Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

SAGGI SUL VEDĀNTA

13. Applicazione del metodo. Disciplina e meta

129. Dal punto di vista più elevato dell’Advaita non ci può essere né una meta da raggiungere né una via da percorrere prima di raggiungere quella meta. L’Advaita non è da acquisire con l’abolizione della dualità o dell’universo molteplice, perché ciò che è reale è sempre lì e non può mai essere cancellato da nessuna impresa o gioco di prestigio. Come dice Gauḍapāda:

Se il molteplice esistesse, allora, senza dubbio, dovrebbe essere rimosso. Questa dualità è semplicemente Māyā, uno spettacolo magico; in realtà esiste solo l’Advaita. (MUGK I.17).

Non è che, per raggiungere la non-dualità, debba essere effettivamente cancellato un reale universo molteplice.

Se qualcuno l’avesse concepita realmente, tale costruzione mentale dovrebbe essere rimossa. Questo è solo un espediente a scopo didattico: quando la verità è conosciuta non c’è alcuna dualità. (MUGK I.18)

Non è vero dire che c’è qualcuno che abbia immaginato erroneamente e ha effettivamente indotto la dualità ad apparire. Non è vero nemmeno asserire che qualcuno debba essere effettivamente illuminato dalla śruti o da un maestro per rimuovere la sua idea sbagliata di dualità. La distinzione di maestro e di discepolo è semplicemente un mezzo utilizzato dalle Upaniṣad per rivelare la grande verità che l’Advaita o l’Assoluto è eternamente inalterato da qualsiasi cosa che gli sia estranea, perché in realtà non ci può essere nulla di estraneo accanto all’Assoluto.

130. Tuttavia, come concessione al punto di vista empirico, gli advaitin parlano di livelli dell’intelletto e degli aspiranti alla verità, come anche di gradi di insegnamento:

Ci sono tre gradi di cercatori: quelli che possiedono il punto di vista inferiore, mediano e più alto. L’upāsanā viene quindi insegnata per compassione nei confronti di tali cercatori. (MUGK III.16)

Ciò significa che il rituale(karma) viene insegnato al più basso grado di cercatori, la meditazione(upāsanā) a quelli di grado medio, mentre la conoscenza (jñāna) è riservata ai cercatori del grado più elevato. A questo proposito, la Bṛhadāraṇaka Upaniṣad afferma:

È questo Ātman che i brāhmaṇa cercano di conoscere attraverso la recitazione (o lo studio) dei Veda, il sacrificio, la carità, l’ascesi che consiste nella moderazione del godimento degli oggetti di senso. È solo conoscendo questo Ātman che si diventa un muni (un saggio). Spinti dal solo desiderio per questo ‘mondo’ (dell’Ātman), essi rinunciano a tutto. Apprendiamo che è questo che (spinse) gli antichi saggi a non desiderare mai di avere discendenza, (pensando): “Cosa ce ne faremmo della prole noi, per i quali questo è l’Ātman, questo è (l’unico) ‘Mondo’ (da raggiungere)?” Apprendiamo che essi si elevarono al di sopra del desiderio di avere un figlio, del desiderio di ricchezza e del desiderio di (altri) mondi e che se ne andarono chiedendo l’elemosina. (BU IV.4.22)

Nel passaggio di cui sopra, è stata menzionata la disciplina necessaria per ciascuna delle fasi dell’illusione.

Collocazione dei karma in un grado inferiore

131. In quei passaggi dove l’efficacia della recitazione o dello studio dei Veda è apparentemente derisa, si dovrebbe capire che si allude alla pratica di qualche altra sādhanā e non che si negano come mezzi la recitazione, lo studio o il sacrificio. Per esempio, nel testo:

Non con il karma né con la progenie né con la ricchezza, ma solo con la rinuncia alcuni hanno raggiunto l’immortalità”. (Mahānārāyaṇa Upaniṣad, XII)

si vuole sottolineare che la rinuncia è un mezzo più immediato del karma ecc. Analogamente è detto:

Tre sono le divisioni dei doveri rituali: il sacrificio, lo studio dei Veda e il dono. Questa è la prima divisione. L’ascetismo da solo è la seconda. Il brahmacārin che serve nella casa di un maestro vedico per tutta la vita è la terza: si tratta di chi si dedica completamente alla casa del maestro. Tutti questi, infatti, raggiungono i mondi che derivano dal merito. Ma chi è stabile nel Brahman (Brahma saṃstha), colui che riflette sull’Oṃkāra, ottiene l’immortalità. (ChU II.23.l)

In questa citazione i primi tre gradi sono descritti come inferiori solo al fine di magnificare la riflessione sull’Oṃkāra.

I riti vedici purificano la mente

132. La Bhagavad Gītā valuta così l’utilità dei rituali (karma):

Il karma che consiste nel sacrificio, nella carità e nell’ascetismo non dovrebbe essere interrotto, ma dovrebbe essere sempre praticato, perché il sacrificio, la carità e l’ascetismo purificano i saggi. Questi karma, tuttavia, dovrebbero essere praticati rinunciando all’attaccamento e ai frutti (delle azioni). Questo, o figlio di Pṛthu, è il mio dichiarato verdetto definitivo. (BhG XVIII.5-6)

Il fondamento del percorso disciplinare

133. Come possiamo determinare il percorso metodico necessario a raggiungere l’Ātman?

“Questo Ātman non si raggiunge con lo studio e l’interpretazione degli Śāstra né memorizzando il significato dell’insegnamento degli Śāstra né ascoltandone a lungo l’insegnamento. È raggiunto da quello stesso Ātman che solo costui (il cercatore) desidera intensamente raggiungere: a lui questo Ātman rivela la Sua vera natura. (KU II.23, MuU III.2.3)

Chi desidera raggiungere il suo fine, ovviamente cerca di ottenere informazioni sulla meta e di ricordare e di discutere la natura di ciò che vuole raggiungere. Ma essendo l’Ātman il reale Sé del cercatore, il semplice studio, la memorizzazione di ciò che si studia o anche la discussione costante con un maestro non porterebbero ad alcun avanzamento. Non è come studiare la geografia di un certo luogo da raggiungere. Qui è della massima importanza l’intenso desiderio di restare stabile nel proprio Sé. La ragione per cui non si conosce la propria natura non è la mancanza di studio o di memoria, perché in realtà studio o memoria non sono necessari a conoscere ciò che si conosce da sempre: la sola ragione è che [altrimenti] si cede alla tentazione di interessarsi al non-Sé non reale.

Chi anela alla conoscenza dell’Ātman ce l’ha già, perché l’Ātman si rivela a tutti, tranne a coloro che gli voltano le spalle.

Nessuno che non abbia desistito dalla cattiva condotta, nessuno che non abbia trattenuto la sua mente, nessuno che non abbia raggiunto l’unicità della mente, e nessuno la cui mente non sia stabile (nell’Ātman), può mai raggiungere questo Ātman attraverso l’intuizione. (KU II.24)

Il percorso per gradi della disciplina stabilita per coloro che vogliono ritornare verso l’Ātman è questo: anzitutto bisogna controllare e trattenere i sensi dall’errare senza meta. Poi la mente deve essere riportata indietro, impedendole di vagare in tutte le direzioni. Il terzo passo è quello di concentrare la mente su un unico punto e dirigerla esclusivamente verso l’Ātman. L’ultimo passo è quello di dissolvere la mente nell’Ātman.

134. Per impedire ai sensi di rimbalzare da un oggetto all’altro, il primo passo è quello che nella Bhagavad Gītā è stato chiamato karma yoga. L’unico modo per realizzarlo è esposto nel seguente passo:

L’uomo raggiunge la meta adorando, per il tramite del suo dovere rituale (svadharma), Quello da cui hanno origine (lo sviluppo e l’attività di) tutti gli esseri, dal quale tutto questo è pervaso. (BhG XVIII.46)

Il fine da raggiungere è la qualificazione necessaria per ottenere la conoscenza. Le azioni senza la conoscenza dell’Ātman come loro fonte e sostrato non possono condurre a Quello.

Questo śloka appena citato rende più esplicito il significato della śruti già menzionata (BU IV.4.22; § 130). Senza dubbio i rituali esteriori di casta e di stadio della vita (varṇāśrama) hanno perso la loro piena efficacia a causa del passare del tempo e della preponderanza del desiderio (kāma) in questa Età del Ferro. Tuttavia, l’esecuzione di quel poco che è ancora possibile praticare e anche il compimento dei propri doveri della vita comune fatti con spirito di adorazione sarebbero sufficienti per la purificazione della mente. Su questo, le smṛti come il Parāśara Dharma Saṃhitā1 dicono: “I due volte nati agiscono sotto l’influenza dello yuga specifico, perciò non sono da condannare”. Inoltre, nel Viṣṇu Purāṇa si trova anche questo śloka:

Il buon merito che si ottiene con la meditazione nel kṛta yuga, quello che si ottiene per mezzo dei sacrifici nel treta yuga, quello che si ottiene per mezzo della devozione nel dvāpara yuga, quello stesso si ottiene nel kali yuga con la semplice pronuncia ad alta voce del nome di Keśava [Kṛṣṇa](VP VI.2.17)

C’è anche quest’altro paurāṇika śloka:

Nel kali yuga, quando la mente della gente in generale è impura, quando le persone vivono per lo più di guadagni ottenuti con azioni adhārmika e prive dei meriti ottenuti con rituali dhārmika2, l’unico rifugio è la ripetizione del nome del Signore ad alta voce3(VP ibid.)

Tutto questo comporta che ricevere [da un guru] con devozione il nome del Signore (il mantra) compensa qualsiasi squilibrio risultante dalla mancanza di una perfetta esecuzione dei propri rituali dhārmika causata da incapacità o dalla pressione subita dagli ambienti malsani di questa Età del Ferro.

La meditazione (upāsanā)

135. La meditazione serve a controllare i sensi e a distoglierli dalle cattive abitudini. Questa pratica è ciò che si chiama dama (controllo dei sensi). In seguito, si deve passare al controllo della mente. Per prima cosa la si deve purificare; cioè, devono essere lavate via e dissolte le impressioni latenti create dal pensiero sbagliato e vizioso, creando inclinazioni mentali opposte a quelle. In secondo luogo, deve essere riparata la sua tendenza a fluttuare costantemente in tutte le direzioni, rivolgendola verso l’interno e coltivando l’abitudine a concentrarsi sull’Ātman. A questo scopo nelle Upaniṣad sono state ingiunte varie upāsanā. Le upāsanā, essendo in realtà azioni mentali, sono anch’esse di vario tipo come i karma ingiunti nei Veda.

Di queste, alcune meditazioni su Brahman sono favorevoli alla prosperità (in vita), altre alla liberazione graduale (krama mukti, dopo la morte) e altre a dare maggiore efficacia ai riti. Le loro differenze sono dovute a ogni singola qualità (del Brahman) e ai condizionamenti aggiuntivi (upādhi). (BSŚBh I.1.12)

136. Upāsanā è talvolta chiamata jñāna e perfino la conoscenza diretta di Brahman-Ātman è chiamata upāsanā. Questo ha indotto molti a supporre che l’intero Veda sia di natura ingiuntiva o proibitiva. L’unica differenza tra il cosiddetto karma kāṇḍa e il jñāna kāṇḍa sarebbe che il primo ingiunge rituali che richiedono l’aiuto del corpo e ingredienti corporei come il latte o la ricotta usati nelle oblazioni, mentre il jñāna kāṇḍa stabilisce ingiunzioni di azioni puramente psicologiche. Gli advaitin della tradizione di Śaṃkara sono i soli a distinguere fra due tipi di jñāna4. Anche se entrambi sono stati chiamati vidyā e jñāna perché sono ugualmente fondamentali, tuttavia differiscono ampiamente nella loro forma essenziale e nel risultato a cui mirano. Il seguente estratto dal Brahma Sūtra Bhāṣya di Śaṃkara sarà di aiuto per distinguere tra le due azioni mentali:

Obiezione: Ma tutto ciò che è conosciuto come jñāna è un’azione mentale!

Risposta: No, perché c’è una differenza tra le due. (Per spiegare meglio:) Come è noto, ciò che è conosciuto come azione è quello che si stabilisce con un’ingiunzione del tutto indipendente dalla natura di una cosa, ma dipendente dalla volontà della persona, com’è descritto, per esempio, nei testi che seguono: “(L’adhvaryu5) compirà la libagione in favore di qualsiasi divinità su cui (lo hotṛ o hotar6) abbia meditato mentalmente mentre pronunciava (il mantra) Vaṣat7” (Aitareya Brāhmaṇa III.8.1). “Si mediterà mentalmente sul Sandhyā8”. Poiché Dhyāna (meditazione), Cintana (pensare a qualcosa) sono azioni mentali, è possibile per una persona farle, non farle o farle in un modo (diverso da quello in cui sono ingiunte), perché dipendono dalla volontà di una persona; invece, il jñāna nasce dall’uso di un valido mezzo di conoscenza (pramāṇa): e il pramāṇa ha per oggetto una cosa così come è. È perciò impossibile fare, non fare o fare in un altro modo il jñāna, perché esso dipende solo dalla cosa, e non da un’ingiunzione o dalla volontà di una persona. Perciò, sebbene sia anch’esso un’azione mentale, il jñāna differisce totalmente (dalla meditazione). (BSSBh I.1.4)

Questa citazione distingue la conoscenza propriamente detta dalla meditazione per quanto riguarda la natura essenziale delle due in quanto modificazioni della mente. Per quanto riguarda i risultati delle due, il prossimo brano dovrebbe essere ponderato attentamente:

La parola jijñāsā significa letteralmente ‘desiderio di sapere’: ossia il jñāna culminante nell’intuizione è l’oggetto del desiderio denotato dal suffisso grammaticale ‘suṅ’. Infatti, tale desiderio ha per oggetto il risultato (e non i mezzi per raggiungerlo). Perciò, si desidera intuire Brahman per mezzo del jñāna quale valido strumento di conoscenza, in quanto la meta del cercatore è solo l’intuizione (del Brahman). Solo questo riesce ad annullare l’avidyā e gli altri mali della vita mondana. Pertanto, ciò che deve essere indagato è (la natura del) Brahman. (BSŚBh I.1.1)

Sia i mezzi di conoscenza (o d’indagine) sia la conseguente conoscenza (o intuizione) sono denotati dalla parola jñāna per definizione. Ma qui è il fine e non il mezzo che dovrebbe essere preso come oggetto del desiderio, perché nessuno ricorre all’impiego del mezzo per amore dello stesso mezzo. Perciò l’indagine, in quanto mezzo, è intrapresa in questo caso per il bene risultante dalla conoscenza, vale a dire per l’intuizione (avagati) di Brahman.

Dal punto di vista della non dualità si dichiara che le meditazioni conducono al benessere, che (altre meditazioni) conducono a un risultato che permette di avviarsi verso la Libertà (advitīya) e che (altre ancora) hanno per oggetto il Brahman leggermente modificato in comparazione a Quello non duale. (Per esempio, le meditazioni) come quella (sul Brahman) “fatto di mente, avendo il prāṇa per Suo corpo” (ChU III.14.2) o le meditazioni che danno efficacia ai riti, e anche quelle connesse con fattori sussidiari dei riti sono simili a quello (al jñāna del Brahman), in quanto sono anch’esse rahasya (segrete) e modificazioni della mente. (ChUŚBh Introd.)

Sebbene siano atti mentali, le upāsanā sono più affini al jñāna (conoscenza) perché si riferiscono a entità sottili e perché anch’esse sono attività mentali come il jñāna.

137. A titolo illustrativo, citeremo una meditazione specifica per mostrare come tutte le upāsanā sul Brahman, che hanno per oggetto indagato lo stesso Brahman al fine di ottenere la Liberazione immediata, conducano [invece] alla mukti graduale a causa della differenza nella natura degli strumenti mentali impiegati.

Tutto questo [mondo, idam] è Brahman, perché è nato da Quello, sarà dissolto in Quello, e vive in Quello. Si dovrebbe meditare su Quello con calma. Ora, l’uomo è fatto del suo desiderio (kratu). Proprio come è il suo desiderio in questo mondo, così una persona diventerà dopo la partenza da qui. Egli dovrebbe (quindi) dare forma a questo desiderio. (ChU III.14.1)

Fatto di mente, avendo prāṇa per Suo corpo, della natura di luce (della Coscienza), avendo desiderio del vero, di natura (illimitata) come lo spazio, creatore di tutto; pur avendo tutti i desideri (puri), tutti i profumi, tutti i sapori, pervadendo tutto questo universo, è privo (della facoltà d’azione come la) parola, senza mutamento.

Questo è il mio Ātman nel cuore, più piccolo di un chicco di riso o di orzo o di senape o di miglio (śyāmāka) o del germe interno al chicco di śyāmāka. Questo è il mio Ātman nel cuore, più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo, più grande di tutti questi mondi insieme. Questo è il mio Ātman nel cuore, creatore di tutto, che ha tutti i desideri, tutti gli odori, tutti i sapori, che pervade tutto questo, privo di tutte le facoltà (come quella) della parola, senza mutamento. Questo è il mio Ātman nel cuore, questo è Brahman. A lungo andare Lo raggiungerò dopo essermi allontanato da qui. Colui che ha questa certezza e non ha dubbi su di essa (lo raggiungerà sicuramente). Così disse Śāṇḍilya, proprio Śāṇḍilya nei tempi primordiali. (ChU III.14.2-4)

138. Il brano appena citato è un esempio di Brahman considerato come la causa dell’origine, del sostentamento e della dissoluzione del mondo e quindi, da questo punto di vista adhyāropa, si è manifestato come il Sé di tutte le anime individuali, come anche in forma dell’intero universo. Le Upaniṣad, da questa presa di posizione, stabiliscono le ingiunzioni per meditare su Brahman come posseduto da tutte le qualità di buon auspicio. Realizzato come il Sé del cercatore attraverso la meditazione costante, assicura lo specifico godimento di tutti i desideri esauditi e la Liberazione finale (krama mukti) alla fine del ciclo. Le seguenti citazioni dovrebbero essere ponderate attentamente per distinguere tra questo aspetto empirico non supremo del Brahman, preso come oggetto di meditazione, dal puro, non qualificato, assoluto Brahman nella sua reale natura insegnata al fine di essere intuita come il Tutto e il Sé essenziale di ognuno di noi.

Quindi, ‘procedere’ (verso il Brahman) si riferisce al Brahman non-Supremo. Stando così le cose, è solo non conoscendo la distinzione tra il Brahman Supremo e il Brahman non-Supremo che le śruti che insegnano a procedere (verso il Brahman), mentre (in realtà) riguardano il Brahman non-Supremo, sono erroneamente attribuite al Brahman Supremo. (BSŚBh IV.3.14)

Ovunque la śruti descriva il cercatore come se procedesse e raggiungesse il Brahman, parla solo del Brahman non-Supremo.

Domanda: Ci sono, dunque, due Brahman, uno non-Supremo e uno Supremo?

Risposta: Sì, (ci sono) due. Perché lo di vede (nel testo) che inizia con “Questo solo, che è Omkara, o Satyakāma, è sia il Brahman Supremo sia quello non-Supremo “.

Domanda: Qual è il Brahman Supremo e quale il non-Supremo?

Vedāntin tradizionale: Ecco la risposta: Ovunque Brahman sia insegnato con parole come ‘asthūlam’ (non grossolano) negando le caratteristiche specifiche come il nome e la forma inventati da avidyā, Quello è il Supremo. E quando lo stesso (Brahman) è presentato qualificato da qualche caratteristica specifica come il nome e la forma con parole come ‘manomaya’ (fatto di mente) ‘prāṇa śarīraḥ’ (che ha il prāṇa per suo corpo), ‘bhā rūpaḥ’ (che ha la natura della luce della coscienza) ecc., quello è il non-Supremo.

Obiezione: In tal caso, il testo che insegna (Brahman come) non duale, sarebbe contraddetto!

Risposta: No, perché questa obiezione è già stata confutata, cioè quando (si prende questo Brahman) come condizionato dall’associazione di nome e forma inventati da avidyā. (BSSBh IV.3.14)

Questa è solo una distinzione a cui non corrisponde alcuna differenza (reale), poiché la presunta caratteristica che distingue (il non-Supremodal Supremo) è solo un’invenzione di avidyā:

Così l’unico e stesso Brahman è insegnato nelle Upaniṣad per essere meditato quando è associato alle limitazioni aggiuntive (upādhi) e per essere conosciuto quando è privo di tutte le limitazioni aggiuntive. (BSSBh I.1.12)

Sia il Brahman Supremo sia quello non-Supremovengono insegnati per mezzo delle aggiunte condizionanti (upādhi); tuttavia, queste associazioni alla fine sono respinte nel caso del Brahman che si deve conoscere, mentre sono prese come aggiunte qualificanti del Brahman quando quest’ultimo deve essere oggetto di meditazione.

Il potere dichiarato nella śruti relativo alla meditazione sul Brahman non-Supremo, che consiste nel controllo sul mondo come (per esempio) “Se è desideroso del Pitṛloka (cioè del godimento fruito dagli antenati, quando i suoi antenati gli si presentano al suo solo desiderio)’ (ChU VIII.2.1), appartiene solo alla sfera del saṃsāra, dato che avidyā non è (ancora) abolita. Ed essendo (il godimento di) quel potere limitato ad una particolare regione, non c’è nulla di contraddittorio (a concepire) che vada in quella regione per ottenerlo. Abbiamo detto (spiegando il sūtra) “Tad guṇasāratvāt” (poiché egli è dell’essenza di quella mente BS II.3.29), che anche se l’Ātman è onnipervadente, si può pensare al suo movimento quando si muovono i condizionamenti aggiunti, come la mente ecc., allo stesso modo in cui (si può pensare apparentemente di muovere) lo spazio (interno) quando si spostano vasi e simili (contenitori). (BSSBh IV.314)

I poteri offerti dalla pratica della meditazione sono raggiungibili solo in particolari luoghi (loka) dell’universo dove si deve andare per ottenerli. Evidentemente questo viaggio è solo empirico, poiché la natura metafisica dell’Ātman non duale non ammette alcun movimento; quindi, non può essere contraddetto da questo movimento nella sfera di avidyā.


  1. Un Dharma Śāstra dedicato al comportamento dei dvija durante il kali yuga [N.d.C.].
  2. Rituali di casta e di fase della vita [N.d.C.].
  3. Naturalmente, devozione, sacrifici e meditazione non sono abrogati per le persone che hanno la mente meno impura. La conoscenza, invece, essendo libera dai condizionamenti del tempo, è sempre possibile per coloro che ne siano qualificati [N.d.C.].
  4. Vale a dire tra l’upāsanā e il jñāna vero e proprio. Si tenga presente che la meditazione diretta senza supporto del simbolo usata per il karma yoga, pur facendo parte integrante del karma kāṇda, non è tenuta nella dovuta considerazione nelle dottrine del non-Supremo. È invece spiegata e incoraggiata dalla dottrina del jñāna come preparazione indispensabile alla via della conoscenza. Cfr. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, La Via della Conoscenza e le altre Vie, Milano, Ekatos Ed., 2019, pp. 35-47. V. anche: 1. La Via della Conoscenza e le altre Vie su questo stesso Sito [N.d.C.].
  5. Sacerdote di tradizione yajurvedica che compie manualmente i riti sacrificali vedici [N.d.C.].
  6. Sacerdote di tradizione ṛgvedica che accompagna con la recitazione di mantra lo svolgimento dei riti officiati dall’adhvaryu [N.d.C.].
  7. Mantra esclamato ad alta voce dallo hotar, alla cui pronuncia l’ahvaryu immediatamente versa l’oblazione nel fuoco dell’altare vedico [N.d.C.].
  8. Divinità che presiede ai riti serali [N.d.C.].