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Gennaio 2023

5. Tripurā Rahasya

    5. Tripurā Rahasya

    Il Mistero della Dea Tripurā
    Jñāna kāṇḍa

    Traduzione e note a cura di Maitreyī

    XVI. Capitolo

    Quando Paraśurāma udì quella storia, fu molto meravigliato e chiese al suo maestro di continuare: «O Signore, questa antica leggenda è meravigliosa. Ti prego di dirmi ciò che Aṣṭāvakra chiese al Re e le istruzioni che ricevette. Non avevo mai sentito questa narrazione così piena di sublimi verità. Ti prego di continuare perché sono desideroso di imparare.» A questa domanda Dattātreya continuò il sacro racconto: «Ascolta, o Bhārgava, il dialogo con Janaka. Non appena il santo asceta scomparve, Aṣṭāvakra chiese a Re Janaka, che era circondato da un gruppo di paṇḍita, la spiegazione del breve ma intenso discorso dell’asceta. Ora ti riferirò la risposta di Janaka, che devi ascoltare con attenzione. Aṣṭāvakra chiese: “O Re di Videha, non ho ben capito l’insegnamento dell’asceta a causa della sua brevità. Ti prego di spiegarmi come potrò conoscere il non conoscibile.” A questa domanda Janaka, sebbene sorpreso, rispose: “O figlio di saggio, ascolta! Non è né conosciuto né non conosciuto. Dimmi come anche il più abile dei maestri possa guidare qualcuno verso qualcosa che rimane sempre non conosciuto. Se un guru insegna, ciò significa che sa quello che dice. Questo stato supremo può essere facile o quasi impossibile da ottenere a seconda che la propria mente sia rivolta all’interno in pace o all’esterno in agitazione. Non può mai essere insegnato se non è conosciuto. Il fatto che i Veda lo descrivano solo indirettamente tramite il “neti neti” mostra come la conoscenza può essere trasmessa ad altri. Qualunque cosa tu percepisca è conosciuta dalla Pura Coscienza. Ora indaga con attenzione la Coscienza soggiacente che, sebbene pura e separata dagli oggetti, tuttavia li illumina. Conoscila come la Realtà. O saggio! Ciò che non è auto-luminoso può solo essere oggetto della Coscienza e non può essere la Coscienza stessa. La Coscienza è ciò per mezzo di cui gli oggetti sono conosciuti; non potrebbe essere ciò che è se diventasse oggetto di conoscenza. Ciò che è intellegibile deve essere sempre essere diverso dalla Coscienza stessa, altrimenti non potrebbe essere conosciuto da essa. La Coscienza non ammette parti, che sono la caratteristica degli oggetti. Perciò appare nelle forme degli oggetti. Osserva con attenzione la Pura Coscienza dopo aver eliminato ciò che è altro da essa. Come uno specchio prende i colori delle immagini, così la Coscienza assume le differenti forme degli oggetti in virtù del fatto che è il loro sostrato. La Coscienza, dunque, può essere compresa eliminando da essa tutto ciò che può essere conosciuto. Non può essere conosciuta come ‘così così’, perché è l’unico sostrato di tutto. Essa, essendo il Sé del cercatore, non è conoscibile. Indaga il tuo vero Sé nel modo già spiegato. Tu non sei il corpo né i sensi né la mente, in quanto tutti questi sono transitori. Il corpo è fatto di cibo e quindi, come puoi essere il corpo? Il corpo, come anche il prāṇa e la mente, si manifesta come un oggetto differenziato, che si distingue dalla Coscienza dell’Ātman. Invece, la Coscienza assoluta, sempre auto-luminosa, non si differenzia mai. Tu sei Quello, o Aṣṭāvakra. Realizza ciò rivolgendo il tuo sguardo all’interno. Tu sei solo Pura Coscienza. Realizzala ora, perché procrastinare non è degno di un buon discepolo, che dovrebbe realizzare il Sé proprio durante śravaṇa. Con ‘tuoi occhi’ non si deve intendere la vista di cui abbiamo parlato, s’intende la vista mentale che è la vista interiore come è ben chiaro nello stato di sogno. Dire che la vista è rivolta all’interno è appropriato, perché la percezione è possibile solo quando la vista è rivolta all’oggetto. La vista deve essere distolta dagli altri oggetti e fissata su un oggetto in particolare per vederlo, altrimenti tale oggetto non sarà percepito. Se la vista non è puntata su esso è come se non lo vedesse. Lo stesso dicasi per quel che riguarda l’udito, il tatto ecc. La stessa cosa vale per la mente, per quanto concerne le sue sensazioni di dolore e piacere che non si provano se la mente è presa da altro. L’attenzione richiede le due condizioni, cioè l’eliminazione degli altri oggetti e la concentrazione su uno. Ma la realizzazione del Sé differisce dalla concentrazione, in quanto richiede solo una condizione: l’eliminazione di tutte le percezioni. Ti spiegherò che, sebbene la Coscienza sia non conoscibile, è tuttavia realizzabile dalla mente pura. Anche i sapienti trovano difficoltà in questo argomento. Che un oggetto esterno sia percepito della mente dipende da due condizioni: la prima è l’eliminazione di altri oggetti di percezioni e la seconda è la fissazione su quel particolare oggetto. Se la mente è semplicemente distolta da tutte le percezioni c’è assenza di qualsiasi tipo di percezione. Perciò è necessaria la concentrazione su un particolare oggetto per percepire le cose esterne. Ma, dato che la Coscienza è il Sé e non è diversa dalla mente, la concentrazione su essa non è necessaria per la sua realizzazione. È sufficiente che le altre percezioni, cioè i pensieri, siano eliminati dalla mente perché il Sé sia realizzato. Se qualcuno vuole cogliere un’immagine particolare tra una serie di immagini che passano davanti a lui come riflessi su uno specchio, deve distogliere la sua attenzione dalle altre immagini e fissarsi su quella in particolare. Se, invece, vuole vedere lo spazio riflesso nello specchio, è sufficiente che distolga la sua attenzione dalle immagini affinché lo spazio si manifesti senza alcuna concentrazione da parte sua, perché lo spazio è onnipresente ed è già riflesso nello specchio. Tuttavia, non lo notava perché le immagini nello spazio dominavano scena. Lo spazio, essendo il sostrato di tutto e onnipervadente, diventa manifesto solo se l’attenzione è distolta dalle molteplici immagini. Allo stesso modo, la Coscienza è il sostrato di tutto ed è onnipervadente e rimane sempre perfetta come lo spazio, pervadendo però anche la mente1. Distogliere l’attenzione da altri oggetti è la sola cosa necessaria per la realizzazione del Sé. Vorresti forse dire che il Sé autoluminoso potrebbe essere assente in qualche parte? Non ci può essere alcun momento o luogo dove la Coscienza sia assente. La sua assenza significherebbe anche la loro assenza. Perciò la Coscienza del Sé diventa manifesta semplicemente distogliendo l’attenzione da cose e pensieri. La realizzazione del Sé richiede solo una assoluta purezza e nessuna concentrazione della mente. Per questa ragione il Sé è detto essere non conoscibile, vale a dire non conosciuto come oggetto. Perciò è anche detto che ogni altra disciplina spirituale serve solo alla purificazione della mente: tutte le ingiunzioni delle scritture, i riti, la meditazione, il distacco ecc. sono necessari solo a purificare la mente e a nient’altro. Così la Realtà suprema può rendersi manifesta solo a una mente pura. Ti sarà chiaro ora perché si insiste sulla purezza della mente per la realizzazione del Sé.” Dopo che Janaka ebbe così parlato, Aṣṭāvakra chiese ancora: “O Re, se è come dici, che la mente resa inattiva con l’eliminazione dei pensieri, è pura e capace di manifestare la suprema Coscienza, allora basterebbe il sonno profondo, dato che soddisfa le condizioni che hai menzionato, e non sarebbe necessario alcuno sforzo.” A questa domanda del giovane brāhmaṇa, il Re rispose: “Ti risponderò su questo punto: ascolta con attenzione. La mente è davvero inattiva nel sonno. Ma, allora, la sua luce è schermata dall’oscurità; e allora come potrebbe manifestare la sua vera natura? Uno specchio coperto di caligine non riflette le immagini; ma si può dire che riflette lo spazio? Basta che le immagini siano eliminate per rivelare lo spazio riflesso nello specchio? Allo stesso modo, quando la mente è velata dall’oscurità del sonno profondo è resa incapace di illuminare i pensieri. Potrebbe tale eclissi della mente rivelare la luce della Coscienza? Potrebbe un pezzo di legno posto davanti a un singolo oggetto a esclusione di tutti gli altri, riflettere l’oggetto semplicemente perché tutti gli altri sono esclusi? Il riflesso può avvenire solo su una superficie riflettente e non su qualsiasi superficie. Allo stesso modo, la realizzazione del Sé può esserci solo in una mente attenta e non in una ottusa. I neonati non hanno alcuna realizzazione del Sé per mancanza di attenzione. Ma continuiamo con l’analogia con lo specchio coperto di caligine. La caligine può impedire che le immagini siano viste, ma la qualità dello specchio non è toccata in quanto lo strato esterno di caligine si riflette all’interno dello specchio. Così anche la mente, sebbene distaccata dal sogno e dalla veglia, è ancora nella morsa del sonno tenebroso senza sogni e non è libera dalle sue impurità. Ciò è evidente dal ricordo dell’ignoranza del sonno quando ci si sveglia. Presta attenzione. Ci sono due stati della mente: il primo è quando la mente illumina (gli oggetti) il secondo è quando valuta [gli oggetti visti per trarne le corrispondenti cognizioni]. L’illuminazione è non qualificata dalle limitazioni degli oggetti, mentre la cognizione (vimarśa) è qualificata dalle limitazioni che appartengono agli oggetti visti e precorre la loro chiara definizione. Nello stadio preliminare della semplice illuminazione, non si nota alcuna distinzione. La cosa non è ancora definita, perciò l’illuminazione è detta non qualificata. La cosa è definita in seguito ed è detta essere ‘così e così’. Quella è la percezione che si ha della cosa dopo la cognizione. Anche la cognizione è di due tipi: una è la nuova ed effettiva esperienza, mentre l’altra è il ripensamento sulla prima [esperienza consimile] ed è chiamata ricordo (saṃskāra). La mente funziona sempre in questi due modi. Il sonno senza sogni è caratterizzato solo dall’illuminazione del sonno e dall’esperienza continua ininterrotta per un certo tempo, mentre lo stato di veglia è caratterizzato dalla cognizione ripetutamente interrotta dai pensieri e perciò appare come non fosse ignoranza. Il sonno profondo è, invece, uno stato di onnubilazione: sebbene esso consista soltanto di luminosità, tuttavia è detto essere ignoranza (nibiḍa, impenetrabile) per la stessa ragione per cui una luce, sebbene luminosa, è detta insenziente, come anche affermano i saggi. Il sonno (nidrā) è il primo nato, l’esteriore, chiamato anche avyakta, il ‘grande vuoto’. La sensazione prevalente nello stato di sonno profondo è che “lì non c’è niente”. Questa sensazione è presente anche nella veglia, nonostante lì le cose siano visibili. Ma questa ignoranza è rimossa dal continuo sorgere di pensieri. Il saggio afferma che la mente è immersa nel sonno in quanto proietta la sua luce nel non manifestato. L’onnubilazione della mente non è tuttavia caratteristica del sonno, perché accade anche al momento della cognizione delle cose. Ti parlerò ora per mia esperienza, in quanto questo argomento è misterioso anche per le persone più acute. Questi tre stati, samādhi2, sonno e l’istante della cognizione degli oggetti, sono caratterizzati dall’assenza di attività. La loro differenza sta nel successivo riepilogo dei rispettivi stati che illuminano le diverse percezioni. La coscienza isolata da ogni altra cosa è il samādhi; il vuoto, ossia una condizione non manifestata, contraddistingue il sonno; e la differenziazione è la caratteristica della condizione della veglia. L’autoluminoso è tuttavia lo stesso in tutti e tre ed è sempre incontaminato; perciò, è sempre libero da costruzioni mentali. Per il samādhi e il sonno profondo, ciò è evidente, perché la loro esperienza rimane ininterrotta per un certo periodo e può essere rievocata dopo il risveglio. Quella della percezione dell’oggetto non è riconosciuta a causa della sua natura istantanea. Ma nemmeno il samādhi e il sonno possono essere riconosciuti, quando sono di corta durata. Lo stato di veglia cambia velocemente in samādhi e in sonno. Quando si è svegli si può percepire un sonno fugace perché si ha già dimestichezza della sua natura. Ma il samādhi istantaneo rimane non rilevato perché non si è così adusi a esso. O brāhmaṇa! Questo fugace samādhi istantaneo è in verità sperimentato da tutti, perfino nei momenti in cui si è impegnati; ma passa inosservato per mancanza di familiarità con esso. Ogni istante libero da pensieri e riflessioni nello stato di veglia è la condizione di samādhi. Il samādhi è semplicemente assenza di pensieri. Tale stato è prevalente nel sonno e in certi momenti speciali della veglia. Tuttavia, non è esattamente samādhi,perché tutte le inclinazioni della mente sono lì ancora latenti, pronte a manifestarsi nell’istante successivo. Quel momento infinitesimale in cui si vede un oggetto, è cognizione non contaminata delle sue qualità ed è esattamente come il samādhi. Te lo spiegherò ancora: ascolta! Lo stato non manifesto, il primo ad apparire, che svela che ‘lì non c’è nulla’ è lo stato di assenza pieno di luce; è perciò chiamato sonno perché pare essere la fase non senziente della coscienza. Nulla si svela perché lì non c’è nulla da essere svelato. Perciò il sonno è la manifestazione dello stato insenziente. Là in samādhi, il Brahman, la suprema Coscienza, è continuamente risplendente. Esso è il divoratore del tempo e dello spazio, il distruttore del vuoto, il Puro Essere. Come può essere l’ignoranza del sonno? Perciò il sonno non è il fine ultimo per realizzare il Tutto.” Così Janaka insegnò ad Aṣṭāvakra.»

    XVII. Capitolo

    «O Bhārgava, ti dirò ora come continuò la conversazione tra Janaka e Aṣṭāvakra. Aṣṭāvakra chiese: “O Re, ti prego di spiegarmi in dettaglio ciò che tu chiami samādhi fugace della veglia, cosicché io possa raggiungere un samādhi duraturo.” A questa domanda Janaka rispose: “Ascolta o brāhmaṇa gli esempi di quello stato in cui un uomo è non cosciente dell’interno e dell’esterno per un breve intervallo senza essere sopraffatto dalle tenebre del sonno: l’attimo in cui si è fuori di sé dalla gioia; quando si è abbracciati alla propria amata; quando si raggiunge una cosa intensamente desiderata, ma che non ci si aspettava più; quando un viaggiatore solitario si trova improvvisamente davanti a una tigre; quando qualcuno ode la notizia della morte del suo unico figlio che era al colmo della gloria e in buona salute. Ci sono anche intervalli liminali di samādhi nei periodi fra la veglia e il sogno e tra la veglia e il sonno profondo; quando si guarda un oggetto distante, la mente è come se si proiettasse dal corpo nello spazio per raggiungere l’oggetto, come il bruco che si allunga da una foglia a un’altra. Considera con attenzione lo stato della mente in quell’intervallo. Perché allungare quegli intervalli? Se il samādhi sarà continuo, ogni accadimento si fermerà. Ciò sarà possibile quando una certa armonia regnerà nel samādhi che, in generale, è ripetutamente interrotto. I diversi darśana hanno affermato che la differenza tra il Sé e la mente sta solo nella loro continuità. Il Buddha (Sugata) considera il Sé come un flusso di cognizione interrotto da intervalli istantanei; e Kanada dice che è l’intelletto con i suoi intervalli a essere la caratteristica del Sé. Ad ogni modo, se si ammette che ci sono gli intervalli nel flusso della conoscenza, ne consegue che questi intervalli tra modificazioni mentali rappresentano la sua Realtà immutabile. O figlio di Kahola, sappi che se si ha coscienza di questi samādhi non si sarà più spinti a cercare un altro samādhi.” Il giovane brāhmaṇa chiese ancora: “O Re, perché non siamo tutti liberati se la vita è così percorsa da brevi samādhi, dato che il samādhi è la Coscienza che illumina il non manifestato nel sonno profondo? La Liberazione è il risultato diretto del samādhi non qualificato (nirvikalpa). Il Sé, che è pura Coscienza, perché non riconosce se stesso come sempre libero? L’ignoranza è dissolta dalla Pura Coscienza, che è il samādhi, e questa è la causa immediata della Liberazione. Ti prego di spiegarmi cosicché i miei dubbia siano sciolti.” Il Re rispose come segue: “Ti rivelerò il segreto. Il ciclo di nascite e morti è causato da tempo immemorabile dall’ignoranza che dispiega se stessa come piacere e sofferenza e che tuttavia è solo irreale come un sogno. Perciò chi è saggio afferma che la conoscenza può mettere fine a tutto questo. Ma tale conoscenza è savikalpa, cioè conoscenza con costruzioni mentali. C’è attività di pensiero e deve essere così. La Pura Coscienza in cui non c’è costruzione mentale non può essere lo strumento per dissolvere l’ignoranza, dato che la Pura Coscienza non può essere opposta ad altro da Sé. È sempre la base e il sostrato per tutte le costruzioni mentali prodotti dalla mente. La pura Coscienza è il sostrato comune e base di tutte le conoscenze. È conoscenza assoluta. Quando sopravviene la modificazione dovuta all’attività mentale c’è conoscenza con contenuto(savikalpa). Quando non c’è modificazione dovuta all’attività mentale allora non c’è relazione.È la relazione che dopo divide causa ed effetto. Dimenticare la nostra reale identità è la causa di tutta la conoscenza con contenuto, perciò è chiamata causa o ignoranza. Ma la Pura Coscienza è onnipervadente, senza limiti. Anche la limitazione di spazio e tempo trae la sua validità da essa. Quindi, la conoscenza imperfetta della Pura Coscienza che abbiamo nella vita ordinaria nella forma ‘io sono così e così’ e ancora ‘io sono qui in questo tempo e spazio’ è dovuta all’ignoranza della nostra reale identità. La propria identificazione con il corpo è un’ulteriore estensione della stessa ignoranza e questo è conosciuto come effetto. Fintanto che questa ignoranza non è superata, l’illusorietà del mondo continuerà ad apparire. La realizzazione della propria reale natura è l’unico modo per porre fine a questa ignoranza. Ora, questa conoscenza del Sé è di due tipi: la suprema e la non suprema. La conoscenza non suprema è ottenuta per mezzo dell’ingiunzioni di un guru o dei testi sacri, ma non è sufficiente per liberare un uomo. Quello che hai realizzato fin qui non è altro che conoscenza non suprema. La conoscenza ottenuta per mezzo dei testi sacri o accettata per fede, essendo non suprema, non è realmente efficace. Questo è evidente. La conoscenza suprema è ottenuta solo col maturare della Pura Coscienza priva di oggetto. Solo questa, perciò, è capace di dissolvere l’apparizione del mondo e la sua causa, l’ignoranza, e condurre al risultato più propizio. Solo quando questa assenza di oggetto è la vera Coscienza s’ottiene la meta. Un ignorante non può nemmeno immaginare tale stato. Te ne do un esempio. Supponi che una persona che non sa riconoscere il valore dei gioielli si trovi di fronte a un tesoro pieno di pietre preziose. Anche se le vede, in verità non distingue una gemma da un’altra. Diverso sarebbe per un gioielliere che sa distinguere una pietra preziosa da un’altra. Ma ciò non sarebbe possibile nemmeno per costui, nonostante la sua conoscenza dei gioielli, se non prestasse attenzione (nididhyāsana). Allo stesso modo, o Aṣṭāvakra, gli sciocchi non raggiungono il Supremo a causa della loro ignoranza. Non c’è nulla da fare. Inoltre, si può essere dotti e aver letto molte scritture, ma non lo raggiungerà se non si è mossi da sincero desiderio. Si possono guardare le stelle senza vederle fintanto che uno non distingue una stella da un’altra, o non ha una conoscenza astronomica, ma se non si conoscono le stelle non si è capaci di riconoscerle. Supponi che qualcuno sappia tutto sul pianeta Venere, la sua dimensione e la sua localizzazione nel cielo. Se vuole determinare la sua localizzazione nei cieli, tutto ciò che deve fare è concentrarsi con mente calma. In breve, sebbene il Supremo sia sperimentato spesso [passivamente nei nirvikalpa samādhi], l’ignorante non realizza il Sé a causa dell’ignoranza, mentre il dotto per colpa della sua mancanza di attenzione. O Aṣṭāvakra! Essi sono patetici proprio come chi va elemosinando di porta in porta inconsapevole della sua ricca eredità. È per questo che lo stato fugace privo di oggetti, nonostante sia sperimentato nella veglia, non è sufficiente a dissolvere l’apparenza del mondo. Per la stessa ragione lo stato nirvikalpa di un bambino non può superare l’ignoranza e distruggere per lui l’apparenza del mondo. O Aṣṭāvakra! Solo quella conoscenza che discrimina [savikalpa, con attività mentale, viveka] può sconfiggere l’ignoranza. Solo tale conoscenza può far realizzare il Sé. Quando si è dotati di azioni meritorie accumulate in molte vite si prova il desiderio per la Liberazione. Altrimenti possono susseguirsi infinite vite invano. Anzitutto è difficile ottenere una nascita come essere vivente e ancora più difficile è ottenere la forma umana. Essendo nato come uomo, è ancora più difficile avere un’intelligenza intuitiva. È così perché gli esseri viventi non sono che una centesima parte degli esseri insenzienti e l’uomo non è nemmeno una millesima parte degli esseri viventi. Ci sono milioni di persone che sono come bestie, non discriminano tra bene e male, tra merito e demerito. Molti perseguono i piaceri dei sensi. Preferiscono seguire il circolo di nascite e morti, ebbri di un presunto sapere. Fra questi, pochi sono abbastanza intelligenti, tuttavia, nella loro ignoranza, credono che il Sé non duale non sia altro che un vuoto o il nulla. Molti di loro sono materialisti. Come possono tali sfortunati esseri, resi ciechi dalla loro ignoranza, realizzare il Supremo non duale, che è velato dalla Māyā o Śakti? Altri capiscono, ma cadono nell’errore per le loro credenze dogmatiche e per i loro falsi punti di vista. Quanto strana è l’illusione per cui l’uomo rifiuta il prezioso gioiello della non dualità a causa del pensiero errato! Solo i fortunati di cui il Signore si è compiaciuto per la loro devozione, si avvalgono di retta intenzione e giusto pensiero e si liberano da tutte le spire della Māyā. È per mezzo di una attrazione profonda per la Realtà non duale che essi alla fine la realizzano. O Aṣṭāvakra ascolta! Lascia che ti dica il modo con cui si ottiene il Supremo. È da ritenersi fortunato colui che accumula meriti durante molte vite e si sente incline ad adorare il Signore. Poi, si impegna nella meditazione che lo porta a comprendere la vanità dei sensi e lo spinge a raggiungere il più alto scopo della vita e a perseguirlo attivamente. Quando il desiderio di ottenere il Supremo e la consapevolezza della vanità delle cose lo conducono ad ascoltare gli insegnamenti di un guru sul Supremo (śravaṇa), egli conosce. Così inizia la sua disciplina con la riflessione (manana) sulla non dualità. Il retto pensiero comincia in questo modo e si stabilisce in lui rimovendo tutti i dubbi dalla sua mente. Dovrà di seguito riflettere lungamente in spirito di verità su questa realtà non duale fino a ottenere la conoscenza diretta intuitiva. Per eliminare l’ignoranza, origine della trasmigrazione, basterà allora prendere coscienza effettivamente di questa Suprema Realtà raggiunta con l’attenzione profonda (nididhyāsana). Questa Realtà suprema diventata stabile è il samādhi senza alcun movimento mentale (nirvikalpa), in cui il cercatorerealizza l’essenza non duale. È sufficiente un ricordo per riconoscersi identico alla Realtà non duale, perché essa non è altro che il proprio Sé. Quando avviene la realizzazione, in quell’istante la causa del mondo e di tutti i fenomeni relazionati, scompare. L’attenzione profonda significa calmare tutti i movimenti mentali. Le forme di pensiero sono varie, mentre lo stato di samādhi è uno e identico. Acquietare l’attività mentale significa che la mente non vaga più né è più attratta dalle cose esteriori, e quando la mente è acquietata si sperimenta la Coscienza del Sé come un fatto auto evidente e auto stabilito. Quando si rimuove un quadro dal muro, il muro appare in evidenza con il suo fondo originale. Allo stesso modo, quando tutte le attività della mente cessano, la mente è naturalmente a riposo (nirvikalpa). La realizzazione della propria natura non è altro che questo. Non è l’ottenimento di qualcosa che sta qui o lì. Questo è un punto su cui molti dotti si confondono. Invece è realizzato dal saggio in un istante. O Aṣṭāvakra! Si possono distinguere tre gradi di cercatori. I migliori realizzano il Brahman con l’ascolto (śrāvaṇa) dell’insegnamento. Presso di loro la riflessione (manana) e la meditazione (nididhyāsana) avvengono nello stesso istante in cui ascoltano l’insegnamento. Per costoro non c’è alcun ostacolo. Ti racconterò la mia esperienza personale. Era estate e l’intero universo era splendente per la luce della luna e io sedevo con mia moglie nel giardino davanti al mio palazzo. Lontano, dal cielo, arrivarono ai miei orecchi le parole dei grandi siddha riguardo la natura non duale della Realtà. Una subitanea realizzazione avvenne in me. Io riflettei sulle parole penetrandone lo spirito e realizzai la verità del Sé. Rimasi in questo stato un’ora e mezza e poi rimasi in un samādhi privo d’oggetti per tre ore. Mi sentii dissolto in un oceano di beatitudine. Tornando alla mia coscienza di veglia, cominciai a pensare: ‘Oggi, tra tutti i giorni della mia vita, ho realizzato questo meraviglioso oceano di beatitudine. Tornerò a questo stato perché anche i piaceri del cielo non sono paragonabili nemmeno a una minima frazione di questa gioia. Neppure le gioie del mondo di Brahmā sono paragonabile a questo. Come ho fatto a perdere tutti questi anni della mia vita invano? È stato come chi elemosina di porta in porta per una manciata di farina, dimenticando la propria ricca eredità. È così che la gente vive e spreca le sue vite cercando i piaceri dei sensi, ignorando la loro propria essenza, che è la fonte di ogni gioia. Com’è strana la gente! Cerca le gioie esteriori! S’inebria ignorando questa suprema Beatitudine! Così finisce questa noiosa routine quotidiana! Cosa si ottiene con ciò? È noioso come voler macinare della farina. Tutto ciò è insignificante e non vale la pena. Guardare lo stesso cibo, la stessa ghirlanda e la stessa carrozza: cosa c’è di interessante in tutto questo? Si ripetono gli usati piaceri! Come mai anch’io non ho preso a noia questa routine quotidiana? Che stupidità!’ O Aṣṭāvakra, così pensando, mentre mi rivolgevo al mio interno dissolvendo il mondo esterno, ebbi questo pensiero: ‘Com’è che la mia mante è ancora illusa? Come posso pensare di fare qualcosa per realizzare quella Beatitudine che è onnipervadente? Cosa devo raggiungere ancora? E che cosa non ho raggiunto in passato che ora posso ottenere? Qual è il modo, il mezzo e il luogo per provarla? Come può un’azione limitata essere pensata nell’infinita Coscienza? Il corpo, i sensi e la mente sono illusori come un sogno. Essendo io Coscienza omogenea senza parti, ogni parte comunque mi appartiene. A che fine mettere sotto controllo la mia mente? Non mi appartengono anche le altre menti che sono fuori controllo? Tutte esse sono una e appartengono alla stessa identica Coscienza. È la Pura Coscienza, il Supremo, che illumina tutte le menti che siano sotto controllo o no. La natura della Coscienza o dell’‘Io’, in quanto Pura Coscienza, è tale che non può essere ritirata dalle azioni rivolte all’esterno, come fanno tutte menti, che, in qualche modo, ottengono lo stato di ritrazione. Come si può immaginare che il Sé si ritragga dall’azione se è ancora più illimitato dello spazio! Come si può pensare al samādhi e alla ritrazione nel Sé, che è pura Beatitudine? Quale merito o demerito può essere attribuito a quello che è pieno di beatitudine e più pervasivo dello stesso spazio? Che azione potrebbe fare? Cosa importa se sono compiute azioni meritevoli oppure no, essendo l’‘Io’ che illumina tutto? Illumina tanto i meriti quanto i demeriti. Il Sé trascende tutti i ‘doveri’, l’‘Io’ non deve né fare né non fare. Perciò, qual è la necessità di controllare la mente? Il Sé, essendo pieno e perfetto, è Esistenza ed è colmo di Beatitudine sia nel controllo sia nel non controllo. Perché dovrei preoccuparmi della mente e del corpo? Lascia che seguano il loro corso a seconda dei loro saṃskāra e pure che s’attacchino o si distacchino dagli oggetti. Cosa ne potrebbe perdere il Sé, che è Assoluto, non relazionato e pieno di Beatitudine, dal ritrarsi o non ritrarsi della mente? Cosa si guadagnerebbe con questo? Così è come ho raggiunto la realizzazione del Sé. Da allora io sono in pace con me stesso e sono diventato la stessa dimora della Beatitudine. Questo sole dell’illuminazione non tramonta e quindi io sono sempre completo, perfetto e distaccato da tutto. In questo modo ti ho parlato dello stato del cercatore del tipo più elevato. Il cercatore di grado medio ha bisogno dei tre, śravaṇa, l’ascolto delle parole del guru, manana, la riflessione su di esse, e la ferma attenzione, nididhyāsana. Egli ottiene la conoscenza dopo tutto questo. Invece il cercatore del grado più basso, realizza il Supremo solo dopo la disciplina per molte vite. Il samādhi della Coscienza priva di oggetto è una cosa rara, mentre molti vanno in un samādhi senza oggetti senza una esatta consapevolezza il che è del tutto inutile. Accade spesso che mentre si percorre una via si vedono molte cose senza prestarvi attenzione e, naturalmente, esse non vengono conosciute e se ne rimane ignoranti. È per questo che un samādhi di lunga o corta durata è inutile senza la realizzazione del Sé. La vera consapevolezza del Sé sta nel non avere alcuna distrazione della mente. Anche se il Sé è la base di tutte le conoscenze limitate, esso rimane sconosciuto perché velato dalle attività del pensiero. E lo stesso Sé è riconosciuto poi nella consapevolezza di se stessi. Non c’è bisogno di prendere alcunché dal di fuori. È così che si realizza il Sé. Avendo ascoltato tutto questo, saprai come conoscerlo. Otterrai allora la realizzazione del Sé.” Avendo istruito Aṣṭāvakra e avendogli dimostrato il rispetto dovuto3, il Re Janaka gli diede alcuni altri insegnamenti. Aṣṭāvakra, tornato a casa, meditò su ciò che aveva udito. Quando fu completamente a conoscenza della verità realizzò il Supremo. Tutti i suoi dubbi furono rimossi. Allora divenne jīvan mukta.»

    XVIII. Capitolo

    «O maestro, ciò che hai detto mi è difficile da comprendere. Non capisco come l’oggetto del pensiero sia proprio della natura della Coscienza.» Śrī Dattātreya rispose: «O Paraśurāma, ti ho detto come si realizza la Pura Coscienza, lo stato senza oggetto. Anche nella vita quotidiana ci sono molte occasioni in cui la si sperimenta. Tuttavia, non la si riconosce perché si è illusi dagli oggetti. Solo coloro che hanno una visione interiore la riconoscono. In breve, ti dirò l’essenza di ciò. Tutti gli oggetti sono conosciuti dalla luce della Coscienza, ma il Conoscitore non è mai conosciuto in quanto oggetto. La Coscienza esiste di per sé anche senza essere cosciente di oggetti. Devi tenere a mente questo. La mente, senza la necessità di conoscenza degli oggetti è, quindi, conosciuta come Pura Coscienza. Quando ha la caratteristica di illuminare e conoscere, è conoscibile. Se fosse necessario qualcos’altro oltre al Sé per conoscerla, quel qualcosa avrebbe bisogno di qualcos’altro come strumento per conoscere e quello, ancora, di qualcos’altro e così all’infinito. Così nulla sarebbe conosciuto e illuminato. Consideriamo ora la questione da un altro punto di vista. Sei cosciente di te stesso quando sei cosciente di un oggetto, cioè quando conosci un oggetto? In verità è abbastanza inutile porre la domanda se si è veramente coscienti di se stessi. Come potresti desiderare la tua Liberazione se sei non esistente come un fiore nel cielo? E come si potrebbe raggiungere il Sé se esso non esistesse? Potresti dire che, sebbene ‘Io’ sia la base di tutta la conoscenza, non conosco me stesso in modo distintivo, dato che non posso conoscere me stesso distintamente come oggetto. Poiché è proprio la natura del Sé a essere la base di tutta la conoscenza, non è conoscibile in modo distintivo. Perché non comprendi questo? Invece di comprendere questo, perché cadi nell’illusione? La conoscenza degli oggetti si differenzia a seconda della qualità dell’oggetto, ma, dato che la conoscenza del Sé avviene attraverso esso stesso, non ha alcuna caratteristica distintiva. Supponi che tu sia cosciente del Sé solo quando sei cosciente del corpo: questo vorrebbe dire che sei cosciente del Sé solo fintanto che sei cosciente del corpo, cioè finché illumini il tuo corpo. Ma tu esisti anche quando non sei cosciente del tuo corpo. Paragona questo con la tua esperienza personale. Quando sei cosciente delle cose altre dal tuo corpo, sei allora cosciente del tuo corpo? Tu sei cosciente del tuo Sé, ma non attraverso il corpo. Dato che la reazione alla conoscenza di ogni oggetto ti rende cosciente del Sé, tutti questi oggetti diventerebbero il tuo Sé. Questo è esattamente ciò che si deve accettare dal tuo punto di vista. Allora, non sarai solo corpo, ma ogni cosa4. Perciò si conferma che l’essenza del Conoscitore non è in alcun caso l’oggetto conosciuto, dato che le forme di conoscenza, assieme agli oggetti, cambiano a ogni momento. Il Conoscitore (Jñātṛ) è sempre il Testimone (Sākṣin), il Sé, il Vedente (Dṛṣṭa); perciò il Testimone non può mai essere il conosciuto. È auto-illuminato, sebbene sia rivestito dal conosciuto, cioè dalla presenza del corpo e dalla distinzione di spazio e tempo ecc. Tuttavia, non ha nessuna di queste apparenze oggettive. Ti voglio chiarire questo punto: il Sé è Pura Coscienza, quello che si realizza quando l’agitazione o il movimento dei pensieri sono assenti, ossia quando la mente è in pace e in tranquillità. La causa dell’apparenza del mondo, māyā o ignoranza, sarà dissolta solo quando si è realizzata l’essenza del Sé, anche se si può ancora essere coscienti del corpo e di altri oggetti. Questa è la Liberazione. La Liberazione non è sulla terra né sotto la terra né in qualche luogo nel cielo. Quando si è trascesa l’attività del pensiero o delle forme mentali, quella è Liberazione. Essendo questa l’essenza dell’individuo, è raggiungibile qui ora, altrimenti non è mai raggiungibile. Si è soddisfatti non appena svanisce l’illusione di essere coinvolti nel mondo. Non c’è nessun’altra Liberazione. Qualsiasi cosa ottenuta dall’azione è impermanente. Se la Liberazione fosse qualcosa di differente dalla conoscenza del Sé sarebbe non esistente come le corna della lepre. Come potrebbe esserci una qualche Liberazione diversa dalla realizzazione del Sé? Se fosse la realizzazione di qualcosa d’altro dal Sé onnipervadente, sarebbe qualcosa come un riflesso sullo specchio, sarebbe realizzare qualcosa di asat. La Liberazione è rendere asat il legame (bandha), ma la verità che libera è sat. Si potrebbe anche dire che la Realtà è sia sat sia asat, essendo entrambe e nessuna. Ma questo è difficile da concepire. Si potrebbe argomentare che gli oggetti del sogno sono sat, nel senso che si sono sperimentati, e asat in quanto sono falsificati nella veglia. La risposta a questo sarebbe che il reale non è mai contraddetto nemmeno in sogno e qualsiasi cosa che si pensi possa essere contraddetta, è irreale. I sogni sono falsificati nella vita di veglia e non possono mai essere considerati reali. La Coscienza in quanto tale non può mai essere immaginata come non esistente, perché anche per immaginare che sia non esistente, è necessaria la Coscienza. Se la realizzazione di qualcosa di altro da Sé portasse alla Liberazione, non sarebbe mai qualcosa di reale. La Liberazione è meglio descritta come l’unica Pura Coscienza della reale natura del Sé ed è una realizzazione senza sforzo in quanto pienamente Coscienza auto esistente non appena la conoscenza degli oggetti è rimossa. L’illuminazione degli oggetti è una coscienza ridotta. In assenza di ciò, la Coscienza rimane auto esistenza senza limiti. Se dici che la Coscienza è limitata da tempo e spazio, queste attribuzioni limitanti sarebbero coscienti o non coscienti? Se non lo fossero, non sarebbe possibile provarne l’esistenza; se lo fossero, allora tali limitazioni sarebbero del tutto pervase dalla Coscienza. La materia non cosciente per sua natura non può limitare la Coscienza e neanche la Coscienza lo può fare, essendo identica e onnipervadente. Nessun’altra limitazione può essere concepita. Qualsiasi cosa sia sperimentata nella vita quotidiana come coscienza limitata è essa stessa illuminata da questa Coscienza onnipervadente. La relazione tra conoscibile e Coscienza non può essere parziale perché in tal caso non si potrebbe provare che esista la parte del conoscibile che rimane sconosciuta. Tutto ciò sarebbe possibile solo quando si accettasse l’idea che la coscienza-conoscenza di un oggetto sia possibile senza il soggetto. Ma tale posizione si contraddice da sola. Senza soggetto cosciente non è possibile provare alcunché. L’esistenza separata dalla Coscienza è inconcepibile. Alcuni dicono che tempo e spazio sono relazionati alla Coscienza solo in parte e non come un tutto e quindi essi limitano la Coscienza. Anche questo non è sostenibile, dato che quello che è separato dalla Coscienza sarebbe non esistente. Nulla può essere conosciuto senza la luce della Coscienza. In breve, l’intero mondo dell’oggettività è contenuto nell’oceano della Coscienza. Nessun oggetto, quindi, può mai essere un fattore limitante per la Coscienza. Bisogna capire che qualsiasi cosa illuminata dalla Coscienza deve essere della natura del riflesso sullo specchio. Non è possibile per due cose esistere l’una nell’altra, altrimenti gli oggetti non sarebbero distinguibili. Inoltre, ti ho già detto che tutte le manifestazioni esterne sono di apparenza illusoria per natura. Come possono avere un’esistenza indipendente dalla Coscienza, dipendendo esse stesse dalla luce della Coscienza? La realtà è che l’Ātman-Coscienza appare come fosse la molteplicità.» Paraśurāma, dopo aver ascoltato tutto questo, fu preso da ancora maggiori dubbi. Non colse l’essenza di ciò che gli era stato detto e cominciò a porre obiezioni. Egli disse: «O maestro! Tutto ciò che mi hai detto mi sembra impossibile. 1) Come può la stessa Pura Coscienza apparire così molteplice? La Coscienza e gli oggetti di cui si è coscienti sono cose differenti. Questo è evidente. Anche accettando che la Coscienza sia autoluminosa e illumini altro, quello che illumina è qualcosa di differente da se stessa. In questo caso la luce e gli oggetti che illumina sono diversi. Per mia esperienza gli oggetti non sono della stessa natura della Coscienza. 2) Il Re Janaka sosteneva che la non oggettività (cioè la Pura Coscienza) si raggiunge quando tutta l’attività mentale è acquietata e proprio questo acquietare l’attività mentale comporta la dissoluzione del mondo e la realizzazione del Sé. Tutto ciò sembra vero, ma come ci si arriva? La mente, in quanto strumento del Sé è assolutamente necessaria per la conoscenza come anche per l’azione. Se fosse assente, difficilmente si distinguerebbe il Sé dalla materia inerte. Inoltre, la mente è la causa sia del legame sia della Liberazione. Lo stato privo di oggetti è la Liberazione e il suo opposto è la limitazione. La mente dell’uomo non può essere il Sé dato che è solo uno strumento. Nello stato di pura consapevolezza (nirvikalpa samādhi), se questo strumento è presente, la dualità di soggetto e oggetto rimane. 3) È comunemente accettato che quando qualcuno cade in preda dell’illusione, l’oggetto dell’illusione è sicuramente falso, ma il fatto di essere nell’illusione non lo è. Da tutto questo non è affatto provata l’assoluta non dualità del Reale. E ancora, non si mai è vista una cosa non esistente produrre un effetto visibile. Gli oggetti del mondo sono concreti e producono effetti visibili. Come possono essere considerati falsi? Se ogni cosa è illusoria, come si può distinguere tra vero e falso? Come possono tutti cadere nella stessa illusione? Ti prego, spiegami questo chiaramente.» L’onnisciente Dattātreya, fu molto compiaciuto udendo queste domande e disse: «O Paraśurāma, queste domande mi sono state poste molte volte ed è giusto che tu me le abbia chieste. È naturale porre domande fintanto che i dubbi non siano stati chiariti e la mente soddisfatta. Come potrebbe il Guru conoscere a che punto sei se non poni domande? Ognuno ha un approccio differente e il modo di pensare traspare dalle sue domande. Nessuno può liberarsi dai dubbi finché non ha espresso la sua opinione. Solo chi pone domande può raggiungere la certezza e la corretta conoscenza. Questo è il seme del retto apprendimento della conoscenza. Come può capire chi non ha espresso i suoi dubbi? Quindi si devono esternare i dubbi al Guru affinché siano spiegati. Ora fammi rispondere alle tue domande una per una: 1) Proprio come lo stesso specchio assume differenti forme dai riflessi degli oggetti, così è per la Pura Coscienza. La mente in sogno non sperimenta forse la tripuṭi del vedente, della vista e del veduto? Qual è la difficoltà nel capire che la Pura Coscienza crea e illumina varie forme attraverso l’attività mentale? La Coscienza distingue il conoscere e il conosciuto anche nei sogni e tuttavia anch’essi sono illusori. Perché è difficile accettare lo stesso nello stato di veglia? Quando siamo in veglia, la luce e gli oggetti illuminati dalla luce, sono facilmente distinguibili, ma si possono percepire anche senza la vista. È possibile percepirli con altri mezzi. Il cieco non percepisce forse un oggetto con il tatto, in mancanza di percezione della luce? Ciò significa che l’oggetto è differente dalla luce, ma se fosse solamente dipendente dalla luce per essere percepito, non sarebbe differente dalla luce. Se sostieni che la percezione di forma e colore è solamente dipendente dalla luce e tuttavia la luce e la forma sono distinguibili come fossero due, allo stesso modo si potrà distinguere tra il conoscitore e il conosciuto. Ma la tua argomentazione è vana. Il fatto è che la forma può essere percepita senza la luce, in quanto la si può trarre dalla memoria. Non appena l’immaginazione è in movimento, le varie forme diventano evidenti. Il tuo esempio, perciò, non vale per la Coscienza, poiché si possono percepire le forme senza l’aiuto della luce attraverso la memoria. La luce della Coscienza non è a senso unico come la luce visibile. Nulla è conoscibile senza la luce della Coscienza. Proprio come il riflesso non è possibile senza uno specchio e un riflesso non può esistere se non in relazione a uno specchio, così non c’è nulla separato dalla Coscienza. Solo la Coscienza non duale esiste, perché gli oggetti non sono distinti dalla Coscienza. 2) La tua seconda domanda concerne la mente. Anche la mente non si distingue dalla Coscienza. Dato che la mente, durante un sogno, non è facilmente distinguibile nel sogno, così è anche quando si è svegli. Quando si è svegli non è differente dagli oggetti. La mente è stata considerata strumento solo per convenienza. È immaginaria quanto un’ascia è necessaria per tagliare un albero in un sogno. La funzione è tanto illusoria quanto lo strumento. Qualcuno ha mai rotto il corno d’un uomo? Gli oggetti della mente sono illusori come lo strumento percepito. È il potere della coscienza come mente che permette l’attività del sogno, come pure della veglia. Eccetto la Coscienza non c’è alcun’altra mente che funzioni e condizioni qualcosa. È la Pura Coscienza che crea la tripuṭi di vedente, vista e veduto e così si distingue dalla strumentalità della mente per libertà creativa. Talvolta rimane nel suo puro stato privo di oggetti. La Pura Coscienza, essendo auto esistente è anche auto luminosa proprio in quanto Coscienza. Perciò non è possibile paragonarla del tutto allo spazio. Il Sé è perfetto, sottile, senza macchia, senza inizio e fine, senza forma e base di tutto, distaccato e assoluto come lo spazio. Come lo spazio, pervade anche l’interno e l’esterno di tutte le cose; la sola differenza tra i due è che lo spazio non è cosciente. Se lo spazio fosse cosciente sarebbe il Sé. Eccetto questo, non c’è alcuna differenza tra i due. Proprio come per un gufo la luce del sole è oscurità a causa di un difetto della sua vista, così l’ignorante considera lo spazio come fosse il Sé. Il saggio capisce cosa s’intende quando si descrive l’infinita Coscienza come spazio. Tripurā Devī, l’assoluta Coscienza, manifesta se stessa in varie forme limitandosi attraverso la sua libertà illimitata, proprio come immagini infinitamente varie sono proiettate in sogno. Anche questa apparenza di forme varie è dovuta a un punto di vista limitato. Essa, tuttavia, rimane se stessa come Pura Coscienza. È proprio come il mago che crea molte cose da una sola per gli spettatori; per lui, tuttavia, è solo una. La Pura Coscienza di per sé, rimane identica a se stessa, e in essenza è omogenea e indivisa. Con il potere della sua māyā-śakti contrae se stessa e si proietta in varie forme limitate. Il potere velante di māyā appare di nuovo dal punto di vista limitato. Il potere di creare illusione nel caso dell’illusionista ha un effetto illusorio sugli altri, ma non su di lui. Andiamo oltre. Nella Coscienza-Sé, questo infinito potere è dovuto alla sua māyā śakti. Non vediamo forse nella nostra vita quotidiana che molti yogi e incantatori compiono molte cose meravigliose con i loro poteri limitati? Se vediamo questo con i nostri occhi cosa mai sarà impossibile per la Coscienza? La limitazione della Coscienza non è altro che l’identificazione con cose limitate, cioè collegando il senso dell’ego alle cose limitate. È come l’ignoranza. In breve, o Paraśurāma, ho affermato ripetutamente che la Pura Coscienza manifesta se stessa e appare come molteplice a causa del suo potere infinito. Non dimenticare questo e non aver dubbi su ciò. Molti sapienti si confondono su questo argomento. Non rivolgono il loro interesse verso il Sé perché attratti dalle cose esteriori. Anche questo te l’ho detto ripetutamente. Sia che il guru dica la verità o no, fintantoché non si cerca il significato rivolgendosi all’interno, non la si trova. La mera conoscenza verbale è del tutto inutile. Per questo ti ho chiesto di cercare in te stesso. La pura Coscienza rimane sempre nella sua essenza originaria senza diventare altro (l’oggetto) anche quando è cosciente degli oggetti. Questa Coscienza assoluta è diversa dalla materia non cosciente. È in realtà l’Io-Coscienza e questo è conosciuto come la pace del Sé. Gli oggetti non coscienti non possono mai apparire senza la luce della Coscienza, quindi non posseggono l’Io-Coscienza. Solo il Sé-Coscienza resta auto luminoso senza necessità d’essere illuminato da altro, perciò realmente possiede la qualità dell’Io-Coscienza. Tutte le apparenze oggettive sono riflesse in essa come in uno specchio, che rimane non toccato da alcuna distinzione e limitazione. Cosa può limitare la Coscienza? Non c’è nulla che possa limitarla. La Pura Coscienza è la totale illuminazione, è il suo infinito Io-Coscienza. Durante l’insegnamento è chiamata con vari nomi dovuti al suo potere. E questo potere è identico a essa. Non c’è nulla di distinto né di separato dalla Coscienza. Proprio come il fuoco ha entrambe le qualità di calore e luce, allo stesso modo è una e omogenea nonostante le duplici qualità di infinita libertà di espressione e di consapevolezza come senso dell’Io. La natura della sua māyā o śakti che crea tali meravigliose e incredibili cose, è tale che la Coscienza non perde la sua essenza unica nonostante le sue differenti apparenze che sono tutte create sulla sua propria essenza. Le limitazioni di Coscienza sono l’oggettività, che è ignoranza, incoscienza e materia e quella è anche la Prakṛti manifestata e non manifestata. Il grande vuoto, l’assoluta non esistenza, lo spazio, l’oscurità o la creazione primordiale, sono differenti nomi per questa originaria e limitata apparizione o manifestazione. Quando la Coscienza nell’infinita, pura, perfetta consapevolezza diventa suddivisa in ‘io’ e ‘questo’, questa riduzione della pura Coscienza è conosciuta come spazio. Lo spazio è come la Coscienza da cui il senso dell’‘Io’ è stato rimosso. Questa è la causa fondamentale della visione mondana che all’ignorante appare sotto diverse forme. Paraśurāma, cerca di capire che ciò che appare come spazio è la Coscienza che pervade ogni essere. Lo spazio che appare nel tuo corpo in quello degli altri, è il Sé come pienezza di Coscienza e Beatitudine. Quando lo si limita con la propria limitata coscienza è conosciuto come mente, pur non essendo altro che il Sé. Ora, questa limitazione che copre o nasconde il Sé essenziale, è la mente dal punto di vista dell’ignorante, e la mente è il conoscitore dal punto di vista della Coscienza quand’è coperta o nascosta. Ora, ulteriori complicazioni insorgono a causa della proiezione di solidità, densità e impurità sul tenue, sottile e puro aspetto della Coscienza che produce gli oggetti insenzienti. Poi, in seguito si manifesta come spazio e gli altri quattro elementi, fuoco, acqua, aria e terra. Inoltre, si relaziona con il corpo che è composto di questi quattro elementi e diventa coscienza del corpo o Sé incorporato. In quanto Sé incorporato, illumina il corpo come una lampada in una giara. Proprio come la luce fuoriesce dai fori della giara, così la coscienza esce attraverso gli organi di senso. In realtà non c’è un aspetto interno o esterno per la luce o coscienza. Solo appare fuoriuscire e rimuovere il velo di oscurità con il suo potere di conoscere. La funzione della mente è di rimuovere il velo di non coscienza. Quando la Pura Coscienza agisce in questo modo, è la mente, che è il Sé nella sua purezza. La funzione della Coscienza come mente è di dissolvere l’oscurità e questo è conosciuto come vikalpa, ovvero attività mentale. Dopo che tutte queste attività si sono acquietate, quello che rimane senza modificazioni o agitazioni è il Sé o la Coscienza assoluta che porta alla Liberazione. O Paraśurāma non pensare che l’ignoranza continui anche dopo che l’attività della mente è acquietata. In realtà non c’è stato mai alcun velamento o copertura da nessuna parte: è solo immaginazione. Proprio come un sogno in cui qualcuno può immaginare se stesso sconfitto da un nemico, imprigionato e ucciso, ma tutto si risolve non appena il sogno si conclude. Un sogno non lascia dietro di sé alcun residuo, è senza fondamento. Così, Paraśurāma, fin dall’inizio del tempo nessuno è stato in schiavitù. Mostrami dove può esserci tale schiavitù. Pensare che ci sono cose come la schiavitù è realmente la massima schiavitù. È pericoloso e fatale come la paura di un immaginario spauracchio che uccide un bambino. Finché si ha l’illusione di essere in schiavitù nessuno può riscattarsi dal mondo, nonostante tutti gli sforzi e gli ingegni. Chi è schiavo? Dov’è la schiavitù? Come può la Pura e immacolata Coscienza essere schiava? Se il Sé potesse realmente essere vincolato dai riflessi nello specchio della sua pura consapevolezza, anche il riflesso del fuoco potrebbe bruciare qualcosa. Oltre alle due false credenze che ci sia una cosa come la schiavitù e una cosa come la mente, non c’è alcuna altra schiavitù per nessuno da nessuna parte. Finché uno non si è completamente purificato per mezzo del retto pensiero, nessuno può aiutarlo a distruggere il fantasma del mondo. Non solo io non posso farlo, ma neanche Brahmā, Viṣṇu e Śiva in persona, nemmeno la Dea Tripurā, che è la personificazione della conoscenza, può aiutarlo. O Paraśurāma, abbandona dunque queste tue false credenze. In breve, non c’è alcuna prova che ci sia dualità: anche per la mente è solo attività di pensiero nello stato di pura Coscienza, perché l’essenza di ogni cosa è il Sé. La mente è indissolubilmente relazionata alla coscienza di oggetti. Quando tutte queste attività sono annullate, ciò che rimane è la Pura Coscienza o il Sé. 3) Nell’esempio del confondere la corda con il serpente, ciò che è reale è la corda, non il serpente. La cancellazione del serpente non cancella la corda; così si è, poi, consapevole di essere stato in preda all’illusione. Ora, supponi che tale illusione fosse stata sperimentata in un sogno. Dato che la corda è tanto illusoria quanto il serpente proiettato su di essa, l’esperienza di essere stato in illusione sparisce senza traccia. Quindi quando l’oggettività è compresa correttamente, essendo la sua conoscenza della natura della consapevolezza, non è diversa dal principio cosciente, cioè il Sé. Non c’è alcuna possibilità di dualità. Se sostieni, sulla base della auto evidente esperienza quotidiana, posso solo replicare che esattamente lo stesso si prova anche nei sogni. La vividezza è anche sperimentata nei sogni. Perciò, perché dichiariamo falso il sogno e reale lo stato di veglia? La differenza tra la veglia e il sogno è solo che si capisce la falsità del sogno quando si è svegli, ma non mentre si sogna. Ma questo non prova la realtà della veglia. Gli oggetti del sogno non si sperimentano come stabili ed effettivi tanto quanto quelli che appaiono in veglia? Non si è svegli nel sogno e nella veglia non si sogna, ma ognuno è reale ed effettivo a suo modo. Non c’è alcun dubbio su ciò. Se pensi a questo, capirai che non c’è differenza tra un evento del sogno e quello della veglia. Tutti gli eventi del passato sono come sogni, come pure tutti gli eventi dello stato di veglia hanno la stabilità e l’effettività per lo stato di veglia come la creazione di una magica ragnatela. In base a questo, non si può chiamarlo reale. Fra questi, un uomo ordinario non distingue perché non ha corretta discriminazione tra ciò che è vero e ciò che è falso. Il vero è ciò che non ha la minima possibilità di non esistenza. Qual è la tua definizione di falso? Quello che appare in un momento e in quello successivo è passato. Proprio sulla base di questa definizione non diventa falso anche il mondo? Tutto questo scompare con la scomparsa del mondo ed è non esistente. Capendo questo, si trae che non c’è alcuna possibilità di non esistenza della Coscienza. Nel caso del mondo, essendo d’apparenza molteplice, le apparenze sembrano esistere a fianco di altre, ma nel corso del tempo le cose scompaiono una dopo l’altra. Ma si può pensare forse alla completa assenza e non esistenza della Coscienza? Ci deve essere una qualche Coscienza per sperimentare e affermare che nulla esiste. Se qualcuno dicesse che in un particolare tempo nulla appare o esiste, la sua consapevolezza sta proprio nella Coscienza dell’affermazione. Quindi, solo la Pura Coscienza è la Realtà ed esiste veramente. Ora ti dirò brevemente la distinzione tra Realtà e falsità. La Realtà è ben definita come ciò che è auto luminoso, ciò che non ha bisogno di null’altro oltre se stesso per essere conosciuto e, qualsiasi cosa che gli è contrario, è non reale o non vera. Questa sembra essere la definizione più semplice. La definizione che la Realtà è ciò che non è mai contraddetto, non è corretta, perché ci sono eccezioni. La conoscenza della corda, che contraddice l’illusione che fosse un serpente, se non insorge per il momento a causa di alcune circostanze, porterà qualcuno a credere alla realtà del serpente, in accordo con la precedente affermazione. La confutazione di una cosa significa la conoscenza della sua non realtà. Ma come succede spesso che si cada nell’illusione su cose che esistono realmente, così anche si può credere nella realtà di una cosa che di fatto è non reale. Tali eccezioni possono essere portate contro la nostra prima affermazione. Se la Coscienza fosse non esistente, ogni cosa sarebbe non esistente. Ma se qualcuno polemizzasse che se nulla esiste, anche la Coscienza sarebbe non esistente, dovrebbe capire che proprio quell’affermazione significa anche la non esistenza di se stesso. In quel caso, qual è lo scopo del discutere? Una persona che dubita dell’esistenza di se stesso, perché non è conosciuto oggettivamente, non può correggere gli altri. Se davvero credesse a ciò, allora anche una pietra non cosciente potrebbe parlare e istruire gli altri. Qualcosa non diventa reale semplicemente perché appare. Non c’è alcun dubbio che tutti i mezzi della conoscenza intellettuale sono illusori e vani. Ma accettare come vera l’illusione è cadere in una ancora più profonda confusione. O Paraśurāma, ti ho parlato molto spesso di questa grande illusione. Questo tipo di illusione continua finché non si discrimina sulla realtà delle cose oggettive. Questa apparenza oggettiva, per molti è diventata reale. Ma proprio come quando si ha la retta conoscenza della madreperla, per cui l’illusione che sia argento scompare, proprio così diventa evidente che tutta la cosiddetta conoscenza è illusione non appena si realizza il Sé. Come l’illusione che il colore del cielo sia blu è comune a tutti, così l’illusione di questo mondo appare a tutti a causa dello stesso difetto. Cosa c’è di strano in questo? Solo la consapevolezza di se stessi come Pura Coscienza è la vera conoscenza. Queste sono le logiche risposte alle tue domande. Ora devi essere completamente convinto e arrivare a una chiara comprensione. Ti risponderò su come la vita attiva in questo mondo sia possibile dopo che si è liberati, quando avrai capito quello che precede. Ascolta attentamente. I jñāni sono di tre gradi. Quelli che hanno realizzato il Sé, ma che continuano a soffrire dei piaceri e dei dolori della vita in accordo con il loro destino (prārabdha), sono del grado più basso. Altri, passano attraverso le sofferenze come i primi, ma non ne sono coinvolti, come se tutto fosse un sogno; questi sono del grado intermedio. Mentre quelli che rimangono impassibili e fermi, nonostante le innumerevoli sofferenze dovute al destino, sono i saggi più elevati. Non sono mai disturbati, nonostante la sofferenza, né sono turbati da grandi avvenimenti e neppure cono sopraffatti dalla gioia per le situazioni favorevoli. Rimanendo sempre in quiete, conducono le loro vite come tutti i mortali. Questi sono veramente liberati. Così le vite dei jñāni appaiono differenti e varie in base alla differenza di intelligenza, mancanza di maturità di realizzazione e per l’imperscrutabilità del destino. Anche essi vivono la loro vita quotidiana che non cessa.»

    1. L’onnipervadenza dello spazio non si estende al dominio sottile perché è limitata agli elementi. Infatti ākāśa è il primo bhūta principiale, che di differenzia negli altri quatto, aria, fuoco, acqua e terra [N.d.C.].[↩]
    2. In questo testo samādhi sta per ‘intuizione’ (anubhava), com’è in uso nella Bhagavad Gītā. Anche quando il Tripurā Rahasya si riferisce al pātañjala yoga, samādhi mantiene questa interpretazione tipica della Brahma vidyā [N.d.C.].[↩]
    3. Rispetto dovuto ad Aṣṭāvakra in quanto brāhmaṇa. Essendo uno kṣatriya, Janaka non poteva essere un dīkṣā Guru; tuttavia poteva insegnare quale jñānaguru, esattamente come fece Kṛṣṇa nei confronti di Arjuna [N.d.C.].[↩]
    4. L’avasthā come un tutt’uno [N.d.C.].[↩]

    5. Avasthatraya Viveka

      Brahmajñākavi Śrī Deva Rao Kulakarni (Hombala)

      5. Avasthatraya Viveka

      A cura di Maitreyī

      V. Jāgradādi Sthānadharma Nirākaraṇa o Jāgradādi Sthānadharma Pratiṣedhaḥ

      In questo modo, anche se dal punto di vista dello stato di veglia supponiamo che ci siano tre stati, che siano diversi l’uno dall’altro e che siano realmente esistenti nel Sé, si dovrebbe osservare che la comparsa di uno stato particolare annulla inevitabilmente l’esistenza stessa degli altri due. Ma si riconosce chiaramente che l’Ātman, che mantiene la sua identità di Sé senza essere influenzato dall’apparizione o dalla scomparsa degli stati, è l’unica entità realmente reale.

      È come ciò che accade nel caso della conoscenza della corda, quando l’eliminazione del serpente dalla corda avviene nel medesimo istante in cui si discrimina tra la corda e il serpente. (MUŚBh 7)

      Si tratta quindi solo di false apparenze, come il serpente, la ghirlanda, il filo d’acqua ecc. sovrapposte alla corda. Discriminando così, ci si può facilmente liberare dalla convinzione che esistano tre stati. E ci si renderà conto che gli stati di veglia, sogno e sonno profondo (jāgrat, svapna e suṣupti avasthā) non hanno un’esistenza indipendente dal Sé. In questo modo il sogno (nidrā), cioè l’idea errata di supporre la realtà degli stati, svanirà. Questo quinto tipo di negazione è chiamato Jāgradādi Sthānadharma Nirākaraṇa (negazione della realtà degli stati di veglia ecc.).

      Gli attributi, come “è cosciente del mondo interno ecc.”, appartenenti ai possessori degli stati, sono stati negati per colui “in cui tutte le apparenze del mondo sono cessate (prapañca upaśama)”, vale a dire che sono negati gli stati di veglia, ecc. quali attributi. (MUŚBh 7)

      VI. Sadvitīyatva Nirākaraṇa o Sadvitīyatva Pratiṣedhaḥ

      Dal punto di vista dell’ego, cioè del pramātṛ, sembra che la natura reale del Sé sia la testimonianza di questi tre stati. Ma poiché il Sé è lì, anche gli stati sono lì. Quindi il Sé non è uno non duale. Questa obiezione può essere sollevata quando ci si identifica con il pramātṛtva dello stato di veglia. Anche se così sembra, le apparenze degli stati sono solo false apparenze dovute all’ignoranza e quindi non hanno alcuna esistenza. Ma il Sé, la cui natura è la coscienza pura e assoluta, è chiamato Turīya dal punto di vista di queste false apparenze (māyāsaṃkhyā Turīyam, com’è affermato nel Maṅgala Śloka del Bhāṣyakāra che fa da prefazione al Māṇḍūkya Bhāṣya). Questo Sé è sempre privo di tutte le caratteristiche specifiche ed è la natura non duale della sola Coscienza. Quando il cercatore si colloca nella vera natura del proprio Sé, allora potrà non occuparsi dei tre stati, perché chi considera gli stati è il pramātṛ dello stato di veglia, non reale natura del Sé. Se si realizza questa verità, allora ci si risveglia dal sogno (nidrā) per il quale esiste un mondo dualistico separato dal Sé. Quest’ultimo tipo di negazione è chiamato Sadvitīyatva Nirākaraṇa (negazione di ogni caratteristica della Realtà).

      Perciò è corretto dire che quando si conosce la realtà assoluta, allora si sbarazzerà delle nozioni sbagliate sulla vera natura del Sé. Questo è chiamato Turīyam padamaśnute (MUGK I.15), ossia conoscenza del Sé. In senso stretto non si tratta di un vero e proprio raggiungimento di Turīya, in quanto si è già Turīya. Si tratta solo di liberarsi delle nozioni sbagliate, cioè, abbandonare o annullare l’identificazione con i non-Sé con l’aiuto degli insegnamenti dello Śāstra e del Guru. Il lettore è invitato a leggere la seguente bhāṣya a questo proposito:

      Pertanto, si deve solo eliminare ciò che è falsamente attribuito a Brahman dall’avidyā; non si deve fare alcuno sforzo ulteriore per acquisire la conoscenza di Brahman perché esso è del tutto evidente. (BhGŚBh XVIII.50)

      Ciò vuol dire che Turīya s’ottiene con la sola discriminazione.

      D. Significato del metodo per raggiungere Turīya secondo il Bhāṣya:

      Perciò si stabilisce che la cessazione di tali attributi irreali come antaḥprājñaḥ ecc. sovrapposti all’Ātman è simultanea alla manifestazione della conoscenza che, di per sé, è lo strumento (pramāṇa) per la negazione della dualità.

      Pratiṣedha significa negazione delle attribuzioni, e Vijnāna significa assumere il punto di vista del Testimone della vita che è al di là dell’ego e che deve essere realizzato attraverso l’esperienza intuitiva (il proprio anubhava). Su questo solido terreno dell’esperienza intuitiva della vera natura del Sé si dovrebbe negare ogni tipo di sovrapposizione che proiettata dall’ignoranza. Per fare questo è necessario il pramāṇa. Pramāṇa qui sta per i detti (vākhya) delle Upaniṣad e le istruzioni (upadeśa) di quel Guru che s’è fissamente stabilito nella sua vera natura di Sé. Questo è il pramāṇa per mezzo del quale si diventa coscienti della negazione e rifiuto degli attributi sovrapposti all’Ātman. Questo pramāṇa fa sì che il Sé non sia prameya (cioè oggettivabile) e che il cercatore non è un pramātṛ. Quindi annulla le tre distinzioni di conoscitore, conoscenza e conoscibile (MUŚBh 7). All’insorgere di questa certezza, si realizza simultaneamente Turīya. Śaṃkara dice:

      La śruti non si ripropone di insegnare il Brahman in forma positiva dicendo: “È così e così”, ma che Brahman non è affatto un oggettivabile. Poiché è il Sé più profondo (del conoscitore), essa rimuove tutte le distinzioni create da avidyā, come conoscitore, conoscenza e conosciuto. (BSŚBh I.1.4)

      Quando il cercatore usa questo pramāṇa, nel suo antaḥkaraṇa ha luogo un tipo di funzione denominata vyāpāra. Quando l’aspirante si rivolge al suo interno seguendo lo Śāstra e l’ācārya, tale funzione agisce come segue:

      1. Antaḥkaraṇa smette di vedere le cose esterne attraverso gli organi di senso.
      2. Rinuncia a pensare alle cose esterne con la mente.
      3. Rifiuta di immaginare o di dedurre l’argomento per mezzo dell’intelletto.
      4. Abbandona l’idea “Io sono così e così” e “Io sono l’autore delle azioni”, “Io sono felice”, “Io sono infelice”, “Io sono meritevole” come anche tutte le altre che nascono dall’identificazione con l’ego.
      5. Infine, rivolge completamente la sua attenzione verso il Testimone dell’ego. tramite riflessione e discriminazione.

      In questo stadio l’aspirante stesso rimane come Turīya-Testimone e l’antaḥkaraṇa che segue questa sua vera natura (cioè che abbandona le sue funzioni di concezione o di ideazione e raggiunge l’amanastām, lo stato di non-mente) inizia anch’esso ad apparire sotto forma di Testimone, poiché è completamente pervaso e direttamente illuminato dal Sé, proprio come la luce del sole che illumina e pervade il miraggio, come dice Svāmījī nella sua Māṇḍūkya Rahasya Vivṛtiḥ.

      Questa corretta riflessione sulla vera natura del Sé è chiamata Ātma pratyaya (consapevolezza d’essere il Sé). Quando sorge questo Ātma pratyaya (cioè nirvikalpa vidyāvṛtti o conoscenza immutabile) ci si libera simultaneamente delle nozioni errate di antaḥprajñatva (coscienza dell’interno) ecc. Allora, tutte le dualità diventano annullate o falsificate e si realizza il loro sostrato non-duale. Questo è il vero significato della frase sopra riportata del Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (I.1.4). Un cercatore dovrebbe prestare attenzione alla funzione sopra descritta per mezzo di cui rimane non-duale.

      E. Esaminare la natura dell’esperienza intuitiva del momento presente porta anche alla determinazione di Turīya, che è la vera natura del Sé:

      Śrī Śrī Satchidānandendra Sarasvatī Svāmījī, nella sua introduzione in sanscrito alla Māṇḍūkya Upaniṣad intitolata Māṇḍūkya Rahasya Vivṛtiḥ, ha fornito un metodo di discriminazione dell’esperienza intuitiva del momento presente che è molto sottile e cruciale. L’esperienza intuitiva, che sembra limitata o circoscritta al momento presente, appare come lo stato di veglia rispetto all’esperienza ‘onirica’ di ciò che ha avuto luogo in passato [ossia rispetto alla memoria, citta]. Questa esperienza appare paragonabile al sogno se si prende come punto di partenza l’esperienza diretta di qualsiasi stato, come appare in quell’attimo. Quando entrambi questi stati sono riconosciuti simili e uguali, allora la veglia stessa diventa un sogno. Con questo tipo di discriminazione e vedendo l’equivalenza tra i due stati, si rimuove lo stato di veglia nel sogno, cioè Viśva in Taijasa. Che l’intero fenomeno dello stato di sogno, compresi i fenomeni esterni e interni, cioè il Macrocosmo e il Microcosmo, siano entrambi false apparenze, è un fatto accettato da tutti. Le persone che possiedono una natura discriminante hanno stabilito che il sogno non ha realtà: anche se, durante il tempo del sogno, l’universo del sogno appare come se fosse presente, è solo una falsa apparenza. La Realtà è soltanto il Sé, che è il sostrato del sogno. (Qui il sogno (svapna) e la veglia (jāgrat) sono entrambi considerati come sogno (nidrā)1.

      Come nello stato di sonno profondo non c’è un mondo di dualità, allo stesso modo anche al momento dell’apparizione del sogno non c’è realmente un mondo o un universo di dualità. In questa prospettiva il sogno è equivalente al sonno profondo. La caratteristica speciale dello stato di sogno (che comprende sia la veglia sia il sogno) è la conoscenza errata (mithyā jñānam) della reale natura del Sé e, naturalmente, l’assenza di conoscenza (jñāna abhāva) della realtà del Sé persiste lì nel sogno (comprendente sia la veglia sia il sogno), l’assenza di conoscenza essendo la caratteristica speciale del sonno profondo. Dal punto di vista di questa assenza di conoscenza, anche il sogno e il sonno sono uguali. In questo modo la veglia è diventata sogno e il sogno è diventato sonno profondo.

      Ora dobbiamo assumere il punto di vista dell’esperienza intuitiva diretta del sonno profondo. Da questo punto di vista non c’è nient’altro che il Sé, la cui natura è pura Coscienza, assoluta e non-duale che è chiamata Nirvikalpa Caitanyamātram. Stabilito questo, risulta evidente che tutte le nozioni errate come il sonno profondo, la non conoscenza del Sé, la forma seminale della veglia, ecc., sono tutte concepite e immaginate dal punto di vista del mondo della veglia. Quindi, in quest’ottica, il sonno profondo stesso altro non è che Turīya. Śrī Gauḍapāda ha affermato: “Quando i due errori (cioè l’errata conoscenza e l’assenza di conoscenza) vengono rimossi, si raggiunge Turīya” (MUGK I.15).

      Secondo questo insegnamento, la vera natura dell’attimo presente è solo Turīya. Per giungere a questa conclusione si dovrebbero cancellare gli stati uno per uno, lo stato attuale nel precedente stato, per mezzo della discriminazione. In questo modo, alla fine della discriminazione, si rimane nello stato naturale del proprio Sé chiamato Turīya, in quanto assoluta Coscienza non nata e sempre privo di ‘conoscitore’, di ‘conoscenza’ e di ‘conosciuto’ (jñātṛ, jñapti e jñeya).

      Tutto questo è stato insegnato grazie ai cristallini insegnamenti dal grande Guru Śrī Gauḍapāda. Non si può proprio capire com’è che questo grande maestro possa essere stato preso come seguace dell’Idealismo [buddhista] Vijñānavāda o del Buddhismo nichilista (Śūnyavāda).

      F. Quale tipo di procedimento si deve applicare per determinare la natura di Turīya? (Turīya vedanekramaḥ):

      Quando, tramite un processo graduale, si discrimina il triplice oggetto di conoscenza (ovvero, dopo che si rimuove la conoscenza laukika, ossia quella mondana, della veglia, quella śuddhalaukika (sopramondana), di sogno, e quella lokottara (ultramondana), di sonno profondo2) e si intuisce Turīya (il Quarto) non-duale, non-nato e senza paura, il cercatore si colloca nel suo stesso Sé, la sua reale natura. (MUGKŚBh IV.89).

      Ciò significa che all’inizio dobbiamo assumere il punto di vista laukika, che significa il Sé per il quale l’intero mondo della veglia è una limitazione sovrapposta. A causa di questo upādhi della veglia, egli è chiamato Vaiśvānara. Il Sé più profondo, che è il sostrato dell’intero stato di veglia, compreso il macrocosmo (coscienza cosmica, viśva) e il microcosmo (coscienza individuale, nara), è chiamato Vaiśvānara. Qui il cercatore non deve dare alcun credito allo stato di veglia, ma riconoscere il Sé che ne è il sostrato. Allora intuisce che “l’intero stato di veglia appare e scompare in me”. Grazie a questa comprensione, perde l’identificazione con la propria individualità. Tale conoscenza è chiamata laukika. Osservando l’esperienza dello stato di sogno, deve rendersi conto che in quello stato il mondo della veglia è del tutto assente. Anche se, nell’ottica dell’esperienza diretta dello stato particolare della veglia, c’è differenza tra la veglia e il sogno, come è dimostrato nella quarta Kārikā del Vaitathya Prakaraṇa, tuttavia si deve discriminare entrambe quelle avasthā come false apparenze dal punto di vista della natura reale del Sé. Nel Brahma Sūtra (II.2.29) si dice che c’è differenza tra la veglia e il sogno e che, quindi, non sono uguali; va però notato che questa affermazione non è usata per insegnare la Realtà assoluta del Sé, bensì per contraddire e confutare i buddhisti nichilisti (śūnyavādin) e idealisti (vijñānavādin) che ritengono che la percezione possa avvenire senza oggetti reali e che sono esperienze mentali [prive di un sostrato]. Per dimostrarlo, utilizzano l’esempio del sogno. Per confutare il loro punto di vista si ricorre a questo sūtra. Secondo il Vedānta, se si accetta la coscienza soltanto allo stato empirico, si deve inevitabilmente accettare l’esistenza degli oggetti esterni e viceversa (cfr. MUGK IV.67). Quindi, in base al sūtra sopra citato, non è pregiudicato affatto la presente argomentazione. Non c’è quindi alcun laukika, cioè nessuno stato di veglia, perché, assieme allo stato di sogno, entrambi sono sogni (nidrā). Quindi, il sé chiamato Taijasa, cioè il sostrato del sogno, è l’unica realtà. Conoscendo questo, si intuisce che “poiché sono il testimone di questi due stati, io stesso sono Taijasa”. La conoscenza di questo è chiamata di śuddhalaukika.

      Dopo di ciò, si deve riflettere con attenzione sullo stato di sonno profondo, che è chiamato lokottara, quando l’apparenza della veglia e del sogno sono falsificate, allora nello stato di sonno profondo soltanto il Sé rimarrà in quanto tale. Perciò il venerato Svāmījī ha detto che “quando suddhalaukika è riconosciuto falso, il Sé rimane come lokottara, perché nel sonno profondo non c’è nient’altro che il Sé”. Se l’apparizione e la scomparsa degli stati precedenti non hanno intaccato la vera natura del Sé, allora esso è uguale all’Essere del sonno profondo. Nello stato di sonno profondo, l’esistenza degli altri due stati è annullata. Anche se le cose stanno così, ciò che ha determinato l’assenza di questi due stati è stata l’intuizione. Da questo punto di vista si sa che il nome lokottara che viene dato allo stato di sonno profondo, è una mera denominazione. A rigore di termini, non è sonno profondo: è semplicemente il Sé. Quindi, il lokottara o sonno profondo è solo un nome. Il Sé è chiamato ‘il Cosciente collocato’ (Prājña sthāni) in suṣupti e, oltre a lui, non c’è nulla. Immaginare qualcosa di diverso dall’Ātman è assurdo come immaginare un sesto senso3. Il significato della parola lokottara, perciò, indica quello stato del tutto privo di loka. La forma seminale del mondo, le vāsanā (impressioni latenti) e l’ignoranza causale (o forma seminale dell’ignoranza) sono immaginate sul Sé dal punto di vista delle false apparenze della veglia e del sogno. Quindi è solo un’upādhi prodotto dalla sovrapposizione (adhyāsa). Qui, questo concetto è reso dal termine ‘viluppo, involucro’ (sāmvṛtika). Proprio come la differenza tra veglia e sogno e la causalità tra i due, sono accettate dal punto di vista empirico, ma le cui relazioni sono cancellate dall’esame imparziale compiuto tramite la penetrante attenzione (nididhyāsana) all’esperienza diretta dei due stati, così anche questa forma seminale e tutto il resto risultano essere ugualmente semplici attribuzioni.

      In questo modo, in śuddhalaukika non c’è laukika, in lokottara non c’è śuddhalaukika e, infine, la nozione di lokottara è solo un’attribuzione. Osservando questo procedimento, si dovrebbe risolvere lo stato attuale in quello precedente e questo è qui chiamato “conoscenza di laukika, śuddhalaukika e lokottara” (MUGK IV.89). Conoscere laukika (veglia), śuddhalaukika (sogno) e lokottara (sonno profondo) non significa altro che intuire la Realtà che è sostrato di tutti questi fenomeni e quindi ridurli a quella Realtà che è conosciuta come il Quarto (Turīya). Non c’è altra via se non questo processo di discriminazione.

      Tutti questi elementi sono chiamati sthāna. Quando appare un particolare stato, questo inevitabilmente annulla l’esistenza stessa degli altri due stati. Sebbene siano di natura diversa, il Sé, che è il sostrato di queste false apparenze, è una presenza costante. È impossibile immaginare l’assenza del Sé ed è anche impossibile conoscerlo o dubitarne l’esistenza. È quindi dimostrato che gli sthāna come laukika ecc. si escludono a vicenda, ma nella loro vera natura sono il Sé che è la Coscienza assoluta. Questa natura del Sé è costante, perciò, essendo così, questo Sé non è contaminato dagli sthāna, che sono solo false apparenze immaginate da avidyā. Avendo stabilito questo, anche la condizione di stato (sthānitva) dell’Ātman viene automaticamente annullata, perché è sempre non-duale. Perciò nemmeno nel Sé c’è sthānitva.

      In questo modo, quando tutti e tre gli stati sono stati falsificati, la natura del Sé rimane come Realtà assoluta, vale a dire Turīya, uno non duale, senza nascita, senza paura e sempre privo di causalità. Questa verità deve essere conosciuta dal cercatore come sua vera natura attraverso i precedenti insegnamenti dell’Āgama Prakaraṇa, ecc. A conclusione di questa discriminazione egli stesso rimane come Sé non duale4.

      G. Passi da compiere per l’iniziazione alla conoscenza di Sé (jñāna aṅga upadeśaḥ):

      “Le cose conoscibili dei tre tipi sono conosciute in successione” (MUGK IV.89) vuol dire che i tre stati, laukika, śuddhalaukika e lokottara, devono essere conosciuti o oggettivati dal cercatore5.

      Dicendo questo, si potrebbe pensare che tutti e tre gli stati siano realmente presenti. Per eliminare questo equivoco, viene enunciata questa Kārikā (MUGK IV.90):

      Le cose da rifiutare, realizzare, accettare e rendere inefficaci devono essere conosciute fin dall’inizio. Tra queste, le tre, ad eccezione di quella realizzabile, sono tradizionalmente ritenute solo fantasie derivanti dall’ignoranza.

      Questa Kārikā vuole affermare che:

      1. Si deve rifiutare (heyāni)
      2. Si deve realizzare (vijñeyāni)
      3. Si deve accettare (āvyāni)
      4. Si deve rendere inefficace (pākyāni).

      Queste quattro tecniche metodiche (sādhanā) sono usate qui per ottenere la conoscenza finale (parājñāna niṣṭhā). In principio devono essere messe in pratica solo come strumenti, ma non sono reali. Dopo essersi stabiliti nella vera natura del Sé, ci si renderà conto che il Sé è l’unica Realtà e tutto il resto sono solo strumenti. [Approfondiamo:]

      1) Qui si devono rifiutare i tre stati descritti come laukika, śuddhalaukika e lokottara, rispettivamente la veglia, il sogno e il sonno profondo. Il metodo per rifiutare questi stati è qui descritto. Queste tre nozioni di stati sono immaginate sul Sé a causa dell’ignoranza, proprio come il serpente, ecc., sulla corda. Secondo il commento di Śaṃkara al settimo mantra della Māṇḍūkya (MUSBh 7):

      Quando la corda è immaginata in vari modi come serpente, ecc., anche il Sé, sebbene uno, è immaginato nei tre stati qualificato da attributi come “è cosciente del mondo interno”, ecc. Allo stesso modo, quando insorge nel Sé la corretta conoscenza rifiutando gli attributi quali “è cosciente del mondo interno”, ecc., nello stesso istante avviene la cessazione dell’apparente mondo di sofferenza, e quindi non c’è bisogno di cercare altri mezzi di conoscenza o [di seguire] qualsiasi altra disciplina (come la costante meditazione) per la realizzazione di Turīya. È come ciò che accade nel caso della conoscenza della corda, quando l’eliminazione del serpente dalla corda avviene nel medesimo istante in cui si discrimina tra la corda e il serpente.

      Il significato di questa frase è che ogni volta che un particolare stato appare sul Sé annulla inevitabilmente l’esistenza di altri due. Si tratta, quindi, di false apparenze, proprio come il serpente, ecc., sulla corda. Bisogna rendersi conto che la natura della Coscienza, che è il proprio Essere reale, è un fattore costante di queste apparenze. Perciò si quindi discernere che il Sé è l’unica realtà e che gli stati sono false apparenze. Questo è il processo di rifiuto degli stati. Questo è il primo dei quattro punti elencati in precedenza.

      Qui, la parola usata per “(conosciuto) in successione” (MUGK IV.89) è krama. A rigore di termini, con krama non si vuole sottolineare il processo di una conoscenza successiva nel senso che prima si deve considerare lo stato di veglia, poi lo si deve integrare allo stato di sogno che, infine, deve essere integrato nel sonno profondo6. Questa disciplina non vuole essere intesa in questo senso, [di progressione o di avvicinamento] perché quando un cercatore intelligente inizia a determinare la natura di un particolare stato e osserva che: (a) l’intero stato è pervaso dalla natura della coscienza; (b) che l’intero fenomeno dello stato è illuminato dalla natura della coscienza; e, infine, (c) che lo stato non ha un’esistenza indipendente dalla natura della coscienza, proprio come le immagini del cinema non hanno un’esistenza indipendente dalla luce che le proietta, allora con questa semplice osservazione può falsificare la natura dello stato e realizzare che il Sé è sempre privo di questi stati e che, quindi, è Turīya.

      Prendendo come esempio Vaiśvānara, la vera natura del Sé, che appare come se fosse condizionato o circoscritto dallo stato di veglia, si può osservare che l’intero stato di veglia è pervaso e illuminato dal Sé, la cui natura è pura Coscienza. Non esiste un’esistenza indipendente di questo stato di veglia se non la Coscienza stessa; quindi è solo una falsa apparenza e il Sé è l’unica Realtà. In questo modo, quando lo stato di veglia è stato falsificato, dove sono i pensieri relativi al sogno e al sonno profondo?

      Inizialmente l’ego della veglia si colloca nei tre stati. L’ego della veglia presume che questo sia reale lo stato di veglia e che oltre a questo ci siano gli altri due stati [meno reali o non reali], del sogno e del sonno profondo. Lo stesso vale per l’ego durante il sogno. Quindi, allorché c’è nozione dell’ego si ritiene che quel particolare stato sia la vera veglia e che, oltre a questo, ci siano altri due stati. Quando lo stato di veglia viene falsificato, allora non ci sarà più bisogno di altri due stati. Si può quindi affermare che Vaiśvānara stesso è Turīya. Per lui non ci saranno altri stati da discriminare. Solo con questa pratica si sta nella vera natura di Turīya. Non c’è quindi alcuno sforzo o interesse per una qualche disciplina successiva o per un pensiero successivo. Sebbene questo sia vero per i discepoli particolarmente acuti, per gli altri che non sono altrettanto brillanti e che appartengono a un livello d’intelligenza media o inferiore, la śruti indica premurosamente la via come fosse un pensiero progressivo che riguarda le avasthā, annullando la presente avasthā in quella successiva, ossia la veglia nel sogno e il sogno nel sonno profondo. Perciò, in questo caso, la parola krama può essere conosciuta come è intesa in generale.

      2) Jñeya (l’oggetto conosciuto) parte da quattro tipi di presupposti: che esista, che non esista, che esista e non esista e che sia totalmente inesistente, cioè nullo. Si dovrebbe capire che la Realtà assoluta, che è la vera natura del Sé e che è chiamata Turīya, è al di là di tutti i presupposti sopra menzionati. A questo si riferisce la parola Jñeya, poiché nella Śvetāśvatara Upaniṣad (I.2) si dice che “devono essere conosciuti in funzione dell’Ātman”.

      3) Le qualità che il cercatore deve acquisire (āpya), sono tre: pāṇḍitya, bālya e mauna. Colui che ha rinunciato ai tre tipi di desideri7, deve acquisire quelle tre qualità. “Perciò il brāhmaṇa che ha completato pāṇḍitya deve soffermarsi sulla potenza (bālya) ricevuta con l’insegnamento; avendo acquisito queste due qualità, diventerà un Muni” (BU III.5.1). Qui pāṇḍitya significa ricevere l’Ātma pratyaya, cioè la coscienza di essere il Sé (Ātma vijñāna), grazie agli insegnamenti degli Śāstra per bocca del Guru. La parola bālya ha due significati: (a) secondo la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad appena citata, sulla base dell’Ātma pratyaya si dovrebbe falsificare l’intera apparenza del non sé (anātman); e (b) secondo il Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (III.4.50) ci si libera dall’orgoglio, dalla presunzione, ecc., [diventando puro come un bambino (bāla)]; quindi questa parola denota che non si dovrebbe ostentare inutilmente la propria conoscenza e le altre virtù. La parola mauna indica la consapevolezza senza sforzo della vera natura del Sé, chiamata Ātma cintana nisthā (coscienza finale d’essere l’Ātman). Queste tre qualifiche dovrebbero essere acquisite da un sādhaka. Questo è āpya.

      4) Il quarto è pākya, che significa ‘disattivazione’. Ad esempio, quando i chicchi di riso ecc. vengono bolliti e masticati, diventano inattivi e non oppongono resistenza alla digestione. Così anche le abitudini biasimevoli di antaḥkaraṇa, come l’attrazione (rāga), la repulsione (dveṣa), l’illusione (moha), ecc., che sono chiamate anche passioni (kaṣāya), devono essere rese inattive facendo affidamento sulla pratipakṣa bhāvanā (concetto opposto), che significa sottomettere i kaṣāya attraverso pensieri a loro contrapposti, come la rinuncia (vairāgya), ecc. Questa sādhanā dovrebbe essere osservata sia da un rinunciante (saṃnyāsin) sia da qualsiasi altro iniziato (sādhaka).

      Quindi, queste quattro sādhanā descritte sopra dovrebbero essere osservate da un sādhaka fin dall’inizio: (1) rifiutare le avasthā; (2) sapere che la Realtà assoluta è al di là di tutti gli oggetti conoscibili come Esistenza, ecc.; (3) acquisire le qualità di pāṇḍitya, bālya e mauna;(4) disattivare le inclinazioni mentali. Ciò è suggerito dalla parola agraṣāṇataḥ (fin dall’inizio); ma non bisogna pensare erroneamente che tutte queste cose siano reali, perché tranne Vijñeya (ciò che deve essere realizzato, vale a dire la vera natura del Sé, l’Ātman non duale, senza paura, Turīya), tutte le cose sopra elencate sono solo mezzi per realizzare la non-dualità. Questo è espresso nella Kārikā (IV.90) con la parola upalambhaḥ ‘che si deve capire’. La Realtà è solo il Brahman.

      “Come questo Ātman è ritenuto in possesso di una visione (coscienza) imperitura e auto-luminosa durante il sogno e la veglia, così lo è Prājña nello stato di sonno profondo. E come questo Ātman, grazie alla sua visione imperitura, eterna e immutabile, in sonno profondo trascende tutte le cause e i fattori dell’azione, così lo fa anche nel sogno e nella veglia. In altre parole, l’Ātman è, per natura, sempre la stessa Pura Coscienza in tutti e tre gli stati di veglia, sogno e sonno profondo”

      (Sūreśvara, Bṛhadāraṇyaka Vārtika, IV.3.1907-1908).

      Oṃ Tat Sat


      1. Nidrā od onnubilazione,qui sta per falsa conoscenza (mithyā jñānam) [N.d.C.].[↩]
      2. Gauḍapāda allude ai tre termini, laukika, śuddhalaukika, e lokottara della speculazione di Nāgārjuna, Bhāviveka e Candrakīrti, per lanciare una frecciata ai buddhisti e correggere i loro punti di vista sbagliati [N.d.C.].[↩]
      3. I sensi (jñānendriya) sono cinque perché ciascuno di essi percepisce uno dei cinque elementi. Perciò un sesto senso è impossibile. Spesso anche il manas è definito senso (indriya) in quanto coordinatore dei cinque sensi e delle cinque facoltà d’azione (karmandriya). In tal caso è definito undicesimo senso (ekādaśa indriya), non sesto senso [N.d.C.].[↩]
      4. “Quando, dopo l’acquisizione della conoscenza laukika e dopo che le cose conoscibili di tre tipi sono conosciute in successione, cioè prima gli oggetti laukika, poi, quando questi non sono presenti, quelli śuddhalaukika e, in assenza di questi, anche il lokottara. Infine, quando i tre stati sono eliminati e la Realtà assoluta, il Quarto, non duale, senza nascita e senza paura, è emersa spontaneamente, allora l’uomo di grande intelletto, il jñāni, realizza qui in questo mondo lo stato di essere il Tutto e di essere illuminato per sempre, poiché la sua realizzazione si riferisce a ciò che trascende l’intero universo.” (MUGK IV.89).[↩]
      5. Questa Kārikā elabora il metodo Advaita di realizzazione del Sé (Turīya) che consiste nell’osservazione e nell’unificazione delle intuizioni esperite dei tre stati.[↩]
      6. In altre parole, non si tratta di una via di realizzazione a tappe. Qui si vuole soltanto evidenziare che il metodo segue il processo di indagine logica tipico d’una normale azione mentale (mānasa kriyā) [N.d.C.].[↩]
      7. Il desiderio di avere figli (putraiṣaṇa), di raggiungere i cieli dopo la morte (lokaiṣaṇa)e di ottenerericchezze (vittaiṣaṇa).[↩]

      11. Avasthātraya Mīmāṃsā

        Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

        11. Avasthātraya Mīmāṃsā

        Versione commentata del Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya

        Māṇḍūkya Upaniṣad – Advaita Prakaraṇa

        Quando nel primo capitolo si stava trattando della natura di Oṃ, si è affermato con una semplice frase che il Sé è la negazione del mondo fenomenico, che è di buon auspicio e non duale. Inoltre, è stato detto che “la dualità cessa di esistere dopo la realizzazione” (MUGK I.18). A questo riguardo, il capitolo sulla non realtà (Vaitathya Prakaraṇa) ha stabilito la non esistenza della dualità ricorrendo all’analogia con il sogno, con la magia, con la città dei Gandharva in cielo, confutando la credenza sulla sua realtà che si basa sull’idea “che è percepita” e “che ha un inizio e una fine”, ecc. Ora ci si chiede: la non-dualità deve essere ammessa solo sulla base dell’autorità della śruti e della smṛti, o deve essere accettata anche su basi logiche? La risposta a tale domanda è che si è dimostrato che può essere conosciuta anche su basi logiche. Il capitolo dedicato alla non dualità (Advaita Prakaraṇa) si appresta a dimostrare come ciò sia possibile. Nel capitolo precedente si è arrivati alla conclusione che tutte le distinzioni, che comprendono l’oggetto di meditazione, la meditazione e tutto il resto, sono non reali e che il Sé assoluto, non duale, è la Realtà ultima; infatti:

        [Il primo capitolo, che contiene l’intera Upaniṣad, è per tale ragione intitolato ‘Trattato basato sul testo sacro’ (Āgama1 Prakaraṇa). Chi ha seguito la descrizione delle tre avasthā con attenzione e con mente aperta, si sarà reso conto che l’intera argomentazione dipende dalle affermazioni dei dodici mantra della Māṇḍūkya ampliati e commentanti da Gauḍapāda e Śaṃkara. Il fine di questa śruti è stato quello di insegnare che Oṃ è Brahman e che quel sacro nome e ciò che esso denomina, sono l’unica la Realtà indifferenziata (nirviśeṣam) non duale. Alla luce di questa impostazione metafisica, il Vaitathya Prakaraṇa espone l’assoluta non realtà dei tre stati di Coscienza dell’avasthātraya e della dualità in generale. In particolare, il secondo capitolo si è dedicato a demolire l’idea che il mondo molteplice sia reale, basata sulla credenza, tipica dell’ignorante (ajñāni), che la percezione sensoriale ne sia la prova inconfutabile2. Il terzo capitolo pone il problema se tale conoscenza debba obbligatoriamente dipendere dall’autorità delle sacre scritture. La risposta, come si vedrà, è negativa. Un individuo altamente qualificato intellettualmente, dotato di una mente pura, può arrivare alla conoscenza tramite la sola Intuizione (anubhava) e con l’ausilio della logica advitīya (śrauta tarka). Si tratta, ben inteso di personaggi rari, di casi limite; ma bastano questi esempi di Vāmadeva, Pippalāda, Janaka, Śrī Ramaṇa e altri ancora, per trasmettere il messaggio che l’ottenimento della verità non dipende dalla fede nelle scritture né dall’osservanza dei dogmi, ma dalla Coscienza di esistere (Ātma pratyaya), dal desiderio ardente di liberazione dall’ignoranza (mumukṣā), dalla propria capacità di intelligere (vijñāna), dal distacco (vairāgya), dalla purezza (śuddhadhi), dall’assenza di pregiudizio (asācīkṛta). La śruti e il guru sono di fatto indispensabili, ma sono pur tuttavia soltanto strumentali al Brahma vicāra.

        Il secondo Prakaraṇa si è concluso con la dimostrazione che ovunque ci sia distinzione tra soggetto e oggetto, tra meditante e meditato, tra conoscente e conosciuto, com’è richiesto dalle ingiunzioni della śruti e dell’insegnamento orale, quello è il dominio dell’anātman. Ora, l’Advaita Prakaraṇa si apre con la medesima dimostrazione tramite un percorso prevalentemente logico (tārkika yukti).]

        Gauḍapāda, Kārikā III.1

        Il devoto che si dedica alle pratiche di meditazione, si rivolge al Brahman nato. Prima della creazione tutto questo non era altro che il Brahman non-nato. Per questo motivo un uomo del genere è da compatire in quanto limitato.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.1

        L’upāsanā śritaḥ è un adoratore che si dedica alla meditazione e a pratiche devozionali quali strumenti per la sua liberazione, pensando: “Io sono un meditante e Brahman deve essere oggetto della mia meditazione. Anche se ora mi rivolgo al Brahman nato (jāta Brahman), attraverso la mia devozione per lui, dopo la caduta del mio corpo, raggiungerò il Brahman non-nato (aja Brahman). Prima della creazione di tutto questo, compreso me stesso, non esisteva che il Brahman senza nascita. Attraverso le mie pratiche di meditazione ritornerò a essere ciò che ero essenzialmente prima della mia nascita, anche se, dopo essere nato, ora esisto nel Brahman condizionato”. Il devoto (dharmaḥ) che si dedica a tali pratiche meditative, essendo solo un conoscitore del Brahman non-Supremo, per questo motivo, è considerato persona limitata e da compatire (BU III.8.10) da parte di coloro che hanno la visione del Brahman eterno e senza nascita. Questa è l’idea, in accordo con il seguente testo della Talavakāra Upaniṣad3: “Ciò che non può essere espresso dalla parola, ma che esprime la parola, sappiate che quello solo è Brahman, e non ciò su cui la gente medita come fosse un oggetto” (KeU I.5).

        [Upāsanā śrita è colui che è intento alla pratica della meditazione. Il termine meditazione, in questo contesto, può essere considerato sinonimo di adorazione (sevana, pūjā), perché questa, oltre a dichiarare la diversità di natura tra soggetto meditante e oggetto di meditazione, evidenzia anche la differenza di magnitudine tra la creatura adorante e il Creatore adorato. Meditante è, dunque, colui che mette in pratica tecniche metodiche con cui ambisce a raggiungere la liberazione. Convinto dall’adhyāsa di essere una creatura individuale, si rivolge adorante al suo Creatore, il Brahman nato (jāta), ovvero Īśvara-Hiraṇyagarbha. Jāta Brahman è il termine usato da Gauḍapāda4 per definire il kārya Brahman upaniṣadico, il Brahman-effetto, ovvero il Saguṇa o non-Supremo. Il meditante che sostiene questa teoria, considera che il Supremo Brahman (Parabrahman) assume la forma del jāta Brahman allorché decide di creare il mondo (jagat) e i differenti esseri (jīva). Perciò la creatura umana che agisce per mezzo dell’upāsanā, raggiunge il jāta Brahman durante l’esperienza del samādhi. Tuttavia, tale esperienza risulta soltanto sottile e appare transitoria5, perché l’upāsaka sta ancora vivendo nel corpo che appartiene alla creazione. Per questa ragione il meditante ritorna costantemente dal samādhi allostato di veglia. Secondo questo punto di vista, con la perdita del corpo (dehānta), ogni legame con il dominio della creazione verrebbe a cadere e l’anima ritornerebbe a essere com’era prima d’essere creata. La creatura, libera dal corpo mortale, s’identifica all’immortale Brahman. Tuttavia, quando non c’è più la creatura, allora non c’è più nemmeno il Creatore, la dualità sarebbe superata e tale unione o liberazione avverrebbe con il Supremo Brahman non-nato (aja). Questa sarebbe l’opinione sulla Liberazione di coloro che hanno la conoscenza del non-Supremo. Questa teoria che sottopone la metafisica (paramārtha), il Supremo Brahman, l’Ātman e la Liberazione al tempo (kāla), alle modificazioni (pariṇāma), ai rapporti di causa-effetto (kārya-kāraṇa sambandha) è considerata da Śaṃkara penosa e limitata. Infatti, chi considera che Brahman possa essere oggetto di meditazione ha un’idea aberrante della Liberazione: un oggetto per definizione è limitato e può essere descritto dalla parola (padārtha). L’Assoluto non può essere espresso dalla parola, poiché la parola è soltanto apparenza proiettata sull’Assoluto.]

        Gauḍapāda, Kārikā III.2

        Perciò tratterò di Quello che è libero da limitazioni, che non ha nascita e che è uno privo di parti; ascoltate come nulla nasca in alcun modo, anche se sembra nascere.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.2

        Poiché, non riuscendo a raggiungere il Sé senza nascita che è sia esterno sia interno6, per ignoranza si crede d’essere limitati e si pensa così: “Sono nato, esisto nel jāta Brahman, ma, ricorrendo alla meditazione su di esso, raggiungerò il Brahman (non-nato); quindi raggiungerò la liberazione dalla sofferenza.” In questo modo si crede d’essere nati limitati, ed è perciò che tratterò del Brahman non-nato e libero da limitazioni. Infatti quel (Brahman) nato è fonte d’ogni limitazione, come è affermato nelle śruti quali “dove uno vede un altro, sente un altro, conosce un altro. Questo è limitato, mortale e non reale” (ChU VII.24.1), e “Ogni modificazione è solo un gioco di parole (vācārambhaṇam), è solo un nome (nāma)” (ChU VI.4.1). Il suo opposto è Quello che non ha limiti, che “è insieme interno ed esterno e che perciò è il Brahman non-nato, libero dal prāna e dalla mente” (MuU II.1.2), chiamato Infinito, realizzando il quale cessa ogni errore causato dall’ignoranza. Tratterò, dunque, di Quello libero da ogni limitazione. Questa è l’idea. Quello è senza nascita (ajāti), in uno stato di totale omogeneità. Perché? Perché non è composto di parti. Si dice che tutto ciò che è composito cambia quando le sue parti subiscono una perdita di equilibrio. Ma poiché Quello è privo di parti, è omogeneo e quindi non può mutare per lo squilibrio prodotto da una sua qualche parte. Pertanto, è senza nascita e libero dalla limitazione. Ascoltate come, in nessun caso, qualsiasi cosa, per quanto piccola, non nasca, anche se, a causa della percezione dovuta all’ignoranza, sembra nascere come un serpente da una corda. Ascoltate come Brahman non nasca, come sempre rimanga non-nato. Questa è l’idea.

        La premessa era stata: “Tratterò di Quello che è libero da limitazioni, che non ha nascita”. Ora si produrranno la ragione e gli esempi per dimostrarlo”.

        [Questo commento di Śaṃkara è un continuo ribadire il medesimo concetto, segno che si tratta di un argomento chiave per il vicāra vedāntico. Si è limitati in quanto individui e, come tali, non si riconosce d’essere per propria natura l’Assoluto. Ovvero, il pensiero “io sono così e così” prevale sulla Realtà universalmente condivisa che “io esisto e sono cosciente”. L’individuo si trova nello stato della veglia a causa dell’ignoranza. Si trova nell’avasthā nascendo in essa, vi si ritrova svegliandosi ripetutamente in essa dal sogno e dal sonno profondo, e rinascendo a nuove vite. Si conosce erroneamente come limitato, ridotto a un corpo grossolano e alle sue componenti sottili, collocato nello spazio, in un periodo temporale, un jīva nel saṃsāra. Tutte queste limitazioni (upādhi) sono solamente proiezioni (adhyāsa) della mente ignorante che coprono la Realtà dell’Ātman e per questo sono chiamate anātman. Ognuno proietta una idea falsa (vikalpa) di se stesso a cui, però, s’identifica. Questa falsa conoscenza (mithyā jñāna) di se stesso fa credere che l’Ātman sia altro da Sé7. La mente, modificandosi nei cinque sensi, proietta contemporaneamente anche il mondo esterno. Così si distinguono illusoriamente il proprio mondo interno (ādhyātmika prapañca) dal mondo esterno (ādhidaivika prapañca). In questo modo l’ignoranza induce a credere di essere nato e che sia nato anche un mondo in cui ci si colloca. L’individuo e il mondo sono limitati, e sottoposti alla molteplicità del dominio della dualità, mentre l’Ātman, in quanto Assoluto, allora conosciuto come Brahman8, è uno e non duale. La mente si pone anche il quesito di quale rapporto intercorra tra l’Assoluto e il limitato e, seguendo le sue proprie regole di funzionamento, applica la relazione di causa ed effetto (kārya kāraṇa sambandha). Ma poiché l’Assoluto è eterno, mentre jagat e jīva sono transitori, la mente suppone che l’Assoluto si modifichi, che in qualche modo prenda forma, assuma attributi, in altre parole, che nasca come Creatore. Così il Brahman nato può dare origine al creato. Alcune correnti del pātañjala yoga affermano che ‘prima’ della creazione c’era solo il Brahman non-nato e ‘poi’, il Creatore e il creato coesistono, anche se Brahman in Sé rimane ‘in qualche modo’ l’Assoluto inalterato9. Il Brahman nato o Brahman effetto (kārya Brahman), è detto anche Brahman qualificato (saguṇa) ed è considerato colui che manifesta da se stesso la molteplicità per separazione10. In paragone con l’Assoluto è definito Brahman non-Supremo (Aparabrahman). Ma tutto ciò è solamente avidyā kalpita, immaginazione della mente ignorante. La verità è che non si è mai un individuo; si è sempre eternamente l’Ātman non duale, il quale è non-nato, ovvero eterno, e omogeneo, ovvero senza parti. Infatti solamente ciò che è composto di parti può modificarsi. Perciò l’idea di un Brahman nato, qualificato, principio di differenziazione e limitazione è soltanto una proiezione della mente ignorante, allo stesso modo in cui proietta se stessa come individuo e come mondo circostante. Il cambiamento, la modificazione, il divenire, l’azione sono perciò soltanto un pour parler privo di realtà. Perciò Gauḍapāda, Śaṃkara e tutti gli ācārya di Advaita Vedānta fino al giorno d’oggi trattano solo del Brahman non-nato. Nelle prossime Kārikā saranno esposte la ragione e gli esempi che dimostrano che il Brahman non-Supremo in realtà non è mai nato, essendo una proiezione dell’ignoranza della mente ignorante che così si immagina erroneamente l’Assoluto. E poiché in Brahman-nato è illusorio, esso non può aver creato o manifestato il mondo né i jīva. Perciò nessuna ‘parte’ del jāta Brahman, per quanto trascurabile, può mai essere nato da esso. Questa è la Realtà metafisica (pāramārthika sattā).]

        Gauḍapāda, Kārikā III.3

        Il Sé è onnipervadente come lo spazio (ākāśa) ma è descritto in forma di (molteplici) jīva, come gli spazi contenuti all’interno di vasi, ossia come oggetti compositi e differenziati (tra loro) dalle forme dei vasi, ecc. Questo è l’esempio portato per illustrare la loro nascita.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.3A

        Come l’Ātman, essendo sottilissimo, privo di parti e onnipervadente è paragonato proprio allo spazio, è considerato come esistente sotto forma di anime individuali contenute nei corpi ecc.; così allo stesso modo lo spazio è considerato come esistente sotto forma di spazi circoscritti in vasi. Oppure la spiegazione è: come lo spazio viene in esistenza sotto forma di spazi all’interno dei vasi, così anche il Sé supremo viene in esistenza sotto forma di anime individuali. L’idea implicita è che l’origine delle anime individuali dal Sé supremo, di cui si parla nelle Upaniṣad, sia paragonabile all’origine degli spazi in vasi dallo spazio supremo; ma, realmente non è affatto così. Come da quello stesso spazio hanno origine cose composite come i vasi ecc. così anche dal Sé supremo, paragonato allo spazio, hanno origine le cose composite come la terra ecc., i corpi e i sensi che costituiscono l’individuo, nascono tutti per immaginazione, come un serpente da una corda. Questa apparenza, affermata dalla frase “come un vaso”, ecc., è l’origine della forma di oggetti compositi. Quando, per far comprendere questo concetto a persone di scarso intelletto, la śruti fa riferimento alla nascita di creature ecc. dal Sé, allora la nascita viene data per scontata. Questo è l’esempio che è stato menzionato tramite l’analogia con lo spazio ecc.

        [Lo spazio è infinito, privo di parti e onnipervadente. Come tale è spesso usato per illustrare l’infinitezza, l’omogeneità e l’onnipervadenza del Brahmātman11. Tuttavia, apparentemente, lo spazio universale si frammenta quando è racchiuso in contenitori dalle diverse forme e dimensioni. Allora alcuni possono pensare che lo spazio contenuto in una giara sia diverso da quello contenuto in una brocca o in una stanza. Lo spazio universale, dunque si separerebbe e differenzierebbe assumendo la forma del contenitore. Si riconosce in questo esempio l’applicazione dei principi di separazione (rūpa) e di descrizione particolare (nāma) attraverso i quali la Māyā manifesta il mondo12. Śaṃkara riferisce di due teorie che hanno applicato questo esempio alla loro concezione del rapporto tra l’Ātman non duale e i molteplici jīvātman: la prima è quella dei sāṃkhya che sostengono la pluralità dei puruṣa (jīva). Essi sostengono che, come l’unico spazio esiste soltanto nelle forme che gli sono prestate dai vari contenitori, così l’Ātman esiste soltanto nelle forme dei singoli jīva. L’altra teoria è quella dello Yoga di Patañjali, che vuole che l’unico Ātman eterno e immutabile, assuma la forma dei jīva durante la manifestazione, come lo spazio omogeneo si frammenta e si differenzia allorché penetra nei contenitori. “Ma, in realtà, non è affatto così”, si tratta soltanto di apparenze. Che esistano molteplici spazi, differenziati tra loro, che esistano molteplici esseri individuali per forma e tra loro distinguibili per nome, “nascono tutti per immaginazione, come un serpente da una corda”. La śruti usa l’analogia tra lo spazio e l’Ātman per condurre le persone di scarso intelletto che credono alla realtà del mondo molteplice assieme alla Realtà dell’Assoluto, a capire come stiano davvero le cose: come lo spazio è sempre spazio anche se contenuto nei vasi, così l’Ātman è sempre Ātman anche se contenuto nei corpi, sensi, mente, ecc. Vero è che gli intelletti più scadenti non comprenderanno nemmeno questa evidente spiegazione, non essendo in grado di capire che perfino le pareti d’argilla dei vasi e i muri di mattone delle stanze appartengono allo spazio universale. Per essi ciò che separa è sempre reale. Di una realtà ‘relativa’, ma indubitabilmente (cioè assolutamente!) reale.]

        Gauḍapāda, Kārikā III.4

        Proprio come lo spazio contenuto all’interno dei vasi ecc. si fonde completamente al momento della distruzione dei vasi, così qui le anime individuali si dissolvono nel Sé.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.4

        Come gli spazi all’interno dei vasi ecc. che si formano alla creazione del vaso ecc. o come gli spazi all’interno dei vasi ecc. che scompaiono con la rottura del vaso ecc., allo stesso modo, le anime individuali nascono insieme alla creazione degli aggregati corporei, ecc. e si dissolvono poi nel Sé al momento del disfacimento di quegli aggregati. Ma questo è solo il loro punto di vista.

        La prossima Kārikā è una risposta a quei dualisti che dicono: “Se c’è un solo Sé in tutti i corpi, allora quando una delle anime subisce la nascita o la morte o gode della felicità, ecc., tutte le anime dovrebbero condividerla; inoltre, si produrrebbero confusioni (sāṃkarya) di azioni e dei loro risultati”.

        [Costoro considerano che l’anima prende forma individuale alla creazione del corpo e che poi, quando il corpo è lasciato e si corrompe, il jīva ritorna a dissolversi nell’Ātman, esattamente come lo spazio generale prende dimora all’interno di un vaso non appena modellato dal vasaio, diventando uno spazio particolare, per poi riunirsi al resto dello spazio allorché il contenitore si rompe.

        La prossima Kārikā confuta l’obiezione dei dualisti sāṃkhya che sostengono che se l’Ātman è sempre unico nei differenti e molteplici corpi, allora se qualcuno dovesse raggiungere il mokṣa tutti dovrebbero essere liberati. Così anche tutte le esperienze dovrebbero essere condivise, perciò la produzione dei frutti del karma da parte di una persona interferirebbe e si mescolerebbe alterando i destini degli altri]

        Gauḍapāda, Kārikā III.5

        Come tutti gli spazi contenuti negli altri vasi non s’annebbiano allorché uno solo viene contaminato da polvere, fumo o altro, così accade anche a tutti gli individui influenzati da felicità, ecc.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.5

        Come quando lo spazio contenuto in un vaso è inquinato dalla polvere, dal fumo o altro, non tutti gli spazi confinati nei vasi ecc. sono contaminati da quella polvere, da quel fumo ecc., esattamente allo stesso modo non tutti i jīva sono influenzati dalla felicità, ecc.

        Obiezione: Ma il Sé non è forse uno solo?

        Risposta: Proprio così. Non avete sentito che c’è un solo Sé che abita tutti gli aggregati di corpi e sensi, come lo spazio pervade tutti gli oggetti?

        Obiezione: Se il Sé è uno, sperimenterà felicità e dolore ovunque.

        Risposta: Questa obiezione non può essere sollevata dai sāṃkhya. Un seguace del Sāṃkhya non può porre la felicità, il dolore, ecc. nell’anima, in quanto dichiara che la gioia, l’infelicità, ecc. risiedono nell’intelletto. Inoltre, non c’è alcun motivo valido per immaginare che il Sé, che per natura è Coscienza, abbia una qualche molteplicità.

        Obiezione: In assenza di molteplicità, la teoria del Sāṃkhya, secondo cui Pradhāna agisce nei confronti degli altri (cioè i puruṣa, le anime coscienti) non avrebbe alcuna base su cui reggersi.

        Risposta: No, perché qualsiasi cosa attuata dal Pradhāna non può essere inseparabilmente connessa al Sé. Se qualsiasi risultato, sotto forma di schiavitù o di libertà, apportato dal Pradhāna, riguardasse le anime separatamente, allora la supposizione di un singolo Sé sarebbe in contrasto con la teoria sāṃkhya secondo cui il Pradhāna agisce in favore degli altri, e quindi sarebbe logico supporre una molteplicità di anime. Di fatto, però, i sāṃkhya non ammettono che qualsiasi risultato, sia esso schiavitù o libertà, ottenuto dal Pradhāna, risieda nel Puruṣa; al contrario, essi ritengono che i puruṣa siano privi di attributi e siano pura coscienza. Quindi la teoria secondo cui il Pradhāna agisce per gli altri deriva la sua validità dalla semplice presenza del Sé, e non dalla sua molteplicità. Pertanto, il fatto che il Pradhāna agisca per gli altri non può essere un motivo logico per dedurre l’esistenza di molti puruṣa. E i sāṃkhya non hanno altre prove per convalidare la loro teoria secondo cui ogni puruṣa è diverso da tutti gli altri. Se si ritiene che il Pradhāna stesso subisca la schiavitù o la liberazione in virtù della semplice presenza dell’Uno supremo e che il Signore diventi un’occasione per l’attività del Pradhāna per il solo fatto della sua Esistenza, che è come dire Pura Coscienza, e non in virtù di qualche qualità specifica, allora sostenere la molteplicità dei puruṣa contraddice il significato della śruti ed è il risultato dell’onnubilazione prodotta dall’ignoranza.

        Quanto all’opinione dei vaiśeṣika e di altri che affermano che il desiderio e il resto risiedono nell’anima, anch’essa è insostenibile; perché le impressioni delle esperienze passate (saṃskāra) che generano la memoria non possono rimanere inseparabilmente localizzate nel Sé, in quanto esso non è un “luogo”. E poiché secondo loro la memoria nasce da un contatto dell’ātman con la mente, non ci potrà essere una regola per l’insorgere dei ricordi; altrimenti ci sarebbe la possibilità che tutti i tipi di ricordi sorgano simultaneamente. Inoltre, gli ātman privi di tatto e di altri sensi, che appartengono a una categoria diversa non possono logicamente entrare in contatto con la mente ecc. Inoltre, anche se altri ci credono (i vaiśeṣika razionalisti o tārkika), non è un fatto che qualità come il colore o categorie come le azioni, il genere, la specie o l’inerenza possano sussistere indipendentemente dalle sostanze (dravya o ātman). Se fossero assolutamente diverse dalle sostanze, e se il desiderio ecc. fosse così separato dall’anima, queste qualità ecc. non avrebbero alcun rapporto ragionevole con la sostanza (né il desiderio ecc. avrebbe alcun rapporto con l’ātman).

        Obiezione: Non c’è contraddizione nel dire che le categorie che si associano fin dalla loro nascita possano avere un rapporto di inerenza.

        Risposta: Non è così; poiché il Sé eterno esiste prima degli stati d’animo effimeri come il desiderio, nessuna teoria dell’inerenza innata può essere logicamente proposta. Se, al contrario, si suppone che il desiderio e tutto il resto abbiano una relazione inseparabile con l’ātman fin dalla nascita, allora sorge la possibilità che diventino eterni come la qualità di vastità che l’ātman possiede (anche secondo i vaiśeṣika). E questa non è una posizione condivisibile, perché ciò porterà alla conclusione che l’ātman non ha possibilità di liberazione dalla schiavitù. Inoltre, se la relazione di inerenza è diversa dalla sostanza, allora si deve postulare un’altra relazione per la sua connessione con la sostanza, così come tale relazione (cioè congiunzione) è assunta nel caso di sostanza e qualità (dai vaiśeṣika).

        Obiezione: Essendo in verità l’inerenza una connessione eterna e inseparabile, non c’è bisogno di porre un’altra relazione per collegarla a una sostanza.

        Risposta: In questo caso, poiché le entità collegate dalla relazione di inerenza rimangono eternamente unite, non è possibile che siano separate. In alternativa, se le sostanze e il resto sono assolutamente separati, allora come le cose che possiedono l’attributo del tatto e quelle che non lo possiedono non possono entrare in contatto, così anche quelle sostanze ecc. non possono entrare in relazione (con categorie come relazione, qualità, ecc.) attraverso il possesso che è implicito nel sesto caso. Inoltre, se il Sé è in possesso di qualità come il desiderio, ecc. che sono soggette ad aumento e diminuzione, sarà esposto all’accusa di essere impermanente come i corpi e i frutti delle azioni. E saranno inevitabili gli altri due difetti, ossia il possesso di parti e il fatto di essere soggetto a mutazioni, proprio come i corpi, ecc. D’altra parte, se per analogia con il cielo, che sembra essere offuscato dalla polvere e dal fumo attribuitigli dall’ignoranza, si suppone che il Sé appaia possedere felicità e dolore generati da aggiunte limitanti (upādhi) come l’intelletto, che gli vengono sovrapposti dall’ignoranza, non rimane alcuna illogicità nel fatto che possieda in senso empirico, schiavitù, libertà ecc. Tutte le scuole di pensiero, infatti, pur ammettendo la realtà empirica come originata dall’ignoranza, ne negano la realtà assoluta. Pertanto, l’immaginazione della molteplicità degli ātman a cui ricorre il logico è del tutto errata.

        Si sta mostrando come, attraverso l’ignoranza, ci possa essere la possibilità, nello stesso Sé, di quella stessa varietà di azioni che diventa possibile con l’assunzione di una molteplicità di anime:

        [L’oppositore del Vedānta, un sāṃkhya, solleva il problema per cui, se l’Ātman è unico, esso sarebbe anche lo sperimentatore di gioia e dolore in tutti i corpi. A questa obiezione Śaṃkara risponde accusando l’oppositore di essere in contraddizione con la stessa dottrina del Sāṃkhya. Infatti Kapila afferma che i molteplici puruṣa (come preferisce chiamare l’Ātman)sono realtà pure (śuddha tattva), incontaminate dalle esperienze dovute alle modificazioni kārmika provocate dai guṇa. Perciò il Sāṃkhya è costretto ad attribuire ogni esperienza di piacere e sofferenza ecc. alla buddhi, all’ahaṃkāra, al manas e agli altri tattva, concedendo a tutti questi un certo grado di coscienza. Questa attribuzione, tuttavia, è del tutto abusiva poiché tutti i tattva prodotti per modificazione dal Pradhāna non cosciente, sono in realtà acit. Prakṛti e tutti i suoi tattva sono principi di azione promossa dai tre guṇa, ma sono privi di coscienza. Controbatte l’oppositore: “Se i puruṣa non fossero molteplici, ossia se l’Ātman fosse unico, sarebbe contraddetto il principio sāṃkhya per cui Pradhāna agisce in favore degli altri esseri (pārārthya). L’azione, infatti, può prodursi soltanto nel dominio della dualità”. Ciò è sbagliato perché anche l’attività di Pradhāna non può esercitarsi a prescindere dall’Ātman, l’unica Realtà. Perciò l’azione in favore della Liberazione dalla schiavitù non può esercitarsi se non risedendo nell’unico Puruṣa-Ātman non duale13. Schiavitù e Liberazione, perciò, non possono riguardare una molteplicità di puruṣa tutti coscienti e non qualificati (nirguṇa). Il fatto che il Pradhāna agisca in favore di altri non può essere una prova su cui basare la teoria dell’esistenza di molti puruṣa; e questa vorrebbe essere l’unica dimostrazione della pluralità dei puruṣa. Supporre che Pradhāna sia soggetto a schiavitù e che procuri la Liberazione per la sola influenza non agente del Puruṣa, che è Nirguṇa, è privo di senso. L’influenza non agente di cui parla il Sāṃkhya è esercitata necessariamente dal Brahman Saguṇa, perciò tutta questa speculazione è contraria alla śruti e frutto della più sciocca ignoranza. Se, invece, si volesse sostenere che la relazione di inerenza è diversa dalla sostanza, allora si dovrebbe postulare un’altra diversa relazione per connetterla alla sostanza, ricadendo nel difetto logico del regressus ad infinitum.

        I vaiśeṣika sostengono che il desiderio è intimamente associato agli ātman14. Ciò è palesemente falso, dato che i ricordi latenti delle esperienze fatte in vite anteriori, i saṃskāra, che sono semi del desiderio che spingono all’azione, non possono affatto essere localizzati nell’Ātman, che non è un ‘luogo’. I vaiśeṣika pensano anche che l’affioramento di questi ricordi è prodotto dall’associazione dell’ātman con la mente. Ma essendo questa associazione una inerenza di natura, non ci sarebbe alcuna regola per l’emergere dei desideri; oppure tutti i desideri potrebbero presentarsi simultaneamente, il che è contrario all’esperienza.

        Inoltre, i vaiśeṣika assieme ai logici (tārkika) sostengono che ci sono sei categorie (padārtha): la sostanza (dravya), che identificano con l’ātman individuale, la qualità (guṇa), l’azione (karma), il generale (sāmānya), il particolare (viśeṣa) e l’inerenza o associazione intima (samavāya), che esistono autonomamente le une dalle altre15. Tuttavia anche su quest’ultimo punto i vaiśeṣika sono in contraddizione. Infatti se gli ultimi cinque padārtha fossero davvero senza alcun contatto e autonomi dal primo, dall’ātman, essi non sarebbero né conoscibili né, tanto meno, esistenti.

        A questo punto l’oppositore vaiśeṣika può controbattere che i padārtha, per quanto del tutto autonomi dall’ātman, gli potrebbero essere intimamente inerenti fin dalla nascita. Ma anche questa obiezione è rifiutata. In tal caso i guṇa,quale il desiderio ecc., e gli altri padārtha sarebbero eterni, rendendo così impossibile per l’ātman la Liberazione dall’ignoranza. Se invece l’oppositore volesse sostenere che la relazione tra ātman e samavāya è diversa da quella intercorrente tra ātman e guṇa, il Vaiśeṣika dovrebbe inventarsi un altro tipo di relazione che non è affatto contemplata. Inoltre, poiché l’oppositore nega quest’ultimo suggerimento come superfluo, Śaṃkara ribadisce che una connessione eterna tra l’ātman e i padārtha contraddice la reciproca autonomia. Tuttavia, l’assoluta autonomia e separazione tra i padārtha è anche negata dal fatto che, trattando tale argomento, i vaiśeṣika usano il caso genitivo (il desiderio dell’ātman, l’associazione dell’ātman con…); questo dimostra che i padhārtha risultano essere attributi dell’ātman, e gli attributi non sono autonomi dalla sostanza a cui si riferiscono. Ma la difficoltà insuperabile è voler sostenere che l’ātman possieda qualità innate mutevoli, come piacere e dolore, che possono variare di intensità a seconda delle circostanze. In tal caso l’ātman sarebbe anch’esso mutevole e, quindi, non eterno. Oltre a soggiacere al mutamento, l’ātman sarebbe un aggregato, esattamente come il corpo, a conferma della sua non eternità.

        Tutte queste contraddittorie teorie basate su cavilli sofistici per sostenere assurdità sono spazzate via dalla cristallina dottrina advitīya: come lo spazio contenuto nel vaso in cui è racchiuso fumo, polvere o altro, per ignoranza appare contaminato, mentre non è affatto diverso e separato dallo spazio universale, così è anche per l’Ātman: le esperienze di piacere e dolore sono semplici prodotti di upādhi, quali i sensi, la mente, l’intelletto ecc. sovrapposti all’Ātman per ignoranza. Gli stessi pensieri di limitazione e liberazione appartengono al dominio empirico, sono irreali e non intaccano affatto la natura dell’Ātman, che rimane sempre eterna, pura, cosciente e libera (nitya, śuddha, buddha, mukta). Perciò la pluralità di ātman, considerati eterni o transitori, è soltanto una teoria aberrante dei sāṃkhya, vaiśeṣika e tārkika.

        In che misura si può accettare come ragionevole una realtà empirica prodotta da avidyā che fa dell’Ātman unico una pluralità?]

        Gauḍapāda, Kārikā III.6

        Sebbene le forme, le azioni e i nomi differiscano per la divisione (dello spazio creato dai vasi, ecc.), non c’è molteplicità nello spazio. Lo stesso vale per la conclusione definitiva riguardante gli esseri individuali.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.6

        Come nello stesso spazio c’è un’apparente differenza di dimensioni, come la piccolezza e la grandezza, rispetto agli spazi racchiusi da un vaso, da una brocca per l’acqua, da una casa, ecc. così c’è anche una differenza di funzioni, come quella di contenere qualcosa, portare dell’acqua, offrire riparo per dormire, ecc. e di nomi, come lo spazio in un vaso, lo spazio in una brocca per l’acqua, lo spazio in una casa, ecc.; ma tutte queste differenze non sono sicuramente reali e sono implicite nei rapporti convenzionali che coinvolgono le dimensioni ecc. create nello spazio. In realtà lo spazio non ha differenze, né ci può essere alcun rapporto empirico basato sulla molteplicità dello spazio, a meno che non si consideri l’utilità strumentale dei limiti aggiunti. Lo stesso vale anche per i jīva che prendono la forma di esseri individuali dai fattori condizionanti dei corpi e che sono paragonabili agli spazi racchiusi nei vasi. Questa conclusione definitiva è stata raggiunta dai jñāni dopo attendo esame. Perciò la percezione della natura di Ātman soggetto a dolore e ai risultati delle azioni è una creazione degli upādhi, ma non esiste dal punto di vista della Realtà assoluta. Questo è il senso.

        [Quando lo spazio non è osservato nella sua universalità omogenea, esso appare suddiviso in vari contenitori. Queste apparenze di spazi particolari assumono forme, dimensioni ecc., dei contenitori, che non appartengono allo spazio in quanto tale. Attribuisce una realtà empirica agli spazi particolari quell’ignorante che si fa coinvolgere nel vyavahāra in quanto fruitore (bhoktṛ) della loro utilità apparente (arthakāśin)16. Costui nella giara vedrà un recipiente per granaglie, nella brocca il contenitore d’acqua, una stanza come un riparo per riposare. Lo stesso vale per i jīva, considerati come ripartiti nei corpi degli individui con cui si relaziona l’ajñāni e a cui attribuisce funzioni e caratteristiche che lo riguardano in quanto bhoktṛ. Perciò la connessione dell’Ātman a piacere, dolore ecc. è solo una immaginazione della mente che non intacca affatto la sua vera natura.]

        Gauḍapāda, Kārikā III.7

        Come uno spazio all’interno di un vaso non è né un mutamento né una parte dello spazio, così un individuo non è mai un mutamento né una parte dell’Atman supremo.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.7

        Obiezione: In ogni caso, l’esperienza della differenza per quanto riguarda le forme, le azioni, ecc. rispetto a quegli spazi in un vaso, ecc. è basata su qualcosa di reale.

        Risposta: Ciò non corrisponde al vero, poiché lo spazio all’interno di un vaso non è una trasformazione dello spazio reale, nel senso che un pezzo di ornamento d’oro è oro, o la schiuma, le bolle, il ghiaccio, ecc. sono acqua; né è una parte, come ad esempio i rami di un albero. Come lo spazio in un vaso non è una trasformazione dello spazio, così allo stesso modo, com’è dimostrato nell’esempio, un essere individuale, che è paragonabile allo spazio all’interno di un vaso, non è mai né una trasformazione né una parte del Sé supremo, che è la suprema Realtà ed è paragonabile allo spazio infinito. Perciò le relazioni basate sulla molteplicità del Sé sono sicuramente false. Questa è l’idea.

        L’esperienza di nascita, morte, ecc. è una conseguenza della differenziazione tra gli individui creata dagli upādhi costituiti dai corpi ecc. Allo stesso modo, l’esperienza delle forme, delle azioni, ecc. è il risultato dell’idea di differenza che si prova riguardo agli spazi all’interno di un vaso, ecc.; pertanto, l’associazione dell’anima con le impurità come sofferenza e conseguenze delle azioni è causata solo da questo, ma non ha alcuna realtà. Per stabilire questo fatto con l’aiuto di un esempio, il testo prosegue:

        [L’obiettore realista insiste a sostenere che l’esperienza empirica della differenza e molteplicità degli oggetti corrisponde a una certa realtà. “Io la vedo e la uso, perciò è reale”: jñānendriya, karmendriya e mente collaborano a concepire l’illusione come realtà. Si tratta della concezione della ‘realtà relativa’ o ‘realtà minore’, così diffusa tra gli ignoranti. Costoro prudentemente non si chiedono in relazione a quale altra realtà essa sarebbe ‘relativa’ o ‘minore’. Infatti la risposta spazzerebbe via la loro sciocca credenza: dovrebbero rispondere “alla Realtà assoluta” che, essendo assoluta non può relazionarsi a nulla. La risposta è un no categorico. Lo spazio non muta di natura se considerato contenuto in vasi ecc., come l’oro rimane sempre oro anche se fuso in forme diverse e come l’acqua è sempre acqua anche come schiuma, onda o ghiaccio. Lo spazio è omogeneo e perciò non è fatto di parti come sono i rami per l’albero. Così il jīva non è mai una modificazione né una parte dell’Ātman. Perciò l’esperienza percettiva, quella utilitaria e la loro elaborazione concettuale per cui esiste una realtà empirica è solo illusione prodotta dall’ignoranza. La mente (antaḥkaraṇa) crea i concetti di forma, separazione, differenza, causa-effetto e, considerando la molteplicità apparente dei jīva nei diversi corpi, produce l’idea di nascita e di morte.]

        Gauḍapāda, Kārikā III.8

        Proprio come ai bambini il cielo pare oscurarsi a causa della sabbia e di altre velature, così a chi non discrimina anche il Sé pare modificarsi a causa delle impurità.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.8

        Come, nell’esperienza comune, ai bambini (bāla), cioè a coloro che non discriminano, il cielo pare oscurarsi di nuvole, polvere, fumo e altre velature, mentre che per i vivekin il cielo non si oscura mai, così per coloro che non riescono a discriminare il loro Sé interiore, perfino il Sé supremo, il loro conoscitore più intimo, si macchia delle impurità degli errori mentali e dei risultati delle azioni. Ciò non accade affatto a coloro che riescono a discriminare il Sé [dal non-sé]. Un deserto, infatti, non viene invaso da acqua, schiuma, onde, ecc. solo perché una creatura assetata glieli attribuisce erroneamente con la sua immaginazione. Allo stesso modo, il Sé non è macchiato dalle impurità della sofferenza ecc. che gli vengono attribuite dagli ignoranti. Questa è l’idea.

        La stessa idea viene rielaborata:

        [Chi non discrimina l’Ātman dall’anātman prende tutto ciò che si sovrappone alla Realtà come se fosse reale. È per questa ragione che crede che l’Ātman possa essere contaminato da errori mentali e dai risultati delle azioni. Ciò non accade al vivekin, che sa riconoscere la Realtà dopo aver rimosso l’ignoranza. Il deserto non diventa un lago d’acqua fresca e pura solo perché un assetato è ingannato dal miraggio. L’Ātman non è contaminato dal fatto che l’ignorante considera il mondo e i suoi apparenti contenuti, una realtà, seppure “minore”.]

        Gauḍapāda, Kārikā III.9

        Il Sé non è dissimile dallo spazio sia per quanto riguarda la sua morte e la sua nascita, sia per il suo andare e venire sia per la sua l’esistenza in tutti i corpi.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.9

        L’idea sottintesa è che si deve capire che, a proposito di nascita e morte ecc., il Sé in tutti i corpi è paragonabile allo spazio che è contenuto in un vaso, per quanto riguarda la sua origine, distruzione, andare, venire e sostare.

        [Quello che si deve capire è che il Sé, quando è considerato stare all’interno dei corpi, è del tutto paragonabile allo spazio universale che si suppone frammentato e racchiuso in vasi. Che nasca e che muoia, che trasmigri e che stazioni nel corpo per un certo tempo è un’immaginazione dovuta a conoscenza erronea.]

        Gauḍapāda, Kārikā III.10

        Gli aggregati dei corpi e dei sensi sono tutti proiettati come un sogno dalla Māyā del Sé. Che si tratti di superiorità o di uguaglianza tra tutti essi, non c’è alcun fondamento logico per dimostrare la loro esistenza.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.10

        Gli aggregati corporei ecc. che sono paragonati ai vasi ecc. sono come i corpi ecc. visti in sogno e come quelli evocati da un mago; e sono proiettati ed evocati da Māyā, dall’ignoranza del Sé: l’idea è che in realtà non esistono. Anche se ci può essere una superiorità degli aggregati corporei e sensori degli Dèi e degli altri rispetto a quelli delle bestie e degli altri; c’è, tuttavia, un’uguaglianza tra tutti poiché, per loro, non esiste alcun fondamento valido, alcuna possibilità, alcuna ragione che dimostri l’esistenza di tali oggetti. Quindi sono solamente creazioni dell’ignoranza e, in realtà, non esistono. Questo è il concetto.

        Ora ci si riferirà ai testi upaniṣadici che stabiliscono che la Realtà del Sé non-duale è dimostrata dalle prove apportate dai Veda:

        [Gli aggregati corporei, compresi sensi, mente e intelletto, fin qui paragonati a dei vasi, sono come i corpi che si hanno in stato di sogno, oppure come le fantasmagorie fatte apparire dall’illusionista. Ma, a differenza dell’ultimo esempio, non c’è nessun altro che produca l’illusione. Tutto è una proiezione della Māyā, della propria ignoranza del Sé. La Māyā non è altro da Sé, non è una potenza, un’arte, una sostanza produttrice di chimere. È la propria incapacità intellettuale di capire. I corpi dotati di tutte le componenti sottili dell’individualità possono essere considerati più o meno nobili: gli Dèi, i ṛṣi sapienti, gli yogin carichi di straordinarie siddhi, appaiono superiori agli esseri umani ordinari; anche tra gli uomini, saggi brāhmaṇa, potenti sovrani, ricchi mercanti appaiono superiori a umili servi e intoccabili impuri; e gli uomini appaiono tutti superiori ad animali, piante, demoni ottenebrati. Tuttavia, da un punto di vista assoluto sono tutti ugualmente falsi, non reali, non esistenti. Né esiste alcuna evidenza, dimostrazione e principio che possano provare l’esistenza di tali oggetti. Le false immaginazioni prodotte dall’ignoranza, in Realtà, non esistono affatto.]


        1. Āgama, il cui significato è quello di ‘avviamento alla via iniziatica’, popolarmente designa un genere testuale rivelato noto come Tantra. In questo modo si affianca alla śruti e alla smṛti come una terza categoria scritturale che, a differenza degli altri due, rappresenta una sorta di rivelazione segreta da parte degli Dèi a pochi eletti appartenenti all’umanità decadente del kaliyuga. Tuttavia, nell’Advaita Vedānta, Āgama è termine tecnico per indicare tutte le scritture comprendenti śruti e smṛti, perdendo così ogni caratteristica tantrica di ‘rivelazione divina’ di carattere esoterico, elargita gratuitamente in una determinata contingenza storica.[↩]
        2. Tale confutazione è quanto mai opportuna al giorno d’oggi, in cui gruppuscoli di ajñāni, che pretendono d’aver compiuto “studi tradizionali”, diffondono con sicumera la falsa idea che il mondo ‘manifestato’ sia reale; di una realtà ‘relativa’ o ‘minore’, ma comunque ‘reale’, in quanto lo si può percepire con i cinque jñānendriya. In questo modo spargono volutamente confusione tra i loro lettori presentando le teorie degli oppositori del Vedānta come fossero la dottrina di Gauḍapāda e di Śaṃkarācārya.[↩]
        3. Altro nome per indicare la Kena Upaniṣad.[↩]
        4. Nell’Īśa Upaniṣad, jāta (nato) è reso dal sinonimo sambhūti, nato-prodotto, proprio per definire Hiraṇyagarbha (ĪU, 12-13).[↩]
        5. In altre parole il savikalpa samādhi, in cui si hanno molteplici percezioni mentali avviene in uno stato di sogno forzato, mentre il nirvikalpa samādhi, esperienza priva di percezioni, avviene in un sonno profondo prodotto artificialmente con la prakriyā. In entrambi i casi, tuttavia, lo yogin è poi costretto a ritornare alla veglia ordinaria.[↩]
        6. Nella śruti l’Ātman-Testimone è detto essere sia esterno, in quanto Īśvara-Hiraṇyagarbha, Signore e Creatore del mondo, sia interno come antaryāmin, regolatore interno e abitante (puruṣa) della caverna del cuore (hṛdaya guhā). Tuttavia, è anche spesso affermato che l’Ātman non è né interno né esterno, per il fatto che ciò che è interno al corpo, sensi, mente ecc. (adhyātma prapañca), è dovuto alla falsa immaginazione (avidyā kalpita) di essere “così e così”; e anche che il mondo esterno (adhibhūta prapañca) è solo un’illusione prodotta dalla proiezione mentale della propria ignoranza (māyā). Da questo punto di vista si può affermare che la prima sovrapposizione (Ātma-anātma adhyāsa)rappresenta la nascita dell’idea erronea della mente individuale, mentre la seconda è la produzione della conoscenza errata (mithyā jñāna) che ci sia all’esterno un mondo reale.[↩]
        7. Si noti, anche in italiano, l’implicita contraddizione semantica, grammaticale, logica e gnoseologica di questa frase.[↩]
        8. La dualità agisce da separazione anche nella speculazione metafisica. Infatti l’Assoluto, quando è considerato pertinente al singolo soggetto è chiamato Ātman, mentre è chiamato Brahman quando lo si relaziona al mondo. Tuttavia i vicārin hanno piena consapevolezza che l’Assoluto è sempre e soltanto nirviśeṣam (indifferenziato) e che Ātman, Brahman, Oṃ sono soltanto sue denominazioni usate al fine di insegnare la Realtà.[↩]
        9. Questa è anche la posizione teologica dei monoteismi occidentali.[↩]
        10. Ciò richiede che il Brahman nato contenga al suo interno delle parti che lo compongono (“io esisto nel jāta Brahman”), considerate quali ‘possibilità di manifestazione’. I punti di vista creazionistico e quello emanazionistico, poi, sebbene in modi diversi, considerano che queste parti, a causa di uno squilibrio prodottosi nel saguṇa Brahman (per sua propria ‘volontà’, nello Yoga, o per cause meccaniche, nel Sāṃkhya), si riversino poi all’‘esterno’ del ‘Principio’ nella forma di ‘realtà manifestate’. È superfluo sottolineare che queste concezioni hanno dato origine a varie teorie pseudometafisiche presso gli esoteristi occidentali degli ultimi due secoli, anche in ragione dell’influenza culturale mai sopita del neoplatonismo.[↩]
        11. Ciò che distingue l’ākāśa dall’Assoluto è che è privo di Coscienza. Un altro elemento appartenente al vyavahāra che parimenti è usato per illustrare le medesime ‘caratteristiche’ del Brahman è il Prāṇa. A anche quest’ultimo è onnipervadente, infinito e privo di parti; inoltre è anche dotato di una apparenza di coscienza, assente nello spazio. In questo caso con Prāṇa s’intende Hiraṇyagarbha-Īśvara, il Creatore dell’universo (cfr. MUGKŚBh II.28). Tuttavia, come è spiegato nelle presenti Kārikā, Hiraṇyagarbha è il Brahman-nato, perciò una illusoria immaginazione della mente (mānasa kalpana) degli ignoranti.[↩]
        12. Si tenga sempre a mente che la Māyā altro non è se non la proiezione apparente ‘verso l’esterno’ dell’ignoranza della mente che crea il mondo. Ciò conferma l’assurdità logica e ontologica dell’idea di una ‘manifestazione informale’. Infatti, nella śruti l’unico uso del termine arūpin, informale,è impiegato per il Brahman Supremo.[↩]
        13. Per il Sāṃkhya, il contatto “per prossimità” tra Pradhāna e Puruṣa fa cadere quest’ultimo in schiavitù, ossia nella limitazione (bandha) e separatività (vyākṛti). Tuttavia, non appena Puruṣa conosce di essere di natura assolutamente libera, ottiene la Liberazione. Perciò per i sāṃkhya Prakṛti è la causa siadella schiavitù sia della Liberazione, mentre i puruṣa sono sempre pura Coscienza. Ogni attività di Pradhāna ha lo scopo esclusivo di produrre la Liberazione in favore dei puruṣa, permettendo così di realizzare la loro reale natura.[↩]
        14. C’è da tenere a mente che per i vaiśeṣika l’ātman è il jīva individuale, seppure considerato eterno in quanto sostanza. Questa è la ragione per la quale lo distinguiamo scrivendolo con la ā minuscola.[↩]
        15. Dravya, ossia l’ātman, ha nove attributi particolari (guṇa): l’intelletto (buddhi), il piacere (sukha), la sofferenza (duḥkha), il desiderio (icchā), la repulsione (dveṣa), l’impegno (prayatna), il merito (dharma), il demerito (adharma) e l’impressione latente (saṃskāra).[↩]
        16. Si deve sempre tenere a mente il processo di creazione del mondo esterno da parte della mente. Essa, oscuramente consapevole della propria imperfezione è spinta dall’ignoranza (avidyā) al desiderio (kāma) di compensare la sua natura difettosa. Il desiderio si rivolge verso il mondo esterno, creato appositamente sempre dalla Māyā (avidyā), per cercare di rendere “assoluta” la propria individualità (aham) appropriandosi (mamakāra) degli oggetti mondani. Il desiderio muove all’azione (karma) per raggiungere i risultati (karma phala) utili (artha) al fruitore (bhoktṛ). Avidyā, kāma, karma, karma phala, artha, bhoga: tutto questo è saṃsāra.[↩]

        19. La luce della Realtà

          Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

          19. La luce della Realtà

          129. Dire che non c’è Pura Coscienza è un sofisma

          Obiezione: Pura Coscienza significa una conoscenza senza alcuna qualità, senza soggetto e oggetto. È impossibile per tale conoscenza esistere perché nessuno ha mai visto un oggetto senza una conoscenza. Esistenza e conoscenza sono due parole che denotano una qualche relazione e non è possibile includere queste due solo nella conoscenza. Quando ha luogo una conoscenza, deve essere di un tipo particolare, considerato attributo di quella conoscenza. Se non gli si vuole dare un altro attributo, si deve almeno accettare che l’attributo dell’esistenza sia in essa. Quindi è una pura fantasia pensare che ci sia una conoscenza senza alcun attributo, soggetto, oggetto, divisione o altra differenza.

          Risposta: l’esperienza del sonno profondo è sufficiente per capire che questa logica è dovuta al pregiudizio della veglia. Quando si ha l’esperienza di Pura Coscienza nel sonno profondo, negarla con un sofisma è irragionevole. Anche negli stati come la transe [samādhi], coma e svenimento c’è un’esperienza di Pura Coscienza. Se si chiede a chi si sveglia da quegli stati, di spiegare la sua esperienza, risponderà di non aver conosciuto nulla come in sonno profondo. Quegli stati non sono sperimentati da tutti, ma solo da alcuni. Al contrario, l’esame del sonno profondo, comune a tutti, è sufficiente al nostro scopo.

          Se esaminiamo l’esperienza del sonno profondo, capiremo che lì c’era solo un nirvikalpaka anubhava, una esperienza priva di emozioni, senza oggetto e divisione. Questo è ciò che noi chiamiamo Pura Coscienza. Non è corretto respingere solo con la logica quello che è fermamente basato sull’esperienza. Riguardo al dubbio di non avere mai visto la Pura Coscienza da nessuna parte, affermiamo che questo capita a chi non capisce che cos’è la Pura Coscienza, perché essa non è un oggetto che possa essere visto. La conoscenza che abbiamo di qualcosa non è Pura Coscienza. È Pura Coscienza il Sākṣin che illumina e testimonia sia la veglia sia il sogno. Come si è affermato nel precedente capitolo, veglia e sogno sono apparenze che sorgono e scompaiono nella Pura Coscienza. Questa verità è solo Pura Coscienza. Se la Pura Coscienza è tutto e la fine di tutto, cosa c’è di sbagliato nel non vederla come un oggetto? Questo prova forse che la Pura Coscienza, che è la nostra vera natura, non esiste affatto? Tenendo a mente che la Pura Coscienza non è un oggetto, errori come questo non devono accadere. Se la Pura Coscienza non è un oggetto non la si deve neppure intendere come soggetto; perché dove non c’è oggetto che senso ha che ci sia un soggetto? La Pura Coscienza appare in veglia e in sogno come Testimone (Sākṣin) e testimoniato (sākṣya), pur rimanendo nella sua natura essenziale. Ma in sonno profondo non c’è neppure la falsa apparenza del Testimone e del testimoniato. Questa Pura Coscienza è comunemente chiamata sonno profondo.

          130. La Pura Coscienza non è né mutevole né immutabile né è distinta per qualità, numero e forma

          L’Ātman è libero da ogni distinzione (vikalpa) di tempo, spazio, causa, io, tu, soggetto, oggetto ecc., e ciò implica che non è né mutevole (savikāra) né immutabile (nirvikāra). Perché non è mutevole? Perché sembra mutevole a coloro che pensano che il sonno profondo sia uno stato dove c’è solo Pura Coscienza senza alcuna divisione tra soggetto e oggetto e che, negli stati di veglia e di sogno, si modifichi in soggetto e oggetto. Ma il Sākṣin che testimonia tutti e tre gli stati è immutabile. Ora poniamo una domanda a coloro che pensano sia mutevole. Cosa intendete quando dite che la Pura Coscienza che è libera da tempo e spazio, ma che è la loro Realtà, è sottomessa a cambiamento? Come si modifica se non ha parti o divisioni? Di fatto, la Pura Coscienza soltanto appare come sonno profondo, sogno e veglia e non si modifica in essi, perché non c’è alcuna ragione interna né fattore esterno che possa causarle un cambiamento. Per meglio dire, è priva di tutti e tre i generi di differenze: vijātīya bheda (la differenza tra gli appartenenti a due categorie differenti); sajātīya bheda (la differenza tra gli appartenenti a una medesima categoria); e svagata bheda (la differenza che si trova fra le parti di un singolo appartenente a una categoria). È impossibile immaginare che tale indivisibile Coscienza sia mutevole.

          Possiamo chiamarla immutabile, dato che nessun cambiamento è possibile nella Pura Coscienza? Dapprima cerchiamo di capire il significato della parola immutabile. Generalmente si usa l’espressione ‘senza cambiamento’ per riferirsi a cose che esistono nel tempo, ma che non sembrano cambiare o decadere con il passare del tempo. Per esempio quando diciamo ‘se ben conservata una banana può rimanere fresca anche per un mese’, sebbene ci siano alcuni cambiamenti invisibili interni o esterni, la definiamo fresca o senza cambiamenti nel senso che non è ancora marcita. La Pura Coscienza non è immutabile in questo senso, perché non c’è alcuna ragione esterna o interna che possa causarle un cambiamento. La Pura Coscienza illumina l’intero mondo di oggetti a cui appartiene questa divisione di cambiamento e di non cambiamento. Osservando con attenzione il cambiamento, la causa dei cambiamenti, come il tempo ecc., in breve l’intera moltitudine di oggetti, tutti sono soltanto in questa Pura Coscienza non duale. Le parole mutevole e immutabile valgono per gli oggetti, ma non per la Pura Coscienza. Le proprietà degli oggetti come uno (eka) e molti (aneka), forma (sākāra) e senza forma (nirākāra), con attributi (saguṇa), senza attributi (nirguṇa), non possono essere attribuite alla Pura Coscienza, e neppure la dicotomia di soggetto-oggetto.

          131. Dubbi sull’ignoranza della Pura Coscienza

          Si chiama sonno il non conoscere la Pura Esistenza. In questa affermazione ci sono i seguenti due punti: tutto ciò che esiste è solo Pura Coscienza, ma la gente non la conosce. Il secondo punto è che, non conoscendola correttamente, la si considera erroneamente sonno. Qual è la ragione di questi due punti? La non conoscenza (§ 133) e l’errata conoscenza (§ 132). Oltre a ciò che si è detto nel § 128, ci sono sei dubbi riguardanti l’ignoranza.

          1. Che cosa s’intende con conoscenza corretta della Pura Coscienza?
          2. Qual è la causa del non conoscere la Pura Coscienza (§ 133)?
          3. Solo perché la gente non la conosce, perché la dovrebbe concepire erroneamente? Qual è la causa di ciò (§ 134)?
          4. Come la si può conoscere correttamente (§ 135)?
          5. Se la Pura Coscienza dovesse essere conosciuta, diventerebbe un oggetto di conoscenza. Ciò contraddirebbe il fatto che la Pura Coscienza non è un oggetto. Sostenendo il punto di vista per cui la Pura Coscienza conosce tutto, quando si dice che essa deve essere conosciuta, non si è in contraddizione con la precedente affermazione (§ 135)?
          6. Anche se si volesse ammettere in qualche modo la conoscibilità della Pura Coscienza, come si può concludere che è la conoscenza ultima e che questa non sarà negata da un’altra conoscenza (§ 136)?

          Se non si risponde a queste domande, ciò che è stato detto prima, ossia che la Pura Coscienza è pensata come sonno profondo, sarebbe senza senso.

          132. Varie forme di ignoranza

          Risposta al primo dubbio: non conoscenza (ajñāna) ed errata conoscenza (mithyā jñāna) sono chiamate entrambe avidyā in sanscrito. L’incertezza espressa con ‘può essere’, ‘può non essere’ è, invece, chiamata dubbio (saṃśaya). Dire ‘può essere’ è una probabilità (sambhāvanā); dire ‘può non essere’ è una improbabilità (asambhāvanā). Queste sono le varianti della non conoscenza. Un’idea sbagliata, detta viparīta bhāvana, è anch’essa una forma di non comprensione.

          Ciò che è un’istintiva non comprensione è anche errata comprensione, perché non sono diverse tra loro dato che sono causa ed effetto in senso figurato e non reale (BV I.4.3086).

          La presenza del dubbio implica una non comprensione; allo stesso modo, la presenza di errata conoscenza implica la stessa cosa. Così, quando si deve stabilire la radice di entrambe, la si dovrebbe dire non comprensione (BV I.4.440).

          Quindi si dovrebbe esaminare per prima cosa l’avidyā della non comprensione (agrahana). Questa avidyā, della categoria della non conoscenza, è ben nota e riguarda gli oggetti esterni. Per esempio, quando eravamo bambini non conoscevamo molte cose e, crescendo, ne abbiamo conosciute sempre di più. Gli scienziati, gli studiosi e gli artisti conoscono più di altri. Tuttavia, non è un’esagerazione dire che ci sono più cose sconosciute che conosciute. C’è un famoso detto a questo riguardo:

          I libri di conoscenza sono molti e la conoscenza che deve essere appresa è molto vasta; ma la nostra vita è breve e gli ostacoli sulla via sono troppi. Quindi si dovrebbe conoscere l’essenza di tutta la conoscenza come il cigno che estrae solo il latte scartando l’acqua (Bartṛhari, Nitiśatakam).

          Queste sagge parole non sono solo un insegnamento morale, ma anche l’affermazione del fatto che ciò che l’uomo non conosce è illimitato.

          Alcuni punti di quello che gli eruditi conoscono non sono spiegati logicamente. Cercano di capire la verità di cose come la materia, la mente, l’energia, la coscienza, il tempo, lo spazio, la causa ecc., ma non ci riescono. Quindi hanno cercato di costruire le loro conoscenze specialistiche prendendo per certo il modo in cui tali cose appaiono alla loro esperienza di vita empirica. Questa è avidyā in quanto non conoscenza degli oggetti. Similmente, i pensatori hanno indagato a lungo per capire che cosa sia la Pura Coscienza, ma non sono arrivati ad alcuna conclusione. Alcuni dicono che non esiste affatto. Altri sostengono che senza considerare la natura specifica di ‘la mia conoscenza’, ‘la tua conoscenza’ o ‘tale conoscenza’, quando si capisce la conoscenza in senso generale, quella è la Pura Coscienza. Allo stesso modo, coloro che senza conoscerla la immaginano in vari modi, non l’hanno capita. Questa è l’avidyā di non conoscere l’Ātman. La non conoscenza o assenza di conoscenza (agrahanam) è il nostro stato mentale nella veglia.

          Discutiamo ora su mithyā jñānam, cioè l’errata conoscenza o falsa conoscenza. È ben risaputo da tutti che c’è un’ignoranza degli oggetti esterni. Per esempio, comunemente scambiamo una corda per un serpente, una conchiglia per argento o l’allume per zucchero. Sebbene la mente percepisca le sensazioni di suono, colore ecc. che arrivano tramite gli organi di senso, la conoscenza dell’oggetto non avviene finché l’intelletto non organizza tali sensazioni in un’immagine e constata che l’oggetto è ‘così e così’. Per esempio, l’intelletto che sa che un mango deve essere di tal colore, gusto e tatto, lo riconosce non appena lo vede da una certa distanza. Ma talvolta confonde un mango di plastica con un mango reale. Duryodhana, guardando il palazzo di Yudhiṣṭhira, prese una porta per un muro e un muro per una porta, il pavimento per acqua e acqua per pavimento1. Tutti questi sono casi di comprensione errata. Talvolta vediamo la luna doppia o molteplice, a causa di un difetto dell’occhio. Questi errori sono solo conoscenze errate di oggetti esterni. Allo stesso modo, non conoscendo la Pura Coscienza, in modo istintivo la gente la considera erroneamente come veglia o sogno. Non conoscere (agrahana) laPura Coscienza è sonno profondo. Questa può essere chiamata ignoranza causale (kāraṇa avidyā). Concepire anche la Pura Coscienza come io e tu, vero e falso, costituisce l’apparenza della veglia e del sogno; questo è prodotto dell’ignoranza (kārya avidyā). Così afferma Gauḍapāda:

          Veglia e sogno sono detti limitati da causa ed effetto in quanto non comprensione e comprensione errata. Ma il sonno profondo, prājña, è limitato dalla causa (cioè solo dalla non conoscenza). Tuttavia, nessuna di esse è in Turīya (MUGKŚBh I.11).

          Non conoscere (la verità) come mera assenza [in sonno profondo], non può causare alcun male; ma, quando la stessa assume la forma di non comprensione [in veglia e in sogno], causa mali senza fine. La Realtà, cioè la Pura Esistenza-Coscienza, non ha alcuna divisione. Distinguere in essa me e il resto, pensare che il mondo esterno sia sempre esistente, pensare di essere un piccolo essere che vive in esso per un breve tempo, attribuirsi la natura degli oggetti e sovrapporsi le proprietà degli oggetti (nascita, crescita, decadenza e morte), sono tutti contributi dell’erronea conoscenza, prodotti dell’ignoranza (kārya avidyā). I Vedāntin chiamano tutto questo adhyāsa, sovrapposizione. Questa conoscenza erronea è solo una proprietà della mente (antaḥkaraṇa).

          133. Non c’è alcuna causa per l’ignoranza causale

          Risposta al secondo dubbio: qual è la ragione per cui non si conosce la Pura Coscienza? Questa domanda implica che ci dovrebbe essere una qualche causa per l’ignoranza di qualcosa; ma ciò non accade nella vita, perché l’ignoranza è innata; la conoscenza si ottiene con l’osservazione di Sé e con gli insegnamenti di altri. Questo è comunemente accettato dagli esperti di tutti i rami del sapere: ogni esperto si preoccupa di insegnare la sua propria materia, ma nessuno si pone il problema di perché la gente non la conosca. Allo stesso modo è normale aspettarsi che il Vedānta riveli la verità, ma non è ragionevole che spieghi la causa della non conoscenza della verità. È giusto accettare che quest’ignoranza sia naturale come qualsiasi altra ignoranza. Inoltre, chi non conosce il Brahman non si chiederà mai qual è la causa della propria ignoranza.

          Obiezione: perché no? Se io sono Pura Coscienza nella mia natura, sorge naturalmente la domanda del perché ci sia assenza di conoscenza nella mia natura.

          Risposta: la persona che s’identifica con la mente è detta ignorante e l’identificazione avviene solo nello stato di veglia. Perciò la veglia, con il suo punto di vista, è ignoranza. Quando c’è ignoranza, una persona non ha nessuna conoscenza di essere Pura Coscienza. Nello stato d’ignoranza la persona sempre pensa che il suo stato sia naturale e non acquisito o estraneo o temporaneo. Perciò la conoscenza di poter essere Pura Coscienza non è né immaginabile e neppure sospettata. Anzi, la conoscenza erronea di essere il possessore del corpo sembra essere la giusta conoscenza. Quindi non c’è motivo per tale domanda. E, ancora, quando una persona esamina i tre stati secondo il metodo vedāntico, capirà che è sempre Pura Coscienza nella sua natura, e che non c’è mai stata alcuna ignoranza in nessun tempo. Sūreśvara dice:

          Con l’insorgere della conoscenza di sé si constata che non c’è mai stata alcuna avidyā né prima né ora né in futuro (Sambandha Vārttika, 183).

          Quindi, dopo l’insorgere della conoscenza, nessuno porrebbe tale domanda e la domanda sulla causa di avidyā è soltanto un sofisma. Alcuni vedāntin posteriori, che sono più orientati a spiegare con la logica piuttosto che con l’esperienza, sostengono che c’è una anādi āvaraṇa, cioè un velo senza inizio, a causa della mūlāvidyā, che ricopre l’Ātman. Da ciò sorge l’ignoranza della non conoscenza, della conoscenza errata e anche del mondo. Essendo questa presente in tutti e tre gli stati, può andar via solo dopo l’insorgere della conoscenza. Essi solo speculano su questa ipotetica mūlāvidyā. L’argomentazione che portano a difesa della loro ipotesi è che il mondo intorno a noi consiste di conoscenza reale di oggetti reali. Tale mondo reale necessita di una causa reale, senza la quale tale mondo di oggetti reali o sostanziali non può nascere e apparire. Per esempio, il serpente che appare sulla corda, non sarebbe una mera fantasia, ma qualcosa che appare realmente e causa paura. Deve essere nato realmente per apparire e influire su di noi. Un serpente reale non può nascere senza una causa reale che esista prima di esso.

          Commento al loro punto di vista: le loro ipotesi e argomentazioni sono sbagliate. Il mondo non è un’altra entità nata ed esistente assieme a Brahman, ma solo una forma di errata conoscenza di Brahman, quindi non necessita di alcuna causa.

          1. Se il mondo comprende cose reali e irreali, non è corretto prenderlo come comprensivo solo di cose reali; su questa base è sbagliato argomentare che ci debba essere una causa reale.
          2. Dato che tempo e spazio, causa ed effetto appaiono solo con il mondo, cercare un’altra causa preesistente al mondo è contrario a qualsiasi obiettività (ativāda). Essi anche dicono che questa mūlāvidyā esiste nella veglia e nel sogno e, dato che la serie temporale è differente per ogni stato, qui sorge la domanda a quale di queste serie temporali questa ignoranza causale (kāraṇa avidyā) appartenga. A ciò non sanno dare alcuna risposta.
          3. Proprio l’errata comprensione dovuta alla non conoscenza del Brahman è la base della relazione causa-effetto. Perfino parlare di una causa è solo un’idea errata e prova che non hanno alcuna idea di cosa sia la relazione causa-effetto.
          4. I nomi e le forme immaginate dall’ignoranza nell’Ātman appaiono solo nell’Ātman finché non sono rimosse dalla conoscenza della Realtà. L’ignorante immagina anche che questi nomi e forme rimangano nascosti o in forma potenziale nel sonno profondo, come pure nella dissoluzione del mondo.

          Questo seme potenziale di nomi e di forme è chiamato in vari modi nella śruti e nelle smṛti come māyā, seme, potenza o prakṛti (BSŚBh II.1.14).

          Non conoscendo tale segreto, alcuni vedāntin post-śaṃkariani chiamano questa ignoranza mūlāvidyā,ignoranza causale. Tuttavia, l’equazione di māyā con avidyā non si trova da nessuna parte nel Bhāṣya.

          1. Mūlāvidyā è soltanto un’ipotesi che non si accorda né con l’esperienza né con la ragione. Questo ostacolo alla verità è discusso dettagliatamente nel testo sanscrito Mūlāvidyā Nirāsā o Śaṃkara Hṛdaya e nel suo abrégé intitolato Śaṃkara Siddhānta2 di Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī Mahārāja.

          134. L’ignoranza della Realtà è innata

          Risposta al terzo dubbio, che dice: solo perché non conosciamo la Realtà, perché dovremmo conoscerla erroneamente? Non conosciamo molte cose, ma questo non vuol dire che le abbiamo conosciute erroneamente. Semplicemente diciamo: ‘Non le conosco’. Nel caso della Pura Coscienza, solo per il fatto di non conoscerla, perché dovremmo vederla come il mondo di conoscenze diverse e dei loro vari oggetti?

          Risposta

          1. Non c’è alcuna causa, perché la falsa conoscenza della Realtà è tanto istintiva quanto la sua non conoscenza. Quando diciamo che l’errata conoscenza è dovuta alla non conoscenza, non intendiamo che essa sia causata dalla non conoscenza o che l’una segua l’altra nel tempo. Intendiamo solo dire che quando non si conosce c’è un’errata conoscenza che, per coloro che conoscono veramente, non c’è affatto. È solo in questo senso che chiamiamo causa l’ignoranza e suo effetto la conoscenza errata. Per esempio, quando diciamo che il latte, essendo un liquido, assume la forma del contenitore, non intendiamo, nel senso di causa-effetto, che la liquidità del latte venga prima e che la sua natura di assumere la forma del contenitore venga dopo. Similmente, quando diciamo che una errata o falsa conoscenza è dovuta alla non conoscenza, intendiamo solo dire che fra le due forme di ignoranza non c’è una relazione di causa-effetto (nimitta–naimittika). Cioè la non conoscenza è un contesto, un’occasione o condizione in cui lì avviene la falsa conoscenza. Tuttavia, ciò non significa che ogni qual volta c’è non conoscenza ci debba essere necessariamente anche un’errata conoscenza; perché in sonno profondo non c’è conoscenza della Realtà, ma non c’è falsa conoscenza di essa. Ciò è detto solo dal punto di vista sbagliato della veglia, in cui la falsa conoscenza va sempre assieme alla non conoscenza. Perciò, entrambe le forme d’ignoranza sono istintivamente presenti lì e, quindi, una non è veramente la causa dell’altra.
          2. Per la natura particolare della mente, la gente guarda ed esamina le cose solo dal punto di vista della veglia. Per costoro la Realtà non esiste mai e in essa soltanto appaiono differenze e divisioni. Questa è avidyā; ma c’è una differenza tra l’ignoranza degli oggetti esterni e quella dell’Ātman-Pura Coscienza. L’ignoranza degli oggetti esterni esiste nel tempo e scompare a un certo punto del tempo. Quando l’ignoranza degli oggetti esterni è distrutta dalla conoscenza esterna prodotta dai pramāṇa, la conoscenza che insorge è: «Finora non lo conoscevo, ora lo conosco». Il che prova che il tempo limita la natura dell’ignoranza.
            La nozione dell’io, ossia dell’individualità, che è la base per la conoscenza di tutti gli oggetti esterni, è essa stessa una falsa conoscenza dovuta alla non conoscenza dell’Ātman. Questa ignoranza, diversamente da quella precedente, soggiace a tutta la nostra vita empirica, quindi non è legata al tempo, è senza inizio e senza fine. Perciò conosciamo l’Ātman attraverso la nostra esperienza diretta, che include tutta la vita empirica, tempo compreso. Quandoè intuito, questa ignoranza non è distrutta come la precedente, ma si capisce che essa non è mai esistita. La stessa mente ha anche un’altra natura. Se guarda del punto di vista dell’esperienza universale che è nei tre stati, capisce la Realtà correttamente come Pura Esistenza e Coscienza, e l’ignoranza scompare. Questa conoscenza è vidyā.
          3. Dato che spazio, tempo, condizioni ecc. compaiono solo dal punto di vista dell’ignoranza, anche la relazione causa-effetto ricade solo nella conoscenza errata. Quando ci interroghiamo sulla causa dell’ignoranza, stiamo cercando di rendere avidyā qualcosa di differente da noi. Ciò è impossibile, perché per porre questa domanda si deve considerare la mente (antaḥkaraṇa) come se stessi, il che è avidyā. Quando si capisce di essere liberi dall’identificazione con la mente dopo l’insorgere della conoscenza, neanche allora si può porre questa domanda, perché in assenza dell’ignoranza non esiste alcuna relazione di causa-effetto. Perciò cercare la causa dell’ignoranza è un’aberrazione della logica o della mente.
          1. Il palazzo di Yudhiṣṭhira era stato adornato da Viśvamitra con dipinti trompe-l’oeil [N.d.C.].[↩]
          2. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, L’autentica dottrina di Śaṃkara sull’ignoranza. Avidyā Śaṃkara Siddhānta, traduzione italiana di Maitreyī, Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019; https://vedavyasamandala.com/testi/tradizione-hindu/vedanta/[↩]

          8. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

            Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

            8. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

            Agama Prakaraṇa

            Mantra 4

            Svapna sthāna antaḥprājñaḥ saptāṅga ekonaviṃśati mukhaḥ pravivikta bhukta ijaso dvitīyaḥ pādaḥ ǁ
            Il secondo pāda è Taijasa, il cui dominio è lo stato di sogno (svapna sthāna), in cui la Coscienza è rivolta agli oggetti interni. Possiede sette membra e diciannove bocche e fruisce degli oggetti sottili.

            Quando scambiamo la corda per un serpente, prendiamo erroneamente un saviśeṣam per un altro saviśeṣam; ma quando facciamo l’errore deho’ham (io sono il corpo), allora prendiamo erroneamente il nirviśeṣam per saviśeṣam. Questa è la differenza tra rajju sarpa adhyāsa (sovrapposizione del serpente sulla corda) e ātmānātma adhyāsa (sovrapposizione dell’anātman sull’Ātman). Si tenga bene a mente questo, cioè che è il nirviśeṣam visto come il vegliante e l’universo di veglia. È il nirviśeṣam che appare così, ovvero ci si ritrova a percepire il nirviśeṣam come jīva e jagat: questo è chiamato Vaiśvānara. Il nirviśeṣam visto come vegliante e universo di veglia è chiamato Vaiśvānara o anche Virāṭ. Il nirviśeṣam visto così è da ignoranti (āvidyākam). Lo si chiama jagat, ma la śruti afferma che vegliante e universo di veglia assieme sono chiamati Virāṭ. È la śruti che indica che non si sta vedendo un blocco di cose, ma il nirviśeṣam, come se stessi in quanto individui, e che anche si sta vedendo l’universo. È la relazione vedente-visto, la relazione jīva-jagat e non una relazione inerte, priva di vita; è un Essere visto così. Questa è la visione della śruti. Si dice “sono una forma e vedo altre forme”; la śruti dice che non stai vedendo te stesso come forma o come molte forme, ma che stai vedendo il nirviśeṣam sotto una singola forma, e lo stesso nirviśeṣam come molte forme chiamato universo. Non c’è un processo temporale nel vedere il nirviśeṣam come Vaiśvānara; io trovo me stesso così e questo è chiamato āvidyākam. L’errore è qualcosa in cui ci si trova e, quando si trova se stesso con una forma, avendo davanti l’universo, non si sa di cosa si tratta. Tutto questo è avidyā, è il dominio dell’errore; senza alcun indizio di cosa si tratti, si continua a vivere definendosi un individuo e definendo idam (questo, il mondo) come composto da molteplici oggetti. In quanto individuo fruisco degli oggetti pensando che possono darmi felicità; sono sempre alla ricerca di pienezza. Il nirviśeṣam è la pienezza che è la mia natura, ma io continuo a cercare quella pienezza nel piacere degli oggetti: questa è avidyā. La percezione è altro che l’avidyā descritta. Invece la śruti afferma che è il nirviśeṣam a essere percepito come jīva vegliante e come jagat, universo di veglia. L’avidyā è “io sono un individuo e guardo l’universo”. Lo Śāstra dice invece che non sto guardando le forme, ma sto percependo il nirviśeṣam come fosse jīva e jagat. L’affermazione che è il nirviśeṣam a essere visto come jīva e jagat appartiene alla śruti e su questo argomento non esiste alcun altro pramāṇa. Non si capisce che è il nirviśeṣam a essere visto così; non si possono usare i sensi per vedere quel Fatto, né usare la deduzione per distinguere tra la percezione e l’affermazione della śruti. La percezione è trovarsi in quanto forma a essere un individuo e di trovarsi davanti l’universo; così chiamo me stesso jīva e chiamo l’universo un insieme di cose. È un universo, un mondo fatto di cinque elementi e io non ho alcun indizio per capire quello che sono e quello che esso è; questa è avidyā. Fintanto che non ho un indizio su di me e su ciò che mi sta davanti, continuo a vivere in quella percezione. Non ho una spiegazione sul perché in questo dominio compio azioni buone o cattive per molte ere. E nemmeno so perché in qualche luogo per caso o per qualche buona azione che mi spinge ad altre buone azioni, in una certa vita mi ritrovo jijnasu, quale risultato della purificazione della mente e, come tale, mi trovo un maestro. Si raggiunge ciò solo quando si sarà prodotto un saṃskāra nel corso di molte vite. In tutto ciò c’è una certa grazia dovuta alle proprie preghiere, alle buone azioni, al nitya karma. La grazia di Dio significa solo questo: la grazia delle proprie buone azioni e delle proprie preghiere. Finché non si ha tale grazia, non si potrà perseguire il Vedānta. Puoi imbatterti nel Vedānta come si fa un tuffo nel Gange. Senza la grazia del passato, ci si tuffa nel Vedānta ma poi se ne esce. Se ci si arriva, allora è il risultato degli sforzi compiuti nel passato; perciò, perseguire il Vedānta è diverso dal solo guardare il Vedānta,dargli un’occhiata e per poi lasciarlo.

            Si osservi la differenza tra l’avidyā e la śruti. L’avidyā dice che io non sono che una forma. Se non sono una forma non sono nulla; non ho alcun indizio riguardo alla mia vera natura né di quello che vedo. Percepire le cose senza un indizio della loro Realtà, percepire se stessi come individui senza alcun indizio della propria Realtà è chiamato avidyā. Quando non c’è alcun indizio, ci si basa solo sulla percezione. La śruti dice che non stai percependo il limitato come un altro limitato, ma che stai percependo il nirviśeṣam illimitato come jīva. E anche questo (mondo, idam) è il nirviśeṣam che stai percependo. Questo è testimoniato dall’esperienza di suṣupti. Finché non torni sveglio non c’è alcun saviśeṣam e proprio in quel nirviśeṣam inizia la percezione del saviśeṣam. Fra la percezione dello stato di veglia e lo stato di sonno profondo non c’è un’interruzione temporale né spaziale. Non si può confutare ciò che dice il Vedānta!

            Nessuna cosa non eterna può mai mancare. L’ieri non ti manca, non di può mancare ciò che è passato. Ti manca il godimento della situazione attuale. I piaceri attuali diventano una cosa del passato e anche i futuri piaceri diventano una cosa del passato. Ciò che diventerà una cosa del passato, anche se non se ne fruisce ancora, non manca, se si ha una corretta visione del tempo. Il non eterno non è mai la nostra necessità, perché se fosse così, dopo aver fruito di piaceri non eterni, la cerca dovrebbe essere conclusa. Il nostro interesse non è negli innumerevoli piaceri non eterni, ma nell’Eterno. Scopri ciò che è necessario e in base a questo, sviluppa la tua capacità: più vedi che l’insegnamento è ciò di cui hai bisogno, più sviluppi la capacità di ricevere l’insegnamento. Quindi, la grazia di una qualche preghiera, di qualche nitya karma, aiuta la persona a perseguire il Vedānta, altrimenti ci si tuffa in esso, ma se ne è presto respinti. Necessario è trovare ciò che si è, non c’è altra necessità. La necessità dell’onda è di trovare se stessa in quanto acqua; fino allora rimane assetata, ricerca l’acqua; bevendo acqua la sua sete non può mai essere appagata. La sua sete scompare scoprendo di essere acqua. Si vuole godere guardando se stessi come qualcosa di diverso dalla felicità; se si scopre che la felicità di cui si vuole godere, è la propria natura, allora la pace, la serenità e la Coscienza sono la propria natura. Se si è la propria natura, non si può essere i fruitori di essa; per poter fruire di qualcosa si deve avere il senso di divisione tra sé e ciò di cui si vuole fruire. Non c’è alcun senso di divisione, ma finché si prova questo senso non si può godere; se io sono la pace, allora ne posso godere. Se scopro di essere la serenità posso solo essere sereno. Solo quando scopre di essere acqua, l’onda è libera dalla sete. Fintanto che si pensa che la pace è qualcos’altro e che essa verrà da questo o da quello, si continuerà a essere assetati, si continuerà a volere di più e il desiderio per qualcosa di più non finisce mai. La serenità, invece, è assoluta, è libera dal tempo, libera dalla forma perché non si può avere niente di più dell’Assoluto. Quindi, con il supporto della grazia dovuta ai propri meriti passati, alle proprie preghiere e al proprio nitya karma passato, si persegue il Vedānta e si vede la differenza tra avidyā e ciò che dice lo śāstra. Avidyā è vedere se stessi come individui e vedere l’universo senza alcun indizio; in mancanza d’un indizio, ci si continua a dibattere in questo campo di percezione. Si nasce e si muore in questa percezione senza inizio e si fruisce di questa percezione senza inizio. Si è sottoposti a tutti i tipi di sofferenza, ma la śruti dice che “non si sta vedendo una forma come forma; si sta vedendo il nirviśeṣam come fosse un individuo; la verità di se stessi e dell’universo è il nirviśeṣam, perché è nel nirviśeṣam in cui inizia il pensiero dell’individualità e dell’universo”. Questa è la dottrina.

            La veglia non è un mondo, è uno stato della mia percezione della Realtà, è Ātma avasthā, è uno stato di mia percezione della verità; è jāgarita avasthā e avasthā è sempre in forma di percezione, è uno stato. Per esempio, quando una persona beve e si ubriaca, quello è un mondo o è uno stato? È uno stato della sua percezione. Così anche la veglia è uno stato di percezione sul nirviśeṣam, sulla verità. Similmente, anche il sogno è uno stato. È l’Essere che sperimenta i tre stati, che sono sthāna nella verità. Essendo uno sthāna, lo stato di veglia non è nel tempo della veglia: è il tempo della veglia che è nello stato di veglia, come anche lo spazio della veglia è nello stato di veglia. Lo stato non è nel tempo, è il tempo che è nello stato. L’individuo della veglia è nello stato di veglia. Stato significa percezione della verità nella verità, è uno stato nel nirviśeṣam; si sta nel nirviśeṣam in questa percezione. Come il serpente che si vede nella corda, non è nello spazio, è nella corda, è l’errore sovrapposto al Fatto. Proprio come la percezione della veglia sta nella Realtà, così anche la percezione del sogno. Quindi, come il tempo e lo spazio sono nella veglia, lo stato di veglia non è nel tempo, ma il tempo è nello stato. Ciò significa che gli stati non sono nel tempo, ma sono io che li colloco nel tempo. Si mette lo stato di veglia nel tempo della veglia? Questa è una confusione. Se lo stato di veglia fosse nel tempo della veglia, lo stato di sogno sarebbe nel tempo del sogno. Lo stato di sonno profondo, invece, non è in nessun tempo. Allora, come si mettono in connessione tutti e tre, come diventano una sequenza? I tre stati non sono in nessun tempo, i tre stati sono nel nirviśeṣam, nella Realtà. È il nirviśeṣam che è visto come stato di veglia e, nella veglia, è chiamato jāgarita kāla. Il tempo, lo spazio e gli eventi della veglia sono tutti racchiusi all’interno dello stato(avasthā antargataḥ). Similmente lo stato di sogno non è nel tempo della veglia, lo stato sogno non è nel tempo del sogno, ma il tempo del sogno è nello stato di sogno. Tuttavia, dopo essersi svegliati, si mettono i tre stati nello stato di veglia; ma questa è una confusione. Li si mette uno prima e l’altro dopo, creando così una sequenza nel tempo, mettendo i tre stati nel tempo della veglia. Ma nemmeno lo stato di veglia è nel tempo della veglia e, ovviamente, neanche lo stato di sogno è nel tempo della veglia; e neppure il sonno profondo, che è libero dal pensiero, è nel tempo della veglia. Ma si suole metterli tutti e tre nel tempo della veglia. Dapprima si deve capire che si è sotto l’incantesimo della confusione sulla verità. Ogni jīva subisce questa suggestione perché guarda i tre stati come una sequenza nel tempo. Crea una sequenza di vita e di morte nel tempo. Ma la vita non è nel tempo, il tempo è nella vita e, ovviamente, la morte non è un evento nel tempo. Se non è nel tempo, come si può creare una sequenza? Perciò è l’uomo che fa confusione sulla verità; può anche essere una persona intelligente e acuta nel mondo, ma non ha alcun indizio sulla sua propria esistenza. Il svapna sthāna significa colui che percepisce il sogno nella Realtà. L’uomo comune pensa che la veglia sia esterna e il sogno interno. La śruti, assumendo il pensiero di quest’uomo dice che la veglia è esterna e il sogno è interno; così, in quanto sognatore è cosciente dell’interno (antaḥprajña) e questa interpretazione (anuvāda) è accettata. Accettando il punto di vista umano della veglia e del sogno, la śruti dice che si è bahiṣprajña quando si ha la percezione esterna e antaḥprajña quando di ha quella interna. Ma, in realtà non è né interna né esterna: è percezione nel nirviśeṣam. Interno ed esterno sono termini spaziali. La veglia è oggettivata e così anche il sogno, e non c’è differenza tra loro. Si potrebbe obiettare che il sogno cambia ogni notte, mentre la veglia rimane. Ma questo è ciò che si pensa in veglia; anche il sogno sembra veglia e se lì si parla del sogno, si dice che il sogno cambia e che quella veglia rimane. Quindi, ogni qualvolta qualcosa appare come reale, è detta veglia e il senso di realtà è chiamato stato di veglia. Quando si sta sognando, anche lo stato di sogno appare con un senso di realtà, perciò è veglia. Dopo essersi svegliati, lo si chiama sogno; lo si descrizione come sogno dopo che ci si è svegliati. Durante la percezione del sogno non lo si definisce sogno, lo si vede con un senso di realtà; quindi, tra la veglia e il sogno non c’è differenza. L’uomo pensa che ci sia una certa differenza, ma la śruti lo nega. Se si vede il serpente nella corda, chiamiamolo pure stato di veglia; ma se si chiudono gli occhi alla percezione esterna e si vede il serpente nella mente, qual è la differenza? Se si aprono gli occhi è un errore, se si chiudono gli occhi e lo si ricorda, è anche un errore; si sta vedendo il serpente che non c’è o, piuttosto, si sta vedendo la corda che c’è in forma differente. Quindi, l’antaḥprājñatvam accetta l’anuvāda, l’interpretazione. Accettare l’anuvāda significa prendere per certo che la visione dell’uomo è esterna e il sogno è interno. Questo pensiero del jīva è usato dalla śruti, ma ciò non significa che sia accettabile; è usato solo per far capire, perché talvolta è meglio parlare con il linguaggio ordinario, cioè l’anuvāda. Come vegliante si è bahiṣprājña e come sognatore si è antaḥprājña. Poiché il nirviśeṣam è visto sia come vegliante sia come universo di veglia, il vegliante e l’universo non possono essere separati: è un blocco unico. Non si può sperimentare lo stato della veglia senza avere la percezione del mondo di veglia. Anche il cieco è relazionato alla forma, non la vede ma ha relazione con essa. Pensa che ci sia un albero, un palo; ciò significa che è relazionato al pensiero di oggetti in relazione ai suoni, ai gusti, al tatto all’odorato. Se tutti i cinque sensi se ne sono andati, allora è morto. Così si può dividere la veglia e il vegliante, ma se non si ha alcuna percezione, non si può percepire se stesso come un individuo. Quando tutte le cinque percezioni determinano il proprio senso d’individualità, determinano anche l’indivisibilità dal mondo; è l’unica Realtà vista sia come vedente sia come visto. Perciò si è saptāṅga, non si è confinati alla forma del sogno, si comprende lo stato di sogno. Questo è ciò che è implicito nella parola saptāṅga che è proprio un termine dirompente. Se si fosse solo confinati a questa forma e il mondo fosse qualcosa di parallelo e, poi, si affermasse di essere il nirviśeṣam, allora questo mondo diventerebbe parallelo al nirviśeṣam. La nostra conclusione è che siamo confinati, mentre la nostra esperienza è che siamo comprensivi. Ciò di cui si è consapevoli rientra nel proprio campo, nel proprio essere; è il proprio Essere. Il calore del fuoco è il suo essere, il calore è la natura del fuoco, non è una qualità marginale, non è in un qualche angolo del fuoco: l’intero fuoco è calore. Tutta la nostra esistenza è Essere cosciente e qualsiasi cosa si veda ricade nella propria vista cosciente. Perciò quello che si sperimenta è il proprio essere comprensivi, mentre ciò che si conclude è l’errore di essere limitati. C’è un senso di limitatezza, ma questo non cambia l’esperienza. L’errore non cambia l’evidenza del Fatto. Qui il punto è che il senso di limitatezza non pregiudica l’esperienza della comprensibilità, perché anche il senso di limite sta nella Coscienza; anche la conclusione di limitatezza ricade nella Coscienza. Tutto deve ricadere nella propria visione cosciente. Quindi, come comprensivo di tutto, questa esperienza di essere comprensivi ci rende saptāṅga. La parola saptāṅga significa che non si è un piṇḍātman; piṇḍātman significa limitato, invece tu sei comprensivo, tu sei Essere, l’intero stato di veglia è saptāṅga. Nello stato di veglia non sei confinato al corpo della veglia, come comprensivo dell’intero stato di veglia sei saptāṅga, Vaiśvānara. Come comprensivo dell’intero stato di sogno sei Taijasa; Taijasa significa Hiraṇyagarbha. Abbiamo considerato tre parole. Il sognatore è chiamato svapna sthāna; il sogno è uno stato sperimentato dall’Essere cosciente nel nirviśeṣam. È antaḥprājña e, lo stato di veglia in paragone è visto come esterno. Lo stato di sogno è descritto dalla śruti come antaḥprājña e l’essere cosciente che sogna non è confinato al corpo del sogno, è comprensivo dell’intero stato di sogno. Qualsiasi cosa sogni, ricade nella tua vita cosciente. Ciò che è visto nel mondo della veglia ricade nella vista cosciente; e anche quello che hai sognato ricade nella vista cosciente. La quarta parola è ‘diciannove aperture’ (ekonaviṃśati mukha). Lo stesso nirviśeṣam è percepito come avente diciannove facoltà. In quanto vegliante, si hanno diciannove facoltà: cinque prāṇa, cinque karmendriya, cinque jñānendriya, manas, buddhi, ahaṃkāra e citta. Ekonaviṃśati mukha è colui che ha diciannove porte. Nelle diciannove porte ci sono alcune facoltà di azione, alcune facoltà di percezione, alcune facoltà di vitalità (prāṇa, apāna, samāna, ecc.), che sono tutti punti di energia vitale, più la mente, l’intelletto, la memoria e il senso dell’individualità, cioè ahaṃkāra; si considera un mukha anche ahaṃkāra sebbene sia un pratyaya (un’idea) e non una facoltà. Tutte le facoltà presuppongono l’idea di essere un deha (corpo). Essere deha è adhyāsa; ahaṃkāra è adhyāsa.

            Pravivikta bhuk, il sognatore fruisce degli oggetti sognati, come il vegliante fruisce degli oggetti della veglia. Pravivikta significa sukṣma, sottile; in realtà, non c’è sottile e grossolano. Quando si fa una comparazione tra loro, allora appare sottile o grosso. Non si può paragonare il mondo del sogno con il mondo della veglia, solo nello stato di veglia si fa il paragone. Il sogno sembra veglia, ma non c’è alcuna veglia, alcun sogno o qualcos’altro: è un senso di realtà. Quando si è svegli ogni cosa sembra reale e anche in sogno ogni cosa sembra reale. Quando vedo la corda come serpente, c’è un senso di realtà e quando c’è questo senso di realtà lo si chiama veglia e, retrospettivamente, dopo aver saputo che non è un serpente, ma è una corda, si dice “L’ho solo sognato. Ho solo sognato un serpente nella corda”, ma non si può mai dire “lo sto sognando”.