Salustio
2. Sugli Dei e il mondo
a cura di Paolo Bagnato
IV. Le forme del mito
1. Esistono diversi tipi di miti: teologici, fisici, psichici, materiali e misti.
I miti teologici sono quelli che non trattano di alcun corpo, ma contemplano le essenze stesse degli Dei, come quello di Crono che inghiotte i figli1: poiché il Dio è intelletto e ogni intelligenza si rivolge verso se stessa, il mito allude all’essenza del Dio2.
2. Sono fisici i miti che descrivono le attività degli Dei nel Mondo: ad esempio alcuni, già altre volte, hanno ritenuto che Crono (Κρόνος) fosse il tempo (Chronos, Χρόνος), e, dato che chiamano “figli del Tutto” le parti del tempo, dicono che i figli sono divorati dal padre.
3. La tipologia psichica del mito consiste nel considerare le attività dell’anima stessa, perché anche i pensieri delle nostre anime, sebbene procedano verso gli altri, comunque persistono certamente in chi le ha generate3.
4. Materiale e infima è la tipologia di mito utilizzata specialmente dagli Egizi a causa della loro ignoranza4, che hanno ritenuto divinità i corpi stessi e hanno chiamato la terra Iside, l’umidità Osiride, il calore Tifone, oppure l’acqua Crono, i frutti Adone, il vino Dioniso5. Dire che queste cose sono consacrate agli Dei, così come piante, pietre e animali6, è da uomini saggi, ma chiamarli Dei è da folli; se non in realtà, in senso metaforico, come noi che per consuetudine chiamiamo Elios, Sole sia la sfera del sole sia il raggio che viene da quella sfera7.
5. La tipologia mista dei miti si trova in molti e diversi modi, ma sicuramente ad esempio quando si narra che nel banchetto degli Dei, Iris, la Discordia, gettò la mela d’oro, e le Dee, in lotta per questa, furono inviate da Zeus presso Paride per essere giudicate: egli decretò bella Afrodite8 e le donò la mela.
6. Qui il banchetto rappresenta certamente le potenze ipercosmiche9 degli Dei, e per questo stanno insieme; la mela d’oro rappresenta il Mondo che, essendo generato dai contrari, si dice giustamente che viene gettato da Eris, la Discordia. Poiché diversi Dei fanno doni diversi al Mondo, questi sembrano competere per la mela; l’anima – ossia Paride – che vive secondo i sensi, dato che nel mondo considera solamente la bellezza e non altre potenze, stabilisce che la mela è di Afrodite.
6. Tra i miti, quelli teologici si addicono ai filosofi, quelli fisici e psichici ai poeti, quelli misti alle iniziazioni, poiché anche ogni iniziazione ha lo scopo di unirci al Mondo e agli Dei.
7. Se poi è necessario parlare anche di un altro mito, si narra che la Madre degli Dei10 avendo visto Attis giacere sul fiume Gallo se ne innamorò e prese il copricapo ornato di stelle e glielo mise, e lo teneva con sé per il tempo restante; ma lui si innamorò di una Ninfa11 e per stare con lei abbandonò la Madre degli Dei. Per questo motivo la Madre degli Dei rese folle Attis, che si recise i genitali e li abbandonò presso la Ninfa per tornare di nuovo a vivere insieme a lei. 8. Quindi, la Madre degli Dei è la Dea generatrice di vita, e per questo motivo è chiamata Madre; invece Attis è l’artefice di ciò che nasce e si corrompe, e per questo si dice che si trova presso il fiume Gallo; infatti il fiume Gallo fa allusione al cerchio della galassia, o Via Lattea, da dove viene il corpo soggetto alle passioni12. Poiché gli Dei primari perfezionano quelli posteriori, la Madre si innamora di Attis e gli dona le potenze celesti: questo infatti è simboleggiato dal berretto.
9. Ma Attis si innamora della Ninfa: le Ninfe presiedono alla generazione, infatti tutto ciò che è generato scorre13; ma poiché era necessario arrestare la generazione affinché da ciò che è infimo non nascesse qualcosa di peggiore, il demiurgo che produce queste cose, cioè Attis, getta le potenze generatrici nel divenire e si unisce nuovamente agli Dei. Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelletto le coglie tutte insieme, mentre la parola espone prima una cosa e dopo un’altra14.
10. Poiché il mito è affine al Mondo, imitando il Mondo – infatti in che modo potremmo disporci o ordinarci15 in maniera migliore? -, noi celebriamo una festa per mezzo di queste cose16: in primo luogo, poiché anche noi, come Attis, siamo caduti dal cielo17 e stiamo insieme alla Ninfa, siamo umiliati e ci teniamo lontani dal grano e da ogni altro cibo pesante e impuro, che infatti sono entrambe le cose nemiche dell’anima; in seguito ci sono il taglio dell’albero e il digiuno proprio a significare come anche noi escludiamo un ulteriore processo di generazione; dopo queste cose, il nutrimento di latte simboleggia la risalita18; infine ci sono gioia e ghirlande come se ascendessimo e ritornassimo verso gli Dei.
11. Testimonia queste cose anche il tempo adatto a compiere i sacri riti: infatti queste cerimonie si svolgono durante la primavera e l’equinozio, quando cessano di nascere le cose che nascono e il giorno diventa più lungo della notte, cosa che è associata alla risalita delle anime. Infatti proprio durante l’equinozio opposto viene narrato il rapimento di Core19, con cui si intende la discesa delle anime sulla Terra20. Gli Dei e le anime di coloro che hanno scritto i miti possano essere propizi a noi che ne abbiamo parlato.
- Salustio qui e in seguito fa riferimento al mito, riportato da Esiodo (Teogonia, in greco Θεογονία, 453 sgg.), secondo cui il Dio Crono divorò i propri figli per paura di essere spodestato dal trono divino, cosa che poi avvenne per mano di Zeus. Il regno di Crono è descritto da Esiodo (Le opere e i giorni, in greco Ἔργα καὶ Ἡμέραι, 106-126) come età dell’oro (corrispondente al satya yuga dell’induismo).[↩]
- L’identificazione di Crono con l’intelletto è testimoniata anche da Plotino: “Crono (Κόρου καὶ νοῦ), Dio che è sazietà (κόρος) e intelligenza (νοῦς).” (Enneadi V.1.4), trova conferma nel nome latino del Dio cioè Satur-nus: satur significa infatti sazio e nus intelletto. Il filosofo continua spiegando che Crono contiene tutto ciò che è immortale e per questo non necessita di nulla ed è immutabile, essendo pieno di tutte le cose “in quiete” e tutte insieme, non in successione temporale. Poi Plotino fa riferimento allo stesso mito ripreso da Salustio e dice che Crono “è pieno degli esseri che ha generato e, come se li ingoiasse, li tiene in sé per non farli cadere nella materia” (Enneadi V.1.7).[↩]
- Come Crono genera i figli e poi li inghiotte, facendo tornare in sé stesso ciò che ha prodotto, così l’anima, pur proiettando verso l’esterno i suoi pensieri, li tiene sempre in sé.[↩]
- Considerando il generale atteggiamento di forte ammirazione dei filosofi platonici e di Giuliano in particolare nei confronti della tradizione egiziana, questo passaggio risulta sorprendente. Ad esempio Plutarco afferma che Pitagora, Platone, Talete e altri sapienti Greci andarono in Egitto per essere iniziati e imparare dai sacerdoti. Una possibile spiegazione di questo giudizio negativo può trovarsi ipotizzando una degenerazione della religione egiziana oppure una volontà dell’autore di voler distinguere la tradizione greca, che qui sta difendendo, da quella egizia particolarmente attaccata dai cristiani. Va comunque notato che l’atteggiamento dei Greci nei confronti degli Egizi fu spesso ambivalente.[↩]
- Plutarco nel suo Iside e Osiride (greco Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος, latino De Iside et Osiride) identifica più volte il Dio egizio Osiride con il Dioniso della tradizione greca.[↩]
- Gli Dei, secondo la teurgia, imprimono nel mondo simboli (σύμβολα) o segni (συνθήματα) che partecipano dell’essenza divina grazie a una connessione teurgica, la simpatia (συμπάϑεια): le cause si trovano negli effetti e gli effetti si trovano nelle cause (si veda Proclo, Elementi di teologia 18), tutto è in tutto. Proclo ad esempio, nel suo trattato sull’arte sacerdotale (greco Περὶ τῆς καθ’ Ἕλληνας ἱερατικῆς τέχνης, italiano Sull’arte ieratica secondo i Greci), ci informa che il girasole e il gallo che canta all’alba, sono entità solari o eliache. Questi infatti, secondo il filosofo, rivolgono al Sole delle vere e proprie preghiere: ascoltando i suoni che il girasole genera nell’attrito con l’aria mentre si muove, si potrebbe sentire l’inno che la pianta offre al Sole. Anche il loto apre e chiude i suoi petali proprio come gli uomini fanno con le labbra durante le preghiere. Ogni cosa si rivolge alla propria causa e, secondo le proprie modalità, le eleva inni e preghiere. Alcuni di questi segni o impressioni, cioè piante, pietre, eccetera, erano anche utilizzati nei rituali per permettere al teurgo di “risalire” alla divinità a questi collegata.[↩]
- Ad esempio quando si dice “ho il sole negli occhi” in realtà s’intende che i nostri occhi sono stati colpiti da un raggio.[↩]
- Dea greca associata alla bellezza e alla prosperità, simile a Lakṣmī.[↩]
- Cioè oltre il mondo, sovramondane.[↩]
- Cibele, che, similmente a Durgā, ha i leoni come veicoli (vāhana). A Roma era conosciuta come Magna Mater, cioè Grande Madre (Mahā Mātā). Si può facilmente notare la vicinanza di quanto viene esposto da Salustio riguardo questo mito e il discorso di Giuliano intitolato appunto Alla Madre degli Dei (greco Εἰς τὴν Μητέρα τῶν Θεών).[↩]
- Le Ninfe sono figure simili alle apsarā.[↩]
- La Via Lattea è chiamata così perché secondo la mitologia greca si è formata dalle gocce di latte fuoriuscite dal seno della Dea Era mentre allattava Eracle. Secondo la dottrina misterica (Aristide Quintiliano, Sulla Musica; Macrobio, Commento al Sogno di Scipione I,10; Porfirio, L’Antro delle Ninfe 28; Corpus Hermeticum I, 14-15dove l’insegnamento è espresso tramite il mito di Narciso) l’anima, che dapprima dimorava nelle regioni celesti senza alcun contatto col corpo, viene attirata da un desiderio per la vita terrena ed entra nel circolo della generazione e del divenire (saṃsāra; “il cerchio che dà affanno e dolore” da cui bisogna volare via, come si legge nelle laminette orfiche) e discende sulla Terra passando attraverso le sfere celesti ricoprendosi di varie “tuniche” (χιτών, simili ai kośa dell’Induismo; si veda Porfirio, Sull’astinenza dagli animali I,31,3; Porifirio, L’Antro delle Ninfe 14; Proclo, Elementi di teologia 209; Platone, Gorgia 523c), fino a quella fatta di carne. Poiché il latte è ciò di cui si “nutrono” le anime attraversando le sfere per cadere nella generazione, questo è anche il cibo che si dà ai neonati (Macrobio, Commento al Sogno di Scipione I,12,1). L’anima, spogliandosi delle tuniche, può risalire le sfere della galassia e tornare alla dimora celeste. Così il latte, nei Misteri, come anche sarà più evidente in seguito, aveva probabilmente una doppia valenza: una legata alla generazione e un’altra legata alla risalita verso i Cieli. In effetti è proprio bevendo il latte di Era che il semidio Eracle può ottenere l’immortalità. “Da uomo son diventato Dio: agnello, caddi nel latte” Orph. Fragm., 32 f Kern.[↩]
- Cioè muta. Le Ninfe sono figure legate all’acqua, quindi, proprio come l’acqua di un fiume scorre continuamente e non è mai la stessa del momento precedente, così ogni cosa generata è soggetta al mutamento. Evidente riferimento al πάντα ῥεῖ (leggi panta rei, cioè tutto scorre) attribuito a Eraclito e al relativo frammento 91 DK.[↩]
- Le verità espresse dai miti non sono accadute in un dato momento storico ma sono eternamente attuali. A causa delle limitazioni insite nel linguaggio umano è però necessario descriverle come se accadessero in successione, prima una cosa in un determinato momento e in un momento successivo un’altra.[↩]
- Il termine greco κόσμος, che indica il mondo o in generale l’universo, significa “ordine”.[↩]
- Si tratta di procedure relative alla celebrazione rituale dei Misteri legati alla Madre.[↩]
- “Le anime umane, vedendo le proprie immagini riflesse come nello specchio di Dioniso, dall’alto si precipitarono qui, senza separarsi però dal loro Principio e dall’Intelletto”, Plotino, Enneadi IV, 3, 12. Secondo la mitologia orfica, il Dio Dioniso, da bambino, venne smembrato dai Titani (forze in lotta contro gli Dei, asura) mentre si specchiava. Questo sta a significare la caduta nel molteplice.[↩]
- Com’è spiegato nella precedente nota 12, il latte ha anche il significato della risalita dell’anima dalla dimora terrena a quella Celeste. Il termine può anche essere tradotto come “rinascita” o “rigenerazione” ma è evidente che in questo caso si intende una “nascita Celeste” e non la metempsicosi.[↩]
- Altro nome, preferito dai platonici, di Persefone, Dea e regina dell’oltretomba le cui vicende erano al centro dei Misteri di Eleusi. Per ulteriori informazioni si veda Dall’Ordine al caos – 11. LA CIVILTÀ GRECA: IL LATO LUMINOSO (III)[↩]
- L’equinozio di primavera si situa a metà tra il solstizio d’inverno e il solstizio d’estate, cioè i sei mesi in cui il Sole va verso nord e le giornate si allungano, periodo conosciuto in sanscrito come uttarāyaṇa che, come è segnalato in Bhagavad Gītā VIII.24, è il periodo in cui si abbandona il corpo percorrendo il devayāna (la via degli Dei) per raggiungere il Brahman (saguṇa) e non tornare sulla Terra. L’equinozio di autunno si situa invece tra il solstizio d’estate e quello d’inverno, periodo chiamato in sanscrito dakṣiṇāyana, in cui il Sole procede verso sud. In questi sei mesi, come riferisce Bhagavad Gītā VIII.25, si abbandona il corpo per raggiungere la luce della Luna, seguendo il pitṛyāṇa (la via dei Padri),per successivamente tornare di nuovo sulla Terra. La stessa dottrina la troviamo in Porfirio che ne parla specialmente nel De Antro Nympharum (italiano L’Antro delle Ninfe). Consultando quest’opera è importante non confondersi, in quanto i termini che si riferiscono alle vie “settentrionale” (βόρειος) e “meridionale” (νότιος) sembrano invertiti rispetto alla tradizione hindū perché nel testo greco corrispondono il primo alla via di discesa e il secondo alla via di risalita delle anime. In realtà in Porfirio questi termini fanno riferimento, come i venti, alla provenienza e non alla direzione che ovviamente è opposta. Plutarco nel De facie in orbe Lunæ (italiano Sul volto della Luna, in particolare il paragrafo 29) spiega che le anime di chi ritorna risiedono nella parte della Luna rivolta verso la Terra dove regna Core, chi non ritorna invece staziona per un periodo nella parte della Luna rivolta ai Cieli, chiamata Campi Elisi, e da lì poi prosegue. Si veda anche Gian Giuseppe Filippi: Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, Milano, Ekatos, 2019;[↩]