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Maggio 2022

4. Avasthātraya Mīmāṃsā

    Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

    4. Avasthātraya Mīmāṃsā

    Versione commentata del Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya

    Māṇḍūkya Upaniṣad – Āgama Prakaraṇa

    Mantra 5.

    Questo stato è il sonno profondo, laddove il dormiente (yatra suptaḥ) non desidera alcun oggetto e non vede alcun sogno. Il terzo pāda è Prājña (il Cosciente1), che ha come campo il sonno profondo (suṣupta), in cui tutto diventa unificato, che è soltanto una massa di mera coscienza indifferenziata, che è pienezza di beatitudine (Ānanda), della cui beatitudine gode, e che è la porta (mukha) verso l’esperienza (degli altri due stati di sogno e di veglia).

    Śaṃkara Bhāṣya 5.

    L’inciso con l’avverbio di luogo “laddove il dormiente” è usato per far comprendere il sonno profondo come ‘stato’. Lo ‘stato’ di sonno profondo pare essere caratterizzato dall’assenza di conoscenza della Realtà (Tattva aprabodha), caratteristica simile a quella degli altri due stati nei quali (, tuttavia,) si percepiscono (alternatamente) la presenza e l’assenza degli oggetti (grossolani della veglia e degli oggetti interni del sogno). Oppure il mantra, con quell’inciso (“laddove il dormiente”), intende evidenziare che il sonno profondo, poiché consiste proprio della non conoscenza della Realtà, è anche presente ugualmente in tutte le tre condizioni, anche se il dormiente (suptaḥ, in quanto alieno da qualsiasi percezione) vi appare distinto dai due stati precedenti (paragonabili tra loro in quanto lì vi sono percezioni). In quel luogo (o in quel momento, yatra), chi dorme profondamente (suptaḥ) non vede alcun sogno né prova alcun desiderio, poiché nel sonno profondo non esistono, come invece accade nei due stati precedenti, né il sogno, che consiste nella percezione di cose diverse dalla sua natura, né alcun desiderio. Colui che ha raggiunto questo stato di sonno profondo è lui stesso lo stato di sonno profondo (suṣuptasthānaḥ). Egli è detto unificato (ekībhūtaḥ), poiché tutte le molteplicità sorte dalle dualità, che sono diversificate nei due stati (di veglia e di sogno) e che non sono altro che modificazioni della mente, diventano indifferenziate (in quello stato di suṣupti) senza perdere le loro suddette caratteristiche, proprio come il giorno, ossia l’insieme del mondo fenomenico, diventa invisibile quand’è coperto dall’oscurità della notte. Come tale, le esperienze coscienti (grossolane e oniriche), che non sono altro che modificazioni della mente negli stati di veglia e di sogno, qui diventano, per così dire, una unità omogenea. Questo stato è chiamato prajñānaghanaḥ, ‘massa di coscienza indifferenziata’ dovuta all’assenza di distinzione. È una massa di coscienza priva di distinzioni come quando, a causa dell’oscurità notturna, ogni cosa appare come fosse una unità omogenea. Dall’uso della parola ‘eva’, ‘soltanto’, si trae che, oltre alla Coscienza, non c’è null’altro di natura diversa; (eva) sta a significare questo. Ed è ānandamaya, fatto di beatitudine, poiché la sua abbondanza di gioia è spiegata dall’assenza di quella sofferenza dovuta allo sforzo della mente che si agita per prendere la forma di soggetto e di oggetto. Tuttavia non è la Beatitudine in quanto tale, poiché lì la gioia non è assoluta. Proprio come nel linguaggio comune, colui che si trova libero da ogni sforzo è detto felice o sperimentatore di piacere (ānandabhuj), così anche chi gode di questo stato che consiste nella totale libertà da ogni sforzo è chiamato ānandabhuj, come dice la śruti: “Questa è la sua beatitudine superiore2” (BU IV.3.32). (Suṣupti) è (chiamato) bocca della Coscienza (cetomukhaḥ), in quanto è la porta d’accesso della Coscienza alle esperienze negli stati di sogno e di veglia. Oppure, è chiamato cetomukhaḥ, perché la coscienza (cetas) che appare sotto la forma di esperienza cosciente empirica, trova (nel sonno profondo) la porta d’accesso verso gli stati di sogno e di veglia. È chiamato Prājña, il ‘Cosciente per eccellenza’, poiché solo in lui c’è la conoscenza del passato e del futuro e di tutte le cose. Anche se giace in sonno profondo, è chiamato Prājña perché è stato così prima (nei due stati precedentemente trattati di sogno e di veglia). Oppure, ancora, è chiamato ‘Cosciente per eccellenza’, poiché solo lui possiede le caratteristiche peculiari della Pura Coscienza, mentre gli altri due (Vaiśvānara e Taijasa) hanno una conoscenza distintiva. Questo Prājña, così descritto, è il terzo pāda.

    [Per descrivere le prime due avasthā, l’Upaniṣad impiega un mantra per ciascuna. Invece dedica due mantra per suṣupti. La ragione è che il quinto mantra considera lo stato di sonno profondo quale prajñānaghana, ovvero stato di coscienza in cui i pensieri sono omogenei e non differenziati. Da questo punto di vista, suṣupti rappresenterebbe lo stato in cui la mente contiene tutti gli oggetti della veglia e del sogno in una condizione indifferenziata. La mente, così, appare come fosse un locus possibilium, da cui gli oggetti di veglia e di sogno si manifestano per differenziazione3. Il sesto mantra presenta un punto di vista diverso: in esso si spiega che il sonno profondo appare non manifesto dal punto di vista manifestato della veglia o del sogno, ma che, mentre lo si sperimenta, non appare né manifesto né non manifesto. Lo si sperimenta, dunque, come la propria presenza di essere che, poi, la mente della veglia rivede come se si trattasse del Brahman-origine, ossia Īśvara. Anche il punto di vista espresso dal sesto mantra è da considerare un adhyāropa; rappresenta, in ogni caso, un superamento della visione più limitata del quinto mantra che non considera l’esperienza corrispondente. Questa precisazione preliminare, per quanto possa apparire complessa, è in seguito sviluppata da Gauḍapāda e Śaṃkara in forma cristallina. Per comprendere correttamente il senso di questo quinto mantra, del mantra successivo, delledue prime kārikā di Gauḍapāda e dei relativi commenti di Śaṃkara che trattano dello stato di sonno profondo, è necessario non perdere di vista gli altri due stati, di veglia e di sogno, descritti nei mantra precedenti. È anche opportuno fare attenzione al ripetuto uso del condizionale4 e dei verbi ‘apparire’, ‘sembrare’ ecc., che intendono mettere il lettore sull’avviso circa la dubbia realtà di quanto il testo espone. I tre sthāna (o avasthā) sono stati di Coscienza (prajñā), in cui l’Atman indaga o sperimenta gli oggetti esterni della veglia(jāgrat), indaga o sperimenta gli oggetti interni del sogno (svapna) e sperimenta l’assenza sia degli oggetti esterni sia degli oggetti interni nello stato di sonno profondo (suṣupti avasthā). È la mentedell’individuo che veglia ad attribuire falsamente all’Ātman la relazione con i tre stati, considerati come se fossero tre campi realmente esistenti per la Sua indagine. Tale mente individuale distingue un primo stato di coscienza dell’Ātman relativo agli oggetti del mondo esterno della veglia, composto dai cinque elementi grossolani, e lo chiama Vaiśvānara, ‘Colui che comprende in sé tutti gli esseri del mondo della veglia’; distingue un secondo stato di coscienza dell’Ātman relativo agli oggetti del mondo interno del sogno e lo chiama Taijasa, il ‘Luminoso’. Infine, distingue un terzo stato di coscienza dell’Ātman caratterizzato dall’assenza di oggetti di desiderio e di sogno, in una condizione di sonno profondo, in cui non è presente un ego né una mente né un mondo, e lo chiama Prājña, il Cosciente5. È quest’ultimo stato di coscienza che ora sarà preso in considerazione; perciò, è bene ricordare che ciò di cui si tratterà è sempre e solo una interpretazione, una ricostruzione o creazione della mente della veglia. Come tale fa parte dell’adhyāropa, di quella assunzione provvisoria del punto di vista dell’ignoranza (ajñāna) che deve essere smentita nel processo di apavāda, al fine di far emergere la verità.

    L’esperienza del sonno profondo è un’intuizione diretta, esattamente com’è l’esperienza di essere sveglio e come lo è l’esperienza di essere in sogno. La differenza tra le tre consiste nel fatto che quella della veglia è attualmente in corso di sperimentazione, mentre le esperienze del sogno e del sonno profondo appaiono come fossero passate, come se fossero avvenute prima del risveglio alla jāgrat avasthā. Tuttavia nessuno dubita di essere stato in sogno o in sonno profondo. Lo si sa per intuizione diretta. Nel caso specifico del sonno profondo, se non ci fosse alcuna intuizione diretta di quell’esperienza, la mente individuale non potrebbe nemmeno supporne l’esistenza. Invece tutti sanno di essere stati in sonno profondo, anche se nessuno sa descrivere com’è suṣupti avasthā. “Non c’era nulla; io non c’ero né il mondo né gli oggetti di cui è composto né tempo né spazio. Tutto era tenebra, silenzio e vuoto”: in questo modo s’esprime colui che, una volta risvegliato, tenta di descrivere quell’esperienza6. In comparazione con la veglia e con il sogno, in sonno profondo non ci sono oggetti esterni né interni. Non essendoci oggetti, non c’è desiderio (kāma) di possesso (mamakāra). Senza desiderio non c’è, dunque, azione (karma). Dove non c’è oggetto non c’è neppure soggetto. Perciò Colui che sperimenta quello stato non è “così e così”. In questo modo la Māṇḍūkya comincia a introdurre lo strumento dell’apavāda.

    Śaṃkara, nel suo commento al mantra, suggerisce due modi per interpretare la formula ‘laddove il dormiente’ (yatra suptaḥ). La prima interpretazione dà la prevalenza a yatra, che può avere indifferentemente il senso traslato di luogo (laddove) o di tempo (mentre), dato che in suṣupta non esiste alcuna relazione spazio-temporale. Yatra mette in evidenza che si sta parlando del sonno profondo come di uno ‘stato’ (laddove) che si può sperimentare ‘quando’ (mentre) si dorme profondamente. In questo modo si distingue suṣupti avasthā dagli altri due stati precedentemente esposti, la veglia e il sogno. In jāgrat e in svapna avasthā, infatti, c’è la presenza (upalabdhi) d’un ‘io’ (aham) conoscitore che è cosciente7 di oggetti che sono lì per essere conosciuti, seppure differenti in quanto sono detti esterni nella veglia o interni nel sogno. Dove c’è un soggetto, l’ego, e una fantasmagoria (i sogni) di oggetti, lì c’è desiderio (kāma) di impossessarsene (mamakāra); da ciò scaturisce l’azione (karma). Come s’è già detto, in suṣupti non c’è né soggetto né oggetto: perciò là (yatra) non c’è desiderio né i suoi derivati. Tuttavia la mente, immaginando in questo modo i tre stati con le loro distinzioni, in nessuno di essi riconosce la Realtà assoluta.

    Da qui la seconda interpretazione che il Bhāṣyakāra affianca alla precedente. In questo caso Śaṃkara, nella frase ‘laddove il dormiente’ (yatra suptaḥ), pone l’accento sul termine supta (colui che dorme profondamente). Jāgrat, svapna e suṣupti sarebbero tre stati che hanno un solo soggetto che fa l’esperienza dei tre stati alternatamente. Di volta in volta egli è il vegliante, il sognatore o il dormiente. Tuttavia la śruti usa il termine di supta come termine comune ai tre stati. Costui è ‘l’addormentato’ per antonomasia, in quanto è connotato sempre in tutti e tre gli stati, indipendentemente dalle loro specifiche caratteristiche, dall’assenza di conoscenza della Realtà. Lo stato di ignoranza della Realtà assoggetta il vegliante, il sognatore e il dormiente al sonno cosmico (nidrā), lo rende supta in tutte le varie fasi del saṃsāra da cui si deve risvegliare.

    Nello stato di suṣupti, pertanto, il supta non vede alcun sogno né prova alcun desiderio. Ripetiamo che qui il termine ‘svapna’ non si limita a definire le esperienze oniriche della svapna avasthā, ma si estende anche alle esperienze percettive del mondo della veglia e alla loro concettualizzazione mānasika, come si è fatto paragonando il ricordo al sogno (svapna kalpa smaraṇa). Perciò, in questo caso con ‘sogno’ si comprende anche l’intera fantasmagoria degli oggetti esterni e interni che si sperimentano nel jāgrat e nel svapna prapañca. In suṣupti avasthā nessun soggetto ‘sogna’ alcun oggetto né prova alcun desiderio per esso perché nel sonno profondo (o sonno senza sogni) soggetto e oggetto non esistono. Per questa ragione, il dormiente che ha raggiunto il sonno senza sogni non trova ivi null’altro che se stesso e di lui si può dire che “è egli stesso lo stato di sonno profondo (suṣuptasthānaḥ)”. In assenza di ogni dualità quali il soggetto-oggetto, il prima-dopo, il qui-lì, la causa-effetto, non si sviluppa alcuna molteplicità e del supta può essere detto soltanto che è unificato in un’unità indifferenziata (ekībhūtaḥ). Questa è la differenza apparente tra vegliante (jāgaritṛ) e sognatore (svapitṛ) da una parte, e il dormiente in sonno profondo dall’altra. Questa differenza sarà in seguito ulteriormente utilizzata per stabilire che dove non c’è mente e la coscienza è unificata non c’è dualità, mentre dove c’è la mente appaiono tutte le molteplici cose sorte dalla dualità, le quali“non sono altro che modificazioni [vṛtti] della mente negli stati di veglia e di sogno”. Tuttavia, gli oggetti, i desideri, le azioni esterne e interne, con l’ego e il mondo, accompagnati dalle condizioni di spazio, tempo, ecc. della veglia e del sogno non paiono scomparire del tutto poiché, al risveglio dal sonno profondo, la mente di Viśva e di Taijasa li sperimenta daccapo. Infatti, quel Cosciente in veglia e in sogno conosce passato e futuro, mentre in suṣupti, non li può sperimentare perché lì vi è assenza di tempo. Perciò, dal punto di vista empirico (vyāvahārika dṛṣṭi), appare come se tutto ciò che appartiene alla veglia e al sogno, una volta che ci si trova nel sonno profondo, diventasse indistinto in un’unità indifferenziata (ekībhūtaḥ), per poi ritornare a differenziarsi al risveglio. L’uomo ordinario, quindi, considera il sonno profondo come lo stato causale (kāraṇa avasthā) da cui veglia e sogno fuoriescono come effetti. È così che la mente crea il concetto di causalità: in suṣupti-causa tutta la molteplicità sarebbe contenuta in forma indistinta come quando gli oggetti che percepiamo alla luce diurna sono avvolti dall’oscurità della notte e ci risultano indistinti. La particella eva (soltanto), sottolinea che in suṣupta non c’è null’altro che Coscienza ed è perciò che questo stato è chiamato anche prajñānaghanaḥ, ‘massa di coscienza indifferenziata’. Tuttavia, dal punto di osservazione del vegliante, a fasi alterne, con il risveglio e con l’addormentamento, suṣupta manifesta e riassorbe gli altri due stati differenziati. Ma, invero, assieme agli stati di veglia e di sogno, prajñānaghanaḥ si manifesta in essi in forma di coscienza distintiva rispettivamente come Viśva e Taijasa. In questo caso suṣupti avasthā è definito anche cetomukhaḥ, la porta o lo sbocco della Coscienza verso il sogno e la veglia dove, nella forma di coscienza (cetas) limitata dalla mente, può conoscere altro da Sé. Ora, è esperienza ordinaria che in veglia e in sogno si provi sofferenza alternata a piaceri momentanei. Invece quando si dorme profondamente senza sogni, non si prova alcuna sofferenza. Per questa ragione, quando si soffre per malattia o ferita, il vegliante si rifugia volentieri nel sonno profondo. Al contrario, quando ci si risveglia da suṣupti avasthā, permane la sensazione di essere usciti da una condizione di pace, di completezza e di beatitudine: “Che bene ho dormito!”. Ogni sofferenza è collegata all’azione, all’ansia, al desiderio e alla molteplicità e per questo motivo prajñānaghanaḥ, dove tutto ciò è assente, è definita ānandamaya, fatta di beatitudine. Il Cosciente (Prājña) in sonno profondo fruisce di questa beatitudine ed è chiamato perciò ānandabhuj. Non si tratta di Ānanda in quanto tale, perché la Beatitudine assoluta non è ancora la sua vera natura non duale e un ritorno agli altri due stati condizionati appare inevitabile. Prājña, il Cosciente per eccellenza in stato di sonno senza sogni, è così altrettanto cosciente in veglia e in sogno, e le sue limitazioni in quanto mente sono relazionate alle limitazioni aggiunte (upādhi) dovute alla molteplicità degli oggetti desiderati e sognati.]

    Mantra 6.

    Questo è il Signore (Īśvara) di tutto; questo è onnisciente; questo è il regolatore interno (di tutto); questo è la matrice di tutto; questo è certamente il luogo di origine e di dissoluzione di tutti gli esseri.

    Śaṃkara Bhāṣya 6.

    Questo Cosciente (Prājña), quando è nel suo stato naturale è certamente il Signore (Īśvara)8 di tutto, regolatore interno (antaryāmin) di tutte le cose differenziate, compreso il mondo celeste; e, contrariamente a ciò che credono alcuni9, Egli non è qualcosa di intrinsecamente diverso da questo (Prājña), come è confermato dalla śruti: “Perché, o caro, (l’Ātman condizionato dal) la mente è legato alla forza vitale (cioè, ha per rifugio il Prāṇa che è Brahman)”10 (ChU VI.8.2). Esso è onnisciente, in quanto pervade i tre stati come conoscitore di tutto e di ciascuno. Questo è il controllore interno che, infatti, diventa anche il regolatore di tutti gli esseri penetrandoli dall’interno. Per la stessa ragione fa nascere l’universo insieme alle sue diversità, come è stato descritto prima; e quindi è la matrice (yoniḥ) di tutto. Poiché è così, è certamente il luogo di origine e di riassorbimento di tutti gli esseri.

    [Nel suo stato naturale, cioè quando non è condizionato dalla percezione degli oggetti esterni in quanto Vaiśvānara né da quelli interni in quanto Taijasa, il Cosciente è il Creatore del mondo e di tutti gli esseri. Chi interpreta in questo modo suṣupti come stato causale, lo chiama il Signore(Īśvara), Colui che manifesta gli stati condizionati da nome e forma. In questa accezione, Egli è Signore dei mondi di di veglia e di sogno e di tutte le creature che li popolano. Tutti gli esseri nei due stati sono suoi sudditi, compresi Virāj e Hiraṇyagarbha, sue proiezioni all’interno dei mondi della veglia e del sogno, con le loro rispettive funzioni di corpus mundi e anima mundi, ovvero quale antaryāmin. Questo sesto mantra upaniṣadico aggiunge che fanno parte dei due stati condizionati anche il mondo celeste, in quanto sottoposto alla Sua Signoria, vale a dire i Brahmaloka11, che rappresentano la meta più elevata di chi segue il karma kāṇḍa12. I sostenitori dell’asatkāryavāda (che corrispondono in qualche misura ai creazionisti occidentali), constatando che nella veglia e nel sogno pare che ci siano soggetto e oggetto (Viśva che percepisce gli oggetti esterni e Taijasa che vede gli oggetti al suo interno), traspongono tale dualità anche in suṣupti. Lì il Cosciente-Prājña, che per loro conserva ancora una certa traccia d’identità individuale, anche se oscurato dalla tenebra indifferenziata, contempla il suo Signore e Creatore, Īśvara13. Śaṃkara, invece, aderendo al senso superiore del testo, afferma che Īśvara non è affatto intrinsecamente diverso da Prājña14. Quando è preso come un uccello al laccio dell’ignoranza prodotta dalla mente: “dopo aver volato, andando in tutte le direzioni, cioè ottenendo esperienze sotto forma di felicità, dolore, ecc., indotte dall’ignoranza, dal desiderio e dall’azione durante gli stati di veglia e di sogno; e non riuscendo ad ottenere un rifugio, un riparo da nessun’altra parte se non nel proprio Sé chiamato Esistenza, ricorre al prāṇa stesso. La Divinità suprema chiamata Esistenza è detta figurativamente prāṇa in quanto è il sostegno della totalità del corpo e delle facoltà sottili. Questo perché è in accordo con tali testi upaniṣadici come: “Coloro che hanno conosciuto il Prāṇa del prāṇa” (BU IV.4.18), e “Colui che appare come mente e ha il prāṇa come il corpo ha la forma della coscienza” (BU III.14.2). Pertanto, si rifugia nella forza vitale, in quel solo Luminoso che è chiamato prāṇa. Perché, o caro, (l’Ātman condizionato dal) la mente è legato alla forza vitale (prāṇabandhanam). Quella mente che ha il prāṇa come vincolo, si chiama prāṇabandhanam. La mente ha la sua dimora nel Luminoso indicato figurativamente dalla parola prāṇa. Con la parola mente si intende figurativamente l’anima individuale” (ChU VI.8.2). Prājña è onnisciente perché è Testimone (Sākṣin) dei tre stati e di tutto ciò che vi è contenuto. Essendo onnipervadente penetra l’interno di tutti gli esseri, controllandoli e regolandoli interiormente in quanto antaryāmin. Fa nascere l’universo mondo da se stesso, differenziando da Sé i suoi effetti, e per questa ragione è considerato anche come la matrice universale. Da queste considerazionideriva anche l’altra concezione che vuole suṣupti causa materiale (upādāna kāraṇa, il Pradhāna dei sāṃkhya) del mondo, che manifesta le sue produzioni (vikṛti) all’esterno di sé per autodifferenziazione. Oppure la teoria secondo cui suṣupti è la potenza (Śakti) che s’attiva proiettando gli oggetti nei mondi dell’azione e del divenire15. Tutte queste diverse teorie vorrebbero sostenere, dunque, che la manifestazione ha una sua certa realtà, la quale ha origine, è mantenuta in esistenza e alla fine viene riassorbita nella Causa che la produce. In realtà, come dice Śaṃkara iniziando a commentare questo mantra,“Questo Prājña, quando è nel suo stato naturale è certamente il Signore (Īśvara) di tutto”. Con ciò Bhagavatpāda intende sottolineare che suṣupti non è affatto uno stato né un ‘mondo’ in cui coesistono distintamente Īśvara e colui (il jīvātman) che lì è cosciente (Prājña). Infatti, commentando il mantra quinto, egli aveva dichiarato: “Colui che ha raggiunto questo stato di sonno profondo è lui stesso lo stato di sonno profondo (suṣuptasthānaḥ)”. Similmente, Vaiśvānara, cosciente in jāgrat avasthā non è altro da Virāj né Taijasa, cosciente in svapna avasthā, è altro da Hiraṇyagarbha. Sebbene, rimanendo all’interno di uno stato limitato, si possa distinguere tra un punto di vista ādhibhautika, uno ādhidaivika e uno ādhyātmika, uscendone, tutti e tre scompaiono del tutto16. Quando ci si sveglia dal sogno, dov’è il mondo del sogno? E dov’è il reggitore del mondo del sogno? E dov’è lo sperimentatore del sogno? Non esistono in nessun luogo o tempo. E lo stesso dicasi della veglia. In questa prospettiva le tre avasthā si equivalgono, essendo tutte irreali, mentre l’unico reale rimane l’Ātman.]

    Per quanto riguarda l’argomento qui trattato si trovano questi versi (di Gauḍapāda):

    Gauḍapāda, Kārikā I.1.

    Viśva è cosciente degli oggetti esterni ed è onnipervadente; Taijasa è cosciente degli oggetti interni. Similmente, Prājña è cosciente della sua unità di coscienza indifferenziata. Pur essendo soltanto uno, è pensato in tre modi.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.1

    Il significato del verso è il seguente: che il Sé trascenda i tre stati, la sua natura di unità, la sua purezza e la sua assenza di relazioni (con qualsiasi cosa) sono provate sia dalla sua esistenza nei tre stati in successione sia dalla autoconsapevolezza che lo riconosce sempre come “io sono Quello” (So ’ham17). Ciò è confermato dalla śruti con la menzione del grande pesce e con altri esempi ancora18.

    [In armonia con il vero significato del sesto mantra, Gauḍapāda inizia il suo commento riassumendo la dottrina dell’avasthātraya, puntando però l’attenzione del discepolo sulla natura trascendente dell’Ātman rispetto ai tre stati. L’Ātman appare comesoggetto-Testimone cosciente degli stati di veglia e di sogno; appare come Coscienza-Testimone di se stesso in ciò che la mente della veglia considera ‘stato di sonno profondo’; e, infine, è sempre perfettamente autoconsapevole della propria immutabile identità non duale “io sono Quello”, quale Coscienza ed Esistenza, attraversola mutevole successione delle tre esperienze di veglia, sogno e sonno profondo. L’Ātman, comeil grande pesce, sembra sottoposto a cambiamento perché si muove da una riva all’altra del fiume. Invece, rimanendo sempre identico a se stesso, attraversa la corrente del fiume sempre mutevole del saṃsāra, passando dalla veglia al sogno e viceversa. Oppure, come il falcone, dopo aver vagato apparentemente tra veglia e sogno, l’Ātman si ritrova nella sua vera natura di sonno profondo, nel nido in cui sono assenti oggetti di desiderio, sogni e azioni. Perciò egli mantiene sempre l’unità e la purezza della sua natura ed è sempre privo di relazioni con altro da Sé.]

    Gauḍapāda, Kārikā I.2.

    Viśva sta nell’apertura dell’occhio destro, che è il suo luogo di esperienza, mentre Taijasa è dentro la mente e Prājña è nello spazio all’interno del cuore. [L’Ātman] sta nel corpo in tre modi.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.2

    Questo verso mira a dimostrare che l’esperienza di tutti e tre gli stati, a partire da Viśva, avviene anche nello stesso stato di veglia. Viśva, colui che vede gli oggetti grossolani, è sperimentato principalmente nell’occhio destro, che è la sua porta (mukha), in accordo con la śruti: “Questo essere che è nell’occhio destro si chiama Indha” (BU IV.2.2). Dunque, quell’Indha o Vaiśvānara, splendente di luce, quel Sé-Virāj (che si identifica con il corpo grossolano del cosmo) che sta nel sole, è lo stesso identico Sé (individuale, cioè Viśva) che sta nell’occhio (destro).

    Obiezione: Hiraṇyagarbha è, comunque, diverso dal conoscitore del campo (Viśva), che sta nell’occhio destro come controllore della vista, ed è diverso anche dal Cosciente e dal Signore di tutto ciò che ha corpo (Virāj).

    Risposta: Non è così, perché in realtà, per la śruti, non è ammessa alcuna diversità: “Un unico essere luminoso è nascosto in tutte le creature” (ŚU VI.11); ciò è anche confermato dalle smṛti, “O discendente dei Bharata, conoscimi inoltre come conoscitore del campo in tutti i campi” (BhG XIII.2), “Indiviso, eppure presente in tutti gli esseri come se fosse diviso” (BhG XIII.16). Sebbene Viśva sia ugualmente presente in tutti gli organi di sensazione, ci si riferisce a lui come se dimorasse in particolare nell’occhio destro, perché nell’occhio destro si nota l’acutezza della sua percezione. Il Sé, dimorando nell’occhio destro, percepisce una qualche forma e poi, chiudendo gli occhi e ricordando quella stessa forma, la rivede sotto forma di una impressione mentale simile al sogno. È in relazione con la veglia, come è in relazione anche con il sogno (che Taijasa sperimenta nella veglia). Perciò (Gauḍapāda dice che), sebbene sia veramente lo stesso di Viśva, Taijasa sta all’interno della mente. Alla cessazione dell’attività chiamata ‘ricordo’ (smaraṇa), Prājña, che ha sede nello spazio all’interno del cuore, diventa libero dalla differenziazione (degli oggetti interni ed esterni e del loro soggetto percepente) e continua ad essere una semplice massa di coscienza indifferenziata, perché qui non c’è alcuna attività mentale. La percezione e il ricordo sono semplicemente modificazioni della mente; in assenza di queste, c’è Pura Esistenza in stato non manifestato, nel cuore, in identità con la forza vitale, come si dice nella śruti: “Infatti, è il prāṇa che certamente riassorbe tutti questi” (ChU IV.3.3). Perciò Taijasa è lo stesso Hiraṇyagarbha in quanto risiede nella mente, come è dichiarato dalle śruti: “… il suo corpo sottile ossia la mente19” (BU IV.4.6); “Questo Puruṣa identificato con la mente20” (BU V.6.1), e altre ancora.

    Obiezione: Il prāṇa è una realtà manifesta (es. percepibile) in chi è in sonno profondo e gli indriya si fondono in esso. Come si può dire allora che il prāṇa ha una natura non manifestata?

    Risposta: Questo non è un errore, perché una cosa non manifestata è caratterizzata dall’assenza di ogni differenziazione di tempo e spazio. Anche se il prāṇa è di natura del tutto manifesta (in veglia e in sogno), vale a dire finché rimane una qualsiasi identificazione con i (cinque) prāṇa differenziati, in sonno profondo il prāṇa perde la sua diversificazione dovuta alla identificazione condizionata dall’aggregato corporeo. Di conseguenza, se ne trae che il prāṇa di chi è addormentato in sonno profondo è realmente non manifestato (avyakta), indifferenziato e privo di forma, nonostante che coloro che pensano di essere intimamente connessi con i prāṇa individualizzati non se ne avvedano. Come, dopo la morte, la forza vitale diventa non manifestata nel caso delle persone che si identificano con il prāṇa individualizzato, similmente (anche in vita) per coloro che si identificano con il prāṇa non c’è manifestazione quando vanno (in sonno profondo), stato di assenza di distinzioni, come pure (non è manifestata) la potenzialità (del prāṇa) di produrre effetti. La Coscienza-Testimone dello stato di non manifestazione e dello stato di sonno profondo è la stessa. Inoltre, è sempre lo stesso Testimone anche per gli individui che si identificano con gli stati limitati (di veglia e di sogno) o che ne fanno esperienza, in quanto hanno natura di identità con il Non-manifestato. Perciò le espressioni usate precedentemente, “in cui tutto diventa indifferenziato”, “che è una massa di coscienza”21 etc., appaiono pienamente appropriate nei suoi confronti (cioè sia per Prājña nel sonno profondo, sia quando s’identifica con il prāṇa). E anche per la ragione precedentemente addotta.

    Obiezione: Perché il Non-manifestato dovrebbe essere chiamato Prāṇa?

    Risposta: In ragione della śruti: “Perché, o caro, (l’Ātman condizionato dal) la mente è legato al prāṇa” (ChU VI.8.2.

    Obiezione: Nel testo la parola Prāṇa significa Brahman che è stato designato come Esistenza nella frase, “O mio caro, in principio questo era solo Esistenza” (ChU VI.2.1).

    Risposta: Questa non è un’obiezione valida, perché ‘Esistenza’ (sat) è stata usata lì per indicare il seme (della creazione). Anche se in questa frase la parola Prāṇa è usata per indicare l’Esistenza in quanto Brahman, quell’Esistenza (Brahman) ancora può essere chiamata Prāṇa senza escludere che sia la fonte dell’emergere degli esseri individuali22 in quanto Esistenza. Se si fosse inteso lo stato non seminale (vale a dire non causale) del Brahman, il testo avrebbe dichiarato nelle śruti “Non questo, non questo” (BU II.3.6; III.9.26; IV.4.22; IV.5.15), “Da cui la parola torna indietro” (TU II.9.1), “Quello (Brahman) è sicuramente diverso dal conosciuto, e, ancora, è al di sopra del non-conosciuto23” (KeU I.4), e così via; ed è anche affermato dalla smṛti, “Non è chiamato né esistenza (sat) né non esistenza (asat)” (BhG XIII.12). Se si fosse inteso il Brahman nel suo stato non causale, allora gli individui che si riassorbono in esso nel sonno profondo e nel pralaya non potrebbero ragionevolmente riemergere, mentre si presenterebbe l’assurdità che i liberati tornerebbero a nascere di nuovo, perché in entrambi i casi (sia per l’ignorante sia per il liberato), ci sarebbe comune assenza di causa. Inoltre, in assenza di qualsiasi seme (che manifesti il mondo) da bruciare con la conoscenza (del Brahman), la conoscenza stessa diventerebbe inutile. Perciò (nella precedente citazione dalla Chāndogya), l’Esistenza è indicata come Prāṇa e anche in tutte le Upaniṣad si parla di essa come causa considerandola (provvisoriamente) come il seme degli altri stati. Ed è per questo che, quando è confutato il suo stato casuale, nelle śruti si dice di Esso: “Puruṣa è l’Assoluto in quanto è privo di forma. E poiché è coestensivo con tutto ciò che è esterno e interno e poiché è senza nascita, è privo di prāṇa e di mente, è puro e superiore all’altro superiore imperituro (la Māyā)” (MuU II.1.2), “Da cui la parola torna indietro” (TU II.9), “Non questo non questo” (BU II.3.6; III.9.26; IV.4.22; IV.5.15), ecc. Di Quello stesso, definito Prājña, si parlerà a parte (nel prosieguo) come Turīya (il Quarto), in quanto Realtà suprema, privo di ogni causalità, assolutamente privo di qualsiasi relazione con il corpo ecc. Comunque, anche lo stato causale è apparentemente sperimentato nel corpo, in quanto colui che si è risvegliato pare avere un ricordo come: “(Durante il mio sonno profondo) non ho conosciuto nulla”. Per questa ragione si trova l’affermazione (di Gauḍapāda): “[L’Ātman] sta nel corpo in tre modi (Tridhā dehe vyavasthitaḥ)”.

    [La seconda kārikā non solamente riassume l’esperienza dei tre stati, ma sostiene che tale esperienza è possibile anche nella veglia. In questo modo Gauḍapāda dimostra che lo stato di supta è immutabile e presente ovunque come il grande pesce e come il falco delle precedenti citazioni tratte dalla Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad. Viśva o Vaiśvānara,quale coscienza mirata alla percezione degli oggetti esterni, risiede nell’occhio destro24 e precisamente nella pupilla25 dove si trova l’apertura (mukha) attraverso cui la vista scruta la molteplicità del mondo esterno. Viśva è dunque il Testimone degli oggetti che compongono il mondo esterno, ma, poiché per questa indagine è prevalente il senso della vista, in questo caso è definito ‘osservatore’ o ‘vedente’ (dṛś, draṣṭṛ). In quanto conoscitore (pramātṛ), Viśva è chiamato Indha, ‘Colui che illumina’26, poiché la luce della sua indagine nel mondo allontana e fa svanire le tenebre che avvolgono gli oggetti da conoscere (prameya). Ha la sua residenza nel sole, ma anche nell’occhio destro, in quanto Viśva e Virāj sono una unica e sola coscienza. In base a questa intuizione, Virāj nell’adhibhūta, Indha nell’adhidaiva e Viśva nell’adhyātma è sempre rigorosamente uno e non duale, nonostante l’apparenza di molteplicità.

    L’obiettore, tuttavia, ribatte che Hiraṇyagarbha in ogni caso è differente dal Viśva individuale, anche se presente in tutto il corpo e negli organi di senso, è detto risiedere in particolare nell’occhio destro perché da lì vede e conosce il Signore di tutti i corpi (Virāj) come altro oggetto. La stessa obiezione vale anche per Prājña e Īśvara. Śaṃkara, però, sull’autorità della śruti e della smṛti, ribatte che quel Sé soltanto appare individuale; perciò è sempre l’Ātman indiviso che, essendo in relazione con la veglia, percepisce le forme del mondo esterno tramite i sensi. Le forme degli oggetti mondani diventano poi concetti, idee, modificazioni della mente (mānasa vṛtti), per cui se ne può richiamarne il ricordo (smaraṇa) anche se non le si vede direttamente e usarle per elaborare nuovi pensieri e immaginazioni. In questo senso Viśva si comporta come Taijasa, in quanto percepisce quelle forme quali oggetti interni alla mente, pur rimanendo in veglia. Perciò Gauḍapāda afferma che Viśva risiede all’interno della mente della veglia come Taijasa. Tuttavia, ci sono dei momenti della veglia in cui la mente smette di ‘ricordare’, arrestando così ogni attività mentale27. In quei brevi istanti Viśva diventa libero da ogni percezione sia esterna sia interna e rimane nello spazio (ākāśa) all’interno del cuore come Pura Coscienza e Pura Esistenza. In questo modo è dimostrato che Viśva, Taijasa e Prājña sono tre solamente per l’ignorante che li limita nel suo pensiero della veglia, ponendoli rispettivamente in relazione con la veglia, il sogno e il sonno profondo. Riguardo Taijasa, poiché risiede nella mente e con essa si identifica, si può ben dire che invero è identico a Hiraṇyagarbha, all’intelletto universale (mahan Ātman). Le seguenti śruti garantiscono tale identificazione: “Avendolo desiderato, egli, insieme al karma, ottiene di identificarsi a ciò che il suo corpo sottile ossia la mente ha desiderato.” (BU IV.4.6); “Questo Puruṣa, identificato con la mente e luminoso, risiede nel cuore come un chicco di riso o di orzo. Signore di tutto, controllore di tutto, regna su tutto quello che esiste” (BU V.6.1).

    L’obiettore insiste affermando che chi è addormentato in sonno profondo continua a vivere nel mondo della veglia. Chiunque si avvicini al corpo di un dormiente può constatare che respira e che il suo Prāṇa è percepibile. Al massimo, vista l’inattività generale, si potrà ammettere che le sue facoltà di senso e di azione siano riassorbite nel Prāṇa, ma non si può proprio sostenere che, quando si dorme, il soffio vitale sia non manifestato.

    Śaṃkara risponde che ogni cosa manifestata è forzatamente differenziata e sottoposta ai condizionamenti di spazio, tempo ecc. Come la Coscienza, quand’è in relazione con i singoli individui in veglia e in sogno, appare differenziata in forma di mente, così il Prāṇa relazionato con gli aggregati corporei si manifesta nei cinque soffi vitali28. Poiché il sonno profondo è indifferenziato, in esso è impossibile alcuna differenziazione dovuta a una qualche relazione con qualcosa di molteplice; perciò il Prāṇa di chi è addormentato in sonno profondo è realmente non manifestato, indifferenziato e privo di forma. Coloro che percepiscono il respiro di un addormentatoe credono che sia il suo Prāṇa in quanto tale, arrivano alla erronea conclusione che non può essere non manifestato. In realtà, giudicano erroneamente il sonno profondo dal loro punto di vista pregiudiziale della veglia, essendo ingannati dalla loro connessione con i prāṇa individualizzati che mantengono in vita il corpo e che considerano come fossero il Prāṇa indifferenziato. Il caso di chi dorme senza sogni è paragonabile a quello di chi muore; ma in questo caso tutti i cinque soffi vitali rientrano nel Prāṇa quando se ne va assieme al jīva senza più ritornare nel cadavere. Tuttavia la Coscienza-Testimone dello stato di non manifestazione e dello stato di sonno profondo è la stessa ed è ugualmente identificata al Prāṇa indifferenziato che costituisce la sua immedesimazione con i semi produttivi. Questi ultimi rappresentano la capacità, riassorbita nello stato di Coscienza indifferenziata, di produrre in seguito come effetto gli stati di veglia e di sogno. Così la medesima Coscienza, assunta la forma della mente, si relaziona agli stati come osservatore (adhyakṣa) degli oggetti in essi contenuti. Ciò conferma quanto è stato detto nel quinto mantra, ovvero che Prājña: “ha come campo il sonno profondo (suṣupta), in cui tutto diventa unificato, che è soltanto una massa di mera coscienza indifferenziata, che è pienezza di beatitudine (Ānanda), della cui beatitudine gode, e che è la porta (mukha) verso l’esperienza (degli altri due stati di sogno e di veglia)”. In questo modo si stabilisce definitivamente l’unità di natura non duale su cui la mente della veglia proietta falsamente le distinzioni ādhibhautika, ādhidaivika e ādhyātmika

    All’obiezione su perché mai il Prāṇa sia chiamato non manifestato (avyakta29), Śaṃkara risponde che lo si fa sull’autorità della śruti “Perché, o caro, (l’Ātman condizionato dal) la mente è legato alla forza vitale (cioè, ha per rifugio il Prāṇa che è Brahman)” (ChU VI.8.2). L’obiettore, a questo punto, vuole apparire più advaitin di Bhagavatpāda e gli contesta che il passaggio citato non riguarda il non manifestato, ma direttamente la Pura Esistenza, il Brahman assoluto, come appare nella frase: “O mio caro, in principio questo era solo Esistenza, unica e non duale”(ChU VI.2.1).

    Śaṃkara, tuttavia, puntualizza che quest’ultima śruti è citata fuori dal contesto dell’argomento riguardante suṣupti. Infatti Chāndogya (VI.8.2) con Sat non intende il Brahman Supremo nirguṇa, come sostiene l’oppositore, bensì il Brahman saguṇa. Infatti quell’Esistenza è qualificata dal termine Prāṇa proprio per evidenziare il suo stato causale, la sua capacità seminale di produrre gli esseri e gli oggetti individuali. Se con Brahman la Chāndogya Upaniṣad avesse voluto intendere l’Assoluto non duale, non l’avrebbe descritto come Prāṇa, ma come “Neti neti” (BU II.3.6; III.9.26; IV.4.22; IV.5.15), oppure “Da cui la parola torna indietro” (TU II.9.1), “Quello è certamente differente dal conosciuto ed è al di là del non conosciuto” (KeU I.4), “Quello non è detto né Esistente né Non-esistente” (BhG XIII.12). Se il Brahman su cui si sta discutendo fosse quello privo di capacità seminale (nirbījatā), coloro che fossero riassorbiti in sonno profondo, nei samādhi o durante il pralaya non potrebbero mai più ritornare all’esistenza condizionata, cosa che, invece, puntualmente accade30; inoltre vi sarebbe l’ulteriore assurdità per cui i liberati tornerebbero nell’esistenza limitata. Questo perché allora vi sarebbe indiscriminata assenza del seme che costituisce la causa di ritorno alla manifestazione sia per l’ignorante sia per il jñāni, sia per il non liberato, sia per il mukta. Inoltre la conoscenza non potrebbe bruciare il seme che produce il mondo, ossia in termini advaita, non potrebbe rimuovere l’ignoranza che produce l’illusione della dualità. Quindi la conoscenza sarebbe inutile. Per questa ragione il passaggio corretto della Chāndogya da prendere in considerazione qui è quello che attribuisce al Brahman l’identificazione con il Prāṇa, perché soltanto in questa prospettiva gli si può sovrapporre la capacità seminale di manifestare le tre avasthā e di essere Causa prima e Creatore dell’universo.

    In breve, quando si desidera trattare del Brahman nella sua assolutezza metafisica, si deve forzatamente rimuovere da esso qualsiasi pensiero di causalità, come è esplicitamente dichiarato in: “Puruṣa è l’Assoluto in quanto è privo di forma. E poiché è coestensivo con tutto ciò che è esterno e interno e poiché è senza nascita, è privo di prāṇa e di mente, è puro e superiore all’altro superiore imperituro (la Māyā)”(MuU II.1.2) e in altri passaggi della śruti e della smṛti. Di esso sarò trattato più specificatamente come Turīya, il Quarto pāda che per natura è del tutto al di là delle tre avasthā.

    Da quanto precede risulta che in veglia si fa esperienza anche dello stato causale quando, svegliandosi, si dichiara in forma negativa di non aver conosciuto nulla nel sonno profondo. È una constatazione dell’assenza (anupalabdhi) che conferma il Cosciente quale Testimone di suṣupti avasthā. È così che si può essere certi che l’Ātman “pur essendo soltanto uno, è pensato in tre modi”: è erroneamente pensato come avasthātraya e come presente nell’occhio destro, nella mente e nel cuore nel tempo-spazio della veglia.


    1. I tre sthāna (o avasthā) sono stati di Coscienza (prajñā), in cui l’Atman conosce gli oggetti esterni della veglia (jāgrat), conosce gli oggetti interni del sogno (svapna) e conosce l’assenza sia degli oggetti esterni sia degli oggetti interni nello stato di sonno profondo (suṣupti avasthā). È il jāgrat jīva che, attribuendo falsamente all’Ātman la relazione con i tre stati, considerati come se fossero tre campi realmente esistenti per la Sua indagine, distingue un primo stato di coscienza dell’Ātman relativo a oggetti del mondo esterno della veglia e lo chiama Vaiśvānara, Colui che comprende in sé tutti gli esseri del mondo composto dai cinque elementi grossolani; distingue un secondo stato di coscienza dell’Ātman relativo a oggetti del mondo interno del sogno e lo chiama Taijasa, il Luminoso; e, infine un terzo stato di coscienza dell’Ātman relativo all’assenza di oggetti di desiderio e di sogno in una condizione in cui non è nemmeno presente un mondo, e lo chiama Prājña, il Cosciente (da non confondere con prajñā).[↩]
    2. La frase upaniṣadica completa è: “Questa è la destinazione più alta, questa è la gloria eccelsa, il più elevato dei mondi [Brahmaloka], questa è la sua beatitudine superiore”. Śaṃkara commenta: “Questa è la sua beatitudine superiore in comparazione con gli altri piaceri che sono prodotti dal contatto dei sensi con i loro oggetti, poiché questa è eterna” (BUŚBh IV.3.32). Perciò le traduzioni con il superlativo “Questa è la sua beatitudine suprema” non sono coerenti con l’implicito senso comparativo.[↩]
    3. Si tenga a mente che questa è l’interpretazione della mente della veglia e quindi, in quanto tale, illusoria ed errata. R. Guénon fa sua questa versione, aggiungendo che si tratta di uno stato ‘universale’, ‘informale’ e di ‘non-manifestazione’, aggiungendo errore all’errore. (V. L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, ch. 16, nn. 2-4).[↩]
    4. Reso in sanscrito dal futuro imperfetto, spesso introdotto da yadi, corrispondente alla congiunzione dubitativa italiana ‘se’.[↩]
    5. Suṣupta, non è il vuoto dei buddhisti śūnyavādin, in quanto c’è la presenza del Cosciente (Prājña), che è colui che lì constata l’assenza (anupalabdhi) degli oggetti di desiderio, dei sogni, della mente e del mondo e di tutte le loro componenti e condizioni. Questo, tuttavia, è già un anticipo della fase apavāda.[↩]
    6. Per questa ragione la mente del vegliante, a causa delle sue limitazioni, si immagina il sonno profondo come uno stato di tenebrosa ignoranza (tamas), mentre lì, al contrario, la sua stessa Coscienza è nel suo stato di pura non dualità in cui conosce, appunto, la non esistenza di altro da Sé.[↩]
    7. Chi conosce nei due stati di veglia e sogno è la mente (buddhi o, più genericamente, antaḥkaraṇa). Si tratta perciò di una forma limitata di coscienza, condizionata dalle caratteristiche peculiari dei due stati. Gauḍapāda chiama appropriatamente la Coscienza (Caitanya) assoluta non duale ‘Non-mente’.[↩]
    8. Alcuni, che all’indagine sulla verità preferiscono la divulgazione della loro insipienza, hanno voluto cercare con caparbietà un errore di trascrizione (o un refuso tipografico) in un testo di Pūjya Karapātrī Svāmījī pur di dimostrare che la seconda triade sarebbe composta da Virāṭ, Hiraṇyagarbha e Vaiśvānara. Il loro scopo era sostenere che il grado di ‘Uomo universale’, appartenente a tutt’altra tradizione e che vogliono equivalente a Vaiśvānara, corrisponderebbe al mukta del Vedānta. Ovviamente questo sesto mantra dell’Upaniṣad,che dichiara che Prājña è Īśvara,li smentisce appieno. Oltre a tutto, anche se quell’altra tradizione conosce diverse tappe di nirvāṇa e samādhi, ignora completamente la mukti quale Liberazione dall’ignoranza.[↩]
    9. Si tratta dei naiyāyika e dei seguaci di correnti affini che sostengono che Īśvara è un Essere extracosmico (o “trascendente”, com’è definito nei monoteismi), creatore dell’universo come altro da Sé sulla base della teoria asatkāryavāda. Questa differenza tra ‘Creatore’ e ‘creato’, comporta necessariamente l’attribuzione al Signore di caratteristiche ‘individuali’ che ne rende il concetto ancor più insostenibile. Śaṃkara, nel suo Sūtra Bhāṣya afferma: “37. «Per il Signore non ci può essere creazione, perché questo porta all’incongruenza.» “Per il Signore”, cioè per Dio, non ci può essere (rapporto di) causalità verso l’universo diventando (un semplice) sovrintendente sulla Natura e sulle anime. Perché? “A causa dell’incongruenza”. Qual è questa incongruenza? Perché un Signore che crea le varie creature dividendole in gradi inferiori, mediani e superiori sarà incline, come noi [esseri individuali], alla volubilità dei gusti, di antipatie e di simpatie ecc. Oppositore: Questo difetto non si presenta, perché Egli agisce in accordo con le azioni passate delle creature. Vedāntin: Non è così, perché Dio e le azioni sono reciprocamente ciò che spinge all’azione e ciò che è mosso ad agire e ciò porterà necessariamente a un’argomentazione circolare (anyonyāśraya doṣa), essendo ognuno mosso dall’altro. Oppositore: Questo errore non si presenta perché la creazione è senza inizio. Vedāntin: No, nel presente, come anche nel passato, questo errore dell’argomentazione circolare è sempre presente; cosicché ci si trova di fronte alla logica del cieco che guida altri ciechi (dato che sia l’azione sia Dio si impellono mutuamente, non essendoci alcun ulteriore motore). Inoltre, è opinione dei naiyāyika che tali pulsioni egoistiche esistono (piaceri, antipatie, delusioni ecc. (Nyāya Sūtra, I.1.18). Infatti non si è mai visto nessuno impegnarsi in qualsiasi azione per interesse proprio o di qualcun altro se non spinto da queste pulsioni. Di regola, tutti agiscono in favore altrui solo quando sono spinti dal proprio personale interesse. Così anche questo è incongruente; perché un Dio egoista cessa di essere Dio. Questa contraddizione sorge anche per l’ammissione condivisa che Dio è un tipo speciale di Puruṣa del tutto imparziale” (BSŚBh II.2.37).[↩]
    10. La citazione completa è la seguente: “Come un uccello preso al laccio vola in tutte le direzioni e, non riuscendo a trovare un rifugio da nessun’altra parte, trova riparo solo nella gabbia, allo stesso modo, o mio caro, la mente che vola in tutte le direzioni e non riesce a trovare un rifugio da nessun’altra parte, trova riparo solo nel prāṇa, perché, o caro, la mente è legata alla forza vitale.”[↩]
    11. “Allora un essere creato dalla mente [di Brahmā, cioè di Hiraṇyagarbha], viene e li conduce ai mondi di Brahmā. In questi Brahmaloka raggiungono la perfezione e vi rimangono per un gran numero di anni” (BU VI.2.15).[↩]
    12. E, quindi, di tutti coloro che seguono una via del Non-Supremo, che spesso confondono quell’alta dimora di Viṣṇu con il mokṣa.[↩]
    13. Dal punto di vista dell’ignoranzasi può rilevare che in ciascuna delle tre avasthā descritte nella Māṇḍūkya si possono illusoriamente distinguere un punto di vista microcosmico (il soggetto-conoscitore) e un punto di vista macrocosmico (l’oggetto-conoscibile) di considerare l’Ātman. Il punto di vista microcosmico corrisponde a Vaiśvānara, Taijasa e Prājña, mentre in quello macrocosmico si trovano menzionati Virāj, Hiraṇyagarbha e Īśvara. Dobbiamo precisare ancora che sia i tre stati sia i punti di vista macro e microcosmico citati in questa nota possono essere assunti soltanto come adhyāropa, dato che l’apavāda smentisce come falsa (mithyā) qualsiasi distinzione nell’Ātman non duale.[↩]
    14. Per la verità, Īśvara è lo stesso Brahman Supremo a cui la mente del vegliante sovrappone le qualità di creatore-causa dell’universo; perciò lo pensa onnisciente, onnipervadente ecc. Il Vedānta utilizza questo aspetto del Supremo per insegnare che l’effetto non è altro che la causa, ma senza cadere nell’errore dei satkāryavādin per i quali l’effetto è ‘interno’ alla causa come una sua parte, parte che poi è prodotta all’esterno come altro dalla causa. Quest’ultima idea è denominata pariṇāmavāda, teoria della ‘produzione reale’. Śaṃkara spiega che la causa è la Realtà, mentre l’effetto non è altro che una sua falsa apparenza priva di realtà. Perciò l’Īśvara-creatore dell’Advaita non trasmette alcuna realtà al creato, ma è esclusivamente l’unico Brahman non duale. È un passaggio obbligato dell’adhyāropāpavāda per arrivare alla vera dottrina sulla causalità: il vivarthavāda, la dottrina della non realtà dell’effetto. Perciò Īśvara vuole semplicemente dire ‘Signore’ come Brahman significa ‘Grande’ e Turīya ‘il Quarto’, tutte denominazioni (abhidhāna) di uso pratico senza le quali non si potrebbe trattare di ‘Quello’.[↩]
    15. Queste due ultime teorie attribuiscono alla causa una realtà sostanziale ben distinta da quella della causa efficiente (nimitta kāraṇa).[↩]
    16. Rammentiamo che adhibhūta si riferisce all’intera manifestazione grossolana composta dai cinque elementi, ossia il mondo costituito dagli oggetti esterni percepibili dai sensi, campo d’indagine di Vaiśvānara; adhidaiva comprende l’insieme di tutte le modalità sottili del mondo esterno che non è percepibile dai sensi e che può essere dedotto solo indirettamente dall’intelletto a seguito della percezione sensoria; adhyātma, infine, è l’aggregato psichico comprendente indriya, prāṇa, manas, buddhi, aham e jīvātman, che costituisce il svabhava senza inizio del Viśva, il pramātṛ di cui si ha diretta consapevolezza.[↩]
    17. Īśa Upaniṣad, 16.[↩]
    18. “Come un grande pesce nuota a fasi alterne verso le due rive orientale e occidentale di un fiume, così questo essere infinito si muove in entrambi questi stati, lo stato di sogno e lo stato di veglia.” (BU IV.3.18); “Come un falco o uno sparviero volando in cielo si stanca e, volgendo le ali si dirige al suo nido, così questo essere infinito va in questo stato dove, essendosi addormentato, non prova alcun desiderio e non vede alcun sogno.”(BU VI.3.19).[↩]
    19. La citazione completa è la seguente: “Avendolo desiderato, egli, insieme al karma, ottiene di identificarsi a ciò che il suo corpo sottile ossia la mente ha desiderato.”Si tratta del medesimo concetto altrove espresso così: “Si diventa esattamente della forma con cui si medita su di Lui.” (Śatapatha Brāhmaṇa, X.5.2.20)[↩]
    20. La citazione completa è la seguente: “Questo Puruṣa identificato con la mente e luminoso, è realizzato nel cuore come un chicco di riso o di orzo. È il Signore (Īśa) di tutto, il regolatore di tutto e governa tutto ciò che c’è.”[↩]
    21. MU 5.[↩]
    22. “In verità, Vāyu (l’aria) è ciò in cui si riassorbe (saṃvarga). Perché quando il fuoco si spegne in verità è riassorbito dall’aria. Quando il sole tramonta è riassorbito dall’aria. Quando la luna tramonta è riassorbita dall’aria. Quando l’acqua si asciuga è riassorbita dall’aria. Infatti, l’aria li riassorbe tutti. Questo per quanto riguarda il piano degli Dei (adhidaiva). Ora, per quanto riguarda il piano corporeo (adhibhūta), in verità, il prāṇa è ciò in cui si riassorbe. Quando un uomo dorme, la parola va nel prāṇa, la vista va nel prāṇa, l’udito va nel prāṇa e la mente va nel prāṇa. Perché in effetti il prāṇa li riassorbe tutti. Questi due sono quelli che riassorbono: l’aria tra gli Dei, il prāṇa tra i sensi.” (ChU IV.3.1-4)[↩]
    23. “Differente da ciò che non è conosciuto (aviditāt), da ciò che è opposto al conosciuto, da ciò che consiste in ignoranza non manifestata, che è il seme di ciò che è manifestato.” (KeUŚBh I.4)[↩]
    24. Abbiamo già fatto riferimento alla concezione per la quale la vista avrebbe come sede principale l’occhio destro. Ciò non esclude, ovviamente, la facoltà della vista all’occhio sinistro: “Il Sé che dimora in tutti è certamente Quello che ha il cielo come testa, la luna e il sole come occhi (cakṣuṣi candrasūryau)…” (MuU II.1.4). Tuttavia, fin dall’antichità era ben nota la maggior forza e abilità del lato destro del corpo grossolano rispetto a quello sinistro. Ciò non toglie che, proprio per la medesima ragione, la destra (dakṣiṇa) sia in relazione alla morte come perdita del corpo, al regno dei morti (dakṣiṇā) e al cammino verso il cielo degli antenati (dakṣiṇāyana).[↩]
    25. È indicativo che in sanscrito la pupilla sia chiamata puruṣa.[↩]
    26. D’altronde, Vaiśvānara è sinonimo di Agni, il dio del Fuoco e della luce cosmica, acceso sull’altare vedico a forma di falco con il rito solenne dell’agnicayana. Ma ciò riguarda il karma kāṇḍa e non il presente contesto.[↩]
    27. “Ascolta o brāhmaṇa, gli esempi di quello stato in cui un uomo è non cosciente dell’interno e dell’esterno per un breve intervallo senza essere sopraffatto dalle tenebre del sonno profondo [cioè rimanendo in veglia]: il momento infinitesimale in cui è fuori di sé dalla gioia; quando si è abbracciati alla propria amata; quando si raggiunge una cosa intensamente desiderata, che non ci si aspettava più; quando un viaggiatore solitario si trova improvvisamente davanti una tigre; quando qualcuno ode la notizia della morte del suo unico figlio che era al colmo della gloria e in buona salute. Ci sono anche intervalli liminali di samādhi [transe da svegli]fra la veglia e il sogno e tra la veglia e il sonno profondo; quando si guarda un oggetto distante, la mente è come se si proiettasse dal corpo nello spazio per raggiungere l’oggetto, come il bruco che si allunga da una foglia a un’altra.” (Tripurā Rahasya, XVII.4.12)[↩]
    28. Prāṇa, apāna, vyāna, udāna e samāna.[↩]
    29. Avyakta è il termine advitīya con cui di regola si definisce Pradhāna. Tuttavia nell’ambito del quinto e sesto mantra di quest’Upaniṣad e dei commenti di Gauḍapāda e di Śaṃkara in cui si sviluppa il tema di suṣupti avasthā, con ‘non manifestato’ si denomina la ‘massa di coscienza indifferenziata’. La ragione di tale uso inconsueto è da cercare nella sovrapposizione che ‘altri’ (rispettivamente i sāṃkhya e gli pātañjala yogin) compiono erroneamente tra Pradhāna-causa materiale o Īśvara-creatore, da una parte,e la vera Prajṇā-Coscienza dall’altra. Infatti la Coscienza assoluta (Cit, Caitanya) nella sua natura reale non è né manifestata (vyakta) né non manifestata (avyakta).[↩]
    30. Qualcuno considera questo ritorno una discesa o ridiscesa che perfezionerebbe la realizzazione finale, come se il mokṣa non fosse di per sé perfetto e richiedesse in più una ‘realizzazione’ del mondo irreale proiettato all’ignoranza; idea contraria a logica, śruti e intuizione, dato che ‘realizzazione’ significa ‘conoscenza di ciò che è Reale’. Sta di fatto che una tale teoria non esiste né nel sanātana dharma né in alcun’altra tradizione regolare.[↩]

    14. Saggi sul Vedānta

      Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

      Saggi sul Vedānta

      14. Applicazione del metodo. Disciplina e meta

      Adhyātma Yoga

      139. Al di là del karma e dell’upāsanā, c’è un tipo di attenta contemplazione chiamata adhyātma yoga che porta all’intuizione immediata. Anche il karma yoga e l’upāsanā di Brahman sono spesso chiamati yoga. Come, per esempio, in Bhagavad Gītā:

      O migliore fra i Bharata, ora ti dirò partendo in quale tempo gli yogin non ritornano e in quale ritornano. (BhG VIII.23)

      In questo śloka sono chiamati yogin anche i karma yogin e i dhāraṇā yogin (del Brahman).

      Quando gli uomini partono nel fuoco, nella luce, nel dì, nella quindicina luminosa della luna, nei sei mesi del viaggio del sole verso nord, i conoscitori del Brahman raggiungono il Brahman. (BhG VIII.24)

      Questo vuol dire che coloro che meditano sul Brahman sono condotti da guide divine fino al Brahman1.

      Lo yogin che raggiunge il mondo della luna attraverso il fumo, la notte, la quindicina oscura della luna, i sei mesi del viaggio del sole verso sud, quello ritorna indietro. (BhG VIII.25)

      Anche in questo caso colui che compie i karma è chiamato yogin.

      Ma oltre a questi due yoga, ce n’è un terzo che la Kaṭha Upaniṣad chiama adhyātma yoga e che il sesto capitolo della Bhagavad Gītā denomina dhyāna yoga. Questa disciplina merita di essere discussa proprio a questo punto, perché, anche se il suo procedimento è una pratica mentale piuttosto diversa da quella degli altri due, molti studiosi e insegnanti di Vedānta lo hanno preso erroneamente per una specie di pātanjala yoga.

      140. La Kaṭha Upaniṣad fornisce dettagli su questo yoga. Essa illustra l’utilità di questa disciplina con una bella metafora che paragona il cercatore della verità al padrone di un carro assistito da un auriga intelligente che guida cavalli ben addestrati a trainare la vettura:

      Ma chi ha un intelletto discriminante con una mente sempre pronta, ha i sensi sotto controllo come i cavalli addestrati di un auriga (intelligente). (KU III.6)

      Un intelletto discriminante, come un auriga intelligente, tiene la briglia della mente tesa ogniqualvolta se ne presenta l’occasione. I sensi, quindi, non possono scappare nella direzione che preferiscono.

      Chiunque abbia per auriga un intelletto discriminante e una mente trattenuta dalla briglia, costui raggiunge la meta predestinata del (lungo) percorso, l’eccelsa dimora di Viṣṇu (l’onnipervadente Brahman). (KU III.9)

      L’eccelsa dimora di Viṣṇu è la Realtà onnipervadente, perché, come s’è detto nel verso precedente, da lì non c’è più ritorno alla miseria della vita di questo mondo.

      141. La meta più alta del percorso dello Yoga, secondo l’Upaniṣad, è raggiunta nel modo seguente:

      Questo Ātman è nascosto in tutti gli esseri e non si rivela. Ma con l’aiuto della buddhi acuta e sottile, Egli è visto da coloro che abitualmente vedono le cose sottili. (KU III.12)

      L’Ātman non è conosciuto nel modo ordinario in cui si conoscono gli oggetti. Può essere intuito dalla mente affinata da un esercizio costante mirato a vedere quelle cose sempre più sottili che le apparenze grossolane nascondono al loro interno.

      Il saggio (cercatore) dovrebbe fondere (le facoltà di senso come quella del) la parola nella mente, e quella (la mente) nell’intelletto. L’intelletto, si dovrebbe fondere nel mahan ātman (l’individuo cosmico, il sé o intelletto universale [Hiraṇyagarbha]), e quello (il grande ātman) dovrebbe immergersi nell’Ātman libero da tutte le caratteristiche specifiche. (KU III.13)

      142. Lo Yoga, così formulato, deve essere spiegato nella sua forma più pura prima che sia messo in pratica, perché non è affatto come quello di creare, con la forza della volontà, un flusso di idee simili (sajāītiya pratyaya santāna karaṇa), in accordo con ciò che è raccomandato dagli Śāstra2. Come dice il Chāndogya Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya:

      “Ma upāsanā significa creare un flusso continuo di modificazioni mentali simili riguardo a un qualche oggetto presentato dallo Śāstra, (flusso) non interrotto da qualsiasi pensiero estraneo. (ChUŚBh introd.)

      Prima abbiamo citato la definizione di Śaṃkara del dhyāna (sinonimo di upāsanā) come un atto che dipende dalla volontà di una persona (§ 136).

      Nel caso delle upāsanā (meditazioni sul Brahman) il sākṣātkāra (vale a dire la realizzazione dell’idea in una forma concreta) è necessario costantemente, tranne nel caso in cui le meditazioni siano eseguite per certi fini desiderati.

      Il risultato di queste meditazioni è identico, perché consiste nella percezione dello stesso oggetto di meditazione. (BSŚBh III.3.59)

      “Nelle meditazioni non c’è bisogno di comprensione da parte di chi le intraprende per ottenere risultati desiderati (come in “Chi medita sul nome come Brahman”); a costui spetta il potere di spaziare in tutto il dominio di pertinenza di quel nāma” (ChU VII.1.5) che esaudisce i risultati in forma di adṛṣṭa3. (BSŚBh III.3.60)

      Il caso dell’adhyātma yoga, comunque, è piuttosto diverso da quello delle upāsanā sul Brahman in cui, con un atto di immaginazione creativa in accordo con gli Śāstra, il meditante deve prima raggiungere la ferma convinzione di essere Brahman per poi, dopo essersi liberato della spoglia mortale, procedere verso il Brahmaloka attraverso il sentiero del devayāna al fine di raggiungere e fruire dei frutti della meditazione. Nell’adhyātma yoga non c’è alcuna creazione di un flusso di idee né ci si rivolge verso il proprio interno per vedere entità sempre più sottili con le quali lo yogin si identifica. (KU III.12). Śaṃkara, nel commentare questo passaggio, afferma:

      Ma Egli è visto per mezzo dell’intelletto purificato e reso acuto, abituato alla concentrazione, per vedere oggetti sottili. Chi intraprende ciò? Coloro che vedono oggetti sottili, quelli che sono diventati capaci di penetrare nelle cose più sottili per mezzo della loro capacità di percezione in ordine crescente di sottigliezza, seguendo il percorso indicato dallo śloka “Gli oggetti dei sensi sono superiori ai sensi ecc”. (KU I.3.10). Quelli, che vedono gli oggetti sottili, sono i dotti. (KUŚBh I.2.12)

      Parafrasando quel che precede, la citazione vuol dire che l’Ātman è visto per mezzo della buddhi o mente, resa estremamente sottile. I sensi, la mente, l’intelletto e l’ego (e la buddhi di Hiraṇyagarbha) sono ognuno più sottile di quello che lo precede. Il più sottile di tutti è l’Ātman sul quale tutti quelli sono sovrapposti. Mentre lo yogin continua ad affinare il suo strumento di osservazione, la buddhi arriva a realizzare sempre di più ciascuna delle successive entità sottili come suo sé. Quando alla fine arriva a vedere, cioè a intuire, il proprio Sé, il vero Sé di tutti gli esseri, non ci sarà più nulla da vedere. Allora si scopre che questo Ātman è ‘tadviṣṇoḥ paramam padam’ (la natura più alta dell’Onnipervadente, dell’Ātman).

      143. L’adhyātma yoga è lo stesso che è descritto con il nome di dhyana yoga nel sesto capitolo della Bhagavad Gītā. Anche lì si dice che lo yogin si ritira gradualmente finché alla fine ottiene Brahmasamsparsam atyantam sukham, il contatto, o intuizione dell’identità con Brahman della natura d’incomparabile beatitudine. Con lo stesso risultato si riconosce il Sé nascosto in tutti gli esseri:

      Colui, la cui mente è in equilibrio con l’aiuto dello yoga, vede lo stesso in tutti, cioè vede il proprio Sé in tutti gli esseri, e tutti gli esseri in quel Sé. (BhG VI.29)

      144. La disciplina spirituale può essere descritta dal punto di vista trascendente come un viaggio per raggiungere una meta senza muoversi. Secondo una śruti che Śaṃkara cita spesso (ma la cui fonte non siamo mai stati in grado di rintracciare) i saggi non viaggiano mai per nessun sentiero, ma raggiungono l’unica unica meta di tutti i sentieri. Il cercatore impegnato nella cerca del suo vero Sé esamina da vicino i sensi, la mente e l’intelletto e, quando ha superato sia il mahan ātman sia l’avyakta, vede la Realtà faccia a faccia tramite la sua luce per la ricerca, la buddhi; o, piuttosto, la luce della ricerca si fonde per sempre nell’Ātman nascosto in tutti gli esseri. Gauḍapāda così lo esprime:

      Quando la mente (disciplinata dallo yoga) non si dissolve (cioè non cade nel) sonno né viene distratta di nuovo (dai desideri), quando non vaga né dà origine alle apparenze (degli oggetti), allora diventa Brahman”. (MUGK III.46)

      145. Ma tutto questo è dal punto di vista dello yoga. Dal punto di vista del jñāna, invece, la mente non è mai stata. È solo un’apparenza illusoria dell’Ātman stesso. Ecco perché Gauḍapāda ha detto prima:

      Quando, grazie all’intuizione dell’unica realtà dell’Ātman, la mente non concepisce (più), raggiunge lo stato di non-mente; perché allora è libera da ogni cognizione, non avendo nulla da conoscere. (MUGK III.32)

      Essendo ogni cosa un’apparenza dell’unica Realtà, dell’Ātman, la mente (antaḥkaraṇa) sarà diventata una cosa sola con l’Ātman, quando si sarà realizzata la verità della śruti ‘tat sat yam sa Ātmā‘ (Quello è reale, solo questo è l’Ātman).

      15. Conclusioni

      146. È giunto ora il momento di ricapitolare. Cercheremo di riassumere ciò che abbiamo finora imparato dalle Upaniṣad.

      La parola stessa Upaniṣad significa principalmente Brahma Vidyā, conoscenza del Paramātman, il vero Sé interno ed esterno di tutto l’universo comprendente anche il cercatore della verità. La parola è talvolta usata nel senso di ‘segreto’. La Brahmātma Vidyā, tuttavia, è segreto solo per coloro che non osano guardare le cose come sono. Essendo lo stesso Sé del cercatore, come di tutti gli altri esseri, la sua conoscenza non può essere tenuta segreta a nessuno. Richiede solo il modo corretto per guardarla4.

      147. Brahman è il principio più sottile ed è l’essenza di tutte le cose, animate e inanimate. È l’unica Realtà nel senso stretto della parola, ed è il vero Sé del cercatore della Verità. La mente umana, nel suo stato attuale, non è in grado di conoscerlo a causa della sua tendenza a guardare all’esterno e a desiderare gli oggetti grossolani che immagina siano l’unica fonte di felicità nella vita. Inoltre, Brahman è privo di tutte le caratteristiche specifiche e non può mai essere oggettivato dai sensi o dalla mente, gli abituali strumenti per osservare e determinare la natura delle cose fenomeniche. Questa è un’ulteriore ragione per cui Brahman non è comprensibile per mezzo di alcun concetto. Eppure, è il Sé più intimo dell’indagatore. È l’unica entità innegabilmente reale.

      148. Brahman è eternamente puro, essenzialmente cosciente e sempre libero. Essendo l’unica Realtà, è il Tutto. Colui che lo riconosce come il suo stesso Sé, diventa Brahman grazie a quella stessa conoscenza. Poiché Brahman è il Tutto, anche chi conosce Brahman diventa tutto. La parola ‘tutto’ qui non denota quantità o numero, perché Brahman non ha alcuna aggiunta specifica di quantità o numero. È l’unica entità che sia mai esistita. È un Tutto senza parti, Uno senza un secondo accanto a Lui, Infinito che non si contrapporre ad alcunché di finito. È senza paura, perché non c’è un altro di cui abbia paura, e non c’è nulla nella sua natura intrinseca di cui possa avere paura. È immortale per natura, è onnipervadente, intero in se stesso e non può essere pensato in relazione con ciò che è pervaso, frammentato e decaduto. È immutabile ed eterno senza riferimento al tempo, Essere non opposto al non-essere, Coscienza senza un oggetto, Beatitudine non derivata da alcun oggetto. In breve, è la Realtà Assoluta. Non appena lo si conosce come il proprio vero Sé, si diventa il Brahman stesso con tutte queste caratteristiche, se vogliamo chiamarle ‘caratteristiche’.

      149. Essendo il reale Brahmātman tutto ciò che è realmente, va da sé che non ci può essere nessuno che lo insegni o che possa essere insegnato, una volta ammessa la verità di questa non dualità. Ma dal punto di vista della comune mente dottrinalmente non educata, sembra assurdo sostenere che ci sia solo una Realtà Assoluta senza secondo: questa visione appare contraddire ogni esperienza e negare tutti i canoni di conoscenza che proclamano a gran voce l’esistenza di un universo di molteplicità, di varietà, di cambiamento costante e di novità5. Come possono le Upaniṣad fare un’affermazione così autocontraddittoria? E come possono insegnare a qualcuno un Assoluto senza attributi, che non può essere descritto né a parole né pensato dalla mente?

      150. I discepoli del Vedānta, com’è insegnato dalle Upaniṣad, dovrebbero prima di tutto conoscere il metodo adottato in esse per presentare le verità della dottrina. La distinzione tra la prospettiva empirica (vyāvahārika), limitata ai fenomeni dello stato di veglia, e la visione scritturale, ossia reale (pāramārthika) del Vedānta, che prende cognizione dall’intera esperienza di vita, dovrebbe essere considerata attentamente; poiché le Upaniṣad trattano del Brahman, della Realtà che sottende non solo l’intero universo (interno ed esterno) sperimentato nella veglia, ma comprende la vita in tutti i suoi aspetti degli stati di veglia, di sogno e di sonno profondo.

      Il linguaggio e lo stile appositamente concepiti per suggerire la natura di Brahman, che è inoggettivabile dalla parola o dal pensiero, e il metodo di confutazione chiamato adhyaropāpavāda nyāya, adottato per condurre il cercatore all’intuizione della Realtà annullando tutto il non-sé, devono essere compresi a fondo affinché lo studio delle Upaniṣad possa dare qualche risultato tangibile e benefico.

      Chi aspira all’intuizione della verità vedāntica (jijñāsu), dovrebbe sottoporsi alla necessaria disciplina spirituale per rivolgersi verso il suo interno e dedicarsi a una cerca diligente fino ad arrivare alla Realtà che è il suo Sé più profondo. In ogni caso, lo si deve avvertire che il successo nella conoscenza della verità vedāntica non può mai essere conseguito attraverso un mero gioco intellettuale.

      151. Le Upaniṣad, la Bhagavad Gītā e i Vedānta Sūtra sono le tre fonti scritturali che aiutano a capire il modo tradizionale (āgama) e il particolare procedimento logico (tarka) da seguire nella comprensione delle verità vedāntiche. In questi saggi abbiamo indicato come un cercatore qualificato può seguire l’applicazione del metodo dell’adhyāropāpavāda nyāya in tutti i suoi dettagli. Si spera che l’aspirante serio, che ha seguito questi esempi di applicazione del metodo, sia in grado di capire come i vedāntin si attengano attentamente all’insegnamento upaniṣadico dell’Assoluto Brahman non duale privo di alcuna caratteristica specifica. E di capire, inoltre, come i vedāntin possano parlare, allo stesso tempo, di avidyā e māyā, di essere e di divenire, di causa ed effetto, di Dio e delle creature, dell’universale e del particolare, dell’anima individuale e dell’Ātman universale, dei tre stati di Coscienza e della Coscienza Pura, della schiavitù e della Libertà, della disciplina e della meta, e di tutte le altre distinzioni che possono applicarsi solo a un Universo di molteplicità.

      Oṃ Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ


      1. È evidente dal contesto che si tratta del Brahman non Supremo, ovvero Brahmā nella specifica forma di Hiraṇyagarbha [N.d.C.].[↩]
      2. Per capire meglio il senso di questa affermazione, descriviamo succintamente come funziona l’upāsanā. L’upāsaka in base alle ingiunzioni del guru si applicherà, per esempio, alla meditazione del fuoco come è prevista dagli Śāstra. Dapprima concentrerà la sua vista su un lumino (dīpika), percependo la luminosità (jyotis) e calore (tejas) come sue caratteristiche principali. In seguito, creerà l’immagine interiore (kalpana) della fiamma su cui meditare a occhi chiusi, creando un flusso ininterrotto (privo di distrazioni estranee) di pensieri che presentino le medesime caratteristiche del fuoco su cui ha fissato la sua concentrazione (dhāraṇa). In questo modo il meditante riconoscerà nella facoltà della vista, presa per somiglianza come oggetto, la luminosità, e nel prāṇa il calore vitale. Proseguendo, l’upāsaka riconoscerà che luce e calore, cioè il fuoco, sono presenti in tutte le sue costituenti individuali (l’occhio, il fuoco gastrico, la luce mentale taijasa ecc.), come anche in tutte le componenti universali, quali il sole, la luna, il fulmine, il fuoco sotterraneo ecc., cioè la visibilità e la vitalità di ogni oggetto esterno così contemplato. Alla fine di questo sforzo di creazione mentale di immagini-concetti, egli raggiungerà il dominio sull’elemento (bhūta) fuoco. La prova del successo di questa indagine meditativa (dhyāna) sarà l’ottenimento del potere (siddhi o vibhūti) sull’elemento agni. Cfr. Yoga Sūtra Vyāsa Bhāṣya, III [N.d.C.].[↩]
      3. Adṛṣṭa phala o risultati invisibili, termine vedāntico corrispondente a ciò che la Pūrva Mīmāṃsā definisce apūrva. In questo caso, il testo si riferisce al periodo di latenza dei risultati delle azioni compiute in vita nell’attesa che si realizzino determinando i destini postumi dell’upāsakā [N.d.C.].[↩]
      4. Sono rari, infatti, i sādhaka che comprendono la Realtà così com’è. La massima parte di essi, limitati a una prospettiva ritualistica e fideistica delle vie del non Supremo, non ne colgono il segreto o, meglio, il mistero. Il rito, il comportamento e le idee possono essere comunicati e ingiunti per, poi, essere messi in pratica, indipendentemente dalle capacità di comprensione del discepolo. Il vero mistero, come dice la parola, rimane incomunicabile anche quando viene esposto e diventa comprensibile solamente per chi è qualificato alla via della conoscenza. Naturalmente, in questo contesto non si deve tenere in alcuna considerazione quel ‘segreto’ che in realtà è soltanto un rifiuto di passare ai presunti ‘profani’ una informazione reperibile su qualsiasi pagina stampata [N.d.C.].[↩]
      5. Le menti limitate, infatti, pur riconoscendo che il Brahman è la Realtà assoluta (non per intuizione propria, ma per fede in scritti autorevoli), affermano che il ‘mondo è lì davanti a noi’, come sarebbe provato dalle facoltà di percezione. Il mondo esterno per loro è dunque una ‘realtà relativa’. Ma se è una ‘realtà relativa’, è relativa a che cosa? Evidentemente all’Assoluto, che così diventa a sua volta ‘relativo’ rispetto alla ‘realtà relativa’ del mondo. La totale illogicità di tale asserzione evidenzia l’assenza di capacità conoscitiva in tali menti limitate [N.d.C.].[↩]

      🇮🇹🇫🇷🇪🇸🇬🇧 Aditi, “Advaita Vedānta”, No. IV, 2022

        Aditi, “Advaita Vedānta”, No. IV, 2022

        🇮🇹 Abbiamo ricevuto un numero unico della rivista francese Aditi, dedicato l’Advaita Vedānta, che tocca diversi argomenti importanti affrontati sul nostro sito Veda Vyāsa Maṇḍala.

        Renaud Fabbri, “Éditorial” (Editoriale); Swami Yogananda Sarasvati (tr. par) “Ratha-kalpanā”; Martine Chifflot, “Le moi, le monde et Dieu: perspectives dualistes et non-dualistes du Vedānta” (L’io, il mondo e Dio: prospettive dualiste e non dualiste del Vedānta); Ira Schepetin, “Vedānta traditionnel et néo-Vedānta” (Vedānta tradizionale e neo-Vedānta); Renaud Fabbri, “Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī ou la critique de la raison vedāntique” (Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī o la critica della ragione vedāntica); Armandine Girard “La notion d’ahaṃkāra” (Il concetto di ahaṃkāra); Vasanthi Srinivasan, “Émerveillement incandescent : le raisonement analogique dans la Viśiṣṭādvaita” (L’incandescente stupore: il ragionamento analogico nel Viśiṣṭādvaita); David Dubois, “Advaita Vedānta et Shivaisme du Cachemire : unité ou dualité?” (Advaita Vedānta e Shivaismo del Kashmir: unità o dualità?); Felix Herkert [éd. par] “Svāmī Karpātrī. L’unité des religions [Dharmon kī ektā]” (Svāmī Karpātrī. L’unità delle religioni [Dharmon kī ektā]); Pierre Bonnasse, “Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essence de la practique spirituelle du Śaktisme non-duel” (Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essenza della pratica spirituale dello Śaktismo non-duale).

        Éditorial. La rivista apre con un editoriale del capo redattore M. Renaud Fabbri che connota correttamente il Vedānta non duale come la dottrina metafisica insegnata nella linea iniziatica di Gauḍapāda, di Śaṃkara e di Sūreśvara. La breve presentazione introduce l’Advaitavāda indicando nel Mahāvākya “tu sei Quello” l’identità dell’Ātman ‘di ciascuno’ con il Brahman assoluto. A questo riguardo, M. Fabbri utilizza il termine guénoniano di ‘identità suprema’ il cui senso qui non appare del tutto inadeguato. Tuttavia, sarebbe comunque da evitare in quanto ripropone l’erronea traduzione di Ivan Aguéli della formula sufica waḥdāt al-wujud. Possiamo aggiungere che il capo redattore avvicina il concetto śaṃkariano di mokṣa alla realizzazione spirituale descritta nelle Enneadi di Plotino, che si sarebbe poi conservata nel tempo attraverso “les voies mystiques tant chrétiennes que musulmanes”. Questa inclinazione verso il neoplatonismo, residuo di ispirazione ‘perennialista’, si riscontra in altri contributi nel corso della pubblicazione. È perciò necessario fare un po’ di chiarezza. L’emanazionismo plotiniano è in quanche modo paragonabile alla dottrina sāṃkhya del satkāryavāda (come il suo contrario, il creazionismo ex nihilo semitico, ha qualche somiglianza con l’asatkāryavāda del Nyāya). La teoria satkārya sostiene che l’effetto è preesistente nella causa in forma di possibilità: i ventitre tattva prodotti dalla Prakṛti altro non sono se non estrinsecazioni o modificazioni dalla stessa causa materiale. La dottrina della causalità asatkārya dei naiyāyika, invece, sostiene che l’effetto è prodotto ex novo e che era inesistente in precedenza. Nessuna di queste due dottrine è riconosciuta valida dall’Advaita Vedānta. La sua posizione è il vivartavāda, la dottrina dell’irrealtà: l’effetto è apparenza irreale sovrapposta alla causa. E, poiché senza effetto la causa non è causa, non esistono né causa né effetto. Così si conferma la non dualità del Brahmātman. Il Non duale, quindi, non è assimilabile all’idea dell’Uno neoplatonico, che può essere meglio accostabile alle scienze del Non-supremo (aparabrahma vidyā).

        Ratha-kalpanā (Introduction – Extrait et commentaire). L’ospite d’onore che apre la serie dei contributi è Swami Yogananda Sarasvati, un francese operante in Francia, discepolo del discusso guru di Yoga Swami Satchidananda, fondatore a San Francisco dell’Integral Yoga Institute, a sua volta discepolo dello Svāmī Śivānanda, fondatore della scuola yogica Divine Life Society di Ṛṣikeśa. L’introduzione già presenta alcuni equivoci caratteristici di chi interpreta l’advaitavāda alla luce del pātañjala yoga, come per esempio: “[Il Brahman] ayant projecté le monde, il y entre pour l’animer en se reflétant sur l’intellect, prenant ainsi la forme du jīvātman, le soi individual vivant.” (p. 11) Che il Brahman proietti il mondo e che il jīvātman sia una forma altra da Quello non è certamente dottrina advitīya. Più avanti (pp. 14-15), l’Autore attribuisce alla conoscenza gli anubandha catuṣṭaya (argomento, scopo, metodo d’insegnamento e persona qualificata a riceverli) che sono, invece, le motivazioni per l’insegnamento orale. (śābda pramāṇa). Segue la traduzione di nove śloka (I.3.3-11) tratti dalla Kaṭha Upaniṣad,commentati sempre da Swami Yogananda. Anche in questo caso ci si imbatte in un errore d’interpretazione. L’Upaniṣad, nelle righe precedenti, descrive il processo di purificazione della mente, paragonando i diversi componenti dell’antaḥkaraṇa a un carro da battaglia: “L’homme qui a pour cocher le discernement et qui tient la bride de son mental arrive au terme du chemin, à la Demeure suprême du tout-pénétrant Viṣṇu” (KU I.3.9). L’Autore, nel suo commento, afferma: “C’est l’état du Soi supreme, l’état non suprême ou inférieur étant celui du soi individuel soumis à la transmignation par manque de discerniment. Le fruit de la connaissance du Soi est donc la libération, la fin du grand rêve cosmique, l’éveil spirituel. C’est l’attainte de la destination finale, la Demeure suprême de Viṣṇu” (p. 21). Ora, poiché mokṣa non si ottiene al termine di alcun cammino né può essere considerato come una destinazione o una dimora finale, è evidente che la Dimora suprema di Viṣṇu non è altro che il Brahmaloka quando s’immerge nel pralaya, come è ben esposto anche in Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (IV.3.10). La purificazione della mente è propedeutica al jñāna mārga, ma da sola non è sufficiente a garantire la Liberazione. Da sola può condurre al massimo al Brahmaloka e alla Dimora di Viṣṇu, ma sempre e soltanto a conclusione della via postuma del Devayāna. Che sia così è dimostrato anche nello śloka 11 che, non a caso, supera la tappa della Dimora di Viṣṇu, affermando: “Supérieur au non-manifesté [il Pradhāna] est le Puruṣa. Rien n’est superieur au Puruṣa. C’est la culmination. C’est le but suprême” (p. 23).

        Le moi, le monde et Dieu: perspectives dualistes et non-dualistes du Vedānta. M.me Martine Chifflot scrive un articolo dal quale traspare un grande amore per le dottrine dell’induismo, pur avendo deciso di rimanere nel seno del cristianesimo. Rivisitando, quando è possibile, gli insegnamenti evangelici alla luce dei suoi studi vedāntici, comunica ai lettori di raggiungere un senso di soddisfazione e di pace. Nulla di reprensibile, per la verità, purché con questo non si voglia forzare i propri testi sacri e striracchiarne le interpretazioni alla ricerca di presunte tracce di non dualità. Quest’articolo si basa sulla convinzione seguente: “Comme l’a bien vu René Guénon, ce serait une erreur de souligner les differences [tra le diverse scuole di Vedānta] au point d’y voir des contradictions” (pp. 54-55). Ma le cose non stanno così. Eccezion fatta per l’advaita, tutte le altre scuole di Vedānta contraddicono, in misure diverse, la non dualità, pur intitolandosi Viśiṣṭa advaita, Dvaita advaita, Śuddha advaita e così via. In un modo o nell’altro separano irriducibilmente la realtà del Brahmanda quelle di jagat e dei jīva. L’advaitavāda, al contrario, dichiara che solo il Brahman è l’unica Realtà. A maggior ragione, il vivekin è tenuto a identificare l’errore nelle correnti di mūlāvidyāvāda che inquinano lo stesso Advaita Vedānta. Che l’Autrice dell’articolo non abbia molta familiarità con l’advaitavāda è anche dimostrato dal fatto che, stilando brevi note sulla dottrina della Māṇḍūkya Upaniṣad, afferma che la ripetizione dell’Oṃkāra permette al vivekin la conoscenza del Brahman-Ātman (p. 45), come se gli advaitin seguissero il metodo del japa in uso nelle vie di karma kāṇḍa. M.me Chifflot cita e commenta alcuni passaggi salienti di Prakāśānanda, senza accorgersi che questo autore tardivo (XVI sec.) si era reso conto che la mūlāvidyā dei post-śaṃkariani aveva creato un artificioso dualismo con la co-eternità di Brahman e dell’ignoranza. Tuttavia, il tentativo di Prakāśānanda di porvi rimedio ha complicato ancor più la matassa. Infatti, egli sostenne che lo stato di sogno è composto da oggetti inesistenti del mondo del sogno, proiettati dalla mente del sognatore. Al risveglio, si ottiene la certezza che sia il sognatore sia gli oggetti del mondo del sogno erano asat. Così il mondo della veglia, i suoi oggetti e lo stesso vegliante sono un sogno del Brahman che scompaiono al suo risveglio come il serpente quando si conosce la corda. La stessa Autrice fa rilevare che ciò conduce a una prospettiva solipsista, senza peraltro spiegarne il perché. Infatti, per dimostrare davvero l’inesistenza dell’ajñāna si deve ricorrere non solo a veglia e sogno, ma soprattutto al vicāra sul sonno profondo.

        Vedānta traditionnel et néo-Vedānta. M. Ira Schepetin usa il termine neo-Vedānta in un senso più ampio di quello usuale. Abitualmente con neo-Vedānta s’intende il modernismo hindū, fortemente contaminato da scientismo, moralismo protestante ed egualitarismo sociale. L’Autore comprende tra i neo-vedāntin anche quelli che noi definiamo ‘postśaṃkariani’. Tale estensione del senso del termine è del tutto comprensibile e condivisibile. Prosegue con una breve, ma pregnante critica alla dottrina deviata della mūlāvidyā in tredici punti, in cui segue fedelmente gli insegnamenti del grande Guru di Advaita, Svāmī Jñānandendra Sarasvatī Mahārāja. Si tratta di un articolo altamente raccomandabile per la riflessione.

        Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī ou la critique de la raison vedāntique. M. Renaud Fabbri ha dedicato un cospicuo scritto per descrivere il ripristino della pura dottrina di Śaṃkara Bhagavatpāda per correggere le alterazioni dell’advaita da parte dei post-śaṃkariani. Tale opera di restauro avvalse a Svāmījī il riconoscimento di essere un Abhinava Śaṃkara, novello Śaṃkara. L’articolo, davvero eccellente, dà un quadro preciso della dottrina delle tre avasthā e, soprattutto, del suo uso metodico, argomento del tutto sconosciuto in Occidente fino a quando le pagine vedāntiche di Veda Vyāsa Maṇḍala non l’hanno reso noto. Si tratta di un contributo importante e raccomandabile a tutti coloro che sono sinceramente interessati al vicāra vedāntico. Un unico neo: non si capisce per quale motivo M. Renaud Fabbri abbia insistito, nel corso del suo scritto, a voler inserire un cuneo tra Svāmījī e K.A. Krishnaswamy Iyer, che fu uno dei suoi più important Guru, oltre che amico personale. È vero che Iyer spesso citava nei suoi scritti filosofi e letterati occidentali, per la verità in termini non certo lusinghieri, ma anche Svāmījī ogni tanto in nota nominava e criticava autori occidentali. D’altra parte, i due personaggi erano anche in possesso di una solida cultura che permetteva di lanciare i loro strali con grande sicurezza. D’altra parte, lo stesso Autore in questo contributo non si è astenuto dal citare due pensieri di Cartesio e Schopenhauer, peraltro sorprendentemente interessanti.

        La notion d’ahaṃkāra. L’Autrice di queste pagine, M.me Armandine Girard, si avventura nell’argomento dell’ahaṃkāra nutrendo fiducia in ciò che affermano gli indologi. Infatti quel termine designa la buddhi in quanto, riflettendo la Coscienza dell’Ātman, produce (kāra) il senso illusorio dell’io individuale (aham). Inoltre, l’affermazione che “«Faire Je» signifierait au depart «pousser le cri ‘Je’»“, è del tutto senza senso. L’Autrice, sempre seguendo le orme di Michel Hulin, sostiene che tale termine indica anche ciò che s’intende con egoismo che, invece, corrisponde al sanscrito asmitā. In seguito, questa volta fidandosi di G.J. Larson, interpreta l’ahaṃkāra upaniṣadico sulla base del Sāṃkhya-yoga della Bhagavad Gītā, considerato evoluzionisticamente un proto-Sāṃkhya darśana. Anche questa è una grave svista, in quanto l’abbinamento Sāṃkhya-Yoga non ha nulla a che fare con gli omonimi darśana, ma designa la dottrina e il metodo dell’Advaita Vedānta. Si tratta di un errore in cui spesso cadono i profani, abbagliati dalla coincidenza dei termini. Āhaṃkāra nel Sāṃkhya, nel tantrismo e nella bhakti, è un tattva, una realtà. Invece nell’advaitavāda è pura apparenza priva di realtà: perciò non si capisce come faccia M.me Girard ad accostare Śrī Rāmaṇa Maharṣi, che ben sapeva che l’unica realtà (tattva) è l’Ātman non duale, a Śrī Anirvāṇa che s’appoggia al Sāṃkhya darśana per spiegare la realizzazione come il ritorno dell’ahaṃkāra al suo ‘punto di partenza’.

        Émerveillement incandescent: le raisonement analogique dans la Viśiṣṭādvaita. “Ananda Coomaraswamy faisait une fois remarquer que penser sous forme d’images et de symbols était le langage «adéquat» de la métaphysique”. Così inizia l’articolo di M.me Vasanthi Srinivasan. Anche se questo è un pensiero assai diffuso in ambienti tradizionalisti, la realtà non è proprio così. L’immagine e il simbolo sono stumenti per quelle vie iniziatiche che li usano come supporto di meditazione. Soprattutto le meditazioni più elevate sono aliṅga upāsanā, in quanto devono prescindere dall’uso del simbolo esteriore come pure dalla sua immagine interiorizzata (antardṛṣṭi), pur essendo ancora nell’ambito del karma kāṇḍa. L’advaitavāda procede per rimozione di ogni forma per mezzo della discriminazione “neti neti”. Il resto dell’articolo offre diversi spunti interessanti, che tuttavia non riguardano l’Advaita Vedānta argomento di questa pubblicazione.

        Advaita Vedānta et Shivaisme du Cachemire : unité ou dualité? Non poteva mancare un contributo sul cosiddetto Shivaismo del Kashmir, vera ossessione per gli occidentali e che, grazie al loro martellamento, comincia a contagiare anche l’ambiente accademico indiano. M. David Dubois ripropone l’ennesima comparazione tra il suddetto Trika e il Vedānta śaṃkariano, ovviamente a tutto vantaggio del primo. Poiché l’advaitavāda afferma che l’esistenza del mondo manifestato e degli esseri che lo popolano, vale a dire la dualità, è illusoria, in questo articolo lo si definisce ‘esclusivo’. Al contrario, quella corrente tantrica sarebbe ‘inclusiva’ perché integra la dualità nell’Assoluto. Questo è un altro modo per dire che, a suo livello, anche la dualità gode di una sua realtà all’interno dell’Assoluto. Inoltre, basandosi sui Tantra del Trika, M. Dubois riferisce che per quella via iniziatica non c’è incompatibilità tra Liberazione (mokṣa) e fruizione (bhoga) dei frutti dell’azione. In realtà la fruizione avviene nel saṃsāra, mentre il mokṣa è proprio la Liberazione dal saṃsāra, cioè dal divenire, dall’azione, da ogni relazione, come quella di fruitore-fruito (bhoktṛ-bhogya). Basta questo per rendersi conto che anche nel caso del Trika ci si trova davanti a un uso improprio del concetto di non dualità. Infine, poiché la trasmissione iniziatica del Trika è definitivamente spenta, l’autore di questo articolo sosterrebbe che è ancora vivente nell’India meridionale con il nome di Śrī Vidyā. A parte il fatto che Śrī Vidyā è oggi fiorente anche nel settentrione, non è affatto vero che questa tradizione śākta sia una derivazione dallo “Shivaismo del Kashmir”, avendo una paramparā, una dottrina e testi tantrici suoi propri. Inoltre, a differenza del Trika, Śrī Vidyā non ha mai preso posizioni dottrinali polemiche e divergenti nei confronti dell’Advaita Vedānta; anzi ha sempre fiorito e fiorisce tuttora presso i Pīṭha e i Maṭha śaṃkariani, essendo i loro Jagadguru maestri di entrambe le vie iniziatiche. Semmai, Śrī Vidyā è considerata dagli advaitin un potente avvio intellettuale verso la via della conoscenza (jñāna mārga).

        Svāmī Karpātrī, L’unité des religions [Dharmon kī ektā]. M. Felix Herkert ha introdotto la sua traduzione da hindī dell’articolo di Svāmī Karpātrī Mahārāja “L’unità delle religioni” (Dharmon kī ektā). Vi si trova la descrizione della personalità tradizionale e dell’alta funzione di Svāmījī, anch’egli ovunque conosciuto con i titoli di Abhinava Śaṃkara (novello Śaṃkara) e anche di Dharma Samrāṭ (imperatore del dharma). Nonostante il grande rispetto e ammirazione che dimostra per il grande ācārya di Vedānta (e di Śrī Vidyā), M. Herkert insinua che Svāmījī abbia riformulato il concetto di sanātana dharma come una “auto-désignation de l’unité de la tradition védique principalement en distinction des autres religions”. Questa opinione si allinea a una malevola voce che da qualche tempo sta dilagando nelle università allo scopo di negare all’induismo una sua identità da tempo immemorabile. L’induismo sarebbe una giustapposizione di differenti religioni dalle origini più disparate che sarebbero state unificate artificialmente di recente a scopo nazionalistico assumendo il nome di sanātana dharma. Non a caso M. Herkert cita Wilhelm Halbfass, secondo cui “[Svāmī Karpātrī] a élaboré comme une difference par rapport a l’hindouisme pré-moderne et traditionnel: à savoir, que le sanātana dharma est devenu de plus en plus important dans les auto-identifications hindoues qui ont émergé, en particulier depuis le XIXème siècle au cours de la rencontre de l’Inde avec l’Occident” (p. 124). Halbfass apparteneva infatti a quella corrente di indologi che detestano l’India e che propagandano simili teorie al fine di demolire la tradizione eterna. È vero che Svāmī Karpātrī ha svolto una funzione sociale, anche ispirando la fondazione di un partito hindū tradizionale con il tentativo (vano) di contrastare una deriva gandhiana anticastale, socialista e filoislamica per l’India libera dal dominio britannico. Si trattava del Rām Rājya Pariṣad che proclamava quale modello statale il regno ideale di Rāma. M. Herkert aggiunge che Svāmījī avrebbe fondato anche il movimento nazionalistico Dharma Saṃgha, seguendo le tendenziose informazioni di Alain Daniélou (peraltro già smentite dai libri del Dr. J.L. Gabin). In realtà lo Svāmī fondò il Dharma Saṃgha Śikṣā Maṇḍala di Benares, istituzione per l’insegnamento tradizionale in sanscrito per bambini e adolescenti. L’articolo Dharmon kī ektā, ben lungi da voler diffondere una qualsiasi unità ‘trascendente’ o ‘fondamentale’ delle religioni-tradizioni, riconosce che tutte sono accomunate a difendere i valori dell’ahiṃsā (il comportamento di non produrre sofferenza agli esseri coscienti, qui gandhianamente tradotto come ‘non-violenza’) e la verità secondo le loro angolature. Tuttavia, Karpātrījī si guardava bene dal considerare tutte le forme tradizionali come ‘complete’ ed ‘equivalenti’, e distingueva nettamente tra la tradizione eterna (sanātana dharma) e le tradizioni e religioni sorte nel corso della storia dell’umanità, fondate da un personaggio ben identificato (curiosamente Svāmījī ha tralasciato di citare Mosé tra i fondatori storici di religioni). L’articolo è interessante, pur non rappresentando una vetta della produzione karpātrīana. Tuttavia, sebbene Svāmī Karpātrī Mahārāja fosse un maestro di Vedānta, anche in questo caso è lecito chiedersi a quale titolo questo scritto compaia in un numero della rivista dedicato all’Advaita.

        Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essence de la practique spirituelle du Śaktisme non-duel. Le medesime riserve che abbiamo espresso recensendo alcuni dei precedenti articoli, possono essere mosse al contributo di M. Pierre Bonnasse. Si tratta di una introduzione alla traduzione di un inno śākta di mantra yoga. Il fatto che s’intitoli Śāktismo non duale non lo colloca affatto nell’ambito del Vedānta śaṃkariano, riferendosi esclusivamente a riti, feste, voti, meditazioni, invocazioni, a tutto ciò che rileva dal campo del karma e non del jñāna. Non ci stancheremo mai di ripetere che non si deve collegarea acriticamente al Vedānta śaṃkariano la parola advaita ogni qual volta ci si imbatta in essa. Lo abbiamo fatto rilevare anche per i termini sāṃkhya e yoga, che solo in certi ambiti designano gli omonimi darśana; e lo stesso vale per mīmāṃsā, dhyāna, pratyahara e mille altre parole sanscrite che hanno svariatissime applicazioni e sfumature di significato diverso.

        In conclusione, nonostante le molte doverose riserve mosse ai contenuti di questa rivista, è nostra opinione che essa possa essere utile per chi ha già maturato una stabile comprensione della dottrina della non dualità. In modo particolare sono molto raccomandabili gli articoli che hanno centrato l’obiettivo proposto, apportando nuove luci su tematiche di non facile comprensione. È nostro auspicio che la Redazione prosegua in questa direzione, affinando ulteriormente la qualità generale e ampliando il ventaglio delle informazioni dottrinali.

        🇫🇷 Nous avons reçu le numéro unique de la revue française Aditi, consacré à l’Advaita Vedānta, qui aborde plusieurs sujets importants traités dans notre Veda Vyāsa Maṇḍala.

        Renaud Fabbri, “Éditorial”; Swami Yogananda Sarasvati (tr. par) “Ratha-kalpanā”; Martine Chifflot, “Le moi, le monde et Dieu: perspectives dualistes et non-dualistes du Vedānta”; Ira Schepetin, “Vedānta traditionnel et néo-Vedānta”; Renaud Fabbri, “Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī ou la critique de la raison vedāntique”; Armandine Girard “La notion d’ahaṃkāra”; Vasanthi Srinivasan, “Émerveillement incandescent : le raisonement analogique dans la Viśiṣṭādvaita”; David Dubois, “Advaita Vedānta et Shivaisme du Cachemire : unité ou dualité?”; Felix Herkert [éd. par] “Svāmī Karpātrī, L’unité des religions [Dharmon kī ektā]”; Pierre Bonnasse, “Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essence de la practique spirituelle du Śaktisme non-duel”.

        Éditorial. La revue s’ouvre sur un éditorial de M. Renaud Fabbri, rédacteur en chef, qui désigne à juste titre le Vedānta non duel comme étant la doctrine métaphysique enseignée dans la lignée initiatique de Gauḍapāda, Śaṃkara et Sūreśvara. La brève présentation introduit l’Advaitavāda indiquant dans le Mahāvākya “ tu es Cela ” l’identité de l’Ātman “propre à chacun” avec le Brahman absolu. À cet égard, M. Fabbri utilise le terme guénonien d’ « identité suprême », dont le sens ne semble pas tout à fait assez adéquat ici. Cependant, ce terme est à éviter car il repropose la traduction erronée de la formule soufique waḥdāt al-wujud, proposée par Ivan Aguéli. On peut ajouter que le rédacteur en chef rapproche le concept śaṃkarien de mokṣa à la réalisation spirituelle décrite dans les Ennéades de Plotin, laquelle serait alors préservée dans le temps par “les voies mystiques tant chrétiennes que musulmanes”. Ce penchant pour le néo-platonisme, vestige d’une inspiration « pérennialiste », se retrouve dans d’autres contributions de la publication. Il est donc nécessaire d’apporter quelques éclaircissements. L’émanationnisme plotinien est en quelque sorte comparable à la doctrine sāṃkhya du satkāryavāda (de même que son opposé, le créationnisme sémitique ex nihilo, présente une certaine ressemblance avec l’asatkāryavāda du Nyāya). La théorie satkārya soutient que l’effet préexiste dans la cause sous forme de possibilité : les vingt-trois tattvas produits par la Prakṛti ne sont que des manifestations ou des modifications de la même cause matérielle. La doctrine de la causalité asatkārya des naiyāyika considère en revanche que l’effet est produit ex novo et était inexistant auparavant. Aucune de ces doctrines n’est reconnue valide par l’Advaita Vedānta. Elle rentre plutôt dans le vivartavāda, la doctrine de l’irréalité : l’effet est une apparence irréelle superposée à la cause. Et, puisque la cause n’est pas telle sans effet, il n’y a pas de cause et pas d’effet. Ainsi, la non-dualité du Brahmātman est confirmée. Le non-duel n’est donc pas assimilable à l’idée de l’Un néo-platonicien, que l’on peut mieux aborder à partir des sciences du Non-supreme (aparabrahman vidyā).

        Ratha-kalpanā (Introduction – Extrait et commentaire). L’invité d’honneur qui ouvre cette série de contributions est Swami Yogananda Sarasvati, un Français travaillant en France, disciple du controversé Guru de Yoga Swami Satchidananda, fondateur de l’Integral Yoga Institute de San Francisco, lui-même disciple de Svāmī Śivānanda, fondateur de l’école yogique Divine Life Society de Ṛṣikeśa. L’introduction présente déjà quelques malentendus caractéristiques de ceux qui interprètent l’advaitavāda à la lumière du pātañjala yoga, tels que : “ [Le Brahman] ayant projeté le monde, il y entre pour l’animer en se reflétant sur l’intellect, prenant ainsi la forme du jīvātman, le soi individuel vivant. “ (p. 11) Que le Brahman projette le monde et que le jīvātman soit une forme autre que Cela (Tat) ce n’est certainement pas la doctrine advitīya. Plus loin (pp. 14-15), l’auteur attribue à la connaissance les anubandha catuṣṭaya (sujet, but, méthode d’enseignement et personne qualifiée pour les recevoir) lesquelles sont, par ailleurs, les motivations de l’enseignement oral. (śābda pramāṇa). Il s’ensuit la traduction de neuf ślokas (I.3.3-11) de la Kaṭha Upaniṣad, à nouveau commentée par Swami Yogananda. Ici encore, nous rencontrons une erreur d’interprétation. L’Upaniṣad, dans les lignes précédentes, décrit le processus de purification de l’esprit en comparant les différentes composantes de l’antaḥkaraṇa à un char de combat : “L’homme qui a pour cocher le discernement et qui tient la bride de son mental arrive au terme du chemin, à la Demeure suprême du tout-pénétrant Viṣṇu” (KU I.3.9). L’auteur, dans son commentaire, précise : “C’est l’état du Soi suprême, l’état non suprême ou inférieur étant celui du soi individuel soumis à la transmigration par manque de discernement. Le fruit de la connaissance du Soi est donc la libération, la fin du grand rêve cosmique, l’éveil spirituel. C’est l’atteinte de la destination finale, la Demeure suprême de Viṣṇu” (p. 21). Or, puisque le mokṣa n’est atteint au bout d’aucun chemin et qu’il ne peut être considéré comme une destination ou une demeure finale, il est évident que la Demeure Suprême de Viṣṇu n’est autre que le Brahmaloka lorsqu’il plonge dans le pralaya, comme le Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (IV.3.10) l’affirme également. La purification du mental est préparatoire au jñāna mārga, mais ne saurait à elle seule assurer la Libération. Tout au plus, elle pourra conduire au Brahmaloka et à la Demeure de Viṣṇu, mais toujours au terme de la voie posthume du Devayāna. Qu’il en soit ainsi le démontre également le śloka 11ème lequel, sans surprise, passe l’étape de la Demeure de Viṣṇu, en déclarant : “Supérieur au non-manifesté [le Pradhāna] est le Puruṣa. Rien n’est supérieur au Puruṣa. C’est la culmination. C’est le but suprême” (p. 23).

        Le moi, le monde et Dieu : perspectives dualistes et non-dualistes du Vedānta. Mme Martine Chifflot écrit un article qui révèle son grand amour pour les doctrines de l’hindouisme, même si elle a décidé de rester dans le giron du christianisme. En revisitant, chaque fois que possible, les enseignements de l’Évangile à la lumière de ses études védantiques, elle dit à ses lecteurs qu’ils peuvent atteindre un sentiment de satisfaction et de paix. Rien de répréhensible, à vrai dire, tant qu’il ne s’agit pas de forcer ses textes sacrés et de tordre leurs interprétations à la recherche de prétendues traces de non-dualité. Cet article repose sur la conviction suivante : “Comme l’a bien vu René Guénon, ce serait une erreur de souligner les différences [entre les différentes écoles du Vedānta] au point d’y voir des contradictions” (pp. 54-55). Malheureusement, ce n’est pas le cas. À l’exception de l’Advaita, toutes les autres écoles du Vedānta contredisent la non-dualité à des degrés divers, tout en se nommant Viśiṣṭa-advaita, Dvaita-advaita, Śuddha-advaita et ainsi de suite. D’une manière ou d’une autre, ils séparent irréductiblement la réalité de Brahman de celle du jagat et des jīva. Au contraire, l’advaitavāda déclare le Brahman comme l’unique Réalité. A fortiori, le vivekin est tenu à identifier et corriger l’erreur du mūlāvidyāvāda qui contaminent des courants de l’Advaita Vedānta. M.me Chifflot cite et commente quelques passages saillants de Prakāśānanda, sans se rendre compte que cet auteur tardif (XVIème siècle) avait compris que la mūlāvidyā des post-śaṃkariens avait créé un dualisme artificiel déclarant la co-éternité du Brahman et l’ignorance. Cependant, la tentative de Prakāśānanda d’y remédier a compliqué encore plus la situation. En fait, il a soutenu que l’état de rêve est composé d’objets inexistants du monde du rêve, projetés par l’esprit du rêveur. Au réveil, on obtient la certitude que tant le rêveur que les objets du monde onirique étaient asat. Ainsi, le monde éveillé, ses objets et même la personne éveillée sont un rêve de Brahman disparaissant au réveil comme le serpent lorsque la corde est reconnue. L’auteur même souligne que cela conduit à une perspective solipsiste, sans toutefois expliquer pourquoi. En effet, pour démontrer véritablement la non-existence de l’ajñāna, il faut non seulement recourir à l’éveil et au rêve, mais surtout au vicāra sur le sommeil profond.

        Vedānta traditionnel et néo-Vedānta. M. Ira Schepetin, utilise le terme néo-Vedānta dans un sens plus large que d’habitude. Habituellement, le néo-Vedānta désigne le modernisme hindū, fortement contaminé par le scientisme, le moralisme protestant et l’égalitarisme social. L’auteur y inclut également ce que nous appelons les “ postśaṃkariens “. Cette extension du sens du terme est tout à fait compréhensible et partageable. Suit une critique brève, mais prégnante, en treize points, de la doctrine déviante de la mūlāvidyā, dans laquelle il suit fidèlement les enseignements du grand guru d’Advaita, Svāmī Jñānandendra Sarasvatī Mahārāja. C’est un article hautement recommandé à la réflexion.

        Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī ou la critique de la raison vedāntique. M. Renaud Fabbri a consacré un article remarquable à la restauration de la doctrine pure de Śaṃkara Bhagavatpāda comme alternative aux altérations de l’Advaita opérés par les postśaṃkariens. Un tel travail de restauration valut à Svāmījī d’être reconnu en tant que Abhinava Śaṃkara, un nouveau Śaṃkara. L’article, vraiment excellent, donne une image précise de la doctrine des trois avasthā et, surtout, de son utilisation méthodique, sujet entièrement inconnu en Occident jusqu’à ce que les pages védāntiques du Site Veda Vyāsa Maṇḍala le fassent connaître. C’est une contribution importante et recommandé à tous ceux qui s’intéressent sincèrement aux vicāra vedāntique. Son seul défaut : on ne comprend pas pourquoi M. Renaud Fabbri s’efforce, dans son exposé, à opérer un clivage entre Svāmījī et K.A. Krishnaswamy Iyer, l’un de ses principaux gurus, ainsi qu’un ami personnel. Il est vrai que dans ses écrits, Iyer a souvent cité des philosophes et des hommes de lettres occidentaux, dans de termes peu flatteurs, en tout cas. Mais même Svāmījī citait et critiquait occasionnellement les auteurs occidentaux dans ses notes. D’autre part, les deux personnages disposaient d’une solide culture, qui leur permettait de lancer leurs critiques avec une grande sûreté. D’autre part, dans cette contribution, l’auteur lui-même n’a pas négligé de citer deux réflexions étonnamment intéressantes de Descartes et de Schopenhauer.

        La notion d’ahaṃkāra. L’auteur de ces pages, Madame Armandine Girard, s’aventure sur le sujet de l’ahaṃkāra en faisant confiance à ce qu’en disent les indologues. En fait, ce terme désigne la buddhi étant donné qu’en reflétant la Conscience du Ātman, elle produit (kāra) le sens illusoire du moi (aham). De plus, l’affirmation selon laquelle « Faire Je » signifierait d’abord « pousser le cri Je » est complètement absurde. L’auteur, toujours dans le sillage de Michel Hulin, soutient également que ce terme indiquerait aussi l’égoïsme, correspondant plutôt quant à lui au sanskrit asmitā. Plus loin, s’appuyant cette fois sur G.J. Larson, elle interprète l’ahaṃkāra upaniṣadique sur la base du Sāṃkhya-Yoga de la Bhagavad Gītā, considéré de manière évolutionniste comme étant un proto-Sāṃkhya darśana. Il s’agit là aussi d’un grave malentendu, puisque la combinaison Sāṃkhya-Yoga n’a rien à voir avec les homonymes darśanas, mais désigne la doctrine et la méthode de l’Advaita Vedānta. C’est une erreur dans laquelle tombent souvent les profanes, éblouis par la coïncidence des termes. Āhaṃkāra dans le Sāṃkhya darśana, dans le tantrisme et la bhakti, est un tattva, une réalité. Dans l’advaitavāda, en revanche, il s’agit d’une pure apparence dépourvue de réalité. On ne voit donc pas comment M.me Girard peut comparer Śrī Rāmaṇa Maharṣi, qui savait bien que la seule réalité (tattva) est l’Ātman non-duel, avec Śrī Anirvāṇa qui s’appuie sur le Sāṃkhya darśana pour expliquer la réalisation comme le retour de l’ahaṃkāra à son «  point de départ ».

        Émerveillement incandescent : le raisonnement analogique dans la Viśiṣṭādvaita. “Ananda Coomaraswamy faisait une fois remarquer que penser sous forme d’images et de symboles était le langage « adéquat » de la métaphysique”. Ainsi commence l’article de M.me Vasanthi Srinivasan. Bien qu’il s’agisse d’une idée répandue dans les milieux traditionalistes, la réalité est toute autre/bien différente. L’image et le symbole sont des outils pour les chemins initiatiques les utilisant comme support de méditation. Même les méditations les plus élevées – tout en rentrant dans le cadre du karma kāṇḍa – sont des aliṅga upāsanā, car elles doivent éviter tout symbole extérieur ainsi que son image intériorisée (antardṛṣṭi). L’advaitavāda procède par élimination de toutes les formes au moyen de la discrimination «  neti neti ». Le reste de l’article offre plusieurs éclairages intéressants, ne concernant cependant pas le sujet de l’Advaita Vedānta de cette publication.

        Advaita Vedānta et Shivaisme du Cachemire : unité ou dualité? Il ne pouvait pas manquer une contribution sur ce qu’on appelle le Shivaïsme cachemirien, véritable obsession des Occidentaux lequel, grâce à leur martèlement, commence à infecter également le milieu universitaire indien. M. David Dubois propose encore une autre comparaison entre le Trika précité et le Vedānta śaṃkarien, évidemment à l’avantage du premier. Puisque l’advaitavāda affirme que l’existence du monde manifesté et des êtres qui l’habitent, c’est-à-dire la dualité, est illusoire, cet article la définit comme étant «  exclusive ». Au contraire, ce courant tantrique serait « inclusif » car il intègre la dualité dans l’Absolu. C’est une autre façon de dire que, à son niveau, la dualité jouit aussi de sa propre réalité au sein de l’Absolu. De plus, se basant sur les Tantras du Trika, M. Dubois signale que pour cette voie initiatique il n’y a pas d’incompatibilité entre la Libération (mokṣa) et la jouissance (bhoga) des fruits de l’action. En réalité, la jouissance a lieu dans le saṃsāra, tandis que le mokṣa est précisément la Libération du saṃsāra, c’est-à-dire du devenir, de l’action et de toute relation, telle que celle de jouisseur-joui ? (bhoktṛ-bhogya). Cela suffit pour se rendre compte que, même dans le cas de la Trika, nous sommes confrontés à une utilisation inappropriée du concept de non-dualité. Enfin, la transmission initiatique de la Trika étant définitivement éteinte, l’auteur de cet article soutiendrait qu’elle survit encore dans le sud de l’Inde sous le nom de Śrī Vidyā. Outre le fait que maintenant Śrī Vidyā s’est épanoui aussi dans le nord, il n’est pas du tout vrai que cette tradition śākta soit une dérivation du « Shivaïsme cachemirien », du moment qu’elle possède une paramparā, une doctrine et des textes tantriques qui lui sont propres. De plus, contrairement au Trika, Śrī Vidyā n’a jamais pris de positions doctrinales polémiques et divergentes à l’égard de l’Advaita Vedānta ; en effet, elle a toujours prospéré et prospère encore parmi les Pīṭhas et Maṭhas śaṃkariens, leur Jagadguru étant maître des deux voies initiatiques à la fois. À la rigueur, Śrī Vidyā est considérée par les advaitins comme une puissante ouverture intellectuelle à la voie de la connaissance (jñāna mārga).

        Svāmī Karpātrī, L’unité des religions [Dharmon kī ektā]. M. Felix Herkert a présenté sa traduction de l’hindī de l’article de Svāmī Karpātrī Mahārāja « L’unité des religions » (Dharmon kī ektā). On y trouve une description de sa personnalité traditionnelle et de sa haute fonction de Svāmījī, puisque Svāmī Karpātrī est également connu partout sous les titres d’Abhinava Śaṃkara (nouveau Śaṃkara) et de Dharma Samrāṭ (empereur du dharma). Malgré le grand respect et l’admiration qu’il manifeste pour ce grand ācārya de Vedānta (et de Śrī Vidyā), M. Herkert suggère que ce Svāmījī a reformulé le concept de sanātana dharma comme une « auto-désignation de l’unité de la tradition védique principalement en distinction des autres religions ». Ce point de vue va dans le sens d’une rumeur malveillante qui circule depuis quelque temps dans les universités visant à contester à l’hindouisme son identité datant des temps immémoriaux. L’hindouisme serait une juxtaposition de différentes religions aux origines les plus disparates, récemment unifiées artificiellement à des fins nationalistes sous le nom de sanātana dharma. Ce n’est pas un hasard si M. Herkert cite Wilhelm Halbfass, selon qui « [Svāmī Karapātrī] a élaboré comme une différence par rapport à l’hindouisme pré-moderne et traditionnel : à savoir, que le sanātana dharma est devenu de plus en plus important dans les auto-identifications hindoues qui ont émergé, en particulier depuis le XIXème siècle au cours de la rencontre de l’Inde avec l’Occident » (p. 124). Halbfass appartenait en fait à ce courant d’indologues qui détestent l’Inde et propagent de telles théories afin de démolir la tradition éternelle. Il est vrai que Svāmī Karapātrī a rempli une fonction sociale, ayant même inspiré la fondation d’un parti hindū traditionnel avec la tentative (vaine) de contrer une dérive gandhienne anti-caste, socialiste et pro-islamique pour une Inde libérée de la domination britannique. C’était le Rām Rājya Pariṣad qui a proclamé le royaume idéal de Rāma comme modèle d’état. M. Herkert ajoute que le Svāmījī a également fondé le mouvement nationaliste Dharma Saṃgha, suivant les informations tendancieuses d’Alain Daniélou (lesquels ont déjà été réfutées par les livres du M. J.L. Gabin). En fait, Svāmī Karapātrī a fondé à Bénarès le Dharma Saṃgha Śikṣā Maṇḍala, une institution d’enseignement traditionnel en sanskrit pour les enfants et les adolescents. L’article Dharmon kī ektā, loin de propager une quelconque unité « transcendante » ou « fondamentale » des religions-traditions, reconnaît que toutes sont unies pour défendre les valeurs d’ahiṃsā (le comportement consistant à ne pas produire de souffrance aux êtres conscients – ici traduit à la façon gandhienne par « non-violence » – et la vérité selon leurs points de vue spécifiques. Toutefois, Karpātrījī se garde bien de considérer toutes les formes traditionnelles comme « complètes » et « équivalentes » entre elles, et fait une distinction claire entre la tradition éternelle (sanātana dharma) et les traditions et religions surgies au cours de l’histoire humaine, fondées par une personne bien identifiée (curieusement, Svāmījī a omis de mentionner Moïse parmi les fondateurs historiques de religions). L’article est intéressant, bien qu’il ne représente pas le sommet de la production de Karapātrījī. Cependant, bien que Svāmī Karapātrī Mahārāja ait été un maître du Vedānta, là aussi on peut se demander pourquoi un tel article figure dans un numéro de la revue consacré à l’Advaita.

        Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essence de la pratique spirituelle du Śaktisme non-duel. Les mêmes réserves que nous avons exprimées lorsque nous avons examiné certains articles précédents sont aussi valables à l’égard de la contribution de M. Pierre Bonnasse. Il s’agit d’une introduction à la traduction d’un hymne śākta de mantra yoga. Son titre Śāktism non duel ne le place nullement dans le champ d’application du Vedānta śaṃkarien, étant donné qu’il se réfère exclusivement aux rites, fêtes, vœux, méditations, invocations, à tout ce qui relève du domaine du karma et non du jñāna. Nous ne nous lasserons jamais de répéter qu’il ne faut pas relier sans réserve le mot advaita au Vedānta śaṃkarien chaque fois qu’on le rencontre. Nous avons également signalé cela pour les termes sāṃkhya et yoga, qui ne désignent leurs darśana homonymes que dans certaines circonstances ; et il en va de même pour mīmāṃsā, dhyāna, pratyāhāra et mille autres mots sanskrits qui ont des applications variées et des nuances de sens différent.

        En conclusion, malgré les nombreuses réserves que nous avons justifiées par rapport à quelques contenus de cette revue, nous pensons qu’elle peut être utile pour ceux qui ont déjà développé une compréhension stable de la doctrine de la non-dualité. En particulier, nous recommandons vivement les articles qui ont abordé le cœur du problème et apporté un éclairage nouveau sur des questions difficiles à comprendre. Nous espérons que les éditeurs poursuivront dans cette voie, en améliorant encore la qualité générale et en élargissant l’éventail des informations doctrinales.

        🇪🇸 Hemos recibido un número único de la revista francesa Aditi, dedicado al Advaita Vedānta que trata varios temas importantes que se pueden ya encontrar en nuestro Sitio Veda Vyāsa Maṇḍala.

        Renaud Fabbri, “Éditorial” (Editorial); Swami Yogananda Sarasvati (tr. par) “Ratha-kalpanā”; Martine Chifflot, “Le moi, le monde et Dieu: perspectives dualistes et non-dualistes du Vedānta” (El yo, el mundo y Dios: perspectivas dualistas y no dualistas del Vedānta); Ira Schepetin, “Vedānta traditionnel et néo-Vedānta” (Vedānta tradicional y neo-Vedānta); Renaud Fabbri, “Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī ou la critique de la raison vedāntique” (Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī o la Crítica de la Razón vedāntica); Armandine Girard “La notion d’ahaṃkāra” (El concepto de ahaṃkāra); Vasanthi Srinivasan, “Émerveillement incandescent : le raisonement analogique dans la Viśiṣṭādvaita” (Asombro incandescente: el razonamiento analógico en el Viśiṣṭādvaita); David Dubois, “Advaita Vedānta et Shivaisme du Cachemire : unité ou dualité?” (El Vedānta Advaita y el Shivaísmo de Cachemira: ¿Unidad o dualidad?); Felix Herkert [éd. par] “Svāmī Karpātrī. L’unité des religions [Dharmon kī ektā]” (Svāmī Karpātrī. La unidad de las religiones [Dharmon kī ektā]); Pierre Bonnasse, “Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essence de la practique spirituelle du Śaktisme non-duel” (Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. La esencia de la práctica espiritual del Śaktismo no dual).

        Éditorial. La revista se abre con una nota del editor jefe M. Renaud Fabbri, que connota correctamente el Vedānta no dual como la doctrina metafísica enseñada en la línea iniciática de Gauḍapāda, Śaṃkara y Sūreśvara. La breve presentación introduce el Advaitavāda indicando en el Mahāvākya “tú eres Eso”, la identidad del Ātman ‘de cada uno’ con el Brahman absoluto. A este respecto, M. Fabbri utiliza el término guénoniano de “identidad suprema”, cuyo sentido no parece aquí del todo inadecuado. Sin embargo, debería evitarse ya que vuelve a proponer la traducción errónea de Iván Aguéli de la fórmula sufí waḥdāt al-wujud. Podemos añadir que el redactor jefe aproxima el concepto śaṃkariano de mokṣa a la realización espiritual descrita en las Enéadas de Plotino, que se mantendría en el tiempo a través de “Las vías místicas, tanto cristianas como musulmanas”. Esta inclinación hacia el neoplatonismo, de inspiración “perennialista”, se encuentra en otras contribuciones a lo largo de la publicación. Por lo tanto, es necesario aclarar. El emanacionismo plotiniano es en cierto modo comparable a la doctrina sāṃkhya del satkāryavāda (al igual que su opuesto, el creacionismo ex nihilo semítico, tiene cierto parecido con el asatkāryavāda del Nyāya). La teoría satkārya sostiene que el efecto es preexistente en la causa en forma de posibilidad: los veintitrés tattvas producidos por la Prakṛti no son más que exterinaciones o modificaciones de la misma causa material. La doctrina de la causalidad asatkārya de los naiyāyika, en cambio, sostiene que el efecto previamente inexistente se produce ex novo. Ninguna de estas doctrinas es reconocida como válida por el Advaita Vedānta. Su posición es vivartavāda, la doctrina de la irrealidad: el efecto es una apariencia irreal superpuesta a la causa. Y, puesto que sin efecto la causa no es causa, no hay causa ni efecto. Así, se confirma la no dualidad de Brahmātman. El no-dual, por tanto, no es asimilable a la idea del Uno neoplatónico, que puede situarse mejor en las ciencias del no-supremo (aparabrahma vidyā).

        Ratha-kalpanā. (Introduction – Extrait et commentaire). El invitado de honor que abre la serie de contribuciones es Swami Yogananda Sarasvati, un francés que tiene su escuela en Francia, discípulo del controvertido gurú de Yoga Swami Satchidananda, fundador del Instituto de Yoga Integral de San Francisco, a su vez discípulo de Svāmī Śivānanda, fundador de la escuela yóguica Divine Life Society de Ṛṣikeśa. La introducción ya presenta algunos malentendidos característicos de quienes interpretan el advaitavāda a la luz del pātañjala yoga, como: “[El Brahman] ayant projecté le monde, il y entre pour l’animer en se reflétant sur l’intellect, prenant ainsi la forme du jīvātman, le soi individual vivant”. (p. 11) Que el Brahman proyecte el mundo y que el jīvātman sea una forma distinta de Aquello no es ciertamente una doctrina advitīya. Más adelante (pp. 14-15), el autor atribuye al conocimiento el anubandha catuṣṭaya (tema, propósito, método de enseñanza y persona cualificada para recibirlos) que, en cambio, son las motivaciones de la enseñanza oral (śābda pramāṇa). Sigue la traducción de nueve ślokas (I.3.3-11) de la Kaṭha Upaniṣad, comentada por el mismo Swami Yogananda. Aquí de nuevo nos encontramos con un error de interpretación. La Upaniṣad, en sus líneas anteriores, describe el proceso de purificación de la mente comparando los diferentes componentes del antaḥkaraṇa con un carro de combate: “El hombre que tiene el discernimiento como cochero y sujeta la brida de su mente llega al final del camino, a la Morada Suprema de Viṣṇu que todo lo penetra”. (KU I.3.9). El autor, en su comentario, dice: “Este es el estado del Yo supremo, siendo el estado no supremo o inferior el del yo individual, sujeto a la transmutación por falta de discernimiento. El fruto del autoconocimiento es, pues, la liberación, el fin del gran sueño cósmico, el despertar espiritual. Es la consecución del destino final, la Morada Suprema de Viṣṇu” (p. 21). Ahora bien, puesto que mokṣa no se alcanza al final de ningún recorrido ni puede considerarse un destino o morada final, es evidente que la Morada Suprema de Viṣṇu no es otra que el Brahmaloka cuando se sumerge en el pralaya, como está bien expuesto en Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (IV.3.10). La purificación de la mente es preparatoria para el jñāna mārga, pero no es suficiente para asegurar la Liberación. Por sí misma puede conducir, como mucho, al Brahmaloka y a la Morada de Viṣṇu, pero siempre y sólo al concluir el camino póstumo del Devayāna. También se demuestra en el śloka 11 que, como es lógico, va más allá de la etapa de la Morada de Viṣṇu, afirmando: “Superior a lo no manifestado [el Pradhāna] es el Puruṣa. Nada es superior al Puruṣa. Esa es la culminación. Es la meta suprema” (p. 23).

        Le moi, le monde et Dieu: perspectives dualistes et non-dualistes du Vedānta. M.me Martine Chifflot escribe un artículo que revela un gran amor por las doctrinas del hinduismo, aunque haya decidido permanecer en el seno del cristianismo. Revisando en lo posible las enseñanzas evangélicas a la luz de sus estudios vedánticos, expresa a sus lectores su sensación de satisfacción y paz. Nada censurable en esto, siempre que no se fuerzen los propios textos sagrados y se retuerzan sus interpretaciones en busca de supuestos rastros de no dualidad. Este artículo se basa en la siguiente convicción: “Comme l’a bien vu René Guénon, ce serait une erreur de souligner les différences [entre las distintas escuelas del Vedānta] au point d’y voir des contradictions” (pp. 54-55). Sin embargo éste es precisamnte el caso. A excepción del Advaita, todas las demás escuelas de Vedānta contradicen la no-dualidad en diversos grados, aunque se llamen a sí mismas Viśiṣṭa advaita, Dvaita advaita, Śuddha advaita y así sucesivamente. De un modo u otro separan irreductiblemente la realidad de Brahman de la del jagat y de los jīva. El advaitavāda, por lo contrario, declara ser el Brahman la única Realidad. Con mayor razón, el vivekin está obligado a identificar y corregir el error del mūlāvidyāvāda que contamina algunas corrientes del propio Advaita Vedānta. Que la autora del artículo no esté muy familiarizada con el advaitavāda lo demuestra también el hecho que, haciendo breves apuntes sobre la doctrina de la Māṇḍūkya Upaniṣad, afirma que la repetición del Oṃkāra permite al vivekin conocer al Brahman-Ātman (p. 45), como si los advaitins siguieran el método de japa en uso en las vias del kāṇḍa karma. M.me Chifflot cita y comenta algunos pasajes destacados de Prakāśānanda, sin darse cuenta de que este autor tardío (siglo XVI) había ya entendido que la doctrina de los postśaṃkarianos conllevava un dualismo artificial con la coeternidad de Brahman y de la ignorancia (mūlāvidyā). Sin embargo, el intento de Prakāśānanda de remediar a esto complicó aún más el asunto. De hecho, argumentó que el estado de sueño está compuesto por objetos inexistentes del mundo onírico, proyectados por la mente del soñador. Al despertar, se obtiene la certeza de que tanto el soñador como los objetos del mundo onírico eran asat. Así, el mundo de la vigilia, sus objetos y la propia persona despierta son un sueño del Brahman que desaparece al despertar como la serpiente cuando se conoce la cuerda. La propia autora señala que esto conduce a una perspectiva solipsista, sin explicar por qué. De hecho, para demostrar realmente la inexistencia del ajñāna hay que recurrir no sólo a la vigilia y al sueño, sino especialmente al vicāra sobre el sueño profundo.

        Vedānta traditionnel et néo-Vedānta. M. Ira Schepetin utiliza el término neo-Vedānta en un sentido más amplio que el habitual. Normalmente, el neo-Vedānta significa el modernismo hindú, fuertemente contaminado por el cientificismo, el moralismo protestante y el igualitarismo social. El autor también incluye entre los neo-Vedāntins a los que llamamos ‘postśaṃkarianos’. Esta ampliación del significado del término es totalmente comprensible y compartible. Continúa con una breve pero pregnante crítica a la doctrina desviada de la mūlāvidyā en trece puntos, en la que sigue atentamente las enseñanzas del gran Gurú advaitin, Svāmī Jñānandendra Sarasvatī Mahārāja. Es un artículo muy recomendable para la reflexión.

        Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī ou la critique de la raison vedāntique. M. Renaud Fabbri ha dedicado un artículo conspicuo para describir la restauración de la pura doctrina de Śaṃkara Bhagavatpāda para corregir las alteraciones del Advaita de los postśaṃkarianos. Tal trabajo de restauración le valió a Svāmījī la reputación de Abhinava Śaṃkara, el nuevo Śaṃkara. El artículo, verdaderamente excelente, da una imagen precisa de la doctrina de las tres avasthās y, sobre todo, de su uso metódico, tema completamente desconocido en Occidente hasta que las páginas vedānticas del Veda Vyāsa Maṇḍala lo dieron a conocer. Es una contribución importante y recomendable para todos aquellos que están sinceramente interesados en el Vedānta vicāra. El único inconveniente es que no está claro por qué M. Renaud Fabbri ha insistido, en su escrito, en insertar una cuña entre Svāmījī y K.A. Krishnaswamy Iyer, que ha sido uno de sus Gurús más importantes y amigo personal. Es cierto que Iyer a menudo citaba filósofos y hombres de letras occidentales, ciertamente en términos poco halagadores. El mismo Svāmījī mencionaba y criticaba autores occidentales en sus notas. Por otro lado, los dos Gurus poseían una sólida cultura que les permitía lanzar sus críticas con gran autoridad. Por otro lado, también el autor de esta contribución no se abstuvo de citar dos pensamientos sorprendentemente interesantes de Descartes y Schopenhauer.

        La notion de ahaṃkāra. La autora de estas páginas, M.me Armandine Girard, se aventura en el tema de ahaṃkāra confiando en lo que dicen los indólogos. De hecho, el término designa a la buddhi que, reflejando la Conciencia del Ātman, produce (kāra) el sentido ilusorio del ser individual (aham). Por otra parte, la afirmación de que “Producir el yo” en origen significaría “gritar yo”, no tiene algun sentido. La autora, siguiendo de nuevo los pasos de Michel Hulin, argumenta que este término indica también lo que se entiende por egoísmo, que en cambio corresponde mejor a la asmitā sánscrita. Más tarde, esta vez confiando en G.J. Larson, interpreta el ahaṃkāra upaniṣadico basándose en el Sāṃkhya–Yoga de la Bhagavad Gītā, considerado evolutivamente como un proto-Sāṃkhya darśana. Esto, también, es un descuido muy serio ya que la combinación Sāṃkhya-Yoga de la Gītā no tiene nada que ver con los homónimos darśanas sino que designa la doctrina y el método del Advaita Vedānta. Este es un error en el que a menudo caen los profanos, confundidos por la coincidencia de los términos. Āhaṃkāra en el Sāṃkhya, en el tantrismo y en la bhakti, es un tattva, una realidad. En el advaitavāda, por lo contrario, es pura apariencia falta de toda realidad. M.me Girard iguala Śrī Rāmaṇa Maharṣi, que bien sabía que la única Realidad (tattva) es el Ātman no dual, a Śrī Anirvāṇa que se basa en el Sāṃkhya darśana para explicar la realización como el regreso del ahaṃkāra a su “point de départ”.

        Émerveillement incandescent: le raisonement analogique dans la Viśiṣṭādvaita. “Ananda Coomaraswamy faisait une fois remarquer que penser sous forme d’images et de symbols était le langage «adéquat» de la métaphysique”. Así comienza el artículo de M.me Vasanthi Srinivasan. Aunque sea un pensamiento generalizado en los círculos tradicionalistas, la realidad no es esta. La imagen y el símbolo son instrumentos para aquellos recorridos iniciáticos que los utilizan de apoyo para la meditación. Especialmente las meditaciones superiores son aliṅga upāsanā, ya que tienen que ignorar el uso del símbolo exterior, así como su imagen interiorizada (antardṛṣṭi), aunque todavía estén dentro del dominio del karma kāṇḍa. El advaitavāda procede mediante la eliminación de todas las formas por medio de la discriminación ‘neti neti’. El resto del artículo ofrece varias ideas interesantes, que, sin embargo, no conciernen al sujeto del Advaita Vedānta de esta publicación.

        Advaita Vedānta et Shivaisme du Cachemire: unité ou dualité? No podía faltar una contribución sobre el llamado Shivaísmo de Cachemira, una verdadera obsesión para los occidentales y que, gracias a su martilleo, empieza a infectar el ambiente académico indio. M. David Dubois propone otra comparación entre el Trika antes mencionado y el Vedānta śaṃkariano, obviamente en beneficio del primero. Puesto que el advaitavāda afirma que la existencia del mundo manifestado y de los seres que lo habitan, es decir la dualidad, es ilusoria, este artículo lo define como ‘exclusivo’. Por el contrario, esa corriente tántrica sería ‘inclusiva’ porque integra la dualidad en el Absoluto. Esta es otra manera de decir que, en su nivel, la dualidad también disfruta de su propia realidad dentro del Absoluto. Esta es otra manera de decir que, a su nivel, la dualidad también disfruta de su propia realidad dentro del Absoluto. Basándose en los Tantras del Trika, M. Dubois informa que para ese recorrido iniciático no hay incompatibilidad entre la Liberación (mokṣa) y la fruición (bhoga) de los frutos de la acción. De hecho, la fruición tiene lugar en el saṃsāra, mientras que mokṣa es precisamente la Liberación del saṃsāra, es decir, del devenir, de la acción, de toda relación, como la de bhoktṛ y bhogya. Esto es suficiente para darnos cuenta de que también en el caso del Trika nos enfrentamos a un uso inadecuado del concepto de no dualidad. Siendo la transmisión iniciática del Trika definitivamente extinta, el autor de este artículo afirma que sobrevive en el sur de la India bajo el nombre de Śrī Vidyā. Aparte el hecho de que Śrī Vidyā hoy en día florece también en el norte, no es cierto que esta tradición śākta sea una derivación del “shivaísmo cachemiro”, ya que tiene una paramparā, una doctrina y nos textos tántricos propios. Además, a diferencia del Trika, Śrī Vidyā nunca ha tomado posiciones doctrinales conflictivas o divergentes del Advaita Vedānta; de hecho, siempre ha florecido y todavía florece entre los Pīṭhas y Maṭhas śaṃkarianos, siendo sus Jagadgurus maestros de ambas vías iniciáticas. En cualquier caso, los advaitins consideran Śrī Vidyā como una eficaz introduccion intelectual a la vía del conocimiento (jñāna mārga).

        Svāmī Karpātrī. L’unité des religions [Dharmon kī ektā]. M. Felix Herkert presenta su traducción de hindī del artículo de Svāmī Karpātrī Mahārāja “Unidad de las religiones” (Dharmon kī ektā). Describe la personalidad tradicional y la alta función de Svāmījī, también conocido en todas partes por los títulos de Abhinava Śaṃkara (nuevo Śaṃkara) y también de Dharma Samrāṭ (emperador del dharma). A pesar del gran respeto y admiración, que muestra por el gran ācārya de Vedānta (y de Śrī Vidyā), M. Herkert insinúa que Svāmījī reformuló el concepto de sanātana dharma como una “autodesignación de la unidad de la tradición védica principalmente en distinción de otras religiones”. Este punto de vista está en consonancia con un rumor malicioso que en la actualidad recorre las universidades con el objetivo de negar al hinduismo su identidad desde tiempos inmemoriales. Con eso se dice que el hinduismo es una yuxtaposición de diferentes religiones de los más dispares orígenes que recientemente se han unificado artificialmente con fines nacionalistas bajo el nombre de sanātana dharma. No es casualidad que M. Herkert cite a Wilhelm Halbfass, según el cual “[Svāmī Karpātrī] a élaboré comme une difference par rapport a l’hindouisme pré-moderne et traditionnel: à savoir, que le sanātana dharma est devenu de plus en plus important dans les auto-identifications hindoues qui ont émergé, en particulier depuis le XIXème siècle au cours de la rencontre de l’Inde avec l’Occident” (p. 124). Halbfass pertenecía, de hecho, a esa corriente de indólogos que detestan la India y propagan esas teorías para demoler la tradición eterna. Es cierto que Svāmī Karpātrī cumplió una función social, inspirando incluso la fundación de un partido tradicional hindū con el (vano) intento de oponerse a una deriva gandhiana anticasta, socialista y proislámica para una India libre del dominio británico. Se trataba del Rām Rājya Pariṣad, que proclamaba el reino ideal de Rāma como su modelo de Estado. M. Herkert añade que Svāmījī también fundó el movimiento nacionalista Dharma Saṃgha, siguiendo la información tendenciosa de Alain Daniélou (que ya ha sido refutada por los libros de M. J.L. Gabin). En realidad, el Svāmī fundó el Dharma Saṃgha Śikṣā Maṇḍala en Benarés, una institución de enseñanza tradicional en sánscrito para niños y adolescentes. El artículo Dharmon kī ektā, lejos de propagar cualquier unidad “trascendente” o “fundamental” de las religiones-tradiciones, reconoce que todas están unidas en la defensa de los valores de la ahiṃsā (el comportamiento de no producir sufrimiento a los seres conscientes, aquí traducido gandhianamente como “no violencia”) y la verdad según sus perspectivas. Sin embargo, Karpātrījī se abstuvo de considerar todas las formas tradicionales como ‘completas’ y ‘equivalentes’ y distinguió tajantemente entre la tradición eterna (sanātana dharma) y las tradiciones y religiones surgidas en el curso de la historia de la humanidad, fundadas por una persona bien identificada (curiosamente, Svāmījī omitió mencionar a Moisés entre los fundadores históricos de religiones). El artículo es interesante, aunque no representa la cumbre de la producción intelectual de Karpātrī. Sin embargo, aunque Svāmī Karpātrī Mahārāja era un maestro de Vedānta, también aquí cabe preguntarse por qué este artículo aparece en un número de la revista dedicado al Advaita.

        Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essence de la practique spirituelle du Śaktisme non-duel. Las mismas reservas que hemos expresado al reseñar algunos de los artículos anteriores pueden hacerse sobre la contribución de M. Pierre Bonnasse. Se trata de una introducción a la traducción de un himno śākta de mantras de yoga. El hecho de que se titule Śāktismo no dual no lo sitúa en absoluto en el ámbito del Vedānta Śaṃkariano, refiriéndose exclusivamente a los ritos, las fiestas, los votos, las meditaciones, las invocaciones, a todo lo que es pertinente en el ámbito del karma y no del jñāna. No nos cansaremos de repetir que cada vez que se encuentre la palabra advaita no se debe relacionarla acríticamente con el Vedānta śaṃkariano. Hemos señalado esto también para los términos sāṃkhya y yoga, que sólo en ciertos circunstancias designan a sus homónimos darśana; y lo mismo ocurre con mīmāṃsā, dhyāna, pratyahara y mil otras palabras sánscritas que tienen aplicaciones variadas y matices de significados diferentes.

        En conclusión, a pesar de las muchas debidas reservas sobre algunos contenidos de esta revista, es nuestra opinión que puede ser útil para quienes ya han desarrollado una comprensión estable de la doctrina de la no-dualidad. En particular, recomendamos los artículos que dan en el blanco propuesto, aportando nueva luz a cuestiones no siempre fáciles de entender. Esperamos que los editores continúen en esta dirección, refinando aún más la calidad general y ampliando la gama de información doctrinal.

        🇬🇧 We have received a unique issue of the French journal Aditi, committed to Advaita Vedānta which develops several important subjects dealt with our Veda Vyāsa Maṇḍala Site.

        Renaud Fabbri, “Éditorial” (Editor’s note); Swami Yogananda Sarasvati (tr. par) “Ratha-kalpanā”; Martine Chifflot, “Le moi, le monde et Dieu: perspectives dualistes et non-dualistes du Vedānta” (The ‘I’, the world and God: dualist and non-dualist perspectives in Vedānta); Ira Schepetin, “Vedānta traditionnel et néo-Vedānta” (Traditional Vedānta and neo-Vedānta); Renaud Fabbri, “Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī ou la critique de la raison vedāntique” (Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī or the Critique of Vedāntic Reason); Armandine Girard “La notion d’ahaṃkāra” (The concept of ahaṃkāra); Vasanthi Srinivasan, “Émerveillement incandescent : le raisonement analogique dans la Viśiṣṭādvaita” (Incandescent wonder: analogical reasoning in the Viśiṣṭādvaita); David Dubois, “Advaita Vedānta et Shivaisme du Cachemire : unité ou dualité?” (Advaita Vedānta and Shivaism of Kashmir: Unity or Duality?); Felix Herkert [éd. par] “Svāmī Karpātrī. L’unité des religions [Dharmon kī ektā]” (Svāmī Karpātrī. The Unity of Religions [Dharmon kī ektā]); Pierre Bonnasse, “Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essence de la practique spirituelle du Śaktisme non-duel” (Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. The Essence of the Spiritual Practice of Non-Dual Śaktism).

        Éditorial. The journal opens with a note by editor-in-chief M. Renaud Fabbri, who correctly connotes the non-dual Vedānta as the metaphysical doctrine taught in the initiatic line of Gauḍapāda, Śaṃkara and Sūreśvara. The short presentation of the Advaitavāda points the Mahāvākya “you are That” as the identity of the ‘everyone’s’ Ātman with the absolute Brahman. M. Fabbri uses the Guénonian term of ‘supreme identity’, which in this context does not appear entirely inadequate here. However, it should be avoided since it re-proposes the Ivan Aguéli’s erroneous translation of the Sufic formula waḥdāt al-wujud. Moreover, the chief editor approximates Śaṃkara’s concept of mokṣa to the spiritual realisation described in Plotinus’ Enneads, preserved in time through ‘les voies mystiques tant chrétiennes que musulmanes’ (in both Christian and Muslim mystic paths). This attraction towards Neo-Platonism, a trace of ‘perennialist’ inspiration, is found in other contributions throughout the publication. It is therefore necessary to add further clarifications. Plotinian emanationism is in some ways comparable to the sāṃkhya doctrine of satkāryavāda (as its opposite, the Semitic ex nihilo creationism, bears some resemblance to the Nyāya’s asatkāryavāda). The satkārya theory holds that the effect is pre-existent into the cause in the form of possibility: the twenty-three tattvas produced by the Prakṛti are nothing but extrinsications or modifications from the same material cause. The doctrine of asatkārya causality of the naiyāyikas, on the other hand, holds that the effect is produced ex novo and was previously non-existent. The Advaita Vedānta does not acknowledge as valid neither of these doctrines. Its position is vivartavāda, the doctrine of unreality being the effect unreal appearance superimposed on the cause. And, since without effect the cause is no cause, there is no cause and no effect. Thus, the non-duality of Brahmātman is confirmed. Therefore, the Non-dual, is not assimilable to the idea of the Neo-Platonic One, closer to the non-Supreme sciences (aparabrahma vidyā).

        Ratha-kalpanā (Introduction – Extrait et commentaire). The guest of honour who opens the series of contributions is Swami Yogananda Sarasvati, a Frenchman who teaches in France, disciple of the controversial Yoga Guru Swami Satchidananda, founder of the Integral Yoga Institute in San Francisco, in turn disciple of Svāmī Śivānanda, founder of the Ṛṣikeśa’s yogic schoolof Divine Life Society. In the introduction one can already find the typical misunderstandings of those who interpret advaitavāda in the light of pātañjala yoga, such as: “[The Brahman] ayant projecté le monde, il y entre pour l’animer en se reflétant sur l’intellect, prenant ainsi la forme du jīvātman, le soi individual vivant” (p. 11). The fact that Brahman projects the world and that the jīvātman is a form other than That is certainly not an advitīya doctrine. Further on (pp. 14-15), the author attributes to knowledge the anubandha catuṣṭaya (subject, purpose, method of teaching and qualified person) which are, instead, the reasons for oral teaching. (śābda upadeśa). Then follows the translation of nine ślokas (I.3.3-11) from the Kaṭha Upaniṣad, commented by Swami Yogananda, where we come across another error of interpretation. The Upaniṣad, in the preceding lines, describes the process of purification of the mind by comparing the different components of the antaḥkaraṇa to a battle chariot: “The man, however, who has as his charioteer a discriminating intellect, and who has under control the reins of his mind, attains the end of the path, and that Supreme Abode of the all-pervasive Viṣṇu.” (KU I.3.9). The author, in his commentary, says: “This is the state of the supreme Self, being the non-supreme or inferior state that of the individual self, subject to transmutation through lack of discernment. The fruit of Self-knowledge is therefore liberation, the end of the great cosmic dream, the spiritual awakening. It is the attainment of the final goal, the Supreme Abode of Viṣṇu” (p. 21). Now, since mokṣa is not attained at the end of any path nor can be regarded as a final goal or abode, it is evident that the Supreme Abode of Viṣṇu is none other than the Brahmaloka when it merges in the pralaya, as it is well expounded in Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (IV.3.10). The purification of the mind is preparatory to jñāna mārga, but not sufficient to secure mokṣa. At most it can lead to the Brahmaloka and to the Abode of Viṣṇu, but always and only at the conclusion of the posthumous path of Devayāna. It is also stated in the 11th śloka: “Superior to the unmanifested [the Pradhāna] is the Puruṣa. Nothing is superior to the Puruṣa. That is the culmination. It is the supreme goal” (p. 23).

        Le moi, le monde et Dieu: perspectives dualistes et non-dualistes du Vedānta. M.me Martine Chifflot presents an article which reveals a great love for the doctrines of Hinduism, even though she has decided to remain within Christianity. By revisiting, whenever possible, the Gospel teachings in light of her Vedāntic studies, she expresses her feeling of satisfaction and peace. Nothing reprehensible, indeed, if this does not mean forcing one’s own sacred texts and twisting their interpretations in search of alleged traces of non-duality. This article is based on the following conviction: “Comme l’a bien vu René Guénon, ce serait une erreur de souligner les differences [among the different schools of Vedānta] au point d’y voir des contradictions” (pp. 54-55). Unfortunately, this is not the case. Except for the Advaita, all other schools of Vedānta contradict non-duality to varying degrees, while calling themselves Viśiṣṭa Advaita, Dvaita Advaita, Śuddha Advaita and so on. Either way they irreducibly separate the reality of Brahman from those of jagat and jīva. The advaitavāda, on the contrary, declares the Brahman as the sole Reality. A fortiori, the vivekin has to identify and correct the error of mūlāvidyāvāda that pollutes some schools of Advaita Vedānta. It is clear that the author of the article is not very familiar with advaitavāda. In fact, in her brief notes on the doctrine of the Māṇḍūkya Upaniṣad, she states that the repetition of the Oṃkāra enables the vivekin to know the Brahman-Ātman (p. 45); but advaitins do not follow the japa method used in kāṇḍa karma ways. Further on, M.me Chifflot quotes and comments some salient passages of Prakāśānanda, without realizing that this late author (16th century) had pointed out that the mūlāvidyā of the post-Śaṃkara Vedāntins had created an artificial dualism through co-eternity of Brahman and ignorance. However, attempting to remedy this error, Prakāśānanda complicated the subject even more. In fact, he argued that the dream state is composed by non-existent objects of the dream world, projected by the dreamer’s mind. On awakening, one obtains the certainty that both the dreamer and the objects of the dream world were asat. Thus, the waking world, its objects, and the waking person himself are a dream of the Brahman that disappear on Its waking (But when does Brahman ever sleep or wake up?). The author herself points out that this leads to a solipsistic perspective, without explaining why. In fact, to really demonstrate the non-existence of ajñāna one must refer not only to wake and dream state, but especially to the vicāra on deep sleep.

        Vedānta traditionnel et néo–Vedānta. M. Ira Schepetin uses the term new Vedānta in a broader sense than usual. In fact, new Vedānta means Hindū modernism, strongly contaminated by scientism, Protestant moralism and social egalitarianism. The author also includes among the new Vedāntins the so-called ‘post Śaṃkara Vedāntins’. This extension of this term meaning is to be welcome. He continues with a brief but meaningful critique of the deviated doctrine of mūlāvidyā in thirteen points, attentively following the teachings of the great Advaitin Guru, Svāmī Jñānandendra Sarasvatī Mahārāja. It is an article highly recommended for reflection.

        Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī ou la critique de la raison vedāntique. M. Renaud Fabbri has dedicated a conspicuous paper to describe the restoration of the pure doctrine of Śaṃkara Bhagavatpāda as a refutation of the alterations of Advaita of the ‘post-Śaṃkara Vedāntins’. Such work of recovery earned Svāmījī the reputation of being an Abhinava Śaṃkara, a new Śaṃkara. The article, truly excellent, gives an accurate picture of the doctrine of the three avasthās and, above all, of its methodical use, a topic entirely unknown in the West until the Vedāntic publications of Veda Vyāsa Maṇḍala. It is an important contribution and recommendable to all those who are sincerely interested in Vedānta vicāra. The only discordant note is that M. Renaud Fabbri has insisted on puting a wedge between Svāmījī and K.A. Krishnaswamy Iyer, one of his most important Gurus, as well as his close friend. It is true that Iyer often quoted Western philosophers and writers, admittedly in unflattering terms, but Svāmījī too occasionally mentioned and criticised Western authors. The two Gurus had a solid culture that allowed them to criticize with great confidence and authority. Actually, the same author in this contribution did not refrain from quoting two surprisingly interesting thoughts of Descartes and Schopenhauer.

        La notion de ahaṃkāra. The author of these pages, M.me Armandine Girard, ventures into the subject of ahaṃkāra trusting what the Indologists say about it. In fact, that term designates the buddhi that, by reflecting the Consciousness of Ātman, produces (kāra) the illusory sense of the individual self (aham). Moreover, the statement that “Producing the ‘I’” would originally mean “to shout ‘I’”, is completely a nonsense. The author, now following Michel Hulin, argues that this term also indicates egoism, which instead corresponds to the Sanskrit asmitā. Later, trusting G.J. Larson, she interprets the upaniṣadic ahaṃkāra on the bases of the Sāṃkhya-Yoga of the Bhagavad Gītā, that she considers as a proto-Sāṃkhya darśana. This is a serious mistake because the combination Sāṃkhya-Yoga has nothing to do with the homonymous darśana. Instead in the context of Gītā it designates the doctrine and the method of Advaita Vedānta. This is a common misunderstanding due to the coincidence of the terms. Āhaṃkāra in Sāṃkhya, in tantrism and in bhakti, is a tattva, a real object. In advaitavāda, on the contrary, it is pure appearance without reality. Furthermore M.me Girard puts on a par Śrī Ramaṇa Maharṣi, who well knew that the only Reality (tattva) is the non-dual Ātman, and Śrī Anirvāṇa who explains in light of the Sāṃkhya darśana the realization as the return of the ahaṃkāra to its ‘starting point’.

        Émerveillement incandescent: le raisonement analogique dans la Viśiṣṭādvaita. “Ananda Coomaraswamy faisait une fois remarquer que penser sous forme d’images et de symbols était le langage «adéquat» de la métaphysique”. Thus begins the article of M.me Vasanthi Srinivasan. Although this is a widespread thought in traditionalist circles, it is not so. Images and the symbols are tools used by initiatic paths as a support for meditation. However, although they are still within the karma kāṇḍa, the meditations of highest degree are aliṅga upāsanās, avoiding the use of the external symbols as well as the internalised images (antardṛṣṭi). On the contrary, the advaitavāda proceeds by removing all forms through ‘neti neti’ discrimination. The rest of the article offers several interesting insights, which, however, do not concern the Advaita Vedānta subject of the publication.

        Advaita Vedānta et Shivaisme du Cachemire: unité ou dualité? A contribution on the so-called Kashmir Shivaism could not be missing. This is a real obsession for Westerners and, due to their hammering, it is infecting also the Indian academic circles. M. David Dubois compares once again the aforementioned Trika to the Śaṃkara Vedānta, obviously to the advantage of the former. According to this author the advaitavāda is ‘exclusive’ because it affirms the unreality of the manifested world. On the contrary, that tantric Trika is ‘inclusive’ because it includes the duality in the Absolute. This means that, at its level, duality also enjoys its own reality within the Absolute. Furthermore, on the base of Trika Tantras, M. Dubois states that in that initiatic path there is no incompatibility between Liberation (mokṣa) and fruition (bhoga). Actually, the fruition of the karmic results takes place in the saṃsāra, while mokṣa is precisely Liberation from the saṃsāra, namely, from becoming, from action, from every relation of enjoyer-enjoyed (bhoktṛ-bhogya). Thus, also in the case of the Trika we face an improper use of the concept of non-duality. Finally, since the initiatic transmission of the Trika is definitely extinct, the author claims that it is still alive in Southern India under the name of Śrī Vidyā. Besides the fact that Śrī Vidyā is thriving also in Northern India, it is false that this śākta tradition is a derivation of “Kashmiri Shivaism”, as it has its own paramparā, a doctrine and tantric texts. Moreover, unlike the Trika, Śrī Vidyā has never taken polemical and divergent doctrinal positions against the Advaita Vedānta; indeed, it has always flourished and still flourishes among the Śaṃkara Pīṭhas and Maṭhas and their Jagadguru are Gurus of both initiatic paths. In any case, Śrī Vidyā is considered by the advaitins as a powerful intellectual start towards the path of knowledge (jñāna mārga).

        Svāmī Karpātrī, L’unité des religions [Dharmon kī ektā]. M. Felix Herkert presents his Hindī translation of Svāmī Karpātrī Mahārāja’s article “Unity of Religions” (Dharmon kī ektā). There is a description of the traditional personality and the high function of Svāmījī, also known everywhere by the titles of Abhinava Śaṃkara (new Śaṃkara) and also Dharma Samrāṭ (emperor of dharma). Despite the great respect and admiration that he demonstrates towards the great ācārya of Vedānta (and Śrī Vidyā), M. Herkert insinuates that Svāmījī reformulated the concept of sanātana dharma as a “auto-désignation de l’unité de la tradition védique principalement en distinction des autres religions”. This view is in line with a malicious rumour that has been spread in the last decades in the Academia with the aim of denying the immemorial origin of Hinduism. In this way Hinduism would become a juxtaposition of different religions of the most disparate origins recently artificially unified for nationalistic purposes under the name of sanātana dharma. It is not coincidental that M. Herkert quotes Wilhelm Halbfass, according to whom “[Svāmī Karpātrī] a élaboré comme une difference par rapport a l’hindouisme pré-moderne et traditionnel: à savoir, que le sanātana dharma est devenu de plus en plus important dans les auto-identifications hindoues qui ont émergé, en particulier depuis le XIXème siècle au cours de la rencontre de l’Inde avec l’Occident” (p. 124). Halbfass belonged in fact to that current of Indologists who detest India and propagate such theories to demolish the eternal tradition. It is true that Svāmī Karpātrī played a social function, even inspiring the foundation of a traditional Hindū party with the (vain) attempt to oppose the anti-caste, socialist and pro-Islamic Gandhian drift for India after Independence. This was the Rām Rājya Pariṣad, which proclaimed the ideal kingdom of Rāma as its state model. M. Herkert attributes to Svāmījī also the foundation the nationalistic movement Dharma Saṃgha, following the tendentious information of Alain Daniélou (already refuted by the books of Dr. J.L. Gabin). Actually, the Svāmī founded the Dharma Saṃgha Śikṣā Maṇḍala in Benares, an institution for traditional teaching in Sanskrit for children. The article Dharmon kī ektā, far from propagating any ‘transcendent unity of religions’ or ‘fundamental unity of traditions’, affirms as their only common ground the values of ahiṃsā (the behaviour of not producing suffering to conscious beings, here translated as Gandhian ‘non-violence’) and of truth according to their views. On the contrary, Karpātrījī did not consider all traditional forms as ‘complete’ and ‘equivalent’. He distinguished sharply between the eternal tradition (sanātana dharma) and the traditions and religions arisen in the course of human history and founded by a well-defined person (curiously, Svāmījī did not mention Moses among the historical founders of religions). The article is interesting, although it does not represent the best of Karpātrī’s production. However, although Svāmī Karpātrī Mahārāja was a Guru of Vedānta, it is not in line with the subject of this journal’s issue.

        Śāktādvaita-Sādhanā-Sāra. L’Essence de la practique spirituelle du Śaktisme non-duel. The same reservations that we have expressed in reviewing some of the previous articles can be made about M. Pierre Bonnasse’s contribution. It is an introduction to the translation of a śākta hymn of yoga mantras. The ‘non-dual Śāktism’ mentioned in the title is not enough to place it within the scope of the Śaṃkara Vedānta, as it refers exclusively to rites, festivals, vows, meditations, invocations, to what is relevant to karma kāṇḍa and not to jñāna kāṇḍa. We will never stop repeating that coming across the word advaita does not allowed to identify it to the Vedānta of Śaṃkara. We have already stressed that the terms sāṃkhya, yoga, and thousands of other Sanskrit words have different applications and meanings according to the context.

        Despite the due reservations on some of the journal contents, in our opinion there are some pages very useful to those who have already developed a stable understanding of the non-dual doctrine. In particular, we highly recommend the articles that hit the target proposed, bringing new light to issues not easy to understand. It is our hope that the Editors will continue in this direction, further refining the overall quality and expanding the range of doctrinal information.

        12. La luce della Realtà

          Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

          12. La luce della Realtà

          69. L’intelletto non può determinare la natura di ciò che gli appare, eccetto che esiste

          La dottrina centrale vedāntica, per cui solo la Pura Esistenza è la Realtà, non è in alcun modo incrinata dall’apparenza di pluralità nel mondo della veglia. Infatti, la mente della veglia vede senza dubbio varie divisioni, oggetti e relazioni. Tuttavia, non ne può accertare la natura essenziale. L’abitudine mentale induce a pensare che qualsiasi cosa appaia in un certo modo rimanga tale. Ma se la mente dovesse riconsiderare la sua conclusione, non essendo sicura di sé, potrebbe anche arrivare a un altro risultato abbandonando il precedente. Per esempio: il mondo che appare a questa mente è diviso in ‘me e il resto’, che essa considera esistere nel tempo e nello spazio. Il ‘resto’ appare diviso in sostanza, attributo e azione; così il mondo è un insieme di azioni, di agenti e dei loro frutti. Esaminiamo queste apparenti divisioni.

          Risposta alla terza obiezione: se noi domandiamo alla mente della veglia come avviene questa divisione tra ‘me e il resto’, cosa separa ‘me’ dal ‘resto’ e il ‘resto’ da ‘me’?

          Risposta della mente: finché il corpo è ‘me’, il rimanente è ‘resto’.

          Domanda: il corpo è ‘me’ o ‘altro da me’?

          Risposta: il corpo è ‘me’ perché io ho esperienza di esso in quanto ‘io vado, io siedo ecc.’; ma talvolta so che ‘il mio corpo è diventato debole’, che ‘impegno il mio corpo in questo compito’ ecc. Quindi il ‘corpo non è me, ma è mio’. Per ora questo è sufficiente e in seguito si esaminerà più approfonditamente il significato della parola ‘io’ (§ 142). Perciò l’intelletto non ha una chiara conoscenza di cos’è l’oggetto definito ‘io’ e del suo significato. Ogni volta deve determinare che cosa l’‘io’ non sia. E, ancora, alla domanda su quale è l’esatta linea divisoria tra ‘me’ e il ‘resto’, non sa rispondere. Tuttavia, non vuole rinunciare alla credenza tenace che nel mondo la divisione tra ‘me’ e il ‘resto’ sia reale.

          Risposta alla quarta obiezione: la quarta obiezione contiene tre punti: la divisione di sostanza-attributo, l’apparenza di generale-particolare e la mutua relazione tra queste divisioni. Il vedāntin continuamente pone alla mente queste domande:

          Vedāntin: cosa sono la sostanza, l’attributo e l’azione?

          Mente: la sostanza è qualcosa che possiede gli attributi. Per esempio, un limone è una sostanza con un certo colore, gusto e profumo.

          Vedāntin: la risposta è strana. Invece di definire la sostanza, parli degli attributi associati a essa. Tuttavia, se si esamina attentamente, noi conosciamo gli attributi come gusto, colore e profumo attraverso i corrispettivi organi di senso, ma non vediamo mai una sostanza chiamata limone come base degli attributi. Dov’è la prova per dire che c’è una sostanza differente dagli attributi?

          Mente: dato che sappiamo che quello che vediamo con gli occhi è lo stesso che tocchiamo con le mani, concludiamo che c’è qualcos’altro oltre agli attributi; quindi, c’è una base comune per quei diversi attributi che chiamiamo sostanza.

          Vedāntin: questo non dimostra che ci sia una sostanza. Vediamo perché:

          1. Esaminando dal punto di vista dell’intuizione si sa che gli occhi vedono la forma e non conoscono altro. Anche la mano ha conoscenza del tatto e null’altro. È sbagliato dire che queste due differenti percezioni ci facciano conoscere lo stesso oggetto. Quindi, come si può stabilire la sostanza con queste due esperienze?
          2. Tutti gli attributi, sensazione tattile, colore, suono, gusto e profumo sono conosciuti solo attraverso i sensi. Se la sostanza deve essere altro da questi attributi, allora è senza gli attributi. Come possiamo conoscerla e con che strumento? Non è disponibile ai sensi. Infatti il Brahma Sūtra Bhāṣya afferma:

          Non abbiamo alcuna prova di intuizione per poter dire che ci deve essere qualcosa come base per le qualità sensorie percepite dai jñānendriya (BUŚBh IV.3.30).

          1. Se si accetta che la sostanza esista di per se stessa senza attributi, in che senso è base per quegli attributi?

          Mente: come i pilastri sono la base del soffitto, o la terra di tutti gli esseri umani, così anche il corpo assumendo su di sé gli attributi, è la loro base.

          Vedāntin: non può essere così, perché la sostanza non ha alcuna qualità propria come luogo, direzione, potere ecc. necessari per sostenere le altre. Tutte queste le vengono solo attraverso gli attributi. Non c’è nessun altro modo in cui la sostanza possa essere definita come base degli attributi.

          Mente: un’altra definizione è questa: ‘Una sostanza è qualcosa che forma la base dell’azione’.

          Vedāntin: questa definizione presenta lo stesso difetto. Se la natura della sostanza non è conosciuta, non ha alcun senso che tale sostanza sconosciuta sia la base per l’azione. Un’azione significa sia una modificazione (pariṇāma) sia un movimento (parispanda). Quando le parti subiscono cambiamento, si chiamano modificazioni e quando l’insieme, che contiene le parti, va da un posto a un altro, si dice movimento. Tuttavia, non abbiamo alcuna prova nella nostra esperienza per dire che c’è un insieme chiamato sostanza se non grazie alle sue parti. Nel Brahma Sūtra Bhāṣya la domanda era posta così:

          Il tutto è contenuto nelle parti, o è indipendente dalle sue parti? Come esiste in parti?… e così via. Dopo un attento esame si concludeva che né l’esperienza né la logica possono rispondere a questa domanda. In breve, le parti e il tutto non possono essere determinate come due cose separate (BSŚBh II.1.18).

          E allora come possiamo dire che questa o quella sono le parti della sostanza? Ogni qualvolta diciamo ‘la sostanza cambia’, noi conosciamo solo i cambiamenti e mai la sostanza senza alcun cambiamento. Quindi non c’è una base per credere che la stessa sostanza si sia ora modificata in altro. In definitiva, in che senso la sostanza sarebbe la base per l’azione? E ancora: qual è la differenza tra un attributo e un’azione? Non c’è una risposta soddisfacente, perché anche quello che chiamiamo attributo si modifica; quindi, pure questo può essere classificato come azione.

          Mente: e se ogni cosa fosse solo azione?

          Vedāntin: in tale continua serie di azioni, come arriveremmo a conoscere la sostanza senza cambiamenti e attributi?

          Mente: per mezzo dell’illusione (bhranti).

          Vedāntin: se non c’è né la sostanza immutabile sempre esistente né gli attributi fissi e immutabili, e ogni cosa è solo in continuo cambiamento, come è nata questa illusione che conduce ad affermare che questo è un effetto e questa è una sostanza?

          Mente: Anche se non ci sono sostanze e attributi o cambiamenti e azioni, è la natura della mente a presentarli come se ci fossero.

          Vedāntin: allora, perché non dire che anche se il cambiamento o l’azione non ci sono, è la natura istintiva della mente che produce l’idea che ci sia cambiamento o azione. Così, l’esame della sostanza, attributo e azione per l’intelletto è proprio un rompicapo.

          Argomentazione e risposta alla quarta obiezione su generale-particolare: la nostra mente si trova in difficoltà riguardo al generale-particolare (sāmānya viśeṣa bhāva):

          1. Non c’è alcuna prova esperienziale per dire che negli oggetti esterni esista realmente il generale, quali l’esistenza, la sostanzialità, il possesso di attributi (terrosità, acquosità ecc.), la capacità d’azione ecc. Per nostra esperienza constatiamo che lo zucchero grezzo, come ogni alimento combinato con esso, è dolce; ma non abbiamo l’esperienza della generalità del vaso a prescindere dai vasi e neppure l’abbiamo vista entrare nel singolo vaso prima che esso diventi tale.
          2. Se indaghiamo dov’era questa generalità del vaso, la (chiamiamola così) ‘vasità’, prima che il vaso venisse in esistenza, non sappiamo localizzarla. Solo dopo che nel vaso c’è la qualità di vaso, il vaso è vaso; perciò non possiamo dire che la qualità del vaso esisteva già nel vaso. Inoltre, è contraddittorio dire che la ‘vasità’ esisteva quando non c’era alcun vaso.
          3. Un’ulteriore domanda: la ‘vasità’ era già proprio nel posto dove il vaso è nato o è venuta da qualche altra parte? Non c’è una esatta risposta a questo perché se la ‘vasità’ fosse stata già lì si sarebbe dovuto conoscere quel posto come vaso. Se fosse venuto da qualche altra parte, la generalità sarebbe stata come una sostanza in azione o che subisse un cambiamento, perché ‘venire’ è un’azione.
          4. Inoltre, la generalità del vaso esiste in ogni singolo vaso individuale o è distribuita tra tutti i vasi come una piccola porzione in ciascuno? Se è completamente presente in uno, non dovrebbe apparire negli altri; se fosse diviso tra tutti, allora sarebbe un composto di parti, e quindi impermanente. Non c’è nulla che sostenga con l’esperienza o con la logica che la ‘vasità’, la terrosità e la sostanzialità e altre generalità siano presenti nei vasi; tuttavia, l’intelletto continua a pensare e ad affermare che il mondo consiste di generale e particolare.

          Risposta alla quarta obiezione: mutua relazione fra le divisioni.

          Ora si pone la questione se la sostanza, l’attributo, l’azione, il generale, il particolare ecc. siano separati l’uno dall’altro oppure no. Nessuno può determinare questo. Se non possiamo definirli, come abbiamo stabilito sopra, come possiamo affermare che siano differenti oppure no? Anche se potessimo definirli, sarebbe impossibile capirne la differenza.

          La mutua differenza tra due cose è un loro attributo o la loro natura? In entrambi i casi dovremmo poter riconoscere una cosa differente dal resto non appena la vediamo. Ma non è oggetto della nostra esperienza.

          Oppure, se la differenza fosse una proprietà (dharma) essa è differente o no dal dharmi, cioè dal suo possessore? Se è differente, cosa differenzia il dharma e il suo possessore? Questo fattore differenziante è una proprietà o no? Così le domande e anche i fattori differenzianti sono senza fine. In definitiva, l’idea di differenza comporta innumerevoli problemi, perché la nostra mente crede che nel mondo la differenza sia un fatto.

          70. Tutti i nomi e le forme nella veglia, di incerta natura, sono solo Pura Esistenza

          Si è concluso che la mente della veglia non può determinare ciò che vede. Le cose e le loro divisioni appaiono esserci realmente. Se non pensassimo che ci sono, non potremmo usarle nella nostra vita pratica (vyavahāra); ma non per questo hanno il potere di frantumare la Pura Esistenza affermata dall’intuizione totale (pūrṇa anubhava). L’incapacità della mente della veglia di spiegare la loro natura dimostra la loro non esistenza. Quindi, non c’è ragione d’essere spaventati da esse come gli uccelli da uno spaventapasseri e abbandonare la dottrina della Pura Esistenza.

          L’intera esistenza appare ovunque nella veglia. Ma essa esiste di per sé senza essere collegata a qualcosa di apparente. (BV I.2.12).

          Se si capisce questo ci si convincerà della grandezza di questa dottrina.

          Il falso serpente, l’argento e l’acqua del miraggio mentre appaiono sono sperimentati come ‘è, è, è’. In seguito, negandoli, quando li vediamo rispettivamente come corda, conchiglia e sabbia, anch’essi appaiono come ‘è’. Similmente, il vaso che appare come ‘è’, quando lo si capisce come argilla, appare di nuovo come ‘è’ in quanto argilla. Perciò, qualsiasi cosa appaia, appare come ‘è’. Esaminando con più attenzione, quando appare la base di tale cosa, anche la base appare come ‘è’. In definitiva, sebbene il nome e la forma appaiano essere una data cosa e, a un esame attento, si mutino in qualcos’altro, in qualsiasi forma appaiano, appaiono in definitiva solo come ‘è’. Quindi si stabilisce che l’‘è’ non cambia, ma cambiano solo il nome e la forma della veglia (BhGŚBh II.16). Visto in quest’ottica, capiamo che questo ‘è’ non appartiene ai nomi e forme, ma dipende solo da sé. Un tessuto che ‘è’ implica che il filo ‘è’, il che implica che anche la fibra di cotone ‘è’, implicando ancora in sequenza che la terra ‘è’, l’acqua ‘è’, il fuoco ‘è’, l’aria ‘è’, l’etere ‘è’. L’ultima implicazione è solo Pura Esistenza (BSŚBh II.1.15). Perciò, vedendo la Pura Esistenza dal punto di vista dell’intelletto, noi la chiamiamo cinque elementi, oggetti materiali e sostanza-attributo-azione. Ma dal punto di vista della Realtà, essi non sono altro che Pura Esistenza.

          Finora abbiamo considerato gli oggetti di conoscenza (prameya rāśī) e li abbiamo capiti solo come Pura Esistenza. Si può applicare lo stesso ragionamento anche agli strumenti di conoscenza (pramāṇa rāśī). È difficile rispondere alle seguenti domande:

          1. Cosa sono gli organi di senso, la mente e l’intelletto?
          2. Come avviene la divisione fra essi e qual è la loro differenza?
          3. Come i pramāṇa diventano pramāṇa? Come i pramāṇa hanno il potere di rivelare qualcosa?

          Dato che la mente pensa di conoscere tutto questo, se prendiamo le domande separatamente, essa sarà confusa e non riuscirà a dare una risposta definitiva. La nostra mente crede che esistano tutti gli oggetti di conoscenza, le loro divisioni e differenze, inclusi i pramāṇa come la mente e i sensi. In qualche modo, abbiamo stabilito che hanno esistenza. In base a questa analisi, si determina che solo la Pura Esistenza è la Realtà. Tutte le loro apparenze, le loro divisioni in nome e forma, le loro caratteristiche di esistenza sono Māyā, falsa apparenza. Come il nostro corpo sembra diviso in due in uno specchio incrinato, così la Pura Esistenza, vista dalla mente della veglia, appare divisa in soggetto-oggetto e, a sua volta, l’oggetto in molte cose. Il corpo riflesso appare diviso, anche se il corpo reale rimane indiviso; così anche il Sākṣin,rimanendo indiviso, testimonia tutto il mondo della veglia. Infatti, il Sākṣin,il mondo esterno e l’ombra d’esistenza, che appare in essi, sono tutti solo l’indivisibile Pura Esistenza.

          13. Saggi sul Vedānta

            Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

            SAGGI SUL VEDĀNTA

            13. Applicazione del metodo. Disciplina e meta

            129. Dal punto di vista più elevato dell’Advaita non ci può essere né una meta da raggiungere né una via da percorrere prima di raggiungere quella meta. L’Advaita non è da acquisire con l’abolizione della dualità o dell’universo molteplice, perché ciò che è reale è sempre lì e non può mai essere cancellato da nessuna impresa o gioco di prestigio. Come dice Gauḍapāda:

            Se il molteplice esistesse, allora, senza dubbio, dovrebbe essere rimosso. Questa dualità è semplicemente Māyā, uno spettacolo magico; in realtà esiste solo l’Advaita. (MUGK I.17).

            Non è che, per raggiungere la non-dualità, debba essere effettivamente cancellato un reale universo molteplice.

            Se qualcuno l’avesse concepita realmente, tale costruzione mentale dovrebbe essere rimossa. Questo è solo un espediente a scopo didattico: quando la verità è conosciuta non c’è alcuna dualità. (MUGK I.18)

            Non è vero dire che c’è qualcuno che abbia immaginato erroneamente e ha effettivamente indotto la dualità ad apparire. Non è vero nemmeno asserire che qualcuno debba essere effettivamente illuminato dalla śruti o da un maestro per rimuovere la sua idea sbagliata di dualità. La distinzione di maestro e di discepolo è semplicemente un mezzo utilizzato dalle Upaniṣad per rivelare la grande verità che l’Advaita o l’Assoluto è eternamente inalterato da qualsiasi cosa che gli sia estranea, perché in realtà non ci può essere nulla di estraneo accanto all’Assoluto.

            130. Tuttavia, come concessione al punto di vista empirico, gli advaitin parlano di livelli dell’intelletto e degli aspiranti alla verità, come anche di gradi di insegnamento:

            Ci sono tre gradi di cercatori: quelli che possiedono il punto di vista inferiore, mediano e più alto. L’upāsanā viene quindi insegnata per compassione nei confronti di tali cercatori. (MUGK III.16)

            Ciò significa che il rituale(karma) viene insegnato al più basso grado di cercatori, la meditazione(upāsanā) a quelli di grado medio, mentre la conoscenza (jñāna) è riservata ai cercatori del grado più elevato. A questo proposito, la Bṛhadāraṇaka Upaniṣad afferma:

            È questo Ātman che i brāhmaṇa cercano di conoscere attraverso la recitazione (o lo studio) dei Veda, il sacrificio, la carità, l’ascesi che consiste nella moderazione del godimento degli oggetti di senso. È solo conoscendo questo Ātman che si diventa un muni (un saggio). Spinti dal solo desiderio per questo ‘mondo’ (dell’Ātman), essi rinunciano a tutto. Apprendiamo che è questo che (spinse) gli antichi saggi a non desiderare mai di avere discendenza, (pensando): “Cosa ce ne faremmo della prole noi, per i quali questo è l’Ātman, questo è (l’unico) ‘Mondo’ (da raggiungere)?” Apprendiamo che essi si elevarono al di sopra del desiderio di avere un figlio, del desiderio di ricchezza e del desiderio di (altri) mondi e che se ne andarono chiedendo l’elemosina. (BU IV.4.22)

            Nel passaggio di cui sopra, è stata menzionata la disciplina necessaria per ciascuna delle fasi dell’illusione.

            Collocazione dei karma in un grado inferiore

            131. In quei passaggi dove l’efficacia della recitazione o dello studio dei Veda è apparentemente derisa, si dovrebbe capire che si allude alla pratica di qualche altra sādhanā e non che si negano come mezzi la recitazione, lo studio o il sacrificio. Per esempio, nel testo:

            Non con il karma né con la progenie né con la ricchezza, ma solo con la rinuncia alcuni hanno raggiunto l’immortalità”. (Mahānārāyaṇa Upaniṣad, XII)

            si vuole sottolineare che la rinuncia è un mezzo più immediato del karma ecc. Analogamente è detto:

            Tre sono le divisioni dei doveri rituali: il sacrificio, lo studio dei Veda e il dono. Questa è la prima divisione. L’ascetismo da solo è la seconda. Il brahmacārin che serve nella casa di un maestro vedico per tutta la vita è la terza: si tratta di chi si dedica completamente alla casa del maestro. Tutti questi, infatti, raggiungono i mondi che derivano dal merito. Ma chi è stabile nel Brahman (Brahma saṃstha), colui che riflette sull’Oṃkāra, ottiene l’immortalità. (ChU II.23.l)

            In questa citazione i primi tre gradi sono descritti come inferiori solo al fine di magnificare la riflessione sull’Oṃkāra.

            I riti vedici purificano la mente

            132. La Bhagavad Gītā valuta così l’utilità dei rituali (karma):

            Il karma che consiste nel sacrificio, nella carità e nell’ascetismo non dovrebbe essere interrotto, ma dovrebbe essere sempre praticato, perché il sacrificio, la carità e l’ascetismo purificano i saggi. Questi karma, tuttavia, dovrebbero essere praticati rinunciando all’attaccamento e ai frutti (delle azioni). Questo, o figlio di Pṛthu, è il mio dichiarato verdetto definitivo. (BhG XVIII.5-6)

            Il fondamento del percorso disciplinare

            133. Come possiamo determinare il percorso metodico necessario a raggiungere l’Ātman?

            “Questo Ātman non si raggiunge con lo studio e l’interpretazione degli Śāstra né memorizzando il significato dell’insegnamento degli Śāstra né ascoltandone a lungo l’insegnamento. È raggiunto da quello stesso Ātman che solo costui (il cercatore) desidera intensamente raggiungere: a lui questo Ātman rivela la Sua vera natura. (KU II.23, MuU III.2.3)

            Chi desidera raggiungere il suo fine, ovviamente cerca di ottenere informazioni sulla meta e di ricordare e di discutere la natura di ciò che vuole raggiungere. Ma essendo l’Ātman il reale Sé del cercatore, il semplice studio, la memorizzazione di ciò che si studia o anche la discussione costante con un maestro non porterebbero ad alcun avanzamento. Non è come studiare la geografia di un certo luogo da raggiungere. Qui è della massima importanza l’intenso desiderio di restare stabile nel proprio Sé. La ragione per cui non si conosce la propria natura non è la mancanza di studio o di memoria, perché in realtà studio o memoria non sono necessari a conoscere ciò che si conosce da sempre: la sola ragione è che [altrimenti] si cede alla tentazione di interessarsi al non-Sé non reale.

            Chi anela alla conoscenza dell’Ātman ce l’ha già, perché l’Ātman si rivela a tutti, tranne a coloro che gli voltano le spalle.

            Nessuno che non abbia desistito dalla cattiva condotta, nessuno che non abbia trattenuto la sua mente, nessuno che non abbia raggiunto l’unicità della mente, e nessuno la cui mente non sia stabile (nell’Ātman), può mai raggiungere questo Ātman attraverso l’intuizione. (KU II.24)

            Il percorso per gradi della disciplina stabilita per coloro che vogliono ritornare verso l’Ātman è questo: anzitutto bisogna controllare e trattenere i sensi dall’errare senza meta. Poi la mente deve essere riportata indietro, impedendole di vagare in tutte le direzioni. Il terzo passo è quello di concentrare la mente su un unico punto e dirigerla esclusivamente verso l’Ātman. L’ultimo passo è quello di dissolvere la mente nell’Ātman.

            134. Per impedire ai sensi di rimbalzare da un oggetto all’altro, il primo passo è quello che nella Bhagavad Gītā è stato chiamato karma yoga. L’unico modo per realizzarlo è esposto nel seguente passo:

            L’uomo raggiunge la meta adorando, per il tramite del suo dovere rituale (svadharma), Quello da cui hanno origine (lo sviluppo e l’attività di) tutti gli esseri, dal quale tutto questo è pervaso. (BhG XVIII.46)

            Il fine da raggiungere è la qualificazione necessaria per ottenere la conoscenza. Le azioni senza la conoscenza dell’Ātman come loro fonte e sostrato non possono condurre a Quello.

            Questo śloka appena citato rende più esplicito il significato della śruti già menzionata (BU IV.4.22; § 130). Senza dubbio i rituali esteriori di casta e di stadio della vita (varṇāśrama) hanno perso la loro piena efficacia a causa del passare del tempo e della preponderanza del desiderio (kāma) in questa Età del Ferro. Tuttavia, l’esecuzione di quel poco che è ancora possibile praticare e anche il compimento dei propri doveri della vita comune fatti con spirito di adorazione sarebbero sufficienti per la purificazione della mente. Su questo, le smṛti come il Parāśara Dharma Saṃhitā1 dicono: “I due volte nati agiscono sotto l’influenza dello yuga specifico, perciò non sono da condannare”. Inoltre, nel Viṣṇu Purāṇa si trova anche questo śloka:

            Il buon merito che si ottiene con la meditazione nel kṛta yuga, quello che si ottiene per mezzo dei sacrifici nel treta yuga, quello che si ottiene per mezzo della devozione nel dvāpara yuga, quello stesso si ottiene nel kali yuga con la semplice pronuncia ad alta voce del nome di Keśava [Kṛṣṇa]. (VP VI.2.17)

            C’è anche quest’altro paurāṇika śloka:

            Nel kali yuga, quando la mente della gente in generale è impura, quando le persone vivono per lo più di guadagni ottenuti con azioni adhārmika e prive dei meriti ottenuti con rituali dhārmika2, l’unico rifugio è la ripetizione del nome del Signore ad alta voce3. (VP ibid.)

            Tutto questo comporta che ricevere [da un guru] con devozione il nome del Signore (il mantra) compensa qualsiasi squilibrio risultante dalla mancanza di una perfetta esecuzione dei propri rituali dhārmika causata da incapacità o dalla pressione subita dagli ambienti malsani di questa Età del Ferro.

            La meditazione (upāsanā)

            135. La meditazione serve a controllare i sensi e a distoglierli dalle cattive abitudini. Questa pratica è ciò che si chiama dama (controllo dei sensi). In seguito, si deve passare al controllo della mente. Per prima cosa la si deve purificare; cioè, devono essere lavate via e dissolte le impressioni latenti create dal pensiero sbagliato e vizioso, creando inclinazioni mentali opposte a quelle. In secondo luogo, deve essere riparata la sua tendenza a fluttuare costantemente in tutte le direzioni, rivolgendola verso l’interno e coltivando l’abitudine a concentrarsi sull’Ātman. A questo scopo nelle Upaniṣad sono state ingiunte varie upāsanā. Le upāsanā, essendo in realtà azioni mentali, sono anch’esse di vario tipo come i karma ingiunti nei Veda.

            Di queste, alcune meditazioni su Brahman sono favorevoli alla prosperità (in vita), altre alla liberazione graduale (krama mukti, dopo la morte) e altre a dare maggiore efficacia ai riti. Le loro differenze sono dovute a ogni singola qualità (del Brahman) e ai condizionamenti aggiuntivi (upādhi). (BSŚBh I.1.12)

            136. Upāsanā è talvolta chiamata jñāna e perfino la conoscenza diretta di Brahman-Ātman è chiamata upāsanā. Questo ha indotto molti a supporre che l’intero Veda sia di natura ingiuntiva o proibitiva. L’unica differenza tra il cosiddetto karma kāṇḍa e il jñāna kāṇḍa sarebbe che il primo ingiunge rituali che richiedono l’aiuto del corpo e ingredienti corporei come il latte o la ricotta usati nelle oblazioni, mentre il jñāna kāṇḍa stabilisce ingiunzioni di azioni puramente psicologiche. Gli advaitin della tradizione di Śaṃkara sono i soli a distinguere fra due tipi di jñāna4. Anche se entrambi sono stati chiamati vidyā e jñāna perché sono ugualmente fondamentali, tuttavia differiscono ampiamente nella loro forma essenziale e nel risultato a cui mirano. Il seguente estratto dal Brahma Sūtra Bhāṣya di Śaṃkara sarà di aiuto per distinguere tra le due azioni mentali:

            Obiezione: Ma tutto ciò che è conosciuto come jñāna è un’azione mentale!

            Risposta: No, perché c’è una differenza tra le due. (Per spiegare meglio:) Come è noto, ciò che è conosciuto come azione è quello che si stabilisce con un’ingiunzione del tutto indipendente dalla natura di una cosa, ma dipendente dalla volontà della persona, com’è descritto, per esempio, nei testi che seguono: “(L’adhvaryu5) compirà la libagione in favore di qualsiasi divinità su cui (lo hotṛ o hotar6) abbia meditato mentalmente mentre pronunciava (il mantra) Vaṣat7” (Aitareya Brāhmaṇa III.8.1). “Si mediterà mentalmente sul Sandhyā8”. Poiché Dhyāna (meditazione), Cintana (pensare a qualcosa) sono azioni mentali, è possibile per una persona farle, non farle o farle in un modo (diverso da quello in cui sono ingiunte), perché dipendono dalla volontà di una persona; invece, il jñāna nasce dall’uso di un valido mezzo di conoscenza (pramāṇa): e il pramāṇa ha per oggetto una cosa così come è. È perciò impossibile fare, non fare o fare in un altro modo il jñāna, perché esso dipende solo dalla cosa, e non da un’ingiunzione o dalla volontà di una persona. Perciò, sebbene sia anch’esso un’azione mentale, il jñāna differisce totalmente (dalla meditazione). (BSSBh I.1.4)

            Questa citazione distingue la conoscenza propriamente detta dalla meditazione per quanto riguarda la natura essenziale delle due in quanto modificazioni della mente. Per quanto riguarda i risultati delle due, il prossimo brano dovrebbe essere ponderato attentamente:

            La parola jijñāsā significa letteralmente ‘desiderio di sapere’: ossia il jñāna culminante nell’intuizione è l’oggetto del desiderio denotato dal suffisso grammaticale ‘suṅ’. Infatti, tale desiderio ha per oggetto il risultato (e non i mezzi per raggiungerlo). Perciò, si desidera intuire Brahman per mezzo del jñāna quale valido strumento di conoscenza, in quanto la meta del cercatore è solo l’intuizione (del Brahman). Solo questo riesce ad annullare l’avidyā e gli altri mali della vita mondana. Pertanto, ciò che deve essere indagato è (la natura del) Brahman. (BSŚBh I.1.1)

            Sia i mezzi di conoscenza (o d’indagine) sia la conseguente conoscenza (o intuizione) sono denotati dalla parola jñāna per definizione. Ma qui è il fine e non il mezzo che dovrebbe essere preso come oggetto del desiderio, perché nessuno ricorre all’impiego del mezzo per amore dello stesso mezzo. Perciò l’indagine, in quanto mezzo, è intrapresa in questo caso per il bene risultante dalla conoscenza, vale a dire per l’intuizione (avagati) di Brahman.

            Dal punto di vista della non dualità si dichiara che le meditazioni conducono al benessere, che (altre meditazioni) conducono a un risultato che permette di avviarsi verso la Libertà (advitīya) e che (altre ancora) hanno per oggetto il Brahman leggermente modificato in comparazione a Quello non duale. (Per esempio, le meditazioni) come quella (sul Brahman) “fatto di mente, avendo il prāṇa per Suo corpo” (ChU III.14.2) o le meditazioni che danno efficacia ai riti, e anche quelle connesse con fattori sussidiari dei riti sono simili a quello (al jñāna del Brahman), in quanto sono anch’esse rahasya (segrete) e modificazioni della mente. (ChUŚBh Introd.)

            Sebbene siano atti mentali, le upāsanā sono più affini al jñāna (conoscenza) perché si riferiscono a entità sottili e perché anch’esse sono attività mentali come il jñāna.

            137. A titolo illustrativo, citeremo una meditazione specifica per mostrare come tutte le upāsanā sul Brahman, che hanno per oggetto indagato lo stesso Brahman al fine di ottenere la Liberazione immediata, conducano [invece] alla mukti graduale a causa della differenza nella natura degli strumenti mentali impiegati.

            Tutto questo [mondo, idam] è Brahman, perché è nato da Quello, sarà dissolto in Quello, e vive in Quello. Si dovrebbe meditare su Quello con calma. Ora, l’uomo è fatto del suo desiderio (kratu). Proprio come è il suo desiderio in questo mondo, così una persona diventerà dopo la partenza da qui. Egli dovrebbe (quindi) dare forma a questo desiderio. (ChU III.14.1)

            Fatto di mente, avendo prāṇa per Suo corpo, della natura di luce (della Coscienza), avendo desiderio del vero, di natura (illimitata) come lo spazio, creatore di tutto; pur avendo tutti i desideri (puri), tutti i profumi, tutti i sapori, pervadendo tutto questo universo, è privo (della facoltà d’azione come la) parola, senza mutamento.

            Questo è il mio Ātman nel cuore, più piccolo di un chicco di riso o di orzo o di senape o di miglio (śyāmāka) o del germe interno al chicco di śyāmāka. Questo è il mio Ātman nel cuore, più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo, più grande di tutti questi mondi insieme. Questo è il mio Ātman nel cuore, creatore di tutto, che ha tutti i desideri, tutti gli odori, tutti i sapori, che pervade tutto questo, privo di tutte le facoltà (come quella) della parola, senza mutamento. Questo è il mio Ātman nel cuore, questo è Brahman. A lungo andare Lo raggiungerò dopo essermi allontanato da qui. Colui che ha questa certezza e non ha dubbi su di essa (lo raggiungerà sicuramente). Così disse Śāṇḍilya, proprio Śāṇḍilya nei tempi primordiali. (ChU III.14.2-4)

            138. Il brano appena citato è un esempio di Brahman considerato come la causa dell’origine, del sostentamento e della dissoluzione del mondo e quindi, da questo punto di vista adhyāropa, si è manifestato come il Sé di tutte le anime individuali, come anche in forma dell’intero universo. Le Upaniṣad, da questa presa di posizione, stabiliscono le ingiunzioni per meditare su Brahman come posseduto da tutte le qualità di buon auspicio. Realizzato come il Sé del cercatore attraverso la meditazione costante, assicura lo specifico godimento di tutti i desideri esauditi e la Liberazione finale (krama mukti) alla fine del ciclo. Le seguenti citazioni dovrebbero essere ponderate attentamente per distinguere tra questo aspetto empirico non supremo del Brahman, preso come oggetto di meditazione, dal puro, non qualificato, assoluto Brahman nella sua reale natura insegnata al fine di essere intuita come il Tutto e il Sé essenziale di ognuno di noi.

            Quindi, ‘procedere’ (verso il Brahman) si riferisce al Brahman non-Supremo. Stando così le cose, è solo non conoscendo la distinzione tra il Brahman Supremo e il Brahman non-Supremo che le śruti che insegnano a procedere (verso il Brahman), mentre (in realtà) riguardano il Brahman non-Supremo, sono erroneamente attribuite al Brahman Supremo. (BSŚBh IV.3.14)

            Ovunque la śruti descriva il cercatore come se procedesse e raggiungesse il Brahman, parla solo del Brahman non-Supremo.

            Domanda: Ci sono, dunque, due Brahman, uno non-Supremo e uno Supremo?

            Risposta: Sì, (ci sono) due. Perché lo di vede (nel testo) che inizia con “Questo solo, che è Omkara, o Satyakāma, è sia il Brahman Supremo sia quello non-Supremo “.

            Domanda: Qual è il Brahman Supremo e quale il non-Supremo?

            Vedāntin tradizionale: Ecco la risposta: Ovunque Brahman sia insegnato con parole come ‘asthūlam’ (non grossolano) negando le caratteristiche specifiche come il nome e la forma inventati da avidyā, Quello è il Supremo. E quando lo stesso (Brahman) è presentato qualificato da qualche caratteristica specifica come il nome e la forma con parole come ‘manomaya’ (fatto di mente) ‘prāṇa śarīraḥ’ (che ha il prāṇa per suo corpo), ‘bhā rūpaḥ’ (che ha la natura della luce della coscienza) ecc., quello è il non-Supremo.

            Obiezione: In tal caso, il testo che insegna (Brahman come) non duale, sarebbe contraddetto!

            Risposta: No, perché questa obiezione è già stata confutata, cioè quando (si prende questo Brahman) come condizionato dall’associazione di nome e forma inventati da avidyā. (BSSBh IV.3.14)

            Questa è solo una distinzione a cui non corrisponde alcuna differenza (reale), poiché la presunta caratteristica che distingue (il non-Supremodal Supremo) è solo un’invenzione di avidyā:

            Così l’unico e stesso Brahman è insegnato nelle Upaniṣad per essere meditato quando è associato alle limitazioni aggiuntive (upādhi) e per essere conosciuto quando è privo di tutte le limitazioni aggiuntive. (BSSBh I.1.12)

            Sia il Brahman Supremo sia quello non-Supremovengono insegnati per mezzo delle aggiunte condizionanti (upādhi); tuttavia, queste associazioni alla fine sono respinte nel caso del Brahman che si deve conoscere, mentre sono prese come aggiunte qualificanti del Brahman quando quest’ultimo deve essere oggetto di meditazione.

            Il potere dichiarato nella śruti relativo alla meditazione sul Brahman non-Supremo, che consiste nel controllo sul mondo come (per esempio) “Se è desideroso del Pitṛloka (cioè del godimento fruito dagli antenati, quando i suoi antenati gli si presentano al suo solo desiderio)’ (ChU VIII.2.1), appartiene solo alla sfera del saṃsāra, dato che avidyā non è (ancora) abolita. Ed essendo (il godimento di) quel potere limitato ad una particolare regione, non c’è nulla di contraddittorio (a concepire) che vada in quella regione per ottenerlo. Abbiamo detto (spiegando il sūtra) “Tad guṇasāratvāt” (poiché egli è dell’essenza di quella mente BS II.3.29), che anche se l’Ātman è onnipervadente, si può pensare al suo movimento quando si muovono i condizionamenti aggiunti, come la mente ecc., allo stesso modo in cui (si può pensare apparentemente di muovere) lo spazio (interno) quando si spostano vasi e simili (contenitori). (BSSBh IV.314)

            I poteri offerti dalla pratica della meditazione sono raggiungibili solo in particolari luoghi (loka) dell’universo dove si deve andare per ottenerli. Evidentemente questo viaggio è solo empirico, poiché la natura metafisica dell’Ātman non duale non ammette alcun movimento; quindi, non può essere contraddetto da questo movimento nella sfera di avidyā.


            1. Un Dharma Śāstra dedicato al comportamento dei dvija durante il kali yuga [N.d.C.].[↩]
            2. Rituali di casta e di fase della vita [N.d.C.].[↩]
            3. Naturalmente, devozione, sacrifici e meditazione non sono abrogati per le persone che hanno la mente meno impura. La conoscenza, invece, essendo libera dai condizionamenti del tempo, è sempre possibile per coloro che ne siano qualificati [N.d.C.].[↩]
            4. Vale a dire tra l’upāsanā e il jñāna vero e proprio. Si tenga presente che la meditazione diretta senza supporto del simbolo usata per il karma yoga, pur facendo parte integrante del karma kāṇda, non è tenuta nella dovuta considerazione nelle dottrine del non-Supremo. È invece spiegata e incoraggiata dalla dottrina del jñāna come preparazione indispensabile alla via della conoscenza. Cfr. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, La Via della Conoscenza e le altre Vie, Milano, Ekatos Ed., 2019, pp. 35-47. V. anche: 1. La Via della Conoscenza e le altre Vie su questo stesso Sito [N.d.C.].[↩]
            5. Sacerdote di tradizione yajurvedica che compie manualmente i riti sacrificali vedici [N.d.C.].[↩]
            6. Sacerdote di tradizione ṛgvedica che accompagna con la recitazione di mantra lo svolgimento dei riti officiati dall’adhvaryu [N.d.C.].[↩]
            7. Mantra esclamato ad alta voce dallo hotar, alla cui pronuncia l’ahvaryu immediatamente versa l’oblazione nel fuoco dell’altare vedico [N.d.C.].[↩]
            8. Divinità che presiede ai riti serali [N.d.C.].[↩]