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Agosto 2021

6. La Luce della Realtà

    Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

    6. La Luce della Realtà

    D. Obiezioni al metodo dei tre stati e loro confutazioni

    31. Obiezioni al metodo

    1) Cosa s’ottiene investigando i tre stati come un tutto, invece di investigare il misterioso mondo che si trova nei tre stati e specialmente nella veglia?

    2) Perché guardare solo dal punto di vista della veglia senza esaminare inutilmente anche il sogno e il sonno profondo?

    3) Per affermare che la verità si deve conoscere esaminando i tre stati, per prima cosa si deve affermare che c’è una verità. Qual è la base di questa affermazione?

    4) Anche accettando che ci sia una verità, come credere che una persona possa capirla?

    5) Presupponendo che sia possibile capirla, perché la si dovrebbe capire solo con l’esame dei tre stati?

    6) Anche se si presume che la si possa conoscere, come essere sicuri che questa comprensione sia definitiva?

    32. Dicotomia tra soggetto e oggetto

    Prima obiezione. Lasciando da parte il mondo che costituisce la sostanza dello stato, qual è l’utilità di esaminare lo stato come un tutto?

    Questo è il punto di vista materialistico che considera solo il mondo e non lo stato.

    A) In questa prospettiva, questo mondo esiste eternamente, non ha inizio né fine né ha alcun limite.

    B) Le cose di questo mondo hanno due forme: materia ed energia. Tale materia è in continuo movimento senza posa. La natura della materia è quella di mutare in varie forme, come la contrazione, l’espansione, l’apparizione e la scomparsa1.

    C) Nello spazio infinito del cielo ci sono innumerevoli stelle. Alcune scompaiono e nuove ne compaiono. Tra queste c’è il nostro sole. Dopo milioni di anni, a causa di ragioni sconosciute, alcune parti chiamate pianeti si sono staccati dal sole e, rimanendo nella sua sfera gravitazionale, gli girano attorno. La nostra Terra è uno di questi.

    D) La Terra, all’inizio, era molto calda, sotto forma di gas, poi si addensò e raffreddò per lungo tempo, fino a solidificarsi coprendosi di acque. Dopo milioni di anni, nell’acqua apparve la vita. Fra gli esseri viventi sorsero i vertebrati prevalendo sugli invertebrati; più tardi, tra essi apparvero i mammiferi. La più alta specie tra i mammiferi è la razza umana. Se guardiamo attentamente a questa sequenza a partire dalla creazione dei pianeti fino all’apparizione della vita, nessuno può dubitare della superiorità degli umani.

    E) Chi può sapere quante stelle, quante galassie, quanti sistemi solari come il nostro ci siano nello spazio infinito? Se paragoniamo il nostro sistema solare all’intero universo, esso appare un granello di sabbia. Che importanza può dunque avere l’uomo, nato in un piccolo angolo della terra? Fra centinaia di migliaia di esseri umani, la persona nata ieri, che vuole esaminare i suoi tre stati per trovare la chiave della verità dell’universo, è come l’urlo dello sciacallo portato via dalle acque. Questo è quanto sostiene l’obiettore.

    Risposta del Vedāntin: per rispondere a questa obiezione bisognerebbe tenere a mente la differenza del punto di vista materiale e di quello dei tre stati discussa nei §§ 17-23. L’indagine scientifica è rivolta all’esterno e limitata alla veglia. Essa presuppone che siamo in un angolo del mondo della veglia e, dando importanza solo a essa, che si debbano considerare solo gli oggetti della veglia. Ciò è errato. Anzitutto cos’è quello che noi chiamiamo mondo? È vero che ci sono innumerevoli stelle, pianeti e comete in esso, tuttavia il mondo con il suo sole, luna e stelle, non è altro che un lampo. Non è attraverso quest’indagine che si conosce l’esistenza dell’universo. È dunque più grande il mondo che appare incommensurabile, o è più grande la conoscenza che lo oggettiva e lo controlla? È più grande l’universo, che è oggetto di conoscenza, o è più grande la conoscenza che lo oggettiva? Non ci vuole niente per capire che la conoscenza ha un’esistenza talmente grande da oggettivare l’intero mondo come anche la cosa più piccola. Per quanto utile possa sembrare l’indagine sulla Terra, sui pianeti e i loro dettagli, essa produce una conoscenza finita, anche se talvolta di una qualche utilità. Tuttavia non è utile per acquisire la conoscenza infinita della Realtà, per indagare la vera conoscenza-Coscienza che comprende tutto. Solo questa conoscenza prova l’esistenza del mondo, senza la quale il mondo stesso sarebbe come una danza al buio davanti a un cieco. Dato che in seguito si discuterà ampiamente sulla conoscenza, per ora questo può essere sufficiente. Per quanto vasto e vario il mondo possa essere, la sua verità è inclusa nella conoscenza. Dal momento che appare all’interno dello stato di veglia, è bene che venga indagato in stato di veglia. È vero che con questo metodo non possiamo conoscere i dettagli degli oggetti; ma essi non sono necessari al nostro scopo che è quello di scoprire la loro Realtà. Non ha senso pensare che la conoscenza della totalità dello stato sia inferiore a quella di una piccola parte in esso contenuta.

    33. L’errore del punto di vista della veglia

    Seconda obiezione: qual è l’errore del punto di vista della veglia? Siamo nati, cresciuti e conosciamo ogni cosa solo in veglia. Per noi sono valide solamente le esperienze di felicità e sofferenza sperimentate in veglia. Poiché l’esperienza della veglia è chiara e ottenuta con mezzi definiti, il desiderio di acquisirla di nuovo è naturale da parte nostra, ed è altrettanto giusto raggiungerla con quei mezzi. Con l’osservazione e la sperimentazione si possono identificare le cause del dolore e tentare di rimuoverle. È possibile identificare le cause di dolore e felicità nel sogno e fare qualcosa per ottenerle ed evitarle, quando il sogno cambia ogni giorno? Niente affatto: come per il sonno profondo, non c’è speranza di trarre dal sogno qualcosa che sia utile alla nostra vita quotidiana. Quindi, perché non dovrebbe essere giusto indagare soltanto gli oggetti della veglia? Il mondo della veglia e i suoi oggetti sono comuni a tutti e soggiacciono a precise leggi di natura. Lo stesso mondo che vediamo oggi sarà quello di domani; così sarà per gli oggetti, per la natura e per le leggi che li regolano. Questa è la nostra ferma convinzione basata sull’esperienza. Quindi una persona o una cosa può favorire o danneggiare un’altra. Per questo i saggi capaci e benevoli cercano le qualità e le leggi delle cose e degli esseri di questo mondo e compongono i vari śāstra utili alla società. Quindi, solo nello stato di veglia è possibile per gli animi nobili trovare il modo di arrestare le tendenze dell’egoismo e fare qualcosa di positivo per il mondo.

    C’è forse questa possibilità nel sogno? Il sogno è personale, diverso per ognuno e non si può sapere cosa accadrà nel sogno seguente. Quindi come si può aiutare o danneggiare un’altra persona? Questa è la prima ragione per cui si dà maggior valore alla veglia. C’è ancora un altro punto: gli śāstra hanno insegnato i concetti del dharma dell’adharma, della rinascita, degli altri mondi ecc., e hanno spinto l’uomo a un’aspirazione per uno scopo più elevato (puruṣārtha). Per seguire questo insegnamento c’è forse un altro stato, oltre la veglia? Dove troviamo gli śāstra o il guru se non nella veglia? Dove sono sperimentate le conseguenze delle colpe e dei meriti se non nella veglia? Gli insegnamenti del guru e le discipline insegnate si possono praticare solo in veglia. Da questo punto di vista sia gli scopi del mondo (laukika artha) sia i rituali vedici necessitano dello stato di veglia. Tenendo d’acconto ciò, come possono i sostenitori del punto di vista dei tre stati fare a meno della veglia? Anch’essi devono rifugiarsi nello stato di veglia sia quando vogliono insegnare la conoscenza del Sé agli altri, sia mostrare il frutto di tale conoscenza in vita. Altrimenti, se abbandonassero il punto di vista della veglia, come potremmo incontrarli e ascoltare i loro insegnamenti? Perciò il punto di vista della veglia deve essere accettato come utile e inevitabile. Definire la veglia imperfetta, come hanno fatto alcuni vedāntin influenzati dall’idealismo buddhista, sembra aver lanciato un sortilegio sulla gente, che è diventato un grande ostacolo per seguire sinceramente la scienza, l’etica, le preghiere e le meditazioni. Quindi, la richiesta di alcuni maestri di abbandonare il punto di vista della veglia in favore di quello dei tre stati è ingannevole. Ciò che essi mostrano è come l’albero evocato da un illusionista che non può produrre frutti. Quindi il metodo dei tre stati non è un metodo straordinario, perché nessun saggio può basare la sua dottrina se non sul punto di vista della veglia.

    Risposta del Vedāntin: ripetiamo che la gente comune, gli specialisti, gli scienziati, i filosofi ecc. si sono occupati della veglia senza guardare il punto di vista dei tre stati. Questo è di ostacolo per la conoscenza della verità, poiché obbliga a esaminare in dettaglio i vasti o i minuscoli oggetti della veglia. Analizziamo una ad una le obiezioni.

    Obiezione: poiché l’indagine deve essere fatta solo in veglia, anche i suoi risultati dovranno essere nello stesso stato.

    Risposta: questo va bene, perché la conoscenza è richiesta ovunque ci sia ignoranza. Ma da che punto di vista? L’indagine dovrà procedere in quanto siamo legati solo alla veglia oppure standone fuori? Questo è il punto. È vero che abbiamo uno stato di veglia; ma è altrettanto vero che abbiamo anche uno stato di sogno e uno di sonno profondo. Per nostra esperienza dobbiamo dire che non siamo confinati alla veglia o al sogno o al sonno profondo; perché tutti e tre vanno e vengono. Stando così le cose, non si può sperare di capire la verità se si ha una precedente identificazione con uno stato qualsiasi prima di procedere con l’indagine.

    Obiezione: soltanto la sofferenza e la felicità della veglia sono valide nella vita e non quelle dei sogni.

    Risposta: è vero. Ma ciò come può intaccare la verità? Attaccarsi a certe esperienze non prova che siano vere. Se quello che ci piace o desideriamo fosse il criterio per determinare la verità, allora quanto è esaminato dalla veglia dovrebbe essere la verità. Invece essa non dipende da ciò che ci piace o ci dispiace. Qualunque cosa sia, quella è la verità. Per esempio, molti non amano la povertà e desiderano essere ricchi. Ma qual è la realtà? Pur non amando la povertà molti sono poveri e questo è un fatto incontestabile. Allo stesso modo possiamo dare valore alle esperienze di gioia e dolore della veglia, ma tutto ciò non prova che la veglia sia sufficiente per indagare la verità.

    Obiezione: la veglia è continua e le cose in essa sono regolate da spazio e tempo, seguendo precise leggi di natura. Quindi possiamo agire per acquisirle o evitarle, in modo da ottenere felicità ed evitare la sofferenza. Invece gli oggetti del sogno non sono così e quindi non possiamo fare nulla con essi.

    Risposta: anche questa opinione è dovuta al pregiudizio della veglia. Perché, come il mondo e le esperienze della veglia ci sembrano utili quando siamo in veglia, così anche il mondo e le esperienze del sogno lo sono quando siamo in sogno. Quando siamo in stato di sogno non diciamo “Dopotutto è solo un sogno”.

    Obiezione: ma il sogno è transitorio e i suoi oggetti sono illusori.

    Risposta: anche questa è una opinione solo della veglia, perché quando sogniamo non chiamiamo gli oggetti ed eventi del sogno transitori e illusori.

    Obiezione: in veglia ci sono altri simili a noi che sperimentano e valutano il mondo della veglia, mentre il sogno e il sonno sono personali. Quindi gli ultimi due non hanno lo stesso valore della veglia.

    Risposta: possiamo rispondere in due modi: ammettiamo pure che la veglia sia uno stato comune e che il sogno e il sonno siano personali. Anche se fosse così, perché la veglia dovrebbe essere più importante? Qualcosa è forse reale perché è accettato dalla maggioranza? Il sorgere, il viaggio e il tramonto del sole sono reali perché tutti lo sperimentano? Niente affatto. Quindi anche ammettendo che la veglia sia uno stato comune, non per questo ha un valore maggiore. L’altra risposta all’obiezione è che in realtà anche lo stato di veglia è una esperienza di ognuno di noi e non un’esperienza condivisa. Come da soli sogniamo, da soli dormiamo, così ci svegliamo da soli. Questo è nell’esperienza di tutti. Come non possiamo conoscere direttamente l’altrui esperienza di sogno o di sonno, così non possiamo mai conoscere direttamente l’esperienza altrui della veglia. Conosciamo l’esperienza di sogno altrui solo quando ce la raccontano durante la veglia, ma non per questo condividiamo il loro sogno. Similmente, che gli altri siano in veglia lo sappiamo solo per deduzione basata sulla loro affermazione, non perché condividiamo direttamente la loro esperienza di veglia. Come non possiamo sperimentare il dolore o piacere altrui, ma li deduciamo dal loro comportamento, così non possiamo sperimentare la loro veglia, se non deducendola dal loro comportamento. Così, esaminare l’esperienza altrui di veglia, di sogno e di sonno profondo, immaginandola nella nostra veglia in base alle loro parole e comportamenti, non può mai condurre ad accertare la verità. Ciò non può mai diventare una visione comprensiva dei tre stati né può essere libera da difetti. È vero che i vedāntin come gli altri devono determinare la verità solo nella veglia; ma per le suddette ragioni i vedāntin si differenziano perché considerano tutti e tre gli stati, mentre quelli prendono la veglia come stato principale e gli altri due come secondari.

    34. Il presupposto dell’esistenza della Verità

    Obiezione: qual è il criterio per affermare che c’è la Verità? Questa indagine è partita dal presupposto che ci sia una Realtà immutabile in quanto esistenza, alla radice delle cose e delle esperienze mutevoli. Ciò sarebbe risaputo e darebbe felicità. La stessa Realtà apparirebbe sotto varie forme ed esperienze. Ma, prima d’iniziare l’indagine, come si può dire che le apparenze del mondo sono molteplici e mutevoli e che quando sono immutabili questa è la Realtà? Se guardiamo questo mondo attentamente, nulla rimane com’è e ogni cosa è mutevole. Anche le cose insenzienti, come la pietra, la terra, l’acqua ecc., cambiano. Gli esseri senzienti indubbiamente sono sottoposti a nascita, crescita, declino e morte. Quindi ogni cosa nel mondo esteriore è solo un flusso di cambiamento. Anche dentro di noi, nel mondo interiore, c’è continuo movimento. Questo movimento interno ed esterno del mondo è ininterrotto. Parlare di cambiamenti presuppone che ci siano cose e che esse cambino. Tuttavia ciò non è vero, perché cosa sono le cose se non i loro stessi cambiamenti? Ciò che appare come coscienza in noi e ciò che appare come esistenza fuori nel mondo, è solo un flusso di cambiamenti. Come immaginiamo l’acqua, il gorgo, le onde e altre forme nel continuo fluire di un fiume, così anche immaginiamo le cose di varie forme in questo mondo legato all’azione. In realtà, anche la coscienza è solo un fluire di cambiamenti, e anche gli stati sono movimenti. E allora, se ogni cosa è solo movimento e cambiamento, dov’è la sostanza immutabile o Realtà?

    Risposta: la risposta a questa obiezione è questo intero libro. L’obiezione cerca di demolire proprio l’indagine sul Sé, perciò non possiamo procedere senza dare una breve risposta. Se non s’afferma che c’è una Realtà, la cerca non può procedere. Questo non è solo un problema dell’indagine, ma di qualsiasi ramo della conoscenza. Per esempio, la scienza dell’energia procede supponendo che ci sia una determinata cosa detta energia. L’astronomia presuppone che ci siano le stelle ecc.

    Obiezione: è naturale per le scienze materiali presupporre l’esistenza della loro materia perché è percepibile dai sensi; ma come supporre l’esistenza che è al di là dei sensi?

    Risposta: qualunque sia l’argomento di conoscenza, percepibile o al di là dei sensi, senza presupporla non c’è alcuna possibilità di procedere.

    Obiezione: una scienza realistica e non ideologica cerca di trovare la realtà delle cose in questo mondo. Ma come può affermare che esista prima di averla trovata? Un fatto o una realtà devono essere trovati; non è una teoria da costruire.

    Risposta: ogni scienza deve partire da un postulato e procedere di conseguenza. Indaga fino a che non sia sicura che tale realtà o principio esista. Se qualsiasi scienza presuppone un principio da indagare, perché non dovrebbe averlo la scienza della Realtà per procedere a indagare l’Assoluto? Alcuni pensatori affermano che c’è una realtà sottostante al mondo. Il loro sforzo può aver successo o no, ma nel cuore umano c’è una intuizione universale che è alla base di questa presupposta Verità. Nella storia della filosofia ci sono certi punti accettabili. Per esempio: il nostro oppositore, nel tentativo di provare che non c’è una preliminare evidenza di Verità, presuppone che sia possibile spiegare in modo convincente agli altri la sua conclusione! Questo dimostra che anche per lui c’è un metodo stabilito dalla logica. Così non ci può imputare alcun azzardo quando affermiamo che c’è una Verità soggiacente al mondo.

    35. Gli stati sono veramente tali, non modificazioni

    La risposta data in precedenza non è sufficiente per provare l’esistenza di una Realtà immutabile. Esaminiamo ancora l’obiezione.

    Obiezione: essendo tutto costantemente in movimento, c’è una Realtà che non subisce alcun cambiamento? Nulla in questo mondo rimane privo di cambiamento; lo si deve accettare come verità. ‘Una cosa è esistita prima in uno stato e ora è in questo stato’; questo è un discorso che si riferisce solo a stati immaginari e relativi; non è vero che le cose abbiano stati differenti. Anche quando diciamo che una certa cosa per un certo tempo era in un certo stato, quella cosa stava solo cambiando, ma nella nostra mente l’abbiamo rimossa dal fluire e l’abbiamo immaginata come fosse stabile. Anche quando pensavamo ‘era così’ non era rimasta la stessa né aveva persa la sua relazione con altre, cioè la sua relatività, diventando non esistente. Per esempio, quando diciamo ‘l’acqua di questo lato del fiume fluisce più velocemente di quella dell’alta parte’, ben si sa che l’intera acqua è tutta la stessa corrente e che con c’è acqua separata dalla corrente. Similmente ogni cosa nel mondo è lo stesso fluire di cambiamento. Un altro esempio: mentre la musica è suonata, ascoltando un rāga, immaginiamo varie note; così la nostra mente immagina tutte le divisioni del mondo e non c’è alcuna prova per dimostrare che le parti siano realmente esistenti.

    Risposta: ciò nonostante, i tre stati di veglia, sogno e sonno profondo non possono essere un flusso, perché quando una persona va a dormire, non si può dire che la veglia è diventata o si è trasformata in sonno.

    • La dualità è vista nello stato di veglia e non in sonno profondo. Nessuno può affermare che i due stati così opposti l’uno all’altro siano uniti tra loro o che uno si sia modificato nell’altro come l’acqua che scorre da una parte a un’altra.
    • Nella veglia c’è il tempo, mentre nel sonno profondo non esiste. Quindi non possiamo dire che la veglia procedendo si modifichi nell’esistenza senza tempo che è chiamata sonno profondo; o che il sonno profondo senza tempo, fluendo nell’assenza di tempo diventi la veglia a un certo punto del tempo.
    • Senza sonno non si può sognare; ma talvolta si sente dire: ‘Io, che ero in veglia, improvvisamente mi sono ritrovato in sogno’; tuttavia sappiamo che l’esperienza del sogno era possibile solo dopo che il sonno aveva rimosso la veglia. Questo prova che la veglia non si trasforma in sogno come la graduale crescita d’un albero dal germoglio.
    • Inoltre, dopo il sogno, senza alcun intervallo, inevitabilmente viene la veglia. Quindi veglia, sogno e sonno profondo sono stati reali e le loro apparizioni non sono la trasformazione di uno nell’altro, ma sono indipendenti. Essi non sono divisioni o aspetti immaginati nel flusso di un unico tempo. Se lo fossero, sarebbero apparsi in sequenza in un unico tempo. Invece la serie temporale sperimentata nella veglia non continua nel sonno, ma lì scompare completamente. Neanche il sogno e la veglia sono uniti da un unico filo, anzi appaiono in differenti serie temporali2.

    Quindi, non essendoci una serie temporale comune, definirli accadimenti in sequenza va contro l’esperienza universale. Gli stati sono così e non come nelle nostre erronee immaginazioni. Allo stesso modo la possibilità di una Realtà assoluta e immutabile non è contraddetta dall’apparente e continuo cambiamento delle cose.

    36. È possibile scoprire la Verità

    Obiezione: accettiamo pure che ci siano gli stati e che non siano parte di un cambiamento in sequenza continua; ma ciò pone un problema. È possibile trovare la verità degli stati? Cioè dobbiamo capire se le apparenze negli stati esistono come appaiono, o se c’è qualcosa soggiacente come loro verità. È giusto credere che la verità degli stati si troverà proprio esaminando i tre stati? La conoscenza sia degli stati sia delle cose al loro interno è in continuo cambiamento, perché la conoscenza di ogni stato è differente, come anche la conoscenza di ogni oggetto. Allora, se la conoscenza e gli oggetti di conoscenza sono in continuo cambiamento, qual è la sostanza immutabile che esiste?

    Risposta: sebbene l’obiezione sembri efficace, non incrina la dottrina dei tre stati. Se guardiamo il mondo esterno dal punto di vista dei sensi, può sorgere il dubbio se il mondo esiste come appare o se esiste in una natura diversa dall’apparenza. Dato che il mondo è visto attraverso i sensi, ci si può chiedere come sarebbe se non avessimo i sensi. Per quanto riguarda gli stati, non c’è possibilità per tale dubbio, perché li testimoniamo o intuiamo direttamente, senza la necessità dei sensi. Qui l’intuizione è il mezzo per testimoniare e capire gli stati. Per combinare i dati raccolti dall’intuizione e accertare la verità, c’è anche la ragione. Stando così le cose non è arrischiato negare che ci sia un mezzo per determinare la verità? Le conoscenze e le apparenze negli stati sono senza dubbio varie e mutevoli. Se non ci fosse qualcuno che le conosce, gli stessi cambiamenti non potrebbero essere riconosciuti. L’io che è conscio e che testimonia il sorgere e lo scomparire di queste conoscenze, è libero dai cambiamenti che testimonia. La natura di questo io è essenzialmente la coscienza, come il calore lo è per il fuoco. Quindi dobbiamo accettare che c’è in noi una natura essenziale che, non subendo alcun cambiamento, è cosciente dell’andare e del venire delle conoscenze negli stati e dei loro contenuti. Quindi, con la coscienza immutabile, che è la nostra natura essenziale, si può accertare la realtà d’ogni cosa e non c’è spazio per alcuna obiezione.

    37. Nell’esame dei tre stati deve essere indagata ogni cosa

    Obiezione: esaminando solo i ‘nostri propri stati’, come si abbraccia l’intero universo?

    Risposta: questo dubbio viene a chi ha dimenticato la pervasività dello stato insegnata precedentemente (al § 26.). Se la si ricorda, l’obiezione non si pone. L’idea della ‘mia veglia’ e della ‘veglia degli altri’ persiste in coloro che hanno perso il vero significato della veglia. Io, tu, essi e tutti gli altri oggetti appaiono solo nella nostra veglia. Quindi essi sono tutti inclusi nella veglia. L’idea che molti nel mondo si sveglino e vadano a dormire avviene solo nel nostro stato di veglia. Quindi, quando prendiamo tutto lo stato per indagarlo, fuori della mia veglia non ci sarà nessun altro e nemmeno i suoi stati di veglia, sogno e sonno profondo. Quindi, quando io capisco i miei tre stati, nulla rimane escluso. Il Māṇḍūkya Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya dice:

    Quando capiamo i tre stati nulla più rimane da conoscere (MUGKŚBh IV.88).

    38. Conclusione incontrovertibile sui Tre Stati

    Obiezione: qual è la garanzia che la conclusione sui tre stati sia determinante? Molte teorie si sono avanzate per poi essere superate; chissà quante altre ce ne saranno in futuro. Ci sono state molte scuole prima dell’Advaita Vedānta che i vedāntin non hanno confutate; anche se le avessero confutate, sarebbe stato impensabile che abbiano previsto le teorie di tutte le scuole successive e ne abbiano anticipato la confutazione. Comunque, non si può negare che in futuro possa sorgere un’altra scuola con argomentazioni che smentiscano la conclusione vedāntica. Chi può dire che non ci sarà una altra scuola con argomenti più convincenti di quelli vedāntici?

    Risposta: chi ha studiato il metodo dei tre stati capirà subito l’assurdità di tale obiezione. Nessuno può negare che solo questo tipo di teorie nate dalla speculazione appaiono e scompaiono in questo tempo limitato del mondo empirico. Se qualcuno, con la sua intelligenza formula una teoria, è naturale che una persona più intelligente ne possa formulare una migliore e dimostrare che le argomentazioni della prima sono deboli. Ma se qualcuno scopre un principio non legato al tempo, ai pensieri e alla speculazione, ma basato sull’intuizione universale, nessuna logica in nessun tempo lo può far vacillare. Il Vedānta non è una filosofia costruita sulla speculazione. I suoi oggetti d’indagine, cioè gli stati di veglia, sogno e sonno profondo, non sono legati a nessun tempo; al contrario, è proprio il tempo che si trova nella veglia e nel sogno a essere un oggetto di conoscenza. Quindi la natura del Sé che testimonia gli stati come non-sé, non ha alcuna possibilità d’essere connessa al tempo. Perciò, essendo l’argomento del Vedānta oltre il tempo, non c’è possibilità che sia contraddetto in futuro. Una volta che si capisce che l’intero campo d’indagine è investigato rigorosamente, la conclusione a cui s’arriverà non potrà mai essere contestata.

    Obiezione: ci sono stati, come il coma, l’ebbrezza ecc., che sono fuori dei tre stati. Se non si indagano anche questi, la nostra visione sarà incompleta.

    Risposta: no, nel § 40 tutti questi saranno inseriti nei tre stati in modo appropriato. Così non c’è alcun difetto nel nostro metodo e, quindi, possiamo procedere nell’indagine.


    1. I punti di vista che riguardano tempo, materia, causa ed effetto, sostenuti dagli scienziati del XIX secolo hanno subito grandi cambiamenti. Queste nuove opinioni per alcuni aspetti sembrano più vicine al Vedānta, mentre altre gli sono contrarie. Tuttavia, nella successiva discussione, si capirà che si tratta di due livelli scientifici differenti che, in realtà, non si contraddicono tra loro. Per ora ci riferiamo solo alle teorie più diffuse tra gli scienziati.[↩]
    2. Cfr. BSŚBh III.2.3.[↩]

    6. Saggi sul Vedānta – Applicazione del Metodo

      Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

      Saggi sul Vedānta

      9. Applicazione del Metodo. Īśvara e Jīva

      66. È evidente che essendo Brahman-Ātman l’unica Realtà, secondo il Vedānta, la triplice divisione di Dio (Īśvara), le creature (i jīva) e il mondo (prapañca), riconosciuta nei sistemi teologici delle religioni, non potrebbe trovare posto in questa dottrina advitīya. Tuttavia, nelle Upaniṣad troviamo menzione di Īśvara, jīva (l’anima che sostiene i sensi e la vita) e universo. Come possiamo spiegare questo? La risposta è molto semplice:

      Obiezione: Per chi sostiene la dottrina del Brahmātman immutabile, essendo l’unità assoluta, non c’è posto per la distinzione tra il Signore e le creature a lui soggette, e di conseguenza (questo postulato) sarebbe in contrasto con l’affermazione che Īśvara (il Signore) è la causa (dell’universo).

      Questa obiezione è sollevata sulla base del presupposto che il Brahman Assoluto non può essere allo stesso tempo anche Signore (Īśvara). Nel Brahma Sūtra Bhāṣya (I.1.2), tuttavia, Īśvara è stato equiparato al Brahman su cui indagare, il che è, almeno apparentemente, contraddittorio.

      Risposta: No. Perché l’onniscienza (o signoria) è (solo) dipendente dalla differenziazione causata dal nome e dalla forma che sono prodotti di avidyā. […] Nome e forma che appaiono dall’avidyā come se fossero identici al Signore onnisciente, ma non definibili né identici né diversi da lui; il nome e la forma, che costituiscono la causa dell’intero sviluppo del mondo del saṃsāra, sono menzionati nella śruti e nella smṛti come Māyā, Śakti e Prakṛti dell’onnisciente Signore. Īśvara è diverso da questi […] In questo modo, Īśvara è colui che è sottoposto alle associazioni condizionanti (upādhi) del nome e della forma costituiti da avidyā, allo stesso modo in cui l’etere è sottoposto alle associazioni condizionanti di una giara o d’una brocca. E, dal punto di vista empirico, è il Signore dei sé coscienti (vijñānātman) chiamati jīva, condizionati dagli aggregati del corpo e dei sensi costituiti da nome e forma proiettati da avidyā, che corrispondono allo spazio racchiuso nel vaso dell’esempio. (BSŚBh II.1.14)

      Il lettore noterà che, in questo passaggio, avidyākalpita (immaginato da avidyā), avidyātmaka (prodotto di avidyā), avidyākṛta (fatto di avidyā o composto da avidyā), avidyāpratyupasthāpita (proiettato da o presentato da avidyā) sono tutti termini sinonimi. Īśvara, il Signore o Dio, è simboleggiato da ākāśa (lo spazio-etere) in quanto condizionato dal nome e dalla forma, mentre i jīva (le anime individuali condizionate dai corpi ecc.) sono paragonati alle apparenti porzioni di spazio limitati dai vasi (ghaṭākāśa) e altri contenitori, come fossero effetti dell’ākāśa1. La relazione Signore-suddito è solo apparente come quella dello spazio generale e delle apparenti porzioni di spazio limitate da vasi ecc.

      Così allora, il dominio, l’onniscienza e l’onnipotenza di Īśvara sono unicamente dipendenti dalla limitazione causata dalle associazioni prodotte da avidyā, ma nessuna congettura come quella che distingue il Signore dal signoreggiato, o quella dell’onniscienza, sono possibili sull’Ātman la cui vera natura è tale per cui tutte le associazioni condizionanti (upādhi) sono annullate da vidyā. (BSŚBh Ibid.)

      67. I jīva, quindi, sono effetti del Brahman solo figurativamente, in quanto in realtà sono eternamente uno con il Brahman allo stesso modo in cui gli spazi e i vasi sono uno con lo spazio in generale. Le loro condizioni limitanti, come il corpo e i sensi, sono limitazioni soltanto apparentemente, perché sono unicamente prodotti di avidyā. Śaṃkara ha seguito fedelmente le orme di Gauḍapāda nel descrivere i sé individuali e le associazioni condizionanti nel modo seguente:

      L’Atman nasce in quanto jīva esattamente come lo spazio racchiuso in un vaso nasce dallo (spazio generale); e nasce anche come aggregati (di corpi e sensi, che sono) come i vasi ecc. (MUGK III.3)

      Gli aggregati (dei corpi e dei sensi) sono proiettati dalla māyā dell’Ātman come in un sogno. Non c’è nessuna ragione per sostenere la superiorità (di un aggregato sugli altri) o l’uguaglianza tra tutti (gli aggregati). (MUGK III.10)

      Gauḍapāda usa la parola māyā come sinonimo di avidyā. Egli non sempre distingue tra le due come fa Śaṃkara.

      68. I jīva in quanto tali hanno due aspetti. La loro natura reale è sempre identica a quella dell’Ātman, ma gli aggregati di corpi ecc., da cui sono apparentemente limitati, sono illusori e quindi, rispetto alle loro associazioni condizionanti, essi sono anirvacanīya (indescrivibili): cioè non possono né essere definiti identici né diversi da Brahman. Così Śaṃkara descrive il jīva in due modi:

      Allorché c’è questa corretta conoscenza dell’identità di Kṣetrajña (il sé individuale) con il Brahman Supremo, si tratta solo di una differenza tra i nomi ‘Kṣetrajña’ e ‘Paramātman’. Perciò, dire ‘Questo Kṣetrajña è diverso dal Sé Supremo’ o ‘Il Sé Supremo è diverso dallo Kṣetrajña’, e in questo modo insistere sulla differenza tra due Ātman, è senza scopo; perché si parla di uno e medesimo Ātman usando nomi differenti. (BSŚBh I.4.22)

      Qui Kṣetrajña è il nome della Coscienza-Testimone che oggettiva l’intero aggregato del corpo e dei sensi, e Paramātman è il nome dell’Ātman com’è in se stesso. Non c’è assolutamente alcuna differenza tra i due. Śrī Kṛṣṇa dice quindi ad Arjuna:

      “Conosci me stesso come lo Kṣetrajña in tutti gli Kṣetra (corpi), o discendente di Bharata! Ai miei occhi, la conoscenza che discrimina lo Kṣetra dallo Kṣetrajña è l’unica conoscenza corretta”. (BhG XIII.2)

      E questo jīva dovrebbe essere inteso come solo un’apparenza dell’Ātman Supremo, come il riflesso (sulla superficie dell’acqua) lo è del sole; cioè come qualcosa che non è direttamente lo stesso Ātman né qualcosa di diverso da esso. E quindi, come quando uno dei riflessi del sole si agita e gli altri no, così accade anche che quando un jīva entra in contatto con il frutto del suo karma, nessun altro jīva entra in contatto con esso. Anche per questo motivo (come per altre ragioni già addotte), i karma (dei jīva) e i loro risultati non si mescolano. Ed essendo questa falsa apparenza una proiezione di avidyā, è ragionevole che il saṃsāra, che fa parte di questa apparenza, sia anch’esso una proiezione di avidyā. Da qui proviene la possibilità di insegnare la vera natura del Brahman negando questa (apparenza del saṃsāra). (BSŚBh II.3.50)

      69. Come le Upaniṣad insegnano che Brahman è il creatore, il sostenitore e la conclusione a cui giungono tutti i fenomeni e in cui, alla fine, si dissolvono, all’unico scopo di rivelare che essi sono soltanto apparenze, essendo sempre essenzialmente uno, esse insegnano anche che Brahman è entrato nella creazione in forma di jīva:

      “Conosci me stesso come lo Kṣetrajña in tutti gli Kṣetra (corpi), o discendente di Bharata! Ai miei occhi, la conoscenza che discrimina lo Kṣetra dallo Kṣetrajña è l’unica conoscenza corretta”. (BhG XIII.2)

      Avendo aperto la tua scriminatura (dei capelli) entrò attraverso questa apertura. (Aitareya Upaniṣad I.3.12)

      Avendolo creato, entrò in quello stesso (oggetto creato). (TU II.6)

      Lo stesso Sé è entrato qui. (BU I.4.7)

      “In forma di jīva, il mio stesso Sé possa entrarvi e differenziare distintamente il nome e la forma”. (ChU VI.3.2)

      Come l’unico fuoco pervade mondo e prende una forma in armonia con ogni forma, così anche l’Ātman interno a tutte le creature prende una forma in armonia ad ogni forma, oltre a essere anche fuori di esse. (KU V.9)

      Questo insegna non solo l’identità del Sé Supremo con il jīva, ma anche che esso conserva ancora la sua natura assoluta.

      Ha fatto castelli [pura, i corpi] con due piedi e castelli con quattro piedi. Dapprima il Puruṣa divenne un uccello [il corpo sottile] ed entrò nel castello. Questo Puruṣa infatti [è chiamato così] poiché è l’abitante del castello (pura) in tutti i castelli. Non c’è nulla che non sia coperto da questo (Puruṣa), nulla che non sia pervaso da lui. (BU II.5.18)

      Tutti i corpi, come anche tutti i jīva incorporati sono veramente il suo Sé reale.

      70. Il lettore avrà ormai capito come l’ananyatva vedāntico (la non diversità) della causa e dell’effetto sia diverso dall’ananyatva del Sāṃkhya (identità di causa ed effetto). Abbiamo visto in un’altra sezione come Gauḍapāda abbia inveito contro la dottrina del Sāṃkhya secondo cui la causa e l’effetto sono identici. Prima di lui, Bādarāyaṇa in un suo sūtra (II.3.13) cita un’obiezione simile contraria alla causalità vedāntica. Lì l’obiettore si appella al senso comune che vorrebbe che lo sperimentatore debba essere distinto da ciò che è sperimentato. Se l’universo è l’effetto del Brahman-causa, allora o il jīva che sperimenta sarebbe identico a ciò che sperimenta; ossia lo sperimentato stesso sarebbe lo sperimentatore, poiché entrambi non sono diversi dal Brahman-causa prima. Questa obiezione viene respinta con l’esempio del mare, dove la distinzione dell’effetto, cioè i flutti, le onde o la schiuma, e il fatto che essi non si mescolano tra di essi, è mantenuta, anche se ognuno di essi non è diverso dalla loro essenza, vale a dire dal mare come acqua. Così la distinzione tra gli sperimentatori e gli oggetti di esperienza può essere mantenuta, anche se essi non sono diversi dal più alto Brahman, la causa prima.

      71. Questa risposta sarebbe giusta se riconoscessimo la distinzione empirica tra sperimentatore e sperimentato. Il vedāntin riconosce questo tipo di relazione causale tra l’Ātman e l’universo dal punto di vista empirico. Bādarāyaṇa ha un sūtra (I.4.23) che dice con molte parole che Brahman è la causa materiale (come anche la causa efficiente) dell’universo, in conformità con la śruti che asserisce che tutto il resto diventa conosciuto quando Brahman è conosciuto, citando l’esempio dell’argilla e di altre cause materiali che si trasformano nei diversi effetti. E c’è un altro sūtra (I.4.26) che si riferisce espressamente alle śruti che insegnano la trasformazione di Brahman nell’universo. Ma tutto questo rappresenta solo un aspetto e non presenta un quadro completo della genuina tradizione vedāntica seguita da Śaṃkara e dai suoi predecessori. Che nessuna rivoluzione sia stata introdotta da Śaṃkara e Gauḍapāda a questo riguardo è più che evidente dal sūtra di Bādarāyaṇa (II.1.14). Il sūtra dichiara, in consonanza con la śruti, che l’effetto è solo un gioco di parole. Riassumiamo in poche parole ciò che Śaṃkara scrive: “Ma questa distinzione di causa ed effetto non è veramente reale; perché, come dice la śruti, il cosiddetto effetto, essendo solo un nome, è di fatto un nulla, irreale in sé. Ci sono un buon numero di testi che insegnano l’unità dell’Ātman, e se non li accettassimo la conoscenza di tutto per mezzo della conoscenza di una cosa non sarebbe possibile”.

      Perciò, proprio come lo spazio in un vaso, lo spazio in una brocca e in simili [contenitori] non sono diversi dallo spazio in generale, e proprio come l’acqua di un miraggio et similia non sono diversi dalla sabbia del deserto poiché sono di tale natura da svanire subito dopo essere stati visti; e [essendo, dunque,] di per sé indefinibili per natura, si dovrebbe così anche concludere che questo mondo di sperimentatori e di esperienze ecc. non ha esistenza a parte del Brahman. (BSŚBh II.1.14)

      Qui lo spazio contenuto nel vaso ecc. dell’esempio corrisponde ai jīva, e l’acqua di un miraggio ecc. corrisponde ai nomi e alle forme che costituiscono la parte insenziente [acit, jaḍa] dell’universo. Così, pur essendo entrambi essenzialmente uno con Brahman, i jīva sono effettivamente identici a Brahman mentre i fenomeni insenzienti, come i cinque elementi, sono solo apparenze sovrapposte sul Brahman.

      72. Secondo l’esempio dello spazio nel vaso (ghaṭākāśa) che corrisponde al jīva, dobbiamo spiegare la sua nascita e morte, la sua dimensione atomica, il suo essere limitato dall’intelletto che gli è associato, il fatto di essere un agente di azione, l’essere dipendente da Dio per le sue attività, il suo essere definito parte del Brahman nei testi della śruti e della smṛti, le ingiunzioni nei Veda che gli permettono di agire in certi modi e che gli proibiscono di compiere certi altri atti, la non mescolanza tra le azioni dei jīva e i risultati che ne derivano. Dobbiamo spiegare tutto questo che è dovuto agli upādhi (associazioni condizionanti) peculiari dei diversi sé individuali. A sostegno di questa affermazione, possiamo citare i seguenti versi di Gauḍapāda:

      Proprio come lo spazio nel vaso e gli spazi simili si fondono nello spazio universale quando il vaso e gli altri [contenitori, cioè le associazioni condizionanti, upādhi] sono distrutti, così anche i jīva si fondono nell’Ātman Supremo. (MUGK III.4)

      Proprio come tutti gli spazi non entrano in contatto con la polvere, il fumo, ecc., con cui un vaso entra in contatto, così anche i jīva (non si mescolano entrando in contatto) con piacere ecc. (MUGK III.5)

      La forma, la funzione e il nome differiscono infatti in ogni singolo caso, mentre non ci sono tali differenze nello spazio universale. Quindi anche noi dobbiamo decidere nel caso dei vari jīva. (MUGK III.6)

      Proprio come lo spazio nel vaso non è né una modificazione né una parte dello spazio universale, così nemmeno il jīva è una modificazione né una parte del Supremo Ātman. (MUGK III.7)

      Proprio come il cielo si contamina con diversi tipi di maculazione agli occhi dei bambini, così anche l’Ātman è macchiato da contaminazioni (ignoranza, attaccamento e altro) agli occhi dei non illuminati. (MUGK III.8)

      L’Ātman non è dissimile dallo spazio cosmico per quanto riguarda la nascita, la morte, l’andare (in altri mondi) e il ritorno (sulla terra) e nell’abitare in vari corpi. (MUGK III.9)

      Tra Īśvara e jīva, quindi, c’è solo una distinzione senza differenza. La divinità e la superiorità di Īśvara e la dipendenza di jīva da Īśvara sono reciprocamente relative e, dal punto di vista metafisico, la loro identità e natura intrinseca come il Brahman Assoluto non è mai messa in dubbio anche se appaiono diverse a causa delle associazioni condizionanti. Chiuderemo questa sezione dando alcuni estratti dal Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya che chiariscono questo punto:

      1. La natura individuale del jīva persiste finché egli non rimuove l’ignoranza responsabile della dualità, come si rimuove l’idea di un ladro (sovrapposto) a un tronco d’albero2, e intuisce la propria natura come Ātman eternamente immutabile nella forma “Io sono Brahman”. Quando però la śruti induce una persona a elevarsi al di sopra dell’idea di essere l’aggregato di corpo, sensi, mente e intelletto, e la illumina facendole capire che “Tu non sei l’aggregato del corpo, dei sensi, della mente e dell’intelletto, non sei una persona trasmigrante, ma ciò che è il Reale, il vero Atman. Tu sei Quello”, allora, sapendo di essere della natura essenziale del Testimone eternamente immutabile, ed elevandosi al di sopra dell’attrazione per il corpo ecc., egli diventa proprio quell’ Ātman, il Testimone eternamente immutabile. (BSŚBh I.3.19)
      2. Finché avidyā non viene rimossa, il jīva è soggetto ad azioni giuste e sbagliate e la sua natura di individuo non viene rimossa. Quando, tuttavia, quella (avidyā) è sparita, la śruti “tu sei Quello” t’insegna che tu sei quel Prājña (l’Ātman onnisciente). La cosa in sé non è influenzata in alcun modo dall’esistenza, dalla continuazione o dall’eliminazione dell’ignoranza. (BSŚBh I.4.6)
      3. Anche per questo motivo, tutti i vedāntin devono accettare che la differenza tra il Vijñānātman (Ātman conoscente) e il Paramātman (Supremo Ātman) è solo dovuta a associazioni condizionanti come il corpo non reale fatto di nome e forma immaginati da avidyā. (BSŚBh I.4.22)
      4. Così la Signoria, l’onniscienza e l’onnipotenza di Īśvara sono solo dovute alla limitazione dell’associazione condizionante della natura dell’avidyā, ma nell’Ātman privo di qualsiasi associazione condizionante, non si può davvero parlare di Signore e suddito, di onniscienza o di altro. (BSŚBh II.1.14)
      5. Ed è solo finché c’è questa connessione con l’associazione condizionante della mente (buddhi), che questo jīva continua ad essere un jīva trasmigrante. In realtà, tuttavia, non c’è nessun essere come un jīva che non sia la forma evocata dalla connessione dell’associazione condizionante, cioè la mente. Perché quando il significato dei testi del Vedānta viene esaminato da vicino, non c’è una seconda entità senziente da trovare, se non Īśvara che è sempre libero per natura e onnisciente. (BSŚBh II.3.30)
      6. Inoltre, questa connessione con l’associazione condizionante della buddhi presuppone una conoscenza sbagliata (avidyā) e non c’è modo di rimuovere la conoscenza sbagliata se non attraverso la corretta conoscenza. Perciò questa connessione con l’associazione condizionante della mente non viene distrutta finché non si realizza la propria identità con Brahman. (BSŚBh Ibid.)
      7. Durante lo stato di ignoranza il jīva che, senza discriminare, vede la sua identità con l’aggregato del corpo e dei sensi a causa della sua cecità causata dalla cataratta di avidyā, deriva la sua natura trasmigrante di essere un agente e sperimentatore (dei frutti delle azioni) dal Supremo Ātman. Īśvara, l’Entità Cosciente-Testimone, che presiede a tutte le attività, abita e ispira tutti gli esseri (all’azione). Ed è attraverso la conoscenza dovuta alla sua sola grazia che si può sperare di ottenere la liberazione (per il jīva). (BSŚBh II.3.41)
      8. Non c’è nulla di autocontraddittorio nel ritenere che Īśvara, con la sua insuperabile associazione condizionante3, governi sui jīva con associazioni condizionanti inferiori. (BSŚBh II.3.45)
      9. Anche nel caso del jīva, l’esperienza della sofferenza è solo dovuta all’illusione causata dall’identificazione indiscriminata con le associazioni condizionanti come il corpo e i sensi fatti dai nomi e forme prodotti da avidyā, mentre non c’è reale sofferenza. (BSŚBh II.3.46)
      10. La natura brahmanica del sé incarnato, che è insegnata qui, è già un fatto e non qualcosa da raggiungere attraverso un nuovo sforzo. E quindi, essendo stata accertata questa natura brahmanica insegnata dagli śāstra, si cancella l’idea innata della propria identità con il corpo, come le idee di corda ecc. [madreperla e tronco d’albero] cancellano le idee di serpente ecc. [argento e ladro]. (BSŚBh II.1.14)

      Questo è un esempio che rivela che la nostra identificazione con il corpo è solo una nozione illusoria.

      1. Domanda: Ma qual è questa connessione con il corpo (deha sambandha)?

      Risposta: È il sorgere della credenza perversa riguardante l’Ātman, secondo cui questo aggregato di corpo ecc. è il proprio Sé. Si trova presso tutte le creature formulata come quando si dice ‘vado’, ‘torno’: ‘sono cieco’, ‘non sono cieco’; ‘sono ignorante’, ‘non sono ignorante’. Non c’è niente che possa sradicare questa (idea perversa) se non il giusto discernimento. Prima che sorga il giusto discernimento, si vede invece che questa illusione continua in tutte le creature. (BSŚBh II.3.48)

      1. Obiezione: Se il jīva è una parte del Signore, perché la sua conoscenza e la sua Signoria dovrebbero rimanere nascoste? Infatti, non sarebbe logico che la conoscenza e la Signoria dovessero rimanere evidenti in un jīva, come la combustione e l’illuminazione lo sono in una scintilla [che è una parte del fuoco]?

      Risposta: Questo è certamente vero. Ma ‘anche quello’, anche quell’onnubilazione della conoscenza e della Signoria, nel caso del jīva individuale ‘avviene dalla connessione con il corpo’, dall’associazione con il corpo, i sensi, la mente, l’intelletto, la percezione degli oggetti ecc. E su questo punto c’è un’analogia: come il potere di combustione e di illuminazione, sebbene sia inerente al fuoco, rimane nascosto quando è latente all’interno del combustibile4, o come rimane nascosto quando il fuoco è coperto di cenere, allo stesso modo si verifica un nascondimento della conoscenza e della Signoria del jīva a causa della mancanza di discriminazione del jīva dal corpo ecc., derivante dalla sua connessione con le associazioni condizionanti, come il corpo fatto di nome e forma proiettati da avidyā. (BSŚBh III.2.6)

      1. Inoltre, quando l’idea della non-differenza è stata risvegliata da testi come “tu sei Quello” che indicano la non-distinzione, sia la natura trasmigrante del jīva sia il potere di creazione del Brahman svaniscono per sempre: perché tutte le idee circa la dualità diffuse da una conoscenza errata saranno (allora) state cancellate. (BSŚBh II.1.22)

      Il potere di creare del Brahman è solo relativo; ma la natura trasmigrante del jīva è irreale essendo una sovrapposizione prodotta dall’ignoranza.

      1. In lui (nel prāṇa universale), ciò che è me stesso è lui (nel sole); ciò che egli è, quello sono io stesso. (Aitareya Āraṇyaka II.2.4)
      2. Te stesso sono io, o venerata Divinità, io stesso sono tu. (Jābāla Upaniṣad VI.8)

      I testi sopra citati servono per riflettere. Qui può sorgere l’obiezione che, equiparando Īśvara all’Ātman del jīva, la natura trasmigrante dovrebbe essere imputata a Dio, e questo non è accettabile. Śaṃkara ribatte l’accusa così:

      Questo non è un difetto della dottrina, perché così si riflette solo sull’unità dell’Ātman. […] Non vogliamo respingere la conferma dell’unità, ma solo insistere sulla necessità di riflettere su una reciprocità di identità. Come conseguenza inevitabile vi sarà confermata anche l’unità. (BSŚBh 3.3.37)

      Qui la perfetta unità di Īśvara e jīva è stata riconosciuta, dal punto di vista assoluto, anche per un meditante. Torneremo su questo argomento quando riprenderemo l’insegnamento vedāntico sulle upāsanā.


      1. L’ignorante pensa che il Signore crei gli oggetti che compongono il mondo come Causa prima che produce effetti contingenti. Tale credenza è paragonabile a quella di chi pensa che lo spazio generale, frammentandosi in spazi parziali, li produca come suoi effetti. Invece la verità metafisica è che lo spazio racchiuso nei diversi contenitori non mai è altro dallo spazio generale. Perciò il pensiero di un Signore che crea tutti gli esseri e tutte le cose non è altro che una proiezione illusoria della mente [N.d.C.].[↩]
      2. L’esempio del ladro-tronco d’albero spesso s’affianca a quello della corda-serpente e dell’argento-madreperla. Chi a notte fonda ritorna a casa può essere spaventato da un tronco d’albero preso per un ladro appostato lungo la via.[↩]
      3. Insuperabile non perché impossibile da annullare con la conoscenza, ma perché è la più elevata in quanto, rimossa l’aiśvarya, Īśvara emerge come lo stesso Brahman.[↩]
      4. Secondo la logica indiana, il fuoco giace latente in qualsiasi combustibile. La frizione tra due paletti (araṇi), per esempio, risveglia il fuoco che dimora in forma latente in essi, facendo avvampare l’esca. Perciò il fuoco, pur essendo all’interno dei paletti, rimane invisibile e sembra separato dal legno che lo contiene.[↩]

      🇮🇹🇬🇧 Carlo Rocchi: Alātaśānti – L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti

        🇮🇹 Carlo Rocchi: Alātaśānti1 – L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti, Durham, Ekatos Edizioni, 2021. DID 3133793. Pp. L + 499.

        È con grande soddisfazione che annunciamo la pubblicazione di un libro, il cui autore è da qualche anno un nostro stretto collaboratore. Il dott. Carlo Rocchi è stato particolarmente colpito dalle invereconde reazioni che una rivista di ispirazione guénoniana ha riservato al sito web Veda Vyāsa Maṇḍala fin dalla sua nascita. Il nostro sito ha lo scopo di esporre in favore dell’ambiente occidentale interessato, la dottrina indiana della non dualità (Advaitavāda) e di altre vie iniziatiche più particolarmente intellettuali della medesima Tradizione Primordiale (Sanātana Dharma), con l’apporto e l’autorizzazione di un certo numero dichiarato di Guru, Ācārya e Saṃnyāsin. Le reazioni di alcuni ambienti ottusamente guénoniani è stata particolarmente scomposta e volta soprattutto a delegittimare la persona degli autori di lavori riguardanti il Vedānta, non soltanto occidentali, ma perfino gli stessi esponenti delle catene iniziatiche di Brahma Vidyā, che non raramente producono degli scritti affinché appaiano su Veda Vyāsa Maṇḍala. Evidentemente la comparsa di un centro che rappresenta una tradizione di metafisica pura ha disturbato il clima di presunto monopolio della tradizione in chiave guénoniana che alcuni gruppi di convertiti all’islam pensano aver consolidato in Italia.

        L’Autore del libro recensito ha voluto ribattere alle critiche sul blog di Ekatos, riportando la discussione al livello della dottrina, con un articolo, intitolato Advitīya Caitanyavāda: fu accolto con una valanga di improperi. Tuttavia, poiché il dott. Rocchi aveva sfidato i nostri detrattori sul piano dottrinale, alcuni hanno voluto rispondergli per le rime, avventurandosi in campi a loro ignoti. Tutti i loro sforzi sono stati indirizzati al tentativo di dimostrare che l’insegnamento metafisico del Taṣawwuf è esattamente uguale a quello dell’Advaitavāda. A tal fine, consapevoli di non essere all’altezza per una simile discussione, si sono rivolti ad accademici che essi hanno ritenuto esperti di Taṣawwuf, Vedānta e persino di Buddhismo, dimentichi che l’erudizione priva della vera conoscenza conduce a concatenati errori d’interpretazione. Tuttavia, poiché in molti casi la differenza tra le dottrine sufiche e la dottrina di Śaṃkara è sin troppo evidente, quei pseudo ṣufi si sono permessi di correggere il grande Ācārya arrivando anche a modificare il senso di diversi passaggi upaniṣadici. La loro ignoranza di Vedānta è solo seconda alla sicumera con cui espongono le loro fantasie antitradizionali. Inoltre, è evidente che il loro incontrollato furore polemico sorge dal timore che i loro lettori possano riconoscere che la nostra è stata una asettica messa a punto dottrinale e non un desiderio di svalutazione delle vere dottrine sufiche. Infatti, se si legge ciò che è stato scritto su Veda Vyāsa Maṇḍala circa il Taṣawwuf si constaterà che in nessuna parte i collaboratori hanno dimostrato disprezzo o volontà di interpretarne in modo scorretto gli insegnamenti. Ciò che si è evidenziato, testi alla mano, è che le dottrine più elevate del sufismo appartengono comunque a ciò che in India è definito conoscenza del non-Supremo. Deve, dunque, essere inteso nel senso che il percorso iniziatico sufico può efficacemente essere intrapreso per purificare la mente al fine di accedere alla via della conoscenza, purché, ovviamente, il maestro sia vero e il discepolo qualificato a raggiungere tale scopo. Questo, tuttavia, non consente a nessuno di forzare le caratteristiche delle dottrine islamiche al fine di sostenere che esista una via della conoscenza sufica paragonabile all’Advaitavāda.

        Tutto questo voluminoso scritto di Carlo Rocchi è inteso a dimostrare testualmente, logicamente e intuitivamente questa realtà incontrovertibile. In questo modo l’Autore demolisce con ampie citazioni e con l’uso della logica i più gravi errori di metafisica sostenuti come verità di fede dai nostri contestatori e dai loro consulenti accademici: per esempio che l’Assoluto sia un ‘Principio’; che esista una realtà assoluta e una ‘relativa’; che l’Advaita sostenga una dottrina della causalità; che l’informale sia una manifestazione reale come sonno profondo e non un pensiero illusorio della mente della veglia; che la māyā sia una entità che manifesta positivamente il mondo e non una immaginazione creata dall’individuo; che il tribhuvana sia identico all’avasthātraya e altre numerose concezioni errate. Qualcuno dei nostri denigratori, un po’ più colto, ha anche verificato che il tribhuvana appare nel Mahābhārata, mentre è assente nella śruti. Il fatto è che se il termine è effettivamente non śrauta, la dottrina dei tre loka è ben presente nelle Upaniṣad. Non ci si può improvvisare esperti di Vedānta partendo da una teologia islamica radicata nella mente e da una preparazione libresca, senza aver mai avuto il minimo contatto diretto con maestri di tale tradizione. Qualcuno ci ha chiesto com’è che noi siamo tanto sicuri della assenza di tali loro contatti. La risposta è che è del tutto evidente poiché di Advaita non ne sanno nulla.

        Ovviamente, essendo Alātaśānti un documento in risposta ai spesso grossolani e derisori attacchi di cui è stato bersaglio, ogni tanto l’Autore non ha potuto astenersi da sottolineare l’incapacità di comprensione, l’ignoranza e la malafede dei suoi contraddittori. Il risultato è un godibilissimo testo di studio sull’autentico Advaita Vedānta, scevro dalle limitazioni mentali accademiche e dal guénonismo retto a sistema dogmatico. Gli occidentali che si sono avvicinati o che sono entrati in qualche tradizione sono partiti dalla lettura dei libri di René Guénon, generalmente più attratti da quella de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta che non dalla prospettiva islamica. Nondimeno i più qualificati hanno potuto poi verificare che l’approccio guénoniano al Vedānta era falloso in diversi punti. Altri hanno deciso di rimanere nella erronea prospettiva guénoniana di un Vedānta-Sāṃkhya a tappe, facendo di essa il loro Forte di Masada. Tuttavia, non solo comprendiamo la psicologia dei nostri contestatori, in quanto anche noi abbiamo sofferto a lungo della medesima obnubilazione critica, ma siamo persino loro grati per la polemica sgangherata che hanno voluto scatenare. Infatti, erano diversi anni che non leggevamo più le opere di Guénon poiché, pur essendogli grati, non lo ritenevamo più utile, avendo a disposizione i testi della paramparā śaṃkariana e i maestri viventi di tale tradizione. La polemica ci ha indotti a riprendere in mano ciò che scrisse Guénon sull’Advaitavāda, rilevando la sua scarsa conoscenza dell’argomento e gli errori che ne sono derivati, cosa che a suo tempo ci era sfuggita. Ciò è stato di estrema utilità per bruciare le ultime scorie di un sistema che non corrisponde alla vera tradizione. Il libro del dott. Rocchi va quindi valutato come un testo che può indirizzare il lettore attento, sincero e intelligente verso la purificazione mentale propedeutica alla via della conoscenza, evitando le false interpretazioni teologiche sovrapposte al vero Advaitavāda.

        Gian Giuseppe Filippi

        🇬🇧 Carlo Rocchi: Alātaśānti2 – Lo spegnimento delle teste calde, Durham, Ekatos Edizioni, 2021. DID 3133793. Pp. L + 499.

        It is with great satisfaction that we announce the publication of a book, the author of which has been a close collaborator of ours for some years. Dr Carlo Rocchi has been particularly struck by the unleashed reactions that a Guenonian-inspired magazine has reserved for the Veda Vyāsa Maṇḍala website since its inception. The purpose of our site is to expound the Indian doctrine of non-duality (Advaitavāda) and other among the more intellectual initiatic paths of the same Primordial Tradition (Sanātana Dharma) for the benefit of the interested Western seekers, with the contribution and approval of a number of Gurus, Ācāryas and Saṃnyāsin. The reactions of some dully Guenonian circles have been particularly discomfited and aimed above all at delegitimizing the authors of works on Vedānta, not only Westerners, but even the very exponents of the initiatic chains of Brahma Vidyā, who often produce such writings so that they might appear in Veda Vyāsa Maṇḍala. Evidently the appearance of a centre representing a tradition of pure metaphysics has sent shockwaves across some circles of Italian converts to Islam who pretende to have the monopoly of tradition from Guenonian perspective.

        The author of the book here reviewed wanted to reply to their criticism appeared on the Ekatos blog, bringing the discussion back to the level of doctrine with an article entitled Advitīya Caitanyavāda. This was greeted with a great deal of abuse. However, since Dr. Rocchi had challenged our detractors on the doctrinal level, some replied to him in kind, venturing in what for them was uncharted teritory. All their efforts were focused on proving that the metaphysical teaching of the Taṣawwuf is exactly the same as that of the Advaitavāda. To this end, knowing that they were not up to such an argument, they turned to academics whom they considered experts in Taṣawwuf, Vedānta and even Buddhism, forgetting that mere erudition deprived of true knowledge leads to chained errors of interpretation. However, since in many cases the difference between the Sufic doctrines and the doctrine of Śaṃkara was too obvious, those pseudo ṣufi took the liberty of correcting the great Ācārya even going so far as to change the meaning of several upaniṣadic passages. Their ignorance of Vedānta is only second to the arrogance with which they expound their anti-traditional fantasies. Moreover, it is evident that their uncontrolled polemical fury arises from the fear that their readers might see that our doctrinal view is not biased and it is free from the intent to devalue the true sufic doctrines. Indeed, anyone indulging in the Veda Vyāsa Maṇḍala readings will soon find out that there is no contempt or wish to present the Tassawuf teachings in a denigratory fashion. What has been pointed out, texts in hand, is that the highest doctrines of Sufism belong in any case to what in India is called knowledge of the non-Supreme. This is to be understood in the sense that the sufi initiatic path can be effectively undertaken to purify the mind in order to access the path of knowledge, provided, of course, that the master be authentic and disciple qualified to achieve this end. This, however, does not allow anyone to force the characteristics of Islamic doctrines in order to claim that there is a sufic path of knowledge comparable to Advaitavāda.

        Obviously, Alātaśānti being a document in response to the often crude and derisive attacks it has been the target of, the author could not refrain from pointing out the lack of understanding, ignorance and bad faith of its contradictors. The result is a very enjoyable study text on the authentic Advaita Vedānta, free from academic mental limitations and from Guenonism regimented as a dogmatic system. Most Westerners who have approached or adhered to some tradition have generally started from René Guénon’s books, certainly more attracted by L’Homme et son devenir selon le Vêdânta than by Islamic perspective. Nevertheless the most qualified ones were then able to verify that Guénon’s approach to the Vedānta was flawed in several points. Others, however, decided to remain in the erroneous Guenonian perspective of a Vedānta-Sāṃkhya in steps, making it their Masada Fortress. However, not only do we understand the psychology of our disputants, as we too have long suffered from the same critical obnubilation, but we are also grateful to them for the ramshackle polemic they have been willing to unleash. It has been a few years now since we last tapped into Guenon’s books. Although grateful to him we teamed him no longer useful having at our disposal the texts of the śaṃkarian paramparā and the living masters of that tradition. The controversy induced us to take up again what Guénon wrote on the Advaitavāda, noting his lack of knowledge on this subject and its resulting errors, something that had eluded us at the time. It has been extremely useful to depart from a system not corresponding to the pure advitīya tradition. Dr Rocchi’s book should therefore be evaluated as a text that can direct the attentive, sincere and intelligent reader towards mental purification and the path of knowledge, avoidong the false theological interpretations superimposed on the true Advaitavāda.

        Gian Giuseppe Filippi

        1. “L’estinzione dei tizzoni ardenti”, in senso traslato “Lo spegnimento delle teste calde”[↩]
        2. “The extinguish of the hot embers”, in a translated sense “The extinguish of hotheads”[↩]

        64. Revolutions and ‘people power’

          Revolutions and ‘people power’

          Until the 18th century, the word revolution meant the conclusion of a circular movement, a return to the point of origin, the restoration of a primordial order. The Latin term revolutio, in normal times, was applied both to space to especially describe the periodic orbital paths of celestial bodies, and to time to indicate the renewal of chronological situations, from the alternation of night and day to the precession of the equinoxes. The elimination of the traditional mentality has profoundly changed and even reversed its original meaning. In modern times, revolution is understood as the violent overthrow of the established order by the mercantile and servile components of society in order to establish a new political, social and economic system for the implementation of a given ideology1. For instance, it became customary to define revolutions that of Cromwell, as well as, the American one, although the former was more properly a civil war and the latter a war of independence.

          Also before that time, mutinies, insurrections, revolts and uprisings2 had occurred, but almost all of them were eventually suppressed by the legitimate power. If they succeeded, they did not affect the mentality of an entire continent, remaining a temporary, limited and local phenomenon3. Therefore, without hesitation we can define as revolutions those episodes that overthrew the traditional legitimate power, and were historically imposed by consecrating their illegitimacy as a new self-proclaimed ‘rule of law’4.

          It must be added, however, that by the end of the Middle Ages the traditional feudal order had degenerated into absolutism, particularly in the Kingdom of France. The nobles were prompted to abandon their castles and move to Versailles, transformed into bumbling courtiers. Those who refused to live as parasites at the royal court were effectively excluded from the halls of power, their castles were turned into defenceless villas (the French chateaux) and the walls of their towns and villages were dismantled. These aristocrats, downgraded to ‘aristocratics’, began to harbour a muted hostility to absolute monarchy and this explains (but does not justify) the participation of some of them in the revolution.

          The term ‘revolution’, therefore, is properly suited to the French revolution that decreed the end of the ancien régime5. In fact since the French revolution the term was used6 (also retrospectively) to define any epochal change that was antagonistic to the previous order: Christian revolution in an anti-Roman imperial sense, scientific revolution in an anti-Tolemaic sense, industrial revolution against artisan production, cultural revolution against all wisdom of the past, sexual revolution against the common sense of decency.

          Applied in this translational sense, revolution simply means the overthrow of anything conforms to the natural order recognised by all men of sound mind. In the historical-political sense, however, it means the extermination of a dominant social class and its replacement by a subordinate one. From this perspective, the Puritan revolution led by Cromwell in England and the American revolution are not really revolutions, since the former, despite the beheading of the sovereign7, saw an alliance between a part of the nobility and the upper middle class united by Calvinism; the latter, on the other hand, represented the struggle of a petty-bourgeois colony against a power now considered as foreign, England. There was no real substitution of social classes in the government of public affairs, it was mainly a matter of nationality.

          On the contrary, the French and the Bolshevik Revolutions can be considered as such for aiming to a partial or total extermination of the upper classes. The French revolution attempted the extermination of the aristocracy and the high clergy, and it almost achieved this by replacing them with the bourgeoisie at the head of the State. The Bolshevik revolution targeted the bourgeoisie in particular, effectively wiping it out of Russia, along with the clergy and nobility. Another notable difference is that the Anglo-Saxon revolutions were real wars8, whereas the French and Communist revolutions were coups perpetrated by demagogues skilled in fomenting discontent and social agitators. The Fascist revolution in Italy and the National Socialist revolution in Germany belonged to this same category.

          Before going any further, however, it is necessary to point out that all revolutions, from the puritanical English one to the present day ones, have been inspired and led by bourgeoisie, skilful manipulators of the emotions of the people9, i.e. ‘useful idiots’10. This is the continuous common thread linking liberalism, democracy, socialism and totalitarian regimes, all inspired by the middle class11. In reality, the common people are unable to elaborate or allow themselves to become involved in ideologies due to a lack of education and culture. The servile classes, too busy with daily survival, are alien to deformations and vicious cerebral lucubrations; they are, however, easily incited by ‘committed’ demagogues to envy and class hatred. Once wrath has died down, the common people return to submit to their new masters with servile obedience.

          Like the American Revolution, the French one began as a protest against the excessive taxation used by the crowns of England and France to balance their public finances12. Undoubtedly these rebellions gave rise to the delinquent democratic and popular political systems now predominant throughout the world, that, instead of the infamous medieval tithes, can take up to fifty per cent of a citizen’s income from direct taxation alone.

          The French Revolution claimed more than six hundred thousand victims among its own citizens, slain for their loyalty to the monarchy or to the Catholic Church13. Thisis yet another ruthless legacy inherited by the bloody popular regimes of the 20th century, that it is always shamefully praised by liberal democrats and socialists. In fact, this aberration still goes on in the French republican regime, that even nowadays provides asylum and protection to guerrillas and terrorists of other nationalities14.

          Many revolutionaries were Freemasons. In reality, the majority of Freemasons remained loyal to the monarchy, precisely because they were involved in high “knightly” ranks that harked back to a medieval type of loyalty. Certainly the agnostic and atheistic Enlightenment was a fundamental source of the French Revolution15: the cult of the “Goddess of Reason” with its farcical rituals was merely an insult to the Catholic and monarchical tradition of France.

          In fact, the secular, anti-religious16 mentality came from the circles of so called Hermeticists, Rosicrucians, alchemists and Christian Qabbalists already described in the previous chapters. Their hidden influence made even French ecclesiastical circles sceptical, and from 1740 onwards these stopped prosecuting e the crimes of magicians and sorceresses. As a result of this laxity, there was a spread of magic at all levels: country witchcraft, collective possessions, and, at salon and lodge level, animal magnetism17 and somnambulism18. The Enlightenment in this manner confirmed its scepticism, atheism and anti-religionism, but it was at the same time imbued of experiments based on the most frightening psychism, the indisputable heir of Renaissance occultism. The climate of Terror, the unleashed madness of popular rituals addressed to the Goddess Reason and the Tree of Liberty, the spread of country witchcraft and ceremonial magic in the drawing rooms, could only end in a dictatorship with which Napoleon Buonaparte19 tried to institute some bourgeois order20. In reality, his intervention in history completely unhinged the equilibrium in the rest of Europe. In fact, even after his fall, the continent was never able to return to normal and the restoration of the status quo ante was a complete failure.

          Maria Chiara de’ Fenzi


          1. Ideology refers to a set of beliefs imposed in place of a traditional or religious structure. The absence of an established basic organic doctrine, in harmony with cosmic and divine laws, prompts the propagandists of the ideology to adopt an imposing, fanatical and persecutory attitude. Over time this has become more and more patent, as proved by the ideologies contrary to any natural evidence and rational argumention that States, international organisations, NGOs, multinational corporations, the media and other power-holding devilry are making compulsory in this beginning of the 21st century.[↩]
          2. In opposition to the contemporary historical criticism, flattened by a prejudice that falsely considers these phenomena of rebellion exclusively of popular origin, it is necessary to distinguish those insurgencies caused by feudal diatribes (uprisings of knights) from the truly subversive bourgeois or pauperistic uprisings.[↩]
          3. An example is the case of the communes of the late Middle Ages which, however, forged the secular and hedonistic mentality that soon after gave birth to humanism.[↩]
          4. In the 1776 document that founded the state entity of the United States, the delegates enacted the collective right to revolution and the individual’s particular right to self-defence. These two pseudo-principles were formalised in the Declaration of Independence from the Kingdom of England. Since the Constitution of 1787 did not clearly specify what those two rights consisted of, a Charter was added in 1791, setting out ten amendments to limit the powers of the US federal government in order to protect individuals. The Bill of Rights protects freedom of speech and religion, the right to keep and bear arms, and freedom of assembly and petition.[↩]
          5. This led to the definitive abolition of feudalism. In the rest of Europe, with the transformation of constitutional monarchies into bourgeois regimes, feudalism slowly disappeared. But not immediately: for example the liberalisation of the last fief in the Austro-Hungarian Empire took place in 1900, as the writer of these lines well knows. Contemporary Constitutional monarchies, characterised by continuous marriages with people from the entertainment and business world, actively co-operated in the dismantling the last social functions of the noble class.[↩]
          6. This happened with the enactment of the Rights of Man and of the Citizen, which proclaimed the equality of all citizens. Of course, the only inequality recognised was that of census, thus protecting the privileges of the new ruling class, the bourgeoisie. In addition, the separation of religion from the state was included among the rights (?): the State was thus overwhelmingly occupied by atheistic and anti-religious secularism. Today, revolutionary brainwashed Christians proudly proclaim themselves to be secular and religious at the same time: the devil and the holy water together.[↩]
          7. In itself it was a very serious act that challenged the concept of the divine right of sovereigns. King Charles II Stuart had appealed to the Emperor as his superior or, in his behalf, to a college of three European kings as his peers. Instead, he was condemned to death by an assembly of his inferiors bourgeois, members of the Parliament.[↩]
          8. We can add to these also the communist seizure of power in China in 1949, after a long and cruel civil war.[↩]
          9. Revolutionary fanatics, who regard such historical events as commendable examples of civilisation, deny on grounds of ideological faith that fascisms were revolutionary movements, in fact these are their direct political rivals and as such to beirrevocably condemned, on principle only, as reactionary and retrogressive. In reality, whether right-wing or left-wing, the revolutions of the 20th century all had a socialist matrix. However, the French and Bolshevik revolutions were carried out in an underhand manner by means of coups d’état, without the heroic deeds so often boasted by the rhetoric of their admirers. Certainly there was violence, but this was unleashed post quem by the revolutionaries against their rivals as soon as they took power.[↩]
          10. Formula used by Lenin to define pro-Soviet activists citizens of non-communist countries.[↩]
          11. The dictators of right-wing and left-wing regimes, all of them bourgeois, are not so morally different from many ‘democratically’ elected presidents. The promoters of so-called ‘scientific’ exterminations are no worse than those who coldly ordered the use of the atomic bomb at the end of a already won war. These and many other examples have been before our eyes in the last few decades. On the other hand, the first example of genocide of an entire population is the one perpetrated against the Vendeans, a mass-crime rightfully imputed to the French Revolution. Gracchus Babeuf, La Guerre de la Vendée et le système de dépopulation, Paris, Éd. du Cerf, 2008.[↩]
          12. Few people know that the French Revolution was carefully prepared by the British Intelligence Sevice to avenge the stinging naval defeat at Chesapeake. The ingenious British propaganda have always been able to erase British fleet’s defeats from memory. In May 1781, the French fleet, under the orders of Admiral François Joseph Paul, Count de Grasse, routed the British squadron, preventing the landing of reinforcements for the besieged contingent at Yorktown. As a result, Lord Cornwallis had to surrender to the insurgents and England was forced to recognise the independence of its American colonies. The British Prime Minister William Pitt wasted no time in avenging the bitter defeat by undermining the stability of the French kingdom. He identified the public debt and the system of exorbitant taxation as the weak point in France’s social system, which was already worn down by decades of continuous warfare. He recruited Swiss financiers and bankers to exasperate the situation and recruited political agitators and journalists to provoke tempers, among them Étienne Clavière, François Louis Jean-Joseph de Laborde, Jean-Paul Marat, Pierre Étienne Louis Dumont and the renegade Count Honoré Gabriel Riquetti de Mirabeau. Pierre Douat, Tout ce que vous auriez voulu savoir sur la France et qu’on vous a toujours caché, Rémire Montjoly. Éd. Marsan, 2016, pp. 11-20; Albert Mathiez, “Quelques affaires de commerce et d’intelligences avec l’ennemi sous la Terreur. Le banquier Boyd et ses amis”, Annales révolutionnaires, T. 12, No. 3 (Mai-Juin 1920), pp. 218-231. The fact that renegades join ranks with their natural enemies is a phenomenon that has continued and worsened over time. Nowadays, the opulent sons of the capitalist bourgeoisie display extreme left-wing ideas and sentiments, pledging the solidarity of the wretched scum in the attempt to save their economic empires from possible proletarian expropriation.[↩]
          13. Adolph Thiers, Storia della Rivoluzione Francese, Brindisi, Edizioni Trabant, 2018-2021, 10 voll. Obviously, although the aristocrats and the high clergy were the preferred victims, such a high number of victims makes it clear that it was mainly a massacre of the bourgeoisie and the common people who had not bowed to the imposition of the new ‘freedoms’.[↩]
          14. The Terror also inaugurated the political use of justice that is so widespread today. This brings with it an anomalous benevolence towards criminals and often inflexibility towards honest citizens. What characterises any democratic or popular government, however, is that it allows the rise of the worst elements of the petty-bourgeois and working-classes, who find in the political careers the easiest means of enrichment for themselves and their descendants.[↩]
          15. René Le Forestier, Les Illuminés de Bavière et la franc-Maçonnerie allemande, Genève, Slatkine-Megariotis, 1974, pp. 557-566; 658-663.[↩]
          16. Thomas de Cauzons, La Magie et la sorcellerie en France, Paris, Dorbon Ainé, s.d., III vol. pp. 360-547.[↩]
          17. We are referring here to the parascientific experiments of Franz Anton Mesmer.[↩]
          18. Namely, the use of sleepwalkers, ‘doves’ and mediums for clairvoyant purposes, in use by charlatans such as Cagliostro and Fabre d’Olivet.[↩]
          19. Indeed, the Buonaparte was a family of ancient nobility. One such knight, Napoleon Buonaparte, took part in the First Crusade with the contingent sent to the Holy Land by the Marquis of Treviso. However, his omonimous descendant had fully embraced the ideas of the revolution.[↩]
          20. Even if it was a caricaturesque image of the Empire, it was still a bourgeois dictatorship. However, the imperial-revolutionary regime was the design to replace what remained of the Holy Roman Empire. Indeed, it was the very Napoleon who imposed the end of that ancient and venerable institution when Francis II, the Holy Roman Emperor, was forced to become Francis I, Emperor of Austria.[↩]

          64. Rivoluzioni e ‘potere popolare’

            64. Rivoluzioni e ‘potere popolare’

            Fino al XVIII secolo la parola rivoluzione significò conclusione di un movimento circolare, ritorno al punto di origine, restaurazione di un ordine primigenio. Il termine latino revolutio, in tempi normali, era applicato allo spazio per indicare i percorsi orbitali periodici soprattutto dei corpi celesti, e al tempo per indicare il rinovellarsi delle situazioni cronologiche, a partire dall’alternanza notte-dì fino alla precessione degli equinozi. La rimozione della mentalità tradizionale ne ha mutato profondamente e persino invertito il senso. Con rivoluzione, in epoca moderna, s’intende il rovesciamento violento dell’ordine stabilito da parte delle componenti sociali mercantili e servili, al fine di fondare un nuovo sistema politico, sociale ed economico quale messa in pratica di una determinata ideologia1. Per questo motivo è in uso definire rivoluzione quella puritana capitanata da Cromwell e quella americana, sebbene la prima sia stata più propriamente una guerra civile e la seconda una guerra d’indipendenza. Anche prima di allora si erano verificati ammutinamenti, insurrezioni, rivolte e sollevazioni2, ma quasi tutti alla fine erano stati repressi dal potere legittimo. Qualora fossero stati coronati da successo, non avevano influito sulla mentalità d’un intero continente, restando un fenomeno temporaneo, circoscritto e locale3. Perciò si può affermare senza remore che tra gli episodi di rovesciamento del potere legittimo tradizionale possono essere considerate rivoluzioni quelle che si sono imposte storicamente consacrando la loro illegittimità come un nuovo autoproclamato ‘stato di diritto’4.

            Si deve, tuttavia, aggiungere che alla fine del Medioevo l’ordine tradizionale feudale aveva subito una degenerazione in senso assolutistico, in particolare nel Regno di Francia. I nobili furono indotti ad abbandonare i loro castelli e a trasferirsi a Versailles, trasformati in cortigiani imbelli. Quelli che rifiutarono di vivere da parassiti presso la Corte reale furono esclusi di fatto dalle stanze del potere, i loro castelli furono trasformati in ville indifese (i chateaux francesi) e le mura delle loro città e borghi furono smantellate. Questi aristòcrati, declassati ad aristocratici, cominciarono a nutrire una sorda ostilità nei confronti della monarchia assoluta e questo spiega (ma non giustifica) la partecipazione di alcuni di loro alla rivoluzione.

            Il termine rivoluzione, perciò, si addice propriamente a quella francese che decretò la fine dell’ancien régime5. Fu soprattutto a causa dell’affermazione della rivoluzione francese che tale termine fu usato6 (anche retrospettivamente) per definire qualsiasi cambiamento epocale che fosse antagonista dell’ordine precedente: rivoluzione cristiana in senso antimperiale romano, rivoluzione scientifica in senso antitolemaico, rivoluzione industriale contro la produzione artigianale, rivoluzione culturale contro ogni saggezza del passato, rivoluzione sessuale contro il comune senso del pudore. Applicato in questo modo traslato, rivoluzione significa semplicemente rovesciamento di ciò che è conforme all’ordine naturale riconosciuto da tutti gli uomini provvisti di una mente sana. In senso storico-politico, invece, vuol significare lo sterminio di una classe sociale dominante e la sua sostituzione da parte di una subordinata.

            Se si considera in questa prospettiva, quella puritana guidata da Cromwell in Inghilterra e quella americana non sono propriamente delle rivoluzioni, in quanto la prima, indipendentemente dalla decapitazione del sovrano7, vide un’alleanza tra certa nobiltà e l’alta borghesia affratellate dal calvinismo; la seconda, invece, rappresentò la lotta di una colonia piccolo borghese contro una potenza ormai considerata straniera, l’Inghilterra. Non vi fu una vera e propria sostituzione di classi sociali al governo della cosa pubblica, ma di nazionalità. Al contrario, la rivoluzione francese e quella bolscevica possono essere considerate delle rivoluzioni per la volontà di sterminio parziale o totale delle classi superiori. La rivoluzione francese tentò lo sterminio dell’aristocrazia e dell’alto clero, arrivando quasi a raggiungere questo obiettivo, sostituendoli al comando dello stato con la borghesia. La rivoluzione bolscevica prese di punta soprattutto la classe borghese, facendola di fatto sparire dalla Russia, assieme al clero e alla nobiltà. Un’altra differenza notevole è che le rivoluzioni d’ambiente anglosassone furono delle vere e proprie guerre8, mentre quelle francese e comunista furono dei colpi di stato perpetrati da demagoghi esperti a fomentare malcontento e da agitatori sociali. A questa stessa categoria appartennero le rivoluzioni fascista in Italia e nazionalsocialista in Germania che, in realtà, s’impadronirono del potere in forma del tutto morbida9. Prima di proseguire, è però necessario evidenziare che tutte le rivoluzioni, a partire da quella inglese puritana fino a oggi, sono state ispirate e guidate da borghesi, abili manipolatori delle emozioni delle masse popolari, ovvero degli ‘utili idioti’10. È questo il filo di continuità tra liberalismo, democrazia, socialismo e i regimi totalitari, tutti fenomeni di ispirazione del ceto medio11. In realtà il popolino non è in grado di elaborare né di lasciarsi coinvolgere in ideologie per carenza di formazione e di cultura. I ceti servili, troppo impegnati nella sopravvivenza quotidiana, sono alieni dalle deformazioni e viziose elucubrazioni cerebrali; sono però facilmente sensibilizzati da demagoghi ‘impegnati’ all’invidia e all’odio di classe. Una volta spentasi la spinta del furore, il popolino ritorna a sottomettersi ai nuovi padroni con servile obbedienza.

            Come la rivoluzione americana, anche quella francese ebbe inizio dalla protesta contro l’eccessiva tassazione con cui le corone d’Inghilterra e di Francia cercavano di riequilibrare le finanze pubbliche12. Certamente da questi atti di ribellione ebbero origine i delinquenziali sistemi politici democratici e popolari attualmente predominanti a livello planetario, che arrivano a sottrarre al cittadino fino al cinquanta percento del reddito soltanto con le imposte dirette, al posto delle vituperate decime medievali.

            La rivoluzione francese fece più di seicentomila vittime tra i suoi stessi cittadini, uccisi per fedeltà alla monarchia o alla chiesa cattolica13.

            Anche questo è una spietata eredità, raccolta dai sanguinari regimi popolari del XX secolo, vergognosamente sempre inneggiata da democratici liberali e socialisti. In questa aberrazione eccelle il regime repubblicano francese che ancor oggi assicura asilo e protezione a guerriglieri e terroristi di altre nazionalità14. Molti rivoluzionari furono massoni. Per la verità la maggioranza dei framassoni rimase fedele alla monarchia, proprio perché coinvolta in alti gradi “cavallereschi” che si richiamavano a una lealtà di tipo medievale. Certamente l’illuminismo agnostico e ateo fu una fonte fondamentale per lo scatenamento della rivoluzione francese15: il culto per la “Dea Ragione”, con i suoi rituali caricaturali, fu soltanto uno sfregio inflitto alla tradizione cattolica e monarchica dei francesi.

            In realtà la mentalità laica e antireligiosa16 proveniva da ambienti formati da pretesi ermetisti, rosacruciani, alchimisti e qabbalisti cristiani di cui si è trattato nei capitoli precedenti. La loro influenza invisibile rese scettici perfino gli ambienti ecclesiastici francesi che, a partire dal 1740, tralasciarono di perseguire maghi e fattucchiere. A seguito di tale lassismo si verificò un dilagare della magia a tutti i livelli: stregoneria di campagna, possessioni collettive, e, a livello salottiero e di loggia, magnetismo animale17 e sonnambulismo18.

            L’illuminismo, così, si confermò scettico, ateo e antireligioso, ma, al tempo stesso, pregno di sperimentazioni basate sullo psichismo più temibile, chiaramente erede dell’occultismo rinascimentale.

            Il clima di terrore, la follia scatenata dei rituali popolari indirizzati alla Dea Ragione e all’albero della libertà, il dilagare della stregoneria di campagna e della magia cerimoniale nei salotti, non poteva che finire in un regime totalitario con cui Napoleone Buonaparte cercò di riportare un po’ di ordine borghese19 con la sua dittatura personale20. In realtà il suo intervento nella storia scardinò del tutto la situazione europea: infatti, anche dopo la sua caduta la situazione non poté più ritornare normale e la restaurazione dello status quo ante fu del tutto fallimentare.

            Maria Chiara de’ Fenzi


            1. Con ideologia s’intende un insieme di credenze imposto in sostituzione di una struttura tradizionale o religiosa. L’assenza di una consolidata dottrina organica di base, in armonia con le leggi cosmiche e divine, spinge i propagandisti dell’ideologia ad assumere atteggiamenti impositivi, fanatici e persecutori. Nel corso del tempo questo aspetto è diventato sempre più patente, com’è dimostrato dalle ideologie contrarie a qualsiasi evidenza naturale e a qualsiasi argomentazione razionale che gli stati, le organizzazioni internazionali, le ONG, le multinazionali, i media e le altre diavolerie che detengono il potere stanno rendendo obbligatorie in questo inizio del XXI secolo.[↩]
            2. Tuttavia, a differenza della critica storica contemporanea appiattita su un pregiudizio che ritiene falsamente questi fenomeni di ribellione di esclusiva matrice popolare, è necessario distinguere quelli che erano ancora mossi da diatribe feudali (sollevazione di cavalieri) dagli autentici sommovimenti eversivi borghesi o pauperistici.[↩]
            3. Un esempio è il caso dei comuni del tardo medioevo che, tuttavia, forgiò la mentalità laica ed edonistica che, subito dopo, diede nascita all’umanesimo.[↩]
            4. Nel documento del 1776 che fondava l’entità statale degli Stati Uniti, i delegati promulgarono il diritto collettivo alla rivoluzione e il diritto particolare dell’individuo all’autodifesa. Questi due pseudo principi si formalizzarono nella Dichiarazione d’indipendenza dal regno di Inghilterra. Poiché la Costituzione del 1787 non specificava chiaramente in cosa consistessero quei due diritti, nel 1791 si aggiunse una Carta che fissava dieci emendamenti per limitare i poteri del governo federale statunitense a protezione dei singoli individui. La Carta dei diritti protegge la libertà di parola e di religione, la liceità di possedere e portare armi, la libertà di riunione e di petizione.[↩]
            5. Questo portò all’abolizione definitiva del feudalesimo. Nel resto d’Europa, con la trasformazione delle monarchie costituzionali in regimi borghesi, il feudalesimo scomparve lentamente. Ma non immediatamente: per esempio la liberalizzazione dell’ultimo feudo nell’impero austro-ungarico avvenne nel 1900, come ben sa chi scrive queste righe. Le monarchie costituzionali, caratterizzate da continui matrimoni con persone del mondo dello spettacolo o dell’industria, cooperarono attivamente allo smantellamento della funzione sociale della classe nobiliare.[↩]
            6. Ciò avvenne con la promulgazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che proclamò l’eguaglianza tra tutti i cittadini. Ovviamente l’unica diseguaglianza riconosciuta rimase quella di censo, a protezione dei privilegi della nuova classe dominante, la borghesia. Inoltre, tra i diritti (?) fu compresa la separazione della religione dallo stato: quest’ultimo fu così occupato prepotentemente dal laicismo ateo e antireligioso. Oggi i cristiani che hanno subito un lavaggio di cervello rivoluzionario proclamano orgogliosamente d’essere laici e religiosi al tempo stesso: il diavolo e l’acqua santa insieme.[↩]
            7. Di per sé fu un atto gravissimo che mise in crisi il concetto di Diritto divino dei sovrani. Il re Carlo Stuart, per il suo giudizio, si era appellato all’Imperatore, in quanto suo superiore o, in sua vece, a un collegio di tre Re europei suoi pari. Fu invece condannato a morte da un’assemblea di borghesi, parlamentari suoi inferiori.[↩]
            8. A queste si aggiunga anche la presa di potere del comunismo in Cina nel 1949, dopo lunga e crudele guerra civile.[↩]
            9. I fanatici delle rivoluzioni, che considerano tali accadimenti storici come se fossero lodevoli esempi di civiltà, negano per motivi di fede ideologica che i fascismi siano stati movimenti rivoluzionari, essendo i loro diretti rivali politici inappellabilmente condannati a essere considerati per principio retrivi e reazionari. In realtà, di destra o di sinistra, le rivoluzioni del XX secolo ebbero tutte matrice socialista. Tuttavia, le rivoluzioni francese e bolscevica furono portate a termine in forma subdola tramite colpi di stato, senza le gesta eroiche di cui vanta la retorica dei loro ammiratori. Certamente vi fu violenza, ma questa venne scatenata post quem dai rivoluzionari contro i loro rivali, non appena preso il potere.[↩]
            10. Formula usata da Lenin per definire gli attivisti filosovietici cittadini di paesi non comunisti.[↩]
            11. I dittatori dei regimi di destra e di sinistra, tutti di matrice borghese, non sono poi molto moralmente diversi da molti presidenti ‘democraticamente’ eletti. I promotori di stermini definiti ‘scientifici’ non sono poi peggiori di chi ordinò freddamente l’uso della bomba atomica a conclusione di una guerra già vinta. Questi e molti altri esempi sono stati davanti i nostri occhi in questi ultimi lustri. D’altra parte, il primo esempio di genocidio d’una intera popolazione è quello contro i vandeani, crimine ascrivibile proprio alla rivoluzione francese. Gracchus Babeuf, La Guerre de la Vendée et le système de dépopulation, Paris, Éd. du Cerf, 2008.[↩]
            12. Pochi sanno che la rivoluzione francese fu preparata con cura dall’Intelligence Service inglese per vendicare la bruciante sconfitta navale di Chesapeake. L’abilità propagandistica britannica ha sempre saputo censurare la memoria delle sconfitte della flotta inglese. Nel maggio del 1781 la flotta francese, agli ordini dell’ammiraglio François Joseph Paul conte de Grasse, sbaragliò la squadra britannica, impedendo lo sbarco dei rinforzi per il contingente assediato a Yorktown. Di conseguenza Lord Cornwallis dovette arrendersi agli insorti e l’Inghilterra fu così costretta a riconoscere l’indipendenza delle sue colonie americane. Il primo ministro inglese William Pitt, in seguito, non perse occasione per vendicare la cocente sconfitta, minando con ogni mezzo la stabilità del regno di Francia. Identificò nel debito pubblico e nel sistema di esosa tassazione il punto debole del sistema sociale della Francia, logorata da decenni di guerre continue. Assoldò finanzieri e agenti bancari svizzeri per minare la situazione economica francese e reclutò agitatori politici e giornalisti per esasperare gli animi; tra essi Étienne Clavière, François Louis Jean-Joseph de Laborde, Jean-Paul Marat,Pierre Étienne Louis Dumont e il rinnegato conte Honoré Gabriel Riquetti de Mirabeau. Pierre Douat, Tout ce que vous auriez voulu savoir sur la France et qu’on vous a toujours caché, Rémire Montjoly. Éd. Marsan, 2016, pp. 11-20; Albert Mathiez, “Quelques affaires de commerce et d’intelligences avec l’ennemi sous la Terreur. Le banquier Boyd et ses amis”, Annales révolutionnaires, T. 12, No. 3 (Mai-Juin 1920), pp. 218-231. Che dei rinnegati militino nelle schiere a loro naturalmente avverse è fenomeno che si è protratto e aggravato nel tempo. Al giorno d’oggi tutti i più opulenti figli della borghesia capitalista manifestano idee e sentimenti di estrema sinistra, piatendo così la solidarietà dei pezzenti, per cercare di salvare i loro imperi economici da un eventuale esproprio proletario.[↩]
            13. Adolph Thiers, Storia della Rivoluzione Francese, Brindisi, Edizioni Trabant, 2018-2021. Ovviamente, pur essendo gli aristocratici e l’alto clero le vittime predilette, un così alto numero di vittime rende evidente che furono massacrati soprattutto borghesi e popolani che non si erano piegati all’imposizione delle nuove “libertà”.[↩]
            14. Il Terrore, inoltre, inaugurò l’uso politico della giustizia, così diffuso al giorno d’oggi. Ciò comporta per sovrappiù una anomala benevolenza verso i criminali e inflessibilità nei confronti dei cittadini onesti. Ma ciò che caratterizza ogni governo democratico o popolare è, tuttavia, l’ascesa degli elementi peggiori dei ceti piccolo-borghesi e popolari, che trovano nella carriera politica il mezzo più facile di arricchimento per se e per la loro discendenza.[↩]
            15. R. Le Forestier, Les Illuminés de Bavière et la franc-Maçonnerie allemande, Genève, Slatkine-Megariotis, 1974, pp. 557-566; 658-663.[↩]
            16. Thomas de Cauzons, La Magie et la sorcellerie en France, Paris, Dorbon Ainé, s.d., III vol. pp. 360-547.[↩]
            17. Alludiamo qui agli esperimenti parascientifici di Franz Anton Mesmer.[↩]
            18. Vale a dire l’uso di sonnambuli, ‘colombe’ e medium a fine di chiaroveggenza, in uso presso ciarlatani quali Cagliostro e Fabre d’Olivet.[↩]
            19. In verità Buonaparte era una famiglia di antica nobiltà. Alla prima crociata partecipò un tale cavaliere Napoleone Buonaparte con il contingente inviato in Terrasanta dal marchese di Treviso. Ciò nonostante, il suo omonimo discendente aveva sposato appieno le idee della rivoluzione.[↩]
            20. Anche se prese le forme di una caricatura d’Impero, si trattò pur sempre di una dittatura borghese. Tuttavia, la scenografia imperiale-rivoluzionaria era stata preparata per sostituire quello che rimaneva del Sacro Romano Impero. Infatti fu Napoleone che impose la fine di quella antica e venerabile istituzione, quando Francesco II, il Sacro Imperatore Romano, fu costretto a diventare Francesco I, Imperatore d’Austria.[↩]

            🇮🇹🇫🇷🇪🇸🇬🇧 Francesco Zambon – Metamorfosi del Graal

              🇮🇹 Francesco Zambon: Metamorfosi del Graal, Roma, Carocci, 2012. ISBN 978-88-430-6575-2. Pp. 414.

              Francesco Zambon, professore ordinario di filologia romanza all’Università di Trento, è un saggista attento e dotato di acutezza intellettuale non frequente nello scenario accademico e filologico. In Italia si può senz’altro considerare uno dei maggiori esperti in filologia e letteratura romanza. L’ambito di ricerca in cui si apprezzano i suoi maggiori contributi è la letteratura allegorica medioevale, in particolare si è dedicato con attenzione allo studio dei bestiari e dei trovatori.

              Dopo diversi articoli sul ciclo graaliano e un’opera incentrata sullo studio di Robert de Boron e del suo Roman du Graal (Robert de Boron e i Segreti del Graal) – comprensiva finanche di una edizione critica del romanzo in antico francese – Zambon si è impegnato a comporre una sintesi chiara ed esplicativa di tutte le metamorfosi subite dal simbolo del Graal e più in generale della materia che lo riguarda, dalla sua nascita letteraria fino ai nostri giorni: Metamorfosi del Graal edito da Carocci.

              Oltre al paradigma generale d’interpretazione, l’opera di Zambon risulta molto valida per l’utilizzo rigoroso delle fonti in riferimento alla teologia cristiana primitiva1 e medioevale e per la ricostruzione dei precedenti precursori del Graal, i cui indizi si trovano nella storia: gli apocrifi Cristiani, le leggende legate alla figura di Giuseppe di Arimatea e il sostrato celtico, traccia, quest’ultimo, di quanto il cristianesimo si fosse sciolto nell’humus culdeo2 dell’Irlanda alto-medioevale.

              Oltre alla disamina attenta ed esaustiva che Zambon fa della leggenda graaliana – dalla nascita come piatto contenente un’ostia fino alle sue involuzioni più improbabili come il ‘fantasioso’ Codice da Vinci di Dan Brown – quello che ci interessa mettere in luce del suo libro è la presentazione di una possibile chiave di lettura del ciclo graaliano, troppo spesso superficialmente ignorata dall’ambiente accademico: una lettura che Dante avrebbe chiamato nagogica” e che apre ad una pluralità di significati di maggiore o minore elevatezza.

              L’interpretazione dell’Autore è riassunta significativamente in un paragrafo dell’introduzione al suo libro:

              “Sotto questo aspetto il Joseph di Robert de Boron e la Trilogia in prosa che va sotto il suo nome non fanno che declinare in un senso più marcatamente iniziatico la nuova prospettiva spirituale indicata da Chrétien de Troyes. Facendo di Giuseppe di Arimatea un cavaliere (al servizio di Pilato), Robert rappresenta – come ha osservato Jean Frappier – la cavalleria ai piedi della croce, sul teatro stesso della Passione, ne fa l’istituzione che si prese cura del corpo di Cristo subito dopo la sua morte e alla quale spetta il pieno compimento della salvezza del mondo. Nel terzo custode del Graal, identificato nella Trilogia in prosa con Perceval, scorre lo stesso sangue del primo, Giuseppe di Arimatea; e la mediazione fra il personaggio evangelico e il cavaliere arturiano è assicurata da una figura – per metà biblica e per metà celtica – inventata da Robert: quella di Hebron o Bron, il Ricco [il Re] Pescatore. Il suo compito è proprio quello di trasferire il Graal dalla Giudea alle tenebrose valli di Avalon, cioè l’Inghilterra: Hebron diventa così, in qualche modo, la stessa incarnazione romanzesca della grant estoire di Robert de Boron, di quella sacra translatio che unisce l’Oriente all’Occidente, la rivelazione cristiana alla cavalleria. In questo modo il suo romanzo si presenta come un vero e proprio testo sacro, un Vangelo della cavalleria. E alle posizioni di Robert de Boron appare sotto certi aspetti vicino anche il Parzival di Wolfram von Eschenbach, un testo peraltro fortemente influenzato dalla spiritualità templare”.3

              Una concezione del Ciclo graaliano, questa, di cui Zambon non fa mistero, ribadendola in diversi passaggi:

              “La nozione che meglio consente di comprendere la natura di questa inedita forma narrativa è quella di “racconto mistico” (récit mystique), formulata da Henry Corbin a proposito dell’epopea islamica in Iran: la nozione, cioè, di un racconto riguardante eventi che si svolgono in un mondo rigorosamente “orientato” verso l’origine di sé e del mondo – il mundus imaginalis – e che può essere raggiunto solo quando il sapere teorico si sia trasformato in avvenimento reale, quando esso sia diventato concreta visione che nessun concetto potrebbe esprimere. È proprio questa l’acomencaille di tutte le avventure che Galaad contempla in fondo al Graal, il Volto di Dio che Guglielmo di Saint-Thierry vede – o almeno intravede – nei brevi istanti dell’unitas spiritus o dell’excessus mentis”.4

              Una nota di merito dell’indagine di Zambon consiste in effetti nel peso e nello spazio – in una disamina senza buchi né riduzioni parodistiche – dedicati ad autori come Corbin, Ponsoye, Evola, Onofri e Guénon, peculiarità che distingue i suoi studi da quelli ben più approssimativi di altri accademici, come Umberto Eco. Quest’ultimo ha perseguito un intento di svuotamento radicale del contenuto del mito del Graal, a partire dalla moderna rivisitazione della versione wagneriana:

              “il Graal è per entrambi [Wagner ed Eco] un centro o un principio vuoto, un nulla postulato come perno intorno a cui si combinano e si disfano incessantemente gli elementi fisici e i racconti […]”5.

              Nonostante la pretesa di una interpretazione oggettiva e scientifica, Zambon mostra come Eco non si sia spinto molto al di là della moderna vulgata occultistica, ignorando quasi del tutto i romanzi medioevali che lo hanno originato.

              Il saggio di Zambon, pertanto, risulta utile per chi cerca un contraddittorio al decostruttivismo che va di moda al giorno d’oggi: una critica letteraria intenta a voler dimostrare che il mondo non sia composto altro che di segni arbitrari e che oltre al segno non ci sia alcun significato, alcuna profondità, alcuna realtà che faccia da referente e che valga la pena indagare. In questo modo tutti i testi medievali si appiattiscono: la cerca del Graal si riduce ad un “racconto che si costruisce” e la Divina Commedia ad una prosopopea della poesia di Dante. Il simbolico viene ridotto al fantastico, l’iter iniziatico al fiabesco, mentre la dimensione della trascendenza – e il contenuto teologico-sapienziale che ne dischiude l’accesso – ignorata o ridotta a mera occasione letteraria, a topos o pretesto. In mezzo a questo decostruzionismo, il saggio di Zambon apre uno scenario non nuovo, ma sicuramente di respiro per un ciclo medioevale che è stato troppe volte letto in modo partigiano.

              Il rigore di questo saggio, tuttavia, si riscontra nella puntualità con la quale l’Autore mette in luce anche le debolezze delle interpretazioni novecentesche dei ‘perennialisti’. Il rischio, infatti, è di cadere in una logica di opposizione tra posizioni sclerotizzate, quella esoterico-occultista da una parte e quella accademica e ‘snaturata’ dall’altra, ciò a causa dell’arbitrarietà dei primi nell’approcciare i testi medievali (il cui merito consiste invece nell’intuizione della profondità e della vera portata del mito) e dell’incomprensione dei secondi, in merito a tutto ciò che non sia mera letteratura.

              Il merito maggiore di quest’opera, dunque, è stato quello di utilizzare il paradigma guénoniano, sì, ma alla luce delle categorie interpretative teologiche medioevali e non attraverso modelli ricostruiti ad hoc come quelli otto-novecenteschi. Certo, Zambon è consapevole del merito che bisogna riconoscere a Guénon per aver rilevato il significato simbolico, l’”orizzonte” del Graal, e averne cercato una interpretazione “d’insieme”, indicando i suoi rapporti fondamentali con altri simboli – come quelli del vaso, della coppa, del cuore, della pietra celeste, della “parola perduta”, del centro del mondo, e così via. Tale prospettiva, infatti, è alla base di diversi studi successivi sul mito, più corposi e sistematici, come quelli di Evola, di Corbin, di Eliade, di Ponsoye: alla luce di tali aperture, ora, risulta evidente come qualsiasi ricerca puramente storico-letteraria sul tema non possa che essere gravemente limitata nella propria capacità esplicativa. Altro merito che Zambon riconosce a Guénon è quello di aver messo in luce le relazioni fra i romanzi del ciclo graaliano e le correnti di esoterismo cristiano che attraversano l’epoca medievale, mostrando la dipendenza di questi testi da una visione “mistica” e “simbolica” – ma tuttavia pienamente ortodossa – del cristianesimo. Nondimeno, “la lezione di Guénon conserva tutto il suo valore per quanto riguarda i princìpi generali di interpretazione, ma appare ormai irrimediabilmente superata nei suoi riferimenti alle fonti e alle sue concrete applicazioni ai testi medioevali”.6

              A conferma di ciò, la storia riportata da Guénon sull’origine del Graal non corrisponde affatto a un testo o a un corpus di testi medievali, ma è quella che si potrebbe definire una ‘compilazione’ moderna basata su alcuni romanzi medievali, liberamente combinati e arricchiti di nuovi simboli: nella versione guénoniana – dopo la descrizione di come gli angeli intagliarono la coppa nello smeraldo – si aggiunge che lo smeraldo richiama sorprendentemente l’urna, “la perla frontale che, nell’iconografia indù, occupa spesso il posto del terzo occhio di Śiva”. Questa associazione permetterebbe così di spiegare il simbolo alla luce del ‘senso dell’eternità’ che è riferito alla visione della Divinità, e poi di accostarlo ai vasi o ai recipienti di numerose tradizioni antiche che contengono il ‘cibo’ o la ‘bevanda d’immortalità’. Il Graal, insomma, simboleggerebbe per Guénon la perfetta conoscenza della Verità tradizionale. Non solo, aggiunge anche che Adamo fosse il custode del Graal nel Paradiso e che, dopo la cacciata dall’Eden, il Graal sia rimasto lì. Descrive, poi, il recupero del Graal a opera di Seth, rientrato temporaneamente nel Paradiso, e la sua conservazione da parte dei successori di Seth, successori che secondo Guénon rappresentano la costituzione di un “centro spirituale destinato a sostituire il Paradiso perduto” e “la conservazione della tradizione primordiale nella sua integrità in un simile centro spirituale”.

              Questo è il sunto, nel suo tipico linguaggio, che Guénon fa nei vari articoli sul tema. Zambon si interroga sulla provenienza dei dati leggendari da lui esposti e interpretati simbolicamente. La risposta che dà è che, non essendo riportata in nessuno dei romanzi del ciclo graaliano una storia corrispondente a quella riassunta da Guénon, se ne deduce che il suo sia un abile montaggio di episodi e di temi ricavati da testi diversissimi per epoca e ispirazione, con l’aggiunta di elementi completamente rielaborati e di provenienza dubbia (occultistica), peraltro senza mai citare alcuna fonte. Ad esempio, la storia raccontata da Guénon sul ritorno nel Paradiso Terrestre da parte di Seth per recuperare la coppa, e il riferimento a Adamo e Seth come i primi custodi del Graal, non si trova in alcun testo medioevale, a parte due apocrifi veterotestamentari: l’Apocalisse di Mosè e la Leggenda di Adamo ed Eva, i quali ebbero comunque una certa fortuna nel medioevo. Secondo questa leggenda, tuttavia, un certo tempo dopo la cacciata dal Paradiso, Seth fu inviato insieme a Eva nel Paradiso in cerca di un olio miracoloso stillante da un albero e in grado di lenire le sofferenze di Adamo, ormai prossimo alla morte. Ma i suoi sforzi risultarono vani: l’arcangelo Michele gli annunciò, infatti, che ‘l’olio della misericordia’ sarebbe stato concesso solo negli ‘ultimi tempi’, quando sarebbe avvenuta la resurrezione; il racconto prosegue, poi, fino alla morte di Adamo e di Eva, entrambi sepolti nei pressi del Paradiso terrestre. Qui è piuttosto evidente che la storia dell’olio miracoloso sia stata ripresa sostituendo l’olio con il Graal. Poi, il fatto che Guénon parli del Graal come di una coppa intagliata nello smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero, per Zambon, deriva “da una combinazione fra i passi appena citati [Parzival, IX, 454, 24-30] di Wolfram von Eschenbach7 e le tradizioni riguardanti il Sacro Catino di Genova che si pretendeva fatto di smeraldo”8 e trovato dai templari a Cesarea nel 1101. Questa leggenda è stata riportata da Iacopo da Varazze nella sua Chronica civitatis Ianuensis (fine XIII secolo), nella quale lo scrittore afferma di aver letto in “alcuni libri inglesi” che Nicodemo raccolse il sangue di Gesù in un vaso di smeraldo miracolosamente preparato da Dio e chiamato Sangraal.

              Ad ogni modo, a parte i vari rimaneggiamenti della leggenda originaria, la genesi di questa ricostruzione può essere scoperta facilmente riconducendola alla storia – quasi identica – presentata nel libro sulla cavalleria Le secret de la Chevalerie di Victor-Emile Michelet (il quale fece parte dell’Ordine Cabalistico della Rosa+Croce), dunque un frequentatore degli ambienti occultisti sic et simpliciter, e al saggio di Charbonneau Lassay intitolato “Le Saint-Graal” pubblicato su Le rayonnemment Intellectuel del gennaio-marzo 1938. Entrambi gli scritti sono postumi allo studio di Guénon, dunque è improbabile che si sia riferito direttamente a loro, ma verosimilmente tutti e tre avevano come riferimento lo stesso ambiente occultista da cui attingere a piene mani. Tutti e tre gli studi, infatti, non riportano indicazioni alle fonti e lo stesso Evola si riferisce a Guénon e Michelet quando riporta la storia nel suo libro.

              In riferimento alla questione dello smeraldo-ūrṇā, così rilevante dal punto di vista simbolico e nell’economia dell’interpretazione generale del simbolo del Graal, va rilevato che Guénon o aveva una traduzione sbagliata, oppure si è rifatto liberamente al testo in modo da ricollegarsi al terzo occhio di Śiva, forzando le fonti per istituire una più precisa corrispondenza e dare una spiegazione estranea ai testi e al contesto teologico specifico. Per di più, l’ūrṇā e il terzo occhio di Śiva – che Guénon ha accostato lasciando intendere che siano la medesima cosa – non lo sono affatto, e questo dettaglio è sfuggito a Zambon, non essendo un esperto di dottrine orientali: l’ūrṇā è uno dei 32 lakṣaṇa o segni corporei per riconoscere un Buddha. Nel caso specifico, non è propriamente frontale (come lo è l’occhio di Śiva), bensì è sita alla radice del naso tra le due sopracciglia, formando così con esse una linea orizzontale. Il significato etimologico del termine ūrṇā è ‘lanoso’, vale a dire glomerulo spiraliforme di peli crespi, ovverosia la caratteristica pilifera tipica dell’etnie africane e semitiche, tanto che alcuni orientalisti hanno persino pensato erroneamente a un’origine africana di Siddhārta Gautama. Nella simbologia buddhista ciascuna ūrṇā, che forma anche la chioma dell’Illuminato, rappresenta un corpo celeste. Guénon, invece, pretende che ūrṇā sia una perla incastonata nella fronte di Śiva e poi passata nel Buddhismo. Questa è una invenzione. In India c’è un unico caso di un santo medievale che è nato con un rubino incastonato nella fronte, ma non era hindū, bensì jaina: Dādā Guru Jinacandra Sūri. Alla sua morte il rubino si staccò, cadendo in una coppa di latte. La reliquia è venerata in un tempio nella Jaina Dādābaḍī di Mehrauli, alla periferia di Delhi. Nonostante questo esempio, comunque si trattava di un rubino e non di una perla. Inoltre, l’ūrṇā non può essere confusa con il terzo occhio frontale di Śiva, con cui il dio coglie l’attimo fuggente dell’eterno presente. Per questa ragione Śiva è denominato Tryambakeśvara, il Signore con tre occhi.

              Pertanto, Zambon non è in errore riguardo le interpretazioni di Guénon quando afferma: “mossa dal giustificato intento di cercarne il senso esoterico e simbolico, la tradizione occultistica – di cui anche Guénon appare in questo caso largamente tributario – lo ha sottoposto a quello che si potrebbe chiamare un “eccesso di interpretazione”, tale da dissolverne quasi del tutto i contorni storici e letterari”.

              Questo “eccesso di interpretazione” di cui parla Zambon ha finito per alimentare la letteratura new age che ha preso piede negli ultimi decenni in Occidente, letteratura che trova affascinante o interessante il mito graaliano per ragioni sbagliate, ognuno proiettando arbitrariamente su di esso le proprie errate impressioni o precomprensioni, senza preoccuparsi di indagare a fondo e con rigore la leggenda.

              Insomma, mentre la proposta interpretativa di Guénon presenta una convincente potenza esplicativa, ma un’arbitraria e poca rigorosa attenzione alle fonti, d’altra parte le esposizioni accademiche presentano un utilizzo rigoroso delle fonti, ma mancano di capacità esplicativa per il valore di verità tramandato dalla vicenda graaliana. L’interpretazione proposta, invece, da Zambon ci sembra unire queste due dimensioni esplicative, indispensabili per un’indagine esaustiva della materia graaliana. Il paradigma esegetico proposto nel corso dell’opera di Zambon fa propria la chiave di interpretazione avanzata da Guénon, acquisendo aspetti e contenuti che la critica non aveva toccato, ma superandone l’aspetto negativo, cioè la cattiva gestione delle fonti sulla base di una personale rimodulazione. La posizione di Zambon avvalora quella visione tramite una riconsiderazione delle fonti originali alla luce delle categorie interpretative teologico-spirituali proprie della tradizione cristiana e del quadro intellettuale e politico medioevale. Questo paradigma interpretativo avallato dall’Autore fa coincidere rigore, importanza delle fonti e potenza esplicativa della vicenda graaliana, smarrita nelle interpretazioni della moderna critica.

              Siamo poi dell’avviso che il lavoro di ricerca storico-letteraria e di esegesi dei contenuti fatto da Zambon possa essere compiutamente avvalorato se coniugato con una ricerca storica che lo inquadri nella più ampia cornice della cavalleria medioevale, senza la quale il suo pieno significato non può essere illuminato. Un aspetto interessante è il fatto che il nucleo originale del mito ha avuto, per la verità, un arco temporale molto breve, essendone comparse le prime testimonianze nel 1180 con Chrétien de Troyes e chiudendosi intorno al 1230 con la Queste del Saint Graal, un veloce lampo di cui nessuno si è ancora preoccupato di chiarire nel dettaglio le ragioni storiche e letterarie. Ciò che Zambon ha ricostruito a dovere è, appunto, la ‘metamorfosi’ del racconto del Graal: in questa ricostruzione è partito dal contesto delle Corti d’Amore della Provenza, cuore della composizione narrativa di storie come la Chansons de Roland o Tristano e Isotta – prive di riferimenti iniziatici riconoscibili (l’unica protagonista è la cavalleria morale) – per poi studiare come in questo contesto l’elemento iniziatico acquisisca via via sempre più rilievo, fondendo il patrimonio cristiano alla mitologia celtica. La conclusione di questa disamina è la descrizione di uno sviluppo il cui esito – per completezza, profondità e visione teologica – sarebbe la Queste del Saint Graal, a causa dell’influenza esercitata su questo testo dalla scuola cistercense e dal pensiero di San Bernardo di Chiaravalle9. Acquisito ciò, Zambon avrebbe potuto proseguire ulteriormente nella propria riflessione: prendendo atto che la letteratura del Graal si situa alla fine di una parabola temporale – è infatti parte di una più ampia letteratura cavalleresca composta di ulteriori cicli – e visto che la letteratura precedente, almeno in un primo momento, non sembra esplicitare un interesse iniziatico, sorge allora la questione se l’istituzione della cavalleria, che precede di qualche secolo la stesura di tali storie, si fosse costituita ab origine in un orizzonte iniziatico, volto alla conquista del Divino e all’approfondimento dei significati spirituali veicolati dalla Rivelazione, oppure se tale interesse interiore sia stato una aggiunta posteriore, una proiezione letteraria. Ciò permetterebbe di comprendere meglio che cosa sia stata e abbia effettivamente rappresentato la Cerca del Graal, e inquadrare ulteriormente la sua portata storica e la sua funzione reale all’interno di quel variegato fenomeno che fu la cavalleria medioevale.

              A nostro avviso la Cerca del Graal, in linea di principio, rappresenta la trasposizione mitica dell’ideale cavalleresco della via iniziatica – la quale conduce l’uomo ad assimilarsi, per quanto gli sia possibile, a Dio – e dunque il culmine dell’elaborazione dottrinale, in forma simbolica e letteraria, della visione originaria della cavalleria occidentale, più che essere essa stessa una vera, propria e specifica organizzazione. È il modo in cui l’uomo medioevale decise, ad un certo momento, di rappresentare l’ideale della cavalleria, e nel cristallizzare quello che evidentemente era un patrimonio già diffuso e condiviso e una realtà plurale e variegata, scelse significativamente di inserire la milizia terrena all’interno di un orizzonte di senso ulteriore, celeste. Una tale concezione eviterebbe l’imbarazzo di finire nel consueto ginepraio della ‘caccia’ a improbabili e chimeriche vie segrete – quali la Massenia del Santo Graal (in realtà una creazione romanzesca di Albrecht von Scharfenberg) – che, come rivoli, avrebbero attraversato i secoli ereditando tale patrimonio, eredità questa che sarebbe rintracciabile in qualche richiamo presente in simboli e riti. Si tratta, invero, di informazioni inaffidabili e posticce, per lo più ricostruzioni arbitrarie, compilazioni moderne, deliberate falsificazioni, frutto di epoche di revival letterari e fascinazione per l’esotico o l’antico, quali furono il Rinascimento prima e il Romanticismo e l’Occultismo poi. Per di più, inseguire queste immaginazioni – divenute un vero e proprio mito dell’occultismo francese ottocentesco – oltre ad essere una infruttuosa perdita di tempo, significa prestare il fianco alla critica che, demolendo facilmente tali divagazioni e mostrando la totale infondatezza di certe pretese ricostruzioni e genealogie, vuole con ciò di decostruire anche l’orizzonte iniziatico e intellettuale che invece è radicato veramente nelle leggende medioevali del Graal.

              Concludendo, un rilievo che è possibile fare all’indagine di Zambon è l’attenzione, a nostra opinione insufficiente, riservata al Parzifal di Wolfram Von Eschenbach e allo Jungerer Titurel di Albrecht von Scharfenberg, l’approfondimento dei quali avrebbe di certo apportato interessanti spunti, visto che queste opere presentano molti elementi capaci di arricchire la leggenda del Graal di simboli, significati e orizzonti ulteriori.

              Tommaso Ribeca

              🇫🇷 Francesco Zambon: Metamorfosi del Graal [Métamorphose du Graal], Roma, Carocci, 2012. ISBN 978-88-430-6575-2. Pp. 414.

              Francesco Zambon, professeur titulaire de philologie romane à l’Université de Trente, est un essayiste doté d’une acuité intellectuelle peu fréquente sur la scène universitaire et philologique. En Italie, il est sans doute l’un des plus grands spécialistes de la philologie et de la littérature romanes. Le domaine de recherche dans lequel ses principales contributions sont appréciées est la littérature allégorique médiévale, il s’est notamment consacré à l’étude des bestiaires et des troubadours.

              Après plusieurs articles sur le cycle du Graal et un ouvrage centré sur l’étude de Robert de Boron et de son Roman du Graal (Robert de Boron e i Segreti del Graal) – comprenant même une édition critique du roman en ancien français – Zambon a entrepris de composer une synthèse claire et explicative de toutes les métamorphoses subies par le symbole du Graal et plus généralement de la matière le concernant, depuis sa naissance littéraire jusqu’à nos jours : Metamorfosi del Graal aux éditions Carocci.

              Outre le paradigme général d’interprétation, le travail de Zambon est très précieux pour l’utilisation rigoureuse des sources en référence à la théologie chrétienne primitive 10 et médiévale et pour la reconstruction des précédents précurseurs du Graal, dont les indices se trouvent dans l’histoire : les apocryphes chrétiens, les légendes liées à la figure de Joseph d’Arimathie et le substrat celtique, ce dernier étant une trace de la façon dont le Christianisme s’était dissous dans l’humus culdéen11 de l’Irlande du haut Moyen Âge.

              Outre l’examen minutieux et exhaustif que Zambon fait de la légende graalienne – depuis sa naissance en tant que plat contenant un hostie jusqu’à ses involutions les plus improbables comme le ‘fantaisiste’ Da Vinci Code de Dan Brown – ce qui nous intéresse dans son livre est la présentation d’une clé de lecture possible du cycle graalien, trop souvent ignorée superficiellement par les universitaires : une lecture que Dante aurait appelée anagogique et qui ouvre une pluralité de sens plus ou moins élevés.

              L’interprétation de l’auteur est résumée de manière significative dans un paragraphe de l’introduction de son livre : “A cet égard, le Joseph de Robert de Boron et la trilogie en prose qui porte son nom n’ont fait que décliner dans un sens initiatique plus marqué la nouvelle perspective spirituelle indiquée par Chrétien de Troyes. En faisant de Joseph d’Arimathie un chevalier (au service de Pilate), Robert représente – comme l’a remarqué Jean Frappier – la chevalerie au pied de la croix, sur le théâtre même de la Passion, il en fait l’institution qui a pris soin du corps du Christ immédiatement après sa mort et à laquelle est dû le plein accomplissement du salut du monde. Dans le troisième gardien du Graal, identifié dans la Trilogie en prose comme Perceval, coule le même sang que dans le premier, Joseph d’Arimathie ; et la médiation entre le personnage évangélique et le chevalier arthurien est assurée par une figure – mi-biblique, mi-celtique – inventée par Robert : celle d’Hébron ou Bron, le riche [Roi] pêcheur. Sa tâche consiste précisément à transférer le Graal de la Judée aux sombres vallées d’Avalon, c’est-à-dire l’Angleterre : Hébron devient ainsi, en quelque sorte, l’incarnation très fictive de l’estoire du Graal de Robert de Boron, de cette translatio sacrée qui unit l’Orient et l’Occident, la révélation chrétienne et la chevalerie. Ainsi, son roman se présente comme un véritable texte sacré, un évangile de la chevalerie. Et les positions de Robert de Boron apparaissent également à certains égards proches du Parzival de Wolfram von Eschenbach, un texte lui aussi fortement influencé par la spiritualité templière”12.

              Zambon ne cache pas cette conception du cycle graalien et la reprend à plusieurs reprises : “La notion qui permet le mieux de comprendre la nature de cette forme narrative inédite est celle de “récit mystique”, formulée par Henry Corbin à propos de l’épopée islamique en Iran : la notion, c’est-à-dire, d’un récit concernant des événements qui se déroulent dans un monde rigoureusement orienté vers l’origine de soi et du monde – le mundus imaginalis – et qui ne peut être atteint que lorsque la connaissance théorique s’est transformée en événement réel, lorsqu’elle est devenue une vision concrète qu’aucun concept ne pourrait exprimer. C’est l’acomencaille de toutes les aventures que Galaad contemple au fond du Graal, le Visage de Dieu que Guillaume de Saint-Thierry voit – ou du moins entrevoit – dans les brefs moments d’unitas spiritus ou d’excessus mentis“13.

              Un mérite de l’enquête de Zambon consiste dans le poids et l’espace – dans un examen sans trous ni réductions parodiques – consacrés à des auteurs comme Corbin, Ponsoye, Evola, Onofri et Guénon, une particularité qui distingue ses études de celles, beaucoup plus approximatives, d’autres universitaires, comme Umberto Eco. Ce dernier poursuit un vidage radical du contenu du mythe du Graal, à partir de la réinterprétation moderne de la version de Wagner : “pour l’un comme pour l’autre [Wagner et Eco], le Graal est un centre ou un principe vide, un rien postulé comme pivot autour duquel les éléments physiques et les récits se combinent et se défont incessamment […]”5 Malgré la prétention d’une interprétation objective et scientifique, Zambon montre comment Eco n’est pas allé top au-delà de la vulgate occultiste moderne, ignorant presque complètement les romans médiévaux qui en sont à l’origine.

              L’essai de Zambon est donc utile à ceux qui cherchent des arguments contre le déconstructivisme en vogue aujourd’hui : une critique littéraire qui veut démontrer que le monde n’est composé que de signes arbitraires et qu’au-delà du signe, il n’y a pas de sens, pas de profondeur, pas de réalité qui agisse comme référent et qui mérite d’être étudiée. Ainsi, tous les textes médiévaux sont aplatis : la quête du Graal est réduite à un ‘conte construit’ et la Divine Comédie à une prosopopée de la poésie de Dante. Le symbolique est réduit au fantastique, le processus initiatique à la fable, tandis que la dimension de la transcendance – et le contenu théologique-sapientiel qui permet d’y accéder – est ignorée ou réduite à une simple occasion littéraire, un topos ou un prétexte. Au milieu de ce déconstructionnisme, l’essai de Zambon ouvre un scénario qui n’est pas nouveau, mais certainement de souffle pour un cycle médiéval qui a trop souvent été lu de manière partisane.

              La rigueur de cet essai réside toutefois dans la ponctualité avec laquelle l’auteur souligne également les faiblesses des interprétations des ‘pérennialistes’ du XXe siècle. Le risque, en effet, est de tomber dans une logique d’opposition entre des positions sclérosées, l’ésotérique-occultiste d’un côté et l’académique et ‘dénaturée’ de l’autre, en raison de l’arbitraire des premiers dans l’approche des textes médiévaux (dont le mérite consiste plutôt dans l’intuition de la profondeur et de la véritable portée du mythe) et de l’incompréhension des seconds, à l’égard de tout ce qui n’est pas que de la simple littérature.

              Le grand mérite de ce travail a donc été d’utiliser le paradigme guénonien, certes, mais à la lumière des catégories interprétatives théologiques médiévales et non à travers des modèles reconstruits ad hoc comme ceux des XIXe et XXe siècles. Certes, Zambon est conscient du mérite qu’il faut reconnaître à Guénon d’avoir relevé la signification symbolique, l’’horizon’ du Graal, et d’avoir cherché une interprétation ‘globale’, indiquant ses relations fondamentales avec d’autres symboles – comme ceux du vase, de la coupe, du cœur, de la pierre céleste, de la ‘parole perdue’, du centre du monde, et ainsi de suite. En effet cette perspective est à la base de plusieurs études ultérieures sur le mythe, plus substantielles et systématiques, comme celles d’Evola, Corbin, Eliade, Ponsoye : à la lumière de ces ouvertures, il est désormais clair que toute recherche purement historico-littéraire sur le sujet ne peut être que sévèrement limitée dans sa capacité explicative. Un autre mérite que Zambon reconnaît à Guénon est celui d’avoir mis en évidence les relations entre les romans du cycle graalien et les courants de l’ésotérisme chrétien qui ont traversé l’époque médiévale, en montrant la dépendance de ces textes à l’égard d’une vision ‘mystique’ et ‘symbolique’ – mais néanmoins pleinement orthodoxe – du christianisme. Néanmoins, “la leçon de Guénon conserve toute sa valeur en ce qui concerne les principes généraux d’interprétation, mais apparaît désormais irrémédiablement dépassée dans ses références aux sources et ses applications concrètes aux textes médiévaux”14.

              Pour confirmer cela, l’histoire rapportée par Guénon sur l’origine du Graal ne correspond pas du tout à un texte ou à un corpus de textes médiévaux, mais est ce que l’on pourrait définir comme une ‘compilation’ moderne basée sur quelques romans médiévaux, librement combinés et enrichis de nouveaux symboles : dans la version guénonienne – après la description de la façon dont les anges ont gravé la coupe dans l’émeraude – il est ajouté que l’émeraude rappelle étonnamment l’ūrṇā, “la perle frontale qui, dans l’iconographie hindoue, occupe souvent la place du troisième œil de Śiva”. Cette association permettrait ainsi d’expliquer le symbole à la lumière du ‘sens de l’éternité’ qui renvoie à la vision de la divinité, puis de le juxtaposer aux vases ou récipients de nombreuses traditions anciennes contenant la ‘nourriture’ ou la ‘boisson de l’immortalité’. Le Graal, en somme, symboliserait pour Guénon la connaissance parfaite de la Vérité traditionnelle. De plus, il ajoute qu’Adam était le gardien du Graal au Paradis et que, après l’expulsion de l’Eden, le Graal y est resté. Il décrit donc la récupération du Graal par Seth, rentrant temporairement au Paradis, et sa conservation par les successeurs de Seth, successeurs qui, selon Guénon, représentent la constitution d’un “centre spirituel destiné à remplacer le Paradis perdu” et “la conservation de la tradition primordiale dans son intégrité dans un tel centre spirituel”.

              C’est le résumé, dans son langage typique, que fait Guénon dans les différents articles sur le sujet. Zambon s’interroge sur l’origine des données légendaires qu’il expose et interprète symboliquement. La réponse qu’il donne est que, n’étant rapportée dans aucun des romans du cycle graalien, une histoire correspondant à celle résumée par Guénon, on en peut déduire qu’il fait un habile montage d’épisodes et de thèmes tirés de textes très différents par leur époque et leur inspiration, avec l’ajout d’éléments complètement réélaborés de provenance douteuse (occultiste), de surcroît sans jamais citer de source. Par exemple, l’histoire racontée par Guénon sur le retour de Seth au Paradis terrestre pour récupérer la coupe, et la référence à Adam et Seth comme premiers gardiens du Graal, ne se retrouve dans aucun texte médiéval, hormis deux apocryphes de l’Ancien Testament : l’Apocalypse de Moïse et la Légende d’Adam et Eve, qui ont pourtant connu une certaine fortune au Moyen Âge. Selon cette légende, cependant, quelque temps après l’expulsion du Paradis, Seth fut envoyé avec Eve au Paradis à la recherche d’une huile miraculeuse coulant d’un arbre et capable de soulager les souffrances d’Adam, qui était proche de la mort. Mais ses efforts sont vains : l’archange Michel annonce que ‘l’huile de la miséricorde’ ne sera accordée qu’aux ‘derniers temps’, lors de la résurrection. L’histoire se poursuit jusqu’à la mort d’Adam et d’Eve, qui sont tous deux enterrés près du Paradis. Ici, il est bien évident que l’histoire de l’huile miraculeuse a été reprise en remplaçant l’huile par le Graal. Ensuite, le fait que Guénon parle du Graal comme d’une coupe taillée dans l’émeraude tombée du front de Lucifer, pour Zambon, découle “d’une combinaison des passages que vient de citer [Parzival, IX, 454, 24-30] Wolfram von Eschenbach15 et les traditions concernant le Bassin sacré de Gênes que l’on prétendait faite en émeraude”8 et trouvé par les Templiers à Césarée en 1101. Cette légende a été rapportée par Iacopo da Varazze dans sa Chronica civitatis Ianuensis (fin du XIIIe siècle), dans laquelle l’écrivain affirme avoir lu dans ‘certains livres anglais’ que Nicodème a recueilli le sang de Jésus dans un récipient en émeraude miraculeusement préparé par Dieu et appelé Sangraal.

              Quoi qu’il en soit, en dehors des diverses reprises de la légende originale, la genèse de cette reconstruction peut être facilement découverte en remontant à l’histoire – presque identique – présentée dans le livre sur la chevalerie Le secret de la Chevalerie de Victor-Emile Michelet (qui était membre de l’ordre cabalistique de la Rose+Croix), donc un habitué des milieux occultistes sic et simpliciter, et l’essai de Charbonneau Lassay intitulé “Le Saint-Graal” publié dans Le rayonnemment Intellectuel en janvier-mars 1938. Ces deux écrits sont posthumes par rapport à l’étude de Guénon, il est donc peu probable qu’il s’y soit référé directement, mais probablement que tous trois avaient pour référence le même milieu occultiste d’où ils se sont largement inspirés. Ces trois études, en fait, ne mentionnent pas les sources et Evola lui-même se réfère à Guénon et Michelet lorsqu’il rapporte l’histoire dans son livre.

              En ce qui concerne la question de l’émeraude-ūrṇā, si pertinente d’un point de vue symbolique et dans l’économie de l’interprétation générale du symbole du Graal, il faut noter que soit Guenon s’est trompé dans sa traduction, soit s’est librement référé au texte pour renouer avec le troisième œil de Śiva, obligeant les sources à établir une correspondance plus précise et à donner une explication étrangère aux textes et au contexte théologique spécifique. Qui plus est, la ūrṇā et le troisième œil de Śiva – que Guénon a juxtaposés en suggérant qu’il s’agit de la même chose – ne sont pas du tout la même chose, et ce détail a échappé à Zambon, qui n’est pas un expert en doctrines orientales : la ūrṇā est l’un des 32 lakṣaṇa ou signes corporels permettant de reconnaître un Bouddha. Dans ce cas, il n’est pas proprement frontal (comme l’est l’œil de Śiva), mais se situe à la racine du nez entre les deux sourcils, formant ainsi avec eux une ligne horizontale. Le sens étymologique du terme ūrṇā est ‘laineux’, c’est-à-dire ‘glomérule spiralé de poils crépus’, c’est-à-dire la caractéristique capillaire typique des ethnies africaines et sémitiques, à tel point que certains orientalistes ont même pensé à tort à une origine africaine de Siddhārta Gautama. Dans la symbolique bouddhiste, chaque ūrṇā, qui compose aussi les cheveux de l’Illuminé, représente un corps céleste. Guénon, quant à lui, prétend que la ūrṇā est une perle enchâssée dans le front de Śiva, puis passée dans le bouddhisme. Il s’agit d’une invention. En Inde, il n’existe qu’un seul cas de saint médiéval né avec un rubis serti sur le front, mais il n’était pas Hindū mais Jaïna : Dādā Guru Jinacandra Sūri. À sa mort, le rubis se détacha et tomba dans une tasse de lait. La relique est vénérée dans un temple de la Dādābaḍī jaïna de Mehrauli, dans la banlieue de Delhi. Cependant, malgré cet exemple, il s’agissait d’un rubis et non d’une perle. De plus, la ūrṇā ne peut être confondue avec le troisième œil frontal de Śiva, avec lequel le dieu capte l’instant fugace de l’éternel présent. Pour cette raison, Śiva est appelé Tryambakeśvara, le Seigneur aux trois yeux.

              Par conséquent, Zambon ne se trompe pas sur les interprétations de Guénon lorsqu’il affirme : “pétrie par l’intention justifiée de rechercher le sens ésotérique et symbolique, la tradition occulte – dont Guénon apparaît également dans ce cas comme un large tributaire – il l’a soumise à ce qu’on pourrait appeler un “excès d’interprétation”, de nature à en dissoudre presque complètement les contours historiques et littéraires”.

              Cet “excès d’interprétation” dont parle Zambon a fini par alimenter la littérature new age qui s’est imposée en Occident au cours des dernières décennies, une littérature qui trouve le mythe graalien fascinant ou intéressant pour de mauvaises raisons, chacun y projetant arbitrairement ses propres impressions ou pré-compréhensions erronées, sans souci d’étudier la légende de manière approfondie et rigoureuse.

              En résumé, alors que la proposition interprétative de Guénon présente un pouvoir explicatif convaincant, mais une attention arbitraire et peu rigoureuse aux sources, en revanche, les exposés académiques présentent une utilisation rigoureuse des sources, mais manquent de capacité explicative de la valeur de vérité transmise par l’histoire graalienne. L’interprétation proposée, au contraire, par Zambon semble réunir ces deux dimensions explicatives, indispensables pour une investigation exhaustive de la matière graalienne. Le paradigme exégétique proposé au cours du travail de Zambon adopte la clé d’interprétation avancée par Guénon, en acquérant des aspects et des contenus que les critiques n’avaient pas touchés, mais en surmontant l’aspect négatif, c’est-à-dire la mauvaise gestion des sources sur la base d’un réexamen personnel. La position de Zambon corrobore cette vision par une reconsidération des sources originales à la lumière des catégories interprétatives théologico-spirituelles propres à la tradition chrétienne et au cadre intellectuel et politique médiéval. Ce paradigme interprétatif soutenu par l’auteur rassemble la rigueur, l’importance des sources et le pouvoir explicatif de l’histoire graalienne, perdu dans les interprétations de la critique moderne.

              Nous sommes également d’avis que le travail de recherche historico-littéraire et d’exégèse des contenus de Zambon peut être pleinement validé s’il est associé à une recherche historique qui l’inscrit dans le cadre plus large de la chevalerie médiévale, sans laquelle sa pleine signification ne peut être éclairée. Un aspect intéressant est le fait que le noyau originel du mythe a eu, en vérité, une durée très courte, dont les premiers témoignages apparaissent en 1180 avec Chrétien de Troyes et se terminent vers 1230 avec la Queste du Saint Graal, un éclair rapide dont personne n’a encore pris la peine de clarifier en détail les raisons historiques et littéraires. Ce que Zambon a dûment reconstruit, c’est la ‘métamorphose’ de l’histoire du Graal : dans cette reconstruction, il est parti du contexte des cours d’amour de Provence, le cœur de la composition narrative d’histoires telles que les Chansons de Roland ou Tristan et Iseult – dépourvues de références initiatiques reconnaissables (le seul protagoniste est la chevalerie morale) – et a ensuite étudié comment, dans ce contexte, l’élément initiatique a progressivement acquis de plus en plus d’importance, fusionnant l’héritage chrétien avec la mythologie celtique. La conclusion de cet examen est la description d’une évolution dont le résultat – en termes de complétude, de profondeur et de vision théologique – serait celui du Saint Graal, en raison de l’influence exercée sur ce texte par l’école cistercienne et la pensée de Saint Bernard de Clairvaux16. Ceci étant acquis, Zambon aurait pu poursuivre sa réflexion plus avant : Constatant que la littérature du Graal se situe à la fin d’une parabole temporelle – elle fait en effet partie d’une littérature de chevalerie plus large composée d’autres cycles – et étant donné que la littérature précédente, du moins au début, ne semble pas exprimer un intérêt initiatique, la question se pose alors de savoir si l’institution de la chevalerie, qui a précédé de quelques siècles la rédaction de ces récits, s’est constituée ab origine dans un horizon initiatique, visant la conquête du Divin et l’approfondissement des significations spirituelles véhiculées par la Révélation, ou si cet intérêt intérieur a été un ajout ultérieur, une projection littéraire. Cela permettrait de mieux comprendre ce que la quête du Graal était et représentait réellement, et de mieux cadrer sa portée historique et sa fonction réelle au sein du phénomène bigarré qu’était la chevalerie médiévale.

              Selon nous, la Quête du Graal représente en principe la transposition mythique de l’idéal chevaleresque du chemin initiatique – qui conduit l’homme à s’assimiler, autant que possible, à Dieu – et donc l’aboutissement de l’élaboration doctrinale, sous forme symbolique et littéraire, de la vision originelle de la chevalerie occidentale, plutôt que d’être elle-même une véritable organisation spécifique. C’est la manière dont l’homme médiéval a décidé, à un moment donné, de représenter l’idéal de la chevalerie et, en cristallisant ce qui était déjà, de toute évidence, un héritage répandu et partagé et une réalité plurielle et variée, il a choisi de manière significative d’insérer la milice terrestre dans un autre horizon de sens, céleste. Une telle conception éviterait l’embarras de se retrouver dans le bourbier habituel de la ‘chasse’ aux voies secrètes improbables et chimériques – comme la Massenia du Saint Graal (en réalité une création fictive d’Albrecht von Scharfenberg) – qui, comme des ruisseaux, auraient traversé les siècles en héritant de ce patrimoine, héritage dont on pourrait retrouver la trace dans une certaine référence présente dans les symboles et les rites. Ces informations sont, en fait, peu fiables et inexactes, le plus souvent des reconstructions arbitraires, des compilations modernes, des falsifications délibérées, le résultat d’époques de renouveau littéraire et de fascination pour l’exotique ou l’ancien, comme la Renaissance et plus tard le Romantisme et l’Occultisme. En outre, poursuivre ces imaginations – qui sont devenues un véritable mythe de l’occultisme français du XIXe siècle – outre qu’il s’agit d’une perte de temps inutile, c’est donner raison à la critique qui, en démolissant facilement de telles digressions et en montrant l’absence totale de fondement de certaines prétendues reconstructions et généalogies, veut aussi déconstruire l’horizon initiatique et intellectuel qui s’enracine effectivement dans les légendes médiévales du Graal.

              En conclusion, une critique que l’on peut faire à l’enquête de Zambon est l’attention insuffisante accordée au Parzifal de Wolfram Von Eschenbach et au Jungerer Titurel d’Albrecht von Scharfenberg, qui auraient certainement apporté des suggestions intéressants, étant donné que ces œuvres présentent de nombreux éléments capables d’enrichir la légende du Graal de symboles, de significations et d’horizons supplémentaires.

              Tommaso Ribeca

              🇪🇸 Francesco Zambon: Metamorfosi del Graal (Metamorfosis del Grial), Roma, Carocci, 2012. ISBN 978-88-430-6575-2. Pp. 414.

              Francesco Zambon, catedrático de Filología Románica en la Universidad de Trento, es un ensayista atento y con una agudeza intelectual poco frecuente en el escenario académico y filológico. En Italia, sin duda, puede ser considerado uno de los principales expertos en filología y literatura románicas. El área de investigación en la que se aprecian sus mayores contribuciones es la literatura alegórica medieval; en particular se dedicó con atención al estudio de los bestiarios y trovadores.

              Después de varios artículos sobre el ciclo del Grial y un trabajo centrado en el estudio de Robert de Boron y su Roman du Graal (Robert de Boron e i segreti del Graal), que incluye también una edición crítica de la novela en francés antiguo, Zambon se comprometió a componen una síntesis clara y explicativa de todas las metamorfosis sufridas por el símbolo del Grial y más en general de la materia que le concierne, desde su nacimiento literario hasta nuestros días: Metamorfosi del Graal editada por Carocci.

              Además del general paradigma de interpretación, la obra de Zambon es muy válida por el uso riguroso de las fuentes en referencia a la teología cristiana primitive17 y medieval y para la reconstrucción de los precursores del Grial, cuyas pistas se encuentran en la historia: los apócrifos cristianos, las leyendas vinculadas a la figura de José de Arimatea y el sustrato celta. Este ultimo, siendo el vestigio de cuánto se había disuelto el cristianismo en el humus culdeo de la Irlanda de la Alta Edad Media18.

              Además del examen cuidadoso y exhaustivo que Zambon hace de la leyenda del Grial – desde el nacimiento como plato que contiene la hostia, hasta sus involuciones más inverosímiles como el “imaginativo” Código Da Vinci de Dan Brown – lo que nos interesa destacar en su libro es la presentación de una posible interpretación del ciclo grialiano, demasiado a menudo superficialmente ignorada por el ámbito académico: una lectura que Dante llamaria anagógica y que se abre a una pluralidad de significados de mayor o menor envergadura.

              La interpretación del autor se resume significativamente en un párrafo de la introducción a su libro: “En este sentido, el Joseph d’Arimathie de Robert de Boron y la trilogía en prosa que lleva su nombre no hacen más que declinar en un sentido más marcadamente iniciático la nueva perspectiva espiritual indicada por Chrétien de Troyes. Al hacer caballero a José de Arimatea (al servicio de Pilato), Robert representa –como observó Jean Frappier– la caballería al pie de la cruz, en el mismo teatro de la Pasión, la convierte en la institución que se ocupó del cuerpo de Cristo inmediatamente después de su muerte y a quien pertenece la plena realización de la salvación del mundo. En el tercer guardián del Grial, identificado en la trilogía en prosa con Perceval, fluye la misma sangre del primero, José de Arimatea; y la mediación entre el personaje evangélico y el caballero artúrico está asegurada por una figura – mitad bíblica y mitad celta – inventada por Robert: la de Hebrón o Bron, el Rico [Rey] Pescador. Su tarea es precisamente la de trasladar el Grial de Judea a los oscuros valles de Avalon, es decir, a Inglaterra: Hebrón se convierte así, de alguna manera, en la misma encarnación ficticia del grant estoire de Robert de Boron, de esa sagrada traducción que une el este al oeste, la revelación cristiana a la caballería. De esta manera su novela se presenta como un verdadero texto sagrado, un evangelio de caballería. Y las posiciones de Robert de Boron, aparecen en algunos aspectos al Parzival de Wolfram von Eschenbach, un texto fuertemente influenciado por la espiritualidad templaria”.12

              Se trata de una concepción del ciclo grialista que Zambon no oculta, reiterando en varios pasajes: “La noción que mejor nos permite comprender la naturaleza de esta nueva forma narrativa es la de “relato místico “(récit mystique), formulado por Henry Corbin para la epopeya islámica en Irán: es decir,la noción de una historia sobre hechos que tienen lugar en un mundo rigurosamente “orientado” hacia el origen de uno mismo y del mundo – el mundus imaginalis – y que sólo puede llegar cuando el conocimiento teórico se ha convertido en un hecho real, cuando se ha convertido en una visión concreta que ningún concepto podría expresar. Ésta es precisamente la ‘acomencaille’ de todas las aventuras que Galahad contempla en el fondo del Grial, el Rostro de Dios que Guillermo de Saint-Thierry ve -o al menos vislumbra- en los breves momentos de la unitas spíritus o del excessus mentis”.19

              Una nota de mérito a la investigación de Zambon consiste en el peso y el espacio -en un examen sin agujeros ni reducciones paródicas- dedicado a autores como Corbin, Ponsoye, Evola, Onofri y Guénon, una peculiaridad que distingue sus estudios de los más bien conocidos pero aproximativos de otros académicos, como Umberto Eco. Este último persiguió un intento de vaciar radicalmente el contenido del mito del Grial, comenzando con la reinterpretación moderna de la versión wagneriana: “el Grial es para ambos [Wagner y Eco] un centro o un principio vacío, una nada postulada como un pivote alrededor del cual elementos físicos e historias se combinan y desentrañan constantemente […]”20. A pesar de la pretensión de una interpretación objetiva y científica, Zambon muestra cómo Eco no fue mucho más allá de la vulgata ocultista moderna, ignorando casi por completo las novelas medievales que la originaron.

              El ensayo de Zambon, por tanto, es útil para quienes buscan una contradicción con el deconstructivismo de moda hoy en día: una crítica literaria que intenta demostrar que el mundo no está compuesto más que de signos arbitrarios y que no hay sentido mas allà del signo, sin profundidad, sin realidad que actúe como referente y que merezca investigar. Así se aplanan todos los textos medievales: la búsqueda del Grial se reduce a un “relato que se construye” y la Divina Comedia a una prosopopeya de la poesía de Dante. Lo simbólico se reduce a lo fantástico, el proceso iniciático al cuento de hadas, mientras que la dimensión de la trascendencia -y el contenido teológico-sapiencial que abre el acceso a ella- es ignorada o reducida a una mera oportunidad literaria, un topos o pretexto. En medio de este deconstruccionismo, el ensayo de Zambon abre un escenario que no es nuevo, pero sin duda sobrecogedor para un ciclo medieval que se ha leído con demasiada frecuencia de forma partidista.

              El rigor de este ensayo, sin embargo, se encuentra en la puntualidad con la que el autor también destaca las debilidades de las interpretaciones del siglo XX de los ‘perennialistas’. El riesgo, de hecho, es caer en una lógica de oposición entre posiciones escleróticas, la esotérico-ocultista por un lado y la académica y ‘distorsionada’ por el otro, debido a la arbitrariedad de las primeras enfrentandose a los textos medievales, cuyo mérito consiste en cambio en la intuición de la profundidad y el verdadero significado del mito, y en la incomprensión de este último, respecto a todo lo que no es mera literatura.

              El mayor mérito de este trabajo, por lo tanto, fue el de utilizar el paradigma guénoniano, pero a la luz de categorías interpretativas teológicas medievales y no a través de modelos reconstruidos ad hoc como los de los siglos XIX y XX. Por supuesto, Zambon es consciente del mérito que debe reconocerse a Guénon por haber percebido el sentido simbólico, el ‘horizonte’ del Grial, y haber buscado una interpretación ‘global’, indicando sus relaciones fundamentales con otros símbolos -como los de el vaso, la copa, el corazón, la piedra celestial, la palabra perdida, el centro del mundo, etc. Esta perspectiva, de hecho, es la base de varios estudios posteriores sobre el mito, más sustanciales y sistemáticos, como los de Evola, Corbin, Eliade, Ponsoye: a la luz de estas interpretaciones, es evidente que cualquier investigación puramente histórico-literaria sobre el tema está severamente limitada en su capacidad explicativa. Otro mérito que Zambon reconoce a Guénon es el de haber destacado las relaciones entre las novelas del ciclo Grialiano y las corrientes del esoterismo cristiano que atraviesan la época medieval, mostrando la dependencia de estos textos de una visión “mística” y “simbólica” pero, sin embargo, totalmente ortodoxa del cristianismo. No obstante, “la lección de Guénon conserva todo su valor en cuanto a los principios generales de interpretación, pero ahora parece irremediablemente desactualizada en sus referencias a las fuentes y sus aplicaciones concretas a los textos medievales”.14

              Para confirmarlo, la historia relatada por Guénon sobre el origen del Grial no corresponde en absoluto a un texto o a un corpus de textos medievales, lo que podría definirse como una “recopilación” moderna basada en algunas novelas medievales, libremente combinadas y enriquecida de nuevos símbolos. En la versión de Guénon – después de la descripción de cómo los ángeles tallaron la copa en la esmeralda – se añade que la esmeralda recuerda sorprendentemente a la ūrṇā, “la perla frontal que, en la iconografía hindú, a menudo ocupa el lugar de el tercer ojo de Śiva”. Esta asociación permitiría así explicar el símbolo a la luz del ‘sentido de la eternidad’ que se refiere a la visión de la Divinidad, y luego acercarlo a las copas o recipientes de numerosas tradiciones antiguas que contienen el ‘alimento’. o la ‘bebida de inmortalidad’. En resumen, el Grial simbolizaría para Guénon el conocimiento perfecto de la Verdad tradicional. No solo eso, también se afirma que Adán era el guardián del Grial en el Paraíso y que, tras la expulsión del Edén, el Grial permaneció allí. Luego describe la recuperación del Grial por Seth, quien regresó temporalmente al Paraíso, y su conservación por los sucesores de Seth, sucesores que según Guénon representan el establecimiento de un “centro espiritual destinado a reemplazar el Paraíso perdido” y “la preservación de la tradición primordial en su integridad en tal centro espiritual”.

              Este es el resumen, en su lenguaje típico, que Guénon hace en los distintos artículos sobre el tema. Zambon se pregunta sobre la procedencia de los datos legendarios que exhibe e interpreta simbólicamente. Su respuesta es que, dado que no se encuentra en ninguna de las novelas del ciclo del Grial un relato correspondiente al que Guénon resume, se puede deducir que el suyo es un hábil montaje de episodios y temas extraídos de textos muy diferentes. en cuanto a edad e inspiración, con la adición de elementos completamente reelaborados y de origen dudoso (ocultista), pero sin mencionar nunca ninguna fuente. Por ejemplo, la historia contada por Guénon sobre el regreso de Seth al Paraíso Terrenal para recuperar la copa, y la referencia a Adán y Seth como los primeros guardianes del Grial, no se encuentra en ningún texto medieval, aparte en dos apócrifos del Antiguo Testamento: el Apocalipsis de Moisés y la Leyenda de Adán y Eva, que sin embargo tuvo cierta fortuna en la Edad Media. Sin embargo, según esta leyenda, algún tiempo después de la expulsión del Paraíso, Seth fue enviado con Eva al Paraíso en busca de un aceite milagroso que goteaba de un árbol y que podía aliviar los sufrimientos de Adán, ahora próximo a la muerte. Pero sus esfuerzos fueron vanos: el arcángel Miguel le anunció, de hecho, que el “aceite de la misericordia” se concedería sólo en los “últimos tiempos”, cuando tendría lugar la resurrección. La historia continúa hasta la muerte de Adán y Eva, ambos enterrados cerca del Paraíso terrenal. Aquí es bastante evidente que el aceite milagroso ha sido reemplazando por el Grial.

              El hecho de que Guénon hable del Grial como de una copa tallada en la esmeralda caída de la frente de Lucifer, para Zambon, deriva “de una combinación de los pasajes recién citados [Parzival, IX, 454, 24-30] de Wolfram von Eschenbach21 y de las tradiciones relativas a la cuenca sagrada de Génova, que se decía estar hecha de esmeralda”8 y que los templarios encontraron en Cesarea en el 1101. Esta leyenda fue relatada por Iacopo da Varazze en su Chronica civitatis Ianuensis (finales del siglo XIII), en la que afirma haber leído en “algunos libros ingleses” que Nicodemo recogió la sangre de Jesús en una copa de esmeralda preparada milagrosamente por Dios y llamado Sangraal.

              En cualquier caso, aparte las diversas alteraciones de la leyenda original, la génesis de esta reconstrucción se puede descubrir fácilmente si se remonta a la historia, casi idéntica, presentada en el libro de caballería Le secret de la Chevalerie de Victor-Emile Michelet. (que formaba parte de la Orden Cabalística de la Rosa + Cruz), por lo tanto frecuentador de círculos ocultistas sic et simpliciter, y al ensayo de Charbonneau Lassay titulado “Le Saint-Graal” publicado en Le rayonnemment Intellectuel de enero-marzo 1938. Ambos textos son posteriores al estudio de Guénon, por lo que es poco probable que se refiriera directamente a ellos. Probablemente los tres tuvieran como referencia el mismo entorno ocultista en el que se basaron principalmente. Los tres estudios, de hecho, no llevan ningún indicio de las fuentes y el propio Evola se refiere a Guénon y Michelet cuando relata la misma historia en su libro.

              Con referencia a la cuestión de la esmeralda-ūrṇā, tan relevante desde el punto de vista simbólico y en la economía de la interpretación general del símbolo del Grial, cabe señalar que Guénon o tenía una traducción incorrecta o se rehizo libremente al texto. para conectarse al tercer ojo de Śiva, forzando las fuentes a establecer una correspondencia más precisa y dar una explicación ajena a los textos y al contexto teológico específico. Además, la ūrṇā y el tercer ojo de Śiva – que Guénon sugiere sean la misma cosa, en realidad no lo son en absolute. Este detalle se le escapó a Zambon, no siendo un experto en doctrinas orientales: la ūrṇā es uno de los 32 lakṣaṇa o signos corporales para reconocer a un Buddha. En el caso específico, no es estrictamente frontal, como el ojo de Śiva), sino que está ubicado en la raíz de la nariz entre las dos cejas, formando así una línea horizontal con ellas. El significado etimológico del término ūrṇā es ‘lanudo’, es decir glomérulo en forma de espiral de pelo rizado, que es el pelo típico característico de las etnias africanas y semíticas, tanto que algunos orientalistas incluso han pensado erróneamente en un origen africano de Siddhārta Gautama. En el simbolismo buddhista, todas las ūrṇā, que forman también la cabellera del Iluminado, representa un cuerpo celeste. Guénon, por otro lado, afirma que la ūrṇā es una perla encrustada en la frente de Śiva y que luego pasó al buddhismo. Ésto es falso. En la India hay un solo caso de un santo medieval que nació con un rubí en la frente, pero no era hindú, sino jainista: Dādā Guru Jinacandra Sūri. A su muerte, el rubí se rompió y cayó en una taza de leche. La reliquia se venera en un templo en la Jaina Dādābaḍī de Mehrauli, en las afueras de Delhi. A pesar de este ejemplo, sin embargo, era un rubí y no una perla. Además, no hay que confundir la ūrṇā con el tercer ojo frontal de Śiva, con el que el Dios captura el momento fugaz del eterno presente. Por esta razón, a Śiva se le llama Tryambakeśvara, el Señor de tres ojos.

              Por lo tanto, Zambon no se equivoca respecto a las interpretaciones de Guénon cuando afirma: “movido por la justificada intención de buscar su significado esotérico y simbólico, la tradición oculta -de la que Guénon también aparece en gran parte tributario en este caso- lo ha sometido a lo que podría llamarse un ‘exceso de interpretación’, que disuelve casi por completo sus contornos históricos y literarios”.

              Este ‘exceso de interpretación’ del que habla Zambon ha acabado alimentando la literatura new age que se ha difudido en las últimas décadas en Occidente. Es una literatura que encuentra fascinante o interesante el mito del Grial por motivos equivocados, cada uno proyectando arbitrariamente los suyos propias erróneas impresiones o prejuicios, sin molestarse en investigar la leyenda a fondo y con rigor.

              Por lo tanto, mientras que la propuesta interpretativa de Guénon presenta un poder explicativo convincente, pero con una atención arbitraria y poco rigurosa a las fuentes, en cambio los planteamientos académicos presentan un uso riguroso de las fuentes, que carecen de capacidad explicativa del valor de la verdad transmitida del Grial. La interpretación propuesta por Zambon, en cambio, nos parece combinar estas dos dimensiones explicativas, indispensables para una investigación exhaustiva de la materia del Grial. El paradigma exegético propuesto en el transcurso de la ensayo de Zambon adopta la clave de interpretación adelantada por Guénon, adquiriendo aspectos y contenidos que la crítica no había tocado, pero superando su aspecto debil, es decir la mala gestión de las fuentes por su remodelación personal. La posición de Zambon confirma esa visión a través de una reconsideración de las fuentes originales a la luz de las categorías interpretativas teológico-espirituales de la tradición cristiana y del marco intelectual y político medieval. Este paradigma interpretativo avalado por el autor hace coincidir el rigor, la importancia de las fuentes y el poder explicativo del relato de Grial, perdido en las interpretaciones de la crítica moderna.

              Opinamos también que la investigación histórico-literaria y el trabajo de exégesis de contenido realizado por Zambon pueden ser plenamente validados si se combinan con la investigación histórica en el marco más amplio de la caballería medieval, sin la cual no se puede esclarecer su pleno significado. Un aspecto interesante es el hecho de que el núcleo original del mito tuvo, en verdad, un lapso de tiempo muy corto, habiendo aparecido los primeros testimonios en el 1180 con Chrétien de Troyes y concluyendose hacia el 1230 con la Queste du Saint Graal. Un rápido destello, del que nadie se ha molestado todavía en aclarar en detalle las razones históricas y literarias. Lo que Zambon ha reconstruido correctamente es, de hecho, la ‘metamorfosis’ del cuento del Grial. Esta reconstrucción empeza con las Cortes de Amor de Provenza, corazón de la composición narrativa de historias como las Chansons de Roland o Tristan et Isolde – desprovistas de referencias iniciáticas reconocibles (el único protagonista es la caballería moral) – para luego estudiar cómo en este contexto el elemento iniciático adquiere cada vez más importancia, fusionando la herencia cristiana con la mitología celta. La conclusión de este examen es la descripción de un desarrollo cuyo desenlace -por completitud, profundidad y visión teológica- sería la Queste du Saint Graal, por la influencia que en este texto ejerció la escuela cisterciense y el pensamiento de San Bernardo. de Clairvaux22. A este punto, Zambon hubiera podido continuar más allá en su propia reflexión: notando que la literatura del Grial se ubica al final de una parábola temporal. De hecho es parte de una literatura caballeresca más amplia compuesta de ciclos posteriors. Ya que que la literatura anterior, al menos en un principio, no parece expresar un interés iniciático, se plantea la cuestión de si la institución de la caballería, que precede a la redacción de estas historias durante unos siglos, se constituyó ab orígenes en un horizonte iniciático, dirigido a la conquista de lo Divino y a la profundización de los significados espirituales que transmite la Revelación, o si este interés interior fue un añadido posterior, una proyección literaria. Esto nos permitiría comprender mejor lo que era la Búsqueda del Grial y lo que representaba realmente, y enmarcar aún más su significado histórico y su función real dentro de ese abigarrado fenómeno que era la caballería medieval.

              En nuestra opinión, la Búsqueda del Grial, en principio, representa la transposición mítica del ideal caballeresco del camino iniciático -que lleva al hombre a asimilarse, en la medida de lo posible, a Dios- y, por tanto, la culminación de la elaboración doctrinal, en forma simbólica y literaria, de la visión original de la caballería occidental, en lugar de ser en sí misma una organización real, propia y específica. Es la forma en que el hombre medieval decidió, en un momento determinado, de representar el ideal de la caballería, y cristalizar lo que evidentemente era una herencia ya extendida y compartida y una realidad plural y variada, optando significativamente por incluir a la milicia terrenal dentro de un horizonte de mayor significado celestial. Con esto se evitaría de terminar en el revoltijo de caminos secretos improbables y quiméricos, como la Massenia del Santo Grial (en realidad una creación ficticia de Albrecht von Scharfenberg), que, como riachuelos, hvrian atravesado los siglos heredando este legado rastreable en algunas referencias a símbolos y ritos. Es, de hecho, información poco confiable y falsa, en su mayoría reconstrucciones arbitrarias, compilaciones modernas, falsificaciones deliberadas, el resultado de épocas de renacimiento literario y fascinación por lo exótico o lo antiguo, como el Renacimiento antes y el Romanticismo y el Ocultismo más tardes. Perseguir estas imaginaciones –que se han convertido en un verdadero mito del ocultismo francés del siglo XIX–, además de ser una pérdida de tiempo infructuosa, significa prestarse a la crítica que, derribando fácilmente tales digresiones y mostrando la total falta de fundamento de ciertas supuestas reconstrucciones y genealogías, quiere deconstruir el horizonte iniciático e intelectual que, en cambio, está verdaderamente enraizado en las leyendas medievales del Grial.

              En conclusión, una observación que se puede hacer a la investigación de Zambon es la atención, en nuestra opinión insuficiente, reservada al Parzifal de Wolfram von Eschenbach y al Jungerer Titurel de Albrecht von Scharfenberg, cuyo estudio sin duda habría aportado ideas interesantes, dado que estas obras presentan muchos elementos capaces de enriquecer la leyenda del Grial con más símbolos, significados y horizontes.

              Tommaso Ribeca

              🇬🇧 Francesco Zambon: Metamorfosi del Graal [Metamorphosis of the Grail], Roma, Carocci, 2012. ISBN 978-88-430-6575-2. Pp. 414

              Francesco Zambon, a full professor of Romance Philology at the University of Trento, is a sharp essayist and a keen scholar, a rarity in the academic and philological scenario. In Italy he can certainly be considered one of the leading experts in philology and romance literature. The field of research in which his major contributions are appreciated is the medieval allegorical literature. In particular, he has devoted himself to the study of bestiaries and the troubadours.

              After several articles on the Grail cycle and a book focused on the study of Robert de Boron and his Roman du Graal (Robert de Boron e i segreti del Graal) – including even a critical edition of the novel in Old French – Zambon has undertaken to compose a clear and explicative synthesis of all the metamorphoses undergone by the symbol of the Grail and more generally of the matter that concerns it, from his literary birth to the present day: Metamorfosi del Graal published by Carocci.

              In addition to the general methods of interpretation, Zambon’s work is valuable for the rigorous use of sources in reference to the early and medieval Christian theology23 and for the reconstruction of the previous precursors of the Grail, about which there are historical evidences: the apocryphal Christians, the legends related to the figure of Joseph of Arimathea and the Celtic substratum, the latter traces, and how much Christianity had melted into the Culdean humus24 of high-medieval Ireland.

              In addition to the careful and complete examination that Zambon makes of the Grail legend – from birth as a plate containing a host to its most unlikely involutions such as the “fanciful” Da Vinci Code by Dan Brown – what interests us in highlighting his book is the presentation of a possible key to reading the Graalian cycle, too often superficially ignored by the academic environment: a reading that Dante would have called “anagogic” and which opens to a plurality of meanings of greater or lesser elevation.

              The author’s interpretation is summarized significantly in a paragraph of the introduction to his book:

              “In this respect, Robert de Boron’s Joseph and the Prose Trilogy that goes by his name decline in a more markedly initiatic sense the new spiritual perspective indicated by Chrétien de Troyes. By making Joseph of Arimathea a knight (in the service of Pilate), Robert represents – as Jean Frappier observed – the chivalry at the foot of the cross, on the very theatre of the Passion. He makes it the institution that took care of the body of Christ immediately after his death and to which belongs the fulfilment of the salvation of the world. In the veins of the third guardian of the Grail, identified in the Trilogy in prose with Perceval, flows the same blood as the first, Joseph of Arimathea; and the mediation between the evangelical personality and the Arthurian knight is ensured by a figure – half biblical and half Celtic – invented by Robert: that of Hebron or Bron, the Rich [the King] Fisherman. His task is precisely to carry the Grail from Judea to the dark valleys of Avalon, that is, England. Hebron thus becomes, in some way, the same fictional incarnation of the grant estoire of Robert de Boron, of that sacred ‘tanslatio’ that unites the East to the West, the Christian revelation to chivalry. In this way his novel presents itself as a real sacred text, a Gospel of chivalry. And the positions of Robert de Boron are in some respects also close to the Parzival of Wolfram von Eschenbach, a text also strongly influenced by the Templar spirituality”.25

               This is a view of the Graalian Cycle of which Zambon makes no mystery, reaffirming it in several passages: “The notion that best allows us to understand the nature of this unprecedented narrative form is that of the “mystical tale” (récit mystique), formulated by Henry Corbin about the Islamic epic in Iran: that is, the notion of a narrative concerning events taking place in a world strictly “oriented” towards the origin of the self and the world – the mundus imaginalis – and which can only be reached when theoretical knowledge has become a real event, when it has become a concrete vision that no concept could express. This is precisely the acomencaille of all the adventures that Galaad contemplates at the bottom of the Grail, the Face of God that William of Saint-Thierry sees – or at least glimpses – in the brief moments of unitas spiritus or excessus mentis”.26

              A note of credit of the Zambon research consists in fact in the importance – in an examination without parodistic visions – dedicated to authors such as Corbin, Ponsoye, Evola, Onofri and Guénon, peculiarity that distinguishes his studies from those much more approximate of other academics, such as Umberto Eco. The latter has pursued an intent of radical emptying the content of the myth of the Grail, starting from the modern reinterpretation of the Wagnerian version: “the Grail is for both [Wagner and Eco] a centre or an empty principle, a postulated nothingness as a pivot around which the physical elements and the stories are constantly combined and unravelled […]”5. Despite the claim of an objective and scientific interpretation, Zambon shows that Eco did not go much further than the modern vulgate of occultism, ignoring almost entirely the medieval novels that originated it. The essay of Zambon, therefore, is useful for those seeking a contradiction to deconstructivism that is so popular nowadays: a literary criticism intent on demonstrating that the world is composed of nothing but arbitrary signs and that in addition to the sign there is no meaning, no depth, no reality that acts as a referent and that is worth investigating. In this way all the medieval texts are oversimplified: the search for the Grail is reduced to a “a made-up story” and the Divine Comedy to a prosopopoeia of Dante’s poetry. The symbolic is reduced to the fantastic, the initiatic process to the fairy tale, while the dimension of transcendence – and the theological-wisdom content that opens the access – ignored or reduced to a mere literary occasion, a topos or pretext. Amid this deconstructionism, the essay of Zambon opens a scenario not new, but certainly of wider breath for a medieval cycle that has been read too often in a partisan way.

               The rigour of this essay, however, is found in the punctuality with which the author also highlights the weaknesses of the twentieth-century interpretations of the “perennialists”. The risk, in fact, is to fall into a logic of opposition between sclerotic positions. The esoteric-occultist on the one hand and the academic and “distorted” on the other. The arbitrariness of the former in approaching medieval texts (whose merit consists instead in the intuition of the depth and the true scope of the myth) and of the misunderstanding of the latter, about all that is not mere literature.

              The greatest merit of this work, therefore, was indeed to use the Guénonian paradigm, but in the light of medieval theological interpretative categories and not through models reconstructed like those of the nine-twentieth century. Of course, Zambon is aware of the merit that must be recognized to Guénon for having noted the symbolic meaning, the ‘horizon’ of the Grail, and having tried to offer a more complete interpretation and widespread over view, indicating its fundamental relations with other symbols – such as those of the vassel, of the cup, of the heart, of the celestial stone, of the “lost word”, of the centre of the world, and so on. This perspective, in fact, is the basis of several subsequent studies on the myth, more substantial and systematic, such as those of Evola, Corbin, Eliade, Ponsoye. In the light of such openings, now, is evident how any purely historical research on the subject can only be severely limited in its explanatory capacity. Another merit that Zambon recognizes to Guénon is that of having highlighted the relations between the novels of the Grail cycle and the currents of Christian esotericism crossing the medieval era, showing the dependence of these texts on a “mystical” and “symbolic” – but still fully orthodox – vision of Christianity. Nevertheless, “the lesson of Guénon retains all its value with regard to the general principles of interpretation, but it now appears irretrievably outdated in its references to sources and its concrete applications to medieval texts”.14

              To confirm this, the story reported by Guénon on the origin of the Grail does not correspond at all to a text or to a corpus of medieval texts, to what could be called a modern “compilation” based on some medieval novels, freely combined and enriched with new symbols. The “guénonian” version – after the description of how the angels carved the cup into the emerald – adds that the emerald surprisingly recalls the urn, “the frontal pearl which, in Hindu iconography, often occupies the place of the third eye of Śiva”. This association would thus allow the explanation of the symbol in the light of the “sense of eternity” which refers to the vision of the Divinity, and then to put it next to the vessels or containers of numerous ancient traditions which contain the “food” or the “drink of immortality”. The Grail, in short, would symbolize for Guénon the perfect knowledge of traditional Truth. Not only that, he also adds too that Adam was the guardian of the Grail in paradise and that, after the expulsion from Eden, the Grail remained there. He, then, goes on describing, then, the recovery of the Grail by Seth, temporarily returned to paradise, and its conservation by the successors of Seth, successors who according to Guénon represent the constitution of a “spiritual centre destined to replace the lost paradise” and “the preservation of the primordial tradition in its integrity in such a spiritual centre”.

              This is the summary that Guénon makes, in its typical language, in his various articles on the subject. Zambon questions the origin of the legendary data that he exposed and interpreted symbolically. The answer he gives is that, the story corresponding to the one summarized by Guénon is not reported in any of the novels of the Graalian cycle. One can easily deduce that his work is a skilful editing of episodes and themes derived from texts very different in time and inspiration, with the addition of elements completely reworked and of dubious origin (occultist), without however ever mentioning any source. For example, the story told by Guénon about Seth returning to the Garden of Eden to retrieve the cup, and the reference to Adam and Seth as the first custodians of the Grail, is not found in any medieval text, apart from two apocryphal of the Old Testament: the Apocalypse of Moses and the Legend of Adam and Eve, which had a certain fortune in the Middle Ages. According to this legend, however, sometime after the expulsion from Paradise, Seth was sent with Eve to Paradise in search of a miraculous oil dripping from a tree that could soothe the sufferings of Adam, who was close to death. But his efforts were in vain: the archangel Michael announced, in fact, that “the oil of mercy” would be granted only at the ‘end of time’ when the resurrection would take place. The story continues, then, until the death of Adam and Eve, both buried near the Garden of Eden. So, it is clear that the story of the miraculous oil was borrowed by replacing the oil with the Grail. Then, the fact that Guénon speaks of the Grail as a cup carved from the emerald fallen from the forehead of Lucifer, for Zambon, derives “from a combination of the above-mentioned passages [Parzival, IX, 454, 24-30] by Wolfram von Eschenbach27 and the traditions concerning the Sacred Basin of Genoa which was claimed to be made of emerald”8 and found by the Templars in Caesarea in 1101. This legend was reported by Iacopo da Varazze in his Chronica civitatis Ianuensis (late 13th century), in which the writer claims to have read in “some English books” that Nicodemus collected the blood of Jesus in an emerald vessel miraculously prepared by God and called Sangraal.

              However, apart from the various reworkings of the original legend, the genesis of this reconstruction can be easily discovered by leading it back to the almost identical story presented in the book on chivalry Le secret de la Chevalerie by Victor-Emile Michelet (who was part of the Kabbalistic Order of the Rose+Cross), therefore a frequenter of the occultist environments sic et simpliciter), and in the essay by Charbonneau Lassay entitled “Le Saint-Graal” published in Le rayonnemment Intellectuel of January-March 1938. Both writings are posthumous to Guénon’s study, so it is unlikely that he referred directly to them, but most likely all of them referred to the same occultist environment from which to draw. All three studies, in fact, make no references to the sources, and Evola himself refers to Guénon and Michelet when he reports the story in his book.

              Concerning the question of the emerald/ūrṇā – so relevant from the symbolic point of view and in the economy of the general interpretation of the symbol of the Grail – it should be noted that Guénon or had a wrong translation, or had freely referred to the text in order to reconnect to the third eye of Śiva, forcing the sources to establish a more precise correspondence and give an explanation that had nothing to do with the texts and the specific theological context. What is more, the ūrṇā and the third eye of Śiva – which Guénon approached by suggesting that they are one and the same thing – are not the same thing at all Zambon, whom is not an expert about oriental doctrines, missed this detail: the ūrṇā is one of 32 lakṣaṇa or bodily signs to recognize a Buddha. In the specific case, it is not properly frontal (as is the eye of Śiva), but is located at the root of the nose between the two eyebrows, thus forming a horizontal line. The etymological meaning of the term ūrṇā is “spiral of frizzy hairs”, like the hair belonging to the African and Semitic ethnicity, this translation had led some orientalists to think mistakenly about an African origin of Siddharta Gautama. In Buddhist symbology each ūrṇā, making up also the hair of the Enlightened One, represents a celestial body. Guénon, on the other hand, claims that ūrṇā is a pearl embedded in Śiva’s forehead and then passed into Buddhism. This is an invention. In India there is only one case of a medieval saint who was born with a ruby set in his forehead, but was not Hindu, but Jain: Dādā Guru Jinacandra Sūri, at his death the ruby broke off, falling into a milk cup. The relic is worshipped in a temple in Jaina Dadabari in the outskirts of Delhi. Despite this example, however it was a ruby and not a pearl. Moreover, the ūrṇā cannot be confused with the third frontal eye of Śiva, with which the god captures the fleeting moment of the present. For this reason, Śiva is called Tryambakeśvara, the Lord with three eyes.

              Therefore, Zambon is not mistaken about Guénon’s interpretations when he states: “moved by the justified intent to seek its esoteric and symbolic meaning, the occult tradition – with which Guénon also appears in this case largely in debt – has subjected it to what could be called an “excess of interpretation” which almost completely dissolves its historical and literary contours”.

              This “excess of interpretation” of which Zambon speaks ended up fuelling the New Age literature that has taken hold in the last decades in the West, literature that finds fascinating or interesting the graalian myth for the wrong reasons, each one projecting arbitrarily on its own erroneous impressions or preconceptions, without worrying about thoroughly and rigorously investigating the legend.

              In short, while Guénon’s interpretative proposal has a convincing explanation, although with an arbitrary and little rigorous attention to sources, on the other hand the academic expositions present a rigorous use of sources that lack of explanatory capacity concerning the value of truth handed down by the Graalian story. The interpretation proposed by Zambon seems to unite these two explanatory dimensions, which are essential for a thorough investigation of the Grail matter. The exegetical paradigm proposed by Zambon makes its own the key of interpretation advanced by Guénon, acquiring aspects and contents that the critics had not considered, while overcoming the negative aspect of the mismanagement of sources on the basis of personal remodulation. Zambon’s position confirms this vision through a reconsideration of the original sources in the light of the theological-spiritual interpretative categories proper to the Christian tradition and the medieval intellectual and political framework. This interpretative paradigm endorsed by the author makes the rigour coincide with the importance of the sources and the evocative power of the Graalian story, lost in the interpretations of modern criticism.

              We are then of the opinion that the work of historical-literary research and exegesis of the contents made by Zambon can be fully corroborated if conjugated with a historical research that includes it in the broader framework of medieval chivalry, without which its full meaning cannot be illuminated. An interesting aspect is the fact that the original core of the myth had, in truth, a very short time span, appearing first in 1180 with Chrétien de Troyes and closing around 1230 with the Queste del Saint Graal, a quick flash whose historical and literary reasons no one has yet bothered to clarify in detail. What Zambon has properly reconstructed is, in fact, the “metamorphosis” of the story of the Grail. In this reconstruction he started from the context of the Courts of Love of Provence, that is the heart of the narrative composition of stories such as the Chansons de Roland or Tristan and Isolde – devoid of recognizable initiatic references (the only protagonist is moral chivalry). He then goes on studying how in this context the initiatic element has acquired more and more importance, merging the Christian heritage with Celtic mythology. The conclusion of this examination is the description of a development whose outcome – for completeness, depth and theological vision – would be the Queste del Saint Graal, because of the influence exerted on this text by the Cistercian school and the thought of Saint Bernard of Clairvaux28. Having acquired this, Zambon could have continued his reflection even further: considering the Grail literature is at the end of a temporal parable – it is in fact part of a wider chivalric literature composed of further cycles. Since the earlier literature, at least initially, does not seem to express an initiatic interest, the question then arises as to whether the institution of chivalry, which precedes by a few centuries the writing of such stories, had been established ab origine in an initiatic horizon, aimed at the conquest of the Divine and the deepening of the spiritual meanings conveyed by the Revelation, or if such an inner interest was a later addition, a literary projection. This would allow for a better understanding of what the Quest for the Grail was and represented, and for figuring out its historical aim and real function within that varied phenomenon that was medieval chivalry. In our view, the Quest for the Grail, in principle, represents the “mythical” transposition of the chivalric ideal of the initiatic way – which leads man as far as possible to assimilate himself into God – and thus the culmination of doctrinal elaboration, in symbolic and literary form, of the original vision of the western chivalry, rather than being itself a real, proper, and specific organization. It is the way in which the medieval men decided, at a certain moment, to represent the ideal of chivalry and, by crystallizing what was evidently an already widespread and shared heritage and a plural and varied reality, significantly chose to introduce the earthly militia within a horizon of further, celestial meaning. Such a conception would avoid the embarrassment of ending up in the usual jumble of the ‘hunting’ for improbable and fanciful secret initiatic organisations – such as the Massenia of the Holy Grail (actually, a fictional creation by Albrecht von Scharfenberg) – which, like rivulets, would have crossed through the centuries inheriting this heritage, of which some present symbols and rites seem to be reminiscent. They are, indeed, unreliable and false information, mostly arbitrary reconstructions, modern compilations, deliberate falsifications, the result of periods of literary revival and fascination for the exotic or the ancient, which were the Renaissance first and Romanticism and Occultism then. Moreover, not only is the pursue of these imaginations – which have become a true myth of nineteenth-century French occultism – a waste of time, but also as opportunity to lend itself to modern criticism that, by easily demolishing these digressions and showing how unfounded certain alleged reconstructions and genealogies are, wants to deconstruct even the initiatic and intellectual horizon that is truly rooted in medieval legends of the Grail.

              In conclusion, an important point that can be made to Zambon’s investigation is the insufficient attention given to Wolfram von Eschenbach’s Parzifal and to Albrecht von Scharfenberg’s Jungerer Titurel, the deepening of which would certainly have brought interesting notions, since these works have many elements capable of enriching the legend of the Grail with symbols, meanings and further horizons.

              Tommaso Ribeca

              1. Cfr. anche F. Zambon, Robert de Boron e i segreti del Graal, Leo S. Olschky Editore, Firenze, 1984.[↩]
              2. Il neo-druidismo è una nuova forma di druidismo che ha assorbito la religione cristiana, dunque il cristianesimo nelle zone interessate (la Britannia, la Scozia e l’Irlanda) viene chiamato cristianesimo celtico. I monaci cristiano-celtici, i quali praticavano l’eremitaggio, venivano chiamati Culdei, dal gaelico Céilí Dé letteralmente “compagni di Dio”. Ognuno seguiva le istruzioni del suo maestro, senza che ci fosse una regola comune; per quest’ultima ragione alcuni sostengono che non fossero propriamente dei monaci. Ma finché S. Benedetto non istituì la regola monastica nell’Impero d’Occidente, ogni monaco faceva parte per se stesso, come indica la parola greca μόνος, solitario. Per quello che riguarda l’Irlanda, S. Finnian fondò il monastero Clonard di cui egli fu maestro. Egli mandò i suoi dodici discepoli a istituire altri cenobi in tutte le isole britanniche. Tra loro menzionamo S. Columba di Iona, che aperse una sua scuola in Scozia, S. Brendano, protagonista del viaggio iniziatico Navigatio sancti Brendani, S. Colombano, fondatore di numerosi cenobi nei regni dei Franchi e dei Longobardi assieme al suo discepolo San Gallo. Tutti i Santi della Chiesa culdea sono riconosciuti anche dalla chiesa ortodossa.[↩]
              3. F. Zambon, Metamorfosi del Graal, Roma, Carocci, 2016; pp. 17-18.[↩]
              4. Ibid. p. 22. Non possiamo affrontare nel breve spazio di una recensione la questione “annosa” del comparativismo tra le forme di cavalleria spirituale in seno alle differenti tradizioni; basti qui ricordare che mai è stata provata la presunta dipendenza iniziatica della cavalleria cristiana dalla ‘cavalleria’ musulmana (futuwwa). Ciò non dovrebbe essere dimenticato specialmente tra chi si pretende critico della teoria degli imprestiti.[↩]
              5. Ibid. p. 363.[↩][↩][↩]
              6. Metamorfosi del Graal, p. 330.[↩]
              7. Per l’appunto, nel testo in antico tedesco che riporta una parte della storia raccontata da Guénon non si parla di uno smeraldo che cade dalla fronte di Lucifero, bensì dalla sua corona (Der Warburgkriegs a cura di K. Simrock, Stoccarda, 1858, pp.174-178, §§ 142-145):

                «E così la corona risultò gloriosa:/Dopo il desiderio di sessantamila angeli,/ Volevano spingere Dio dal regno dei cieli./Guarda Lucifero, è così che è stata sua!/Ovunque siano, degni e saggi maestri e sacerdoti,/Sanno che dico solo la verità./L’Arcangelo/Michele vide l’ira di Dio per un tale orgoglio:/La corona gli spezzò dalla testa con la spada:/Vedi, una pietra è caduta da essa,/Successivamente l’ha raccolta Perceval sulla terra.»

                Qualche verso dopo viene ripetuto che la pietra è scaturita dalla corona e non dalla fronte: «La pietra che scaturiva dalla corona/L’ha trovata colui che ha sempre lottato per la dignità a caro prezzo,/Titurel, che frequentava molti cavalieri.»[↩]

              8. Metamorfosi del Graal, p. 324.[↩][↩][↩][↩]
              9. Nella Queste, privilegiando un’ottica interiorizzante e metafisica, il Graal non corrisponderebbe ad altro che al cuore – centro intimo di ogni uomo, specchio ove si riflette l’immagine divina e, dunque, ‘organo’ o luogo della Visio Dei – e in cui Galaad rappresenta l’ideale compiutamente realizzato del cavaliere, di cui il Perceval delle altre leggende sarebbe un’anticipazione, una rappresentazione in itinere, uno stadio ancora imperfetto.[↩]
              10. Voie aussi F. Zambon, Robert de Boron e i segreti del Graal, Leo S. Olschky Editore, Firenze, 1984.[↩]
              11. Le néodruidisme est une nouvelle forme de druidisme qui a absorbé la religion chrétienne. Ainsi, le christianisme dans les régions concernées (Britannia, Écosse et Irlande) est appelé christianisme celtique. Les moines chrétiens-celtes, qui pratiquaient l’ermitage, étaient appelés Culdées, du gaélique Céilí Dé, littéralement ‘compagnons de Dieu’. Chacun suivait les instructions de son maître, sans aucune règle commune, et pour cette dernière raison, certains prétendent qu’ils n’étaient pas vraiment des moines. Mais jusqu’à ce que saint Benoît institue la règle monastique dans l’Empire d’Occident, chaque moine restait seul, comme l’indique le mot grec μόνος, solitaire. Quant à l’Irlande, saint Finnian a fondé le monastère de Clonard, dont il était le maître. Il a envoyé ses douze disciples pour établir d’autres cenobia dans les îles britanniques. Parmi eux, citons saint Columba d’Iona, qui a ouvert sa propre école en Écosse, saint Brendan, le protagoniste du bien connu voyage initiatique Navigatio sancti Brendani, saint Columba, qui a fondé de nombreux cénobiums dans les royaumes francs et lombards avec son disciple saint Gallus. Tous les saints de l’Église chaldéenne sont également reconnus par l’Église orthodoxe.[↩]
              12. F. Zambon, Metamorfosi del Graal, Roma, Carocci, 2016; pp. 17-18.[↩][↩]
              13. Ibid. p. 22. Nous ne pouvons pas aborder dans le court espace d’un compte-rendu la question ‘séculaire’ du comparatisme entre les formes de chevalerie spirituelle au sein de différentes traditions ; il suffit de dire ici que la prétendue dépendance initiatique de la chevalerie chrétienne sur la ‘chevalerie’ musulmane (futuwwa) n’a jamais été prouvée. Il ne faut pas l’oublier, surtout pour ceux qui prétendent être des critiques de la théorie des emprunts.[↩]
              14. Metamorfosi del Graal, p. 330.[↩][↩][↩]
              15. En effet, dans le texte en vieil allemand qui rapporte une partie de l’histoire racontée par Guénon, il n’est pas question d’une émeraude tombant du front de Lucifer, mais de sa couronne (Der Warburgkriegs édité par K. Simrock, Stuttgart, 1858, pp.174-178, §§ 142-145) : “Et ainsi la couronne s’est révélée glorieuse:/d’après le désir de soixante mille anges,/ Ils ont voulu repousser Dieu du royaume des cieux./Regarde Lucifer, c’est ainsi que c’était à lui!/ Où qu’ils soient, dignes et sages maîtres et prêtres,/ Ils savent que je ne dis que la vérité. /L’Archange/Michel vit la colère de Dieu pour un tel orgueil:/ d’un coup d’épée lui détacha la couronne de la tête:/ Regarde une pierre en est tombée,/Et Perceval l’a ramassée sur terre.” Quelques vers plus loin, on répète que la pierre a jailli de la couronne et non du front : “La pierre qui a jailli de la couronne/C’est celui qui a toujours combattu pour la dignité au prix fort qui l’a trouvée,/Titurel, qui fréquentait de nombreux chevaliers.”[↩]
              16. Dans la Queste, privilégiant un point de vue intériorisant et métaphysique, le Graal ne correspondrait à rien d’autre qu’au cœur – centre intime de tout homme, miroir reflétant l’image divine et donc ‘organe’ ou lieu de la Visio Dei – et dans lequel Galaad représente l’idéal pleinement réalisé du chevalier, dont le Perceval des autres légendes serait une anticipation, une représentation in itinere, une étape encore imparfaite.[↩]
              17. Véase también F. Zambon, Robert de Boron e i segreti del Graal, Leo S. Olschky Editore, Florencia, 1984.[↩]
              18. El neodruidismo fue una nueva forma de druidismo que ha absorbido la religión cristiana, por lo que el cristianismo en las áreas en cuestión (Britannia, Escocia e Irlanda) se llama cristianismo celta. Los monjes cristiano-celtas, que practicaban la ermita, fueron llamados Culdeos, del gaélico Céilí Dé, literalmente ‘compañeros de Dios’. Cada uno siguió las instrucciones de su maestro, sin que existiera una regla común; por esta última razón, algunos discuten si en realidad eran monjes. Pero hasta que San Benito instituyó el gobierno monástico en el Imperio Occidental, cada monje era parte por sí mismo, como indica la palabra griega μόνος, solitario. En cuanto a Irlanda, St. Finnian fundó el monasterio Clonard del que fue maestro. Envió a sus doce discípulos a establecer otros monasterios en las Islas Británicas. Entre ellos mencionamos a S. Columba de Iona, que abrió su propia escuela en Escocia, S. Brendan, protagonista del viaje iniciático Navigatio sancti Brendani, S. Columban, fundador de numerosos monasterios en los reinos de los francos y lombardos junto con su discípulo San Gallo. Todos los santos de la Iglesia Culdea también son reconocidos por la Iglesia Ortodoxa.[↩]
              19. Ibídem. pag. 22. No podemos discutir en el breve espacio de una reseña la cuestión ‘milenaria’ del comparativismo entre las formas de caballería espiritual dentro de las diferentes tradiciones; Baste recordar aquí que la supuesta dependencia iniciática de la caballería cristiana de la “caballería” musulmana (futuwwa) nunca ha sido probada. Esto no debe olvidarse especialmente entre aquellos que afirman ser críticos con la teoría de los préstamos.[↩]
              20. Ibidem, pag. 363.[↩]
              21. Precisamente, en el texto en alemán antiguo que relata parte de la historia contada por Guénon no se menciona ninguna esmeralda caída de la frente de Lucifer, sino de su corona (Der Warburgkriegs editado por K. Simrock, Stuttgart, 1858, pp. 174-178, §§ 142-145): “Y así la corona resultó ser gloriosa: / Después del deseo de sesenta mil ángeles, / Quisieron expulsar a Dios del reino de los cielos. / Mira a Lucifer, así fue ¡suya! / Dondequiera que estén, maestros y sacerdotes dignos y sabios, / Saben que solo digo la verdad. / El Arcángel / Miguel vio la ira de Dios por tal orgullo: / La corona se rompió de su cabeza con la espada: / Mira, una piedra cayó de ella, / Más tarde Perceval la recogió en la tierra “. Unos versos después se repite que la piedra salió de la corona y no de la frente: “La piedra que salió de la corona / El que siempre ha luchado por la dignidad a gran precio / Titurel, que frecuentaba muchos caballeros, la encontró.”[↩]
              22. En estos, privilegiando una perspectiva interiorizante y metafísica, el Grial no correspondería más que al corazón, el centro íntimo de todo hombre, espejo donde se refleja la imagen divina y, por tanto, el ‘órgano’ o lugar de la Visio Dei, y en el que Galaad representa el ideal plenamente realizado del caballero, del cual el Perceval de las otras leyendas sería una anticipación, una representación continua, una etapa todavía imperfecta.[↩]
              23. Cfr. also Francesco Zambon, Robert de Boron e i segreti del Graal, Leo S. Olschky Editore, Firenze, 1984.[↩]
              24. Neo-druidism is a new form of druidism that has absorbed the Christian religion, so Christianity in the affected areas (Britannia, Scotland, and Ireland) is called Celtic Christianity. The Celtic Christian monks, who practiced hermitage, were called Culdei, by the Gaelic Céilí Dé literally “companions of God”. Everyone followed the instructions of his master, without there being a common rule; for the latter reason someone argue that they were not properly monks. But until St. Benedict instituted the monastic rule in the Western Empire, every monk was a part of himself, as the Greek word μόνος, solitary, indicates. As far as Ireland is concerned, St. Finnian founded the Clonard monastery of which he was the master. He sent his twelve disciples to establish other monasteries in all the British Isles. Among them we mention St. Columba of Iona, who opened his school in Scotland, St. Brendan, protagonist of the initiatic journey Navigatio sancti Brendani, St. Columban, founder of numerous monasteries in the kingdoms of the Franks and Lombards together with his disciple St. Gallus. All Saints of the Culdee Church are also recognized by the Orthodox Church.[↩]
              25. Francesco Zambon, Metamorfosi del Graal, Roma, Carocci, 2016; pp. 17-18.[↩]
              26. Ibid. p. 22. We cannot address in the short space of a review the ‘age-old’ question of the comparative nature of spiritual chivalry within different traditions; for this purpose, it is worth remembering that the alleged initiatic dependence of the Christian chivalry on the Muslim chivalry (futuwwa) has never been proven. This should not be forgotten especially among those who claim to be a critical of the theory of loans.[↩]
              27. In fact, in the Old German text that reports a part of the story told by Guénon there is no mention of an emerald falling from the front of Lucifer, but from his crown (Der Warburgkriegs edited by K. Simrock, Stuttgart, 1858, pp.174-178, §§; 142-145):And so the crown was glorious:/After the desire of sixty thousand angels,/ They wanted to push God out of the kingdom of heaven. /Look at Lucifer, that’s how it was his! /Wherever they are, worthy and wise teachers and priests,/They know that I speak only the truth. /The Archangel/Michael saw the wrath of God for such pride:/The crown broke from his head with the sword:/See, a stone fell from it,/Afterwards Perceval collected it on the earth.» A few verses later is repeated that the stone has sprung from the crown and not from the forehead: «The stone that sprang from the crown/It was found by the one who always fought for dignity at a high price,/Titurel, who frequented many knights.»[↩]
              28. In the Queste, privileging an interiorizing and metaphysical optics, the Grail would correspond to nothing but the heart – the intimate centre of every man, mirror where the divine image is reflected and, therefore, “organ” or place of the Visio Dei – and in which Galahad represents the knight’s fully realized ideal, of which the Perceval of the other legends would be an anticipation, an itinerant representation, a stage still imperfect.[↩]

              2. Puruṣa Sūkta

                Analisi del Puruṣa Sūkta

                L’inno chiamato Puruṣa Sūkta, in quanto ha Puruṣa come divinità, consiste in sedici versi ṛk e costituisce il novantesimo inno del decimo maṇḍala della Ṛg Veda Samhitā1. La Saruvānukramaṇī di Kātyāyana (LX.5) indica Nārāyaṇa come il veggente (ṛṣi) che ne fu l’autore e Puruṣa come la divinità (devatā) a cui s’indirizza. Il clan d’appartenenza del ṛṣi non è stato tramandato. La divinità chiamata Puruṣa è l’essenza stessa della manifestazione del mondo, annoverata anche come venticinquesimo tattva del Sāṃkhya; non deve perciò essere confuso con la persona umana, anche se puruṣa è parola sanscrita di uso comune in tutti i vernacoli dell’India per definire l’uomo. Ānandatīrtha2 afferma che Puruṣa è chiamato così per la sua pienezza in quanto rappresenta la totalità dell’esistenza. Sāyaṇa (?-1387)3 spiega che l’essenza dellla manifestazione è chiamata Puruṣa per distinguerla dalla Prakṛti non manifestata (avyakta) e dai suoi prodotti quali mahat e così via. In accordo con Śaunaka4, Puruṣa è il creatore e la causa efficiente dell’universo. I primi quindici versi del Sūkta sono in anuṣṭup chanda, l’ultimo in triṣṭup. Nella Vājasaneyi Saṃhitā, l’anuṣṭup usato qui è più specificatamente definito come nicṛd anuṣṭup (metro difettoso).

                Mantra X.90.1

                sahasrá śīrṣā purúṣaḥ sahasrākṣaḥ sahasrápāt

                sa bhūmím viśvató vṛtvā atyátiṣṭhat daśāṅgulam

                Il Puruṣa ha mille teste, mille occhi, mille piedi. Pervadendo in ogni parte l’universo, Egli colma le dieci direzioni (aṅgula) dello spazio.

                1. sahasrá śīrṣā purúṣaḥ sahasrākṣaḥ sahasrápāt

                L’espressione sahasra, mille, non va presa in senso letterale. Significa molti, innumerevoli. Lo Śatapatha Brāhmaṇa (VIII.7.4.11) usa il termine sakala, tutto, intero, come sinonimo di sahasra. Sāyaṇa propone che l’espressione sahasra sia da prendere in senso metaforico che, implicitamente, sta per infinito. Il Puruṣa ha qui un corpo che tutto comprende, universale (brahmāṇḍa deha), forma aggregata o totalità di tutte le creature viventi (sarva prāṇi samaṣṭi rūpa). Secondo Sāyaṇa, questo designa Virāṭ di cui si tratterà commentando il verso 5. Egli ha, dunque, innumerevoli teste, occhi e piedi nel senso che le teste, gli occhi e i piedi di tutti gli esseri sono, di fatto, le teste, gli occhi e i piedi del solo Puruṣa. Inoltre, quelle membra del corpo sono menzionate come parte per il tutto, cioè sono usate per intendere implicitamente tutte le parti del corpo degli esseri individuali. Esse sono tutte incluse nel corpo o forma di Puruṣa.

                Per l’uso di sahasra, mille, in senso di innumerevole, si vedano anche altri passaggi del Ṛg Veda, come sahasra śṛinga vṛṣabha, il toro dalle mille corna (VII.55.7); sahastra dhāra, mille torrenti (IX.101.6); sahasradhā mahimānaḥ, mille involucri di gloria (X.114.8); sahasra dāna, mille doni (IX.58.4); sahasra rātayaḥ, mille moderate ricchezze (I.11.8); sahasra ayutā dātā, dispensatore di miriadi di offerte, sahasra cetaḥ, mille esseri coscienti e così via. Anche nella Vājasaneyi Saṃhitā (VS) dello Yajur Veda bianco (XVII.71), Agni è descritto con mille occhi, dotato di cento correnti vitali e di un migliaio di soffi, e come supporto del mondo per migliaia di esseri.

                I primi due mantra del Puruṣa Sūkta sono ripetuti testualmente nella Śvetāśvatara Upaniṣad (III.14.15) assieme alla loro spiegazione.

                Lo Śatapatha Brāhmana (VIII.7.4.11) definisce sahasra, nel senso di tutto intero, come la perfetta misura, immagine o descrizione dello Spirito Supremo.

                Come s’è visto, le tre membra menzionate in questo contesto sono la testa, gli occhi e i piedi. Simbolicamente la testa rappresenta la volontà (saṃkalpa), gli occhi la capacità di vedere, la conoscenza (darśana) e i piedi il movimento, l’azione e le relazioni (vyavahāra). Il significato è che tutte le decisioni, le conoscenze e le attività nel mondo sono realmente compiute dal Puruṣa.

                Delle tre descrizioni del Puruṣa, il primo, sahasra śīrṣa (dalle mille teste), non si ritrova nel corpus ṛgvedico. Il terzo, sahasra pāt, si trova solo in un altro passo nel RV (VIII.69.16) in connessione con la lode al Sole. Si deve notare che pāda (piede) è usato anche per designare i raggi di luce (raśmi); perciò sahasra pāt si riferisce naturalmente a Sūrya, il sole. Il secondo epiteto, sahasrākṣa, invece, si trova in altri quattro passaggi: sahasrākṣā dhyaspatī (I.23.3), riferito a Indra e a Vāyu insieme; sahasrākṣo vicarṣaṇiḥ (I.79.12), attribuito ad Agni; tasmai sahasram akṣibhir vi cakṣe (X.79.5) per descrivere Agni; e sahasrākṣeṇa śata śāradena (X.161.3) riferito a Indra o all’offerta oblata nel fuoco o, ancora, alla divinità che distrugge la malattia conosciuta come rāja yakṣma (tubercolosi).

                Da queste testimonianze è facile capire che l’idea di Puruṣa comprende il concetto di Agni, Indra, Vāyu e Sūrya. Nel quadro delle divinità del trimundio, Agni è la divinità della terra, Indra-Vāyu della regione intermedia e Sūrya del regno celeste. Agni, come anche Viṣṇu dal triplice passo (tripāt), è una forma di Sūrya. Infatti, il Puruṣa Sūkta è tradizionalmente considerato una eulogia di Viṣṇu, nel suo ruolo di Sūrya, di Agni e della personificazione del sacrificio (yajño vai Viṣṇuḥ. Taittirīya Saṃhitā (TS) dello Yajur Veda nero, III.1.10). Sūrya è identificato anche con Viśvakarman (ṚV X.170.4), il creatore di tutto; egli fa tre giganteschi passi (trivikrama: mattino, mezzogiorno e sera) e per questo è chiamato tripāt o semplicemente Viṣṇu, colui che pervade (la terra, il cielo e l’atmosfera). In tale senso simboleggia l’essenza (rasa) di tutta l’esistenza, il centro principale dell’esistenza, di cui Agni, Sūrya e Indra-Vāyu sono solo le forme.

                2. bhūmim viśvato vṛtvā atyatiṣṭhat

                La parola bhūmi (letteralmente terra) qui sta a significare l’intero universo (della forma sferica dell’Uovo del mondo –Brahmāṇḍa golaka rupām-, a detta di Sāyaṇa) e include, per le implicazioni, tutti e tre i regni, bhūḥ, bhuvaḥ e svaḥ. Il Puruṣa comprende questo, lo cinge da tutte le parti (sarvato pariveṣṭya), vale a dire che Egli penetra tutto ciò che è qui senza lasciare alcuno spazio vuoto. Lo fa suo fondamento (adhiṣṭāya), dice Sāyaṇa. Riempie tutta l’esistenza, e per questo è chiamato Puruṣa (pūrayati, pṛṇati, vyāpnoti). Tale onnipervadenza è dovuta al suo potere e alla sua maestà (svamahimnā).

                3. daśāngulam

                La grandezza del Puruṣa supera l’universo che Egli contiene. L’eccesso della misura del Puruṣa è descritto di dieci aṅgula. Aṅgula è la misura del pollice indiano, la grandezza di un digito, uguale a otto granelli di orzo posti uno di seguito all’altro. Si dice che dieci di questi aṅgula siano la misura dell’altezza di un uomo o prādeśa mātra, che è anche il metro di misura per la costruzione dell’altare sacrificale (yajña vedi). È lo Śatapatha Brāhmaṇa (X.2.1.2) che ci fornisce questo computo.

                Lo stesso testo (X.6.1.2) suggerisce che quella misura rappresenti Agni Vaiśvānara, la persona che, pervadendo il corpo umano, lo anima; è collocato al suo interno e perciò si dice che è la forma dell’uomo (puruṣa vidha).

                Il puruṣa vidha è rappresentato dal volto, da quello spazio situato tra la parte alta della fronte (mūrdhā) e la linea più bassa del mento (cibuka). Śaṃkara spiega quale ne sia il significato per mezzo del prādeśa mātra nei suoi commenti alla Chāndogya Upaniṣad (V.18.1) e ai Vedānta Sūtra (I.2.31).

                Il corpo di Vaiśvānara si estende dal cielo alla terra, comprendendo i tre regni, il cielo splendente degli astri (dyauḥ), lo spazio intermedio (antarikṣa) e la terra (pṛthivī)5. A livello individuale, tale estensione va dalla parte alta della fronte all’estremità del mento, in cui è rappresentato il trimundio. Il significato da prādeśa mātra è quello di stabilire i due limiti (mūrdhā in alto e cibuka in basso) e di misurare l’ampiezza dello spazio tra essi compreso. Ciò è detto corrispondere a daśāṅgula. Qui il Puruṣa può essere visualizzato facilmente: tale è la ragione per la menzione speciale di questa parte.

                Mahīdara, da un altro punto di vista, considera le misure daśāṅgula in riferimento al cuore, dove il Puruṣa dimora, che è sopra all’ombelico (nābhi) alla distanza di dieci aṅgula. Il Puruṣa è la luce che risplende nel loto del cuore, che è anche la sede dell’anima.

                Bhaṭṭa Bhāskara, nel suo Taittirīya Āraṇyaka Bhāṣya (II.12.11) è della stessa opinione: d’accordo con Mahīdara, lo spazio del cuore (hṛdayākāśa) è della misura di daśāṅgula. Bhaṭṭa afferma che le espressioni cuore, cielo e Puruṣa sono tutte sinonimi.

                In alternativa, l’espressione daśāṅgula si riferisce al cielo luminoso, perché Puruṣa trascende le regioni della terra di dieci aṅgula e stabilisce se stesso nel cielo più alto, e non al di sotto di dieci aṅgula.

                C’è un altro punto di vista che riferisce daśāṅgula allo spazio in bocca, tra le due mandibole, di cui si dice che rappresenti lo spazio nell’universo.

                Tuttavia, Sāyaṇa afferma che daśāṅgula è solamente un’espressione simbolica, che significa che Egli non può essere misurato o indagato in modo definito. Il significato è che Puruṣa è al di là di tutte le cose e superiore a tutto: pervade non solo tutto ciò che esiste (sat), ma anche ciò che non esiste (asat). La parola atyatiṣṭhat significa ‘che trascende’ (atikramya sthitavān).

                Mantra X. 90. 2

                purúṣa evedam sarvam yat bhūtam yat ca bhavyám

                uta amṛtatvas yá īśāno yat annéna atiroháti

                Questo Puruṣa è tutto quello che è stato (bhūta) e tutto quello che sarà (bhavya); Signore (Īśāna) d’immortalità (amṛta), cresce ancor più grande grazie al cibo.

                La traduzione di ciò che segue (cresce ancor più grande grazie al cibo, “yad annena atirohati”) necessita, però, di un chiarimento.

                1. puruṣa evedam sarvam yat bhūtam yat cha bhavyam

                L’asserzione che Puruṣa è tutto questo (idam) che esiste ora ci è rivelato in base alle indicazioni suggerite dalle ultime parole del mantra precedente. Se qui bhūmi si riferisce a tutta l’estensione spaziale dell’esistenza comprendente le tre regioni soggette al cambiamento (vikāra jātam bhūmyādikam sarvam, come dice Bhaṭṭa Bhāskara), l’espressione idam è usata per comprendere anche il triplice tempo: presente (bhavat), passato (bhūtam) e futuro (bhavyam). E, come nel caso di bhūmin, di conseguenza Egli trascende non la sola bhūmi, ma l’intero idam. In altre parole, Egli è al di là dello spazio e del tempo, è immutabile ed eterno. Immutabilità è oltre bhūmi ed eternità è oltre idam. Nella Kaṭha Upaniṣad (IV.12-13) si trova la descrizione di Puruṣa che risiede nel centro dell’essere individuale (madhya ātmani) come ‘il signore di entrambi, il passato e il futuro’ (includendo per implicazione il presente sa evādya): le parole usate in questa śruti sono esattamente le stesse del mantra in esame.

                Nella Śvetāśvatara Upaniṣad (VI.5) c’è un’esplicita affermazione che Egli è oltre il triplice tempo (paras-trikālāt). Il Puruṣa è senza dubbio tutto quello che c’è nello spazio e nel tempo, ma si estende oltre la dimensione spazio-temporale dell’esistenza fenomenica. Questa trascendenza è ciò che è stato definito qui amṛtatva, come sarà spiegato fra breve. A proposito della sua signoria, troviamo nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (II.5.16) che questo Ātman (o Puruṣa) è il Signore di tutti gli esseri, il monarca di tutti gli esseri. Come i raggi s’innestano al mozzo della ruota, tutti gli esseri, tutte le divinità, tutti i mondi e tutte le energie dimorano in questo Sé.

                In un altro passaggio (BU IV.4.22), si dichiara che Egli è il signore di tutto (Īśāna), il sovrano (adhipati) di tutto.

                2. uta amṛtatvasya Īśānaḥ

                Puruṣa è il signore (Īśāna) dell’immortalità (amṛtatva). C‘è un altro mantra nel Ṛg Veda (V.58.1) dov’è espressa la stessa idea. I Marut, associati a Vāyu6, sono detti dominare l’immortalità. Veṅkaṭamādhava7 spiega la mortalità (cioè essere sottoposto al cambiamento, decadimento e morte) come la conseguenza dell’abbandono da parte di Puruṣa delle cose e degli esseri animati e inanimati o delle divinità che li presiedono. Tali divinità sono le facoltà di sensazione e di azione.

                Questo è perché, in accordo con il Śatapatha Brāhmaṇa (10.5.2.16), è irrilevante chiedere se la morte sia una o molteplice. Potrebbe essere una o molte. Per i mondi il Sole è uno senza un secondo. Se esso ritira la sua presenza, c’è un’unica morte per l’intero universo. Ma il Sole è anche presente in modo separato per gli esseri individuali; e, se la sua presenza è annullata per uno degli esseri, c’è la morte di quel particolare essere. La morte, in questo caso, è molteplice.

                Nel presente contesto il Sole è il Puruṣa. La morte consiste nel ritrarsi della sua presenza.

                Sulla base di tali considerazioni, l’assenza di mortalità, vale a dire l’immortalità, corrisponde alla presenza di Puruṣa come controllore interiore (antaryāmin) di tutte le cose e di tutti gli esseri. In maniera significativa in BU (III.7.15) questa presenza come antaryāmi è identificata all’essenza immortale (antaryāmyamṛtaḥ).

                Ātman (Puruṣa) dimora, dunque, in tutti gli esseri, distinto da tutti essi; gli esseri non possono conoscerlo completamente; tutti gli esseri, però, gli forniscono una forma fisica, ovvero il corpo; ed Egli controlla tutti gli esseri dall’interno. “Questo è il tuo Sé, il controllore interno, l’immortale”, così dice Yājñavalkya a Uddālaka Aruṇi (BU III.7.3-13).

                Sāyaṇa interpreta amṛtatva come sinonimo di devatva, la condizione di divinità. Gli Dei sono per definizione immortali; essi non soffrono cambiamento, decadenza o morte. In questo senso, essendo il signore dell’immortalità può significare il signore degli Dei. Il passato, il presente e il futuro valgono per le cose e per gli esseri della terra e della regione intermedia. Gli Dei sono gli abitanti del regno superiore (dyauḥ), sono oltre la prigione dello spazio e del tempo. Il dominio di Puruṣa si estende al di là della terra e anche della regione intermedia dei cieli.

                Sebbene questa interpretazione sia possibile, non appare totalmente accettabile, perché questa metà del verso (amṛtátvasyeśānaḥ) è unita all’altra metà (yad annénātiroháti), e non può essere presa separatamente. In ogni caso il significato della seconda metà del verso non è facile da comprendere. Inoltre, ‘immortalità’ ha una sfumatura di significato che è più che mancanza di morte. Un indizio è offerto nel Nairukta Nighaṇṭu8, dove amṛta è incluso sotto i nomi dell’oro (hiraṇya nāmāni). Sebbene il significato di amṛta sia ‘libero da distruzione e morte’, il testo cita in modo significativo un passaggio dal Ṛg Veda (I.72.1) per giustificare la sua interpretazione della parola nel senso di Yāska. Però qui non si trova una spiegazione. Il passaggio citato si riferisce, secondo Sāyaṇa, ad Agni che concede oro ai suoi devoti.

                Sāyaṇa interpreta qui il termine amṛtāni come riferito all’oro (hiraṇyanāmaitat) e a sostegno cita un passaggio dall’Atharva Veda (V.28.11 o IX.26.1). Ma trova inappropriato tale significato quando è costruito con cakrāṇo (kurvan, ‘facendo’) e così preferisce cambiare il senso di cakrāṇo, ‘fare dono’ (prayacchan). Se si dovesse rimanere al più normale significato di ‘facendo’ per cakrāṇo, Sāyaṇa propone di interpretare la parola amṛtāni come cessione delle offerte sacrificali agli Dei da parte di Agni. Questo è assolutamente inverosimile. Deve essere detto che nel Nairukta Nighaṇṭu c’è una spiegazione fornita dal glossatore Devarājayajvā. L’oro non scompare o si perde, qualsiasi forma gli sia fatta assumere; è in questo senso che è amṛta.

                Bisogna anche evidenziare che la Praśna Upaniṣad (II.5) unisce amṛta a sat (ciò che è reale, ciò che è essere) e ad asat (ciò che era in passato o sarà in futuro, ma che ora non esiste). Amṛta qui è il fondamento comune per entrambi, essere e divenire. Il mantra vedico in esame parla del Puruṣa che è tutto questo (idam), cioè sat o Essere, e anche ciò che era in passato (bhūtam) e sarà in futuro (bhavyam) cioè asat o quello che non è attualmente presente, e continua descrivendolo come il ‘signore di amṛtatva’. La realtà e le apparenze (sat e asat o idam e bhūta-bhavya) sono rese possibili dal sostrato che è comune a entrambe, cioè il Puruṣa. Essere e Divenire sono alimentati dal cibo (annena atirohai) e mantenuti dal Puruṣa. È la presenza e solo la presenza di Puruṣa che rende possibile tutto ciò. Egli continua ad essere presente nella realtà come nelle apparenze, proprio come l’oro rimane lo stesso in qualsiasi monile che sia stato forgiato con esso. Questo è il senso in cui il Nairukta Nighaṇṭu considera l’espressione amṛta. È il Sé come regolatore interno (antaryāmin) che è reale e persiste anche in mezzo a tutto il cambiamento: in questo senso è immortale.

                Mahīdhāra interpreta amṛtatva come la Liberazione (mukti), che è eterna; e descrive il Puruṣa come il signore di ciò, nel senso che Egli concede questo ai suoi devoti secondo il loro volere. Secondo Mahīdhāra, il Puruṣa è il signore sia della Liberazione sia dell’esistenza fenomenica, che è causata e mantenuta da anna. In questo contesto il significato è che il Puruṣa è il vero Sé (Ātmā), che è profondamente nascosto in tutte le creature. È la realtà immanente, il regolatore interno. Realizzare questo è la Liberazione (mukti).

                3. yat annena atirohati

                Come già indicato, il secondo verso del mantra, dove è detto che egli cresce per mezzo del cibo, ha due parti distinte necessariamente interconnesse. Mentre la prima parte potrebbe forse essere presa in un senso indipendente, la seconda, proprio per la sua struttura, dipende da ciò che la precede. La parte del discorso che le connette è il pronome relativo yat, di genere neutro e in caso nominativo, il cui preciso significato nella presente proposizione è piuttosto incerto. Potrebbe essere semplicemente una parola riferita a tat (Quello, il Puruṣa). Poiché Puruṣa, è di genere maschile (Īśānaḥ), il pronome relativo yat può anche essere interpretato come se fosse yaḥ, poiché tale trasposizione è frequente nei passaggi vedici. La frase, allora, potrebbe essere resa con una di queste due traduzioni:

                Il Puruṣa, che cresce e ascende grazie ad anna, è anche il signore dell’immortalità.

                Oppure

                Il Puruṣa, benchè signore dell’immortalità, tuttavia cresce e ascende grazie ad anna.

                C’è un altro significato che può essere attribuito a yat. Sāyaṇa ha inteso yat come la contrazione di yasmāt (perché di) con valore causale (hetu). Che ciò sia possibile è stato indicato nel dizionario lessicale, Amara Kośa (III.4.3). Il significato, in tal caso, sarebbe: “A causa del potere per cui il Puruṣa è il signore degli esseri, Egli ha provveduto al loro sostentamento producendo il cibo (anna)”. Egli assume la forma dell’intero universo composto dalle creature che fruiscono e dagli oggetti di cui fruiscono. Sebbene faccia così, egli è sempre al di là della condizione causale, cosa per noi incomprensibile, mentre cresce in quanto effetto, ossia l’universo percepito.

                La parola che dà significato all’intera frase è, ovviamente, anna. Si usa far derivare il termine dalla radice ad (bhakṣaṇe, karmaṇi ktaḥ), che ha il senso di mangiare. Anna è ciò che è mangiato dagli esseri viventi (atti), il mangiare, il cibo; ed è anche colui che lo mangia o lo consuma (adyate) cioè il risultato dell’azione (karma-phala). Anna, quindi, sono gli oggetti assimilati dagli esseri viventi per sopravvivere, e anche le inclinazioni karmiche acquisite dagli esseri individuali mentre si procurano il cibo e lo consumano. Tutte le creature sono nate dal cibo e sopravvivono grazie a esso. La Taittirīya Upaniṣad (II.2) descrive il cibo come la cosa più straordinaria nella creazione in quanto tutti gli esseri si sforzano di averlo.

                Mahīdhara interpreta la parola anna proprio come cibo, responsabile dell’essere e del divenire di tutte le creature a partire dall’altissimo Brahmā fino all’infimo verme. Qui il pronome relativo yat è preso nel senso di ‘quello che’, riferito al mondo degli esseri viventi che hanno origine dal cibo e che sono da esso mantenuti in vita; e noi dobbiamo segnalare le parole tasyāpi īśānaḥ che significano che il Puruṣa è il Signore anche di questo.

                C’è un’altra interpretazione che prende anna in un senso molto simile: tale parola allora si riferisce al mondo delle azioni e ai loro risultati, che comprendono questo mondo fisico, che è irreale, e anche i regni celesti raggiungibili grazie ad azioni rituali e religiose, anch’essi irreali. Ciò che qui è interpretata in modo completamente differente è l’espressione atirohati: a-tirohati, ‘non scompaiono o non svaniscono’. Il senso è che amṛtatva, di cui il Puruṣa è il signore, non è oscurato o cancellato dal mondo fenomenico delle azioni e reazioni. È la Realtà che non può essere distrutta dalle apparenze.

                Tuttavia, il Nairukta Nighaṇṭu (III.9) s’interroga: “Cos’è anna?” E risponde: “Anna è così chiamato perché gli esseri viventi ne sono attratti, o perché ne sono privi”. Il termina annam è formato dalla radice ad (bhakṣaṇe, karmaṇi ktaḥ, adyate iti) che ha il significato di mangiare. Anna è il cibo, ciò che è mangiato. Ma la parola è pure derivata dalla radice an (anity anena), che significa respirare (prāṇanārthaka). Il Nighaṇṭu dà come sinonimi di anna, andha, ciò grazie a cui le creature vivono (secondo Kṣīrasvāmī9); brahma, ciò che fa sì che le creature crescano e che cresca lui stesso a causa delle creature; infine, varca, dīptau, luminoso, che dà luminosità al corpo. Anna, derivato dalla radice che ha il senso di muoversi o di andare (gatyartha), ha ugualmente il significato di conoscere (jñānārtha); anna, perciò, significherebbe anche conoscenza. Secondo il Siddhānta Kaumudi10, anna, significa il Sole (Sūrya). Allora si può accettare che la definizione data dal Nairukta Nighaṇṭu potrebbe applicarsi in modo egualmente giustificabile a tutte queste parole: cibo, prāṇa, Brahman, jñāna e Sūrya. Ed è per questo che il Puruṣa va oltre la propria natura di Essere immanifesto, inaccessibile ai nostri mezzi di conoscenza, assolutamente unitario e pura Coscienza, e si manifesta come il Puruṣa avviluppato nel mondo della relazione (vyvahāra prapañca).

                La Muṇḍaka Upaniṣad (I.1.8) dichiara che Brahma manifestò per mezzo del tapas (ascesi o volizione); da Brahma venne fuori anna e da anna emersero prāṇa, manas (la mente), satya (la verità), lokāḥ (i mondi di nostra esperienza) e amṛta (l’immortalità) nelle azioni.

                Altrove, nello stesso testo (MuU I.1,9), si trova la spiegazione che il tapas, sorgente di tutta la creazione, è della natura di intensa e profonda conoscenza. È da questo tapas che sorgono Brahmā (il principio fondamentale dell’esistenza fenomenica), nāma-rūpa (i nomi e le forme che costituiscono l’esistenza fenomenica), e anna.

                Le parole amṛtatva e atirohati nel presente mantra, in verità, devono essere considerate insieme, perché entrambe sono impiegate nel Ṛg Veda in modo significativo. In numerosi mantra, amṛtatva, nel senso di immortalità come è stato spiegato, è usato con speciale riferimento ad Agni. Il ṚV (I.31.7) afferma che “ogni giorno Agni eleva ciò che è mortale alla condizione più alta d’immortalità”. “Per grazia di Agni, la visione dei regni celesti e l’immortalità sono ugualmente assicurate” (ṚV I.72.10). “Dall’oceano uscirono le dolci acque [da cui è sorto Agni] che costituiscono l’ombelico di quest’immortalità” (ṚV IV.58.1). “Agni era ricorso agli Dei che sono desiderosi di difendere questa immortalità” (ṚV I.96.6). “I riti di Agni-Vaiśvānara portano a questa immortalità” (ṚV VI.7.4). “Agni è invocato per desiderio di questa immortalità” (ṚV IX.52.5). “Agni-Saucīka aiuta gli Dei a raggiungere l’immortalità” (ṚV X.53.10). “Savitṛ, assumendo la forma di Sūrya, che a sua volta è la forma espressiva di Agni, è anche associato a questa immortalità e aiuta il mortale a ottenerla” (ṚV I.110.3). “Tramite riti sacrificali Savitṛ procurò agli Dei l’immortalità in epoca primordiale” (ṚV IV.54.2).

                L’altra espressione è atirohati, che letteralmente significa montare su, ascendere, arrampicarsi. Suggerisce un movimento in salita, un trascendere, una crescita a un più alto stato o livello dell’essere. Vi sono parecchi mantra nel Ṛg Veda dove la medesima espressione è usata, per lo più riferita a Sūrya. “Sūrya sorge al firmamento luminoso o ai cieli” (ṚV I.50.11); “Quando noi ci alziamo Sūrya è visto sorgere nel vasto oceano superiore (il regno celeste o il principio del tempo, kāla)” (ṚV X.37.8). “Varuṇa e Mitra fanno ascendere il sole agli alti cieli” (ṚV IV.13.2). Oppure è “Indra che spinge Sūrya a sorgere in cielo, così che possa essere visto per tutto il tempo” (ṚV I.7.3). La lotta di Indra con il demone dell’oscurità e della costrizione, Vṛtra, è collegata al salire del sole al regno celeste (ṚV I.51.4); Indra aiuta Sūrya a salire nel cielo così che sulla terra è facilitato il processo di maturazione (ṚV VIII.89.7). In un altro mantra (ṚV X.156,4) Agni è collegato al sorgere di Sūrya nel vasto cielo così che la luce possa splendere su tutte le creature.

                Agni, divinità appartenente alla regione terrestre, è menzionato circa diciotto volte in connessione con anna nei mantra del Ṛg Veda. Similmente, Indra, Dio della regione intermedia, è associato ad anna altrettanto spesso (circa quattordici volte). Quindi si comincia a comprendere l’espressione annena atirohati quando è considerata nella funzione di Sūrya di sorgere dalla regione terrestre e da quella intermedia fino a raggiungere la regione celeste, assistito da Agni e da Indra. Bisogna notare che il Puruṣa Sūkta usa altre espressioni in sinonimia con atirohati: ūrdhva udait, vyakrāmat e ajāyata. In tutti questi contesti, i ruoli di Sūrya (dyus sthāna), Indra (madhyama- sthāna), Agni (pṛthivi sthāna) sono uniti nel personaggio onnipervasivo di Viṣṇu, che è, infatti, il primo significato di Puruṣa.

                Rimane, però, da considerare perché amṛtatva sia stato messo in relazione con atirohati. Se atirohati ha il significato di trascendere la terra e la regione mediana (con tutte le creature che vi dimorano) nell’ascesa al regno dei cieli splendenti (dyus sthāna, dove Sūrya dimora), amṛtatva deve riferirsi alla realtà di questo dominio celeste luminoso (cfr. il prossimo mantra, amṛtam divi). Frequentemente gli Dei, abitanti del regno celeste (dyus sthānad devāḥ), sono associati ad amṛtatva (e. g. 10.53.10, devā; 10.52.5, yathā vo devā varivaḥ karāṇi). E ati-rohaṇa (trascendenza) è così spesso associata con regno celeste, che è indicato come amṛtasya loka (ṚV X.85.20)11.

                Amṛtatva, l’immortalità, come s’è appena spiegato, è la negazione di mṛtyu, la morte, il decadimento e la distruzione. Durgācārya12 (su Nirukta, XI.1.8) spiega che mṛtyu è sinonimo di madhyama prāṇa; esso uccide l’essere individuale, come fa il madhyama–prāṇa quando sale alle regioni più alte, portando con sé le correnti vitali che mantengono in vita il corpo.

                Quindi l’espressione ukrāmati, ‘va su’, è sinonimo di atirohati, ‘ascende, trascende’. Dove va il madhyama prāṇa, ossia la regione da raggiungere con l’ascesa, è amṛtatva, oltre il potere della morte: questo è ovviamente il luogo luminoso (dyus sthāna o divi), dove la divinità reggente è Sūrya. Yāska (Nirukta, uttara ṣaṭka, XII.2.3) spiega che Sūrya è così chiamato perché si arrampica verso l’alto (sarpaṇa), va e viene nel cielo (sarati ākāshe), genera tutte le creature (prasuvati), e ispira e spinge tutte le creature nelle loro peculiari attività (preraṇa). Durgācārya considera l’ultimo particolare come un’allusione a Vāyu, il vento che spinge il movimento del Sole.

                Il muoversi circolarmente nel cielo ed essere spinto in alto da Vāyu indicano l’ascesa attraverso la regione intermedia. Yāska, inoltre, cita un passaggio ṛgvedico (udutyam jātavedasam; ṚV I.50.1) e sottolinea che l’ascesa del sole avviene perché tutte le creature la contemplino e traggano vantaggio dai raggi del sole, che sono raggi di conoscenza (ketavaḥ, prajñā-nāma, Nighaṇṭu III.9).

                Egli continua citando un altro passaggio vedico dove Sūrya è esaltato come colui che colma con la sua maestà tutto il regno celeste, la terra e la regione mediana, in quantto vero Sé di tutte le cose e di tutti gli esseri (Nirukta XII.16). Sūrya ha un aspetto trascendente in quanto ‘trascende’ (ati-rohati); in questo aspetto nell’orbita solare è lo spirito che illumina il trimundio, essendo egli stesso il più alto regno (divi) che signoreggia dal di fuori (Īśāna). C’è anche una presenza immanente in quanto antaryāmin, come colui che risiede nell’occhio destro, e come l’immortale spirito essenziale (amṛta). Il concetto di Puruṣa comprende entrambi gli aspetti.


                1. Altrimenti definito anche aṣṭaka VIII, adhyāya 4, varga 17-19.[↩]
                2. Noto come Madhvācārya (1238–1317), fondatore della scuola Dvaita Vedānta.[↩]
                3. Celebre autore del commento dei Veda intitolato Vedārtha Prakashan. Fratello cadetto di Vidyāraṇya, divenne primo ministro di Bukka Raya Saṅgama, imperatore di Vijayanagara; probabilmente fu un esponente del Mīmāṃsā darśana.[↩]
                4. Nome di un famoso grammatico sanscrito, autore del Ṛgveda Prātiśākhya.[↩]
                5. Nella Māṇḍūkya Upaniṣad, Vaiśvānara è il nome dello stato di veglia (jāgrat avasthā). È dunque evidente che terra, atmosfera e cielo sono tutti compresi nel jāgrat avasthā e che, quindi, non corrispondono affatto all’avasthātraya, com’è sostenuto da alcuni che non conoscono tale dottrina.[↩]
                6. Vāyu sta per il prāṇa principale che sta in bocca e i Marut per i cinque prāṇa che sono le sue funzioni situate nei vari organi.[↩]
                7. Commentatore del Ṛg Veda del XI secolo.[↩]
                8. Opera di Yāska, è il più importante testo di Nirukta.[↩]
                9. Grammatico, commentatore di Amarakoṣa.[↩]
                10. La Siddhānta Kaumudī è un commento critico ai Sūtra di Pāṇini di Bhaṭṭojī Dīkṣita, grammatico del XVII secolo.[↩]
                11. Vedi anche rohayo divi (ṚV X.156.4); divi ārohayo (ṚV I.151.4); āsūryam rohayad divi (ṚV I.7.3); rohayo divi (ṚV VIII.89.7). [↩]
                12. Commentatore dell’opera di Yāska.[↩]