Vai al contenuto

14. 4 – Dissoluzione dell’illusione che la dualità sia continua

    4 – Dissoluzione dell’illusione che la dualità sia continua

    Dubbio: Ad alcuni potrebbe sembrare che i due esempi summenzionati della corda-serpente e del sogno non siano adatti a rappresentare l’illusorietà delle cose grossolane non senzienti, perché anche dopo il raggiungimento della conoscenza di Ātman il mondo della dualità continua ad apparire. Invece, nell’esempio della corda e del serpente, non appena la natura essenziale della realtà della corda è conosciuta, il serpente scompare. Anche nell’esempio del sogno, quando ci si sveglia, il mondo del sogno scompare. Se i vedāntin, in base a questi due esempi, affermano che dopo il raggiungimento della conoscenza dell’Ātman, il mondo della dualità scompare realmente, questo non è affatto vero. Perché, se dal punto di vista di chi ha raggiunto la conoscenza di Ātman non esistesse nessuno da lui diverso, costui non potrebbe insegnare le verità spirituali ad altri, cioè ai suoi discepoli. In quel caso le azioni empiriche tra maestro e discepoli sarebbero false.
    Per risolvere questo dubbio citiamo il seguente verso:

    4. Oltre a me non esiste alcun reale mondo di dualità. Qualunque cosa esista esternamente è pensata erroneamente o immaginata a causa di māyā. Ciò appare nell’“Io” che non è duale, proprio come il riflesso appare nello specchio. Perciò io sono Śiva.

    Q) Oltre a me non esiste un mondo che sia reale

    All’insegnamento vedāntico: “Ātman è advitīya, cioè non duale” si solleva un’importante contestazione:

    Obiezione: Se il mondo della dualità è chiaramente visibile e percepibile, si può sostenere ragionevolmente che non esiste? Se esso esiste, allora come si può affermare che Ātman è advitīya, cioè uno senza secondo oltre a lui?

    Risposta: Credere che assieme ad Ātman esista un mondo di dualità è errato. Perché separatamente e indipendentemente da Ātman il mondo non esiste affatto. Non c’è modo di concepire due entità (vastu) enumerandole come segue: «Ātman è uno e il mondo è il secondo». Perché questi due, cioè Ātman e il mondo, non sono due cose individuali o separate appartenenti a uno stesso genere (jāti). A meno che non appartengano alla stessa specie, non si può usare il numerale “due”. Per esempio, se addizioniamo una sedia a un’altra sedia, possiamo dire due sedie. Se a una sedia aggiungiamo una panca, allora dobbiamo dire “due mobili di legno”. Ma se poniamo una domanda come: «Se sommiamo ad Ātman il mondo, come chiameremo queste due cose?» A questa domanda non c’è alcuna risposta.

    Obiezione: Perché dici che non c’è risposta? Sommando Ātman al mondo possiamo senz’altro dire che ci sono due entità!

    Risposta: Non si può affermare ciò. Perché Ātman non è un oggetto o una sostanza. La parola padārtha connota quella cosa che è descritta da una parola, ossia da un pada. Quella cosa che può essere concepita dalla mente, o quel fenomeno che può essere descritto da un vocabolo che lo connota, è l’oggetto definito, spiegato o specificato da una parola (pada). Ma Ātman non può affatto essere oggettivato o concepito dalla mente. Anzi è l’Ātman che illumina la mente. Perciò Ātman non è un oggetto nominabile (padārtha). Per questa ragione l’affermazione che “Ātman è Śiva” e altri termini che i vedāntin utilizzano, non è capita da coloro che non sono abituati al linguaggio del Vedānta o non vi sono iniziati. Per il fatto che Ātman non è artha, cioè non è un oggetto connotato da una parola (pada), non si può concludere che Ātman stesso non esista. Ātman manifesta se stesso come anubhava o esperienza intuitiva; solamente in forza di questa Intuizione universale (sārvatrika) e perfetta (pūrṇa) di Ātman noi conosciamo la mente e il resto del mondo che dalla mente è concepito o percepito.

    Obiezione: Va bene, ammettiamo pure che Ātman non sia un oggetto nominabile (padārtha); ma comunque, quando in base all’esperienza intuitiva si dice «Ātman e il mondo (prapañca)» non si afferma che ci sono due cose?

    Risposta: No, proprio per niente. Perché se li contassimo in sequenza numerica (uno, due, tre…), dovrebbero necessariamente essere oggetti esistenti in uno stesso luogo e in uno stesso periodo. Ma poiché non esistono affatto nel tempo e nello spazio e nemmeno sono propriamente dei padārtha, allora come potremmo enumerarli in serie, dicendo: «Ātman è uno, il mondo è secondo»?

    Obiezione: Se non ci sono due cose separate una dall’altra, com’è possibile l’uso di quelle parole?

    Risposta: Usiamo due parole per il fatto che una e medesima entità può essere considerata in due modi diversi. Dal punto di vista di coloro che hanno realizzato l’ultima realtà di Ātman (i jñāni), l’essere vero è Ātman. Ma la stessa entità è percepita come mondo dal punto di vista degli ignoranti (ajñāni) che sono rivolti all’esteriore e che nella loro visione sono materialisti. In verità quello che gli ajñāni chiamano mondo duale (prapañca) o molteplicità, in realtà, per l’esperienza intuitiva è solo Ātman.

    Obiezione: Se l’unico Ātman appare in due modi, perché non possiamo dire che entrambi sono reali (satya)?

    Risposta: A questo abbiamo già risposto. Il mondo della dualità o della diversità non esiste in senso assoluto: in verità esso è asatya, ovvero irreale, falso, erroneamente sovrapposto dagli ignoranti ad Ātman, la realtà ultima non duale.

    Obiezione: Se prapañca è irreale, allora perché appare anche a coloro che hanno conosciuto intuitivamente Ātman? Perché il mondo della veglia (jāgrat prapañca) non svanisce, come succede al mondo del sogno (svapna prapañca) che si dissolve come per magia (māyā) allorché ci svegliamo?

    Risposta: Quando realmente conosciamo, il mondo svanisce e si dissolve davvero. O, per essere più esatti, invece di dire che esso in quel momento svanisce, dobbiamo affermare che il mondo della dualità non è mai esistito. Perciò il mondo che tu dici dovrebbe svanire o estinguersi, non è mai assolutamente esistito.

    Obiezione: Se è così, perché il mondo appare?

    Risposta: Non è necessario portare una spiegazione alla domanda sul perché appare 1. È sufficiente discernere che non è reale; è solo un’apparenza.

    Obiezione: Ammettiamo che sia un’apparenza. Se fosse così, dopo che la realtà è conosciuta, perché questa apparenza non dovrebbe svanire come un sogno?

    Risposta: Non c’è una regola per cui tutte le apparenze dovrebbero per forza scomparire una volta che sia conosciuta la realtà che sta dietro2. Quando si riconosce che una cosa non è realmente tale, ma che semplicemente appare come tale, svanisce solo l’apparenza di realtà che le abbiamo attribuito a causa di una cognizione errata (bhrānti). È questa la regola generale da applicare a ogni tipo d’apparenza.

    Obiezione: Quando appaiono sia Ātman sia il mondo, quale ragione esiste di stabilire la regola che solamente il mondo è un’apparenza, mentre Ātman non lo è?

    Risposta: Il mondo non appare separatamente da Ātman; ma Ātman esiste indipendentemente e non è sempre vincolato al mondo. Per esempio Ātman esiste immutato nel sonno profondo quando il mondo della dualità non esiste minimamente. Perciò il mondo in se stesso non è reale preso separatamente da Ātman. Si può dire che l’esistenza del mondo è basata solo sull’assoluta esistenza di Ātman. E, mentre l’esistenza del mondo può essere rimossa, l’esistenza assoluta di Ātman non è mai annullata in nessun tempo e spazio poiché ciò è impossibile. Quindi Ātman è in verità assolutamente reale mentre il mondo è solo mera apparenza.

    Obiezione: Non appena ci svegliamo dal sonno il mondo appare spontaneamente all’improvviso così com’era [prima d’addormentarsi]. Un mondo che non esiste nel sonno profondo, come può di nuovo apparire? Quindi, nel corso del sonno dovrebbe necessariamente esistere da qualche altra parte, non è vero?

    Risposta: Questa congettura non è esatta. Dove esiste il mondo durante il sonno? In particolare, nel nostro sonno profondo, non esiste affatto; se esistesse, allora dovrebbe apparire anche in quello [che è pura esistenza]. Alcuni vedāntin moderni sono erroneamente arrivati a pensare che nel sonno profondo il mondo continui a esistere sotto la forma di ignoranza radicata (mūlāvidyā) 3. Che questo sia solo una immaginazione è chiaro se esaminiamo l’Intuizione del sonno profondo com’è universalmente sperimentato. Questa teoria illogica e dogmatica è confutata nel nostro trattato sanscrito intitolato Mūlāvidyānirāsa 4. Perciò se qualcuno afferma che il mondo potrebbe esistere da qualche parte fuori del sonno profondo, noi risponderemo che “fuori del sonno” non ha alcun senso.

    Obiezione: Perché non ha senso? Se una certa persona sta dormendo, non vediamo che l’intero mondo continua a esistere intorno a lui? Allo stesso modo, quando noi dormiamo, perché un’altra persona sveglia non può vedere il mondo esterno? Da questo punto di vista è evidente che mentre noi stiamo dormendo, il mondo da cui siamo assenti continua a esistere per conto suo.

    Risposta: Non abbiamo alcuna esperienza che possa provare che un’altra persona stia dormendo. Proprio come non possiamo sperimentare direttamente il piacere (sukha) e il dolore (duḥkha) altrui, allo stesso modo anche il sonno degli altri è al di fuori della nostra esperienza. Nel nostro sogno possiamo vedere alcune persone che dormono; ma ora che siamo svegli, non possiamo affatto affermare che essi fossero realmente in sonno. Questa verità è ugualmente valida anche nella veglia; che essi stiano dormendo è deciso solo dalla nostra immaginazione. La diretta esperienza intuitiva del nostro sonno deve perciò per forza avvenire esclusivamente nel nostro sonno. Il sonno altrui e perfino quegli stessi “altri” che ci appaiono mentre siamo svegli, sono tutti fenomeni inclusi nel mondo della nostra veglia, e perciò sarebbe irragionevole e illogico pensare che questi “altri” possano esistere quando siamo fuori del nostro stato di veglia. Quando stiamo dormendo il nostro mondo della veglia non esiste affatto. Perché se affermassimo che il nostro mondo di veglia esiste durante il nostro sonno, sarebbe come dire che stiamo dormendo e siamo svegli allo stesso tempo. Questa è una affermazione assurda, perciò è corretta la conclusione che durante il nostro sonno il mondo della veglia non esiste per niente.

    1. In realtà il serpente non compare mai né mai scompare. È l’ignoranza che ci fa credere alla sua apparizione e scomparsa. Riconosciuta la corda, si constata la totale assenza (usando l’anupalabdhi parmāṇa) di qualsiasi apparizione o sparizione del serpente [N.d.T.].[↩]
    2. Per esempio quando si lascia lo stato di veglia (jāgrat avasthā) per quello di sogno, l’apparente realtà della veglia scompare. Quando si lascia lo stato di sogno (svāpna avasthā) per la veglia, l’apparente realtà del sogno scompare. Quando si lasciano gli stati di veglia e di sogno per il sonno profondo (suṣupti avasthā), si constata per anupalabdhi l’assenza delle loro apparizioni e scomparse. La realtà che sta dietro a tutti i tre gli stati è il Testimone (Sākṣin) simultaneamente presente in tutte e tre gli stati. Perciò, quando si riconosce la propria identità con il Testimone, allora il sonno profondo non è più ciò che appariva come uno stato (avasthā), come un terzo pāda di Ātman. Con la Liberazione finale, come suṣupti non è più suṣupti, ma è Turīya, il quarto pāda, così il Sākṣin non è più Sākṣin, ma è il Supremo Paramātman non duale. Perciò non può esserci una regola che determini l’apparente sovrapposizione di comparsa e scomparsa del sogno e della veglia sulla pura Coscienza di Ātman: tale apparente sovrapposizione è semplicemente inesistente (asat) [N. d. T.].[↩]
    3. Si tratta dell’errore metafisico che considera eterna la mūlāvidyā, ossia l’ignoranza dovuta a nascite pregresse. Ovviamente, se così fosse, l’avidyā non potrebbe essere rimossa dalla conoscenza. Oltre a ciò, questa teoria assurdamente afferma l’esistenza di due eternità, quella dell’avidyā e quella di Brahman [N.d.T.].[↩]
    4. Svāmī Saccidānandendra Sarasvatī, Mūlāvidyānirāsaḥ athavā Śrī Śaṃkarahṛdayam, Bangalore, APK, 2009 [N.d.T.].[↩]

    10. La Civiltà greca: il lato luminoso (II)

      La Civiltà greca: il lato luminoso (II)

      Quello che corrisponde al “lato luminoso” della civiltà greca è il risultato di evidenti raddrizzamenti dovuti all’influenza iperborea su questa società di origine atlantidea. Gli antichi storici greci raccontano infatti di varie e misteriose visite compiute in Grecia da emissari iperborei provenienti dal nord. Occorre però considerare questa rettifica sotto due prospettive. La prima riguarda la società greca e la sua religione esteriore, vale a dire l’essoterismo. La seconda concerne l’aspetto iniziatico rappresentato dai Misteri, ovvero l’esoterismo. Ricordiamo al lettore che questa dicotomia di cui parliamo è caratteristica non solo della Grecia arcaica, ma anche di tutte le altre civiltà, religioni e nazioni apparse in Europa durante tutto il corso di questa Età del Ferro.

      Essoterismo: Aristotele (384-322 a.C.), il famoso filosofo ellenico, ci dice che i greci1 concepivano tre tipi di regime politico: monarchia, aristocrazia e democrazia.
      La Monarchia era il più antico regime politico e già ai suoi tempi le città greche erano amministrate esclusivamente da governi aristocratici o democratici. Il filosofo formulò la teoria per cui i regimi politici col tempo potessero degenerare; così la monarchia, lo Stato governato da un unico Re (Βασιλεύς, leggi basilèus), poteva trasformarsi in una tirannia, un regime guidato da un despota al di fuori di qualsiasi controllo e sottomissione alla legge. Come bilanciamento a questo tipo di degenerazione, si sarebbe potuto costituire un regime aristocratico, composto da nobili, gli aristocratici appunto, che nella lingua greca significa “uomini migliori” (ἄριστοι, leggi àristoi). Ma anche l’Aristocrazia avrebbe potuto successivamente degenerare e convertirsi in oligarchia, il governo di pochi individui che tiranneggia sulla maggioranza delle persone. In questo caso con una ribellione il popolo (δῆμος, leggi démos) avrebbe potuto conquistare il governo della città, dando vita così al regime della Democrazia2. A sua volta però, anche questa forma di governo avrebbe potuto degenerare in demagogia (manipolazione di persone) allorquando un capo regolarmente eletto, fosse riuscito a farsi adorare dal popolo, divenendo una sorta di dittatore.
      Non ci sono dati certi sulle monarchie dell’antica Grecia, perché all’epoca in cui si iniziò a produrre documenti scritti, le monarchie erano quasi del tutto scomparse. Le uniche notizie si hanno dalla mitologia e dalla poesia epica. Il Re aveva un potere assoluto ed era circondato da uomini saggi (σoφοí, leggi sophòi) e da veggenti (μάντεις, leggi mànteis), consiglieri di rango sacerdotale che officiavano le ritualità sacrificali. Queste funzioni scomparvero nel periodo storico. In Grecia infatti, sotto i regimi aristocratici e democratici, non esisteva più una vera casta sacerdotale. Il sacerdozio era aperto a qualsiasi persona, uomo o donna appartenente a qualsiasi classe sociale. Di solito gli uomini servivano nei templi degli Dei e le donne nei templi delle Dee. I sacrifici consistevano in oblazioni di latte, miele, acqua, olio d’oliva o in offerte delle primizie dell’agricoltura. Fu mantenuto anche il sacrificio del toro, dell’ariete o della capra e le vittime venivano immolate all’apertura di ogni festa religiosa o pubblica. Per tale ragione la carne veniva mangiata solennemente dal donatore e dai capi della comunità, mentre le parti non commestibili, le ossa, il grasso, i tendini, le corna, gli zoccoli e altro, venivano offerte agli Dei sul fuoco dell’altare3. Sappiamo comunque che questi crudeli sacrifici erano di origine atlantidea, poiché erano stati istituiti da Prometeo, il fratello di Atlante.
      Se la casta sacerdotale col tempo scomparve, le altre classi sociali si mantennero. La casta aristocratica dei guerrieri, chiamata cavalieri (ἱππείς, leggi hippéis4), era la più alta, anche se con lievi differenze d’importanza a seconda delle leggi delle varie città-stato. Poi c’erano i mercanti (οἵ ἐκ τῆς ἀγορᾶς, leggi hòi ek tes agoràs, quelli “della Piazza del Mercato”), suddivisi in diverse categorie a seconda della loro ricchezza. Nobili e mercanti erano cittadini a pieno titolo e godevano di tutti i diritti civili e religiosi. Gli stranieri e gli schiavi al contrario non avevano alcun diritto sia sotto i regimi aristocratici sia in quelli democratici.
      I Templi erano dedicati agli Dei celesti, agli Dei ctoni (quelli sotterranei) o agli Antenati. Nel periodo classico (VI-IV secolo a.C.) comparvero anche templi dedicati agli eroi dell’Età del Bronzo, in particolare al semidio Eracle; i semidei erano la progenie di un Dio o una Dea e un essere umano.
      Ogni città fu consacrata in particolare a un Dio, il cui tempio si trovava nella piazza centrale. Gli altri templi della città erano considerati meno importanti, anche se dedicati a divinità più potenti dello stesso Dio Protettore (πολιάς, leggi polìas, cioè nagaradaivata). Inoltre, nelle città potevano esserci templi dedicati alla stessa Divinità, ma considerata sotto aspetti diversi e con attributi differenti, come succede ancora oggi in India5. Tutti i giovani che si sentivano attratti dal servizio in un tempio, indipendentemente dal loro rango familiare, lo frequentavano e assistendo i sacerdoti e imparando i rituali locali, venivano infine consacrati sacerdoti. I templi più prestigiosi erano quelli che ospitavano un Oracolo. Il sacerdote o la sacerdotessa principali di tali templi, in certe occasioni erano posseduti (āviṣṭa) dal Dio e quindi erano un medium in grado di rispondere alle domande della gente. Solo in quei pochi, ma influenti templi oracolari, fu conservata la casta sacerdotale greca: infatti i sacerdoti di ciascun oracolo, discendevano tutti da un unico antenato primordiale. Il più antico di quei Templi era l’oracolo di Zeus a Dodona, nell’Epiro (oggi in Albania), di origine pelasgica (cioè atlantidea). Tutti gli altri, più recenti, erano principalmente oracoli del dio iperboreo Apollo, a Tebe, in Licia e a Delfi; abbiamo già menzionato in precedenza quest’ultimo, senza dubbio il più famoso in assoluto. Per qualsiasi questione di ordine superiore veniva consultato il Dio: si decidevano così la pace o la guerra, la fondazione di una nuova città o il cambiamento delle leggi. Nel suo libro Il tramonto degli oracoli (De defectu oraculorum), il sacerdote greco Plutarco (46-125 d.C.) narra che nel primo secolo d.C., l’equipaggio di una nave che andava dall’Egitto a Roma, udì una voce potente provenire dal mare, che annunciava:

      “Il grande Dio Pan6 è morto!”.

      Questa notizia si diffuse rapidamente in tutto l’Impero Romano. Da quel momento tutti gli Oracoli degli Dei greci gradualmente scomparvero, come se quella voce avesse annunciato la conclusione ciclica della Tradizione Ellenica.
      I riti avevano lo scopo di ottenere risultati immediati in questo mondo o di garantire il raggiungimento di una condizione piacevole dopo la morte. L’attaccamento alla vita degli antichi greci era tale, che consideravano il destino postumo come qualcosa di triste. Ritenevano, infatti, che le anime dei morti soffrissero sempre, rimpiangendo il dolce ricordo della vita terrena. Solo chi aveva avuto un’iniziazione (dīkṣā), poteva ambire al raggiungimento di una condizione di beatitudine. Questo argomento lo affronteremo nel paragrafo successivo dedicato all’esoterismo.
      Di grande importanza erano i miti, tramandati da cantori-poeti (ἀοιδός, leggi aoidòs, sskrt. mahākavi) durante le feste o rappresentati come drammi nei teatri. Il mito svolse un ruolo importante nell’insegnamento etico e civico, tuttavia il suo significato simbolico rimase fuori dalla portata della maggioranza delle persone. Solo nell’ambiente esoterico era possibile trovare le chiavi per comprendere questi miti e di conseguenza accedere ai gradi di realizzazione della via iniziatica (sādhanā). Ma anche questo argomento verrà trattato nei prossimi capitoli.

      D. K. Aśvamitra

      1. “Greci” era il nome dato dai Romani; in realtà si chiamavano Hellenes perché tutte le loro tribù, anche se rivali, si riconoscevano come discendenti da un eroe primordiale comune chiamato Hellen.[↩]
      2. La democrazia degli antichi greci non può essere paragonata al regime “democratico” caotico, corrotto e inefficiente che oggi opprime la maggior parte degli esseri umani. I governanti espressi dal popolo (démos) greco erano unicamente i cittadini liberi della città e rappresentavano circa il 10 per cento del totale degli abitanti. Infatti, ad Atene durante il V secolo a.C., i cittadini liberi erano circa trentacinquemila quando l’intera popolazione della città era di oltre trecentomila abitanti. E fra i cittadini liberi coloro che esercitavano il potere e svolgevano funzioni pubbliche erano solo i capifamiglia. Tutti gli altri, donne, ragazzi e schiavi non avevano diritti civili.[↩]
      3. Nel caso del sacrificio umano, eseguito solo in rare occasioni, tutto il corpo veniva consumato sul rogo come cibo per gli dei.[↩]
      4. Chiamati Σπαρτιάται (leggi Spartiátai) nella città di Sparta.[↩]
      5. Ad esempio, il tempio principale della città di Olimpia era dedicato a Zeus Olympus, il Signore dell’Olimpo, la Montagna Sacra, il Kailāsa dei Greci, mentre ad Atene il Tempio dello stesso dio era dedicato a Zeus Ipatos, “il più alto”, un’altra ipostasi del dio.[↩]
      6. Pan, il dio-pastore, è considerato identico a Phanes, la più antica delle divinità elleniche, come illustreremo nel capitolo sulla cosmologia greca. Equivalente al dio vedico Pũṣan, Pan è colui che garantisce lo sviluppo della manifestazione. Pertanto, l’annuncio della sua morte è stato interpretato come l’interruzione della tradizione greca. Pan in greco significa “Tutto” ed è collegato al culto di Apollo iperboreo. Ricordiamo che per Pitagora il nome di Apollo significa “non molteplice”. L’immagine di Pan nel Santuario dell’Oracolo di Apollo a Delfi era così terribile che quando i Celti irruppero nel Tempio per saccheggiarlo, fuggirono terrorizzati. Da Pan s’origina l’espressione “timore panico”.[↩]

      10. The Greek Civilization: The bright side (II)

        The Greek Civilization: The bright side (II)

        The “bright side” of Greek civilization is the result of positive adjusts due to the Hyperborean influence on Greek society of Atlantean origin. Ancient Greek historians, in fact, tell the several mysterious visits to Greece by Hyperborean emissaries coming from the North. However, this correction has to be considered from two angles. The first point of view concerns Greek society and its exterior religion, that is to say, Exoterism. The second one is the initiatic side represented by the Mysteries: Esoterism. We remind the reader that this dichotomy we are speaking of, is characteristic not only of archaic Greece, but also of all the other civilizations, religions and nations that appeared in Europe during the Iron Age.

        Exoterism: Aristotle (384-322 BC), the famous Hellenic philosopher, tells us that the Greeks 1 conceived three kinds of political regime: Monarchy, Aristocracy and Democracy. The Monarchy was the oldest political regime, while at his time Greek cities were administered exclusively by aristocratic or democratic governments. Greek thought that political regimes could, over time, degenerate. Thus Monarchy, the rule of a single King (Βασιλεύς, read basilèus), could turn in to Tyranny, a regime controlled by a despot outside any control of laws. As a reaction against that degeneration, it could be formed an aristocratic regime, composed by noblemen, the aristocrats, that Greek language means the “best men” (ἄριστοι, read àristoi). But even Aristocracy could later degenerate into Oligarchy, the government of a few individuals, which is a Tyranny of a small number of people. Even in this case a rebellion could lead the people (δῆμος, read démos) to the Government of the city, thus forming a democratic regime2. In its turn Democracy too could degenerate into Demagogy (lit. people manipulation) when a duly elected leader, by succeeding to be worshiped by the people, becomes a dictator.
        There are no certain data about the Monarchies of ancient Greece, because when written documents began to be produced, Monarchies were almost disappeared. The only news are from mythology and epic poems. The King had all the power and was surrounded by wise men (σoφοί, read sophòi) and seers (μάντεις, read mànteis), counsellors playing priestly and sacrificial functions.
        These figures disappeared in the historical period. In Greece, in fact, under aristocratic and democratic regimes, there was no longer a priestly order. The priesthood was open to any person, man or woman belonging to every social class. Usually men served in the temples of Gods while women in the temples of Goddesses. The sacrifices consisted in oblations of milk, honey, water, olive oil, or in offerings of the first fruits of agriculture. Also the bull, ram, or goat animal sacrifice was kept, and the victims were killed at the opening of all religious or statal festivals. Then, meat was solemnly eaten by the donor and community leaders, while the inedible parts, bones, fat, tendons, horns, hooves, and so on were offered to the Gods in the altar fire3. However, we know that these cruel sacrifices were of Atlantean origin, since they had been instituted by Prometheus, Atlas’ brother.
        If the priestly caste had disappeared in the mist of time, the other social classes were preserved. The aristocratic warrior caste, called the horsemen (ἱππείς, read hippéis4) or knight’ class, was the highest, even if with slight differences among the city-states. Then there were the merchants (οἵ ἐκ τῆς ἀγορᾶς, read hòi ek tes agoràs, those “of the Market Square”), divided into subcategories depending on their wealth. Nobles and merchants were citizens of the city and had all civil and religious rights. Foreigners and slaves, on the other hand, had no right in both aristocratic and democratic regimes.
        The temples were dedicated to the heavenly Gods, to the chthonic (underground’s) Gods, or to the Ancestors. In the classical period (6th-4th centuries B.C.) also appeared temples dedicated to the Bronze Age heroes, especially to the Demigod Heracles. Demigods were the offspring of a God or Goddess and a human being. Every city was consecrated to a God whose temple stood in the central square. Other temples in the city were considered less important, even if dedicated to divinities more powerful then the Protector God (πολιάς, read polìas, i.e. nagaradaivata). Moreover, in the cities there could have been temples dedicated to the same Deity, represented in different shapes and with different attributes, as it still happens in India today5. All young men who felt attracted to serve in a temple, regardless their family background, attended it, assisting the priests, learning local rituals, and finally they were consecrated priests.
        The most prestigious temples, however, were those hosting an Oracle. The main priest or priestess on certain occasions, were possessed (āviṣṭa) by the God and then they were able to answer the questions of the people. Only in those few, but influential, oracular Temples Greek priestly caste was maintained. In fact, the priests’ guild of each Oracle descended from a single primordial ancestor.
        The oldest among those Temples was the Oracle of Zeus in Dodona, Epirus (today in Albania), of Pelasgic origin (i.e. Atlantean). All the others, more recent, were mainly oracles of the Hyperborean God Apollo, in Thebes, in Lycia, and finally in Delphi, the most famous among them, already previously mentioned. For any major problem the God was consulted: in this way peace or war, the foundation of a new city or the change of laws, were decided. In his book The fall of Oracles (De defectu oraculorum), the Greek priest Plutarch (46-125 AD) narrates that in the first century AD, the crew of a ship sailing from Egypt to Rome, heard a powerful voice coming from the sea announcing: “The Great God Pan6 is dead!” This news quickly spread throughout the Roman Empire. From that moment all Oracles of the Greek gods disappeared, as if that voice had announced the cyclical conclusion of the Hellenic Tradition.
        The rites were meant to obtain immediate results in this world, or to reach a pleasant condition after death. The attachment to life of ancient Greeks was such that they regarded posthumous destiny as something sad. According to them the souls of the dead were always in pain, regretting the sweet memory of life on earth. Only those who had an initiation (dīkṣā), could long to reach some more blessed condition. In the next paragraph devoted to esoterism.
        Of great importance were the myths sung by the poets-singers (ἀοιδός, read aoidòs, i.e. mahākavi) during the festivities or represented as dramas in theaters. Myth played an important role in ethical and civic teaching. However, its symbolic meaning remained out of reach of the masses. Only in the initiatic environment it was possible to find the keys to understand those myths accordingly to the degrees of realization of the sādhanā. We will also discuss this in the next chapters.

        D. K. Aśvamitra

        1. “Greeks” was the name given by the Romans. They called themselves Hellenes because all their tribes, though rivals among them, recognized to be descendants from a primordial common hero called Hellen.[↩]
        2. Democracy of ancient Greeks cannot be compared to the chaotic, corrupt, and inefficient “democratic” regime that nowadays oppresses most of human beings. According to the Greeks people (démos) were composed only by free citizens of the city, representing about 10 percent of the total inhabitants. In fact, in Athens during the fifth century B.C., free citizens were about thirty-five thousand when the whole population of the city was of more than three hundred thousand inhabitants. Those who were exercising power and carrying out public functions were only the householders among the free citizens. All the others, women, boys and slaves hadn’t any civil rights.[↩]
        3. In the case of human sacrifice, performed only in rare occasions, the whole body was consumed on pyre as food for gods.[↩]
        4. Called Σπαρτιάται (read Spartiátai) in the city of Sparta.[↩]
        5. For example, the main temple of the city of Olympia was dedicated to Zeus Olympius, Lord of the Olympus Sacred Mountain (the Kailāsa of the Greeks), while in Athens the temple of the same God was dedicated to Zeus Ipatos, the Highest one, another hypostasis of the same God.[↩]
        6. Pan, a shepherd Divinity, is considered identical to Phanes, the oldest of the Hellenic Gods, as we will illustrate in the chapter on Greek cosmology. Similar to the Vedic God Pũṣan, Pan is the one who guarantees the development of manifestation. Therefore, his announced death was interpreted as the interruption of Greek Tradition. Pan, moreover, in Greek means “All” and is linked to the cult of Hyperborean Apollo. We recall that for Pythagoras the name of Apollo means “Non-Multiple”. Pan’s image in the Oracle Sanctuary of Apollo in Delphi was so terrible that when the Celts irrupted in the temple to plunder it, they ran away. From Pan originates the expression “Panic fear”.[↩]

        13. O) Io sono il Puro, Perfetto ed Eterno Non-duale

          O) Io sono il Puro, Perfetto ed Eterno Non-duale

          Da quanto si è trattato finora si possono stabilire due punti fermi: 1- Il nostro Ātman è puro e assoluto; 2- In Lui non esistono affatto né le impurità del mondo della trasmigrazione (saṃsāra), né le impurità del mondo duale, grossolano e insenziente.
          Inoltre, non ci sono validi mezzi di conoscenza per affermare che: a) Egli è confinato o limitato dai tre stati di veglia, sogno e sonno profondo; b) La loro reciproca relazione dipende solo da Lui. Perché mentre questi stati di coscienza appaiono e scompaiono, l’Ātman sussiste com’è senza mutamenti o trasformazioni. Egli è pūrṇa, perfetto, colmo, completo; è sbagliato credere che egli esista in una peculiare parte del mondo e che, essendo preso nella rete del tempo e dello spazio, soffra tutte le miserie della vita. Dal punto di vista dell’esperienza intuitiva (pūrṇa anubhava) del Sākṣi caitanya non c’è alcun punto in cui Egli non esista. Poiché perfino il concetto di punto è concepito in questa Coscienza-Ātman, questo concetto di punto o porzione di spazio non ha nulla a che fare con ciò che Egli è. Allo stesso modo, Egli non è nemmeno limitato da alcuna misura di tempo, perché anche la condizione temporale Gli è attribuita erroneamente. Qualsiasi cosa limitata da tempo e spazio finisce la sua esistenza in un particolare momento del tempo, per distruzione o per disgregazione delle sue parti. Ma, dal momento che Ātman non può essere limitato da tempo e spazio, è eterno (nitya). Per tutte queste ragioni Egli è eka, uno, non duale; cioè non è un essere dotato di una individualità (jīvatva) o di corpo incosciente (jaḍavastu). Vale a dire non è un essere animato o inanimato, che possa essere considerato un’entità diversa da Lui. È già stato dimostrato che anche durante il periodo di tempo in cui jīva e jaḍavastu appaiono, essi sono solo mere apparenze. Specialmente nel sonno profondo non c’è alcuna contaminazione né traccia di questi fenomeni. Proprio come il sognatore, che è stato Testimone del sogno, rimane allorché il sogno scompare, così quando anche l’apparenza dell’illusione se ne va, allora rimane solo la corda, in quanto essa era il sostrato su cui s’appoggiava l’illusione. Allo stesso modo nel sonno profondo, in cui non c’è nulla della veglia o dello stato di sogno, permane soltanto questo Ātman. Perciò solo l’Ātman è la natura essenziale di quei fenomeni. Ātman nella sua totalità, dunque, è l’Essere unico (eka), veramente non duale (advitīya).

          P) Io sono Śiva

          L’insegnamento “Io sono Śiva” è, perciò, l’ultima e assoluta verità e realtà. Come gli śāstra enunciano che Parameśvara è la causa della manifestazione, mantenimento e dissoluzione del mondo della dualità, allo stesso modo la nostra natura di Ātman è il sostrato e la causa da cui l’intero universo è manifestato, mantenuto e, infine, dissolto. Come s’afferma che solo Parameśvara è diventato tutto pervadendo ogni cosa, così anche il nostro Ātman svarūpa è diventato tutto. E, allo stesso modo in cui negli śāstra si legge che Parameśvara è in verità eterno (nitya), puro (śuddha), illuminato (buddha), libero per natura (mukta svabhāva), così anche il nostro Ātman è dichiarato nitya, śuddha, buddha, mukta svarūpa, dalla yukti, ovvero dal ragionamento basato sull’l’esperienza intuitiva universale (anubhava). Perciò, com’è scritto negli śāstra, l’Ātman di tutti noi è proprio Śiva.

          ​

          9. La civiltà greca: il lato oscuro (I)

            La civiltà greca: il lato oscuro (I)

            Prima di affrontare il tema della civiltà greca antica e della sua religione, proponiamo alcune note per spiegare le sue caratteristiche generali. Iniziamo ad esporre alcuni aspetti del lato oscuro di questa civiltà che evidenziano la sua matrice atlantidea. Questa premessa è tanto più necessaria se si considera che questi tratti distintivi hanno influenzato negativamente l’intera civiltà occidentale fino ai tempi odierni. Il prestigio della civiltà greca si è infatti diffuso in tutto il mondo sull’onda della modernizzazione globale, contribuendo profondamente anche al cambiamento di mentalità delle culture non europee. Rimandiamo infine al prossimo articolo la descrizione del lato positivo della tradizione ellenica di origine iperborea.

            Individualismo: la caratteristica principale del popolo greco era l’individualismo. Fin dai primordi questa tendenza comportamentale divenne una vera e propria ideologia generale applicata non solo agli individui, ma anche alle diverse componenti sociali, incluso lo Stato. Va detto incidentalmente che i gruppi sociali appartengono al dominio individuale, essendo le comunità formate da masse di individui, anche se alcune ideologie moderne, particolarmente diaboliche come il marxismo, teorizzano che la società trascende l’individuo. In realtà la collettività così considerata è un’entità infra-individuale.
            L’individualismo greco è stato originato dalla perdita dell’idea di un Principio Unico e non duale presente nel cuore di ogni essere vivente. Questa perdita può essere fatta risalire alle prime fonti letterarie greche, come i poemi omerici (1000 a. C.). Solo nei sādhana iniziatici o tra alcuni filosofi che erano sādhaka dei Misteri come Pitagora, Platone e i Neoplatonici, la coscienza di questo Principio trascendente s’era mantenuta viva. Ma la maggior parte dei filosofi e dei pensatori greci erano sicuramente naturalisti, agnostici se non addirittura atei.

            Libertinismo: l’individualismo ha condotto i greci a un’idolatria della libertà, intesa nel senso più arbitrario e libertino, ovvero all’autocompiacimento e alla soddisfazione illimitata di passioni e vizi. Per questo motivo, avendo perso il significato simbolico dei loro miti, i greci hanno attribuito ai loro Dei, tutti i loro capricci e le proprie perversioni individuali. Dunque, ben prima della degenerazione morale dei giorni nostri, i greci praticavano pubblicamente l’omosessualità e attribuivano lo stesso comportamento agli Dei. Allo stesso modo, descrivevano spudoratamente i loro Dei come imbroglioni, bugiardi, traditori, adulteri, invidiosi, avidi e narcisisti, proiettando così i loro difetti sulle divinità.

            Estetismo: il primo effetto del libertinismo è stato la nascita dell’edonismo, auto-soddisfazione ed estetismo. Il culto per la bellezza del corpo umano dell’arte ellenica, universalmente ammirato, aveva queste banali motivazioni. Osservando un’opera d’arte greca ci rendiamo conto che al di là delle forme raffinate non c’è alcun significato spirituale o simbolico: c’è solo un’attrazione sensuale (rāga) per un oggetto di godimento (bhogya). Nell’arte, i greci hanno infuso tutti i loro istinti di asmitā1, il trionfo di aham (ego) e mama (ciò che è proprietà dell’io, il mio). Allo stesso modo hanno dato vita alla filosofia, che altro non è se non l’espressione del pensiero individualista di ciascun singolo filosofo, priva quindi di una qualsiasi esperienza spirituale reale (anubhava2), di qualsiasi iniziazione (dīkṣā) e percorso spirituale (sādhana): in definitiva si tratta solo di una costruzione mentale.

            Particolarismo: i greci non sono mai stati in grado di creare una nazione; l’individualismo della gente s’è trasposto al particolarismo delle città. Ogni città greca (πόλις3, leggi pòlis) era armata contro ogni altra città greca e ogni città era internamente divisa in fazioni litigiose. Anche nel racconto epico dell’Iliade i greci impiegarono dieci lunghi anni per conquistare la città di Troia a causa delle loro costanti dispute e faide intestine. Allo stesso tempo erano convinti della loro superiorità su tutte le altre popolazioni. Il termine usato per definire uno straniero era barbaro (βάρβαρος): questa parola assunse presto il significato di incivile, rozzo, selvaggio, abbrutito4. In questo modo i greci hanno sancito la loro diversità nei confronti delle altre nazioni.

            Storicismo: quando si perde la visione assoluta (pāramārtika dṛṣṭi) è evidente che l’unico punto di riferimento rimane il divenire (saṃsāritva). La storia è la semplice annotazione di eventi cronologici. Di per sé ciò non è dannoso, anche se ha unicamente una utilità archivistica e giurisprudenziale. Lo storicismo è invece un’ideologia e si fonda sull’idea di attribuire un valore significativo a un periodo storico, a una civiltà particolare, a una serie di eventi e personaggi, seguendo parametri prestabiliti, basati su un’interpretazione che risente di certi retaggi dogmatici e ideologici: questo divenne possibile con la proclamazione della pretesa oggettività del metodo “scientifico”; così si è creato un sistema di falsificazione metodica degli eventi attraverso lo strumento della flessibilità di interpretazione. Applicando questo criterio, secondo gli storici greci, le grandi vittorie sui persiani (499-479 a. C.) avrebbero liberato la Grecia dalla loro dominazione per sempre; questo è quello che tutti abbiamo studiato a scuola, ma è un falso storico. Infatti, solo con un trattato (343 a. C.) concordato con Filippo II, l’Imperatore persiano cedette la sovranità della Grecia al Re di Macedonia. Gli storici greci, per giustificare questa incoerenza, affermarono che Filippo il Macedone era comunque un greco; ma nei loro trattati lo chiamavano Filippo il Barbaro! Ciò malgrado l’assimilazione alla nazione greca di Filippo II e di suo figlio Alessandro Magno è stata compiuta spudoratamente da molti storici. In molti libri i greci si vantavano altresì che “l’Imperatore greco” Alessandro Magno avesse conquistato l’India. I nostri rispettabili lettori indiani sanno bene che questo episodio è stato così irrilevante da non figurare in nessun testo dell’India. Quindi lo storicismo è stato inventato dai greci molto prima della sua riscoperta durante il Rinascimento europeo. Allo stesso modo, la storia europea e mondiale degli ultimi secoli è stata sistematicamente falsificata. Possiamo vedere oggi gli effetti devastanti delle falsificazioni odierne prodotte per mezzo d’una multimedialità sempre più sofisticata.

            Evemerismo: è una teoria che sostiene che la religione in generale e la mitologia, in particolare, narrano storie realmente accadute a personaggi vissuti in un determinato tempo e luogo; in seguito, tutto ciò sarebbe stato immaginato idealmente e rielaborato dalla mentalità irrazionale dei popoli antichi5. La nascita della filosofia avrebbe invece sancito il dono della razionalità all’umanità; da quel momento l’uomo civilizzato sarebbe stato in grado di riconoscere che la mitologia era solo la storia antica raccontata in una forma fantasiosa. La razionalizzazione del mito è l’effetto dello storicismo e del razionalismo che negano l’esistenza di una realtà diversa da quella empirica e grossolana. Questa teoria conduce fatalmente al naturalismo6 e, infine, al materialismo, perché induce a ritenere che l’unica realtà certa sia quella dell’esistenza corporea. L’evemerismo, attribuito al filosofo Evemero7, ma, per la verità, molto più antico di lui, è stato uno strumento per tagliare le radici della religione greca, diffondendo la mentalità antireligiosa secolarista e agnostica.
            L’influenza dell’evemerismo si diffuse ovunque: persino l’insistenza sulla storicità e la banalizzazione dell’umanità di Gesù Cristo, così affascinante per i cattolici moderni, ha fonti evemeriste. L’evemerismo è stato abbondantemente usato dagli indologi europei per inventare la fantomatica “invasione ariana dell’India”: hanno interpretato arbitrariamente i miti hindū, sostenendo che i Deva fossero “ariani” e gli Asura gli abitanti originari dell’India.

            Razionalismo: tutte le tendenze che abbiamo descritto convergono nel razionalismo. È un ramo della filosofia che considera la ragione come la fonte primaria della conoscenza: la mente umana usa la logica come strumento unico per spiegare il mondo. I cinque sensi sono considerati fallaci e quindi è la mente che corregge le informazioni provenienti dal mondo esterno attraverso la logica. In altre parole, usando il celebre aforisma vedāntico, se si guarda una corda e si vede un serpente, l’errore non si trova nella mente, ma negli occhi! Il razionalismo pretende d’essere in grado di investigare anche la Verità metafisica, la quale è per sua natura inaccessibile all’indagine razionale. Questo movimento filosofico fu sostenuto dapprima dai sofisti e più avanti da Aristotele, il più grande tra i logici ellenici.

            D. K. Aśvamitra

            1. Il senso dell’“io” e del “mio”; egoismo, egocentrismo [N. d. T.].[↩]
            2. L’esperienza, l’Intuizione universale; nello Yoga la modificazione mentale prodotta da un’esperienza o intuizione [N. d. T.].[↩]
            3. La parola “politica” e i suoi derivati, provengono dal termine greco polis, “città”.[↩]
            4. Inizialmente infatti era una voce onomatopeica risultante dal raddoppio della radice BA(R) come nel caso di babbàleo che ha il senso di “parlare in modo confuso” (secondo l’opinione di chi ascolta), da cui il latino balbus e babulus, che esprimono l’idea della balbuzie. Da qui il primo significato attribuito dai greci alla parola “barbaro” fu quello di parlare con suoni rozzi [N. d. T.].[↩]
            5. In ciò si possono ravvisare i primi germi di una congettura evoluzionistica predarwiniana.[↩]
            6. Naturalismo: teoria che nega tutto ciò che trascende il mondo manifestato naturale.[↩]
            7. Evemero da Messina (in greco antico: Εὐήμερος, “felice”, “prospero”; lat. Euhemerus); filosopo nato a Messina o Agrigento, 330 a.C. circa, morto ad Alessandria d’Egitto, 250 a.C. [N. d. T.].[↩]

            9. The Greek Civilization: The dark side (I)

              The Greek Civilization: The dark side (I)

              Before addressing the subject of ancient Greek civilization and its religion, let us point out some notes that explain its general characteristics. We start exposing some aspects of the dark side of this civilization that corresponds to its Antlantidean component. This preface is necessary considering that these features have negatively influenced the whole Western civilization until contemporary times. Afterwards, the prestige of Greek civilization has spread all over the world on the wave of global modernization, contributing profoundly also to the change of mentality of non-European cultures.

              However, in the next articles we will describe the bright side of the Hellenic Tradition of Hyperborean origin.

              Individualism: The main feature of Greek people was individualism. From the earliest times, this behavioral tendency became a true general ideology applied not only to individuals, but also to various social groups, including the State. Incidentally social groups belong to the individual domain, being the communities formed by masses of individuals, even if some modern ideologies -particularly diabolical as Marxism- theorize that society transcends the individual. Greek individualism has been originated by the loss of the concept of a unique and non dual Principle present in the heart of every living being. This loss can be traced back to the earliest Greek literary sources, like Homeric poems (⁓1000 B.C.). Only in the initiatic sādhanās, or among some philosophers who were sādhakas of the Mysteries such as Pythagoras, Plato and Neoplatonics, the consciousness of this transcendent principle was maintained alive. But most of Greek philosophers and thinkers were definitely naturalists, agnostics if not atheists.

              Libertinism: Individualism led Greeks to an idolatry of freedom in the most arbitrary and libertine sense, to self-complacency and unlimited satisfaction of passions and vices. For this reason, having lost the symbolic meaning of their myths, they also attributed all the whims and perversions possessed by themselves to their Gods. Well before the present-day moral degeneration, Greeks publicly practiced homosexuality and attributed the same behavior to Gods. Similarly they shamelessly described their Gods as cheaters, liars, traitors, adulterers, envious, greedy and narcissist, projecting their own defects on the divinities.

              Aestheticism: The first effect of libertinism has been the birth of hedonism, self-satisfaction and aestheticism. The cult for the beauty of human body, universally admired in Hellenic art, had these small-minded motivations. Observing a Greek artwork we realize that beyond the refined forms there is no spiritual or symbolic significance: there is only a sensual attraction (rāga) for an enjoyment object (bhogya). In art, Greeks infused all their instincts of asmitā, the triumph of aham and mama. Similarly they gave birth to philosophy, which is nothing but the individualist thought of every single philosopher, devoid of any spiritual inner experience (anubhava), of any initiation, of spiritual path: it is only mental elucubration.

              Particularism: Greeks were never able to create a nation; the individualism of the people was translated into the particularism of the cities. Every Greek city (πόλις, read pòlis 1) was armed against another Greek city and every city was internally divided in litigious factions. Even in the epic tale of Iliad, the Greeks employed ten long years to conquer Troy city because of the constant quarrels and feuds that arose among them. At the same time, they were convinced of their superiority over all other people. The term they used to define a foreigner was barbarian (βάρβαρος, read bàrbaros). This word soon assumed the meaning of “uncivilized, coarse, savage, brutal”. In this way Greeks expressed their diversity with other people.

              Historicism: When the absolute vision (pāramārtika dṛṣṭi) is lost, it is evident that the only reference point remains the becoming (saṃsāritva). History is the mere annotation of chronological events. In itself it is not harmful, even if only of archival and jurisprudential utility. Instead, Historicism is an ideology: Historicism is the idea of attributing meaningful significance to a historical period, to a peculiar Civilization, to a series of events and characters, following pre-set parameters and providing an interpretation based on certain ideological dogmas. All this happens by proclaiming the “scientific” objectivity of the method. Thus, a system was created for the falsification of the events through the flexible tool of interpretation. For example, according to their historians, the great Greek victories on Persians (499-479 BC) would have liberated Greece from Persian domination forever. That’s what we all have studied at school. But it’s a historical fake one. It is only with a treaty (343 B.C.) agreed with Philip II, that the Persian Emperor gave over his sovereignty of Greece to the King of Macedonia. Greek historians, to justify this incoherence, claimed that Philip the Macedonian, in any case, was a Greek. But in their treaties, they call him Philip the Barbarian! However the assimilation to the Greek nation of Philip II and his son Alexander the Great has been shamelessly proclaimed by many historians. The Greeks boasted in many books that “the Greek Emperor” Alexander the Great would have conquered India. Our respectable Indian readers well know that this episode was so irrelevant that it did not appear in any Indian text. Therefore Historicism has been invented by the Greeks long before the European Renaissance. In the same way, European and World History of the last centuries have been thoroughly falsified. We can see the devastating effects of today’s falsifications created by increasingly sophisticated multimedia.

              Euhemerism: Euhemerism is a theory maintaining that religion in general and mythology in particular narrate stories and historical characters that really happened and lived in a given period and place. Later, those people and events would have been imaginatively idealized and transformed by the irrational mentality of ancient people2. The birth of philosophy would have made the gift of rationality to the mankind; since that moment the civilized man has been able to recognize that mythology is only the ancient story told in an imaginary form. The rationalization of myth is the effect of historicism and rationalism, denying the existence of any reality different from the empiric one. This theory fatally leads to naturalism3 and materialism, because the only reality is reduced to bodily existence. Euhemerism, attributed to the philosopher Euhemerus, but much older then him, has been a tool to cut the Greek religion’s roots, spreading the secularist and agnostic antireligious mentality. The influence of euhemerism was deffused everywhere: even the insistence on the historicity of Jesus Christ, fascinating the modern Catholics, has euhemerist sources. Euhemerism has been abundantly used by European Indologists to invent the “aryan invasion of India”: they arbitrarily interpreted hindū myths as if Devas were “arians” and Asuras the original inhabitants of India

              Rationalism: All the trends we have described converge into rationalism. It is a philosophical field that considers the reason as the primary source of cognition. Human mind uses logic as the unique tool to explain the world. The five senses are considered fallacious and so it is the mind which corrects the information coming from the outside world through logic. In other words, if I look at a rope and I see a snake, the mistake is not located in my mind, but in my eyes! Moreover, rationalism claims to be able to investigate the metaphysical Truth, which is beyond the rational investigation, with the mind. This philosophical movement was supported first by the Sophists, and later by Aristotle, the greatest logician.

              D. K. Aśvamitra

              1. The word “politics” and its derivatives, proceed from the Greek term polis, “town”.[↩]
              2. Here we can find the first germs of a pre-Darwinian evolutionistic conjecture.[↩]
              3. Naturalism: theory that denies anything transcending the natural manifested world.[↩]

              12. N) Il mondo non è reale

                N) Il mondo non è reale

                Obiezione: Analogamente al serpente, che è erroneamente visto nella corda, anche in sogno appare un inesistente mondo fatto di dualità. È lecito affermare per la medesima ragione che questo mondo della veglia, fatto di dualità, e il saṃsāra che esiste in lui siano fenomeni concepiti erroneamente? Non si può affatto affermare che il mondo empirico sia una mera apparenza portando soltanto un paio di esempi. La semplice affermazione che l’asino raglia, e perciò il musicista, suonando, si comporta esattamente alla stessa maniera, non è sufficiente a decretare che l’armonia d’un musicista sia come lo sgraziato raglio dell’asino. Così quando si paragona per gentilezza la voce stridula d’una certa donna al canto del cuculo, per quanto sforzo d’immaginazione usiamo, quella voce non sarà mai un suono dolce e melodioso. Lasciamo pure che l’esempio della corda e del serpente o quello del sogno illustrino una falsa apparenza. Ma partendo da questa base non si potrà stabilire la realtà del mondo empirico.

                Risposta: Come appaiono gli oggetti che hanno una mera parvenza, esattamente così appare anche il mondo empirico. Come i mezzi validi di conoscenza (pramāṇa) eliminano l’errore di credere reali il serpente o il mondo del sogno, allo stesso modo gli stessi pramāṇa eliminano l’errore sulla realtà del mondo. Perciò non c’è alcuna differenza fra gli oggetti di mera apparenza degli esempi e questo mondo empirico di dualità. Per esempio, considera il mondo che appare nel sogno. Proprio come il mondo della veglia, anche il mondo del sogno appare tentacolare davanti a noi; proprio come nello stato di veglia paiono esistere molti esseri umani, animali e uccelli, anche lì, nel mondo del sogno, esistono molti esseri umani, animali e uccelli. Come nel mondo della veglia i jīva nascono, agiscono per un certo tempo e poi muoiono, così nel mondo del sogno pensiamo che i jīva nascano, agiscano per un certo tempo e poi muoiano. Come abbiamo contatti con altri jīva e altri oggetti grossolani nel mondo della veglia, lo stesso accade nel mondo del sogno. Che altro dire? Durante il tempo in cui assistiamo a tutti i fenomeni del sogno crediamo di essere in stato di veglia, anzi, ne siamo convinti. Dal momento che non esiste alcun modo particolare per dimostrare che lo stato che ora chiamiamo veglia non sia un sogno, non esiste nemmeno alcun pramāṇa o alcuna evidenza per dimostrare che solo il mondo dello stato di veglia sia reale. Inoltre, l’esempio dell’esperienza del sogno non è affatto un esempio vano e futile; infatti è un’esperienza universalmente condivisa, una conoscenza intuitiva, sufficiente a convincere chiunque che il mondo empirico della veglia è irreale. Da ciò s’arriva anche alla verità che il mondo della veglia è considerato erroneamente come se fosse Ātman.

                Obiezione: Ciò non ci pare corretto. Perché solo dopo che il sogno scompare e appare la veglia, il sogno risulta falso e irreale. Ma, dopo che la veglia scompare, qual è lo stato reale in cui la veglia è considerata falsa? Stando solo nella veglia, è esatto e razionalmente sostenibile affermare che la veglia e il mondo che vediamo nello stato di veglia sono entrambi falsi?

                Risposta: Non è importante che dopo essere tornati alla veglia dal sogno, quest’ultimo sia riconosciuto falso; ora dobbiamo esaminare il problema se quella conoscenza sia corretta o no. Essa è veramente corretta, perché nella veglia il mondo del sogno non esiste in nessun luogo. Se il mondo del sogno fosse vero, allora lo potremmo immaginare esistere da qualche parte anche ora. Ma non abbiamo questa esperienza. Abbiamo verificato che il mondo del sogno non esiste affatto né durante il tempo del sogno né ora, nel tempo della veglia. Perciò il sogno e il suo mondo sono entrambi falsi; sono cioè una mera apparenza che si manifesta in quel periodo di tempo. Allo stesso modo, quando siamo in sogno, dov’è il mondo della veglia? Non esiste affatto in nessun luogo. Anche la credenza che il mondo della veglia esista da qualche parte non è presente in noi durante il nostro sogno. Se affermassimo che quando vediamo il sogno, il nostro mondo della veglia, cioè quel mondo che si manifesta solo quando siamo svegli, esiste, allora sarebbe come dire che sperimentiamo allo stesso tempo sia il sogno sia la veglia. Questa affermazione si contraddice da sé. Perciò, dobbiamo per forza affermare che anche il mondo della veglia, come il mondo del sogno, è veramente inesistente (asatya). Comunque, il sogno non è reso falso soltanto per il fatto che usciamo dal sogno e veniamo in un altro stato; abbiamo concluso che esso non è reale dopo aver accertato la sua natura essenziale. Allo stesso modo, quando accertiamo la natura essenziale della veglia, anche quest’ultima sarà riconosciuta irreale. Per decidere in questo modo non è affatto necessario andare in un altro stato di coscienza.

                Obiezione: Ammettiamo pure che anche il mondo della veglia sia esattamente una mera apparenza come il mondo del sogno. Ma quale evidenza c’è per sostenere che questa apparenza è erroneamente presa per l’Ātman che è della forma di satya jñāna ānanda? Qual è la nostra esperienza sulla cui base possiamo affermare che il nostro Ātman è della natura di satya jñāna ānanda?

                Risposta: A tal fine dobbiamo considerare l’esperienza del sonno profondo. Sebbene nella veglia e nel sogno riconosciamo in noi l’individualità (jīvātva) e il mondo della dualità (jagat), noi esistiamo veramente nel sonno profondo. Poiché nella veglia, nel sogno e nel sonno profondo la nostra vera natura d’Ātman esiste immutabilmente e perennemente, non è nemmeno possibile immaginare che esso non esista. Da ciò si trae che Ātman è la nostra vera natura (satya svarūpa); per la medesima ragione l’Ātman conosce come Testimone (Sākṣin) tutti i jīva e l’intero mondo grossolano inanimato, sia nella veglia sia nel sogno. Egli sperimenta, sempre nella forma di Testimone cosciente (Sākṣin caitanya), lo stato di sonno profondo, ove è assente ogni traccia del mondo della dualità, da cui si evince che Egli è della natura di Coscienza-conoscenza (jñāna svarūpa). Qualsiasi cosa appaia nella veglia e nel sogno è oggetto del suo desiderio [di possesso, mama]. Invece nel sonno profondo, dove non esiste alcun oggetto, l’Ātman sperimenta beatitudine della sua propria pura e assoluta esistenza: da ciò si capisce che la sua vera natura è ānanda. Da questa intuizione si comprende che, dal punto di vista dell’eterna esistenza di Ātman, la conoscenza del mondo della dualità, come si manifesta negli stati di veglia e di sogno, è errata. Ciò significa che il mondo della dualità non esiste affatto indipendentemente dall’Ātman.

                ​

                11. M) Come il sogno appare a causa dell’illusione del sonno, così appare il mondo

                  M) Come il sogno appare a causa dell’illusione del sonno1, così appare il mondo

                  Prima di fornire una soluzione a queste obiezioni, dobbiamo per forza affrontare un certo problema. Vogliamo dire che l’oppositore è rimasto intrappolato nell’esempio della corda-serpente. Ha pensato, infatti, in questa maniera: «Come in determinate circostanze, una persona erroneamente vede un serpente nella corda, così, trovandosi in una data condizione, si sovrappone il mondo della dualità ad Ātman.»
                  Però da un simile ragionamento sorgono molte difficoltà e contraddizioni. Se osserviamo basandoci sull’intuizione, ci si renderà conto che nessuno ha mai fatto l’errore di immaginare che la natura di Śiva fosse il mondo della dualità (saṃsāritva) come nell’esempio [della corda e del serpente]. Ma se ci si pone in una particolare angolatura, ci si convincerà di essere un jīva¸ di vivere in un mondo che comprende molti jīva anch’essi senzienti, assieme a molte altre cose insenzienti completamente diverse. Da un altro punto di vista, guardando la realtà, comprendiamo invece che l’“Io” è veramente il Sé non duale (advitīya Ātman), privo di qualsiasi condizionamento individuale (jīvātva), che è essenzialmente Verità, Coscienza-conoscenza e Beatitudine (satya jñāna ānanda). Tra queste due concezioni, solo la seconda è corretta, perché non appena questa concezione sorge, noi realizziamo, cioè conosciamo intuitivamente che il mondo della dualità (saṃsāritva) è irreale e falso (asatya). Si usa il simbolo della corda-serpente soltanto per affermare questa verità, senza pretendere che tutte le implicazioni di quell’esempio debbano essere coerenti con ciò che simboleggia. Perciò sarà opportuno portare un altro esempio allo scopo di risolvere la terza e la quarta obiezione: quando una persona ha un sogno prodotto dall’ottundimento dovuto al sonno della mente (nidrā), quante fantasmagorie e bizzarrie può allora vedere! Costui dimentica completamente la propria natura e pare perfino rivestito di una forma del tutto diversa; sebbene sia solo, egli testimonia come se davanti a lui esistesse un mondo pieno di esseri umani, animali, piante e alberi, molte cose insenzienti come pietre, sabbia ecc., e vede se stesso come uno in mezzo a quella moltitudine. Anche in questo caso, qual è la realtà? Sia il mondo del sogno (svāpna prapañca), sia la forma in cui la persona (svāpna puruṣa) appare lì presente, sono falsi, irreali (asatya). Infatti, solo per il fatto di svegliarsi, tutto ciò scompare e tutto questo multiforme spettacolo sembra essere stato un’esistenza sperimentata all’interno di sé, nella propria mente. Da questo esempio si trae che nessuno di noi volutamente immagina il sogno: esso appare da solo, spontaneamente, ma non è reale. Si può dire la medesima cosa della propria individualità (jīvātva) e del mondo (jagat) che hanno una apparenza di realtà nella veglia. Anch’essi sono immaginati e sovrapposti erroneamente sul nostro Ātman, che è della natura essenziale di Verità, Coscienza-conoscenza e Beatitudine (satya jñāna e ānanda).

                  1. Ricordiamo che nidrā è il sopore inteso come condizione tāmasa della mente. Il sonno profondo senza sogni (suṣupti) è invece quando lo si considera come stato di coscienza dell’Ātman [N.d.T.].[↩]

                  10. L) Ātman è saccidānanda svarūpa

                    L) Ātman è saccidānanda svarūpa

                    Obiezione: Diciamolo pure. Si deve avere preliminarmente la conoscenza dell’Ātman, o no? Chi non abbia già conosciuto la natura della corda stessa, non può affermare d’aver preso la corda per un serpente, vero? Se è vero, allora noi, che non abbiamo già conosciuto l’Ātman, possiamo porci ragionevolmente la domanda: «Come avviene questo anātman bhrama o illusione del non-Sé?»

                    Risposta: Non c’è nessuno che non abbia conosciuto Ātman. Tutti hanno conosciuto il loro Ātman come “Io”.

                    Obiezione: Cioè vuoi che questo stesso “Io” è conosciuto a tutti come Ātman? Allora, qual è la necessità del Vedānta śāstra per aiutarci a conoscere l’Ātman? Se anche quelli che hanno conosciuto l’Ātman sono illusi, allora quale utilità o beneficio ci viene dall’Ātmajñāna?

                    Risposta: Tutti noi conosciamo l’Ātman nella comune forma dell’“Io”; ma non l’abbiamo conosciuto come Realtà assoluta che è della natura di Verità, Coscienza e Beatitudine (satya jñāna ānanda rūpa Śiva). Non abbiamo riconosciuto, cioè, che “Io” sono proprio Quello [Tat tvam asi]. Quando confondiamo la corda con un serpente, poiché non abbiamo riconosciuto come “corda” ciò che abbiamo visto e oggettivato come “questo” (idam), siamo illusi pensando che si tratti d’un serpente o d’una fessura per terra. Non è così? Perciò dobbiamo discriminare in modo analogo anche in questo contesto. Quando si dice che il nostro Ātman è l’Essere, Satya, ciò vuole significare che la nostra natura essenziale sussiste eternamente com’è. E quando si afferma che il nostro Ātman è unicamente jñāna svarūpa, si vuole intendere che è proprio dell’essenza della pura, assoluta Coscienza-intuizione. La dichiarazione che il nostro Ātman è ānanda svarūpa indica che quello è della natura essenziale della pura beatitudine. Un insegnamento così elevato va conosciuto intuitivamente. Questo insegnamento è esposto in modo evidente nei Vedānta śāstra.

                    Obiezione: Se Satya significa ciò che esiste com’è, allora non è forse anche così per una pietra, un albero ecc. che esistono come sono? Se sono Ātman in quelle forme, allora dobbiamo dire che noi tutti sappiamo già d’essere satya svarūpa, non è vero?

                    Risposta: Non è così. In verità nessun oggetto esiste come è. Anche le pietre, le rocce ecc. subiscono grandi cambiamenti nel corso del tempo. Esse si frantumano e diventano sabbia. Se le rocce rimanessero com’erano, allora come potrebbero avvenire simili cambiamenti? Perciò bisogna dire che esse subiscono mutazioni in fasi susseguenti durante migliaia di anni. Così, anche nel nostro mondo quotidiano alcune cose appaiono alla nostra percezione grossolana come se esistessero quali sono: per esempio, sebbene dalla creta possano essere plasmati molti oggetti diversi, vasi, piatti, boccali ecc., tuttavia la creta rimane solo creta. Perciò in questo modo se guardiamo da una certa angolatura, possiamo dire che anche tali cose sono satya cioè reali. Ma quando diciamo che: «Ātman è Satya» non intendiamo che è reale in senso manifestato (vyāvahārika). Egli è reale in senso vero e assoluto.

                    Oltre a questo non c’è nessuna regola per cui le cose empiricamente reali debbano necessariamente essere dotate di jñāna o di coscienza. Per esempio le pietre, la sabbia ecc. sono prive di coscienza (acit). Invece il nostro Ātman è jñāna svarūpa, ovvero dell’essenza della pura Coscienza.  Noi sperimentiamo la coscienza in questo modo: «Io conosco questo oggetto»; ma la conoscenza dell’Ātman non è di questo tipo. Quella conoscenza infatti si riferisce a un oggetto particolare, a come appare e scompare, perciò esso non è assolutamente e metafisicamente reale (paramārtha satya). Ātman è reale esattamente come lo è la conoscenza-Coscienza (jñāna). Perciò la conoscenza-Coscienza riferita ad Ātman, vale a dire la sua vera natura di Essere, non è come la conoscenza-coscienza empirica che talora appare [nello stato di veglia] e talora scompare [nello stato di sonno profondo]. Essa esiste nella natura essenziale di Coscienza immutabile e assoluta (kuṭaṣṭha jñāna) al di là d’ogni cambiamento.
                    Un altro punto da tenere d’acconto è che se dobbiamo ottenere una conoscenza rivolta all’esterno, dobbiamo sforzare il nostro intelletto e, solo dopo aver ragionato con l’intelletto concentrato su un oggetto, raggiungiamo la sua conoscenza. Ma nella natura essenziale della pura Coscienza di Ātman non c’è alcuno sforzo o tensione né c’è alcun dolore o sofferenza per raggiungere alcunché. Essa è per natura assoluta felicità e beatitudine (ānanda). La conoscenza che noi ci sforziamo di raggiungere non può essere Ātman, soltanto perché proviamo piacere o felicità, allorché si fruisce degli oggetti esterni. Quando si dice che Ātman è ānanda s’intende ben altra cosa. Il piacere che nasce dalla fruizione degli oggetti esterni è di natura transitoria, perché sorge e poi finisce; inoltre è un’esperienza che dipende da qualcosa di esterno, come un effetto dipende dalla causa. Ma Ātman è eternamente unico, indipendente e autoluminoso di beatitudine. Così, quando osserviamo certi oggetti del mondo esterno, dal nostro punto di vista grossolano (sthūla dṛṣṭi) può sembrare che per essi siano appropriate le qualità di satya jñāna e ānanda. Ma se esaminiamo le cose per mezzo della visione intuitiva, eccetto Ātman nulla è satya jñāna e ānanda in senso assoluto, per quanto sottile possa apparire. Se è intuita davvero la reale, assoluta natura di Ātman in quanto satya jñāna e ānanda, solo allora è smascherato ed eliminato quel binomio formato da “io” e il mondo (jīva jagatrūra) che gli sovrapponiamo erroneamente.
                    3- e 4- Adesso esaminiamo insieme la terza e la quarta obiezione, che suonano come segue: è possibile confondere la corda, in quanto oggetto diverso da noi, con un serpente, che, anch’esso, è un oggetto. Ma è possibile ingannare me stesso, che sono il soggetto, e considerare come se avessi un’altra forma? Come si può davvero credere che tutti si sbaglino nel vedere in Śiva una molteplicità di jīva e di oggetti grossolani? Come possiamo credere che se si prescinde dall’Ātman, il mondo, che è della natura di anātman, sia un inganno? Inoltre, nessuno di questi insegnamenti s’adatta all’esempio della corda e del serpente.
                    Questo, in poche parole, è l’idea che sta dietro alle due obiezioni. Inoltre, nell’obiezione degli oppositori è anche sottinteso il dubbio che se Ātman è per natura satya jñāna e ānanda, come mai in lui può apparire questo mondo pieno di irrealtà (asatya), ottusità (jaḍa) e sofferenza (duḥkha)?