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Novembre 2021

5. Puruṣa Sūkta

    Mantra X.90.11

    yat Puruṣam vi adadhuḥ katidhā vi akalpayan

    mukham kim asya kau bāhū kā ūrū pāda ucyete

    Domanda: il mantra pone la questione: quando1 gli Dei decisero di offrire il Puruṣa come offerta sacrificale, qual era la sua forma? L’espressione Puruṣa suggerisce un essere umano, e ciò implica una forma umana per il Puruṣa, che ha un volto, o una bocca, delle braccia, delle cosce e dei piedi. Se l’offerta deve essere un Puruṣa, allora cosa sono i suoi viso, braccia, cosce e piedi?

    Risposta: la parola vyadadhuḥ (vi+adadhuḥ) letteralmente significa sia nato sia mantenuto; Sāyana, però, lo interpreta nel senso di ‘creato tramite la loro volontà’. La parola può anche significare diviso, fatto di parti, composto. L’espressione che gli è attribuita, vyakalpayan (vi + akalpayan), è da prendersi nel significato di ‘differentemente immaginato’ (vividham kalpitavantaḥ). Quindi, la domanda significa “in quanti modi gli Dei, che fecero a pezzi il Puruṣa differenziandolo, hanno prodotto le parti che costituiscono questo Puruṣa?” La domanda generale è poi articolata in modo dettagliato: cos’è dunque la sua faccia o bocca? Cosa sono le sue braccia? Cosa le sue cosce? E cosa i suoi piedi? Bisogna ricordare che Yāska parla degli Dei come se avessero forme umane menzionando i loro organi (VII.6).

    Ma chi sono questi Dei? Sāyaṇa spiega che essi sono i soffi vitali o le correnti vitali del Creatore e Conservatore di tutti gli esseri. Gli Dei desiderarono e produssero il Puruṣa con l’intento di compiere un sacrificio (yajña), che includesse tutte le oblazioni (sarvahuta). Il Puruṣa è chiaramente lo strumento costituito (com’è suggerito dal termine vyakalpayan) e strutturato (indicato dalla parola vyadadhuḥ), come pure l’oggetto del sacrificio, che sarà indicato dalla prossima asserzione del mantra 16, yajñena yajñam ayajanta devāḥ. Il vero e proprio sviluppo dell’esistenza fenomenica, rappresentato dagli Dei, produsse il primo essere del mondo delle relazioni2 chiamato Puruṣa, un’entità composita, che a sua volta fu responsabile dello sviluppo mondano di categorie animate e inanimate.

    Mantra X.90.12

    brāhmaṇo asya mukham āsīt bāhū rājanyaḥ kṛtaḥ

    ūrū tad asya yad vaiśyaḥ padbhyām śūdro ajāyata

    Qui si risponde all’interrogativo sollevato. Il Puruṣa, che era pronto per essere sacrificato, aveva i brāhmaṇa come suo volto (o bocca), i rājanya (o kṣatriya) come sue braccia, i vaiśya come sue cosce, e dai suoi piedi nacquero gli śūdra.

    A prima vista il mantra sembra riferirsi all’origine delle quattro caste (varṇā) della società indiana. Di fatto, questa è la spiegazione che è data il più delle volte. Anche Sāyaṇa suggerisce che il mantra cerchi di assegnare le differenti membra del corpo del Puruṣa alle quattro caste (jāti). All’epoca di Sāyaṇa (XIV secolo d. C.) non solo erano fissate, ma erano divenute imprescindibili nell’organizzazione sociale. Quindi per lui era naturale interpretare i nomi brāhmaṇa, ecc. nel senso di caste. Ma bisogna sottolineare che, quando il testo fu compilato, il sistema castale non era completamente fissato nel Ṛg Veda e applicato nella società. È stata materia di indagine come questo mantra sia stato incorporato nel Sūkta; coloro che non credono nell’origine non umana (apauruṣeyatva) del Veda hanno anche suggerito che l’intero Sūkta sia una interpolazione.

    È vero che l’idea dei quattro gruppi castali non si ritrova in altre parti del corpus ṛgvedico e che la parola śūdra non è più menzionata nell’intero Ṛg Veda3. L’espressione brāhmaṇa si trova solo in questo mantra, e in nessun’altra parte del Ṛg Veda. Il termine brahma è stato spesso impiegato, ma nel senso di inno o di inno creatore (mantra kaṛtṛ, sūkta drasṭṛ)4.

    La parola rājanya per kṣatriya è impiegata solo in questo inno, mai altrove nel Ṛg Veda. Parimenti il vocabolo vaiśya e, come è stato indicato poco sopra, il termine śūdra. Kṣatra nel Ṛg Veda significa area, territorio (più tardi kṣetra), ma anche valore, forza e maestà quali attributi di Indra, di Varuṇa o dei Marut5. Vi sono anche riferimenti agli kṣatriyā come sovrani del territorio. E viśa, più tardi trascritto vaiśya, nel contesto ṛgvedico, significa un qualunque gruppo di persone; è un’espressione collettiva6.

    Anche nello Yajur Veda, dove i riferimenti ai quattro gruppi sociali sono più evidenti, la spiegazione è prevalentemente simbolica: come, per esempio, in VS (XIV.28-31), dove c’è la proposta che le tre correnti vitali del Puruṣa (o Prajāpati), prāṇa, udāna e vyāna, rappresentino brahma, cioè i brāhmaṇa; le dieci dita dei piedi, le due cosce e il dorso rappresentino kṣatra, gli kṣatriya; le altre correnti vitali, i cinque elementi, la mente, la coscienza e l’ego simboleggino śūdrārye, cioè gli śūdrā e i vaiśyā.

    I riferimenti a Brahma e Kṣatra sono stati trovati molto spesso, in questo Veda, come ‘yajamānā’7 in contesto sacrificale8. L’Aitareya Brāhmaṇa (XXXIV.19) stabilisce che Prajāpati creò yajña, e subito dopo brahma e kṣatra. Questi ultimi due indicano i poteri che rendono possibile il sacrificio. E, secondo lo Śatapatha Brāhmaṇa (XI.2.7.16), questi due poteri sono stati stabiliti sulla gente comune, i vaiśya.

    Lo stesso testo identifica i tre domini, viśa, kṣatra e brahma, con i tre vyāhṛtī, vale a dire bhūḥ, la terra, bhuvaḥ, la regione intermedia, svaḥ, il cielo; Prajāpati creò i tre poteri dalle tre vyāhṛtī (ŚB II.1.4.11-12).

    Il mantra deve, dunque, essere considerato in armonia con gli altri mantra per descrivere una comune origine per l’intero universo, animato e inanimato. Dalle differenti membra della persona simbolica, il Puruṣa, furono creati gli Dei, i Veda, i chanda9, tutti gli animali, il sole, la luna, la terra, gli orizzonti, le direzioni, le stagioni e tutti gli esseri umani. Questo argomento è trattato nei mantra 9-14.

    Mantra X.90.13

    candramā manaso jātaḥ cakṣoḥ sūryo ajāyata

    mukhāt indraḥ ca agniḥ ca prāṇāt vāyur ajāyata

    Se il precedente ha parlato di quali aspetti dell’universo furono emanati dalle membra maggiori di Puruṣa, dalla testa, braccia, cosce e piedi, il presente mantra tratta dell’origine della luna dalla sua mente, del sole dai suoi occhi, degli Dei Indra, Agni e Vāyu rispettivamente dal suo volto e dalle forze vitali.

    La luna, candra, e la mente sono intimamente relazionate, come anche il sole, sūrya, con la vista. Il volto, essendo l’aspetto della forma umana che attrae maggiormente l’attenzione, è messo in relazione con Indra, la divinità più autorevole e con Agni, la qualità dello splendore e della luminosità. La forza vitale è naturalmente correlata alle correnti vitali che sono proprio forme dell’aria (prāṇavāyu).

    Il termine candra è derivato dalla radice cadi, che significa delizia della mente (āhlādana; candatīti candraḥ). Sūrya è chiamato così perché si sposta nell’atmosfera o perché procrea tutte le creature o, ancora, perché stimola tutti gli esseri all’azione e al movimento10. Ci sono riferimenti a Sūrya, il Dio del sole, che lo collocano sia nella sfera solare sia nell’occhio destro di ogni individuo. Questo è stato spiegato sufficientemente quando abbiamo discusso il tema del Gāyatri mantra.

    Agni non solo è il più importante e primordiale tra gli Dei (agnir agre prathamo devatānām), ma anche il cielo luminoso, cioè come calotta cranica (agnir mūrdhā divaḥ) [del Puruṣa]. Indra è naturalmente il Signore degli abitanti celesti (indro yātovasitasya rājā), il Re degli Dei. Entrambi, Agni e Indra, rappresentano l’aspetto di superiore e sovrano, proprio come il volto nella figura umana. Vāyu, che corrisponde al prāṇa di Puruṣa, è chiamato così perché va e viene senza un corpo, e crea tutti i movimenti e le azioni possibili.

    La luna del mondo esterno, all’interno della persona, corrisponde alla mente; il sole di lassù corrisponde alla facoltà della vista dimorante nell’occhio; il principio di calore e luce (Agni) e il governo degli organi di senso (Indra) ai principi attivi situati nella testa; l’aria dell’atmosfera alle correnti vitali che circolano in tutto il corpo.

    Mantra X.90.14

    nābhyā āsīt antarikṣm śīrṣṇo dyauḥ samavartata

    padbhyām bhūmir diśaḥ śrotrāt tathā lokāṃ akalpayan

    Dall’ombelico di Puruṣa si formò l’atmosfera, dalla sua testa il cielo, dai suoi piedi la terra e dagli orecchi lo spazio.

    Con ombelico (nābhi), a detta di Yāska (Nirukta, IV.21), si vuole suggerire l’idea del punto più centrale o del luogo dove tutti gli organi sono incentrati (nahanam eva nābhiḥ). È il centro dell’aggregato che costituisce il corpo grosso. Dall’ombelico del Puruṣa, si è formato antarikṣa, letteralmente la regione intermedia; ma la parola ha diverse sfumature. Yāska spiega che l’atmosfera o regione mediana è così chiamata perché sta tra la terra e il cielo o, anche, perché è realmente il limite finale (anta) della terra (kṣā); o ancora perché in essa sono contenuti la terra e il cielo; o, infine, perché è invero l’immortale e immutabile cielo all’interno del corpo (II.10).

    Essendo immutabile tra cose mutevoli, permanente tra cose transeunti, come ombelico del Puruṣa è il punto centrale di tutta la creazione. L’intero universo, in realtà, è contenuto in esso. Skandasvāmin spiega che antarikṣa è così chiamato perché è perfettamente in quiete (śānta) tra tutte le creature che sono sempre attive e agitate. Inoltre, antarikṣa mantiene separati la terra e il cielo. La terra è rappresentata dai piedi del Puruṣa, mentre il cielo è simboleggiato dalla sua testa. Tutt’intorno all’antarikṣa vi sono le direzioni dello spazio che provengono dagli orecchi del Puruṣa posti ai lati. Tutti i mondi e i regni della nostra esperienza, quindi, sono stati forgiati dal corpo del Puruṣa

    Mantra X.90.15

    saptāsyāsan paridhayas triḥ sapta samidhaḥ kṛtāḥ

    devā yat yajñam tanvānā abadhnan Puruṣam paśum

    Letteralmente il testo del mantra vorrebbe significare quanto segue: erano sette i fili d’erba darbha che cingevano il luogo del sacrificio; e tre volte sette le fascine da ardere, gettate ritualmente nel fuoco). Gli Dei, allo scopo di compiere il sacrificio, legarono il Puruṣa come vittima sacrificale.

    Il mantra ritorna alla consueta immagine del sacrificio primordiale (yajña) che produsse tutta la creazione, identificato con il Puruṣa come persona cosmica. Le potenze splendenti e luminose, che erano emerse per prime, i devā, crearono tutto ciò che conosciamo.

    E per far questo essi dovevano dipendere dallo stesso Puruṣa. Lo stesso atto di creazione da parte di tali potenze era della natura del sacrificio (yajña), per compiere il quale divenne indispensabile sacrificare il Puruṣa, il loro stesso progenitore. Questa dipendenza dal Puruṣa, per portare a compimento la creazione, si riferisce allegoricamente al Puruṣa come un paśu (animale sacrificale).

    Mentre il significato è abbastanza chiaro, la descrizione del sacrificio che coinvolge i numeri sette e ventuno rimane piuttosto enigmatica. Questo, però, è un espediente frequente negli inni vedici. Sāyaṇa propone alcune indicazioni su questo mantra che esponiamo di seguito. Forse, però, prima di considerare le proposte di Sāyaṇa, è necessario spiegare i termini tecnici paridhi (in numero di sette) e samidha (in numero di ventuno) usati nel mantra. La prima espressione (pari, tutto intorno; dhi, collocare) denota la procedura di priorità nel proteggere l’altare per il fuoco da tutti i lati per collocare cerimonialmente11 i fili di erba sacra (darbha o kuśa) o le fascine. Questo recinto ha lo scopo di respingere le forze maligne che tentano di disturbare il rito (rakṣoghna). È abitudine porre questi accorgimenti protettivi su tre lati dell’altare (nord, sud e ovest), lasciando aperto il lato est, perché il sole, che nasce in quella direzione, proteggerà lui stesso il rituale cacciando via le forze negative. Il secondo termine, samit, che etimologicamente significa ‘che brucia vivamente’, si riferisce alle fascine raccolte da alcune specie di alberi considerati sacri (come aśvattha, palāśa, ecc); il fuoco sull’altare è alimentato da queste fascine, gettate in esso con l’accompagnamento dei canti prescritti. Questo è un dettaglio importante nell’atto sacrificale. Le fascine sono sempre in numero stabilito, e spesso sono asperse con burro chiarificato. Però il sacrificio ha un carattere mentale (mānasam yajñam): comprende decisioni e intenzioni (sāmkalpika yajña), dunque non necessita di effettivi paridhī e samidha. Anche la protezione rituale dell’altare e l’offerta delle fascine può essere solo simbolica. I numeri ad esse associati (sette e ventuno rispettivamente) sono parimenti simbolici. Sono significativi solo per quello che ispirano.

    Come sostiene Sāyaṇa, il numero sette sta per le sette forme metriche (chanda), come la gāyatri, ecc. Sono i chanda che racchiudono il pensiero vedico e lo proteggono; il vero significato etimologico dell’espressione chanda è quello di tenere segreto e di proteggere. Oppure l’idea di paridhi può suggerire i pali di una palizzata che circonda [ogni altare]. Come indicato prima, ognuno dei cinque altari ha tre lati protetti (escluso il lato orientale). I due altari, āhavanīya e uttara-vedi, hanno così sei paridhī; e il sole, Āditya [o Sūrya], nella direzione orientale è il settimo paridhi. Il numero sette ha un altro significato importante in contesto vedico, ma che non è ben indicato da Sāyaṇa. Per questo, in Yajur Veda (XVII.79) leggiamo:

    Il passaggio (VS XVII.79) parla di sette combustibili per il fuoco sacro (samidha), le sette fiamme che avvampano (jīhvā, ovvero: Kāli, Karāli, Manojavā, ecc.), i sette veggenti (ṛṣi, ovvero: le cinque principali correnti vitali, prāṇa, apāna, vyāna, udāna e samāna, insieme a due correnti vitali minori, devadatta e dhanañjaya); le sette belle situazioni (dhāma, ovvero: janma o nascita, sthāna o luogo dove si vive, dharma o norme di vita retta, artha o ricchezze materiali, kāma o piaceri, mokṣa o liberazione dal ciclo dell’esistenza); le sette offerte (hotra,ovvero: le stagioni: vasanta, grīṣma, śarat, hemanta e śiśira) e le sette fonti di relazione (yoni, ovvero: i cinque mahābhūta, più mahat e ahaṃkāra). Ci sono anche riferimenti ai sette dhenu (forme del discorso), ai sette vipra (i brāhmaṇa della categoria degli āṅgirasa), i sette sindhu (fiumi) e i sette raśmi (raggi del sole).

    Lo Śatapatha Brāhmaṇa (VI.1.1.1-6) ha una spiegazione per la creazione, in cui il numero sette rappresenta un dettaglio importante. Prima della creazione, niente (asat) era lì. Ora, cos’è questo ’niente’? Con ‘niente’ si definiscono i veggenti (ṛṣi). Essi allora erano lì all’inizio. Chi sono questi veggenti? Le correnti vitali o i principi di vita (prāṇa) sono chiamati veggenti. Con il loro sforzo e la loro austerità, caratteristica dei veggenti, hanno reso possibile la creazione. Il più importante tra loro è Indra, la corrente vitale principale (mukhya prāṇa); e Indra con il suo potere ispirò le altre correnti vitali a muoversi e ad agire. Infatti, Indra era chiamato così per il suo potere di ispirare. Le correnti vitali agirono e portarono in essere sette differenti Puruṣa. Queste correnti vitali subito deliberarono che, se questi sette Puruṣa fossero stati differenti l’uno dall’altro, lo scopo della creazione non sarebbe stato conseguito. Unirono allora i sette Puruṣa in un unico Puruṣa: due Puruṣa sopra l’ombelico, due Puruṣa sotto l’ombelico, due Puruṣa ai due lati, e il settimo Puruṣa come il vero e proprio supporto e fondamento (pratiṣṭhā) per gli altri sei. Gli altri sei Puruṣa posero la loro essenza individuale, la loro eminenza ed eccellenza (śrīḥ) nel settimo, che allora divenne la testa (śiraḥ), da cui gli altri sei dipendono. Tale Puruṣa composito, identico in essenza, eminenza ed eccellenza alle correnti vitali fuse per formare il corpo (chiamato śarīra, perché comune supporto di tutte quelle) è conosciuto come Prajāpati. Egli è settuplice ed è della natura di Agni (yanñāgni). Quindi è per questo che anche il fuoco sacrificale è settuplice. Sette è il numero che fissa le parti del Puruṣa yajña.

    Bisogna sottolineare che Yāska vede il numero sette come i sette raggi del sole (Niṛukta, IV.26 sapta āditya raśmayaḥ).

    Gli Dei che volevano celebrare il sacrificio primordiale sono solamente le reali correnti vitali di questo Puruṣa (Prajāpati). Sāyaṇa li descrive anche come il Prajāpati in forma dipotenza vitale (prajāpati prāṇendrya rūpāḥ).

    Per quanto concerne i combustibili, i samidha, in numero di ventuno o tre volte sette (triguṇīkṛta sapta saṃkhyākā), l’opinione di Sāyaṇa è che il numero rappresenti i dodici mesi dell’anno, le cinque stagioni (escludendo śiśira, l’inverno, dalle solite sei), i tre regni (terra, regione mediana e cielo), insieme al sole (Āditya). Vi è inoltre un’altra spiegazione, che il numero si riferisca ai ventuno tattvā (oggetti reali): i dieci organi di senso e di azione (indriya), le cinque categorie di elementi (bhūta), le cinque forze vitali (prāṇa) e la mente (manas). Oppure i tattva sono la primordiale natura (prakṛti) non manifestata, l’iniziale impulso di manifestazione (mahat [Hiraṇyagarbha]), l’ego (ahamkāra), i cinque elementi grossi (mahābhūta), i cinque elementi sottili (sūkṣmabhūta), i cinque organi di sensazione (jñānendrya), e le tre fondamentali tendenze di sviluppo della realtà (guṇa).

    Mantra X.90.16

    yajñena yajñam ayajanta devāḥ tāni dharmāṇi prathamāni āsan

    te ha nākam mahimānaḥ sacanta yatra pūrve sādhyāḥ santi devāḥ

    I deva (che sono della natura delle energie vitali del Puruṣa (Prajāpati prāṇa rūpāḥ) eseguirono il rituale sacrificale, cioè produssero lo stesso Puruṣa, che è della natura dello yajña, con un’azione mentale, un rito meditativo, per mezzo della volontà e dell’intenzione. Il modo in cui il rituale fu portato a termine divenne invero la prima e più elevata meta. Quei grandi (mahātmānaḥ), che adorarono il Puruṣa in tale maniera (tali meditanti, tad upāsakāḥ, come dice Sāyaṇa), ottennero il più alto regno (il Virāt Puruṣa), dove risiedono gli antichi adoratori, i devā e i sadhya.

    L’espressione yajña è stata usata qui in tre modi diversi: come l’oggetto di una azione rituale (yajñam), come uno strumento d’azione (yajñena) e come l’atto in sé (ayajanta). L’oggetto dell’azione è lo stesso Puruṣa (o Prajāpati). Esso è stato chiamato yajña (cfr. yajño vai viṣṇuḥ) e per questa ragione con yajña si indica l’anima di tutti gli esseri. Così leggiamo in Śatapatha Brāhmaṇa (XIV.3.2.1):

    L’azione comprende gli strumenti, la volontà, l’intenzione, il compimento e la meditazione (mānasena saṅkalpena). Anche l’azione è descritta come adorazione (ayajanta pūjitavantaḥ).

    Yajña come mezzo di adorazione può indicare, come afferma Sāyaṇa, il nirmathyāgni, quando l’oggetto dello yajña è l’accensione del fuoco āhavaniya (yajñena nirmathyāgninā, yajñam homasādhanam āhavanīyam ayajanta pūjitavantaḥ). Yajña può anche significare la vittima(paśu) nel suo senso strumentale, e l’agni rituale come oggetto (yajñena agninā paśubhūtena yajñam yaṣṭavyam agnim). Nel contesto interiore, adhyātma, yajña come oggetto dell’approccio rituale è Viṣṇu, mentree yajña, come strumento, indica la conoscenza di quella divinità (yajñena jñānādi yajñena yajñam Viṣṇum ayajanta).

    Yāska sottolinea che yajña in tutte e tre le sue forme indica solamente Agni, e nel Nirukta (XII.41) cita a suo sostegno un passaggio tratto da un Brāhmaṇa.

    Agni è identificato al Puruṣa, il grande Sé (mahān ātman o Hiraṇyagarbha) di tutti gli esseri e di tutte le divinità: è tutto questo (sarvam idam agniḥ). Questa è la percezione dei saggi o di coloro che visualizzano direttamente la divinità (daiva bhāvinaḥ). Per essi, Agni assume forme materiali (inerti e immote) come pure forme mentali e spirituali (dinamiche e mobili). L’atto sacrificale riguarda il fuoco adorato come Agni, e l’oblazione di burro chiarificato (havis) che anche è offerto come fosse Agni. Gli adoratori sono qui descritti come deva, cioè i viśvedeva, tutti gli Dei o i sette veggenti, sapta ṛṣi, e come sādyā, ossia le energie vitali o i raggi di sole che pervadono l’universo, (sādhyā iti sarva ete prāṇaḥ raśmayo vā). I deva sono caratterizzati da venerazione, luminosità ed eminenza, mentre i sādhya sono coloro che si perfezionano dal punto di vista della potenza. I due gruppi sono nominati insieme per indicare che yajña è un’opera congiunta di conoscenza e di azione. Questo è come i nostri antenati (pūrve) consideravano tutto ciò, e come si adoperarono per raggiungere la meta più elevata per chi compie gli yajña. L’uso congiunto di jñana e karma era la pratica primordiale per pervenire al più alto stato di beatitudine, la realizzazione del Virāt Puruṣa, il Sé di tutti gli esseri, che dimora nella testa identificata al cielo luminoso12.

    Tale realizzazione è stata chiamata qui nāka che in generale indica il cielo (svarga). Il termine è derivato dalla negazione della sofferenza e del logorio mondano (na-aka): la spiegazione è che ka significa felicità; l’assenza di ciò, sofferenza e pena sono a-ka; un’ulteriore negazione di questo stato di dolore è na-aka o nāka. Ciò vuol dire che un’esatta esecuzione del sacrificio, come è stato esposto in precedenza, si risolverà in uno stato di beatitudine. Leggiamo nella Kāṭhaka Samhitā (II.2) che coloro che raggiungono questo regno eliminano ogni sofferenza. Yāska identifica nāka con Āditya o il sole d’oro che sta nei cieli più alti o nel cielo luminoso (dyauḥ), che innalza gli esseri al mondo dello splendore e della pura luce (Nirukta, II.14).

    Ciò è confermato dal passaggio ṛgvedico (I.34.8):

    Ci sono tre mondi, e muovendovi sopra il cielo voi [Aśvin] mantenete intatto il cielo luminoso per giorni e notti.

    Durgāchārya interpreta nāka come ultima e immutabile felicità concessa a colui che si è identificato con il Mahān Ātman. E sottolinea che la meta da raggiungere (sacante) per deva e siddha avviene lungo il percorso che conduce a quel vero Sé, al Virāṭ Puruṣa.

    Questo è il primo, principale (prathamāni mukhyāni), effettivo e stabile approccio per divenire uno con il Puruṣa Mahān ātmā (mahadātma bhāvāpattaye). Il fine della vita, quindi, è questo stato di beatitudine (nāka). Sāyaṇa sottolinea giustamente che questa è la breve esposizione del vero scopo dell’intero inno conosciuto come Puruṣa Sūkta, composto di sedici mantra.

    Qualche nota aggiunta

    La parte II contiene la spiegazione di tutti i sedici mantra nel Puruṣa Sūkta (10.90) della Ṛg Veda Saṃhitā. Come è stato detto nel primo capitolo della prima parte, tutti i sedici mantra si ritrovano con alcune varianti nello Yajur Veda. Come si sa, lo Yajur Veda ha due recensioni, il Kṛṣṇa Yajur Veda e lo Śukla Yajur Veda.

    Recensione Taittirīya del Kṛṣṇa Yajur Veda

    Il Taittirīya Āraṇyaka (III.12) ha diciotto mantra dedicati a Puruṣa comprendenti tutti i sedici mantra del Ṛg Veda. Inoltre, l’ordine di esposizione dei mantra in TA (III.12) è differente da quello del Ṛg Veda. I mantra del Taittirīya Āraṇyaka (III.12.16 e III.12.17) non ci sono nel Ṛg Veda. Un mantra del Taittirīya Āraṇyaka (III.12.16) si trova anche nella Śvetāśvatara Upaniṣad.

    Per leggere il testo di questi diciotto mantra del Taittirīya Āraṇyaka (III.12) nel loro ordine, con i loro commentari, suggeriamo il libro di Saksi, Veda Mantrās and Sūktas widely used in Worship, capitolo 2.

    Gli Yajur Vedin recitano sei mantra in più, trattando il Puruṣa trovato in Taittirīya Āraṇyaka (III.13) come continuazione del Puruṣa Sūkta. Il primo mantra inizia con le parole adbhyaḥ sambhūtaḥ. Per il testo e la traduzione di questi sei mantra, si veda il terzo capitolo del libro di Saksi citato prima.

    Viśva Puruṣa Nārāyaṇa Sūkta

    Anche questo sūkta di dodici mantra è intimamente connesso al Puruṣa. È recitato assieme al Puruṣa Sūkta dai Kṛṣṇa Yajur Vedin. Questo sūkta si trova in Taittirīya Āraṇyaka (X.13). È anche ripetuto nella Mahānārāyaṇa Upaniṣad. Il testo e il commento possono essere letti nel quarto capitolo del libro di Saksi. Un eccellente commento a questo sūkta si trova nel testo di Svami Vimalānanda, Mahānārāyaṇa Upaniṣad pubblicato da R. K. Math, Chennai.

    Śukla Yajur Veda (mādhyandina) Vājasaneya Samhitā

    La Vājasaneya Samhitā ha in tutto quaranta adhyāyā o capitoli. Il capitolo XXXI, relativo al Puruṣa, è composto da ventidue mantra.

    I primi sedici mantra sono quasi gli stessi del Puruṣa Sūkta del Ṛg Veda, a eccezione dell’ordine; si tratta, dunque, di variazioni di secondaria importanza. La differenza maggiore è nel dodicesimo mantra, in cui la prima metà è identico a quella del tredicesimo mantra del sūkta ṛgvedico. Invece la seconda metà è completamente diversa: śrotrāt vāyuḥ ca prāṇaḥ ca mukhyāt agnir ajāyata.

    In Vājasaneya Samhitā mancano i mantra 16 e 17 del Taittirīya Āraṇyaka che sono presenti nel Ṛg Veda e altridue.

    I rimanenti sei mantra nella Vājasaneya Samhitā (XXXI.17-22) sono gli stessi di Taittirīya Āraṇyaka (X.13.3-13), il così detto Uttaranārāyaṇa Anuvāka che abbiamo nominato in precedenza.

    Oṃ  Śāntiḥ  Śāntiḥ  Śāntiḥ


    1. Qui yat sta per yadā.[↩]
    2. Vyāvhārika prapañca [N.d.C.].[↩]
    3. Come P. V. Kane ha giustamente segnalato, History of Dharma Shāstra, Vol. 2, pp.18-104.[↩]
    4. Per es, ṚV IV.6.11; V.52.2; X.14.5; X.105.8.[↩]
    5. Cfr. ṚV VII.64.2; VIII.25, ecc.[↩]
    6. Cfr. ṚV III.5.3; III.6.3; III.11.5; IV.6.7 e 8; IV.9.2; V.1.2; V.8.3; VI.48.4; VIII.35.12 e 16, ecc.[↩]
    7. Patroni dei rituali; coloro che acquistano le offerte da oblare nel fuoco dell’altare vedico [N.d.C].[↩]
    8. Cfr. YV I.18; V.22; VI.3; VII.21; XI.14; XVIII.39 e 43; XIX.5; XX.25; XXVI.19; XXXII.16; XXXVIII.14, ecc.[↩]
    9. I metri degli inni vedici [N.d.C.].[↩]
    10. Cfr. Nirukta, XII.14 sūryās sartervā, suvater vā, svīryater vā.[↩]
    11. Come fossero i pali di una palizzata [N.d.C.].[↩]
    12. Il Brahmaloka [N.d.C.].[↩]

    2. L’esoterismo della… colla

      2. L’esoterismo della… colla

      Due parole sul grado dei Cavalieri Kadosh senza poterne tracciare la storia completamente: qui basta ricordare che attualmente occupa il 30° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, prima occupava il 24° grado nel Rito di Perfezione e di Héredom (risalente al 1756) e il 28° nel Rito di Charleston1; in origine, intorno alla metà del XVIII secolo, in Francia era chiamato Chevalier Kados o Prince Katos senza alcun riferimento templare; all’inizio si basava sull’esortazione che si legge nel primo versetto del Levitico

      “Siate santi2, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo (qadōš)”

      Le prescrizioni permettevano di ascendere la scala della santità, perciò aveva ispirato l’impianto simbolico e rituale del grado: da qui l’associazione del nome del grado kadosh alla «scala», tuttavia ancora nulla di templare3. Guerillot scrive:

      “Un esame attento del contenuto simbolico del Grado mostra che l’elemento templare non può essere che aggiunto”4.

      L’attuale simbolismo è maturato nel tempo nel corso del XVIII secolo, evidentemente sovrapposto a questo primo nucleo, grazie anche alla nascita nel 1751 della Stretta Osservanza di origine tedesca e d’ispirazione templare che ha sollecitato una certa concorrenza.

      La casata degli Stuart citata più in alto fu in qualche misura legata alla vita della Stretta Osservanza creata dal barone von Hund5 che rivendicava una iniziazione templare già nel 1742 da parte di un misterioso Eques a Penna Rubra o Carlo Edoardo Stuart, Gran Maestro templare «risorto» della Stretta Osservanza fino al 17886; seguirono alla guida dell’Ordine il duca Ferdinando di Brunswick,7 e il principe Carlo di Hesse8. È alla Stretta Osservanza che si deve la figura dei Superiori Incogniti,in questo caso templari, secondo alcune «testimonianze» residenti a Firenze dove allora viveva Carlo Edoardo Stuart; l’esistenza di questi Superiori Incogniti sarebbe attestata dall’Heermeister Patent, un Brevetto scritto in latino cifrato ma tuttora indecifrato che proverebbe la veridicità delle affermazioni del barone von Hund (!). Solo nel XVIII secolo altre truffe neo-templari continuarono con i singoli tentativi di Johnssen, di Starck, di Gugomos e di Rosa, ma non è possibile approfondire questa storia in questa sede9.

      Il grado Kadosh non essendo peculiare al solo Rito Scozzese, ma presente un po’ in tutti gli Alti Gradi, conferma la «serietà» di tali assegnazioni dove ognuno rivendica la «vera tradizione» e filiazione10; sono stati contati più di 80 diversi rituali di Cavaliere Kadosh comparsi tra il 1750 e il 2012, tutti ovviamente unici e originali11. Nella sua formulazione moderna il 30° grado Cavaliere Kadosh si distingue per essere un grado cosiddetto di «vendetta» (tema non presente nel Levitico), particolare che si evince dalla divisa ebraica Nekam Adonaï che significa «Vendetta, oh mio Signore!» vendetta da consumarsi letteralmente nei confronti di chi ha agito e contribuito a distruggere l’Ordine del Tempio12: Re Filippo il Bello13, Papa Clemente V14 e Guillaume de Nogaret15, in alcuni rituali chiamati «i tre abominevoli», che essendo i responsabili storici, morti e sepolti, lasciano senza risposta la domanda solo apparentemente retorica (conoscendo le differenti risposte Kadosh): verso chi o cosa si consuma la vendetta? La risposta è stata tratteggiata implicitamente nel corso dei secoli successivi col nascere delle ideologie che hanno attraversato Rinascimento, Illuminismo e occultismo. Con pochi manuali a disposizione, tra i quali quelli antimassonici, per Rossetti e Aroux era difficile venire a capo di queste storie, per cui quello che sono riusciti a inventare era condannato ad essere smentito.

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      Rossetti fu influenzato dalla figura di John Hookham Frere16, suo mecenate e finanziatore, sempre rispettoso delle censure che gli proponeva. Rossetti pubblicò Sullo spirito antipapale che produsse la riforma nel 183217, le cui idee, per contrasto, sono ispirate da l’Abbé Barruel che nelle sue Mémoires18criticava lo spirito illuminista dei Philosophes, Rousseau, Montesquieu e la Massoneria che secondo lui avrebbero cospirato contro Dio, la Chiesa, la Monarchia e ispirato la Rivoluzione francese: ciò che per Barruel è motivo di accusa per Rossetti lo è di esaltazione. Barruel e Rossetti sono entrambi esuli in Inghilterra, uno dopo l’altro, per le loro idee seppur opposte tra loro; il francese è un contro-rivoluzionario in fuga da una Rivoluzione riuscita mentre l’italiano è un rivoluzionario in fuga da una rivoluzione fallita19. Entrambi condividevano l’idea generale che vi sia una storia segreta, celata agli occhi della maggioranza, prodotto di forze occulte ed invisibili che si sviluppano in lunghi periodi di tempo e comprensibili solo agli «iniziati», visti positivamente o negativamente da uno o dall’altro degli autori. Con Barruel, Rossetti scoprì l’origine medievale, quindi in Dante, della congiura giacobina, tesi ripresa totalmente da Aroux20. Alla base c’è l’idea di «complotto», negativo e positivo per i due autori, con tutti gli ingredienti presenti anche nei romanzi gotici di gran moda al tempo: manoscritti segreti, luoghi occulti, personaggi misteriosi, tradimenti etc., Rossetti potrebbe aver ispirato il romanzo scritto in stile gotico del 1859 The Woman in White di Wilkie Collins nel quale il Prof. Pesca è al centro degli intrighi, rifugiato politico italiano trapiantato in Inghilterra, appartiene a una società segreta chiamata The Brotherhood. Da allora il tema del complotto ha sviluppato direzioni differenti per finalità ma parallele nella sostanza, divise tra esoterismo e letteratura ma che condividono una forma contraddittoria d’espressione: manifestare un segreto equivale ad un ossimoro al tempo stesso intellettuale, logico e «psicologico», perché è proprio la narrazione palese del loro segreto che rende illusorio e falsificato il contenuto: ciò è ovvio e scontato in letteratura che ha bisogno sempre di un finale, ma contraddittorio nell’esoterismo.

      Tra le fonti massoniche di Rossetti, oltre a Light on Masonry di Bernard, c’è di Marziale Reghellini Esprit du Dogme de la Franche-Maçonnerie21 e soprattutto dall’eloquente titolo La Maçonnerie considérée comme le résultat des religions Egyptienne, Juive e Chrétienne, del 1829; fonte di Reghellini sono Jean-Marie Ragon22 e Jonathan Ashe, autore del Masonic Manual del 181423. Per Reghellini i membri della Massoneria erano rivoluzionari costretti a nascondere i loro piani (lo schema di Barruel e Rossetti), ma in quanto rivoluzionari erano custodi di antiche conoscenze; così anche per lui Dante era iniziato alla Massoneria24, a questa «rivelazione» Rossetti replicò con stizza: “Reghellini dice che il poema di Dante è un poema massonico, ma c’ero già arrivato anche io”25. Un anno più tardi scrive allo stesso Charles Lyell:

      “È impossibile continuare senza esporre i misteri più intimi della setta, visto che l’intero poema di Dante, tutte le liriche del Petrarca, quasi tutte le opere del Boccaccio, e, infine, tutte le antiche scritture di quella classe, non sono altro che autentica dottrina e pratica dei massoni, nell’accezione più rigorosa della parola. Tale era la gaia scienza, tale l’amore platonico, tale la setta dei Templari e quella dei Pauliciani” 26

      Il figlio William commenta riguardo alla conoscenza della Massoneria del padre:

      “Col progredire le sue concezioni si ampliarono e considerò Dante come membro, sia in politica che in religione, di una società occulta che aveva uno stretto rapporto con quella che oggi chiamiamo Massoneria”27.

      Rossetti insiste su questo particolare non fondamentale per Reghellini: Dante era un ghibellino libero pensatore, quindi massone ed in quanto ghibellino rivoluzionario antimonarchico28 e antipapale: la figura di cavaliere Kadosh della Massoneria scozzese era ciò che meglio incarnava questo stereotipo. Nessuna prova oggettiva del coinvolgimento di Dante con la Massoneria, quindi con Kadosh, ma solo un’argomentazione induttiva e in parte autobiografica29.

      Da parte sua l’autore di Light on Masonry interpreta il grado di Knight of Kadosh in chiave di «vendetta Templare», interpretazione che Rossetti fa sua trasponendola a Dante e alla sua visione socio-politica e rivoluzionaria poi ripresa da Aroux: due modi opposti, pro e contro, di usare la stessa argomentazione dei Cavalieri Kadosh. Ciò che è contestabile in questo caso non è la presenza del tema della vendetta in Dante30 ma la filiazione che si pretende esistere tra la sua esternazione e il grado massonico dei Cavalieri Kadosh della Massoneria moderna.

      Rossetti completa Il Mistero dell’Amor Platonico31nel 1840, opera in cinque volumi stampata in un centinaio di copie che nella Dedica definisce “un lavoro ch’io voleva condannare alla oscurità”. Dopo averla ricevuta Frere ne comprese la pericolosità e i fini differenti dai suoi e chiese a Rossetti di fermare la distribuzione ormai avviata, ma limitata a qualche decina di copie tra Inghilterra, Italia e Germania e quindi distruggerla: dopo la morte di Rossetti, la moglie, fervente anglicana, fece bruciare tutte le altre copie rimaste32. Già nel 1833 Frere scrisse a Rossetti il seguente rimprovero in merito alle sue idee:

      “Pregate, pensate bene e consultatevi con uomini coscienziosi e con la vostra stessa coscienza prima di avventurarvi sui passi irreparabili della rivelazione di uno dei due grandi misteri antagonisti”33.

      I «due grandi misteri antagonisti» si riferivano all’idea che il paganesimo dei Misteri Eleusini trasformati nella Massoneria e il Cattolicesimo romano fossero una stessa cosa quando sublimati dalla gnosi che opera la coniunctio oppositorum, gnosi condensata dalla formula «Gesù abbraccerà Bélial suo fratello e lo condurrà a Dio»: Bélial34 è una figura demoniaca che appare nella Torah ebraica e nei manoscritti di Qumrān, personificazione del male ripresa da alcune scuole gnostiche e in seguito dai Grimori rinascimentali fino all’occultismo del XIX secolo. Nel 1836 Frere rimproverò nuovamente a Rossetti la sua teoria gnostica:

      “Tu, mio caro Rossetti, che dimostri che quei sistemi che ai tuoi lettori avevi insegnato a considerare come rami dello stesso, erano essenzialmente le forme di due principi antagonisti. Immagina quali saranno i tuoi sentimenti di orrore, se gli eventi ai quali potresti assistere dovessero imporre quella convinzione della tua mente” 35.

      Rossetti da parte sua ammise a Frere che la pubblicazione dell’Amor Platonico avrebbe potuto svelare il “Mysterium Magnum della Massoneria”.

      Il testo di Rossetti si pone come continuazione alla filosofia platonica dell’Amore professata da Marsilio Ficino e dall’antica Accademia Platonica36: definiva “il pensiero di Dante, pensiero di Eleusi e Memphis, alto e profondo”37; nel Il Mistero dell’Amor Platonico usa una lettura della Divina Commedia e dell’opera di Dante in chiave antipapale e massonica, cultura ereditata dal suo periodo napoletano. Riguardo alle sue teorie universaliste scrive:

      “Son rimontato all’origine del linguaggio allegorico, ho spiegato tutto il fondamento del sistema mitologico di Egitto, di Grecia, di Roma e fin dell’India, ne ho dato le chiavi, ed ho fatto vedere che quell’antica scuola non si è mai perduta, ma ha continuato con cammino sotterraneo sino al tempo di Dante e sino al nostro. Mi è riuscito di dare a sì vasto disegno un bell’insieme e quel ch’è più un aspetto di cosa edificante piuttosto, poiché ho mostrato che l’assurto Politeismo non era altro in sostanza, nella scuola sacerdotale, che il Monoteismo. Con questo nome ho velato una verità che avrebbe potuto riuscir di forte agrume a molti palati, poiché in sostanza era il Politeismo”38.

      Tutto ciò è profondamente naïf, ma il vero scopo di Rossetti emerge dal “Ragionamento secondo” de La Beatrice di Dante nel quale fa risalire la «lingua misteriosa» di Dante all’Egitto, attraverso Platone e Pitagora, pur denunciando egli stesso la vaghezza delle proprie attribuzioni:

      “Quali fossero le loro dottrine [dei pitagorici] non so, perché non furono mai rivelate, ma so che erano innumerevoli e che erano le più illustri, le più dotate e le più talentuose della nazione; dall’effetto illustre possiamo giudicare l’altezza della causa”.

      Rossetti dedicò Il Mistero dell’Amor Platonico a un misterioso S**** K****, Esq. che nel 5° volume svela essere il barone Seymour Kirkup39, residente a Firenze dal 1820 presso «via Ponte Vecchio 2» che egli ricorda essere l’antica residenza Templare nella città; fu pittore noto per aver scoperto l’antico ritratto di Dante dipinto da Giotto e descritto da Vasari ma andato perduto perché ricoperto da un affresco. Valli descriveva Kirkup come genericamente “un erudito di esoterismo”, in realtà era soprannominato lo stregone di Firenze, interessato allo spiritismo aveva una propria medium di nome Regina; di spirito irreligioso riacquistò la «fede» dopo la manifestazione spiritica del padre defunto di Regina. Collaborò inoltre alla rivista London Spiritual Magazine alla quale inviò relazioni in merito ai risultati delle sperimentazioni della Società Magnetica di Firenze40. Anche Rossetti ha simpatia per il mesmerismo di voga all’epoca, al quale dedica una sua poesia di cui riporto i versi iniziali:

      Alto portento ch’io cantar non oso
      D’un abil vate un dì fia certo il tema:
      Il Mesmerismo è sì miracoloso
      Ch’esser dovrà cagion d’un gran poema41.

      Per Rossetti l’Amor platonico

      “costituiva la ‘chiave di volta’ dell’esoterismo cristiano medievale, e non solo medievale. Non si tratta a questo riguardo di un generico platonismo, bensì di un preciso riferimento a quella che è stata la scoperta fondamentale del Rossetti fin dagli inizi della sua ricerca, ovvero alla dottrina segreta dell’Amore metafisico per la Divina Sapienza, che il Rossetti riconnette essenzialmente alla «Filosofia Pitagorica»” 42.

      Riguardo storia e descrizione del grado del Cavaliere Kadosh e la loro «vendetta», Rossetti segue anche Barruel oltre a Bernardconcludendo con una improponibile proprietà transitiva:

      “questo voto di vendetta si è perpetuato per più di cinque secoli, e non riguarda, senza dubbio, la persona di Filippo il Bello e Clemente quinto; questo voto di vendetta ricade sugli eredi e i successori di questo re e di questo papa”43.

      La sua teoria templare è espressa nel IV volume, estratta dalla Storia dell’Inquisizione di Padre Llorente, segretario del Sant’Uffizio di Spagna (sic):

      “«I cavalieri Templari che si erano ritirati in Scozia vi fondarono nel 1314 una sede particolare, sotto la protezione dei Robert Bruce. Il loro oggetto e i loro costumi erano gli stessi. Essi si erano nascosti sotto l’allegoria e la denominazione di Architetti; e questo fu il vero inizio dell’affiliazione che ha preso in seguito il nome di Libera Muratoria»”44.

      Rossetti commenta concludendo categoricamente e senza nessuna prova a carico:

      “Tal fu l’origine della Massoneria Scozzese, discesa immediatamente dai Templari”45

      Più avanti un’altra sua conferma testimoniata e certificata da un generalissimo “udimmo parecchi altri”46:

      “E udimmo parecchi altri che c’informarono essere i Muratori derivati da’ Templarj, anzi questi medesimi mutata nomine e udimmo un altro che sentenziò doversi riguardare la Franca Massoneria «come un ramo del Magismo Persiano, il quale cristianizzato ne’ suoi misteri fu portato in Europa dai Crociati» poiché «si nelle segrete cerimonie di Mitra come in quelle della Massoneria il numero de’ gradi principali si pareggia a quel de’ pianeti…”.

      Dopo questo saggio di comparativismo religioso Rossetti conclude la sua ricerca sull’origine di Massoneria e di conseguenza della Divina Commedia così come riportato nella nota riferita a Bocchini:

      “Dunque «in tutti i riti massonici si è conservata la formalità delle prove dei misteri egiziani: l’insegnamento è lo stesso, il risultato al quale si tende è lo stesso47» E lo stesso ripetasi della Commedia di Dante: decida il lettore qual genere di poema essa sia, se cattolico secondo la teologia di Roma, se massonico secondo la filosofia di Eleusi” 48.

      Queste citazioni manualistiche servono a evidenziare la superficialità delle dimostrazioni libresche che non possono servire come referenza seria. Secondo le conclusioni di Rossetti era possibile ipotizzare una discendenza diretta tra Templari e Massoneria e la figura di Dante giocare un legame mediano e di passaggio; per l’autore dell’Amor platonico è normale che Dante diventi Kadosh perché legge sui manuali (Light on Masonry) che i Templari ormai confluiti nel ‘700 in Massoneria si chiamano Knight of Kadosh. Rossetti parla espressamente di “altissimo grado Templare, detto di Kaddosh” 49 lasciando ambiguamente intendere che ciò che è in realtà massonico, cioè creato nel corso del XVIII secolo, possa riferirsi al contempo come templare del XIII o XIV secolo; quale migliore occasione di conferma se non la medaglia con l’acronimo F.S.K.I.P.F.T.? Infatti, subito dopo questa affermazione Rossetti si lancia gratuitamente nell’interpretazione della medaglia e del misterioso acronimo. Sull’opera di occultamento Rossetti insiste:

      “Se la Massoneria, benché con altri nomi, esistè in Europa per molti secoli trascorsi, e ad evitar le persecuzioni dovette assumere ingannevoli aspetti, e fin quello dell’Alchimia, dell’Astrologia e dell’Amor platonico, qual maraviglia che le sue logge abbian preso anche quello di accademie letterarie o scientifiche, mentre tante produzioni da esse scaturirono che trattano variamente di tali materie, e ne fanno continua testimonianza in que’ fasci di prose e poesie che ingombrano le nostre biblioteche? Non senza gran motivo il papa Paolo Secondo interdisse il nome di Accademia, e dichiarando eretici coloro che prendesser il titolo di Accademici, imprigionò e torturò quegli Accademici che gli caddero fra le unghie”50.

      Queste furono le conclusioni del suo periodo di maturità; negli anni Rossetti abbandonò questa idea e dopo aver pubblicato l’Amor platonico rinunciò a commentare il Paradiso convinto dell’impossibilità di poter tracciare un parallelismo rigoroso tra i gradi massonici e il mondo celeste di Dante51. Capovolgendo totalmente le sue tesi finì per definire la Divina Commedia una «infame profanazione»52. Anche sul versante massonico Rossetti rivide le proprie posizioni: se la Massoneria prima gli era sembrata un’organizzazione dai forti valori religiosi, dopo gli apparve veicolo di messaggi laici e blasfemi53. È sempre significativo osservare che ci sono scrittori che mantengono, perseguono e sviluppano tesi, incuranti del fatto che gli autori delle stesse le abbiano nel tempo sconfessate o, come nel caso che stiamo trattando, siano state smascherate come false. Nel caso di Rossetti purtroppo il danno è fatto e le conseguenze hanno avuto ed hanno tuttora conseguenze velenose difficili da eliminare.

      Dalla lettura dei testi e dalle testimonianze, appare evidente che Rossetti considerasse anacronisticamente Dante un massone e che nella figura del cavaliere Kadosh riflettesse la propria persona di esule, rivoluzionario antimonarchico e antipapale, in attesa di una rivendicazione, una «vendetta» da consumarsi contro un Re e un Papa54; in questo vediamo la sua originale attribuzione di significato all’acronimo F.S.K.I.P.F.T.

      Kadosh vs. Qadoš

      Valli eredita da Aroux e da Rossetti il topos che coinvolge Dante nella discendenza templare e massonica; senza ulteriori dimostrazioni cade nel tranello logico quando afferma “Kaddosh è un noto grado iniziatico”; è certamente un grado iniziatico nella Massoneria moderna (XVIII/XIX secolo) ma nulla attesta, fino alla sua soppressione del 131255, che fosse un grado iniziatico Templare, tale parallelismo della filiazione tra l’uno e l’altro non è dimostrato, ma solo ipotizzato, per cui si vanifica la sua interpretazione. Prima del 1312 non esistono documenti templari o in rapporto con i Templari (originali) che usino il titolo Kadosh, termine che appare in relazione a un grado iniziatico solo quattro secoli più tardi56. Nella Qabbalah, e ovviamente in ambienti ebraici, il termine è in ampiamente in uso essendo la loro lingua propria57, ma in ambito cristiano il termine è arrivato solo nel XV secolo con l’irrompere della Cabbala cristiana di Pico della Mirandola e seguaci58, seppur non legato a un grado iniziatico o Templare, ma come nome generico.

      Kadosh è un termine ebraico tradotto con «santo» (affiancabile al greco hagios) «consacrato», a volte «purificato», termine che nella letteratura rabbinica ha preso il significato di «martire»59. Il termine è composto da quattro lettere qof, daleth, vav, shin dalla radice (QDSh qadash) che significa «separare», indica colui che è separato dal mondo, per cui equivalente al latino sacer60, «sacro». La parola si ritrova nell’arabo nel nome divino Al-Quddūs «il Santo» o in quds (Al-Quds è il nome di Gerusalemme). In genere in ebraico la lettera qof (ק) è traslitterata con «q» mentre è la lettera kaf (כ) ad essere (logicamente) traslitterata con «k»61; questa ambiguità di trascrizione la troviamo spesso anche nell’uso delle lettere arabe corrispondenti kāf (ك) e qāf (ق)62. In questo caso la trascrizione corretta del nome Kadosh è Qadōsh o Qadōš63.

      Johannes Reuchlin nel De arte cabbalistica64scrive traslitterando l’ebraico radice e declinazione contemporaneamente con «K» e «q» “KTVRTh qtoreth” («fumigazioni»). Stessa cosa Knorr Von Rosenroth65 nella Kabbala Denudata scrive “ADM KDMVN- ’Adham Qadmon”;usa il termine kadosch ma traslittera il Trisagion, la preghiera ebraica: Qadosh, Qadosh, Qadosh, Yod He Vau He Tzabaoth (Santo, santo, santo, il Signore delle schiere), stessa lettera ebraica trascritta in due maniere differenti66. Auguste Latouche in Etudes hébraïques: Dictionnaire idio-étymologique hébreu del 1836 usa qadosh: senza che si possa stabilire un confine netto, quest’ultimo modo di traslitterazione è più diffuso nelle pubblicazioni ebraiche e cabbalistiche mentre la forma kadosh è più diffusa in ambiente massonico/occultista67; nei testi della Cabbala cristiana si usano entrambe le scritture.

      La Blavatsky nel suo Glossario teosofico confonde l’iniziale di kadosh con la kaf (כ), alla quale assegna il suo corretto valore 20, mentre la qof ha valore 100, così da formulare una ghematria errata, ciò nonostante, usa Qadosh in altro lemma. Non ci sono equivoci quando Guénon traslittera Kether «corona», la cui iniziale è kaf (כ), e Qabbalah (iniziale qof ק) quando invece in molte pubblicazioni di altri autori si legge Kabbalah. Equivoco invece l’uso di kadmōn anziché qadmōn: Guénon usa i due modi, kadmōn nei primi articoli (es. Le Demiurge o nelle note a L’Archéomètre), che corregge in qadmōn successivamente; es. è kadmon nell’articolo Le symbolisme de la Croix apparso su La Gnose nel 1911 e qadmōn nel successivo libro Le symbolisme de la Croix;quindi, molto opportuna la correzione. Ma perché correggere Kabbala con Qabbalah, correggere kadmōn con qadmōn e non Kadosh con Qadosh ne L’esoterismo di Dante? Evidentemente correggendo Kadosh con Qadosh l’acronimo F.S.K.I.P.F.T. da cui parte l’idea del libro perderebbe validità; sarebbe stato corretto notare la trascrizione errata, o almeno porre il dubbio della trascrizione corretta[Si è visto che sono usate le due trascrizioni, quindi non è sicura nessuna delle due; ma certamente chi proviene da un ambiente iniziatico, come nel caso della medaglia qualora si accertasse la validità della trascrizione Kadosh, dovrebbe conoscere l’importanza di una trascrizione corretta che permetta l’uso nella scienza delle lettere delle due tradizioni.].


      1. Col Supreme Council tenuto a Charleston nel 1801 il grado Knight Kadosh occupava il 28° grado, successivamente il 29° per poi posizionarsi all’attuale 30° grado su 33; da questo particolare appare evidente che ogni speculazione «simbolica» sul numero 30, in relazione al 33, è artificiosa.[↩]
      2. Santi è qedošim o kedoshim plurale di kadosh.[↩]
      3. Levitico XIX, 1. Cfr. Latomia 4 e 6;Cfr. Claude Guerillot, La genèse du Rite écossais ancien & accepté. Trédaniel, Paris, 1993.[↩]
      4. Claude, Le rite de Perfection, Trédaniel, Paris, 1993.[↩]
      5. Barone Karl Gotthelf von Hund, signore di Altengrotkau (1722-1776).[↩]
      6. S.A.R. Carlo Edoardo Stuart (Eques a Sole Aureo 1720-1788). Il titolo e l’appartenenza furono smentiti dal Pretendente Stuart, dichiarazione di cui bisogna prendere atto pur nelle contraddizioni della sua vita.[↩]
      7. Il duca Ferdinando di Brunswick-Wolfenbüttel (1721-1792), prese il nome nel Rito di Eques a Victoria.[↩]
      8. Il langravio Karl von Hesse-Kassel (1744-1836), Eques a Leone Resurgente.[↩]
      9. Si tratta di Georg Friedrich von Johnssen (1726-1775 o Johann Samuel Leuchte), Johann August von Starck (1741-1816), Freiherr von Gugomos e Philipp Samuel Rosa. Questo argomento apre il capitolo della filiazione templare e della supposta «eredità» cui allude Guénon del capitolo Heredom (Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio), argomento che non è possibile trattare in questa sede ma è tratteggiato tra le righe.[↩]
      10. Esiste anche un grado cosiddetto «Kadosch di Cromwell» ovviamente un falso, cfr. Ragon J.-M., Tuileur general de la Franc-Maçonnerie.[↩]
      11. Questi semplici appunti mostrano con una certa chiarezza come questo grado (ma in fondo così sono tutti) sia il frutto di un’evoluzione e di una stratificazione di elementi aggiunti negli anni, giocando coi simboli, tanto da non poter parlare di qualcosa di carattere sovrumano o sacro.[↩]
      12. Si trattava di una sorta di malicidio, definizione coniata da San Bernardo di Chiaravalle nel De laude novae militiae ad Milites Templi, per giustificare l’omicidio compiuto dai Templari quando serviva per debellare il male.[↩]
      13. Re Filippo IV di Francia (1268-1314) detto «il Bello», della dinastia dei Capetingi.[↩]
      14. Papa Clemente V (1264-1314) al secolo Bertrand de Got o de Gouth eletto 195º Papa nel 1305 su pressione di Filippo il Bello, in seguito accetto il trasferimento della sede papale ad Avignone per quel periodo noto come «cattività avignonese».[↩]
      15. Guillaume de Nogaret (1260-1313), fu Cancelliere di Filippo il Bello e propositore del potere assoluto del Re, in autonomia dal papato.[↩]
      16. John Hookham Frere (1769-1846) diplomatico inglese trasferitosi a Malta e in contatto con i Cavalieri di Malta in genere ostili ai Templari, ostilità per altro ricambiata da come si legge in alcuni rituali Kadosh.[↩]
      17. Rossetti lo cita in parafrasi Dello Spirito Antipapale, e della segreta Influenza ch’esercitò nella Letteratura di Europa e specialmente d’Italia, come risulta da molti classici, massime da Dante, Petrarca, Boccaccio. Londra, 1832. Libro all’Index Librorum Prohibitorum del vaticano[↩]
      18. Augustin Barruel (1741-1820), autore delle Mémoires pour servir à l’Histoire du Jacobinisme (Memorie per la storia del giacobinismo) pubblicato a partire dal 1796.[↩]
      19. Cfr. Leon Surette, The Birth of Modernism. Ezra Pound, T.S. Eliot, W.B. Yeats, and the Occult. McGill-Queen’s University Press, Montreal, 1993.[↩]
      20. Nel 1851 Rossetti inviò ad Aroux parte del manoscritto de La Beatrice di Dante nella speranza che Aroux, traduttore di Dante in francese, ne fosse interessato; dopo l’irritazione di aver scoperto Dante politicamente avverso e antipapale, Aroux usò l’idea per scrivere il suo Dante, Hérétique Révolutionnaire Socialiste. Queste idee rivestite di nuovo spiritualismo o, meglio, occultismo, furono riprese anche da Josephin Peladan (1858-1918) nel suo La Doctrine de Dante. Peladan fu esponente di primo piano dell’occultismo fin de siècle. Nel 1887 conobbe Stanislas de Güaita che gli fece conoscere l’ambiente di Papus (Gérard Encausse) e col quale fondò l’Ordre de la Rose-Croix kabbalistique; abbandonato Papus fondò una società segreta chiamata l’Ordre de la Rose-Croix catholique et esthétique du Temple et du Graal, animatore del Salons de la Rose-Croix – Rose-Croix esthétique o Ordre du Temple de la Rose-Croix. Non è possibile soffermarsi su Peladan in quanto allontanerebbe dal tema seppur utile per lo studio delle origini dell’«esoterismo di Dante».[↩]
      21. Marziale Reghellini (1757-1853).[↩]
      22. Jean-Marie Ragon (1781-1862).[↩]
      23. Jonathan Ashe (1766->1813).[↩]
      24. Il passaggio «logico» per molti autori che hanno accettato la lezione a partire da Rossetti, Aroux e Guénon è la seguente: Dante = Kadosh ma Kadosh = Massoneria quindi Dante = Massoneria. Un noto divulgatore televisivo deforma e «abbrevia» la narrazione concludendo che “Secondo René Guénon, la medaglia di Pisanello sarebbe quindi la prova dell’appartenenza di Dante, in quanto iniziato, a una loggia massonica”, Roberto Giacobbo, Templari. Dov’è il tesoro? Mondadori, Milano, 2010. Questi sono i danni causati da una mancata correzione, rettifica e decenni di equivoci.[↩]
      25. Lettera a Charles Lyelldel 29 ottobre 1831. Il 1° febbraio 1842 Rossetti: “E Reghellini dice chiaramente che Dante era massone (…) e Ragon afferma lo stesso”. All’amico e confratello Charles Lyell dedica il suo La Beatrice di Dante.[↩]
      26. Lettera a Charles Lyelldel 1° ottobre 1832.[↩]
      27. Dalle sue letture Rossetti ricava questa storia della Chiesa: “Dagli scritti di quest’ultimo [Sinesio vescovo di Cirene] deduco che la scuola segreta del sacerdozio cristiano è continuata nella Massoneria; che uno dei capi della scuola al tempo di Costantino, Silvestro, assieme a quel despota, convenne di sopprimere l’interpretazione segreta, e di tenere dolo la formulazione delle forme esteriori, la quale modalità produsse il papato o il sacerdozio di Roma; ma altri capi della stessa scuola, indignati per aver osservato gli squallidi interessi degli uomini al potere secolare, si staccarono da lui e perseverarono nell’insegnamento segreto, – che proseguì fino all’età tarda (e qui si arriva a Dante), e così è continuato fino ai nostri tempi”. Protestando contro Antonio Panizzi che si opponeva alle tesi del padre, William ribadisce: “quando un uomo dice che Beatrice non è esistita, e che Dante era una specie di Massone, deve aspettarsi che persone di parere contrario si esprimano con forza”. Queste testimonianze in Gabriele Rossetti a versified autobiography. Sands & Co, London, 1901, testo commentato dal figlio Williams. [↩]
      28. Naturalmente per Rossetti la monarchia s’incarnava nel grande nemico Ferdinando IV di Borbone poi Ferdinando I delle Due Sicilie, in un suo verso“Ferdinando di mente ferina”.[↩]
      29. Tali attribuzioni sono anacronistiche, la Corporazione di Mestiere medievale, antica progenitrice della successiva Massoneria, era ben lontana da concepire il sistema dell’«accettazione» di persone estranee al Mestiere.[↩]
      30. Purgatorio XX, 94-96[↩]
      31. Gabriele Rossetti, Il Mistero dell’Amor Platonico derivato da’ Misteri antichi. 5 Volumi. Taylor, London, 1840.[↩]
      32. Alessandro Grossato, Ibid. Sui rapporti tra Rossetti e Frere, Peter Vassallo, “John Hookham Frere,GabrieleRossetti,and Anglo-Italian Cooperation in Exile”, in Barbara Schaff, Exiles, Emigrés and Intermediaries, Brill, Leiden, 2010.[↩]
      33. Gabrielle Festing, John Hookham Frere and His Friends. Nisbet, London. 1899.[↩]
      34. Nome composto da bĕli «senza» e yaʿal «valore».[↩]
      35. Gabrielle Festing, Ibid.[↩]
      36. Così l’Incipit del Libro: “Socrate rivelò questo Sacro Mistero d’Amore a Platone; Platone filosofo tra gli altri Pio, subito un libro per comodo de’ Greci ne compose” Marsilio Ficino.[↩]
      37. Nel Poema autobiografico Veggente in solitudine del 1846.[↩]
      38. In Gabriele Rossetti, Comento… p. XXXII. Rossetti nel “Ragionamento secondo” de La Beatrice di Dante, fa risalire all’Egitto attraverso Platone e Pitagora la «lingua misteriosa» di Dante; nello stesso testo denuncia la vaghezza induttiva delle proprie attribuzioni: “Quali fossero le loro dottrine [dei pitagorici] non so, perché non furono mai rivelate, ma so che erano innumerevoli e che erano le più illustri, le più dotate e le più talentuose della nazione; dall’effetto illustre possiamo giudicare l’altezza della causa”.[↩]
      39. Seymour Kirkup (1788-1880).[↩]
      40. Cfr. The Thinker’s Garden, Baron Kirkup: The Forgotten Mage of Florence. Anche Alessandro Grossato, Ibid. Il mesmerismo era una passione condivisa con altri inglesi residenti a Firenze tra i quali lo scultore-poeta William Wetmore Story, la poetessa Browning, il musicista Boott, la signorina Annette Bracken, i signori Trollope e Isabella “Isa” Blagden. Spiritismo, Dante e Rossetti si trovano coinvolti anche nelle pratiche spiritiche della poetessa triestina Nella Doria Cambon (1872-1948). Nel suo circolo letterario durante una seduta del 1929, la cui medium fu Romana Fornis e alla quale partecipò il docente di antropologia Fabio Frassetto, autore di Dantis Ossa. La forma corporea di Dante. Scheletro, ritratti, maschere e busti (1933), apparve lo spirito di Dante che Frassetto riconobbe in base agli studi da lui compiuti; alla domanda su chi fossero i più fedeli interpreti della sua opera rispose Gabriele Rossetti e Giovanni Pascoli. In una successiva seduta del 1938 Dante dettò a Nella un’invettiva contro il «mondo moderno»: “La vostra epoca di disattenzione e disamore per tutte le cose spirituali porta pure a noi disappunto e dispiacere; noi che tanto facemmo per l’umanità… E quella d’oggi ha gli occhi bendati, la volontà negletta… E perciò anche nel nostro mondo si combatte senza nessun conforto d’essere ascoltati. Purtroppo, questo dilagare di incredulità […] queste correnti che dilagano nel vostro mondo, sono emanate da spiriti che cercano di oscurare le menti di ogni vivente. Ma la vittoria sarà degli spiriti superiori. Voglia Dio conceder grazia di poteri spirituali e così dare a te, Nella, quella pace spirituale che tanti anni stai cercando. Ti benedico. Il tuo Dante Alighieri. (Fondo Nella Doria Cambon, Archivio Diplomatico in Hortis, Biblioteca di Trieste). Dante fu coinvolto in apparizioni spiritiche anche con Victor Hugo raccontate in La vision de Dante (1853). Il figlio di Rossetti, Dante Gabriele, fu il primo a sostenere che le conoscenze di Dante derivassero da pratiche spiritistiche e medianiche. Su Dante e il mondo dello spiritismo, Francesco Gallina, Citazioni Spiritiche. Dante e la cultura medianica, in “Parole Rubate. Rivista internazionale di studi sulla citazione”. Fascicolo n° 21, giugno 2020.[↩]
      41. Opere inedite e rare di Gabriele Rossetti. Poesie inedite e rare tratte dagli autografi, a cura di Domenico Ciampoli, vol. III, Vasto, 1931.[↩]
      42. Alessandro Grossato, Ibid.[↩]
      43. Cfr. Gabriele Rossetti, Il Mistero dell’Amor Platonico, Vol 4, cap. XVI “Cambiamento del gergo di erotico in dommatico”,[↩]
      44. Crediamo nell’imparzialità di Padre Llorente ma viene il dubbio che tale «storia» in merito a Templari e Massoneria possa essere condizionata dalla sua professione.[↩]
      45. Gabriele Rossetti, Ibid.[↩]
      46. La Storia umana scritta con questo criterio può e deve infine ammettere che l’origine umana proviene dalla costellazione di Vega, il rigore dimostrativo è lo stesso.[↩]
      47. Marziale Reghellini (1757-1853), v. supra.[↩]
      48. Gabriele Rossetti, Il Mistero dell’Amor Platonico, Vol 5, cap. Ultimo “Misticismo della Divina Commedia”.[↩]
      49. Gabriele Rossetti, Ibid., Vol 4, cap. XVI “Cambiamento del gergo di erotico in dommatico”.[↩]
      50. Gabriele Rossetti, Ibid., Vol 5, Conclusione “Esame delle principali Critiche fatte al Presente Sistema d’Interpretare”.[↩]
      51. Cfr. Gabriele Rossetti, La Divina Commedia di Dante Alighieri con comento analitico. John Murray, Londra, 1926-27. Il primo volume occupa i primi 13 canti dell’Inferno, il secondo completa la cantica.Il Purgatorio è stato commentato ma non pubblicato (sarà pubblicato solo nel 1967 nei tipi Olschki, Firenze a cura di Pompeo Giannantonio) il Paradiso non fu mai commentato.[↩]
      52. Cfr. Stefano Salzani, Luigi Valli e l’esoterismo di Dante. Il Cerchio, Rimini 2014.[↩]
      53. Si è sostenuto che questo radicale cambiamento fosse dovuto alle pressioni della moglie, fervente anglicana; il vero o non vero illustra quanto deboli fossero le sue convinzioni che infine possono ben dirsi opinioni personali e null’altro.[↩]
      54. Sulla «vendetta» Templare è utile leggere il testo dell’occultista Stanislas De Guaita, La vengeance des Templiers, dal quale si evince lo stato di permanenza di questa vendetta nei secoli.[↩]
      55. Il 1312 è la data della soppressione dell’Ordine Templare in occasione del Concilio di Vienne al termine del quale Papa Clemente V legge la Bolla Vox in excelso il 3 aprile 1312. Nella Bolla l’ordine e i cavalieri sono chiamati sempre fratres Ordinis militiae templi Hierosolymitani. Il Gran Maestro Jacques de Molay morirà sul rogo a Parigi l’11 marzo 1314.[↩]
      56. Si potrebbe contestare che non sono i documenti a certificare l’esistenza o meno di un titolo come questo, ma allora bisogna ammettere che ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova.[↩]
      57. Si è visto ad esempio nell’uso del Levitico ma essendo la traduzione di «santo» è evidente che sia onnipresente nella Bibbia, nei contesti spirituali e religiosi.[↩]
      58. Pico della Mirandola (1463-1494) fu allievo di Yōḥānān ben Yitshaq Alemanno (1435-1504) e di Flavio Mitridate (1445-1489), ebreo siciliano, nato Shemuel ben Nissim Abul-Farag e convertito al cristianesimo (da qui uno dei suoi nomi dal padrino Guglielmo Raimondo Moncada), traduttore dall’ebraico al latino fu chiamato da Pico della Mirandola per insegnargli la lingua ebraica. Nel suo soggiorno in Germania ebbe come allievi Giovanni Agricola e Giovanni Reuchlin. Prima di questi contatti la lingua ebraica era riservata ai soli circoli ebraici. Mitridate con la sua conversione è l’anello di congiunzione a partire dal Rinascimento tra la lingua ebraica e il suo uso in ambiente cristiano. Nelle Conclusiones nongentae… Picoscrisse “Credo di essere stato il primo ad avere menzionato esplicitamente la qabbalah”.[↩]
      59. È questo significato che ha contribuito a sviluppare un certo «vittimismo templare», apporto sentimentale cresciuto a partire dai secoli successivi alla sua distruzione: la fine dei Templari ha diviso gli intellettuali d’Europa, posizioni che possono essere sintetizzate nelle affermazioni di due autori, da una parte Joseph de Maistre dichiarava: “Che importa all’universo la distruzione dell’Ordine dei Tempio”, dall’altra Jules Michelet dichiarava questa distruzione “il più grave cataclisma della civiltà occidentale”.[↩]
      60. Nella Qabbalah il termine Qadosh è ricco di significati (es Cfr. Zohar I, 18b.; Ibid. Idra Rabba Qadusha VII); molti di questi sono stati apposti in Massoneria ma nulla che possa riferirsi alla nostra medaglia. In Bernard, Light on Masonry… p. 288, il Knight of Kadosh è descritto come «solitario o separato»; attendiamo qualcuno che azzardi un parallelismo con la figura dell’afrād dell’esoterismo islamico.[↩]
      61. Cfr. Le Tuileur de Vuillaume del 1830 chetraslittera «k» con «ch».[↩]
      62. Un caso noto a tutti è la trascrizione del nome dell’Emiro ‘Abdel Kader; il nome fa riferimento al nome divino al-Qādir, spesso scritto correttamente magari nello stesso testo in cui si usa la trascrizione del nome errata. [↩]
      63. Cfr. Giulio Busi, Raphael Ebgi, Giovanni Pico Della Mirandola. Mito, Magia, Qabbalah, Einaudi, Torino. Si trova anche qadoch, qadosch e qadochs.[↩]
      64. Johannes Reuchlin (1455-1522).[↩]
      65. Christian Knorr von Rosenroth (1636-1689).[↩]
      66. Sulla stessa riga riesce a scrivere radice e declinazione in modo differente.[↩]
      67. Per esempio, Eliphas Lévi, Saint-Yves d’Alveydre e i discepoli Papus e Stanislas de Guaita usano la scrittura Kadosch. Albert Pike (1809-1891) scrive uno specifico A The Words Kadosh & Hierodom. In Readings XXXII, 1872. Jean-Marie Ragon (1781-1862) ne scrive nel Nouveau Rituel de Kadosh. Collignon.[↩]

      66. Triumph of Chaos

        66. Triumph of Chaos

        In order for the modern world to triumph, it was necessary to wipe out the last Christian-medieval remnants of Europe, thus allowing chaos to spread across the planet. Protestant countries and Great Britain in particular covertly manoeuvred Italy and Germany, two artificially unified countries, to carry out this subversive plan. The Kingdom of Italy, controlled by atheist and anticlerical secret societies in the service of London1, with the support of organised crime, the mafia2, dismantled the prosperous principalities that protected the pope and consequently laid siege to the Papal States. The Heritage of St Peter’s, which in the Middle Ages had prevailed over temporal power, after the Counter-Reformation linked itself to the Empire as the esoteric bastion of Western tradition. The illegal annexation to the Kingdom of Italy marked the beginning of the involvement of the Church in political and social diatribes that led to its ruinous deterioration. The Protestant kingdom of Prussia, on the other hand, took upon itself to weaken Catholic Austria by taking away its central European territories, leaving it marginalised in the Balkans. The First World War ended with the dismemberment of the Austro-Hungarian Empire, the last legacy of Charlemagne’s Empire. At the same time, the All-Russian Empire, heir to Byzantium, and the Caliphate of the Ottoman Porte collapsed3. The West had thus freed itself of the last weakened state structures of traditional origin4. In this manner the last century and a half has served as stage for the most extreme aberrations, and it all have occurred at a disturbingly rapid pace involving the religious, philosophical, scientific, artistic, political and social spheres. The situation got even worse with the Second World War, which really shook the whole world5. If for a time the leadership of such degeneration was an initiative of the Western countries, soon after the Eastern nations assumed full autonomy in their anti-traditional activities. The period of the most oppressive colonialism was replaced by a hasty and culpable decolonisation6. An example of this is the British Raj of India, which, after the usurpation of the imperial throne, carried out a systematic repression of tradition by pitting the Muslim community against the Hindu majority, and by targeting its most sacred social structures. In the end, the British hastily abandoned the Subcontinent, dividing it into India and Pakistan, thus starting a bloody civil war7 and an unresolved series of conflicts. Post-colonial India was prevented from returning into a situation in harmony with the Dharma by the spread of Rāmakṛṣṇian, Vivekānandian, Aurobindian and Gandhian neo-Hinduism promoted by all media and parties, playing on the peaceful nature of the people and their inferiority complex vis-à-vis the West.

        Three foreign interventions bear a heavy responsibility in this regard: Christian missionaryism, constant Islamic violence8 and the hammering and suffocating propaganda of first the Soviet and now the Chinese communism9. However, India has not been affected that much, compared to other areas. The massified Maoist communism has completely wiped out the tradition in China10, and pushed the country to a political and economic recovery through an ambitious expansionist policy in Asia11 and in the rest of the world. It is to the imperialism of this country that we owe the colonial invasion of Tibet, the concluded genocide of the Manchurian people and the ongoing genocide of the Turkmen peoples of Central Asia. It is alarming that are those who had the audacity to deny the existence of the Yellow Peril!

        On the other hand, countries of the Far East have completely adopted the lifestyle of the Far West, retaining their tradition only as a scenographic ornament, in this way the division between West-anti-traditional and East-traditional no longer makes really sense. Savage decolonisation has left the rich countries of Africa in the hands of greedy and corrupt dictators, at the mercy of criminal organisations and of the systematic exploitation of Chinese neo-colonialism. To this it must be added the sudden deterioration of the Islamic world, which the taṣawwuf neither knows how nor makes an effort to control, a phenomenon that was indeed unforeseeable until a few decades ago. At the same time we witnessed the ignominious end of the Catholic Church and the brutal upheaval in Palestine. These events are a clear sign of the approching conclusion of the historical cycle of monotheistic hegemony12. This phase of modern civilisation has produced new generations devoid of any religious, ideal or philosophical roots; even today’s trendy ideologies that everyone has to endure are appallingly elementary and crude. Even the very same animals have a greater sensitivity to the balance of nature than all the blabbering, and exhibitionist ecologists. Similarly, the beasts recognise without hesitation the obvious distinctions between sexes, races and species, whereas our young people have a total mental confusion in this regard, having been subjected to pressing and constant conditioning since their earliest childhood. Even the value of life is unappreciated, as people’s indifference has been nurtured with abortions and euthanasia, proposed as great achievements of humanity13. If with the invention of printing mankind had given up cultivating memory, with information technology the new generations have stopped thinking, only relying on the ‘myth’ of artificial intelligence. As logical consequence, such a mankind ‘democratically’ votes and chooses the most witless people as its elected representatives to govern public affaires14. Although the three western religions claim the supremacy of their own revelation over the others15, within themselves they proclaim equality among the faithful, imposing the same beliefs, rituals and behaviour on everyone without distinction. It is no coincidence that the democratic system arose from the secularisation of this egalitarianism. At present, since monotheisms are in state of serious decline or total disappearance16, the democratic system is also collapsing in all states, and it is not yet been defined the future regime that will replace it where international finance, multinationals and non-governmental organisations will play a main role.

        From the esoteric point of view17, the twentieth century began in Europe with some outstanding personalities: René Guénon in France, Professor Arturo Reghini and the “Baron” Julius Evola, in Italy. At first the three esotericists collaborated to a certain extent in order to provoke a change of mentality in the two Latin countries. However, differences in interpretation led to a mutual estrangement, especially between Reghini and Evola18. Nevertheless, their action was not lost and formed a sort of barrier against the theosophical-occultist encroachment in all fields and milieus. In particular, the writings of René Guénon had the positive result of directing some people towards non-European forms of initiation. His work proved to be of great benefit and led to choices towards Tradition of some of his readers as, for example, for the author of these lines. Naturally, those who have come into direct contact with non-European traditional circles as a result of reading Guénon’s works, have been able to acknowledge, alongside his merits, certain limitations and errors in his conceptions. The traditional attitude of those who made those considerations or discoveries was to correct the errors, without entirely rejecting Guénon’s work. In fact, all the arguments that, for example, he had developed on the critique of the modern world are completely agreeable and exact. On the contrary, the distortions, especially in the domain of metaphysical doctrine, must be rectified in order to expound the true doctrine. In addition to this, it is worth mentioning that while in his books he declared that it was incorrect to indicate to his readers which initiatic paths to take, he contradicted himself by encouraging his correspondents to be initiated into the Masonic lodges and, in particular, into those inspired by his writings19.

        After his death, groups of Guénonians were formed in Europe, some of them turned into fanatical sects. They declared themselves motu proprio “defenders of the work of René Guénon”, proclaiming its infallibility20, the universality of his ‘function’ as an envoy of the ‘Supreme Centre’, and promoting the doctrine expressed in its books as a sort of new revelation. In the absence of a real transmission from Guénon, since their only contact was limited to the simple reading of his books, they then sought some ṣufic connection, which recently is rather easy to get21. They grafted the Guénonian doctrines into the praxis of the sharī‘a, creating, in fact, a new syncretic pseudo-religion, completly western made for westerners22. As it can be easily deduced from the above, those circles of western esotericists collaborate in spreading altered oriental doctrines. As it is in the nature of things what is born eventually dies and even traditional doctrines and rituals born in the empirical domain, eventually will fade away. Only non-dual metaphysics is exempt from the vicissitudes of time, being one, eternal and absolute. This is the true meaning of Vincit Omia Veritas.

        Gian Giuseppe Filippi

        Oṃ  Tat  Sat


        1. It is no coincidence that most of the Italian revolutionaries were welcomed when they took refuge in England. Garibaldi himself went to London several times to take orders and make agreements, also following Bakunin’s advice who visited him at Caprera.[↩]
        2. When the United States replaced Britain as a protestant planetary power, it also relied on the mafia to invade Sicily in 1943. This allowed the mafia to establish itself at government level in post-war Italy. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Milan, Bompiani, 2005.[↩]
        3. These unfortunate events were the results of the implementation of Wilson’s Doctrine. For the first time in history it became clear that the dissolving action of Britain towards the traditional Western world, already in decline, was about to be replaced by that of the United States.[↩]
        4. In truth, these empires were corroded from within rather than weakened by external conflicts. In Austria the ethnic German component was caught up in the pangermanist madness at the expense of the supranationality of medieval origin. Nihilism, anarchy and socialism corroded the backbone of the Czar’s Empire. In the Ottoman Empire, the modernist Young Turk movement, controlled by the dönmeh and that led the government, caused the detriment of the sultan authority; That very same state administration was also responsible for the massacre of the Armenians.[↩]
        5. Bernard Faÿ, La guerre des trois foux, Hitler, Staline, Roosevelt, Paris, Librairie académique Perrin, 1966.[↩]
        6. The common destiny of decolonised countries heirs of ancient and illustrious civilisation, such as India, and semi-primitive or regressed ones, triggered an unnatural sense of solidarity that is known by the term ‘third-worldism’. Soviet communist propaganda fan the flames on this feeling, attracting all those countries as moths attracted by light that eventually fly into the fire. In this manner even nowadays in traditional Hindu circles there are those who express solidarity with primitive peoples and declare sympathy for Marxist positions. All this without realising that Russia, as heir to the Soviet Union, maintains the largest colonial empire in the whole of North Asia, without any intention of granting independence. The same applies, a fortiori, to the colonialism of ‘People’s’ China. At the same time, in the undeveloped countries that have fallen back into poverty,although they are very rich in natural resources, communism has been transformed into a new ideology: ‘indigenism. This is the practical outcome of the demented ‘happy degrowth’ of the youth movements of the West, which preaches a return to a primitive nature seen as a proletarian Edenic state, on which the Vatican despot attempts to implant the cult of Pachamama, the Catholic-ecologist ‘mother earth’ (Miguel Gullo Omodeo, Madre Patria, Barcelona, Espasa, 2021, pp. 380-384).[↩]
        7. The dismemberment was agreed between the Viceroy Lord Mountbatten, the atheist Jinnah, leader of the Muslims, and the politician disguised as sādhu Mohandās Gandhi.[↩]
        8. It is shameful that those who give interviews to justify the revenges of the Afghan Taliban and to protest in favour of the ‘democratic’ rights of the Muslim Brotherhood to rule Egypt, show indignation towards the peaceful denunciations by the saṃnyāsins for the continuous provocations, outrages and violences of the Islamic militants against Hinduism. The defence of Dharma can only be mistaken for nationalism by the minds of those who are completely unable to look beyond the shallow political level. Emir ‘Abd al-Qādir, although a great ṣufi, was not as peaceful when he struggled to give birth to nationalism in Algeria, a nation that did not exist until it was invented by French colonialism (Jean Sévillia, Historiquement Correct, Paris, éd. Perrin, 2014). But, being a Muslim, he is forgiven any act of violence.[↩]
        9. Actually, the Chinese are not just propagandists, they are also fomenting guerrilla warfare directly or through their vassals: Nepal, Pakistan and Bangla Desh.[↩]
        10. The continuing threat of invasion of Taiwan is a serious threat to the survival of Confucianism and Taoism. The island, which throughout its history was annexed to China by the Manchurian Ching dynasty for the brief period from 1683 to 1795, is the last sovereign bastion of the Far Eastern tradition. It would be a paradox if it could only survive in the Chinatowns of Singapore, San Francisco or Melbourne.[↩]
        11. “Since 1949, Communist China has more than doubled its territory by annexing ethnic minority homelands and conquering territories of other countries” (Limes, Planet India, 6-2009, “Il Gigante buono”). In this context we mention the recent occupation of parts of Ladakh in June 2021. The new Chinese naval bases in Myanmar (Burma), Bangla Desh, Shri Lanka and Pakistan reveal explicitly their expansionist goals.[↩]
        12. Certainly this is not the still very distant end of the Kali yuga, as some followers of monotheistic religions, who claim to be experts in sanātana dharma, venture, but only the closure of a minor cycle.[↩]
        13. Consider the evident link between the allegedly excellent quality of life in Protestant countries and their appalling suicide rate. Clearly people must really live happily there![↩]
        14. To get an actual picture of this dramatic fact, consider the personalities who in recent years have ruled the destinies of Western states, including the Vatican.[↩]
        15. In principle, Islam recognises Mosaic and Christian revelation; Christianity recognises Mosaic revelation, while Judaism recognises none. However, at the same time, the most recent religion in the practice considers its predecessors abrogated by its own latest revelation, at the cost of admitting its own worthlessness. The recent concept of ‘big brothers’ denotes the unworthiness of those who invented this formula to hold the chair of St Peter. Moreover, by the transitive property, the most recent religion should then be that of the ‘little brothers’, a phrase that the pontiff has been careful not to coin.[↩]
        16. Although the Russian and Balkan Orthodox churches are in a period of recovery and with a renewed interest in Hesychasm following the collapse of the Communist dictatorship, the Greek and Ukrainian Orthodox churches have been dangerously contaminated by the Vatican ecumenical modernism. See the very recent changes to open Mount Athos to indiscriminate tourism.[↩]
        17. We do not use the term ‘initiatic’ because the milieu we are referring to was formed by members of various occult currents, each one of them falsely claiming to represent the continuity of the ancient pre-Christian and medieval mysteries.[↩]
        18. The two Italian esotericists shared anti-Christian sentiments in favour of an alleged ‘Pythagorean-Roman tradition’ that mysteriously survived into modern times. They Both considered the ‘fascist mysticism’ that took inspiration from ancient Rome, as an emanation of that secret current. However, while Reghini considered that the Roman tradition had been transmitted from the collegia fabrorum to the Freemasonry of his time, Evola expressed extremely negative judgements on that very same institution. Both of them, although to a different extent, gave importance to the sphere of action rather than to contemplation and this got them involved, although in diverging directions, in the political and even subversive activities of the Italian right-wing. On the contrary, Guénon correctly sustained the superiority of knowledge over action. However, as long as he lived in France, he meddled in many unrealistic and over-ambitious ventures for a re-establishment of Tradition originating from the most disparate tendencies, founding or promoting centres, study groups and oracles, always in collaboration with the occultists he associated with.[↩]
        19. Guénon wrote from Cairo to Edmond Gloton on May 17, 1947, strictly following the “ritual” formalities between brothers in faith: “To end on a note nicer than all this unpleasant gossip, you may have already heard (it is about a month ago) of the constitution, under the auspices of the G∴L∴D∴F∴, of the L∴ La Grande Triade (it is immediately clear where this title comes from), whose Ven∴ founder is F∴ Ivan Cerf, G∴ Or∴. It is an L∴ destined to remain very closed (one of the conditions of admission is a satisfactory knowledge of my work) and which aim is above all to apply, as far as possible, the points of view that I have expounded in particular in the “Aperçus [sur l’Initiation]”. […] You can imagine how happy I am with this result, which now gives me the certainty that the work I have done and to which I have devoted my whole life will not be lost!” The inspirer of this life-long dedication initiative was indeed easly satisfied! Unfortunately, also this, as other similar experiences attempted later in Italy, inevitably ended in a dead end. Actually R. Guénon breached his wise intention to abstain to indicate an initiatic solution also for the taṣawwuf, when he warmly advised those who were inclined to that choice, to receive the bay’at at the European “ṭuruq”, even though he was fully aware of the irregularity of the two self-proclaimed masters and knowing very well that no islamic organisation would ever have founded a branch out of the dār al-Islam. This set a dangerous precedent for the emergence in Europe of subsequent false and pretended sheikhs and even sheikhas![↩]
        20. We cannot dwell on Guénon’s alleged infallibility, having already been splendidly dismantled by Carlo Rocchi in Alātaśānti. L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti, Milano, Ekatos Ed., 2021, pp. 407-411, n. 8.[↩]
        21. R. Guénon himself stated in a letter of 1 November 1927: “I have also been informed that the ṭariqa ‘Alawiyyah] has a zawiya in Paris, in boulevard Saint-Germain, a few steps from here, which makes one fear that it will become too open and may therefore be diverted like many others.” In Rivista di Studi Tradizionali, no. 65.[↩]
        22. Others, belonging to a somehow different Guenonian typology, have made a few rare trips to the land of Islam for a quick contact with a master and rapidly returned. This is totally insufficient. The disciples must spend long periods with the masters, receiving e their teachings and studying under their guidance. Luckily, there have been other more serious people who have spent long periods in contact with shuyūkh and learned ulamā, benefiting from their teaching. As it is natural, they conscientiously avoid showing off for the sake of publicity, they keep away from any controversy, preferring to lead a reserved life in order to dedicate themselves to the method that has been confided to them. For them, the goal is true spiritual realisation and not the urge to excel over followers with weaker minds.[↩]

        66. Il trionfo del Caos

          66. Il trionfo del Caos

          Prima di far trionfare il mondo moderno, era necessario cancellare gli ultimi residui cristiano-medioevali dall’Europa, da cui il caos si doveva diffondere su tutto il pianeta. Furono i paesi protestanti e la Gran Bretagna in particolare a manovrare nascostamente l’Italia e la Germania, due paesi artificialmente unificati, per realizzare questo piano sovversivo. Il regno d’Italia, controllato da società segrete atee e anticlericali al servizio di Londra1, con il supporto della criminalità organizzata, la mafia2, smantellò i prosperi principati che proteggevano il papa per poi stringere d’assedio lo Stato della Chiesa. Il Patrimonio di San Pietro, che nel medioevo aveva prevaricato sul potere temporale, con la controriforma s’era raccordato all’Impero quale bastione essoterico della tradizione occidentale. L’annessione illegale al regno d’Italia diede inizio al coinvolgimento della Chiesa in diatribe politiche e sociali che determinarono il suo rovinoso deterioramento. Il regno protestante di Prussia si assunse il compito di fiaccare l’Austria cattolica sottraendole i territori centro europei ed emarginandola nei Balcani. La prima guerra mondiale si concluse con lo smembramento dell’Impero austro-ungarico, ultimo legato dell’Impero di Carlo Magno. Parallelamente crollarono l’Impero di tutte le Russie, erede di Bisanzio, e il califfato della Porta Ottomana3. L’Occidente si era così liberato delle ultime indebolite strutture statali d’origine tradizionale4.

          Così l’ultimo secolo e mezzo è stato il proscenio per l’esibizione delle aberrazioni più estreme che si sono succedute a ritmo incalzante: esse hanno coinvolto l’ambito religioso, filosofico, scientifico, artistico, politico e sociale. La situazione è poi ulteriormente peggiorata con la seconda guerra mondiale che ha davvero sconvolto il mondo intero5. Se per un certo periodo la guida di tanta degenerazione è stata un’iniziativa dei paesi occidentali, ben presto quelli orientali hanno assunto piena autonomia nell’attività antitradizionale. Al periodo del più oppressivo colonialismo è subentrata una decolonizzazione frettolosa e colpevole6.

          Ne sia esempio il Raj britannico dell’India che, dopo l’usurpazione del trono imperiale, si dedicò alla repressione sistematica della tradizione contrapponendo la comunità musulmana alla maggioranza hindū, colpendo le sue più sacre strutture sociali. Alla fine, gli inglesi si precipitarono ad abbandonare il Subcontinente smembrandolo in India e Pakistan, dando inizio così a una cruenta guerra civile7 e a una serie non ancora risolta di conflitti. All’India post-coloniale fu impedito ogni ritorno a una situazione in armonia con il Dharma, per mezzo della diffusione del neo-Induismo, rāmakṛṣṇiano, vivekānandiano, aurobindiano e gandhiano, promossa da tutti i media e da tutti i partiti, giocando sull’indole pacifica della popolazione e sul suo complesso di inferiorità nei confronti dell’Occidente.

          Gravissime responsabilità, in questo senso, sono da attribuire a tre attività estranee: il missionarismo cristiano, le continue violenze islamiche8 e la propaganda martellante e soffocante del comunismo sovietico dapprima e, attualmente, cinese9. Tuttavia, l’India non è stata intaccata più di tanto, in paragone con altre aree. Il massificato comunismo maoista ha pressocché cancellato la tradizione in Cina10, spingendo il paese alla ripresa d’una ambiziosa politica espansionista in Asia11 e nel mondo. È all’imperialismo di questo paese che si deve l’invasione coloniale del Tibet, il concluso genocidio del popolo mancese e quello ancora in atto delle popolazioni turcomanne dell’Asia Centrale.

          Ed è incredibile che ci sia stato chi ha avuto la dabbenaggine di negare l’esistenza del pericolo giallo! Altri paesi dell’Estremo Oriente hanno, invece, adottato completamente lo stile di vita dell’Estremo Occidente, mantenendo della loro tradizione solamente un ornato scenografico, per cui la divisione Occidente-antitradizionale e Oriente-tradizionale non ha più davvero alcun senso. La decolonizzazione selvaggia ha abbandonato i ricchi paesi dell’Africa nelle mani di avidi e corrotti dittatori, a organizzazioni criminali e allo sfruttamento sistematico da parte del neocolonialismo cinese. A questo s’aggiunga l’improvviso degrado del mondo islamico, che il taṣawwuf non sa né si sforza di controllare, fenomeno invero imprevedibile fino a pochi decenni addietro. Nello stesso periodo si è assistito alla fine ignominiosa della chiesa cattolica e al brutale sconvolgimento della Palestina.

          Questi avvenimenti sono un chiaro segno della non lontana conclusione del ciclo storico a egemonia monoteista12. Tale fase della civiltà moderna ha prodotto nuove generazioni prive di qualsiasi radicamento religioso, ideale o filosofico; persino le ideologie alla moda che tutti subiscono sono spaventosamente elementari e rozze. Basti pensare che gli stessi animali hanno una maggiore sensibilità verso l’equilibrio della natura di tutti gli ecologisti ciarlieri ed esibizionisti. Similmente, le bestie riconoscono senza vacillare le evidenti distinzioni tra sessi, razze e specie, mentre i nostri giovani hanno una totale confusione mentale al riguardo, avendo subito pressanti condizionamenti fin dalla più tenera infanzia. Lo stesso valore della vita è misconosciuto, essendone stata coltivata l’indifferenza tra aborti ed eutanasie, proposte come grandi conquiste dell’umanità13. Se con l’invenzione della stampa l’umanità ha rinunciato a coltivare la memoria, con l’informatica le nuove generazioni hanno smesso di ragionare, affidandosi al “mito” dell’intelligenza artificiale. Per logica conseguenza una simile umanità elegge “democraticamente” a rappresentarla e a reggere la cosa pubblica i personaggi più stolidi14.

          Le tre religioni occidentali, sebbene vantino reciprocamente la supremazia della propria rivelazione rispetto alle altre15, al loro interno proclamano l’eguaglianza tra i fedeli, imponendo a tutti indistintamente le stesse credenze, gli stessi rituali, gli stessi comportamenti. Non a caso il sistema democratico è sorto dalla laicizzazione di tale egualitarismo. Attualmente, da quando i monoteismi si trovano in uno stato di grave declino o di totale scomparsa16, anche il sistema democratico sta crollando in tutti gli stati, senza che si siano precisate ancora le caratteristiche del regime futuro con cui la finanza internazionale, le multinazionali e le organizzazioni non governative lo sostituiranno.

          Dal punto di vista esoterico17, il XX secolo iniziava presentando alcune personalità di spicco: René Guénon in Francia, il prof. Arturo Reghini e il “barone” Julius (Giulio Cesare Andrea) Evola, in Italia. In un primo tempo i tre esoteristi collaborarono in certa misura al fine di provocare un cambiamento di mentalità nei due paesi latini. Tuttavia, alcune divergenze interpretative condussero all’allontanamento reciproco, soprattutto tra Reghini ed Evola18. Nondimeno, la loro azione non andò perduta e formò una sorta di barriera contro l’invadenza teosofico-occultistica in tutti i campi e ambienti. In particolare, gli scritti di René Guénon ebbero il positivo risultato di indirizzare alcune persone verso le forme iniziatiche non europee. La sua opera si dimostrò di grande utilità per le scelte tradizionali di alcuni suoi lettori come, per esempio, per l’autore di queste righe. Naturalmente, coloro, che sono entrati in contatto diretto con gli ambienti tradizionali extra-europei a seguito della lettura di Guénon, hanno potuto notare, accanto ai suoi meriti, anche certi limiti ed errori delle sue concezioni. L’atteggiamento tradizionale di chi si trovò a fare quelle riflessioni o quelle scoperte è stato quello di correggere gli errori, astenendosi da rigettare per intero l’opera di Guénon.

          Infatti tutte le argomentazioni che, per esempio, egli aveva sviluppato sulla critica del mondo moderno sono del tutto condivisibili ed esatte. Al contrario, le storture, soprattutto nel dominio della dottrina metafisica, devono essere raddrizzate per poter esporre la vera dottrina. Oltre a ciò, annotiamo che, pur dichiarando nei suoi libri non essere corretto indicare ai lettori a quali vie iniziatiche rivolgersi, egli si contraddiceva incoraggiando i suoi corrispondenti a farsi iniziare presso le logge massoniche e, in particolare, in quelle che si ispiravano ai suoi scritti19.

          Dopo la sua morte, in Europa si formarono raggruppamenti di guénoniani, alcuni dei quali si sono costituiti in sette fanatiche. Si dichiarano motu proprio “difensori dell’opera di René Guénon”, proclamandone l’infallibilità20, l’universalità della sua ‘funzione’ d’inviato del ‘Centro Supremo’, promuovendo la dottrina espressa nei suoi libri a una sorta di nuova rivelazione. In mancanza di una vera trasmissione da Guénon, essendo il loro unico contatto limitato alla semplice lettura dei suoi libri, hanno cercato un qualche collegamento sufico, da qualche tempo piuttosto facile da ricevere21, innestando sincretisticamente le dottrine guénoniane sulla prassi della sharī‘a, creando di fatto una nuova pseudo religione tutta occidentale per occidentali22.

          Come si può facilmente trarre da quanto precede, gli ambienti di esoteristi occidentali collaborano a diffondere dottrine orientali alterate. È fatale, però, che tutto ciò che è transeunte nasca e muoia, come pure le dottrine e i rituali del dominio empirico. Solamente la metafisica non duale è esente dalle vicissitudini del tempo, essendo essa sola eterna e assoluta. Questo è il vero significato di Vincit Omia Veritas.

          Gian Giuseppe Filippi

          Oṃ  Tat  Sat


          1. Non a caso gran parte dei rivoluzionari italici aveva in Inghilterra un rifugio accogliente. Lo stesso Garibaldi si era recato varie volte a Londra a prendere ordini e accordi, anche per consiglio di Bakunin che lo visitava a Caprera.[↩]
          2. Quando gli Stati Uniti sostituirono la Gran Bretagna come potenza planetaria protestante, anche essi si appoggiarono alla mafia per invadere la Sicilia nel 1943. Questo consentì l’installarsi della mafia a livello governativo nell’Italia postbellica. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Milano, Bompiani, 2005.[↩]
          3. Questi disgraziati avvenimenti furono la realizzazione della dottrina Wilson. Per la prima volta apparve chiaramente nella storia che l’azione dissolvente della Gran Bretagna, in decadenza, stava per essere sostituita da quella degli Stati Uniti.[↩]
          4. In verità questi Imperi furono corrosi dall’interno piuttosto che indeboliti da conflitti esterni. In Austria la componente etnica tedesca fu coinvolta nella follia pangermanista a discapito della sopranazionalità d’origine medievale. Nichilismo, anarchia e socialismo corrosero il nerbo dell’Impero degli Czar. In quello ottomano guidava il governo il movimento modernista dei Giovani Turchi, controllato dai dönmeh, ai danni dell’autorità sultanale; a quell’amministrazione statale vanno attribuite anche le responsabilità del massacro degli armeni.[↩]
          5. Bernard Faÿ, La guerre des trois foux, Hitler, Staline, Roosevelt, Paris, Perrin, 1966.[↩]
          6. La comunanza di destino tra paesi decolonizzati di antica e illustre civiltà, quale l’India e quelli semiselvaggi o imbarbariti, ha fatto scattare un innaturale senso di solidarietà che è noto con il termine di ‘terzomondismo’. Su questo sentimento soffiò a lungo la propaganda comunista sovietica che attrasse tutti quei paesi come le falene, quando attirate dalla luce, si buttano nel fuoco. Così, ancora oggi in ambienti tradizionali dell’induismo si trovano persone che manifestano solidarietà verso popoli civilmente arretrati e simpatie per le posizioni marxiste, senza accorgersi che la Russia, come erede dell’Unione Sovietica, mantiene il più vasto impero coloniale in tutta l’Asia settentrionale, senza dar segno alcuno di voler concederne l’indipendenza. Lo stesso vale, a maggior ragione, per il colonialismo della Cina ‘popolare’. Contemporaneamente, nei paesi inselvatichiti ripiombati nella miseria, pur ricchissimi di materie prime, il comunismo si è mutato nella nuova ideologia dell’‘indigenismo’, realizzazione pratica della demenziale ‘decrescita felice’ dei movimenti giovanili d’Occidente, che predica il ritorno alla natura belluina come stato edenico proletario, su cui il despota vaticano tenta di innestare il culto della Pachamama, la “terra madre” catto-ecologista (Miguel Gullo Omodeo, Madre Patria, Barcelona, Espasa, 2021, pp. 380-384).[↩]
          7. Lo smembramento fu concordato tra il Viceré lord Mountbatten, l’ateo Jinnah, capo dei musulmani, e il politicante camuffato da sādhu, Mohandās Gandhi.[↩]
          8. È vergognoso che chi rilascia interviste per giustificare le vendette dei taliban afghani e per protestare in favore dei diritti “democratici” dei Fratelli Musulmani a governare l’Egitto, s’indigni per le pacifiche denunce da parte dei saṃnyāsin delle continue provocazioni e violenze di militanti islamici contro l’induismo. La difesa del dharma può essere confusa per nazionalismo soltanto dalle menti che non vedono al di là del livello bassamente politico. L’emiro ‘Abd al-Qādir, sebbene grande sufi, non fu altrettanto pacifico quando lottò per far nascere il nazionalismo in Algeria, nazione inesistente finché non fu inventata dal colonialismo francese (Jean Sévillia, Historiquement Correct, Paris, éd. Perrin, 2014). Ma, essendo musulmano, gli viene perdonato qualsiasi atto di violenza.[↩]
          9. Per la verità quella cinese non si limita alla propaganda, ma fomenta la guerriglia e il terrorismo direttamente o tramite i suoi vassalli: Nepal, Pakistan e Bangla Desh.[↩]
          10. La continua minaccia d’invasione di Taiwan è un serio rischio di sparizione per il confucianesimo e il taoismo. L’isola, che in tutta la sua storia fu annessa alla Cina dalla dinastia mancese dei Ching per il breve periodo compreso dal 1683 al 1795, è l’ultimo baluardo sovrano della tradizione estremorientale. Sarebbe paradossale che essa potesse sopravvivere solo nelle Chinatown di Singapore, di San Francisco o di Melbourne.[↩]
          11. “Dal 1949 la Cina comunista ha più che raddoppiato il proprio territorio annettendo le patrie di minoranze etniche e conquistando territori di altri paesi” (Limes, Pianeta India, 6-2009, “Il Gigante buono”). In questo contesto citiamo le recenti occupazioni di parti del Ladakh nel giugno 2021. Le nuove basi navali cinesi in Myanmar (Birmania), Bangla Desh, Shri Lanka e Pakistan rendono esplicite le loro mire espansionistiche.[↩]
          12. Di certo non si tratta della fine ancora lontanissima del kali yuga, come azzardano alcuni seguaci delle religioni monoteistiche che si pretendono esperti di sanātana dharma, ma solamente di un ciclo minore.[↩]
          13. Si rifletta sulla relazione tra la pretesa eccellente qualità di vita dei paesi protestanti e il loro spaventoso tasso di suicidi. Evidentemente lì si deve vivere davvero felicemente![↩]
          14. Per avere un’immagine concreta di questo fatto drammatico, si considerino le personalità che negli ultimi anni reggono i destini degli stati occidentali, Vaticano compreso.[↩]
          15. In linea di principio l’islam riconosce la rivelazione mosaica e quella cristiana; il cristianesimo riconosce la rivelazione mosaica, mentre l’ebraismo non ne riconosce alcuna. Tuttavia, allo stesso tempo, la religione più recente nella prassi considera le precedenti abrogate dall’ultima rivelazione, pena l’ammissione della propria inutilità. Il recente concetto di “fratelli maggiori” denota l’indegnità di chi si è inventato questa formula a ricoprire la cattedra di San Pietro. Inoltre, per la proprietà transitiva, la religione più recente dovrebbe allora essere quella dei “fratelli minori”, formula che il pontefice si è ben guardato dal coniare.[↩]
          16. Sebbene le chiese ortodosse russe e balcaniche si trovino in un periodo di ripresa e con un rinnovato interesse per l’esicasmo dopo il crollo della dittatura comunista, le chiese ortodosse greche e ucraine sono state pericolosamente contaminate dal modernismo ecumenico vaticano. Si vedano i recentissimi cambiamenti per aprire al turismo indiscriminato il Monte Athos.[↩]
          17. Non usiamo il termine ‘iniziatico’ perché l’ambiente a cui ci riferiamo era costituito da affiliati alle diverse correnti occultistiche, ognuna delle quali pretendeva falsamente di rappresentare la continuità degli antichi misteri precristiani e medievali.[↩]
          18. I due esoteristi italiani condividevano sentimenti anticristiani in favore di una presunta “tradizione pitagorico-romana” misteriosamente sopravvissuta fino in epoca moderna. Entrambi considerarono la ‘mistica fascista’ che si rifaceva all’antica Roma come un affioramento di tale corrente segreta. Tuttavia, mentre Reghini considerava che la tradizione romana era stata trasmessa dai collegia fabrorum fino alla massoneria della sua epoca, Evola esprimeva giudizi estremamente negativi sulla medesima istituzione. Tutti e due, seppure in misura diversa, più che alla contemplazione davano importanza alla sfera dell’azione e questo li condizionò, sebbene con direzioni divergenti, a essere coinvolti nelle attività politiche e perfino eversive della destra italiana. Al contrario, Guénon sosteneva correttamente la superiorità della conoscenza sull’azione; ciò nonostante, fino a quando visse in Francia, si lasciò trascinare in molteplici velleitarie azioni di restaurazione tradizionale di disparate tendenze, fondando o promovendo centri, gruppi di studio e oracoli, sempre con la collaborazione degli occultisti che frequentava.[↩]
          19. Guénon scriveva dal Cairo a Edmond Gloton il 17 maggio 1947, seguendo rigorosamente le formalità “di rito” tra confratelli: “Per finire con una nota più piacevole di tutti questi spiacevoli pettegolezzi, avrete forse già sentito (è di circa un mese fa) della costituzione, sotto gli auspici del G∴L∴D∴F∴, della L∴ La Grande Triade (si capisce subito da dove viene questo titolo), il cui Ven∴ fondatore è il F∴ Ivan Cerf, G∴ Or∴. Si tratta di una L∴ destinata a rimanere molto chiusa (una delle condizioni d’ammissione è una conoscenza sufficiente del mio lavoro) e dove si propone soprattutto di applicare, per quanto possibile, i punti di vista che ho esposto in particolare negli “Aperçus [sur l’Initiation]“. […] Potete immaginare quanto sia felice di questo risultato, che ora mi dà la certezza che il lavoro che ho fatto e al quale ho dedicato tutta la mia vita non andrà perso!” Si accontentava ben di poco l’ispiratore dell’iniziativa a cui aveva dedicato tutta la vita! Purtroppo, questa, come altre esperienze consimili tentate più tardi anche in Italia, si concluse, com’era fatale, con un nulla di fatto. R. Guénon aveva violato il suo saggio proposito di astenersi da indicare una soluzione iniziatica anche per quello che riguardava il taṣawwuf, quando consigliava calorosamente, a chi era incline a quella scelta, di ricevere la bay‘at presso le “ṭuruq” europee, pur essendo pienamente consapevole dell’irregolarità dei due autoproclamati maestri e ben sapendo che nessuna organizzazione islamica avrebbe mai fondato un suo ramo fuori del dār al-islam. Ciò costituì un pericoloso precedente per l’insorgere in Europa di successivi millantati sceicchi e perfino di sceicche![↩]
          20. Non ci si può dilungare sulla presunta infallibilità di Guénon, essendo già stata splendidamente smantellata da Carlo Rocchi in Alātaśānti. L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti, Milano, Ekatos Ed., 2021, pp. 407-411, n. 8.[↩]
          21. Lo stesso R. Guénon affermava in una lettera del 1° novembre 1927: “Sono stato anche informato che [la ṭarīqa ‘Alawiyyah] ha una zawiya a Parigi, in boulevard Saint-Germain, a pochi passi da qui, il che fa temere che diventi troppo aperta e possa quindi essere deviata come molte altre.” In Rivista di Studi Tradizionali, n. 65.[↩]
          22. Altri, appartenenti a una diversa tipologia guénoniana, hanno fatto qualche raro viaggio in terra d’islam per un contatto veloce con un maestro e un rapido ritorno. Tutto ciò è del tutto insufficiente. Si devono passare lunghi periodi frequentando i maestri, riceverne gli insegnamenti e studiare e meditare sotto la loro guida. Fortunatamente ci sono state altre persone più serie che hanno passato lunghi periodi a contatto con shuyūkh e dotti ulamā, fruendo del loro insegnamento. Come è naturale, evitano coscienziosamente di mettersi in mostra per farsi pubblicità, si tengono lontano da polemiche, preferendo condurre una vita riservata per dedicarsi al metodo che è stato loro confidato. Alcuni di questi si sono trasferiti in paesi musulmani. Per tali persone serie il fine è la vera realizzazione spirituale e non la smania di primeggiare su seguaci dalle menti più deboli.[↩]

          8. Saggi sul Vedānta

            Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

            SAGGI SUL VEDĀNTA

            11. Applicazione del metodo. Il jīva e l’Ātman reale

            80. Il jīva, nello stato di mantenimento del mondo, si identifica con varie associazioni condizionanti [upādhi]. La śruti applica il metodo adhyāropāpavāda sovrapponendo qui successivamente la natura dell’Ātman a ciascuna di queste associazioni apparentemente limitanti, al fine di annullare le proprietà dell’Ātman attribuite ad altro da Sé. Questo è definito ‘discriminazione dei cinque involucri’. Gauḍapāda si riferisce a questo metodo in una delle sue Kārikā:

            Il jīva supremo (l’Ātman reale) è il Sé degli involucri come quello fatto di cibo ecc., di cui si tratta a lungo nella Taittirīya Upaniṣad. È l’Uno che abbiamo descritto simile ad ākāśa. (MUGK 3.1)

            81. Dopo il racconto della creazione di ākāśa e degli altri quattro elementi, la Taittirīya Upaniṣad descrive la crescita dell’uomo con la sua associazione condizionante corporea come segue:

            Dalla terra (sono nate) le erbe, dalle erbe il cibo, dal cibo l’uomo. Dunque, quest’uomo è composto dall’essenza del cibo. In lui, questa, come è noto, è la testa; questa è l’ala destra, questa è l’ala sinistra, questo è il sé (la porzione centrale) e questa, la coda, il supporto. (TU II.1).

            Qui l’uomo è chiamato puruṣa perché possiede la testa e le altre membra di cui è composto il suo corpo. Bisogna notare che anche se gli ignoranti prendono questo corpo per il loro sé, tuttavia questo organismo, insieme al Brahman o Ātman, è chiamato dalla śruti annamayātmā (ātman fatto di cibo) per indicare che è lo stesso Brahman che sembra essersi sviluppato in ciò che è conosciuto come uomo. E mentre ci sono innumerevoli creature che sono cresciute allo stesso modo, solo l’uomo vi è menzionato in particolare perché, come osserva Śaṃkara, solo l’uomo è specificamente qualificato a compiere il karma stabilito nello Śāstra e anche a realizzare la sua vera natura acquisendo conoscenza. Solo lui possiede la capacità richiesta dallo Śāstra; solo lui può aspirare al frutto del karma o alla conoscenza. Solo nella sua specie si trovano persone che sono qualificate per eseguire i riti vedici o per dedicarsi a un’indagine dettagliata e diretta sul significato dei testi vedici che insegnano la natura di Brahmātman. Il corpo dell’uomo qui è descritto simbolicamente come se fosse quello d’un uccello; questa è la ragione per l’uso dei termini pakṣa (ala) e puccha (coda).

            82. La crescita dell’uomo è qui descritta volutamente per condurre il cercatore alla sua vera natura di Brahmātman in contrasto con lo śarīrātman per mezzo del metodo dell’adhyāropāpavāda. Il testo successivo della śruti sovrappone quindi la natura di Ātman a un sé condizionato più comprensivo chiamato prāṇamayātman:

            Al di là di questo ātman composto dall’essenza del cibo prima descritto, c’è un altro Ātman più interno composto da prāṇa (o vāyu). Quello (annamayātman) è pervaso da questo (Ātman). Quello ha la forma di puruṣa (corpo umano), mentre questo (prāṇamayātman) è la forma di puruṣa che sta oltre la forma corporea di quello (annamayātman). Di questo (prāṇamayātman), prāṇa è la testa; vyāna è l’ala destra, apāna è l’ala sinistra; ākāśa (cioè samāna) è il sé, la funzione più centrale; (la dea che presiede) la terra è la coda che fa da supporto. (TU II.2).

            83. Prāṇamayātman e gli altri ātman qui di seguito menzionati sono tutti sottili, cioè non percepiti dai sensi e che, quindi, non possono avere una loro forma particolare. Perciò la śruti dice che la loro forma è simile a quella del corpo, e Śaṃkara dà un esempio di ciò paragonandoli ad una statua fatta di rame liquido, sciolto dentro a un crogiolo. Ciascuna delle guaine precedenti, qui enumerate, è riempita da quella successiva proprio come i mantici sono riempiti d’aria.

            Procederemo ora alla descrizione del prossimo involucro, sul quale ancora una volta la śruti sovrappone la natura dell’ātman al fine di smentire che il prāṇamayātman sia l’Ātman essenziale:

            Questo è davvero il sé incorporato in quello precedente (nell’annamayātman). Al di sopra di questo prāṇamayātman, c’è un Ātman più interno, costituito da manas (mente). Questo è pervaso da quell’Ātman. Ora anche questo (Ātman) è della forma del puruṣa (corpo umano). Questo (manomayātman) è della forma di puruṣa al di là della forma corporea di quello (prāṇamayātman). Di questo (manomayātman) Yajus è la testa; Ṛk è l’ala destra; Sāma è l’ala sinistra; ādeśa [le istruzioni rituali] è il sé, vale a dire la parte centrale; (mantra e brāhmaṇa scoperti da) i sacerdoti Atharvāṅgiras sono la coda-supporto. (TU II.3)

            84. Poiché l’involucro fatto di prāṇa degli esseri umani è controllato dalla parte mentale, così è naturale che la mente sia considerata più sottile e pervasiva, vale a dire l’ātman (l’essenza interna) della parte vitale [prāṇomaya]. Ci si potrebbe chiedere come lo Yajus e gli altri mantra siano qui descritti come organi dell’involucro manomaya. Questa difficoltà è ovviata osservando che non è il corpo, la forza vitale o la mente di ogni singolo uomo che qui vengono descritti. È il corpo universale e gli altri corpi che qui sono enumerati in successione. Così l’annamayātman è Virāṭ e il prāṇamayātman è il sutrātman ed è per questo che, alla fine di ogni descrizione, la śruti si riferisce al corpo cosmico dell’Ātman. “Coloro che meditano sul cibo come Brahman ottengono davvero tutto il cibo,” (TU II.2), “Coloro che meditano sul prāṇa come Brahman raggiungono la piena durata della vita” (TU II.3). Allo stesso modo, essendo manomayātman Hiraṇyagarbha o Vedātman (Ātman condizionato da manas in forma dei Veda), quella sua guaina è giustamente descritta come costituita da Yajus ecc.

            85. Prima di procedere, deve essere risolto un altro punto di apparente difficoltà. In ognuna di queste descrizioni, il kośa (guaina) successivo è descritto come Sé del kośa precedente. Questa interpretazione è in accordo con il Taittirīya Upaniṣad Bhāṣya. Sūreśvara offre un’interpretazione diversa. La sua interpretazione sembra più plausibile, perché così le due frasi vengono tradotte più fedelmente, ossia: “L’Ātman che risiede in questo involucro è lo stesso Ātman dell’involucro precedente”. Da questa interpretazione ne deriva che uno stesso Brahman sarebbe il Sé in annamaya, prāṇamaya, manomaya e negli altri involucri; e questo è del tutto in consonanza con la frase di apertura: “Da questo (Brahman, che è il) Sé (di tutti), è nato ākāśa”. La conclusione che Brahman è l’Ātman di tutti ribadisce, quindi, solo ciò che è stato detto all’inizio. A pensarci bene, tuttavia, siamo più propensi a schierarci con l’autore del Bhāṣya; perché qui non è perseguito lo scopo di confermare un’affermazione dogmatica della śruti. La śruti mira a utilizzare il metodo adhyāropāpavāda a ogni passaggio. L’identificazione dell’Ātman con il corpo viene prima scartata sovrapponendo la natura dell’Ātman al prāṇamaya, e poi anche questo viene annullato da un’ulteriore sovrapposizione della natura dell’Ātman al manomaya e così via, fino a raggiungere Brahman, il vero Ātman più profondo. Perciò è meglio prendere l’espressione eṣa eva śarīra ātma come equivalente a “questo manomaya stesso è l’Ātman del precedente prāṇamaya”. Questa interpretazione ha anche il supporto della grammatica, poiché la parola eṣaḥ si riferisce all’antecedente più prossimo, ed è preferibilmente interpretata come riferita a manomaya piuttosto che alla parola Brahman più lontana.

            86. Non ci soffermeremo1 a considerare l’elaborata descrizione del vijñānamayātman e dell’ānandamayātman. Basti dire che anch’essi si riferiscono ai kośa universali, associazioni condizionanti che fanno apparire l’Ātman come fosse Hiraṇyagarbha, ognuno di essi insegnato per sovrapposizione come l’ātman del precedente. Ciò che è più pertinente alla presente discussione, è che in questa Upaniṣad annamaya, prāṇamaya, manomaya, vijñānamaya e ānandamaya sono i cinque kośa (o guaine), ognuno dei quali è considerato, in successione, come Ātman per sovrapposizione2, solo per condurre il cercatore al vero Ātman o Brahman.

            87. Per il lettore attento sarebbe di un certo interesse ricordare che nella descrizione di ognuno di questi kośa, il Cibo universale, l’Energia vitale [universale], la Mente [universale] ecc.3, è celebrato come produttore, di volta in volta, di annamayakośa, prāṇomayakośa ecc. È forse a conferma di questo che il dialogo tra Bhṛgu e suo padre Varuṇa è riportato dall’Upaniṣad [nella terza parte della Taittirīya Upaniṣad intitolata Bhṛgu Vallī], dove Bhṛgu, dopo una profonda contemplazione, comprende che il Cibo (ossia, Ātman come condizionato dall’associazione con quel nome), ecc. [in realtà] è Brahman per poi arrivare alla conclusione che Ānanda, la Beatitudine assoluta, è l’unico vero Brahman. Solo che lì, la natura di Brahman come causa dell’origine, del sostentamento e della dissoluzione del mondo è sovrapposta al Cibo cosmico ecc., mentre in questa [seconda parte intitolata] Brahamānanda Vallī, la nozione di Ātman viene esaminata fino a culminare nella nozione di Brahman che è la coda- supporto di ānandamayātman. Il risultato di questa indagine è così espresso nel mantra:

            Chi conosce la Beatitudine del Brahman, da cui (tutte) le parole insieme alla mente ritornano senza raggiungerlo, non ha paura di nulla. (TU II.9)

            Qui Ānanda (Beatitudine) non deve essere interpretato come una qualche proprietà appartenente al Brahman4. È Brahman stesso, l’Ātman di tutti.

            Quindi, è Brahman o l’Ātman che è Pura Beatitudine a essere scoperto per mezzo delle due fasi del metodo [adhyāropa e apavāda].


            1. Il lettore interessato a maggiori dettagli sull’argomento potrà fare riferimento al Bhāṣyārtha Vimarśinī sul Taittrīya Bhāṣya dello stesso autore.[↩]
            2. Oppure potremmo dire [assieme a Sūreśvara,] che l’Ātman, condizionato da ciascuna di queste guaine, è detto come se fosse il vero Ātman.[↩]
            3. Ossia i vari aspetti proiettati su Hiraṇyagarbha in quanto creatore degli oggetti ed esseri del mondo [N.d.C.].[↩]
            4. Ciò significa che non si deve confondere Ānanda assoluto con l’ānandamayakośa, che è l’involucro fatto di fruizione (bhoga), in cui l’individuo gode (o subisce) dei risultati delle azioni compiute (karma phala) [N.d.C.].[↩]