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46. Dante: la Divina Commedia

    Dante: la Divina Commedia

    O voi ch’avete l’intelletti sani
    mirate la dottrina che s’asconde.
    sotto ‘l velame de li versi strani.
    (Inferno, IX. 61-63)

    A conclusione della Vita Nova, Dante annunciava di aver raggiunto la “mirabile visione”. In quel libro aveva descritto la sua vicenda interiore, a partire dalla rinascita iniziatica alle esperienze interiori sempre più elevate, cadenzate da periodi rappresentati simbolicamente dal numero nove, fino alla realizzazione effettiva del grado di maestro perfetto. La “mirabile visione” corrisponde, invece, alla universalizzazione di questa perfezione individuale. La Commedia1 descrive questa universalizzazione che conduce il Poeta non soltanto a “indiarsi”, com’egli scrive, ma anche a tornare sulla terra degli uomini (sskrt. mānuṣa loka) con una missione di restaurazione dell’ordine in Occidente. Infatti la Divina Commedia è tutta intessuta da ricorrenti allusioni alla Croce, simbolo dell’Autorità Spirituale (sskrt. brāhma), e all’Aquila, simbolo del Potere Temporale (sskrt. kṣātra)2. Nel medioevo, la prima era rappresentata dalla Chiesa e la seconda dall’Impero. Tuttavia, il papato da alcuni secoli aveva usurpato l’autorità della Chiesa, che, dopo aver rivolto la sua attenzione al potere terreno, aveva perduto la conoscenza sacra e l’iniziazione monastica.​ Aveva perfino perso progressivamente l’interesse per la teologia, trasformata sempre più in una filosofia razionalistica, trascurando anche la semplice conduzione delle anime verso la salvezza postuma. L’unico scopo evidente del papato era quello si soppiantare l’Impero nella conduzione delle cose temporali della cristianità. L’Impero era rimasto indebolito dalla sovversione capeggiata dal papato e dalle tendenze centrifughe di molti regni e principati, prima fra tutti la Francia. L’Impero conservava un rapporto diretto con le iniziazioni cavalleresche e artigiane, ma pagava un grave prezzo per la sua formale lealtà nei confronti dell’Autorità Spirituale, sebbene questa ne fosse indegna e completamente profana. Anche l’Ordine del Tempio, che rappresentava il collegamento iniziatico tra Chiesa e Impero, ne aveva risentito, trovandosi a dover ubbidire al papato, che gli diventava sempre più ostile. Anche i suoi rapporti iniziatici con l’Impero, erano complicati dalle continue scomuniche a scopo politico inflitte agli Imperatori. Questa posizione in bilico dei Templari spiega anche il loro indebolimento spirituale e militare. L’élite templare, rappresentata dalla Fede Santa, rimaneva l’unico baluardo intellettuale per le vie iniziatiche della cristianità. Tuttavia la continua minaccia di persecuzioni stava spingendo i Fedeli d’Amore ad assumere posizioni sempre più critiche nei confronti dell’Autorità Spirituale, erroneamente identificata con il papato corrotto (Morte Villana)3.​
    Questo non era ciò che Dante, Imperator dell’esoterismo cattolico, dall’alto della sua sapienza, considerava essere la soluzione alla grave crisi della tradizione occidentale. Il suo disegno o, meglio, la sua missione, lo spingeva a una azione di riparazione da effettuare in due tempi: in primis restaurare la potenza e il prestigio dell’Impero, stroncando le pretese al dominio temporale perseguito dal papato4;​riportare nei loro confini naturali le ambizioni indipendentiste dei Re nazionali; restaurare i legittimi governi aristocratici nelle città e nelle ville, sottraendo queste ultime alle avide e invadenti amministrazioni della nascente borghesia. In seguito, una volta realizzato questo progetto, sarebbe stato compito della Fede Santa riempire il vuoto spirituale installato nel cuore della Chiesa. Per essere precisi, Dante era pronto a trasmettere la sua Santa Sapienza (Beatrice) alle gerarchie ecclesiastiche al fine di raddrizzare la Chiesa. Così avrebbe restaurato un’autentica Autorità Spirituale al posto di quella forma priva di contenuto a cui s’era ridotta la Chiesa, da cui si poteva produrre ogni deviazione. Se alcuni Fedeli d’Amore di scarsa comprensione non avessero inteso seguirlo in questa impresa, egli era pronto a “fare parte per se stesso” e proseguire da solo5. Per l’attuazione del piano divino, era però necessario indentificare un principe che avesse potesse seguire le direttive di questo sacro progetto e che avesse, al tempo stesso, il potere necessario per agire. Questo personaggio si presentò nella persona dell’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo. Si era perciò trovato l’Imperatore che avrebbe potuto attuare i disegni dell’Imperator Dante. Illustreremo le vicende storiche di questa impresa nel capitolo seguente.​
    A differenza della Vita Nova, che narrava la sola realizzazione personale (sskrt. ādhyātmika kṣetra) del Poeta, la Commedia descriveva le possibili ricadute della sua esperienza interiore sull’ambiente umano (sskrt. ādhibhautika kṣetra) e divino (sskrt. ādhidaivika kṣetra). Perciò non si trattava più del racconto delle tappe spirituali a partire dall’iniziazione ricevuta dal maestro Guido Cavalcanti, fino al suo compimento; qui lo stesso percorso è stato esposto come una chiamata a una missione.​
    Per questo motivo nella Commedia l’iniziazione di Dante e l’intero suo sentiero interiore era rappresentato come l’effetto di una volontà divina. Questa gli aveva predisposto i mezzi per raggiungere Dio (indiarsi) affinché, in seguito, egli potesse operare il raddrizzamento della Tradizione in Occidente. In questa prospettiva universale Dante abbandonò del tutto lo stereotipato e artificioso stile trovadorico del gergo (trobar cloz), per usare il vero simbolismo tradizionale. È quanto il Poeta definì “dolce stil novo”. Non è nostra intenzione condensare in poche righe un poema così vasto, complesso e articolato. Ci limiteremo a darne una breve sintesi sottolineando i punti più salienti.​
    Arrivato a metà della durata della vita, a trentacinque anni6, Dante si era smarrito nella selva oscura della vita profana. Non riusciva a uscirne perché gli sbarravano il passo una lonza, un leone e una lupa, che rappresentano incontinenza (avidità), matta bestialità (violenza) e frode (malafede), cause di ogni altro peccato7. La lupa famelica, particolarmente, si dimostrava aggressiva. In quel mentre gli apparve Virgilio, il grande poeta latino del circolo augusteo, rappresentante dell’iniziazione imperiale romana, tramandatasi fino a Dante tramite il Sacro Romano Impero.​
    Virgilio si proponeva di condurre in salvo Dante. Tuttavia questo percorso doveva comprendere una discesa all’inferno e, poi, una risalita lungo la montagna cosmica del Purgatorio, fino a raggiungere il più alto dei cieli (sskrt. Brahmaloka). Questo “lungo andare” era obbligato, perché ancora non era sceso dal cielo il Veltro8 che avrebbe cacciato all’inferno la lupa e aperto un “breve andare”, una via diretta, per andare direttamente in paradiso.
    Protestandosi indegno di tanto onore, Dante ribatté dicendo che in cielo da vivi erano andati personaggi ben più importanti di lui: Enea, progenitore della Roma imperiale, e San Paolo, fondatore della Chiesa di Cristo9.​ La risposta di Virgilio è più che sorprendente: Dante era altrettanto degno di compiere il viaggio ultraterreno. Per volontà di Dio, la Vergine Maria aveva incaricato S. Lucia di fare in modo che Dante potesse uscire dalla selva oscura per salire al più alto dei cieli dopo aver attraversato gli inferni, il purgatorio e il paradiso terrestre.​ A sua volta Lucia10 aveva delegato a Beatrice questa missione e quest’ultima, la Santa Sapienza, aveva incaricato Virgilio di fare da maestro e da guida al poeta. Dante ancora non era consapevole11 di essere destinato all’altissima missione di riportare all’umanità il significato della sua “mirabile visione”. Per questa ragione non si rese conto d’essere egli stesso il Veltro, di cui parlava Virgilio, che dal cielo doveva ritornare in terra per ricacciare la lupa all’inferno. Questa missione di cui Dante sarebbe stato incaricato è confermata in altri due passaggi della Divina Commedia.
    La seconda conferma proviene da Beatrice quando incontrò Dante nel Paradiso Terrestre: ella preannunciò la venuta di un inviato divino, il cui nome sarebbe stato “cinquecento, dieci e cinque”, ossia, in numeri romani, D X V. La terza conferma è pronunciata da Cacciaguida, trisavolo di Dante, cavaliere morto in Terrasanta durante la seconda crociata12. Egli affermava che quel personaggio, del tutto distaccato da brame di potere e ricchezza, sarebbe vissuto alla corte di Cangrande13. Tuttavia, la grandezza della sua missione non era ancora evidente in quell’anno 1300, perché costui era entrato in una nuova fase della vita (o vita nova) da soli nove anni14. Cacciaguida, inoltre fornì a Dante una ulteriore informazione riguardante la sua famiglia: Il nome Alighieri15, che poi avrebbe soppiantato l’antico cognome della famiglia di Dante, vale a dire Elisei, proveniva dal cognome Allighieri, dell’illustre famiglia di sua moglie. Costei era originaria di Val di Pado, presso Ferrara16, che rimaneva esattamente a metà strada tra Feltre e Montefeltro. Ecco, dunque, spiegato perché Virgilio avesse affermato che il Veltro era originario di un luogo situato tra Feltro e Feltro. Inoltre, tutte queste informazioni17 ci danno la chiave per interpretare correttamente l’acronimo latino DXV come Dantes Xsti Veltris 18, Dante Veltro di Cristo. Alcuni potranno chiedersi come mai così alta missione non abbia prodotto alcun risultato. Anzi, storicamente pare essere stato un vero fallimento. In realtà il legato di Dante all’umanità occidentale rimane come un monumento unico per elevatezza e la sua carica spirituale non è affatto esaurita e ha assunto nel tempo una sempre maggiore rilevanza escatologica. Non fosse così, tutti gli inviati di Dio fra gli uomini dovrebbero essere ugualmente sconfessati come fallimentari, non essendo riusciti finora a conquistare l’umanità intera e a instaurare il promesso regno permanente di pace e giustizia.​
    Non entreremo nella narrazione dettagliata della Commedia: l’argomento è ben noto e la sua lettura alla portata di tutti. Inoltre la descrizione della sua cosmologia spazio-temporale e degli eventi riportati sarebbe così complessa da risultare impossibile da coprire in poche righe. La prima parte del tragitto consiste nel passaggio attraverso l’Inferno. Per gli esteriori questo è il luogo di pena dei dannati; ma per chi sta compiendo la discesa agli inferi nel corso della vita, l’Inferno è la vita profana, che si deve superare tramite l’iniziazione. Per questa ragione nell’inferno sono già collocati alcuni che all’epoca di Dante erano ancora vivi, tra cui molti Re e papi. In questo caso la discesa agli inferi corrisponde alla presa di coscienza delle colpe e delle motivazioni che spingono al peccato (sskrt. saṅcita karma). Se le motivazioni sono sintetizzate in incontinenza, matta bestialità e frode, le azioni corrispondenti si articolano nei peccati di Lussuria, Gola, Avarizia-Prodigalità, Ira-Accidia, Eresia, Violenza e Frode19.
    I fraudolenti più gravi sono i traditori dell’Impero e della Religione. Nel fondo dell’Inferno, al centro della Terra, è confitto Lucifero, scaraventato lì dall’alto dei cieli per il suo peccato di ribellione a Dio.
    Lucifero ha tre volti. Nelle due bocche di destra e di sinistra sono perennemente masticati Bruto e Cassio20, traditori dell’Impero. Nella bocca centrale è divorato Giuda, traditore della Religione21. Arrampicandosi sul corpo gigantesco di Lucifero, Dante e Virgilio dal centro della terra risalirono per un cunicolo fino all’isola del Purgatorio, situata nell’oceano dell’emisfero meridionale.​
    Da lì i due poeti scalarono la montagna cosmica del Purgatorio, sulla cui vetta si trova il Paradiso terrestre. Il Purgatorio è luogo di espiazione composto da sette cornici22. Alla sua entrata, un angelo incise sulla fronte di Dante sette P (peccati). Ogni volta che Dante superava una cornice una P gli era cancellata dalla fronte. Si tratta in tutta evidenza di un percorso di purificazione mentale che dà come risultato la restaurazione dello stato primordiale, quello in cui si trovava Adamo prima del peccato. Arrivato nel Paradiso terrestre, dopo aver bevuto l’acqua dell’oblio del peccato, Dante vi trovò ad aspettarlo Beatrice, mentre Virgilio, il maestro umano, discretamente si faceva da parte.
    Beatrice, non più persona umana (sskrt. amānava puruṣa), da questo momento, lasciando la Terra, condusse il Poeta attraverso i cieli verso l’Empireo o Paradiso Celeste23. I cieli (sskrt. loka o svarga) da attraversare sono nove, rappresentati dai sette pianeti, dalle sette virtù24 e retti dalle diverse gerarchie angeliche25, a cui s’aggiungono il cielo delle stelle fisse e, come nono, il cristallino o Primo Mobile.
    Man mano che Dante saliva, incontrava con anime sempre più contemplative da cui fu istruito su dottrine di continuo più elevate. Superato il limite estremo del Primo Mobile, la prospettiva si rovescia. La Terra, invece di essere al centro del sistema tolemaico, diventa l’estrema periferia, mentre i cieli si fanno sempre più spirituali man mano che si procede verso il centro. L’intera manifestazione universale allora appare come una “Candida Rosa”26, che ha al suo centro la presenza misteriosa di Dio. Dante avrebbe voluto chiedere spiegazioni a Beatrice, ma anche costei era silenziosamente scomparsa, sostituita da San Bernardo, l’ultimo monaco contemplativo della tradizione latina, patrono dell’Ordine del Tempio.​
    Fu San Bernardo a condurre Dante verso la visione finale per “indiarsi”. Il Poeta osservò la divinità che pareva formata da tre cerchi di colori diversi, ma coincidenti. E uno di quei cerchi misteriosamente pareva avere forma umana, in cui Dante si riconobbe. La mente però non riusciva a comprendere come ciò potesse essere. Parrebbe che Dante non riuscisse a far quadrare il circolo di questa visione, quando, all’improvviso, la mente rimase folgorata: l’intuizione della realtà divina superò ogni capacità di immaginazione e di descrizione. Dopo di questa suprema visione riapparvero desiderio e volontà, ma questa volta non erano più dell’individuo-Dante, ma quelli di Amore “che move il sole e le altre stelle”27.​ L’universalizzazione si era realizzata. Ora Dante poteva intraprendere la sua missione ritornando nel mondo degli uomini.

    Maria Chiara de’ Fenzi

    1. Dante aveva chiamato la sua opera maggiore Commedia richiamandosi al significato classico di quel termine. Con “commedia” si intendeva una narrazione che, partendo da una situazione negativa, nel finale raggiungeva un esito felice. “Commedia” si contrapponeva a “tragedia”, che trattava di una vicenda iniziata bene ma conclusasi “tragicamente”. E quale esito migliore di quello di diventare Uomo Universale? Tuttavia, per comprendere l’eccezionalità della realizzazione di Dante, c’è da aggiungere, che la sua universalizzazione avvenne in vita, come si vedrà di seguito. Ciò mette in luce le sue eccezionali qualifiche, poiché una via di conoscenza non suprema conduce di regola all’universalizzazione soltanto dopo la morte.[↩]
    2. Luigi Valli, Il segreto della Croce e dell’Aquila, nella Divina commedia, Bologna, Zanichelli, 1922.[↩]
    3. In realtà la Chiesa corrotta era il risultato d’una usurpazione. Dante perciò saggiamente distingue il principio dell’Autorità spirituale dalla sua degenerazione storica. La confusione tra le due è dunque un errore di valutazione; quello stesso che si è verificato nel corso del XVIII secolo, quando la Libera Muratoria, messa alle strette dalle due scomuniche papali, reagì assumendo una posizione sempre più laica e antireligiosa.[↩]
    4. Bonifacio VIII nella bolla Unam Sanctam (1302 A.D.) osò affermare che la dignità imperiale era prerogativa del papa, il quale delegava parte del suo potere ai vari sovrani. Tra cui l’Imperatore stesso! Con ciò non riconosceva più la trasmissione imperiale dai Cesari romani, confondendola fraudolentemente con quella religiosa apostolica.[↩]
    5. Molti Fedeli d’Amore non compresero gli scopi così elevati di Dante. Ritennero che aveva abbandonato la Fede Santa per perseguire fama tra i potenti dell’epoca o per ingraziarsi la Chiesa di Roma. Tra questi va ricordato anche Cino da Pistoia, uno tra i più intimi amici del Poeta. Cino rimproverò Dante di aver fatto di Beatrice la figura della sua propria Sapienza, mentre, a suo parere, era invece la conoscenza comune a tutti i Fedeli d’Amore.[↩]
    6. La durata simbolica della vita, settanta anni, è riassunta nei sette giorni del viaggio ultraterreno del Poeta, dall’entrata nell’inferno alla visione di Dio in Paradiso. La numerologia pitagorica fa coincidere il viaggio iniziatico con il 1300 A.D. Quell’anno cadeva alla metà del ciclo biblico di 13.000 anni, cioè al 6.500 dalla creazione del mondo. A sua volta il ciclo biblico corrisponde a una semi-precessione degli equinozi. Così Dante rende la propria esperienza interiore un evento cosmico di portata universale. Paolo Vinassa de Regny, Dante e il simbolismo pitagorico, Genova, F.lli Melita ed., 1988 (I ed. 1956).[↩]
    7. L’inferno è diviso in tre parti sotterranee sempre più profonde, che corrispondono, appunto a avidità, violenza e frode.[↩]
    8. Veloce cane da caccia, usato soprattutto contro prede maggiori, come l’orso e il lupo. La maggior parte dei commentatori, ingannati dalla facile assimilazione, hanno identificato questo misterioso personaggio con Cangrande della Scala, Vicario imperiale per l’Italia. Vedremo subito che non è così.[↩]
    9. Per la verità la tradizione occidentale aveva conosciuto diversi altri personaggi che erano scesi agli inferni per poi salire al cielo da vivi. Tra essi ricordiamo Orfeo, Teseo, Ercole, Odisseo, San Patrizio, San Brandano, il cavaliere Tungdalo e il monaco benedettino Alberico da Settefrati. Ma per Dante, i più importanti erano Enea e S. Paolo per le due sacre istituzioni che avevano fondato.[↩]
    10. La festa di Santa Lucia cade il 13 dicembre, in cui la luce solare è avviluppata nella lunga notte solstiziale, preannunciando così il natale della luce solare, il Cristo. Santa Lucia rappresenta il principio che conduce all’illuminazione. È la potenza che innalza la mente per attraversare il mondo dell’azione e condurre verso i cieli. Per questa ragione Lucia rappresenta la sapienza imperiale. È sotto forma di aquila, infatti, che porta in volo Dante all’ingresso del purgatorio. Si noti l’alternanza delle deleghe nella volontà divina: la Madonna, sapienza contemplativa, Lucia, sapienza attiva, Beatrice, sapienza contemplativa, Virgilio, sapienza attiva.[↩]
    11. Come avviene in tutte le Tradizioni, i “missionati” (sskrt. adhikārin) acquistano consapevolezza della loro funzione cosmica solamente a una certa età, nel mezzo del cammino della vita, quando recuperano le conoscenze innate (sskrt. vāsanā).[↩]
    12. In gioventù, anche Dante aveva partecipato da cavaliere a diversi fatti d’armi, come, per esempio, la Battaglia di Campaldino (1289).[↩]
    13. Dante fu esiliato da Firenze per pressione papale. Egli trovò ospitalità presso i marchesi Malaspina, i da Polenta, signori di Ravenna, e i della Scala, signori di Verona.[↩]
    14. La “morte iniziatica” di Beatrice, ovvero dello stesso Dante, secondo i calcoli dei dantisti, era avvenuta proprio nel 1291. Tuttavia Benini acutamente fa notare che Cacciaguida parla di dieci anni del pianeta Marte. Il che corrisponde a 16 anni, 11 mesi e 3 giorni di tempo terrestre. Perciò tale datazione corrisponde al maggio del 1283, quando iniziò la Vita Nova del Poeta. Quindi, il “missionato novenne” del 1300 non era nessun altri che Dante. Rodolfo Benini, Dante tra gli splendori de’ suoi enigmi risolti, Roma, A. Sampaolesi ed., 1919, pp. 154-158.[↩]
    15. Il padre e il bisnonno di Dante si erano chiamati entrambi Alighiero di nome.[↩]
    16. Gli Allighieri erano da tempo immemorabile annoverati tra le famiglie patrizie di Ferrara. Pio Rajna, “Il casato di Dante”, Studi danteschi, Firenze, Sansoni, 1921, pp. 59-88.[↩]
    17. I dantisti non sono mai riusciti a comprendere il significato delle cosiddette tre profezie della Divina Commedia. Infatti non le hanno mai collegate tra loro in un unico senso tematico. Tuttavia Dante, tramite il simbolismo numerico, le ha ben unite. Del Veltro si parla nei versi 101-102 dall’inizio dell’Inferno; del DXV si tratta nei versi 101-102 dalla fine del Purgatorio; le rivelazioni di Cacciaguida stanno esattamente nel mezzo del Paradiso, tra il verso 2372 dall’inizio e il 2372 dalla fine della cantica. Benini, cit. p. 138.[↩]
    18. Dove Xsti sta paleograficamente per Christi.[↩]
    19. Giovanni Pascoli, Minerva Oscura, Livorno, Raff. Giusti ed., 1898, pp. 18-53.[↩]
    20. Gli assassini di Giulio Cesare.[↩]
    21. Recentemente gli esponenti più in vista del Vaticano stanno tentando di riabilitare Giuda nel desiderio di assolversi, avendo oscuramente consapevolezza di condividere con quel traditore il medesimo peccato.[↩]
    22. L’esistenza del purgatorio era stata proclamata durante il concilio di Lione (1272). Tuttavia il cattolicesimo deve a Dante la sua formulazione finale. L’assenza di purgatorio nella concezione islamica indebolisce di molto la teoria delle origini dell’aldilà dantesco da fonti ispano-moresche proposte da Asin Palacios e da Cerulli. Tuttavia non la cancella del tutto: infatti ci sono diverse convergenze tra la Commedia e il racconto del Mir‛aj di Maometto. D’altra parte l’ignoranza dell’arabo e del greco da parte di Dante e dei suoi contemporanei riposa senza alcuna prova, esclusivamente sul pregiudizio illuministico nei confronti del Medioevo.[↩]
    23. I paradisi, dunque, sono due, il terrestre e il celeste. Il primo sta all’apice del mondo terreno, il secondo, chiamato anche Empireo, infuocato (sskrt. taijasa), sta al di là di tutti i cieli. I due paradisi sono accomunati dal simbolismo vegetale. Il Paradiso terrestre è un giardino, quello celeste una Candida Rosa. I cieli sono luoghi di fruizione per i salvati, mentre che i Paradisi si ottengono per via iniziatica. Non per nulla sono accessibili in vita. Ignorando totalmente cosa sia l’iniziazione, i teologi hanno sempre confuso cieli e Paradisi come fossero la stessa cosa.[↩]
    24. Le virtù che dipendono ancora dall’azione sono: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Le virtù contemplative sono fede, speranza e carità.[↩]
    25. Dal basso in alto: angeli, arcangeli, principati, potenze, virtù, dominazioni, teroni e, nelle stelle fisse e nel cristallino, cherubini e serafini. Corrispondono alle divinità dell’Induismo che reggono i loka.[↩]
    26. Si noti la terminologia caratteristica dei Fedeli d’Amore. Ma questa Rosa o Biancofiore supera di molto il significato che le era attribuita nella via cavalleresca dei trovatori.[↩]
    27. Ultimo verso della Commedia.[↩]

    46. Dante’s Divine Comedy

      Dante’s Divine Comedy

      O you possessed of sturdy intellects,
      observe the teaching that is hidden here
      beneath the veil of verses so obscure
      (Inferno, IX. 61-63)

      ​

      At the end of The New Life, Dante declared that he had reached the “admirable vision”. That work is the account of his inner journey, starting from the initiatic rebirth to the ever higher inner experiences, cadenced by periods symbolically represented by the number nine, up to the actual realization of the level of perfect master. On the other hand, the “admirable vision” corresponds to the universalization of such individual perfection. Dante’s Comedy 1 describes this universalization that leads the Poet not only to “indiarsi” (in Italian: to become one with God), as he writes, but also to return to the earth of men (sskrt. mānuṣa loka) with a mission to restore order in the West. In fact, the Divine Comedy is entirely woven by recurrent allusions to the Cross, symbol of Spiritual Authority (sskrt. brāhma), and to the Eagle, symbol of Temporal Power (sskrt. kṣātra) 2. In the Western Middle Ages, the former was represented by the Church and the latter by the Empire. However, it was already for several centuries that the papacy had usurped the authority of the Church, which, after turning its attention to earthly power, had lost both the sacred knowledge and the monastic initiation.
      It had also gradually lost interest in theology, increasingly transformed into a rationalistic philosophy, neglecting even the simple responsibility of herding the souls towards their posthumous salvation. The only evident purpose of the papacy was to supplant the Empire in the leadership of the temporal things of Christianity. The Empire had been weakened by the subversion carried out by the papacy and the centrifugal tendencies of many kingdoms and princedoms, starting from France. The Empire maintained a direct relationship with chivalric and artisan initiations, but paid a serious price for maintaining its formal loyalty to the Spiritual Authority, although this was already unworthy and completely profane. Even the Order of the Temple, which represented the initiatic link between the Church and the Empire, had been affected, having to religiously obey a papacy that had become increasingly hostile. Even its initiatic relations with the Empire were complicated by the continuous politically motivated excommunications inflicted on the Emperors. This destabilized position of the Templars also explains their spiritual and military weakening. The Templar elite, represented by the Holy Faith, remained the only intellectual bulwark for the initiatic ways of Christianity. However, the constant threat of persecution was pushing the Faithful of Love to take increasingly critical positions towards the Spiritual Authority, which only erroneously was identified with the corrupt papacy (Morte Villana, i.e. Rude Death)3.
      This was not what Dante, Imperator of the Catholic esotericism, from the height of his wisdom considered to be the solution to the serious crisis of the western tradition. His plan, or better his mission, entailed a repair action to be carried out in two stages: firstly, to restore the power and prestige of the Empire, cutting off the claims to the temporal supremacy pursued by the papacy4; to bring the independence ambitions of the national Kings back to their natural borders; to restore the legitimate aristocratic governments in the cities and villas, taking them away from the greedy and intrusive administrations of the nascent bourgeoisie. Secondly, once this part of the project had been carried out, it would have been the responsibility of the Holy Faith to fill the spiritual void left in the heart of the Church. To be precise, Dante was ready to transmit his Holy Wisdom (Beatrice) to the ecclesiastical hierarchies in order to rectify the Church. Thus, he would have restored an authentic Spiritual Authority in place of that form devoid of any content to which the Church had been reduced, which for too long had been breeding ground for all sorts of deviations. If any Faithful of Love with poor understanding did not intend to follow him in this endeavour, he was ready to “be part with himself” and go on alone 5. However, to implement the divine plan, it was first necessary to identify a prince who could follow the directives of this sacred project and who possessed, at the same time, the necessary power to act. This character manifested in the person of Emperor Henry VII of Luxembourg. Thus was found the Emperor able to implement the designs of Dante the Imperator. We will illustrate the historical events of that enterprise in the following chapter.
      Unlike The New Life, which focuses on the Poet’s personal realization (sskrt. adhyātmika kṣetra), the Comedy describes the possible consequences of his internal experience on the human (sskrt. adhibhautika kṣetra) and divine domains (sskrt. adhidaivika kṣetra). Therefore, it was no longer the mere account of his spiritual journey starting from the initiation, received from his master Guido Cavalcanti, to its completion; here the same journey was exposed as a mission call. For this reason, in the Comedy, Dante’s initiation and his entire inner path were represented as the effect of a divine will. This had provided him with the means to reach God (indiarsi, i.e. entering God) so that he later could operate the rectification of the Tradition the West. In this universal perspective, Dante completely abandoned the stereotypical and artificial troubadour style of jargon (trobar cloz) to use true traditional symbolism. This is what the poet called “dolce stil novo” (sweet new style). It is not our intention to condense such a vast, complex and articulated poem into a few lines. We will just give a brief summary underlining the most salient points.
      Midway upon the journey of his life, at the age of thirty-five6, Dante found himself lost in the dark forest of secular life. He could not get out of it because a lynx, a lion and a she-wolf barred his way. The three beasts represented incontinence (greed), mad bestiality (violence) and fraud (bad faith), origins of all other sins7. The ravenous she-wolf, in particular, proved aggressive. At the same time Virgil appeared to him, the great Latin poet of the Augustan circle, representative of the Roman imperial initiation that had been conveyed to Dante through the Holy Roman Empire. Virgil offered to bring Dante to safety. However, this route had to include a descent into hell and then an ascent along the cosmic mountain of Purgatory, until reaching the highest of the heavens (sskrt. Brahmaloka). This “long path” was unavoidable, because the Veltro8 who would have driven the she-wolf to hell, opening thus a “short path” or direct way to Paradise, had not yet descended from heaven.
      Pleading unworthy of such honour, Dante replied that far more important people than him had gone to heaven alive: Aeneas, progenitor of Imperial Rome, and Saint Paul, founder of the Church of Christ9. Virgil’s answer is more than surprising: Dante was equally worthy of making the otherworldly journey. By the will of God, the Virgin Mary had commissioned Saint Lucy to ensure that Dante could get out of the dark forest to climb to the highest heaven after passing through Hell, Purgatory and the terrestrial Paradise. In turn, Lucy10 had delegated this mission to Beatrice, and the latter, the Holy Wisdom, had commissioned Virgil to act as teacher and guide to the poet. Dante was still not aware11 that he was destined for the very high mission of bringing back to humanity the meaning of his “admirable vision”. For this reason, he did not realize that he himself was the Veltro mentioned by Virgil, who from heaven had to return to earth to drive the she-wolf back to hell. The mission Dante was destined to fulfil is confirmed in two other passages of the Divine Comedy.
      The second confirmation comes from Beatrice when she met Dante in the Terrestrial Paradise. She heralded the arrival of a divine envoy, whose name would have been “five hundred, ten and five”, that is, in Roman numerals, D X V. The third confirmation is comes from Cacciaguida, great-great-grandfather of Dante, a knight who died in the Holy Land during the second crusade12. He said that envoy, completely detached from the lust for power and wealth, would have lived at the court of Cangrande della Scala13. However, the magnitude of his mission was not yet evident in that year of 1300 AD, because he had entered a new phase of life (or vita nova) for only nine years14. Cacciaguida also provided Dante with further information regarding his family. The surname Alighieri15, which would later supplant Dante’s original family name, that is Elisei, derives from the surname Allighieri of Cacciaguida’s wife, an illustrious family. She was originally from Val di Pado, near Ferrara16, which remained exactly halfway between Feltre and Montefeltro. Here, then, is explained why Virgil had claimed that the Veltro was originally from a place located between Feltro and Feltro (literally, between Felt and Felt). Furthermore, all this information17 gives us the key to correctly interpret the Latin acronym DXV as Dantes Xsti Veltris18, Dante Veltro of Christ. Some may wonder why such a high mission has not produced any results. Indeed, historically it seems to have been a real failure. In reality, Dante’s legacy to the western world remains as a unique monument owing to his height. Its spiritual content is by no means exhausted and has assumed an ever-greater eschatological relevance over time. If this were not the case, all the envoys of God to mankind should be equally be considered as failures for having fallen short in touching all humankind and in establishing the lasting kingdom of peace and justice as promised.
      We will not enter into the detailed narration of the Comedy. The subject is well known and its reading within everyone’s reach. Furthermore, the description of its space-time cosmology and of the events reported would result so complex as to be impossible to cover in a few lines. The first part of the journey consists in passing through hell. For the uninitiated, this is the place the damned receive their punishment. But for those who are making the descent into hell during the course of their lives, Hell is the secular life, which must be overcome through initiation. This is why several characters who were still alive in Dante’s time are already in hell, including numerous kings and popes. In this case, the descent into hell corresponds to the recognition of the faults and the motivations leading to sin (sskrt. saṃcita karma). If on the one hand the motivations are summarized in incontinence, mad bestiality and fraud, on the other hand the corresponding actions are articulated in the sins of Lust, Gluttony, Avarice-Prodigality, Wrath-Sloth, Heresy, Violence and Fraud19.
      The traitors of the Empire and of Religion are the worst among the fraudulent. Lucifer resides in the depths of hell, at the centre of the Earth, cast out from the heavens and thrown there over his sin of rebellion against God. Lucifer has three faces. In his right and left mouths, the traitors to the Empire Brutus and Cassius20 are constantly chewed by the fallen angel. In the central mouth Judas, the traitor to Religion21, is devoured. Using the gigantic body of Lucifer as a ladder, Dante and Virgil climb up from the centre of the earth through a tunnel to the island-mountain of Purgatory, located in the Ocean of the southern hemisphere. From there the two poets clambered up the cosmic Mount of Purgatory, on whose summit is the Terrestrial Paradise. The Purgatory is a place for atonement made up of seven frames 22. Upon entering, an angel marked Dante’s forehead with seven Ps (sins, in Italian peccati) on. For each of the seven frames passed, a P was erased from his forehead. It is clearly a path of mental purification which results in the restoration of the primordial state, the one in which Adam was before the original sin. Once reached the Terrestrial Paradise, after drinking the water of the oblivion of sin, Dante found himself in front of Beatrice who was waiting for him there. Then Virgil, his first master, discreetly stepped aside.
      From that moment, Beatrice, no longer a human person (sskrt. amānava puruṣa), left the Earth behind, led the Poet through the Heavens to the Empyrean or Celestial Paradise23. There are nine Heavens (sskrt. loka or svarga) to be crossed, named after the seven planets representing the seven virtues24 and governed by different angelic hierarchies25. That of the Fixed Stars is the eighth Heaven. Whereas as ninth is the Crystalline or Primum Mobile. During Dante’s ascent, he met with increasingly contemplative souls who instructed him to continuously higher doctrines. Once crossed the extreme limit of the Primum Mobile, the entire perspective turns upside down. The Earth, instead of being at the centre of the Ptolemaic system, becomes the extreme periphery, and the heavens become more and more spiritual as one proceeds towards the centre. The entire universal manifestation then appears as a “Snow-White Rose”26, which has at its centre the mysterious presence of God. At that point, Dante turned to Beatrice hoping for an explanation, but she had already disappeared in silence, replaced by St. Bernard, the last contemplative monk of the Latin tradition and patron of the Order of the Temple. It was St. Bernard who led Dante towards the final vision to “indiarsi” (in Italian: to become one with God). The poet beheld the divinity which seemed to be made up of three coinciding circles of different colours. One of those circles mysteriously seemed to have human form, in which Dante recognized himself. But his mind was inadequate to understand how this could be. It would seem that Dante was unable to square the circle of this vision, when, suddenly, his mind obtained a dazzling intuition of the divine reality, exceeding any capacity for imagination and description. After this supreme vision, desire and will reappeared, but this time they belonged no longer to Dante the individual, but to the very “Love who moves the sun and the other stars”27. Universalization had taken place. Dante was now ready to undertake his mission by returning to the world of men.

      Maria Chiara de’ Fenzi

      1. Dante called Comedy his opus magnum referring to the classic meaning of this term. By “comedy” it is meant a narrative that, starting from a negative prelude, it reaches a happy outcome in the end. “Comedy” is opposed to “tragedy”, which, differently, is a story that starts well but ends “tragically”. And what better outcome than to become a Universal Man? However, to understand the exceptional nature of Dante’s creation, it must be added that his universalization took place in life, as will be seen below. This highlights his exceptional qualifications, since a path of non-supreme knowledge usually leads to universalization only after death.[↩]
      2. Luigi Valli, Il segreto della Croce e dell’Aquila, nella Divina commedia. Bologna, Zanichelli, 1922.[↩]
      3. In reality, the corrupt Church was the result of a usurpation. Dante, therefore, wisely distinguished the principle of Spiritual Authority from its historical degeneration. The confusion between the two is only an error of estimation; the same that occurred during the 18th century, when the Freemasonry, cornered by the two papal excommunications, reacted by assuming an increasingly secular and anti-religious position.[↩]
      4. Boniface VIII in the Unam Sanctam bull (1302 A.D.) dared to affirm that the imperial dignity was prerogative of the pope, who delegated part of his power to the various sovereigns, including to the Emperor himself! With this act, the pope no longer recognized the imperial transmission from the Roman Caesars, fraudulently confusing it with the apostolic religious one.[↩]
      5. Many Faithfuls of Love did not understand Dante’s high purposes. They believed he had abandoned the Holy Faith to pursue fame among the powerful of the time or to ingratiate himself with the Church of Rome. Among these we find also Cino da Pistoia, one of the Poet’s closest friends. Cino reproached Dante for having made Beatrice the symbol of his own Wisdom, while instead, according to him, she was the knowledge common to all the Faithful of Love.[↩]
      6. The symbolic duration of life, seventy years, is encapsulated in the seven days of the Poet’s otherworldly journey, from entering hell to the vision of God in Paradise. Pythagorean numerology makes his initiatic journey coincide with the 1300 A.D. That year fell halfway through the 13,000 year-long biblical cycle, that is to say 6,500 from the creation of the world. In turn, the biblical cycle corresponds to a half precession of the equinoxes. Thus, Dante renders his inner experience a cosmic event of universal significance. Paolo Vinassa de Regny, Dante e il simbolismo pitagorico, Genova, F.lli Melita ed., 1988 (I ed. 1956).[↩]
      7. Hell is divided into three increasingly deep underground parts, which correspond precisely to greed, violence and fraud.[↩]
      8. A fast and big hound used mainly against larger prey, such as bears and the wolves. Most commentators, deceived by easy assimilation, identified this mysterious character with Cangrande (i.e. “Granddog”) della Scala, Imperial Vicar for Italy. We will immediately see that this is not the case.[↩]
      9. In truth, the western tradition had known several other characters who had descended into hell and then gone up to heaven alive. Among them are Orpheus, Theseus, Hercules, Odysseus, Saint Patrick, Saint Brendan, the knight Tungdalus and the Benedictine monk Albericus da Settefrati. But for Dante, the most important were Aeneas and Saint Paul, on account of the two sacred institutions they had founded.[↩]
      10. Saint Lucy’s Day falls on December 13th, when the sunlight is enveloped in the long solstice night, thus heralding the birth of the sunlight symbolizing the Christ. Saint Lucy (i.e. Holy Light) represents the principle that leads to enlightenment. It is the power that raises the mind to cross the world of action and leads to the heavens. For this reason, Lucy is the symbol of the imperial wisdom. It appears in the form of an eagle that takes Dante on his wings to the entrance of Purgatory. Note the alternation of delegations in the divine will: The Holy Virgin Mary (Madonna, my Lady) or the contemplative wisdom, Lucy or the active wisdom, Beatrice the contemplative wisdom, Virgil the active wisdom.[↩]
      11. As in all traditions, the “missioned” people (sskrt. adhikārin) acquire awareness of their cosmic function only at a certain age, in the mid path of life, when they recover innate knowledge (sskrt. vāsanā).[↩]
      12. In his youth, Dante also participated as a knight in various feats of arms, such as, for example, the Battle of Campaldino (1289).[↩]
      13. Dante was exiled from Florence under papal pressure. He found hospitality with the Marquises Malaspina, the da Polenta, lords of Ravenna and with the della Scala, lords of Verona.[↩]
      14. According to the calculations of the Dantists, the “initiatic death” of Beatrice, viz. of Dante himself, had occurred precisely in the year 1291 AD. However, Benini rightly pointed out that Cacciaguida spoke of the ten years of the planet Mars revolution, corresponding to 16 years, 11 months and 3 days of Earth time. Therefore, this date refers to May 1283, when the Poet’s New Life in fact began. Hence, the “nine years old missioned” of the year 1300 was none other than Dante. Rodolfo Benini, Dante tra gli splendori de’ suoi enigmi risolti, Roma, A. Sampaolesi ed., 1919, pp. 154-158.[↩]
      15. Both Dante’s father and his great-grandfather were called Alighiero by name.[↩]
      16. The Allighieri were from time immemorial numbered among the patrician families of Ferrara. Pio Rajna, “Il casato di Dante”, Studi danteschi, Firenze, Sansoni, 1921, pp. 59-88.[↩]
      17. The Dantists have never been able to understand the meaning of the so-called three prophecies of the Divine Comedy. In fact, they have never linked them together in a single thematic sense. However, Dante, through numerical symbolism, has drawn a clear connection between them. The Veltro is mentioned in verses 101-102 from the beginning of Inferno; DXV is in verses 101-102 from the end of Purgatorio; Cacciaguida’s revelations are exactly in the middle of Paradiso, between verse 2372 from the beginning and the verse 2372 from the end of the cantica. Benini, cit. p. 138.[↩]
      18. Where Xsti stands paleographically for Christi.[↩]
      19. Giovanni Pascoli, Minerva Oscura, Livorno, Raff. Giusti ed., 1898, pp. 18-53.[↩]
      20. The assassins of Julius Caesar.[↩]
      21. Recently, the most prominent exponents of the Vatican are trying to rehabilitate Judah in the hope of absolving themselves, having an ominous awareness of sharing the same guilt with that most traitor.[↩]
      22. The existence of Purgatory was formalized during the council of Lyon (1272). However, Catholicism owes Dante its final formulation. The absence of the Purgatory in the Islamic conception greatly weakens the theory of the origins of Dante’s afterword from possible Hispano-Moorish sources as advanced by Asin Palacios and Cerulli. However, it does not completely dismiss it. In fact, there are several convergences between the Comedy and the account of Muhammad’s Mir‛aj. Indeed, Dante’s and his contemporaries’ alleged ignorance of Arabic and Greek languages is unproven and based exclusively on the prejudice of the Enlightenment against the Middle Ages.[↩]
      23. Two Paradises exist, the Terrestrial and the Celestial. The first is at the summit of the earthly world. The second, also called Empyrean, sits ablaze (sskrt. taijasa) beyond all heavens. Both Paradises share a vegetal symbolism. The Terrestrial Paradise is a garden, the Celestial one a White Rose. The heavens are places of fruition for the saved, whereas the Paradises are obtained through the initiatic way. It is not by chance that these are accessible in life. By totally ignoring what initiation is, catholic theologians have always confused Paradises and heavens as if they were the same thing.[↩]
      24. The virtues still depending on the action are: prudence, justice, fortitude and temperance. Whereas, the contemplative virtues are faith, hope and charity.[↩]
      25. From bottom to top: Angels, Archangels, Principalities, Powers, Virtues, Dominations, Thrones and, in the spheres of the Fixed Stars and in the Crystalline, the Cherubim and the Seraphim. They correspond to the deities of Hinduism who rule the lokas.[↩]
      26. Note the terminology characteristic of the Faithful of Love. However, this Rose or White-Flower far exceeds the meaning attributed to it in the knightly way of the troubadours.[↩]
      27. Last verse of the Comedy.[↩]

      1. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

        Gian Giuseppe Filippi

        Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – I

        ​«Un dubbio si pone a proposito dell’uomo dopo la morte: qualcuno dice: “Esiste”; altri: “Non esiste”»

        (Kaṭha Upaniṣad, I.1.20)

        «Il jīva, sopraffatto dall’irrealtà durante il coma che precede la morte, subisce diverse illusioni a seconda   delle sue diverse azioni passate. Dopo la morte, crede che “Qui c’è il piacevolissimo cielo; ci sono entrato e ora sono un meraviglioso essere celestiale, con tante affascinanti fanciulle celesti al mio servizio; se voglio bere ho il nettare…”. Oppure: “Ecco la regione della morte; ecco il Dio della Morte; questi sono i messaggeri della Morte; Oh! sono così crudeli. Mi trascinano all’inferno!” Ovvero: “Ecco la regione dei pitṛ; o quelli di Brahma, di Viṣṇu, di Śiva” e così via. In tal modo, in accordo con la loro natura e gli effetti del karma passato, proiettano il loro ego sotto forma di illusioni di nascita, morte, passaggio nei cieli, negli inferni o in altre regioni, sovrapponendole al Sé, che rimane sempre l’immutabile Etere di Coscienza. Sono solo illusioni irreali della mente.»

        (Advaita Bodha Dīpikā, 111-113)

        «La meta suprema dell’uomo dipende dalla chiara conoscenza di questo argomento».

        (Kaṭha Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, I.1.20)

        ​

        Prefazione

        Oṃ Śrī Gurubhyo Namaḥ

        Recentemente abbiamo avuto modo di rileggere, a quarantuno anni dalla sua pubblicazione, un nostro breve lavoro giovanile1. Pur riconoscendo in generale a quel saggio un assetto correttamente impiantato, siamo rimasti sorpresi dalle numerose imprecisioni presenti nel testo, per non parlare di alcuni errori dottrinali: pochi, fortunatamente, ma di una certa gravità e passibili di sviluppi devianti. All’epoca in cui lo avevamo scritto, le nostre fonti d’informazione riguardanti il Vedānta śaṃkariano si limitavano all’opera di René Guénon2 e alle traduzioni inglesi dei Bhāṣya di Śaṃkara Bhagavatpāda con testo sanscrito a fronte3. In quel modo era facile verificare la traduzione e, soprattutto, la resa dei concetti attraverso le parole. Le debolezze, che ora riscontriamo, mettono in evidenza tutta l’insufficienza di una preparazione libresca, per quanto approfondita la si possa ritenere. Poiché allora avevamo già da diverso tempo ricevuto una dīkṣā, pensavamo che la prospettiva iniziatica non ci fosse estranea. Tuttavia, non trattandosi d’una iniziazione conferita da una organizzazione advitīya, gli insegnamenti ricevuti riguardavano una conoscenza limitata al non Supremo, condizionando così pesantemente l’interpretazione della dottrina del Vedānta, che pur continuava a essere al centro del nostro interesse conoscitivo (jijñāsā) e del nostro desiderio d’Assoluto (mumukṣā). Dal momento in cui abbiamo potuto considerare la dottrina di Śaṃkarācārya dall’interno, la prospettiva s’è immediatamente corretta con l’assunzione d’un punto d’osservazione, questa volta, puramente metafisico.

        Dopo la recente lettura di cui narravamo all’inizio, abbiamo deciso che sarebbe valsa la pena di rivedere l’intero libello, riscrivendolo completamente, pur mantenendone intatta l’impostazione. Infatti, su questo argomento in Occidente non esiste alcuna trattazione affidabile e, soprattutto, una esposizione chiara. Ora, quello che abbiamo dato alle stampe per Ekatos non è più una metafisica śaṃkariana osservata attraverso le offuscate lenti di una prospettiva non-suprema; si tratta, bensì, partendo da una angolatura dottrinale di puro jṅāna non duale, della descrizione dei destini postumi, soprattutto dei sādhaka delle vie della conoscenza del non-Supremo (aparavidyā), come sono stati delineati nei Bhāṣya di Śaṃkara e che ci sono stati trasmessi oralmente. Ossia si tratta di una indagine metafisica (pāramārthika vicāra) su realtà empiriche (vyāvahārika satya), considerate per quello che sono: semplici immaginazioni illusorie della mente, proiettate come saṃsāra a coprire il sostrato reale (sat āśraya) metafisico. A questo fine, nell’ultima parte, dove si tratta della così chiamata “krama mukti”, ci siamo avvalsi di una nostra traduzione annotata degli ultimi capitoli del Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (IV.3.7-IV.4.22). In questa nuova versione, ci siamo volutamente astenuti dal trattare della vera Liberazione (mukhya mokṣa o jīvan mukti), perché ciò riguarda la Realtà e non l’illusione; perché essa non è un destino o una meta, ma l’eterna reale natura di ogni essere; perché, infine, su tale argomento sono già stati pubblicati, sul nostro Sito Veda Vyāsa Maṇḍala o per i tipi di Ekatos Ed., numerosi lavori nostri e di altri collaboratori, e traduzioni di opere di autentiche autorità della tradizione Advaita.

        Sia, dunque, lode al Guru che sa correggere la conoscenza errata (mithyā jñāna)!

        G.G.F.

        ॐ शान्तिः शान्तिः शान्तिः

        1. La morte e il riavvolgimento dell’individualità

        Quando un uomo muore, la sua parola (vāk4) è riassorbita nel senso interno (manas5), manas in prāṇa6, prāṇa in tejas7 e tejas nella Divinità Suprema (Parasyām Devatām).8

        Al momento della morte, i karmendriya9 e i jñānendriya10, capeggiati dalla parola, si ritirano nel manas abbandonando i rispettivi organi corporei. Ma non è solo l’intera serie degli indriya che si ritira nel senso interno al momento della morte corporea:

        Si deve leggere nel testo, e per lo stesso motivo, che dal momento che la parola (intesa come facoltà e non come parole articolate) si riunisce al manas, allo stesso modo la vista si immerge nel senso interno.11

        Per tale ragione, sebbene l’Upaniṣad menzioni solo la parola, si deve tuttavia interpretare questo ritorno al manas come inerente sia ai karmendriya sia a ai cinque jñānendriya12.
        Occorre anche stabilire in che modo si debba intendere il riassorbimento dei dieci indriya13 nel manas. Śaṃkara si chiede se i dieci indriya rientrino nel manas come effetti che ritornano alla loro causa comune14, oppure se sono solo i loro attributi e funzioni distintivi che vengono riassorbiti dalla mente. La risposta è che sono gli attributi degli indriya a rientrare nel manas: per essere più espliciti, si tratta soltanto della cessazione delle funzioni di indagine verso gli oggetti esterni, nel caso dei jñānendriya, e delle funzioni d’intervento nel mondo (prapañca), nel caso dei karmendriya.
        Del resto, se al momento della morte corporea gli indriya, il manas, il prāṇa, insomma se tutte le componenti sottili dell’individualità rientrassero definitivamente nelle loro rispettive cause materiali, l’aggregato psichico dell’individuo ne sarebbe dissolto. Ciò è del tutto fuori questione nel caso di cui stiamo trattando, non essendo ancora stato oltrepassato il dominio individuale. Infatti:

        Vedāntin: Stando così le cose, affermiamo che solo le funzioni della facoltà della parola [ecc.] si ritirano nella mente. […] Ciò che qui si vuole comunicare è che si tratta della cessazione delle funzioni della facoltà della parola, perché quando queste funzioni della parola s’immergono, quelle della mente continuano a funzionare separatamente. Si conosce questo per mezzo dell’esperienza: infatti, la funzione della parola s’interrompe prima, mentre le funzioni della mente continuano ancora.15

        L’immersione dei dieci indriya nel manas deve, dunque, essere considerata come una ‘associazione’ (saṃbhava) che comporta fusione ma non confusione, poiché si mantiene la distinzione dei suoi componenti16. La śruti descrive l’associazione delle facoltà con il manas nel modo che segue:

        Come i vassalli, gli scudieri, i capi dei villaggi si radunano intorno a un Re che sta per partire, del pari, al momento della morte quando s’esala l’ultimo respiro, tutti i prāṇa17 si affolleranno attorno a questo Ātmān18.

        Quando questo ātmān19 diventa debole e sta per venir meno, allora tutti i prāṇa vengono a lui: accogliendo in sé tutte queste particelle di luce (tejas), si ritira verso il cuore. Quando la divinità che presiede la facoltà della vista vi rientra, l’uomo non può più percepire i colori. I prāṇa essendosi così riavvolti, si dice che egli non vede, non sente, non gusta, non parla, non ascolta, non pensa, non tocca, non conosce…20

        Come gli indriya si riassorbono nel manas senza dissolversi in esso, allo stesso modo manas si ritira nel prāṇa e il prāṇa nel jīvātman, l’anima individuale: “Il prāṇa si riassorbe nell’entità reggente (l’intera individualità) […]”21. Il prāṇa non convoglia nel jīvātman soltanto le facoltà individuali. Nel suo commento Śaṃkara aggiunge:

        Quello, il prāṇa che qui stiamo considerando, si colloca nell’entità reggente, vale a dire nel jīvātman, dotato d’intelletto, d’ignoranza, di karma e di esperienze passate come aggiunte limitanti (vāsana). Vale a dire che le attività del prāṇa gli rimangono totalmente associate.22

        Tutte queste attribuzioni limitanti (vāsanā e saṃskāra), effetti di esperienze, conoscenze e azioni compiute in vita, rimangono associate al jīvātman, costituendo in questo modo le cause seminali (bīja) per una nuova nascita23.

        Come dichiarano le śruti, il jīva allora si stabilisce tra gli elementi [sottili, i taṅmātra].24

        Quest’ultima tappa, il passaggio del jīvātman ai taṅmātra, corrisponde al momento preciso della morte; e siccome il jīvātmā è il calore vitale (taijasa), il suo passaggio a un corpo psichico (sukṣma śarīra), composto dagli elementi sottili, comporta, come segno esteriore, il raffreddamento del corpo grosso.

        Questo riassorbimento, o questo abbandono della forma grossolana, è del resto comune all’ignorante come al saggio, ma solo fino a che non intraprenderanno le loro rispettive vie.25

        È infatti al momento preciso della morte che si configurano due destini differenti. Occorre dunque spiegare cosa s’intende con le due parole “ignorante” (avidvas) e “saggio” (vidvas). L’ignorante, in questo contesto, non è affatto un profano (adīkṣita), ma un iniziato (sādhaka) che ha intrapreso la Via (mārga). Si deve pertanto interpretare “ignorante” in un senso tecnico, per indicare colui che non è ancora diventato sapiente. Ignorante è, dunque, chi ancora non conosce. Può trattarsi ugualmente di uno yogin, ma nel senso di qualcuno che sta seguendo una disciplina per purificare la mente, senza aver ancora esaurito tale percorso26.

        “Ora, o migliore dei Bharata, ti dirò quando gli yogin morti ritornano e quando non ritornano più”.27

        Questo passaggio della smṛti ci avverte che, dopo la morte, gli yogin ignoranti e quelli sapienti intraprendono due vie nettamente differenziate, con destinazioni diverse: gli ignoranti ritornano al mondo degli uomini (mānavaloka o mānuṣaloka), mentre gli altri non vi ritornano più. Per capire meglio l’origine della separazione dei due viaggi postumi, ritorniamo al momento in cui le diverse categorie di individualità si sono riavvolte nei prāṇa, riavvolgimento che la śruti ha descritto essere comune sia per l’ignorante sia per il saggio. Accompagnati da tutte le loro modificazioni conoscitive e karmiche (vāsanā e saṃskāra28), i jīva si concentrano nel cuore.

        La sommità del cuore brilla. Attraverso questa sommità il Sé (jīvātman) esce o dall’occhio o dalla corona della testa o da qualsiasi altra parte del corpo. Quando esce, il prāṇa lo segue; dopo l’uscita del prāṇa, tutti gli indriya lo seguono29. A questo punto il Sé ha una coscienza particolare e va all’involucro che è in relazione con questa coscienza. È seguito dalla conoscenza, dal karma30 e dall’esperienza passata.31

        Nel suo commento, Śaṃkara ci insegna che la sommità del cuore corrisponde alla sua apertura verso l’alto, quella che comunica con le arterie sottili. Poiché gli indriya, che hanno natura ignea, sono riassorbiti nel jīvātmā, che è la luce (tejas) dell’Ātmān, questa sommità brilla per concentrazione di luce (taijasa). A seconda della conoscenza, del karma e dell’esperienza passata del morente, l’aggregato sottile esce dal corpo per le nāḍī che attraversano l’occhio, l’orecchio, la corona della testa, e altro ancora. Quando il jīva abbandona la sommità del cuore le vie del “saggio” e dell’”ignorante” si separano.
        Lasciando il corpo attraverso queste nāḍī32 egli sale in alto e, rapido come il pensiero, arriva al cielo del Sole, perché lì si trova la porta (sūryadvāra) per uscire dal mondo; questa si apre per il “saggio” e rimane chiusa per l’”ignorante”. Infatti, la Śruti dice:

        Vi sono cento e una nāḍī (che escono) dal cuore; ma una sola sale verso la corona della testa. Uscendo attraverso quella nāḍī si ottiene l’immortalità; le altre, che portano in diverse direzioni, servono solo per uscire, servono solo per uscire [dal corpo grosso].33

        Ho sentito che vi sono due vie per i mortali; una conduce agli Dei, l’altra agli antenati.34

        La prima di queste due vie si chiama via degli antenati (pitṛyāṇa) perché conduce ai mondi del cielo della luna (candraloka), attraversando il mondo degli antenati (pitṛloka)35. Il mondo dei pitṛ rappresenta l’ultima tappa prima di raggiungere la luna; perciò il cammino verso il candraloka è chiamato pitṛyāṇa esattamente come la Strada Reale che unisce Mathurā a Kāśī è definita “via Prayāg”, perché Prayāg36 è la tappa più importante sul percorso. La luna rappresenta lo spettro della terra, l’antenato morto che conserva la memoria del cosmo, il tempo passato. Le diverse regioni che compongono il cielo della luna costituiscono il deposito d’ogni forma; è lì che l’antica forma è dissolta e trasformata in quella nuova che dovrà rinascere. È, dunque, luogo di travaglio nell’attesa della ridiscesa sulla Terra. L’altra via, il devayāna o via degli Dei, si riferisce al sentiero che conduce ai cieli in cui risiedono gli Dei (devaloka), fino al cielo supremo di Hiraṇyagarbha, il Brahmaloka.

        Prima di procedere con lo studio della via degli antenati, è doveroso ricordare che coloro che vi s’incamminano sono pur sempre degli iniziati, anche se li si definisce yogi ignoranti. Poco importa se, a un certo punto, anche i non iniziati (asādhaka) potranno incamminarsi lungo la stessa via per arrivare al pitṛloka. Questi ultimi sono così definiti da Śaṃkara:

        Coloro che non conoscono quanto detto sopra [la conoscenza dei cinque fuochi37 per raggiungere il candraloka], essendo solo al corrente delle sei cose che riguardano la dipartita, per mezzo delle due oblazioni dell’agnihotra, sono dei semplici ritualisti che ambiscono ai loka [loka al plurale allude a differenti condizioni di salvezza].
        Anche coloro che non sono iniziati38, compiendo sacrifici come l’agnihotra, dando l’obolo ai brāhmaṇa, l’elemosina ai poveri nei dipressi dell’altare, e [sottoponendosi] ai digiuni kṛcchara e cāndrāyaṇa anche lontano dall’altare, raggiungono il fumo.39

        Quelli che compiono formalmente gli stessi riti castali degli iniziati senza usarli come simboli a supporto di una sādhanā40, ma come semplici strumenti esteriori utilizzati in modo “meccanico” per raggiungere un loka di godimento (bhogaloka)41, alla caduta del corpo (dehānta) imboccano la medesima via, partendo attraverso il fumo della pira. Così procedono sul sentiero che porta verso sud (dakṣināyaṇa) per raggiungere la dimora della Morte (Yamanagara). In quel loka i defunti diventano antenati (pitṛ) e per essi quella stazione intermedia tra la terra degli uomini e il cielo della luna diventa il pitṛloka. Costoro lì si arrestano senza poter proseguire alla tappa successiva dei candraloka. Nel pitṛloka le anime dei profani (preta, lett. i dipartiti) diventano antenati (pitṛ) e scontano le pene per le colpe (pāpa) compiute in vita in un settore che contiene gli inferni (naraka) o fruiscono dei godimenti per le buone azioni (puṇya) in un altro settore che corrisponde ai cieli (svarga). È da lì che, dopo aver esaurita la fruizione dei risultati dei riti compiuti in vita, infine ritornano alla terra degli uomini.

        Perciò solo coloro che compiono riti sacri [gli iniziati] ascendono al cielo della luna. Per quello che riguarda gli altri, essi entrano nella dimora della Morte (Yama), e scontano con le sofferenze dell’inferno le loro colpe42; solo in seguito risalgono43 a questo mondo [mānuṣaloka].44

        Perciò il testo della Kauśitaki Upaniṣad con “tutti” intende riferirsi ai soli sādhaka quando dichiara:

        Sii certo, tutti coloro che se ne vanno da questo mondo raggiungono la luna.45

        1. Post mortem et libération d’après Shankarâchârya, Milano, Archè, Cahiers de l’Unicorne 1, 1978.[↩]
        2. Il lettore facilmente si renderà conto che il contenuto di questo nostro scritto spesso si discosta da quanto Guénon ha illustrato ne L’Homme et son devenir selon le Vêdânta. Pur riconoscendo i grandi meriti di quel libro, che ha aperto la mente di molti occidentali alla metafisica hindū sottraendo il Vedānta alle alterazioni filosofiche e orientalistiche, è nostro dovere segnalare che le intromissioni che si riscontrano di prospettive di Sāṃkhya e Yoga, di Vedānta dualista come quello di Rāmānuja e l’insidia della mūlāvidyā, non corrispondono appieno all’insegnamento śaṃkariano. A questo si aggiunga la confusione tra le concezioni di “Universale” e Assoluto, di Uomo Universale e Liberato, tipiche delle religioni semitiche e delle loro vie iniziatiche limitate al non-Supremo. Ciò conduce a considerare come “sopra-individuale” l’intelletto o “spirito”, quando, invece, si tratta di facoltà individuali usate quotidianamente da tutti gli umani indistintamente.[↩]
        3. Tra queste segnaliamo l’eccellente opera di traduzione in inglese di Gambhirānanda che, pur essendo uno svāmī dell’Ordine di Rāmakṛṣṇa inventato da Vivekānanda, era un paṇḍita allevato in modo tradizionale. Raramente è caduto in interpretazioni errate e quando ciò è accaduto si è trattato sempre di argomenti di metafisica pura di difficile accesso, che avrebbe richiesto una spiegazione trasmessa per advitīya paramparā.[↩]
        4. La parola, la più elevata tra le facoltà d’azione, rappresenta qui anche gli altri quattro karmendriya. Infatti, vāk corrisponde all’elemento grosso principiale, l’etere-spazio (ākāśa) ed è capace di esprimere verso l’esterno concetti, argomentazioni e volizioni.[↩]
        5. La mente sovrintende e coordina le facoltà di sensazione e di azione nel loro contatto con il mondo esterno. Per questa ragione è definita come un undicesimo indriya. Manas riceve dai sensi le informazioni percepite provenienti dagli oggetti esterni. “Rapido come il pensiero”, il manas valuta se quelle informazioni provocano nella sua individualità il senso di piacere (sukha) o di sofferenza (duḥkha) e, in base a questo giudizio, reagisce con l’attrazione (rāga) o la repulsione (dveṣa) nei confronti del medesimo oggetto esterno, vale a dire agendo, tramite i karmendriya, in modo da impossessarsene o da respingerlo.[↩]
        6. Il soffio vitale che anima il corpo grosso; ciò che collega l’aggregato psichico (antaḥkaraṇa, lo strumento interno) al corpo.[↩]
        7. Il calore vitale; qui deve essere inteso come jīvātman.[↩]
        8. Chāṅdogya Upaniṣad (ChU), VI.8.6. Si tratta del riassorbimento nel sonno profondo; ancora non si specifica se qui il jīvātman raggiunge il Supremo consapevolmente o meno.[↩]
        9. Le cinque facoltà di azione: deambulazione, prensione, parola, generazione ed escrezione.[↩]
        10. Le cinque facoltà di conoscenza percettiva o sensi: vista, udito, tatto, gusto, odorato.[↩]
        11. Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (BSŚBh), IV.I.-2.[↩]
        12. Le facoltà di conoscenza (jñāna-indriya) degli oggetti del mondo esterno, vale a dire i cinque sensi.[↩]
        13. Le cinque facoltà di sensazione (jñānendriya), le cinque facoltà d’azione (karmendriya) a cui s’aggiunge come undecimo la mente (manas) o anche senso interno (antarindriya).[↩]
        14. Se l’effetto si dissolve nella causa, quest’ultima cessa d’essere causa. Ahaṃkāra è di fatto la causa materiale (upādāna kāraṇa) dei dieci indriya, del manas e dei tanmātra; ovvero è la causa distinguibile dalle sue produzioni. Queste ultime sono allora caratterizzate da attributi e funzioni che le distinguono sia dalla causa sia tra loro, pur restando comunque sempre consustanziali. L’esempio testuale tradizionale è quello dell’oro, che rappresenta la causa materiale, e delle collane, orecchini, anelli, bracciali d’oro ecc., che ne sono gli effetti differenziati.[↩]
        15. BSŚBh ibid.[↩]
        16. Per questo motivo Śaṃkara mantiene il termine di saṃbhava anche per descrivere l’‘associazione’ del jīvātman con il Brahman non-Supremo (stato di fusione, laya, con distinzione, viśeṣa) a conclusione del devayāna (BSŚBh IV.3.5 e segg.), tema di cui tratteremo più avanti.[↩]
        17. I prāņa sono le cinque modificazioni dell’unico prāņa: “Si deve aggiungere che nei testi sacri dell’India, con la parola prāṇa al plurale non s’intendono solamente i pañcaprāṇa di cui abbiamo appena parlato. In questo termine spesso sono compresi, in sovrappiù, i jñānendriya, i karmendriya e i taṅmātra corrispondenti. Questo perché è all’interno dei prāṇa che essi si muovono per svolgere le loro funzioni sottili.” Devadatta Kīrtideva Aśvamitra, “Alcune note riguardanti il prāṇa.”[↩]
        18. Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (BU), IV.3.38. “[…] Quando egli se ne va, il prāṇa lo segue e quando il prāṇa se ne va, tutte facoltà individuali lo seguono […]” (BU IV.4.2).[↩]
        19. “Le dieci facoltà nel corpo umano, con l’ātman come undicesimo” (BU III.9.4) Dal contesto si comprenderà che si tratta del jīva individuale e non dell’Ātman supremo: “Con la parola ātman, qui noi dobbiamo intendere la mente…” (BSŚBh III.9.4).[↩]
        20. BU IV.4.1-2.[↩]
        21. BS IV.2.4.[↩]
        22. BSŚBh IV.2.4.[↩]
        23. Anche per coloro che [in vita] s’identificano con i [cinque] prāṇa diversificati, il prāṇa [unico] cessa di manifestarsi [nel mondo della veglia] e raggiunge, nel sonno profondo, una condizione simile al non manifestato (avyākṛta). Questo prāṇa, inoltre, contiene il germe causale (bīja) d’una prossima manifestazione. (Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya (MUGKŚBh), I. 2.[↩]
        24. BS IV.2.5.[↩]
        25. BS IV.2.7.[↩]
        26. Il percorso di cui si tratta si basa su rituali che possono essere compiuti con il corpo, con la parola o con la mente (kāyaka, vācika o mānasa kriyā), incentrati sull’uso di un simbolo che rappresenta un aspetto, una qualità divina o una singola divinità. La fase più avanzata consiste nella meditazione sul simbolo in quanto rappresenta Īśvara. Infine l’azione mentale, che corona questo percorso, è la meditazione priva del supporto di un simbolo (aliṅga upāsana), ossia rivolta direttamente al Brahman non-Supremo. Per questa ragione la purificazione della mente è il risultato di una via non suprema (aparavidyā mārga). Coloro che non riuscissero a superare la fase di meditazione rituale sul simbolo sono considerati ancora avidvas. Vidvas, saggi, sono ritenuti coloro che praticano la meditazione sull’Aparabrahman rappresentato da un simbolo, come un suo nome, qualità o attributo. Infine, quei saggi che hanno concluso l’aparavidyā mārga e meditano direttamente su Īśvara, sono detti illuminati o conoscitori del non-Supremo.[↩]
        27. Bhagavad Gītā (BhG) VIII-23. Occorre fare un’altra precisazione: il “saggio” di cui si tratta, non è il Saggio perfetto, perché questo non ha più alcuna via da intraprendere per giungere alla realizzazione che possiede eternamente; questi differenti gradi di saggezza saranno chiariti meglio in seguito.[↩]
        28. Con vāsanā il Vedānta intende le tracce di conoscenze acquisite in esistenze precedenti. I saṃskāra rappresentano, invece, i risultati seminali di azioni passate che dovranno germinare dopo la rinascita (punarjanma)[↩]
        29. Alla domanda sul perché gli undici indriya debbano seguire il prāṇa e il jīva nel post mortem, Śaṃkara risponde: “… altrimenti il jīva, senza quelle facoltà, non potrebbe avere alcuna esperienza nel prossimo corpo.” (BSŚBh III.1.4)[↩]
        30. In questo caso si tratta degli effetti invisibili (adṛṣṭa phala) del karma compiuto in vita che risiedono nel prāṇa come cause seminali (bīja) di future rinascite: “«Invero, mio caro, la mente è associata al prāṇa» (ChU VI.8.2) […] Questa citazione descrive l’essere associato al prāṇa in quanto considera che quest’ultimo reca in sé il seme (di altre nascite).” MUGKŚBh I.2.[↩]
        31. BU IV.4.2.[↩]
        32. Canali, vene o arterie sottili situate nel corpo attraverso cui circola il prāṇa. Le tre principali sono: Suşumņā, quella centrale che attraversa verticalmente il tronco dal coccige alla sutura sagittale del cranio passando per il cuore; Iḍā e Piṅgalā che si sviluppano a spirale attorno alla Suşumņā. Nella śruti sono enumerate cento una nāḍī, ma in molti testi, soprattutto tantrici, il loro numero ascende a 72.000 o più.[↩]
        33. ChU VIII.6.6.[↩]
        34. BU VI.2.2.[↩]
        35. BU VI.2.16.[↩]
        36. Oggi Allahabad. Dista km. 470 da Mathurā e km. 120 da Kāśī (Benares).[↩]
        37. Si deve precisare che con scienza dei cinque fuochi (pañcāgni vidyā), citata nella Bṛhadāraṇyaka e nella Chāṅdogya Upaniṣad, non s’intende soltanto quella pratica vedica (vaidika prakriyā), ma, prendendola come modello per tutti gli altri, con essa s’intende qualsiasi metodo iniziatico (upāsana) usato nell’ambito della conoscenza del non-Supremo. Della scienza iniziatica della pañcāgni vidyā tratteremo nel prossimo paragrafo.[↩]
        38. Ricordiamo al lettore che, a differenza dalle altre forme tradizionali che distinguono al loro interno un dominio interiore esoterico e uno esteriore essoterico, il Sanātana Dharma si differenzia in jñāna kāṇḍa, la conoscenza metafisica del Supremo Brahman, e in karma kāṇḍa, il dominio dell’azione, grossolana, vocale o mentale. In quest’ultimo kāṇḍa vanno inserite sia le vie iniziatiche della conoscenza del non-Supremo sia il dharma esteriore non iniziatico, uniti come sono dal comune compimento di atti rituali. Il jñāna kāṇḍa coincide con il Vedānta, mentre il karma kāṇḍa comprende tutte le componenti tradizionali che si limitano a una visione empirica (vyāvahārika).[↩]
        39. BUŚBh VI.2.16.[↩]
        40. Dal punto di vista ordinario si suole considerare erroneamente questo rapporto in modo specularmente invertito: si usa cioè considerare i riti esteriori come la base comune necessaria a cui si può eventualmente sovrapporre una intenzione ed un’efficacia trasposta a un livello iniziatico. In realtà sono sempre i riti obbligatori a essere l’esteriorizzazione sociale e collettiva dei riti iniziatici, che sono principialmente e temporalmente superiori e precedenti a quelli. È infatti il dominio iniziatico a essere necessario e non l’essoterismo, che è solo il suo riflesso nel contingente.[↩]
        41. Spesso è usata più semplicemente in questo senso l’espressione “per conquistare i mondi”. Si tratta di quello che, in altre tradizioni, corrisponde al dominio essoterico o esteriore della salvezza.[↩]
        42. Naturalmente, fruiscono anche dei piaceri prodotti dai rituali esteriori compiuti nel corso dell’ultima vita. L’aldilà dei pitṛ, nella concezione hindū, è più simile al purgatorio cattolico o alle dogane dell’ortodossia, attraverso cui si transita purificandosi, piuttosto che a quegli inferni e cieli in cui si staziona “eternamente”. Infatti, nel periodo della vita extracorporea le anime passano da un loka all’altro compiendo un tragitto di espiazione. Marco Toti, “Alcune osservazioni sulla escatologia ‘intermedia’: la dottrina cristiano-orientale delle dogane (telonia)”, Vita oltre la Morte, Chiara Stival (a cura di), Roma, Novalogos, 2017, II vol. pp. 215-227.[↩]
        43. Vale a dire, invertono la direzione e ritornano al mondo degli uomini salendo da sud. Il mondo degli antenati, pur essendo in un alto settore dell’atmosfera (antarikṣa) è collocato nell’emisfero australe. Per maggiori dettagli sui destini postumi dei profani vedi il nostro Il Mistero della Morte nll’India tradizionale, Bassano del Grappa, Itinera Progetti, 2010.[↩]
        44. BSŚBh III.1.13. I destini dei dannati e dei salvati, invero, non toccano la dottrina vedāntica se non tangenzialmente. Śaṃkara fa notare che i venerati maestri come Manu, Vyāsa e altri ancora, solamente nelle smṛti menzionano le sorti di coloro che fruiscono dei risultati delle loro azioni nei domini di Yama. Invece la śruti ne accenna soltanto in rari passaggi, come Ṛg Veda, X.14; X.135, o Kaṭha Upaniṣad (KU) I.2.6. (BSŚBh III.1.14)[↩]
        45. Kauṣitakī Upaniṣad (KauU) I.2.[↩]

        🇮🇹🇪🇸🇫🇷🇬🇧 Giuseppe Sermonti – Dimenticare Darwin

          🇮🇹 Giuseppe Sermonti: Dimenticare Darwin, Rimini, Il Cerchio, 2003. ISBN 88-8474-034-7. Pp. 144.

          Il 16 dicembre 2018 s’è spento Giuseppe Sermonti, scienziato che la gran parte dei collaboratori di questo Sito ebbe la fortuna di conoscere personalmente, consultando le sue competenze indiscusse sull’ipotesi evoluzionista e ottenendone risposte sempre chiare e conclusive. A lui, con ammirazione e gratitudine dedichiamo la recensione che segue.
          Non è facile dare al prof. Giuseppe Sermonti un appellativo che possa comprendere in una parola tutta la sua personalità: è stato un illustre uomo di scienza, biologo, più esattamente microbiologo, genetista, professore universitario in diverse sedi internazionali, presidente della Associazione Genetica Italiana, ricercatore di successo a livello mondiale, scrittore raffinato.
          Romano di nascita, dopo aver scritto molti libri scientifici e non, nel 1998 pubblica per la prima volta “Dimenticare Darwin” (poi ripubblicato nel 2003), un’attenta analisi critica dell’evoluzionismo e del neo-darwinismo, che fu bollata dai suoi detrattori come il libello mediocre di un creazionista. Sermonti non accettò questa interpretazione e, rifiutando di essere definito un creazionista, ebbe occasione di affermare: “Aspirerei soltanto ad essere una creatura”. E il libro è tutt’altro che mediocre.
          L’opera nasce come la sintesi di un percorso profondo e documentato dall’esperienza di cinquant’anni di studi e di ricerche ad alto livello. L’autore mette a nudo l’inconsistenza delle basi teoriche del darwinismo, che pretenderebbe di basare la nascita del mondo e il suo divenire su tre diversi meccanismi: la selezione naturale, una forza regolarizzatrice che esclude i deboli e gli anormali; il rimescolamento sessuale, processo che incide sulla differenziazione e, infine, la mutazione genetica, un processo degenerativo contro cui ogni cellula vivente, in verità, combatte sino al punto di correggere gli errori di transfert del proprio DNA. Per Sermonti non si può attribuire al patrimonio genetico l’assoluto ruolo determinante del mistero della vita e un essere vivente non è un corollario del proprio DNA: infatti non sono le differenze biochimiche che hanno generato la diversificazione tra i vari organismi. La complessità biochimica non concorda con la complessa struttura anatomica di una specie: l’uomo ha 23 paia di cromosomi, la felce 150 paia e il verme solo un paio. Inoltre, vi sono forme diversissime fra loro che hanno lo stesso DNA (ad esempio un bruco e una farfalla: il processo di trasformazione è promosso solo da alcuni ormoni). La differenziazione sessuale dipende da cromosomi, ma vi sono delle specie in cui soggetti maschili e femminili hanno lo stesso DNA, pur essendo clamorosamente diversi. L’interpretazione molecolare della differenziazione è assolutamente insufficiente a dare una spiegazione del perché un gatto è un gatto e la mosca una mosca e non viceversa.
          L’autore espone come i geni abbiano colonizzato delle specie archetipe preesistenti, che si sono evidenziate prima nel mondo minerale poi in quello organico in generale. Questo è ricavabile dall’osservazione degli archivi della paleontologia, in cui si trovano delle specie che appaiono all’improvviso, senza la documentazione di possibili precursori oppure specie che rimangono immutate per dimensione e forma per milioni di anni, altre poi che si presentano identiche e contemporanee in terre lontanissime fra loro.
          La comparsa dell’uomo è come quella dell’eterno bambino, con un salto biologico che non ha precedenti né simili. Trovare un rapporto di discendenza fra la scimmia e l’uomo non è dimostrato né dimostrabile, e può rimanere al massimo nel campo delle ipotesi. Ma le ipotesi restano tali, se non comprovate. Anzi la paleontologia umana si è arresa all’evidenza, dato che i resti fossili di ossa, rinvenuti nel nostro pianeta, dimostrano senza alcun dubbio che sono più antichi quelli dell’uomo rispetto a quelli delle scimmie.
          Il mistero della forma naturale e delle grandi differenze fra gli esseri viventi non ha una spiegazione su base genetica, sul DNA, perché un uomo ha quasi gli stessi geni di un topo, di un insetto o di un fiore. Al di là delle molecole vi sono altri percorsi e campi immateriali, che prescrivono le forme nello spazio: Sermonti invita a riflettere sulla bellezza, sulle meraviglie, sul senso profondo delle realtà della natura senza voler porre definitivamente l’ultima parola, facendo quasi aleggiare un’aria di mistero. Il suo è una sorta di pacato ed elegante confronto con il vecchio avversario.
          Il libro, dettato dalla prosa felice e sempre viva dell’autore, offre elementi di riflessione su tanti fenomeni della natura, sulla indefinita varietà dei suoi aspetti, dei suoni, dei colori, degli eventi, sulle incredibili innate conoscenze degli animali e sulle geniali architetture che essa ci mostra. E così la capinera incanta con la sua melodia e migra con l’aiuto delle costellazioni celesti per senso innato.
          Il lettore deve ripercorrere le strade che l’autore indica, interpretando il tutto con una veste scientifica, ma anche con un senso di stupore, quasi in un gioco di perdersi e ritrovarsi. Contemplare l’esuberanza della vita con un occhio di magia e di mistero che è tutto suo, con un pizzico di poesia che in Sermonti non manca. Dimenticare per un attimo il dilemma evoluzionismo sì o evoluzionismo no, forse dimenticare Darwin e i suoi seguaci, ma con il pensiero sempre presente che la scienza riduzionistica e l’arroganza dei suoi contemporanei darwiniani non hanno mai dato le risposte ai fondamentali della vita e che l’ingegneria genetica non può assumere il ruolo di creatrice della vita stessa.

          Durgā Devī

          Giuseppe Sermonti: Dimenticare Darwin [Olvidar a Darwin], Rimini, Il Cerchio, 2003. ISBN 88-8474-034-7. Pp. 144.

          El 16 de diciembre de 2018, nos dejó Giuseppe Sermonti, científico que la mayoría de los colaboradores de este sitio tuvieron la suerte de conocer personalmente, consultando sus competencias indiscutibles sobre la hipótesis evolucionista y obteniendo siempre respuestas claras y concluyentes. Le dedicamos la siguiente reseña con admiración y gratitud.
          No es fácil atribuir al prof. Giuseppe Sermonti una calificación que pueda describir en una palabra toda su personalidad: fue un distinguido hombre de ciencia, biólogo, más precisamente microbiólogo, genetista, profesor catedrático en diferentes universidades internacionales, presidente de la Asociación Genética Italiana, investigador mundialmente reconocido, escritor refinado.
          Romano de nacimiento, después de escribir muchos libros científicos y literarios, en 1998 publicó por primera vez Dimenticare Darwin (más tarde reeditado en 2003), un cuidadoso análisis crítico del evolucionismo y del neo-darwinismo, que sus detractores calificaron como el folleto mediocre de un creacionista. Sermonti no aceptó esta interpretación y, al negar que fuera un creacionista, tuvo la oportunidad de declarar: “Solo aspiraría a ser una criatura”. Y el libro es todo menos mediocre.
          El trabajo nació como la síntesis de un viaje profundo documentado por la experiencia de cincuenta años de estudios e investigaciones de alto nivel. El autor revela la inconsistencia de los fundamentos teóricos del darwinismo, que afirmarían basar el nacimiento del mundo y su devenir en tres mecanismos diferentes: la selección natural, una fuerza de regularización que excluye lo débil y lo anormal; la mezcla sexual, un proceso que afecta la diferenciación; y, finalmente, la mutación genética, un proceso degenerativo contra el cual cada célula viva, en verdad, lucha hasta el punto de corregir los errores de transferencia de su propio ADN. Para Sermonti, el papel absolutamente determinante del misterio de la vida no puede atribuirse al patrimonio genético, no siendo un ser vivo un corolario de su propio ADN: de hecho, no son las diferencias bioquímicas las que han generado la diversificación entre los diversos organismos. La complejidad bioquímica no va de la mano con la compleja estructura anatómica de una especie: el hombre tiene 23 pares de cromosomas, el helecho 150 pares y el gusano solo un par. Además, hay formas muy diferentes que tienen el mismo ADN (por ejemplo, una oruga y una mariposa: el proceso de transformación siendo promovido solo por unas hormonas). La diferenciación sexual depende de los cromosomas, pero hay especies en las que los sujetos masculinos y femeninos tienen el mismo ADN, a pesar de ser claramente diferentes. La interpretación molecular de la diferenciación es absolutamente insuficiente para dar una explicación de por qué un gato es un gato y por qué la mosca es una mosca y no al revés.
          El autor explica cómo los genes han colonizado especies arquetípicas preexistentes, que se destacaron primero en el mundo mineral y luego en el mundo orgánico en general. Esto puede derivarse de la observación de los archivos de paleontología, en los que hay especies que aparecen repentinamente, sin documentación de posibles precursores; o especies que permanecen sin cambios en tamaño y forma durante millones de años; otras que son idénticas y contemporáneas en tierras entre sí muy alejadas.
          La aparición del hombre es como la del niño eterno, con un salto biológico que no tiene precedentes ni similares. Encontrar una relación de descendencia entre el mono y el hombre no se demuestra ni se puede demostrar, y puede permanecer al máximo en el campo de las hipótesis. Pero las hipótesis siguen siendo tales, si no se pueden probar. De hecho, la paleontología humana ha arrojado evidencia, dado que los restos fósiles de huesos encontrados en nuestro planeta sin duda demuestran que los humanos son más antiguos que los de los monos.
          El misterio de la forma natural y las grandes diferencias entre los seres vivos no tiene una explicación genética en el ADN, porque un hombre tiene casi los mismos genes que un ratón, un insecto o una flor. Más allá de las moléculas hay otros caminos y campos inmateriales, que prescriben las formas en el espacio: Sermonti nos invita a reflexionar sobre la belleza, sobre las maravillas, sobre el profundo significado de las realidades de la naturaleza sin querer finalmente poner la última palabra, casi flotando en el misterio La suya es una especie de confrontación tranquila y elegante con el antiguo adversario.
          El libro, dictado por la prosa feliz y siempre viva del autor, ofrece elementos de reflexión sobre los muchos fenómenos de la naturaleza, sobre la variedad indefinida de sus aspectos, sonidos, colores, eventos, sobre el increíble conocimiento innato de los animales y sobre las brillantes arquitecturas que nos muestra. Y así, la curruca nos encanta con su melodía y migra con la ayuda de las constelaciones celestes por sentido innato.
          El lector debe volver sobre los caminos que indica el autor, interpretando todo en un sentido científico, pero también con un sentido de asombro, casi como un juego de perderse y encontrarse a sí mismo. Contemple la exuberancia de la vida con un ojo mágico y misterioso propio, con un toque de poesía que no falta en Sermonti. Olvide por un momento el dilema evolucionismo sí o evolucionismo no, quizás olvide a Darwin y sus seguidores, pero con el pensamiento siempre presente de que la ciencia reduccionista y la arrogancia de sus contemporáneos darwinianos nunca han dado las respuestas a los fundamentos de la vida y que la ingeniería genética no puede asumir el papel de creadora de la vida misma.

          Durgā Devī

          Giuseppe Sermonti: Dimenticare Darwin [Oublier Darwin], Rimini, Il Cerchio, 2003. ISBN 88-8474-034-7. Pp. 144.

          Le 16 décembre 2018 s’est éteint Giuseppe Sermonti, savant que la plupart des collaborateurs de ce Site a eu la chance de connaître personnellement, en lui consultant à propos de ses compétences incontestées sur l’hypothèse évolutionniste et en obtenant toujours des réponses claires et concluantes. Nous lui dédions le suivant compte rendu avec admiration et gratitude.
          Ce n’est pas facile attribuer au prof. Giuseppe Sermonti une dénomination qui puisse comprendre en un mot toute sa personnalité: il était un scientifique distingué, biologiste, plus précisément microbiologiste, généticien, professeur d’université dans nombre de sièges académiques internationales, président de l’Association italienne de génétique, chercheur de renom mondial, écrivain raffiné.
          Romain de naissance, après avoir écrit de nombreux ouvrages scientifiques et littéraires, il publia pour la première fois en 1998 Dimenticare Darwin (réédité en 2003), une analyse critique attentive de l’évolutionnisme et du neo-darwinisme, qualifié par ses détracteurs comme « le médiocre libelle d’un créationniste ». Sermonti n’a pas accepté cette interprétation et, refusant d’être considéré un créationniste, a eu l’occasion de dire : “Je n’aspirerais qu’à être une créature”. Et le livre est tout sauf médiocre.
          Ce travail a été originé comme la synthèse d’un parcours profond documenté par l’expérience de cinquante années d’études et de recherches à haut niveau. L’auteur révèle l’incohérence des fondements théoriques du darwinisme, qui prétend fonder la naissance du monde et son devenir sur trois mécanismes différents : la sélection naturelle, force régularisante qui exclut les faibles et les anormaux ; le mélange sexuel, processus qui affecte la différenciation et, enfin, la mutation génétique, processus dégénératif contre lequel chaque cellule vivante se bat, en vérité, au point de corriger les erreurs de transfert de son propre ADN. Pour Sermonti, le rôle absolument déterminant du mystère de la vie ne peut être attribué au patrimoine génétique et un être vivant n’est pas le corollaire de son propre ADN : en fait, ce ne sont pas les différences biochimiques qui ont généré la diversification entre les divers organismes. La complexité biochimique ne va pas de pair avec la complexe structure anatomique d’une espèce : l’homme a 23 paires de chromosomes, la fougère 150 paires et le ver seulement un couple. De plus, il existe des formes très différentes qui ont le même ADN (par exemple la chenille et le papillon, le processus de transformation étant favorisé seulement par certaines hormones). La différenciation sexuelle dépend des chromosomes, mais il existe des espèces dans lesquelles les sujets masculins et féminins possèdent le même ADN, bien qu’ils soient manifestement différents. L’interprétation moléculaire de la différenciation est absolument insuffisante pour expliquer pourquoi un chat est un chat et la mouche une mouche et non l’inverse.
          L’Auteur explique comment les gènes ont colonisé des espèces archétypales préexistantes, mises en évidence tout d’abord dans le monde minéral, puis dans le monde organique en général. Ceci peut être déduit de l’observation des archives de paléontologie, dans lesquelles certaines espèces apparaissent soudainement, sans la documentation d’éventuels précurseurs. Ou bien, d’espèces dont la taille et la forme restent inchangées pendant des millions d’années, d’autres identiques et contemporaines dans des terres éloignées les unes des autres.
          L’apparition de l’homme semble comme celle d’un enfant éternel, avec un saut biologique sans précédent et sans semblable. Trouver une relation de filiation entre le singe et l’homme n’est ni démontré ni démontrable, et peut rester au maximum dans le domaine des hypothèses. Mais les hypothèses restent telles, sinon prouvées. En effet, la paléontologie humaine a donné lieu à des preuves, étant donné que les restes fossiles d’os trouvés sur notre planète démontrent sans aucun doute que les humains sont plus anciens que ceux des singes.
          Le mystère de la forme naturelle et les grandes différences entre les êtres vivants n’ont pas d’explication par la génétique et l’ADN, car un homme possède presque les mêmes gènes qu’une souris, un insecte ou une fleur. Au-delà des molécules, il existe d’autres chemins et champs immatériels, qui prescrivent les formes dans l’espace : Sermonti nous invite à réfléchir sur la beauté, sur les merveilles, sur le sens profond des réalités de la nature sans vouloir finalement mettre le dernier mot, faisant appel au mystère. C’est une sorte de confrontation sereine et élégante entre lui et un ancien adversaire.
          Le livre, dicté par la prose heureuse et toujours vivante de l’auteur, offre des éléments de réflexion sur les nombreux phénomènes de la nature, sur la variété indéfinie de ses aspects, sons, couleurs, événements, sur l’incroyable connaissance innée des animaux et sur les brillantes architectures que cela nous montre. Et ainsi la fauvette à tête noir enchante avec sa mélodie et migre avec l’aide de constellations célestes par sens inné.
          Le lecteur doit retracer les chemins que l’auteur indique, interprétant tout avec une rigueur scientifique, mais en même temps agréable, presque comme un jeu de se perdre et de se retrouver. Contemplez l’exubérance de la vie avec un œil de magie et de mystère qui lui est propre, avec une pointe de poésie qui ne manque pas à Sermonti. Oubliez un instant le dilemme de l’évolutionnisme-oui ou évolutionnisme-non, oubliez peut-être Darwin et ses disciples, mais avec la pensée toujours présente que la science réductionniste et l’arrogance des darwiniens contemporains n’ont jamais donné les réponses aux principes fondamentaux de la vie et que le génie génétique ne peut assumer le rôle de créateur de la vie elle-même.

          Durgā Devī

          Giuseppe Sermonti: Dimenticare Darwin [Translated into English as Why Is a Fly Not a Horse?], Rimini, Il Cerchio, 2003. ISBN 88-8474-034-7. Pp. 144.

          On December 16th, 2018, Giuseppe Sermonti passed away. Most of the collaborators of this Site had the opportunity to meet this scholar in person. And all of them still remember him for his undisputed competence on the evolutionary hypothesis and for his always clear and exhaustive answers. We dedicate the following review to him, with much admiration and gratitude.
          It is not easy to attribute to prof. Giuseppe Sermonti an appellative that can comprehend in a word his whole personality: he was a distinguished man of science, a biologist; more precisely, a microbiologist and geneticist. Throughout his brilliant career, he taught in different international Academies and held the presidency of the Italian Genetic Association. He is recognized worldwide as a successful researcher and a refined writer.
          Roman by birth, after writing numerous scientific and literary books, in 1998 he published for the first time Dimenticare Darwin (republished in 2003), a precise critical analysis of the theory of evolution and of Neo-Darwinism, which was branded by his detractors as the mediocre libel of a creationist. Sermonti always rejected such label and, refusing to be described as a creationist, he simply responded declaring: “I would only aspire to be a creature”. And, indeed, his book is anything but mediocre.
          This writing is the synthesis of an in-depth journey documented by his fifty-year-long experience of high-level studies and research. The author exposes the inconsistency of the theoretical basis of Darwinism, which founds the origin of the world and its becoming on three distinct mechanisms: the natural selection, a regularizing force that excludes the weak and the abnormal individuals; the sexual shuffling, a process that affects differentiation; and, finally, the genetic mutation, a degenerative process against which, as a matter of fact, every living cell fight to correct the erroneous transfer of its own DNA. According to Sermonti, the absolute determinant role of the mystery of life  cannot be explained by the sole and absolutely determinant role of genetic heritage, as a living being is not the corollary of its own DNA. Indeed, it is not the biochemical differences that have generated the diversification among the various organisms. Biochemical complexity does not coincide with the complex anatomical structure of a species. Man has 23 pairs of chromosomes, whereas the fern and the worm have respectively 150 pairs and only one set of two. Furthermore, there are very different forms sharing the same DNA (for example, the caterpillar and the butterfly, for whom the transformation process is triggered only by certain hormones). Sexual differentiation depends on chromosomes, but there are species in which male and female subjects have the same DNA, despite being blatantly different. The molecular interpretation of differentiation is altogether unable to explain comprehensively why a horse is a horse and a fly is a fly and not vice versa.
          The Author explains how genes have colonized pre-existing archetypal species, which have first arisen in the mineral world and then in the organic world in general. This can be evinced by the observation of the palaeontological record, in which there are species appearing suddenly, without any documented evidence of possible precursors. On the other hand, other species have remained unchanged in size and shape for millions of years, whereas other appeared identical and simultaneously in lands far away from each other.
          The appearance of man is like that of the eternal child, with a biological leap that has neither precedents nor similar. The line of descent of primates and man and their parentage is neither demonstrated nor demonstrable, and remain at best as a mere hypothesis. But hypotheses remain such unless are proven. In contrast, human palaeontology has surrendered to the evidence, since that the fossil remains recovered so far indubitably demonstrate that man is more ancient than primates.
          The mystery of the natural form and the great differences between living beings cannot be explained  based on genetics, that is on the DNA, because a man has almost the same genes of a mouse, an insect and a flower. Apart from molecules, there are other paths and intangible fields that determine the forms in the space. Sermonti invites us to reflect on beauty, on wonders, on the profound meaning of the realities of nature without pretending to put the last word to this question and thus leaving an aura of mystery hovering over it. His work is, therefore, a calm and elegant confrontation with the ancient adversary.
          The book, adorned by the pleasant and always lively prose of the Author, offers elements of reflection on many phenomena of nature, on the indefinite variety of its aspects, sounds, colours, events, on the incredible innate knowledge of animals and on the brilliant architectures that displays. And so, the blackcap casts his spell with a melodic chirp and migrates every year thanks to his innate sense of the celestial constellations.
          The reader should follow the paths indicated by the Author, interpreting everything from a scientific standpoint, without however neglecting the amusement of getting lost and finding oneself again; contemplating the exuberance of life with eyes full of wonder and mystery and with a pinch of poetry that is never lacking in Sermonti. One should put aside the tedious debate on the theory of evolution and forget for a moment Darwin and his followers, and become aware of the pervasive reductionism advocated by science and the arrogance of its contemporary Darwinian proponents who have failed in their attempts to answer the fundamental questions on life through their blind faith in genetic engineering and the illusion of its role as creator of life.

          Durgā Devī

          🇮🇹🇬🇧🇪🇸🇫🇷 Swami Shrî Karapatra – La lampada della Conoscenza non-duale. Advaita Bodha Dîpikâ

            🇮🇹Swami Shrî Karapatra: La lampada della Conoscenza non-duale. Advaita Bodha Dîpikâ, Traduzione dal sanscrito di Giorgio Conte, Saggio introduttivo di Marco Marino, Torino, Harmonia Mundi, 2016. ISBN 978-88-99743-03-9. Pp. 181.

            Abbiamo colto l’occasione di recensire questa traduzione annotata e prefata dell’Advaita Bodha Dīpikā in concomitanza con la pubblicazione a puntate su questo Sito della traduzione del Śaṃkara Siddhānta di Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārāja inteso a correggere gli errori del mūlāvidyāvāda. Infatti, alcune posizioni di Svāmī Kārapātra coincidono con quelle della ‘dottrina della avidyā radicale’, distanti dalla dottrina śaṃkariana.

            La lampada della Conoscenza non-duale è un testo incompleto, in quanto all’originale mancavano gli ultimi quattro capitoli, a suo tempo pubblicato a puntate sulla Rivista di Studi Tradizionali di Torino (1985-1991, nn. 62-72). Per evitare malintesi informiamo i lettori che l’autore non è certamente il celebre Dharma Saṃrāṭ, Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Kārapātrijī, ben noto a Śrī Ramaṇa Maharṣi nonché ai Jagadguru di Śṛṅgeri. Infatti, abbiamo chiesto informazioni al Kārapātri āśrama di Kāśī (Benares), che ripubblica le opere del Guru e ne detiene i copyright, e al Jagadguru Śaṃkarācārya Svarūpānanda Sarasvatī Mahāsvāmījī, che è stato suo gurubhāī, ma l’Advaita Bodha Dīpikā è risultato del tutto sconosciuto. Perciò Svāmī Kārapātra deve essere un quasi omonimo alquanto sconosciuto, poiché nessuno a Śṛṅgeri e Kāṅcipuram ha saputo identificarlo. Probabilmente fu un saṃnyāsin del sud dell’India vissuto prima del XIX secolo. Il testo di cui ci occupiamo segue il modello upaniṣadico e degli Upadeśa Sāhasrī, basato sulle domande che il discepolo rivolge al proprio maestro sui temi fondamentali dell’Advaita Vedānta. Si tratta di una esposizione che presenta tratti di grande interesse e di elevata dottrina śaṃkariana, alternati ad affermazioni contraddittorie, a cadute di livello o a posizioni decisamente contrarie all’insegnamento del puro Advaita, tra cui segnaliamo: l’identificazione tra jīvātman e l’aham individuale; la confusione tra Yoga e Vedānta sia nella dottrina sia nel metodo; l’artificiosa distinzione tra conoscenza (jñāna) e realizzazione (sākṣātkāra); una concezione della via della conoscenza compiuta a tappe, come fosse una via del non-Supremo; l’esistenza reale del ‘vuoto’; e, infine, la teoria della mūlāvidyā. L’impressione è che l’Advaita Bodha Dīpikā possa essere stato alterato in un secondo tempo con l’inserimento di affermazioni e punti di vista erronei. Dando per scontato che le parti chiaramente corrette possano essere immediatamente riconosciute dal lettore, ci soffermiamo a commentare alcuni tra i molti passaggi incoerenti o decisamente sbagliati.

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            1. “… il mutevole jīva non può essere il Testimone e non potendo essere il Sé-Testimone, questa mutevole entità non può essere Brahma. L’espressione «io sono il Brahman» corrisponde quindi a un’impossibilità.” (pp. 149-150) Ciò è in totale contraddizione con Śaṃkara, che a questo proposito afferma: “Questo è anche un esempio di come, nel caso del jīvātman, che appare indistinguibile dai condizionamenti che gli sono associati, come il corpo ecc., la conoscenza discriminante [neti neti], proveniente dall’apprendimento della śruti, lo distingue dal corpo. Il risultato di quella conoscenza discriminante è la realizzazione della propria vera natura.” (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, I.3.19); “Se il jīvātman fosse differente dal Brahman Supremo, le affermazioni scritturali come “tu sei Quello” sarebbero contraddette” (BSŚBh IV.3.14).
            2. “È vero che il testo sacro rivela la verità «tu sei Qello»; ma la conoscenza diretta non risulta dal suo semplice ascolto [śrāvaṇa]. In assenza della «ricerca» del Sé la conoscenza rimane pur sempre indiretta. Affinché tale conoscenza venga realizzata è necessario impegnarsi nella «riflessione» (manana) (p.110) “Saggio figliolo, mediante la ricerca (vichâra) avete ottenuto la conoscenza diretta del Sé, ma ai fini della realizzazione dovete continuare a impegnarvi nella meditazione [nididhyāsana]” (p. 144). Śaṃkara invece dichiara: “È come quando Brahmā rimosse l’ignoranza di Rāma con queste semplici parole “Tu non sei il figlio di Daśaratha, tu sei Viṣṇu”. Egli non fece riferimento ad alcuna azione che Rāma dovesse compiere per risvegliare la sua natura come Viṣṇu. A Rāma bastò soltanto ascoltare quelle parole” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.100). “Come accade a chi arriva a riconoscere se stesso come decimo semplicemente udendo le parole “tu sei il decimo”, così succede a colui che riesce a conoscere il suo proprio Sé come il Testimone dell’intelletto e delle sue modificazioni, semplicemente ascoltando il mahāvākya ‘tu sei Quello’” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.176). E ancora: “nello stesso istante in cui si comprende lo scopo dell’aforisma (vākyārtha [mahāvākya]), tutto è compiuto” (Muṇḍaka Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, I.1,6).
            3. “D. [discepolo]: Attenendomi al vostro insegnamento, ho indagato all’interno dei cinque involucri, li ho rifiutati in quanto «non-Sé» e non ho trovato infine che il vuoto. Dov’è dunque il Sé? M. [maestro]: …analogamente, solo se c’è uno spettatore del vuoto, si può dire di non vedere nulla, è perché c’è solo il Sé e nient’altro al di fuori di Esso” (p. 123). Śaṃkara semplicemente afferma che chi usa il “neti neti” per rimuovere l’anātman senza partire dall’intuizione del Testimone arriverebbe al puro vuoto come i buddhisti: “Se su questo argomento tu sostenessi che si deve usare esclusivamente la negazione, il “neti neti”, per il fatto che si tratta d’un metodo basato in tutto e per tutto sull’autorità della śruti, risponderemmo che in questo caso alla fine arriveresti solo al puro vuoto, poiché non avresti preso per nulla in considerazione l’intuizione dell’esistenza del Testimone” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.125), essendo lo spettatore del vuoto privo d’ogni senso.
            4. “[…] al momento dell’abbandono del corpo da parte del «liberato in vita» (jîvan-mukti [sic]); essa [la perdita dell’aspetto informale della mente] non può avvenire quando egli è vivente” (p. 159). Śaṃkara, invece, nega espressamente la videha mukti: “La frase ‘Tu sei Quello’ non può assolutamente essere interpretata in modo distorto come ‘dopo che sarai morto, diventerai Quello’. La śruti insegna che proprio nell’attimo in cui sorge l’Ātma jñāna sorge anche l’unità di ogni cosa nel Sé (sarvātmatva), in base alla sentenza: ‘Quando il saggio Vāmadeva conobbe questa realtà (tattva), proprio in quel momento conobbe ‘Io sono in verità Manu e anche il sole’.” (BSŚBh III.3.32).
            5. “Ciò si ottiene mediante l’ininterrotta pratica del nirvikalpa samâdhi” (p. 141) Śaṃkara, al contrario, nega ogni utilità a una attività susseguente il raggiungimento della conoscenza: “Quando con śrāvaṇa, manana e nididhyāsana sorge la conoscenza del Sé, allora si conosce tutto.” (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, II. 4. 5) “Quando la conoscenza che scaturisce da “tu sei Quello” è ottenuta in questo modo, come si può sostenere che non sia di per sé una fonte valida di conoscenza e che perciò ci sarebbe la necessità di realizzarla per mezzo di un’ulteriore azione?” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.199).
            6. “Māyā è senza causa, perché non è il prodotto di qualcosa che la precede: essa risiede in Brahma senza inizio. Prima della manifestazione non poteva esserci una causa per la manifestazione di Māyā, eppure essa si manifesta di per sé” (p. 37) Ma altrove il testo si contraddice clamorosamente: “In Esso [Brahman] non vi è nulla che rassomigli a Māyā e ai suoi effetti” (p. 45), in pieno accordo con la dottrina di Śaṃkara.

            È comprensibile che Svāmī Kārapātra, o chi per lui, cada in queste affermazioni lontane dal puro Advaita, poiché le sue fonti autorevoli più spesso citate sono lo Yoga Vāsiṣṭha, opera medievale fortemente influenzata da Buddhismo e Yoga, e Vidyāraṇya, di cui alcune tesi hanno dato origine a un filone di mūlāvidyāvāda, com’è dimostrato dai titoli dei capitoli mancanti dell’Adavita Bodha Dīpikā: Jīvan mukti, Videha Mukti, Savikalpa Samādhi e Nirvikalpa Samādhi. A parte il primo, gli altri tre titoli indicano tendenze anti-śaṃkariane. Non sarà per quello che sono spariti?

            Per quel che riguarda la traduzione e note del sig. Giorgio Conte, dobbiamo rilevare alcuni punti essenziali. Anzitutto dubitiamo fortemente che il testo sia stato tradotto dal sanscrito, come annunciato nella prefazione alla prima pubblicazione presso la Rivista di Studi Tradizionali (1985, n. 62-63), puntualmente ripresa nel colophon di questa edizione di Harmonia Mundi. Esiste infatti una traduzione in inglese: Advaita Bodha Deepika (Sri Ramanananda Saraswathi ed. by, Tiruvannamalai, Sri Ramanasramam, 2002, I ed. 1951). L’editore anonimo di questa traduzione inglese, nella prefazione afferma che il testo era particolarmente caro a Śrī Ramaṇa Maharṣi, tanto da sovrintenderne la traduzione. Curiosamente la prima edizione apparve un anno dopo che il celebre Maharṣi aveva lasciato il corpo. Vi è un altro particolare sospetto che riguarda la situazione dell’ambiente dell’āśrama dopo la scomparsa di Śrī Ramaṇa: tra le varie edizioni dell’Adavita Bodha Dīpikā che sono state pubblicate dallo Sri Ramanasramam, una la attribuisce a Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Kārapātrijī e un’altra addrittura a Śaṃkara! Le versioni manoscritte sanscrite, tamil e telugu risultano, invece, irreperibili.
            I nostri dubbi sulla traduzione dal sanscrito sono motivati dal riscontro di ripetuti errori elementari quali, per esempio, la confusione sui generi dei nomi (per es.: la manana, p. 84 e la nidhidhyâsana (sic), p. 168, entrambi maschili). Abbiamo rilevato anche alcune traduzioni errate, come jada per ‘intelligente’ e ajada per non-intelligente (p. 51) che ne rovesciano il significato. Ciò avviene spesso nei primi capitoli, mentre la loro menzione appare corretta nella seconda metà. Inoltre, le traduzioni di diversi termini tecnici non sono accettabili: adhyāropa tradotto con ‘falsa attribuzione’ (che invece corrisponde ad adhyāsa) invece di ‘assunzione volontaria di una falsa attribuzione’; nididhyāsana con meditazione (che è invece espresso da upāsana o dhyāna) quando il suo significato vedantico è ‘attenzione contemplativa’. Segnaliamo anche l’uso di jīva laddove nel testo inglese appare aham o ego. Quest’ultimo non è errore dappoco, poiché se il jīva appare come aham a causa dell’ignoranza, in realtà si tratta sempre dell’Ātman. Rimanendo nell’ambito della traduzione si riscontra la forzatura di tradurre vāsanā (latenza) con potenzialità, all’uso di “stati superiori dell’essere” per avasthā o loka, “informale” per arūpa (per esempio nell’infelice espressione ‘mente informale’), “non-manifestato” per avyakṛta (che si riferisce esclusivamente alla Prakṛti), con l’evidente scopo di allineare questo testo al linguaggio di René Guénon. Nei rimandi in nota, più delle Upaniṣad o dei testi autentici di Śaṃkara, si predilige citare per ogni dove Guénon che, nonostante gli indubbi meriti del suo L’Homme et son Devenir, non può essere considerato una autorità riconosciuta dalla tradizione Advaita. Per sua stessa ammissione, si appoggiò indifferentemente all’Advaita Vedānta di Śaṃkara, al Viśiṣṭādvaita di Rāmānuja e al Sāṃkhya, indubbiamente più prossimi alla prospettiva della sua via iniziatica. Inoltre, seguendo le inclinazioni di Svāmī Kārapātra, il sig. Giorgio Conte cita come fonte sicura il Viveka Cūdāmaṇi, il Dṛg Dṛṣya Viveka, attribuendoli a Śaṃkara, e il Vedāntasāra di Sadānanda Yogendra, autore che seguì Vidyāraṇya nel mischiare Vedānta e Yoga. Le citazioni da queste opere sanscrite talvolta sono corrette, mentre altre volte sono portate a sostegno di tesi non propriamente advitīya, in conformità con le loro posizioni post-śaṃkariane. Nelle note, nonostante tutto, si deve ammettere che il traduttore dimostra una preparazione sull’argomento abbastanza rara in Occidente.
            Riguardo alla prefazione, dobbiamo annotare diverse confusioni dovute alla poca confidenza del sig. Marco Marino con la tradizione hindū e particolarmente con la sua metafisica. Anche in questo caso si nota la presenza continua di riferimenti all’opera di René Guénon, questa volta anche con citazioni riguardanti altre tradizioni come l’Islam e il Buddhismo, in generale o specificatamente zen, poco pertinenti o addirittura lontane dall’argomento trattato. Si ritrova la distinzione tra conoscenza teorica, virtuale ed effettiva, tipica della conoscenza non suprema (aparavidyā), che non ha alcun riscontro nell’Advaita, laddove ciò che non è conoscenza (jñāna) è solamente ignoranza (ajñāna). Si ritrovano mescolate a termini tecnici advitīya, espressioni buddhiste o yogiche, come dhamma, ‘sûniyatâ’ ([sic] śūnyatā), parinirvāṇa, upāsanā, dhāraṇa e dhyāna, varie categorie di samādhi, o concezioni islamiche come ‘Identità Suprema’ (l’unicità dell’esistenza) o ‘Stazione Suprema’ (il Brahmaloka), che nulla hanno a che fare con l’Advaita Vedānta. Il prefatore ancora insiste sull’indispensabilità della conoscenza teorica, citando Guénon (p. XVI), affermazione che è smentita nello stesso testo prefato: “Nessuna conoscenza degli Shastra è richiesta per la conoscenza del Sé” (p. 72); per poi concludere incoerentemente che il mezzo più importante per raggiungere tale conoscenza è la concentrazione (p. XVII; lo yogico dhāraṇa?). Sulla medesima lunghezza d’onda è la menzione di una serie di maestri, citati come appartenessero alla medesima trasmissione iniziatica (paramparā) o alla medesima corrente dottrinale (prasthāna). Infatti, Maṇḍana Miśra, Vācaspati Miśra, Prakāśātman, pur essendo nella stessa paramparā śaṃkariana, non hanno seguito lo Śaṃkara prasthāna; Padmapāda (se con lui s’intende l’autore della Pañcapādikā) e Rāmakṛṣṇa Paramhaṃsa non appartenevano alla medesima paramparā. Quest’ultimo seguiva una via di bhakti tantrica, mentre quel Padmapāda era probabilmente un bedhabedhavādin. Quanto a Śrī Ramaṇa Maharṣi, egli non fu ricollegato ad alcun maestro e perciò, pur essendo un puro advaitin, non può essere definito propriamente un vedāntin.
            Il libro è comunque degno di essere letto e persino utile per certi versi ai cercatori del vicāra śaṃkariano, mentre potrebbe indurre in fraintendimenti ed errori i lettori con preparazione esclusivamente libresca. A questi raccomandiamo una attenta lettura del Avidyā Śaṃkara Siddhānta che stiamo pubblicando su questo Sito, al fine di premunirsi dagli errori che abbiamo evidenziato.

            Maitreyī

            Shrî Karapatra Swami: La lampada della Conoscenza non-duale. Advaita Bodha Dîpikâ [La lámpara del conocimiento no dual], Traductión desde sanscrito por Giorgio Conte, Introducción de Marco Marino, Torino, Harmonia Mundi, 2016. ISBN 978-88-99743-03-9. Pp. 181.

            Con motivo de la publicación en este Sitio de la traducción del Śaṃkara Siddhānta por Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārāja destinada a corregir los errores del mūlāvidyāvāda, aprovechamos la oportunidad para reseñar esta traducción del Advaita Bodha Dīpikā con notas y prefacio. De hecho, algunas posiciones de este libro coinciden con las de la ‘teoría de la avidyā radical’, alejadas de la doctrina śaṃkariana. La Lámpara del Conocimiento no dual es un texto incompleto, ya que faltan los últimos cuatro capítulos del original, publicado en la Rivista di Studi Tradizionali de Turín (1985-1991, n. 62-72). Para evitar malentendidos, informamos a los lectores que el autor no es ciertamente el famoso Dharma Saṃrāṭ, Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Kārapātrijī, bien conocido por Śrī Ramaṇa Maharṣi, así como por los Jagadgurus de Śṛṅgerī. De hecho, hemos pedido informes al Kārapātri āśrama de Kāśī (Benarés), que publica los textos del Guru y posee los derechos de autor, y al Jagadguru Śaṃkarācārya Svarūpānanda Sarasvatī Mahāsvāmījī, que fue su gurubhāī, más el Advaita Bodha Dīpikā parece ser obra completamente desconocida. Por lo tanto, Svāmī Kārapātra debe ser un casi homónimo más bien desconocido, ya que ni en Śṛṅgerī ni en Kāṅchī supieron identificarlo. Probablemente fue un saṃnyāsin del sur de la India que vivió antes del siglo XIX. El texto que estamos tratando sigue el modelo upaniṣadico y de los Upadeśa Sāhasrī, basado en preguntas que el discípulo dirige a su maestro sobre los temas fundamentales del Advaita Vedānta. Es una exposición que presenta rasgos de gran interés y alta doctrina śaṃkariana, alternada con declaraciones contradictorias, caídas de nivel o posiciones decididamente contrarias a la enseñanza del puro Advaita, entre las que destacamos: la identificación entre jīvātman y el aham individual; la confusión entre Yoga y Vedānta tanto en la doctrina como en el método; la distinción artificial entre conocimiento (jñāna) y realización (sākṣātkāra); un concepto del camino de conocimiento realizado por etapas, como si fuera un camino del no-Supremo; la existencia real de un “vacío”; y, finalmente, la teoría de mūlāvidyā. La impresión es que el Advaita Bodha Dīpikā pudo haber sido alterado con la inserción de declaraciones y puntos de vista erróneos. Teniendo en cuenta que las partes claramente correctas pueden ser reconocidas inmediatamente por el lector, nos detendremos a comentar solo algunos de sus muchos pasajes inconsistentes o decididamente incorrectos.

            1. “… el jīva mutable no puede ser el Testigo y no puede ser el Ātman-Testigo, esta entidad mutable no puede ser Brahma. La expresión “yo soy el Brahman” por lo tanto corresponde a una imposibilidad” (pp. 149-150). Esto es en total contradicción con Śaṃkara, quien a este respecto afirma: “Este es también un ejemplo de cómo, en el caso del jīvātman que parece indistinguible de los condicionamientos asociados con él, como el cuerpo, etc., el conocimiento discriminatorio [neti neti], proveniente del aprendizaje de la śruti, lo distingue del cuerpo. El resultado de ese conocimiento discriminatorio es la realización de su propia verdadera naturaleza” (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, I.3.19); “Si el jīvātman fuera diferente del Brahman Supremo, las declaraciones textuales como “tú eres Eso” se contradecirían” (BSŚBh IV.3.14).
            2. “Es cierto que el texto sagrado revela la verdad “tú eres Eso”; pero el conocimiento directo no resulta de su simple escucha (śrāvaṇa). En ausencia de la ‘búsqueda’ del Sí mismo, el conocimiento es todavía indirecto. Para que este conocimiento se realice, es necesario dedicarse a la “reflexión” (manana) (p.110) “Sabio hijo, a través de la investigación (vichâra) has adquirido un conocimiento directo del Ser, pero con el propósito de la realización debes continuar con la meditación [nididhyāsana]” (p. 144). Al contrario, Śaṃkara declara: “Es como cuando Brahmā eliminó la ignorancia de Rāma con estas simples palabras “tú no eres el hijo de Daśaratha, tu eres Viṣṇu “. No hizo referencia a ninguna acción que Rama hubiera tenido que cumplir para despertar su naturaleza como Viṣṇu. Para Rāma fue suficiente escuchar esas solas palabras” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.100). “Como le sucede a quien se reconoce a sí mismo como el décimo simplemente al escuchar las palabras “tú eres el décimo”, igual le pasa a quien logra conocer a su propio ser como el Testigo del intelecto y sus modificaciones, simplemente escuchando el mahāvākya. ‘tú eres Eso’” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.176). Y de nuevo: “en cuanto entendemos el sentido del aforismo (vākyārtha [mahāvākya]), todo está cumplido” (Muṇḍaka Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, I.1,6).
            3. “D. [discípulo]: De acuerdo con su enseñanza, investigué las cinco envolturas, las rechacé como ‘no-Yo’ y finalmente encontré ese vacío. ¿Dónde está entonces el Ser? M. [maestro]: “… de manera similar, solo si hay un espectador del vacío, podemos decir que no vemos nada, porque solo existe el Ser y nada más fuera de Él” (p. 123). Śaṃkara simplemente declara que aquellos que usan el “neti neti” para eliminar el anātman sin empezar con la intuición del Testigo llegarán al puro vacío como los buddhistas: “Si sobre este tema sostienen que uno debe usar exclusivamente la negación, el ‘neti neti’, debido al hecho de que es un método basado en todos sus aspectos en la autoridad de la śruti, le responderemos que en este caso tu eventualmente llegarás solo al puro vacío, ya que no habrás tomado en consideración la intuición de la existencia del Testigo” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.125); el ‘espectador del vacío’ no teniendo algún sentido.
            4. “[…] esto [la pérdida del aspecto informal de la mente] sucede en el momento del abandono del cuerpo por el ‘liberado en vida’ (jîvan-mukti [sic]) que no puede pasar cuando está vivo” (p. 159). Śaṃkara, por su parte, niega expresamente la videha mukti: “La frase ‘tú eres Eso’ no puede interpretarse de manera distorsionada como ‘después de que mueras, te convertirás en Eso’. La śruti enseña que justo en el momento en que surge el Ātma jñāna, surge la unidad de todo en el Ser (sarvātmatva), según la frase: “Cuando el sabio Vāmadeva conoció esta realidad (tattva), en ese mismo momento supo que: ‘Yo soy Manu y también el sol…’”.”(BSŚBh III.3.32).
            5. “Esto se logra a través de la práctica ininterrumpida del nirvikalpa samâdhi” (p. 141). Śaṃkara, por lo contrario, niega cualquier utilidad a una actividad posterior al logro del conocimiento: “Cuando con śrāvaṇa, manana y nididhyāsana surge el conocimiento del Ser, entonces se conoce todo” (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, II. 4. 5) “Cuando el conocimiento que proviene de ‘tú eres Eso’ se obtiene de esta manera, ¿cómo se puede sostener que eso mismo no sea una fuente válida de conocimiento? ¿Y que, por lo tanto, sería necesario llevarlo a cabo con una acción adicional?” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.199).
            6. “Māyā es sin causa, porque no es el producto de algo que la preceda: reside en Brahma sin principio. Antes de la manifestación, no podría haber ninguna causa para la manifestación de Māyā, que sin embargo se manifiesta de por sí misma” (p. 37). Esto es afirmar mūlāvidyā; más en otras partes, el texto se contradice descaradamente: “En [Brahman] no hay nada que se parezca a Māyā y a sus efectos” (p. 45), esta vez en total acuerdo con la doctrina de Śaṃkara.

            Es comprensible que Svāmī Kārapātra, o quien sea por él, caiga en estas declaraciones lejanas del puro Advaita, ya que sus fuentes más frecuentemente citadas son el Yoga Vāsiṣṭha, obra medieval fuertemente influenciada por el Buddhismo y el Yoga, y los escritos de Vidyāraṇya, del cual algunas argumentaciones originaron una corriente de mūlāvidyā, como lo demuestran los títulos de los capítulos perdidos del Adavita Bodha Dīpikā: Jīvan mukti, Videha Mukti, Savikalpa Samādhi y Nirvikalpa Samādhi. Aparte el primero, los otros tres títulos indican tendencias anti-śaṃkarianas. ¿No será por lo que desaparecieron?
            Por lo que se refiere a la traducción y notas del Sr. Giorgio Conte, tenemos que señalar algunos puntos esenciales. En primer lugar, nos preguntamos si el texto haya sido traducido del sánscrito, como se anunció en el prefacio de la primera edición en la Rivista di Studi Tradizionali (1985, n. 62-63), registrada puntualmente en el colofón de esta reedición de Harmonia Mundi. De hecho, existe una traducción inglesa: Advaita Bodha Deepika (Sri Ramanananda Saraswathi ed. by, Tiruvannamalai, Sri Ramanasramam, 2002, I ed. 1951). El anónimo editor de esta traducción inglesa, en el prefacio, afirma que el texto era particularmente considerado por Śrī Ramaṇa Maharṣi, que hubiera supervisado su traducción. Curiosamente, su primera edición apareció un año después de que el famoso Maharṣi abandonara su cuerpo. Hay otro particular dudoso con respecto a la situación del ambiente del āśrama después de la desaparición de Śrī Ramaṇa: entre las diversas ediciones del Adavita Bodha Dīpikā publicadas por Sri Ramanasramam, una atribuye el mismo texto a Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Kārapātrijī y otra ¡al mismísimo Śaṃkara! Las versiones manuscritas en sánscrito, tamil y telugu son, por otra parte, imposibles de consultar. Nuestras dudas sobre la traducción del sánscrito están motivadas por la repetición de errores básicos como la confusión en el género de los nombres (por ejemplo, la manana, p. 84 y la nidhidhyâsana [sic], p. 168), ambos masculinos). También hemos detectado algunas traducciones incorrectas, como jada por “inteligente” y ajada por no inteligente (p. 51) que invierten sus significados. Esto sucede a menudo en los primeros capítulos, mientras que su mención aparece correcta en la segunda mitad. Algunas traducciones de términos técnicos no son aceptables: adhyāropa traducida con “falsa atribución” (traducción que corresponde a adhyāsa) en lugar de “adopción voluntaria de una falsa atribución “; nididhyāsana con meditación (que se expresa mediante upāsana o dhyāna) cuando su significado vedāntico es “atención contemplativa”.
            También señalamos el uso de jīva donde en el texto en inglés aparece aham o ego. Este último no es un error de poca cuenta, ya que, si el jīva aparece como aham debido a la ignorancia, en realidad siempre es el Ātman. Siguiendo el la crítica a la traducción, encontramos distorsión del sentido de vāsanā (latencia) con potencialidad, el uso de “estados superiores del ser” para avasthā o loka, “informal” para arūpa (por ejemplo, en la desafortunada expresión ‘mente informal’), “no manifestado” para avyakṛta (que se refiere exclusivamente a Prakṛti), con el propósito obvio de ajustar este texto al lenguaje de René Guénon. En las referencias de las notas, más que las Upaniṣads o los auténticos textos de Śaṃkara, se prefiere mencionar Guénon que, a pesar de los méritos indiscutibles de su L’Homme et son Devenir, no puede considerarse una autoridad reconocida de la tradición advitīya. En esta obra usó indistintamente, por su propia admisión, el Advaita de Śaṃkara, el Viśiṣṭādvaita de Rāmānuja y en el Sāṃkhya, estos últimos sin duda más cercanos a la perspectiva de su experiencia iniciática. Siguiendo las inclinaciones de Svāmī Kārapātra, el Sr. Giorgio Conte cita como fuente segura el Viveka Cūdāmaṇi, el Dṛg Dṛṣya Viveka, atribuyéndolos a Śaṃkara, y al Vedāntasāra de Sadānanda Yogendra, autor que siguió a Vidyāraṇya en el mezclar Vedānta con Yoga. Las citas de estas obras en sánscrito a veces son correctas, mientras que otras veces se apoyan en tesis que no son adecuadamente advitīya, en acuerdo con sus posiciones post-śaṃkarianas. En las notas, a pesar de todo, hay que admitir que el traductor demuestra una preparación sobre el tema bastante rara en Occidente.
            Respecto al prefacio, debemos notar varias confusiones debidas a la falta de conocimiento del Sr. Marco Marino sobre la tradición hindū y particularmente sobre su metafísica. También en este caso notamos la presencia continua de referencias a la obra de René Guénon, esta vez con citas sobre otras tradiciones como el Islam y el Buddhismo en general o específicamente Zen, no pertinentes o incluso lejanas al tema. Encontramos la distinción entre conocimiento teórico, virtual y efectivo, típico de la ciencia del no Supremo (aparavidyā), que no tiene equivalente en el Advaita, según lo cual lo que no es conocimiento (jñāna) es solo ignorancia (ajñāna). Mezclado con términos técnicos advitīya, expresiones buddhistas o yóguicas como dhamma, ‘sûniyatâ’ [(sic) śūnyatā], parinirvāṇa, upāsanā, dhāraṇa y dhyāna, distintos tipos de samādhi, o conceptos islámicos como ‘Identidad Suprema’ (es decir, la Unicidad de la Existencia.) o ‘Estación Suprema’ (el Brahmaloka) que no tienen nada a que ver con el Advaita Vedānta. El Sr. Marino insiste en la indispensabilidad del conocimiento teórico, citando a Guénon (p. XVI), declaración que se niega en el texto que él mismo presenta: “No se requiere conocimiento de los Shastras para el Conocimiento del Ser” (p. 72); concluyendo de manera incoherente que el medio más importante para alcanzar este conocimiento es la concentración (p. XVII; ¿el dhāraṇa del Yoga?). Así también se menciona una serie de maestros como pertenecientes a la misma transmisión iniciática (paramparā) y a la misma corriente doctrinal (prasthāna) de Śaṃkara. De hecho, Maṇḍana Miśra, Vācaspati Miśra, Prakāśātman, a pesar de encontrarse en la misma paramparā śaṃkariana, no siguieron el Śaṃkara prasthāna. Padmapāda (si con él se entiende el autor de la Pañcapādikā) y Rāmakṛṣṇa Paramhaṃsa no pertenecían a la misma paramparā. Este último siguió un camino tántrico de bhakti, mientras que Padmapāda probablemente fue un bedhabedhavādin. Por lo que se refiere a Śrī Ramaṇa Maharṣi, no fue discípulo de ningún maestro y, por lo tanto, a pesar de ser un puro advaitin, no se le puede correctamente llamar vedāntin.
            Sin embargo, el libro es digno de ser leído e incluso útil de alguna manera para los buscadores del vicāra śaṃkariano, mientras que podría llevar a los lectores con preparación exclusivamente libresca a malentendidos y errores. Recomendamos a estos últimos una cuidadosa lectura del Avidyā Śaṃkara Siddhānta que estamos publicando en este Sitio, para protegerse de los errores que hemos subrayado.

            Maitreyī

            Shrî Karapatra Swami: La lampada della Conoscenza non-duale. Adavita Bodha Dîpikâ [Lamp of non-dual knowledge], Translation from sanskrit by Giorgio Conte, Introduction by Marco Marino, Turin, Harmonia Mundi, 2016. ISBN 978-88-99743-03-9. Pp. 181.

            In concert with the publication on this Site of the translation of Śaṃkara Siddhānta by Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārāja to correct the errors of mūlāvidyāvāda, we take the opportunity to review the translation of Advaita Bodha Dīpikā with notes and preface. Indeed, some positions of this book coincide with those of the ‘theory of the radical avidyā’, far from the Śaṃkarian doctrine. The Lamp of non-dual Knowledge published serially in Rivista di Studi Tradizionali of Turin (1985-1991, No. 62-72), is an incomplete text since the last four chapters of the original are missing. For the avoidance of doubt, we would like to inform the reader that the author is certainly not the famous Dharma Saṃrāṭ, Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Kārapātrijī, well known by Śrī Ramaṇa Maharṣi, as well as, by the Jagadgurus of Śṛṅgerī. In fact, we have verified directly with the Kārapātri āśrama of Kāśī (Varanasi), which publishes the texts of the Guru and owns his copyrights, and with the Jagadguru Śaṃkarācārya Svarūpānanda Sarasvatī Mahāsvāmījī, who was his gurubhāī. As if that were not enough, the Advaita Bodha Dīpikā seems to be completely unknown to any of the above-mentioned circles. Therefore, Svāmī Kārapātra must be a largely unknown homonym, since neither Śṛṅgerī nor Kāṅchī have been able to identify him. Presumably, he must have been a saṃnyāsin from South India who lived before the 19th century. The text does indeed follow the Upaniṣadic and the Upadeśa Sāhasrī model based on questions on the fundamental themes of Advaita Vedānta that the disciple addresses to his master. It is a reading that presents passages of great interest including high Śaṃkarian doctrine, presenting, however, also contradictory statements, level drops and positions decidedly contrary to the teaching of the pure Advaita. Among these, we would like to highlight: the identification between jīvātman and the individual aham; the confusion between Yoga and Vedānta, both in the doctrine and in the method; the artificial distinction between knowledge (jñāna) and realization (sākṣātkāra); the concept of the path of knowledge carried out in stages, as if it were a path of the non-Supreme; the real existence of the “vacuum”; and, finally, the theory of mūlāvidyā. The impression is that Advaita Bodha Dīpikā might have been altered with the insertion of erroneous statements and observations. If the unquestionably correct parts can be immediately recognized by the reader, we shall move forward to comment only some of the many inconsistent or undoubtedly incorrect passages present in the text.

            1. “… the mutable jīva cannot be the Witness. Hence, since it cannot be the Ātman-Witness, this mutable entity cannot be Brahma. Therefore, the expression “I am the Brahman” corresponds to an impossibility” (pp. 149-150). This is in total contradiction with Śaṃkara, who in this regard affirms: “This is also an example of how, in the case of the jīvātman that appears indistinguishable from the conditionings associated with it, such as the body, etc., the discriminative knowledge [neti neti], derived from the learning of śruti, is eventually able to distinguish it from the body. The result of this discriminative knowledge is the realization of its own true nature” (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, I.3.19).
            2. “It is true that the sacred text reveals the truth “you are That”, but the direct knowledge does not result from its simple listening [śrāvaṇa]. In the absence of the ‘search’ of the Self, the knowledge remains indirect. For this knowledge to be realized, it is necessary to engage in “reflection” (manana)” (p.110) “Wise son, through investigation (vichâra) you have acquired a direct knowledge of the Self, but for the purpose of realization you must continue with meditation [nididhyāsana]” (p. 144). Contrary to this, Śaṃkara states: “It is like when Brahmā removed the ignorance from Rāma with these simple words “you are not the son of Daśaratha, you are Viṣṇu”. He made no reference to any action Rāma had to undertake in order to awaken his nature as Viṣṇu. For Rāma it was enough to listen to those single words” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.100). “As happens to whoever recognizes himself as the tenth simply by hearing the words “you are the tenth”, the same happens to whoever knows his own Self as the Witness of the intellect and its modifications simply by listening to the mahāvākya ‘you are That’” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.176). And again: “as soon as one understands the meaning of the aphorism (vākyārtha [mahāvākya]), everything is fulfilled” (Muṇḍaka Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, I.1,6).
            3. “D. [disciple]: “According to your teaching, I investigated the five layers, rejected them as ‘non-Self’ and finally found nothing but emptiness, where is the Self then?” M. [master]: “… likewise, only if there is a spectator of the void, we can say that nothing can be seen, because there is only the Self and nothing else outside of Him” (p. 123). Śaṃkara simply affirms that those who use the “neti neti” to eliminate the anātman without beginning with the intuition of the Witness will only reach the pure void like in the case of the Buddhists: “If on this subject we maintain that one should only use the negation, the ‘neti neti’, based on the fact that this is a method fully validated by the authority of the śruti, we shall respond that in this case one will eventually reach only the pure vacuum, since here the intuition of the existence of the Witness is not taken into consideration” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.125); being the ‘void viewer’ a mere non-sense.
            4. “[…] This happens at the moment when the ‘liberated in life’ (jīvan-mukti [sic]) leaves his body behind; it cannot happen when he is still alive” (p. 159). Śaṃkara, on the contrary, expressly denies the videha mukti: “The expression ‘you are That’ cannot be interpreted in a distorted way as ‘after you die, you will become That’. The śruti teaches that just as the Ātma jñāna arises, also the unity of everything in the Self (sarvātmatva) arises, in accordance with the passage: “When the sage Vāmadeva recognized this reality (tattva), at the very same moment, he knew that: ‘I am Manu, and I am the Sun’”.”(BSŚBh III.3.32).
            5. “This is achieved through the uninterrupted practice of nirvikalpa samâdhi” (p. 141). Śaṃkara, on the contrary, denies the usefulness of any activity subsequent to the attainment of knowledge: “When the knowledge of the Self arises with śrāvaṇa, manana and nididhyāsana, then everything is known” (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, II.4.5) “When the Knowledge that derives from ‘you are That’ is thus obtained, how it can be argued that this is not a valid source of knowledge and that, therefore, it would be necessary to finalize it with an additional action?” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.199).
            6. “Māyā is without cause, because it is not the product of something that precedes it: it resides in Brahma without beginning. Before the manifestation, there could not be a cause for the manifestation of Māyā, yet it manifests itself ” (p.37) This is to affirm mūlāvidyāvāda; elsewhere, however, the text is blatantly in contradiction with the above quotation: “In It [Brahman] there is nothing resembling Māyā and its effects” (p. 45); this time in total agreement with Śaṃkara’s doctrine.

            It is easy to evince that with these statements Svāmī Kārapātra, or whoever for him, embraces a position distant from the pure Advaita. This can be inferred from sources that are most frequently cited , such as the Yoga Vāsiṣṭha, a medieval work strongly influenced by Buddhism and Yoga, and the writings of Vidyāraṇya, of whose certain argumentations originated a stream of mūlāvidyāvāda, as indicated by the titles of the lost chapters of the Adavita Bodha Dīpikā: Jīvan mukti, Videha Mukti, Savikalpa Samādhi and Nirvikalpa Samādhi. Apart from the first, the other three titles betray anti-Śaṃkarianas tendencies. Is that perhaps why they disappeared?
            About the translation and notes of Mr. Giorgio Conte, we must point out some essential details. First, we wonder if the text was indeed translated from Sanskrit, as stated in the preface to the first edition appeared in Rivista di Studi Tradizionali (1985, No. 62-63) and duly reported in the colophon of this reprint of Harmonia Mundi. In fact, it already exists an English translation: Advaita Bodha Deepika (Sri Ramanananda Saraswathi ed. by, Tiruvannamalai, Sri Ramanasramam, 2002, 1st ed. 1951). The anonymous editor of this English translation states, in the preface, that this text was held in high regard by Śrī Ramaṇa Maharṣi, who had supervised its translation. Interestingly, the first edition appeared a year after the famous Maharṣi left his body. There is another dubious detail regarding the situation of the āśrama environment after the disappearance of Śrī Ramaṇa: among the various editions of the Adavita Bodha Dīpikā published by Sri Ramanasramam, one attributes the text to Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Kārapātrijī, whereas another one attributes it to the same Śaṃkara! The manuscript versions in Sanskrit, Tamil and Telugu are, on the other hand, unavailable for consultation.
            Our doubts concerning the translation from Sanskrit are motivated by the repetition of basic errors such as the confusion in the gender of nouns (for example, ‘la’ manana, p.84 and ‘la’ nidhidhyâsana (sic), p.168, both masculine). We have also detected some incorrect translations, such as jada for “intelligent” and ajada for non-intelligent (p.51) inverting their actual meanings. This happens often in the first part, while their use appears correct in the second half of the text. In addition, the translations of some technical terms are not acceptable. For example: adhyāropa translated as “false attribution” (a translation that corresponds more correctly to adhyāsa) instead of “voluntary adoption of a false attribution”; nididhyāsana as meditation (which is instead upāsana or dhyāna) when its Vedāntic meaning is “contemplative attention”. We also point out the use of jīva where aham or ego appear in the English text. The latter is not a minor error because, even though the jīva appears as aham due to ignorance, it is always the very Ātman.
            Furthermore, we could not help but notice that the meaning of vāsanā (latency) has been twisted into “potentiality”, avasthā and loka into “superior states of being”, arūpa into “informal” (for example, in the unfortunate expression ‘informal mind’) and avyakṛta into “unmanifest” (which refers exclusively to Prakṛti). This seems to have the only purpose of adapting these terms to the language of René Guénon. In the notes, instead of making references to the Upaniṣads or to the authentic texts of Śaṃkara, it was preferred to quote Guénon who, despite the indisputable merits of his L’Homme et son Devenir, cannot be considered a recognized authority of the advitīya tradition. By his own admission, Guénon used indifferently in his work the Advaita of Śaṃkara, the Viśiṣṭādvaita of Rāmānuja and the Sāṃkhya, the last two undoubtedly closer to the perspective of his initiatory experience.
            Following the inclinations of Svāmī Kārapātra, Mr. Giorgio Conte cites the Viveka Cūdāmaṇi and the Dṛg Dṛṣya Viveka as reliable sources, attributing them to Śaṃkara, as well as, the Vedāntasāra of Sadānanda Yogendra, author who followed Vidyāraṇya in blending Vedānta with Yoga. Quotations of these works in Sanskrit are sometimes correct, while some other times they rely on theses that are not adequately advitīya, but in accordance with post-Śaṃkarian positions. Despite everything, it is necessary to recognize that the translator demonstrates in his notes a preparation on the subject that is quite rare in the West.
            About the preface, we noted some confusion due to the lack of knowledge of Mr. Marco Marino in the Hindū tradition and particularly in its metaphysics. In this case too we note the continued presence of references to the work of René Guénon, this time with quotes from other traditions such as Islam and Buddhism, in general or specifically Zen, not relevant and indeed distant from the dealt subject. We find the distinction between theoretical, virtual and effective knowledge, typical of the non-Supreme knowledge (aparavidyā) and that has no counterpart in Advaita, in which what is not knowledge (jñāna) is only ignorance (ajñāna). Here we find a mishmash of technical advitīya terms, Buddhist and yogic expressions such as dhamma, ‘sûniyatâ’ [(sic) śūnyatā], parinirvāṇa, upāsanā, dhāraṇa and dhyāna, different types of samādhi; or Islamic concepts such as ‘Supreme Identity’ (the oneness of existence) or ‘Supreme Station’ (the Brahmaloka), which have nothing to do with Advaita Vedānta. Citing Guénon (p. XVI), Mr. Marino insists on the indispensability of theoretical knowledge; a statement that is denied in the same text he presents: “Knowledge of the Shastras is not required for the Knowledge of the Self” (p. 72); only to conclude  incoherently that the most important means of attaining this knowledge is concentration (p. XVII, the dhāraṇa of Yoga?). In line with this perspective, a list of several teachers is mentioned as belonging to the same initiatory transmission (paramparā) and to the same doctrinal current (prasthāna) of Śaṃkara. In fact, even though Maṇḍana Miśra, Vācaspati Miśra, Prakāśātman, are in the same paramparā of Śaṃkara, they did not follow the Śaṃkara prasthāna. Padmapāda (if this means the author of the Pañcapādikā) and Rāmakṛṣṇa Paramhaṃsa did not belong to the same paramparā. The latter followed a tantric way of bhakti, while Padmapāda was probably a bedhabedhavādin. As far as Śrī Ramaṇa Maharṣi is concerned, he was not a disciple of any master and, therefore, despite being a pure advaitin, he cannot properly be defined as vedāntin.

            Nevertheless, the book is worth reading and even useful in some way to the seekers of the Śaṃkarian vicāra, although it could lead the readers with an exclusively bookish preparation to misunderstandings and errors. To the latter we recommend a careful reading of the Avidyā Śaṃkara Siddhānta that we are publishing on this Site, to avoid falling into the errors highlighted here.

            Maitreyī

            Shrî Karapatra Swami: La lampada della Conoscenza non-duale. Advaita Bodha Dîpikâ [La lampe de la connaissance non-duelle], Traduction du sanscrit par Giorgio Conte, Introduction de Marco Marino, Turin, Harmonia Mundi, 2016. ISBN 978-88-99743-03-9. Pp. 181.

            Nous avons saisi l’occasion de faire un compte rendu de cette traduction annotée et préfacée de l’Advaita Bodha Dīpikā à l’occasion de la publication en série sur ce Site du Śaṃkara Siddhānta par Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārāja destiné à corriger les erreurs de la mūlāvidyāvāda. En effet, certaines positions du Svāmī Kārapātra coïncident avec celles de la ‘doctrine de l’avidyā radicale’, bien loin de la doctrine śaṃkarienne.

            Jadis publié en feuilleton dans la Rivista di Studi Tradizionali de Turin (1985-1991, nos de 62 à 72), La lampe de la connaissance non-duelle est un texte incomplet, les quatre derniers chapitres de l’original étant absents,. Pour éviter tout malentendu, nous informons les lecteurs que l’auteur n’est certainement pas le célèbre Dharma Saṃrāṭ, Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Kārapātrijī, bien connu par Śrī Ramaṇa Maharṣi et par les Jagadgurus of Śṛṅgerī. En fait, nous avons demandé au Kārapātri āśrama de Kāśī (Bénarès), qui republie les œuvres du Guru et en détient les droits d’auteur, et au Jagadguru Śaṃkarācārya Svarūpānanda Sarasvatī Mahāsvāmījī, qui a été son gurubhāī, mais l’Advaita Bodha Dīpikā y est complètement inconnu. Par conséquent, Svāmī Kārapātra devait être un quasi-homonyme presque inconnu, puisque personne à Śṛṅgerī et Kāṅcī n’a été capable de l’identifier. C’était probablement un saṃnyāsin de l’Inde du sud qui vécut avant le XIXe siècle. Le texte dont nous discutons, suit le modèle upaniṣadique et des Upadeśa Sāhasrī, basé sur les questions que le disciple adresse à son maître sur les sujets fondamentaux de l’Advaita Vedānta. C’est une exposition qui présente des traits d’un grand intérêt et d’une haute doctrine śaṃkarienne, alternés avec des déclarations contradictoires, des chutes de niveau ou des positions décidément contraires à l’enseignement du pure Advaita, parmi lesquels nous soulignons: l’identification entre jīvātman et l’aham individuel; la confusion entre le Yoga et le Vedānta dans la doctrine ainsi que dans la méthode; la distinction artificielle entre la connaissance (jñāna) et la réalisation (sākṣātkāra); l’idée de la voie de la connaissance accomplie par étapes, comme s’il s’agissait d’une voie du non-Suprême; l’existence réelle d’un ‘vide’; et, enfin, la théorie de mūlāvidyā. L’impression est que l’Advaita Bodha Dīpikā a peut-être été modifié plus tard avec l’insertion de déclarations et points de vue erronés. En supposant que le lecteur reconnaisse immédiatement les parties clairement correctes, nous nous arrêtons pour commenter certains des nombreux passages incohérents ou décidément faux.

            1. “… le jīva changeant ne peut être le témoin ni le Soi-Témoin, cette entité en mutation ne peut pas être Brahma. L’expression “Je suis le Brahman” correspond donc à une impossibilité.” (Pp. 149-150). Cela est en totale contradiction avec Śaṃkara, qui déclare à ce propos : “C’est aussi un exemple de comment, dans le cas du jīvātman, qui semble impossible à distinguer des conditionnements associés, tels que le corps, etc., la connaissance discriminante [neti neti], provenante de l’apprentissage de la śruti, le distingue du corps. Le résultat de cette connaissance discriminante est la réalisation de sa vraie nature.” (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, I.3.19) ; “Si le jīvātman fût différent du Brahman suprême, les déclarations scripturaires telles que “tu es Cela” seraient contredites” (BSŚBh IV.3.14).
            2. “Il est vrai que le texte sacré révèle la vérité “tu es Cela” ; mais la connaissance directe ne résulte pas de sa simple écoute [śrāvaṇa]. En l’absence de la “recherche” du Soi, la connaissance est toujours indirecte. Pour que cette connaissance soit réalisée, il est nécessaire de s’engager dans une “réflexion” [manana] (p.110). “Mon sage fils, grâce à la recherche (vichâra), tu as acquis une connaissance directe du Soi, mais, afin de le réaliser, tu dois continuer à t’engager dans la méditation [nididhyāsana]” (p. 144). Śaṃkara, au contraire, déclare : “C’est comme lorsque Brahmā supprima l’ignorance de Rāma avec ces mots simples : “Tu n’es pas le fils de Daśaratha, tu es Viṣṇu”. Il n’a fait aucune référence à aucune action que Rāma devrait entreprendre pour éveiller sa nature en tant que Viṣṇu. Il suffisa que Rāma n’entendit que ces mots” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.100). “Comme il arrive à celui qui se reconnaît comme dixième simplement en entendant les mots “tu es le dixième”, il en va de même pour celui qui réussit à se connaître comme témoin de l’intellect et de ses modifications, simplement en écoutant le mahāvākya “tu es Cela”” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.176). Et encore : “en même temps que nous comprenons le but de l’aphorisme (vākyārtha [mahāvākya]), tout est accompli” (Muṇḍaka Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, I.1,6).
            3. “D. [disciple] : Conformément à votre enseignement, j’ai enquêté sur les cinq enveloppes, je les ai rejetées comme ‘non-Soi’ et finalement je n’ai trouvé que le vide. Où est alors le Soi ? M. [maître] : … de même, s’il n’y a qu’un spectateur du vide, nous pouvons dire que nous ne voyons rien, c’est qu’il n’y a que le Soi et rien d’autre en dehors de lui” (p. 123). Śaṃkara déclare simplement que ceux qui utilisent les “neti neti” pour supprimer l’anātman sans partir de l’intuition du Témoin aboutiraient à un vide absolu comme les bouddhistes: “Si à ce sujet tu soutenais qu’on devrait utiliser exclusivement la négation, le “neti neti” , puisqu’il s’agit d’une méthode s’appuyant à tous égards sur l’autorité de la śruti, nous te répondrions que dans ce cas tu n’arriverais à la fin qu’au pur vide, car tu n’aurais pas tenu compte de l’intuition de la existence du Témoin” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.125), en tant que ‘le spectateur du vide’ est dépourvu de tout sens.
            4. “ [La perte de l’aspect informel du mental se produit] au moment de l’abandon du corps par le “libéré en vie” (jîvan-mukti [sic]) ; cela ne peut pas arriver pendant qu’il est vivant” (p. 159). Śaṃkara, au contraire, nie expressément la videha mukti : “La phrase “tu es Cela” ne peut pas être interprétée de manière déformée comme “après ta mort, tu deviendras Cela”. La śruti enseigne que, juste au moment où l’Ātma jñāna apparaît, l’unité de tout dans le Soi (sarvātmatva) émerge aussi, sur l’autorité de la phrase: “Lorsque le sage Vāmadeva connut cette réalité (tattva), à ce moment-là il connut: “Je suis vraiment Manu et aussi le soleil.”” (BSŚBh III.3.32).
            5. “Cela est réalisé grâce à la pratique ininterrompue du nirvikalpa samâdhi” (p. 141). Au contraire, Śaṃkara nie toute utilité pour une activité ultérieure après avoir obtenu la connaissance : “Quand avec śrāvaṇa, manana et nididhyāsana la connaissance du Soi émerge, alors tout est connu.” (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, II. 4. 5). “Lorsque la connaissance qui provient de “tu es Cela” est obtenue de cette manière, comment peut-on prétendre qu’elle n’est pas en elle-même une source de connaissance valable et que, par conséquent, il serait nécessaire de la réaliser avec une action ultérieure ?” (Upadeśa Sāhasrī, XVIII.199).
            6. “Māyā est sans cause, parce qu’elle n’est pas le produit de quelque chose qui la précède : elle réside en Brahma sans commencement. Avant la manifestation, il ne pouvait pas y avoir de cause à la manifestation de Māyā, et cependant elle se manifeste” (p. 37). Mais ailleurs, le texte se contredit de manière flagrante : “En lui [Brahman], rien ne ressemble à Māyā ni à ses effets” (p. 45), en plein accord avec la doctrine de Śaṃkara.

            Il est compréhensible que Svāmī Kārapātra, ou qui que ce soit pour lui, dans ces déclarations trébuche si loin du pur Advaita, puisque ses sources faisant autorité sont le Yoga Vāsiṣṭha, une œuvre médiévale fortement influencée par le bouddhisme et le Yoga, et les œuvres de Vidyāraṇya, dont certaines thèses sont à l’origine d’un courant de mūlāvidyāvāda, comme l’indiquent les titres des chapitres manquants de l’Advaita Bodha Dīpikā: Jīvan mukti, Videha Mukti, Savikalpa Samādhi et Nirvikalpa Samādhi. À l’exception du premier, les trois autres titres indiquent des tendances anti-śaṃkariennes. C’est à cause de cela qu’ils ont disparu ?
            En ce qui concerne la traduction et les notes de M. Giorgio Conte, il faut souligner quelques points essentiels. Tout d’abord, nous doutons fortement que le texte ait été traduit du sanscrit, comme annoncé dans la préface de la première publication dans la Rivista di Studi Tradizionali (1985, n° 62-63), rapporté ponctuellement dans le colophon de cette édition de Harmonia Mundi. En fait, il existe une traduction anglaise : Advaita Bodha Deepika (Sri Ramanananda Saraswathi (éd.), Tiruvannamalai, Sri Ramanasramam, 2002, I éd. 1951). L’éditeur anonyme de cette traduction anglaise, dans la préface indique que le texte était particulièrement cher à Śrī Ramaṇa Maharṣi, qui aurait supervisé sa traduction. Curieusement, la première édition est parue un an après que le célèbre Maharṣi laissât son corps. Il y a un autre soupçon particulier qui concerne l’environnement de l’āśrama après la disparition de Śrī Ramaṇa : parmi les différentes éditions de l’Advaita Bodha Dīpikā publiées par Sri Ramanasramam, l’une l’attribue à Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Kārapātrijī et l’autre à Śaṃkara lui-même ! Les versions manuscrites en sanskrit, en tamoul et en télougou sont, quant à elles, introuvables.
            Quant à nos doutes sur la traduction du sanscrit, ils sont motivés par la constatation d’erreurs élémentaires répétées comme la confusion sur les genres de noms : par exemple, la manana (p. 84) et la nidhidhyâsana [sic] (p. 168), les deux étant masculins. Nous avons également détecté des traductions incorrectes, telles que jada pour ‘intelligent’ et ajada pour ‘non-intelligents’ (p. 51) qui renversent leur sens. Cela se produit souvent dans les premiers chapitres, alors que leur mention est correcte dans la seconde moitié. Et, encore, les traductions de plusieurs termes techniques ne sont pas acceptables : adhyāropa, rendu avec une “fausse attribution” (qui, au contraire, correspond à adhyāsa) au lieu de “assomption volontaire d’une fausse attribution” ; nididhyāsana avec méditation (ce qui est exprimé, en revanche, par upāsana ou dhyāna) tandis que sa signification védantique est “attention contemplative”. Nous rapportons également l’utilisation de jīva où dans le texte anglais apparaît aham ou ego. Ce dernier point n’est pas une erreur sans importance, car si le jīva peut apparaître comme un aham due à l’ignorance, il est en réalité toujours l’Atman. On y trouve la traduction altérée de vāsanā (latence) comme ‘potentiel’ ; l’utilisation des ‘états supérieurs de l’être’ pour avasthā ou loka ; ‘informel’ pour arūpa (par exemple dans la malheureuse expression ‘mental informel’) ; ‘non manifesté’ pour avyakṛta (qu’on doit attribuer exclusivement à Prakṛti), dans le but évident d’aligner ce texte au langage de René Guénon. Dans les références en note, plus que les Upaniṣads ou les textes authentiques de Śaṃkara, on préfère partout citer Guénon, qui ne peut être considéré comme une autorité reconnue par la tradition Advaita, malgré les mérites indiscutables de son livre L’Homme et son Devenir. De son propre aveu, il s’appuyait indifféremment sur l’Advaita Vedānta de Śaṃkara, le Viśiṣṭādvaita de Rāmānuja et sur le Sāṃkhya, sans doute plus proches à la perspective de sa voie initiatique. D’ailleurs, suivant les inclinations de Svāmī Kārapātra, M. Giorgio Conte cite comme source sûre le Viveka Cūdāmaṇi, le Dg Dṛṣya Viveka, les attribuant à Śaṃkara, et le Vedāntasāra de Sadānanda Yogendra, un auteur qui a suivi les pas de Vidyāraṇya en mélangeant le Vedānta au Yoga. Les citations de ces ouvrages sanskrits sont parfois correctes, tandis qu’elles sont parfois usagées pour soutenir des thèses qui ne sont pas du tout advitīya, conformément à leurs positions post-śaṃkariennes. Dans les notes, malgré tout, il faut bien admettre que le traducteur démontre une préparation sur le sujet assez rare en Occident.
            En ce qui concerne la préface, il faut noter plusieurs confusions dues au manque de familiarité de M. Marco Marino avec la tradition hindū et, en particulier, avec sa métaphysique. Dans ce cas également, nous notons la présence continue de références à l’œuvre de René Guénon, ainsi que des citations concernant d’autres traditions telles que l’Islam et le Bouddhisme, en général ou spécifiquement Zen, non pertinentes ou même bien éloignées du sujet. Nous trouvons la distinction entre la connaissance théorique, virtuelle et effective, typique de la connaissance non suprême (aparavidyā), qui n’a aucune mention dans l’Advaita, pour lequel ce qui n’est pas de connaissance (jñāna) n’est autre chose qu’ignorance (ajñāna). On trouve mélangées à des termes techniques advitīya des expressions bouddhistes ou yogiques, telles que dhamma, ‘sûniyatâ’ ([sic] śūnyatā), parinirvāṇa, upāsanā, dhāraṇa et dhyāna, diverses catégories de samādhi ; ou de conceptions islamiques telles que ‘l’Identité Suprême’ (l’Unicité de l’Existence) ou la ‘Station Suprême’ (le Brahmaloka), qui n’ont rien à voir avec l’Advaita Vedānta. Le prefatore insiste toujours sur le caractère indispensable de la connaissance théorique, citant Guénon (p. XVI), affirmation démentie dans le même texte qu’il préface : “Aucune connaissance des Shastras n’est requise pour la connaissance du Soi” (p. 72). Il conclut également de manière incohérente que le moyen le plus important d’atteindre ces connaissances est la concentration (p. XVII ; le dhāraṇa yogique ?). Conformément à ce qui précède, il est fait mention d’une série de maîtres cités comme appartenant à la même transmission initiatique (paramparā) et au même courant doctrinal (prasthāna). En effet, Maṇḍana Miśra, Vācaspati Miśra, Prakāśātman, bien qu’ils se trouvent dans la même paramparā śaṃkarienne, n’ont pas suivi le Śaṃkara prasthāna ; Padmapāda (si l’on se refère à l’auteur de la Pañcapādikā) et Rāmakṛṣṇa Paramhaṃsa n’appartenaient pas à la même paramparā. Ce dernier suivit un chemin de bhakti tantrique, alors que Padmapāda était probablement un bedhabedhavādin. Quant à Śrī Ramaṇa Maharṣi, il n’était lié à aucun maître et, par conséquent, bien qu’il fût un pur advaitin, il ne peut pas être appelé proprement un vedāntin.
            Cependant, le livre mérite d’être lu et il peut être même utile, à certains égards, pour les chercheurs du vicāra śaṃkarien, alors qu’il pourrait induire les lecteurs avec une préparation exclusivement livresque, en incompréhensions et erreurs. À ceux-ci, nous recommandons une lecture attentive de l’Avidyā Śaṃkara Siddhānta que nous sommes en train de publier dans ce Site, afin de se prémunir des erreurs que nous avons indiquées.

            Maitreyī

            🇮🇹🇬🇧🇪🇸🇫🇷 Angelo Crespi – Ars Attack

              🇮🇹Angelo Crespi, Ars Attack, Milano, Johan & Levi Ed., 2013. ISBM 978-88-6010.114-3, pp. 103

              Fino alla conclusione del XIX secolo, l’arte occidentale si rifaceva, pur con frequenti sussulti eversivi, all’estetica ellenica classica: per mezzo delle forme, essa intendeva spingere la mente di chi contemplava a ricercare la vera natura dell’oggetto rappresentato. L’arte si prestava così a indicare una via di introspezione che permettesse di vedere in trasparenza i significati degli oggetti dell’opera d’arte che, nella loro percezione ordinaria, apparivano opachi e limitati alla loro apparenza quotidiana. Un corpo umano, un oggetto, un elemento paesaggistico, riprodotto sulla tela o nella pietra, bronzo o legno, perdeva la sua pesantezza naturale (sahaja tamas) e si trasformava in un segno che ognuno interpretava a misura della propria capacità d’introspezione. Con il passare dei secoli il messaggio dell’arte diventava sempre più “greve”, perdendo gradualmente i suoi significati intellettuali, emotivi e sensibili. L’arte rimaneva comunque un linguaggio per alludere a qualcosa di più elevato di quanto si cela dietro le apparenze quotidiane, fino a essere in grado a condurre la mente dello spettatore a vette ineffabili, come è ben decritto dall’affermazione pseudo platonica “Il bello è lo splendore del vero”. E se al tramonto del periodo figurativo, l’arte induceva solamente a sensazioni di benessere, serenità, equilibrio, ciò nonostante anche queste ottuse sensazioni potevano rappresentare l’ultimo fioco lucore del “vero”.
              Con l’inizio del XX secolo l’arte cambia completamente rotta: si presenta come un campo di “sperimentazione scientifica”, in cui ogni preteso artista propone un suo personale campo d’indagine al fine di proporre agli spettatori uno strumento per la comprensione del mondo. Naturalmente questo campo d’indagine è commisurato con la “visione del mondo” dell’autore, con la sua ideologia, la sua (generalmente scarsa) cultura personale e con le sue più brute inclinazioni, affioranti dal subcosciente per godere d’una incontrollata “libertà” d’espressione, considerata come “ispirazione creativa”. In questo modo, solamente lo pseudo artista intende oscuramente cosa vuole esprimere con il suo manufatto; ma egli circonda di mistero la sua “ispirazione creatrice”, essendo egli stesso incapace di comunicarne ad altri il significato. Ancor più sorprendente è l’atteggiamento degli ammiratori dell’arte contemporanea i quali, impossibilitati non solo a seguire le varie tendenze artistiche, tra loro divergenti e tanto numerose quanti sono i presunti artisti, sono addirittura incapaci di comprendere il significato di una sola “opera d’arte” d’un singolo autore. Questo perché nemmeno l’autore stesso sa chiaramente che cosa ha voluto rappresentare.
              Considerando, inoltre, la pretesa “sperimentazione scientifica”, chiamata a giustificare questo nuovo corso dell’“arte contemporanea”, faremo notare quanto questa definizione sia del tutto impropria. Infatti, gli scienziati si dedicano alla sperimentazione al fine di scoprire angoli dalla natura ancora sconosciuti, allo scopo che le loro investigazioni possano portare alla scoperta di qualcosa di utile (arthakara o bhogya) per l’umanità. Questa sperimentazione si sviluppa sulla base dell’osservazione degli oggetti esterni, alla ricerca deduttiva di spiegazioni circa il loro naturale modo empirico di esistere e di mutare. Alcune di queste esperienze scientifiche poi, possono portare a dei benefici per la vita empirica degli individui e della società.
              L’“arte contemporanea”, invece, si basa su pensieri, idee, simpatie-antipatie, pregiudizi, istinti, tutti sperimentati in modo incontrollato all’interno della psiche volutamente sfrenata degli “artisti”, che alterano l’obiettività della loro percezione sensoriale; per questa ragione il loro uso sregolato di alcohol e droghe è pubblicamente tollerato, se non giustificato come strumenti di “ispirazione”. Non c’è dunque alcuna osservazione distaccata degli oggetti della percezione sensoria né la ricerca deduttiva sulle esperienze tipiche della ricerca scientifica. Su questa base non è possibile che la pretesa “sperimentazione scientifica” dell’“arte contemporanea” possa fornire alcunché di utile o di fruibile. Quale utilità può provenire dall’esposizione di un orinatoio, di un taglio in una tela, di un contenitore di escrementi, o dall’esibizione macabra di cadaveri umani scarnificati e plastificati? La sola utilità ricade sempre e solo nelle tasche dei galleristi e dei critici d’arte, tutti ben identificabili nella lobby internazionale delle banche e dei media, che specula sull’imbecillità dei moderni. In realtà, tutto ciò può evocare nell’osservatore sano soltanto un senso di malessere e di ribrezzo. Solamente ipocriti “intellettuali” collusi ideologicamente potranno decantare tali meraviglie!
              La pretesa “sperimentazione scientifica” che giustificherebbe l’“arte contemporanea”, quindi, non è razionalmente sostenibile. Quello che appare evidente è che mercanti, critici e divulgatori di questa vera e propria mostruosità infernale, svolgono una funzione di corruzione della mentalità generale, perseguita attraverso la “consacrazione artistica” del brutto, del deforme, del malvagio, del corrotto, del volgare e, soprattutto, dell’odio nei confronti del sacro.
              Angelo Crespi con questo libro snello e di piacevole lettura, denuncia senza timore la grande parodia dell’ “arte contemporanea”, apportando molteplici esempi, indicando complicità e fini coperti da riserbo, fornendo considerazioni spesso acute sul fenomeno che magistralmente smonta. Ciò dimostra che anche senza conoscere dottrine tradizionali e, men che meno, metafisiche, ma con il semplice buon senso e con una comprensione media della realtà mondana, è possibile considerare le cose come sono e non come si vuole obbligare a credere.

              Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

              Angelo Crespi, Ars Attack, Milano, Johan & Levi Ed., 2013. ISBM 978-88-6010.114-3, pp. 103

              Up until the end of the 19th century, Western art recurred, although with frequent subversive jolts, to classical Hellenic aesthetics. By means of forms, it intended to induce the mind of the beholders to seek the true nature of the represented object. Thus, art lent itself to indicate a path of introspection allowing to see in transparency the meanings of the represented subjects, which in their ordinary perception appeared opaque and limited to their daily appearance. A human body, an object, a landscape element, reproduced on canvas or in stone, bronze or wood, lost its natural heaviness (sahaja tamas) and turned into a sign interpreted according to one’s  own capacity for introspection. With the passing of the centuries the message delivered became more and more “heavy”, gradually losing its intellectual, emotional and sensitive meanings. In any case, art remained a language to allude to something higher than what is hidden behind everyday appearances, until it is able to lead the viewer’s mind to ineffable peaks, as described by the pseudo-Platonic dictum “Beauty is the splendor of Truth”. If at the decline of the figurative period art was only able to provoke feelings of comfort, serenity, balance, these dull sensations were nevertheless qualified to represent the last dim glow of the “Truth”.
              At the beginning of the 20th century, art took a completely different route, presenting itself as a field of “scientific experimentation” in which every so-called artist proposed a personal line of investigation in order to offer to the public a tool for understanding the world. Naturally, such lines of investigation remained commensurate with the authors’ “vision of the world”, their ideology, their – generally poor – personal culture and with their most brute inclinations emerging from the subconscious to enjoy an uncontrolled “freedom” of expression, considered as “creative inspiration”. In this way, only the pseudo-artist understands obscurely what he wants to express with his artifact; yet he surrounds his “creative inspiration” with mystery, as he himself is unable to communicate its meaning to others. Even more surprising is the attitude of contemporary art admirers who, unable to follow the various artistic tendencies, divergent from each other and as numerous as the alleged artists are, remain helpless in the attempt to understand the meaning of any “work of art” from a single author. This is because even the very author does not know what he wanted to represent.
              Moreover, by considering the alleged “scientific experimentation”, invoked to justify this new course of “contemporary art”, we must point out how this definition is completely improper. In fact, scientists dedicate themselves to experimentation in order to discover unknown corners of nature, with the hope that something useful (arthakara or bhogya) for humanity would be come upon. This experimental method is developed on the basis of the observation of external objects, conducting a deductive search for explanations on their natural way of empirical existence and transformation. Some of these scientific experiences can then lead to benefits for the empirical life of individuals and society.
              “Contemporary art”, on the other hand, is based on thoughts, ideas, likes and dislikes, instincts, all experienced in an uncontrolled way within the deliberately unrestrained psyche of the “artists”, altering the objectivity of their sensory perception. For this reason their unregulated use of alcohol and drugs is publicly tolerated, if not justified as “inspirational” tools. Therefore, there is no detached observation of the objects of sensory perception, nor deductive research on the experiences typical of the scientific research. On this basis, it is not possible for the alleged “scientific experimentation” of “contemporary art” to provide anything useful or usable. What usefulness can come from exposing a urinal, a cut into the canvas, a container of excrements, or from the macabre display of human corpses stripped of their flesh and plastinated? The sole utility is to benefit the pockets of gallery owners and art critics, all clearly identifiable in an international lobby of Banks and Media that speculates on the imbecility of the moderns. In reality, all this uniquely provokes in the healthy observer a sense of malaise and disgust. Only hypocritical “intellectuals”, ideologically colluded, can extol such wonders!
              Therefore, the alleged “scientific experimentation” that justifies “contemporary art” is not rationally sustainable. It is evident that art dealers, critics and popularizers of this authentic hellish monstrosity play a role of corruptors of the general mentality, pursued through the “artistic consecration” of everything is ugly, deformed, evil, corrupt, indecent and, above all, hateful of the sacred.
              With this slender and compelling book, Angelo Crespi bravely denounces the great parody of “contemporary art”, bringing many examples, uncovering schemes and complicities covered by secrecy, often making acute observations on a phenomenon that he masterfully dismantles. This shows that even without any knowledge of traditional doctrines, much less of metaphysical ones, but with simple common sense and an average understanding of the worldly reality it is possible to consider things as they are, and not as one wants them to appear.

              Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

              Angelo Crespi, Ars Attack, Milano, Johan & Levi Ed., 2013. ISBM 978-88-6010.114-3, pp. 103

              Hasta finales del siglo XIX, el arte occidental recurrió, aunque con reacciones subversivas frecuentes, a la estética helénica clásica: por medio de las formas, ella se había hecho cargo de estimular la mente de sus espectadores para buscar la verdadera naturaleza del objeto representado. Así, el arte se prestó para indicar un camino de introspección que permitiera ver en transparencia los significados de los objetos artisticos que, en su percepción ordinaria, parecían opacos y limitados al aspecto cotidiano. Un cuerpo humano, un objeto, un elemento de paisaje, reproducidos sobre el lienzo o en la piedra, el bronce o la madera, perdían su pesadez natural (sahaja tamas) y se convirtían en un signo que todos interpretaban según su propia capacidad de introspección. Con el paso de los siglos, el mensaje del arte se hizo cada vez más “grueso”, perdiendo gradualmente sus significados intelectuales, emocionales y sensibles. En cualquier caso, el arte siguió siendo un lenguaje para aludir a algo más alto de lo que se oculta trás las apariencias cotidianas, hasta dirigir la mente del espectador a picos inefables, como lo describe bien la afirmación pseudo-platónica “La belleza el esplendor de la Verdad”. Y si, al final del período figurativo, el arte solo inducía sentimientos de bienestar, serenidad, equilibrio, sin embargo, incluso estas sensaciones mates podían representar el último brillo tenue de la “Verdad”.
              Con el comienzo del siglo XX, el arte cambia de ruta por completo: se presenta como un campo de “experimentación científica”, en el que cada supuesto artista propone un campo de investigación personal para ofrecer a sus espectadores un aparato apto a comprender el mundo. Naturalmente, este campo de investigación es acorde con la “visión del mundo” del autor, con su ideología, su cultura personal (generalmente pobre) y con sus inclinaciones más brutas que surgen del subconsciente, para disfrutar de una incontrolada “libertad de expresión”, considerada como una “inspiración creativa”. De esta manera, solo el pseudo artista llega a comprender oscuramente lo que quiere expresar con su artefacto envolviendo de misterio su “inspiración creativa”, ya que él mismo es incapaz de comunicar el significado de sus obras a los demás. Aún más sorprendente es la actitud de los admiradores del arte contemporáneo que, incapaces de seguir las diversas tendencias artísticas, divergentes entre sí y tan numerosas como los supuestos artistas, son incluso incapaces de comprender hasta el significado de una sola “obra” de un autor. Esto se debe al hecho que a menudo ni el mismo autor sabe lo que quería representar con ella.
              Considerando, además, la supuesta “experimentación científica”, llamada a justificar este nuevo curso del “arte contemporáneo”, señalaremos cómo esta definición sea completamente inapropiada. De hecho, los científicos se dedican a la experimentación para descubrir rincones aún desconocidos de la naturaleza, con el propósito que sus investigaciones puedan conducir al descubrimiento de algo útil (arthakara o bhogya) para la humanidad. Esta experimentación se desarrolla sobre la base de la observación de los objetos externos, la búsqueda deductiva de explicaciones sobre su forma empírica de existir y de cambiar. Algunas de estas experiencias científicas pueden generar beneficios verdaderos para la vida de los individuos y la sociedad.
              El “arte contemporáneo”, por otra parte, se basa en pensamientos, ideas, simpatías-adversiones, instintos experimentados de manera incontrolada dentro de la psique deliberadamente desenfrenada de los “artistas”, que alteran la objetividad de su percepción sensorial. Por esta razón, el uso disoluto de alcohol y drogas de su parte està públicamente tolerado y incluso justificado como instrumento de “inspiración”. Por lo tanto, no hay en este caso ni observación imparcial de los objetos de la percepción sensorial ni deducción sobre las experiencias como es en la investigación científica. Sobre esta base, no es posible que la supuesta “experimentación científica” del “arte contemporáneo” pueda proporcionar algo útil o utilizable. ¿Qué utilidad puede tener el exponer un urinario, un corte en un lienzo, un bote de excrementos o la exhibición macabra de cadáveres humanos descuartizados y plastificados? La única utilidad recae siempre y solo en los bolsillos de los galeristas y de los críticos de arte, todos bien identificables en el mismo lobby internacional de bancos y medios de comunicación, que especula sobre la imbecilidad de los modernos. En realidad, todo esto puede evocar en el observador sano únicamente una sensación de malestar y disgusto. ¡Solo los “intelectuales” hipócritas y ideológicamente comprometidos pueden alabar tales maravillas!
              La supuesta “experimentación científica” que pretende justificar el “arte contemporáneo”, por lo tanto, no es racionalmente sostenible. Lo que es evidente es que los comerciantes, críticos y divulgadores de esta verdadera monstruosidad infernal, realizan una función de corrupción de la mentalidad general, perseguida a través de la “consagración artística” de lo feo, lo deforme, lo malo, lo corrupto, el indecente y, sobre todo, del odio hacia todo lo que es sagrado.
              Angelo Crespi, con este fresco libro de agradable lectura, denuncia sin temor la gran parodia del “arte contemporáneo”, aportando muchos ejemplos, indicando complicidades y fines encubiertos de secreto, proporcionando a menudo consideraciones agudas sobre el fenómeno que consigue magistralmente desmantelar. Esto demuestra que incluso sin conocer doctrinas tradicionales y aun menos, las metafísicas, con el simple sentido común y con una comprensión normal de la realidad mundana, es posible considerar las cosas como son y no como quieren obligarnos a creer.

              Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

              Angelo Crespi, Ars Attack, Milano, Johan & Levi Ed., 2013. ISBM 978-88-6010.114-3, pp. 103

              Jusqu’à la fin du XIXe siècle, l’art occidental faisait référence, avec de nombreuses frémissements subversifs, à l’esthétique hellénique classique: au moyen de formes, elle entendait pousser l’esprit de ceux qui envisageaient de rechercher la vraie nature de l’objet représenté. L’art se prêtait ainsi à indiquer une voie d’introspection qui permettait de voir en transparence la signification des objets de l’œuvre d’art qui, dans leur perception ordinaire, paraissaient opaques et limités à leur apparence quotidienne. Un corps humain, un objet, un élément de paysage, reproduit sur la toile ou dans la pierre, le bronze ou le bois, perdait sa lourdeur naturelle (sahaja tamas) et devenait un signe que chacun interprétait selon sa propre capacité d’introspection. Au fil des siècles, le message de l’art est devenu de plus en plus “lourd”, perdant progressivement ses significations intellectuelles, émotionnelles et sensibles. En tout état de cause, l’art est resté un langage permettant de faire allusion à quelque chose de plus grand que ce qui se cache derrière les apparences de tous les jours, jusqu’à être à même d’amener l’esprit du spectateur à des sommets ineffables, comme le dit bien l’affirmation pseudo-platonicienne “Le Beau est la splendeur du Vrai “. Et si, au crépuscule de la période figurative, l’art ne suscitait que des sentiments de bien-être, de sérénité, d’équilibre, néanmoins ces mêmes ternes sensations pouvaient représenter la dernière faible lueur du «Vrai».
              Au début du XXe siècle, l’art change complètement de direction: il se présente comme un terrain “d’expérimentation scientifique”, où chaque soi-disant artiste propose un domaine personnel d’investigation afin d’offrir à ses spectateurs un outil capable de leur faire comprendre le monde. Naturellement, ce champ d’investigation correspond à la “vision du monde” de l’auteur, à son idéologie, à sa culture personnelle (généralement faible) et à ses penchants les plus brutaux sortant du subconscient, pour jouir d’un sentiment incontrôlé de “liberté” d’expression, considérée comme s’il s’agissait d’”inspiration créatrice”. De cette manière, le seul pseudo-artiste entend obscurément ce qu’il veut exprimer avec son artefact; mais il entoure son “inspiration créatrice” de mystère, puisqu’il est lui-même incapable d’en communiquer la signification aux autres. Plus surprenant encore est l’attitude des admirateurs d’art contemporaine qui, incapables de suivre les diverses tendances artistiques, divergentes les unes des autres et aussi nombreuses que les soi-disant artistes, mais même pas capables de comprendre le sens d’une seule “oeuvre d’art” d’un seul auteur, car même l’auteur ne sait pas trop bien ce qu’il a voulu représenter !
              De plus, considérant la supposée “expérimentation scientifique” appelée à justifier ce nouveau cours d’”art contemporain”, nous soulignerons en quoi cette définition est totalement inappropriée. En effet, les scientifiques se consacrent à l’expérimentation afin de découvrir des recoins encore inconnus de la nature, afin que leurs investigations puissent mener à la découverte de quelque chose d’utile (arthakara ou bhogya) pour l’humanité. Cette expérimentation se développe à partir de l’observation d’objets extérieurs, afin d’en déduire des explications sur leur manière empirique naturelle d’exister et de changer. Quelques expériences scientifiques peuvent alors apporter des avantages à la vie empirique des individus et de la société.
              L’art contemporain, quant à lui, repose sur des pensées, des idées, des sympathies-aversions, des préjugés, des instincts, tous vécus de manière incontrôlée dans la psyché délibérément débridée des «artistes», qui modifient l’objectivité de leur perception sensorielle; pour cette raison, leur consommation éfrénée d’alcool et de drogues est publiquement tolérée, voire justifiée, en tant qu’instrument d’”inspiration”. Il n’y a donc pas d’observation détachée des objets de la perception sensorielle ni de recherche déductive sur les expériences typiques de la recherche scientifique. Sur cette base, il n’est pas possible que la prétendue “expérimentation scientifique” de “l’art contemporain” puisse fournir quelque chose d’utile ou d’utilisable. Quelle utilité peut-il y avoir à exposer un urinoir, une coupure dans une toile, un récipient contenant des excréments ou une macabre présentation de cadavres humains écorchés et plastifiés? La seule “utilité” retombe toujours dans les coffres des galeristes et des critiques d’art, tous clairement identifiables à la lobby internationale des banques et des médias qui spécule sur l’imbécillité des modernes. En réalité, tout cela ne peut susciter chez l’observateur en bonne santé qu’un sentiment de malaise et de dégoût. Seuls des “intellectuels” hypocrites, idéologiquement rassemblés, peuvent décanter de telles merveilles!
              La prétendue “expérimentation scientifique” qui justifie “l’art contemporain” n’est donc pas rationnellement soutenable. Ce qui est évident, c’est que les marchands, critiques et vulgarisateurs de cette véritable monstruosité infernale jouent une fonction de corruption de la mentalité générale, poursuivie à travers la “consécration artistique” du laide, du déformé, du mal, du corrompu, du vulgaire et, avant tout, de la haine envers le sacré.
              Angelo Crespi avec ce mince livre de lecture agréable, dénonce sans crainte la grande parodie de “l’art contemporain”, en apportant de nombreux exemples, indiquant la complicité et les fins cachés par la réserve, fournissant des considérations souvent aiguës sur le phénomène qu’il démantèle magistralement. Cela montre que même sans connaître des doctrines traditionnelles ou métaphysiques, mais avec un simple bon sens et une compréhension moyenne de la réalité du monde, il est possible de considérer les choses comme elles sont et non comme on les veut faire croire.

              Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

              🇮🇹🇬🇧🇫🇷🇪🇸Charles-André Gilis – La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso

                🇮🇹 ‘Abd ar-Razzāq Yahyā (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso, Caprara di Campegine, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 2012. ISBN 978-88-89795-14-9. Pp. 128.

                Lo scopo dichiarato di questa brossura pubblicata in italiano appare a prima vista stimolante. L’Autore intende trovare dei parallelismi fra tre diverse tradizioni, quella śākta, quella della Fede Santa e quella dell’Islam su un simbolismo tra loro in comune: la fanciulla di nove anni. Le pagine che riguardano la Fede Santa descrivono alcune esperienze iniziatiche di Dante tratte dalla Vita Nova, particolarmente interessanti. Si tratta delle due visioni che Dante ebbe di Beatrice come fanciulla di nove e diciott’anni (ma non di sedici!) che corrispondono a due tappe della realizzazione spirituale del Poeta, chiaramente riconoscibili in chiave tantrica. Acuta e calzante la comparazione con i due sogni che Muhammad ebbe di ‘Aysha, anche se in questo caso l’apparizione è invertita, in quanto non si capisce come la visione in sogno della propria futura moglie avrebbe potuto segnare un percorso interiore del Profeta dell’Islam. Probabilmente la ragione è che mentre la Vita Nova è un trattatello iniziatico, le visioni di Muhammad sono narrate in tradizioni (ahadith) rivolte anche al grande pubblico.

                Come vedremo, il vero intento di una simile pubblicazione è alquanto diverso da quello che appare. La sua causa occasionale consiste nella “trasmissione all’Islam, per via di eredità spirituale, di insegnamenti tradizionali provenienti dall’Induismo” (ibid p. 5). Che ciò sia possibile è fuori di dubbio: trasmissioni di questo tipo sono avvenute diverse volte, anche nel senso inverso, dal sufismo a una qualche corrente iniziatica hindū. Questo è certamente accaduto in India, dove le due tradizioni convivono da secoli (ahimé, raramente in modo pacifico!). Tutto prende inizio da quanto tale Sig. Jean Emanuelli avrebbe confidato in via riservata all’Autore a proposito di Lalitā, nome supremo della Dea nella tradizione iniziatica śākta nota come Śrī Vidyā. E qui le cose si fanno poco chiare. Infatti Emanuelli sarebbe stato iniziato a quella via iniziatica a Benares da un guru di nome Srî Siddheswar. Naturalmente l’accadimento di tale contatto con un personaggio di “livello così elevato” e la conseguente iniziazione sono definiti “provvidenziali” ed “eccezionali”. Questo guru aveva ricevuto due influenze spirituali: la prima, misteriosa, che naturalmente Gilis attribuisce alla “funzione universale di al-Kidr”; l’altra da un maestro proveniente dall’India del Sud, Srî Vireshwar che, migrato a Benares, a nove anni raggiunse la jīvan mukti. Poiché era diventato un liberato in vita, gli apparve la Dea Lalitā come una bimba di nove anni che gli confidò un nuovo metodo iniziatico. Vireshwar aveva completato la sua realizzazione ripetendo il bāla mantra, che si compone di tre bīja mantra (mantra seminali), ciascuno dei quali composto da tre lettere. Tre per tre, anche in India, fanno nove. Questo spiega il simbolismo dei nove anni d’età della Dea. Durante la visione, ella gli rivelò una decima lettera (akṣara) onde perfezionare il metodo già usato. Infine, alla sua morte, tra tutti i suoi discepoli il guru scelse, proprio il Sig. Emnuelli come successore. Davvero straordinario!

                Ora tutto questo può ingannare chiunque sia a digiuno di Śrī Vidyā. Ma il racconto meraviglioso non corrisponde alla dottrina e al metodo di questa via iniziatica, che rappresenta l’eccellenza intellettuale dell’intero Tantrismo e che perciò è di una chiarezza davvero cristallina. Andiamo per ordine: nella tradizione di Śrī Vidyā e in altre vie tantriche in cui la Dea è menzionata, Lalitā è sempre canonicamente rappresentata come una sedicenne (anche se, per ragioni contingenti, possa essere descritta di tre, cinque, nove o undici anni, soprattutto presso discepoli di origine tribale). Lo Śrī Vidyā mantra, ossia il mantra più elevato di questo metodo, è composto da quindici bīja mantra e per questo è chiamato pañcadaśi mantra. L’upāsaka che ha raggiunto la completa conoscenza permessa dal pañcadaśi, ottiene la visione di Lalitā sedicenne (ṣoḍaśi) che gli confida sottilmente un sedicesimo bīja mantra; e questo spiega il simbolismo dei sedici anni. Con questo ṣoḍaśi mantra l’iniziato potrà raggiungere la conoscenza totale della Dea. Il bāla mantra di cui parla il Sig. Emanuelli è solo un mantra intermedio (ciò non significa che per individui particolarmente qualificati esso non possa essere sufficiente): dunque il racconto dell’aggiunta di un decimo akṣara, tramite la miracolosa visione di Lalitā ricevuta da Srî Vireshwar, è malamente ricalcato sulla tradizionale trasmissione sottile del sedicesimo bīja mantra. C’è ancora da considerare un altro grave nonsense in tutto ciò: se Srî Vireshwar era un jīvan mukta, come avrebbe potuto avere una visione? Come può Brahman avere la visione di altro da Sé?

                Ma c’è di più. Svāmī Karapātrījī, negli anni ‘40 del secolo scorso, aveva constatato che nell’India settentrionale i kula (sampradāya) di Śrī Vidyā erano estinti da secoli. Pur essendo già un saṃnyāsin celebre per autorevolezza nel Vedānta, decise di recarsi a Śṛngerī per ricevere la trasmissione di Śrī Vidyā. In questo modo riportò al Nord quell’iniziazione inserendola nell’insegnamento vedāntico negli Śaṃkara Pīṭha di Dvāraka e di Jyotirmāṭha. Egli stesso la insegnò nel suo āśrama di Benares: di questa linea di trasmissione rimangono oggi a Benares due sedi: presso il Śaṃkara Māṭha e lo Śrī Vidyā Pīṭha. Ebbene, nessuno dei loro rappresentanti ha mai sentito parlare di tali celebrati guru Srî Vireshwar e Srî Siddheswar operanti a Benares negli ultimi decenni, tanto meno di un successore francese al loro gurutva, dato che in Śrī Vidyā, come in tutte le vie iniziatiche regolari hindū, i maestri sono rigorosamente brāhmaṇa per nascita: persino Rāma e Kṛṣṇa, avatāra di Viṣṇu, insegnarono, concessero mantra, diedero consigli, ma non diedero mai un’iniziazione perché di casta kṣatriya. Questo è il grande vantaggio del sistema delle caste rispetto all’uniformità egualitaria dei monoteismi. Infatti, nell’Induismo, poiché le caste sono superate solo da coloro che diventano ativarṇāśrami, ossia che hanno raggiunto lo stato primordiale, c’è la garanzia che la funzione di guru rimanga saldamente in mani sacerdotali.

                Ci è stato fatto notare, inoltre, che nessun guru si farebbe chiamare in quel modo, poiché tutti hanno il nome proprio seguito dal suffisso “-ānanda Nāṭha”, come si può verificare nella Galleria dei nostri maestri in questo Sito Web. Inoltre, da ciò che il Sig. Gilis pubblica di quanto il Sig. Emanuelli gli ha confidato, è difficile trarre un autentico insegnamento di Śrī Vidyā. Gli strafalcioni nei termini sanscriti citati, la ripetizione di termini “metafisica” (l’abuso di tale parola “evocativa” presso i “guénoniani” è davvero insopportabile: c’è persino chi afferma l’esistenza di “riti metafisici”, senza accorgersi dell’incompatibilità di natura tra azione e conoscenza!), “provvidenziale”, “eccezionale”, la buffa concezione che il Tantrismo rappresenti la vetta del Sanātana Dharma e della Śruti, quando si tratta di un adattamento della tradizione per l’umanità decaduta del kali yuga, ci ha indotti a pensare che fossero frutto della totale ignoranza della tradizione hindū da parte del Sig. Gilis. Perciò abbiamo voluto accertarci delle conoscenze che l’Emanuelli avrebbe ricevuto dal suo “guru”, leggendo i due magri libelli che costui ha scritto in tanti anni d’insegnamento: Propos sur le Tantra e Hayagrīva. Cou de cheval (pubblicati a Milano per Archè, 1983, 2010). Abbiamo dovuto ricrederci: il Sig. Gilis, almeno in questo, non c’entra affatto. Le confusioni, gli errori e la mancanza di dottrina sono imputabili solo al Sig. Emanuelli. È, inoltre, sintomatico che egli non citi mai come fonte e ignori del tutto i due testi su cui poggia l’intera dottrina di Śrī Vidyā: il Tripurārahasya e la Bhāvaṇa Upaniṣad, con i loro commenti tradizionali (soprattutto quello di Bhāskararāya) e gli Śrī Lalitā Sahasranāma. Le sue due uniche fonti sono Arthur Avalon e René Guénon. Quest’ultimo, inoltre, pur conoscendo bene l’Induismo, in tutta la sua opera ha del tutto ignorato la dottrina di Śrī Vidyā. Non vogliamo procedere oltre su questo versante per esercitarci nella karuṇā.

                Rimane un interrogativo: perché il Sig. Gilis ha pubblicato questo libriccino, decidendo di procedere imprudentemente su questo terreno minato senza avere alcuna competenza? La risposta si trova all’inizio della Postfazione dell’editore: “Solamente un musulmano retto e integro, ricollegato al Tasawwuf e al contempo fedele agli insegnamenti di Guénon (di cui era diretto e vero discepolo, intendendo questa parola nel senso profondo di ‘colui che veramente apprende’) poteva avere l’intuizione che sta all’origine del presente libro sul simbolismo della fanciulla di nove anni. Parliamo di Michel Vâlsan…” (p. 93). Lo scopo dunque è chiaro: la celebrazione di Vâlsan e delle sue teorie sulla “funzione dell’Islam” alla fine dei tempi, basata su una lettura viziata dell’articolo di Guénon “Le mystère de la lettre Nûn” (Études Traditionnelles, août-septembre 1938); “funzione” che poi sarebbe quella distruttiva di fagocitare e abrogare tutte le altre tradizioni. Per raddrizzare quanto l’editore afferma, vogliamo puntualizzare che Vâlsan fu “diretto e vero discepolo” soltanto di Frithjof Schuon, che non senza ragione abbandonò… per poi autoproclamarsi Shaykh! Invece Guénon ha sempre protestato di non avere discepoli, poiché di fatto non fu mai un Shaykh at-Tariqa. Ma i “guénoniani”, così rigorosi e letteralisti, non tengono nemmeno d’acconto le affermazioni di Guénon quando disturbano le loro credenze o le teorie vâlsaniane. Comunque sia, Vâlsan, che ha fatto dell’articolo summenzionato una sorta di testo rivelato, lo seppe distorcere a puntino per avvalorare la sua propria “funzione”, soprattutto nell’ambito del cosiddetto “raddrizzamento finale” del ciclo. E i suoi proseliti e gregari continuano ancor oggi a leggere l’articolo di Guénon senza accorgersi dell’infedeltà dell’interpretazione vâlsaniana. Tanto può la fede cieca degli esteriori!

                Andiamo per ordine: in quell’articolo Guénon afferma che la nun araba corrisponde alla metà inferiore “terrestre” dell’Uovo del Mondo e alla na sanscrita la metà superiore “celeste”. A qualcuno è mai venuto in mente di capire che questa distinzione è in relazione con la complementarietà di conoscenza e azione? Se è così, chi è davvero tradizionale dovrà riconoscere la supremazia della conoscenza sull’azione, anche se l’Induismo non ha mai avuto l’arroganza di imporlo ad altri. Non per nulla al Sanātana Dharma corrisponde il cielo e all’Islam la terra. Perciò non è affermata nessuna egemonia islamica sull’Induismo, ma piuttosto il contrario. Di seguito Guénon aggiunge che la giunzione tra queste due componenti tradizionali dell’Uovo del Mondo deve operarsi nel “mondo intermediario”, cioè al di fuori della dimensione grossolana, essendo ciò impossible “dans le monde inférieur, qui est le domaine de la division et de la ‘séparativité’…” Infatti prosegue affermando che “l’accomplissement du cycle, tel que nous l’avons envisagé, doit avoir une certaine corrélation, dans l’ordre historique, avec la rencontre des deux formes traditionnelles qui correspondent à son commencemente et à sa fin…”. Questo incontro deve forzatamente avvenire in India, poiché l’Induismo non ha mai invaso territori di altre tradizioni, come invece continuano a fare i musulmani. Ed è chiaro che questo dominio è quello della separatività. Non per nulla in questo caso Guénon usa la parola “incontro” invece di “giunzione”, come quando parlava dell’ambiente intermediario. Forse sarebbe stato più appropriato che avesse usato il termine “scontro”, considerando il comportamento della shariya in India, con il beneplacito o la complicità delle turuq locali, esempio di “matta bestialità” paragonabile solo all’azione antitradizionale del comunismo e del missionarismo delle diverse confessioni cristiane. Guénon, poi, precisa che il Sanātana Dharma rappresenta l’eredità più diretta della Tradizione primordiale, mentre l’Islam deve accontentarsi di essere riconosciuta l’ultima forma dell’ortodossia tradizionale per il ciclo attuale (secondo Vâlsan e i vâlsaniani anche l’Islam rappresentebbe in qualche modo la Tradizione primordiale, come se Abramo e la sua tradizione d’origine atlantidea risalissero al satya yuga!). Se una giunzione deve prodursi in futuro, certamente dobbiamo constatare che quei tempi sono ancora a venire, essendo l’Islam di oggi ben lontano da rappresentare una reale “forma di ortodossia tradizionale”. Infatti l’Islam di oggi piuttosto che svolgere un’azione di raddrizzamento “terrestre”, appare piuttosto come la causa di “sconvolgimenti etnici e sociali” in India, nell’Occidente e ovunque sia presente, senza però nessuna guida da parte di alcuna élite orientale. È perciò necessario che il vero tasawwuf ritorni a essere la haqīqah dell’Islam e che riprenda il controllo del suo essoterismo: “el-haqîqah, c’est a dire la “verité” interieure, reservée à l’élite […] qui donne à la shariyah même son sens supérieur et profond et sa vraie raison d’être, de sorte que, bien que tous ceux qui participent à la tradition n’en soient pas concients, elle en est le veritable principe.” (R. Guénon, “L’ésotérisme islamique”, Cahiers du Sud, 1947, pp. 153-154). Non è tramite l’intensificazione della shariya che le turuq raggiungeranno questo scopo, ma facendo risorgere i suoi studi metafisici e la contemplazione conseguente, decisamente scarsi da decine d’anni.

                Alla luce di queste considerazioni si può comprendere appieno la ragione di pubblicare La fanciulla di nove anni: infatti il Sig. Emanuelli ebbe modo di incontrare Vâlsan e i due “maestri” si riconobbero reciprocamente. Il Sig. Gilis si fece eco di questo incontro lasciando intendere che questa fosse la famosa giunzione tra Islam e Induismo (a trazione islamica, ovviamente), come se Vâlsan rappresentasse l’Islam, ed Emanuelli l’Induismo. Solamente dei ciechi guidati da un cieco possono accettare fideisticamente una tale mistificazione.

                C’è un altro particolare allarmante in una nota della postfazione (p. 112, n. 15): “Utilizziamo per comodità la definizione di ‘esoterismo’, anche se ci rendiamo conto che termini come ‘esoterismo ed ‘exoterismo’ (sic.) non possono ‘sovrapporsi’ precisamente alla cotituzione reale dell’Islam, che se conosciuta a fondo rivela un deciso carattere ‘unitario’” Avevamo già notato presso alcuni vâlsaniani questa tendenza a compattare esoterismo ed essoteriamo islamico in un tutt’uno, che si traduce poi in una “sharaitizzazione” del sufismo. Evidentemente Guénon non conosceva “a fondo” l’Islam quando scriveva: “De toutes les doctrines traditionnelles, la doctrine islamique est peut-être celle où est marquée le plus nettement la distinction de deux parties complémentaires l’une de l’autre, que l’on peut désigner comme l’exotérisme et l’ésotérisme” (Guénon, ibid.)

                Con la spudorata menzogna per cui non sarebbe possibile per gli occidentali ricevere un’iniziazione hindū a eccezione di quella tantrica (però Gilis si affretta ad aggiunge che “questa era una possibilità che esisteva sino a qualche anno fa, mentre oggi è praticamente estinta”! Ibid. p. 82 n. 96), questi ambienti direttamente o indirettamante vâlsaniani cercano d’evitare una temuta concorrenza. Invece il Sanātana Dharma, che non fa proselitismo, non crea succursali fuori dell’India né vuol fare concorrenza ad ambienti del genere, che si dedica solo a insegnare conoscenza a chi ne è sinceramente attratto, è del tutto grato ai muqqaddam o shuyukh fai-da-te che pullulano in l’Europa. Infatti essi svolgono un importante ruolo di filtraggio, trattenendo nelle loro conventicole i “guénoniani” squalificati che potrebbero andare a inquinare le autentiche vie iniziatiche.

                Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

                ‘Abd ar-Razzāq Yahyā (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso (The maiden of nine years, followed by a study on the Red Sulfur), Caprara di Campegine, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 2012. ISBN 978-88-89795-14-9. Pages 128.

                The declared purpose of this paperback published in Italian appears to be stimulating at the first glance. The author intends to draw parallels among three different traditions, the Śākta, the Holy Faith and Islam, on a common symbolism: the nine-years-old maiden. The pages concerning the Holy Faith describe some quite interesting initiatic experiences narrated by Dante in his Vita Nova: the two Dante’s visions of Beatrice as a maiden aged nine and eighteen years (but not sixteen!) Those visions correspond to two stages of the Spirtual realization of the Poet, clearly recognizable in a tantric view. Very interesting and well fitting is the comparison with the two dreams that Muhammad had of ‘Aysha, although in this case the appearance is reversed, as it is not clear how the dream of his future wife could have marked the inner path of Prophet of Islam. Probably the reason is that while Vita Nova is only a treatise intended for initiates, the visions of Muhammad are narrated in traditions (ahadith) addressed also to the general public.

                As we will see later, the true purpose of such a publication is quite different from what appears. Its occasional cause consists in a “transmission to Islam, through spiritual heritage, of traditional teachings coming from Hinduism” (ibid, p. 5). It is beyond any doubt that this could be possible: this kind of transmission happened several times, even in the opposite direction, from Sufism to some initiatic Hindū organizations. This indeed happened in India, where the two traditions coexist since centuries, unfortunately, seldom in a peaceful way! It all starts from what a certain Mr. Jean Emanuelli had confidently entrusted to the Author about Lalitā, the supreme name of the Goddess in the initiatic śākta tradition known as Śrī Vidyā. And here things get unclear. In fact, Emanuelli would have been reconnected to that initiatic path in Benares by a guru named Srî Siddheswar. Obviously in this text this initiation is grandly defined as “providential”; and the occurrence of such a contact with a so “high level” personage as “exceptional”. That guru had received two spiritual influences: a mysterious one that actually Gilis attributes to the “universal function of al-Kidr”; the second one by a master from South India, some Srî Vireshwar who, having migrated to Benares, would have reached the jīvan mukti at the age of nine. Since this guru had become a liberated in life, the Goddess Lalitā appeared to him as a nine-year-old maiden and unbosomed to him a new initiatic method. Vireshwar had completed its realization by repeating the bāla mantra, which consists of three bīja mantras (seminal mantras), each of them consisting of three letters. Three times three, even in India, makes nine. This explains the symbolism of the nine-year-old Goddess. During the vision, she revealed to him a tenth letter (akṣara) to perfect the method already used. Finally, at his death, among all the disciples the guru chose, precisely Mr. Emnuelli as his successor. Really extraordinary!

                Actually, this whole story can deceive anyone who is stranger to Śrī Vidyā. But the marvelous narrative does not correspond to the doctrine and method of that initiatic path, which represents the intellectual excellence of the whole Tantrism and therefore is of a truly crystalline clarity. Let’s go in order: in the tradition of Śrī Vidyā as well as in other tantric ways in which the Goddess is mentioned, Lalitā is always canonically represented as a sixteen-year-old maiden (even if, for contingent reasons, she can be described as three, five, nine or eleven years old, especially with disciples of tribal origin). The Śrī Vidyā mantra, which is the highest mantra of this method, is composed of fifteen bīja mantras and is therefore called pañcadaśi mantra (mantra composed by fifteen bīja mantras). The upāsaka who has attained the complete knowledge permitted by the pañcadaśi, can obtain the vision of sixteen-year-old (ṣoḍaśi) Lalitā who subtly confides to him a sixteenth bīja mantra; and this explains the symbolism of the sixteen years. With this ṣoḍaśi mantra the initiate can reach the final knowledge of the Goddess. The bāla mantra of which Mr. Emanuelli speaks is only an intermediate mantra (this does not mean that for particularly qualified individuals this may not be sufficient): therefore the story of the addition of a tenth akṣara through the miraculous vision of Lalitā received by Srî Vireshwar, is badly traced on the traditional subtle transmission of the sixteenth bīja mantra. Yet, there is another serious nonsense to be considered: if Srî Vireshwar was a jīvan mukta, how could he have a vision? How can Brahman have a vision of other from Itself?

                But there’s more. Svāmī Karapātrījī in the 40s of last century, found that in northern India the kulas (sampradāyas) of Śrī Vidyā were extinct for centuries. Although he already was a saṃnyāsin famous for his authority in Vedānta, he decided to go to Śṛngerī to receive the transmission of Śrī Vidyā. In this way he brought that initiation back to the North by inserting it into the Vedāntic teachings of the Śaṃkara Pīṭhas of Dvāraka and Jyotirmāṭha. He also taught it in his āśrama of Benares: today, of this line of transmission two centres remain in Benares: those of Śaṃkara Māṭha and of Śrī Vidyā Pīṭha. Well, none of their representatives has ever heard about such celebrated gurus Srî Vireshwar and Srî Siddheswar operating in the last decades in Benares; nor about a French successor to their gurutva, since in Śrī Vidyā, as in all Hindū regular initiation ways, the teachers are strictly brāhmaṇas by birth; so much that even Rāma and Kṛṣṇa, avatāras of Viṣṇu, taught, granted mantra, gave advices, but never gave an initiation to anybody because they belonged to the kṣatriya cast. This is the great advantage of the caste system in comparison with the egalitarian uniformity of monotheisms. In fact, in Hinduism, since the castes are overcome only by the ativarṇāśrami, those who have attained the primordial state, there is the guarantee that the function of guru remains firmly in priestly hands.

                We have also been pointed out that no guru would be called with those names, since every guru has his name followed by the suffix “-ānanda Nāṭha”, as can be verified in the Gallery of our gurus in this Web-site. Furthermore, from the news published by Mr. Gilis on what Mr. Emanuelli confided to him, it is difficult to draw an authentic teaching of Śrī Vidyā. The blunders in the cited Sanskrit terms, the bombastic repetition of terms “metaphysics” (the overuse of this “evocative” word by the “guénonians” is really unbearable: there are even those who maintain the existence of certain “metaphysical rituals”, without realizing the incompatibility of nature between action and knowledge!), “providential”, “exceptional”, the funny conception that Tantrism represents the Sanātana Dharma and Śruti’s peak, when it is just the adaptation of the tradition for the fallen humanity of kali yuga has led us to think that they were the result of the total ignorance of Mr. Gilis regarding to the Hindū tradition. So we wanted to verify the knowledge that Mr. Emanuelli would have received from his “guru”, reading the two short pamphlets that he wrote in many years of teaching: Propos sur le Tantra and Hayagrīva. Cou de cheval (both published in Milan by Archè, 1983, 2010). We had to change our mind: Mr. Gilis, at least in this, has nothing to do with it: the confusions, the errors and the lack of doctrine are to be attributed only to Mr. Emanuelli. It is also symptomatic that he never cites as a source and completely ignores the two texts on which the whole doctrine of Śrī Vidyā rests: the Tripurārahasya and the Bhāvaṇa Upaniṣad, with their traditional commentaries (especially that of Bhāskararāya) and the Śrī Lalitā Sahasranāma. His only two sources are Arthur Avalon and René Guénon! Moreover, the latter, even though he knew Hinduism well, ignored the doctrine of Śrī Vidyā in all his work. To practice karuṇā, we do not want to go further on this subject.

                One question remains: why did Mr. Gilis publish this booklet, deciding to proceed imprudently on this minefield without having any competence? The answer is found at the beginning of the Editor’s Afterword: “Only a righteous and whole muslim, reconnected to the Tasawwuf and at the same time faithful to the teachings of Guénon (of which he was a direct and true disciple, meaning this word in the profound sense of “who really learns”) could have the intuition that is the source of the present book on the symbolism of the maiden of nine years. We speak of Michel Vâlsan … “(p. 93). Therefore, now the purpose is clear: the celebration of Vâlsan and his theories on the “function of Islam” at the end of time, based on a misleading interpretation of Guénon’s article “Le mystère de la lettre Nûn” (Études Traditionnelles, août-septembre 1938). A destructive “function” consisting in engulfing and repealing any other tradition. To straighten out what the publisher affirms, we want to point out that Vâlsan was “direct and true disciple” only of Frithjof Schuon, that he abandoned for some good reasons… and proclaiming himself Shaykh ! Even if Guénon has always clearly declared that he had no disciples, for the fact that he never became a Shaykh at-Tariqa. But the “guénonians”, so rigorous and literalist they are, do not take into account the statements of Guénon whenever they disturb their beliefs or the Vâlsanian theories. In any case, Vâlsan, who made a sort of revealed text of the above-mentioned article, was able to distort it to confirm his own “function”, especially in the context of the so-called “final straightening” of the cycle. And his proselytes and admirers continue to read the article of Guénon without realizing the infidelity of the Vâlsanian interpretation. So much the blind faith of the exterior people can deceive!

                But let’s go in order: in that article Guénon stated that the Arabic nûn corresponds to the lower “terrestrial” half of the Egg of the World; and the Sanskrit na corresponds to the upper “celestial” half. Has anyone ever understood that this distinction is related to the complementarity between knowledge and action? If so, the true traditional people will easily recognize the supremacy of knowledge on action. In fact the Sanātana Dharma corresponds to heaven and Islam to earth. Therefore no Islamic hegemony on Hinduism is affirmed, but quite the contrary. Guénon adds that the junction between these two traditional components of the World Egg must be realized in the “intermediary world”, that is, outside the gross dimension, since this is impossible “dans le monde inférieur, qui est domaine de la division et de la ‘séparativité’ …” Finally he goes on saying that: “l’accomplissement du cycle, tel que nous l’avons envisagé, doit avoir une certaine corrélation, dans l’ordre historique, avec la rencontre des deux formes traditionnelles qui correspondent à son commencement et à sa fin …”. This meeting needs to take place in India, since Hinduism has never invaded territories of other traditions, as Muslims continuously do. And it is clear that this domain is that of separateness. Not for nothing in this case Guénon uses the word “meeting” instead of “junction”, as always when speaking of the intermediary environment. But perhaps it would have been more appropriate for him to use the term “confrontation”, considering the behavior of the shariya in India, with the consent or, often, the complicity of local turuq, an example of “mad bestiality”, using Dante’s expression, comparable only to the anti-traditional action of communism and of the missionarism of the multiple Christian sects. Guénon then points out that the Sanātana Dharma represents the most direct inheritance of the primordial Tradition, while Islam must be content to be recognized as the last form of traditional orthodoxy for the current cycle (according to Vâlsan and Vâlsanians opinion, Islam would also represent somehow a “primordial tradition”, as if Abraham and his Atlantean origin dated back to satya yuga!). Certainly if a junction has to occur in the future, we must note that those times are still to come, as today’s Islam is far from worthily representing a form of traditional orthodoxy. In fact, today’s Islam rather than performing a correction of the world on “terrestrial” plane appears mostly as the cause of “ethnic and social upheavals” in India, in the West and wherever it is present, without any guidance from any Eastern élite. It is therefore necessary that the tasawwuf returns to be the haqīqah of Islam: “el-haqîqah, c’est a dire la “verité” interieure, reservée à l’élite […] qui donne à la shariyah même son sens supérieur et profond et sa vraie raison d’être, de sorte que, bien que tous ceux qui participent à la tradition n’en soient pas concients, elle en est le veritable principe.” (R. Guénon, “L’ésotérisme islamique”, Cahiers du Sud, 1947, pp. 153-154). It is not through the intensification of the shariya that the turuq will reach this goal, but by resurrecting their metaphysical studies and the contemplation on them, quite rare in the last decades.

                On the base of these considerations we can fully understand the reason which prompted the publication of The Girl of nine years : in fact Mr. Emanuelli had the opportunity to meet Mr.Vâlsan and the two “masters” reciprocally recognized each other. Mr. Gilis echoed this meeting, suggesting that this was the famous junction between Islam and Hinduism (by Islamic traction of course), as if Vâlsan represented the Islam, and Emanuelli the Hinduism. Only blind men led by a blind man can accept such a mystification in a fideistic way.

                There is another alarming detail in a note of the afterword (p.112, No. 15): “We use the definition of ‘esoterism’ for convenience, even if we realize that terms such as ‘esoterism’ and ‘exoterism’ cannot ‘overlap’ precisely to the real structure of Islam which, if known in depth, reveals a decisive ‘unitary’ character.” Among some followers of Vâlsan, we had already noted this tendency to compact Islamic esoterism with exoterism as a whole, leading to a “sharaitization” of Sufism. Evidently Guénon did not know Islam “in depth” when he wrote: “De toutes les doctrines traditionnelles, la doctrine islamique est peut-être celle où est marquée le plus nettement la distinction de deux parties complémentaires l’une de l’autre, que l’on peut désigner comme l’exotérisme et l’ésotérisme” (Guénon, ibid.).

                With the shameless lie according to which it would not be possible to receive a Hindū initiation, except for the tantric one (but Gilis hastens to add that “this was a possibility that existed until a few years ago, while today it is practically extinct”! Ibid. No. 96), these direct or indirect Vâlsanian environments want to avoid a feared competition. On the contrary, the Sanātana Dharma, which does not proselytize, does not create branches outside India, nor wants to compete with such environments, which is dedicated only to teaching knowledge to the sincerely attracted people, is entirely grateful to the several muqqaddams and shuyukh “do-it-yourself” of the West. In fact they play an important role of a filter, holding in their coventicles the disqualified “guénonians”, preventing in this way the pollution of the authentic initiatic paths.

                Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

                ‘Abd ar-Razzāq Yahyā (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso (La petite fille de neuf ans, suivie d’une étude sur le Soufre Rouge), Caprara di Campegine, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 2012. ISBN 978-88-89795-14-9. P. 128.

                L’objectif déclaré de cette brochure publiée en Italien est à première vue stimulant. L’Auteur entend faire des parallèles parmi trois traditions différentes, la Śākta, celle de la Fede Santa et celle de l’Islam, sur un symbolisme commun: la jeune fille de neuf ans. Les pages qui concernent la Fede Santa décrivent certaines expériences initiatiques de Dante particulièrement intéressantes, tirées de la Vita Nova. Il s’agit des deux visions que Dante a eues de Béatrice comme une jeune fille de neuf et dix-huit ans (mais pas de seize!) Cela correspond à deux étapes de la réalisation spirituelle du Poète, clairement reconnaissables d’une perspective tantrique. La comparaison avec les deux rêves de ‘Aysha que Muhammad a eus est très intéressante et convaincante, bien que dans ce cas le rapport soit inversé, car on ne sait pas comment l’apparition de sa future femme dans un rêve aurait pu illustrer le parcours intérieur du Prophète de l’Islam. Probablement la raison en est que tandis que la Vita Nova est un traité initiatique, les visions de Mahomet sont racontées dans des traditions (ahadith) adressées aussi au grand public.

                Comme nous le verrons plus loin, le véritable but d’une telle publication est très différent de ce qui apparaît. Sa cause occasionnelle consiste dans une “transmission à l’Islam, par l’héritage spirituel, des enseignements traditionnels issus de l’Hindouisme” (ibid, p.5). Aucun doute que cela soit possible: des transmissions de ce type se sont produites plusieurs fois, même en sens inverse, du soufisme à un courant initiatique hindou. Cela est réellement arrivé en Inde, où les deux traditions coexistent depuis des siècles (hélas, rarement de manière pacifique!). Tout cela débute de ce que tel M. Jean Emanuelli confia en voie reservée à l’Auteur, à propos de Lalitā, nom suprême de la Déesse dans la tradition initiatique śākta connue sous le nom de Śrī Vidyā. Et c’est là que les choses commencent à n’être plus assez claires. En fait, Emanuelli aurait été rattaché à cette voie initiatique à Bénarès par un guru nommé Shrî Siddheshwar. Naturellement, la survenance d’un tel contact avec un personnage d’un tel “haut niveau” et l’initiation qui en résulta y sont définies comme “providentielles” et “exceptionnelles”. Ce guru aurait reçu deux influences spirituelles: la première, mystérieuse, que Gilis attribue tout de suite à la «fonction universelle d’al-Kidr»; l’autre par un maître de l’Inde du Sud, Shrî Vireshwar qui, émigré à Bénarès, atteignit la jīvan mukti à l’âge de neuf ans. Après être devenu un liberé en vie, la Déesse Lalitā lui apparut comme une fillette de neuf ans et lui confia une nouvelle méthode initiatique. Vireshwar avait achevé sa réalisation en répétant le bāla mantra, qui se compose de trois bīja mantras (mantras séminaux), chacun constitué de trois lettres. Trois fois trois, même en Inde font neuf. Ceci explique le symbolisme de l’âge de neuf ans. Pendant la vision, elle lui révéla une dixième lettre (akṣara) pour perfectionner la méthode déjà utilisée. À la mort de Shrî Siddheshwar, le guru choisit M. Emanuelli comme son successeur parmi tous ses disciples. Vraiment extraordinaire!

                Or, toute cette histoire peut tromper seulement quiconque soit point au courant de Śrī Vidyā. Mais la belle histoire ne correspond pas à la doctrine ni à la méthode de cette voie initiatique, qui est l’excellence intellectuelle de la tradition tantrique et qui est pourtant très claire. Mais procédons par ordre: dans la tradition de Śrī Vidyā et d’autres voies tantriques où la Déesse est mentionnée, Lalitā est toujours canoniquement représentée comme une fille de seize ans (bien que, pour des raisons contingentes, elle peut être décrite âgée de deux, cinq, neuf ou onze ans, surtout chez des milieux d’origine tribale). Le Śrī Vidyā mantra, qui est le mantra le plus élevé dans cette méthode, est composé par quinze bīja mantra et pour cette raison est appelé pañcadaśi mantra. L’upāsaka qui a atteint la connaissance complète permise par le pañcadaśi mantra, peut obtenir la vision da Lalitā âgée de seize ans (ṣoḍaśi) qui lui révèle subtilement un seizième bīja mantra; et voilà l’explication du symbolisme des seize ans. Avec ce ṣoḍaśi mantra, l’initié peut atteindre la connaissance totale de la Déesse. Le bāla mantra de trois bīja mantras mentionné par Emanuelli n’est qu’un mantra intermédiaire (qui ne veut pas dire qu’il ne soit suffisant pour des individus hautement qualifiés): donc, l’histoire de l’adjonction d’un dixième akṣara reçu par Vireshwar avec la “exceptionnelle” vision de Śrī Lalitā, est simplement tracée suivant le modèle de la traditionnelle transmission subtile du seizième bīja mantra. Il y a encore un non-sens sérieux à considérer dans tout cela: si Srî Vireshwar était un jīvan mukta, comment aurait-il pu avoir une vision? Comment Brahman peut-il avoir une vision d’autre que Lui?

                Mais il y a plus. Svāmī Karapātrījī, dans les années 40 du siècle dernier, avait constaté que dans le nord de l’Inde, les kulas (sampradāyas) de Śrī Vidyā avaient disparu depuis des siècles. Bien qu’il fût déjà un saṃnyāsin célèbre pour autorité dans le Vedānta, il décida d’aller à Śṛngerī pour recevoir la transmission de Śrī Vidyā. Ainsi il l’emporta au Nord et en inséra l’initiation dans l’enseignement vedāntique des Śaṃkara Pīṭhas de Dvāraka et Jyotirmāṭha. Lui même il l’a enseigné dans son āśrama de Bénarès: cette ligne de transmission continue aujourd’hui à Bénarès en deux sièges: au Śaṃkara Māṭha et au Śrī Vidyā Pīṭha. Eh bien, aucun de leurs représentants n’a jamais entendu parler des célèbres gurus Shrî Vireshwar et Srî Siddheshwar opérant à Bénarès dans la même période, et encore moins d’un successeur français à leur gurutva, puisque en Śrī Vidyā, comme dans toutes les voies initiatiques régulières hindoues, les maîtres sont rigoureusement des brāhmaṇas de naissance (même Rāma et Kṛṣṇa, avatāras de Viṣṇu, ont enseigné, accordé des mantras, donné des conseils, mais n’ont jamais donné d’initiation, étant de caste kṣatriya). C’est le grand avantage du système des castes par rapport à l’uniformité égalitaire des monothéismes. En fait, dans l’hindouisme, puisque les castes ne sont dépassées que par ceux qui deviennent ativarṇāśrami, c’est-à-dire qui ont atteint l’état primordial, il y a la garantie que la fonction de guru reste fermement dans les mains du sacerdoce. On nous a souligné, en outre, qu’aucun guru ne se ferait appeler de cette façon, puisque tous ont leur propre nom suivi par le suffixe “-ānanda Nāṭha”, comme l’on peut vérifier dans la Gallery de notre site. En outre, de ce que M. Gilis a publié sur les confidences qu’Emanuelli lui aurait fait, il est difficile d’en tirer un authentique enseignement de Śrī Vidyā. Les maladresses dans les termes sanskrits mentionnés, la rhétorique répétition de mots comme “métaphysique” (l’abus de ce mot “évocateur” chez les “guénoniens” est vraiment insupportable: il y en a même certains qui affirment l’existence de “rites métaphysiques”, sans réaliser l’incompatibilité de nature entre action et connaissance!), “providentiel”, “exceptionnel”, l’idée drôle que le Tantrisme représente la faîte du Sanātana Dharma et de la Śruti, quand il s’agit d’une normale adaptation de la tradition à l’humanité déchue du kali yuga, nous a conduit à penser qu’il s’agissait du résultat de la totale ignorance de la tradition hindoue par M. Gilis. À ce fin nous avons voulu nous assurer des connaissances qu’Emanuelli aurait reçues de son “guru”, lisant les deux maigres brochures qu’il a écrites pendant ses nombreuses années d’enseignement: c’est-à-dire “Propos sur le Tantra” et Hayagriva. Cou de cheval (les deux publiées à Milan, Archè, 1983; 2010). Nous avons dû changer d’avis: M. Gilis, au moins dans ce domaine, n’a aucune responsabilité à cet égard. Les confusions, les erreurs et le manque de doctrine ne sont attribuables qu’à M. Emanuelli. C’est également notable qu’il ne cite jamais et ignore complètement les deux textes fondamentaux de la doctrine de Śrī Vidyā: le Tripurārahasya et la Bhavana Upaniṣad avec leurs commentaires traditionnels (en particulier celui de Bhāskararāya) et les Śrī Lalitā Sahasranāma. Ses deux seules sources sont Arthur Avalon et René Guénon. Ce dernier, même s’il connaissait bien l’Hindouisme, n’a jamais mentionné la doctrine de Śrī Vidyā dans aucun de ses travaux. Nous ne voulons pas aller plus loin dans cette direction, à fin de pratiquer karuṇā.

                Une question demeure encore sans réponse: pourquoi M. Gilis a-t-il publié cette brochure, décidant de procéder imprudemment sur ce champ de mines sans avoir aucune compétence? La réponse est au début du postface de l’éditeur: “Seul un musulman droit et intact et reconnecté au tasawwuf, bien fidèle aux enseignements de Guénon (dont il était direct et vrai disciple, c’est-à-dire dans le sens profond de ce mot: “quelqu’un qui apprend vraiment”) pourrait avoir eu l’intuition qui est à l’origine du présent livre sur le symbolisme de la petite fille de neuf ans. Nous parlons de Michel Vâlsan … “(p. 93). L’objectif est donc clair: la célébration de Vâlsan et de ses théories sur “la fonction de l’Islam” à la fin des temps, basée sur une lecture altérée de l’article et Guénon “Le Mystère de la letter Nûn” (Études Traditionnelles, août-septembre 1938); “fonction” destructive qui serait simplement celle d’engloutir et d’abroger toutes les autres traditions. Pour corriger ce que l’éditeur écrit, nous voulons souligner que Valsan a été “disciple direct et vrai” seulement de Frithjof Schuon, qu’il, non sans raison, a quitté … pour se déclarer Shaykh lui-même! Guénon a toujours protesté qu’il n’avait pas de disciples, car il n’a jamais été un Shaykh at-Tariqa. Mais les “guénoniens”, si rigoureux et littéralistes, ne tiennent jamais compte des propos de Guénon qui puissent troubler leurs croyances ou les théories vâlsaniennes. Cependant, Vâlsan, qui a fait de l’article précité un sorte de texte révélé, a su en fausser son interprétation à la perfection pour corroborer sa propre “fonction” au regard du redressement finale du cycle. Et ses prosélytes et grégaires continuent à lire l’article de Guénon sans se rendre compte de l’infidélité de l’interprétation vâlsanienne. Tellement peut la foi aveugle des extérieurs! Mais procedons par ordre: dans cet article Guénon dit que la nûn arabe correspond à la moitié inférieure “terrestre” de l’Oeuf du Monde et que le na sanscrit correspond à sa moitié supérieure “céleste”. Quelqu’un a-t-il jamais compris que cette distinction est liée à la complémentarité de la connaissance et de l’action? Si oui, ceux qui sont vraiment des traditionnels devront reconnaître la suprématie de la connaissance sur l’action, même si l’Hindouisme n’a jamais eu l’arrogance de l’imposer à n’importe qui. Ce n’est pas par hasard qu’au Sanātana Dharma correspond le ciel et à l’Islam la terre. Par conséquent, aucune hégémonie islamique sur l’hindouisme n’est affirmée, mais plutôt le contraire. Guénon plus loin ajoute que la jonction entre ces deux composants traditionnels de l’Oeuf du Monde doit avoir lieu dans le “monde intermédiaire” qui est au dehors de la manifestation grossière, étant impossible “dans le monde Inférieur, qui est le domaine de la division et de la séparativité”. En effet, il poursuit disant que: “l’accomplissement du cycle, tel que nous l’avons envisagé, doit avoir une certaine corrélation, dans l’ordre historique, avec la rencontre des deux formes traditionnelles qui correspondent à son commencement et à sa fin”. Cette rencontre doit forcément avoir lieu en Inde, puisque l’Hindouisme n’a jamais envahi les territoires d’autres traditions, comme les musulmans font encore aujourd’hui. Et il est bien clair que ce domaine est celui de la division. Ce n’est pas pour rien que dans ce cas Guénon utilise le mot “rencontre” au lieu de “jonction”, comme lorsqu’il parle du milieu intermédiaire. Peut-être qu’il aurait été plus approprié s’il avait utilisé le mot “affrontement”, compte tenu du comportement de la shariya en Inde, avec l’approbation ou la complicité des turuq locales, exemple de sotte bestialité comparable seulement à l’action anti-traditionnelle du communisme et du missionarisme des différentes sectes chrétiennes. Guénon, encore, déclare que le Sanātana Dharma est l’héritier le plus direct de la Tradition primordiale, alors que l’Islam doit se contenter d’être reconnu comme la “dernière forme de l’orthodoxie traditionnelle” pour le cycle actuel (d’après Vâlsan et les vâlsaniens l’Islam devrait représenter à certains égards la Tradition primordiale, comme si Abraham et sa tradition d’origine atlantéenne remontaient au satya yuga!). Si une jonction doit se produire à l’avenir, nous devons certainement déterminer que ces temps sont encore à venir, car l’Islam d’aujourd’hui est loin d’apparaître comme une véritable forme d’orthodoxie traditionnelle. Plutôt que de se livrer à une action de redressement dans le domaine “terrestre”, l’Islam aujourd’hui apparaît plutôt comme la cause de “bouleversements ethniques et sociaux” en Inde, en Occident et partout où il est présent, au dehors de tout contrôle de son élite. Il est donc nécessaire que le vrai Soufisme revienne à être la haqīqah de l’Islam et reprenne le contrôle de son exotérisme parce que c’est: “el-haqîqah, c’est a dire la “verité” interieure, reservée à l’élite […] qui donne à la shariyah même son sens supérieur et profond et sa vraie raison d’être, de sorte que, bien que tous ceux qui participent à la tradition n’en soient pas concients, elle en est le veritable principe.” (R. Guénon, “L’ésotérisme islamique”, Cahiers du Sud, 1947, pp. 153-154). Ce n’est pas par l’intensification de la shariya, comme il se passe aujourd’hui, que les turuq atteindront cet objectif, mais en se dédiant aux études métaphysiques et à leur contemplation, attitude peu suivie de dizaines d’années.

                À la lumière de ces dernières considérations, nous pouvons pleinement comprendre la raison pour la publication du livre La petite fille de neuf ans: la raison est que M. Emanuelli avait rencontré Vâlsan et que les deux “maîtres” se sont reconnus mutuellement. M. Gilis s’est fait l’écho de cette rencontre suggérant qu’il s’agissait de la fameuse jonction entre Islam et hindouisme (en traction islamique, bien sûr), comme si Vâlsan était le représentant de l’Islam, et Emanuelli de l’Hindouisme. Seulement des aveugles dirigés par un aveugle peuvent accepter une telle mystification!

                Il y a un autre détail alarmant dans une note du Postface (page 112, n ° 15): “Nous utilisons la définition de ‘ésotérisme’ par commodité, même si nous réalisons que des termes tels que ‘ésotérisme’ et ‘exotérisme’ ne peuvent pas ‘se superposer’ exactement à la constitution réelle de l’Islam, que s’il est connu en profondeur révèle un caractère ‘unitaire’ décisif” Nous avions déjà noté chez certains vâlsaniens de notre connaissance cette tendance à compacter en une seule chose l’ésotérisme à l’exotérisme islamiques, ce qui se traduit alors par une “sharyatisation” du soufisme. Evidemment, Guénon ne connaissait pas “en profondeur” l’Islam quand il écrivait: “De toutes les doctrines traditionnelles, la doctrine islamique est peut-être celle où est marquée le plus nettement la distinction de deux parties complémentaires l’une de l’autre, que l’on peut désigner comme l’exotérisme et l’ésotérisme” (Guénon, ibid.).

                Avec le mensonge éhonté selon laquelle il ne serait pas possible pour les Occidentaux de recevoir une initiation hindoue à l’exception de la tantrique (Gilis cependant, se hâte d’ajouter que “c’était une possibilité qui existait jusqu’à il y a quelques années, alors qu’aujourd’hui elle est pratiquement disparue”! Ibid. pp. 82, n. 96), ces environnements vâlsaniens veulent directement ou indirectement éviter une redoutée concurrence. Au contraire, le Sanātana Dharma, qui ne pratique pas de prosélytisme, ni ne crée de succursales en dehors de l’Inde, ni ne veut concurrencer avec de tels milieux, et qui se consacre uniquement à enseigner la connaissance à ceux qui en sont sincèrement attirés, est tout à fait reconnaissant envers les muqqaddams ou les shuyukh faits-maison qui fourmillent en Europe. En effet, ils jouent un important rôle de filtrage, tenant dans leurs conventicles les “guénoniens” disqualifiés qui pourraient aller polluer des voies initiatiques authentiques

                Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

                ‘Abd ar-Razzāq Yahyā (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso (La niña de nueve años, seguida de un estudio sobre el Azufre Rojo), Caprara di Campegine, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 2012. ISBN 978-88-89795-14-9. P. 128.

                El propósito declarado de este libro publicado en italiano es a primera vista estimulante. El Autor intenta encontrar paralelos en tres tradiciones diferentes; la śākta, la Fe Santa y el Islam, sobre un simbolismo común entre ellas:es decir la niña de nueve años. Las páginas dedicadas a la Fe Santa describen algunas de las mas interesantes experiencias iniciáticas de Dante tomadas de la Vita Nova. Se trata de las dos visiones que Dante tuvo de Beatriz como una niña de nueve y una joven mujer de dieciocho (¡no dieciséis!) años que corresponden a dos etapas de la realización espiritual del Poeta, claramente reconocibles en clave tántrica. Aguda y correcta es la comparación con los dos sueños que Mahoma tuvo de ‘Aysha, aunque en este caso la aparición se invierte, ya que no se entiende cómo la visión en sueño de su futura esposa podría representar el viaje interior del Profeta del Islam. Probablemente la razón es que mientras la Vita Nova es un tratado iniciático, las visiones de Mahoma se narran en tradiciones (hahadith) dirigidas también al público en general.

                Como veremos, la verdadera intención de tal publicación es bastante diferente de lo que parece. Su causa ocasional consiste en “la transmisión al Islam, a través de la herencia espiritual, de las enseñanzas tradicionales provenientes del Hinduismo” (ibid, p.5). Que esto sea posible está más allá de toda duda: las transmisiones de este tipo han ocurrido varias veces, incluso en la dirección opuesta, desde el sufismo hacia alguna corriente iniciática hindú. Esto por lo cierto ha sucedido en la India, donde las dos tradiciones coexisten desde siglos (¡ay, rara vez de forma pacífica!). Todo comienza con lo que el Sr. Jean Emanuelli confió al Autor sobre Lalitā, el nombre supremo de la Diosa en la tradición iniciática śākta conocida como Śrī Vidyā. Y aquí las cosas se hacen poco claras. De hecho, Emanuelli habría sido conectado a ese camino iniciatico en Benares por un guru llamado Srî Siddheswar. Naturalmente, la aparición de dicho contacto con un personaje de “tan alto nivel” y la consiguiente iniciación se definen como “providencial” y “excepcional”. Este guru había recibido dos influencias espirituales: la primera, misteriosa, que por supuesto el Sr. Gilis atribuye a la “función universal de al-Kidr”; la otra por un maestro del sur de la India, Srî Vireshwar que, habiendo emigrado a Benares, alcanzó la jīvan mukti a la edad de nueve años. Ya que se abía convirtido en un liberado en vida, la Diosa Lalitā le apareció como una niña de nueve años para confiarle un nuevo método de iniciación. Vireshwar había completado su realización repitiendo el bāla mantra, que consiste en tres bīja mantras (mantras seminales), cada uno de los cuales consta de tres letras. Tres por tres, incluso en India, hace nueve. Esto explica el simbolismo de los nueve años de la Diosa. Durante la visión, ella le reveló una décima letra (akṣara) para perfeccionar el método ya utilizado. Finalmente, a su muerte, entre todos sus discípulos el guru eligió precisamente al Sr. Emnuelli como su sucesor. ¡Realmente extraordinario!

                Ahora todo esto puede engañar cualquiera que esté ayuno de Śrī Vidyā. Pero la maravillosa historia no coincide con la doctrina y el método de este camino iniciático, que es la excelencia intelectual de todo el Tantrismo y por lo tanto es tan claro como el cristal. Procedamos en orden: en la tradición de Śrī Vidyā y en otros caminos tántricos en las que se menciona la Diosa, Lalitā está siempre canónicamente representada como una adolescente de dieciséis años de edad (aunque, por razones contingentes, puede ser descrita de tres, cinco, nueve u once años, especialmente entre los discípulos de origen tribal). El Śrī Vidyā mantra, que es el mantra más elevado de este método, se compone de quince bīja mantras y esto se llama pañcadaśi mantra. El upāsaka que ha alcanzado el completo conocimiento permitido por el pañcadaśi mantra, puede obtener la visión de Lalitā de dieciséis (ṣoḍaśi) años que le transmite sutilmente un dieciseisavo bīja mantra; y esto explica el simbolismo de los dieciséis años. Con este ṣoḍaśi mantra, el iniciado puede alcanzar el conocimiento total de la Diosa. El bāla mantra mencionado por el Sr. Emanuelli sólo es un mantra intermedio (esto no quiere decir que para los individuos altamente cualificados no pueda ser lo suficiente): por lo tanto, la historia de la adición de una décima letra (akṣara), recibida a través de la visión milagrosa de Lalitā a Srî Vireshwar, está mal copiado de la transmisión sutil tradicional del decimosexto bīja mantra. En todo esto hay aún otro serio sin-sentido: si Srî Vireshwar era un jīvan mukta, ¿cómo ubiera podido tener una visión? ¿Cómo puede Brahman tener una visión de otro que Él?

                Pero hay más. Svāmī Karapātrījī, en los años 40 del siglo pasado, había averiguado que en el norte de India el kula (sampradāya) de Śrī Vidyā se había extinguido desde hace siglos. Aunque era ya un saṃnyāsin famoso por su autoridad en el Vedānta, decidió ir a Śṛngerī para recibir la transmisión de Śrī Vidyā. Así trajo esa iniciación al Norte insertándola en la enseñanza vedāntica de los Śaṃkara Pīṭha de Dvārakā y Jyotirmāṭha. Él mismo la enseñó en su āśrama de Benarés: esta línea de transmisión prosigue hoy en Benares en dos centros: en el Śaṃkara Māṭha y en el Śrī Vidyā Pīṭha. De todas formas, ninguno de sus representantes han podido informarnos si tales célebres gurus Shrî Vireshwar y Shrî Siddheswar hayan operado en Benarés en las últimas décadas; por no hablar de un sucesor frances a su gurutva, ya que en Śrī Vidyā, como en todas las vias iniciaticas regulares hindues, los maestros son estrictamente brāhmaṇas por nacimiento: incluso Rāma y Kṛṣṇa, avatāras de Viṣṇu, han enseñado, concedido mantras, dado consejos, pero nunca dieron una iniciación por ser de casta kṣatriya. Esta es la gran ventaja del sistema de castas en comparación con la uniformidad igualitaria de los monoteísmos. De hecho, en el Hinduismo, siendo las castas superadas solo por aquellos que se convierten en ativarṇāśrami, es decir que han alcanzado el estado primordial, se tiene la garantía de que la función de guru permaneca firmemente en manos sacerdotales.

                Se non hizo observar, además, que ningún guru de Śrī Vidyā se haría llamar de esa manera, ya que todos tienen el primer nombre seguido por el sufijo “-ānanda Nāṭha”, como puede verse en la Gallery de nuestros maestros en este sitio web. Además, por lo que pública el Sr. Gilis de lo que le dijo el Sr. Emanuelli, es difícil reconocer una auténtica enseñanza de Sri Vidya. Los errores en términos sánscritos mencionados, la repetición de la palabra “metafísica” (el abuso de esta palabra “evocadora” entre los “guénonianos” es realmente agobiante: incluso hay quienes afirman la exsistencia de “ritos metafísicos”, sin darse cuenta de la incompatibilidad de naturaleza entre la acción y el conocimiento), “providencial”, “excepcional”, la divertida idea que el Tantrismo representa el pico del Sanātana Dharma y de la Śruti, cuando solo se trata de una normal adaptación de la tradición a la humanidad decaída del kali yuga, nos ha llevado a pensar que fueron el resultado de la total ignorancia de la tradición hindú por parte del Sr. Gilis. Así que quisímos asegurarnos sobre los conocimientos que Emanuelli habría recibido de su “guru”, con la lectura de los dos cuadernillos que escribió después de tantos años de enseñanza: Propos sur le Tantra y Hayagriva. Cou de cheval (publicados los dos en Milán por Archè, 1983; 2010). Tuvimos que cambiar de opinión: el Sr. Gilis, al menos en esto, no tiene ninguna responsabilidad. Las confusiones, los errores y la falta de doctrina son atribuibles solo al Sr. Emanuelli. También es significativo que el Autor nunca cite como fuente e ignore por completo los dos textos fundamentales de toda la doctrina de Śrī Vidyā: el Tripurārahasya y la Bhāvana Upaniṣad, con sus comentarios tradicionales (especialmente el de Bhāskararāya) y los Śrī Lalitā Sahasranāma. Sus únicas dos fuentes son Arthur Avalon y René Guénon. Este último, aunque conociendo bien el Hinduismo, no mencionó la doctrina de Śrī Vidyā en toda su obra. No queremos ir más allá en este sentido para practicar la karuṇā.

                Queda una pregunta: ¿por qué el Sr. Gilis publicó este libro, decidiendo proceder imprudentemente en este campo minado sin tener ninguna competencia? La respuesta está en el comienzo del Epílogo Editorial: “Sólo un musulmán recto y intacto, conectado al Tasawwuf y al mismo tiempo fiel a las enseñanzas de Guénon (que fue directo y verdadero discípulo suyo, en el sentido profundo de esta palabra, es decir: ‘uno que realmente aprende’) podía tener la intuición que está al origen del presente libro sobre el simbolismo de la niña de nueve años. Hablamos de Michel Vâlsan … “(p. 93).

                El objetivo, por lo tanto, está claro: la celebración de Vâlsan y sus teorías sobre la “función del Islam” al final de los tiempos, basado en una lectura errónea del artículo de Guénon “Le Mystère de la lettre Nun” (Études Traditionnelles, août-septembre 1938); esta al final sería solo la destructiva “función” de tragarse y anular todas las demás tradiciones. Para corregir lo que dice el Editor, queremos señalar que Vâlsan ha sido “discípulo directo y verdadero”, sólo de Frithjof Schuon, que no sin razón dejó … para luego declararse Shaykh! Además Guénon siempre declaró no tener discípulos, porque nunca fue un Shaykh at-tariqa. Pero los “guénonianos”, tan rigurosos y literalistas, ni siquiera toman en cuenta las declaraciones de Guénon cuando pueden perturbar sus creencias o las teorías vâlsanianas. Sin embargo, Vâlsan, que hizo del citado artículo una especie de texto revelado, ha sabído distorsionarlo muy bien para corroborar su propia “función”, especialmente en lo que se refiere al llamado “enderezamiento final” del ciclo. Y sus prosélitos y gregarios continúan leyendo el artículo de Guénon sin darse cuenta de la infidelidad de la interpretación de Vâlsan. ¡Tanto puede ser ciega la fe de los exteriores!

                Continuamos en orden: en ese artículo Guénon dice que la nûn árabe corresponde a la mitad inferior “terrestre” del Huevo del Mundo, y la na sánscrita a la mitad superior “celestial”. ¿Alguien ha pensado alguna vez que esta distinción está relacionada con la complementariedad de conocimiento y acción? Si es así, los que son verdaderamente tradicionales tendran que reconocer la supremacía del conocimiento sobre la acción, aunque el Hinduismo nunca ha tenido la arrogancia de imponerla a los demás. No por nada en el Sanātana Dharma corresponde al cielo y el Islam a la tierra. Por lo tanto, no se afirma ninguna hegemonía islámica sobre el Hinduismo, sino todo lo contrario. Guénon más adelante añade que la unión entre estos dos componentes tradicionales del Huevo cósmico debe tener lugar en el “mundo intermedio”, es decir fuera del dominio grueso, siendo esto imposible “dans le monde inférieur, qui est le domaine de la división et de la ‘séparativité’ …” De hecho, Guénon continúa afirmando que: “l’accomplissement du cycle, tel que nous l’avons envisagé, doit avoir une certaine corrélation, dans l’ordre historique, avec la rencontre des deux formes traditionnelles qui correspondent à son commencemente et à sa fin…”. Esta reunión debe llevarse a cabo necesariamente en la India, ya que el Hinduismo nunca ha invadido territorios de otras tradiciones, como en cambio siguen haciendo los musulmanes. Y está claro que este dominio es el de la separación. No en vano, en este caso Guénon usa la palabra “reunión” en lugar de “unión”, como cuando habló del ambiente intermedio. Tal vez sería más apropiado que el hubiera utilizado la palabra “enfrentamiento”, teniendo en cuenta el comportamiento de la shariya en la India, con el asentimiento o la complicidad de las turuq locales, ejemplo de “loca bestialidad” –para usar las palabras de Dante- comparable sólo a la acción anti-tradicional del comunismo y del misionerismo de las distintas confesiones cristianas. Guénon, a continuación, establece que el Sanātana Dharma es el heredero más directo de la Tradición primordial, mientras que el Islam debe conformarse con ser reconocido como la “última forma tradicional ortodoxa para el ciclo actual” (según Vâlsan y los vâlsanianos también el Islam representaría en cierto modo, la Tradición primordial, como si Abraham y su tradición de origen atlante remontaran al satya yuga!). Si debe producirse alguna confluencia en el futuro, ciertamente debemos observar que esos tiempos aún no ocurrieron, ya que el Islam hoyendia está lejos de representar una forma real de ortodoxia tradicional. De hecho el Islam de hoy, en lugar de llevar a cabo una acción de enderezamiento en el plan “terrestre”, aparece más bien como la causa de “levantamientos étnicos y sociales” en la India, en Occidente y en todas las partes donde esté presente, sin ningúna guía de parte de cualquier élite. Por tanto, es necesario que el verdadero tasawwuf vuelva a ser la haqīqah del Islam y que recupere el control de su exoterismo, “el-haqîqah, c’est a dire la “verité” interieure, reservée à l’élite […] qui donne à la shariyah même son sens supérieur et profond et sa vraie raison d’être, de sorte que, bien que tous ceux qui participent à la tradition n’en soient pas concients, elle en est le veritable principe.” (R. Guénon, “L’ésotérisme islamique”, Cahiers du Sud, 1947, pp. 153-154). No es a través de la intensificación de la shariyah que las turuq alcanzaran este propósito, pero haciendo resucitar sus estudios metafísicos y la contemplación sobre ellos, muy escasos en las ultimas decadas.

                A la luz de estas consideraciones, podemos comprender plenamente la razón para publicar La niña de nueve años: el hecho es que el Sr. Emanuelli conoció personalmente Vâlsan y los dos “maestros” se reconocieron mutuaente. El Sr. Gilis se hizo eco de esta reunión y sugiere que esta fue la famosa conexión entre el Islam y el Hinduismo (de tracción Islámica, por supuesto), como si Vâlsan representara el Islam, y Emanuelli el Hinduismo. Solo unos ciegos dirigidos por un ciego pueden aceptar tal mistificación.

                Hay otro detalle alarmante, en particular una nota del epílogo (p. 112, n. 15.): “Nosotros utilizamos la definición de ‘esotérismo’ por conveniencia, incluso si nos damos cuenta de que términos como ‘esotérismo’ y ‘exoterismo’ no pueden ‘superponerse’ con precisióna la verdadera estructura del Islam, que si se la conoce hasta el fondo revela un carácter fuertemente ‘unitario’” Ya habíamos notado en otros vâlsanianos esta tendencia a compactar esoterismo y exoterismo islámico como un todo unico, lo que se traduce al final en una “sharaitizacción” del sufismo. Evidentemente Guénon no conocía hasta el fondo el Islam cuando escribió: “De toutes les doctrines traditionnelles, la doctrine islamique est peut-être celle où est marquée le plus nettement la distinction de deux parties complémentaires l’une de l’autre, que l’on peut désigner comme l’exotérisme et l’ésotérisme” (Guénon, ibid.)

                Con la descarada mentira que no sería posible para los occidentales recibir una iniciación hindū excepto la tántrica (Gilis sin embargo, se apresura a añadir que “esta era una posibilidad que existió hasta hace pocos años, mientras que hoy en día está prácticamente extinguida.” Ibid. pp. 82, n. 96), estos círculos vâlsanianos intentan directa o indirectamente evitar una temida competencia. En cambio, el Sanātana Dharma, que no hace proselitismo, no crea ramas fuera de la India ni quiere competir con esta categoría de ambientes, y que se dedica únicamente a enseñar el conocimiento a los que sinceramente están atraídos por el, está muy agradecido a todos los “muqqaddams” y los “Shuyukh” caseros que pululan en Europa. De hecho, juegan un importante papel de filtro, manteniendo en sus conventiculos a los “guénonianos” descalificados que podrían ir a contaminar las auténticas organizaciónes iniciáticas.

                Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

                🇮🇹🇬🇧🇫🇷🇪🇸Davide Susanetti – La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione

                  🇮🇹 Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione, Roma, Carrocci Ed. 2017. ISBM 978-88-430-8806-5. Pp. 262

                  Dopo una prefazione a dir poco sconcertante, il libro si apre con alcune premesse generali sul percorso iniziatico greco, che fornisce gli strumenti necessari non solamente concettuali, ma anche terminologici per poter affrontare il grande panorama che comincia a dispiegarsi alla vista del lettore. Il campo di prova per l’utilizzo degli stessi strumenti che l’Autore presenta immediatamente è quello dei Misteri d’Eleusi, a partire dal mito del ratto di Persefone, alle implicazioni astronomiche, gli echeggiamenti ritmici stagionali, per poi impegnarsi in una disamina ricchissima e minuziosa delle fonti. A poco a poco, da minuscole tessere, si sviluppa il vasto mosaico delle esperienze iniziatiche dei piccoli e dei grandi Misteri e, al di là di essi, fino al raggiungimento dell’epoptéia, la contemplazione intellettuale della Verità. È ben noto che gli iniziati ai Misteri curarono con il massimo rigore la riservatezza sui loro rituali e sulle realtà spirituali che incontravano lungo il loro cammino interiore. I testi sono avari e in particolare le opere poetiche o prosastiche di ogni autore che fosse anche un mystes. Susanetti, tuttavia, ha saputo raccogliere, ordinare e dare un senso compiuto ai frammenti di informazione fino a riuscire a ricostruire un quadro coerente e iniziaticamente comprensibile. Il libro continua trattando dei Misteri Dionisiaci e delle interrelazioni tra questi, Eleusi e l’Orfismo. In seguito troviamo la spiegazione che indusse Pitagora ad ammantare Sofìa con il velo della Filosofia; Filosofia non ancora profana e non ancora profanata. Il libro continua seguendo le tracce delle dottrine pitagoriche attraverso Eraclito, che noi tutti avevamo studiato come un esacerbato “divenirista” sugli omologati manuali del Liceo, fino alle sorprendenti istruzioni iniziatiche di Empedocle e Parmenide. Tutti filosofi, o meglio, sophoí, che, estratti da ammuffite mensole positiviste e marxiste, riprendono una vita spirituale inaspettata, con folgorazioni conoscitive e visioni celesti. Il capitolo dedicato a Platone e ai suoi più vicini seguaci, come c’era da aspettarsi, appare meno sorprendente ma centrale, come punto di raccordo tra la Grecia arcaica e l’Ellenismo. In Platone cominciano ad affiorare tematiche fino a quel momento coperte dal segreto, permettendoci di ricostruire la catena di maestri iniziatici precedenti, fino al divino Pitagora. Inoltre con Platone comincia ad affermarsi quel linguaggio d’Amore che poi attraverso Virgilio giungerà fino a Dante. Interessante anche l’interpretazione iniziatica che l’Autore avanza dell’insegnamento socratico, sebbene in qualche modo tangenziale al main stream iperboreo-pitagorico. La panoramica, sempre minuziosa, erudita e mai profana, prosegue con il neoplatonici, ben descritti nella loro duplice e incompatibile attrazione verso la conoscenza e il ritualismo teurgico-magico. Molto importante anche lo studio dello sviluppo dello gnosticismo dall’ambito iniziatico a quello di una religiosità sincretistica. Infine il libro si conclude con un capitolo dedicato all’Ermetismo alessandrino e ai suoi prolungamenti altomedievali, in cui le origini elleno-egizie s’impongono per un alto livello spirituale e un simbolismo trasparente, simbolismo che si fa più opaco che misterioso nel suo prosieguo storico. Libro di grandissimo impatto culturale, ma ancor più, sicura fonte d’informazione su insegnamenti di non facile accesso. Susanetti riesce a ricostruire con autorevolezza la tradizione esoterica della religione dei Greci, che l’apologetica cristiana prima e lo stravolgimento rinascimentale poi hanno consegnato a noi in forma completamente inintelligibile. Lettura altamente consigliabile.

                  Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

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                  Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione [The way of the gods. Greek wisdom, ancient mysteries and paths of initiation], Roma, Carrocci Ed. 2017. ISBM 978-88-430-8806-5. Ps. 262

                  After a foreword to say the least disconcerting, the book opens with some general premises on the Greek initiatory path, which provides not only the necessary conceptual tools, but also the terminology to deal with the great panorama that begins to unfold at the sight of the reader. The test field for the tools presented by the Author is that of the Mysteries of Eleusis, starting from the myth of the abduction of Persephone, to its astronomical implications, the seasonal rhythmic echoes, and then engaging in a very rich and meticulous analysis of the sources. Little by little, by putting together all the pieces of the jigsaw, the vast mosaic of the initiatory experiences of the Lesser and the Greater Mysteries takes shape; and beyond it until the epoptéia, the intellectual contemplation of the Truth, is finally reached. It is well known that the initiates into the Mysteries treated with utmost rigor the confidentiality of their rituals and the spiritual truths opening along their inner journey. The ancient literature in regards to this subject is remarkably scarce, mostly the poetic or prose works of authors who were mystes, initiates to the Mysteries. Nevertheless, Dr. Susanetti has been able to gather, sort and make sense of the fragmentary texts revealing a coherent and initiatically comprehensible framework. The book moves forward presenting the Dionysian Mysteries and their correlations with Eleusis Mysteries and Orphism. Further on, we find the explanation that induced Pythagoras to disguise Sofia with the veil of Philosophy, at the time not yet profane nor profaned. The book goes on following the traces of the Pythagorean doctrines of Heraclitus, portrayed by conventional school books as a mere radical supporter of the doctrine of the “becoming” to continue with the surprising initiatic instructions of Empedocles and Parmenides. All these philosophers, or rather sophoí, once extracted from the musty positivist and Marxist shelves, appear regenerated of an unexpected spiritual life, with cognitive fulgurations and celestial visions. The chapter dedicated to Plato and his closest followers, as was to be expected, appears less unanticipated yet remains central for its connecting function between Archaic Greece and Hellenism. In Plato, subjects that had long remained covered by secrecy slowly began to emerge, allowing us to reconstruct the chain of previous initiatory masters, up to the divine Pythagoras. Furthermore, with Plato, the language of Love begins to assert itself and then through Virgil it will eventually reach Dante. Also interesting is the initiatory interpretation that the author advances on the Socratic teachings, although somewhat tangential to the hyperborean-pythagorean main stream. The overview, always meticulous, erudite and never profane, continues with the Neo-Platonists, well described in their dual and incompatible attraction towards knowledge and the theurgical-magical ritualism. The study of the development of Gnosticism from the initiatory sphere to that of a syncretistic religiosity is also very important. Finally, the book ends with a chapter dedicated to the Alexandrian Hermeticism and its early medieval extensions, in which the Hellenistic-Egyptian origins testify to a high spiritual level and a transparent symbolism that becomes more and more opaque rather than mysterious as the centuries passed. This is a book of great cultural impact, but even more, of reliable information on lessons not easily accessible. Dr. Susanetti manages to skilfully rebuild with authority the esoteric tradition of the religion of the Greeks that the first Christian apologetics and then the Renaissance delivered to us in a completely unintelligible and distorted form. A highly recommended reading.

                  Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

                  Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione [La voie des dieux. Sagesse grecque, mystères antiques et itinéraires d’initiation], Roma, Carrocci Ed. 2017. ISBM 978-88-430-8806-5. P.s 262

                  Après un avant-propos dont le moins qu’on puisse dire est qu’il est déconcertant, le livre ouvre avec quelques prémisses générales sur le chemin initiatique grec, qui fournit les outils nécessaires non seulement au point de vue conceptuel, mais aussi terminologique afin de faire face au grand paysage qui va se dérouler à la vue du lecteur. Là où l’auteur met à l’épreuve, dès le début, sa méthodologie est celui des Mystères d’Eleusis, à partir du mythe de l’enlèvement de Perséphone, aux implications astronomiques, aux échos rythmiques saisonniers, en s’engageant dans une discussion riche et méticuleuse des sources. Peu à peu, par petits détails, se développe la grande mosaïque d’expériences initiatiques des petits et des grands Mystères et, au-delà, la réalisation de l’epoptéia, la contemplation intellectuelle de la vérité. Il est reconnu que les initiés des Mystères ont gardé rigoureusement secrets leurs rituels et réalités spirituelles rencontrés tout au long de leur voyage intérieur. Les textes sont avares et, surtout, les œuvres poétiques ou en prose de chaque auteur qui était aussi un mystes. M. Susanetti, cependant, a été capable de rassembler, ranger et donner un sens aux fragments d’information, reconstruisant un tableau cohérent et initiatiquement compréhensible. Le livre continue en traitant les Mystères dionysiaques et les interrelations entre les Mystères d’Eleusis et l’Orphisme. Ensuite, nous trouvons l’explication de la raison qui a amené Pythagore à revêtir sofia du voile de la philosophie; Une philosophie qui n’est pas encore profane et pas encore profanée. Le livre se poursuit sur les traces des doctrines pythagoriques avec Héraclite, dont tout le monde a étudié au Lycée dans les conformistes manuels l’identification de sa pensée avec la promotion exacerbée du devenir, jusqu’aux instructions initiatiques étonnantes d’Empédocle et de Parménide. Tous les philosophes, ou plutôt les sophoí, qui, libérés de la moisissure des étagères positivistes et marxistes, récupèrent une vie spirituelle inattendue, avec des fulgurations cognitives et des visions célestes. Le chapitre consacré à Platon et à ses disciples les plus proches, comme on pouvait s’y attendre, semble moins surprenant, mais central en tant que point de connexion entre la Grèce archaïque et l’hellénisme. Chez Platon, des thèmes jusqu’alors couverts par le secret ont commencé à faire surface, permettant de reconstituer la chaîne des maîtres initiatiques précédents, jusqu’au divin Pythagore. En outre, avec Platon le langage de l’amour commence à s’affirmer, langage qui, à travers Virgile, arrivera jusqu’à Dante. L’interprétation initiatique selon laquelle l’Auteur décrit l’enseignement socratique est également intéressante, bien qu’elle soit en quelque sorte tangentielle au courant principal hyperboréen-pythagoricien. La vue d’ensemble, toujours méticuleuse, érudite et jamais profane, continue avec les néo-platoniciens, bien décrits dans leur double et incompatible attraction vers la connaissance et le ritualisme théurgique-magique. L’étude du développement du gnosticisme de la sphère initiatique à celle d’une religiosité syncrétiste est également très importante. Enfin, le livre se termine par un chapitre consacré à l’hermétisme alexandrin et à ses extensions hautes médiévales, où les origines hellèno-égyptiennes s’imposent pour un haut niveau spirituel et un symbolisme transparent, symbolisme qui devient plus opaque que mystérieux au fil du temps. Livre de grand impact culturel, mais plus encore, source d’information fiable sur des enseignements difficilement accessibles. M. Susanetti parvient à reconstruire autoritairement la tradition ésotérique de la religion des Grecs, que la première apologétique chrétienne et, après, la distorsion de la Renaissance nous ont livré sous une forme tout à fait incompréhensible. Lecture hautement recommandée.

                  Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

                  Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione [La vía de los dioses. Sabiduría griega, antiguos misterios y caminos de iniciación], Roma, Carrocci Ed. 2017. ISBM 978-88-430-8806-5. P.s 262

                  Después de una premisa que podríamos decir por lo menos desconcertante, el libro se abre con unas suposiciones generales sobre el camino iniciático griego, que proporciona los instrumentos necesarios no sólo conceptuales sino también terminológicos, con el fin de contemplar la grande panorámica que comienza a desarrollarse frente a los ojos del lector. El campo de pruebas para el uso de las mismos instrumentos que el autor presenta inmediatamente es el de los Misterios de Eleusis, desde el mito del rapto de Perséfone, sus implicaciones astronómicas, los ecos de rítmos estacionales, para luego dedicarse a una meticulosa discusión sobre las ricas fuentes. Poco a poco, a partir de pequeñas piezas, se extiende el vasto mosaico de experiencias iniciáticas de los pequeños y grandes Misterios y, más allá de ellas, a la consecución de la epoptéia, la contemplación intelectual de la verdad. Bien se sabe que los iniciados de los Misterios trataron con extremo rigor los secretos de sus rituales y de sus realidades espirituales que se encontraban a lo largo de sus viajes interiores. Los textos se muestran reacios y en particular las obras poéticas o en prosa de los autores que también fueron mystoi. El Autor, sin embargo, ha sido capaz de reunir, clasificar y dar sentido a los fragmentos de información hasta reconstruir un marco coherente e iniciaticamente comprensible. El libro continúa tratando de los Misterios Dionisiacos y de sus interrelaciones con los de Eleusis y el Orfismo. Más tarde encontramos la razón que indujo a Pitágoras a vestir a Sofía con el velo de la Filosofía; Filosofía aún no profana y aún no profanada. El libro continúa siguiendo las huellas de las doctrinas pitagóricas a través de Heráclito, estudiado en los conformistas manuales del Liceo como un “devenirista” exacerbado, hasta las sorprendentes instrucciones iniciaticas de Empédocles y Parménides. Todos los filósofos, o mejor dicho, los sophoí, extractos de las mohosas estanterías positivistas y marxistas, demuestran una vida espiritual inesperada, unos alumbramientos intuitivos y unas visiones celestiales. El capítulo dedicado a Platón y a sus seguidores más cercanos, como era de esperar, nos sorprende menos aunque quede central, como punto de conexión entre la Grecia arcaica y el Helenismo. En Platón comienzan a llegar a superficie cuestiones hasta ahora envueltas en el secreto, lo que nos permite reconstruir las enseñanzas de la cadena de los anteriores maestros de iniciación, hasta el divino Pitágoras. Además, con Platón, el lenguaje del Amor comienza a afirmarse en la forma que a través de Virgilio, más tarde llegaría hasta Dante. Es también interesante la interpretación iniciática de que el Autor avanza sobre la enseñanza socrática, aunque parcialmente tangencial a la corriente principal hiperbórea-pitagórica. La panorámica, siempre meticulosa, académica y nunca profana, continúa con los neoplatónicos, que se describen en su doble e incompatible atracción entre el conocimiento y el ritualismo teúrgico-mágico. El estudio del desarrollo del Gnosticismo desde la esfera iniciática hasta una religiosidad sincretista es también muy importante. Por último, el libro concluye con un capítulo dedicado al Hermetismo alejandrino con sus primeras extensiones medievales, en la que el origen heleno-egipcia se impone por su alto nivel espiritual y un simbolismo transparente, simbolismo que se vuelve más opaco que misterioso en el sucesivo período. Libro de gran impacto cultural, pero aún más de información segura sobre lecciones de difícil acceso. El profesor Susanetti maneja con autoridad para reconstruir la tradición esotérica de la religión de los griegos, que la primera apologética cristiana y luego la distorsión del Renacimiento nos han entregado en una forma completamente ininteligible. Lectura altamente recomendada.

                  Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

                  🇮🇹🇫🇷Jean-Louis Gabin – L’idée que l’islam doit dominer la planète

                    🇮🇹 Jean-Louis Gabin: L’idée que l’islam doit dominer la planète, Vers la Tradition, N° Hors-Série, Décembre 2016, ISSN 0755-4222, pp. 122.

                    Sull’onda delle più recenti notizie di cronaca, ma partendo da una prospettiva intellettuale hindū, Jean-Louis Gabin ha scritto un prezioso volumetto che si eleva ben al di sopra delle contingenze storiche. Sebbene non risparmi nessuna critica all’azione eversiva del fondamentalismo islamico, messo in atto con la simpatia e connivenza evidente delle masse musulmane, il suo bersaglio è ben altro. Il suo reale intendimento è quello di rimproverare severamente quegli occidentali che si sono convertiti all’Islam in vista del tasawwuf, di non voler denunciare la natura contro-tradizionale di questa dimostrazione ormai quasi quotidiana della matta bestialità a cui è prono l’Islam esteriore (naturalmente il sufismo autentico, quello afro-asiatico, non è affatto toccato dalle nostre mises à point, essendo la prima vittima della degenerazione in cui oggi versa l’essoterismo islamico). Volutamente abbiamo scritto “convertiti”, poiché gli occidentali che si pretendono “sufi”, quasi tutti discepoli di altri occidentali convertiti che, a loro volta, si sono proclamati “maestri” di sufismo, in realtà hanno una conoscenza della Tradizione del tutto viziata dall’interpretazione dei loro stessi “shuyukh”. Li definiamo “convertiti” proprio perché Guénon rifiutava di essere definito tale, poiché egli aveva semplicemente deciso di “collocarsi” nell’Islam piuttosto che in qualsiasi altra tradizione, per ragioni insindacabilmente sue proprie. “Collocarsi” vuole dire che l’assunzione esteriore della forma islamica era avvenuta, nel suo caso, dall’interno e dall’alto. Non è questo il caso di coloro che per emulazione di Guénon (hanno inventato una vera e propria sunnah  o “religiosa imitatio” di Guénon, pericolo che quest’ultimo aveva sempre paventato), per comodità logistica, per pigrizia e per incapacità critica, hanno aderito all’Islam dall’esterno e dal basso. Il Dr. Gabin dimostra con grande chiarezza come Guénon avesse messo in guardia i suoi lettori dalle difficoltà che l’Islam esteriore pone a chi volesse intraprendere questa strada di avvicinamento all’esoterismo sufico e come avesse scoraggiato a seguire il suo esempio senza avere raggiunto la sua stessa piena consapevolezza intellettuale dell’unità fondamentale delle tradizioni. Difficoltà che consistono, soprattutto, nel dogmatismo, sentimentalismo ed esclusivismo tipici delle religioni occidentali semitiche, com’è anche l’Islam, e che, infatti, caratterizzano tutti questi convertiti.
                    L’Autore di questo libro, inoltre, con grande coraggio mette in evidenza gli equivoci creati in malafede dai autoproclamati continuatori dell’opera di Guénon (tutti, ovviamente, in possesso di “funzioni” o “missioni” particolari, “funzioni” che essi attribuiscono anche allo stesso Guénon, nonostante le sue passate proteste), che hanno diffuso e diffondono un messaggio di conversione sharaitica dell’occidente sottacendo i disastri prodotti dall’invasione dell’area di tradizione cristiana da parte delle più basse “caste” islamiche, ormai spudoratamente inviate in Europa da ben noti agenti della contro-iniziazione (manuṣya rākṣasa). Tutto ciò perché convinti che “l’Islam doit dominer la planète”, a partire dall’Europa. Anche questa possibilità era stata preconizzata da Guénon non come un bene, ma come la soluzione più temibile per l’Occidente, comprendente gravi squilibri sociali ed etnici. Ossia quei crimini a cui assistiamo oggi sempre più di frequente. Se i pretesi “sufi” occidentali esercitassero il distacco e l’indagine intellettuale richiesti dalla prospettiva iniziatica più elementare, si renderebbero conto come in tre o quattro decenni l’essoterismo islamico sia passato dalla accettazione passiva dell’anti-tradizione dei regimi laici comunisteggianti dei paesi islamici, alla simpatia per la più evidente contro-tradizione khalifale di stampo anticristico. Come già ben diceva Abdul-Hâdi Aguéli nel gennaio del 1911: “La théorie de Mohyiddin ibn Arabi sur le Khalifat universel et le Mahdisme n’a rien de commun avec celle de la canaille d’Alexandrie et autres anthropophages, qu’ils soient blancs ou noirs” (“Pages dédiées à Mercure – Sahaï Ataridiyah”, La Gnose, II année, n° 1, p. 30. Ci sarà pure un motivo per cui la tradizione tibetana afferma che alla fine dei tempi il male si diffonderà dall’Afghanistan per colpa di alcune correnti islamiche.
                    Sia detto per inciso, nessuno può definirsi “akbari” per aver semplicemente letto in arabo o in traduzione un testo di Ibn ‘Arabi, ma soltanto se ha ricevuto direttamente uno specifico insegnamento orale.
                    Il Cattolicesimo, dal grottesco abisso in cui è precipitato,  non ha più i mezzi dottrinali e rituali per avviare una restaurazione tradizionale essoterica e la sopravvivenza dell’esoterismo cattolico continua a essere proclamato soltanto nelle ingannevoli fantasie di spregiudicati manipolatori.
                    Ciò nonostante è anche vero che è scritto “non prevalebunt”…
                    Ci sono altre forme di Cristianesimo ancora in vita, dotate di una autentica iniziazione. Il cristiano che fosse anche un sincero cercatore, potrebbe sempre indirizzarsi in quella direzione, senza i traumi provocati dalla conversione a una diversa religione, e così cercare di salvare l’Occidente dagli attuali assalti di Gog e Magog.
                    Tuttavia sarebbe molto più efficace se l’Occidente si rivolgesse agli autentici rappresentanti della Tradizione metafisica, quelli indicati tra le righe dal Dr. Gabin, pienamente in grado di far risorgere la Tradizione occidentale e consapevoli del grave pericolo che corrono l’Europa prima, e l’intero pianeta poi. Ciò non accade perché, se l’Occidente versa in così drammatica situazione, non è dovuto tanto ad astratte leggi cicliche o a predizioni apocalittiche, quanto alla scadentissima qualità intellettuale degli occidentali. Lo si può vedere con chiarezza per la totale assenza di pubblicazioni di carattere metafisico negli ultimi settant’anni. Questa medesima incapacità intellettuale è resa evidente nella fideistica accettazione di “maestri di sufismo” dalla trasmissione iniziatica più che dubbia, dalla pratica di metodi privi d’alcuna efficacia e da dottrine apprese in forma libresca sia da scritti di Guénon sia da traduzioni di testi dall’arabo sia da raffazzonati articoli pseudo simbolici spacciati per metafisici, scritti da quegli stessi “shuyukh”.
                    Questa assenza di “materiale umano” spiega il fallimento di tutti gli esperimenti di restaurazione o di raddrizzamento che si sono tentati in Europa nell’ultimo secolo. Allo stesso modo le presunte turuq si sono scisse o sciolte non appena l’“individualità dominante del branco” fosse passata a miglior vita. I seguaci di tali gruppetti non hanno mai capito con chiarezza che la via iniziatica è strettamente personale, interiore e indipendente per natura dal contesto sociale su cui l’iniziazione s’appoggia. Invece tra loro prevale la “solidarietà islamica” verso l’esterno, anche se tra loro sono in aperta concorrenza.
                    Siamo ben consapevoli che i patetici difensori di questi ambienti tra loro ostili criticheranno unanimemente il libro che qui recensiamo. Certo, lo scritto del Dr. Gabin non è privo di alcuni punti deboli che daranno lo spunto ai “sufi” europei per sollevare critiche meschine volte a screditare il testo e il suo autore. Ma costoro, invece di elaborare complicate difese per le loro credenze e per le loro discutibili adesioni “tradizionali”, dovrebbero rispondere con sincerità al quesito di fondo che da questa pubblicazione emerge: voi “sufi” convertiti, siete favorevoli o contrari all’evidente piano di invasione dell’Occidente da parte “de la canaille d’Alexandrie et autres anthropophages”? Oppure la ritenete necessaria sulla base dell’interpretazione tendenziosa di Vâlsan de “Les mystères de la lettre Nûn”?

                    D. K. Aśvamitra

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                    Jean-Louis Gabin: L’idée que l’islam doit dominer la planète, Vers la Tradition, N° Hors-Série, Décembre 2016, ISSN 0755-4222, pp. 122.

                    À la suite de faits divers récents, mais dans une perspective intellectuelle hindoue, M. J.- L. Gabin a écrit un précieux petit livre qui s’élève bien au dessus des contingences historiques. Bien qu’il n’épargne aucune critique de l’action subversive du fondamentalisme islamique qui se déploie avec la connivence silencieuse des masses musulmanes, son but est tout autre. Son propos est de reprocher aux Occidentaux convertis à l’Islam pour accéder à l’ésotérisme du taçawwuf, de ne pas dénoncer l’aspect anti-traditionnel de la manifestation quasi quotidienne de bestialité à laquelle se soumet l’Islam extérieur. Bien entendu le soufisme authentique – afro-asiatique – n’est point touché par nos mises à point, car, en réalité, celui-ci est en première ligne des victimes de la dégradation de l’exotérisme islamique.
                    Nous employons volontairement l’expression de « convertis » car, le plus souvent, les Occidentaux qui se prétendent soufis sont disciples d’autres Occidentaux lesquels se prétendent maîtres de soufisme. En réalité, leur connaissance de la Tradition est entachée par l’interprétation déformée  de leurs propres «shuyukh». Nous les définissons comme « convertis », précisément, à cause du fait que Guénon refusait cette définition pour lui-même, et qu’il avait décidé de « s’installer » en Islam, de préférence à d’autres traditions, pour des raisons qui lui appartenaient en propre.
                    S’installer, dans ce cas, veut simplement dire que son « adhésion à l’Islam » s’était effectuée de l’intérieur et par le haut. Ce n’est pas le cas de ceux qui, croyant imiter Guénon, ont inventé une véritable sunnah ou « religiosa imitatio » de cet auteur, ce qu’il avait toujours redouté. Par commodité, paresse,  incapacité critique, ces convertis, au contraire, ont adhéré à l’Islam de l’extérieur et par le bas.
                    M. J.-L. Gabin démontre clairement que Guénon avait mis en garde ses lecteurs à propos des difficultés que l’Islam extérieur pose à ceux qui voudraient entreprendre le chemin vers l’ésotérisme soufi, et qu’il avait découragé quiconque voulait suivre son exemple sans être pleinement conscient de l’unité fondamentale des traditions. Ces difficultés concernent surtout un dogmatisme, un sentimentalisme et un exclusivisme caractéristiques des religions occidentales sémitiques, tel que l’Islam, et qui caractérisent, en effet, tous ces convertis.
                    L’Auteur de ce livre met courageusement en évidence les équivoques créées de mauvaise foi par les prétendus continuateurs de l’oeuvre de Guénon : tous possèdent, bien entendu, des « fonctions » ou des «missions » particulières, les mêmes qu’ils attribuent à Guénon malgré les protestations de celui-ci, et ils ont répandu un message de conversion sharaïtique de l’Occident sans dénoncer les ravages de l’invasion de l’aire de tradition chrétienne par les plus basses « castes » islamiques, ouvertement envoyées en Europe par les agents bien connus de la contre-initiation (manuṣya rākṣasa). Tout cela vient du fait qu’ils sont convaincus que « l’Islam doit dominer la planète », à commencer par l’Europe.
                    Cette possibilité avait effectivement été déjà envisagée par Guénon, mais pas exactement comme positive: elle était plutôt la solution la plus effroyable à la crise de l’Occident moderne, entraînant de graves déséquilibres sociaux et ethniques, c’est à dire des crimes auxquels on assiste de plus en plus fréquemment aujourd’hui. Si les prétendus « soufis » occidentaux mettaient en pratique le détachement et la quête intellectuelle typique du point de vue initiatique le plus élémentaire, ils se rendraient compte qu’en trois ou quatre décennies, dans les pays musulmans, l’exotérisme est passé de l’acceptation passive de régimes antitraditionnels laïques d’inspiration communiste, à l’indulgence pour l’évidente anti-tradition khalifale de nature antichristique.
                    Comme le disait Abdul-Hadi Aguéli en janvier 1911: « La théorie de Mohyiddin ibn Arabi sur le Khalifat universel et le Mahdisme n’a rien de commun avec celle de la canaille d’Alexandrie et autres anthropophages, qu’ils soient blancs ou noirs » (« Pages dédiées à Mercure – Saha Ataridiyah », La Gnose, II année, n°1, p. 30). Il y aura aussi une raison pour laquelle la tradition tibétaine déclare qu’à la fin des temps, le mal se répandra de l’Afghanistan  à cause de certaines sectes islamiques.
                    Soit dit en passant, nous devons ajouter que personne ne peut se définir comme « akbari », simplement pour avoir lu en arabe, ou même traduit, un texte d’Ibn ‘Arabi ; pour pouvoir être « akbari » il faut nécessairement avoir reçu un enseignement oral spécifique.
                    De l’abîme où elle est précipitée, l’Église catholique n’a plus les moyens doctrinaux et rituels de débuter une restauration traditionnelle exotérique ; il semble bien que la survie de l’ésotérisme catholique existe seulement dans les fantasmes frauduleux de trompeurs sans scrupules.
                    Toutefois, il est écrit « non praevalebunt » (Mt. 16, 18).
                    II y a d’autres formes de Christianisme encore vivantes, douées d’une initiation authentique. Le chercheur chrétien sincère pourrait s’adresser à ces formes, aussi pour essayer de sauver l’Occident des actuels assauts de Gog et Magog, tout en évitant les traumas générés par la conversion à une nouvelle religion. L’Occident pourrait s’adresser aussi aux représentants authentiques de la Tradition métaphysique, ceux que M. Gabin indique entre les lignes, et qui sont à même de faire renaître la Tradition occidentale, conscients comme ils le sont du grand danger que courent l’Europe et toute la planète.
                    L’Occident ne se trouve pas dans une situation aussi dramatique à cause de lois cycliques abstraites ou de prédictions apocalyptiques, mais plutôt à cause de la qualité intellectuelle extrêmement déficiente des Occidentaux. L’absence totale de publications métaphysiques au cours des soixante-dix dernières années en est la preuve. L’acceptation fidéiste de « maîtres soufis » dont la transmission initiatique est plus que douteuse, la pratique de méthodes sans efficacité et de doctrines apprises de manière livresque en lisant à la fois les écrits de Guénon et les traductions d’articles pseudo-symboliques consacrés à la métaphysique – écrits par ces mêmes « shuyukh » – témoignent d’une évidente incapacité intellectuelle.
                    Cette absence de «matériel humain » explique l’échec de turuq se sont divisées, ou bien dissoutes, dès que « l’individualité dominante du groupe » a disparu. Les adeptes de ces groupuscules n’ont jamais compris clairement que le chemin initiatique est strictement personnel, intérieur, et indépendant par nature du contexte social sur lequel s’appuie l’initiation. Mais, entre eux, la « solidarité islamique » prévaut même lorsqu’ils sont en compétition ouverte. Nous sommes bien conscients que les pathétiques défenseurs de ces milieux hostiles entre eux, retrouveront l’unanimité pour critiquer le livre que nous examinons ici. Bien sûr, le travail de M. Gabin n’est pas dépourvu de points faibles susceptibles d’alimenter les critiques acerbes des « soufis » européens afin de discréditer le texte et son auteur. Mais, au lieu d’élaborer des défenses compliquées de leurs croyances et de leurs adhésions « traditionnelles », ils feraient mieux de répondre sans faux fuyants à la question fondamentale posée par cette publication : vous, « soufis » occidentaux convertis, êtes-vous pour ou contre le plan visible d’invasion de l’Occident par « la canaille d’Alexandrie et autres anthropophages » ? Ou pensez-vous que cela soit nécessaire et dans l’ordre des choses, suivant l’interprétation tendancieuse de Michel Vâlsan de « Les mystères de la lettre Nûn »?

                    D. K. Aśvamitra

                    🇮🇹🇫🇷🇬🇧Enzo Pennetta – L’ultimo uomo

                      🇮🇹 Enzo Pennetta, L’ultimo uomo, Acilia, ed. Circolo Proudhon, 2016.

                      Il libro analizza il pensiero filosofico, le teorie scientifiche, le organizzazioni di vario genere che hanno portato l’Occidente alla mentalità attuale.
                      Apparentemente tutto sembra casuale e frutto di un “progresso” o di fenomeni legati genericamente alla moda, invece non lo è affatto. L’autore indica l’inizio di un cambiamento di rotta nel XVII secolo. In realtà esso incomincia ben prima, già nel Rinascimento quando l’uomo diviene “misura di tutte le cose.” Scopo unificante del pensiero innovatore è abbattere stili, modi di vita e certezze tradizionali, e il principale nemico è la religione, ostacolo e freno alla modernità.
                      Nel 1700, in Francia, l’Illuminismo pose al centro di tutto la ragione, affermando che quello, che con la ragione non può essere dimostrato, non è vero; poi con il Positivismo di metà 1800 Auguste Compte vide l’umanità, uscita dalle fasi teologica e metafisica, corrispondenti all’infanzia e all’adolescenza del genere umano, giunta finalmente all’età virile, in cui è la scienza a guidarne la vita.
                      Negli stessi anni in Inghilterra era pubblicata l’“Origine della specie” in cui Charles Darwin teorizzò l’evoluzione delle specie animali e quindi anche di quella umana. L’opera riscosse un successo enorme perché dimostrava che i deboli soccombono per legge naturale, i migliori, invece, sopravvivono affermandosi. In forma diversa, ma sostanzialmente identico, è il pensiero di Thomas Robert Malthus secondo cui i poveri, i non adatti, sono destinati a morire estinguendosi per non danneggiare la società, che deve progredire senza essere costretta a dividere i beni, soprattutto alimentari, con chi non ne è degno. Le due teorie congiunte ebbero un vasto seguito, tanto più che giustificavano e sorreggevano la politica coloniale inglese dell’età vittoriana.
                      Personaggi di spicco dell’epoca e degli anni seguenti, quali Julian Huxley, biologo evoluzionista, e Francis Galton, patrocinatore dell’eugenetica, che pose il problema di stabilire scientificamente come privilegiare o eliminare certe caratteristiche nei nascituri, influenzarono la politica e si fecero portavoce delle istanze a cui tali teorie inducono inevitabilmente: il controllo delle nascite, l’aborto visto come diritto, il femminismo, l’eugenetica, la libertà sessuale non più oppressa dai vecchi tabù moralistici, la fiducia incondizionata nella scienza, che migliora la vita umana. Tra le numerose fondazioni che sostennero le idee progressiste è degna di nota su tutte la Royal Society, fondata nel 1660 per “promuovere l’eccellenza scientifica come viatico per il benessere dell’umanità”. Lo studio e le conoscenze dovevano avere un riscontro tecnologico e pratico. La conoscenza per la conoscenza non aveva più senso.
                      Se vi era ancora qualche dubbio per bollare come antitradizionale tutto questo, il fatto di misconoscere il valore reale della Conoscenza lo cancella tout court.
                      I sostenitori del nuovo pensiero si professavano atei, ma molti di essi erano attratti dall’occultismo. Essi diffusero il Teosofismo, fondato da Helena Blavatsky e da Henry Steel Olcott, soprattutto in Inghilterra, negli Stati Uniti e in India, con l’aiuto indefesso della suffrageta Annie Besant. Attraverso un fantasioso studio comparato delle religioni il Teosofismo cercò l’antica religione comune a tutta l’umanità. In realtà ciò darà vita alla New Age, un coacervo confuso e pericoloso, creato ad arte per accentuare l’individualismo, l’isolamento e per incoraggiare le più dannose esperienze psichiche, con la complicità dei media, dal cinema, dai network.
                      Dopo aver percorso la strada dal meccanicismo al materialismo apparentemente con lentezza, in realtà a grandi passi, senza più freni di tipo morale, l’uomo moderno vanta solo diritti. Una propaganda sapientemente orchestrata da fondazioni di vario tipo, Fabian Society, ERO, ACLU, Ong, UNESCO, colonizzando culturalmente anche attraverso le arti figurative e la musica, spingono la società a vivere in modo libertario usando droghe, avvalendosi dell’eugenetica, inseguendo il mito della perenne giovinezza, riducendo tutto alla corporeità. Tale società deviata si arroga, poi, il diritto di esportare i modi di vita occidentali in tutto il globo, e, fingendo di aiutare i popoli per una vita economicamente migliore, getta in realtà i semi velenosi della destabilizzazione politica e morale.
                      La società odierna è definita “liquida”, senza più schemi fissi portanti: la famiglia, nucleo solido, che ostacolava la “liquidità sociale”, è stata messa fuori gioco come la religione. Anche la sessualità è considerata oggi fine a se stessa, un diritto al divertimento, e non più base per la procreazione. Avere un figlio è un diritto: ecco gli uteri in affitto, la fecondazione artificiale, la scelta del sesso del nascituro, ecc. Essere uomo o donna è una decisione personale, non deve essere determinata da fattori naturali che sono ininfluenti. I ruoli maschile e femminile sono unificati e confusi: si mira all’androgino? Sarà questo l’ultimo uomo, o meglio essere umano, a cui tende il lungo lavorio antitradizionale? Androgino, come unione puramente esteriore e corporale di uomo e donna, è la visione rovesciata di Ardhanārīśvara, il Signore che è la sintesi di maschile e femminile.
                      Il lavoro di Enzo Pennetta è, nell’insieme, positivo perché evidenzia in modo dettagliato e inquietante il cammino distruttivo della società umana verso il misconoscimento di ciò che l’uomo è realmente. Tuttavia ci sembra che l’autore consideri questo percorso in modo superficiale, mostrando, tra l’altro, di essere influenzato da pregiudizi politici: tutto parrebbe voluto e progettato dal capitalismo il cui fine è esclusivamente il predominio economico di pochi, i migliori, sui molti, considerarti solo per gli scopi di chi tutto gestisce. Poco spazio critico è dato al comunismo, frutto malefico del marxismo che, solo negli ultimi cento anni, ha eliminato 80.000.000 di esseri umani, visti come ostacolo agli scopi dell’ideologia, nella colpevole indifferenza di tutti i borghesi di questo pianeta. Inoltre solo il marxismo, proclamando la religione “oppio dei popoli”, dove ha conquistato il potere si è adoperato a cancellare anche i segni esteriori del divino, distruggendo i luoghi di culto con la devastazione e l’oltraggio. Possiamo dire con certezza che, attraverso i secoli, l’opera mirata della contro-iniziazione è ben visibile: essa si è avvalsa prometeicamente della scienza, utilizzando persone perfettamente consce di quanto stavano compiendo; masse di individui inconsapevoli le hanno seguite e le seguono entusiasticamente, quali un gregge di pecore. Perciò Pennetta è stato abile a indentificare i sintomi della malattia mortale che incombe sul mondo, ma non altrettanto nell’identificare la malattia stessa. E il capitalismo, certamente, non è la malattia, ma uno tra i tanti sintomi.
                      Benchè l’autore si renda conto che darwinismo, eugenetica e scientismo hanno avuto continui, stretti rapporti tra loro, lavorando in maniera organizzata per stravolgere le certezze umane e cambiare la mentalità generale, non fa mai riferimento all’importanza della Tradizione che, in realtà, sola, stabilisce le corrette regole di vita basate su principi trascendenti. E questo silenzio sulla tradizione appare del tutto sospetto. È evidente che la critica tradizionale al mondo moderno, anche se sottaciuta, è conosciuta dall’autore. Sembra quasi un tentativo di dare una versione laica del problema mettendo da parte la Tradizione. L’antitradizione decide dunque di autodenunciarsi per mascherare l’esistenza della critica tradizionale al mondo moderno? La scelta di pubblicare il libro prsso una Casa editrice “Circolo Proudhon” toglie ogni dubbio al riguardo.
                      Cosa ci attende ora? Enzo Pennetta conclude frettolosamente con poche parole che inducono alla vaga speranza di “un’esistenza realmente umana e dignitosa secondo paradigmi inediti”. Parole ambigue e del tutto insoddisfacenti.
                      In forza della conoscenza delle dottrine tradizionali, noi aggiungiamo che la fase in cui vive l’Occidente è il kali yuga, l’epoca oscura, la fine di un ciclo. Se i Detentori della Tradizione, i soli che ne hanno il potere, non interverranno per arrestare questa terribile deriva, allora assisteremo a orrori ancora più gravi prima che una catastrofe fermi questa tendenza. Solamente allora, con il ritorno di una nuova Età dell’Oro, tutto tornerà a scorrere nell’Ordine stabilito.

                      Durgādevī

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                      🇬🇧 Enzo Pennetta, L’ultimo uomo, Acilia, éd. Circolo Proudhon, 2016

                      Ce livre analyse les théories philosophiques, scientifiques, et les diverses organisations qui ont conduit l’Occident à la mentalité actuelle.
                      Apparemment, tout a l’air accidentel, comme un résultat du «progrès » ou de phénomènes liés en général à la mode; mais en réalité, c’est une tout autre affaire. L’auteur indique le début d’un changement radical de direction au XVIIe siècle. En fait, cette tendance commence bien avant, dès la Renaissance, quand l’homme devient «la mesure de toute chose.» La pensée innovatrice a un but commun: briser les styles, les modes de vie et les certitudes traditionnelles, et la religion qui est l’ennemi principal, obstacle et entrave à la modernité.
                      En 1700, en France, le mouvement des Lumières mit au centre de tout la raison, en affirmant que ce qui ne peut pas être démontré par la raison, n’est pas vrai; plus tard, vers la moitié du XIXe siècle, en plein positivisme, Auguste Compte a estimé que l’humanité était désormais sortie des phases théologiques et métaphysiques, ce qui correspondait dans son intention à l’enfance et l’adolescence de l’humanité, et elle avait enfin atteint l’âge adulte, où c’est la science qui conduit sa vie.
                      En même temps, en Angleterre, on avait publié « L’Origine des espèces » où Charles Darwin théorisa l’évolution des espèces animales, y compris  l’espèce humaine. Cette oeuvre obtint un énorme succès, car elle soutenait que les faibles devaient succomber à la loi naturelle, tandis que les plus forts seulement avaient le droit naturel de survivre. Thomas Robert Malthus, sous une forme différente, mais foncièrement identique, a théorisé que les pauvres, les inadaptés, sont destinés à s’éteindre pour éviter de nuire à la société, qui doit progresser sans être obligée de partager les biens, et surtout les denrées alimentaires, avec ceux qui n’en sont pas dignes. Les deux théories conjointement ont sorti un grand succès, d’autant plus qu’elles justifièrent et soutinrent la politique coloniale anglaise d’époque victorienne.
                      Des personnages de premier plan de cette époque et des années suivantes, comme Julian Huxley, un biologiste évolutionniste, et Francis Galton, défenseur de cet eugénisme qui voulait établir des moyens scientifiques pour soutenir ou éliminer certaines caractéristiques des enfants à naître, ont influencé la politique et sont devenus les porte-paroles des instances auxquelles ces théories conduisaient inévitablement: la confiance inconditionnelle dans la science qui améliore la vie humaine, le contrôle des naissances, l’avortement considéré comme un droit, le féminisme, l’eugénisme et  la liberté sexuelle, désormais franchis les anciens tabous moralisateurs. Parmi les nombreuses fondations qui ont soutenu les idées progressistes, la plus remarquable a été la Royal Society, fondée en 1660 pour « promouvoir l’excellence scientifique comme un soutien pour le bien-être de l’humanité ». L’étude et les connaissances devaient avoir une vérification technologique et pratique. La connaissance pour la connaissance n’avait plus aucun sens. Qui pourrait encore douter de la nature anti-traditionnelle de tout cela dès qu’on affirme que la Connaissance n’a plus de valeur réelle?
                      Les partisans de la nouvelle pensée se professaient athées, mais beaucoup d’entre eux étaient attirés par l’occulte. Ils répandirent le Théosophisme, fondée par Helena Petrovna Blavatsky et Henry Steel Olcott, surtout en Angleterre, aux États-Unis et en Inde, avec l’aide infatigable de la suffragette Annie Besant. Par une étude fantaisiste comparative des religions, le Théosophisme cherchait l’ancienne religion commune à toute l’humanité. En réalité, il créera la New Age, un fatras confus et dangereux, conçu pour accentuer l’individualisme et l’isolement et pour encourager les expériences psychiques les plus néfastes, avec la complicité des médias, du cinéma, des networks.
                      Après avoir parcouru la route du matérialisme mécaniste d’une forme apparemment lente, mais en réalité marchant à grands pas, sans plus aucune contrainte d’ordre moral, l’homme moderne n’exige que des droits. Une propagande savamment menée par des organisations de tout type, comme la Fabian Society, ERO, ACLU, les ONG, l’UNESCO, est parvenue à coloniser la culture à travers les arts visuels et la musique, elle pousse la société à vivre de manière libertaire se servant de la drogue, de l’eugénisme, jusqu’à la poursuite du mythe de la jeunesse éternelle, et réduisant toute la réalité au corps. Une telle société déviée, s’arroge en plus le droit d’exporter les modes de vie occidentaux  dans le monde entier, et, faisant semblant d’aider les peuples avec la promise d’une vie meilleure sur le plan économique, jette en fait les graines toxiques de la déstabilisation morale et politique.
                      N’ayant point de modèles fixés, la société d’aujourd’hui est définie comme « liquide »: la famille, noyau solide jusqu’à présent, qui entravait la « liquidité sociale » a déjà été mise hors de combat ainsi que la religion. Même la sexualité a désormais considéré son fin en soi, un droit au plaisir, et pas plus comme instrument de procréation.  Avoir un enfant c’est un droit: voilà les utérus à louer, l’insémination artificielle, la programmation du sexe de l’enfant, etc. Etre homme ou femme, c’est une décision personnelle, et les objectifs facteurs naturels sont considérés dépourvus de toute pertinence. Les rôles masculin et féminin sont fusionnés et confus: est-ce que le but est l’androgyne? Est-ce que ce sera le dernier homme, ou mieux le dernier être humain, le but vers lequel les patients complots anti-traditionnels conduisent? L’androgyne, comme union purement extérieure et physique de l’homme et de la femme, est la version inversée de Ardhanārīśvara, le Seigneur qui est la synthèse du masculin et du féminin.
                      Le travail d’Enzo Pennetta doit être jugé en général positivement, car il dénonce, d’une analyse détaillée, l’inquiétant projet de destruction de la société humaine visant à la méconnaissance de ce que l’homme est vraiment. Cependant, il semble que l’auteur considère ce parcours d’une manière superficielle, montrant, entre autres, d’être influencé par un préjugé politique: tout semble voulu et programmé par le capitalisme dont le but est exclusivement la suprématie économique des privilégiés, des meilleurs, sur les masses considérées comme des instruments pour les buts des marionnettistes. L’Auteur accorde peu d’espace critique au communisme, fruit maléfique du marxisme, qui a éliminé 80 millions d’êtres humains, considérés comme un obstacle à ses fins idéologiques, seulement au cours des cent dernières années et dans la coupable indifférence de tous les bourgeois de cette planète. En plus, seul le marxisme, proclamant la religion « l’opium des peuples », partout où il a conquis le pouvoir a cherché à effacer les signes extérieurs mêmes du divin, perpétrant la destruction des lieux de culte avec des dévastations et des atrocités.
                      Nous pouvons affirmer avec certitude que, au cours des siècles, le travail ciblé contre l’initiation est clairement visible: il s‘est appuyé d’une forme prométhéenne à la science, en utilisant des individus parfaitement conscients de ce qu’ils faisaient à côté des masses d’individus confiants en eux qui les ont suivis et les suivent avec enthousiasme, comme un troupeau de brebis.
                      Donc Pennetta a été très habile à identifier les symptômes de la maladie mortelle qui pèse sur le monde, mais il n’a pas identifié la maladie elle-même. Et le capitalisme, bien sûr, n’est point la maladie, mais l’un des nombreux symptômes. Bien que l’auteur soit conscient que le darwinisme, l’eugénisme et scientisme ont eu des relations constantes et étroites entre eux, travaillant de manière organisée à déformer les certitudes humaines et changer la mentalité générale, il ne fait jamais référence à l’importance de la Tradition qui seule, en réalité, peut établir les règles correctes de vie fondées sur des principes éternels. Et ce silence sur la Tradition est tout à fait suspect. Il est évident que la critique traditionnelle du monde moderne, même si pas mentionnée, est bien connue par l’auteur. Par conséquent il semble qu’il s’agit d’une tentative de donner une version laïque du problème en mettant de côté la Tradition. L’anti-tradition a-t-elle décidé donc de dénoncer soi-même pour masquer l’existence de la critique traditionnelle au monde moderne? La décision de publier le livre dans une Maison d’Édition nommée « Club Proudhon » enlève tout doute à cet égard.
                      Qu’est-ce qui nous attend maintenant? Enzo Pennetta conclut en toute hâte avec quelques mots qui font espérer une « existence vraiment humaine et digne selon des paradigmes inédits. ». Des mots ambigus, tout à fait insatisfaisants.
                      En vertu de la connaissance des doctrines traditionnelles, nous ajoutons que la phase dans laquelle l’Occident vit est le kali yuga, l’âge sombre, la fin d’un cycle. Si les détenteurs de la Tradition, les seuls qui en ont le pouvoir, n’interviendront pas pour arrêter cette terrible aberration, alors on devra voir des horreurs encore plus graves avant qu’une catastrophe arrête cette tendance. Seulement alors, avec le retour d’une nouvelle Âge d’Or, tout se déroulera dans l’Ordre établi.

                      Durgādevī

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                      Enzo Pennetta, L’ultimo uomo, Acilia, Circolo Proudhon Pbls., 2016.

                      This book analyzes the philosophical, scientific theories and the various organizations that led the West to the current mentality.
                      Apparently, everything seems random, as a result of “progress” or as phenomena generically related to fashion; in reality it is a different matter. The Author indicates the beginning of a radical change of direction in the seventeenth century. Nevertheless, this tendency begins long before, during the Renaissance, when man becomes “the measure of all things.” The unifying objective of this innovative thinking is to break the traditional lifestyles and certitudes, considering religion as the main enemy and obstacle to modernity.
                      In 1700, in France, the movement of the Enlightenment put the reason at the center of all, claiming that what cannot be demonstrated by reason is not true; Later, in the mid-nineteenth century, in the positivist period, Auguste Compte considered that humanity was freed from the theological and metaphysical phases, which corresponded in its intention to the childhood and adolescence of humanity, finally reaching adulthood, where science is the guide of life.
                      In the same period, in England, Charles Darwin published his Origin of the Species where he theorized the evolution of animal species, including also the human one. This work was enormously successful, for it held that the weak creatures should succumb to natural law, while only the strongest ones had the natural right to survive. Thomas Robert Malthus, in another form, but fundamentally in identical perspective, theorized that the poor, the unsuitable, are destined to die by extinction in order not to be a burden to society, which must progress without being obliged to share the goods, mainly commodities and food, with the not worthy. The junction of these two theories had a great success, especially as it justified and supported the English colonial policy of the Victorian period.
                      Some prominent characters in those days, such as Julian Huxley, evolutionist biologist, and Francis Galton, supporter of eugenics, raised the problem how to privilege or eliminate scientifically certain features in the unborn ones, influenced policy and became a megaphone for the instances to which such theories inevitably induce: birth control, abortion as a claim, feminism, eugenics, sexual freedom no longer oppressed by old moralist taboos, unconditional trust in science as an improvement for human life . Among the many Institutions supporting those progressive ideas, it is worth of mention the Royal Society, founded in 1660 with the purpose of “promoting scientific excellence as a viaticum for the well-being of humanity.” Study and knowledge must have a technological and practical feedback. Knowledge for its own sake became meaningless. Disclaiming the true knowledge is the evident sign of anti-traditional plans.
                      The partisans of the new thought professed atheists, but many of them were attracted by the occult. They spread the Theosophism founded by Helena Petrovna Blavatsky and Henry Steel Olcott, especially in England, United States and India, with the indefatigable help of the suffragette Annie Besant. By a completely made-up study in comparative religions, Theosophism sought the primordial religion common to all mankind. In reality, this created the New Age, a confused and dangerous jumble, designed to accentuate individualism, isolation and to encourage the most harmful psychic experiences, with the complicity of media, cinema and networks.
                      Moving from mechanicism to materialism apparently slowly, but substantially very quickly, without any moral restraints, modern man expects only rights. A propaganda slyly orchestrated by various foundations as, the Fabian Society, ERO, ACLU, ONGs., UNESCO etc., and culturally colonizing even through the figurative arts and music, pushed  the human society to live in a libertine way using drugs, spreading eugenics, pursuing the myth of perennial youth, reducing everything to corporeality. Moreover such a degenerate society feels entitled to export Western ways of life throughout the world and, pretending to help peoples for a more viable material life, actually throws everywhere its poisonous seeds of political and moral destabilization.
                      Today’s society is defined as “liquid,” devoid of any solid fixed patterns: the family, solid core, the only obstacle to “social liquidity,” has been deleted as the religion as well. Sexuality is also considered as a right to fun, and not as a means of procreation. Having a son is a right: from this the rent-a-womb, the artificial fertilization, the choice of the sex of the unborn etc. are derived. Being a man or a woman is a personal election and has not to be determined by “irrelevant” natural factors. The male and female roles are unified and confused: are they trying to produce an artificial androgynous? Will this be the last man, or rather the last “human individual”, to whom the long anti-traditional plan tends to? Will that androgynous be an impious corporal mixture of male and female, the caricatured imitation of Ardhanārīśvara, the synthesis of non-dual Lord?
                      Enzo Pennetta’s book is in general positive because it highlights in a detailed way the destructive path of human society toward the misunderstanding of what man really is.  However, drilling down on, we deem that the Author considers too superficially the real causes of this general situation. Among other faults he is influenced by a very trivial political prejudice: according to him everything has been wished and planned by capitalism whose purpose is solely the economic predominance of few people, the richest, on the mass considered as instruments to their purposes. He only dedicates a few lines to communism, the malignant fruit of marxism, which in hundred years has eliminated 80,000,000 of human beings, considered as an obstacle to the purposes of its ideology, in the face of the guilty indifference of the worldwide bourgeoisie. Moreover, only marxism, proclaiming religion as “opium of the people”, everywhere has conquered the power, has systematically eradicated the exterior signs of the Divine, destroying shrines of cult with every devastation and outrage. Then we can declare with certainty that the purpose of counter-initiation (rākṣasa sādhanā) is clearly visible through the centuries. It has “asurically” utilized the science, using some individuals perfectly conscious of their criminal purposes and masses of unaware individuals following their instigators as a flock of sheep. In this way Pennetta has been able to identify the symptoms of deadly illness threatening the world, but not to identify the disease itself. And capitalism, of course, is not the disease, but one of many symptoms.
                      Although the Author realizes that Darwinism, eugenics, scientism etc. have had continuous close relations, operating in organized way to overturn the human certainties and change the general mentality, he never refers to the importance of Tradition, the only reality able to set the correct rules of life based on transcendent principles. And this silence on Tradition looks suspicious. It is evident that traditional criticism to the modern world is known by the Author even if he never mentions it. It seems an attempt to give a secular version of the problem, avoiding any mention of the traditional point of view. Perhaps anti-tradition has decided to self-denounce, censuring in this way the existence of a traditional criticism to the modern world. The choice to publish the book at a “Proudhon Club Publishing House” removes any doubt about it.
                      What to expect now? Enzo Pennetta hastily concludes with few words inducing a vague hope of “a truly human and decent existence according to new paradigms”. Ambiguous and totally unsatisfactory words!
                      By virtue of knowledge of traditional doctrines, the phase that whole world is facing is the kali yuga, the dark age, the end of a cycle. If the responsible authorities of Tradition, the only ones who have the power, don’t intervene to stop this dreadful drift, we will witness even more serious horrors before a catastrophe concludes this tendency.

                      Durgādevī