Salustio
6. Sugli Dei e il mondo
a cura di Paolo Bagnato
XV. L’ASSIMILAZIONE AGLI DEI
1. Da queste cose è risolta anche la questione sui sacrifici e sugli altri onori resi agli Dei. Di per sé, infatti, il divino non manca di nulla e gli onori che gli si rendono sono in realtà a nostro beneficio.
2. La Provvidenza degli Dei si estende dappertutto e per riceverla c’è bisogno solo della nostra idoneità: ogni idoneità nasce per imitazione e somiglianza1, perciò i templi imitano il cielo, gli altari la terra, le statue la vita – per questo sono fatte a immagine degli esseri viventi -, le preghiere l’intellettuale, i simboli le ineffabili potenze superiori, le erbe e le pietre2 la materia, i sacrifici animali la vita irrazionale che è in noi3.
3. Da tutte queste cose agli Dei non viene nessun vantaggio – infatti quale vantaggio potrebbe venire a un Dio?4 – a noi invece viene l’unione con Essi.
XVI. I SACRIFICI
1. È opportuno, credo, aggiungere qualche parola sui sacrifici. Innanzitutto, poiché riceviamo ogni cosa dagli Dei, è giusto offrire ai nostri donatori le primizie dei loro stessi doni: offriamo le primizie dei beni per mezzo di offerte votive, quelle dei corpi attraverso i capelli5, quelle della vita attraverso i sacrifici. Inoltre, le preghiere senza i sacrifici sono soltanto parole, ma le parole insieme ai sacrifici sono vivificate, poiché la parola potenzia la vita e la vita vivifica la parola. Inoltre la felicità di ogni cosa consiste nel proprio compimento, e per ciascuno il proprio compimento è l’unione con la propria causa: per questo motivo noi preghiamo di unirci agli Dei.
2. Poiché, dunque, la vita degli Dei è quella principale, mentre la vita dell’uomo ne è un tipo, e questa vuole unirsi a quella, c’è bisogno di una mediazione: infatti, niente di ciò che è molto distante si unisce senza mediazione. Il mediatore deve però essere simile a ciò che unisce: il mediatore della vita doveva, dunque, essere vita. Per questo gli uomini, non solo quelli che sono felici ora, ma anche tutti quelli che lo erano prima, sacrificano gli animali; e questi sacrifici non sono fatti scioccamente ma a ciascun Dio ciò che conviene, insieme a molti altri riti religiosi. E su questo argomento può bastare.
XVII. L’IMMUTABILITÀ DEL MONDO
1. Si è già stabilito che gli Dei non distruggeranno il Mondo, ma di seguito bisogna dire che questo possiede una natura incorruttibile: infatti tutto ciò che si distrugge o si distrugge da sé o è distrutto da qualcos’altro. Se, infatti, il Mondo si distruggesse da sé, anche il fuoco dovrebbe necessariamente bruciare sé stesso e l’acqua disseccare sé stessa; se fosse distrutto da altro, questo dovrebbe essere qualcosa di corporeo o di incorporeo. 2. Ma è impossibile che sia distrutto da qualcosa di incorporeo, perché le cose incorporee, come la natura e l’anima, conservano i corpi e nulla è distrutto da ciò che per natura lo conserva; se invece fosse distrutto da qualcosa di corporeo, lo sarebbe o da qualcosa che esiste o da altro. Se fosse qualcosa che esiste o qualcosa che si muove in cerchio distruggerebbe ciò che si muove in linea retta oppure ciò che si muove in linea retta distruggerebbe ciò che si muove in cerchio. 3. Ma ciò che si muove in cerchio non ha una natura distruttiva6 – infatti, perché altrimenti non vediamo mai nulla distrutto così? – né ciò che si muove in linea retta può toccare ciò che si muove in cerchio – infatti perché altrimenti fino ad ora non ne sono stati capaci? – ma i corpi che si muovono in linea retta non possono distruggersi l’un l’altro: infatti la distruzione di uno è la nascita di un altro, ma questo non è distruzione bensì mutamento7. Se invece il Mondo venisse distrutto da altri corpi, da dove proverrebbero e dove sarebbero ora? A questo non si può rispondere.
4. Inoltre, tutto ciò che è distrutto, è distrutto o nella forma (εἶδος)8 o nella materia (ὕλη)9. La forma è la figura (σχῆμα)10, la materia è il corpo (σῶμα); e se fossero distrutte le forme ma rimanesse la materia, vedremmo nascere altre cose; se invece fosse distrutta la materia, com’è che in tanti anni non sarebbe mai venuta meno?
5. Se poi al posto di quella che è distrutta nascesse altra materia, nascerebbe o da ciò che è o da ciò che non è: ma se nascesse da ciò che è, dato che ciò che è sempre permane, allora anche la materia esisterebbe sempre; se invece ciò che è viene distrutto, si dice che non solo il Mondo, ma che tutte le cose verrebbero distrutte. Se invece la materia nascesse da ciò che non è, innanzitutto sarebbe impossibile che qualcosa provenga da ciò che non è, se poi questo avvenisse e fosse possibile che da ciò che non è provenga la materia, esisterà anche la materia finché esiste ciò che non è11; infatti non si può mai distruggere ciò che non è.
6. Se si dice che la materia rimane senza forma, innanzitutto perché questo non accadrebbe alle parti, ma al Mondo nella sua interezza? In secondo luogo, riguardo i corpi, si distrugge così solo la bellezza e non l’esistenza.
7. Inoltre, tutto quello che viene distrutto o si disperde in ciò che lo ha generato oppure sparisce nel non essere. Ma se si disperdesse in ciò che lo ha generato, nascerebbero di rimando altre cose – infatti perché in principio nacquero? – se invece ciò che esiste sparisse nel non essere, cosa impedirebbe che anche il Dio subisca questa cosa? Se si dice che glielo impedisce la sua potenza, rispondiamo che non è proprio di chi è potente salvare solo se stesso12 e, allo stesso modo, è impossibile che da ciò che non è nasca ciò che esiste e che ciò che esiste scompaia nel non essere13.
8. Inoltre il Mondo, se fosse distrutto, sarebbe necessariamente distrutto o secondo natura o contro natura: ciò che è contro natura non può essere precedente alla natura. Se il Mondo perisse contro natura, sarebbe necessario che ci esistesse un’altra natura che cambiasse la natura del Mondo: cosa che non si presenta.
9. Inoltre, tutto ciò che viene distrutto per natura, possiamo distruggerlo anche noi: ma nessuno ha mai cambiato il corpo circolare del Mondo né lo ha mai distrutto; se da una parte è possibile mutare gli elementi, è impossibile distruggerli.
10. Infine, tutto ciò che viene distrutto col tempo cambia e invecchia, ma il Mondo in tanti anni rimane immutato.
Avendo parlato così per chi chiede salde dimostrazioni, noi preghiamo il Mondo stesso di esserci propizio14.
- Salustio sta dicendo che per renderci idonei a ricevere la Provvidenza divina dobbiamo renderci simili agli Dei. Si tratta dell’assimilazione a Dio (όμοίοσις θεῷ) di cui parla Platone, in particolare nel Teeteto (176b-c).[↩]
- Si è già parlato di questo argomento nella nota 6 della seconda puntata di questa serie. Questi strumenti venivano utilizzati soprattutto nella telestiké (τελεστική), pratica rituale attraverso cui il teurgo era in grado di “animare” le statue degli Dei.[↩]
- Porfirio nel “De abstinentia” spiega l’opportunità per il filosofo di astenersi dal mangiare carne e dal fare sacrifici animali, sebbene lo conceda al popolo che non è spiritualmente elevato. Anche Giamblico nel “De Mysteriis” dedica ampio spazio alle argomentazioni a favore dei sacrifici e, in particolare nel Libro V, spiega che i diversi tipi di sacrificio si adattano ai diversi tipi di Dei: i sacrifici animali si adattano agli Dei che presiedono la materia, cioè quelli che si trovano gerarchicamente più in basso. I sacerdoti ritengono quindi opportuno cominciare i riti sacri partendo proprio dai sacrifici che riguardano gli Dei materiali. Segue, infatti, una giustificazione dei sacrifici animali come mezzo di congiunzione con gli Dei.[↩]
- Il senso è che, come si è più volte già ripetuto, il divino è in sé perfetto e completo, non c’è nulla che gli si potrebbe aggiungere per renderlo migliore o recargli vantaggio.[↩]
- Era costume, nell’antica Grecia, offrire una ciocca di capelli in onore di una divinità o di un eroe (Pausania 2.32) oppure per commemorare un defunto (Iliade 23.134-153).[↩]
- Si veda la nota 33 alla terza puntata di questa serie[↩]
- Esposizione della legge della conservazione della massa.[↩]
- Salustio usa qui un linguaggio soprattutto aristotelico. Abbiamo mantenuto i termini greci tra parentesi per maggiore chiarezza. La “forma” è l’essenza delle cose, è ciò che le rende tali e ciò che sono realmente. Lo stesso termine greco, εἶδος, quando viene usato da Platone, viene generalmente reso come “idea”. La differenza tra le “forme” aristoteliche e le “idee” platoniche è solitamente individuata nel fatto che le prime non hanno alcuna trascendenza ma sono esclusivamente immanenti nelle cose. Le posizioni di Aristoele e Platone, suo maestro, sono state riconciliate dai filosofi successivi: le “idee” vanno a indicare i pensieri di Dio, mentre le “forme” l’intelligibile immanente e cioè il riflesso delle “idee” nella materia. Cfr. Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana, Firenze, Giunti Editore S.p.A./Bompiani, 2018.[↩]
- Per Aristotele ogni sostanza è sinolo, cioè unione, di materia e forma.[↩]
- Il termine è sostanzialmente un sinonimo di εἶδος.[↩]
- Si tratta evidentemente di un’assurdità.[↩]
- Sarebbe altrimenti una limitazione alla Sua potenza e alla Sua bontà.[↩]
- Sebbene qui Salustio stia argomentando riguardo l’eternità e l’immutabilità del Mondo, argomento abbastanza lontano dalla non dualità più pura, notiamo alcune somiglianze, nel ragionamento, col Vedānta secondo cui ciò è non può non essere e ciò che non è non può essere (cfr. Bhagavad Gītā,II.16).[↩]
- Salustio rivolge una preghiera al Mondo perché lo considera un Dio, perciò è necessariamente immutabile e immortale.[↩]