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Salustio

7. Sugli Dei e il mondo

a cura di Paolo Bagnato

XVIII. L’ATEISMO

1. E che ci sia l’ateismo1 in qualche luogo della Terra e che anche in futuro sarà più diffuso non è motivo di preoccupazione per chi è dotato di senno. Queste cose non coinvolgono gli Dei, così come si è dimostrato che nemmeno gli onori giovano loro, inoltre, a causa della debolezza dell’anima, che è un’essenza mediana, non è possibile mantenerla sempre retta e non è possibile che il Mondo goda ugualmente per intero della Provvidenza degli Dei2;

2. Ma mentre alcune parti ne partecipano continuamente, altre invece a seconda del tempo, alcune primariamente, altre secondariamente, come anche la testa percepisce tutte le sensazioni, invece tutto il corpo ne percepisce una sola. Sembra che anche per questo motivo coloro che hanno istituito le feste abbiano istituito anche i giorni nefasti nei quali alcuni templi sospendono le funzioni, altri invece chiudono e altri ancora tolgono gli ornamenti per l’espiazione della debolezza della nostra natura3.

3. Inoltre non è improbabile che l’ateismo sia un metodo di punizione: infatti per quanto riguarda coloro che hanno conosciuto gli Dei e li hanno disprezzati, è ragionevole che in un’altra vita siano privati della loro conoscenza; e per quanto riguarda coloro che hanno reso onore ai loro re come Dei, era necessario fare giustizia bandendoli dagli Dei stessi.

XIX. LE PENE

1. Non bisogna stupirsi se le pene di questi o di altri peccati non raggiungono subito i peccatori, poiché i Demoni non sono i soli a punire le anime, ma è anche l’anima stessa che sottopone se stessa al castigo; e dato che le anime rimangono per tutto il tempo4, non è necessario che tutte le cose accadano in breve tempo; questo è anche opportuno per l’esistenza della virtù. Se infatti le pene seguissero subito i peccati, gli uomini agirebbero secondo giustizia per paura, senza avere virtù.

2. Le anime sono punite quando escono dal corpo: alcune errano qui, nei luoghi caldi o freddi della terra, altre sono tormentate dai Demoni; tutte queste cose le soffrono per mezzo dell’anima irrazionale, tramite cui anche hanno peccato; e sempre attraverso questa il corpo simile ad ombra è visto appostato presso le tombe, e soprattutto di quelli che vissero male5.

XX. LA METEMPSICOSI O TRASMIGRAZIONE DELLE ANIME

1. Se le trasmigrazioni avvengono verso esseri razionali, le anime diventano le stesse di quei corpi; se invece avvengono verso esseri irrazionali, li seguono da fuori, come fanno i Demoni che ci sono stati assegnati: infatti un’anima razionale non potrebbe mai diventare l’anima di un essere privo di ragione.

2. Si può osservare l’esistenza della metempsicosi dalle malattie congenite – perché infatti alcuni nascono ciechi, altri paralitici, altri ancora con l’anima malata?6 – e dal fatto che siccome per natura le anime vivono abitando nei corpi è necessario che una volta uscite non rimangano sempre nell’inazione7.

3. Se infatti le anime non si portassero nuovamente nei corpi, sarebbe necessario che fossero infinite o che il Dio ne creasse sempre di altre: ma nulla di infinito esiste nel Mondo – infatti non potrebbe esserci qualcosa di infinito in ciò che è limitato – e non è possibile che ne nascano di altre – infatti tutto ciò in cui nasce qualcosa di nuovo è necessariamente imperfetto o incompleto, ma al Mondo, essendo fatto da ciò che è perfetto e completo, si addice l’essere perfetto e completo8.

XXI. CONCLUSIONE

1. Le anime che hanno vissuto secondo Virtù non sono solo felici9, ma si sono anche separate dalla parte irrazionale e, purificate da ogni corpo, sono unite agli Dei e con loro amministrano il Mondo intero10.

2. Tuttavia se anche alle anime non accadesse nessuna di queste cose, almeno la Virtù stessa, la gioia e la gloria provenienti dalla Virtù, la vita senza affanni e libera sono sufficienti a rendere felici coloro che hanno scelto e hanno potuto vivere secondo Virtù.

  1. È probabile che Salustio, come altri pagani, considerasse il Cristianesimo, così come l’epicureismo, una forma di ateismo.[]
  2. Questo dipende evidentemente dalla differenza di capacità, tra le varie parti del Mondo così come tra le varie anime degli uomini, ad accogliere la Provvidenza divina. Non è un limite degli Dei, ma degli uomini.[]
  3. Salustio ribadisce ancora una volta che le prescrizioni religiose non sono messe in pratica per influenzare gli Dei, ma per la guarigione della nostra natura imperfetta.[]
  4. Cioè vivono in eterno.[]
  5. Cioè le anime di chi ha vissuto nel peccato rimangono in qualche modo legate ai corpi. Questo insegnamento viene riportato anche da Platone nel Fedone (81 c-e).[]
  6. Salustio sta dicendo che le condizioni che regolano la nascita di una persona sono dovute ai peccati (sskrt. pāpa) e meriti (sskrt. puṇya) che un’anima ha accumulato nelle precedenti incarnazioni.[]
  7. Si potrebbe vedere in questa visione negativa dell’anima disincarnata, legata all’inazione o pigrizia (greco αργία), una polemica contro il Cristianesimo che rifiuta la dottrina della metempsicosi. In realtà anche per il Cristianesimo lo stato naturale dell’anima è quello di essere congiunta al corpo e la morte, cioè la separazione tra i due, è uno stato temporaneo che finirà con la resurrezione dei corpi. Molti Padri della Chiesa hanno infatti visto nella metempsicosi proprio una traccia della dottrina cristiana della resurrezione dei corpi. Si veda ad esempio Gregorio di Nissa, L’anima e la resurrezione.[]
  8. Traduciamo con due termini, “perfetto e completo”, e il loro opposto l’unico termine greco τέλειος.[]
  9. Il termine qui utilizzato per “felicità” è eudaimonia (greco εὐδαιμονία) che indica avere con sé un buon daimon (greco δαίμων) cioè un buono spirito divino.[]
  10. Qui Salustio, in linea con la tradizione platonica precedente, parla di una modalità in cui le anime possono rimanere disincarnate e lontano dai mali di questo mondo, senza la necessità di reincarnarsi e cioè unendosi agli Dei tramite la Virtù. Questo stato si avvicina molto a quello hindū della realizzazione del Brahman qualificato (sskr. saguṇa), si veda Gian Giuseppe Filippi: Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, Milano, Ekatos, 2019. La differenza principale è che nel Vedānta si afferma esplicitamente che i jīva che raggiungono il Brahmaloka non ottengono poteri divini illimitati come quelli del Signore che unicamente ha il potere di reggere l’Universo (BSŚBh IV, 4, 17), ma Śaṃkara spiega che questo potrebbe essere armonizzabile considerando il fatto che tutte le singole volontà dei jīva liberati sono dipendenti dalla volontà del Signore.[]