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Jñāna Satsaṅga

2. Discussione (saṃvāda) tra collaboratori del Sito

    JÑĀNA SATSAṄGA 3

    2. Discussione (saṃvāda) tra collaboratori del Sito

    (Seconda parte)

    TERZO SIDDHĀNTIN:

    Il quarto siddhāntin, in occasione del “manifesto” del pūrvapakṣin, come lo definivo in precedenza, mi ha mandato un articolo corposo, interessante, di Svāmī Svarūpānanda Mahārāja sul prārabdha karma. Ora, mi pare che ci sia una sorta di non coincidenza tra le due argomentazioni. C’è una somiglianza ma non una coincidenza, cioè il prārabdha karma è un’invenzione, una spiegazione di tipo filosofico che ha lo scopo di rispondere a determinati oppositori ordinari i quali trovano difficile capacitarsi del fatto che un realizzato, un jīvanmukta, continui ad avere un corpo e una sua vita individuale. Anche in epoca pre-śaṃkariana, c’era stato chi, mal comprendendo la situazione del liberato, si chiedeva: «Se una persona ha raggiunto la Liberazione, com’è che fa a rimanere in questo corpo? Siccome è diventato un realizzato e ha confutato l’esistenza reale del corpo, costui dovrebbe sparire. Puff, non esserci più!» Allora, per rispondere a questi incauti, qualcuno s’è inventato la problematica teoria del prārabdha karma. La quale, evidentemente, è un gioco da tārkika, da sofisti.

    Il problema sollevato dal pūrvapakṣin all’origine del primo incontro di questo satsaṅga, non era tanto quello di chiedersi com’è che il liberato continui a mangiare, a bere, a espletare le sue funzioni fisiologiche. No, il problema che il pūrvapakṣin affrontava era qualcosa di simile, se vogliamo, ma di un altro livello. Di simile c’è che in entrambi i casi, nonostante la raggiunta comprensione, si mantiene l’errore dell’identificazione con il corpo. Il quesito del pūrvapakṣin, detto in parole povere, era il seguente: «Com’è che io, pur avendo capito tutto, non sono ancora un realizzato?» E la risposta che ha dato a se stesso è stata perfetta. Ossia: chi pensa che l’aver capito tutto provochi un qualche cambiamento a livello di corpo, sensi, mente, costui non ha capito niente. Ciò è in accordo con l’Upaniṣad: «Chi pensa “non lo conosco”, lo conosce e chi pensa “lo conosco”, non lo conosce.» (KeU II.1-4). Proprio così, perché la vera comprensione è comprensione del Sé che è al di là del cambiamento. Dunque non può cambiare assolutamente niente nel dominio dell’illusione. La correzione dell’errore non è un cambiamento della realtà. La realtà rimane la stessa: è soltanto l’errore che è caduto. Volevo semplicemente aggiungere queste mie considerazioni per collegare l’argomento proposto del pūrvapakṣin alla seguente traduzione dell’articolo del compianto Jagadguru di Dvārikā e di Jyotirmaṭha.

    QUARTO SIDDHĀNTIN:

    Cari satsaṅgin, vi invio queste annotazioni di un commento di Svāmī Svarūpānanda Sarasvatījī a una sezione riguardante il prārabdha karma contenuta nel Viveka Cūḍāmaṇi. All’indicazione del verso non segue una traduzione letterale, ma solo il libero commento. Ve la invio così com’è e chiedo venia per non aver tradotto le parti in devanāgarī, ma il commento è sempre una spiegazione, totale o parziale, dello stesso e, comunque, contenente l’argomento essenziale.

    Allegato tratto del commento di Svāmī Svarūpānanda Sarasvati Mahārāja al Viveka Cūḍāmaṇi attribuito a Śaṃkarācārya, sezione riguardante il prārabdha karma:

    Śloka 448 (che riprende Adhyātma Upaniṣad 50).

    (Rāmcaritmānasa)

    “Se in sogno la mia testa è tagliata da una spada affilata, fin quando non mi sveglio il dolore causato da quell’evento non sarà mitigato.”

    Non appena ci si sveglia, tutte le azioni della svapna avasthā scompaiono. Allo stesso modo, quando ho ottenuto la conoscenza “io sono il Brahman, ananta, ānanda, akhaṇḍa, śuddha, buddha, mukta”, è subito distrutto il sañcita karma accumulato in milioni di nascite. Tutto il karma che un essere umano compie e gli effetti di tutto quel karma non possono essere fruiti in un solo corpo. Svariati karma richiedono svariate nascite per dare il loro frutto: per esempio, il pāpa karma che consiste nell’uccisione di un bramano determina la rinascita in dieci yoni differenti (cane, asino, ecc.). Allo stesso modo anche svariati satkarma producono effetti che si moltiplicano all’infinito; il corpo umano ha una potenza ridotta, una durata di vita ridotta e attraverso di esso l’uomo continua a produrre svariati tipi di karma. L’accumulo di tutti questi karma è chiamato sañcita karma. Īśvara sceglie tra questi sañcita karma alcuni karma e fa sì che essi producano frutto per il jīva. Anzi, è proprio il saṅkalpa di Īśvara che fa sì che quei karma siano in grado di dare frutto. Fra questi ce ne sono di positivi e di negativi, i primi danno sukha e i secondi duḥkha. Per fruire di quei karma si ottiene un corpo e attraverso quel corpo si produce nuovo karma; e nuovamente si otterrà un nuovo corpo sotto forma di effetti dei karma precedenti, e così via. In questo modo va avanti questa paramparā da tempo immemorabile, anādi kāla. Fintanto che ci saranno il karma e il corpo, non si potrà ottenere il sukha della mukti. Il sañcita karma non è quel karma che adesso, in questa vita, è in grado di dare frutto e, comunque, tutto il sañcita karma (e anche l’agāmi karma) è offerto in sacrificio (homa) sul fuoco della conoscenza “Io sono Brahman”. Una persona sogna e, nel sogno, compie cento aśvamedha e, in cambio, ottiene il trono di Indra. Il giorno dopo quella stessa persona dorme e sogna di uccidere cento brāhmaṇa. L’effetto di questo pāpa karma dovrebbe farlo sprofondare in spaventosi inferni. Il fatto è che i puṇya e i pāpa compiuti in sogno, al risveglio, non possono dare frutto. Allo stesso modo, i karma compiuti nel momento in cui l’uomo si trova in quella nidrā (ottundimento), che ha la natura di avidyā, quei karma non daranno un frutto di cui bisogna fruire, anzi saranno completamente distrutti quando sarà rimossa ogni avidyā, quando ci si troverà in quella ‘condizione’ di veglia (jāgrat) che è la visione dell’unicità di Ātman. Quindi il realizzato non vedrà sorgere il risultato dei karma compiuti perché egli, in quanto realizzato, è privo di kartṛtva bhāva perché tutte le upādhi sono state rimosse.

    Śloka 449-450-451 (Adhyātma Upaniṣad, 54): Colui che sa che il proprio Sé è incondizionato (asaṅga) è eka ed è udāsin, cioè non è l’agente che intuisce realmente l’Ātman in questo modo; costui non è minimamente toccato dai karma compiuti dal corpo, ecc., dopo aver ottenuto la conoscenza, non è toccato dall’agāmi karma, il karma compiuto durante la vita in questo corpo. Per esempio, l’ākāśa non è minimamente toccato dall’acqua, dal fuoco, ecc. L’idea è che anche dopo la conoscenza, il corpo rimane esistente sotto l’effetto del prārabdha e, finché rimarrà la condizione in cui c’è il corpo, rimarrà per forza anche il karma. Ma il jñānī puruṣa, essendo privo di abhimāna, cioè di identificazione con il corpo, ecc., pur agendo non è minimamente toccato dall’azione.

    “L’uomo che offre tutti i karma al Brahman abbandona l’attaccamento (āsakti) e agisce in questo modo: come la foglia del loto non è bagnata dall’acqua così questo puruṣa non è minimamente toccato dai pāpa.” (BhG V.10)

    Quindi il tattvavit jñānottarakālīna non è toccato dal karma. Come l’etere apparentemente limitato dalla giara non è toccato dal liquore che vi è contenuto, allo stesso modo l’Ātman non è toccato dai dharma delle upādhi. Adhyātma Up. 52. L’etere che pervade l’intero jagat, quando è limitato dall’upādhi-giara, è chiamato etere della giara; ma poiché l’ākāśa, pur essendo ghaṭa ākāśa, è sempre e solo ākāśa e quindi è nirmala e amūrta, puro e senza forma visibile, non è toccato dal profumo del liquore contenuto nella giara. Allo stesso modo, il jñānī non è toccato dai dharma delle mithyā-upādhi quali il corpo grosso e sottile, ecc., le quali permangono fino alla caduta del corpo stesso. I dharma del corpo grosso e sottile sono, per esempio, deva vandanā, il japa, ecc. Il jñānī puruṣa non è toccato da questi karma, siano essi śubha o aśubha. Tutti questi karma si hanno dal punto di vista mondano (loka dṛṣṭi); i karma presuppongono che ci sia abhimāna, identificazione [con corpo, soffi, ecc.] e colui che ha questo abhimāna è vincolato (bandhana). Invece il jñānī puruṣa è privo di abhimāna per cui non è minimamente toccato né da śubha karma né da aśubha karma. 

    “Quel puruṣa che non porta nel suo antaḥkaraṇa l’idea ‘io sono l’agente’, costui non è toccato dagli oggetti samsarici e non è toccato dal karma. Quel puruṣa, pur uccidendo tutti gli esseri, in realtà non uccide nessuno e non ne deriva per lui il bandhana causato dal pāpa generato da quel tipo di azioni.” (BhG XVIII.17)

    Śloka 452: I prārabdha o ārabdha, messo in atto prima del brahmasākṣatkāra analogamente a una freccia scagliata per colpire un bersaglio, non sarà distrutto senza prima aver dato il suo frutto sotto forma di duḥkha e sukha. Vedi Brahma Sūtra इतरक्षपणाधिकरण in cui si riflette sul prārabdha karma del jñānī. In Brahma Sūtra IV.1.19 भोगेन त्वितरे क्षपयित्वा सम्पद्यते. C’è un dubbio: forse che il tattva jñānī, una volta che si è esaurito il suo prārabdha, dovrà tornare a nascere? Il pūrvapakṣin: come il corpo del jñānī continua a esistere dopo il tattva jñāna, allo stesso modo, anche dopo la caduta del corpo, il saṃsāra per il tattvajña continuerà ad esistere. Il siddhānta dice: il prārabdha è solo da essere fruito, cioè dà solo bhoga e non è in grado di rimuovere l’avidyā. Dopo che il prārabdha sotto forma di pāpa e puṇya sarà distrutto attraverso la sua stessa fruizione (bhoga), a quel punto il tattvajña puruṣa otterrà videha kaivalya. Il concetto è che il prārabdha karma non è opposto ad ātmavidyā; esso favorisce il jñāna (jñāna sādhaka), è uno strumento, non un ostacolo (bādhaka). Tant’è vero che in accordo con il prārabdha otteniamo un corpo, ecc., ma anche un sadguru. Ciò che è favorevole, che conduce a qualcos’altro, non ha bisogno di essere rimosso, confutato (bādha); non bisogna falsificarlo. Quindi il prārabdha del jñānī non si oppone in nessun modo ad ātmavidyā ed è presente fino alla completa fruizione ed al suo esaurimento.

    Śloka 453: Qualcuno scaglia una freccia contro una tigre che terrorizza un villaggio, ma [all’istante] si accorge che il bersaglio non è una tigre, bensì una vacca; nonostante questo riconoscimento, la traiettoria della freccia è tale che essa continuerà nel suo percorso e andrà a colpire il bersaglio. Esattamente allo stesso modo bisogna intendere il prārabdha karma. Esso continuerà a dare il suo frutto sotto forma di felicità o dolore, cioè quel prārabdha che era presente anche prima che avvenisse il Brahma sākṣatkāra continuerà perché il prārabdha non può essere distrutto se non dando tutti i suoi frutti. Bisogna per forza fruire degli effetti delle azioni, siano esse śubha o aśubha. Non è che se passano dieci milioni di kalpa il karma si esaurisca; si esaurisce solamente se lo si fruisce (bhoga). Quindi nonostante il sañcita karma e l’agāmi karma siano ridotti in cenere nel fuoco della conoscenza, il prārabdha si esaurisce solamente con la sua completa fruizione. “तस्य तादेव चिरं यवन्न विमोक्ष्यते अथ स्पत्सये” (ChU VI.14.2):

    “Il tattvavid otterrà videha kaivalya quando si libererà dai legami con il presente corpo attraverso la fruizione di tutto il prārabdha.”

    Śloka 454: Il prārabdha del jñānī è molto potente e si esaurisce con la sua fruizione, mentre il sañcita e l’agāmi karma scompaiono attraverso il fuoco della vera conoscenza. Tuttavia, per coloro che sono saldi nell’anubhava dell’unità di Ātman e Brahman, non c’è alcun tipo di karma, né prārabdha né sañcita né agāmi perché essi sono della natura stessa di nirguṇa Brahman. Ci sono vari tipi di jñānī; alcuni hanno raggiunto un certo livello di conoscenza e sono stabili nel samādhi; costoro quando sono in samādhi – e quindi non appare loro il corpo, ecc., – non sono soggetti al prārabdha, ma una volta che escono dallo stato di samādhi il saṃsāra e il prārabdha sotto forma di sukha e duḥkha appaiono tali e quali a prima; essi ne hanno percezione e ne devono fruire. In questo tipo di jñānī, tra la conoscenza e il prārabdha è il prārabdha ad essere più forte; il prārabdha è distrutto soltanto attraverso la sua fruizione. Dopo che è sorto il fuoco della vera conoscenza (samyak jñāna), il sañcita precedente è completamente distrutto e il karma compiuto non tocca il jñānī puruṣa in alcun modo perché non ha abhimāna con quei karma. C’è un jñānī a livello sommo, brahmavidvariṣṭha, […] il quale intuisce la non differenziazione (abheda) tra Ātman e Brahman ed è costantemente stabile in Brahman; per lui sono completamente e per sempre distrutti non solo il sañcita e l’agāmi, ma anche il prārabdha.

    […] Nello Yoga Vasiṣṭha sono descritti sette ‘livelli’ (bhūmika) del jñāna. Ognuno dei jñānī del livello corrispondente è nominato in modo differente; brahmavidvariṣṭha è il jñānī al livello sommo. Le prime tre bhūmika riguardano la sādhana, le altre quattro il jñāna, qui chiamato uttarakālīn jñāna.

    Il prārabdha non influenza questi jñānī perché essi sono la mūrti stessa del sākṣat nirguṇa Brahman. Essi sono al di là dei guṇa di prakṛti perché sono completamente privi di sattva, raja e tamo guṇa. Questi jñānī nemmeno per un istante vedono il corpo, quindi sono oltre il prārabdha.

    Śloka 455: Come non è appropriato parlare di una relazione tra l’uomo che si è svegliato con le cose viste in sogno, così non è appropriato considerare che ci sia una relazione reale col prārabdha karma del muni che è stabile (sthita) nel suo svarūpa in uno stato di kevala Brahmātma bhāva; non è appropriato ritenere che questo muni sia in relazione con gli upādhi. Quando una persona sogna, vede oggetti, persone di svariati tipi; ma quando si sveglia non ha più nessuna relazione con essi. Sarebbe inappropriato da parte di qualcuno ritenere che ci sia un saṃbandha tra una persona e le cose del sogno. Quando il jīva è in stato di ignoranza, allora si identifica (tādātmya) con le upādhi a causa dell’adhyāsa, ma quando ottiene la vera conoscenza (samyak bodha) dell’ekatva tra Ātman e Brahman attraverso śrāvaṇa, ecc., della śruti e del Vedānta vākya attraverso le parole dell’ācārya, allora quella che era l’identificazione (tādātmya) con le upādhi quali ahaṃkāra, ecc., viene meno. Come può dunque basarsi sul prārabdha karma il muni che è stabile nell’Ātman svarūpa attraverso l’identificazione con il Brahman, che è privo della triplice limitazione dei tre tempi, che è nirguṇa niṣkala e nirvikalpa? Il concetto è che finché siamo in una condizione di ignoranza va bene che ci sia l’immaginazione (kalpanā) del prārabdha, ecc., ma dopo che è giunta la conoscenza e quando tutto è diventato solo Brahman allora non può esserci nessun’altra sattā distinta da Brahman. Se si dovesse ritenere che il prārabdha fosse reale in modo distinto da Brahman, allora bisognerebbe considerare la dualità, mentre nel jñāna la dualità è totalmente assente. La non dualità è jñāna e, attraverso di essa, si ottiene quel Brahma pāda, che è nirbhaya. Quindi non è corretto ritenere che il prārabdha karma esista veramente per il jñānī che è stabile in un eterno samādhi (nitya nirvikalpa samādhi).

    Śloka 456: In sogno l’uomo vede se stesso in svariati modi. Per quanto nel sogno egli abbia un corpo prātibhāsika con cui agisce nel prapañca del sogno, quando si sveglia non considera più l’aham del sogno, i possedimenti del sogno o il prapañca del sogno, l’altro da sé. Cioè non considera più “io sono questo, io sono così e così”, ecc., in relazione al corpo del sogno e non considera più che gli amici, i parenti, ecc., del sogno sono suoi; non considererà neanche più che gli oggetti del sogno siano il mondo esterno a sé, cioè non accetta più come reali l’idam del sogno e tutte quelle mithyā padārtha che in sogno erano i fiumi, le montagne, ecc., ma è sicuro di essere sveglio e l’unica cosa di cui è certo è che si trova in stato di veglia. In sogno può anche vedere se stesso come un animale, ma non è che quando si sveglia comincia a brucare l’erba: cioè non abbandona le sue abitudini umane. Quando si sveglia, comprende che le cose del sogno sono mithyā, quindi rimane fermo, stabile, convinto solo nella sua condizione di veglia, jāgrat.

    Śloka 457: L’uomo che si è risvegliato dal sogno non desidera più avvalersi degli oggetti fasulli del sogno quali il corpo, ecc., e nemmeno vede più l’insieme del mondo falso del sogno. Se per caso quell’uomo provasse attrazione per gli oggetti fasulli del sogno, allora si direbbe che certamente quell’uomo non si è svegliato dal sogno. L’uomo che si è svegliato dal sogno non desidererà più avvalersi degli oggetti che ‘apparivano’ durante il sogno, cioè non considera più reali il corpo e le altre cose e nemmeno accetta più come reale il mondo che appariva in sogno. Quando riconosce come falso il corpo del sogno, come potrebbe desiderare di percepire, afferrare il mondo del sogno, visto che lo ha riconosciuto come irreale? Se quell’uomo fosse intento alle cose fasulle del sogno – il corpo, il mondo, ecc. – cioè se si comportasse verso il sogno come fa con la veglia in cui desidera conoscere, percepire tutti gli oggetti perché li ritiene reali e desidera fruirne, ossia se desiderasse alla stessa stregua gli oggetti del sogno, significherebbe di certo che non si è destato dal sogno perché di sicuro se ci si sveglia da un sogno non si può continuare a ritenere reali le cose del sogno. Se si accettassero i padārtha del sogno come reali, allora vorrebbe dire che quell’uomo dorme.

    Śloka 458: Allo stesso modo, l’uomo che è nello ‘stato’ di Brahman (Parabrahman bhāva) esiste essendo della natura stessa di Brahman; cioè egli non vede, non conosce altro da Brahman, nulla di differente da Brahman e come l’uomo che si è risvegliato dal sogno – per quanto riguarda le cose del sogno – ne ha solo una sorta di ricordo, allo stesso modo anche il jñānī ha solo una smṛti riguardante il nutrirsi, il compiere le azioni corporee come urinare, ecc. Qui l’uomo che si è identificato a Parabrahman è colui la cui mente si è immersa in Parabrahman: costui è fisso/stabile in Brahman che è trikālabādhya, è asaṅga ed è jñāna svarūpa. Quindi, questo puruṣa sta desto/sveglio permanentemente nel proprio svarūpa e non vede nulla d’altro da Brahman poiché non riconosce alcuna altra realtà al di fuori di Brahman, cioè vede tutto della natura di Brahman, यत्र नन्यत्पश्यति (ChU VII.24.1). Quando l’uomo non vede nulla di distinto dal Sé, allora è chiamato bhūman [pienezza]. Quando per il jñānī “tutto è diventato l’Ātman, chi è che dovrebbe vedere e attraverso che cosa?” (BU II.4.14; IV.5.15). Ci sono varie altre śruti che mostrano come per il jñānī non vi sia nulla di differente da Ātman. Se qualcuno osservasse che anche il jñānī puruṣa deve pur mangiare, ecc., per fugare il dubbio di questa persona di scarso intelletto, gli verrebbe detto che, come quando si sveglia da un sogno, l’uomo non ha che una smṛti delle cose del sogno. Così il jñānī compie azioni come nutrirsi, liberarsi dalla sporcizia corporea, ecc., allo stesso modo di una smṛti. Il fatto che una cosa non appaia non ne dimostra la falsità (bādha), bensì bādha è riconoscere che quella cosa è falsa. Quindi, dal punto di vista del jñānī, è stato falsificato (bādha) il saṃsāra, si è rimosso il saṃsāra perché ne è stata accertata la totale falsità, illusorietà: ma non si è distrutto (nāśa) il saṃsāra. Se si ritiene il saṃsāra reale, allora si pensa che vada distrutto (nāśa). Invece questa operazione è chiamata bādha del saṃsāra, cioè riconoscere che il saṃsāra è falso. Se in sogno una persona vede se stessa con corpo di leone, poi quando si risveglia non è che si ritiene un leone; semplicemente ha un ricordo di quello che era il suo corpo di leone. Allo stesso modo la persona nello stato di ignoranza in cui si trovava, ritendo se stesso essere il corpo, i soffi, ecc., compiva azioni come nutrirsi, andare in bagno, ecc.; ma dopo aver conosciuto la propria vera natura e quindi avendo abbandonato il senso dell’io, il concetto di intelletto, ecc., e avendo capito che in quanto Sé egli è distinto dal corpo, ecc., in quella condizione continua a lavarsi, a camminare, ecc. In realtà quando è in nirvikalpa samādhi il jñānī non compie nessuna azione, ma quando interrompe il samādhi e ne esce fuori, allora si nutre, cammina, ecc.

    Śloka 459: I karma compiuti nelle vite precedenti, nella nascita attuale sono definiti prārabdha o daiva karma. Il corpo ottenuto dipende dal karma compiuto, quindi la causa del corpo è il karma; per questo si dice che il corpo è prodotto dai karma; quindi, bisogna considerare che il corpo è il prārabdha. Tuttavia, non è appropriato asserire che il prārabdha appartenga al Sé che è anādi, ananta, akhaṇḍa, perché l’Ātman non è stato prodotto dal prārabdha, ecc., allo stesso modo in cui lo è stato il corpo; è l’effetto (kārya) a essere condizionato da kāraṇa, cioè dalla causa, ma quando l’Ātman non è kārya, allora come potrebbe essere condizionato da cause quali il prārabdha, ecc.?

    Śloka 460: La śruti infallibile definisce l’Ātman ajanma, nitya e śāśvata (immortale, eterno). Come si può anche solo immaginare il prārabdha per il jñānī che risiede nella vera propria natura che è l’Ātman? (Adhyātma U 55; KU). L’Ātman è ajanma, nitya, sanātana e purātana e anche se il corpo fosse distrutto, Ātman non sarebbe distrutto.

    Come ci si può immaginare (kalpanā) il prārabdha per colui che risiede nella propria vera natura? Se l’Ātman non è creato dal karma e non ha alcun legame con il corpo nel triplice tempo, come può l’Ātman possedere un prārabdha, come si dice che possieda (anzi, che sia), il corpo?

    Śloka 461: Il prārabdha karma diventa evidente nella condizione in cui c’è identificazione con il corpo, ma il jñānī non prosegue a identificarsi col corpo; quindi abbandona l’idea, il concetto, l’immaginazione (kalpanā) del prārabdha perché la kalpanā del prārabdha legato al corpo è solamente un bhrānti, un errore conoscitivo. Quando ritengo me stesso il corpo, soltanto allora io agisco ed è proprio allora che si forma la kalpanā del prārabdha, ecc., e dei dharma collegati al corpo. Cioè ci si immagina il prārabdha anche nell’Ātman proprio in relazione al corpo; ma per colui che ha ottenuto la vera conoscenza (samyak bodha) è distrutto quel mula ajñāna che ha la natura dell’adhyāsa. Il jñānī puruṣa non coltiva l’identificazione col corpo: in realtà il jñānī non considera mai il corpo come se stesso, non c’è mai ātma buddhi e non concepisce il prārabdha in relazione all’Ātman. Come quando, svegliandosi da un sogno, il sogno non è più reale ed è asat, allo stesso modo quando avviene tattva jñāna, poiché per il jñānī non c’è più la sattā del corpo, ecc., così non esiste più il prārabdha. Se si riflette attentamente, si comprende che immaginare il prārabdha del corpo è una bhrānti.

    Śloka 462: Da dove salta fuori la realtà di un vastu adhyasta, dato che è immaginato erroneamente? Quello che non è reale, che è asat: come si può dire da dove nasce? E ciò che non ha avuto origine, come si può dire che sia distrutto? Quindi può forse esserci il prārabdha del corpo che non è reale, che è asat? È definito asat ciò che non ha un’esistenza reale, ed è definito adhyasta ciò che è immaginato per errore, come è l’esempio del serpente che per errore è immaginato sulla corda: è proprio per un bhrama che il serpente appare sulla corda. Quindi, il serpente è irreale perché è erroneamente immaginato sulla corda: è adhyasta, āropita sulla corda; quello che è irreale come può nascere, come può avere un’origine? In verità, non la può avere. Forse che a un certo momento il serpente immaginato sulla corda ha avuto un’origine, è stato prodotto? Proprio quando si accetta il concetto di utpatti, di origine, allora si accetta il prārabdha perché i Deva, gli esseri umani, ecc., hanno avuto origine proprio dal prārabdha; quando la cosa sovrapposta non è reale, non c’è una sua sattā; quindi, se non può avere avuto nascita, come potrebbe venire distrutta? Anche il corpo è adhyasta sull’Ātman, pertanto è non reale; in quanto non reale non ha avuto un’origine e quindi tanto meno può venir distrutto. Come ci può essere un prārabdha di quel corpo che già di per sé è non reale? Come il corpo che appare nello stato di sogno è kalpita, allo stesso modo è kalpita questo corpo che appare nello stato di veglia. Ciò che è āropita, adhyasta, come può nascere? Quindi in assenza di nascita come si può immaginare l’esistenza del prārabdha? Il concetto è che a parte Brahman tutto è mithyā. Per il jñānī non c’è più il concetto di aham legato al corpo, cioè l’io sono il corpo, perché questo corpo semplicemente appare, esattamente come l’argento appare sulla conchiglia. Se viene meno il concetto di aham, la relazione con il senso dell’io, allora non è più possibile l’identificazione con il corpo: quindi, dal punto di vista del jñānī è totalmente assente la sattā del corpo (KU II.2.7); colui che ha compiuto karma e upāsanā, in questo e in quel modo ha ottenuto uno stato stabile, ecc., e poi, per ottenere nuovamente un corpo, ha dovuto vagare attraverso svariate yoni: le affermazioni di tali śruti servono solo a descrivere la sattā del prārabdha dal punto di vista del vyavahāra e non dal punto di vista paramārtha. Perciò, se si riflette attentamente, è frutto di concezione erronea, quindi è bhrānti immaginare il prārabdha del corpo.

    Śloka 463: Come può rimanere il corpo del jñānī quando è stata completamente rimossa e vanificata (bādha) l’ignoranza insieme a tutti i suoi effetti? La śruti descrive il prārabdha del jñānī proprio dal punto di vista vyāvahārika per dissolvere il dubbio dell’uomo di scarso intelletto. Il prapañca fatto di etere, l’ahaṃkāra, ecc., fino ad arrivare al corpo grossolano; cioè, quando sorge jñāna, tutti gli effetti (kārya) esterni o interni sono rimossi insieme all’ignoranza. Udendo queste affermazioni nelle persone di scarso intelletto, sorge un dubbio, e cioè se con la conoscenza è rimossa l’ignoranza insieme a tutti i suoi effetti; ed, essendo anche il corpo un effetto di questa ignoranza, allora con jñāna dovrebbe venir distrutto anche lo stesso corpo. Per fugare il dubbio di queste persone di scarso intelletto, la Bhagavatī śruti parla del prārabdha da un punto di vista vyāvahārika, cioè descrive il prārabdha del jñānī secondo un metodo vyāvahārika e non dal punto di vista paramārtha, perché nel paramārtha rūpa il prārabdha non ha nessuna realtà. Il tattvavettā otterrà videha kaivalya quando si libererà dal legame col corpo attuale, dopo che avrà fruito di tutto il prārabdha karma (ChU VI.14.2). Secondo questa e altre affermazioni upaniṣadiche sembrerebbe dunque che la śruti descriva il prārabdha anche del jñānī, ma questa descrizione è fatta esclusivamente dal punto di vista laukika e non da quello paramārtha. Il fatto è che la Bhagavatī śruti desidera il bene (kalyāṇa) di tutti gli esseri. Se qualche persona di scarsa comprensione ritiene che dopo l’ottenimento della conoscenza il corpo del jñānī dovrebbe cadere, venire meno, allora innanzitutto nessuno più si sforzerebbe di ottenere il jñāna per timore della morte e, in secondo luogo, se dopo il sorgere del jñāna non ci dovesse più essere un corpo, allora al mondo, nel saṃsāra, non ci sarebbe più neanche un jñānī puruṣa! Quindi l’uomo di scarso intelletto dice: “Nessuno può ottenere la conoscenza” e in questo modo insulta il jñāna e anche il jñānī. Ha degli effetti terrificanti insultare o disprezzare la conoscenza e i jñānī. Nelle Upaniṣad si racconta l’episodio di una persona di nome Dagdhaśākalya che aveva insultato Yājñavalkya e, come risultato, era morto. Mentre i suoi discepoli cercavano di portare ad aspergere le sue ceneri, dei ladri, ritenendo quel fagotto un bottino prezioso, se le rubarono. Quindi, non potendo essere le sue ceneri disperse, il suo destino postumo finì male. Pertanto, affinché le persone di scarso intelletto non incorrano in calamità, la Bhagavati śruti descrive anche il prārabdha del jñānī. 

    Śloka 464: La śruti non parla del prārabdha per affermare la reale esistenza del corpo, ecc., del jñānī perché la finalità ultima della śruti è solamente esporre ekamātra paramārtha vastu. Come l’oscurità è dispersa dalle tenebre, così l’ignoranza che è la causa materiale (upādāna kāraṇa) del jagat è rimossa dalla conoscenza. Tuttavia, si dice che il corpo è distrutto quando il prārabdha si è esaurito. Bisogna aspettare fino all’esaurimento del prārabdha, così dicono i testi. Sembra allora che il corpo non sia nato dall’ignoranza, bensì che sia reale in quanto effetto del karma. Ma le cose non stanno così. La prima spiegazione è che secondo i logici, quando viene distrutto un tessuto, poiché permangono ancora i fili, per qualche tempo è come se esistesse ancora. Allo stesso modo, anche secondo il pensiero vedāntico, quando l’ignoranza che è causa del saṃsāra è rimossa, per qualche tempo, a causa dei saṃskāra, il mondo e il corpo continuano a permanere. Questo non è contrario al Vedānta. Con la distruzione di upādāna kāraṇa per un kṣaṇa (un istante), l’effetto continua ad esistere; questo dicono i naiyāyika e secondo il pensiero vedāntico ciò è accettabile. Dal punto di vista vyāvahārika, una volta distrutta l’ignoranza che da tempo insondabile (anādi kāla) è la causa del jagat, che per qualche tempo ci sia una condizione in cui il mondo continui ad esistere non è scorretto e inappropriato dal punto di vista vedāntico. Ma dal punto di vista paramārtha non c’è distruzione, non c’è nascita, non c’è un jīva che sia legato al mondo, cioè un saṃsārī, non ci sono strumenti per il mokṣa, non c’è nessun mumukṣu, non c’è nessuna liberazione dai legami; secondo queste affermazioni testuali dal punto di vista paramārtha vi è solamente ed unicamente Brahman, ekamātra Brahman. È solo per fugare il dubbio delle persone di scarso intelletto che la śruti descrive il prārabdha, dato che costoro si chiedono se il corpo del jñānī continua ad esistere o cessa di esistere. La śruti non parla del prārabdha del jñānī per affermare la reale esistenza del corpo, ecc. L’unico scopo, il vero intento della śruti, è quello di descrivere ekamātra paramārtha vastu. Che vantaggio può esserci nell’affermare: “Dopo la distruzione dell’ajñāna, il corpo del jñānī puruṣa continua ad esistere fino all’esaurimento del prārabdha” ? Non c’è alcun vantaggio, alcun effetto di questa affermazione e la descrizione che la śruti fa del prārabdha per quanto riguarda il jñānī, è fatta esclusivamente per fugare il dubbio delle persone di scarso intelletto.

    SETTIMO SIDDHĀNTIN:

    Io volevo chiedere al quarto siddhāntin: come è costruito questo articolo? Non riesco a capirlo: sono andata a controllarmi gli śloka del Viveka Cūḍāmaṇi. Alla fine ho trovato lo śloka da cui è sviluppato l’argomento dell’articolo. Faccio notare che il Viveka Cūḍāmaṇi non è dotato di un commento storicamente noto. Ma l’articolo pare esserne un commento: in certi punti si cita chiaramente un pūrvapakṣin a cui si risponde. Ma questo botta e risposta fa tutto parte del commento di Svāmī Svarūpānanda? Mi piacerebbe capirlo, perché l’articolo non lo specifica.

    QUARTO SIDDHĀNTIN:

    L’articolo espone il commento del Jagadguru ai soli versi del Viveka Cūḍāmaṇi dedicati al tema del prārabdha karma. Non c’è la traduzione dello śloka, ma è direttamente il suo commento che, in alcuni casi, riprende una parte del verso, traducendola e poi commentandola. In altri casi, invece, prende spunto dal verso senza riprenderlo testualmente, andando direttamente al commento. Non ha la forma della traduzione dello śloka seguita dal commento, ma di un commento che qua e là ne riprende brevi citazioni. Non mi è stato facile tradurlo, essendo composto dal testo in hindī inframmezzato da brevi pezzi in sanscrito. Inoltre, originariamente non era un articolo, ma un insegnamento verbale. Sono io che gli ho dato la forma di articolo.Più volte ho sentito parlare presso il Jagadguru della questione del karma, cosa che mi aveva colpito: da dove saltava fuori questo prārabdha? E perché si diceva che Īśvara stesso fra tutti i sañcita karma compiuti in innumerevoli vite, sceglie alcuni karma e li dà al jīva in questa vita come prārabdha. È la stessa volontà (saṅkalpa) di Īśvara che fa dare frutto a quell’insieme di karma che diventa il prārabdha per un determinato jīva. Ho, dunque, ritrovato un insegnamento del Jagadguru sull’argomento: egli leggeva il verso in sanscrito e lo commentava in hindī. Io ho soltanto trascritto il tutto e l’ho tradotto.

    PŪRVAPAKṢIN:

    Nell’ultimo incontro si è accennato alla questione del corpo del realizzato che non sparisce e magari “si mette anche le dita nel naso”. Parliamo del realizzato vero, il jīvanmukta, il liberato in vita, per capirci, non di chi è ancora cercatore; vale a dire di colui che ha seguito una via diretta vendāntica, non yogica, perché quest’ultima, prototipo di tutte le vie a tappe, porta a una realizzazione che resta ancora nel mondo delle relazioni, nel vyavahâra. Per il vedāntin il corpo non c’è e non c’è mai stato, e se non è mai stato non c’è neanche dopo la realizzazione/presa di coscienza effettiva e totale. Il corpo c’era e rimane per gli altri che ragionano in un modo che per il vedāntin non è corretto. Ragionando, fanno delle costruzioni mentali come quelle del prārabdha karma per spiegare la permanenza del corpo, poi continuando a ragionare sempre in modo sbagliato, magari trovano normale che il corpo resti, ma si stupiscono che colui che ha realizzato la suprema saggezza faccia cose banali e questo sempre perché non corrisponde all’immagine mentale che si sono fatti del realizzato. Noi, sinceri cercatori della verità, dobbiamo imparare a ragionare nel modo corretto, che è assai differente da quello a cui siamo stati abituati. Il quarto siddhāntin ci ha gentilmente trasmesso quelli che sono, se ho capito bene, dei commenti al Viveka Cūḍāmaṇi sui passaggi riguardo appunto al prārabdha karma. Il commento allo śloka 458 mi ha lasciato alquanto perplesso, in particolare il passaggio: “Quindi dal punto di vista del jñānin è stato falsificato (bādha) il saṃsāra, si è rimosso il saṃsāra perché ne è stata accertata la totale falsità, illusorietà; non si è distrutto (nāśa) il saṃsāra. Ritenere il saṃsāra reale, questo è stato distrutto (nâsa) e questa operazione è chiamata bâdha del saṃsāra, cioè riconoscere che il saṃsāra è falso”. Anche qui, per il vedāntin, se il saṃsāra è falso, illusorio, allora non c’è niente da distruggere. A questo punto, quando si parla di jñānin occorre capirsi: o s’intende colui che ha realizzato la conoscenza totale, o solo semplicemente colui che aspira a tale conoscenza, ma ancora non l’ha realizzata; oppure percorre una via a tappe per cui si trova nella condizione dello yogin, tant’è vero che alla fine dello stesso commento si parla di nirvikalpa samādhi e del fatto che questo s’interrompe perché non è eterno.

    TERZO SIDDHĀNTIN:

    Ho colto alcune perplessità sull’uso del termine jñānin nel commento del Jagadguru Śaṃkarācārya. Il fatto è che molti vedāntin usano il termine jñānin con un duplice significato. Il primo, e il più esatto tra i due, designa il conoscitore, cioè colui che ha già la conoscenza. In questo caso il termine è sinonimo di jīvanmukta. Il secondo vorrebbe intendere colui che ha intrapreso la via della conoscenza (jñāna mārga), cioè, per maggiore precisione, il jñāna yogin. Lo stesso accade per il termine yogin: talvolta significa semplicemente colui che segue una via di Yoga e altre volte, e più correttamente, con yogin s’intende chi ha ottenuto lo yoga con Īśvara. Come avete tutti potuto notare, la scuola che si rifà a Svāmī Satchidāndendra, in quest’ultimo caso, preferisce usare il termine vicārin, cercatore, per indicare chi è nella via conoscitiva ma non è ancora liberato. Io, personalmente, preferisco questa denominazione, in quanto la trovo più chiara. Tuttavia, nessuno si deve sorprendere se s’imbatte in testi autenticamente vedāntici nel termine jñānin usato nelle due accezioni di cui sopra: sta al lettore distinguere. Diverso è il caso dell’iniziato che si trova impegnato in una via a tappe. Che costui ignori totalmente la possibilità della via della conoscenza o che ne conosca l’esistenza e stia scalando le tappe di una via non-suprema al fine di purificare la mente per accedervi, in entrambi i casi non può essere definito jñānin. E nemmeno vicārin, se non ha già avuto accesso a śravana, manana e nididhyāsana.

    SETTIMO SIDDHĀNTIN:

    Mi rivolgo al quarto siddhāntin: se hai tempo, potresti gentilmente verificare la tua traduzione della frase “Il fatto che una cosa non appaia non ne dimostra la falsità, bensì badha è riconoscere che quella cosa è falsa“? Non mi è affatto chiara. A me risulta che l’apparizione di una cosa non ne garantisce la realtà, non viceversa. Puoi controllare la tua traduzione? Quanto alla frase “in realtà, quando è in nirvikalpa samādhi il jñānin non compie nessuna azione, ma quando interrompe il samādhi e ne esce fuori, allora si nutre, cammina, ecc.” Questo accade allo yogin, non al jñānin, inteso in entrambe le accezioni di cui ha parlato il terzo siddhāntin nel suo ultimo intervento. È lo yogin (o il tāntrika) che entra ed esce dal samādhi, nirvikalpa o savikalpa che sia. Sarà opportuno, chiarire questo assieme agli altri del satsaṅga.

    QUARTO SIDDHĀNTIN:

    Appena ho un po’ di tempo controllo i miei appunti. Per quanto riguarda badha, posso già rispondere che si tratta di distinguere ciò che è sat, vale a dire ciò che è reale ed esiste sempre, da ciò che è mithyā, falso, non reale. Badha è comprenderne la non realtà perché ho stabilito con assoluta certezza che è falso. Ora il fatto che una cosa non appaia, non è sufficiente a dimostrare che è falsa, mithyā. Per esempio, nel sonno profondo il mondo non appare, ma al risveglio me lo ritrovo tale e quale e lo ritengo ancora reale. Non è stato sufficiente che non apparisse perché io ne comprendessi con assoluta certezza la falsità. Ho sentito dire che non ci si può stabilire nella propria vera natura (svarūpa) senza prima determinare la mithyā del jīva, del mondo e di Īśvara; credo sia un ‘processo’ simultaneo come la scomparsa delle tenebre al sorgere della luce. Per quanto riguarda il jñānin e nirvikalpa samādhi, devo rivedere i miei appunti. Il terzo siddhāntin ha spiegato con chiarezza la questione del jñānin. Evidentemente, nei miei appunti, si oscilla continuamente tra significati diversi dello stesso termine a seconda della prospettiva. Non sono sicura di riuscire a chiarire, perché nemmeno a me è chiaro e, quindi, forse non ho compreso bene quanto veniva detto. Vi aggiorno quanto prima.

    PRIMO SIDDHĀNTIN:

    Ritorniamo all’argomento della distrazione. La Coscienza non è stare, come dire, distaccati o stare al limite, od osservare il mondo come un tutt’uno. La Coscienza è autoconsapevolezza. Non c’è altro. Per cui l’attenzione è soltanto un modo per esprimere lo stato della Coscienza. Quindi è esattamente il contrario sia della concentrazione, perché la concentrazione è la fissazione su un unico oggetto a esclusione del resto, sia della distrazione che invece è l’attenzione a ogni singolo oggetto. L’attenzione in realtà è appunto autocoscienza e basta, senza ulteriori spiegazioni di osservare, ecc. Io guardo il mondo ma non guardo le cose del mondo, io guardo il mondo come un tutt’uno. Io sono quello che sta dietro agli occhi, dietro la mente, dietro a tutto. Quindi io contemplo tutto il resto come non esistente.

    QUARTO SIDDHĀNTIN:

    Capisco cosa vuoi dire. Ma pensa per esempio a Janaka, che era un Re e doveva governare. Tu dici che distrazione è far da mangiare oggi, o cose simili che fai quotidianamente. Ma la Coscienza è sempre presente. Se cucini il pranzo con la stessa naturalezza con cui respiri, non ti distrai. Posso raccontarvi una storiella su Janaka? Śukadeva, figlio di Vyāsa, voleva diventare saṃnyāsin. Il padre era del tutto contrario e, perciò, lo mandò dal re Janaka. Janaka lo accolse con tutti gli onori, gli assegnò una bella stanza per la notte, gli mandò donne bellissime a tenergli compagnia, ch’egli ignorò completamente. La mattina dopo Śukadeva chiese al re Janaka di dargli gli insegnamenti più elevati di cui Vyāsa gli aveva parlato. Il Re gli disse che prima doveva fare un giro al mercato. Gli mise in mano una lampada accesa e lo fece accompagnare da quattro soldati. «Sappi che se, attraversando il mercato, questa lampada si spegnerà, i miei soldati ti taglieranno la testa». Il povero Śukadeva andò a visitare il mercato; poi tornò indietro. Allora Janaka gli chiese di descrivergli cosa avesse visto al mercato. Ma il giovane era tutto teso a conservare la lampada accesa e non aveva notato nulla del mercato. Quella sera servirono a Śukadeva una lauta cena meravigliosa, ma sopra la sua testa era appesa a un filo sottile una spada affilatissima. Mangiò, ma tutta la sua attenzione era rivolta alla minaccia della spada. Il giorno Janaka gli chiese cosa avesse apprezzato della cena. Ma Śukadeva non ricordava nulla del cibo: ricordava soltanto la spada su cui aveva fissato tutta l’attenzione. Janaka gli disse: «Ecco, vedi, allo stesso modo io reggo questo regno stando perfettamente fissato in Ātman, nel Sé.» Ho buttato lì questa storiella; scusate, ma era troppo carina.

    PŪRVAPAKṢIN:

    Non scusarti: è un ottimo insegnamento tradizionale che dice tutto. Infatti, è quello che intendevo effettivamente per distrazione, ossia il fatto di non aver presente la Realtà in ogni momento. Siamo distratti perché non ci pensiamo, distratti da esperienze correnti, quotidiane. Hai già dato un’ottima risposta. Non avevo pensato effettivamente a differenti gradi di distrazione. La distrazione, infatti, non è semplicemente non sapere cosa far da mangiare oggi, come si è detto prima. No, la distrazione è dimenticare che la Coscienza è sempre presente. Se cucini il pranzo con lo stesso distacco con cui respiri, si dice che non ti distrai. Ma questo non basta: si deve avere sempre presente la Coscienza, che sta dietro a qualsiasi apparenza. E che questa Coscienza sei tu, sei il Sākịn. Anche leggere un testo advitīya senza questa consapevolezza può essere distrazione.

    QUARTO SIDDHĀNTIN:

    Ottimo l’apologo sulla distrazione. C’è però da precisare che ciò che è illustrato è un caso di concentrazione (dhāraṇā) piuttosto che di attenzione (avadhāna). La concentrazione, che è un’attività mentale dello Yoga, è la fissazione su un solo oggetto a esclusione di tutto il resto. L’attenzione vedāntica, invece, è rivolta a tutto come se fosse un unicum. E quando per il cercatore tutto è diventato uno “Allora, che cosa potrebbe vedere, e con che cosa?” (BU II.4.14)

    QUINTO SIDDHĀNTIN:

    Vorrei aggiungere un paio di osservazioni. La questione è che in noi retroagiscono delle precomprensioni di cui siamo solo in parte consapevoli quando pensiamo, quando capiamo, quando ci confrontiamo con le parole. Distrazione, per esempio, è una di queste parole. Abbiamo considerato la banale distrazione in cui si cade, per esempio, quando discutiamo di argomenti elevati: c’è chi può momentaneamente annoiarsi, grattarsi la testa e pensare a qualcos’altro. Questa è una banale distrazione empirica. Ma ascoltare il Jñānaguru che insegna come realizzare e fare mentalmente delle riserve mentali su quanto dice, perché non è conforme ai propri pregiudizi, è distrazione di ben altra portata. Da questo si inferisce che i vari gradi di distrazione sono nient’altro che avidyā. Non si può dire che ci siano delle avidyā empiriche e una non empirica, perché la stessa avidyā è ciò che pone l’empiria. Insomma, la distrazione è presente nella misura in cui non si è ancora compresa la vera natura dell’Ātman.In altre parole, tutte le distrazioni avvengono sempre e solo nel pensiero erroneo di “io sono così e così”, cioè nell’errore di credersi un individuo. Anzi, si può affermare che, finché si rimane in tale pensiero, la distrazione è inevitabile: nessuno sforzo potrà mai rimuoverla, per quanto profondo sia – ogni sforzo basandosi sulla persuasione di essere un individuo, persuasione che della distrazione è origine – come non si può smettere di respirare.

    Non abbiamo trovato alcuna attestazione di jñānottarakālīna nelle opere di Śaṅkara; il termine è invece attestato nella Sūtrārtharatnāvalī, un commento ai Brahma-sūtra appartenente alla tradizione Mādhva/Dvaita, almeno nel commento a III.4.5. L’autore e la data dell’opera restano per ora non identificati con certezza.

    1. Discussione (saṃvāda) tra collaboratori del Sito

      JÑĀNA SATSAṄGA 3

      1. Discussione (saṃvāda) tra collaboratori del Sito

      (Prima parte)

      Pūrvapakṣin1:

      Dubbio (saṃśaya): Ogni giorno vado a letto per dormire, e a rifletterci bene vedo che se anche penso d’esser io ad andare a dormire, in realtà non ho nessun controllo sul fatto di riuscirci: quante volte, volendo dormire, non ci si riesce! E quante altre volte invece si vorrebbe restare svegli e invece si cade letteralmente addormentati. Comunque, se va bene, dormo e sogno. Quando mi sveglio, dico: «Era solo un sogno». Ho la certezza che non era reale, e mi dico: «Sono io che l’ho prodotto». Ciò, in fondo, dimostrerebbe che un individuo può da solo creare tutto un mondo che sembra completamente reale finché ci rimane dentro. Ma allora, cos’è che mi fa dire che non era reale mentre, invece, mi fa considerare reale la condizione di veglia? Probabilmente l’apparente continuità del mondo di veglia; i sogni sono tutti differenti, mentre il mondo di veglia sembra essere sempre lo stesso ogni volta che mi sveglio (anche se con qualche modificazione: la barba mi si è allungata, vedo le piante che sono cresciute). Pertanto ho l’impressione che il mondo della veglia esista indipendentemente da me e quindi lo considero un qualcosa che è, che esiste indipendentemente da me. Eppure, se rifletto dietro indicazione del Guru, mi accorgo che ho percezione di questo mondo, che considero reale, solo grazie ai miei sensi e che se uno solo di questi mancasse, come per esempio la vista, ne avrei una percezione, un’immagine mentale e la relativa coscienza-conoscienza, completamente differenti. Se un altro individuo dotato della vista fosse privo d’un altro senso, l’udito, per esempio, questi ne avrebbe un’immagine mentale completamente differente dalla mia. Da ciò risulta che la realtà di questo mondo è intimamente legata alle percezioni d’ogni individuo, per cui non esiste un unico mondo oggettivo uguale per tutti, ma una pluralità di mondi, anche simili tra loro, legati a quella degli individui, esattamente come avviene quando si sogna. A questo punto, per quanto possa sembrare strano rispetto al modo comune di pensare, si può dire che ogni individuo crea il suo mondo anche in veglia e che la realtà di tale mondo viene meno con la realtà stessa dell’individuo. Da ciò si trae che quello che io individuo consideravo esser la realtà unica e assoluta, non lo è perché finisce col finire dell’individuo. Questo significa forse che, quindi, non esiste alcuna realtà unica assoluta e senza limiti? No, significa che quello che consideravamo essere la realtà non lo era, ed era un errore considerarla tale perché era, invece, il prodotto mentale delle sensazioni individuali. A questo punto potrebbe sorgere il sospetto che anche la nostra sensazione d’essere qualcuno, la nostra coscienza d’essere tale, sia da attribuire a queste facoltà individuali. Perciò il fatto di sentire di essere il tal individuo può essere un errore, perché in mancanza di tali facoltà,o di quella che chiamiamo coscienza individuale, questa sensazione dovrebbe venir meno. Quando invece il Guru o le scritture ci ricordano che, dopo essere stati in sonno senza sogni con totale perdita d’ogni sensazione e di coscienza individuale, al risveglio abbiamo ugualmente coscienza d’esser stati da qualche parte. Ma dove siamo stati, e soprattutto chi c’è stato, visto che io, individuo, non ne avevo alcuna cognizione mentre ero lì? È erroneo accostare la realtà di questa coscienza d’essere a quella dell’ individuo, perchè costui cessa, mentre quella continua ad esser presente anche in assenza d’ogni sensazione. Sarà senz’altro più corretto, dunque, identificarsi con questa Coscienza d’essere, una, sempre presente e comune a tutti. Poiché il sogno è considerato irreale e la veglia lo è altrettanto, mentre invece questa coscienza è una, sempre presente anche nelle altre due condizioni, perché non può esser considerata la Realtà una e unica, si arriva così alla conclusione che è questa coscienza d’essere, una, unica ed illimitata a costituire l’unica realtà. E, poiché questa Coscienza è sempre presente in ognuno degli stati, di cui due sono fittizi ed uno solo è reale, risulta che c’è, che esiste una sola Realtà. E io, cioè noi, siamo questa Realtà. Ma se mi sembra d’aver capito tutto questo, perché non cambia niente? Perché continuo a sentirmi sempre lo stesso?

      Risposta  (prativāda): Perché in realtà io sono sempre la stessa Realtà una, unica, indifferenziata e senza cambiamenti: quindi non c’è niente che debba cambiare. Occorre solo mantenerne la Coscienza e non distrarsi.

      PRIMO SIDDHĀNTIN:

      Il pūrvapakṣin, dopo essere arrivato alla conclusione che noi siamo questa Realtà, si chiede: «Se mi sembra d’aver capito questo, perché non cambia niente?» Ma sapere è conoscere: quando ho intuito, conosco, e ciò che ho conosciuto mi appartiene, diviene parte di me perché conoscere ed esistere sono un unicum. Posso dire anche esistere è essere/Essere. Mi collego a quanto mi è stato risposto quando chiedevo com’è possibile non distrarsi. Riflettendo proprio su Janaka che svolge i compiti gravosi di un Re, abbiamo la risposta. Janaka conosce, sa di Essere e può anche amministrare il regno. Posso paragonarlo a un asse stabile, al Primo Motore Immobile di aristotelica memoria. Si tratta, però, d’una immobilità che non produce alcun movimento, che propriamente non è nemmeno “motore”. Intorno a Janaka tutto si muove senza intaccare il suo Sé, la sua Coscienza-Conoscenza. Anzi, Coscienza e Conoscenza a questo punto sono solo denominazioni, ossia modificazioni mentali. Egli È. Quando abbiamo capito, nulla cambia intorno a noi, nei nostri gesti quotidiani niente apparentemente cambia. Mi viene da aggiungere che siamo stati influenzati pesantemente dalle letture guénoniane in cui si insiste sulla differenza tra realizzazione virtuale ed effettiva. Nel jñāna mārga non c’è tale differenza perché non c’è conoscitore, atto di conoscere e oggetto conosciuto. La stessa vera realizzazione (mukhya sākṣātkāra) è la Conoscenza e la Conoscenza è Una. È solo caduto il grande velo, nulla più distrae anche se amministro… la casa! “Come faccio a sapere che sto facendo la cosa giusta?” Tutto parte dal cercare un Guru: trovarlo e capire che è proprio quello che si voleva per noi, e sentirsi appagati, felici, pieni. Le parole del Guru risuonano, vibrano in noi, direi, dandoci la certezza della verità. Tutto si chiarisce. Agli inizi, forse, si tratta d’intuizione parziale, ma, comunque, improvvisamente intuiamo che è proprio così. La visione del mondo e di noi stessi si rovescia, cancella misteri e domande irrisolte. Certo, di domande ne rimangono, ma, tutto sommato, sono corollari. L’importante è capire cos’è l’intuizione distinguandolo dall’intuito che, solamente questo, è parziale; così il nodo centrale della caomprensione è risolto.

      SECONDO SIDDHĀNTIN:

      Concordo pienamente con il Purvapakṣin sulla necessità di mantenere sempre viva l’attenzione, magari cercando, a questo scopo, di non appoggiarsi agli strumenti fallaci delle facoltà cognitive che per loro natura possono essere governate solo con la concentrazione; e neppure ininterrotta perché in questo saṃsāra c’è sempre qualche necessità da soddisfare. Anche molti dei più grandi asceti facevano ritorno dal samādhi a riprova che questa unione, frutto di una concentrazione (ekāratā) tale da portare all’identificazione di un essere con un altro, non è stabile e lascia comunque sempre una certa distinzione fra soggetto e oggetto. Allora, a mio avviso, come è già stato detto, occorre non focalizzarsi sulla parte, ma sul tutto e provare a considerare il mondo nel suo insieme come la manifestazione (vibhūti) di Bhagavān. Ciò presenta un duplice vantaggio, ovvero riduce sempre più la frammentazione e dunque la dispersione e, inoltre, non fornisce alcun alibi alla mente per attendere delle condizioni ideali al fine di dedicarsi alla sādhanā; condizioni ideali che poi, sappiamo benissimo, non si presenteranno mai come le si vorrebbe. Dunque, proprio perché l’Ātman è immutabile e anche io non muto in quanto Quello, nulla cambia e anzi non ho bisogno di ‘vedere’ cambiamento; a ben pensarci, ciò che cambia sarebbe altro da Sé, una produzione dell’ignoranza in diverse forme. Il corpo, l’io e il mio, qualche segno o potere che comprovi un avanzamento nella via, ecc.; ma ciò è certificato da chi se non dalla mente stessa? Allora, se tutto è davvero manifestazione di Bhagavān la rinuncia o l’assenza di ‘percezione dell’altro’ come differente da me e a me contrapposto testimonia a favore di un’attenzione alla non-dualità che comincia a propagarsi dalla coscienza. Questa è a mio avviso l’unica Verità, pertanto tutto il resto, comprendendo pure questo ‘me’ nel novero, non va preso troppo sul serio perché è un’espressione di ignoranza della Realtà.

      TERZO SIDDHĀNTIN:

      Prima di iniziare su questo primo stimolo del Pūrvapakṣin, a cui hanno risposto per il momento solamente un paio di noi, devo confessare di non aver voluto essere il primo a commentare, in modo da stimolare tutti a partecipare al satsaṅga senza remore. Alcuni, per esempio, pur avendo le idee chiare, potrebbero coltivare il dubbio che quello che pensano sia una banalità e non voler essere considerati alla stregua dello scemo del villaggio dagli altri satsaṅgin. Altri possono tacere per timidezza, altri ancora perché le idee chiare sul singolo argomento non se le sono ancora fatte. Quindi il mio silenzio vuole essere di sprone alla partecipazione attiva, al coraggio di esporre il proprio pensiero e di manifestare con sincerità se non si è ancora capito quell’argomento. Non è vero che la vita tradizionale sia la sincerità: la vera vita tradizionale è la Verità, non è la sincerità. La sincerità è solo una virtù, un comportamento: la Verità è l’Essere assoluto che è pura Esistenza e Vita: quindi è a quello che dobbiamo puntare. Lo scopo del satsaṅga è quello di stimolare la mente al manana, in modo da indurre all’intuizione. Perciò a voi la parola sulle considerazioni esposte dal Pūrvapakṣin.

      QUARTO SIDDHĀNTIN:

      Sì. Vorrei dire che ciò vale per una persona che, come me, corrisponde a tutte le caratteristiche da te delineate. Vale a dire timida, dubbiosa, timorosa di dire qualcosa che risulti una sciocchezza. Questo confronto nel satsaṅga diventa una sfida e un impegno che però è importante. Leggevo che tre sono le forme di satsaṅga; l’inferiore è quella in cui i partecipanti dibattono tra loro la dottrina che hanno capito, perché quello che si comprende e si intuisce non va tenuto per sé ma va condiviso con quelli che ne hanno interesse e capacità. Il satsaṅga mediano è quello in cui si sta ai piedi dell’ācārya che ti spiega la dottrina. Quella più elevata è l’identificazione con Paramātman stesso. Dunque, questa forma di condivisione in cui qualcuno impersona il pūrvapakṣin e altri fanno da siddhāntin è strumentale alla comprensione e anche a coltivare continuamente la chiarezza mentale senza rimanere intellettualmente inerti. Partecipiamo al satsaṅga inferiore e va benissimo così. Tutto sommato, anche quando sei ai piedi del Guru, non rimani come davanti alla televisione. Che tu sia solo o assieme ai gurubhāī, lo puoi interrompere subito. Ciò è capitato a tutti noi: se una cosa non ti è chiara, lo interrompi subito. Oppure alla fine dell’insegnamento. E il Guru apprezza. Anche esprimere a parole il proprio dubbio fa chiarezza nella mente perché, per farlo, devi comunque ragionarci enunciandolo a parole profferite o scritte, come inizialmente ha fatto il pūrvapakịn. È utile esprimere un dubbio in forma corretta cosicché, alla fine, lo si risolve da soli. È un metodo molto apprezzabile e molto giusto. È fare chiarezza al proprio interno.

      QUINTO SIDDHĀNTIN:

      Mi unisco anch’io per condividere alcune considerazioni. Quando, in passato, abbiamo parlato di Alāta Śānti nella polemica scatenata da altri, abbiamo però trattato sempre strettamente di Vedānta. In realtà, anche adesso, parlando di come si fa il satsaṅga, di quali dovrebbero essere gli scopi, ecc., si sta discutendo di qualcosa che inerisce direttamente o indirettamente alla finalità per cui ci riuniamo. Però, sono molte le questioni da affrontare. C’è un articolo di Svāmī Satchidānandendra Mahārāja (“Il metodo tradizionale per dibattere sulla dottrina”, apparso in VVM il 27.03.2022) su come si dibatte tradizionalmente e su come si deve intervenire e scrivere. Ci sono vari modi e varie cose da poter risistemare, anche in ambiti che non afferiscono direttamente al Vedānta. Quindi ciascuno può avere situazioni o argomenti che lo interessano o lo bloccano o lo fanno rimanere perplesso. Questi confronti nel satsaṅga possono essere lo spunto per liberare tutti da difficoltà consapevoli e inconsapevoli. Ci sono temi in cui qualcuno ne sa di più, altri possono avere maggiori competenze linguistiche, altri possono aver avuto maggiore frequentazione con il loro Guru, tutti apporti che secondo me possono essere utilissimi a tutti. Oggi l’occasione è il paper del pūrvapakṣin. La questione sollevata è di ordine vedāntico e questo va benissimo, perché da questo spunto possono essere sollevate tante altre questioni; dall’upāsanā all’insegnamento del Guru, a come si intrattiene un dialogo, addirittura al piano storico-filosofico dell’India, e chi più ne ha più ne metta. L’altra cosa molto interessante riguarda quello che si ascolta dal Guru e quello che gli si chiede. Ci si può interrogare molto sulla disposizione del mumukṣu, dello śiṣya, anche nella formulazione degli scritti. Śiṣya in funzione di siddhāntin o di pūrvapakṣin, che sia. Lo śiṣya non è mai uno spettatore passivo. Voglio dire, la riflessione, il pensiero, il viveka non sono mai passività. È sempre il Sākṣin, non è un registratore di cassa che attesta semplicemente. Si tratta invece di affinare una riflessione che è essa stessa attiva o perlomeno reattiva. Io ci riflettevo e devo dire che nelle varie forme di satsaṅga l’optimum è chiaramente quella d’essere i piedi del Guru. Se si è pochi, bisogna, comunque, avere una comunione di orizzonti. Qui stiamo parlando del Guru, del rapporto Guru-śiṣya dal punto di vista vedāntico. In quest’ottica, il Jñānaguru è colui che insegna l’Ātmavidyā. Se insegna la vera natura del Sé, il fine dovrebbe essere quello per cui l’orizzonte di comprensione del discepolo collima con quello del Guru. Il Vedānta è jñāna e, quindi, la realizzazione vedāntica avviene tramite la comprensione perfino delle singole parole, come dice Śaṃkara nell’Upadeśa Sāhasrī quando tratta del Tattvamāsi. Ciò, ovviamente, non si limita ai mahāvākya, ma riguarda ogni riferimento upaniṣadico per comprendere il significato delle singole parole. Quindi si tratta di capire, di riconoscere. Per riconoscere è fondamentale, appunto, che l’orizzonte di comprensione di chi già conosce e insegna e l’orizzonte di comprensione di chi non conosce già e riceve l’insegnamento, collimino. Perché ciò accada, è ovviamente necessario che l’attenzione del discepolo si attivi. Infatti, il Guru non può sapere in quale modo tale sintonia non collimi. Deve essere il discepolo a esporre come e dove non capisce. Quindi deve fare lo sforzo di formulare il dubbio, di porgere la domanda: «Forse il significato di questa parola lo comprendo diversamente». Quanti presupposti retroagiscono in noi? Quante precomprensioni, pregiudizi, di cui non siamo consapevoli, retroagiscono in noi e impediscono al nostro punto di vista di collimare con quello del Guru, cioè con quello dell’Upaniṣad? Riflettevo su questa cosa qualche tempo fa: quindi, evidentemente l’optimum è la presenza del Guru. Ed essere in pochi o, meglio, da soli con lui. Qui, tuttavia, ci comprendiamo tra noi perché “lavoriamo” assieme da tanto tempo. Perciò effettivamente abbiamo avuto modo di convergere verso la dottrina unica e non duale. Secondo me è su questa base che il satsaṅga funziona. Certo che, se un satsaṅga fosse composto da cento persone che non si conoscono, che la pensano in cento modi diversi e che si rifanno a darśana diversi, da persone che non hanno mai sperimentato realmente l’unione dei loro orizzonti con quelli dei propri Guru, non potrà mai funzionare. Volevo fare un esempio vissuto di una riflessione che non è tanto un dubbio, quanto piuttosto il mio modo di vedere. Un argomento sollevato dalla sincera riflessione, come quello proposto dal pūrvapakṣin, per esempio, dà spunto a una serie di considerazioni da scambiare tra siddhāntin, che aiutano a capire, a intuire. Non si tratta, per così dire, di preparare i compiti per casa, la lezioncina, poi, da esporre agli altri. Si tratta di una vera elaborazione congiunta “in diretta”. Questo è satsaṅga.

      TERZO SIDDHĀNTIN:

      A queste considerazioni condivisibilissime, vorrei aggiungere un paio di osservazioni che a mio parere possono essere importanti. Ricordo che la prima volta che ho ricevuto un insegnamento vedāntico da parte del mio attuale Guru, egli si è cautelato immediatamente dicendo: «Fa’ attenzione. Il Guru di Vedānta non è come gli altri Guru. È diverso, ha una funzione diversa, un modo di esprimersi diverso. In breve, il Guru di Vedānta con i suoi insegnamenti provoca śravaṇa». Il contatto che il discepolo ha con il maestro è quello dell’ascolto, l’ascolto della parola del maestro, perché tramite la parola del maestro noi assumiamo la conoscenza upaniṣadica. La quale non è libresca: è l’interpretazione tradizionale del Vedānta attraverso le parole e le spiegazioni del Guru. Voglio dire che, a rischio di provocare scandalo nelle menti deboli, il Guru di Vedānta, in effetti, non è nemmeno un Dīkṣāguru. Il Guru di Vedānta trascende i rituali, compreso il rito di iniziazione. Il Guru di Vedānta è la trasmissione, tramite le parole, della tua autoconsapevolezza, della tua autocoscienza. Egli stesso ti avvera, ma attenzione: la sua parola ti convoglia un insegnamento, una verità assoluta, anche se questa parola non è assoluta. Fa anch’essa parte dell’illusione, fa anch’essa parte dell’errore. Però in questo modo ti stimola a fare viveka. Un’altra delle cose molto importanti che si apprende immediatamente è che il discepolo deve fare domande. Il maestro di Vedānta non ha superpoteri per poter studiare la geografia sottile interiore del discepolo né ha la boccia di cristallo per sondarlo. Certamente ha un’esperienza d’indagine psicologica talvolta stupefacente, senza però che ciò esondi nell’uso di siddhi straordinarie. Se non parli con lui, se non ti apri a lui, non può sapere se hai capito o non hai capito. Ma questo avviene paradossalmente anche fra gli stessi discepoli, tra i vicārin. Il problema è che il vero maestro di Vedānta è, in realtà, l’Ātman stesso, presente indiviso tra gli esseri divisi (BhG XIII.16). Con ciò non voglio assolutamente validare una bestialità come quella detta a proposito della loggia massonica. Cioè, non voglio dire nulla di paragonabile alla sciocchezza secondo la quale sia la loggia, ossia una comunità “sottile” formata da imbecilli in grembiulino che si ritrovano in un cosiddetto “tempio” a dare l’iniziazione e attivare lì chissà quali conoscenze. Conoscenze trasmesse a un ignorante da un gruppo di profani altrettanto ignoranti. Perché questa comunità sottile, che sostituirebbe la gurutva, non esiste in nessuna altra parte presso scuole iniziatiche autentiche: è un’invenzione occultistica. E se esistesse, sarebbe meglio evitarne l’influenza, viste le idee che vi circolano. Ma torniamo a parlare di cose serie: parliamo di Vedānta. In questo caso sì che è importante il confronto fra di noi. È importante perché c’è una garanzia a monte che è quella della Verità intuita (Ātma pratyaya), che è la nostra Coscienza, dimostrata dalla riflessione logica e confermata dalla śruti e dalla paramparā della linea saṃkariana. Per cui non voglio neanche dare illusioni simil-massoniche che il Guru sia qui tra noi in forma invisibile o sottile. Non è qui in questi termini; però, siccome noi andiamo alla ricerca di questa nostra autoconsapevolezza, andiamo alla ricerca proprio di quell’unico essere reale che apparentemente si è frammentato nelle nostre individualità, come da precedente citazione dalla Gītā. Esso è sempre presente, realmente e non sottilmente o magicamente, anche quando siamo noi individui che siamo assenti (asat), come nel sonno profondo. È da Quello che traiamo ispirazione.

      PŪRVAPAKṢIN:

      Io ho 50 anni di discepolato (śiṣyatva) sulle spalle e oggi sono il più anziano tra i presenti assieme al terzo siddhāntin. Mi richiamo subito a quello che è stato appena detto: una cosa fondamentale è la presenza del maestro. Il maestro c’è ed è presente anche tra noi in questo momento, perché il vero maestro è l’Ātman, è Brahman; è presente e siamo noi. La nozione di upaguru è fondamentale. È importantissima la risposta che il terzo siddhāntin ha dato a un corrispondente l’estate scorsa (2025) a proposito di Ramaṇa Mahārṣi.

      TERZO SIDDHĀNTIN:

      Scusa, non ricordo.

      PŪRVAPAKṢIN:

      Era stato riportato che, secondo le fonti, l’iniziazione è stata conferita a Śrī Ramaṇa Mahārṣi dalla montagna Aruṇācala. È stata chiarita così la nozione fondamentale di upaguru. Io per la prima volta ne ho sentito parlare in Guénon, ma, pur avendo seguito quattro maestri in successione, in realtà da sempre mi sono sempre appoggiato all’upaguru. E qui torna un’altra questione, quella di porre domande. Generalmente non lo si fa perché si è timidi; vincere la timidezza è una maniera per distaccarsi dall’io. Timidezza e riservatezza servono a preservare la propria individualità che, in fondo, non esiste affatto. Se non si vince la timidezza, si rafforza e si mantiene l’io empirico e non si raggiunge il distacco. Vincere la timidezza può sembrare ascesi e, per certi versi, appare come uno sforzo. L’ascesi, in fondo, è importante per dare meno importanza all’io, per metterlo da parte e trascenderlo. Si tratta del metodo che porta a vincere le tendenze innate. Si sa come funziona la psiche umana: si ha paura di fare la domanda, perché gli altri possono considerermi sciocco. Nascondersi non facendo la domanda è una forma di egoismo, perché così si pensa di difendere il proprio ego dall’opinione degli altri. Invece, quello che accade è che, facendo così, si rifiuta di ottenere la risposta, il chiarimento cercato. Un maestro elementare di mia figlia diceva, giustamente, che a fare la domanda ti senti stupido per un minuto; ma se non fai la domanda resterai stupido per la vita. Per noi nati in Occidente la funzione dell’upaguru è stata costante e imprescindibile, anche se non ce ne rendiamo conto. Dalle prime letture, alla ricerca di un collegamento iniziatico risultato poi fasullo o deludente, all’incontro con il proprio vero maestro, alla frequentazione di un satsaṅga qualificato. È tutto upaguru, che non è solamente un individuo che fa le veci del Guru, ma è un oggetto; o xono determinate situazioni, certi casi della vita. Fossimo nati in India, saremmo stati costantemente ai piedi del Guru. Ciò nonostante, neanche in India stanno tutti ai piedi del Guru. Anche lì è kali yuga, anche se in forme diverse. Nel mio messaggio con cui s’è aperta questa discussione, infatti, cercavo una conferma, perché appunto io sono stato abituato, da una vita, a trovarmi la risposta da solo.

      SESTO SIDDHĀNTIN:

      Vorrei aggiungere che condivido queste considerazioni del pūrvapakṣin. L’argomento dell’upaguru è talmente vera che in realtà è vera sempre, anche alla presenza del Guru. Infatti anch’egli è un upaguru, posto che, quando si capisce, il Guru è la propria intuizione. E qui si passa alla concezione del Satguru. Ricordo che nell’introduzione al Mūlāvidyā Nirāsa, Svāmī Satchidānandendra citava Sureśvara, che affermava che anche quando si è ai piedi del proprio Guru a cui diamo tutta la nostra fiducia, è la nostra intuizione il tribunale supremo. È il Sākṣin che capisce a essere il vero Guru. Il Guru umano non è altro che il più elevato upaguru, lo specchio del tuo Sé intimo. Tu sei il Guru, tu sei l’Ātman, tu sei Quello. Questa è la prospettiva vedantica, perché tutte le altre prospettive sono duali.

      Nella dualità il Guru è un insegnante che ti dà ordini, che ti dà istruzioni e che ti dice “fa questo”, “hai fatto male a far quello”. E tu devi obbedire perché il śiṣya è come un cadavere elle mani dell lavatore di cadaveri. Invece il cadavere non esiste. Tu sei il Sé, punto e basta. Tu sei Quello. Possiamo dare la parola al primo siddhāntin che vedo fremente?

      PRIMO SIDDHĀNTIN:

      No, non sono fremente. Volevo soltanto aggiungere anch’io qualcosa a proposito di quello che diceva il quinto siddhāntin. È vero che tu cerchi e cerchi e a un certo punto hai la consapevolezza di aver trovato proprio perché senti dentro di te un qualcosa che riconosci. Ecco, con l’intuizione tu riconosci quello che cercavi, quello che in fondo sai che è così, che è così realmente. E in fondo, a proposito del maestro, è detto che tra śiṣya e Guru, poi, non c’è nessuna differenza. Non c’è dualità perché è l’Ātman non duale. Infatti, Svāmījī mi aveva detto di non ringraziarlo per i suoi insegnamenti, perché ciò sarebbe un segno che l’upadeśa proviene da altro da Sé.

      TERZO SIDDHĀNTIN:

      Ci sarebbe da trattare su cosa s’intende quando si dice che l’intuizione può essere parziale. Ritorneremo più avanti su questo importante argomento. Rimanendo sull’argomento del Guru, certamente la corretta trasmissione della paramparā è uno strumento di scelta imprescindibile. Altrimenti si prendono una di quelle cantonate così frequenti in Occidente, in cui un Tizio qualsiasi si presenta: «Me voici! Io sono un maestro. Mi ha nominato tale il maestro Caio, grande iniziato (ovviamente defunto o comunque inarrivabile). E che io sia un maestro regolare è provato dal fatto che mi rifaccio alla dottrina dei libri di Senpronio, che sono la verità rivelata!» Accade anche che l’ambiene del “grande” maestro defunto non lo conosca o che lo respinga, ma in questo caso si spiega il tutto con la rapida degenerazione o estinzione dell’organizzazione iniziatica, dopo la scomparsa del “grande” maestro. Non sto parlando, chiaramente, degli pseudo Guru della New Age, ma di quei circoli d’imbecilli con cui molti di noi si sono incontrati e scontrati in passato. Uno dei pericoli per la ricerca del vero Guru è quello di burocratizzare sia il concetto di iniziazione sia quello di maestro. Infatti, oltre al controllo sulla correttezza della paramparā, che rimane imprescindibile, ci sarebbe un secondo modo per identificare il proprio vero Guru. Ci sono segni corporei e psicologici che caratterizzano il Guru. Ma anche qualora la persona che si sta esaminando presenti tutte e 32 le caratteristiche (lakṣaṇa) di giusta e corretta gurutva, queste, nondimeno, rimangono segni esteriori. Indagine ineccepibile che l’aspirante discepolo ha il diritto di portare a termine, ma che la mentalità degli occidentali, come si diceva, è portata a burocratizzare. Questa cautela sarebbe comprensibile per quello che riguarda la scelta del Dīkṣāguru. S’è così verificato che si tratta sicuramente di un vero maestro, ma nulla mi garantisce che si tratti del “mio” maestro. Il caso è risolto quando è lo stesso maestro che non ti accetta come discepolo e che ti consiglia qualcun altro in sua vece. Altrimenti può accadere che si entri in un rapporto di discepolato sterile, privo di frutti, perché non c’è empatia tra Guru e śiṣya, e il metodo non funziona. Cadavere nelle mani del lavatore di cadaveri finché si vuole, ma non succede nulla. Qualora si presentasse questo caso, non sempre è responsabilità del discepolo. Lo stesso Guru mantiene alcune manchevolezze che gli impediscono di essere pienamente nella funzione che svolge “esteriormente”. La piena empatia tra discepolo e maestro è, d’altronde, immediata e intuitiva. In questo caso perfino il metodo impartito può cominciare a dare manifestamente i suoi frutti fin dal primo momento in cui lo si impiega. Tutto ciò ha senso nel dominio della conoscenza non suprema. Nel caso del jñāna mārga, in cui la conoscenza ha la natura dell’intuizione, il reciproco riconoscersi tra Guru eśiṣya accade in forma spontanea (sāhajika rūpa). Fin dall’inizio, infatti, s’instaura un rapporto che è garanzia di contemplazione non duale, “che ‘ntender no la può chi non la prova” (Dante, Vita Nuova, “Tanto gentile e tantoonesta pare”). Apparentemente l’intuizione emerge come esito delle parole e della presenza del Guru. Ma, in realtà l’intuizione sei tu: il Guru fa da catalizzatore tra te e Te stesso. Ma anche questo è solo un modo di dire, un gioco di parole (vācārambhaṇa). In tutti i casi, però, se non si instaura fin dall’inizio l’empatia di cui si diceva, è meglio cambiare maestro. Tra gli occidntali accade che, per un malinteso senso di lealtà, molti rimangono fedeli al loro maestro, vero o falso che sia, soffocando sul nascere ogni dubbio o sospetto. È un atteggiamento fideistico comune a livello esteriore tipico delle religioni e trasposto forzosamente nel dominio iniziatico. Ma ciò che importa, in questo caso, è la realizzazione, non il senso di fedeltà. Il mio maestro ha sempre detto che è grave errore rimanere presso un Guru che ti fa ripetere in continuazione un metodo che non funziona. Lo si ringrazia per tutto ciò che ti ha dato, ma lo si avverte della propria volontà di cambiare maestro. Se quel Guru si arrabbia o s’offende, gli si deve ripetere i ringraziamenti e la propria determinazione di perseguire la conoscenza presso chi è in grado di trasmetterla. (Se si arrabbia od offende perché lo lasci per proseguire la tua cerca, vuol dire che non è, poi, un maestro del tutto compiuto!)

      Perseguire la conoscenza può essere anche la scelta di chi ha raggiunto la condizione postuma massima tramite una via karmica. Costui, dopo la morte, va a finire nel Brahmaloka e lì, nel più alto dei cieli, gode, cioè fruisce, degli effetti delle azioni positive compiute durante la vita. Questi effetti si trasformano, per così dire, nella visione della divinità suprema con la quale s’instaura un rapporto di contemplazione. Però il Vedānta dice che, dopo un po’ di tempo che si sta nel Brahmaloka (un certo tipo di tempo c’è anche là perché si tratta pur sempre di un mondo), si può avere la sensazione che forse c’è qualcosa di più alto da aggiungere. Anche nel Brahmaloka può scattare il desiderio di conoscenza, il desiderio di ottenere quella conoscenza che fino a quel momento non si era ottenuta. È così che si può raggiungere la kramamukti. La conoscenza è indipendente dallo stato o dal mondo in cui illusoriamente ti trovi! Analogamente, durante la vita in stato di veglia, può capitare che ti rendi conto che il tuo Guru di più non ti può dare, mentre tu hai necessità di qualcosa di più. Chi non se ne rende conto si accontenterà per sempre di seguire quel maestro: e farà benissimo. Se non c’è motivo, perché cambiare? Io ricordo di un maestro, del quale non posso dire che bene, anzi benissimo. Un giorno gli ho detto: «Senti maestro, io di provare in me vampate di calore, di vedere luci a occhi chiusi dentro di me, di sentire spontaneamente il mantra ripetuto dalle pulsazioni cardiache e via di questo passo, te ne son gratissimo. Però, io voglio la conoscenza, questi fenomeni non mi interessano». La sua risposta, molto onesta, fu: «Questo è tutto quello che io ti posso dare». E quindi io, da quel momento, ho cercato altrove. Ho ancora molta stima per quel maestro, anche perché ha avuto l’onestà di riconoscere il limite del metodo che insegnava. Quando i Guru che ho avuto in seguito mi hanno chiesto delle mie esperienze passate, tutti hanno riconosciuto che quel primo maestro era stato davvero un sapiente. Limitato, ma competente. Però lo avevo messo da parte per cercare la conoscenza, stufo di sperimentare stati interiori in successione.

      Ritornando al pūrvapakṣin, vorrei ripetere l’ultima frase con cui egli stesso dà la risposta al suo dubbio: “… ma se mi sembra di aver capito questo, cioè di aver capito tutto, perché non cambia niente? Perché continuo a sentirmi sempre lo stesso? Perché in realtà sono sempre la stessa Realtà, una e unica, indifferenziata, senza cambiamenti. Quindi non c’è niente che debba cambiare, occorre solo mantenere la coscienza e non distrarsi.” E questa frase finale è la risposta di chi ha capito veramente qual è il senso stesso della consapevolezza, della comprensione.

      Se voi mi concedete ancora cinque minuti vorrei leggervi alcuni brani che confermano questa presa di coscienza, capitatimi sott’occhio recentemente:

      “Com’è noto, l’Ātman non è affatto estraneo a nessuno, poiché è il Sé interiore. Ātman, perciò, non può diventare il proprio oggetto di conoscenza per il fatto che egli non può essere oggetto d’indagine da parte dei pramāṇa. Infattiè lui che usa la percezione e gli altri mezzi di conoscenza per provare l’esistenza d’un oggetto sconosciuto.Nessuno può sostenere che l’esistenza dell’etere e di altre cose possa essere provata senza l’aiuto dei mezzi diconoscenza. L’Ātman, d’altra parte, essendo il sostrato sia dei pramāṇa sia delle cose contingenti, deve essereconsiderato principiale rispetto ai pramāṇa e alle cose contingenti. E nemmeno è possibile negare un tale essere,perché può venire soltanto negata l’esistenza di qualcosa di estraneo, ma non la propria natura essenziale. Ancheperché proprio la persona che dovrebbe essere colui che nega, è in verità la sua vera natura essenziale. Può forseil fuoco negare la sua natura essenziale di fuoco? Se qualcuno pensa: «Sono io che conosco qualcosa nelpresente; sono io che conobbi qualcosa nel passato e qualcosa altro in un passato ancor precedente; sono io checonoscerò qualcosa in futuro e qualcos’altro ancor dopo»; da ciò si trae che non c’è alcun cambiamento nelconoscitore, anche se ciò che si conosce è soggetto a cambiamento dal passato, al presente, al futuro. Questoperché il conoscitore è di natura eternamente presente. Allo stesso modo, quando persino il corpo è ridotto acenere, non si può concepire distruzione o cambiamento della natura dell’Ātman. (Brahma Sūtra Śaṃkara BhāṣyaII.3.7)Allora Uṣasta, figlio di Cakra, gli chiese: «Yājñavalkya, insegnami il Brahman, realmente immediato, che è il Sé piùinterno.» «Questo è il tuo Ātman, interno a tutto.» «Yājñavalkya, cos’è questo che è interno a tutto? » «Quello cheinspiri con il prāṇa è il tuo Ātman, interno a tutto. Quello che aspiri con l’apāṇa è il tuo Ātman, interno a tutto.Quello che diffondi in tutte le direzioni con il vyāṇa è il tuo Ātman, interno a tutto. Quello che espiri con l’udāṇa è iltuo Ātman, interno a tutto. Questo è il tuo Ātman, interno a tutto.» Allora Uṣasta, figlio di Cakra, gli disse: «Mi haiparlato di ciò come uno che abbia detto: “Questo è un bue, questo è un cavallo.” Insegnami il Brahman, realmenteimmediato, che è il Sé più interno.» «Questo è il tuo Ātman, interno a tutto.» «Yājñavalkya, cos’è questo che èinterno a tutto?» «Non puoi vedere colui che vede con la vista; non puoi udire colui che ode con l’udito, non puoipensare colui che pensa con il pensiero, non puoi conoscere colui che conosce con la conoscenza. Questo è il tuoSé più interno; ogni altra cosa diversa da lui è peritura.» A questo punto Uṣasta, figlio di Cakra, si zittì.(Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad III.4.1-2)

      “L’Ātman [il jīvātman], che pur non si differenzia mai dalla sua vera natura di Ātman, nella vita ordinaria è concepitoerroneamente dagli uomini che, non possedendo la corretta conoscenza della sua vera natura, lo identificano con ilcorpo e con altre modalità diverse dal Sé. L’Ātman stesso, [ossia il jīvātman individuale, perché è stato] identificatoin questo modo al corpo e ad altre cose che non sono il Sé, accetta l’idea che si possa parlare dell’Ātman in terminiche implicano la differenza di soggetto-oggetto, come per esempio: «l’ Ātman è nascosto e deve essere cercato»,«egli non è raggiunto e deve essere raggiunto», « non è udito e deve essere udito», «non è pensato e deve esserepensato», « non è compreso e deve essere compreso» e così via. Al contrario, dal punto d’osservazione dellaRealtà assoluta si nega che possa esserci qualcuno che vede, qualcuno che ode, ecc., che sia diversodall’onnisciente Signore supremo, come nel testo: “Non c’è nessuno che vede se non Lui.” Il Signore supremo èconosciuto come Sé conoscente (vijñānātma) differente da colui che agisce nel corpo, sperimentatore sovrappostodall’ignoranza (avidyā). Questo è paragonabile al mago che in apparenza sale al cielo arrampicandosi su unacorda, armato di spada e scudo, mentre il mago in realtà rimane a terra. Oppure è come lo spazio all’interno di unvaso che pare limitato da condizioni aggiunte, quando invece lo spazio non è limitato da nessuna condizioneaggiunta. (BU III.7.23) Il Sé può intuire la visione dell’Ātman stesso, dal momento che egli ha la stessa natura dell’intuizione. Anche lamodificazione mentale che è prodotta della sua apparizione è definita come Suo anubhava (intuizione del sé).(Upadeśa Sāhasrī XVIII.195)

      “Lo yogin che vede la modificazione della mente in cui si riflette l’apparizione dell’Ātman, esattamente come guarda la propria immagine nello specchio, pensa di vedervi l’Ātman. Chi riconosce questo come un’immagine illusoria chenon può essere il Testimone che tutto vede, quella persona e nessun altro è in verità il migliore degli yogin. E suciò non c’è alcun dubbio. (US XII.6-7)

      “Lo yogin che crede di aver realizzato l’Ātman in una particolare modificazione della mente, oanubhava, non conosce la verità. Il fatto è che il conoscitore e il conosciuto sono un’apparenzadell’Ātman nella modificazione della mente. “Essi sono due sovrapposizioni del Testimone e,essenzialmente, sono quel Testimone e nient’altro. (Citazioni tratte da Svāmī Satchitānandendra, Dottrina e Metodo delVedānta, p. 136)

      “Nella śruti [già citata], con ‘Tu’ s’intende il conoscitore della conoscenza. Perciò solo questo è l’intuizionedell’Ātman; ogni altra intuizione diversa da questa è falsa. (US XII. 8.)Qualsiasi conoscenza ottenuta per mezzo d’una attività intellettuale può essere soltanto quella del non-sé e non può mai essere del Sé reale. Intuire il proprio Sé come il Testimone della conoscenza è l’unicaintuizione degna di questo nome. (Svāmī Satchitānandendra, DMV, p. 137)Illuminato dalla luce della coscienza dell’Ātman, l’intelletto [buddhi] immagina di essere lui stesso cosciente e chenon ci sia nessun altro conoscente. Ora, questa è l’illusione propria dell’intelletto. (US XVI. 60) L’idea è che, quando ci riferiamo all’intuizione del sonno profondo, solo il Testimone cosciente deveessere considerato come indicato dalla parola Io, visto che è fuori discussione che qualsiasi concettomentale possa arrivare fin là. (Svāmī Satchidānandendra, DMV, p. 144)

      Quest’ultima citazione fa riferimento all’Upadeśa Sāhasrī. Io posso intuire lo stesso Ātman, dal momento che esso ha natura dell’intuizione. Il Sè è della natura dell’intuizione. La modificazione mentale prodotta dalla sua apparizione è erroneamente definita come anubava. L’anubava,invece, è l’Ātman: non ciò che si intuisce, ma colui che intuisce. Questo comporta un insegnamento sottile, di difficile comprensione, a prima vista. Per capirlo si deve fare manana in modo approfondito. Si tratta di capire cosa s’intende nel Vedānta, con “io” nella frase di cui sopra: “io posso intuire lo stesso Ātman”. Partiamo da una frase banale e studiamone il significato: “io vedo il mondo esterno”. Il mondo esterno, però, è visto dagli occhi. Tuttavia gli occhi non vedono il mondo esterno, è la vista che lo vede. Ma, sappiamo già che la vista non è altro che una modificazione della mente; quindi è la mente a vedere il mondo esterno. Il punto da capire è il seguente: dietro alla mente c’è il vedente. È, in realtà, il vedente colui che vede, non la mente. Ossia l’Ātman, il Testimone. L’idea è che solo il Testimone cosciente deve essere inteso con quella parola “io”. E qui si deve fare un rovesciamento di prospettiva. L’“io” quale soggetto individuale, a questo punto, non esiste affatto. Non esiste come un “qualcosa” d’individuale, ma nemmeno esiste come concetto mentale. Solo così si riesce a comprendere che l’aham è in realtà l’Ātman, come l’ha spiegato magnificamente in termini intuitivi Krishnaswami Iyer nel suo “Solipsismo e Vedānta”. Solamente così si riesce a capire il mahāvākya “aham Brahmāsmi”, “Io sono Brahman”. L’io individuale tutto sommato non è altro che una cattiva interpretazione di quello che tu sei in realtà: “Tattvamāsi”.


      1. Letteralmente significa “colui che per primo (pūrva) espone l’argomento su cui discutere (pakṣa)”, ossia la tesi su cui argomentare. Non rappresenta necessariamente, dunque, un rivale. Spesso, però, purvapakṣin è usato per significare “oppositore (virodhin) del Vedānta”, od “obiettore” (codaka). La risposta al pūrvapakṣin sulla base della dottrina advitīya è proferita, invece, dal siddhāntin. Costui spesso può anche esprimere qualche dubbio(amśaya) sulla propria stessa tesi vedāntica a titolo di adhyāropa. Il siddhāntin, così, si propone quale amśayin, per poi dare la corretta risposta dottrinale (prativāda), ponendosi come colui che respinge il dubbio (prativādin), impostandone l’apavāda.[↩]

      2. Discussione (saṃvāda) con un lettore del Sito

        2. Discussione (saṃvāda) con un lettore del Sito

        Secondo Siddhāntin:

        Mi si permetta di dire che sia le domande sia le risposte mi sono apparse interessanti e ben poste. In modo particolare, la vostra messa a punto del termine “coscienza” nell’ultima vostra risposta mi risulta utile per quanto sto per stilare. Il pūrvapakṣin, infatti, anche nelle sue considerazioni sullo stato onirico e sul “sogno” che descrive, pare usare “coscienza” nel senso che voi avete identificato con ahaṃkāra o con antaḥkaraṇa. Vorrei aggiungere alle vostre precedenti osservazioni che, quando si dice che la Coscienza assoluta (Caitanya) presta una certa “coscienza” all’ego, alla mente, ai sensi e al corpo, questo “prestito” è usato in senso puramente metaforico. Usando il consueto esempio di Śaṃkara, il corpo pare cosciente, ma non lo è. Cosciente è sempre e solo Caitanya. Sta di fatto che il cadavere non è cosciente perché Caitanya si è ritirato da quel corpo. Che la Coscienza “presti” una certa “coscienza” all’ego, alla mente, ai sensi e al corpo non significa che quelle componenti dell’aggregato individuale (vaiśeṣī samāsa) siano diventate depositarie di una coscienza parziale, relativa o minore. Significa che non c’è alcuna altra coscienza se non la Coscienza assoluta e che la coscienza “prestata” è pura apparenza. L’intelletto-volontà (buddhi), il senso dell’ego (ahaṃkāra o semplicemente aham), la mente emotiva (manas), la memoria-immaginazione (citta), che insieme formano lo strumento interno (antaḥkaraṇa) o mente pensante, più i dieci sensi (daśendriya), i cinque prāṇa e il corpo (deha), costituiscono ciò che si suole definire individualità (vyaṣṭi o piṇḍātman). Tutti questi componenti dell’individualità sono caratterizzati da nāma-rūpa, mentre la Coscienza ne è libera. C’è da aggiungere, però, che i componenti dell’aggregato individuale sono in relazione con il mondo, tempo, spazio, legge di causalità, oggetti molteplici dello stato di appartenenza. Nello stato della veglia, che è la situazione in cui ci troviamo ora, tali relazioni sono ben specificate; e anche la persona che io sono in veglia è ben caratterizzata. Al contrario, nello stato di sogno le relazioni sono più labili e più elastiche. Il mondo, il tempo, lo spazio, la legge di causalità, gli oggetti molteplici dello stato di sogno non sono evidentemente gli stessi di quelli della veglia. Anche la persona del sogno, dunque, proprio perché più libera di quella della veglia e in relazione con un mondo diverso, è un aggregato di componenti differenziate e caratterizzate da altri nāma-rūpa. La persona della veglia e il mondo della veglia che essa sperimenta appartengono allo stato di veglia e non sono la stessa persona e lo stesso mondo dello stato di sogno.

        A questo punto citerò un insegnamento di Svāmī Prakāśānandendra Mahārāja che non è stato ancora pubblicato sul Sito, ma che è già pronto a cura dell’amico Aśvamitra: si tratta della terza puntata del suo commento a BU (IV.3).

        L’uomo è comunemente interessato ai contenuti dello stato, cioè agli oggetti interni alla veglia e al sogno. Ogni volta che si parla di stato, subito la sua attenzione va sempre al contenuto dello stato. Perché? Perché guarda lo stato come persona della veglia. Come fa la persona della veglia che guarda gli oggetti della veglia. E anche nel sogno è interessato agli oggetti del sogno perché è un individuo, un kartā-bhoktā. Guarda gli stati in quanto individuo. Gli stati possono essere visti da un punto di vista grossolano, dal punto di vista scientifico e da quello psicologico. Il quarto punto di vista è quello yogico o mistico. Tutte queste sono interpretazioni dal punto di vista della veglia. Il punto di vista del Vedāntin è totalmente diverso.

        Infatti il Vedāntin osserva lo stato come un tutt’uno, non analiticamente. In quanto Coscienza osserva la veglia come un tutt’uno e, in quanto Coscienza, osserva il sogno come un tutt’uno. Li confronta e così capisce che veglia, sogno, persone, mondi e oggetti della veglia e del sogno sono non reali. Solo la Coscienza è reale. Com’è che si confrontano gli stati di veglia e di sogno? Constatando che quando c’è l’uno, l’altro non c’è. Ora, per esempio, stiamo nella veglia e lo stato di sogno non c’è. Non c’è da nessuna parte: non è che continui a esistere nascostamente in qualche altro spazio-tempo. Non esiste affatto, e da ciò il Vedāntin coglie l’evidenza che il sogno non è reale, che è pura immaginazione. Poi, quando si è in sogno, lo si sperimenta come se fosse veglia, come se fosse reale e, quella che era veglia prima di addormentarsi, non c’è da nessuna parte, non esiste. Quando si sperimenta uno stato, l’altro non esiste: questa è la ragione per la quale non c’è comunicazione, non c’è continuità tra veglia e sogno. Se in veglia sono armato di fucile e, addormentandomi, sogno d’essere attaccato da una tigre, non posso difendermi con il fucile della veglia. E viceversa. Per questa ragione si mantiene una breve e confusa memoria di ciò che si è sognato in quel passaggio intermedio tra sogno e veglia; che però sparisce rapidamente con il risveglio. Cioè, quel “ricordo” rimane nel sogno, non passa alla veglia. Può succedere che la mente della veglia cerchi di trattenere quel “ricordo” per farlo passare alla memoria della veglia. Ma si tratta sempre di una rielaborazione della mente della veglia. Colui che si è risvegliato ha la chiara sensazione che quel ricordo non corrisponde a ciò che si è davvero sperimentato mentre si sognava. Il vegliante ha soltanto una certezza: quella di aver sognato, di essere stato lì in sogno anche se gli oggetti e avvenimenti del sogno svaporano rapidamente, spesso sostituiti volontariamente da immaginazioni della mente della veglia. Come ha la certezza di essere stato in sonno profondo, anche se lì oggetti e avvenimenti non c’erano. Perché si ha questa certezza? Perché la Coscienza è presente in tutti e tre gli stati. O, più precisamente, i tre stati appartengono alla Coscienza.

        Perciò non si possono usare pratiche, metodi e tecniche iniziatiche della veglia quando si sta sognando. Pratiche, metodi e tecniche iniziatiche del sogno possono essere utilizzati dalla persona del sogno mentre è in stato di sogno. Ma tutto ciò non è utile alla persona della veglia. E qui siamo arrivati al punctum dolens di quanto dice il nostro gentile pūrvapakṣin: il cosiddetto “sogno lucido”, in realtà, non avviene nello stato di sogno, ma nella veglia. Questa è la ragione per la quale lo si ricorda “lucidamente”. E si fa confuso con il passare dei giorni e dei mesi, proprio come il ricordo d’una esperienza di veglia e non in pochi istanti, come i contenuti del sogno. Il “sogno lucido” è un’esperienza che fa parte di quei fenomeni che gli antropologi culturali definiscono “di coscienza alterata” (anche se non sanno cos’è la Coscienza e che essa non può mai essere alterata), come lo sono le allucinazioni, le immaginazioni di chi è intossicato dall’alcol o da stupefacenti, il delirio di chi è febbricitante, la suggestione ipnotica e l’autosuggestione, le visioni di mistici e sciamani, il déjà vu e i vari tipi di possessioni. Che si tratti di veglia è provato anche dal fatto che chi sta fruendo di tali esperienze, può continuare a comunicare con altre persone della veglia. Indotti dall’esterno, autoindotti o spontanei, questi fenomeni non appartengono a un altro stato discontinuo rispetto alla veglia. Alcuni metodi contemplano la possibilità di usare quelle esperienze non ordinarie di veglia, inducendole artificialmente tramite meditazione. Si tratta, comunque, di metodi che appartengono al karma kāṇḍa e perciò considerano gli stati dal punto di vista vyāvahārika, prescindendo dalle considerazioni sui tre stati del jñāna kāṇḍa. Questi metodi sono piuttosto potenti e, perciò, anche pericolosi perché toccano l’equilibrio mentale del sādhaka; devono essere compiuti sotto la guida di un Maestro particolarmente potente e vigile. Ho conosciuto piuttosto bene Namkhai Norbu Rinpoche, Lama (Guru) molto capace, indipendentemente dalla scarsa qualità dei suoi discepoli occidentali. Così ho potuto constatare che insegnava a pochi discepoli più avanzati il metodo del “sogno lucido” dello Dzog Chen. La purificazione della mente, a cui tendeva la pratica di tale metodo, aveva lo scopo di condurre a ciò che egli chiamava in sanscrito Advitīya Yoga, e questo la dice lunga. Tenzin Wangyal Rinpoche è sulla stessa onda.

        Primo Siddhāntin:

        Riprendiamo le argomentazioni del secondo Siddhāntin, per rispondere alle domande che si trovano alla conclusione della Sua email.

        1. Confermiamo che quando si è in veglia si è coscienti della veglia e consapevoli che il sogno è non reale e inesistente (asat, abhāva). Confermiamo che quando si sperimenta il sogno si è coscienti del sogno come se fosse veglia e che ciò che ora per noi è veglia, in sogno non esiste da nessuna parte. Se ci fosse un solo io, una sola persona, che sperimenta sia la veglia sia il sogno, tra lo stato di sogno e quello della veglia non ci sarebbe alcuna discontinuità. Perciò non ci si sveglierebbe mai né mai ci si addormenterebbe. Altra cosa avviene quando si considera il “sogno lucido” come se appartenesse allo stato di sogno. Ma non è così: in realtà il “sogno lucido” è una modalità anomala della veglia, è un’immaginazione o una fantasia che si ha da svegli: si tratta di un pensiero, ed è per questo che lo si può dirigere volutamente verso i fini che il vegliante si è prefissato. Invece nel mondo di sogno “ci si ritrova” e gli avvenimenti seguono il loro corso, indipendentemente dalla volontà del soggetto, esattamente come accade in veglia. La confusione tra lo stato di sogno e la condizione del cosiddetto “sogno lucido” è frequente non solo a colui che lo ha provato spontaneamente, ma anche presso scuole iniziatiche che lo usano metodicamente, ma che non conoscono la dottrina delle tre avasthā.
        2. Un metodo iniziatico può certamente utilizzare il “sogno lucido” come supporto psichico per ottenere determinati risultati (karma phala). L’esempio del tantrismo bön-po tibetano da Lei portato ne è la prova, a cui noi aggiungiamo quello della pratica della Yoga Nidrā presso alcune scuole tantriche che usano lo Haṭha Yoga. D’altra parte l’esperienza del “sogno lucido” non è poi così differente dalla visualizzazione interiore dei diversi cakra, con le loro componenti immaginifiche e vibratorie, dalla visione delle divinità nel Bhakti yoga, o la sperimentazione interiore delle siddhi. Invece il Vedānta non si interessa agli oggetti e avvenimenti interni degli stati, proprio perché sono dominio del karma. Considera gli stati non analizzandone i dettagli, ma come una esperienza unica, “come un tutt’uno”, raffrontandoli tra loro al fine di dimostrare che essi si escludono l’un l’altro. Così si fa viveka,conoscendo che essi, in quanto tali, sono altro da Ātman (anātman), sono proiezioni (vikṣepa) illusorie (māyika) sovrapposte (adhyasta) sulla Realtà, e perciò non reali (asat) e inesistenti (abhāva).
        3. Il Vedānta considera che ciò che i tre stati hanno in comune è l’Ātman in quanto Sākṣin. Ma questo è soltanto un modo di spiegare, dato che, in verità, i tre stati sono soltanto apparenze (upādhi) e non realtà (vastusthiti). Perciò non prende sul serio ciò che all’uomo comune appare come “interferenze” tra veglia e sogno. Il fatto che nei momenti crepuscolari tra il sogno e la veglia, ciò che appare psicologicamente durante la “fase di risveglio”, si mantenga una parvenza di “ricordo” di ciò che si è sognato, deve essere attribuito alla Coscienza, la quale, in quanto Sākṣin, testimonia gli stati. Ma, poiché, con il risveglio, l’Atman è rapidamente coperto dal senso dell’ego vegliante, quel “ricordo” è rimosso in breve dalla mente della veglia. Le vie iniziatiche di karma hanno spesso utilizzato tecniche per ricevere segnali, premonizioni e indicazioni dallo stato di sogno. Ma, anche in questo caso, si tratta di una interpretazione che si basa sulle apparenze. In realtà molti metodi del karma kāṇḍa, sotto quella parvenza,esplorano le potenzialità del karma passato (saṃskāra) al fine di correggerle, di cancellarne gli effetti nefasti e di riportare alla superficie conoscenze latenti (vāsanā). Ciò appare come se si trattasse di conoscenza di eventi futuri o insegnamenti ricevuti per via onirica. Ma il futuro, come il passato, non c’è, e l’unico esistente è il presente, che è la Realtà stessa. L’Advaita Vedānta, perciò, ha una concezione ben diversa da quella delle vie a tappe su ciò che si ottiene con l’azione dei riti, della parole e della meditazione (yantra, mantra e tantra). Per le vie di karma, il metodo conduce all’acquisizione di gradi di avvicinamento in direzione del mokṣa. Per il Vedānta quel metodo non esce dal dominio dell’azione, cioè del saṃsāra. Però può essere utile a rendere l’intelletto privo di pregiudizi, aperto alla conoscenza.

        Con questo, riteniamo di aver concluso il nostro commento al Suo scritto e di aver risposto, nei limiti delle nostre competenze, alle Sue questioni.

        Terzo Siddhāntin:

        -Innanzitutto, devo dire che sono perfettamente d’accordo con le risposte del primo e del secondo siddhāntin. Direi che la questione di fondo su cui maggiormente il pūrvapakṣin si interroga è: come conciliare il contenuto, l’import, il fine teoretico dell’advaitavāda – cioè la non-dualità – con la forma tramite cui tale insegnamento viene impartito. In effetti, una tale questione – la contraddizione tra il fine espresso e il modo di giungervi – è stata già avanzata agli advaitin, in diversi modi e forme. Sembra sorgere una contraddizione formale con tutta una serie di distinzioni che comunque si incontrano nel corso del vicāra, quale ad esempio quella di guru–śiṣya–śāstra, ecc. Avete risposto in maniera del tutto pertinente, rifacendovi tra l’altro alle Kārikā e al Bhāṣya della Māṇḍūkya Upaniṣad che affrontano direttamente questo tema. Direi che il nocciolo della risposta, da assimilare per risolvere questo punto e altri simili, è proprio l’adhyāropāpavāda.

        Il pūrvapakṣin si chiede come sia possibile che la Verità venga trasmessa, discenda nella veglia, passi di bocca in bocca, se il Brahman è non-duale – dunque da esso non discende nulla – e se il mondo è avidyā. Ma il presupposto implicito del suo discorso è che la Verità sia un contenuto, un dato, qualcosa di affermativo e che, di conseguenza, sia possibile ritrasmetterlo. Ma non è questa, secondo il Vedānta, la natura della Verità. La Verità non è un che di “posseduto”, “cercato”, di “saputo”, di “rivelato”, di oggettivabile cioè. Questo è il modo di pensare dei tradizionalisti, guénoniani in particolare, che pensano la verità come fosse un oggetto già da sempre dato, fisso, e che basti passarsi come ci si lascia in eredità un anello, o un quadro. Ma la Verità non è un “pensato”, non è un “detto”, non è una formula che possa rientrare in un dogma di fede, non è qualcosa che possa precipitare in un risultato. La Verità non è un deposito, non è possibile per essa “rivelazione” o “(auto)manifestazione”. Tutte queste nozioni presuppongono, infatti, che la Verità – cioè ciò che è innegabile (o auto-evidente, il che è il medesimo) – sia altro da sé, indipendente dall’io: sia oggetto di pensiero e parola, sia un qualcosa, sia un altro – tra gli altri – “in sé”, quando invece ogni presunto in sé è sempre “per me”, cioè per la Coscienza che lo sa. Non c’è niente che sia innegabile, se non l’intuizione che io esista e che sia cosciente. Così, non si può ricercare la Verità perché si può cercare solo qualcosa che è altro da noi stessi, semmai essa è la condizione, la ragione per cui – empiricamente – si è sempre “in cerca”, nel senso che non si è mai soddisfatti da nessun fine, nessun esito ci appare adeguato alla nostra natura profonda.

        Ora, il Vedānta, tenendo fermo che la verità ha a che fare con il Soggetto inoggettivabile e non è un che di determinato, non ritiene di esprimere alcunché di affermativo rispetto la verità. La natura del suo insegnamento, perciò, è qualcosa di profondamente diverso da qualsiasi dottrina positiva che pretenda descrivere – in qualsiasi modo, affermativo o negativo – la natura della Realtà non-duale. Niente e mai, nell’upadeśa, ha questo fine; questo è il senso dell’adhyāropāpavāda. Infatti, la cosa fondamentale da tener presente è che anche l’adhyāropa è invariabilmente e solo apavāda pradhāna. Ciò significa che anche quella parte iniziale, provvisoria, che sembra esprimere positivamente qualcosa in merito al Brahman, ha in realtà un fine “confutativo”, e non va preso per ciò che sembra affermare, ma per ciò che, tramite di essa, nega. Il Vedānta, lo śāstra, la stessa dottrina su avidyā, i tre stati, ecc., non servono ad affermare qualcosa, a dire qualcosa di vero rispetto l’Assoluto – ché così lo si determinerebbe, sicché non sarebbe più l’assoluto ciò di cui si starebbe trattando – ma servono a confutare le nozioni e le distinzioni sovrapposte su di esso a causa di avidyā, in primis la triade conoscente-conoscenza-conosciuto. Anche le sentenze apparentemente positive o affermative, hanno uno scopo meramente confutativo, o correttivo.

        Un esempio, visto che lo poneva il pūrvapakṣin: sākṣitvam non è veramente l’Ātman svarūpa. Sākṣin è l’apparenza che l’Ātman assume quando, per ignoranza, si assume come oggetto qualcos’altro da sé. Ma, in sé e per sé, l’Ātman non è testimone di alcunché, come ci è perfettamente testimoniato da suṣupti anubhava. Se non erro, questo è espresso chiaramente da Śaṃkara in qualche passo dell’Upadeśa Sāhasrī (l’espressione “cidrūpa” si dovrebbe riferire proprio a questo), e anche Sūreśvara è chiarissimo a questo riguardo. Perciò “Sākṣin” non serve a indicare positivamente quale sia la propria natura: non è insegnato per realizzare che la nostra natura vera sia quella di essere dei testimoni; serve, invece, a correggere l’idea di essere dei pramātṛ, cioè ad emanciparsi dalla nozione di essere dei soggetti empirici inclusi nello stato, ad elevarsi ed emergere dal coinvolgimento nell’avasthā, ad assumere e porsi dal punto di vista “intimo”, dell’anubhava. Lo stesso vale per altre nozioni, comunque molto elevate, di cui si fa uso nel corso dell’investigazione: anche la stesso “nirguṇa” o “ajati“.

        Perciò, non si tratta di capire come, da dove, in chi, la Verità possa formularsi, perché tanto per cominciare il Vedānta vicāra non impartisce la Verità indeterminabile, ma aiuta a falsificare e rimuovere tutte le erronee sovrapposizioni imposte per ignoranza su se stessi, quali le comprensioni erronee “io sono così e così”, “questo è mio”, “io sono nato”, “io sono in veglia”, e così via. Lo stesso śāstra, come riportavate, insegna che c’è la nozione che è creduta naturalmente per ignoranza, quella che è insegnata dallo śāstra per correggere la prima (śāstra kalpitam), e infine tattva, la Realtà, ciò che è sempre inteso, come fine ultimo, nei due momenti precedenti, ma che non si può mai pretendere di dire o insegnare direttamente. La natura della Verità pretende uno scarto nei confronti del linguaggio, scarto che non può semplicemente precipitare nel silenzio meditativo, perché il silenzio non è insegnamento, ma che può essere colmato proprio con l’adhyāropāpavāda, metodo che muove precisamente dalla consapevolezza dell’inoggettivabilità della Verità. L’insegnamento è interamente nell’ambito del kalpitam, dell'”immaginato per errore”, ma rivolta l’errore dall’interno, lo mette in contraddizione con se stesso. Il Vedānta non insegna la Verità; aiuta semplicemente a discriminare il Sé dal non-sé sovrappostogli per ignoranza. L’insegnamento, come l’intero ambito di vidyā-avidyā, si predica all’interno dell’ambito di avidyā soltanto.

        La Verità – l’Io auto-luminoso, il Sé, la Coscienza – non deve essere dimostrata per mezzo di un pramāṇa o della fede; non ha bisogno e non può essere oggettivata – e dunque è inutile chiedersi su come è possibile che si componga in quanto “oggetto”, in quanto contenuto o dottrina, come fa il pūrvapakṣin – perché è auto-evidente, innegabile, dal momento che anche la negazione è un atto (di Coscienza). Lo stesso asserto che afferma ciò – la non determinabilità della Verità – non è la “posizione” della Verità (autentica realtà), cioè non è la sua insensata oggettivazione, ma la necessità saputa (riconosciuta) della sua inoggettivabilità (insemantizzabilità). La necessità, cioè, che la Verità sia il fondamento del dire, e non il suo prodotto. La contraddizione in tale sapere non sussiste, come invece affermano coloro che pretendono di determinare la Verità. E non sussiste per la ragione che il sapere, se è sapere autentico, coincide con la coscienza trascendentale; dunque, è un atto, l’atto dell’emergere oltre il limite, dunque anche oltre la contraddizione. Più precisamente: tale atto è evocato dalla Verità stessa, quindi dall’incontraddittorio, e sulla Verità (incontraddittorio) si fonda. Proprio perché si fonda sulla Verità, l’atto di sapere emerge oltre il limite, oltre ogni limite; quindi, emerge oltre la contraddizione e nella Verità dell’incontraddittorio intende realizzarsi veramente. La contraddizione, invece, sussiste soltanto nel dire, che afferma bensì l’indicibilità della Verità, ma poi usa la parola “Verità”. Certo, dire l’indicibilità della Verità configura un dire che è inevitabile. Ancorché si sappia l’indeterminabilità della Verità, che è assoluta, non si può evitare, infatti, di usare la parola “Verità” proprio per dire questa indeterminabilità, né si può affermare che la Verità è determinabile, per evitare la contraddizione suddetta. Se si scegliesse di dire che la Verità è determinabile, allora si eviterebbe bensì la contraddizione formale – quella inerente al dire -, ma si incapperebbe in una ben più grave contraddizione sostanziale, che riguarderebbe la Verità stessa: essa aut varrebbe come relativa, sì che poggerebbe contraddittoriamente sulla non-verità, aut varrebbe come assoluta e, insieme, come determinabile, conciliando così l’inconciliabile. Determinare la Verità come indeterminabile (come irriducibile a “ciò” che viene asserito) configura, pertanto, la dimensione inevitabile. L’affermazione “la Verità è indeterminabile”, da un lato, è condizionata – trascendentalmente – dalla Verità stessa, la quale consente di riconoscere la contraddittorietà della riduzione della Verità a determinazione. Dall’altro, è condizionata – fattualmente – dall’insostituibilità pratica del linguaggio. Pronunciando tale affermazione, insomma, si accetta l’ordine del linguaggio, riconoscendolo come inevitabile (il linguaggio è ineludibile, essendo l’ambito nel quale ci si colloca). Su questo punto ho aggiunto qualcosa nell’allegato.

        -Arrivo allora alla questione della percezione e del corpo (o di come possa insegnare, è lo stesso) del brahmajñānin, che effettivamente fa il paio con quella appena trattata. Ho buttato giù una serie di argomenti che, a mio modo di vedere, sostanziano quello che, sempre a mio avviso, deve essere considerato il tātparyam, il fine dell’insegnamento vedāntico a questo proposito, e che dunque deve prevalere sul resto. Anche qui, è il termine “brahmajñānin” che, se preso alla lettera, fa problema; la contraddizione è propria non dell’essere (inteso, dal termine), ma dell'”esser termine”. Come prima, brahmajñānin deve essere inteso come apavāda pradhāna: che cosa mi permette di negare? Se, al contrario, prendo questa nozione per ciò che afferma positivamente, tradisco il tātparyam dell’upadeśa e finisco inevitabilmente per perdermi in un ginepraio di fitte argomentazioni, per tentare di tenere assieme vyavahāra e paramārtha. Non desidero dilungarmi.

        Ho aggiunto delle considerazioni su un paio di temi: la nozione reificante di “apparire/manifestazione” e di “intero/tutto”. Si potrebbero aggiungere molte citazioni testuali sulla questione dell’assenza di percezione per il jñānin, come per il superamento della questione del prārabdha karman.

        Aggiungo solo che, la questione degli “altri” – tra cui i “jñānin” tra di essi – cessa di essere dirimente o problematica qualora ci si collochi dalla prospettiva dell’anubhava (e dei tre stati), indagando la realtà in prima persona – cioè dall'”Io sono”, l’evidenza immediata – e non dalla prospettiva oggettivante e reificante della terza persona – l'”è”. Una volta sciolta l’adhyāsa, non rimane affatto la questione del mondo che ci si sarebbe lasciati alle spalle. Da una prospettiva pratica, invece, non ha senso porsi il problema del jñānin: jñānin è chi, alla propria comprensione, rimuove dubbi, errori, incomprensioni, colui le cui parole vibrano all’unisono con la nostra intuizione interiore. Se è capace di farmi collocare dal punto di vista dell’anubhava, e mi conduce nel rimuovere le identificazioni indebite con l’anātman, quello per me è un maestro. Nient’altro ha valore.

        -Sul sogno lucido e dintorni non ho molto di significativo da aggiungere. Anche qui, le spiegazioni empiriche che cerca di rendere conto della dinamica di sogno dal punto di vista del vegliante ricadono tutti, invariabilmente, nel pregiudizio del vegliante stesso. Non ha senso soffermarsi su ciò: bisogna superare di blocco questo ordine di considerazioni ponendosi dalla prospettiva del Sākṣin, e non del soggetto empirico, del pramātṛ della veglia.

        Lo Dzog chen, comunque, mi sembra davvero tra le dottrine e le posizioni più prossime al Vedānta, ma forse questa vicinanza andrebbe verificata. Sul solipsismo avete già detto tutto.

        Sull’idealismo, devo dire che vado sempre più convincendomi – come aveva notato Krishnaswamy Iyer (ma già Gauḍapāda!) che sia esso, in una sua possibile lettura “parmenideo-attualista”, la posizione teoretica occidentale più prossima a quella del Vedānta. Questo può far venire le traveggole ai guénoniani, o suscitare facile ironia, ma le cose stanno così: l’identità pura di pensiero ed essere è, difatti, il nucleo dell’insegnamento di Svāmī Prabhuddhānanda che abbiamo ascoltato assieme. Sinceramente, non mi interessa se costoro rimangono esterrefatti. Anzi, aggiungo, i loro limiti sono, semmai, nella loro non radicalità, nel non aver portato fino alle conseguenze ultime i presupposti impliciti in questo nodo teoretico. Esagerando, direi che il problema non è che sono idealisti, è che non sono stati idealisti fino in fondo!

        In generale, a ogni modo, mi sembra che molte delle questioni che pone il pūrvapakṣin diventino un girare a vuoto del pensiero, nel tentativo di risolvere da sé la dualità. Non è un caso, credo, se la sua investigazione si “inceppa”, in quelle nozioni-limite, come quella del brahmajñānin, del mokṡa, ecc., in cui – se presi alla lettera – punto di vista empirico (del dire) e “metafisico” si “intrecciano”, sono indebitamente tenuti assieme: in quanto concetti o espressioni sono empirici, ma per ciò cui si riferiscono e che intendono non lo sono più. Quindi convengo pienamente sul vostro consiglio di riferirsi a un maestro di conoscenza che sappia orientare correttamente l’investigazione; questo potrebbe sbloccare e risolvere agilmente questi e altri impasse. Ricordo che, agli esordi, anche la mia riflessione si ingarbugliava spesso in alcuni dettagli in merito ad avidyā (di chi è? et similia): ma capire il modo e la direzione in cui va investigata avidyā mi ha aiutato a liberarmi tranquillamente di ciò. Sono convinto, comunque, che il nocciolo di tutte, o quasi, le questioni poste sia quello sopra evidenziato.

        Addendum del terzo Siddhāntin:

        La questione principale che presenta il pūrvapakṣin è: il jñānin ha o non ha la percezione della dualità?

        A mio parere, e per diverse ragioni, no. Vediamole.

        -Innanzitutto, non è che il brahmajñānin sia un modo diverso – rispetto l’avivekin – di conoscere o di stare al mondo; questo significherebbe infatti che il mondo sia realmente un prodotto, cioè che sia lì obiettivamente, per tutti (conoscitore e non conoscitore): al contrario, è il mondo che sta (appare erroneamente) lì solo per chi conosce erroneamente la realtà non-duale. Esso cioè è solo una percezione, erronea per giunta, e non un evento, un prodotto, di qualsivoglia grado di realtà lo si voglia immaginare. Non è che esista il mondo oggettivo, “condiviso”, e ivi coesistano le due visioni del jñānin e dell’ajñānin; invece è solo per l’ajñānin che appare il mondo e la sua presunta oggettività. La nozione di “jñānin” fa parte di questa presunta realtà, e si fonda sulla nozione di jīva bhāva. Pensare il contrario è il pregiudizio del vegliante, il quale pensa di essere parte di un mondo che esiste eternamente e indipendentemente da lui, assieme a infiniti altri esseri diversi da sé: per lui lo stato è una cosa e non un’esperienza. Al contrario, con la comparazione delle avasthā si scopre che la nozione di un mondo oggettivo e di un controllore divino di esso ha senso solo dal punto di vista dell’esperienza di veglia di uno sperimentatore individuale, il quale esso stesso dipende sulla sovrapposizione.

        Perciò, stando cosi le cose, è solo un errore di prospettiva parlare del corpo del jñānin, di uno o molti jñānin, della condizione del jñānin nel mondo, ecc. L’errore è proprio la combinazione dei due punti di vista (jñānin e ajñānin, paramārtha e vyavahāra), e prenderli come se fossero due stati obiettivi, esistenti sia per il jñānin che per l’ajñānin, i quali vivrebbero entrambi nel secondo, cioè nel loka–vyavahāra. Ancora una volta, questa è solo la comprensione dell’ajñānin; e al di fuori di questa errata comprensione non c’è affatto né mondo né questione di altri jñānin (tra l’altro che siano jñānin è solo un pensiero sovrapposto, non la diretta esperienza del conoscitore, per i quali sono invariabilmente l’oggetto-mondo della propria indagine cosciente… “per me” la Coscienza non è mai un oggetto esterno, ma invariabilmente ciò a cui ogni oggetto appare). L’attività che il jñānin continuerebbe a fare e la dualità che continuerebbe a vedere, pur non vedendola “realmente”, tramite il suo corpo sono tutte solo un’immaginazione dell’ajñānin, e non qualcosa che va in qualche modo giustificato o ricompreso dal punto di vista del jñānin. paramārtha e vyavahāra sono lì solo per l’ajñānin, il che significa che la combinazione dei due è solo un’immaginazione, una descrizione paradossale accettata provvisoriamente nel corso de vicāra. Ma questa descrizione non va presa sul serio dal punto di vista della realtà (o del jñānin) perché invece le due conoscenze (Io sono la pura Esistenza, io sono un individuo agente, ecc.) si contraddicono a vicenda, e non possono essere coordinate in alcun modo. Non c’è relazione, appunto; altrimenti ci sarebbe una qualche dualità.

        Si potrebbe chiedere infatti: a chi è che appare la speciale condizione di jñānin in opposizione all’ajñānin? Per chi è la descrizione che coniuga il punto di vista di jñāna e ajñāna? Questa descrizione è un tentativo provvisorio di risposta che accetta il modo di fondo in cui l’ajñānin concepisce la realtà.

        Che comunque, dal punto di vista delle relazioni mondane, le cose e gli organi di percezione “continuino” è, ancora una volta, esclusivamente la visione dell’ignorante e non quella del conoscitore, per il quale non esiste affatto, in nessun tempo, la questione del “mondo che si sarebbe lasciato alle spalle”, né di conseguenza quella di un presunto “continuo”. Per chi è, a chi appare, questo “continuo”? Il jīvanmukta nel vyavahāra, cioè il conoscitore del Brahman che è identificato con il corpo nel quale la conoscenza è sorta, è solo un pensiero erroneo degli altri e non il suo proprio, ovvero dell’avivekin, perché per il vivekin nessun vyavahāra è mai esistito, né tanto meno “apparso falsamente”. Dire che dopo la realizzazione le attività sono comunque solo nel corpo e negli organi di percezione e non nel conoscitore, è comunque solo il punto di vista dell’ignorante. Lo stesso vale per la descrizione dell’insorgenza dell’ultima vṛtti della conoscenza. Non essendo un evento, ma solo una conoscenza dovuta all’errore, rimuovendo l’errore viene meno anche la conoscenza conseguente. Se māyā è la proiezione all’esterno della mia avidyā, allora rimuovendo avidyā/mithyājñāna scompare anche la māyā/apparenza della dualità; non c’è più nulla che la determini. L’esempio dello specchio, dunque, non può applicarsi a questo caso. Al contrario, risultano appropriati gli esempi di conoscenze erronee quali il serpente sovrapposto alla corda o la doppia luna, o ancora il caso del risveglio dal sogno. Pramāṇa-prameya vyavahāra dipende da adhyāsa, e non viceversa; se ciò è vero, la loro stessa divisione viene rimossa completamente con l’insorgere di jñāna. Ricapitolando, non è che tu abbia una comprensione errata del mondo che debba essere corretta; questo è sbagliato. È il mondo stesso che è della natura di mithyājñāna. Jīvatvam/individualità è la comprensione erronea (di te stesso). L’individualità è un pensiero errato su te stesso. Tu sei suṣupti svarūpa, della natura del sonno profondo – questa è la realtà; questa è Pura Coscienza. Questo è il vero Vedānta. La conclusione finale è che la dualità non è mai apparsa o scomparsa; non solo la presunta esistenza della dualità è in avidyā, ma anche la sua percezione. Qui saṃsāra è semplicemente dovuto ad adhyāsa, e a nessun’altra ragione. Non è dovuto al saṃsāra. È perché tu pensi che ci sia il saṃsāra; ma non c’è saṃsāra per nessuno. Nessuno ha il saṃsāra, sia esso jñānin o ajñānin. “Che ci sia saṃsāra”, questo stesso pensiero è la causa del saṃsāra, è il saṃsāra. “Che io sia soggetto al saṃsāra”, questo stesso pensiero porta al saṃsāra, altrimenti non c’è affatto alcun saṃsāra. Tu pensi che ci sia un saṃsāra e per questo ti capita di farne esperienza, nient’altro. Tutta la tua esperienza è dovuta soltanto al tuo pensiero erroneo: “Io sono un saṃsārin” (questo è l’adhyāsa!).

        Quindi, a mio parere, i problemi riguardo al fatto che “a me” (cioè, di nuovo, per l’ajñānin!) sembra che il jñānin interagisca con il mondo (rāga–dveṣa, avidyā leśa, prārabdha, bādhitāṇuvṛtti, ecc.) derivano solo da un errore di prospettiva, che consiste nel cercare di combinare la visione dell’ajñānin con quella del jñānin, il che è contraddittorio. Le descrizioni che si trovano occasionalmente sono solo dal punto di vista dell’ajñānin, mentre quando parliamo dell’assenza di percezione e degli altri pramāṇa parliamo del punto di vista del jñānin. Tra le altre cose, questo è maggiormente in accordo, credo, con la vera natura del Sé così come è intuita in suṣupti: lì “i Veda non sono più i Veda“. Il fatto è che l’idea che il mondo di dualità, ovvero il vyavahāra, esista oggettivamente è solo un pregiudizio di chi ha esperienza in veglia. Bisogna, perciò, tenere ben presente la distinzione dei due punti di vista; ma il punto, per me, è che è chiaro che i due non possono coesistere o essere presi insieme. Quindi, in questo senso e in ultimo, è superfluo dire che per lo jñānin, dal punto di vista vyāvahārika, il corpo ecc. continua, perché il vyavahāra è solo una percezione “dovuta a” e “in ajñāna”, e ajñāna per lui non è mai esistita. Questa è solo una descrizione basata sul pregiudizio dell’ajñānin o di veglia. Il punto è chiarire che la spiegazione è solo per l’ajñānin, e che non c’è alcuna percezione per il jñānin. Vyavahāra non è un evento, un oggetto, è solo un’esperienza, mithyājñāna.

        -In riferimento alla dualità, ciò che chiamiamo la sua apparenza o percezione non è nient’altro che il pensiero o conoscenza erronea che ci sia, e non un qualcosa che sarebbe proiettato obiettivamente. L’apparenza è nient’altro che il pensiero che qualcosa sia apparso. Cioè: non è consustanziata da altro che dal pensiero che sia “lì”, laddove invece non c’è. Non è che c’è e poi io la percepisco in qualche modo, falsamente o realmente. L’apparenza, la percezione della dualità, è solo un pensiero, cioè appunto il pensiero che ci sia. Per questo si dice “appare”. Ma non è che ci sia in qualche modo, ossia in un modo particolare e relativo che chiamiamo “apparenza”; questo significherebbe farne un prodotto, un evento, una realtà positiva. Piuttosto, ha valore solo “nozionale” e nient’affatto “esistenziale”. Dunque “appare, ma non è”. L’apparenza è solo il pensiero che ci sia – ciò si chiama percezione, ed è tale la nostra percezione della dualità -, un pensiero che è preso per una cosa realmente presente. Una percezione presa per un oggetto di percezione. Una conoscenza erronea, non una “cosa erronea”. Questo è l’adhyāsa. Dunque non c’è alcun evento, oggetto o prodotto, che però sia falso, ma è falso che ci sia un oggetto. Il mondo è solo la forma del mithyājñāna riguardo l’unica Esistenza, e non qualcosa che esista e che dunque possa essere riconosciuto per come è o per come non è. Se, invece, di oggetto si parla, a qualunque grado lo si immagini – pur se lo si denomina “falso” – allora la conoscenza che si avrà di esso sarà corretta conoscenza (e nient’affatto falsa); e perciò l’oggetto risulterà esistente e irremovibile per com’è.

        Bisogna fare attenzione ad un fatto, che solo apparentemente è linguistico, perché invece è foriero delle più rilevanti conseguenze teoretiche. Quando si usa l’espressione “apparenza”, o “manifestazione” – il che è lo stesso -, sembra che si possa applicare coerentemente, senza contraddizione, all’Essere, come se appunto fosse l’Essere ad apparire, o a manifestarsi, nella forma del mondo. Ovvero, sembra che questi termini siano coerentemente sufficienti a se stessi, e che abbiano un valore “obiettivo”, sicché siano in grado di descrivere una dinamica ontologica obiettiva. Ma così non è. Il linguaggio ha un indubbio effetto reificante, ed è per questo che è necessaria la massima attenzione. Sembra che le affermazioni quali “l’Essere appare” o “l’Essere si manifesta”, o ancora “il mondo appare” abbiano un senso compiuto, ma il punto è: appaiono a chi? Non si dà mai alcun apparire senza che un tale apparire sia dato a qualcuno, appaia a qualcuno. Ogni cosa appare “a me”, cioè alla Coscienza. Descrivere l’apparire come fosse un fatto autosufficiente è precisamente l’errore di astrazione in cui cadono i realisti, i naturalisti, i riduttivisti di ogni risma. L’immediatezza del fenomeno non esiste (e quindi non esiste alcun Essere immediato), dal momento che ogni apparire del fenomeno si dà sempre all’interno di un contesto mediazionale, costituito dal Soggetto a cui appare tale fenomeno. Il fenomeno è indefinitivamente mediato e mediabile, per quanti sono i modi in cui è dato a colui al quale si rivela come fenomeno. È impossibile stabilire una immediatezza sua propria, definitiva e stabile del fenomeno, inteso come puro apparire. Non esiste il puro apparire, esso è sempre condizionato e mediato da colui al quale esso appare. E colui (la Coscienza) al quale il fenomeno appare non può essere scavalcato, o rifuggito, come fanno gli affetti dalla sindrome di Münchhausen credono e fanno credere. “Io sono” non può essere negato o messo da parte. Parlare in modo generico di “apparire” o di “manifestazione”, in riferimento all’Assoluto o al mondo, è precisamente rimanere in questo – ma non il solo1 – equivoco. Parlare di un apparire in sé è come parlare di una lampada auto-poggiantesi, un’assurdità. Se si vuole, invece, rigorizzare il discorso, bisognerebbe sostituire ad “apparire” il verbo “pensare”, o “sapere”, cioè illuminare, essere coscienti. Sicché l’espressione “il mondo appare” significa sempre e soltanto “il mondo è pensato”, o “è noto”, o ancora, il che è lo stesso, è percepito, è saputo. In questo modo si evita innanzitutto l’equivoco di concepire astrattamente l’oggetto del sapere, l’oggetto del pensare dal pensiero che lo pensa, e di presentarlo come se fosse un fatto, un dato in sé e per sé, e in secondo luogo di passivizzare, reificare, oggettivare l’atto di coscienza.

        Alcuni sostengono che “l’essere appare”. Costoro, tuttavia, convengono – e, se non lo fanno, peggio ancora – che ogni alterità tra essere e pensiero è impossibile – e non si può non convenirne, se si pensa con rigore, dal momento che ogni dualismo “gnoseologista”, ossia ogni dualità tra pensiero ed essere, è, in realtà, solo presupposta al pensiero (anzi essa è il presupposto stesso del naturalismo ovvero il naturalismo come presupposizione creduta epperò impossibile, appunto autocontraddittoria). Ora, come si è detto, “apparire” vuol dire “essere pensato” – e sarebbe cosa opportuna usare questa dicitura, senza nascondersi dietro l’ambiguità della nozione di “apparire”, ché apparire è essenzialmente empirico ed empiricizzante (esser dato, oggettivato), quindi dualizzante. Ma, se si conviene che pensiero ed essere sono una medesimezza – come è in tutti i vertici della storia della filosofia seria e rigorosa, direi nella classicità dell’idealismo che è la filosofia – e si conviene, pertanto, che l’essere è pensiero, allora se “apparire” vuol dire “essere pensato”, chi sostenga che “l’essere appare” (ossia: è pensato) contraddice precisamente quella identità di essere e pensiero! Infatti, costoro dicono (e qui il nostro assenso è pieno) “l’essere è pensiero” (sat-cit). Ma poi aggiungono (e qui sta la catastrofe teoretica di cui “inspiegabilmente” non ci si vuole avvedere) che l’essere “appare” ed è tale apparire, ossia che “l’essere è pensato”. Ora, se l’essere è pensiero, per ciò stesso non potrà essere anche pensato, pena contraddizione. Non potrà essere un pensato, come tale identico ad ogni altro pensato, un pensato tra gli altri… con le conseguenze che non è neppure necessario esplicitare. E, invece, esplicitiamo… Cosa impedisce di prendere consapevolezza, dunque, che ridurre il pensiero a pensato (questo dovrebbero dire, coerentemente, costoro) significherebbe negare il pensiero e, di conseguenza, anche il pensato (ché il pensato è tale solo per il pensiero che lo pensa, per la coscienza che lo sa, ed è inseparabile da esso)? “Pensato” ha senso solo se il pensiero (pensante) non è pensato. Ma, di nuovo: se il pensiero è l’essere, allora è precisamente la pretesa che l’essere sia pensato (appaia) a costituire la impossibile negazione dell’essere, cioè del pensiero. Né vale la improvvida obiezione che il pensato è pur sempre pensiero (cioè ricade in questo): ovviamente sì, ma il punto è che, se ogni pensato è pensiero, tuttavia il pensiero non è e non sarà mai un pensato, cioè non sarai mai oggettivato, ma resterà invariabilmente il Soggetto inoggettivabile di ogni pensato. Di più: proprio perché il pensiero non è (non coincide con, non si riduce a) nessun pensato, può “contenere” ogni pensato.

        Tutto ciò è di assoluta rilevanza ai fini del nostro discorso, perché ci aiuta a non separare l’oggetto dal soggetto, il mondo dall’io, le avasthā dal Sākṣin, e di capire che non c’è “dato” che non sia “dato a qualcuno”, ossia, in definitiva, “dato a me”. Inoltre, ne consegue anche che, avendo l’avidyā un valore solo epistemico e nient’affatto ontologico, essendo cioè soltanto un modo erroneo di conoscere, ne consegue che la forma assunta da questo pensiero viene meno col venir meno di esso, e che il mondo non ha altra consistenza che nella consapevolezza dell’ajñānin. Infatti l’errore, cioè la parvenza, è far essere ciò che non è: il miraggio è credere che sia e, dunque, che appaia qualcosa che non è. Da qui si capisce che è sofistica, e non pensiero, concepire l’apparire come tale quale apparire dell’essere2.

        –Suṣupti è la vera natura del jñānin e dell’ajñānin. E lì non è che si veda un mondo che tuttavia venga riconosciuto essere falso, lì non esiste assolutamente null’altro da Sé. C’è solo pura Esistenza. Che rapporto ho io in sonno con il corpo del sogno? Nessuno, in alcun modo. Se così non fosse, se il jñānin vedesse comunque il loka-vyavahāra, pur come falso o irreale, allora in lui sorgerebbe una vera differenza: finché vive in un corpo (!) avrebbe lo stato in cui vede il mondo (che però è falso), e ne avrebbe un altro in cui non li vede più una volta morto il corpo. Ma, così, la vera liberazione sarebbe la videhamukti. In altre parole, la relazione col corpo rimarrebbe indipendentemente dalla rimozione dell’adhyāsa. Invece, il corpo e il resto dell’anatman c’è, o meglio appare, solo nella nozione erronea “Io sono questo corpo” e mai altrimenti; questo è in accordo col proprio anubhāva.

        -Il problema inoltre non è solo sull’oggetto, che sarebbe presente per tutti e dunque apparirebbe come reale all’ajñānin e falso al jñānin, ma anche il fatto che il jñānin resterebbe comunque un pramātṛ che usa pramāṇa per conoscere un prameya; questo sarebbe comunque il suo limite, il fatto che in qualche modo – e non si sa bene perché – resti la tripuṭi. Invece, la falsificazione del sogno consiste nella sua scomparsa: questo è l’anubhāva, e non il fatto che dopo rivelatosi falso si continui a percepirlo come falso.

        -Una ragione ulteriore: se si definisce la condizione del brahmajñānin come quella in cui si ha una cognizione del mondo di dualità come falso, allora questa condizione non è la suprema beatitudine per noi concepibile, e perciò non coincide con il vero mokṣa. Non a caso, tale condizione varrebbe solo temporaneamente, sino alla caduta del corpo. Io posso infatti immaginare una beatitudine superiore a quella dello spettatore indifferente allo spettacolo falso che gli si presentasse dinanzi. Non posso invece immaginare una beatitudine maggiore alla pienezza della pura e totale Esistenza, com’è sperimentata in suṣupti.

        -Chi conosce Brahman è Brahman. Chi conosce il mondo è (parte del) mondo. Che lo si conosca ma non se ne sia legati perché risaputo falso è una giustificazione che si basa sul pregiudizio del vegliante, cioè sul pregiudizio che ci siano cose o eventi (che siano nati, direbbe Gauḍapāda), e non pensieri o percezioni erronee.

        -Chi pensa di essere il corpo non conosce se stesso e commette adhyāsa, e così facendo pensa che anch’esso in un certo senso abbia un corpo e agisca; ma se non conosce la propria condizione come può conoscere quella del jñānin? Infatti, l’errore è proprio che Io sia il corpo. Tra l’altro, il corpo stesso è una percezione/pensiero della mente che erroneamente pensa di esserlo. Il corpo è un pensiero/percezione intrattenuto dalla mente. Cioè il corpo c’è, e consiste, solo nella nozione erronea di essere il corpo, mai altrimenti. Essere il corpo è un’esperienza, un pensiero della mente errante e non un fatto corporeo, esterno alla coscienza, obiettivo. Questa è, in effetti, precisamente anche l’opinione di Śrī Ramaṇa Maharṣi, il quale a tal proposito insegnava che: “An Ajñānin (Ignorant) sees someone as a jñānin (Self-Realized Soul) and identifies him with the body. Because he does not know the Self and mistakes his body for the Self, he extends the same mistake to the state of the jñānin. The jñānin is therefore considered to be the physical frame”.

        -A mio avviso, tutte le spiegazioni che normalmente troviamo sul modus operandi di un jñānin vengono fornite solo tenendo fermo il punto di vista di un ajñānin. Per dirla in parole povere, ogni insegnamento è rivolto ad un ajñānin. Per un jñānin non esiste la percezione del mondo della dualità. “Brahmavid brahmaiva bhāvati” (colui che conosce Brahman è/diventa Brahman) è lo śruti pramāṇa.

        Pertanto, essendo Brahman uno senza secondo, non rientra nella triade conoscitore-conosciuto-conoscere.

        Poiché Brahmavid è Brahman soltanto, non è corretto parlare di Brahman come di qualcosa che è confinato al complesso corpo-mente. I ricercatori normalmente pensano che un jñānin sia “un essere illuminato in un corpo”. Partendo dalla loro identificazione/comprensione del jñānin come tale, pretendono una spiegazione su “com’è che il jñānin mangia/beve/parla/scrive/insegna in questo mondo?”. E a questa domanda non valida esiste una risposta provvisoria nel Bhāṣya: il “prārabdha continua” oltre il sorgere della conoscenza. Ma è solo una risposta provvisoria. Dovremmo sempre chiederci: cos’è il prārabdha, dopotutto? Il corpo è il prārabdha. Ora, per chi è questo “corpo”? La risposta è: lo è per l’osservatore. Allora, cos’è per il “jñānin“? Per un jñānin, non è corpo – il corpo non esiste, perché quando tutto è Ātman, cosa ne resta dello scopo, della possibilità stessa dell’anātman? Questo è quanto indica esplicitamente l’Aparokṣānubhūti, distinguendo tra un insegnamento provvisorio – che è śāstra kalpitam e diretto ad un certo indagatore – e la vera natura del conoscitore.

        Quindi, la gloria del jñānin è una gloria incorporea. Se l’osservatore non è soddisfatto di questa risposta e chiede una spiegazione più precisa su “come opera il jñānin“, chiederei sempre all’osservatore di indagare prima di tutto sulla verità delle proprie azioni. Per ignoranza, quest’uomo pensa di “operare”, “controllare”, di “essere colui che agisce”, ecc. Non è così? Ora, cosa dice lo śāstra a un uomo così ignorante? Dice: “Prakṛti compie tutte le kriyā secondo i guṇa e l’uomo ignorante pensa di essere colui che agisce”. Quindi, prima di tutto, la concezione propria di una persona ignorante, come “io controllo/mantengo il corpo e le sue azioni”, è di per sé un grave equivoco, un’errore (mithyājñāna). Cosa dire del modo in cui questa persona ignorante pensa a un jñānin? – A causa del sua comprensione erronea che consiste nel pensare di essere un corpo, arriva a pensare che anche il jñānin sia all’interno del corpo. Tutto qui.

        Pertanto, ogni volta che un cercatore indaga sul modus operandi/stato del jñānin o chiede spiegazioni su come/cosa ci sia al di là del jñāna, faccio sempre riferimento all’errore di quel medesimo cercatore riguardo alla “sua propria identificazione con una personalità che è in uno stato di relazioni o “transazioni””, e indico che proprio questo è l’errore (adhyāsa). Con ciò, anche la questione dello stato di cose del jñānin viene risolta. Ecco perché, in una certa misura, l’espressione “uomo di conoscenza” (jñānin) è fuorviante. Non esiste alcun jñānin, esiste solo jñāna e quel jñāna che è uno senza secondo è Brahman. Jñāna non è nel corpo, ma il corpo è solo una percezione errata di ciò che esiste, cioè jñāna.

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        I concetti di jīvanmukti e videhamukti sono perciò una prakriyā, perché sono possibili solo quando si accetta l’esistenza del jīva (jīva bhāva), sono quindi [concetti] vyāvahārika, [per cui] il jīvanmukta è un jīva e anche il videhamukta è un jīva. Sono così definiti dal punto di vista dell’individualità o del corpo. Questo è possibile se crediamo che esitano molteplici draṣṭā e credere che esistano molteplici draṣṭā è un legame, una limitazione, un ulteriore adhyāsa (attribuire il Sé al non-Sé). La nozione di brahmajñānin, come quella di mukta, mokṣa, ecc., sono per così dire “concetti limite”, che non possono essere presi “letteralmente”, perché in questo modo implicano una complanarità di vidyā e avidyādṛṣṭi. Tra il dire e l’intenzione del dire sussiste una divaricazione, che però non appare ai più. Queste espressioni perciò sono valide solo a condizione di cogliere l’autentica intenzione della parola: se è intenzione di verità, allora tale intenzione non può non fungere da legittimazione effettiva, ma solo nel senso che è intenzione di togliere la parola nella verità e non di ridurre la verità a parola. Il punto è che la funzione del mezzo (della relazione) è quella di “togliersi di mezzo”, affinché il relativo si tolga nell’assoluto. Collocandosi nell’ordine empirico-formale, insomma, non si può evitare di rivolgersi al Brahman per il tramite della parola, ma il valore della parola è proprio quello di indicare la necessità di trascendere il piano (livello) nel quale essa si colloca. Il linguaggio si riferisce solo intenzionalmente alla verità, non effettivamente, che altrimenti la verità ne sarebbe oggettivata e, con ciò, falsificata. La verità non può essere oggetto del linguaggio, che se così fosse essa verrebbe posta nella relazione. Invece, essa non è nella disponibilità del linguaggio, il quale tuttavia si costituisce intenzionalmente rispetto la verità. Perciò, queste sono “figure” (parola), ma figure fondamentali: sono quelle figure che, indicando l’emergere della verità sull’ordine della rappresentazione, indicano la necessità del venir meno di ogni figura nonché di sé, in quanto ancora figura (parola). Ciò che rende liberi non è la parola, bensì la verità, ossia l’intenzione che volge al vero la parola. Quest’ultima costituisce ciò per mezzo di cui è dato di volgersi alla verità. La verità, di contro, è ciò in virtù di cui è dato di intendere il senso autentico della parola, così da pervenire all’effettiva libertà, la quale non può non essere libertà dal condizionamento, cioè libertà dal presupposto della finitezza. Su questo punto si ritornerà, perché qui è in gioco l’inestimabile valore teoretico dell’adhyāropāpavāda. Infatti, la posizione del Vedānta è che non è possibile addurre alcuna affermazione o descrizione positiva riguardo la verità.

        Secondo Siddhāntin:

        A mio parere ogni difficoltà circa l’apparente relazione tra Guru e śiṣya è magnificamente e semplicemente risolta da Pūjya Svāmī Prabuddhānanda Mahārāja nel brano tratto dal suo commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad che accludo qui sotto. Con la stessa argomentazione Svāmījī spiega chiaramente che la conoscenza non distrugge il mondo. Se lo distruggesse vorrebbe dire che il prapañca avrebbe un certo grado di realtà. Invece il mondo è una apparenza in te stesso:

        “Perciò, il prapañca vilaya vāda (dottrina della distruzione del mondo) è una scuola di pensiero secondo cui non solo bisogna conoscere la Verità, ma anche distruggere l’universo. Non è necessario abbattere tutte le onde per sapere che sono tutte acqua; non è necessario uccidere il serpente per sapere che è una corda; non è necessario pompare via tutta l’acqua del miraggio per sapere che si tratta di sabbia; se ci fosse acqua reale, la dovresti asciugare per vedere la sabbia. Ma l’acqua non ha bisogno di essere asciugata perché non c’è acqua, è solo una percezione; quindi il miraggio non è parallelo alla sabbia né impedisce di conoscere la sabbia. Il saṃsāra non impedisce di conoscere la Verità: puoi attraversare il saṃsāra e allo stesso tempo puoi sforzarti di comprenderne la falsità. Non devi aspettare che il mondo scompaia per conoscerne l’origine, non devi aspettare che tutte le onde si plachino per conoscere l’acqua. Anche quando le onde si formano puoi sapere che sono acqua. Quindi il prapañca vilaya vāda è una scuola di pensiero speculativa, respinta dal Vedānta. Il prapañca non ha bisogno di dissolversi, il prapañca è fatto del tuo Essere. Puoi vedere il mondo e anche capire che è fatto di te.

        Un’altra scuola di pensiero sostiene che quando il maestro insegna al discepolo esiste un dvaitam . Che dire di questo dvaitam? Va bene, potresti non accettare l’altro dvaitam, ma questo dvaitam esiste: il maestro, il discepolo, cioè lo śāstra dvaitam. In risposta a ciò, il Kārikākāra dice che quando il genitore canta una ninna nanna per far addormentare il bambino, allora c’è dvaitam, c’è un cantante, c’è un ascoltatore, c’è una relazione genitore-figlio; ma una volta che la ninna nanna inizia a funzionare, allora non c’è dvaitam, lo scopo (tatparyam) della ninna nanna è advaitam. Allo stesso modo il tatparyam dell’insegnamento è advaitam; quando si comprende l’advaitam non c’è dvaitam.
        Al momento dell’insegnamento si vede il dvaitam, ma quando l’insegnamento è compreso, il dvaitam è falsificato. Si sente una ninna nanna, c’è il dvaitam e la ninna nanna fa il suo lavoro; e allora non c’è più il dvaitam genitore-figlio. Allo stesso modo, quando l’insegnamento è compreso, non c’è dvaitam. Come nel sogno c’è tanto dvaitam, quando ti svegli non c’è più dvaitam. È come il fatto che la terra è rotonda anche quando non lo si capisce. Quando lo si capisce, ovviamente è rotonda: l’errore non ostacola la comprensione del fatto. Ciò che ostacola la comprensione del fatto è il tuo disinteresse, la tua distrazione, la tua mancanza di attenzione per esso. Così accade per l’istruzione: nulla ostacola la tua istruzione tranne il tuo disinteresse. Allo stesso modo, nulla può ostacolare la comprensione della Verità di Sé, tranne il tuo disinteresse. Continui a pensare di poter trovare la felicità negli oggetti, nel denaro e sei indifferente alla tua esistenza. Questa indifferenza verso la propria esistenza ostacola la comprensione.

        Pertanto, gli errori non impediscono la loro correzione, ma è la tua indifferenza alla correzione che impedisce di apportare correzioni. Cadere non impedisce di rialzarsi, ma è la tua indifferenza ad alzarti che lo impedisce. Il tatparyam dell’insegnamento è che è advaitam. E quindi, anche se si pensa che esiste una relazione maestro-discepolo, tale relazione non qualifica la natura del maestro né la natura del discepolo. La relazione maestro-discepolo all’interno del sogno non ti qualifica, poiché quando ti svegli è falsificata. Anche la ninna nanna è trascesa nel sonno. Pertanto nulla ostacola il suo superamento perché è già stato superato,: la Verità è già stata trascesa. L’indifferenza verso il proprio Essere è il problema, l’indifferenza verso la propria esistenza è il problema. Ti interessi al tuo corpo e alle tue emozioni, ma quello non sei tu; ti interessi alla tua morale e alla tua etica, ma quello non sei tu: interessarti alla tua esistenza è ciò che conta. Sei consapevole della tua esistenza, sei anche consapevole del fatto che il mondo intero è inerte; quindi l’evidenza dell’universo e l’evidenza del soggetto sono allo stesso punto. Questa è la bellezza della non dualità.

        L’evidenza del soggetto è il soggetto stesso, l’evidenza dell’universo è anch’essa il soggetto, è la tua conoscenza. Qual è l’evidenza che esiste un universo? È la tua conoscenza. Qual è l’evidenza che tu esisti? L’evidenza è la tua conoscenza, quindi la conoscenza è non duale. L’updeśa compresa è che non c’è dvaitam, l’updeśa non compresa pensa che ci sia dvaitam. Che cosa ostacola la comprensione del Vedānta? Studiare la tua esistenza è Vedānta. Interessarsi alla propria presenza è Vedānta. Interessarsi alla propria esistenza significa non dare per scontata la propria esistenza; tutto esiste perché ne sei consapevole, la tua consapevolezza è ciò che conta. Quindi guarda te stesso. Questa non indifferenza verso la propria esistenza è chiamata jijñāsa. Quando studi la tua esistenza capisci che non c’è dvaitam, ci sei solo tu.

        Che tu sia Brahman è un’affermazione che può essere verificata. La verifichi in te stesso. Ciò che è verificabile non è una questione di fede: solo ciò che è non verificabile diventa una questione di fede. La propria esistenza è verificabile, è intima: non puoi verificare ciò che è lontano, ma ciò che è intimo può essere verificato. Oṃkāra ha quattro mātrā: akāra, ukāra, makāra sono mātrā e nirviśeṣam è amātrā. Brahman ha quattro pāda e Virāt è un pāda, Hiraṇyagarbha è il secondo pāda, lo stesso Brahman come origine è il terzo pāda e Brahman come nirviśeṣam è apāda, è Brahman stesso.”


        1. Infatti, che l’Assoluto o l’Intero si dia, cioè appaia o si manifesti, ingenera una serie di insormontabili difficoltà e di inevitabili aporie, sia tale apparire o manifestarsi concepito alla maniera di Guénon, o secondo altre direttrici teoriche, come in Heidegger o Severino. A chi potrebbe mai darsi l’Intero? Per darsi, infatti, dovrebbe oggettivarsi, rendersi non-intero per potersi dare a qualcuno, per il quale, tuttavia, ciò che si darebbe non potrebbe più per ciò stesso essere l’Intero, ma solo una parte. E’ la “divisione dell’intero” che è divisa da se stessa (scissa, incapace di porsi), perché divisione dell’intero è contraddittoria. Ed è contraddittoria perché a dividere l’intero dovrebbe essere l’intero stesso (infatti, se fosse altro dall’intero a dividere l’intero, in quanto “altro” sarebbe già diviso, postulato come diviso: non sarebbe intero ma “uno dei due”, altro da quell’altro) – tuttavia, se fosse l’intero a dividere se stesso, esso sarebbe contraddittoriamente sia l’atto (indiviso) del dividersi sia il risultato di tale atto di divisione (ossia diviso): sarebbe, sub eodem respectu, indiviso e diviso. La divisione dell’intero si “esclude da sé”, pertanto. Questo escludersi (togliersi, negarsi, non riuscire a porsi) da sé della (tentata) divisione dell’intero è il modo mediato, attraverso cui noi diciamo l’intero come ciò che è (risulta) indivisibile. Dell’intero sappiamo solo che è (non potendo non essere) ed è indivisibile (non risultando intelligibilie la sua divisione)… ma non sappiamo nulla circa cosa sia l’intero in sé. Il “dividersi in sé” è la più radicale forma di “divisione da sé”: è avere in sè la divisione, essere scisso. Ma, come si dimostrava sopra, dividersi in sé e da sé comporterebbe contraddittorio (quindi, è impossibile). Inoltre, il finito non “viene diviso”, perché il finito (de-terminato, de-limitato) è diviso come tale (tra sé e l’altro da sé che gli è essenziale per essere). Perciò l’essere non appare, non si manifesta, non si dispiega, e inversamente ciò che appare non è l’essere, ovvero non “è” veramente. Il mondo non può essere concepito come il dispiegarsi discreto dell’Essere, e in esso non si darà mai alcuna parousia finale e completa, alcuna manifestazione della “pienezza dei tempi”. L’Essere contraddice la struttura stessa dell’apparire: non si può credere di poter svelare l’immediato, dal momento che ogni disvelamento, non dell’immediato sarebbe disvelamento, perché esso si compirebbe sempre secondo le strutture del disvelare stesso, che valgono come la mediazione. È insensatezza un “manifestarsi” che postula insieme l’alterità tra ciò-che-si-manifesta e ciò-a-cui-si-manifesta (ché un manifestarsi a se stesso è assurdo) e l’identità tra di essi (ché il riconoscimento del manifestantesi è di già identità in atto o presenza del riconosciuto in chi lo riconosce). Insomma, la nozione di “manifestazione dell’Essere” è una contraddizione ordinaria: l’assunzione dell’indivisibile come divisibile (tale da poter apparire partitamente, non-interamente). Questo per dire della vanità speculativa della nozione di Verità come “rivelazione” – e quindi anche di quella di “verità rivelata” (che in realtà come verità sarebbe solo creduta e mai saputa) -, cioè come (auto)manifestazione dell’Essere.[↩]
        2. L’Intero può essere concepito coerentemente solo come pura auto-coscienza, scevra da qualsiasi auto-oggettivazione. L’intero “è”. Esso è sempre presente, infatti non può non essere. Se esso non fosse, nulla sarebbe e questo “nulla” sarebbe esso l’intero. Sempre presente, l’intero è presente a se stesso, “è” la propria presenza. Se l’intero fosse distinto dalla sua “presenza”, sarebbe “qualcosa” di cui si dice che “è” presente ed il vero intero sarebbe l’unità di esso e della (sua) presenza. Poiché l’intero “è” presenza a se stesso, l’intero non si presenta; per potersi presentare, esso dovrebbe potersi assentare, per apparire esso dovrebbe anche sparire. Se l’intero non può “apparire”, ciò che appare non è intero. Allora il “fatto” che appaia è prova del suo non essere intero. Anziché attestare l’essere, l’apparire attesta il non-essere di ciò che appare, che è il non essere vero dell’apparire come tale. Poiché qualcosa “appare” solo a condizione di essere diviso da se stesso, astratto, l’apparire “appartiene” all’astratto. Esso tiene separato l’intero dall’intero. La “ragione”, nel senso hegeliano, che è il logos eracliteo (che rende l'”anima” ‘illimitata’ e, perciò, non più la “mia” o la “nostra” anima), non può apparire. Il vero “appare” nel suo non-apparire. La verità non è un fatto, un dato, un oggetto – e dunque non è neppure un “ricercato”, né un “dato da ritrasmettere”.[↩]

        1. Discussione (saṃvāda) con un lettore del Sito

          1. Discussione (saṃvāda) con un lettore del Sito

          Uno dei nostri lettori ci ha scritto chiedendo alcuni chiarimenti su alcuni contenuti delle pubblicazioni apparse su questo Sito. Ha, inoltre, posto alcune domande su alcuni delicati passaggi di dottrina, tutti concernenti l’Advaitavāda. Poiché il messaggio dimostrava una rara disposizione alla sincerità e un’intelligenza spiccata, dote ancor più rara, è stato con grande piacere che alcuni collaboratori del Sito Veda Vyāsa Maṇḍala hanno acconsentito di rispondere, nei limiti delle competenze di chi è un semplice discepolo di conoscenza (jñānaśiṣya). In vista della pubblicazione, lo scambio di messaggi ha preso la forma di un dialogo di Satsaṅga tra il nostro lettore nella figura del pūrvapakṣin e di tre nostri collaboratori quali siddhāntin.

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          Pūrvapakṣin:

          Mi rivolgo ai collaboratori di VVM per porre alcune domande e osservazioni al fine di chiarire alcuni aspetti di argomenti che ho trovato nella lettura dei contributi apparsi nella sezione Vedānta del Sito.

          • Un primo punto riguarda quanto scritto nella postfazione dell’articolo “Considerazioni vedāntiche” (nel frattempo ho letto anche il bel testo completo di Grimes, pubblicato da Ekatos; d’altronde, Ramaṇa Maharṣi fu l’argomento del primo messaggio che vi scrissi anni or sono e la mia venerazione per la sua figura è intatta e immutata). In particolare, vi si legge che Ramaṇa esercitò la tradizionale funzione di dīkṣāguru. Ovviamente, avevo già letto dell’opinione secondo cui il Maharṣi era solito dare iniziazione con lo sguardo, ed è risaputo e documentato che, oltre alle istruzioni per lo jñāna, forniva talvolta chiarificazioni e istruzioni agli yogin che seguivano evidentemente vie yogiche e tantriche differenti dalla cerca vedāntica. La mia curiosità mi spinge a chiedermi nello specifico a quali vie dell’aparāvidyā Ramaṇa iniziasse, e mi chiedo in più come sia possibile, visto che, a quanto pare, egli non ne ricevette mai una, trovandosi quindi fuori da ogni sampradāya tradizionale. La cosa non è un problema per quanto riguarda le istruzioni sul vicāra in favore dei cercatori di jñāna, per le quali basta l’istruzione autorevole di un realizzato come il Maharṣi. Stesso problema non rilevo per le istruzioni che forniva a praticanti di diverse vie: con lo jñāna acquisito non è difficile immaginare la capacità di guidare anche cercatori impegnati in altri cammini. Più difficile mi è comprendere a quale sampradāya dell’aparāvidyā possa aver dato l’iniziazione il Saggio di Aruṇācala. Se ho ben compreso, le trasmissioni iniziatiche, senza scadere nel rigido dogmatismo guénoniano, seguono comunque certe regole (ricordo che anche il grande vedāntin Śrī Svāmī Karapātrī si recò nel sud dell’India per ricevere la trasmissione tantrica di Śrī Vidyā). Ragion per cui mi chiedo quali iniziazioni avesse potuto dare, se egli stesso non ne ricevette mai. Siamo di fronte a una trasmissione che, data l’eccezionalità del saggio, ha proprio in Ramaṇa il primo anello? Immagino, forse, una forma di dīkṣā per favorire la purificazione della mente in coloro che arrivavano da Ramaṇa senza appartenere a un sampradāya tradizionale dell’induismo e che necessitavano – ed erano adeguati – a un percorso preliminare in vista dell’istruzione sulla parāvidyā e della pratica del vicāra? A dir il vero, già prima della lettura del vostro articolo, mi sono sempre chiesto, rispetto alle testimonianze di coloro che consideravano Ramaṇa loro Guru, grazie a un’iniziazione ricevuta, in che cosa precisamente fossero stati iniziati. Ho letto alcuni testi di Osborne e so bene che sostiene l’idea di Ramaṇa come dīkṣāguru; sarebbe curioso sapere come abbia argomentato a Guénon per correggerlo rispetto alle sue opinioni sull’argomento.
          • Una seconda questione, per certi versi non totalmente disgiunta dalla precedente, riguarda le istruzioni impartite da uno jñāna-guru. Come può il jīvanmukta, lo jñānī, insegnare? Vede forse egli un mondo? Vede nāma-rūpa ma lo riconosce come falso riflesso? In questo caso, tuttavia, non permane una traccia di dualità? Non si resta ancorati al dṛṣṭi-sṛṣṭi-vāda (viene visto qualcosa, benché ritenuto illusorio)? Ma allora, come può coesistere una dottrina ajātivāda con un punto di vista supremo? Sembrerebbero queste idee nient’altro che illusioni poste nell’insuperabile apparenza, mere manifestazioni di māyā. L’illusione, per essere tale, una volta riconosciuta non può continuare ad apparire. Dunque, il jīvanmukta non può vedere nāma-rūpa. La nozione stessa di jīvanmukta mi pare un “concetto limite”, sensato solo per chi, afflitto da māyā, vede nāma-rūpa. In verità, Brahman non può vedere il mondo; dunque, questo non può più esserci per il jīvanmukta. Il jīvanmukta non può essere un individuo, e l’insegnamento che gli attribuiamo è in verità un’illusione proiettata dalla nostra avidyā: una sorta di paradossale forma di māyā che ci insegna a distruggere avidyā. In quest’ottica di radicale non-dualità, il concetto stesso di Sākṣin appare un residuo che implica la presenza di avidyā. Cosa c’è da testimoniare se non si dà un testimoniato come māyā? Ma quindi, anche il Sākṣin non è la Realtà Ultima? Logicamente, come ben argomentato in un articolo di Śrī Prasanth Neti, “c’è la jīvanmukti e non il jīvanmukta”. Tuttavia, la coerente conclusione – benché non semplicissima da digerire, poiché implica che in ultima analisi Gauḍapāda, Śaṃkara e Ramaṇa Maharṣi non siano jīvanmukta, ma proiezioni illusorie viste, ascoltate (testimoniate) dal punto di vista di avidyā – mi sembra spostare il problema sul rapporto tra Brahman e mondo: se Brahman, per essere davvero Uno, non può nemmeno testimoniare le ombre del mondo, allora l’insegnamento stesso della paravidyā è illusorio e infondato. Il Reale non può trasmettere nulla all’irreale. Questa trasmissione è possibile, mi pare, solo se ci si arresta al punto di vista del dṛṣṭi-sṛṣṭi-vāda: un testimone distaccato può, per pura compassione, commerciare con l’illusione. Non così il Brahman solitario. Da questo punto di vista, la dottrina ajati risulta evidentemente illogica e contraddittoria: se c’è dottrina ajati, non c’è più l’ajati reale, ed è davvero misterioso come sia apparso nel dominio di māyā un insegnamento che, in ultima analisi, non può provenire da Brahman.
          • Se sposto tali questioni da un piano metafisico a uno personale, mi pare di dover concludere che māyā, così come ogni insegnamento per superarla, non oltrepasserà mai i confini della mia coscienza, con la conseguente implicazione di un solipsismo idealistico radicale. La dottrina ajati, da questo punto di vista, mi sembra l’illusorio eco del sonno profondo nella mia coscienza: infatti lì davvero non c’era nulla, uno senza secondo; e quando appare questa idea nella coscienza, è ormai, per l’appunto, solo un’idea e non più il vero ajati.
          • Effettivamente, mi pare di poter intuire che il sonno profondo, a differenza di tutto il dominio di nāma-rūpa (sia di veglia che onirico), rompa, per così dire, la barriera della mia coscienza.Non può cioè essere un oggetto per essa. Infatti, se tutti i nomi e le forme non possono che apparire nel campo della mia coscienza ed esistono solo in quanto testimoniati da essa, nel sonno profondo non c’è in verità testimonianza di alcunché. L’espressione «lì non c’era nulla» non va intesa come la testimonianza di un’assenza, ma come l’impossibile ricordo di uno stato in cui non esisteva nemmeno il testimone.
          • Per tirare i fili di queste considerazioni e tentare di abbozzare una risposta al quesito iniziale – su come sia possibile un insegnamento supremo e illusorio che appare nel campo altrettanto illusorio della coscienza –, mi pare di poter concludere dunque che questo non è altro che il tentativo impossibile di afferrare il sonno profondo nel dominio di māyā. Ramaṇa, i commentari di Śaṃkara e qualsiasi parola di verità sono dunque la proiezione illusoria di una coscienza che cerca di afferrare il sonno profondo. A prescindere da questa maldestra mia ipotesi, che ha probabilmente il difetto di cercare di tenere insieme il punto di vista supremo del Brahman con quello relativo del cercatore, resta la straordinarità di questa presenza in māyā di qualcosa che ha il fine di trascenderla e che non può di fatto derivare dal Brahman stesso, perché questi non vede e non agisce essendo assolutamente solo.
          • Un’altra questione riguarda un tema che da sempre mi interessa e affascina: lo statuto e le “possibilità” offerte dallo stato del sogno. L’occasione per ripensare alcune questioni che da un po’ affollano la mia mente mi è stata data da un sogno particolarmente vivido fatto di recente, di cui ho conservato per alcuni giorni una potente impressione (che sta però pian piano svanendo). Ecco il sogno: mi trovavo con una persona sconosciuta nella veglia, in uno stato di particolare felicità e benessere. A un tratto, sono diventato più consapevole e introspettivo, fino ad affiorare alla coscienza che ciò che stavo vivendo poteva essere un sogno destinato a sparire. La cosa comportava un certo dispiacere e, nell’incapacità di comprenderne con certezza la natura onirica, tentavo di oppormi all’idea, sforzandomi di convincermi che non fosse un sogno. La cosa interessante è che durante queste macchinazioni del pensiero onirico, ricordavo perfettamente il mio stato di veglia – familiari, incombenze prossime, ecc. – riconoscendo una perfetta identità tra quell’io del sogno e quello della veglia che ora sta scrivendo. Quando la consapevolezza che si trattava effettivamente di un sogno e che ero destinato a risvegliarmi nel mondo che conoscevo è divenuta più forte, la persona che era con me è sparita e, dopo un breve tentativo di cercarla, mi sono svegliato. Al risveglio, l’esperienza era vivida, e mi colpiva soprattutto il pensiero di quanto quel sogno mi fosse apparso reale, al punto che in esso la veglia era a sua volta pensata come un sogno, prima che i dubbi mi portassero al risveglio. Conservavo nella veglia lo stesso stupore e dubbio rispetto a quel sogno che conservavo vividamente, riconoscendo anche nella veglia la continuità del mio io con quello che in precedenza era nel sogno. La resa in parole suonerebbe: “ero proprio io”. Questo, in breve, il racconto. Non è la prima volta che faccio esperienza, almeno parziale, di sogni lucidi o consapevoli. In generale, quando capita, per qualche breve momento la veglia mi appare meno “consistente” e la mente valuta la possibilità che sia essa stessa illusoria, e che il luogo del sogno in cui mi trovavo prima fosse quello più reale. Mi perdonerete il racconto fenomenologico, che serve ad arrivare alle questioni che voglio porre. Devo prima fare riferimento a quanto ho letto con interesse riguardo allo yoga tibetano del sogno e del sonno, in particolare ai libri di Namkhai Norbu e Tenzin Wangyal Rinpoche, personalità che mi sembrano del tutto affidabili. È noto come in queste pratiche tibetane sia presente il tentativo di portare la lucida consapevolezza della veglia anche negli stati del sogno e, al massimo livello, persino nel sonno profondo. Riassumendo, questo è fatto a scopo di sādhana per raggiungere quello stato della mente lucida in cui smettere di identificarsi con l’io illusorio e riconoscere la propria natura identica alla pura “luce naturale”, base che permea tutti gli stati di coscienza.
          • Dai vostri scritti, e in particolare dalla lezione di Śrī Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī, ho appreso della discontinuità, dal punto di vista vedāntico, tra veglia e sogno. La personalità presente nell’uno non è quella dell’altro, e viene meno quella continuità lucida che mi sembra essere il presupposto di queste pratiche tibetane (mi riferisco ora a veglia e sogno, poiché il passaggio al sonno profondo segna intuitivamente un salto di qualità differente). Premesso che trovo molto interessante, potente e affascinante l’idea del Vajrayāna tibetano di sfruttare anche il sogno a scopo di sādhana senza limitarsi alla veglia, la cosa sulla quale mi preme riflettere – anche a partire dalle mie umili esperienze – è che la loro idea di una possibile continuità della lucidità consapevole tra veglia e sogno mi pare serva a spiegare fenomeni come quello che vi ho raccontato. Se effettivamente non fosse presente la possibilità di questa continuità, come si giustificherebbe la possibilità di vivere un sogno nel quale si è consapevoli di quell’altra veglia (che nel sogno potrebbe essere percepita a sua volta come sogno) che ci aspetta e a cui ci si potrebbe risvegliare? Inoltre, anche dal punto di vista del sādhana, perché non utilizzare il sogno se in esso in effetti sembra più facile afferrare la possibilità di concepire quanto si vede come frutto di illusione?

          In ambito tibetano, uno degli scopi della pratica dello yoga del sogno è proprio quello di aiutare a riconoscere come analogamente illusorio, frutto di māyā, anche la realtà della veglia. Questo sarebbe possibile anche grazie alle manipolazioni possibili della realtà onirica da parte di chi si avventura in essa con lucida consapevolezza. Una volta riconosciuta l’analogia con lo stato di veglia, lo scopo diventa riconoscere entrambi come apparenza illusoria. Ecco una breve citazione dal testo sul sogno di Lama Norbu: “L’esperienza dello stato di veglia è più concreta e legata agli attaccamenti, mentre il sognare implica un leggero distacco […] se un praticante è capace di integrare totalmente la propria esperienza, può trovare uno stesso principio e un’identica condizione in entrambi gli stati. A questo punto la vita è davvero un sogno”. “Se abbiamo esperienza del corpo mayico possiamo facilmente comprendere il funzionamento dei sogni”che serve“a realizzare totalmente la comprensione dell’irrealtà”. Qui si vede bene, mi pare, come la coscienza pre-personale faccia da base all’esperienza condizionata dal karma (maggior e minor attaccamento) sia nel sogno sia nella veglia, garantendone così la continuità. Ora, per il Vedānta mi pare invece che il vicāra debba essere perseguito in veglia e che gli altri stati siano utilizzati, a partire dalla lucidità della veglia, per raggiungere il quarto stato (Turīya) come unico vero Reale. Ciò che mi pare simile nella discriminazione vedāntica è l’analogia che viene stabilita tra sogno e veglia. Un discorso a parte vale per il sonno, perché questo nel Vedānta non è altro, in verità, che il Brahman sempre presente, solo erroneamente interpretato dalla veglia (e dal sogno). Nel quadro del Buddhismo, la questione del sonno profondo mi sembra meno chiara. Vi propongo però un passaggio di Tenzin Wangyal Rinpoche, che già avevo segnalato a un vostro collaboratore e che, almeno in parte, mi pare sviluppi un’idea del sonno profondo non dissimile da quella del Vedānta: “Nella pratica tantrica, lo yoga del sogno viene usato per generare il corpo divino della divinità di meditazione (yidam), che è ancora nella dimensione di soggetto e oggetto, mentre lo yoga del sonno sviluppa la mente della divinità, che è pura coscienza non duale. Nello Dzogchen la pratica del sogno è in un certo senso secondaria, perché lavora ancora con la visione e le immagini, mentre nella pratica del sonno non esiste nè soggetto nè oggetto, ma solo il rigpa non-duale. […] La pratica del sonno in realtà non ha forma, così non c’è nulla su cui concentrarsi. La pratica e l’obiettivo sono la stessa cosa: dimorare nell’unità inseparabile di chiarezza e vacuità, al di là della separazione dualistica di colui che percepisce e cosa percepita”. Per arrivare alla conclusione, trovo innanzitutto interessante riflettere sulle analogie, ma anche le inevitabili differenze, riguardo agli argomenti del sogno e del sonno a partire da queste due venerabili tradizioni. Il punto nodale di divergenza che mi pare si debba segnalare è quello della continuità della Coscienza di cui sembra riconoscere la possibilità il Buddhismo, rispetto alla discontinuità tra gli stati del Vedānta. Ciò detto, mi interessano alcune questioni che nel quadro del Buddhismo Tibetano, con l’idea della possibile continuità della lucidità tra veglia e sogno, mi sembrano facilmente spiegabili, mentre mi è più difficile interpretarle dal punto di vista dell’Advaita Vedānta:

          1. Come si spiegano quei sogni, come quello che vi ho descritto, nei quali si è consapevoli di essere lo stesso Io della veglia e si è in dubbio nello stabilire quale tra i due stati sia quello di veglia e quello di sogno?
          2. Perché il vicāra vedāntico non può essere condotto durante il sogno? Il Brahman è presente inevitabilmente in entrambi, così come in entrambi è presente il karma, nāma-rūpa e avidyā dalla quale ci si deve liberare. Trovo molto affascinante l’idea del Vajrayāna di utilizzare la “malleabilità” del sogno per rafforzare la comprensione che là dove ci siano immagini, nāma-rūpa, si ha a che fare con māyā (e la prova è anche nella manipolabilità del mondo onirico sperimentata dallo yogin che vi si addentra con lucida consapevolezza).
          3. Come spiega il Vedānta le “interferenze” tra sogno e veglia? Nel ambito tibetano queste sono ben classificate, così come la diversa natura dei sogni. Mi riferisco a due categorie di fenomeni:
            • Fenomeni ordinari (sebbene inconsueti): riflessioni nel sogno su cose accadute in veglia, la possibilità di sognare ciò che in veglia si desiderava, e le premonizioni riguardanti la veglia. Se non è lo stesso Io che vive sogno e veglia (un Io afflitto da avidyā per entrambe le dottrine), come si spiegano questi fenomeni? Anche il semplice ricordo del sogno nella veglia e della veglia nel sogno sarebbe impossibile senza una connessione tra i due stati.
            • Fenomeni più rari e significativi: le rivelazioni di insegnamenti nel sogno validi e tangibili nella veglia. L’esempio classico è quello dei Terma tibetani, la cui collocazione viene spesso rivelata in sogno per essere poi ritrovata nella veglia. Si dà anche il caso della rivelazione di testi che vengono poi ritenuti canonici e tradizionali, rivelati in sogno per essere trascritti nella veglia.

          -Poste le domande, cercherò di sviluppare ancora qualche riflessione rispetto al punto critico della discontinuità degli stati, per cui Viśva, Taijasa sono identità distinte e non comunicanti. Ciascuno sorge con il proprio universo spazio-temporale e corpo-mente, e con esso svanisce. Non esiste un io sottostante che migra da uno stato all’altro. Per inciso, va notato che anche per il Buddhismo non si può parlare di continuità dell’Io (postularlo sarebbe in contraddizione con anātman); ciò che presuppone è la continuità della consapevolezza impersonale, la “mente pura” (i vijñānavādin parlarebbero, credo, della coscienza-deposito, ālaya-vijñāna)che attraversa gli stati e ne costituisce la base per l’esperienza.

          • Ora, stabilito questo, mi chiedo se in realtà nel Vedānta non sia presente un analogo nell’idea del Sākṣin (Testimone). Non è infatti altri che questo a “vedere” sia il mondo della veglia che quello del sogno, e questo spiegherebbe la possibilità del ricordo nell’uno e nell’altro stato. Posta la centralità del Sākṣin, mi chiedo però, a maggior ragione, data la sua importanza nella dottrina vedāntica, perché non utilizzare lo stato di sogno come possibile luogo dell’indagine? Non risplende anche lì il Sākṣin? Non siamo forse noi il Sākṣin irretito dall’idea sovrapposta (adhyāsa) di essere un io individuale? Il Sākṣin serve a spiegare l’identità della coscienza che permette di registrare e quindi ricordare quanto succede in veglia e in sogno, anche se, a ben vedere, la cosa non è così ovvia, perché la memoria non è una funzione del Sākṣin ma piuttosto della mente (antaḥkaraṇa), intesa come aggregato mentale comprendente buddhi, ahaṃkāra, manas e citta. È inoltre totalmente da escludere che il Sākṣin basti da solo a spiegare le interferenze tra sogno e veglia, sia ordinarie sia non, in quanto suo produttore. Il Testimone infatti “vede”, ma certo non “agisce”; quindi, non può spiegare l’azione che uno stato può eventualmente avere nell’altro e servirebbe dunque individuare un altro elemento di continuità.
          • Per arrivare a una conclusione, e tentare con le mie poche e deboli forze di fornire una soluzione e una spiegazione di questi fenomeni, mi pare che il Vedānta possa ricorrere al concetto di karma in questo modo: l’io della veglia e quello del sogno sono senz’altro diversi e discontinui, tuttavia condividono una cosa, e cioè il karma, che custodisce i semi (vāsanā) per l’apparire di entrambi. Se questo serbatoio di impressioni è condiviso, si spiega forse come siano interpretabili tutti quei fenomeni, comuni e meno comuni, che sembrano implicare una certa continuità tra il sogno e la veglia. Questo mi pare andare anche incontro alla grande differenza che invece sempre permane nei riguardi del sonno profondo: lì non c’è dualità e non c’è karma, e infatti la continuità e la consapevolezza che è possibile, almeno in parte, tra veglia e sogno, non riesce a entrare. Il sonno profondo è “illuminabile” solamente con la distruzione di avidyā, il venir meno di nāma-rūpa e il riconoscimento che, in verità, i tre stati esistono solo provvisoriamente dal punto di vista illusorio della veglia, perché una volta compreso davvero suṣupti tutti e tre gli stati vengono meno nella realizzazione del Turīya.

          Chiudo qui. Vi ringrazio in anticipo per l’attenzione e chiedo scusa per l’eccessiva prolissità e per la tortuosità che talvolta trapela dal mio scritto. Soprattutto per l’ultimo punto, mi rendo perfettamente conto che il tentativo di interpretare il punto di vista del Vajrayāna col Vedānta è preventivamente discutibile e probabilmente fallace. Benché abbia abbandonato da tempo l’ossessione comparativa di stampo tradizionalista, devo ammettere che, soprattutto nel leggere e cercare di capire i tesori spirituali dell’India, continua a imporsi spesso nei miei pensieri la lettura in parallelo di Induismo/Vedānta e Buddhismo, almeno su alcune questioni. D’altronde, queste pratiche sullo yoga del sogno sono insegnamenti connessi e preparatori alla realizzazione dello Dzogchen, quanto di più elevato e per certi versi vicino all’Advaita Vedāntico nel panorama del Vajrayāna tibetano. Benché i quadri delle due tradizioni non siano sovrapponibili, almeno alcune formulazioni davvero simili a quelle vedāntiche mi pare riecheggino in questo elevato sentiero buddhista (e anche Bön, per la verità). Anche l’approccio, slegato per certi versi dal resto del corpus dottrinario buddhista, sembra porre questa tradizione su un livello superiore e differente rispetto a quello di altri insegnamenti, costituendone per certi versi un cuore atemporale.

          In generale, mi rendo anche conto che la mia riflessione slitta probabilmente alcune volte, in modo non perfettamente dichiarato ed esplicito, da un livello vyāvahārika a uno pāramārthika. Vi chiedo di perdonarmi per queste, e per tutte le altre mie imprecisioni.

          PS Ho visto la nuova pubblicazione iniziata domenica, “Jñāna Satsanga”. Non ho ancora avuto tempo di leggerla con l’attenzione che merita, ma intuisco che la particolare forma di questo scritto possa essere utile specialmente per volenterosi e maldestri cercatori come il sottoscritto.

          Primo Siddhāntin:

          Rispondiamo anzitutto ai quesiti riguardanti Śrī Ramaṇa: non si capisce perché Guénon negasse che il Maharṣi fosse un Guru a tutti gli effetti. O, meglio, sorge un sospetto. Infatti, Guénon gli attribuisce una cosiddetta “funzione di presenza”, a suo parere superiore alla semplice gurutva. E Guénon, che correttamente mai si definì Maestro, lasciava però intendere d’avere una “funzione di presenza”. Voleva dichiararsi alla pari con il Maharṣi? Ora, considerando che lo stesso Śaṃkara Bhagavatpāda dava iniziazioni e insegnamenti, si voleva insinuare così che era solo un Guru? Ovviamente non esiste alcuna “funzione di presenza”, essendo un binomio contraddittorio. Infatti, “funzione” implica attività; presenza implica non-attività. Comunque sia, nel libro My Live and Quest (Sri Ramanasramam, Tiruvannamalai, 2001), Arthur Osborne relata che, all’inizio, non si era recato ad Aruṇācala a incontrare il Maharṣi proprio perché Guénon aveva dichiarato che non si trattava di un Guru. Qualche anno dopo, Osborne vi andò per avere il darśana dell’asceta, scoprendo che, invece, si trattava di un vero jñānaguru. In quel libro autobiografico, alle pp. 113-114, narra di aver scritto a Génon per informarlo del suo giudizio errato su Śrī Ramaṇa. Gli indirizzò un paio di missive tramite Martin Lings con cui era da tempo in corrispondenza, e che allora si trovava al Cairo, facente funzioni di segretario all’esoterista francese. Non ricevette alcuna risposta: Guénon, nei suoi successivi scritti, non corresse mai quel suo giudizio riduttivo.

          Le prossime righe sono nella prospettiva dell’Advaitavāda. Per il momento atteniamoci a esso, anche perché stiamo trattando del jñānin di Aruṇācala; ritorneremo in un’altra occasione sulle interpretazioni nella prospettiva del karma kāṇḍa. Su Śrī Ramaṇa, tuttavia, circolano diverse opinioni non del tutto esatte, dovute proprio alla poca capacità di comprensione dei suoi seguaci occidentali e al loro approccio devozionale. Andiamo per ordine: non è esatto che il Maharṣi non avesse avuto alcun Guru. L’affermazione corretta e completa dovrebbe essere che egli non aveva avuto alcun Guru “umano”. Come si sa, il Guru umano è colui che, per sua sapienza, ha la capacità di “condurre” il discepolo alla realizzazione. In che modo? Fungendo da specchio all’Ātman del discepolo. Questo perché l’Ātman è il Maestro interiore. L’Ātman “del discepolo” è ciò che, rimovendo l’ignoranza, riconosce la propria vera natura di Brahman. Tattvamasi: tu (tvam), cioè l’Ātman, e Quello (Tad), il Brahman, non siete due ma l’Uno non duale. Che così sia è stabilito dal verbo “sei” (asi). Il Guru realizzato personifica il Brahman nel mondo della dualità (vyavahāra). Ciò può avvenire, però, a patto che il discepolo (śiṣya) riconosca (all’inizio perfino oscuramente) in qualche modo il Guru quale supporto del suo proprio Sé. Ma nella realtà chi dà l’iniziazione è il proprio Sé. L’iniziazione prende la forma del rituale dal punto di vista vyāvahārika. In questa prospettiva, la dīkṣā appare come se fosse un’azione, ma in verità si tratta di una prima folgorazione (sphuraṇa) che interrompe, interiormente e per un attimo atemporale, la continuità trasmigratoria nella molteplicità. Quanto più la mente è pura, tanto più il discepolo comprende che si tratta dell’intuizione (anubhava). Chi non ha ancora cominciato a purificare la mente vede il Maestro come altro da Sé; ma, anche in questo caso, lo vede come l’incarnazione di Īśvara, e questo è sufficiente per cominciare. Infatti, si tratta pur sempre di una visione parziale e confusa della Realtà. E considera l’iniziazione come un’azione rituale compiuta dal Guru e non come il primo contatto con il proprio Sé. È evidente che questo è il punto di vista più diffuso nel karma kāṇḍa. Ma ritorniamo alla dottrina śaṃkariana. Se il Guru umano, che è uno degli innumerevoli oggetti (viṣaya) che appaiono nel “mondo esterno”, può “fare da specchio”, qualsiasi altro oggetto può servire ugualmente da supporto per tale fine. Un animale, una pianta, un oggetto inanimato, sia esso un minerale bruto o un simbolo fabbricato dall’uomo, un’icona, un libro, una montagna, un fiume, una pietra e perfino una situazione, un’esperienza, una visione, possono risvegliare il Sé. In questo caso si parla di Upaguru: ma sempre di Guru si tratta e tale risveglio deve essere considerato un’iniziazione. Questo è argomento delicato, perché le menti deboli subito penseranno di aver ricevuto un’iniziazione in forma straordinaria. In realtà non si tratta di forma straordinaria, ma della straordinarietà di un individuo che ha già purificato, parzialmente o del tutto, la propria mente in questa o in una precedente esistenza. Śrī Ramaṇa ebbe due upaguru: il primo fu l’esperienza della morte, il secondo fu la collina di Aruṇācala. È, dunque, così che Śrī Ramaṇa realizzò l’Assoluto nell’apparente corso saṃsārī della sua vita in questo mondo. La sua mente già del tutto purificata in precedenti esistenze, accolse l’insegnamento advitīya da parte della Morte, esattamente come Naciketas nella narrazione della Kaṭha Upaniṣad. La comprensione di quell’insegnamento, grazie alla visione della collina di Aruṇācala, manifestazione di Śiva, cancellò in lui ogni traccia di ignoranza ed egli si riscoperse libero. Mukta significa libero, non liberato. Perché la sua vera natura, come quella di tutti gli esseri, è eternamente libera. Non si è liberati da nulla, perché l’ignoranza non è reale, non è una cosa, un oggetto, una sostanza. Non esiste. È solo conoscenza errata. Ma su questo ritorneremo più avanti. E qui ripetiamo quello che Maitreyī ha già fatto rilevare nella sua prefazione al libro di Grimes: la straordinarietà di Śrī Ramaṇa non consiste nella sua realizzazione in vita, ma nel suo punto di partenza, quello che Guénon chiamava “saggezza innata” e che noi definiamo quale stato di chi nasce con la mente purificata (śuddhadī). Ogni mukta è il Brahmātman stesso, ed è un errore voler distinguere tra mukta e mukta, perché stiamo parlando del Non-duale. Non esiste un mukta straordinario e uno che non lo è. Invece, nell’apparenza del mondo di trasmigrazione, c’è chi nasce con qualifiche straordinarie, e altri che nascono con caratteristiche ordinarie (e, anche, chi nasce squalificato). Per questa ragione, chi segue un insegnamento regolare di Vedānta evita di prestare un culto devozionale al Guru perfetto, ma solo rispetto e riconoscenza: perché egli è il Brahman e non esiste alcuna forma devozionale, rituale, meditativa che gli si possa rivolgere. Si può solamente riconoscerne l’evidenza, capirlo e lodarne la capacità d’insegnamento. L’atteggiamento prevalentemente bhākta nei confronti del Maharṣi, soprattutto a causa della squilibrante presenza di occidentali attorno a lui, ha condotto a un fraintendimento sulla sua persona. Soprattutto, dopo che Śrī Ramaṇa ebbe lasciato la sua spoglia, ad Aruṇācala si è assistito alla formazione di una quasi nuova religione, parallela, ma distinta dall’Induismo, di cui egli sarebbe una sorta di Messia. E questo ambiente dolciastro è quello che alberga ancor oggi nel Ramaṇāśrama. La cosa più fastidiosa è che tutti costoro stanno a meditare e a fare adorazione di Aruṇācala, aspettando che la collina trasmetta loro l’iniziazione! Insomma, poiché la collina è stata l’Upaguru per il Maharṣi, sono convinti che allo stesso modo possano ottenere da essa l’iniziazione. Così, si sentono esentati dal cercare un Maestro regolare e si proclamano continuatori di Śrī Ramaṇa.

          Prima di affrontare l’argomento riguardante l’iniziazione impartita dal Maharṣi, è necessario fare una precisazione: un jīvanmukta, essendo identico all’Ātman, al Brahman, alla Coscienza, è la Realtà che fa da sostrato a tutte le apparenze che gli si sovrappongano. Tali apparenze illusorie sono sintetizzate dalla falsa dualità dell’io (aham) e del mondo (prapañca). Poiché l’insegnamento ha come dominio (kṣetra) proprio questa dualità, il riconoscimento della Realtà soggiacente è ciò che libera da entrambe. Per questa ragione l’Assoluto, il Maestro interiore (Sadguru), è il vero e unico Jagadguru: ossia colui che rende evidente che il mondo è illusione. Il Guru dell’intero universo comprende ogni consapevolezza e ogni insegnamento liberatorio. Dunque, il mukta è l’unico e vero Maestro universale. Egli può dare l’insegnamento che, se recepito da chi è qualificato, indica la conoscenza tramite la liberazione dall’ignoranza. Śrī Ramaṇa, in linea di principio, poteva dunque fornire qualsiasi strumento (upāya), metodo (prakriyā), sampradāya, paramparā, per “raggiungere” quella meta. Non tutti i successori della paramparā śaṃkariana sono stati dei jīvanmukta. Per questa ragione essi tradizionalmente ricevono la dīkṣā, una dopo l’altra,da parte di tutti i sampradāya viventi alla loro epoca; così possono trasmettere ai discepoli il ricollegamento a qualsiasi via iniziatica (sādhanā). Ma colui che è la stessa fonte dell’iniziazione e della conoscenza può trasmetterla traendola dalla sua propria reale natura. Se, quindi, Svāmī Karapātrī ha dovuto scendere fino a Śṛṅgerī per essere iniziato a Srīvidyā al fine di diffonderla nuovamente nell’India del nord, ciò significa che, per quanto grande saṃnyāsin fosse, non era ancora un mukta. Perciò i discepoli del Maharṣi appartenevano alla paramparā del loro Guru, il quale aveva ricevuto la dīkṣā direttamente da Īśvara, per usare un linguaggio vedico. Ricordiamo che vaidika e laukika (sacro e profano) appartengono entrambi al dominio vyāvahārika e che, quindi, sono sottoposti, seppur in modo diverso, all’ignoranza (argomento su cui ritorneremo). Dopo aver esposto quanto si sa della natura della gurutva del Maharṣi, tratto da quanto egli stesso ha rivelato, consideriamo da fonti letterarie, per la massima parte occidentali, cosa e come egli avrebbe trasmesso ai suoi seguaci. O per lo meno secondo quello che essi hanno dichiarato. Prima, però, ci si permetta di aggiungere alcune considerazioni sui modi dell’iniziazione che sono molto più semplici, da una parte, e molto più precisi, dall’altra, in comparazione con la schematizzazione che ne ha fatto Guénon. Schematizzazione che quest’ultimo aveva tratto dal cerimonialismo pseudo iniziatico della massoneria. Chi ha sperimentato una autentica iniziazione orientale, non può che sorridere di tale mentalità burocratica. Diamo ora per scontato che si sia capito che l’iniziazione è l’attimo in cui il “tu” (tvam) si riconosce, in modo più o meno mediato, in “Quello” (Tat). In modo mediato, perché questo “tu” ancora crede di essere un io individuale (piṇḍātman). Non ha ancora capito che l’aham, in realtà, è l’Assoluto (aham Brahmāsmi). Dipende da altro da Sé (anātman) per quanto riguarda la conoscenza, vale a dire dal Guru che gli insegna e gli fa da specchio, pur essendo quest’ultimo un oggetto esterno (bāhyaviṣaya) proiettato dalla sua propria māyā. L’aspirante discepolo si rivolge al Guru perché ha desiderio (kāma) di realizzazione, qualsiasi cosa questa parola significhi per lui. Essendo ancora ignorante, non si rende conto che “desiderare la realizzazione” non è kāma perché non è voler raggiungere qualcosa d’altro, un oggetto di fruizione o godimento. Il desiderio di Se stesso è Ānanda, non kāma: è la pienezza della propria natura. Ma, poiché il cercatore è ancora ignorante, partiamo dal suo punto di vista. Il Guru, allora, pare accettarlo quale śiṣya e, di conseguenza, gli conferisce qualcosa, ciò che Guénon definisce “influenza spirituale”. Abbiamo già visto, invece, che l’aspirante (pratīkṣaka) riconosce nel Guru Se stesso, il proprio Maestro interiore, il Sadguru, il proprio Sé, anche se in forma confusa. Questa è la vera iniziazione e non il conferimento di una influenza sottile che avviene in forma rituale, cioè agita (kriyā). Preferiamo definirla “sottile” per evitare l’ambiguità del termine “spirituale”, che appare nel linguaggio guénoniano quasi come se esistesse un “dominio intermedio” tra il sottile e l’Assoluto, ciò che chiama “informale” o “sopraindividuale”: tale dominio, infatti, non appare in alcun testo di metafisica. Il rito, infatti, può convogliare soltanto influenze sottili, sia esso compiuto con il corpo, con la parola o con la mente. Questo vuol dire che la “trasfusione” sottile avviene come segno esteriore della dikṣā e solamente nelle vie del karma kāṇḍa: non è affatto indispensabile nelle vie della conoscenza. Detto in altri termini, il Guru, tramite i prāṇa, interviene nell’aggregato psichico del discepolo per purificarlo, sciogliere certi nodi (bandha) per aprire determinate porte (mukha) delle nāḍī alle influenze esterne positive e per ostruirne altre a quelle negative. Con prāṇa qui si intende tutto ciò che non è grossolano, cioè il sottile: quindi con tale termine qui si comprende i karmendriya, i cinque prāṇa propriamente detti che li mettono in movimento, gli jñānendriya, i tanmātra e l’insieme dell’antaḥkāraṇa. Tutto ciò, evidentemente, non è attuato nelle vie della conoscenza, in cui è sufficiente l’accettazione del vicārin da parte del Maestro. Questo, che non è un rito agito, ma il segno di reciproco riconoscimento, è definito upadeśa, nel senso di “inizio dell’insegnamento”. Il Maharṣi, in quanto Jagadguru,poteva concedere una dīkṣā nelle tre forme rituali, o direttamente tramite upadeśa. Quindi, poteva iniziare con uno degli undici indriya, con un mantra, oppure mentalmente (manodatta). O per semplice riconoscimento (sampratipatti). Poiché è nota la tendenza degli occidentali a interpretare a loro favore qualsiasi cosa ritengano spirituale, quanti di loro si sono ritenuti veri discepoli solo per aver ricevuto una sguardo benevolo dal Maharṣi? Infatti, sarebbe stato prudente chiedere al Guru conferma per quella che potrebbe essere stata soltanto una pia illusione. Per questa ragione i Maestri evitano di conferire iniziazioni prive di gestualità e invocazioni vocali.

          Abbiamo, dunque, posto il problema che riguarda soprattutto gli occidentali, i quali non hanno mai avuta un’idea chiara di che cosa sia l’iniziazione: quanti di coloro che, avendo incontrato il Maharṣi, hanno ricevuto una vera iniziazione e non una semplice benedizione (abhiśeka)? E quanti, avendo ricevuta realmente la dīkṣā in una forma non ritualizzata, hanno chiesto al Guru conferma di quanto ottenuto? Quanti, oltre alla detta vera iniziazione, hanno ricevuto un metodo basato su yantra, mantra e tantra? Quanti, infine, hanno ricevuto un’upadeśa metodico, capace di stimolare il vicāra vedāntico, basato su śravaṇa, manana e nididhyāsana, e non una semplice esposizione dottrinale (vyākhyā)? Che gli occidentali non abbiano mai avuta un’idea chiara di che cosa sia l’iniziazione è provato dal fatto che l’unico che si è peritato di fare chiarezza in materia è stato proprio René Guénon con il suo Aperçus sur l’initiation. Ottima intenzione, che però, come detto in precedenza, si basa esclusivamente sulla cosiddetta iniziazione massonica (probabilmente l’unica che conosceva per esperienza diretta), che fu una ricostruzione letteraria e sincretica, operata da “compagni accettati”, in assenza totale di maestri muratori. Basta pensare che Guénon, consapevole di come questa situazione speculativa rappresentasse un taglio netto con una trasmissione corretta, s’inventò che fosse il supporto psichico della loggia a permettere il passaggio dell’“influenza spirituale”. Caso unico, non riscontrabile in alcuna altra delle vie iniziatiche delle diverse tradizioni viventi. Con tali basi guénoniane assai confuse, gli occidentali si avvicinarono al mukta di Aruṇācala. E si resero conto, come lo stesso Osborne dichiara, che il giudizio di Guénon sulla dīkṣāgurutva del Maharṣi era sbagliato. Tuttavia, in qualche modo rimasero dei guénoniani, perché nessuno di loro fece un raffronto tra le parole di Śrī Ramaṇa e l’interpretazione sāṃkhya del Vedānta guénoniano. Lo stesso Grimes, che non conobbe di persona il Maharṣi, ma solo attraverso il Ramaṇāśrama, non comprese e, quindi, fece resistenza, alla dottrina ramaṇita sulla non realtà del mondo. Il mondo, per l’Advaita,non esiste affatto: è soltanto una conoscenza sbagliata della Realtà. Inoltre, Grimes equivoca sul concetto di anirvacanīya (indescrivibile) applicandolo al mondo e non al Brahmātman, commettendo lo stesso errore dei mūlāvidyāvādin. Come quest’ultimi, anch’egli afferma che il mondo è anirvacanīya perché è reale (sat) in sé e non reale (asat) solo se paragonato alla Realtà dell’Assoluto. Questo somiglia alla teologia apofatica di un Eckhart o di un al-Qāshānī, che afferma che l’uomo e il mondo sono un puro nulla se confrontati alla Divinità, ma che sono in ogni caso reali in quanto creati. Ma questo non è Advaita Vedānta. Per Śaṃkara e per Śrī Ramaṇa solo l’Assoluto è indescrivibile dalla mente tramite pensieri e parole, non il mondo. Inoltre, il mondo è sat-asat non nel senso che è reale relativamente e non reale se paragonato al Reale. Per il Vedānta, la dualità sat-asat significa che talora appare e talora scompare: appare in veglia, scompare in sogno, appare in sogno e scompare in veglia; ma non appare affatto in sonno profondo. Perciò non è per nulla indescrivibile.

          Alla Sua domanda “Come può il jīvanmukta, lo jñānī, insegnare?”: la risposta se l’è data da solo correttamente. Infatti, qualche riga più sotto, Ella aggiunge: “Il jīvanmukta non può essere un individuo e l’insegnamento che gli attribuiamo è in verità un’illusione proiettata dalla nostra avidyā: una sorta di paradossale forma di māyā che ci insegna a distruggere avidyā”.

          Pūjya Svāmī Prabuddhānanda, infatti afferma: “In questa [Māṇḍūkya] Upaniṣad si dice che se l’Ātman è advitīyam, allora che ne è del Maestro, del discepolo e della scrittura [o del suo insegnamento orale, che è la stessa cosa]? Ci sono tre cose, ma si parla di unità. Io dico che se si comprende questa unità, si comprende anche che questa relazione è mithyā. Se si comprende il dvaitam, allora non c’è dvaitam. Senza mantenere l’unità come concetto nella tua mente, avrai sempre dei dubbi sulla realtà. L’Advaita è il tuo Essere, non è un pensiero nella tua mente. Ogni concetto è un concetto determinato; l’acqua non è un concetto, l’acqua è la verità dell’onda. Non c’è forma, l’onda è solo una nozione, tutto ciò che esiste è acqua. Allo stesso modo, se l’Advaita è capito come il proprio Essere e non come un concetto determinato nella propria mente, anche il rapporto Maestro-discepolo è una nozione: una nozione che è riconosciuta in quanto nozione. La corretta conoscenza non rimane parallela alla verità dopo che si è corretto l’errore; dopo aver corretto l’errore non c’è conoscenza: infatti entrambi si dissolvono allo stesso tempo. La tigre del sogno mi sveglia, e mentre mi sveglia anche la tigre del sogno si dissolve; quando il sogno è falsificato, anche tutto ciò che c’è nel sogno viene falsificato. Quando il Vedānta mi risveglia, dopo aver falsificato l’incorporazione e il jagat, anch’esso [il Vedānta] è falsificato: la conoscenza corregge l’errore e si falsifica a sua volta: la ninna nanna ti addormenta e scompare. Quando tu trascendi la veglia, trascendi anche la ninna nanna. Usi una barca per raggiungere l’altra sponda del fiume e, raggiunta l’altra sponda, lasci la barca. La profonda via della comprensione è la giusta conoscenza che, avendo corretto l’errore, non può fare altro che dissolverlo, perché la conoscenza corretta presuppone sempre la conoscenza sbagliata. La conoscenza corretta presuppone una conoscenza errata della verità e, dopo averla corretta, la conoscenza errata stessa non c’è e ciò che rimane è solo la Verità meno l’errore, e non la Verità più la conoscenza. Nel momento in cui dici che “c’è la Verità più la conoscenza”, allora stai pensando un pensiero. Non c’è nessun “più”; c’è la Verità meno l’errore, sei solo un essere in pace. Tu sei solo la presenza meno l’ignoranza. La tua presenza meno lo stato di veglia, la tua presenza meno lo stato di sogno, la tua presenza meno lo stato di sonno profondo. La tua presenza meno l’ignoranza è il Non-duale. Non c’è un “più”, c’è il meno: meno l’errore. Quando una persona diventa istruita è meno ignorante. Come individuo possiamo dire di lui “è un individuo più l’istruzione”. Ma come Verità egli è “la Verità meno l’analfabetismo, la Verità meno l’ignoranza”. La conoscenza corretta non esiste nemmeno per un secondo dopo aver rimosso l’errore. Non ha alternativa, come la tigre del sogno che ti sveglia dal sogno e si dissolve da sola. Una ninna nanna mi fa addormentare ed è trascesa.” (21. Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti la GK I.9).

          Riteniamo che l’insegnamento di Svāmī Prabuddhānanda su questo argomento sia il più diretto e chiaro. Per esempio: “Ciò che è percezione prodotta dall’ignoranza (avidyā kalpitam) è la percezione universale (sarvaloka kalpitam), mentre śāstra kalpitam è l’insegnamento. Quindi queste sono le due immaginazioni (kalpanā): avidyā kalpitam e śāstra kalpitam. Ciò che chiamiamo śāstra kalpitam è l’insegnamento: invece il nirviśeṣam visto come jīva è avidyā kalpitam. […] Così avidyā kalpitam è negato dallo śāstra kalpitam, e lo śāstra kalpitam è negato dallo stesso śāstram [che, qui, sta per ‘comprensione’]. Questo processo è chiamato adhyāropita apavāda.” (19. Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti la GK I.7-9).

          A questo proposito, consigliamo lettura e rilettura delle nostre pubblicazioni a firma di Svāmī Prabuddhānanda, che ci ha concesso il più ampio permesso d’usare i suoi insegnamenti orali. È stato uno dei Guru di Svāmī Prakāśānandendra Mahārāja che, per suo tramite, ha conosciuto Pūjya Svāmī Satchidānandendra.

          Ella scrive: “In quest’ottica di radicale non-dualità, il concetto stesso di Sākṣin appare un residuo che implica la presenza di avidyā. Cosa c’è da testimoniare se non si dà un testimoniato come māyā? Ma quindi, anche il Sākṣin non è la Realtà Ultima?” Ci permetta di rettificare: non c’è non-dualità radicale, in quanto non esiste alcuna non-dualità moderata. Ma quello che scrive è del tutto certo. Il concetto stesso di Sākṣin implica la presenza di avidyā: Sākṣin è la Coscienza considerata dal punto di vista della veglia. Perciò fa parte dell’insegnamento, ossia dello śāstra kalpitam, dell’immaginazione usata al fine di far capire (da parte del Guru) e di capire (da parte dello śiṣya). Una volta capito in che senso si usa il termine “Testimone”, si può verificare che il Sākṣin testimonia l’attuale presenza (sat) della veglia e l’attuale assenza (sat) del sogno. La testimonianza consiste nel constatare l’evidenza che l’attuale veglia è presente (sat) e che il sogno è assente (asat). In questo caso sat e asat coincidono con “esistente e non-esistente” (bhāva-abhāva). Con ciò cogliamo l’occasione di sottolineare che sadasat nell’Advaita non ha nulla a che fare con l’Essere e Non-Essere che Guénon ha estrapolato dal Taoismo per innestarli abusivamente nel Vedānta.

          In questo modo il Sākṣin testimonia la presenza e l’assenza. C’è però da aggiungere la parte più importante di tale constatazione: ognuno sa di essere stato in sonno profondo. Non sa descrivere suṣupti, ma sa di esserci stato, è cosciente di esserci stato. Perciò il Sākṣin non soltanto testimonia la presenza e l’assenza degli stati di percezione (percezione del mondo e degli oggetti sia della veglia sia del sogno), ma è cosciente anche del suo “stato” di Assoluto, in cui non c’è né presenza né assenza di alcunché. Da qui l’unicità della dottrina vedāntica, la sola che considera l’esperienza del Sé in tutti e tre gli stati. Per le altre dottrine suṣupti è assenza, vuoto, o ignoranza (laukika darśana): oppure è Dio, il luogo dei possibili, la sostanza universale (sṛṣṭidṛṣṭivādī darśana). Nessun’altra dottrina la riconosce come la propria Coscienza assoluta, se non l’Advaita. Lì si è solo Coscienza, senza testimonianza di alcunché. Quindi il Sākṣin è, sì, la Realtà Ultima, ma considerato dal punto di osservazione della veglia. Perciò, proprio come Ella ha detto “Cosa c’è da testimoniare se non si dà un testimoniato?” Sākṣin è, dunque, un modo per descrivere il Brahmātman, è un abhidhānam, come il termine “il Signore” (Īśvara), come gli attributi “origine” (prabhava), “onnipotente” (sarvaśakta), “onnisciente” (sārvajña), e altri ancora. Tutti questi hanno metafisicamente il senso di Signore autoperfetto, che esclude signoria e sudditi altri da Sé; origine di ciò che appare, ma che è privo di realtà; onnipotente perché non c’è nulla al di fuori di esso; onnisciente, perché cosciente di Sé, ecc. Ovvero il Non-duale.

          A questo punto andremmo oltre alla corretta affermazione di Śrī Prasanth Neti “c’è la jīvanmukti e non il jīvanmukta”, affermando assieme a Gauḍapāda: “Non c’è dissoluzione né origine di alcun oggetto, non c’è nessuno che sia limitato, nessuno che pratichi una sādhanā o che aspiri alla Liberazione e nemmeno c’è alcun liberato (mukta). Questa è la Verità assoluta.” (MUGK II.32).

          Questo significa che “io sono eternamente libero”. Quell’“io”, ovviamente è il Sé e non l’illusorio ego individuale in cui ognuno di noi par essere capitato con la nascita. L’ignorante pensa di essere quell’ego, mentre il cercatore (vicārin) sa di essere, in realtà, l’Ātman. Lo sa di essere per evidenza (Ātma pratyaya: io esisto e sono cosciente), anche se quell’evidenza intuita non è completamente capita. Se l’avesse completamente capita non sarebbe più un vicārin, ma un mukta. Dunque, sa di essere l’Ātman, ma volontariamente assume il punto di vista dell’ignoranza per poter compiere la discriminazione tra reale e non reale (Āmānātma viveka). Perciò, come è ben descritto nell’articolo di Śrī K.A. Krishnaswami Iyer “Solipsismo e Vedānta”, la realizzazione suprema è la comprensione del proprio solipsismo, laddove l’ipse latino significa propriamente Se stesso e non l’ego apparente. Infatti il solipsismo filosofico, idealista o psicologico che sia, interpreta l’ipse come se fosse l’ego e lo confonde con la mente. Né il “solipsismo” vedāntico, per usare il termine paradossale di Guru Krishnaswami Iyer, riguarda un noumeno platonico o kantiano, perché non solo non è inconoscibile, ma addirittura “sono Io stesso” (aham Brahmasmi). Perciò Gauḍapāda, Śaṃkara e Ramaṇa Maharṣi sembravano ai loro contemporanei come se fossero jīvanmukta, liberati (mukta come participio passato) in vita, mentre erano eternamente liberi (mukta come aggettivo sostantivato in funzione di apposizione). Perciò non esiste alcuna differenza tra il mukta e l’avatāra. E nemmeno esiste alcuna differenza tra il mukta e l’uomo ordinario: anche quest’ultimo è eternamente libero, ma non se ne accorge a causa dell’ignoranza. E, a questo punto, è necessario ripetere un concetto semplicissimo, ma trascurato dai più: l’ignoranza (avidyā, ajñāna o adhyāsa) non è mai assoluta. Fosse assoluta, avrebbe una sua realtà parallela alla Realtà del Brahmātman, e la non-dualità andrebbe a farsi benedire; si tratta dell’errore della mūlāvidyā. Non essendo assoluta, l’ignoranza non ha esistenza, è non reale. Invece reale è la conoscenza. Perciò l’Advaita, cioè la via della conoscenza (jñāna mārga),insegna che avidyā è assenza di conoscenza(jñāna abhāva), come quando si dice “non so dove si trova il Gāndhāra; mi manca tale informazione”. Oppure è falsa conoscenza (mithyā jñāna) come quando si crede reale l’acqua del miraggio. Oppure è conoscenza dubbiosa (saṃśāṃkita jñāna), come quando, visto un animale in lontananza, non si sa se si tratti di un cavallo o di una vacca. Tutto questo è comunque conoscenza, imperfetta, ma conoscenza: l’ignoranza in quanto tale, non esiste. Un’ultima osservazione utile. Questi tre tipi di avidyā appartengono alla propria natura individuale (svabhāva), sono insiti nella mente (antaḥkāraṇa) e nascondono il proprio Sé reale sotto la copertura dell’ego (aham). Invece, quando la mente sembra proiettare la propria ignoranza all’esterno, creando l’immaginazione del mondo e degli oggetti, essa è definita māyā. Māyā, dunque, produce l’illusione di mama. Aham è avidyā, mama è māyā. Questa è la dottrina di Śaṃkara. L’insegnamento avviene nell’avidyā e, perciò, quando si verifica che l’avidyā è inesistente, anche l’insegnamento scompare. Come dice Svāmī Prabuddhānanda Mahārāja: la ninna nanna serve per addormentarsi, ma quando ci si addormenta, si lascia la ninna nanna nella veglia. L’insegnamento fa parte di māyā. È l’immaginazione scritturale (śāstra kalpitam), è la parola del Guru (śābda pramāṇa) che contraddice e dissolve l’errore immaginato (avidyā kalpitam). È l’errore usato volutamente per combattere l’errore spontaneo, è l’errore che indica e suggerisce la Verità. Non è prodotto del Brahman. Il Brahman non agisce né produce alcunché perché è inalterato, perfetto, autosufficiente. Esso è il sonno profondo. Tu sei il sonno profondo.

          Nello stato di sonno profondo un padre non è un padre, una madre non è una madre, i mondi non sono i mondi, gli Dèi non sono Dèi, i Veda non sono i Veda. In questo stato un ladro non è un ladro, un uccisore di feti non è un uccisore di feti, un cāṇḍāla non è un cāṇḍāla, un paulkasa non è un paulkasa, un asceta non è un asceta, un eremita non è un eremita. (Questa forma) non è legata da azioni giuste o ingiuste, perché è al di là di tutte le afflizioni del cuore. (BU VI.3.22)

          Venendo al sonno profondo, ci rifacciamo alla Sua seguente affermazione: “Effettivamente, mi pare di poter intuire che il sonno profondo, a differenza di tutto il dominio di nāma-rūpa (sia di veglia che onirico), rompa, per così dire, la barriera della mia coscienza.Non può cioè essere un oggetto per essa. Infatti, se tutti i nomi e le forme non possono che apparire nel campo della mia coscienza ed esistono solo in quanto testimoniati da essa, nel sonno profondo non c’è in verità testimonianza di alcunché. L’espressione «lì non c’era nulla» non va intesa come la testimonianza di un’assenza, ma come l’impossibile ricordo di uno stato in cui non esisteva nemmeno il testimone.” Ebbene, qui pare che ci sia una certa confusione, forse anch’essa dovuta a letture guénoniane. Per il Vedānta, la Coscienza (Caitanya, Cit) è sempre e soltanto il Brahman-Ātman: l’anātman è sempre acit e, come tale, non reale (asatya). Quello ch’Ella definisce “mia coscienza” sembra essere proprio ciò che Guénon chiamava ahaṃkāra, o l’aggregato mentale (antaḥkaraṇa). Egli sosteneva che ahaṃkāra rappresenta la “coscienza individuale” o, meglio, la coscienza tout court, dato che arrivava perfino a dire che la Coscienza a livello metafisico era soltanto una trasposizione di quella che egli considerava una caratteristica di certi stati individuali (“… le mot «raison», le mot «conscience» peut être parfois universalisé, par une transposition purement analogique, et nous l’avons fait nous-même ailleurs pour rendre la signification du terme sanscrit Chit; mais une telle transposition n’est possible que lorsqu’on se limite à l’Être, comme c’était le cas alors pour la considération du ternaire Sachchidânanda.”, scriveva nel capitolo Connaissance et conscience, di Les états multiple de l’être). Una volta di più Guénon dimostra di non conoscere l’Advaita e di far passare il Sāṃkhya per Vedānta,perpetuando gli errori e le contraddizioni di quel darśana dualista. Per spiegare meglio, il Sāṃkhya afferma che i ventitré tattva prodotti (vyākṛta) dalla Prakṛti sono modificazioni (vikāra) di quest’ultima e non partecipano affatto della natura di Puruṣa. Ora, si dà il caso che Puruṣa sia cit e Prakṛti acit. Perciò, anche per il Sāṃkhya le produzioni di Prakṛti dovrebbero essere acit, com’è per l’Advaita. Invece, incoerentemente, i testi del Sāṃkhya affermano che quei ventitré tattva sono più o meno coscienti, a seconda della loro prossimità con Puruṣa. E questo errore del Sāṃkhya, Guénon non solo lo condivide (parla perfino di “coscienza corporea”), ma lo attribuisce al Vedānta śaṃkariano. Fatta questa precisazione, confermiamo che ciò che non è Ātman è sempre acit. Quindi, ahaṃkāra, come l’antaḥkaraṇa, non può essere considerato “la mia coscienza”. Si tratta, invece, del senso dell’ego o della mente individuale. Noi non siamo coscienti tramite l’ego o tramite la mente, che sono solo strumenti d’azione apparente. Noi siamo coscienti in quanto Sākṣin. E siamo in grado di osservare e giudicare come oggetti sia l’ego sia la mente, cogliendone i limiti e i difetti di funzionamento, perché siamo il Soggetto cosciente, il Sākṣin, l’Ātman. Al contrario, l’ego e la mente (che, tutto sommato non sono altro che il medesimo pensiero) non possono conoscere la Coscienza. Dunque, parafrasando le Sue parole, il sonno profondo […] non rompe alcuna barriera della “mia coscienza individuale”: il sonno profondo è la mia Coscienza assoluta, Io sono la Coscienza, io sono suṣupti. «Lì non c’era nulla», lo dice l’ignorante quando, per la prima volta, si pone il problema di “com’era suṣupti quando la sperimentavo?”. Scriviamo “per la prima volta”, perché è raro che l’ignorante si ponga tale problema. Ma, in verità, proprio la consapevolezza di essere stato in suṣupti è la prova che testimonia la nostra presenza lì; che noi siamo suṣupti, che noi siamo Coscienza. Questo è Vedānta. Al contrario “Lì non c’era nulla” è soltanto una erronea interpretazione fatta in veglia, una conoscenza sbagliata prodotta dalla mente della veglia che cerca un ricordo nella sua memoria, ricordo che non può esserci.


          1. Discussione su Manana tra Sādhaka di differenti Prasthāna

            1. Discussione su Manana tra Sādhaka di differenti Prasthāna

            I sādhaka che collaborano con il Sito Veda Vyāsa Maṇḍala, oltre a redigere articoli, a tradurre testi di celebri Jñānaguru del passato e del presente, a recensire libri di un certo interesse, interagiscono spesso tra loro nel satsaṅga, pur non appartenendo alla medesima branca della Brahma Vidyā. In questo modo si raffrontano gli insegnamenti ricevuti e i risultati delle riflessione su di essi, riconoscendone l’unità non duale di fondo e stimolando ulteriormente il manana di ciascuno. Pubblichiamo, perciò, una discussione epistolare di jñāna satsaṅga intessuta recentemente tra alcuni dei collaboratori in favore dei nostri lettori animati da unica e sincera attrazione per la conoscenza.

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            Pūrvapakṣin: Carissimi partecipanti alla discussione del satsaṅga (satsaṅgasya mīmāṃsā sahabhāginaḥ), ho sempre concepito la realizzazione come la presa di coscienza della realtà, considerata come un ampliamento progressivo della coscienza. Decenni più tardi, pur avendo constatato un avvenuto ampliamento di coscienza, ma senza raggiungere il minimo grado di realizzazione effettiva, grazie all’esposizione dell’autentico Vedānta di Śaṃkara su Veda Vyāsa Maṇḍala, ho finalmente capito che non avevo realizzato nemmeno il minimo stato, proprio perché in Realtà non ci sono stati da realizzare, ogni molteplicità o dualità essendo solo illusione e non realtà. Posto questo, vorrei sottoporre a tutti voi, sinceri vicārin , cercatori della Verità, alcune riflessioni personali e alcune domande, per sapere cosa ne pensate. Quello che mi preoccupa è la maniera completamente automatica ed incosciente in cui noi singoli individui passiamo da uno all’altro dei tre stati. Visto che il passaggio è automatico e incosciente, chi mi garantisce che dopo la morte, ossia dopo l’abbandono della modalità corporea, non si riparta per un altro giro nella ruota delle esistenze illusorie (saṃsāra)? Forse la risposta è: nessuno. Però vorrei avere il vostro avviso, per sapere se ci sia qualcosa che non ho considerato. Ormai tutti quanti abbiamo capito, o per lo meno ci sembra d’aver capito, che l’unica Realtà è quella chiamata sonno profondo (evidentemente per distinguerlo dal sonno con sogni che, evidentemente, non è profondo), perché le numerose traduzioni degli insegnamenti dei Guru e i vostri stessi scritti l’hanno spiegato e noi l’abbiamo recepito.

            Ultimamente, qualcuno di voi ha detto che le discussioni intrattenute tra noi sui brani letti e commentati insieme non era śravaṇa. A mio parere, se non è propriamente śravaṇa, è però qualcosa di simile, trasmesso da un upaguru1, che è quindi sempre presente anche quando l’individuo considera d’esser in stato di veglia o di sogno. Il secondo quesito, quindi, è: ricordarsi di questo quando si è in veglia (e magari, si riuscisse, anche in sogno), invece d’esser continuamente distratti da tutto, può aiutare? È nididhyāsana?

            Una cosa che può indirettamente confermare il fatto che il sonno profondo sia la sola Realtà sempre presente, è la constatazione che l’individuo fittizio ha assolutamente bisogno di dormire per conservarsi, mentre invece non ha alcun bisogno d’esser sveglio o di sognare in permanenza. Cosa ne pensate? In riferimento al post mortem2, sapere, a un livello però solo mentale (se si ha solo l’impressione d’averlo capito), che “tutto questo è Brahman” o che “io sono Brahman”, può essere di qualche utilità? La cosa potrebbe sembrar ovvia e qualcuno risponderà: «Certamente!». Ma quello che mi fa porre la domanda, con riferimento a quanto dicevo più sopra circa la modalità inconscia e automatica, è il fatto che aver capito queste cose, o avere l’impressione d’averle capite, non produce attualmente nessun cambiamento nella vita di tutti i giorni. E, visto che la morte è solo l’abbandono del corpo e delle modalità sottili legate a questa vita e niente affatto uno svelamento come alcuni credono, se la risposta alla domanda: «Può essere utile?» è affermativa, qualcuno potrebbe spiegarmi in modo chiaro e logico il meccanismo che genererebbe questa utilità? Ho messo molta carne al fuoco, per cui mi fermo qui aspettando le risposte e i pareri di quelli di voi che gentilmente vorranno rispondermi.

            Primo siddhantin: Grazie per aver posto a tutto il nostro gruppo d’amici tali domande che ci aiutano a chiarire e a riflettere su questioni utili per noi “cercatori”. Devo dire che il Vedānta di Śaṃkara, attraverso gli insegnamenti dei nostri Gurujī e le letture e discussioni nel satsaṅga, mi ha rovesciato la visione della vita e, anche se tanto è stato capito o, come dici tu, ci sembra di averlo capito, mi trovo sempre nella cerca.

            Ecco le mie risposte ai tuoi quesiti, in base alla mia capacità di comprensione.

            1. Quando usiamo la parola “realizzare”, rischiamo di essere ancora condizionati dal nostro passato guénoniano. Preferisco usare il verbo “conoscere”. Conoscere è fare proprio un concetto, un fatto. Quando conosci, ciò che hai conosciuto è parte di te, sei tu: conoscenza-esistenza. Non ci sono gradi da raggiungere. Siamo già Conoscenza, velata, tuttavia, da avidyā. Immagino quest’ultima come un velo che si discosta un po’quando cogli qualcosa di vero, come fosse un flash (sphuraṇa), un’intuizione che balena in te. In effetti la Realtà, non essendo oggetto di conoscenza, deve essere intuita.
            2. Quando si capisce il metodo dei tre stati è una grande cosa! Siamo sempre in sonno profondo, perché questa è la nostra vera natura. Quando mi sveglio al mattino, brevissimamente penso che sono in veglia e torno a far parte di un mondo che mi inganna con la sua apparente realtà. Al suo livello è reale, ma sappiamo che Reale è ciò che sussiste per se stesso, non muta, ecc. Questo per me è molto complesso, lo capisco in teoria, con molta difficoltà nella pratica (facendo manana). Ripetersi “Io sono Brahman”, a mio avviso, è utile perché ritorni con il pensiero a quello di cui sempre dovresti avere coscienza. Ci viene detto che i jñānin appaiono agli altri come persone normali: mangiano, dormono, parlano, ma sono jñānin , realizzati, conoscono.
            3. Non so bene come rispondere al tuo quesito a proposito del sonno profondo di cui abbiamo bisogno per conservarci (espressione tua). È il corpo grossolano che necessita di riposo e di sonno profondo. Ma anche chi soffre di insonnia si conserva comunque, ed è ugualmente in sonno profondo senza fisicamente dormire! Credo, quindi, che questa non sia una prova valida per dimostrare che il sonno profondo sia la Realtà onnipresente.
            4. Cerco di esporre le mie idee a proposito dell’ultimo punto, il più difficile e importante. Tutto ciò che facciamo, pensiamo, conosciamo durante questa esistenza in questo corpo grossolano resta e plasma il nostro post mortem e la nostra rinascita; a meno che non siamo dei jñānin realizzati e tutto si annulla nel mokṣa. Il nostro desiderio di conoscere, i nostri studi, la nostra cerca certamente producono un karma positivo. Se ci siamo incontrati, pur provenendo da esperienze diverse, vuol dire che ci sono affinità che ci hanno portato a questo e ciò è senz’altro il risultato di esistenze e pratiche precedenti in cui avevamo, evidentemente, acquisito della purezza mentale e della conoscenza. Nulla avviene per caso; il caso non esiste. La Conoscenza rimane, non si disperde, è un bagaglio che ci proietta in una nascita più favorevole. Del resto stiamo cercando, indagando e… trovando! Una frase ha guidato la mia vita fin dall’infanzia: era scritta sul mosaico della chiesa della mia parrocchia: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. L’ho fatto. Ciò che ci proietta nel saṃsāra è il nostro karma e che ciò sia vero si può constatare considerando la varietà degli esseri. Limitandoci agli uomini, perché qualcuno nasce con malformazioni, altri con abilità spontanee, altri ancora sono bersagliati da calamità? Comunque anche un ignorante o un ateo, se vive secondo il dharma , possono avere un post mortem , diciamo così, “leggero”. Non so se ,in qualche modo, ho dato delle risposte ai tuoi pensieri.

            Pūrvapakṣin: Sono d’accordo con te quando dici: “Conoscere è fare proprio un concetto, un fatto. Quando conosci, ciò che hai conosciuto è parte di te, sei tu: conoscenza-esistenza. Non ci sono gradi da raggiungere”, ma questo io l’ho vissuto anche studiando fisica. Solo che, sia le spiegazioni che dà Newton sia concepire un principio all’origine del fatto, alla luce degli insegnamenti di Śaṃkara sono ancora delle costruzioni mentali. Per questo parlavo di realizzazione iniziatica come “presa di coscienza della realtà, concepita come un ampliamento progressivo della coscienza”; e mi accorgo che è anche sbagliato dire progressivo, perché in realtà c’è solo una presa di Coscienza della Realtà. È solo perché ogni tanto, come dici, abbiamo diversi flash, che ci sembra che sia progressiva. Per questo, per quanto mi riguarda, continuo a parlare di realizzazione o di presa di coscienza. Guénon diceva che questa presa di coscienza avveniva tramite la conoscenza. Ed è qui che invece si sbagliava, perché la conoscenza presume sempre un qualcosa d’altro, un oggetto, che sia un fatto o un concetto. Per quel che tu indichi quale punto 3, forse non ci siamo capiti bene. Quando dicevo che l’individuo fittizio o corporeo, come dici tu, ha assolutamente bisogno di dormire per conservarsi, intendevo per conservarsi integro e cosciente, perché chi è colpito da insonnia e non riesce a dormire, sta male. Alla fine rischia d’impazzire se non dorme neppure un po’; in questo senso dicevo che non si mantiene. Comunque non pretendevo certo di presentare la necessità del dormire come una prova valida per dimostrare che il sonno profondo fosse la Realtà onnipresente. Forse devo essermi espresso male. Visto che per quanto ne so -ma posso anche sbagliarmi-, non si può continuare a vivere senza dormire, mentre invece si può continuare a vivere in coma per anni grazie ai prodigi diabolici della scienza e della tecnica, constatavo che la sola cosa che resta sempre necessaria all’essere corporeo per vivere è il sonno profondo, a differenza della veglia ed del sogno. Questo poteva essere un indizio per indicare che è l’unico reale. Per quello che indichi come risposta 4, siamo perfettamente d’accordo; ma il punto è proprio questo: un post mortem favorevole per me lo sarebbe solo nel senso di un non ritorno a un altro ciclo d’esistenza. Ci ho messo un vita e so quanto mi è costato ritrovare la coscienza/conoscenza sviluppata probabilmente in esistenze precedenti, che mi ha portato all’attuale presa di coscienza; ma, anche se alla fine non mi è andata poi così male, so quanto mi sia costato e non voglio ripassare per una analoga discesa agli inferi in un altro ciclo. Ragion per cui ritorno alla prima questione che ponevo nel mio scritto: “Quello che mi preoccupa è la maniera completamente automatica ed incosciente in cui noi singoli individui passiamo da uno all’altro dei tre stati. Visto che il passaggio è automatico e incosciente, chi mi garantisce che dopo la morte, ossia dopo l’abbandono della modalità corporea, non si riparta per un altro giro nella ruota delle esistenze illusorie (saṃsāra)?” Comunque ti ringrazio ancora per la gentilezza che mi hai fatto a rispondere e ti prego sopratutto di non prender quello che ho detto all’inizio riguardo la conoscenza come se volessi fare la lezione: volevo solo spiegare come vedo io le cose.

            Secondo siddhāntin: Cerco di dare qualche risposta, lasciando eventualmente a un secondo momento e agli altri di corrispondere ulteriormente alle questioni che ponevi nella tua prima esposizione. Leggo, dopo aver scritto questo, le risposte del primo siddhāntin , che con ben altra sinteticità rispetto a me, ha già condensato quanto ti invio di seguito. Diciamo che il mio, allora, è uno sviluppo.

            1. Scrivi: “Quello che mi preoccupa è la maniera completamente automatica ed incosciente in cui noi singoli individui passiamo da uno all’altro dei tre stati. Visto che il passaggio è automatico e incosciente, chi mi garantisce che dopo la morte, ossia dopo l’abbandono della modalità corporea, non si riparta per un altro giro nella ruota delle esistenze illusorie (saṃsāra)?” A questo proposito mi verrebbe da risponderti come segue. Nessuno può assicurarti ciò – e ci mancherebbe! – perché, nella misura in cui non si è risolta, una volta per tutte, l’avidyā (ossia la nozione erronea) per cui si considera che “io sono questo individuo, nato in questa porzione infinitesimale di spazio e in questo frammento di tempo, ecc., e che infine morirà”; ebbene in tale misura, afferma la śruti, si continuerà a girare e a girare ancora. Non è, perciò, di certo il mero abbandono di questa modalità corporea (dehanta, fine del corpo) che può risolvere la condizione saṃsārica. Quando dici “in maniera automatica ed incosciente” intendi, alla fin fine, che l’essere in questa condizione saṃsārica non è risultato di una scelta pregressa che si è compiuta deliberatamente, non è oggetto di volontà, bensì che, per così dire, “ci si ritrova” in essa. Ritrovarsi come individui nella ruota del saṃsāra , insomma, ci si configura come qualcosa di “connaturato” (naisargika e svābhāvika): non si sceglie di essere individui perché è proprio in quanto individui che si sceglie qualcosa, e questa è anche la ragione per cui non si può scegliere di essere Brahman: se è in quanto individui che si sceglie, allora non può essere tramite la scelta che ci si può liberare dall’individualità, ma anzi, volendo (qualsiasi cosa), ci si confermerà inevitabilmente come individui. Come non si sceglie di ritrovarsi, per errore, come individui, altrettanto senza scelta si riconosce di essere stati sempre e solo Brahman. È un fatto di riconoscimento, non di volontà o sforzo. Tuttavia, al di là di ciò, mi sembra che tu intenda cercare una qualche ragione che rafforzi la sicurezza di non ritrovarsi assoggettati al sopraggiungere e allo scomparire degli stati anche quando si è abbandonata la modalità corporea tramite la conoscenza, o nell’indagine. C’è qualche indizio che, già da ora, può renderci sicuri di ciò, nonostante tale automaticità? A me sembra che si possa rispondere affermativamente. Infatti, bisogna osservare il fatto che non solo gli stati sono sovrapposti alla nostra vera natura di pura Esistenza-Coscienza, ma anche il loro “andirivieni” è sovrapposto. Voglio dire che non sono solo gli stati ad essere oggetto di osservazione, bensì anche il loro apparire-scomparire è oggetto di constatazione. Dunque, in quanto oggetto, non riguarda affatto la natura del Soggetto che li testimonia, il quale resta sempre immutabile e non coinvolto, libero, da tale spettacolo. Insomma, l’apparire e lo svanire, automatico o meno che sia, contraddistingue la natura dell’oggetto e non del Testimone, dell’anātman e non dell’Ātman. In fondo, a ben vedere, anche che gli stati “vadano e vengano”, come il fatto che siano tre, ecc. (quantità, qualità, spazio, tempo, relazione), è solo una nozione che il soggetto vegliante intrattiene in veglia, e nient’altro. Si guarda il mondo intorno a noi nello stato di veglia e si dice: “Tutto questo non c’era nel sonno”, “Sono passato dal sonno alla veglia”, “Sono entrato nel sonno”. Ma si osservino tutti questi comuni modi di dire che si accettano con tanta naturalezza: è proprio questo ciò che s’intende quando parliamo di adhyāsa/avidyā. Questo modo di valutare, cioè di vedere, come se il mondo fosse un’entità esistente indipendentemente, in cui si va e si viene; e il modo di parlare del mondo come esistenza presente e di indagare sullo stato precedente alla sua presente esistenza, tutta questa impostazione in termini di causa-effetto, che si sviluppa nel tempo ed è limitata al tema della causalità, ha come fondamento l’identificazione “io sono corpo/mente” – ossia l’adhyāsa. In quest’ambito si può parlare di causalità solo e soltanto sulla base – indebita e completamente pre-supposta – di questa identificazione con il corpo/mente. L’identificazione con il corpo/mente, il costrutto spazio-temporale, il tema della causalità, il corpo e il mondo intorno a esso, l’entrare e l’uscire dal mondo, l’esistenza e la non-esistenza del mondo, tutte questa serie di idee messe insieme sono adhyāsa/avidyā. A questo proposito, ci si può chiedere: chi va e viene nel sonno? Abbiamo mai osservato attentamente? È il vegliante? No, perché il vegliante è limitato solo allo stato della veglia. È il sognatore? No, perché il sognatore è limitato solo allo stato di sogno. Allora chi “va in sonno”? La verità è che non c’è nessun andare e venire. È l’identificazione ignorante del sognatore con il corpo/mente che fa dire al sognatore questo. Si osservi tramite l’anubhava basandosi sui mantra della śruti che riguardano gli stati di veglia, di sogno e lo “stato” di sonno profondo. Non c’è nessun andare e venire se non la propria immaginazione di andare e venire. Il vegliante non entra né esce dalla veglia. Il vegliante si trova come vegliante nello stato di veglia né ha idea del suo inizio e della sua fine. Allo stesso modo, il sognatore non entra nel né esce dal sogno. Il sognatore sta nel sogno e quando il sogno finisce, finisce il sognatore. Questo è l’anubhava. Questa è la logica basata sulla scrittura (śruti aviruddha tarka), in accordo con l’intuizione sempre basata sulla scrittura (śruti-yukti anubhava), usata per emettere la sentenza che considerare se stessi come vegliante o sognatore è una falsità (mithyātvam). Dopo tutto, è l’adhyāsa/avidyā all’interno della veglia stessa che crea tutto quel caos chiamato saṃsāra , che altro non è se non le ‘fantasiose idee’ di nascita e di morte (o creazione e distruzione), ecc., dovute all’assenza di corretta conoscenza. Perciò, per quanto l’“andirivieni” sia un fenomeno apparente, e apparente automaticamente, si consideri che, proprio in quanto apparente, non ci riguarda affatto, ma riguarda piuttosto soltanto la natura dell’oggetto. Infatti, si potrebbe chiedere: “ma tale movimento, a chi appare?”. Può apparire soltanto a qualcuno che non ne è coinvolto, che lo eccede, che se ne fosse coinvolto non ne potrebbe essere consapevole. Proprio in quanto ti è noto, proprio in quanto “lo sai”, ne sei già libero. Qualunque cosa si conosca non sei tu. Se il ‘tu’è il conoscitore di questo (idam), questo che il ‘tu’conosce non è il vero tu (tvam), perché il conoscitore non può conoscere se stesso. L’occhio non può vedere se stesso, la mano non può afferrarsi né il fuoco, pur possedendo il calore, può scottarsi né l’acrobata, per quanto allenato, può saltare sulle sue proprie spalle (BSŚBh III.3.55), perché il medesimo non può essere al contempo soggetto e oggetto. Perciò chi conosce è diverso da quello che è conosciuto. È facile “conoscere” l’Ātman: qualsiasi cosa pensi non sei tu. Dopo aver sentito dell’Ātman , qualsiasi cosa si immagina non è Ātman , qualsiasi cosa si pensa, si sente, non sei tu. Quello che sei tu è Ātmasvarūpa , questo che conosci è anātman , e non ti riguarda; che esso ti riguardi, proprio questo è adhyasa. Perciò, se si discriminano le due nature di Sé e non-sé si riconosce che l’“andirivieni” degli stati non può riguardare il Soggetto, l’Io.
            2. Scrivi: “Il secondo quesito quindi è: ricordarsi di questo quando si è in veglia (e magari, se si riuscisse, anche in sogno), invece d’esser continuamente distratti da tutto, può aiutare? È nididhyāsana?” Ora, a parte la definizione tecnica di che cosa siano precisamente śravaṇa , manana e nididhyāsana , anche in questo secondo caso risponderei affermativamente. In effetti, la fondamentalità di suṣupti nella nostra esperienza, nel nostro anubhava , sta proprio nel fatto che esso è, per così dire, l’indicatore della natura non-duale dell’Io, che l’Ātman è davvero advitīya , eternamente libero dalla dualità, per quanto tale raggiungimento sia inattingibile per il pensiero e per il linguaggio. Esso è la “prova”, il “pramāṇa”, per il mithyātvam del mondo di dualità. Il sonno profondo, nella sua vera natura, è solo il Brahman non duale, e questo sono Io. In effetti, ricordarsi di questo è un ottimo viatico all’indagine, diciamo che ne è parte, una parte forse più di manana che di nididhyasana , e che deve in effetti essere ricordata costantemente, ricondotta all’attenzione fin quando non ci libera dall’erronea persuasione di essere degli individui. Una strada che va battuta fin quando non appare distintamente la meta. Faccio un esempio di come possa essere utile nel manana: il modo corretto di considerare il sonno (che non è il punto di vista del vegliante) altro non è che smettere di guardare il sonno dal punto di vista della veglia, cioè annullare il punto di vista del vegliante comprendendo che il punto di vista del vegliante è mithyātvam. Il “punto di vista” di Brahman non è altro che la cancellazione del punto di vista del jīva. Prima, nella comparazione tra veglia e sogno, si prende in considerazione lo śruti aviruddha tarka per dimostrare come veglia e sogno si escludano a vicenda e come ognuno di essi neghi la realtà dell’altro, pur avendo entrambi un sostrato comune. Prendendo questo śruti aviruddha tarka, che è anche in armonia con l’anubhava , si capisce che è il desiderio di causalità dello stato di veglia a sovrapporsi al sonno. È questo desiderio di causalità che, unicamente dallo stato di veglia, attribuisce al sonno profondo lo ‘stato causale’. Ciò significa che l’identificazione con il corpo/mente dello stato di veglia, che esiste insieme al desiderio di conoscere la causa del corpo/mente – cioè suṣupti come stato causale -, è meramente jīvatvam , e sussiste solo in esso e per esso. Sulla base dello śruti pramāṇa per cui Ātman è asaṅgaḥ (libero da relazione; Ātman non è né il vegliante né il sognatore né il cosiddetto dormiente), si capisce che tale identificazione (io sono chi veglia, chi sogna e quindi, per analogia, io sono anche chi dorme) è del tutto erronea. Il Sé non è né il vegliante né il sognatore e nemmeno chi gode del sonno (cioè non è quel fruitore del sonno che il vegliante immagina di essere come uno che non conosce niente mentre si trova in una massa di coscienza indifferenziata). Ci si chiederà: se non si è quel cosiddetto dormiente (come il vegliante l’ha immaginato e descritto) allora cos’è quel sonno profondo di cui non si può negare l’esistenza? Il vegliante non può descriverlo correttamente a parole, ma non ne può negare l’esistenza. Quell’esistenza, libera da tutto il resto (da ogni relazione: qui-lì, prima-dopo, parte-tutto, soggetto-oggetto), è l’Ātman non duale. Ora, sorprendentemente, tutta quella descrizione per viam negationis che la Māṇḍūkya dà di Turīya nel mantra successivo a quello di suṣupti , è valida, non a caso, anche per suṣupti (acintyam , agrāhyam , ecc.). In tal modo la vera suṣupti , che non è “yatra supto na kaṅcana …” (senza sogni e senza desideri), com’è la descrizione di suṣupti fatta dal vegliante, ma che è intuita come innegabile Pura Esistenza; e quell’intuizione che avviene attraverso la cancellazione dell’idea di essere un vegliante (e, quindi, anche un dormiente), è davvero il vero Sé in tutta la sua gloria, cioè l’asaṅga Ātman. Per essere precisi, la descrizione che il vegliante fa di suṣupti non corrisponde a nulla di esistente, è solo un’immaginazione. Ciò che esiste è solo suṣupti reale, cioè l’asaṅga Ātman , l’Ātman non-duale. Corpo e mente devono essere eliminati, e allora si intuisce Ātman come asaṅgaḥ che è la vera natura di suṣupti. Quello stesso è Turīya. Tu sei Quello. Se non si sovrappone la causalità a suṣupti per poi confutarla al fine di dimostrare che è l’asaṅga Ātman non-duale, nella nostra esperienza universale (sārvatrika anubhava) non ci può essere evidenza dell’Ātman come asaṅgaḥ. Una nota ancora sul fatto che “io non vado in suṣupti , io sono suṣupti”. Questa cosa è stata spiegata bene da Svāmī Prabuddhānanda negli upadeśa che abbiamo letto, quindi rimando a quelli per comprendere a fondo la questione. Non è che da suṣupti si vada in veglia o in sogno, bensì IN suṣupti – cioè in me stesso libero da tutte le relazioni – gli stati di veglia e sogno appaiono e si riassorbono, immediatamente, senza alcuno iato o mediazione temporale e spaziale – visto che tempo e spazio sono negli stati di veglia e sogno, non al di fuori di essi. Ora, come si fa a rendersi conto che anche ora, che sono persuaso di essere in veglia, in realtà sono suṣupti – cioè sono così come sono quando dico erroneamente di “essere addormentato”-? Bene, prima considera di cosa sei cosciente. Lo spiega bene Svāmī Prakāśānandendra. Sei cosciente di tutto il mondo, attraverso i sensi si possono vedere tutte queste cose. Tutto ciò che vedi è altro dalla tua Coscienza. Ma lo stesso vale per la vista, per gli occhi con cui vedi. “Gli occhi sono me?“, no, non lo sono. Tu conosci occhi e orecchi come oggetti. Apri gli occhi e sei cosciente. Chiudi gli occhi e sei cosciente che i tuoi occhi non stanno operando e che non vedi. Apri gli occhi e rivedi. Stato di vedere e stato di non vedere: questi due stati assieme sono gli occhi, sono la vista. Vedere e non vedere; ma dietro ai due stati della vista c’è la “mia” Coscienza perché li conosco entrambi. Perciò “io vedo e io non vedo” vogliono dire che io sono comune a tutti e due. Io non sono né il vedere né il non vedere. Bisogna tener presente la sola Coscienza che sta dietro quelle due apparenze. Perché se m’identifico con la vista, quando apro gli occhi penso che la coscienza negli occhi sia io. La Coscienza non sta negli occhi, ma ne è il sostrato indipendente. La vista viene a me e se ne va. La Coscienza che sta dietro è indipendente dall’aprire e da chiudere gli occhi. Allora ti appare evidente che il mondo non sei tu. Guarda le cose e sii solo cosciente; rimuovi i sensi come non-sé. Fa’ così anche della mente, delle emozioni, della compassione, dell’ira: tutte queste esperienze vanno e vengono, ma tu resti cosciente. Perciò questa Coscienza deve essere distinta dal corpo, dai sensi, dalla mente e dal pensiero. Discriminata la Coscienza da tutti questi anātman e rimossi tutti i non-sé, come sei? Com’è la Coscienza che sta dietro il vedere il non-vedere? Pura, immutabile, priva di qualità, proprio come in suṣupti. Rimossi, qui e ora, tramite il viveka , il mondo, i sensi, la mente, la buddhi con cui sei solito avere abhimāna (identificazione), tu sei qui e ora pura Esistenza-Coscienza, così come sei in suṣupti. Lo stato di sonno profondo, in realtà, non è uno stato. Quando elimini gli stati di veglia e di sogno, non vai nel sonno profondo, tu sei il sonno profondo. Nello stato sei un individuo. Non sperimenti mai di essere un individuo al di fuori degli stati di veglia e sogno. Non è che prima sei un individuo e poi, come tale, entri in veglia. Nella nostra intuizione, “essere un individuo” ed “essere in veglia” sono la medesima esperienza. Quando cancelli quei due stati di veglia e di sogno non vai da nessuna parte: tu sei suṣupti. Quando cancelli l’individualità, tu rimani solo pura Esistenza, perciò sono gli stati che appaiono e scompaiono. La Coscienza invece è comune, né va né viene. Quando uno stato se ne va, per la Coscienza diventa chiaramente anātman. Così si capisce la Coscienza come Sākṣin. Lo si chiama suṣupti perché dal punto di vista della veglia appare come uno stato. Questo è un errore. La tua vera Esistenza, il tuo svarūpa di quando sei uno che veglia, il tuo stesso svarūpa appare come un che di passato. Perché quando io non conosco me stesso, il mio me stesso appare come un passato. L’uomo ordinario pensa che quando ci si sveglia non si è ‘più’ in sonno profondo. Perciò la mente della veglia pone l’esperienza di suṣupti al passato. Ma suṣupti non ha tempo, non è nel passato né ha alcuna altra relazione. Per questo errore di valutazione lo si considera come se fosse uno stato. Ma quando si elimina l’individualità della veglia e del sogno, sei suṣupti: tu sei Quello e la tua stessa esistenza la chiami suṣupti. Suṣupti non è uno stato, sono Io, è puro Ātman. Similmente posso avere migliaia di pensieri e poi identificarmi con un pensiero. Ma qual è la reale persona che s’identifica con tutti i pensieri? Se chiedi chi è la vera persona, quella è suṣupti. Tu lo chiami “Non so”, ma non è “Non so”: sei tu; il tuo Tu reale che è più vasto di migliaia di pensieri. Appare come sconosciuto a chi s’identifica a un pensiero. Quando t’identifichi a un pensiero, il sostrato reale che sta sotto a tutti i pensieri appare nascosto, appare sconosciuto, e questo sconosciuto lo chiami suṣupti, perché sei inchiodato a un pensiero. Un pensiero non può capire il sostrato di migliaia di pensieri, la Coscienza, che è la base di tutti i pensieri. Quando t’identifichi a un pensiero, questo copre e nasconde la Coscienza e perciò essa appare come vuota perché il pensiero non riesce a vederla; perciò, una volta risvegliato, l’ignorante considera suṣupti come fosse vuoto. I pensieri della mente della veglia interferiscono e dicono: “Non so, da qualche parte c’è; è lontano, è nel passato”. Non è lontano, è proprio qui. Se ti distacchi da un pensiero, ti distacchi da tutti i pensieri, tutti i pensieri sono in te, tu sei quella Coscienza.
            3. Scrivi: “Una cosa che può indirettamente confermare il fatto che il sonno profondo sia la sola Realtà sempre presente, è la constatazione che l’individuo fittizio ha assolutamente bisogno di dormire per conservarsi, mentre invece non ha alcun bisogno d’esser sveglio o di sognare in permanenza. Cosa ne pensate?” Sì, questo è un buon indicatore: la propria (vera) natura è ciò che si è, non qualcosa che si ha. Avere è poter non-avere ed è questo che lo differenzia dall’essere che non può non essere: se io sono qualcosa non posso non essere ciò che sono. Dunque, “avere” indica una condizione avventizia, e perciò qualcosa che, essendo solo accidentale rispetto la mia natura (rispetto a ciò che sono), per essere mantenuta ha bisogno di uno sforzo. Al contrario, “essere” non mi costa alcuno sforzo, lo sono naturalmente, di per me, a conferma che l’Esistenza è la mia vera natura. Vale la pena ricordare che il nostro desiderio di “vivere per sempre”, e la nostra idea quotidiana per cui “viviamo come se non dovessimo morire mai”, come se la morte non ci riguardasse, nascondono proprio il fatto che l’Esistenza pura è la nostra vera natura, che esistere è ciò che ci è più intimo. Ugualmente, la veglia e il sogno, poiché sono condizioni avventizie, sono condizioni segnate dallo sforzo; l’individualità, e la volontà che la contraddistingue, è segnata intrinsecamente dallo sforzo. Suṣupti , invece, è proprio “il venir meno” di questo sforzo che trattiene l’individualità: quando ci si lascia andare, sormontati dallo sforzo della veglia, ci si addormenta profondamente. È proprio l’Upaniṣad che lo afferma esplicitamente, precisamente nei versi che parlano di suṣupti (BU 4.3.19): “Come un falco o un uccello che vola nel cielo si stanca e, spiegando le ali, si dirige verso il suo nido, così questo essere infinito corre verso questo stato, dove addormentandosi non brama desideri e non vede sogni”.
            4. Infine, scrivi: “sapere, a un livello però solo mentale (se si ha solo l’impressione d’averlo capito), che “tutto questo è Brahman” o che “io sono Brahman”, può essere di qualche utilità? La cosa potrebbe sembrar ovvia e qualcuno risponderà: «Certamente!». Ma quello che mi fa porre la domanda, con riferimento a quanto dicevo più sopra circa la modalità inconscia e automatica, è il fatto che aver capito queste cose, o avere l’impressione d’averle capite, non produce attualmente nessun cambiamento nella vita di tutti i giorni.” Le questioni qui sono due, e sono legate tra loro, ossia quella dell’utilità di una comprensione parziale rispetto il post mortem e quella del cambiamento. Ora, bisogna innanzitutto tener ben in conto che la conoscenza, per definizione, non produce alcun “cambiamento”; anzi, il cambiamento è precisamente il risultato dell’azione. È l’azione che, tramite lo sforzo che comporta, produce una trasformazione su di un qualche sostrato. La conoscenza, al contrario, è una presa di coscienza di un fatto, in questo caso dell’eterna identità di Ātman e Brahman. Dunque, non è proprio dell’indagine vedāntica il produrre cambiamenti, è proprio di karma e di upāsanā. Sono karma e upāsanā – siano essi eseguiti tramite corpo, sensi o mente – a produrre risultati ed effetti, cambiamenti tangibili che riguardano il corpo (i celebri poteri, che nessun guénoniano ha mai sviluppato né provato, ma che, come la volpe con l’uva, fanno tutti finta di disprezzare sdegnosamente – perdona l’uscita -), le sensazioni, la psiche, i sentimenti, le emozioni, ecc. Così, sono soprattutto karma e upāsanā a influenzare le successive nascite e condizioni, perché sono i loro risultati a lasciare i segni (saṃskāra) che, sotto forma di residui e vāsanā latenti, influenzeranno la nuova condizione. Perciò, una vita passata nell’upāsanā di Īśvara o della Devī , nella meditazione delle sue qualità sattvika , della sua grazia, presenza, ecc., genererà in noi un forte sentimento di abbandono a Lei e di distacco verso le passioni e le dinamiche mondane, disposizione che in parte ci preserverà dalla paura della morte e ci permetterà una rinascita positiva. Tuttavia, è anche vero che, una volta fruiti i risultati di tali attività, si tornerà ad una condizione precedente, specialmente qualora tali azioni non siano maturate in altrettante consapevolezze effettive. Bene. Ciononostante, tutto ciò – ogni karma e upāsanā, anche quelli più sattvika – ha come presupposto il fatto di considerarsi erroneamente come un individuo, cioè di prendersi per ciò che non si è: avidyā. La conoscenza vedāntica falsifica precisamente questa ignoranza, e tutte le trasformazioni e i cambiamenti che (solo) nel suo ambito hanno luogo. Quindi, vedānticamente parlando, non si tratta di questo ambito, anche se, quando invece ci riferiamo al post mortem , è proprio di questo che si tratta. Nascita, vita, morte, rinascita: tutto ciò per il Vedānta è proprio l’errore da cui bisogna liberarsi, ed è dunque una perdita di tempo lasciarsi prendere dalle discussioni interminabili – e inconcludenti – che riguardano il saṃsāra. Che noi siamo jīva , è veramente soltanto bhrānti. Non è che il jīvatva – con tutta la sua serie infinita di nascite, morti e rinascite – veramente esista in realtà: questa bhrānti persiste per il fatto che noi non conosciamo il nostro svarūpa.

            Comunque sia, c’è ancora la fattispecie per cui l’indagine vedāntica è condotta, ma non portata a termine, e la morte potrebbe coglierci prima che lo sia definitivamente. In tal caso, ha avuto utilità la consapevolezza non del tutto realizzata che: “Io sono Brahman”? Beh, resta come dato di fatto che, per quanto karma e upāsanā [anche l’upāsanā è karma] possano avere certamente un risultato più effettivo sulla psiche nei termini di cui sopra, tuttavia l’indagine vedāntica produce certamente una purificazione della mente e una serie di consapevolezze che cambiano radicalmente lo sguardo sul mondo e la concezione di esso e di se stessi. Può capitare che non ci si renda conto di tale metanoia interiore, ma a ben vedere molto di “noi stessi” è cambiato, in quantità e qualità. E ciò si trasmette nel futuro. Tali “cambiamenti”, per quanto non abbiano ancora determinato nel jijñāsu il distacco e la discriminazione di Sé da corpo, sensi, ecc., e dunque per quanto egli sia ancora persuaso della loro realtà e il suo sguardo sia ancora assoggettato dagli oggetti esterni, avranno determinato una certa “dimestichezza” con tali idee, che si saranno nel frattempo sedimentate in lui, lasciando qualche segno indelebile. Tale segno non mancherà di fruttificare, in mezzo però a tutto il resto del karman accumulato e non sviluppato. Ma in fondo, queste sono solo cose del tutto secondarie e, in definitiva, meramente illusorie; invece, vedānticamente, il problema di fondo del fatto che “ho solo l’idea di ‘io sono Brahman’, ma nulla è cambiato” è che costui è rivolto comunque a quell’idea – l’idea che ha per oggetto l’identità con Brahman -, e non discrimina ancora tra quell’idea e la Coscienza che la testimonia. La sua attenzione contemplativa è ancora rivolta verso l’idea, verso l’oggetto, invece che a chi tale idea appare, all’oggetto illuminato invece che alla luce che l’illumina. Tu sei (solo) Quella. Ancora una volta, il cambiamento riguarda esclusivamente la natura dell’oggetto osservato: “Io sono diverso da tutto ciò che osservo”.

            Pūrvapakṣin: Enormemente grato per la tua risposta che a me sembra esaustiva. A te può forse sembrare di non aver detto tutto quello che vorresti, non lo so, ma l’essenziale lo hai detto e mi sembra ci sia poco da aggiungere.

            Non ho mai preteso o aspettato da nessuno risposte rapide o immediate perché sono ben cosciente della complessità dell’argomento, del tempo che ci vuole per esporlo e della mancanza ormai cronica di tempo (è proprio il caso di dirlo, anche se può essere una tautologia) per fare qualsiasi cosa, per cui non hai nessun bisogno di giustificarti. Ti ringrazio ancora, quindi, per la parte del tuo tempo che hai voluto spendere per me ed indirettamente per tutti, che penso saranno ugualmente interessati da quello che hai scritto. Sono cose e conclusioni logiche in base a tutte le letture che abbiamo fatto insieme finora; evidentemente c’è bisogno non di ripeterle, ma di sentirle quando si è concentrati su una problematica particolare e di qualcuno che t’aiuti a vedere chiaramente quello che tu da solo non riesci a vedere.

            Terzo siddhāntin: Anzitutto un ringraziamento di tutto cuore al pūrvapakṣin per aver condiviso i suoi pensieri e dubbi e aver così dato il via a questo scambio di vedute e approfondimenti. Nulla di più utile e tradizionalmente valido per poter purificare la mente. Non credo ci sia nulla da aggiungere alle risposte del primo e del secondo siddhāntin, ma come dice bene il pūrvapakṣin, non si deve neanche ritenere concluso lo scambio. Anzi, il fatto stesso che ognuno esprima ciò che ha appreso, attraverso l’interpretazione dei propri pensieri, dà un punto di vista diverso sullo stesso argomento; l’unico argomento, direi. Se posso, non mi soffermerò punto per punto come già fatto dalle ricchissime riposte precedenti alla mia, e vi darò un altro punto d’osservazione e, spero, uno spunto nuovo.

            Credo sia essenziale ricordare sempre che tutto ciò di cui si discute in questo nostro utilissimo scambio, avviene sempre in veglia e come tale è di per sé limitato per la natura stessa dello stato in cui ci troviamo. Il linguaggio che utilizziamo ci limita perché non possiamo descrivere con i mezzi della veglia ciò che dalla veglia non possiamo descrivere. Ciò che intendo dire è che facendo tutti questi discorsi e scambi in veglia, per forza di cose siamo limitati ai confini e mezzi della stessa. I pensieri stessi non sono immuni a questa limitazione, per quanto ci sembrino più liberi; infatti sono pur sempre frutto dell’azione mentale del vegliante. Però è altrettanto vero che la veglia è la Realtà stessa, vista ancora come oggetto d’osservazione del vegliante, come il sogno è la Realtà vista dal sognatore. Come abbiamo detto tante volte, l’alternanza veglia- sogno è un vero e proprio dono per poter renderci conto dell’illusorietà di questi due stati. Ma siccome, comunque, tutti questi begli scambi avvengono nel vyavahāra , dobbiamo utilizzare i mezzi del vyavahāra per realizzare. Appunto, diciamo realizzare, cioè rendere reale.

            Con un po’di provocazione domando: ma infondo che differenza c’è tra capire e credere di aver capito, se la risposta è già presente, ma devi solo svelarla? Nessuno potrà mai rispondere per te, ma l’altro ti potrà dare uno degli innumerevoli punti di vista su cui rivolgere l’attenzione per renderti conto che alla fine tutto è illusione. L’illusione più ostica da cui liberarsi è l’individualità. Finché noi facciamo distinzioni tra l’individuo ’io’ e tutto il resto, non abbiamo liberato l’Io dalla illusorietà del singolo individuo né, a fortiori , da tutto il resto dell’illusorio saṃsāra. Finché consideriamo i nostri pensieri come nostri, dunque delle individualità, e non li osserviamo come osserviamo un quadro, non potremmo svelare la Realtà. I pensieri e i ragionamenti sono i mezzi che nella veglia servono per poter strapparci di dosso quel lenzuolo d’illusione che ci avviluppa. Facendo manana e cercando così di toglierci questo velo, ogni tanto vediamo attraverso uno strappo al di là di esso (anubhava). Il ricordarsi cosa hai visto al di là di esso è utile perché così sai cosa esiste senza quel velo. Quindi è assolutamente essenziale sempre tener presente cosa visto al di là dello strappo. Quando durante una lettura, ascoltando un maestro o in uno scambio di opinioni si realizza qualcosa, non hai appreso nulla di nuovo, hai solo scalfito il rivestimento illusorio della tua stessa Coscienza/Esistenza; infatti, di solito ti appare improvvisamente semplice, quasi ovvio ed entusiasmante allo stesso tempo. Non fai tuo alcunché, perché ciò che hai capito è già là, hai solo svelato ciò che è già presente ed esistente. Infatti, non è come imparare le leggi della fisica, che proprio perché leggi del vyavāhara si possono applicare solo al vyavahāra (nel sogno le leggi della fisica svaniscono come l’acqua di un miraggio). Invece, la Realtà esiste sempre e, comunque, tu esisti, tu sei Realtà, tu sei Quello, Quello sei tu, pura Coscienza. Tutte queste definizioni Esistenza, Realtà, Coscienza, Conoscenza, Pace, ecc., non sono altro che un’unica sola cosa, descritta con i limitati mezzi del vyavahāra.

            Avrei voluto esprimermi in modo più conciso, ma, ahimè, il pensiero e la parola sono di natura vyāvahārika , perciò muta, si avviluppa, torna indietro. Spero che comunque sia utile anche a voi, come per me lo è stato riflettere, scrivere e condividere questi miei pensieri.

            Pūrvapakṣin: Ringrazio il terzo siddhāntin per l’ottima risposta e partecipazione. Dopo la prima lettura volevo scrivere che non c’era niente da aggiungere a quello che scriveva trovandolo tutto giusto. Dopo una seconda lettura più attenta, mi si permettano due piccole osservazioni nel senso contrario alla sua esposizione e partecipazione che ritengo utilissime. La prima: “Con un po’ di provocazione domando: ma infondo che differenza c’è tra capire e credere di aver capito, se la risposta è già presente, ma devi solo svelarla?” Come vedo io le cose, capire è prender coscienza e prendere coscienza, come mi sembra d’aver scritto al secondo siddhāntin, è realizzare, per cui se qualcuno ha capito, ma non ha realizzato, in realtà non ha capito, ma solo gli sembra d’aver capito. La seconda riguarda quanto scrive il terzo siddhāntin: “è altrettanto vero che la veglia è la Realtà stessa, vista ancora come oggetto d’osservazione del vegliante, come il sogno è la Realtà vista dal sognatore.” Osservo che lì è stato scritto ’Realtà’ con la maiuscola. Mi scuso, ma se il vegliante in Realtà non esiste e quello che vede è un’immagine mentale che, come lui, fa parte della veglia -e discorso analogo vale per il sognatore-, in che senso “la veglia è la Realtà stessa, vista ancora come oggetto d’osservazione del vegliante, come il sogno è la Realtà vista dal sognatore”? Mi verrebbe da dire piuttosto che sia la veglia e i veglianti nella loro totalità sia il sogno e i sognatori, sono effettivamente la Realtà, visto che questa deve per forza comprendere tutto, ma che attualmente non riusciamo a capire come possa essere reale ed illusoria al tempo stesso, proprio perché ci identifichiamo con un individuo fittizio e limitato. E solo con la realizzazione, comprendendo d’essere questa stessa Realtà, avremo finalmente coscienza di come ciò sia possibile. Ho scritto una corbelleria? Altro argomento da trattare da chi forse trovava non ci fosse più niente da aggiungere a quanto scritto finora.

            Quarto siddhāntin: Vorrei apportare una qualche osservazione a corredo di quanto è già stato detto. Prima di iniziare voglio però sottolineare che gli interventi dei primi tre siddhāntin sono abbondantemente sufficienti a rispondere alle problematiche sollevate dal pūrvapakṣin. Quest’ultimo, tuttavia, rimane nel dubbio come è suo diritto, cosa che gli fa davvero molto onore. Infatti usa saggia prudenza per non “montarsi la testa” (rasāsvāda), rischio su cui tutti i veri jñānaguru insistono con i loro discepoli. Ovviamente “montarsi la testa”, come il suo opposto, la delusione o depressione (viṣāda), sono stati d’animo che vanno e vengono e che quindi nulla hanno a che fare con la cerca vedāntica. Perciò voglio aggiungere alle considerazioni già espresse, due righe di carattere metodico.

            “Ho capito? Oppure solo credo di aver capito?”, questo, in due parole il quesito del pūrvapakṣin. Nel dominio che stiamo esplorando assieme e singolarmente, con l’aiuto delle śruti , dei commenti dei grandi maestri del passato e del presente e con l’apporto della cerca introspettiva di ognuno di noi, capire vuol dire cogliere l’evidenza. Cos’è l’evidenza? È la realtà che sta davanti al naso di tutti. Cosa vuol dire capirla? Vuol dire riconoscerla per quello che è davvero. Chi la riconosce sa di averla capita. Anche chi non la riconosce la vede, perché è evidente; ma costui non la riconosce perché la conosce in modo sbagliato. La fraintende: la pensa dal punto di osserazione del “Io sono così e così”. Facciamo l’esempio della conoscenza universalmente condivisa: “Io so di esistere e di essere cosciente”; “sono cosciente di esistere”, che vuol dire la stessa cosa, ma espressa in forma diversa a causa delle limitazioni del pensiero e del linguaggio che sono sempre del dominio della dualità. Ma quello che so, quello che conosco, quella evidenza che riconosco, nella mia esperienza reale è una certezza unica, anche se sono obbligato a esprimerla in pensieri e parole diverse. Esperienza; intuizione; anubhava: questo è il punto. La vera conoscenza è per noi l’anubhava, non jñāpti , non pramā. Ci si può chiedere “Forse solo credo di esistere e di essere cosciente?”. No, questo è impossibile perché non si può mettere in dubbio la Realtà. Si può equivocare sulla Realtà, non negarla. Com’è che ci si fraintende? Pensando “io sono così e così (aham) e sono cosciente di questo e di quello (mama).” Così l’anubhava può essere ignorato, mal interpretato, deformato, pensato in modo dubbioso: ma non lo si può negare. Tuttavia, attenzione: non lasciamoci prendere dai laccioli del linguaggio. Tu tratti l’anubhava , in quanto parola che descrive un evento (padārtha) che ti accade, come fosse un oggetto; ma in realtà, non è altro da te. I vicārin alle prime armi ancora parlano dell’anubhava come fosse qualcosa che capita loro come una folgorazione (sphuraṇa) dall’alto. Non è così: è l’Ātman che appare per un istante, sei tu stesso. O, per meglio dire, la tensione interiore (śraddhā) porta a una “rarefazione” della māyā con cui si proiettano le percezioni come se ci fosse davvero il mondo esterno e con cui si elaborano pensieri di un mondo interno, anch’esso illusorio. E la mente appena purificata di questi neofiti (śaikṣa) coglie la realtà dell’Ātman come se fosse una intuizione venuta da fuori. Fuori da cosa? Dalle parvenze del vyavahāra. L’intuizione è reale, l’Ātman è sempre reale: e la mente purificata in precedenza (con yantra, mantra e tantra) e resa, poi, acuta e sempre più sottile dal jñāna viveka fino a sua estinzione, ne coglie per un attimo la Realtà. Perché solo per un attimo? Perché la mente che fa manana è sottoposta al tempo. Il vicārin è subito coinvolto nuovamente nel divenire. Ma l’intuizione è reale, perché l’Ātman è reale. Per un attimo il vicārin ha capito. E l’apparente ripresa del divenire saṃsārico non può cancellarne l’esperienza. L’intuizione del Reale non è qualcosa di intuito, come nel caso dell’intuizione sensoriale (l’oggetto percepito), sentimentale (l’emozione come oggetto provato) o intellettuale (l’apprendimento dell’oggetto indagato). L’intuizione vera è non-duale, è la Realtà; non c’è nulla di intuito, nessun oggetto di tale intuizione; la Coscienza è non-duale, non c’è nulla di “coscienziato”.

            Manana è la riflessione metodica sulla dottrina appresa con śravaṇa dai testi vedāntici e dal Guru. In cosa consiste? Essenzialmente nel viveka, nel “ neti neti ”. La dottrina è espressa nel linguaggio dell’insegnamento che, come sappiamo, è pur sempre un adhyāropa. Tramite “neti neti ” si forma nella mente l’idea raddrizzata della dottrina, con cui si prendono le distanze da tutte le sovrapposizioni (adhyāsa). Il pensiero che io sia il corpo si dissolve nei sensi. Il pensiero che io sia i sensi si dissolve nel manas. Il pensiero che io sia il manas si dissolve nella buddhi. Il pensiero che io sia la buddhi si dissolve nell’ego (ahaṃkāra). Il pensiero che io sia l’ego (aham) della veglia, constatando che esso non è l’ego (aham) del sogno, si dissolve in Hiraṇyagarbha (Mahat o Mahan Ātman). In ognuno di questi passaggi del viveka, la mente (antaḥkaraṇa) prova delle folgorazioni intuitive. E qui arrivo al punto importante delle mie considerazioni buttate là: per andar oltre si deve fare nididhyāsana. Vale a dire che si deve passare alla contemplazione di ciò che si è capito. Spesso nididhyāsana è descritto come quella attività mentale (antaḥkaraṇa kriyā) volta a unificare le diverse intuizioni sperimentate con śravaṇa e con manana, in un’unica esperienza della Realtà. Ma si tratta soltanto di una descrizione per insegnare e farne capire il senso. Con nididhyāsana la mente non percorre più analiticamente le categorie di anātman, corrispondenti ai cinque kośa, per discriminarle dall’Ātman e per riconoscerle non reali, come durante il manana. Il pensiero deve essere unificato e pacificato nello Śāntātman, il Supremo Brahman. Tuttavia, anche questo è un modo di esprimersi che non descrive la Realtà se non imperfettamente. Infatti non esistono affatto “diverse intuizioni da unificare”: ogni intuizione è l’Ātman stesso che non è mai molteplice, anche se per ignoranza appare differenziato. È come quando si parla del “mio jīvātman” e dei “jīvātman degli altri”, quando invece il jīvātman è l’unico e non duale Paramātman. I jīvātman , come gli anubhava, appaiono molteplici, ma invece sono uno, il Non-duale. È come chi pensa che ogni notte va in sonno profondo e che, perciò, si tratti di una esperienza ripetuta. Ma questo lo pensa l’uomo ordinario, lo sciocco, l’ignorante, il settario fanatico e chiunque altro sia squalificato per il Vedānta. Invece, suṣupti sei tu, anche qui, ora: suṣupti, a cui la mente sovrappone la percezione, ma che rimane in sé eternamente unica e non duale. È come quando guardi le tue numerose facce in uno specchio frammentato: il tuo viso appare molteplice, ma, in realtà, rimane uno. È lo specchio che è molteplice e che produce quell’illusione. È la mente ignorante che è molteplice di pensieri. Perciò è la mente che deve unificarsi per contemplare l’Ātman come il proprio Sé. In questo caso essa è detta Non-mente, ossia nient’altro che la Coscienza stessa, il Brahmātman. Ma su ciò abbiamo pubblicato nel Sito molti contributi di personalità ben più qualificate del sottoscritto, che sarà il caso di rileggere. Come anche non si dovrà trascurare di ritornare sul significato dell’anubhava , chiave di tutto questo argomento sollevato dal pūrvapakṣin.

            Pūrvapakṣin: Mi si consenta di ritornare a bomba. Secondo il quarto siddhāntin , le opinioni che sono state stilate per chiarire i miei quesiti “sono abbondantemente sufficienti per rispondere alle problematiche sollevate”. Tuttavia, nella mia risposta al terzo siddhāntin, che riporto qui sotto per comodità per tutti, scrivevo: “Osservo che scrivi Realtà con la maiuscola. Scusami, ma se il vegliante in Realtà non esiste e quello che vede è un’immagine mentale che come lui fa parte della veglia e discorso analogo vale per il sognatore, in che senso la veglia è la Realtà stessa, vista ancora come oggetto d’osservazione del vegliante, come il sogno è la Realtà vista dal sognatore”? Mi verrebbe da dire piuttosto che sia la veglia e i veglianti nella loro totalità che il sogno e i sognatori sono effettivamente la Realtà, visto che questa deve per forza comprendere tutto, ma che attualmente non riusciamo a capire come possa essere reale ed illusoria al tempo stesso, proprio perché ci identifichiamo con un individuo fittizio e limitato, e solo con la realizzazione, comprendendo d’essere questa stessa Realtà, avremo finalmente coscienza di come ciò sia possibile. Ho scritto una corbelleria? Non credo, però nessuno ancora mi ha risposto, per cui rilancio la domanda. Quanto scriveva il secondo siddhāntin nella sua risposta: “IN suṣupti – cioè in me stesso libero da tutte le relazioni – gli stati di veglia e sogno appaiono e si riassorbono, immediatamente, senza alcuno iato o mediazione temporale e spaziale – visto che tempo e spazio sono negli stati di veglia e sogno, non al di fuori di essi”, mi sembra possa andare in questo senso. Ritorno a quanto afferma il quarto siddhāntin. La questione “Ho capito? Oppure solo credo d’aver capito?”, oltre che essere effettivamente legata ad una innata prudenza di non voler cadere nell’illusione del montarsi la testa, tipica dei guénoniani che hanno capito tutto ed alcuni anche meglio e più degli altri, è legata anche a un episodio accaduto durante una lettura in comune. L’argomento era quello della Māṇḍūkya che riguarda l’erronea identificazione col corpo. Qualcuno aveva detto: «Sì, ho capito che non sono questo braccio e non sono questo corpo…». Gli fu risposto: «No, non hai capito!» A me sembrava d’aver capito proprio in quei termini e le cose erano chiare per me. Evidentemente c’era qualcosa che mi era sfuggito o che non avevo preso in considerazione. Avevo solo creduto di aver capito? Vengo ora a nididhyāsana , spesso descritto “come quella attività mentale (antaḥkaraṇa kriyā) volta a unificare le diverse intuizioni sperimentate con śravaṇa e con manana , in un’unica esperienza della Realtà”. Effettivamente con śravaṇa e manana ogni tanto si hanno dei flash in cui tutto è chiaro e quindi: “Con nididhyāsana la mente non percorre più analiticamente le categorie di anātman , corrispondenti ai cinque kośa , per discriminarle dall’Ātman e per riconoscerle non reali, come durante il manana. Il pensiero deve essere unificato e pacificato nello Śāntātman, il Supremo Brahman.” Vuol dire forse che occorre fermarsi un attimo e cercar di “ricordarsi”, ritrovare la sensazione di chiarezza e pace che quelle intuizioni avevano provocato? Sperando che questo scritto possa esser di qualche utilità, ringrazio ancora tutti per i loro interventi, facendo mie le parole che seguono: “sono abbondantemente sufficienti per rispondere alle problematiche sollevate”.

            Primo siddhāntin: Trovo giusto quanto dici: “…sia la veglia e i veglianti nella loro totalità sia il sogno e i sognatori, sono effettivamente la Realtà, visto che questa deve per forza comprendere tutto”. Infatti sono convinta che sia solo questione da quale punto di vista ci si ponga: è tutto satasat. Cerco di spiegarmi. Esisto, conosco, “Aham Brahma asmi”. Tutta la realtà che mi circonda, che sperimento con i pramāṇa è oggetto, anzi è costruzione mentale dell’individuo, del jīva. Quindi è inesistente dal punto di vista della Realtà. Infatti c’è, non c’è, scompare, appare. Veglia, sogno. Ma Io sono sonno profondo. Esisto solo Io, Sat.

            Da un altro punto di vista so che tutto è Brahman , nulla esiste al di fuori di Brahman; di conseguenza se tutto è Brahman, tutto esiste a un certo livello e, quindi, gode di Realtà. Anche il jīva, sovrapposto al sostrato Brahman, è Brahman. Del resto basta pensare al riflesso di un volto in uno specchio sfaccettato. Il volto è uno, ma il riflesso è molteplice. Il riflesso è fugace, non ha esistenza propria, ma nel momento in cui appare, c’è, è sovrapposto al volto in carne ed ossa, ma c’è in qualche misura. Il pramāṇa della vista lo coglie. Il riflesso partecipa di ciò che si riflette, altrimenti non ci sarebbe. È un po’ il discorso di Cit e citta. Per questo in precedenza ho parlato di satasat. È questione di punto di vista. Quando dico “non sono questo corpo”, mi pongo dal punto di vista dell’Ātman: il corpo specifico, rūpa , che appare come jīva , è quello che è sovrapposto all’Ātman , quello fatto di materia fugace come gli oggetti che mi circondano. Sono un oggetto fra tanti. Lo testimonio, me ne rendo conto, e… beatamente lo capisco e faccio mia questa Realtà. Certo, il tutto non è faccenda da poco, ma, se compreso, illumina e spiega la vita.

            In riferimento a quanto detto dal terzo siddhāntin, anzi, alla sua domanda provocatoria: “In fondo che differenza c’è tra capire e credere di aver capito, se la risposta è presente, ma devi solo svelarla?”. Dal punto di vista dell’Esistenza, della Realtà, ovviamente non c’è alcuna differenza. La differenza è per te quale jīva incompleto, che cerchi e devi trovare, devi svelare per comprendere che sei il Sostrato. Sei sat e asat, sei veglia e sogno (asat), ma in primis e fondamentalmente sei sonno profondo, sat. Caro pūrvapakṣin , non so se il mio pensiero possa essere utile, ma grazie per lo stimolo che hai dato.

            Secondo siddhāntin: In attesa di completare quanto mi suscitavano gli sviluppi della nostra discussione, rispondo, nel frattempo, brevemente qui a queste ultime cose. Chiedi: “Nella mia risposta al terzo siddhāntin, che riporto qui sotto per comodità per tutti, scrivevo: “Osservo che scrivi Realtà con la maiuscola. Scusami, ma se il vegliante in Realtà non esiste e quello che vede è un’immagine mentale che come lui fa parte della veglia e discorso analogo vale per il sognatore, in che senso la veglia è la Realtà stessa, vista ancora come oggetto d’osservazione del vegliante, come il sogno è la Realtà vista dal sognatore?”. Ora, non voglio fare l’interprete della altrui asserzioni, ma a mio avviso ciò che si intende quando si dice che la veglia è la Realtà stessa, vista ancora come oggetto d’osservazione del vegliante – come il sogno è la Realtà vista dal sognatore -, è che la veglia è l’“intera” Realtà – non una parte -, ma “osservata come se” fosse un oggetto di osservazione. Mi spiego: abbiamo già definito lo stato come “il modo in cui la Realtà appare” e non il modo in cui esiste o in cui si modifica nel tempo. Fintanto che non si capisca l’implicazione di questa definizione, la questione sulla interrelazione tra gli stati rimane irrisolta. Tutte le relazioni tra gli oggetti di uno stato esistono solo in quel particolare stato e non ci sono relazioni fra cose di due stati differenti o tra gli stati stessi. In ogni stato, l’intera Realtà è totalmente presente e non si può dire che una certa parte di essa rimanga in uno stato e una certa altra parte altrove. Gli altri stati non esistono affatto quando non sono sperimentati. In altre parole, non possiamo considerare che ogni stato sia solo una manifestazione parziale della Realtà e che tutti gli stati assieme costituiscano la Realtà totale. Neppure una piccola parte di Realtà può nascondersi in qualche parte dello stato o al di fuori di esso. Nemmeno la serie temporale, l’estensione spaziale e la relazione di causa-effetto appartenenti a un certo stato può riversarsi in un altro. Se non si capisce che ogni stato include in sé tutta la Realtà e che la Realtà appare come gli stati, si rimane intrappolati nell’errata nozione per cui gli stati sono interrelati e che solo il mondo, che include il tempo e la relazione causa-effetto, rende possibile tale interrelazione all’interno dello stato.

            Quando non è capito, lo stato è una apparenza di esistenza; in altre parole, lo stato è ciò che appare alla mente che non conosce l’Esistenza. La mente, incapace di comprendere l’Esistenza, la vede come uno stato; oppure lo stato è il modo in cui l’Esistenza appare alla mente che non vede che tutto è soltanto Pura Esistenza. Come una persona che non conosce la corda, la vede come serpente e non considera quest’ultimo come un’attribuzione aggiunta (upādhi), così lo stato non può essere altro per l’Ātman. Come il serpente, visto per errore, non è separato dalla corda, così anche lo stato non è diverso dall’Esistenza. Le varie parti del serpente illusorio, come la coda, il cappuccio ecc., sono invero uno con la corda, essendo il serpente, in realtà, la corda. Allo stesso modo, gli stati e il mondo negli stati, con le sue innumerevoli divisioni-oggetti, come sostanza, qualità, ecc., cioè, in breve, l’intera serie di apparenze, è solo una immaginazione sovrapposta alla Realtà assoluta. È come immaginare sempre la stessa argilla nelle forme di vaso, di giara, di boccale, ecc., per impiegarli per le nostre diverse utilità, pur essendo essi di fatto solo argilla. Di fatto, l’errore della mente è proprio lo stato. La mente non può esistere senza un oggetto e questo oggetto deve esserle separato. Conoscere le cose in modo separato è proprio della natura della mente: anche quando la cosa è una, la mente la può conoscere soltanto dividendola in parti. Quando si arresta la divisione, la mente cessa di esistere. Allo stesso modo dobbiamo intendere la divisione tra me e ’il resto’ nello stato, la divisione del mondo oggettivo in sostanza, qualità, azione e la divisione di veglia e sogno.

            Certamente, lo stato deve includere, come dici, “sia la veglia e i veglianti nella loro totalità sia il sogno e i sognatori”, e così sono effettivamente l’intera Realtà, e quella Realtà sono proprio Io, perché Io sono lo sperimentatore – e il fondamento – di tale stato ed è in me (“me” come sono), in suṣupti , mukhya ekatvam – che sia il mondo nello stato sia il soggetto empirico in esso appaiono e scompaiono. Tutte le cose sono connesse a me, l’osservatore. Ogni cosa è in connessione con l’osservatore; quell’origine, quell’essere illimitato sei tu, perché ciò che è evidente è che tu non vedi il pratyākṣa (la percezione) connesso ad altro pratyākṣa , ma vedi l’intero pratyākṣa sempre e solo connesso a te.

            Su realtà e illusione, Sat e asat, ci siamo espressi tante volte, anche discutendo l’Alātaśanti , perciò è ai nostri discorsi che rimando. Mi limito ad affermare quanto segue, perché fatto a partire di quanto appena detto sugli stati. Tutti i nomi e le forme nella veglia sono solo pura esistenza. La mente della veglia non riesce a determinare la natura di ciò che vede. Le cose e le loro divisioni appaiono esserci realmente. Se non pensassimo che ci sono, non potremmo usarle nella nostra vita pratica (vyavahāra); ma non per questo hanno il potere di frantumare la Pura Esistenza affermata dall’intuizione totale (pūrṇa anubhava). L’incapacità della mente della veglia di spiegare la loro natura mostra, indica la loro non-esistenza. Le divisioni dello stato, che appaiono alla mente quando lo stato non è capito (cioè quando non è riconosciuto essere la Realtà), non sono “pienamente” intellegibili, risultano indeterminabili, sfuggenti, e in definitiva aporetiche, contraddittorie. Non si dà una ragione d’essere ultima di esse, proprie perché, in realtà, sono solo avidyā , sono errore, e dunque non vi può essere alcuna fondazione, alcuna spiegazione o derivazione di esse (il molteplice). Quindi, non c’è ragione d’essere spaventati da esse come gli uccelli da uno spaventapasseri e abbandonare la dottrina della pura Esistenza non-duale. Il falso serpente, l’argento e l’acqua del miraggio, mentre appaiono, sono sperimentati come “è, è, è”. In seguito, negandoli, quando li vediamo rispettivamente come corda, conchiglia e sabbia, anch’essi appaiono come “è”. Similmente, il vaso che appare come “è”, quando lo si capisce come argilla, appare di nuovo come “è” in quanto argilla. Perciò, qualsiasi cosa appaia, appare come “è”. Esaminando con più attenzione, quando appare la base di tale cosa, anche la base appare come “è”. In definitiva, sebbene il nome e la forma appaiano essere una data cosa e, a un esame attento, si mutino in qualcos’altro, in qualsiasi forma appaiano, appaiono in definitiva solo come “è”. Quindi si stabilisce che l’“è” non cambia, ma cambiano solo il nome e la forma della veglia (BhGŚBh II.16). Visto in quest’ottica, capiamo che questo “è” non appartiene ai nomi e forme, ma dipende solo da sé. Un tessuto che “è” implica che il filo “è”, il che implica che anche la fibra di cotone “è”, implicando ancora in sequenza che la terra “è”, l’acqua “è”, il fuoco “è”, l’aria “è”, l’etere “è”. L’ultima implicazione è solo pura Esistenza (BSŚBh II.1.15). Perciò, vedendo la pura Esistenza dal punto di vista della mente, noi la chiamiamo cinque elementi, oggetti materiali e sostanza-attributo-azione. Ma dal punto di vista della Realtà, essi non sono altro che Pura Esistenza. Tanto gli oggetti quanto il soggetto nello stato vanno capiti solo come pura Esistenza, e quella sono Io.

            Su comprensione e credere di aver compreso, cioè su capire ed evidenza, tornerò in altra sede. Anche su nididhyāsana credo non ci sia bisogno di aggiungere altro. Non si tratta di ritrovare la sensazione di chiarezza e pace che quelle intuizioni avevano provocato, perché così si passa dall’intuizione a (un oggetto) intuito; si tratta più che altro di chiedersi: a chi è che tali intuizioni appaiono con la sensazione di chiarezza (di aver capito) e di pace,?

            Quarto siddhantin: Il primo siddhāntin scrive: “se tutto è Brahman , tutto esiste ad un certo livello e, quindi, gode di Realtà”. Capisco benissimo cosa vuol dire e ha ragione, ma il modo in cui lo esprime potrebbe dare adito a equivoco: l’equivoco che esista una “realtà relativa”, “parziale”, “minore” o di “un certo livello”. Infatti, tutto esiste in quanto Brahman: “a un certo livello” non esiste affatto, perché non c’è altro da Brahman. Il jīva, l’aham, è anch’esso Brahman e continua a essere Brahman anche quando pensa di essere “così e così”. Jīvātman è l’Ātman vivente: essendo immortale, eterno, pāramārtika, quando mai potrebbe essere mṛtātman? Vivente è come dire esistente, immortale (amṛta). Quanto all’aham, basti riflettere un secondo sul mahāvākya “ Aham Brahmāsmi ”.

            Ora cambio destinatario: mi rivolgo al pūrvapakṣin. L’errore, il fraintendimento (mithyā jñāna) ricade tutto in questo: “Io (aham) so di esistere e di essere cosciente”; ma penso che “io (aham) sono così e così”. Il primo è la Realtà, il secondo è la Realtà fraintesa. Ma è sempre la Realtà, basta solo correggerne la conoscenza sbagliata. Questa è la realizzazione. Su ciò ritornerò tra qualche riga. Per il momento rimango su questo argomento, perché mi pare importante sottolineare un aspetto, anche se è già stato trattato sufficientemente durante questa discussione. O, forse, non del tutto sufficientemente, considerando che tu lo riproponi ancora. Infatti, scrivi di nuovo: “Mi verrebbe da dire piuttosto che sia la veglia e i veglianti nella loro totalità sia il sogno e i sognatori sono effettivamente la Realtà, visto che questa deve per forza comprendere tutto, ma che attualmente non riusciamo a capire come possa essere reale ed illusoria al tempo stesso, proprio perché ci identifichiamo con un individuo fittizio e limitato, e solo con la realizzazione, comprendendo d’essere questa stessa Realtà, avremo finalmente coscienza di come ciò sia possibile. Ho scritto una corbelleria? Non credo, però nessuno ancora mi ha risposto, per cui rilancio la domanda.” Questa serie di considerazioni è corretta se presa a spezzoni. Mi si permetta, però, di ripetere il tuo pensiero mettendo un po’di ordine: il vegliante e lo stato di veglia, presi come un tutt’uno, sono la Realtà, l’unica Realtà, dato che il sogno, in quel frangente, non esiste. Il vegliante e lo stato di veglia sono Vaiśvānara, che sintetizza viśva e Virāṭ, cioè jīva e jagat della veglia. Analogamente, quando si sogna, il sognatore e lo stato di sogno presi come un tutt’uno, sono tutta la Realtà. Sono Taijasa , che sintetizza il sognatore (svapnadarśaka) e Hiraṇyagarbha , cioè il jīva del sogno e il jīvaghana. Ma, attenzione: lo stato di veglia e lo stato di sogno, sono stati di Coscienza e perciò stati di Ātman. Non sono soltanto, per separato, la Realtà: è tutta la Realtà più la percezione dello stato di veglia, quando si è in veglia, ed è tutta la Realtà più la percezione dello stato di sogno, quando si è in sogno, come ha spiegato splendidamente Prabuddhānanda Svāmījī. Soltanto il sonno profondo, quando non è considerato erroneamente dalla veglia come uno stato, cioè quando lo si sperimenta, è la Realtà non duale, libera da qualsiasi percezione. Perciò la veglia è suṣupti più l’errore che consiste nella percezione di un mondo esterno; e il sogno è suṣupti più l’errore che consiste nella percezione di un mondo interno. Ciò non toglie, però, che Ātman sia sempre la Realtà della veglia, la Coscienza della veglia e il Testimone della veglia, come anche Ātman, la Realtà, la Coscienza del sogno e il Testimone del sogno.

            Ecco dunque il punto nodale: tu non sei il soggetto della veglia che guarda la veglia come oggetto altro da te; e nemmeno sei il soggetto del sogno che guarda il sogno come oggetto altro da te. Tu sei il Testimone. Invece, l’aham , prodotto del riflesso dell’Ātman nella buddhi , è solo ahaṃkāra, prodotto di Prakṛti, perciò composto dei guṇa che l’obbligano all’azione, ma privo di coscienza (acit). È l’“aham sono così e così”, non è il vero aham , non è il Sé, non è il Sākṣin che è il vero soggetto non duale e libero da qualsiasi oggetto. Il soggetto, libero dall’oggetto da conoscere, è solo Coscienza. La Realtà della veglia è l’Ātman -Testimone e lo stato della veglia è anātman. La Realtà del sogno è l’Ātman -Testimone e lo stato di sogno è anātman. La Realtà e basta è suṣupti. È Turīya.

            Perciò si deve rettificare un concetto comune in tutti gli uomini, qualificati o tonti che siano: se apro gli occhi e vedo il mondo esterno, sono cosciente; se chiudo gli occhi e non vedo il mondo esterno, rimango cosciente. Ciò non è perché gli occhi con cui mi identifico mentre vedo siano coscienti. Io non sono gli occhi. Lo stesso per l’individuo, il soggetto che vede e non vede il mondo come oggetto. Appare cosciente, perché la mente sta facendo una sovrapposizione tra il Sé e il non-sé. Non si deve mai dimenticare che la sovrapposizione (adhyāsa) è sempre duplice: si prende il non-sé per il Sé e si prende il Sé per il non-sé. Quando si pensa di essere questo individuo che ancora “non ha capito, non ha realizzato, non è ancora cosciente del Sé” si sovrappone il non-sé al Sé. Quando si pensa a questo individuo come cosciente di altro da Sé, si sovrappone il Sé al non-sé. Il duplice adhyāsa è semplicemente l’errore che si deve correggere. Nel primo caso, artificialmente ti distingui dall’Ātman e presumi di essere ignorante della Realtà; nel secondo caso attribuisci la Coscienza al tuo non-sé, cioè al tuo “personaggio fittizio”.

            E qui ritorno alla questione della “realizzazione”. Realizzare, nella visione pāramārthika , è riconoscersi reale, conoscere la propria reale natura di Assoluto. La quale natura è eternamente tale, anche quando stai divagando con il pensiero come se tu fossi altro dal tuo Sé. Realizzazione è capire di essere Coscienza pura, è libertà dall’ignoranza. Come dice Gauḍapāda: non esiste la Liberazione: tu sei libero in quanto tale. La concezione di “realizzazione” come se si trattasse di un cambiamento (pariṇāma) è un punto di vista limitato alle vie di karma. È il limite di Guénon che ha indicato la via della conoscenza senza mai capire che è incompatibile con la via dell’azione. In questa ultima via non c’è nulla da capire: soltanto si devono seguire certe ingiunzioni, ripetere formule, sforzarsi a concentrare la mente per controllare la continua produzione di pensieri, meditare, credere acriticamente a impostazioni teoriche accettate per fede o ritenute autorevoli per qualche indimostrabile carisma attribuito arbitrariamente al loro autore. In tal caso si “realizza” progressivamente, passando da una sosta a un’altra sosta, approssimandosi a una presunta condizione suprema che si otterrebbe, sempre per gradi, dopo la morte, ma che nessuno ha mai sperimentato in vita. Si tratta sempre di raggiungere qualcosa, d’ottenere qualcosa di più di ciò che si ha, di arrivare a un traguardo domani, in un futuro lontano o dopo la morte. Questa non è realizzazione nel vero senso (mukhya mukti): è movimento verso, è ambire a, è cambiare in. Aggiungere qualcosa a quel qualcuno che penso di essere. Ampliare il mama per compensare alle limitazioni dell’aham individuale. Certo, chi compie tale tragitto al fine di rendere la mente e l’intelletto puri, in modo da poter capire il Vedānta , si impegna in uno sforzo estremamente utile. In tal caso non terrà in alcun conto le apparenti “acquisizioni” (gradi, stati, stazioni, come sono chiamate) delle azioni (karma phala) compiute con il corpo, con la voce e con la mente.

            Perciò arrivo alla conclusione: chi ha compreso davvero, non può “credere di aver compreso”. Credere è un movimento della mente emotiva (manas): finché si crede, si è nel dubbio (saṃśaya). La mente cerca di scongiurare il dubbio di non aver capito affidandosi alla credenza (e tra i più qualificati, dubitando di essa). Ma chi ha ricevuto almeno una folgorazione intuitiva (anubhava) durante śravaṇa o manana, non può aver tale dubbio. Anche se l’attimo di illuminazione è “passato” e la memoria fa fatica a metterlo a fuoco, costui sa di averlo sperimentato esattamente come sa di esistere e di essere cosciente, come sa della propria presenza “in suṣupti”. È un’esperienza. La memoria (citta) è parte della mente, perciò non può “ricordare” ciò che la supera, ma la coscienza di aver sperimentato rimane. Nididhyāsana è dunque lo strumento per fissare quella conoscenza intuitiva in consapevolezza della propria natura. Come dicevo nel mio precedente intervento, gli apparenti “frammenti” di conoscenza sono la stessa Coscienza unica e non-duale. Per questa ragione la distinzione tra śravaṇa , manana e nididhyāsana appartiene ancora al dominio dell’ignoranza. Invero, sono un’unica esperienza dell’Assoluto, sono la “realizzazione”, ma vista in forma frammentata dal punto di vista del vyavahāra. Quelle che appaiono come esperienze intuitive, le cosiddette vāsanā, non possono essere perse mai, perché, in realtà, sono della natura dell’eternità. I saṃskāra, le tracce delle azioni passate, possono essere distrutti da altre azioni sia in questa vita, sia nelle prossime venture. Ma nulla può cancellare l’esperienza dell’Ātman. L’esperienza e l’Ātman sono un unico Fatto, un’unica Realtà. Si può forse distruggere l’indistruttibile (l’avināśin)? Se l’intuizione (anubhava) potesse essere persa da una nascita a un’altra, come potrebbero essere spiegati personaggi come Vāmadeva, il re Janaka, Śrī Ramaṇa e via dicendo?


            1. A scanso d’equivoci, chiarisco che, con il termine tecnico di upaguru intendo qualsiasi cosa, un essere umano, un animale, una pianta, un minerale, uno scritto o persino una situazione particolare, capace di agevolare nell’individuo un risveglio di coscienza. Śrī Ramaṇa affermava che l’esperienza della morte era stata il suo upaguru.[↩]
            2. Sappiamo che ognuno troverà quello in cui crede e cioè: troverà l’inferno e il cielo nella modalità in cui gliel’ha fatti conoscere la tradizione a cui appartiene. L’ateo sperimenterà forse la paura che proviene dall’ignoranza (anche su questo punto è cosa gradita avere il vostro parere).[↩]