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21. Commento al “Tattvamasi” di Śaṃkarācārya (VIII)

    21. Commento al “Tattvamasi” di Śaṃkarācārya (VIII)

    130. Nella frase “io conobbi questo”, tra “questo” che è ciò che si conosce, e l’“io”, in quanto agente della conoscenza, intercorre una relazione reciproca. Dove troviamo una distinzione dovuta a una relazione reciproca non può esserci simultaneità1.

    Quando quelle persone affermano “io ho conosciuto questo”, esse affermano che “questo” non è l’“io” e, di converso, che “io” non è “questo”. Laddove si riscontri questa distinzione tra aham e idam, quella conoscenza non può essere atemporale e simultanea, perciò si tratta senza alcun dubbio di un atto conoscitivo dell’“io”.

    131. Inoltre, tre fattori dell’azione conoscitiva, ossia un agente, uno strumento e un oggetto, saranno necessari per percepire in sequenza ciascuno di essi, ossia il conoscitore, la conoscenza e il conosciuto. Quando il conoscitore sia impegnato a percepire se stesso, esso non sarà capace di percepire simultaneamente la conoscenza e il conosciuto.

    I fattori dell’azione conoscitiva sono un agente, uno strumento e un oggetto. Perciò per definire chi è il conoscitore si dovrà necessariamente usare i tre strumenti. Ma anche per definire quale è l’agente che deve definire il conoscitore si dovranno usare tre strumenti. Questo procedimento è viziato dall’errore logico del regressus ad infinitum (anavasthā), che qui sta a dimostrare che questa conoscenza non è la vera Conoscenza atemporale, ma soltanto una azione che si volge in una certa indefinità temporale. Questo spiega perché la mente non possa elaborare se non un pensiero alla volta. Se accade che quando si pensa a una cosa, un altro pensiero s’affaccia alla mente, quest’ultimo interromperà il filo del primo. Perciò i pensieri che corrispondono al conoscitore, alla conoscenza e al conosciuto devono forzatamente svilupparsi in tre fasi successive.

    132. Si conferma ulteriormente che un oggetto è ciò che un soggetto agente cerca di ottenere. Perciò un oggetto si relaziona con un soggetto agente e non con il Testimone che è tutt’altro che agente.

    Qualsiasi azione sia intrapresa dall’“io”, compresa l’azione di conoscere, ha come movente il desiderio e come scopo quello di includere l’oggetto dell’azione nel dominio del “mio” (mama). Perciò l’oggetto, essendo la meta dell’azione, dovrà per forza essere messo in una relazione di complementarietà con il soggetto agente e non con il Sākṣin che non è affatto agente.

    133. A colui che ancora non li conosce, gli oggetti si rivelano per mezzo della śruti, o della deduzione (anumāna), o con qualsiasi altro valido mezzo di conoscenza (pramāṇa), come la percezione sensoria (pratyakṣa), e in nessun altro modo.

    Il soggetto che intraprende l’azione di conoscere deve forzatamente essere considerato ignorante nei confronti dell’oggetto su cui desidera indagare. Egli, al fine di conoscere un oggetto, dovrà fare affidamento sui pramāṇa, gli strumenti di conoscenza riconosciuti dalla tradizione. Potrà usare il più autorevole pramāṇa, la śruti, per poi utilizzare in ordine decrescente d’importanza, l’anumāna, la deduzione logica, il pratyakṣa, la percezione ottenuta tramite i sensi, l’upamāna, l’analogia basata sulla comparazione, l’arthāpatti, l’ipotesi e l’anupalabdhi, la constatazione dell’assenza d’un oggetto. L’essere umano non ha a disposizione altri strumenti oltre a questi.

    134. L’esistenza del Testimone, che non è un oggetto, può essere provata per mezzo di un qualche pramāṇa oppure no? L’ignorante può essere messo al corrente dell’esistenza del Sé senza il supporto di un valido mezzo di conoscenza?

    135. Se si pensa che lo stesso Testimone cosciente sia ignorante della sua propria natura, allora [anche il Sākṣin] avrebbe bisogno dei pramāṇa per sapere ch’egli stesso è Conoscenza. Se invece è qualcun altro, diverso dal Testimone, cioè l’ego, a ignorare che la natura del Testimone è la Conoscenza, altrettanto [erroneamente] si potrebbe pensare che questo ego avrebbe bisogno almeno di un pramāṇa [per conoscerlo].

    Sebbene il Sé non sia affatto dipendente da un pramāṇa che dia la prova della sua esistenza, si potrebbe pensare che uno strumento valido di conoscenza sarà invece utile all’ignorante per arrivare a conoscerne l’esistenza. Sarebbe però assurdo sostenere che con “ignorante” s’intenda il Testimone in quanto non conoscerebbe la sua propria natura. In tal caso si arriverebbe a pensare erroneamente che il Sākṣin debba far ricorso a degli strumenti empirici per compiere un azione conoscitiva volta a scoprire che egli è eternamente Coscienza-conoscenza per sua stessa natura. Se invece con “ignorante” si intende chi è diverso dal Testimone, ossia l’“io” individuale, che non sa che il Sākṣin è Coscienza-conoscenza, allora si potrebbe pensare altrettanto erroneamente che, per conoscerlo come se fosse un oggetto, possa essere utile all’indagine dell’ego almeno un pramāṇa.

    136. Cosa significa “essere provato”? Significa che dev’essere conosciuto? Oppure che viene a esistere? O vuol dire qualcos’altro? Se pensi che significhi che deve essere conosciuto, devi tenere a mente le due opinioni che abbiamo appena confutato.

    137. Se invece “essere provato” significa “venire all’esistenza”, allora ogni sforzo teso a questo scopo sarebbe inutile. Infatti tutti sanno che un oggetto viene all’esistenza dalle sue proprie cause spontaneamente, indipendentemente dallo sforzo che si fa per provarne l’esistenza tramite i pramāṇa.

    Essere provato significa diventare oggetto di una indagine conoscitiva tramite uno strumento di prova (pramāṇa). Se “essere provato” vuole dire la stessa cosa di “essere conosciuto”, allora si ricade nelle due opinioni già confutate. Ovvero; se il Sākṣin deve “provare” di essere tale, supponendo che sia ignorante di se stesso, allora questa idea è in contraddizione con il fatto che la conoscenza è la sua vera natura. Se, invece, si supponesse che sia l’“io” individuale che debba provare l’esistenza del Testimone, allora si entrerebbe in contraddizione con il fatto che il Sākṣin non può essere oggetto di conoscenza, e che perciò non può essere indagato tramite alcun pramāṇa.
    Se invece con “essere provato” s’intende far sì che un oggetto, che prima non c’era, venga a esistere, questo tipo di azione conoscitiva sarebbe del tutto inutile, in quanto un oggetto compare quando è manifestato dalla sua causa materiale e non dalla volontà di chi lo vuole conoscere per mezzo dei pramāṇa. Per esempio, non è che lo sforzo di veder meglio per mezzo di un lumino faccia venire in esistenza la corda. La corda c’era già da prima: lo sforzo ha avuto come risultato quello di far sparire il serpente illusorio. Così la conoscenza del Testimone non vuol dire affatto che da quel momento il Sākṣin sia venuto in esistenza.

    138. Per coloro che sostengono la teoria del conoscitore-conoscenza-conosciuto, “essere provato” significherà “essere oggetto di conoscenza”. In questo caso “essere provato” si riferisce sia alla conoscenza del Testimone sia di ciò che è testimoniato; ma per loro non significherà che [Testimone e testimoniato] debbano con ciò cominciare a esistere.

    Per i sostenitori della teoria secondo la quale la conoscenza è una azione, “essere provato” significa che la cosa da conoscere è un oggetto di una indagine basata sui pramāṇa; e questo indipendentemente che questa cosa sia il Testimone, o sia tutto ciò che può essere testimoniato, cioè il mondo della veglia e del sogno, oppure ogni singolo oggetto compreso in quei mondi2. Secondo questa teoria “essere provato” non può mai significare “venire in esistenza”.

    139. Se tu sostieni che “essere provato” significa che l’agente della conoscenza, l’atto di conoscere e l’oggetto da conoscere siano distinti, ti risponderemo che “essere distinti o indistinti” devono apparire tali a qualche entità cosciente che è da quelli differente.

    140. Un cieco non può distinguere un vaso per il fatto che non può vedere. Se agente, strumento e oggetto d’una azione conoscitiva devono essere distinti, ci dovrà forzatamente essere dietro di loro un Testimone che attesti questa distinzione.

    Chi sostiene che la frase “essere provato” vuol dire che la cosa da conoscere è un oggetto d’indagine basata sui pramāṇa, afferma necessariamente che c’è una distinzione di natura tra l’agente della conoscenza, l’azione del conoscere e l’oggetto. Infatti il soggetto dell’azione è un essere, l’oggetto un altro essere distinto e l’azione del conoscere non è un essere, ma una relazione di attività e quindi una modificazione dei due esseri. A costoro si risponde che chi giudica se questi tre siano distinti o indistinti deve essere forzatamente un essere cosciente, che non può che essere il Testimone. Un cieco non può vedere un vaso perché è impedito nello strumento della vista. Chi invece vede un vaso non può essere cieco, ma un vedente. Perciò chi testimonia se agente, strumento e oggetto siano o non siano distinti, non può essere che il Testimone.

    141. Obiezione di un buddhista vijñānavādin: “Spiegami perché hai bisogno di sostenere che l’esperienza empirica [oggetto di testimonianza] debba apparire a un Testimone che è differente da essa. Se sostieni che l’esperienza dipende da uno sperimentatore, noi ribattiamo che la stessa esperienza è lo sperimentatore.

    142. Ciò che è davvero indifferenziato, della natura della coscienza, sebbene sia una visione illusoria, appare come se fosse differenziato in conoscitore, conoscenza e conosciuto.​

    143a. Chi, come noi, sostiene che la coscienza è la sola realtà, afferma che la coscienza sola è sia l’atto sia tutti gli altri elementi dell’azione.

    I buddhisti vijñānavādin (o yogacāra) sostengono che l’esperienza empirica è una modificazione della coscienza individuale, la quale, come l’esistenza stessa, è affatto illusoria ed è composta da una mutevole serie di apparizioni istantanee in una sequenza temporale discontinua. Da questo punto di vista la coscienza individuale, la sua azione e il divenire cosmico sono indifferenziati e le distinzioni di conoscitore, conoscenza e conosciuto sono soltanto effetto di una visione del tutto illusoria del mondo. Perciò non esiste alcuna differenza tra sperimentatore ed esperienza. Non esiste alcun Testimone, ma solo l’illusorio mondo dell’esperienza, identico all’illusorio individuale.

    143b. Risposta del vedāntin: Non puoi sostenere che la coscienza è l’unica realtà e poi affermare che è anche soggetta a distruzione in ogni attimo, perché con questa ultima affermazione presupponi che ci sia un agente che la faccia venire in esistenza.

    Se la coscienza è l’unica realtà, allora essa deve essere immutabile (nirvikāra). Sostenere che la coscienza è anche soggetta a continue distruzioni tra un istante3 e l’altro, com’è affermato dalla concezione buddhista del tempo discontinuo, significa che è mutevole (vikāra), in palese contraddizione con quanto affermato sopra. Se a ogni istante la coscienza di cui parla l’obiettore viene rimanifestata, allora si dovrà ammettere che c’è un agente, a essa superiore, che la fa ritornare in esistenza.

    144. Se ribatti che quella coscienza individuale non richiede alcun agente che la faccia venire in esistenza, perché essa è priva di qualunque caratteristica reale, entri in contraddizione con te stesso che affermi la sua realtà nella sequela dei diversi momenti.

    145. Controbiezione del buddhista vijñānavādin: Le caratteristiche reali, come l’esistenza (bhava), consistono nella semplice assenza delle caratteristiche opposte, cioè la non esistenza (abhava).

    Risposta del vedāntin: Allora, in tal caso, non puoi provare la tua teoria secondo la quale quella coscienza è passibile di distruzione tra un istante [d’esistenza e il suo susseguente], perché sei tu che sostieni che è l’unica realtà.

    146. Tu sostieni che dopo un’esistenza momentanea ogni oggetto è distrutto. E spieghi la momentanea esistenza con un circolo vizioso, definendola “assenza di non-distruzione”. È come se definissi una vacca come la non esistenza di una non-vacca. Ma questo non vale a definire cos’è una vacca.

    147. Secondo te perfino l’istante (kṣaṇa) è soltanto l’inesistenza (abhāva) di ciò che gli è opposto, ossia del “non-istante”(akṣaṇa [l’attimo]). A questo punto forse sosterrai che non ci sono distinzioni nella non esistenza e pretenderai che le distinzioni vi sono introdotte dai nomi. Ma come può essere introdotta la molteplicità in ciò che tu stesso dichiari essere una unica non-esistenza? Forse per te questa molteplicità è solo basata su distinzioni puramente nominali?

    148. Se una parola significa soltanto la non esistenza di cose differenti da quella che essa indica, come la si può usare in casi particolari come quelli della vacca4? Una non esistenza non può apportare alcuna distinzione, né può essere considerata mai come un oggetto.

    Abbiamo tralasciato di commentare questi ultimi śloka in cui Śaṃkara si diverte a mettere in croce il Buddhismo vijñānavāda sul filo della logica (tarka), sia perché sono di scarsa importanza per la comprensione del Vedānta sia per la loro facile lettura in ragione della stringente e cristallina dialettica con cui sono redatti. Riprendiamo a commentare da questo punto perché Śaṃkara Bhagavatpāda incomincia a contrapporre la dottrina vedāntica alle concezioni dell’oppositore.

    149. Come le categorie di nome, specie, ecc. non si applicano alla Coscienza poiché quest’ultima non ha attributi specifici, così secondo te non c’è nessuna distinzione fra i vari oggetti: come, nel caso della vacca, il fatto d’essere una giovenca, d’essere bianca o maculata, con o senza corna.

    Le categorie che definiscono gli innumerevoli gradi e stati della manifestazione universale, come nome e forma, grossolano-sottile, singolare-collettivo, particolare-generale (ovvero individuo-specie), individuale-universale ecc., non possono applicarsi alla Coscienza pura poiché, essendo lo stesso Brahmātman, è assolutamente priva di attributi (nirguṇa). I vijñānavādin applicano agli oggetti dell’esperienza quotidiana questa nirguṇatā, negando così le categorie che distinguono stati e gradi d’esistenza. Perciò quei buddhisti, prendendo l’esempio d’una vacca, negano che esistano differenze tra essere un bovino o no, essere una vitella, una giovenca o una mucca, essere bianca o pezzata, con o senza corna, gibbosa o meno.

    150. Dato che ammetti l’uso della percezione sensoriale (pratyakṣa) e della deduzione logica (anumāna) nell’esperienza quotidiana, dovrai anche forzatamente riconoscere che si possono usare questi pramāṇa grazie alle differenze, come quelle che intercorrono tra le azioni, gli elementi dell’azione, l’agente, gli strumenti, l’oggetto dell’azione ecc.

    151. In questo modo devi almeno ammettere che blu, giallo, vaso ecc. sono autentiche qualità per il nostro pensiero e, inoltre, dovrai anche ammettere che è necessario avere qualcos’altro con cui sia possibile percepirle.

    I buddhisti ammettono l’utilità nell’esperienza quotidiana della percezione tramite i cinque sensi e l’uso conseguente della deduzione. Ora, non si possono usare questi pramāṇa se non si accetta anche che quei cinque sensi colgono precisamente le differenze tra gli oggetti delle loro percezioni. La facoltà della vista, per esempio, vede un oggetto nero che modifica progressivamente il suo colore virando al rosso. Avvicinando qualsiasi superficie del corpo a quell’oggetto, il tatto percepisce un calore insopportabile. Queste percezioni, ricondotte alla mente (manas), e da questa analizzate, inducono a dedurre che si tratta di un pezzo di ferro che sta arroventandosi al fuoco. Perciò questi due pramāṇa identificano l’oggetto, le sue modificazioni, l’agente di queste modificazioni ecc. In questo modo anche il buddhista eviterà di scottarsi.
    I colori, le forme (rūpa), i suoni, gli odori ecc. sono qualità del pensiero, o forme o figure (ākāra) di oggetti che i pensieri assumono come loro proprie modificazioni e che sono davvero distinte tra loro.Questi strumenti di valida conoscenza, però, devono presupporre anche l’esistenza di qualcos’altro che li possa utilizzare.

    152. Ciò che percepisce il colore e altri oggetti deve ovviamente essere differente da essi, in quanto l’uno è un soggetto che percepisce e gli altri sono oggetti percepiti: perciò il soggetto che percepisce gli oggetti empirici è differente da essi poiché li illumina, come fa la lampada che è evidentemente differente dalle cose che illumina.

    Quel qualcos’altro, che percepisce le modificazioni della mente come il colore e gli altri oggetti e assiste all’analisi che l’intelletto opera su quelle vṛtti, è il Sākṣin. Le percezioni sensoriali e le deduzioni mentali sono meri strumenti cognitivi empirici perciò necessariamente differenti dal Testimone, come gli oggetti illuminati sono differenti dalla luce della lampada che li illumina. E la luce è di natura differente dagli oggetti illuminati, perché se questi non fossero illuminati non sarebbero visibili, mentre la luce lo è sempre per sua natura.

    153. Quale relazione può esserci tra l’osservatore (adhyakṣa), che è il vedente (dṛś) e la cosa conosciuta, che è vista (dṛśya) se non che l’uno vede e l’altra è vista?

    154. Il conoscitore compie l’azione di vedere? Deve attivamente pervadere il suo oggetto? No, è che l’immutabile conoscitore non agente presta solo apparentemente un certo supporto all’atto cognitivo [compiuto dalla buddhi].

    Vedente (dṛś), nell’uso degli advaitin, è sempre sinonimo di Sākṣin. Ovviamente si deve intendere “vedere” in senso simbolico, perché, pur avendo una somiglianza con la percezione sensoria della vista (cakṣus), la “facoltà di percezione” del Sākṣin è in realtà la sua stessa natura di Coscienza-conoscenza. Qui Śaṃkara si chiede quale relazione intercorra tra il Vedente e ciò che è visto (dṛśya), o, se si preferisce, tra il Sākṣin e ciò di cui è testimone (sākṣimat). Chi vede, compie forse un’azione? La vista si diparte dal vedente e fuoriesce per avvolgere e pervadere l’oggetto che vuole vedere? No, la vista è una facoltà di conoscenza (jñānendriya) e non una d’azione (karmendriya). La facoltà della vista dà realtà all’oggetto percepito assumendone la forma. Quello che noi vediamo non è l’oggetto, è la forma che assume la vista. Esattamente come nell’esempio della lampada. Noi non vediamo gli oggetti, vediamo la luce della lampada che presta la sua realtà agli oggetti. Gli oggetti non illuminati, infatti, non sono visibili. Però l’intelletto, che non ha se non un riflesso della conoscenza, è convinto di vedere gli oggetti e non la luce che si riflette su di essi. Questa sua apparente conoscenza si basa sulla Coscienza-conoscenza dall’eterno, immutabile e non duale Sākṣin che è la luce che illumina ciò che si vede (dṛśya).

    155. Abbiamo già spiegato che questo supporto consiste nell’acquisizione da parte dell’intelletto di un riflesso di Coscienza. Dotato in questo modo di un riflesso di Coscienza, l’intelletto, come una lampada, pervade di luce gli altri oggetti.

    Si è già spiegato che la buddhi priva di coscienza, ma attiva per sua natura, appare come se fosse cosciente. Questa apparente coscienza è sostenuta dal che si riflette nell’intelletto. La buddhi , dotata così di un riflesso della Coscienza-conoscenza, sembra la lampada che pervade di luce vasi e altri oggetti, come se fosse essa stessa la luce che illumina gli oggetti. Invece la buddhi può essere paragonata alla luna che splende di luce riflessa e di notte pare inondare di una sua luce gli oggetti.

    156. Si può dire che un vaso posto al sole è avvolto dalla luce. Allo stesso modo si può dire che un oggetto posto nell’intelletto ne è avvolto. Essere avvolto significa essere pervaso dall’intelletto. Gli oggetti sono pervasi dell’intelletto uno dopo l’altro.

    Si può dire che un vaso posto al sole è avvolto dalla luce solare. Per esempio un vaso invisibile nelle tenebre della notte, viene avvolto man mano dalla luce dell’alba, finché ne è del tutto circondato e reso visibile quando è esposto alla luce del sole5. Allo stesso modo procede l’intelletto quando intraprende un’indagine conoscitiva su un oggetto. Man mano che ne analizza le caratteristiche, la buddhi sempre più pervade l’oggetto. Dopo aver conclusa quella indagine conoscitiva, l’intelletto può dedicarsi ad altri oggetti in successione. Come appare evidente dallo śloka sia la luce del sole, che rappresenta l’intelletto macrocosmico, Hiraṇyagarbha, sia la buddhi considerata a livello microcosmico, procedono agendo in successione temporale. Invece l’illuminazione dovuta al Sé auto luminoso è immediata, immutabile, eterna e della natura dell’attimo.

    157. La mente pervade un oggetto prendendone la forma quando l’oggetto si rivela grazie al riflesso del Sé. Prima c’è la pervasione del vaso da parte della mente e poi viene il sostegno del Sé nella forma del suo riflesso di coscienza apparente. Ma non si può pensare che l’unico Testimone di tutto partecipi al processo cognitivo [dell’intelletto] in una successione di tempo, spazio o di altri fattori di cambiamento.

    Riprendendo l’esempio tradizionale della lampada si può dire che la luce, ovvero il Testimone, l’Ātman, illumina gli oggetti riflettendosi in essi. Come si diceva innanzi, quello che si vede è luce, ma la mente invece percepisce la forma dell’oggetto tramite l’intermediazione dei sensi. Così ne registra le caratteristiche assumendone la forma come una sua modificazione (vṛtti). Successivamente interviene la buddhi a discriminare e analizzare queste percezioni, sostenuta da una sua apparente coscienza, che in realtà è dovuta al riflesso del Sé nello stesso intelletto. Non si potrà certo reputare che il Testimone unico e non duale di tutto ciò possa essere coinvolto nel processo mentale-intellettuale di investigazione, dato che quel processo si svolge nel tempo, nello spazio e in altre condizioni che comportano azione, successione e cambiamento.

    158. È sottoposto a cambiamento solo l’intelletto conoscente, giacché dipende da strumenti per compiere l’azione di conoscere gli oggetti, e che perciò arriva a conoscere in successione soltanto una limitata parte del conoscibile. Ma il Sé, in quanto Testimone, è la Conoscenza assoluta, non è un agente né è sottoposto a cambiamento.

    L’intelletto è mutevole perché acquisisce dati e informazioni che diventano sue modificazioni. Questo avviene perché non può conoscere direttamente, ma sempre per l’intermediazione dei pramāṇa, strumenti che necessitano di una successione temporale per offrire alla buddhi le informazioni necessarie. Poiché gli oggetti da conoscere in questo modo analitico sono in numero illimitato, l’intelletto non potrà che compiere una indagine limitata a una piccola parte del conoscibile. Invece il Sé, che non è sottoposto all’azione né al mutamento, è lui stesso la Conoscenza totale e assoluta.

    1. La vera simultaneità essendo non duale.[↩]
    2. Ciò che è testimoniato è così definito nella Māṇḍūkya Upaniṣad: “Il primo pāda [di Ātman] è Vaiśvānara, il cui dominio è lo stato di veglia, in cui egli conosce gli oggetti esterni […] Il secondo pāda [di Ātman] è Taijasa, il cui dominio è lo stato di sogno, in cui egli conosce gli oggetti interni” (MāU I. 3-4).[↩]
    3. Si ricordi che per il Vedānta l’attimo è non temporale, perciò è eterno e immutabile (nitya). Invece, nella dottrina del tempo della menzionata corrente buddhista, una sequela di attimi (akṣaṇa) interrompe il flusso del divenire: quindi ogni istante (o momento, kṣaṇa) è separato dal seguente da un attimo atemporale, formando così una successione temporale discontinua.[↩]
    4. Infatti la definizione “non vacca” non si oppone soltanto al concetto di vacca, ma anche di qualsiasi altro animale, uomo, pianta od oggetto inanimato, limitandoci con questa considerazione ai soli esseri corporei.[↩]
    5. Si potrà obiettare che la base del vaso che poggia a terra rimane invisibile. Ma questo difetto dipende dal punto di vista in cui si pone l’osservatore. Infatti, se il vaso fosse poi posto su un ripiano traslucido, sarebbe possibile vedere anche com’è sotto.[↩]

    20. Commento al “Tattvamasi” di Śaṃkarācārya (VII)

      20. Commento al “Tattvamasi” di Śaṃkarācārya (VII)

      114. Sbagli se pensi che la dottrina del riflesso implichi una modificazione per l’entità che si riflette, perché tale modificazione è illusoria come l’apparenza del serpente sulla corda e come l’esempio, già illustrato, del riflesso della faccia nello specchio.

      Il riflesso del sole sulla superficie d’uno stagno può essere deformato e mosso dalle increspature del piano di riflessione acqueo. Il sole non viene intaccato da questi movimenti della superficie, perché l’increspatura delle onde appartiene alla natura dell’acqua e non a quella del sole. Il riflesso si muove e si deforma a causa della capacità di muoversi e modificarsi dell’acqua su cui si riflette. Ma le sue modificazioni e movimenti sono illusori, perché il riflesso è solo apparenza, come il serpente sovrapposto alla corda, come la faccia sovrapposta allo specchio.

      115. Obiezione: 1 Tu, obiettore, sostieni che la nozione del riflesso del Sé non può aver fondamento, a meno che lo si concepisca come indipendente dal Sé. Mentre la faccia e lo specchio li si concepisce indipendenti l’una dall’altro, il riflesso del Sé può essere accettato soltanto per mezzo di una dimostrazione basata su un circolo vizioso, in quanto la conoscenza del riflesso dipende da quella del Sé e quella del Sé dipende da quella del riflesso;

      Secondo questo obiettore sia la faccia sia il riflesso della faccia nello specchio sono provati in tutta evidenza dalla percezione sensoria. Quell’esempio però non è applicabile a ciò che gli advaitin chiamano “riflesso del Sé”. Infatti si ha consapevolezza dell’esistenza dell’aham, mentre non c’è alcuna prova dell’esistenza del Sé di cui l’aham sarebbe il riflesso. Perciò è impossibile stabilire che l’aham sia di fatto un riflesso di qualcos’altro senza cadere nell’errore logico del circolo vizioso (anyonyāśrayadoṣa). Perché l’advaitin afferma di conoscere il Sé per stabilire che l’aham è un riflesso del Sé. Ma, allo stesso tempo, afferma anche di conoscere l’aham per stabilire l’esistenza del Sé che si riflette. Quindi per questa via non si può provare né che l’aham sia un riflesso del Sé, né che esista un Sé reale di cui l’aham dovrebbe essere un riflesso.

      116. perché sostieni che noi [vedāntin] pretendiamo di conoscere che il Sé esiste indipendentemente dal riflesso prima ancora di affermare che il riflesso è realmente un riflesso del Sé. E, sempre secondo te, noi pretendiamo di conoscere che il riflesso è realmente un riflesso del Sé prima di affermare che il Sé esiste indipendentemente dal riflesso.

      La scuola di Bhartṛprapañca sostiene che il riflesso, cioè l’ego, è una parte del Sé, come se il Sé potesse avere parti; perciò l’ego, essendo una parte del Sé, ha una sua realtà distinta e non è una mera apparenza riflessa. Questi bhedābheda vedāntin 2 rimproverano agli advaitin di cadere nell’errore logico detto anyonyāśraya, “mutua dipendenza dell’effetto e della causa” o “ragionamento circolare” oppure, usando il corrispettivo della retorica classica, διάλληλος, “circolo vizioso”. Errore che non si presenta nell’esempio della faccia e dello specchio, in quanto, nell’esperienza comune, la faccia, lo specchio e il riflesso hanno tutti un’esistenza reale verificabile tramite i sensi e l’indagine mentale.

      117. Risposta del vedāntin: Ma non è affatto così, perché nello stato di sogno l’intelletto e le sue modificazioni, da una parte, e il Testimone cosciente dall’altra, sono chiaramente distinti. In quello stato non ci sono né carri né altri oggetti esterni 3 [poiché quegli oggetti che si vedono in sogno sono solamente interni], perciò il Sé lì deve avere direttamente per oggetti le modificazioni mentali.

      Nello stato di veglia si vedono carri, cavalli e altri oggetti esterni al corpo del cercatore che osserva (dṛś) il mondo intorno a sé. Questi oggetti appaiono dotati d’una loro esistenza reale e indipendente. Nel sogno non ci sono oggetti esterni, ma solo oggetti che dimorano all’interno del sognatore che è il Testimone e il soggetto che osserva il sogno. Cosicché, quando si ritorna alla veglia, risulta certo che, quando si era in sogno, l’intelletto, la mente, i sensi e le loro modificazioni, carri cavalli ecc., erano gli stessi oggetti testimoniati direttamente dalla luce dell’Ātman. In altri termini, il Sé e l’intelletto, in sogno, sono rispettivamente il soggetto e l’oggetto chiaramente distinti, senza ulteriori oggetti che, come avviene nel caso della veglia, appaiano come fossero realmente esterni e distinti dal Sé e dalla buddhi. Nel sogno il Sé si manifesta in tutta evidenza come Coscienza auto luminosa 4, perché lì non ci sono oggetti esterni che siano fonti di luce, come il sole, la luna, le stelle e il fuoco. E nemmeno la vista, che, essendo una modificazione mentale, nello stato di sogno è un oggetto del sogno. Perciò non è possibile che la luce che illumina i sogni possa avere una fonte diversa da quella della Coscienza, cioè del Testimone. Quindi in sogno si ha esperienza sia dell’Ātman auto luminoso sia degli oggetti illuminati, che sono modificazioni mentali. Perciò non si può sostenere che in svapna avasthā questa esperienza diretta del Sé auto luminoso che osserva (dṛś) gli oggetti, cioè la fantasmagoria onirica di carri, cavalli ecc. (dṛśya), ricada nel caso del “circolo vizioso”. Questo perché in sogno, a differenza di ciò che sembra apparire nella veglia, non si presuppone una ipotetica esistenza del Sé, ma la si riconosce direttamente come l’osservatore (dṛś) del sogno. La prova dell’esistenza del Sé non dipende dunque affatto dall’esperienza del riflesso, poiché il riflesso è sperimentato separatamente dal Sé e in simultaneità. E questa è un’esperienza che anche la gente comune fa ogni volta che sogna.

      118. Nello stato di veglia quando si sperimentano le percezioni sensorie, le modificazioni mentali, pervase dalla Coscienza, vengono in esistenza in forma di oggetti. Ora, ciò che imprime le loro forme a queste modificazioni si dice che siano gli oggetti esterni.

      Dopo che si è dimostrato, attraverso l’osservazione della svāpna avasthā, che il Sé, pura Coscienza, è direttamente sperimentato come Testimone del sogno e che è distinto dalle modificazioni mentali che sono la visione onirica (svāpna darśana), si procederà ad attestare la medesima cosa analizzando la natura dello stato di veglia. Riportando dunque all’esperienza della veglia le deduzioni tratte dall’esame dello stato di sogno, si potrà verificare che nemmeno nel jāgrat avasthā esiste l’errore del “circolo vizioso”. Nello stato di veglia quando si sperimentano le percezioni tramite i sensi, si dice che esse siano prodotte da oggetti esterni. La mente e l’intelletto svolgono un ruolo apparente di conoscitori grazie al fatto che la Coscienza li rende parzialmente capaci di conoscere, tenendo sempre ben presente che non si tratta di vera conoscenza, ma di una azione investigativa. Così, si dice che, per mezzo dei sensi, la buddhi entra indirettamente in contatto con degli oggetti esterni. Sono i sensi che, avendo percepito direttamente, “informano” la mente e l’intelletto dell’esistenza di quegli oggetti presuntamente esterni; nel senso che trasmettono quelle forme (ākāra) degli oggetti manas e alla buddhi che non hanno la capacità di percepirle direttamente. A questo punto è necessario sottolineare che per il Vedānta le facoltà di sensazione (jñānendriya) e le facoltà di azione (karmendriya), a differenza di quanto sostiene il Sāṃkhya, non sono affatto delle entità od oggetti separati (tattva), ma delle semplici modificazioni mentali. Quando la mente guarda, appare la sua modificazione chiamata “vista”; quando ascolta, la mente prende la forma dell’“udito” e così via. La mente è messa al corrente dell’esistenza di oggetti esterni solo per mezzo di quelle sue modificazioni che sono i sensi. E la mente, perciò, non può avere alcuna certezza della reale esistenza degli oggetti esterni. Quando la mente guarda, gli oggetti sono presenti, quando non guarda gli oggetti non ci sono. Le modificazioni mentali assumono perciò tali forme che sono indirizzate a due diverse destinazioni: esse diventano ricordi (smaraṇa) depositati nella memoria (smṛti), o idee (kalpa) da elaborare con l’immaginazione (kalpanā). Su questa base l’uomo ordinario crede che ogni sua forma mentale sia un oggetto esterno, mentre invece è solo frutto delle modificazioni del suo pensiero. Concludendo, il Testimone ha conoscenza degli oggetti del mondo esterno in quanto forme assunte dalle modificazioni dell’intelletto e della mente ecc. Perciò anche nella veglia gli oggetti di conoscenza del Testimone sono direttamente la buddhi, il manas e le loro rispettive modificazioni quando assumono quelle forme: esattamente come nello stato di sogno. Perciò la śruti afferma:

      “[…] ma, Yājñavalkya, quando il sole e la luna sono tramontati, il fuoco è spento, e ogni suono tace, quale luce illumina questo puruṣa?» «O Re, è la luce dell’Ātman. Illuminato dalla luce dell’Ātman il puruṣa sta, si muove, agisce e torna a casa.»” 5.

      Ribadiamo, dunque, che anche nello stato di veglia, in realtà, la luce non proviene dai luminari celesti né dal fuoco né dalla voce che la sostituisce, ma dallo stesso Testimone, il soggetto auto luminoso. E poiché gli oggetti di tale illuminazione sono invero le forme assunte dalla buddhi, dal manas, dagli indriya e dalle loro modificazioni (e non direttamente gli oggetti presuntamente “esterni”), è dimostrato che lo stato di veglia non differisce da quello di sogno. Perciò anche nello stato di veglia non si presenta affatto l’errore del “circolo vizioso”.

      119. Quest’ultimo [l’oggetto “esterno”] è l’obiettivo di una azione [conoscitiva] da parte di un agente che desidera ottenerlo. A chi ha un tale desiderio viene ingiunto di compiere le azioni stabilite. Nel contesto dell’azione per conoscere un oggetto, l’intelletto che subisce la modificazione in forma dell’oggetto, è considerato lo strumento per conoscere l’oggetto.

      Si aspira a conoscere un oggetto esterno quando si è mossi dal desiderio di ottenerlo, ovvero di farlo diventare parte del “mio”. Questo vale sia per il profano sia per il sādhaka che medita sui simboli, mosso dal desiderio di raggiungere e “conquistare” il Brahman saguṇa. In questo secondo caso l’azione di investigare, invece di sorgere spontaneamente dall’avidità dell’ahaṃkāra, avrà come origine l’ingiunzione da parte di un guru 5. Tuttavia, in quest’ultimo caso, l’intelletto, che subisce la modificazione nella forma dell’oggetto presentatogli dagli indriya, che sia questa la forma percepibile tramite la vista, yantra, oppure quella vibratoria attuata tramite la parola, mantra, l’intelletto, si diceva, agisce semplicemente come strumento d’indagine, il cui soggetto è l’ego. La modificazione intellettuale, allora, deve essere considerata come una creazione immaginifica della forma suggerita simbolicamente dagli oggetti “esterni”, e apparirà mentalmente a ciascun sādhaka come una sintesi del cosmo proiettata a livello sottile, corrispondente al metodo impartito dal proprio guru.

      120. Concludendo, l’intelletto pervaso dal riflesso della Coscienza è chiamato “conoscitore” nel senso di soggetto dell’azione di conoscere. Chiunque sappia discriminare i tre [conoscente, azione per conoscere e conosciuto] dal Testimone è un vero conoscitore del Sé.

      L’intelletto pervaso del riflesso della Coscienza assume una parvenza di coscienza. In questo modo sembra essere il conoscitore (jñātṛ o jñātā) degli oggetti “esterni”, come soggetto (grāhaka, pramātṛ o viṣayin) di una azione volta a conoscerli. Ma il cercatore, dotato di discriminazione, rimuove come illusoria la triade composta da un soggetto che agisce per conoscere degli oggetti conoscibili per mezzo di una azione conoscitiva; questo perché riconosce che l’unico conoscitore del Sé è il “tu” (tva) in quanto Testimone.

      121. Le modificazioni dell’intelletto sfumano l’una nell’altra e sono dette “idea veridica”, “idea dubbia” e “idea errata”. La Coscienza [che si riflette] in tutte loro è unica e la differenziazione è esclusivamente dovuta alle modificazioni.

      Le modificazioni dell’intelletto che assumono le forme degli oggetti “esterni” hanno come base unica la stessa buddhi; però man mano che assumono le forme degli oggetti “esterni”, si allontanano progressivamente dalla loro stessa origine. Le forme che si producono per prime appaiono come “idee veridiche”, per poi sfumare in “idee dubbie” e infine in “idee errate”, seguendo il processo dinamico dei tre guṇa, sattva, rajas e tamas. Questa progressiva differenziazione delle idee dovute alle modificazioni mentali è illimitata come la produzione della serie numerica, mentre la Coscienza che vi si riflette è unica.

      122. Come il cristallo assume diversi colori che compaiono [sulle sue sfaccettature] come apparenze (upādhi) proiettate dal contatto con oggetti che hanno tinte diverse, così ogni impurità e modificazione attribuite alla Coscienza, appartengono in realtà alle modificazioni dell’intelletto.

      La medesima argomentazione si trova nel Sūtra Bhāṣya in forma leggermente ampliata, che qui può essere menzionata a commento di questo śloka 122:

      “Quando un cristallo [è posato sopra un oggetto colorato], la trasparenza e l’assenza di colore che sono la sua natura essenziale, appaiono indistinguibili dal rosso, dal blu e da altre forme e colori che gli si associano, prima che lo si riesca a distinguere [dall’oggetto colorato su cui giace]. Ma quando, con l’aiuto della discriminazione, che nasce dall’uso dei validi mezzi di conoscenza, si riesce a distinguerlo, il cristallo pare aver recuperata la sua vera natura di trasparenza e assenza di colore. In realtà esso è esattamente com’era prima. Questo è anche un esempio di come, nel caso del jīvātman, che appare indistinguibile dai condizionamenti che gli sono associati, come il corpo ecc., la conoscenza discriminante [neti neti], proveniente dall’apprendimento della śruti, lo distingue dal corpo. Il risultato di quella conoscenza discriminante è la realizzazione della propria vera natura.” 6

      In questa ultima citazione è affermata l’identità del jīvātman con il Testimone. Solamente gli ignoranti possono supporre che il jīvātman sia l’“io” individuale 7, proprio perché attribuiscono al cristallo le tinte dell’oggetto a cui è appoggiato.
      Va da sé che ciò che qui è definito upādhi, apparenza, è esattamente sinonimo di adhyāsa, sovrapposizione.

      123. Le modificazioni dell’intelletto sono manifestate, conosciute e dotate d’esistenza grazie a un principio da loro differente, quel Sé che è conosciuto immediatamente. Questa deduzione è illustrata con l’esempio della lampada, per provare che il Testimone deve necessariamente esistere al di là delle modificazioni dell’intelletto.

      Le modificazioni della buddhi devono la loro apparente esistenza e realtà al fatto di essere oggetti di cui il Sé è Testimone, esattamente come l’apparente esistenza, realtà e percettibilità del serpente dipendono dalla reale esistenza della corda. Alcuni [gli yogacāra buddhisti] pensano che la realtà della corda dipenda dalla luce che, illuminando meglio l’ambiente permette di far svanire il serpente illusorio. A sua volta, la luce è più forte e in grado di illuminare meglio in ragione di una ulteriore causa; così questa dimostrazione cade nell’errore logico del regressus ad infinutum (anavasthāprasaṅga). Invece all’esempio della lampada com’è usato da Śaṃkara non può essere imputato tale errore, perché la luce della lampada altro non è se non l’azione della discriminazione che fuga le tenebre dell’ignoranza, mentre l’occhio che vede la corda illuminata è il Testimone della realtà.

      124. Si può indurre una persona a conoscere quel Principio che è differente dalle modificazioni per mezzo di strumenti di prova positivi, oppure è soltanto per via negativa, ossia rimovendo tutto quello che non è quel Principio senza mai usare alcun mezzo positivo?

      A questo punto si ripropone la questione se il Sé, che è differente dalle modificazioni dell’intelletto, mente, sensi, corpo ecc., possa essere conosciuto con l’uso dei pramāṇa; ossia se possa essere provato e realizzato per mezzo dello studio della śruti, della deduzione, dei sensi ecc. Oppure, se il Sé possa essere conosciuto solo ed esclusivamente per via negativa, rimovendo tutto ciò che è anātman senza mai usare nemmeno una volta alcun mezzo positivo.

      125. Se su questo argomento tu sostenessi che si deve usare esclusivamente la negazione, il “neti neti”, per il fatto che si tratta d’un metodo basato in tutto e per tutto sull’autorità della śruti, risponderemo che in questo caso alla fine arriveresti solo al puro vuoto, poiché non avresti preso per nulla in considerazione l’intuizione dell’esistenza del Testimone.

      Nonostante le apparenze, chi opta per un metodo esclusivamente negativo, a esclusione di qualsiasi intuizione positiva, commetterebbe un grave errore, paragonabile soltanto a quello dei buddhisti. È vero che la śruti insegna questo metodo, ma se si accettasse soltanto questo insegnamento si farebbe della śruti un testo eterodosso e si arriverebbe a pensare che, dopo aver discriminato tutte le apparenze e le falsità, non rimarrebbe altro che il nulla, il vuoto (śūnya). Infatti il vedāntin, prima di discriminare, deve partire dall’intuizione dell’esistenza del Testimone. Altrimenti chi mai sarebbe colui che discrimina? Infatti, dopo aver discriminato e rimosso tutte le false apparenze, il Vedānta arriva alla conferma che l’unico esistente che rimane, alla fine, è l’unico cosciente, il Sākṣin. La śruti certifica l’esistenza della pura Coscienza, ma non può insegnarla, perché il Testimone non può essere conosciuto, perciò non può essere insegnato. La śruti può solo insegnare il metodo della discriminazione, ma, al tempo stesso, afferma l’esistenza del Brahman-Ātman sulla base dell’intuizione universale, non la teoria negativa (nāstika) del vuoto.

      126. Se tu rispondessi: “Tu sei cosciente, come potresti allora essere questo corpo non cosciente?” noi replicheremo che obietti in questo modo perché non ti è nota l’esistenza del Testimone. Anche questa tua argomentazione procede dalla mera negazione di ciò che è non-Sé e potrebbe essere valida solo se tu avessi già riconosciuta l’esistenza della pura Coscienza per qualche altra via.

      Un obiettore del Vedānta che volesse negare l’esistenza del Testimone cosciente può arrivare a dire che i sensi, oppure la mente, o l’intelletto e infine l’“io”, sono realmente coscienti, mentre il corpo non lo è. Per la verità costui, seguendo questo ragionamento, potrebbe anche affermare che persino questo corpo è dotato di una sua coscienza organica, se paragonato agli oggetti inanimati in cui ci si imbatte nel mondo esterno. Ma questo procedimento logico non è valido a dimostrare l’inesistenza del Sākṣin; semplicemente prescinde dalla conoscenza che il Testimone esista. Infatti, qualora si cominciasse dall’evidenza dell’esistenza del Sé, allora tutto il processo deduttivo summenzionato sarebbe accettabile e ricalcherebbe il metodo del “neti neti”. Dopo che si è dimostrato che il corpo è privo di coscienza, si potrebbe allora procedere per esclusione provando successivamente che sensi, mente, intelletto sono anch’essi privi di coscienza, fino ad arrivare all’aham. Perché mai, allora, l’obiettore dovrebbe fermarsi a questo punto, senza concludere il suo procedimento discriminativo e risparmiando l’ego da un simile atto discriminativo? L’unico motivo che spieghi questa interruzione della dimostrazione va imputato al fatto che costui ignora l’esistenza del Testimone. Il vedāntin, invece, arriva a questa meta rimovendo tutto ciò che è anātman dall’Ātman.

      127. Se qualcun altro dicesse che il Testimone è immediatamente evidente (aparokṣa), noi gli ribatteremo che allora dovrebbe essere evidente anche agli ignoranti, come, per esempio, ai buddhisti.

      Ci potrebbe essere anche qualcuno convinto che l’intuizione dell’esistenza del Testimone sia evidente a tutti. Secondo questo punto di vista tutti sanno di esistere e di essere coscienti. Ma ciò non corrisponde al vero, perché altrimenti tutti sarebbero dei jijñāsu e non potrebbero esistere né profani, né, tanto meno, sostenitori del materialismo (cārvāka) né seguaci delle teorie buddhiste del vuoto (śūnyavādin) o della negazione dell’(anātmakavādin). Di fatto tutti hanno questa esperienza, ma, con l’eccezione dei jijñāsu, quasi nessuno si rende conto che quell’intuizione è la prova dell’esistenza del Sākṣin.

      128. Potrai anche dire che qualcuno ricorda d’averlo visto. [Secondo te] questo ricordo, in questo stesso momento presente, proverebbe la simultaneità di chi compie l’azione di conoscere, della conoscenza e dell’oggetto di conoscenza, in quanto è l’esperienza del Conoscitore permanente, che è colui che conosce.

      129. Ma, dato e non concesso solo per amor di discussione che la memoria sia un valido mezzo di conoscenza, questi tre, cioè l’agente che si è impegnato nell’atto della conoscenza, l’atto di conoscere e l’oggetto conoscibile che alla fine diventa conosciuto, si sono tuttavia svolti in successione temporale. Anche il ricordo, che arriva per ultimo nel tempo [a conclusione dell’azione conoscitiva], deve aver ugualmente registrato a suo tempo la successione di questa azione cognitiva. La loro simultaneità nel ricordo attuale deve quindi apparire tale a causa della rapidità con cui, nel momento attuale, si richiamano alla mente le tre fasi.​

      L’oppositore potrebbe anche sostenere che ci possono essere delle persone che in passato hanno avuto una certa esperienza del Sākṣin, espressa dalla formula “averlo visto”. Il ricordo di questa esperienza, all’attimo presente, appare come un’immagine simultanea, come se l’esperienza fosse rimasta immutabile e permanente nella coscienza di quelle persone. Essi sosterrebbero che la conoscenza è sì una azione da parte di un agente nei confronti di ciò che deve essere conosciuto, ma che questa azione sarebbe atemporale, senza fasi e, perciò, permanente; affermazione di per sé contraddittoria. Tuttavia la memoria non è un pramāṇa, è soltanto un deposito di forme illusorie assunte dalle modificazioni dell’intelletto e della mente. Perciò la memoria non può essere considerata una prova valida di conoscenza. Essa infatti non fa conoscere nulla che in precedenza fosse sconosciuto. In ogni caso, l’esperienza del Testimone che certa gente sostiene di aver fatto 8, si è verificata nel corso di un certo periodo, perché il conoscitore deve aver comunque espletato l’azione del conoscere nel tempo; e, tramite questa conoscenza l’oggetto, prima conoscibile, potrà alla fine diventare conosciuto. Lo stesso ricordo di quell’esperienza non potrà però non aver registrato le fasi di questa azione. Perciò il fatto che il ricordo affiori alla memoria come se fosse quello di un’esperienza atemporale è dovuto al fatto che la memoria accorcia i tempi di ciò che essa ha a suo tempo ha sperimentato e registrato in una progressione temporale normale. Ovviamente l’esperienza che quelle persone hanno fatto in passato non concerne il Testimone, che è esente da ogni azione e non è sottoposto al cambiamento e al tempo; l’esperienza di cui si tratta consiste semplicemente in un’estensione dei limiti dell’“io” individuale fino a poter sperimentare al massimo l’“io” cosmico generale, cioè Hiraṇyagarbha. Coloro che sostengono questo errore, come i mīmāṃsaka Prabhākara e Śālikanātha, tendono a sostenere che ogni esperienza compiuta dall’“io” è della natura dell’illuminazione, ed è raggiunta per mezzo di una azione conoscitiva incomprensibilmente considerata atemporale in forza di una supposta “legge di apprendimento simultaneo” (sahopalambha niyama) 9. È noto che la Pūrva Mīmāṃsā sostiene il primato del divenire sull’essere, dell’azione sulla contemplazione. Questa posizione è anche sostenuta da alcuni seguaci dello Yoga darśana che, in questo modo, confondono il raggiungimento dei poteri (siddhi) con l’ottenimento della conoscenza, quando invece quelli sono soltanto l’estensione della portata dei loro indriya fino ai limiti del dominio “generale” della manifestazione individuale. 10. La tendenza di questi oppositori è quella di separare artificialmente l’“esperienza”, considerata “azione atemporale”, dalla dottrina, allo scopo di sostenere l’inutilità del vicāra vedāntico.

      1. L’obiezione corrisponde al pensiero di Bhartṛprapañca.[↩]
      2. Sostenitori del Bhedābhedavāda, dottrina della distinzione-indistinzione: per costoro l’“io” è parzialmente identico al Brahman e parzialmente se ne distingue. Per esempio l’“io” è della stessa natura del Sé perciò ne è indistinto. Ma non ha il potere di manifestare il mondo, perciò in questo caso se ne distingue.[↩]
      3. “Lì non ci sono carri, né cavalli da aggiogare [ai carri], né strade; ma egli [il Sakṣin] fa apparire i carri, i cavalli e le strade. Lì non ci sono piaceri, né gioie, né godimenti, ma egli fa apparire piaceri, gioie e godimenti. Lì non ci sono stagni, né piscine lustrali, né fiumi, ma egli fa apparire stagni, piscine lustrali e fiumi. Perché egli ne è la causa.” BU IV. 3. 10. “A questo proposito ci sono questi brevi versi: l’infinito Essere auto luminoso, durante il sogno rende inconsapevole il corpo e, rimanendo in se stesso sveglio, osserva le forme del sogno come modificazioni mentali [da lui stesso] illuminate.” BU IV. 3. 11. Quest’ultima  citazone non è una traduzione letterale, che altrimenti sarebbe inintelligibile al lettore.[↩]
      4. “Come una spada sguainata, la luce del Sé, l’eterno Testimone, non dipendente da nulla, distinto dal corpo e da sensi come la vista, è sperimentato com’è, mentre illumina tutto”. BUŚBh IV. 3. 9.[↩]
      5. Naturalmente questo desiderio deve essere considerato di natura particolarmente sāttvika.[↩][↩]
      6. BSŚBh I. 3. 19.[↩]
      7. Il significato del termine può essere espresso nei seguenti termini: l’Ātman apparentemente sottoposto alla condizione della vita (jīvan). Quando questa apparenza è presa come fosse reale, allora si usa definirlo con il termine di jīva, il vivente, sinonimo di ego (aham).[↩]
      8. La memoria, d’altra parte, è una facoltà tipica della mente. Non è un caso che queste richiami mnemonici di un’eventuale esperienza “mistica” del Testimone, avvenuta nel passato, avvengano in uno stato mentale di veglia alterato.[↩]
      9. Cfr. Śālikanātha Miśra, Prakaraṇa Pañcikā, Varanasi, BHU Ed., 1961, p. 334.[↩]
      10. A questa convinzione di superiorità dell’azione sulla conoscenza s’aggiunge, in alcuni ambienti tantrici, la conclamata superiorità della casta guerriera su quella brāhmaṇica, quindi dell’ars regia sull’ars sacerdotalis.[↩]

      19. Commento al “Tattvamasi” di Śaṃkarācārya (VI)

        19. Commento al “Tattvamasi” di Śaṃkarācārya (VI)

        92. Tutti questi pensieri devono essere considerati come espressioni attribuite al Sé in modo più o meno diretto. Il problema di quali fra essi qualifichi che cosa e quale è qualificato da che cosa, va risolto secondo ragione.

        In questa prospettiva, tutti i pensieri o idee, sintetizzati dalla formula “così e così”, devono essere considerati come sovrapposizioni (adhyāsa) al Sé, in modo diretto se riguardano la buddhi: il suo potere discriminante, le valutazioni riguardanti l’utilità o la nocività, le volizioni ecc. Si potrà facilmente riconoscere che queste qualità della buddhi sovrapposte al Brahmātman costituiscono quell’idea che gli esseri umani chiamano “Dio”1, che lo si chiami indifferentemente Bhagavān, Hiraṇyagarbha o Brahmā. Altri pensieri, emozioni o sensazioni, invece, che provengono dalla mente, sensi, prāṇa, corpo e oggetti, sono sovrapposti all’Assoluto per via indiretta, perché necessariamente devono essere mediati dalla buddhi stessa, in quanto essa rappresenta per il Sé il piano di riflessione più diretto. In questo caso si tratterà per esempio, di attribuire al Brahman la compassione, che è un sentimento della mente; la visione, che è una caratteristica percettiva dei sensi; la grandezza, che è una qualità dell’estensione corporea2. Si deve però saper discriminare per mezzo della riflessione (manana) tra le qualifiche che sono attribuite all’Assoluto e l’Assoluto stesso.

        93. “Mio” e “questo” nella frase “Io sono così e così” [cioè rappresentati dalle parole “sono così e così”], sono attributi che qualificano l’io, proprio come ricchezze e armenti sono qualità attribuite ai loro proprietari. Similmente il corpo è qualità attribuita al senso dell’ego, ahaṃkāra.

        94. Tutto ciò che rientra nell’intelletto, compreso l’ahaṃkāra, è, secondo questo ragionamento, qualità attribuita al Testimone. In questo modo la pura Coscienza, senza mai venire in contatto con nessuna cosa, illumina tutto per mezzo del suo riflesso.

        Come le ricchezze e il bestiame sono beni che qualificano come abbienti e benestanti i loro padroni, così “mio” e “questo” (idam3) sono qualità che vengono attribuite al Sé. Similmente il corpo è attribuito come qualità all’ahaṃkāra, ossia alla buddhi in quanto produttrice dell’“io” individuale. Il corpo, infatti, non può essere collegato direttamente al Sé perché è in contatto con l’Assoluto soltanto in forma mediata per le ragioni di cui sopra. Il corpo grossolano, inoltre, è il luogo in cui l’ahaṃkāra si colloca spazialmente, perciò le sovrapposizioni indirette si situano sempre nel corpo, il che è esattamente quello che trae in inganno i materialisti.
        Ciò che compone e caratterizza la buddhi in quanto ahaṃkāra4, comprendente anche tutti i suoi derivati, mente, sensi ecc., appare all’uomo ordinario come fosse una serie di qualità. Ma, in realtà sono proiezioni nel molteplice del loro principio, il Testimone. Così la pura Coscienza, senza mischiarsi ad alcunché, illumina tutto per mezzo del suo riflesso: vale a dire, per essere più precisi, microcosmicamente per mezzo dell’ego e macrocosmicamente per mezzo di Hiraṇyagarbha5.

        95. Tutto quello che precede, secondo le esperienze dell’uomo ordinario, è il rovescio della realtà. Per chi non ha capacità di discriminare, ogni cosa esiste in quanto tale. Ma per coloro che hanno capacità discriminante niente di questo esiste davvero, eccetto il Sé.

        I quattro śloka precedenti illustrano la visione empirica (vyāvahārika darśana) dell’uomo ignorante (ajñāni), che però rappresenta anche il punto di partenza per il cercatore della conoscenza (jijñāsu). Ebbene, questa prospettiva è esattamente il rovescio della realtà. Per coloro che sono sprovvisti di discriminazione (viveka), l’“io”, il “mio” esistono, e persino l’idam, vale a dire anche tutti quegli oggetti che sono fuori dall’immdediato interesse e dalla avidità dell’ego; per gli ignoranti ogni sovrapposizione (adhyāsa) e ogni qualità distintiva (viśeṣaka guṇa) che essi attribuiscono alla realtà, esistono davvero. Il cercatore, quindi, dovrà discriminare tra reale e irreale (satasat) per mezzo del “neti neti”, e alla fine riconoscerà che niente di quello che all’inizio credeva reale esiste davvero, eccetto l’Ātman.

        96. Perché solamente ragionando sulla concordanza e sulla discordanza tra le parole e il loro significato si può determinare il significato di “io” in questo contesto.

        Non si può capire il significato di una frase se non si comprendono a fondo i significati di ogni singola parola che la compongono. Inoltre si devono distinguere con precisione le parole dal loro significato, perché la parola è un simbolo che allude a un concetto simboleggiato, il quale ne costituisce propriamente il significato. Si dovrà anche in questo caso distinguere in cosa la parola concordi con il suo significato e in cosa se ne discosti. Per esempio quando si dice “in questo piccolo loto che sta nel cuore, che è all’interno della cittadella di Brahman”6 si dovrà verificare che cosa significhino le parole “loto” e “cittadella”, perché tutti sanno che nel muscolo cardiaco non c’è nulla di simile. Perciò “loto” e “cittadella” non dovranno essere intesi nel loro senso primario e letterale, ma in senso secondario e analogico, se si vuol capire che cosa simboleggino. Solamente procedendo in questo modo si potrà capire il “tu” (tva) a quale “io” corrisponda nel precipuo contesto del mahāvākya, ossia se all’ o al Sé.

        97. Quando ritorno allo stato di veglia e asserisco di non aver visto niente durante la mia esperienza di sonno profondo, nego soltanto ogni modificazione mentale di conoscitore-conoscenza-conosciuto; ma non nego affatto la presenza della mia Coscienza in quello stato.

        Quando si ritorna allo stato di veglia7 a conclusione dall’esperienza dello stato di sonno profondo, si suole affermare che in suṣupti non si era veduto nulla, udito nulla, conosciuto nulla, e che per quella ragione da svegli non si può ricordare nulla. Ma in realtà né buddhi la né tantomeno il manas hanno accesso all’informale (arūpaka bhava). I pensieri intellettuali e mentali prendono la forma dell’oggetto con cui entrano in contatto e questa forma, poi, è conservata nella memoria, come esperienza passata, o rielaborata dall’immaginazione come ipotesi di una futura esperienza. Ma in sonno profondo non ci sono oggetti, perciò le facoltà preposte al pensiero, anche se potessero avervi accesso, lì non potrebbero attivarsi come conoscitrici, né attuare una conoscenza, né riscontrare qualcosa da conoscere, né prendere la forma di alcunché. Questa assenza di ricordi, pensieri, forme, dovuta al fatto che le facoltà individuali ne sono escluse, non è tuttavia in grado di negare il fatto che si ha piena consapevolezza di aver sperimentato lo stato di sonno profondo. Pare anche di sapere di “esser stati in sonno profondo per un certo tempo”, anche se in realtà suṣupti è privo di tempo, essendo eterno. Questa idea di aver passato qualche ora in sonno profondo è un’idea di chi è sveglio e che, perciò, quantifica quell’esperienza secondo le condizioni temporali della veglia. Anche se la consapevolezza si basa su parametri erronei tipici della veglia, nondimeno l’esperienza del sonno profondo è cosa certa e acquisita. Perciò, riconoscendo l’esistenza di quella esperienza, si ammette anche l’esistenza del Testimone di quell’esperienza. Perché se suṣupti fosse davvero “nulla”, come pare, sarebbe impossibile andare in sonno profondo e il sonno profondo non esisterebbe affatto. Ma ciò è contrario alla śruti e alla ragione.

        98. Proprio la śruti discrimina tra la Coscienza stessa da una parte e le modificazioni mentali dall’altra e dichiara che solo la prima è immutabile e realmente esistente, e che c’è una frattura tra la Coscienza e gli oggetti che le sono attribuiti, quando sulla Coscienza afferma: “la conoscenza del Conoscitore non cessa d’esistere”8; e quando dice: “In sogno questo puruṣa s’illumina di luce propria”9, riferendosi agli attributi che le sono sovrapposti.

        Secondo le Upaniṣad solo la Coscienza-conoscenza è immutabile e realmente esistente. Al contrario, tutte le sovrapposizioni che la mente attribuisce all’Assoluto, sotto forma di sue modificazioni, idee e pensieri, sono mutevoli ed esistenti soltanto in apparenza. La śruti afferma che tra la Coscienza e gli oggetti che la mente ignorante le attribuisce si pone una frattura incolmabile. A proposito della Coscienza essa insegna che:

        “Anche se non compie alcuna azione conoscitiva, Egli rimane un Conoscitore pur essendo privo di qualcosa da conoscere. La conoscenza del Conoscitore non cessa d’esistere perché è immutabile: infatti non esiste un secondo oltre a Lui, un oggetto altro e distinto da Lui che Egli possa conoscere”.10

        Per dimostrare che gli attributi che la mente (antaḥkāraṇa) sovrappone al Sé sono irreali, la śruti fa l’esempio delle modificazioni mentali sia nella veglia sia nel sogno:

        “Quando sogna, per il fatto che si è impossessato di elementi tratti da tutto questo mondo, crea e dissolve a sua volontà, dimorando nella propria luce, nel suo splendore. In sogno questo puruṣa s’illumina di luce propria. […]Volando su e giù mentre sogna, come fosse Dio, assume forme diverse: certe volte si diverte e gode con delle donne, altre volte subisce delle visioni terrificanti”.11

        99. Una volta che è stato capito il significato di “tu sei Quello”con l’aiuto della grammatica e della śruti, allora l’insegnamento del “tu sei Quello” rimuove definitivamente l’illusione dal discepolo.12

        Quando si è compreso a fondo il significato del mahāvākya “tu sei Quello” sia nelle tre parti del discorso di cui si compone, sia nell’insieme della frase, allora la discriminazione avrà rimosso per sempre l’ignoranza (avidyā) illusoria (mohana) dal cercatore. La grammatica e la riflessione sulla śruti rappresentano le basi per la comprensione di ogni singola parola, mentre l’insegnamento orale (śrāvaṇa) da parte di un maestro è lo strumento per la comprensione dell’intera frase.

        100. È come quando Brahmā rimosse l’ignoranza di Rāma con queste semplici parole “Tu non sei il figlio di Daśaratha, tu sei Viṣṇu”. Egli non fece riferimento ad alcuna azione che Rāma dovesse compiere per risvegliare la sua natura come Viṣṇu. A Rāma bastò soltanto ascoltare quelle parole.

        101. Allo stesso modo, senza che sia richiesto nient’altro che ascoltarla, la parola “tu” rivela il Sé interiore auto luminoso del mahāvākya “tu sei Quello” il cui “risultato” è la Liberazione.

        Non si deve compiere alcuna azione per uscire dal dominio dell’azione. Il metodo si basa esclusivamente sulla Coscienza-conoscenza di essere, di esistere. Perciò, almeno in linea di principio, basta ascoltare l’insegnamento del maestro (śrāvaṇa) per capire che “tu” significa il Sākṣin e non l’“io” empirico. In questo modo il Testimone è dichiarato identico al Sé proprio affermando “tu sei Quello” e così si verifica la Liberazione dall’ignoranza.

        102. Se la sacra conoscenza non affiora al semplice ascolto (śrāvaṇa) del mahāvākya, si dovrà certamente presumere che debba essere compiuto qualcos’altro. Tuttavia, per coloro a cui la completa conoscenza non sia venuta subito dopo l’ascolto dell’insegnamento, non esiste alcuna ingiunzione del tipo [di quelle che i maestri delle vie della conoscenza non suprema impongono ai loro discepoli], poiché per loro, anche prima che ne abbiano l’intuizione immediata, è ovvio che il Sé esiste comunque.

        Solamente i jijñāsu particolarmente qualificati, grazie alla purificazione avvenuta nella presente esistenza o in esistenze precedenti, hanno la possibilità di ottenere la conoscenza suprema semplicemente ascoltando l’insegnamento del guru. Coloro che non hanno raggiunto la Liberazione con il solo ascolto, dovranno dedicarsi alla riflessione (manana) e all’attenzione contemplativa (nididhyāsana), che sono azioni mentali (mānasa kriyā) discriminative (vivekavat), sulla base del contenuto dell’insegnamento ricevuto. Queste attività, però, non consistono nella meditazione su un simbolo che rappresenta una meta da raggiungere positivamente, come sono la ripetizione di un mantra o la concentrazione mentale su uno yantra, da mettere in pratica in obbedienza al comando (vidhi) del maestro. Queste ingiunzioni da parte di un della conoscenza non suprema, sono sempre accompagnate da spiegazioni sull’uso di tali tecniche, ma scarsamente dotate di spiegazioni sul significato dottrinale del simbolo messo in pratica.

        ​“Invece si deve riflettere sull’argomento rispettando esattamente le conclusioni dei testi sacri in conformità con il solo ragionamento e la cosa che è determinata dalla logica e dagli Agama [le Upaniṣad] dovrà portare anche alla pratica di nididhyāsana. Considerare nididhyāsana come un’ingiunzione ulteriore sarà perciò certamente inutile.”13

        La tecnica usata dal brahmajijñāsu sarà sempre quella della discriminazione; cioè la rimozione dell’anātman per arrivare a riconoscere l’Ātman eternamente esistente e cosciente, illuminazione suprema, di cui egli già conosce, peraltro, la verità dottrinale.

        103. La reale comprensione del senso di frasi14 come “tu sei Quello” sorge immediatamente dal loro ascolto e libera da tutte le limitazioni trasmigratorie come la fame ecc. Non vi è quindi alcun dubbio sulla verità del loro significato nel passato, nel presente e nel futuro.

        La conoscenza reale del significato dei mahāvākya non è il risultato della più accurata comprensione dottrinale possibile. La conoscenza teorica, per quanto estesa e precisa, deve essere considerata soltanto una fase preliminare, poiché essa non ha il potere di attuare la realizzazione spirituale. Molti conoscitori teorici del Vedānta si convincono di essere dei jñāni per la semplice ragione che nella loro mente tutta la dottrina appare armonica e non contraddittoria, e si stupiscono di non aver raggiunto con ciò il mokṣa. Ma la Liberazione avviene solamente quando, rimanendo in vita, si riesce a sfuggire alle limitazioni del proprio corpo, sede dell’ego, dei sensi ecc. Per questa ragione lo śloka afferma che mokṣa è la Liberazione permanente dalla fame e da tutte le altre condizioni limitative, vale a dire spazio, tempo, mente, intelletto, corpo ecc. Essa è realizzata dall’ascolto della dottrina nascosta nel mahāvākya, confidata espressamente a ogni singolo discepolo e che consiste nella

        “vera natura del proprio Sé per mezzo dell’insegnamento della śruti impartito da un maestro qualificato, che sia un adepto e che abbia fatto di persona l’esperienza delle verità del Vedānta”.15

        Perciò la comprensione della natura del proprio Sé è indipendente dalle condizioni temporali. Non ha importanza in quale momento della successione cronologica ciò avvenga; ciò che importa è che il mokṣa cancelli l’ignoranza. La Liberazione che avviene quando si è ancora un embrione, come fu il caso di Vāmadeva, o quella che avviene un istante prima di lasciare questo corpo, è sempre la medesima eterna Coscienza d’essere il Brahman. Come pure se essa avviene direttamente dall’ascolto (śrāvaṇa) della parola del guru, durante la riflessione (manana) sugli insegnamenti ricevuti, o esercitando l’attenzione cosciente (nididhyāsana) come Sākṣin, perché la sua verità è immutabile indipendentemente dal triplice tempo (trikāla).

        104. La retta conoscenza del Sé, che è della natura della pura Coscienza, emerge senza alcun dubbio in modo immediato all’ascolto dell’insegnamento, perché gli ostacoli alla sua comprensione devono essere già stati rimossi in precedenza per mezzo della riflessione sul senso grammaticale [del mahāvākya] e per mezzo della discriminazione.

        Coloro che sono tanto qualificati in virtù delle loro azioni e conoscenze passate da realizzare con il solo śrāvaṇa, in realtà non hanno saltato a piè pari manana e nididhyāsana, ma semplicemente hanno compiuto questi passaggi durante un’esistenza precedente; oppure in questa vita durante la purificazione della mente, seguendo un metodo basato sulla meditazione. Ma ciò può anche accadere durante lo stesso ascolto. Pur essendoci una successione logica tra queste tre tecniche, esse sono comunque libere per loro natura da una ferrea concatenazione cronologica, in quanto non si tratta di tappe che corrispondono ai gradi d’un percorso né di fasi temporali. In questo śloka, con riflessione sul senso grammaticale s’intende manana e con discriminazione, nididhyāsana. Ovviamente gli ostacoli alla comprensione sono rappresentati dal dubbio, dalla conoscenza erronea e dall’ignoranza, che sono tutti eliminati tramite il “neti neti”.

        105. Questa frase suggerisce che “Io” sono davvero la Realtà assoluta o qualcos’altro? Se suggerisce che “Io” sono davvero la Realtà assoluta, il significato di “Io” dovrà essere identico a quello di “Realtà assoluta”.

        Il mahāvākya “Tat tvam asi”, dunque, insegna che “Io” sono davvero nient’altro che il Brahman. Ovviamente questo “Io”, vale a dire il Testimone, deve essere considerato eternamente identico al Brahman, per cui questa conoscenza non è qualcosa che prima non c’era e poi si è acquistata, perché in questo caso si parlerebbe di una “azione volta a raggiungere la conoscenza”. Il Sé, il Testimone, se è identico eternamente al Brahman, non compie alcuna azione. Perciò la vera Coscienza-conoscenza di cui si tratta è la reale natura dell’“Io”.

        106. Ma se questo Grande Detto suggerisce qualcos’altro, in tal caso la convinzione che “io sono la Realtà assoluta” dovrebbe essere falsa. Perciò quando la parola “io” è presa in senso letterale per significare qualcosa d’altro dalla “Realtà assoluta” appare evidente la contraddizione con quanto ci mostra l’esperienza.

        Se invece si pensa che il “tu” del sia l’“io” individuale, per cui l’“io” sarebbe l’Assoluto, allora il senso della frase sarebbe erroneo (bhramati). Anche in questo caso una simile idea appare in contraddizione con le affermazioni della śruti e con l’esperienza quotidiana, che dimostrano che l’“io” è contingente (prasaṅgin) e transitorio (anitya). L’illusione cosmica (moha, māyā) agisce sull’“io” individuale per mezzo di tre fattori: il primo è il dubbio (śaṃkā, sandeha), il secondo è la falsa conoscenza o interpretazione erronea (bhrama, mithyā), il terzo l’ignoranza (avidyā, ajñāna), che è l’origine dei due precedenti16. Prendere l’“io” per l’Assoluto è una erronea interpretazione di una corretta affermazione scritturale, per cui va annoverato come mithyā.

        107. Ora, l’intelletto e le sue modificazioni, riflettendo in loro il Sé, esistono grazie a Quello. Poiché non sono coscienti, si dice in forma immaginifica che la Liberazione, quale “effetto” della conoscenza liberatrice è dovuta alla pura Coscienza.

        108. In realtà, le due supposte cause dell’“effetto-Liberazione”, cioè l’intelletto e le sue modificazioni, non sono coscienti e perciò non sono della medesima natura dell’“effetto”. Si dovrà dunque attribuire quest’ultimo all’Immutabile non agente, come la vittoria, ottenuta dai semplici combattenti, è giustamente attribuita al Re.

        L’intelletto e le sue modificazioni appaiono nell’Essere e sembrano coscienti grazie all’esistenza e alla Coscienza di Quello, del Sé. L’intelletto e le sue modificazioni non sono coscienti per natura; perciò si usa dire solo in senso metaforico che è questa coscienza, che la buddhi e le sue vṛtti hanno preso in prestito, a dover essere considerata causa della Liberazione. Ma la causa e l’effetto devono essere della medesima natura. L’intelletto e le sue modificazioni non sono della natura della Liberazione. Invece, la Liberazione, o meglio, la Libertà, è la stessa natura dell’Assoluto. Perciò sarà corretto affermare non che è la buddhi e le sue vṛtti a essere la causa, e la Liberazione l’effetto della loro azione, bensì l’Ātman non agente e immutabile. Allo stesso modo la vittoria sul campo di battaglia non deve essere mai attribuita al singolo soldato combattente, ma al Re, anche se egli fosse stato assente dalla lotta.

        109. L’aspirante alla conoscenza afferma: “Quel riflesso per mezzo del quale lo specchio assume la forma della faccia, è esso stesso la faccia”. Con ciò egli vuol dire che quel riflesso, per mezzo del quale lo specchio, la buddhi, e le modificazioni mentali, danno origine al senso dell’ego (asmitā), è veramente il Sé.

        110. Solamente questo è il modo in cui deve essere intesa la frase “io sono Brahman”, e nessun altro. Senza questa “mediazione” il mahāvākya “tu sei Quello” sarebbe inutile.

        Il jijñāsu, come s’è già detto, deve forzatamente partire nella sua cerca da una premessa erronea; ossia dalla credenza che l’aham è realmente il Sé. In seguito all’esercizio della discriminazione egli comprenderà che l’ego è inesistente (abhava) e che il vero “Io” è il Testimone. Perciò all’inizio il mahāvākya “ahaṃ brahmāsmi”, “io sono il Brahman” è interpretato in modo che quell’“io” sia considerato l’ego individuale. Questo equivoco (mithyā) è usato come uno strumento di mediazione al fine di raggiungere la vera conoscenza. Senza questa mediazione l’uomo ordinario considererebbe soltanto l’ego e non avrebbe alcuna possibilità di contatto con il suo vero Sé. Perciò rivolgerebbe la sua attenzione esclusivamente agli oggetti del mondo esterno in stato di veglia e agli oggetti interni nello stato di sogno, mentre escluderebbe ogni realtà al sonno profondo. Per essere più chiari, l’ignorante si trova nella medesima situazione di Indra quando ancora non aveva ottenuto da Prajāpati l’insegnamento del Vedānta:

        “Quando [si è in stato di veglia] il corpo è ingioiellato, allora anche l’ātman è ingioiellato; quando il corpo è ben vestito, allora anche l’ātman è ben vestito; quando il corpo è cieco, allora anche l’ātman è cieco; quando il corpo è deforme, allora anche l’ātman è deforme; quando il corpo è mutilo, allora anche l’ātman è mutilo.17 […] Quando [, invece, si è in sogno] se il corpo è cieco l’ātman non lo è; se il corpo è deforme l’ātman non lo è; se il corpo è ferito l’ātman non lo è; se il corpo è malato l’ātman non lo è. Tuttavia [sempre in sogno] sembra essere ucciso, sembra soffrire, sembra provare infelicità, sembra piangere.18 […] Quando [, infine, si è in sonno profondo] l’ātman, come “io” individuale della vita presente, non conosce se stesso, non conosce altri esseri. Quello [per lui] è davvero il nulla.”19

        Perciò ritenere erroneamente che il riflesso sia il vero Sé costituisce un pensiero mediatore tra l’apparente coscienza individuale e il Testimone. Si tratta della necessaria fase di adhyāropa, senza la quale i mahāvākya sarebbero inutili. L’insegnamento ha un senso solamente se è indirizzato a un cercatore che lo ascolta. Certamente, se il cercatore che ascolta non fosse il Testimone, chi altri potrebbe esserlo?
        L’insegnamento di śrāvaṇa, perciò, non è indirizzato all’“io” individuale, perché il Brahman non può essere l’oggetto della sua cerca, perché allora quest’ultima sarebbe un’azione conoscitiva. Perciò il cercatore a cui è indirizzato l’insegnamento non può essere che il Sākṣin, perché la conoscenza che il Testimone ha del Brahman è la conoscenza di se stesso. Il Brahman, dunque, non può essere l’oggetto di una cerca da parte del Testimone, in quanto Sākṣin e Brahman sono un tutt’uno non duale.

        112. Se sostieni che l’intelletto potrebbe essere questo cercatore che ascolta l’insegnamento, per il fatto che è contiguo al Testimone, dici una cosa sbagliata, perché il Testimone in quanto tale non può aiutare l’intelletto ad ascoltare più di quello che potrebbe fare un pezzo di legno.

        113. Inoltre, se il Sakṣin potesse in qualche modo essere d’aiuto all’intelletto per conoscere, ciò implicherebbe l’inaccettabile conseguenza ch’egli compirebbe un’azione, sottoponendosi così a una modificazione. Ma se si ammette la dottrina del riflesso non si porrà alcuna difficoltà del genere. Oltre a tutto la dottrina del riflesso è sostenuta dalla śruti e da altre fonti tradizionali.

        Di nuovo Śaṃkara, rivolgendosi a un oppositore sāṃkhya, nega che il beneficiario dello śrāvaṇa possa essere la buddhi grazie alla presunta “contiguità” con il Testimone, poiché quest’ultimo, essendo non agente, non potrebbe essere d’aiuto all’intelletto più di un pezzo di legno, ossia di qualsiasi cosa impossibilitata ad agire. Se si considera che il Sākṣin possa essere coinvolto in un’azione, ciò comporterebbe necessariamente ch’egli sarebbe mutevole. Invece, la dottrina del riflesso permette di mantenere il Testimone come non agente, in quanto egli è per sua natura esente da qualsiasi cambiamento. L’abhasavāda spiega come il riflesso fornisca alla buddhi e alle sue modificazioni una parvenza di consapevolezza, in accordo con il rigore logico richiesto e con le affermazioni della śruti e della smṛti. Portiamo come esempio la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad quando afferma:

        “Quella Sua forma riflessa esiste al fine di farlo conoscere. Perciò il Signore è recepito come molteplice a causa della Māyā”20.

        E anche la Bhagavad Gītā:

        “Un raggio proveniente da me stesso, riflettendosi come jīva perenne nel mondo dei molteplici jīva, raccoglie intorno a sé i sensi, il sesto dei quali è la mente, che provengono da Prakṛti.”21

        Nel suo commento Śaṃkara aggiunge:

        “Il jīva è solamente un’apparenza del sole reale, come il riflesso del sole nell’acqua; tolta l’acqua, il riflesso del sole torna alla sua origine, al sole e rimane identico a quello.”22

        1. “Dio è il Sapiente, il Giusto, il Volente”. Il concetto teologico, perciò, descrive la Divinità per mezzo delle facoltà di indagine, giudizio e volontà, caratteristiche della buddhi.[↩]
        2. “Dio è compassionevole, Dio vede tutto, Dio è grande, l’Altissimo”. È l’attitudine devozionale che attribuisce alla Divinità funzioni emotive, percettive e persino aspetti dimensionali.[↩]
        3. Idam comprende, oltre al mama, anche tutti le cose esterne che, anche se non appartengono fattualmente all’aham, sono comunque oggetto di desiderio.[↩]
        4. Ricordiamo che la buddhi diventa ahaṃkāra solamente allorquando è illuminata dal riflesso del Sé; cioè quando appare come se fosse dotata di una coscienza individuale.[↩]
        5. Hiraṇyagarba, l’embrione d’oro dell’Uovo del Mondo (Brahmāṇḍa), è simboleggiato dal sole che tutto illumina.[↩]
        6. ChU VIII. 1. 1.[↩]
        7. In realtà si rimane sempre nello stato di suṣupti, poiché gli stati di veglia (jāgrat avasthā) e di sogno (svapna avasthā) sono eternamente contenuti nel sonno profondo come effetti (kārya) nella causa (kāraṇa). L’entrare e l’uscire da uno stato all’altro costituisce propriamente l’illusione del saṃsāra.[↩]
        8. BU IV. 3. 30.[↩]
        9. BU IV. 3. 9-13.[↩]
        10. BU IV. 3. 30.[↩]
        11. BU IV. 3. 9; IV. 3. 13. Quando questa esperienza onirica si applica all’“io” generale, a Hiraṇyagarbha, che è propriamente il Dio dei profani, questo suo sogno piacevole costituisce i cieli e il suo incubo, gli inferni, a cui partecipano salvati e dannati allorché vi sono incorporati alla sua forma di jīva ghana.[↩]
        12. Śaṃkara, US XVIII. 99.[↩]
        13. BUŚBh II. 5. 1.[↩]
        14. Oltre al mahāvākya “tu sei quello” la śruti ne enumera almeno altri tre: ahaṃ brahmāsmi, “Io sono Brahman” (BU I. 4. 10); ayam ātmā brahma, “questo Ātman è Brahman” (MU I. 2); e prājñānam brahma, “Brahman è Coscienza-conoscenza” (AiU III. 3).[↩]
        15. Svāmī Satcidānandendra, Dottrina e Metodo, cit. p. 37.[↩]
        16. Da ciò si trae che la māyā è nel macrocosmo ciò che nel microcosmo è avidyā.[↩]
        17. ChU VIII. 9. 1.[↩]
        18. ChU VIII. 10. 1-2.[↩]
        19. ChU VIII. 11. 1-2.[↩]
        20. BU II. 5. 19. Lo stesso concetto è sostenuto anche in Brahmabindu Upaniṣad, XI.[↩]
        21. BhG XV. 7. Oltre a questa smṛti, v. Kālidāsa, Raghuvaṃśa, X. 65.[↩]
        22. BhGŚBh, XV. 7.[↩]

        Il pianeta Saturno nella tradizione hindū

          Il pianeta Saturno nella tradizione hindū

          Saturno è il più venerato dei nove pianeti (navagraha)1 e il suo culto è presente in tutto il subcontinente indiano.2 Gli hindū sono consapevoli della potente influenza che Saturno esercita sulla vita umana e adottano diversi metodi per accrescerne o contrastarne gli effetti benevoli o nefasti.
          Alcune considerazioni generali sul concetto di pianeta (graha) favoriranno la comprensione degli argomenti trattati. In primo luogo il termine sanscrito graha significa afferrare, stringere, trattenere.3
          I graha sono corpi celesti che esercitano la loro potenza sugli esseri che vivono sulla terra e regolano la legge del karma. In secondo luogo, i graha non sono corpi inanimati, bensì esseri senzienti; essi sono considerati divinità dotate di caratteristiche specifiche e, in qualche misura, di volontà di azione. La scienza che se occupa è il jyotiṣa; esso è un vedāṅga, una disciplina sussidiaria al Veda, che tratta principalmente di astronomia, astrologia, ma anche di argomenti quali l’architettura, la medicina, ecc. Uno dei temi principali di questa scienza è il computo del tempo al fine di stabilire il momento opportuno per l’esecuzione dei riti vedici o tantrici. Il jyotiṣa è composto da tre sezioni principali. La prima, il siddhānta, si occupa di principi cosmologici quali l’origine e la dissoluzione del cosmo, la compilazione delle effemeridi planetarie (calcolo della posizione dei pianeti, identificazione del momento delle eclissi, ecc.). La seconda sezione, hora, riguarda le influenze dei corpi celesti sui singoli individui; essa è l’astronomia genetliaca. La terza parte, saṃhitā, concerne argomenti vari quali l’astro-metereologia, l’architettura, la farmacopea.
          Secondo il jyotiṣa, i graha sono esseri coscienti. In Br̥hatpārāśa-horāśāstra (II.7), il saggio Pārāśara spiega al suo discepolo Maitreya che i pianeti sono dotati di vita: Viṣṇu, la Divinità suprema, si manifesta sotto forma di nove pianeti affinché gli esseri viventi possano fruire degli effetti del karma, le azioni compiute nel corso di innumerevoli vite. Viṣṇu assume la forma propizia dei graha per sconfiggere demoni, proteggere gli uomini e rafforzare il dharma. In alcuni purāṇa, vi è una identificazione tra i navagraha e nove delle dieci manifestazioni (avatāra) di Viṣṇu: Rāma è la manifestazione del Sole, Kr̥ṣṇa della Luna, Narasiṃha di Marte, Buddha di Mercurio, Vāmana di Giove, Paraśurāma di Venere, Kūrma di Saturno, Varāha di Rāhu, Mīna di Ketu. Alla conclusione della missione, ogni avatāra rientrerà nel graha a lui corrispondente.
          Secondo Br̥hatpārāśa-horāśāstra (II.13), tutti gli esseri viventi provengono dai pianeti: i jīvātman nascono in questo modo come uomini, animali, vegetali e minerali, vivono secondo il proprio destino e poi tornano a immergersi nei graha.
          Il signore dei nove pianeti è il Sole, Sūrya. Esso rappresenta, a livello cosmologico, la Luce trascendente, simbolo del Principio Supremo. I restanti pianeti sono funzioni particolari di Sūrya stesso. Per questa ragione, dal punto di vista mitologico, essi sono i cavalli che trainano il carro del Sole.4
          Un altro concetto fondamentale è quello di Kāla Puruṣa, il Tempo personificato: secondo Br̥hatpārāśa-horāśāstra (IV.3-4), i dodici segni zodiacali, a partire dall’Ariete, ne sono rispettivamente la testa, il viso, le braccia, il petto, il ventre, i fianchi, la sezione sotto l’ombelico, gli organi genitali, le cosce, le ginocchia, le gambe e i piedi. Secondo Jātaka Pārijātaka (II.1), il Sole è il Sé (ātman) del Kāla Puruṣa, la Luna ne è la coscienza individuale (citta), Marte il vigore (satva), Mercurio la parola (vaca), Giove la conoscenza (vijñāna), Venere il desiderio (kāma), Saturno il dolore (duḥkha).
          Secondo il jyotiṣa, i pianeti sono caratterizzati da diverse qualità; le più importanti sono l’appartenenza a una determinata casta, a un genere maschile o femminile,5 la corrispondenza con un metallo, una pietra preziosa, un colore, uno dei tre umori, un’età della vita umana, una divinità, una qualità (guṇa), una direzione dello spazio, una regione geografica e via di questo passo. Per quanto riguarda Saturno, egli è un fuori casta; il suo genere non è definito in quanto è vecchio e decrepito quindi sessualmente inattivo. Il suo metallo è il ferro, la sua pietra lo zaffiro blu. Brahmā è la divinità corrispondente. Saturno appartiene al lignaggio del r̥ṣi Kāśyapa; è figlio di Sūrya e della sua seconda moglie Chāyā; per questo tra i suoi epiteti troviamo Sauri e Chāyāmaya. La sua carnagione è scura (nera o blu) e uno dei suoi nomi è Asita, il Fosco. Indossa vesti di colore blu e per questo è chiamato Nīlāmbara. Dal punto di vista fisiognomico, è legato all’umore vento (vāta). Gli corrisponde la fase finale, quella decrepita, della vita umana. Egli è storto (uno dei suoi nomi è Vakra) e anche zoppo (Paṅgu). Le sue qualità negative sono l’inerzia, l’ignoranza, l’ottenebramento (tāmas). È associato ai campi di cremazione, ai luoghi aridi e sporchi, alle prigioni e alla regione del Saurāṣṭra (la penisola di Kathiawar situata nella parte occidentale del Subcontinente); Saturno è infatti il reggente della direzione occidentale. È il significatore dei servi e degli individui vecchi e malevoli. È crudele (Kroḍa). Egli è uno dei graha malefici insieme a Rāhu e Ketu.
          Le raffigurazioni iconografiche di Saturno, Śani in sanscrito, lo rappresentano a cavallo di un avvoltoio (gṛdhra) – animale possente, crudele e dalla fosca natura – oppure mentre conduce un carro trainato da otto avvoltoi blu. Śani può impugnare varie armi, ma gli attributi più importanti della sua figura sono l’arco e la freccia. Talora l’idolo di Śani è di ferro e può essere installato su di un basamento a forma di freccia rivolta verso ovest. In alcuni templi Śani è rappresentato a dorso di bufalo mentre tiene nelle mani una mazza di ferro e uno yoga daṇḍa (un bastone che serve di sostegno in alcune pratiche yogiche). Spesso è rappresentato mentre cavalca un corvo.
          Come già rilevato, Saturno e gli altri pianeti sono delle divinità e in quanto tali sono invocate negli inni vedici a esse specificatamente dedicati. Gli strotra riferiscono di nove pianeti e delle loro divinità tutelari. Nel caso di Saturno esse sono Prajāpati (adhidevatā) e Yama (pratyadhidevatā).
          La figura di Saturno è complessa e svolge varie funzioni. Dal punto di vista del  jyotiṣa egli è l’argomento più importante dell’astrologia giudiziaria (phala jyotiṣa). Il punto centrale dell’argomentazione, tanto in Occidente quanto in Oriente, è se, data la sua natura crudele, la sua influenza (dr̥ṣṭi) abbia degli effetti anche positivi, oltre che negativi, sulla esistenza umana. Nel corso del tempo, in Europa, il dibattito è stato molto acceso; il giudizio finale sugli effetti di Saturno è cambiato secondo i periodi storici e gli ambienti culturali di riferimento oscillando tra l’accusa di essere responsabile di tutte le umane miserie e l’elogio di favorire la crescita spirituale dell’individuo.
          Per apprezzare la figura di Saturno è utile comprendere il concetto che esporremo di seguito. Secondo la visione cosmologica tradizionale, il nostro mondo, i pianeti, gli asterismi lunari, i segni zodiacali, l’Orsa Maggiore (Sapta R̥ṣi Maṇḍala), la Stella Polare (Dhruva Maṇḍala) sono contenuti nel Kāla Cakra, la Ruota del Tempo. Kāla Cakra è un altro nome del mondo il quale è così descritto: al centro della terra attuale, dove vive l’umanità presente, vi è il mitico monte Meru la cui sommità raggiunge la Stella Polare (Dhruva Maṇḍala). Questo ultimo termine si riferisce al Polo Nord celeste la cui forma simbolica è un piccolo cerchio. La Ruota del Tempo è imperniata su Śiśumāra, un personaggio mitico che simboleggia la funzione celeste del dio Viṣṇu. Śiśumāra ha la forma di un coccodrillo o, secondo alcuni dipinti astrologici, di uno scorpione. Alla fine della sua coda si trova Dhruva, la Stella Polare, la quale ruota in accordo con il movimento della coda stessa e contemporaneamente fa ruotare tutte le altre stelle e i pianeti (anche se a velocità differenti). Il cerchio/cielo interno al Dhruva Maṇḍala è l’orbita dell’Orsa Maggiore; il cielo successivo, ancora più interno, è quello dei segni zodiacali. Segue il cielo delle mansioni lunari e infine il graha cakra, i cieli in cui si muovono circolarmente i nove pianeti. A causa del loro lento cammino, le sfere celesti sembrano muoversi uniformemente. In realtà l’Orsa Maggiore, i segni zodiacali e le mansioni lunari ruotano a velocità differenti. Questi cieli riflettono lenti movimenti della volta celeste quali la precessione degli equinozi, la nutazione dell’asse terrestre e la conseguente obliquità dell’eclittica, in questo caso definita cintura zodiacale. Seguendo la logica appena esposta, la Stella Polare, la costellazione dell’Orsa Maggiore e gli asterismi lunari, pur appartenendo alla sfera delle stelle fisse, sono considerati essere in lentissimo movimento.
          Il graha cakra è incluso all’interno del Kāla Cakra, ma le due sfere differiscono in quanto al senso di rotazione. Infatti, il Kāla Cakra si muove intorno al monte Meru mantenendolo alla sua destra, mentre il graha cakra, anche se partecipa del movimento generale del Kāla Cakra, si muove in senso inverso lasciando il monte Meru alla propria sinistra. Per spiegare questo concetto, citiamo un esempio che è stato utilizzato dallo Śaṅkarācārya di Kanchi Kāmakoṭi Pīṭham, Śrī Candraśekhara Sarasvatī: supponiamo che il Kāla Cakra sia un treno che si muove verso ovest; all’interno di questo veicolo vi sono i graha che si muovono dal primo vagone verso l’ultimo in direzione est e quindi in una direzione opposta a quel treno. Dobbiamo immaginare che il cielo delle stelle fisse si muova più velocemente rispetto alla rivoluzione dei pianeti all’interno della loro orbita. Alberuni, citando l’astronomo Brahmagupta, afferma che il vento (prāṇa in sanscrito, pneuma in greco) fa muovere le stelle fisse e i pianeti verso ovest, ma i pianeti si muovono anche lentamente verso est, nello stesso modo in cui sul tornio del vasaio i corpuscoli si muovono nella direzione opposta a quella della ruota.
          Il concetto sopra esposto è di fondamentale importanza per la comprensione dell’antico sistema cosmologico geocentrico. Questa interpretazione delle meccaniche celesti è presente nella Divina Commedia (XXII.106-111 ) di Dante e nel Timeo di Platone (36. d).
          La rivoluzione di Saturno, che attraversa i dodici segni zodiacali, è la più lenta tra le rivoluzioni planetarie. Saturno impiega, infatti, quasi trenta anni per attraversare i dodici segni dello zodiaco. Gli epiteti di Śanaiścara e di Manda sottolineano questa evidenza astronomica.
          Dal punto di vista dell’astronomia classica, l’orbita di Saturno è la più esterna delle orbite planetarie. Come abbiamo fatto osservare più in alto, all’interno del graha cakra i pianeti si muovono verso est, ma partecipano comunque al movimento verso ovest delle altre sfere. Questo fatto ci spinge a considerare che le sfere oltre Saturno si muovono uniformemente al Primo Mobile del sistema tolemaico; il Primo Mobile può essere paragonato al movimento impresso da Śiśumāra.
          Il movimento dei pianeti nel graha cakra provoca il mutamento degli elementi (tattva) e delle qualità (guṇa) nel mondo sublunare, ossia nel nostro mondo soggetto a una continua variazione.6 I pianeti sono la sede di quegli stessi elementi e qualità intesi però nella loro forma pura e incorruttibile. Saturno rappresenta dunque un confine: egli è signore della soglia tra una realtà mutevole e una realtà che invece è permanente (per lo meno rispetto al mondo del cambiamento).
          L’influenza del pianeta Saturno, Śani in sanscrito, si esercita sulla vita di ogni individuo e la  portata dei suoi effetti è valutata attraverso il jyotiṣa. La rivoluzione di Śani attraverso i dodici segni dello zodiaco avviene in ventinove anni e mezzo. Gli astrologi indiani, jyotiṣī, conoscono molto bene le afflizioni che questo pianeta crudele infligge quando entra nel dodicesimo segno a partire dal segno zodiacale in cui si trovava la luna alla nascita dell’individuo. Questo arco di tempo, molto temuto, è chiamato sāṛhe sātī, i sette anni e mezzo di Śani (nell’astrologia occidentale vi è il concetto analogo di anni climaterici, con cadenza settennale e sempre in relazione alla posizione di Saturno). Si tratta del tempo impiegato da Saturno per attraversare tre segni zodiacali: il dodicesimo segno dalla luna natale, il segno della luna natale stessa e il segno a quest’ultimo successivo. Ad esempio se la luna natale di un individuo è nel segno dell’Ariete, il periodo dei sette anni e mezzo inizia quando Śani entra nel segno dei Pesci e si conclude quando esce dal segno del Toro. Se la vita di un essere umano è lunga, un essere umano deve affrontare tre rivoluzioni di Saturno. Il secondo giro di Saturno è considerato uno spartiacque: alcuni uomini sprofondano in un mare di guai, altri ottengono fama, quiete mentale, saggezza. Il terzo giro di Saturno generalmente provoca la morte. Il jyotiṣa śāstra afferma che se la posizione di Śani nella carta natale è positiva (uccha sthāna) allora i suoi effetti sono eccellenti; se la posizione è negativa (nīcha sthāna) i risultati sono miseria e sofferenza. Śani è chiamato anche Nīdhiman, il giudice, perché somministra la pena per le colpe commesse.7 In generale Śani dispensa agli esseri umani gli effetti positivi e negativi delle azioni compiute nelle vite precedenti.
          Gli effetti sfavorevoli di Śani sono definiti come il suo sguardo (dr̥ṣṭi) crudele e implacabile.8 Il mito purāṇico racconta che il graha, intento a una severa ascesi, si sottraeva ai doveri coniugali; non posava nemmeno gli occhi sulla sua consorte. Colta dall’ira la moglie allora lo maledì e lo condannò a distruggere tutto ciò su cui il suo sguardo si fosse posato. Vi sono vari altri racconti legati alla dr̥ṣṭi di Śani. Uno dei più famosi riguarda il dio Gaṇeśa e il suo ottenimento di una testa di elefante: la dea Pārvatī aveva mostrato suo figlio a Śani e lo sguardo di quest’ultimo ne aveva mandato in frantumi la testa. Il capo di Gaṇeśa fu sostituito da quello di un elefante.
          Śani è il più potente tra i pianeti malefici (pāpagraha). Tuttavia quando è in posizione favorevole nel piano natale di una persona allora dispensa pazienza, perseveranza, volontà; nessun altro graha è in grado di conferire a un essere umano qualità elevate quanto quelle concesse da Śani. Quell’individuo può diventare un capo abile, severo e al tempo stesso compassionevole. Bisogna tener presente che Śani quando infligge sofferenza a una persona in realtà lo purifica dalle azioni negative commesse, rimuove la sua ignoranza e lo induce a riflettere sui veri principi che governano il mondo manifestato. Il risultato finale è il miglioramento dell’individuo.
          Quando la stretta malefica di Śani diventa ineludibile, i jyotiṣī consigliano vari rimedi (upāya). Si tratta in genere di rituali (legati alla recitazione di specifici mantra),9 da compiersi nei templi, nella propria casa o presso certi alberi.10 Oppure si tratta della recitazione di determinati testi. Tutti i rimedi legati a Śani sono volti a sviluppare nella persona afflitta il coraggio necessario per affrontare gli ostacoli che si sono presentati nella sua vita.
          L’icona su cui si compie la venerazione è in genere una figura antropomorfica di colore nero e ricoperta di ornamenti di colore scuro (blu o nero). Talvolta è un piccolo idolo in ferro (lauhā); molto spesso è una scultura di pietra scura che in alcuni casi rappresenta Śani mentre cavalca un bufalo nero.11 L’icona è in genere collocata in una nicchia secondaria del tempio, insieme a quelle degli altri pianeti, più raramente da sola.
          La rappresentazione antropomorfica non è la sola forma di raffigurazione di Śani, come rivela il famoso sito di Shingnapur in Maharashtra; Śani vi è adorato sotto forma di una grande roccia scura istallata su una piattaforma all’aria aperta. La roccia, dalla forma molto particolare, è svayambhū ovvero auto-manifestatasi, senza l’intervento umano.12
          I riti di propiziazione di Śani prevedono l’utilizzo di articoli di ferro e di colore scuro. Il voto a  Śani (Śani vrata) è efficace quando inizia di sabato, specialmente durante il cammino del Sole verso il tropico del Capricorno (dakṣiṇāyana) e principalmente durante il mese di Śrāvaṇa.13 Il rito deve iniziare al tramonto perché il pianeta è il signore della direzione occidentale. Il devoto deve seguire una dieta parca e astenersi dal consumare carne, pesce, alcolici. Deve compiere delle abluzioni, indossare delle vesti nere, fare offerte agli antenati. La venerazione (pūjā) prosegue secondo modalità più o meno complesse in cui vi sono tuttavia degli elementi ricorrenti: l’offerta di una lampada alimentata con olio di mostarda, di vesti nere, di riso scuro, di sesamo nero, di fiori di colore scuro o di foglie di bilva (una varietà di Ægle marmelos). In alcuni siti sacri, a Śani è offerto un anello di ferro posto all’interno di una lampada alimentata con olio di mostarda; l’anello è poi indossato, per la prima volta, di sabato, durante la luna nuova. Sono particolarmente apprezzati gli anelli realizzati con il metallo proveniente dai ferri dei cavalli. In Shingnapur si offrono anche interi ferri di cavallo specialmente quelli appartenuti a cavalli neri. Le offerte possono variare notevolmente secondo la casta di appartenenza e le tradizioni familiari. Alla fine dei rituali, il purohita che li ha officiati può ricevere come ricompensa oggetti di ferro, sesamo nero, abiti neri, calzature, olio di colore scuro, oppure un tipo di legume chiamato uṛada, orzo, carbone o, tra le cose più preziose, il muschio del cervo muschiato (kastūrī) o addirittura una vacca nera.
          Un’altra forma di propiziazione di Śani è indossare un anello in cui sia incastonato uno zaffiro blu (indra-nīla). Tradizionalmente le gemme sono impiegate come amuleti.14 La pietra in questo caso è consacrata tramite determinati rituali. L’associazione dello zaffiro con Śani è riconosciuta ovunque in India; tuttavia i jyotiṣī sono restii nel consigliarne l’uso e lo raccomandano solo quando sono sicuri delle caratteristiche di Śani nella carta natale (janma kuṇḍalī) del consultante. Secondo l’opinione generale, lo zaffiro blu è una gemma molto potente e indossarla produce effetti molto forti, positivi o negativi secondo la posizione di Śani nella carta natale.
          Non solo Śani, ma anche tutti gli altri pianeti sono associati a una pietra preziosa che ricorda il colore e la forma del pianeta visibile a occhio nudo nel cielo. Secondo le scienze tradizionali, le gemme più preziose sono nove, le navaratna. Al Sole corrisponde il rubino, alla Luna la perla, a Marte il corallo, a Mercurio lo smeraldo, a Giove il topazio, a Venere il diamante, a Saturno lo zaffiro blu, a Rāhu la granata, a Ketu l’occhio di gatto. Le pietre preziose hanno origine dai titani e dai ṛṣi. Br̥hat Saṁhitā (LXXX.3) afferma: “Le gemme, si dice, nacquero dalle ossa del daitya Balā; altri sostengono che nacquero dal [ṛṣi] Dadhīcī; altri dichiarano che la meravigliosa varietà di pietre è causata dalle qualità caratteristiche della terra.” Dadhīcī offrì le sue ossa e gli dei ne ricavarono l’arma vajrāyudha con cui il re degli dei Indra sacrificò il potente Vr̥tra che tratteneva in sé le acque della manifestazione primordiale.
          In accordo con le prescrizioni rituali, Śani può essere pacificato anche attraverso la venerazione di alcuni dei, specialmente Hanumāna15 e Bhairava. Alcuni racconti orali sul Rāmāyaṇa narrano che Rāvaṇa, il tenebroso re di Lankā, catturò e imprigionò tutti e nove i pianeti nel segno zodiacale della sua undicesima casa. Ogni pianeta in transito in quella casa produce un effetto favorevole. Mentre era diretto a Lankā, Hanumāna liberò Śani e questi gliene fu profondamente grato. Stazionando nell’undicesima casa, Śani aveva conferito a Rāvaṇa grande onore e successo; dopo essere stato liberato da Hanumāna, si spostò nella dodicesima casa dell’oroscopo di Rāvaṇa ottenebrandone così la mente e causandone la disfatta (cominciò il periodo di sāṛhe sātī).
          Śani e Bhairava condividono le caratteristiche di essere terrifici e di essere legati al concetto del  tempo che inesorabilmente conduce tutte le cose al loro pieno compimento e quindi esaurimento. Bhairava si manifesta sotto varie forme una delle quali è Kāla Bhairava, il guardiano supremo di Benares. In questa città sacra, abbiamo personalmente verificato un caso di completa identificazione tra Śani e Bhairava: di fronte all’ingresso del Kāśī Viśvanātha, vi è un piccolo tempio con un’icona venerata come Śani; tuttavia sotto le vesti che lo coprono e lo identificano come Śani vi è una scultura di Kāla Bhairava.[Per un esempio di pūjā a Śani in cui si recitano inni vedici, è visibile lo yantra di Śani e vi è una mūrti di Hanumāna si veda  https://www.youtube.com/watch?v=Fczd3q8zoQA  ]]
          Altri metodi di propiziazione consistono nella recitazione di vari inni o testi sacri tra cui i 108 nomi di Śani (Śani aṣṭottaraśatanāmāvali) o i suoi 1008 nomi (Śrī Śanaiscara sahasranāma stotram) e di inni devozionali quali Śanaiścarastotram (appartenente al Brāhmaṇḍa Purāṇa), Śanaiścarastavarāja (appartenente allo Śrībhaviṣya Purāṇa) o lo Śani cālīsa. Alcune persone ripetono anche l’Hanumāna cālīsa legato a Hanumāna e il Devī Māhātmya legato alla dea Durgā. Uno dei testi più popolari ed amati come rimedio alle afflizioni di Śani è lo Śani Māhātmya. Ve ne sono molte versioni, ma la trama del racconto è sempre la stessa. Il protagonista della storia è Vikramāditya, il re di Ujjain famoso per la sua saggezza e munificenza. Anch’egli una volta cadde sotto l’influenza di Śani e dovette affrontare molte difficoltà per non avere riconosciuto la superiorità di Saturno sugli altri pianeti. Perse il suo regno; dovette mendicare in terra straniera; fu ridotto al rango di servo a causa di false accuse; fu punito con l’amputazione di mani e piedi. Un fabbricatore di olio (telī) ebbe pietà di lui e lo prese a lavorare con sé nel proprio frantoio. La figura del telī è significativa perché il compito del re fu quello di girare la macina del frantoio per molti anni: la macina rappresenta il lento trascorrere del tempo; ricordiamo inoltre che l’offerta di olio, soprattutto di sesamo e mostarda, è fondamentale nella propiziazione di Śani. Vikramāditya riconobbe infine la supremazia di Śani e il dio soddisfatto gli rese lo status di monarca e gli arti amputati. L’espiazione del karman determinò in Vikramāditya l’insorgere di quell’attitudine compassionevole e di quella sapienza che l’avrebbero reso celebre in tutta l’India.
          Un altro testo consigliato dai jyotiṣī, e che svolge la stessa funzione dello Śani Māhātmya, è il Sundarakāṇḍa (una sezione del Rāmacaritmānasa). Il grande santo e poeta Tulsīdāsa vi racconta di Hanumāna che recapita un messaggio del suo Signore, il dio Rāma, alla beneamata moglie Sītā che era stata rapita da Rāvaṇa ed era tenuta prigioniera a Lankā. Le parole di Rāma, colme di affetto,  riferite dal fedele e intrepido Hanumāna, recarono conforto a Sītā, rinsaldarono nel suo cuore la profonda devozione al suo Signore e le instillarono un grande coraggio. Il turbamento di Sītā si acquietò ed ella iniziò a coltivare la determinazione di affrontare con animo più saldo quel periodo di sofferenza in attesa di essere liberata per mano del suo stesso Signore.
          Il Br̥hatpārāśara-horāśāstra (II.5) identifica il dio Rāma al Sole. I paṇḍita interpretano così l’episodio del rapimento di Sītā: il jīvātman è separato dalla sua origine, rappresentata dal Sole (ātmakāraka), ed è sottomesso al potere illusivo dell’ignoranza (avidyā) che domina sulla molteplicità. Inoltre qualche paṇḍita collega Rāvaṇa a Śani per la loro funzione fuorviante, ingannevole: essi confondono le persone impedendo loro di distinguere la Realtà dalle cose irreali.
          Tutto quanto abbiamo detto fin qui riguarda le persone ordinarie, ma non si applica nel caso dei praticanti delle discipline spirituali. I sādhaka non sono spaventati da una posizione sfavorevole di Śani nel proprio janma kuṇḍalī e nemmeno dal sāṛhe sātī; al contrario essi li accolgono con favore perché determinano l’esaurimento in questa vita di effetti karmici negativi e conducono a un perfezionamento individuale che è foriero di perfezionamento spirituale.16
          Vi è inoltre una stretta connessione tra Śani e l’ascetismo. Secondo Br̥hatpārāśara-horāśāstra (LXXXI.1-3) vi sono particolari combinazioni planetarie (yoga) che sono indicatrici di rinuncia (pravrajya): un individuo abbandonerà la casa di origine, la famiglia e seguirà una disciplina spirituale. Se nelle combinazioni planetarie Śani è il graha più potente, la persona diventerà un nāgā sadhū. I nāgā sadhū sono uno dei gruppi di rinuncianti śaiva (daśanāmī) fondati da Ādi Śaṁkarācarya; la loro pratica include rifiutare le vesti, peregrinare da un luogo sacro all’altro e proteggere il dharma dai pericoli esterni. Essi sono considerati asceti guerrieri.
          Abbiamo trovato un riferimento a Śani come causa della liberazione dal saṃsāra nei navagraha mantra recitati nei templi dell’India meridionale. Nell’anupallavi e nel caraṇam di un inno vedico si dice che Śani spaventa gli esseri immersi nell’oceano dell’esistenza mondana e annuncia eventi calamitosi, ma concede solo generose ricompense ai devoti che godono del favore del dio Śiva. Tra le sue qualifiche vi sono quelle di possedere un corpo di una scura lucentezza simile al nero collirio per gli occhi, di essere fratello di Yama,17 di avere per cavalcatura il corvo, di indossare abiti blu, una ghirlanda di fiori blu, ornamenti composti di pietre preziose blu, di esaudire tutti i desideri e, soprattutto, di essere il fulgore capace di infrangere la ruota del tempo (kālacakrabhedacitrabhānuṃ).18
          Proponiamo un’ultima considerazione. Un mito purāṇico narra che Sūrya ebbe tre figli da Chāyā, l’ancella di sua moglie Saṁjñā: Manu, Tapatī e Śani. Saṁjñā aveva infatti creato una copia di se stessa, Chāyā (che significa ombra) perché non sopportava più la lucentezza e il calore di suo marito. Il Sole, inconsapevole della sostituzione, generò da lei i tre figli. Il padre di Saṁjñā, Viśvakarma, ridusse di un ottavo la lucentezza e il calore del Sole affinché sua figlia potesse vivere ancora con lui. Secondo il phala jyotiṣa, Śani Rāhu e Ketu sono in grado di privare il Sole della sua potenza. Come abbiamo già visto, Sūrya è il simbolo del Sé (ātman). La funzione di Śani è quindi paragonabile a quella del velo di māyā che occulta la vera natura del Sé.
          In conclusione possiamo dire che Śani è il pesante fardello della nemesi, ma allo stesso tempo è causa di una palingenesi dell’individuo il quale è spinto ad abbandonare il mondo transitorio ed effimero e a coltivare la ricerca del proprio vero Sé.

          Gaṅgā Bhāratī

          1. Sono nove pianeti presi in considerazione dal jyotiṣa, la scienza delle luci, ovvero l’astronomia e astrologia classiche vediche:  Sūrya (Sole), Candra (Luna), Maṅgala (Marte), Budha (Mercurio), Br̥haspati (Giove), Śukra (Venere), Śani (Saturno), Rāhu (Caput Draconis) e Ketu (Cauda Draconis). Rāhu e Ketu sono i nodi lunari ascendente e discendente. La tradizione indiana classifica questi ultimi due tra i pianeti e li definisce chāyā graha, pianeti fatti di ombra. Rāhu e Ketu sono due punti di intersezione tra l’orbita lunare e l’eclittica (l’orbita del sole); diversamente dagli altri pianeti, essi diventano visibili solamente durante le eclissi di Luna e di Sole, due pianeti dei quali essi rappresentano una sorta di immagine in negativo. Per questa ragione, possiamo asserire che i navagraha sono considerati sette più due.[↩]
          2. La rilevanza della figura di Saturno in India fu riconosciuta anche dalla cultura classica occidentale. Nel Tetrabiblos, il celebre matematico, astronomo e geografo Claudio Tolomeo afferma che il subcontinente indiano è sotto l’influenza del Capricorno, uno dei due segni zodiacali governati da Saturno.[↩]
          3. Il significato etimologico di graha differisce da quello di pianeta, termine che deriva dal greco planetés e significa errante. Facciamo notare che l’appellativo di graha è dato anche a corpi celesti invisibili (upagraha) e a esseri malevoli (balagraha o grahapīṛās) che vanno pacificati per liberare la vittima umana dalla stretta malefica di sofferenze e malattie in cui l’hanno imprigionata.[↩]
          4. Rāhu e Ketu non sono compresi tra questi.[↩]
          5. Dal punto di vista iconografico, tutti i pianeti sono ritenuti maschili.[↩]
          6. Mercurio è l’elemento terra, Venere l’acqua, Marte il fuoco, Giove l’etere, Saturno l’aria. Per quanto riguarda i guṇa: Marte è la tendenza tāmasika, Mercurio quella rajasika, Giove quella sattvika, Venere quella rajasika, Saturno quella tāmasika.[↩]
          7. I jyotiṣī ritengono che gli uomini pii e devoti non soffriranno, neppure durante il sāṛhe sātī, in virtù della fermezza e dei meriti acquisiti con le pratiche religiose e la devozione.[↩]
          8. Si pensi allo sguardo mortifero della Gorgona nel mito di Perseo.[↩]
          9. Vedici, purāṇici o tantrici in accordo con le differenti tradizioni rituali di appartenenza.[↩]
          10. In genere si tratta di un albero di Ficus religiosa (aśvattha). Un semplice rituale di propiziazione è arrotolare per sette volte un filo nero attorno al tronco dell’albero.[↩]
          11. La presenza del bufalo e, talora, del cane è caratteristica di Śani; si tratta di qualifiche che egli condivide con il dio Yama. Nel caso di Śani, il devoto può pacificare il pianeta irato nutrendo o accudendo un cane nero, specialmente se vecchio e malato. Allo stesso scopo si può dar da mangiare a un corvo o a una vacca nera.[↩]
          12. Alle donne è proibito toccare la roccia. Gli abitanti del villaggio ritengono che la protezione della mūrti di Śani sia così potente da tener lontani le afflizioni, le sciagure, i ladri, le ingiustizie. Un dato caratteristico è che nel villaggio non vi è alcuna serratura alle porte.[↩]
          13. Il vrata si compie per trentatré sabati successivi o perlomeno per sette. Il numero trentatré ricorre anche nello yantra di Śani dove trentatré è la somma dei nove numeri incisi sul diagramma, simbolo geometrico del dio. Lo Śani vrata contrasta anche gli effetti negativi causati da Rāhu e Ketu. Il giorno della luna nuova del mese di Jyeṣṭa (maggio-giugno) del calendario hindū è celebrato come lo Śani jayanthī, l’anniversario della nascita del dio.[↩]
          14. Le pietre preziose utilizzate come amuleti devono avere delle caratteristiche ben determinate quali la trasparenza, la purezza, l’uniformità del colore, ecc. Vari testi classici menzionano le gemme e le loro qualità.[↩]
          15. Il sabato i devoti gremiscono i templi consacrati ad Hanumāna, il divino messaggero che risveglia la fermezza nel cuore degli esseri umani afflitti.[↩]
          16. Questa funzione è esemplificata considerando Śani dal punto di vista dell’alchimia (rasāyana vidyā) dove egli è simboleggiato dal ferro, la materia più volgare e corruttibile, che è trasformato in oro, il metallo più nobile e incorruttibile.[↩]
          17. Yama è dharmarājā. Il fatto che Śani e Yama siano fratelli conferma la funzione svolta da Śani di giudicare, di esaminare le azioni compiute da un individuo.[↩]
          18.  https://www.scribd.com/doc/117317470/navagraha-slokas-Mantras [↩]

          18. Le origini di Roma

            Le origini di Roma

            Quando i Greci conquistarono e distrussero Troia con il fuoco, Enea fuggì portando con sé sia le immagini delle Divinità protettrici della città sia i simulacri degli antenati.
            Dopo aver attraversato il mare tra mille pericoli, il principe troiano sbarcò sulle rive del Lazio, una regione dell’Italia centrale. In altri tempi, si era rifugiato lì anche l’antico Dio Saturno, dopo essere stato spodestato dal figlio Giove all’inizio dell’Età dell’Argento. Saturno, il Re degli Dei dell’Età dell’Oro, rimase ivi nascosto e continuò a esercitare la sua influenza e governare in quella parte d’Italia: infatti, Lazio significa “latente”, “nascosto” e in quei luoghi, grazie alla presenza di Saturno, l’Età dell’Oro continuò per molti altri secoli, malgrado che i popoli vicini, già coinvolti nella decadenza dei cicli dell’Argento, del Bronzo e del Ferro, ignorassero tale portentosa prosecuzione.
            Con il passare del tempo, Saturno divenne il saggio Re dei latini che mantenne per secoli il suo regno nella massima prosperità e pace. Alla sua morte gli succedette una dinastia di sovrani e, al tempo in cui Enea arrivò nel Lazio, il Re dei Latini era Latino.
            L’eroe troiano fu accolto con grande generosità dalla popolazione locale e prese la figlia del Re come sua consorte.

            Tuttavia, l’arrivo di navi cariche di guerrieri troiani, richiamò l’attenzione e suscitò l’ostilità delle altre popolazioni italiane che da questo evento si sentivano minacciate. Perciò Enea dovette affrontare una guerra che alla fine gli consentì di pacificare tutto il Lazio. Troiani e Latini fraternizzarono fondando così una nuova nazione. Il figlio di Enea, Julus1, decise di fondare una nuova città che sarebbe diventata la capitale del novello regno latino-troiano. Fu miracolosamente condotto sul sito dove sarebbe stata fondata la città da una femmina bianca di cinghiale (śvetā Vārāhī), confermando le origini iperboree della sua tradizione. Le immagini degli Dei Troiani e degli antenati furono conservate in un tempio: così la nuova città di Alba Longa (“la Grande Bianca”) divenne ritualmente la seconda Troia.
            Dopo alcune generazioni Amulio2, l’usurpatore del trono di Albalonga, obbligò sua nipote Rea Silvia a diventare una sacerdotessa della Dea Vesta perché voleva che rimanesse vergine: una profezia infatti aveva predetto che sarebbe stato ucciso dai figli di Rea Silvia.
            Ma Rea Silvia fu visitata nel tempio di Vesta da Marte, Dio della guerra, e diede alla luce due gemelli, Romolo e Remo. Il re usurpatore ordinò la morte della nipote e che i gemelli venissero abbandonati nel fiume Tevere; ma i due bambini furono salvati e allattati da una lupa.
            Quando divennero adulti, Romolo e Remo uccisero Amulio e decisero di fondare una nuova città: Roma. A seguito di questo, i fratelli si contesero il trono della nuova città, ma alla fine Romolo uccise Remo e assunse il potere.

            Romolo divise i suoi sudditi in due categorie: quella dei Patrizi e quella dei Plebei.
            I Patrizi erano la casta da cui provenivano i sacerdoti, i guerrieri e tutti gli amministratori dello Stato. I Plebei erano divisi in tre sottocategorie: i cavalieri (equites) che costituivano i fianchi dell’esercito formato dai patrizi; gli uomini liberi (liberi) che erano commercianti, contadini e artigiani; e la classe degli schiavi (servi), che erano al servizio delle altre tre classi superiori.

            Mentre i Patrizi erano tali per nascita, nelle altre tre classi potevano aver luogo alcuni avanzamenti o retrocessioni. Ad esempio, se alcuni schiavi compivano delle azioni nobili, potevano essere liberati dai loro padroni e così venivano a far parte degli uomini liberi. I debitori insolventi, al contrario, potevano decadere alla condizione degli schiavi e finire al servizio di un padrone. La famiglia patrizia (patricia familia) era formata dal padre della famiglia (pater familias) e dalla matrona, sua moglie, dai loro figli, da parenti meno importanti, da artigiani, contadini, impiegati e servitori della famiglia chiamati clienti. Il pater familias, anche se non aveva un ufficio sacerdotale pubblico, era il sacerdote della sua stessa famiglia, eseguiva i sacrifici agli Dei, curava il culto degli antenati ed era il Re della sua famiglia, con il potere di vita e di morte sui suoi membri.
            Tutte le famiglie (sskrt. kula) che discendevano da uno stesso antenato formavano una gens (sskrt. gotra). Quindi un patrizio (patricius) aveva il suo nome personale, il cognome della sua famiglia e il nome della gens.

            Romolo aveva fondato Roma accogliendo persone provenienti da tre diverse popolazioni italiche, i Latini, i Sabini e gli Etruschi. Pertanto, l’intera popolazione romana era divisa in tre comunità (tribù, significa triplice divisione): i Ramni di origine latina, i Titii, di origine sabina, i Luceres, di origine etrusca. Ogni tribù era composta dalle quattro caste descritte sopra. Il rappresentante di una tribù di fronte al Re (Rex) era il Tribunus e la sua sede era chiamata tribunale. Ogni tribù eleggeva un centinaio di patrizi anziani e questi trecento anziani (senatores) elaboravano le leggi e le presentavano al Re per la promulgazione. Il Re era il Sommo Sacerdote, il Capo dello stato e il Capo dell’esercito.

            Il primo Re, Romolo, fu per lo più un uomo d’armi che, fin dalla fondazione della città, aveva dato una connotazione militare alla sua nazione. In seguito sarebbe diventata la caratteristica principale di Roma per tutto il corso della sua storia. I Romani dunque erano un popolo di guerrieri, disciplinati, leali, severi, coraggiosi e con un alto senso della giustizia. Altro dato significativo era che non erano tanto inclini alla speculazione filosofica come i greci.
            Remo e Romolo rappresentano la mitica coppia di gemelli di cui uno è mortale e l’altro immortale, come Nara e Nārāyaṇa in India e i Dioscuri3 in Grecia. Infatti, Romolo, all’apogeo della sua gloria, fu assunto in cielo con il suo corpo e divenne un Dio con il nome di Quirino. Per questo motivo gli abitanti di Roma erano anche conosciuti come Quiriti. Romolo fu il primo dei sette Re della città; il suo successore fu Numa, il legislatore e il fondatore della religione romana4. Numa era discepolo di Pitagora e riformò l’antica religione troiano-latina sulla base della dottrina pitagorica e in quest’opera fu assistito da sua moglie, la Dea Egeria.
            Anzitutto, Numa costruì il tempio al Dio Giano, il Dio delle porte, della conoscenza, dell’iniziazione, della rimozione degli ostacoli (simile, dunque, a Ganeśa). Il mese che “apre” l’anno fu chiamato Januarius (oggi gennaio) in onore di questo Dio.
            Numa consacrò lo Stato romano a tre divinità principali: Giove, Dio sacerdotale, Marte, Dio guerriero e Quirino (Romolo), il Dio atavico degli abitanti di Roma.
            Affidò poi il culto di queste tre divinità a tre ordini di sacerdoti chiamati flamines (che ha la stessa etimologia del sanscrito Brâhmaṇa), a cui delegò il suo potere regale nel dominio del Sacro (Rex sacrorum). Rimase centrale il culto di Vesta, la dea del fuoco sacro, mai spento nel tempio dedicato agli antenati romano-latino-troiani. Fissò anche un calendario luni-solare di dodici mesi, specificando le date favorevoli per i sacrifici animali, le oblazioni vegetali e le feste in onore degli dei.
            Per il culto popolare istituì l’ordine sacerdotale minore dei pontefici, presieduto dal Pontefice Massimo (Pontifex Maximus). Pontifex significa “colmare” [una distanza, n.d.T.] tra uomini e Dei (lo stesso concetto di tīrthaṃkara)5. Per tutta la durata dell’Impero, tutti i sacerdoti romani erano di discendenza patrizia. I patrizi romani (patricii) ricevevano l’iniziazione ai Misteri Orfico-Pitagorici, di cui abbiamo già parlato nei capitoli precedenti. Allo stesso modo le matrone (matronæ), venivano iniziate ai Misteri della Bona Dea (Bona Dea) riservati solo alle donne. Nei quaranta anni del regno di Numa, la bellicosa città di Roma rimase sempre in pace.

            D. K. Aśvamitra

            1. Da Julus discese la gens Julia (nome di un clan, sskrt. gotra) che in seguito fu rappresentata da figure importanti come Giulio Cesare e Augusto, il primo Imperatore romano.[↩]
            2. Era figlio del re di Albalonga, Proca, e fratello minore di Numitore. Amulio ignorò le disposizioni del padre che aveva indicato Numitore suo successore come Re di Alba Longa e ne usurpò il regno. Uccise, quindi, tutti i figli maschi di Numitore durante una battuta di caccia e fece della figlia femmina del fratello, Rea Silvia, una Vestale, cercando di impedirle così di avere una discendenza. Ma la giovane donna era predestinata a diventare la madre di due gemelli, Romolo e Remo, concepiti con il dio Marte. Amulio imprigionò la sacerdotessa ed ordinò che i due gemelli fossero gettati nel fiume Tevere, ma il fato volle che i due gemelli si salvassero e fondassero Roma. Divenuti adulti spodestarono Amulio rimettendo sul trono di Albalonga il legittimo re Numitore. Romolo e Remo, ormai cresciuti, un giorno furono assaliti dai banditi, i quali volevano vendicarsi dei bottini più volte perduti, a causa delle scorribande dei due gemelli. Romolo si difese energicamente, ma Remo fu catturato e condotto di fronte al re Amulio, con l’accusa di furto e di aver compiuto numerose scorribande nelle terre di Numitore. Per tali motivi fu consegnato a quest’ultimo. Nel frattempo, Faustolo aveva raccontato a Romolo delle loro origini e del sangue reale. Romolo radunò allora un gruppo consistente di compagni contro Amulio, potendo anche contare su Remo, che era stato liberato dallo stesso Numitore; Aiutati da un gruppo di pastori, i due ragazzi uccisero Amulio [N. d. T.].[↩]
            3. Dioscuri mitici figli di Zeus (Διὸς κοῦροι), di nome Castore e Polluce, generati insieme con Elena dall’uovo di Leda, congiuntasi con Zeus trasformato in cigno. Compivano le loro gesta sempre uniti: Castore domatore di cavalli, Polluce valente nel pugilato. Ambedue furono considerati divinità benefiche e salvatrici. Erano anche protettori dei naviganti nelle burrasche. Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio. Il mito più popolare fu il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi; Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vissero alternatamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e a Roma. La festa annua in Roma in onore dei Dioscuri si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a. C.), cui, secondo la leggenda, presero parte [N. d. T.].[↩]
            4. È interessante notare che Numa è un anagramma del nome di Manu.[↩]
            5. Tīrthaṅkara è un illuminato che ha vinto il saṃsāra (ciclo di nascita e morte), lasciando dietro di sé un sentiero che gli altri possono seguire [N. d. T.].[↩]

            18. The Origins of Rome

              The Origins of Rome

              When the Greeks conquered and destroyed Troy with fire, Æneas had escaped it taking with him both the images of protective Deities of the city and the simulacra of the Ancestors. After crossing the sea among a thousand dangers, the Trojan prince landed on the shore of Latium, a region of central Italy.
              There, the ancient God Saturn had once taken refuge after being overthrown by his son Jupiter, at the beginning of the Silver Age. Saturn, the King of the Gods of the Gold Age remained hidden and continued to rule in that part of Italy: in fact, Latium means “latent”, “concealed” and there, thanks to Saturn’s presence, the Gold Age continued for many more centuries without the neighbouring peoples which were already involved in the decadence of the Silver, Bronze and Iron cycles, being aware of it.
              With the change of time, Saturn became a wise man, the King of the Latins, who maintained his kingdom in utmost prosperity and peace. At his death he was succeeded by a dynasty of sovereigns, and at the time when Æneas arrived in Latium the King of the Latins was Latinus. The Trojan hero was welcomed with great generosity by the local population and took the daughter of the King as his spouse. The arrival of ships loaded with Trojan warriors, however, attracted the hostility of the other Italian populations, who felt threatened. Therefore Æneas had to engage in a war, finally managing to pacify all of Latium. Trojans and Latins fraternized, founding a new nation. The son of Æneas, Julus1, decided to found a new city that would become the capital of his Latin-Trojan kingdom. He was miraculously lead on the site of the city’s foundation by a white female of wild boar, confirming the hyperborean origins of his tradition. The images of the Trojan Gods and ancestors were kept in a temple: thus the new city of Albalonga (the Great White one) ritually became the second Troy.
              After some generations Amulius, the usurper of the throne of Albalonga, obliged his niece Rea Silvia to become a priestess of the Goddess Vesta. For he wanted her to remain a virgin. In fact a prophecy had predicted that Amulius would have been killed by the sons of Rea Silvia. But Rea Silvia was visited in the temple of Vesta by Mars, God of war, and gave birth to two twins, Romulus and Remus. The usurper King ordered the death of his niece and the twins to be abandoned to the course of the Tiber River. However the two infants were rescued and nursed by a she-wolf.
              When they became adults, Romulus and Remus killed Amulius and decided to found a new city: Rome. Both brothers became contenders to the throne of the new city, but finally Romulus killed Remus and assumed power. Romulus divided his subjects into two categories: patricians and plebeians.
              The patricians were the caste providing priests, warriors and all the public offices to the State. The plebeians were divided into three subcategories: the knights (equites), who made up the flanks of the army formed by the patricians; the free men (liberi), who were traders, farmers and artisans; and the class of slaves (servi), who served as servants to the other three upper classes. While the patricians were such by birth, some upward or downward shifts could take place among the other three classes. For example, if the deeds of certain slaves were noble, they could be freed by their masters to become part of free men. The insolvent debtors, on the other hand, could decay on the level of slaves and become commodity of a master. The patrician family (patricia familia) was formed by the father of the family (pater familias) and the matrona, his wife, by their children, by less important relatives, by artisans, peasants, clerks and servants of the family called clientes. The pater familias, even if he had no public priestly office, was the priest of his own family, and therefore performed the sacrifices to the Gods and the cult to the Ancestors. And he was also the King of his family, with the power of life and death over its members.
              All the families (kula) descending from the same ancestor formed a gens (gotra). So a patrician (patricius) had his own name, the surname of his family and the name of the gens. Romulus had founded Rome welcoming people coming from three different Italic populations, the Latins, the Sabins and the Etruscans. Therefore, the whole Roman population was divided into three communities (Tribus, i.e. triple division): the Ramnes of Latin origin, the Tities, of Sabine origin, the Luceres, of Etruscan origin. Each tribe (tribus) was composed by the four castes described above. The representative of a tribe before the King (Rex) was the tribunus and his seat was the tribunal. Each tribe elected a hundred patrician elders, and these three hundred senators (senatores) elaborated the laws and presented them to the King for approval. The Rex was the supreme priest, the head of State and the chief of the Army.
              The first King, Romulus, was mostly a Warlord who, since the foundation of the city, imparted the warrior nature to his nation, which would become its principal feature throughout Roman history. The Romans were a people of warriors, disciplined, loyal, stern, courageous and with a high sense of justice. They did not indulge so much in speculation and philosophy as the Greeks did.
              Remus and Romulus represent the mythical pair of twins of which one is mortal and the other is immortal, like Nara and Nārāyaṇa in India and the Dioscures twins in Greece. In fact, Romulus, at the apogee of his glory, was assumed into heaven with his body and became the God Quirinus. For this reason the inhabitants of Rome were also known as Quirites. Romulus is the first of the seven Kings of the city. His successor was Numa, the legislator and the founder of Roman Religion2. Numa was a disciple of Pythagoras and reformed the ancient Trojan-Latin Religion on the basis of the Pythagorean doctrine. He was assisted in his venture by his wife, the Goddess Egeria.
              First of all, Numa built the temple to the God Janus, the God of doors, of knowledge, of initiation, the remover of obstacle (similar to Ganeśa). The first month of the year was called Januarius in honour of this God, today’s January. Numa consecrated the Roman State to three principal deities: Jupiter, a priestly God, Mars, a warrior God, and Quirinus (Romulus), God-ancestor of the inhabitants of Rome.
              He then entrusted the worship of such three Gods to three orders of sacerdotes (priests) called flamina (which has the same etymology of the sskr. brāhmaṇa), to whom he delegated his power as King of the sacred (Rex sacrorum). The worship of Vesta, the Goddess of the sacred ever lit fire in the temple dedicated to the Roman-Latin-Trojan Ancestors, remained central. He also established a luni-solar calendar of twelve months, specifying the favourable dates for animal sacrifices, vegetable oblations, and festivals in honour of the Gods.
              For the popular cult he instituted the minor priestly order of the pontiffs headed by the Maximum Pontiff (Pontifex Maximus). Pontifex means “bridging” between men and Gods (the same concept of tīrthaṃkara). Until the end of the Empire, all Roman priests had to be of patrician descent. The Roman patricians (patricii) received the initiation from the Orphic-Pythagorean Mysteries, of which we have already spoken on this Website. Similarly the matrons (matronæ), received the initiation from the Mysteries of the Bona Dea (Good Goddess) reserved only to women. In the forty years of Numa’s reign the bellicose city of Rome always remained at peace.

              D. K. Aśvamitra

              1. From Julus the gens Julia (name of a clan, sskr. gotra) descended that later was represented by important figures like Julius Cesar and the first Roman Emperors.[↩]
              2. It is interesting that Numa is an anagram of the name of Manu.[↩]

              17. Gnosi e gnosticismo

                Gnosi e gnosticismo

                Nella lingua greca antica, con gnosi (γνῶσις, leggi gnòsis) si intendeva la conoscenza acquisita attraverso il percorso del sentiero iniziatico dei Misteri. La parola è correlata al termine sanscrito jñāna1sia per l’etimo sia per il senso, dunque, era considerata sinonimo di sophia (σοφία, leggi sofìa), “saggezza” o “sapienza”. La gnosi era anche contraddistinta dal metodo intellettuale e discriminatorio usato per raggiungere questa saggezza, e in tal senso, può essere ben resa in sanscrito dal termine Brahmavidyā2. Lo Gnostico (γνώστης, leggi gnòstes, sskrt. jñāni) era perciò un uomo che veniva preparato teoricamente con la filosofia e, dopo essere stato iniziato ai Misteri, poteva raggiungere la vera conoscenza attraverso l’indagine intellettuale (jñānaśakti vicara) piuttosto che attraverso sacrifici, rituali o devozione. L’approccio cognitivo degli gnostici procedeva per sintesi, cioè trascendeva la conoscenza analitica della molteplicità, considerata falsa conoscenza; ma con la decadenza dell’antica religione greca e dei suoi percorsi iniziatici (sādhanā mārga) di forma misterica, a causa di una nuova commistione con culture e tradizioni non greche, nel periodo dell’Ellenismo si finì per confondere la sintesi propria alla gnosi con il sincretismo.

                Con sincretismo si deve intendere l’identificazione di simboli e dottrine fra loro eterogenei, simili solo in apparenza e che così creano una confusione che ha solo l’apparenza di intellettualità: questa tendenza deviante è nota come gnosticismo. Per questo motivo si dovrebbe avere molta cura di non confondere lo gnosticismo con la vera gnosi3, sebbene nel periodo ellenistico il confine fra l’uno e l’altra fosse difficile da definire con chiarezza. Infatti, alcuni degli ultimi neoplatonici furono contaminati dall’influenza sincretistica dello gnosticismo.

                Le comunità ebraiche sparse per tutto l’Impero Romano, avevano perso la conoscenza della loro lingua e alla fine adottarono come lingua il greco; per questo motivo, nel terzo secolo a.C. decisero di tradurre la Bibbia in questo idioma. Da quel momento l’influenza del pensiero greco si propagò nelle comunità ebraiche e lo gnosticismo prese vita da questo sincretismo culturale. La branca più antica dello gnosticismo nacque in Egitto, ai margini della religione ebraica, nella confraternita dei “Terapeuti”, comunità ebraica certamente derivata dall’ordine iniziatico degli Esseni4; si discuterà di loro più avanti, quando descriveremo la religione ebraica e la nascita del cristianesimo. Non sembra, tuttavia, che i Terapeuti fossero una saṃpradāya né che avessero guru, paramparā o alcun metodo iniziatico (prakriyā). Vivevano in povertà nel deserto, uomini e donne insieme, dedicandosi all’ascetismo e alla preghiera notturna fino all’alba. Fortemente influenzati dalla religione egizia, questi ebrei si dedicarono a coltivare la scienza medica, da cui deriva il nome con cui sono conosciuti; e sembra che questa scienza medica fosse molto simile alla teurgia neoplatonica.
                È nell’alveo di questa comunità alessandrina che Filone Giudeo (20 a.C.-45 d.C.) elaborò le nozioni basilari dello gnosticismo, anche alla luce della filosofia greca da cui fu profondamente influenzato. Il suo sincretismo gnostico consisteva nel mescolare la filosofia greca (principalmente quella platonica) con il testo biblico rivelato: fu il primo a sostenere che i filosofi “pagani” potevano essere utili per spiegare il significato più profondo della Bibbia ebraica. In questo modo mescolò inestricabilmente il pensiero greco (incluso quello misterico) con una religione semitica, molto diversa e spesso incompatibile con la mentalità ellenica.
                Sia la filosofia sia le dottrine iniziatiche dei greci erano sempre state aperte al confronto con qualsiasi dottrina sapienziale proveniente da altre civiltà. Al contrario, attraverso Filone, l’esclusivismo semitico usò la saggezza greca ed ellenistica per confermare la credenza che l’ebraismo fosse l’unica vera religione al mondo e che il suo Dio avesse scelto solo gli ebrei come “popolo eletto” tra tutte le nazioni della terra5. Nei secoli seguenti, i teologi cristiani seguirono l’esempio di Filone usando la saggezza greca per dare profondità e significato all’Antico Testamento e al Vangelo.

                Lo gnosticismo ebraico non fu un movimento omogeneo: ogni comunità assunse posizioni dottrinali diverse, spesso in competizione e contrasto tra loro. Il cristianesimo delle origini risentì certamente dell’influenza gnostica, come si può capire leggendo il Vangelo di San Giovanni o le Epistole di San Paolo. Dopo la crocifissione di Gesù, si crearono molte divisioni nella neonata chiesa, con tendenze più o meno profondamente gnostiche. Così, ancor prima che il cristianesimo emergesse dal giudaismo e si costituisse come nuova religione autonoma, fu coinvolto dai i suoi membri gnostici in estenuanti dispute dottrinali. Vediamo ora brevemente quali sono le caratteristiche dello gnosticismo giudeo-cristiano, perlomeno quelle che si possono individuare dai pochi documenti che ci sono pervenuti. Come è già stato spiegato nei primi articoli di questa raccolta, le tradizioni occidentali, incluse le religioni semitiche, avevano in comune la struttura bipartita in esoterismo ed essoterismo.

                L’esoterismo costituiva il dominio dell’iniziazione (dīkṣā) e l’essoterismo quello della religione per profani, vale a dire per i non iniziati (adīkṣita). È necessario ricordare sempre questa caratteristica sconosciuta all’Induismo, se si vogliono comprendere bene le tradizioni dell’Occidente e le ragioni della loro decadenza e corruzione, perché lo gnosticismo nasce proprio dalla confusione tra questi due domini e dalla divulgazione di insegnamenti riservati ai conoscitori (jñāni) a persone prive di qualificazioni intellettuali (anadhikāri). L’equivalente di ciò che sono i riti di ripetizione dei mantra e di meditazione furono distribuiti senza alcuna iniziazione preliminare; e banali questioni sociali e morali furono interpretate come fossero profondi segreti metafisici. Tra questi spicca il problema del “bene e del male” che ancora oggi turba le menti occidentali. Nelle religioni monoteistiche semitiche, una questione meramente comportamentale riguardante l’azione che produce pāpa6 e puṇya7, ossia il problema del “bene e del male”, è assurta al livello di una “pseudo metafisica”; e questo perché Dio e Satana sono considerati come entità irriducibilmente rivali. È vero che Dio ha creato Satana come angelo e che quest’ultimo si è ribellato contro di Lui; non si deve scordare però, per comprendere quanto stiamo cercando di esporre, che per queste religioni ciò che viene creato lo è in eterno: eterno, ma con un inizio. Pertanto, il male prodotto da Satana direttamente o indirettamente è eterno; anche l’inferno è eterno e l’anima che fa il male finisce all’inferno e resterà lì soffrendo per sempre8.

                Come si può facilmente riconoscere, tutti i monoteismi di fatto sono dualisti. Lo gnosticismo, così come si manifestò nel giudaismo e nel cristianesimo, da un’influenza mal compresa del pensiero greco, rese dogmatico il dualismo, arrivando ad affermare che Dio, chiamato Abrasáx9, creò le Realtà spirituali, mentre il Demiurgo, spesso identificato con Satana, creò il mondo materiale: quindi Satana collabora con Dio nella creazione del mondo; per esempio, Dio crea le anime e Satana i corpi.
                Dio è il Satana splendente prima della ribellione e Satana è il Dio oscuro di questo mondo manifestato. Molti gnostici arrivarono a considerare il Dio biblico come il Demiurgo (cioè Satana) e Gesù la sua proiezione umana sulla terra. Così, invece di trascendere il problema del bene e del male, si cercò di risolverlo mescolando il bene con il male, la verità con l’errore, la luce con l’oscurità. Da ciò ne consegue che paradossalmente si può raggiungere Dio con l’aiuto del diavolo; si possono conseguire meriti compiendo atti riprovevoli. Pecca fortiter: sembrerebbe che occorra “peccare molto” se si vuole ottenere la gnosi! Quindi, tutte le violenze contro il prossimo, tutte le depravazioni erotiche, tutti gli incantesimi più pericolosi, tutti i sacrilegi contro la religione, possono assurgere al ruolo delle preghiere più sublimi. La spiegazione di questi comportamenti aberranti è fornita da segreti, rivelazioni misteriose, simbolismo confuso, dottrine contraddittorie. E dietro a tutto ciò, riappare il connotato malvagio del Dio atlantideo dalla testa d’asino.

                Pertanto, la letteratura gnostica che ci è pervenuta è difficile da valutare: a volte riproduce autentici insegnamenti pitagorici, platonici e biblici; a volte è un miscuglio di simboli difficili da interpretare, che fa pensare che la chiave di accesso sia andata smarrita, anche se spesso non c’è nulla a cui accedere; anzi, in molti casi si tratta solo di magia nera e stregoneria diabolica.

                Le diverse correnti gnostiche si strutturarono in Chiese con propri patriarchi, vescovi e sacerdoti, e durarono per alcuni secoli finché le altre Chiese cristiane, dopo averle giudicate eretiche, le distrussero completamente.

                Oggi, giocando sull’equivoco e in perfetta malafede, i propagandisti delle diverse Chiese cristiane, accusano tutti gli itinerari iniziatici basati sulla conoscenza (jñāna mārga) di essere gnostici. In questo modo cercano di sopraffare le altre religioni con cui dichiarano di voler “dialogare”. Ma è proprio la loro ostilità verso la conoscenza e l’intellettualità a smascherarli. Ciò dovrebbe pure far riflettere tutti sulla loro sincerità di fondo.

                D. K. Aśvamitra

                1. La conoscenza sintetica, diretta, immediata, senza intermediari; usato sia per indicare l’Intuizione dell’Assoluto, cioè la Conoscenza suprema metafisica sia anche per ogni tipo di intuizione parziale, come la percezione sensoria [N. d. T.].[↩]
                2. Sinonimo di Parabrahman vidyā, la conoscenza del Supremo, l’Advaita Vedānta [N. d. T.].[↩]
                3. Con Gnostes indichiamo qui quelli che aspiravano alla gnosi o che l’avevano raggiunta, mentre con Gnostici intendiamo i seguaci dello gnosticismo.[↩]
                4. Una delle vie di iniziatiche del giudaismo che in seguito sarà conosciuta con il nome di Qabbalah.[↩]
                5. Il loro esclusivismo in questo caso era solo unilaterale, perché né i greci né i romani prendevano sul serio queste affermazioni ebraiche sulla predilezione divina. Al contrario è stato proprio fra i popoli e le religioni semitiche che conflitti inconciliabili sono stati innescati a causa della pretesa reciproca dell’esclusività. Questo spiega secoli di aggressioni e odio fra ebrei, cristiani e musulmani che dura fino ad oggi.[↩]
                6. Colpa, atto riprovevole [N. d. T.].[↩]
                7. Risultato d’un atto meritorio, virtuoso [N. d. T.].[↩]
                8. Per la verità nella Prima lettera ai Corinzi San Paolo dice: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge” (15.55-56). In una tradizione islamica (ḥadīth) si fa riferimento al fatto che alla fine l’inferno rimarrà vuoto e il suo fuoco verrà estinto. Con ciò riteniamo che si voglia prefigurare la possibilità di un passaggio “oltre la dualità”, seppure a ben vedere non completo perché i loka di riferimento (Inferno e Paradiso) non sembrano completamente riassorbiti nell’Unità; ma, invero, questa sarebbe l’unica possibilità di accordo tra la cosmologia e la metafisica [N. d. T.].[↩]
                9. Abrasáx (ἀβρασάξ in greco) è un termine privo di significato. Il valore numerico delle lettere da cui è composto è 365, quindi forse il suo significato è “anno” [La parola Abraxás (o Abrasáx o Abracax), d’incerta etimologia, è stata ritrovata su pietre e gemme usate come talismani magici. Di origine gnostico-mitraica, rappresenta principalmente la mediazione fra l’umanità e il dio Sole. Presso la tradizione persiana arriva a simboleggiare l’unione/totalità fra Ahura Mazdā ed Arimane, ossia Bene e Male. N. d. T.].[↩]

                17. Gnosis and Gnosticism

                  Gnosis and Gnosticism

                  In ancient Greek, gnosis (γνῶσις, read gnòsis) meant the knowledge reached through the initiation path of the Mysteries. The word is related to the saṃskṛta term jñāna both in etymology and purport. Therefore, it was synonymous with sophia (σοφία, read sofìa), wisdom or sapience. However, gnosis also had the sense of the intellectual and discriminative method used to attain wisdom and, in this sense, it can be well rendered in saṃskṛta as Brahmavidyā. Therefore, the Gnostes (γνώστης, read gnòstes, sskr. jñāni) was a man who, having been prepared theoretically by philosophy and after having been initiated into the Mysteries, had attained real knowledge through intellectual inquiry (jñānaśakti vicara), rather than through sacrificial rituals or devotion.
                  The cognitive approach of the Gnostes proceeded by synthesis, that is to say, they transcended the analytical knowledge of the multiplicity, considered false knowledge. However, with the decadence of the ancient Greek religion and its initiation paths (sādhanā mārga) of Mysteries, and because of a new coexistence with non-Greek cultures and traditions, in the period of Hellenism, they confused the synthesis with syncretism. Syncretism means the identification of heterogeneous symbols and doctrines which are only apparently similar, creating a confusion that has only the appearance of intellectuality. This deviant tendency is known as Gnosticism. Therefore Gnosticism should not be confused with true gnosis1, although in the Hellenistic period, often the boundary between them was difficult to define. And some of the last neo-Platonists were polluted by the syncretistic influence of Gnosticism.
                  The Jewish communities scattered throughout the Roman Empire had lost the knowledge of their language and at last spoke only Greek. For this reason, in the third century BC they decided to translate the Bible into Greek. From that moment the influence of Greek thought on Jewish communities sprang up. Gnosticism arose from this cultural influence. The most ancient Gnosticism was born in Egypt on the edge of the Jewish religion, in the community of “Therapists”. These were a Jewish community certainly derived from the initiatic order of the Essenes2; we will discuss about them later while describing the Jewish religion and the birth of Christianity. It does not seem, however, that the Therapists were a saṃpradāya neither that they had gurus, paramparās nor any initiatic method (prakriyā). They lived in poverty in the desert, men and women together, devoting themselves to asceticism and night prayers until dawn. Strongly influenced by Egyptian religion, these Jews devoted themselves to cultivating a medical science, from which comes the name by which they are known. It seems that this medical science was very similar to the Neoplatonic Theurgy.
                  It is from this community that Philo Judæus (20 BC – 45 AD) drew his basic Gnostic notions. However, in his native Alexandria he had studied the Greek philosophy by which he has been profoundly influenced. His Gnostic syncretism consisted in mixing Greek philosophy (mostly the Platonic one) with the revealed biblical text. He has been the first to argue that “pagan” philosophers could be useful to explain the deeper meaning of the Hebrew Bible. In this way he mixed inextricably Greek thought (including the Mysteric one) to a Semitic Religion, so different and often incompatible with the Hellenic mentality. In fact, both the exterior philosophy and the initiatic doctrines of the Greeks were open to comparisons with any sapiential doctrine proceeding from other civilizations. On the contrary, through Philo, the Semitic exclusivism used Greek and Hellenistic wisdom to confirm the belief that Judaism was the only true Religion in the world and that its God had chosen only the Jews as “elected people” among all the nations of the earth 3. Some centuries later, Christian theologians followed the example of Philo using Greek wisdom to give depth and meaning to the Old Testament and to the Gospel.
                  Jewish Gnosticism was not a homogeneous movement: each community took different doctrinal positions, often in competition with each other. Early Christianity itself was certainly born under a Gnostic influence, as it can be read in the Gospel of St. John or in the Epistles of St. Paul. After the crucifixion of Jesus, many divisions of the newborn church were produced, with more or less profoundly gnostic tendencies. Thus, even before Christianity emerged from Judaism as a new separate religion, it has been involved in doctrinal disputes with its Gnostic members. Let us briefly see which are the common features of the Judeo-Christian Gnosticism, at least what we can know from the few documents arrived up to us. As already explained in the first articles of this series, Western Traditions, including Semitic Religions, had in common the bipartite structure in esotericism and esotericism. The esotericism is the domain of initiation (dīkṣā) and the exotericism is the exterior religion for the profane non initiated people (adīkṣita). It is necessary to remember this characteristic, unknown in Hinduism, if one wants to understand well the traditions of the West and the reasons for their corruption. Gnosticism arose from the confusion between these two domains. Teachings reserved to knowers (jñāni) were divulged among people lacking any intellectual qualifications (anadhikāri). Rites of meditation and repetition of mantras were distributed without any preliminary initiation. Social and moral issues were interpreted as metaphysical secrets. Among the latter ones, stands out the problem of “good and evil” that still troubles Western minds. From a merely behavioral problem concerning the action producing pāpa and puṇya, in the semitic monotheistic religions the problem of “good and evil” has been raised to the level of “pseudo-metaphysics”. This because, in fact, God and Satan are rival entities. It is true that God created Satan as an angel and that the latter rebelled against him. But, for these religions what is created is considered eternal. Eternal, but having a beginning. Therefore, the evil produced by Satan directly or indirectly is eternal. Even hell is eternal, and the created soul that does evil ends down in hell, will remain there eternally, suffering for ever.
                  As we can easily recognize, all monotheisms in reality, are dualist. The Gnosticism, as was produced in Judaism and Christianity by a misunderstood influence of Greek thought, made dogmatic the dualism, coming to affirm that God, called Abrasáx4, created spiritual things, while the Demiurge, often identified with Satan, created material things. Thus Satan cooperates with God in the creation of the world. God creates souls, Satan bodies. God is the shining Satan before the rebellion and Satan is the dark God of this manifested world. Many Gnostics considered the Biblical God to be the Demiurge i.e. Satan, and his human projection on the earth was Jesus. Thus, instead of transcending the problem of good and evil, it is solved by mixing good with evil, truth with error, light with darkness. So you can reach God with the help of the devil, you can get merit by making only demerits. “Pecca fortiter” (“sin hard”, in Latin) if you want to get the Gnosis! So, all the violence against the neighbour, all the sexual woes, all the most dangerous spells, all the sacrileges against religion, can become the most sublime prayers. The explanation of these aberrant behaviours is provided by means of secrets, mysterious revelations, muddled symbolism, self-contradictory doctrines. And behind all this, the presence of the ass-headed God of Atlantean origin sometimes reappears.
                  Therefore the Gnostic literature that has reached us is difficult to evaluate: sometimes it reproduces authentic Pythagorean, Platonic and Biblical teachings; sometimes it is a jumble of symbols difficult to interpret that makes you think that you don’t have the access key, even if often there is not access to anything; or, finally, it deals sometimes with evil magic and diabolic sorcery.
                  The different Gnostic currents were structured in Churches with their bishops, priests and patriarchs and lasted for few centuries until the other Christian Churches completely destroyed them as heretical.
                  Nowadays playing on the equivocal and in perfect bad faith the propagandists of the different Christian Churches accuse all the initiatory paths based on knowledge (jñāna mārgas) to be Gnostics. In this way they spread about the other religions with which they declare to “dialogue”. Instead, it is their hostility towards knowledge and intellectuality that should make reflect everybody on their underlying sincerity.

                  D. K. Aśvamitra

                  1. With “Gnostes” we indicate here those who aspired to the gnosis or who had reached it, while with “Gnostics” we mean the followers of Gnosticism.[↩]
                  2. One of the initiation paths of Judaism that later will be called Qabbalah.[↩]
                  3. Their exclusivism in this case was only one-sided, because neither the Greeks nor the Romans ever took seriously these Jewish claims of divine predilection. On the contrary, it has been typically within the Semitic peoples and religions that irreconcilable conflicts were triggered due to mutual exclusivity. This explains the many centuries aggressiveness and hatred between Jews, Christians and Muslims that lasts until today.[↩]
                  4. Abrasáx (ἀβρασάξ in Greek) is a meaningless term. The numerical value of its letters is 365, so perhaps its meaning is “year”.[↩]

                  18. Commento al “Tattvamasi” di Śaṃkarācārya (V)

                    18. Commento al “Tattvamasi” di Śaṃkarācārya (V)

                    76. Inoltre, il cercatore che ascolta l’insegnamento della śruti, che è sottoposto alla sofferenza della trasmigrazione e che cerca la liberazione da questa, secondo te è lo stesso Testimone o è diverso da lui? Tu [che neghi la dottrina del riflesso, ābhāsavāda] non concepisci in che modo il Sākṣin possa essere sottoposto a sofferenza e, quindi, desideri la Liberazione.​

                    La dottrina della contiguità impedisce ogni contatto tra il suo Puruṣa-Testimone e il mondo in divenire. Perciò, per un sāṃkhya chi è colui che ascolta da un guru l’insegnamento della śruti, ascolto che costituisce ciò che il Vedānta definisce śrāvaṇa? Chi è che, consapevole della limitazione dell’esistenza trasmigratoria, cerca la liberazione da essa? Costui è il Testimone o no? Negando la dottrina del riflesso, che riconosce il contatto tra Testimone e mondo in divenire, il sāṃkhya non riesce a concepire come il Sākṣin possa essere sottoposto a sofferenza e quindi come possa essere esso stesso il cercatore della Liberazione.

                    77. Se, d’altra parte, il cercatore è diverso dal Testimone ed è solo qualcuno che agisce in quanto sperimentatore dell’esistenza empirica, tu non potrai accettare l’affermazione “Io sono il Testimone, io sono il Brahman”. Da questo punto di vista l’affermazione della śruti “tu sei Quello” sarebbe falsa, il che non è accettabile.

                    Se il cercatore non fosse il Sākṣin, ma soltanto l’ego empirico, sottoposto all’esistenza saṃsārica in quanto agente, perciò un oggetto privo di coscienza, non si potrebbe accettare che il Brahman, il Testimone, e il Sé siano tutt’uno con questo individuo; il mahāvākya “tu sei Quello”, perciò, sarebbe falso. Tale idea è un errore.

                    78. Si può comprendere l’affermazione della śruti solamente quando si capisce che essa è fatta senza discriminare l’ego dal Sé. Se, invece, si discriminasse un soggetto empirico dal puro Testimone e si attribuisse il “tu” del mahāvākya all’ego, allora vi si insinuerebbero i summenzionati errori d’interpretazione.

                    Ecco dunque che Śaṃkara qui affronta la spiegazione chiave del problema, che comprende non più un punto di vista dottrinale soltanto teorico, ma che ora implica soprattutto l’aspetto metodico e realizzativo. Il cercatore (jijñāsu), anche se deve intraprendere la sua cerca sulla base di una incrollabile preparazione dottrinale che lo ha persuaso dell’identità tra l’Ātman e il Brahman, tuttavia ancora sperimenta il mondo da un punto di vista empirico e duale. Ed è proprio utilizzando come punto di partenza questo errore innato1 (naisarga mithyā, avidyā), che il jijñāsu può procedere sulla via della discriminazione (viveka). Questa fase costituisce l’adhyāropa, vale a dire l’accettazione volontaria di un’apparenza illusoria come se fosse realtà. L’apparenza illusoria è, infatti, ciò che il neofita delVedānta continua a percepire quotidianamente con i sensi ed elaborare con la mente, anche se appare in contrasto con l’incrollabile convinzione già ottenuta tramite la speculazione intellettuale. Per questo motivo si tratta di una accettazione volontaria dell’apparenza, perché il jijñāsu è già teoricamente a conoscenza che il suo Sé è il Brahman. Seguirà, però, le parole del suo maestro che lo induce a riflettere sull’illusorietà delle sue percezioni e dei suoi pensieri2. Questa è la ragione per la quale l’affermazione “tu sei Quello” rappresenta l’insegnamento di base che il maestro dà al discepolo, come fece Uddālaka quando istruì Śvetaketu3. Questo primo insegnamento non discrimina se questo “tu” significhi il Sé o l’“io” individuale, proprio perché il discepolo ancora non li distingue se non teoricamente, in quanto è ancora legato alla sua esperienza quotidiana dipendente dall’ignoranza:

                    “L’altro concetto, vale a dire quello di avidyā, a differenza di quello di Ātman, è soltanto una concessione alla mente impreparata di chi anela a raggiungere la Liberazione finale. Avidyā, secondo Śaṃkara, è, come abbiamo visto, la nozione istintiva dell’“io” e del “mio” condivisa da tutti gli esseri umani che mantengono la mutua sovrapposizione di Sé e non-Sé. Nessuno sospetta che questa sia ignoranza, finché lo Śāstra e un maestro di Vedānta non ne denunci la sua natura illusoria. Questo concetto di avidyā è uno strumento usato dalle Upaniṣad per insegnare la Verità. Tutti gli altri concetti, come quello di causa, manifestazione, Īśvara, disciplina spirituale, saṃnyāsa e Yoga compresi, persino la validità della stessa śruti come mezzo di corretta conoscenza, come pure la distinzione tra punto di vista empirico e metafisico, hanno come presupposto il concetto di avidyā. Senza un preliminare concetto di avidyā, non può esserci alcun discorso sulla conoscenza vedāntica, nessun rapporto tra un guru e un discepolo che aspiri a quella conoscenza.”4

                    Alla fine della discriminazione, quando ci si rende conto, grazie al neti neti, di non essere questo corpo (deha), questi sensi (indriya), questa mente (manas), questo intelletto (buddhi), questo ego (aham), allora si conclude la fase apavāda, che contraddice l’errore e l’ignoranza. Questo processo discriminativo culmina con la cancellazione dell’illusoria immagine riflessa del Sé, dell’aham, o, meglio, dell’ahamkṛta, quell’“io” prodotto dalla buddhi chiamata “produttrice dell’aham” (ahaṃkāra). A questo punto sussiste soltanto la pura Coscienza d’esistere. Vale a dire che a questo punto il cercatore si rende conto d’esistere come coscienza sia durante la presenza di tutti quegli oggetti, compreso il mondo, il tempo, lo spazio ecc. durante la veglia e il sogno, sia in loro assenza nel sonno profondo, e così raggiunge l’Intuizione illuminante (prakāśi anubhāva) d’essere il Testimone5. Ciò è anche definito nella śruti come mokṣa, la Liberazione dall’ignoranza.

                    79. Se tu [sāṃkhya] sostieni che la parola “tu” [del mahāvākya] indica indirettamente il Testimone, dovrai allora spiegare la relazione tra l’ego e il Testimone in modo tale per cui con “tu” si possa alludere simbolicamente al Testimone.

                    Da quanto precede si deduce che la parola “tu” nella frase “tu sei Quello” indica il Testimone, il quale è eternamente identico all’Assoluto Brahman-Ātman. Se il seguace del Sāṃkhya, insiste a sostenere che con quel “tu” la śruti intende l’ego individuale, e che attraverso quest’ultimo vuole alludere simbolicamente solo al vero “Io” che è il Sé, costui dovrà spiegare quale relazione deve intercorrere tra “io” e Sé affinché il primo possa essere simbolo del secondo.

                    80. Se obietterai che la relazione tra il Testimone e l’ego è quella tra colui che vede (dṛś) e quello che è visto (dṛśya) noi chiederemo come possa l’azione di vedere essere ascritta al Testimone non agente.

                    81. Anche se si supponesse che il Testimone, pur non agente, abbia una relazione di identità (tādātmya) con l’ego, la conoscenza di tale identità non potrebbe sorgere senza la consapevolezza che il Testimone, cioè il mio Sé, è reale.

                    Anche qualora si pensasse che la relazione tra il Sākṣin e l’ego è quella tra chi vede e chi è visto, si attribuirebbe l’azione di vedere al Testimone, che, invece, è non agente; perciò questa è una idea da respingere. Allora si potrebbe correggere questa affermazione sostenendo che il Testimone non compie alcuna azione di vedere, e che si usa il verbo vedere soltanto in senso metaforico, come un gioco di parole, perché è noto che il Sākṣin e aham sono una unica e identica cosa. Ma se si riconosce che il Sākṣin è non agente, allora vuol dire che si ha già coscienza del Testimone e s’accetta che egli è davvero l’Ātman, anche se lo si identifica con l’ego.

                    82. Se tu pensi che l’unica fonte che permette di conoscere questa identità è costituita dalla śruti, non può essere così. Perché in quel caso si tornerebbero a sollevare tutte e tre le obiezioni di cui abbiamo già trattato. E anche se non si sollevassero quelle obiezioni, la conoscenza che tutti avrebbero della relazione Sakṣin-ego sarebbe pensata come “C’è un qualcuno che testimonia su di me” e non “Io sono il Testimone”.

                    Alcuni pensano che sia la stessa śruti a sostenere questa identità tra l’ego e il Sé quando ci si imbatte in affermazioni come la seguente:

                    “Egli, che appare come mente, ha il prāṇa come corpo, appare come cosciente, prende decisioni, è della natura dell’etere, è l’agente di ogni azione, preso da tutti i desideri, fruitore di tutti i profumi, fruitore di tutti i sapori, è privo di parola, privo di desideri. Questo mio Ātman nel cuore è più piccolo di un chicco di riso, più piccolo di un seme di orzo, più piccolo d’un seme di senape. Questo mio Ātman nel cuore è più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo, più grande di tutti questi mondi messi assieme. Questo mio Ātman nel cuore è quello che compie tutte le azioni, che è preda di tutti i desideri, che è inebriato da tutti i profumi, da tutti i sapori, e che, allo stesso modo, pervade tutto questo, privo di parola, privo di desideri. Questo è il Brahman.”6

                    Ma se lo si esamina con maggiore attenzione, il testo afferma che il Sé appare in questo modo, mentre in realtà è privo della facoltà della parola ed è privo di desideri. Lo scopo dell’Upaniṣad non è tanto quello di descrivere l’ego confondendolo con l’Ātman. Il testo vuole principalmente evidenziare che il Brahman sembra dotato di qualità a coloro che meditano su di esso. Le qualità, allora, diventano i simboli che fungono da supporto ai meditanti, ovvero ai sādhaka che seguono una via appartenente al dominio della conoscenza non suprema (aparavidyā). Tuttavia costoro non sono dei jñāni e non sono in grado di riconoscere che il realtà il Brahman è eternamente nirguṇa. La citazione tratta dalla Chāndogya Upaniṣad non può quindi essere portata a riprova che la śruti sostiene che l’ego e il Testimone siano identici. Anche perché, se così fosse, contro questo testo si solleverebbero le tre obiezioni che sono già state esposte sopra, ossia: 1- L’ego non è in grado di conoscere la relazione che intercorre tra se stesso e il Testimone perché non è cosciente. 2- Il Testimone non può farsi conoscere perché non è un agente. 3- La śruti non può insegnare all’ego perché quest’ultimo è non cosciente. Anche qualora non si sollevassero queste obiezioni, che sono da sole risolutive, l’identificazione dell’ego con il Sākṣin sarebbe contraria allo scopo del metodo discriminativo, che è quello di riconoscere l’ego come non-Sé. Solamente a seguito di questo supremo atto di definitivo viveka si potrà prendere coscienza d’essere il Testimone e non l’“io”.
                    Per concludere questo argomento citeremo un altro brano di Śaṃkara:

                    “Obiezione: Se Ātman è l’oggetto noto come ego, non è ragionevole sostenere che esso sia conosciuto solamente dalle Upaniṣad.
                    Risposta del vedāntin: Non è così, perché abbiamo già confutato questa posizione affermando che questo Ātman è il Testimone di quell’ego. [Per spiegare meglio:] Diverso da quell’agente che è l’oggetto noto come ego, è il Testimone che risiede in tutti gli esseri, il medesimo in tutti, l’unico, immutabile, eterno Puruṣa, Sé di tutti e di ciascuno, che non è mai rivelato ad alcuno per mezzo della sezione rituale del Veda o da vie meditative.”7

                    Continuiamo con la nostra trattazione:

                    83. Ma il nostro punto di vista è che quando l’intelletto, di per sé non cosciente, è illuminato dalla Coscienza per mezzo del riflesso, anche le sue modificazioni brillano8 di coscienza riflessa, come le scintille che sprizzano da una palla di ferro incandescente sono luminose per il fuoco che è all’interno [del ferro].

                    Il riflesso trasmette all’intelletto e a tutte le sue deliberazioni (intellezioni), come anche alla mente e alle sue emozioni, ai sensi e alle loro percezioni e al corpo, la luce della Coscienza. In questo modo tutti quegli oggetti, di per sé privi di coscienza, brillano di una coscienza riflessa. I pensieri, le intellezioni, le deliberazioni, le scelte, le percezioni, appaiono come fossero illusoriamente coscienti. Il fuoco, che è rosso, rende incandescente il ferro, che è nero e lo permea del suo colore rosso, tanto che un ignorante potrebbe pensare che il rosso sia il colore del ferro. Così la Coscienza permea l’intelletto, la mente ecc., in modo tale che l’intelletto ecc. appaiono coscienti. Anche le scintille che scaturiscono dal ferro hanno il colore del fuoco. Similmente anche i pensieri che scaturiscono dalla mente, dall’intelletto ecc. paiono come fossero coscienti. Ma l’intelletto ecc. è come la luna che appare luminosa. In realtà essa non è luminosa, ma risplende, vale a dire, riflette la luce del sole. Lo splendore lunare che a sua volta sembra riverberare sulla terra durante la notte, è paragonabile alle modificazioni (vṛtti). Ma pur sempre si tratta solo ed esclusivamente di prestiti di luce proveniente del sole.​

                    84. Il fatto che la gente talvolta sperimenti la presenza (sat) del riflesso di coscienza, come nella veglia e nel sogno, e talaltra sperimenti la sua assenza (asat) come nel sonno profondo, può essere spiegata soltanto se esiste un innegabile Testimone sia della presenza sia dell’assenza [satasat]. Da questa intuizione iniziale deriva il riconoscimento che il Testimone esiste.

                    Tutti gli esseri umani, anche quelli ordinari, hanno quotidianamente delle esperienze di stati (avasthā) diversi. Nella veglia e nel sogno essi sperimentano l’ego come riflesso del Sé, seppure in forme e modalità diverse. In apparenza l’ego della veglia si rivolge agli oggetti esterni che costituiscono il mondo di cui si fa esperienza durante la veglia. Altrettanto apparentemente l’ego del sogno si rivolge agli oggetti interni, che costituiscono il mondo che si sperimenta nel sogno. Sia nella veglia sia nel sogno l’esperienza dell’ si basa sul riflesso della Coscienza che dimora in esso. Nel sonno profondo non si sperimenta nulla. La ragione sta nel fatto che l’ego appartiene al dominio individuale e l’individualità non ha accesso al sonno profondo. Lì non c’è neppure il mondo, un qualsiasi mondo, perché il sonno profondo che, quando si è svegli 9, appare come lo stato causale (kāraṇāvasthā, cioè la Māyā) della altre due avasthā, in realtà è il non-manifestato, come si vedrà in seguito. Eppure, anche se svegliandosi si dice di suṣupti: “Lì non c’è nulla, lì c’è solo tenebra, silenzio”, si sa con certezza di esserci stati. Lì l’aham, il riflesso del Sé, non ha accesso, perché quello è il dominio della pura Coscienza, del Sākṣin. Si ha dunque una consapevolezza apofatica di essere stati in sonno profondo. Da questa consapevolezza deriva l’intuizione che il Testimone esiste.

                    85. Se ci si chiede: “C’è forse un cambiamento del Sé quando pervade l’intelletto, come il fuoco quando pervade la palla di ferro?”, si risponderà che questa argomentazione è già stata confutata in precedenza con l’esempio della faccia e del suo riflesso nello specchio.

                    86. Il fatto che il nero ferro appaia di colore rosso è solo un esempio per spiegare come la buddhi non cosciente appaia come fosse cosciente. Un simbolo non è mai identico in tutti gli aspetti con ciò che vuole simboleggiare.

                    87. Similmente l’intelletto appare essere cosciente quando riceve il riflesso della Coscienza, come il riflesso della faccia nello specchio sembra essere la faccia. Ma, come s’è detto, il riflesso è illusorio.

                    L’argomento di questi tre śloka è già stato ampiamente trattato. L’autore si ripete al fine di cancellare ogni dubbio al riguardo. Importante è l’affermazione che il simbolo non è mai identico in tutti gli aspetti a ciò che vuole simboleggiare. Se fosse identico in tutti gli aspetti, il simbolo e il simboleggiato sarebbero la stessa e medesima cosa. Questa osservazione è diretta a coloro che meditano sul non-Supremo per mezzo di simboli percepiti, pronunciati o pensati. Essi attribuiscono al Brahman qualità da cui Esso è libero nella sua pura natura. Per esempio considerano che Brahman manifesti il mondo, lo mantenga in esistenza e, infine, lo dissolva. Ma ciò è effetto d’una illusione, perché il Brahman non agisce e, in se stesso, è privo di qualsiasi funzione e attributo. Gli ignoranti che sono coinvolti nel divenire, gli attribuiscono queste qualità (guṇa) e immaginano che esista un Brahman qualificato (saguṇa), quando, invece, c’è soltanto un Brahman privo di qualifiche (nirguṇa), immutabile e non duale.
                    Tuttavia coloro che ambiscono a raggiungere quella loro idea (o ens rationis) chiamata Brahman non-Supremo, tramite la meditazione sui simboli che rappresentano le sue qualità, funzioni e attributi, si avviano e procedono nel divenire illusorio verso una meta, che in realtà è soltanto un riflesso macrocosmico del Parabrahman sul piano di riflessione della Buddhi universale, ossia Hiraṇyagarbha. Da ciò deriva che Hiraṇyagarbha è l’Ego generale del mondo della veglia, definito anche jīva ghana, agglomerato di vita. Di fatto, coloro che procedono a tappe in direzione di ciò che considerano sia il Brahman, e che la śruti definisce saguṇa o Aparabrahman, finiscono semplicemente a “incorporarsi” nel jīva ghana.

                    88. Affermare che l’intelletto è cosciente contraddice sia la śruti sia la ragione. Questa confutazione è valida anche per ciò che riguarda il corpo, i sensi e la mente.

                    L’intelletto per sua natura è privo di coscienza: questo lo afferma la come segue:

                    “Quando è separato dalla Coscienza, l’intelletto non può discriminare né può avere consapevolezza di alcun oggetto.”10

                    Persino la ragione, sulla base dell’esperienza quotidiana del sonno profondo, è obbligata a dedurre che si continua a esistere anche in assenza di qualsiasi consapevolezza da parte della buddhi. L’intero brano parzialmente citato dalla Kauṣitakī Upaniṣad afferma che nemmeno il corpo, i sensi e la mente sono coscienti.​

                    89. In caso contrario, che cosa succederebbe? Si ricadrebbe nell’errore dei materialisti (cārvāka). E nemmeno ci potrebbe essere l’intuizione d’essere il Testimone se non ci fosse il riflesso della Coscienza nell’intelletto.

                    Se si considera che intelletto, mente, sensi e corpo possano essere coscienti per loro conto, si rimarrebbe prigionieri della collocazione nel corpo grossolano di tutte quelle componenti individuali, e quindi si negherebbe l’esistenza di qualsiasi entità diversa dal corpo, come fanno i materialisti. Inoltre, se l’intelletto fosse autocosciente esso lo sarebbe anche durante il sonno profondo, perciò non sarebbe possibile sostenere che in suṣupti esso sia non cosciente. Invece nella veglia non si può ricordare di aver avuto, in sonno profondo, alcun pensiero o alcuna percezione di un mondo e dei suoi oggetti; tuttavia si è consapevoli di esserci stati e di continuare a esistere anche dopo tale esperienza. Perciò in suṣupti si esiste anche se lì non c’è la mente, l’intelletto né altre componenti individuali che gli ignoranti considerano “coscienti”. Questa è l’intuizione e la prova che la nostra vera natura è il Testimone, cioè la pura Esistenza, pura Coscienza.

                    90. Senza questa intuizione preliminare l’insegnamento “tu sei Quello” sarebbe inutile. Questo mahāvākya pregno di significato sarebbe senza senso se non si distinguesse già tra Sé e non-Sé (ātmānātman).

                    La certezza di esistere e di essere cosciente (Ātmā pratyaya) è l’intuizione primordiale d’essere il Sākṣin. Da questa certezza primordiale derivano successivamente, a causa dell’ignoranza, le sensazioni di essere un “io” individuale (aham) e di possedere un “mio” (mama), che costituiscono l’errore dell’asmitā. Tutto questo, sia la certezza inconfutabile sia le sensazioni erronee, procede dal Testimone che, come s’è già detto, è l’unica consapevolezza di vera conoscenza. Senza questa intuizione il mahāvākya “tu sei Quello” non avrebbe alcun senso. E con l’uso metodico della discriminazione, applicato alla comprensione di cosa significhi esattamente “tu”, si potrà sceverare l’Ātman, il Testimone, da ciò che non è Ātman, l’anātman, ovvero l’asmitā.

                    91. Tutto ciò che è conosciuto come “mio” (mama) e come “questo” (idam) si basa evidentemente su ciò che è non-Sé [mentre l’idea dell’ego, distinta da ogni attribuzione, si basa sul Sé di cui è l’immagine]. Ciò che si conosce come “io sono così e così” è, dunque, attribuibile sia al Sé sia al non-Sé: l’“io” preso singolarmente è attribuibile al Sé, e “sono così e così”, al non-Sé.

                    Tutti gli oggetti che sono dominio dell’aham, ovvero quelle cose che sono possedute dall’“io”, assieme a tutte quelle che l’aham desidera possedere, sono compresi nel termine “mio”. Sia gli oggetti compresi nel concetto di mama sia tutti gli altri oggetti appartenenti al mondo della veglia o del sogno, sono denominati “questo” (idam). Essi si basano tutti sull’anātman; perciò idam, definisce tutto ciò che è contingente (vyāvahārika), la cui esistenza apparente dipende dall’esistenza reale dell’Ātman. Idam, “questo”, sta in contrapposizione con “Quello” (tat, come nel mahāvākya “Tat tvam asi”), che indica l’Ātman, ossia la realtà assoluta, pāramārtika sattā.
                    Quando il guru spiega al discepolo il mahāvākya “tu sei Quello”, con il “tu” (tvam) egli intende l’Ātman o l’anātman? Per rispondere alla domanda si devono fare alcune considerazioni preliminari. L’esistenza dell’ego si basa sull’Ātman reale, di cui è un’immagine riflessa, com’è stato ampiamente argomentato in precedenza. Si può descrivere il proprio “io” come segue: “Io sono così e così”. In questa frase, “io” riguarda propriamente l’“io” reale, vale a dire il Sé, giacché afferma semplicemente la sua esistenza. Invece, “così e così” sono gli attributi, le funzioni, le attività, le descrizioni, il mama, che si sovrappongono all’“io” individuale. Come si è già anticipato, quando il discepolo riceve da un maestro di Vedānta quel mahāvākya, egli non ha ancora usato la discriminazione “neti neti”, e non è in grado di discernere a quale “io” si riferisca il “tu” (tvam). Perciò, per il discepolo quell’“io” gli apparirà come fosse insieme della natura del Sé e del non-Sé (Ātmānātman). In altri termini egli sta confondendo ancora il reale con l’apparente e viceversa.

                    1. L’aggettivo “innato” (naisarga), applicato all’ignoranza, significa soltanto “che non è nato con questo corpo, che proviene da esistenze precedenti”. Ciò non significa che avidyā possa essere eterna, come afferma Vācaspati Miśra, associandola incautamente all’eternità del Brahman e convergendo così all’errore dottrinale definito mūlāvidyā. Infatti se si attribuisce l’avidyā all’“io” illusorio, l’ignoranza non è mai separata dall’individuo in quanto tale. Non può essere, invece, mai attribuita all’Ātman perché esso è pura Coscienza-conoscenza. E noi, in realtà, non siamo l’ego, perché esso è anātman e, come tale, non esistente (asat). Perciò il problema su cui alcuni s’interrogano “Com’è che l’Ātman è sottoposto all’ignoranza che gli fa credere di essere un ego individuale?”, è semplicemente una questione mal posta. Ben diverso è il termine aja rivolto all’Ātman che non significa innato, ma mai nato, ossia eterno.[↩]
                    2. Sebbene riferita prevalentemente a un percorso di conoscenza non suprema (aparavidyā), abbiamo descritto questa illusione iniziale da cui parte un sādhaka nel nostro Discesa agli Inferi, cit., pp. 93-102.[↩]
                    3. “Questo Essere sottilissimo, è ciò che fa esistere tutto questo. Esso deve essere inteso come il Sé. Quella è la Verità, Quello è il Sé, tu sei Quello, o Śvetaketu” (ChU VI. 15. 3).[↩]
                    4. Svāmī Satcidānandendra, Dottrina e Metodo, cit. pp. 111-112.[↩]
                    5. Vedi “Alcune note sull’Intuizione”.[↩]
                    6. ChU III. 14. 2-4.[↩]
                    7. BSŚBh I. 1. 4.[↩]
                    8. Bhāti, brillano, ha la stessa radice di ābhāsa, riflesso.[↩]
                    9. Si presti attenzione a questa affermazione: infatti suṣupti appare come lo stato causale della veglia e del sogno solamente per chi si pone al punto di vista dello stato di veglia. Perciò il pensiero che il sonno profondo sia “stato causale” è una “apparenza illusoria”, poiché non è la reale natura di suṣupti, la quale, invece, è il Sākṣin (l’Ātman). Credere il contrario darebbe eterna realtà alla Māyā (producendo una dualità con la realtà del Brahman) la quale appare reale soltanto a causa dell’ignoranza. La stessa argomentazione può essere applicata all’avidyā: l’ignoranza, infatti, appare reale solo illusoriamente. Sostenere il contrario, cioè che l’avidyā sia reale per sua natura, rappresenta l’errore della dottrina detta mūlāvidyāvāda.[↩]
                    10. Come, appunto, durante il sonno profondo. Kauṣitakī Upaniṣad, III. 7.[↩]