esseri. Śaṃkara afferma che chi distorce questo insegnamento per sostenere che si deve meditare (upāsya) su questo Īśvara, negando che debba essere conosciuto direttamente come proprio Sé, sta sminuendo o svirtuandone il vero senso. Chi invece ha ricevuto il corretto metodo non farà mai un così rozzo errore. Śaṃkara qui chiaramente si rifà all’insegnamento tradizionale di Gauḍapāda riguardo all’upāsanā. Ecco due citazioni da Gauḍapāda a questo proposito:

            Il cercatore che si dedica alla meditazione (upāsanā) dipende dal Brahman-nato: per lui tutto questo è proprio il Brahman non nato (solo com’era) ‘prima’ della creazione. Quindi, deve essere considerato uno scadente conoscitore del Brahman. (MUGK III.1).

            I cercatori della Realtà sono di tre gradi: il più basso, il mediocre e l’ottimo. Perciò questa upāsanā è stata insegnata (solo per i primi due gradi). (MUGK III.16).

            Le stesse Upaniṣad insegnano che il Brahman su cui si medita non deve essere considerato come il Brahman Supremo nella sua reale natura (nedam yadidamupāsate, “che non è quello su cui si medita come oggetto” Kena Upaniṣad, I.6). Questa osservazione è ricorrente nell’insegnamento upanisadico. E, infine, troviamo un’affermazione di Śaṃkara che chiama esattamente al metodo tradizionale con il suo nome. Commentando lo śloka sarvataḥ pāṇipādam tat (quello con mani e piedi ovunque) (BhG XIII.13) scrive:

            La diversità di caratteristiche specifiche nello Kṣetrājña dovuta alle molteplici aggiunte limitative (upādhi) è completamente irreale. Quindi, per negare ciò si deve insegnare che Quello (Tat) che si desidera conoscere deve essere conosciuto né come essere né come non-essere. Anche se la forma irreale è causata dalle aggiunte limitative, essa serve, tuttavia, a comprendere la sua esistenza, per cui si dice ‘ha mani e piedi ovunque’, considerando questa come fosse una qualità del (Brahman) che si desidera conoscere. (BhGŚBh XIII.13).

            Al contrario, per i conoscitori del metodo tradizionale c’è questo detto: “Quello che è privo di ogni molteplicità è spiegato per mezzo della deliberata sovrapposizione e negazione”.

            Bisogna notare che sia la sovrapposizione sia la negazione sono usate dallo Śāstra o dal guru come strumento per rivelare la vera natura della Realtà inesprimibile e inconcepibile. Non si tratta d’un tentativo di rimuovere una qualsiasi molteplicità coesistente con Ātman, poiché la molteplicità è solo apparenza. Così Gauḍapāda insegna autorevolmente:

            Se realmente esistesse la molteplicità, senza dubbio, dovrebbe essere rimossa. Ma questa dualità è solo māyā, essendoci, in realtà, la sola non dualità. La costruzione mentale (della distinzione di Śāstra, maestro e discepolo a cui insegnare), se fosse una vera sovrapposizione, dovrebbe essere distrutta. Invece questa è una dottrina ideata all’unico scopo di insegnare. Quando (la Realtà) è conosciuta, non esiste dualità alcuna. (MUGK I.17-18).

            I due punti di vista

            Nelle Upaniṣad questo metodo tradizionale di insegnamento dell’Assoluto usa un linguaggio e uno stile che servono a renderlo intelligibile al discepolo. Racconti, miti, esposizioni simboliche ed esempi, hanno tutti lo scopo di adhyāropa che, si suppone, serva da strumento per negare ogni sovrapposizione proiettata dalla mente umana. Quando lo scopo è stato raggiunto, la deliberata sovrapposizione è inevitabilmente abrogata. Durante tutto il corso dell’insegnamento si usano certi concetti per indicare l’inesprimibile e inconcepibile Assoluto che non può mai essere oggettivato dalla mente. Si usa un linguaggio simile a quello della vita ordinaria, ma con un senso speciale, estendendo il significato delle parole in modo da renderle adatte a suggerire la relazione dell’universo fenomenico con l’Assoluto. Questa dottrina della distinzione tra il punto di vista del senso comune, cioè empirico (lokadṛṣṭi) e il punto di vista vedāntico (śāstradṛṣṭi), cioè della visione della Realtà assoluta (pāramārtikadṛṣṭi), è lo strumento più utile, continuamente usato dal metodo tradizionale upaniṣadico. Śaṃkara ha solo seguito le orme del suo grande guru Gauḍapāda, usando sempre nei suoi Bhāṣya questa distinzione. Infatti, Gauḍapāda era già ricorso alla volontaria sovrapposizione del punto di vista empirico, come strumento (upāya) per la sua negazione finale, allorché si raggiunge l’intuizione della non dualità (upeya, scopo) assoluta e non-nata.

            (La śruti) affermando che “Questo Ātman è descritto come non questo non questo (neti neti)”, nega qualsiasi cosa usata in precedenza per spiegare [come conoscere Brahman], perciò tutto questo non deve essere preso (come vero), in quanto l’Ātman non-nato si autorivela. (MUGK III.26).

            La presente opera

            Pur avendo trattato del metodo tradizionale del Vedānta in altri lavori precedenti4, ho scritto questo libro allo scopo di offrire un’introduzione alla dottrina centrale delle Upaniṣad e all’unico mezzo di approccio in esse usato, al fine di condurre il cercatore all’intuizione della Realtà assoluta che è il suo proprio Sé. Mi auguro che il principiante trovi qui ampio materiale che lo renda capace di comprendere come questo metodo possa essere usato in anche forme diverse che qui abbiamo dovuto tralasciare.

            L’Autore, 4 agosto 1971

            1. Ancor peggio è consigliare in privato, quando in pubblico s’afferma la scorrettezza di impartire simili indicazioni arbitrarie, di prendere contatto con certuni che si sono palesemente autoproclamanti maestri. Soprattutto se quest’ultimi sono occidentali.[↩]
            2. Ciò non deve stupire poiché, essendo dualisti, simpatizzano istintivamente con quel darśana di cui Śaṃkara diceva: “La dottrina di Kapila è in contraddizione sia con la śruti sia con Manu, che con la śruti è in accordo, non solo perché afferma l’esistenza indipendente di Prakṛti, ma anche perché sostiene la molteplicità dei puruṣa” (BSŚBh II.1.1); “«Con questo si rifiuta lo Yoga». Le argomentazioni appena esposte valgono anche per un altro darśana, in quanto, dopo aver respinto la Sāṃkhya Smṛti, quando si dice ‘con questo’ si intende che va rifiutata anche la Smṛti dello Yoga. Perché anche lì, in contraddizione con i Veda, si accetta Pradhāna quale causa indipendente delle sue produzioni, mahat e gli altri (tattva), anche se tutto ciò non trova riscontro né nell’esperienza comune né nei Veda” (BSŚBh II.1.3). Certo è che la presunzione spinge gli ignoranti a credere di conoscere l’Advaita meglio di Śaṃkara![↩]
            3. Il maestro che guidò Svāmījī nell’indagine spirituale sul Brahma Sūtra Śaṃkara Bhaṣyā fu il Jagadguru Satchidānanda Śivābhinava Nṛsiṃha Bhāratī, Śaṃkarācārya del Pīṭham di Śṛṅgerī [N.d.C.].[↩]
            4. Māṇḍūkya Rahasya Vṛtti, How to recognize the Method of Vedānta e Śaṃkara’s clarification of certain vedāntic concepts. Holenarasipur, Adhyātma Prakāśa Kāryālaya, 1995[↩]