Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

Saggi sul Vedānta

Vedānta

Mi sono proposto di scrivere una serie di saggi sul Vedānta a beneficio dei cercatori che desiderano un resoconto dei principi essenziali delle Upaniṣad e dei metodi in esse indicati.

Le Upaniṣad sono anche chiamate Vedānta perché la maggior parte di esse si trova alla fine dei Veda, ma soprattutto perché contengono le più elevate dottrine vediche che insegnano il fine supremo della nascita umana (parampuruṣārtha).

La parola Vedānta nelle Upaniṣad classiche si trova raramente. Mi sono imbattuto in due passaggi che meritano speciale attenzione:

Questo è il supremo segreto del Vedānta che è stato insegnato anticamente. Questo (insegnamento) non dovrebbe essere trasmesso a chi non ha autocontrollo, e neppure a chi non è né un proprio figlio né un discepolo. (Śvetāśvatara Upaniṣad, VI. 22)

Qui si afferma che l’insegnamento delle Upaniṣad è un segreto da rivelare solo ai cercatori qualificati.

Coloro che hanno perfettamente accertato la natura della Realtà rivelata dall’intuizione vedāntica, i cercatori costanti, le cui menti sono state purificate dallo yoga del saṃnyāsa1, costoro sono liberi da tutte le limitazioni condizionanti (upādhi), essendo diventati perfettamente immortali alla fine della vita. (Mu III. 2.6)

Il Vedānta vijñāna2 è stato spiegato da Śaṃkara come ‘intuizione nata dall’insegnamento dei Vedānta’; quindi è chiaro che qui Śaṃkara intende le Upaniṣad. Nella sua introduzione3 al Brahma Sūtra Bhāṣya egli scrive:

Tutti i Vedānta hanno come fine la distruzione di questa fonte del male, cosicché la conoscenza dell’unità dell’Ātman possa essere acquisita. (BSŚBh, Adhyāsa Bhāṣya).

È evidente che Śaṃkara intende affermare che tutte le Upaniṣad hanno lo scopo di aiutare il cercatore ad acquisire la conoscenza dell’unico Ātman. In questa serie di saggi si userà la parola Vedānta per indicare la dottrina delle Upaniṣad conosciuta con questo nome. In sanscrito la parola può essere usata anche con sensi diversi4.

Virocana andò dagli asura. Raccontò loro la seguente Upaniṣad: “Solo il corpo deve essere adorato, si deve meditare solo sul corpo”. (ChU VIII.8.4)

Perciò anche ora quando si parla di qualcuno che non fa mai doni, che non ha retta intenzione, che non medita mai, lo si definisce in questi termini “Ahimè, egli è di natura asurica!”. Perché quella è l’Upaniṣad degli asura. (ChU VIII.8.5)

In queste due citazioni la parola Upaniṣad significa una dottrina.

Di Lui l’Upaniṣad è il reale satya (satya satyasa satyam) (o i prāṇa). (BU II.1.20)

In questo caso con la parola Upaniṣad s’intende un nome. Il nome di Brahman è ‘il reale Satya’; cioè i prāṇa che sono composti dei cinque elementi, perché i prāṇa sono conosciuti come satyam (composto da sat e tyat, essere là) e Ātman è la realtà soggiacente ai prāṇa.

Ora, quindi spiegheremo l’Upaniṣad della Saṃhitā. (TU I.3)

Qui Upaniṣad significa meditazione.

Questa è l’Upaniṣad. (TU II.9, III.10)

In questo caso la parola Upaniṣad significa il mistero supremo (pararahasya), la conoscenza di Brahman.

Discepolo: «Per favore, Signore, insegnatemi l’Upaniṣad». Maestro: «L’Upaniṣad ti è stata insegnata. Ti abbiamo insegnato l’Upaniṣad del Brahman». (KeU IV.7)

Anche qui la parola Upaniṣad significa il più alto segreto della conoscenza della natura del Brahman. Śaṃkara stesso, ogniqualvolta usa la parola Upaniṣad intende la conoscenza di Brahman, in senso primario e, in senso secondario, la parte dei Veda che si suole chiamare con quel nome. Ecco alcune citazioni a esempio:

Ogniqualvolta ci si accosta a questa Brahma Vidyā con ardore e devozione, identificandosi al Brahman come proprio Sé, (questa vidyā) recide tutti i mali che capitano, come entrare nel grembo materno, la nascita, l’invecchiamento e la malattia. Perciò è chiamata Upaniṣad. È chiamata così perché conduce il cercatore al Supremo Brahman. Oppure, è anche chiamata così perché distrugge per sempre l’avidyā, origine delle sofferenze del saṃsāra. Perché nella grammatica si dice che la radice ‘sad’ con il prefisso ‘upa’ e ‘ni’ significa tutto questo (MuU, Upodghāta).

Ora inizia un breve commento ai capitoli della Kaṭha Upaniṣad per renderli facilmente comprensibili (KU, Upodghāta)

Qui, invece, Śaṃkara con Upaniṣad chiama un testo scritto. Egli ha chiamato il suo commento vṛtti, per indicare come la sua spiegazione, sebbene breve, renda più intellegibile il significato dei sei capitoli (chiamati vallī) in paragone con una precedente vṛtti di qualche altro autore.

Questa parola Upaniṣad è la forma finale della radice ‘sad’ (che significa frantumare) andare, allentare, sciogliere, con questi prefissi ‘upa’ e ‘ni’ e con l’aggiunta del suffisso ‘kvip’. (KUŚbh, Upodghāta)

Questa spiegazione di come è composta la parola serve a illustrare le numerose funzioni della Brahma vidyā. Questa stessa composizione, assieme alla spiegazione di quello che la Brahma Vidyā fa a chi l’acquisisce, ricorre nell’introduzione di Śaṃkara a molte altre Upaniṣad. Abbiamo scelto il Kaṭha Upaniṣad Bhāṣya quale esempio.

La parola Upaniṣad indica la conoscenza di ciò che si deve conoscere, com’è proposto dall’opera che qui commentiamo: Domanda: «La conoscenza a cui allude la parola Upaniṣad a quale di questi significati è riferita?» Risposta: «Questa conoscenza è chiamata Upaniṣad con il seguente significato, ossia ciò che frantuma, uccide o distrugge avidyā e altri mali, che sono i semi del saṃsāra, di quei cercatori della Liberazione che sono liberi dall’attrazione per gli oggetti visti o sentiti dire, di questo o a proposito di altri mondi, e che hanno intrapreso la conoscenza, indicata dalla parola Upaniṣad, come sarà esposta di seguito, e che investigano con costanza e ferma risoluzione. Di conseguenza si dirà “IntuendoLo, ci si libera dalle fauci della morte” (KUŚBh I.3.15)». (KUŚBh, Upodghāta)

Oppure; Brahma Vidyā è chiamata Upaniṣad per ciò che indica il suo significato, cioè che conduce alla Liberazione, al Brahman Supremo, i cercatori che possiedono le suddette qualifiche. (KUŚbh, Upodghāta).

O, ancora, Agni vidyā [la conoscenza di Virāṭ] è descritta dalla parola Upaniṣad per l’associazione con il significato della sua radice. Perché la conoscenza di questo Agni, il creatore del mondo (della veglia), il conoscitore che è nato da Brahman (Hiraṇyagarbha), che è l’argomento del secondo dono scelto (da Naciketas), conduce al cielo (di Virāṭ) e così indebolisce e scioglie i diversi mali, come risiedere nel grembo materno, la nascita, la vecchiaia, che ripetutamente avvengono negli altri mondi. Perché l’Upaniṣad dichiara così: “Coloro che raggiungono il cielo otterranno l’immortalità” (KUŚBh I.13). (KUŚBh, Upodghāta).

Il prossimo passaggio dal commento sulla Kaṭha, spiega perché la parola Upaniṣad dovrebbe essere usata in senso secondario quando è riferita a un’opera letteraria: “Obiezione: Ma discepoli e (maestri) usano la parola Upaniṣad anche per un’opera letteraria, come quando dicono: «Stiamo studiando l’Upaniṣad o stiamo insegnando l’Upaniṣad». Risposta: Questo non è un difetto. Perché il significato della radice ‘sad’, cioè distruggere la causa del saṃsāra, non può esattamente essere riferito a un semplice libro, mentre è appropriato se si riferisce alla conoscenza. Ma è corretto usare tale nome anche per un semplice libro che tratta di quella conoscenza. Questo uso è simile a quando si dice «Ghī5 in verità è vita» (Taittirīya Saṃhitā, II.3.11). Quindi la parola Upaniṣad è usata nel suo senso primario quando si applica alla conoscenza di (Brahman o Virāṭ) ed è usata in senso secondario quando si applica a un’opera”. (KUŚbh, Upodghāta).

Informiamo il lettore che, nei brani che seguono, la parola Upaniṣad sarà usata per indicare un determinato testo, a meno che non ci sia una specifica affermazione contraria. Le Upaniṣad, in questo senso, sono numerose; ma qui citeremo soltanto le Upaniṣad classiche che Śaṃkara ha riconosciuto e che sono universalmente ritenute autorevoli da tutti i vedāntin.

2. L’insegnamento delle Upaniṣad

In contrasto con la prima parte dei Veda che tratta di rituali e che è quindi nota con il nome di sezione ritualistica (karma kāṇḍa), quest’altra è chiamata sezione conoscitiva (jñāna kāṇḍa) perché tratta soprattutto della conoscenza del Brahman.

Il jñāna kāṇḍa è degno d’essere chiamato Brahma kāṇḍa perché tratta del Brahman, ben distinto dallo studio dei karma ossia dalle azioni rituali. La parola jñāna e alcuni sinonimi come vidyā e pratipatti, sono usati in sensi differenti. Il significato primario della parola è conoscenza della reale natura di Brahman. Il senso secondario è meditazione o esercizio attivo della mente fissata sul Brahman o su qualche altro oggetto o pensiero, com’è ingiunto dagli Śāstra. Considereremo il primo significato prima di prendere in considerazione il secondo.

Gli insegnamenti delle Upaniṣad che riguardano Brahman non sono mere speculazioni proposte da teorici, ma affermazioni di fatti verificati e verificabili. Questi sono riassunti nel seguente breve testo della Chāndogya Upaniṣad:

Quello che è questa sottile essenza, tutto questo ha Quello come Sé, Quello è verità, Quello è il Sé; tu sei Quello, o Śvetaketu. (ChU VI.8.7).

Questo testo, che è ripetuto nove volte nel corso della Chāndogya Upaniṣad, contiene le seguenti verità:

  1. Il Brahman a cui si riferisce qui con il nome di Sat, Puro Essere, è Aṇima, il principio più sottile del sottile. Il cercatore deve procedere dall’aspetto più grossolano dell’universo fino a realizzare questo principio sottilissimo.
  2. Aitadātmyam idam sarvam: l’intero universo ha questo Brahman come sua essenza. Proprio come un tessuto ha solo i fili come sua essenza e tuttavia la gente parla del tessuto come se fosse qualcosa di indipendente dai fili, così soltanto questo Brahman è l’essenza dell’intero universo anche se la gente parla dell’universo come se avesse una sua esistenza indipendente.
  3. Tat Satyam: solo Quello, il Brahman Puro Essere, è reale. Nella vita empirica la parola reale significa ciò che è conosciuto con i validi mezzi di conoscenza (pramāṇa) e che ha un’utilità pratica (arthakṛta). Per esempio l’acqua è considerata reale in quanto bagna i nostri vestiti e spegne la nostra sete. Ma, a dire il vero, questa non è una dimostrazione di realtà. Le cose viste in sogno possono soddisfare a questa prova durante l’esperienza di quello stato, ma noi tutti sappiamo che la loro realtà è annullata non appena ci svegliamo. Un miglior criterio di realtà, quindi, sarebbe considerare una cosa reale solo quando la nostra idea della sua natura, una volta verificata, appare impossibile da essere negata.
  4. Sa Ātma: solo questo Brahman è il reale Ātman. La parola Ātman in sanscrito significa il Sé. Quello che si considera come proprio Sé, designato dalla parola ‘io’ nella vita ordinaria, è in definitiva poco compreso, sebbene sia la sola cosa di cui si è assolutamente e apoditticamente sicuri. Il corpo, i sensi, la mente e l’intelletto, ognuno di essi è immaginato e definito come proprio sé, cioè il cosiddetto ‘io’. Le Upaniṣad dichiarano che l’‘Io’ reale o Ātman, che sfugge alla nostra comprensione, è comune a tutte le creature ed è solo il Brahman.
  5. Tat tvam asi: Quello sei tu. Questa è l’ultima parola dell’Upaniṣad. Questo ‘io’ della cui realtà siamo così certi e che, tuttavia, siamo incapaci di riconoscere, è la sola realtà che soggiace a tutti i fenomeni, come pure agli innumerevoli ‘sé’ immaginati; ed è solo con questo che ognuno di noi realmente si identifica. È il solo ‘Uno senza secondo’, l’advaitam, com’è chiamato nelle Upaniṣad.
  6. Questo Ātman è, infine, descritto come sa eṣa netineti Ātman, il Sé che è libero da ogni caratteristica particolare, che nessun concetto può comprendere e che, quindi, nessuna parola può esprimere. Tuttavia, è la sola entità innegabile, perché chiunque volesse negarlo, userebbe proprio quello per negarlo.

3. Il Tutto

I sei insegnamenti cardinali delle Upaniṣad, enumerati nel capitolo precedente, potrebbero essere definiti con i nomi usualmente assegnati all’unica conoscenza contenuta nella śruti. Eccone alcuni:

  • Brahma vidyā, la conoscenza dell’Essere Supremo;
  • Adhyātma vidyā, la conoscenza dell’intuizione dell’onnipervadente e onnicomprensiva Beatitudine della Realtà;
  • Ātmaikatva vidyā, la conoscenza intuitiva dell’unita di Ātman;
  • Brahmātmaikatva vidyā, la conoscenza intuitiva dell’infinito, assoluto e unico Sé;
  • Bhūma vidyā, la conoscenza intuitiva dell’assolutamente infinita Realtà.

Le Upaniṣad attribuiscono le più alte lodi a ci possiede questa unica conoscenza di Brahman.

Il conoscitore di Brahman raggiunge il culmine. (TU II.1)

Chiunque conosca il Brahman, Realtà, Coscienza e Infinito, nascosto nel più alto spazio, nella caverna del cuore, esaudisce tutti i desideri simultaneamente come il Brahman onnisciente. (TU II.1)

Questo (mantra) è stato detto dal ṛṣi: «Mentre ero nel grembo ho conosciuto tutte le nascite di questi Dei. Un centinaio di fortezze di ferro mi proteggevano. Come un falco sono uscito da esse rapidamente.» Così proclamava Vāmadeva mentre era nel ventre di sua madre. (AiU II.5)

Chiunque abbia questa conoscenza distrugge i demeriti e si stabilisce in quella realtà infinitamente più grande dei mondi celesti (cioè Brahman). (KeU IV.9)

Allora Naciketas ottenne questa conoscenza e anche l’intero metodo dello Yoga insegnati dal Dio della Morte e, avendo raggiunto Brahman, fu libero dalla contaminazione di nascita e morte. Così è anche per chiunque altro conosca il Brahman solo come Ātman. (KU II.3.18).

Egli (Hiraṇyagarbha) insegnò la Brahma Vidyā, il fine di tutte i rami della conoscenza, a suo figlio maggiore Ātharvan. (MuU I.1.1)

Chiunque veramente conosce quel Brahman Supremo, diventa proprio quel Brahman. Nessuno nella sua famiglia nasce che non sia un conoscitore di Brahman. Egli supera la sofferenza, la colpa ed è libero dai nodi del cuore e diventa immortale. (MuU III.2.9)

Mio caro, chiunque conosca quell’akṣara (Brahman imperituro) in cui il Sé conoscitore (il jīva) entra assieme agli Dei, ai sensi e agli elementi, quell’onnisciente entra in tutto. (PU IV.11)

È solo così. Io conosco questo Supremo Brahman. Non c’è nulla oltre a Quello. (PU VI.7)

Anche ora, chiunque conosca ciò come “Io sono Brahman”, egli diventa tutto questo (universo). Neppure gli Dei possono impedirgli di diventare così, perché egli sarà diventato proprio il loro Sé. (BU I.4.10)

Ora questo stesso Ātman non nato e onnipervadente è il Brahman privo di decadenza, di morte, imperituro, senza paura. È ben noto che il Brahman è senza paura; chi lo conosce così diventa in verità quello stesso Brahman senza paura. (BU IV.4.25)

Chi vede così veramente pensa così e capisce così, si delizia nell’Ātman, gioisce in Ātman e gode in compagnia di Ātman e trova la più alta beatitudine nell’Ātman, ne diventa sovrano. I suoi movimenti in tutti i mondi saranno proprio in accordo con la sua volontà e piacimento. Quelli che lo conoscono in altro modo avranno altri che li governeranno, otterranno mondi perituri e il loro movimento tra i mondi sarà travagliato. (ChU VII.25.2)

Il Brahman, la Realtà, è il Tutto. Questo è l’argomento di cui trattano i ṛṣi upaniṣadici. Alla Realtà sono stati dati molti nomi, ma non può mai essere limitato dalla irrealtà come altro da Sé. La Realtà non conosce assolutamente nulla oltre a Sé. Quindi è chiamata advaita. Questa parola non dovrebbe mai essere presa né come assenza di dualità né come qualcosa d’altro che s’oppone alla dualità. Advaita significa il Tutto, dove il Tutto non implica quantità e numero: il Tutto non implica parti o una moltitudine di aggregati individuali.

Le seguenti citazioni illustreranno l’unanime lode delle Upaniṣad a questa suprema verità.

Tutto questo, qualunque fenomeno ci sia in questo mondo, sarà coperto da questo Signore (Īśa). (ĪU 1)

Questa è una affermazione che esorta alla verità. Se uno è un cercatore sincero dovrebbe capire che ciò che appare come universo è in realtà lo stesso Brahman. Īśa non dovrebbe essere qui interpretato come se fosse riferito al Dio teologico che è fuori del mondo. Come si vedrà più avanti, Brahman e Īśvara sono termini interscambiabili nelle Upaniṣad6.

Qualsiasi cosa davanti a noi è solo il Brahman immortale; quello che è dietro è solo il Brahman; quello che è a destra e a sinistra è solo il Brahman; quello che è sopra e sotto è solo il Brahman. Tutto questo è Brahman. (MuU II.2.12)

Questo Brahmā, questo Indra, questo Prajāpati, tutti questi Dei, questi cinque elementi, terra, aria, etere, acqua e fuoco, tutte queste piccole creature effimere, i semi di quelli che nascono dall’uovo, i nati dal ventre, i nati dal sudore e i nati dai germogli, cavalli, vacche, uomini, elefanti, qualsiasi creatura che striscia o vola o che è immobile (le piante), tutto questo è guidato dalla Coscienza, sta nella Coscienza. Tutto il mondo è Coscienza vista. La Coscienza è il sostrato (di tutto), la Coscienza è Brahman. (AiU III.1.3)

L’Infinito è beatitudine; non c’è beatitudine nel finito. (ChU VII.23.1)

Dove non si vede altro, non si ode altro, non si conosce altro, quello è l’Infinito7. Dove si vede qualcos’altro, si ode qualcos’altro, si conosce qualcos’altro, quello è il finito. Quello che è Infinito è veramente immortale; quello che è finito è mortale. «Su che cosa, o Signore, Egli (l’Infinito) è stabilito?» «Sulla sua propria gloria, o piuttosto, neppure sulla sua gloria». (ChU VII.24.1)

Ora, perciò, [questo è] l’insegnamento dell’Ātman stesso: solo l’Ātman è sotto, solo l’Ātman è sopra, solo l’Ātman è a destra, solo l’Ātman è a sinistra, solo l’Ātman è tutto questo. (ChU VII.25.2)

Tutto questo è essenzialmente questo Ātman. (BU II.4.6)

Tutto questo è solo Puruṣa. (MuU II.1.10)

Qui Brahman è chiamato anche Puruṣa8.

Conosci quel Puruṣa degno di essere conosciuto, in cui (tutte) le kalā (parti) sono fissate come i raggi nel mozzo della ruota; cosicché la morte non ti possa colpire. (PU VI.6)

Tutto questo è il Puruṣa, tutto quello che è passato e quello che deve avvenire in futuro. (Puruṣa Sūktam, Ṛk Saṃhitā X.90.2)

Tutto questo è pervaso da quel Puruṣa. (Mahānārāyaṇa Upaniṣad 12)

Qual è il metro di giudizio per l’insegnamento sull’Ātman? Quale sarà il pensiero della persona che esamina l’universo? Ciò è fondamentale per un’indagine basata sullo studio dell’Upaniṣad. Se ci si limita ai sensi come metro di giudizio, solo il mondo esterno come lo percepiamo, lo concepiamo o lo immaginiamo sarà il nostro universo. Lo studio della vita, delle sensazioni e fenomeni mentali, sarà limitato ai fenomeni dedotti che portano quel nome, escludendo la mente pensante, come pure il suo padrone, chiunque sia. Se una persona includesse se stessa assieme a tutti i suoi fenomeni mentali, il suo metodo d’indagine per questo intero aggregato dovrebbe sempre fare affidamento sulla ragione basata su uno studio della sua propria mente. Il nome più adatto per una simile indagine sarebbe ‘filosofia’, la quale, infatti, si fonda sull’analisi di tutte le particolarità della vita; ma ciò non andrà al di là di una valutazione del tutto individuale. Qual è il raggio d’azione del filosofo e che metro dovrebbe usare per soppesare tutto questo prima di arrivare a una conclusione finale? Questo è il punto cruciale a cui dobbiamo fare fronte. Quando consideriamo il piccolo ‘io’ di cui ognuno di noi è cosciente nel proprio Sé, l’infinito numero di tali sé individuali con cui abbiamo a che fare o che deduciamo che esistano, rappresentano un enigma impegnativo. Essi non devono essere respinti come mere apparenze come quelle persone che si incontrano in sogno, ma neppure sono accettate come entità reali paragonabili al nostro sé di cui siamo così orgogliosi. Inoltre, questo limitato sé in noi non può essere osservato direttamente e studiato come un fenomeno percettibile e neppure sentito immediatamente come un fenomeno psichico, come sono le nostre emozioni e idee. Tuttavia, il nostro intelletto può ragionare su questo e arrivare alla conclusione che ci aiuterà a dedurre il carattere delle altre menti e dei loro possessori. Questo soggetto individuale conscio, in quanto opposto agli oggetti conoscibili, è ciò che nella metafisica filosofica è chiamato ego.

Al contrario, secondo le Upaniṣad, l’Ātman o l’‘Io’ reale in noi, è diverso dall’ego. A proposito di questa distinzione, Śaṃkara così scrive nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya:

Obiezione: Essendo l’Ātman l’oggetto del concetto di ‘io’ non si può dichiarare che sia conosciuto solamente nell’Upaniṣad. Risposta: Non è così perché abbiamo già confutato questo punto di vista indicando che c’è il Testimone di quel medesimo ‘io’. In quanto diverso dall’agente che corrisponde al concetto di ‘io’, il Testimone -che è in tutti gli esseri, uno e sempre lo stesso, il Puruṣa eternamente immutabile, il Sé di ognuno-, non è mai stato conosciuto da nessuno per mezzo della sezione dei Veda che tratta di ingiunzioni (rituali, il karma kāṇḍa) o attraverso gli Śāstra dei logici. Quindi, Egli non può essere negato da nessuno. (BSŚBh I.1.4)

Śaṃkara qui si riferisce al ben noto testo della Śvetāśvatara Upaniṣad che dice:

C’è un Deva (un essere autoluminoso) nascosto in tutte le creature, onnipervadente, intimo Sé di tutti gli esseri, colui che presiede a tutte le azioni, che risiede in tutti gli esseri, il Testimone, la Realtà cosciente non duale e senza attributi. (ŚU VI.11)

Ecco dunque l’insegnamento unico delle Upaniṣad, per le quali Īśvara è il Sé Testimone di ogni essere e di cui, quindi, non c’è bisogno di alcuna prova della sua esistenza. L’Ātman intuisce direttamente Sé stesso per mezzo di Sé stesso ed è la sua stessa prova. Inoltre, essendo l’essenza stessa dell’intuizione, è solo grazie alla sua luce di Testimone-Coscienza che gli uomini e le altre creature procedono nella loro vita segnata dalle relazioni (vyavahāra).

È solo con l’aiuto della luce di Ātman che questo uomo sta, si muove, compie azioni e ritorna. (BU IV.3.6)

L’intuizione, dunque, è il criterio supremo con cui dobbiamo indagare. Non c’è nulla oltre a essa e non c’è niente che sfugga alla sua vista. Chi percepisce, la percezione e le cose percepite; chi concepisce, la concezione e i concetti; chi sente, il sentimento e gli oggetti sentiti; il soggetto volitivo, l’atto di volizione e gli atti voluti; lo sperimentatore, l’esperienza e gli oggetti sperimentati, tutti questi sono sottomessi al suo giudizio.


  1. Lo yoga della rinuncia a ogni attaccamento. In termini śrauta è definito adhyātma yoga. Nella Bhagavad Gītā la via del samnyāsa è denominata sāṃkhya yoga, termine che definisce l’Advaita Vedānta e che non deve essere confuso, come spesso fanno gli accademici, con i due darśana inferiori, Sāṃkhya e Yoga. [N.d.C.]
  2. Vijñāna, nel linguaggio advitīya, assume diversi significati: se si riferisce alla conoscenza suprema, vijñāna vuol dire Coscienza-conoscenza, ovvero l’intuizione della Realtà ultima del proprio Sé. Tuttavia se è applicato all’esperienza empirica, il termine esprime il senso di Mahat universale o di buddhi particolare, come nel caso dell’involucro individuale vijñānamaya kośa. Negli altri darśana è usato invece per definire una scienza (śāstra) particolare. [N.d.C.
  3. Come introduzione è detta Upodghāta. Tuttavia presa come un trattatello a sé stante che può perfino essere estratto dal contesto, va sotto il nome assai più noto di Adhyāsa Bhāṣya. [N.d.C.]
  4. Il sanscrito è una lingua ricchissima. A questa abbondanza lessicale si aggiunge che ogni singola parola, a seconda del contesto, può assumere significati diversi e, talora, persino opposti. Per questa ragione, per la traduzione in altra lingua, è del tutto deleterio voler fissare un linguaggio in cui a ogni parola debba forzatamente corrispondere un significato unico. La rigidità nella traduzione dei termini porta a creare un sistema chiuso che impedisce all’intelletto di cogliere sensi e prospettive più o meno profonde o articolate. Per la corretta interpretazione dei termini, quindi, il dizionario è del tutto insufficiente e l’unico ricorso a cui attingere è il guru che trasmette la corretta millenaria spiegazione delle singole parole che compongono i testi vedāntici. [N.d.C.]
  5. O ghṛta, il burro chiarificato usato in oblazione nei sacrifici vedici. [N.d.C.]
  6. Alcuni ritengono che Īśvara designi unicamente il Dio personale o Aparabrahman. Questa è un’interpretazione errata: il Vedānta si riferisce con il termine ‘Signore’ sia l’Assoluto sia la sua apparenza non suprema immaginata dalla mente. L’Assoluto è Signore perché non dipende da alcunché altro da lui; il non-Supremo è invece Signore dell’universo e dei suoi innumerevoli esseri individuali, dei suoi sudditi. [N.d.C.]
  7. Questa è la descrizione della reale esperienza del sonno profondo, diversa dalla sua idea illusoria che sia uno stato, come l’individuo immagina in stato di veglia. [N.d.C.]
  8. Ovviamente, Puruṣa nel Vedānta non può essere confuso con il suo più limitato e molteplice omonimo sāṃkhya. [N.d.C.]