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🇮🇹🇬🇧🇪🇸🇫🇷 Angelo Crespi – Ars Attack

    🇮🇹Angelo Crespi, Ars Attack, Milano, Johan & Levi Ed., 2013. ISBM 978-88-6010.114-3, pp. 103

    Fino alla conclusione del XIX secolo, l’arte occidentale si rifaceva, pur con frequenti sussulti eversivi, all’estetica ellenica classica: per mezzo delle forme, essa intendeva spingere la mente di chi contemplava a ricercare la vera natura dell’oggetto rappresentato. L’arte si prestava così a indicare una via di introspezione che permettesse di vedere in trasparenza i significati degli oggetti dell’opera d’arte che, nella loro percezione ordinaria, apparivano opachi e limitati alla loro apparenza quotidiana. Un corpo umano, un oggetto, un elemento paesaggistico, riprodotto sulla tela o nella pietra, bronzo o legno, perdeva la sua pesantezza naturale (sahaja tamas) e si trasformava in un segno che ognuno interpretava a misura della propria capacità d’introspezione. Con il passare dei secoli il messaggio dell’arte diventava sempre più “greve”, perdendo gradualmente i suoi significati intellettuali, emotivi e sensibili. L’arte rimaneva comunque un linguaggio per alludere a qualcosa di più elevato di quanto si cela dietro le apparenze quotidiane, fino a essere in grado a condurre la mente dello spettatore a vette ineffabili, come è ben decritto dall’affermazione pseudo platonica “Il bello è lo splendore del vero”. E se al tramonto del periodo figurativo, l’arte induceva solamente a sensazioni di benessere, serenità, equilibrio, ciò nonostante anche queste ottuse sensazioni potevano rappresentare l’ultimo fioco lucore del “vero”.
    Con l’inizio del XX secolo l’arte cambia completamente rotta: si presenta come un campo di “sperimentazione scientifica”, in cui ogni preteso artista propone un suo personale campo d’indagine al fine di proporre agli spettatori uno strumento per la comprensione del mondo. Naturalmente questo campo d’indagine è commisurato con la “visione del mondo” dell’autore, con la sua ideologia, la sua (generalmente scarsa) cultura personale e con le sue più brute inclinazioni, affioranti dal subcosciente per godere d’una incontrollata “libertà” d’espressione, considerata come “ispirazione creativa”. In questo modo, solamente lo pseudo artista intende oscuramente cosa vuole esprimere con il suo manufatto; ma egli circonda di mistero la sua “ispirazione creatrice”, essendo egli stesso incapace di comunicarne ad altri il significato. Ancor più sorprendente è l’atteggiamento degli ammiratori dell’arte contemporanea i quali, impossibilitati non solo a seguire le varie tendenze artistiche, tra loro divergenti e tanto numerose quanti sono i presunti artisti, sono addirittura incapaci di comprendere il significato di una sola “opera d’arte” d’un singolo autore. Questo perché nemmeno l’autore stesso sa chiaramente che cosa ha voluto rappresentare.
    Considerando, inoltre, la pretesa “sperimentazione scientifica”, chiamata a giustificare questo nuovo corso dell’“arte contemporanea”, faremo notare quanto questa definizione sia del tutto impropria. Infatti, gli scienziati si dedicano alla sperimentazione al fine di scoprire angoli dalla natura ancora sconosciuti, allo scopo che le loro investigazioni possano portare alla scoperta di qualcosa di utile (arthakara o bhogya) per l’umanità. Questa sperimentazione si sviluppa sulla base dell’osservazione degli oggetti esterni, alla ricerca deduttiva di spiegazioni circa il loro naturale modo empirico di esistere e di mutare. Alcune di queste esperienze scientifiche poi, possono portare a dei benefici per la vita empirica degli individui e della società.
    L’“arte contemporanea”, invece, si basa su pensieri, idee, simpatie-antipatie, pregiudizi, istinti, tutti sperimentati in modo incontrollato all’interno della psiche volutamente sfrenata degli “artisti”, che alterano l’obiettività della loro percezione sensoriale; per questa ragione il loro uso sregolato di alcohol e droghe è pubblicamente tollerato, se non giustificato come strumenti di “ispirazione”. Non c’è dunque alcuna osservazione distaccata degli oggetti della percezione sensoria né la ricerca deduttiva sulle esperienze tipiche della ricerca scientifica. Su questa base non è possibile che la pretesa “sperimentazione scientifica” dell’“arte contemporanea” possa fornire alcunché di utile o di fruibile. Quale utilità può provenire dall’esposizione di un orinatoio, di un taglio in una tela, di un contenitore di escrementi, o dall’esibizione macabra di cadaveri umani scarnificati e plastificati? La sola utilità ricade sempre e solo nelle tasche dei galleristi e dei critici d’arte, tutti ben identificabili nella lobby internazionale delle banche e dei media, che specula sull’imbecillità dei moderni. In realtà, tutto ciò può evocare nell’osservatore sano soltanto un senso di malessere e di ribrezzo. Solamente ipocriti “intellettuali” collusi ideologicamente potranno decantare tali meraviglie!
    La pretesa “sperimentazione scientifica” che giustificherebbe l’“arte contemporanea”, quindi, non è razionalmente sostenibile. Quello che appare evidente è che mercanti, critici e divulgatori di questa vera e propria mostruosità infernale, svolgono una funzione di corruzione della mentalità generale, perseguita attraverso la “consacrazione artistica” del brutto, del deforme, del malvagio, del corrotto, del volgare e, soprattutto, dell’odio nei confronti del sacro.
    Angelo Crespi con questo libro snello e di piacevole lettura, denuncia senza timore la grande parodia dell’ “arte contemporanea”, apportando molteplici esempi, indicando complicità e fini coperti da riserbo, fornendo considerazioni spesso acute sul fenomeno che magistralmente smonta. Ciò dimostra che anche senza conoscere dottrine tradizionali e, men che meno, metafisiche, ma con il semplice buon senso e con una comprensione media della realtà mondana, è possibile considerare le cose come sono e non come si vuole obbligare a credere.

    Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

    Angelo Crespi, Ars Attack, Milano, Johan & Levi Ed., 2013. ISBM 978-88-6010.114-3, pp. 103

    Up until the end of the 19th century, Western art recurred, although with frequent subversive jolts, to classical Hellenic aesthetics. By means of forms, it intended to induce the mind of the beholders to seek the true nature of the represented object. Thus, art lent itself to indicate a path of introspection allowing to see in transparency the meanings of the represented subjects, which in their ordinary perception appeared opaque and limited to their daily appearance. A human body, an object, a landscape element, reproduced on canvas or in stone, bronze or wood, lost its natural heaviness (sahaja tamas) and turned into a sign interpreted according to one’s  own capacity for introspection. With the passing of the centuries the message delivered became more and more “heavy”, gradually losing its intellectual, emotional and sensitive meanings. In any case, art remained a language to allude to something higher than what is hidden behind everyday appearances, until it is able to lead the viewer’s mind to ineffable peaks, as described by the pseudo-Platonic dictum “Beauty is the splendor of Truth”. If at the decline of the figurative period art was only able to provoke feelings of comfort, serenity, balance, these dull sensations were nevertheless qualified to represent the last dim glow of the “Truth”.
    At the beginning of the 20th century, art took a completely different route, presenting itself as a field of “scientific experimentation” in which every so-called artist proposed a personal line of investigation in order to offer to the public a tool for understanding the world. Naturally, such lines of investigation remained commensurate with the authors’ “vision of the world”, their ideology, their – generally poor – personal culture and with their most brute inclinations emerging from the subconscious to enjoy an uncontrolled “freedom” of expression, considered as “creative inspiration”. In this way, only the pseudo-artist understands obscurely what he wants to express with his artifact; yet he surrounds his “creative inspiration” with mystery, as he himself is unable to communicate its meaning to others. Even more surprising is the attitude of contemporary art admirers who, unable to follow the various artistic tendencies, divergent from each other and as numerous as the alleged artists are, remain helpless in the attempt to understand the meaning of any “work of art” from a single author. This is because even the very author does not know what he wanted to represent.
    Moreover, by considering the alleged “scientific experimentation”, invoked to justify this new course of “contemporary art”, we must point out how this definition is completely improper. In fact, scientists dedicate themselves to experimentation in order to discover unknown corners of nature, with the hope that something useful (arthakara or bhogya) for humanity would be come upon. This experimental method is developed on the basis of the observation of external objects, conducting a deductive search for explanations on their natural way of empirical existence and transformation. Some of these scientific experiences can then lead to benefits for the empirical life of individuals and society.
    “Contemporary art”, on the other hand, is based on thoughts, ideas, likes and dislikes, instincts, all experienced in an uncontrolled way within the deliberately unrestrained psyche of the “artists”, altering the objectivity of their sensory perception. For this reason their unregulated use of alcohol and drugs is publicly tolerated, if not justified as “inspirational” tools. Therefore, there is no detached observation of the objects of sensory perception, nor deductive research on the experiences typical of the scientific research. On this basis, it is not possible for the alleged “scientific experimentation” of “contemporary art” to provide anything useful or usable. What usefulness can come from exposing a urinal, a cut into the canvas, a container of excrements, or from the macabre display of human corpses stripped of their flesh and plastinated? The sole utility is to benefit the pockets of gallery owners and art critics, all clearly identifiable in an international lobby of Banks and Media that speculates on the imbecility of the moderns. In reality, all this uniquely provokes in the healthy observer a sense of malaise and disgust. Only hypocritical “intellectuals”, ideologically colluded, can extol such wonders!
    Therefore, the alleged “scientific experimentation” that justifies “contemporary art” is not rationally sustainable. It is evident that art dealers, critics and popularizers of this authentic hellish monstrosity play a role of corruptors of the general mentality, pursued through the “artistic consecration” of everything is ugly, deformed, evil, corrupt, indecent and, above all, hateful of the sacred.
    With this slender and compelling book, Angelo Crespi bravely denounces the great parody of “contemporary art”, bringing many examples, uncovering schemes and complicities covered by secrecy, often making acute observations on a phenomenon that he masterfully dismantles. This shows that even without any knowledge of traditional doctrines, much less of metaphysical ones, but with simple common sense and an average understanding of the worldly reality it is possible to consider things as they are, and not as one wants them to appear.

    Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

    Angelo Crespi, Ars Attack, Milano, Johan & Levi Ed., 2013. ISBM 978-88-6010.114-3, pp. 103

    Hasta finales del siglo XIX, el arte occidental recurrió, aunque con reacciones subversivas frecuentes, a la estética helénica clásica: por medio de las formas, ella se había hecho cargo de estimular la mente de sus espectadores para buscar la verdadera naturaleza del objeto representado. Así, el arte se prestó para indicar un camino de introspección que permitiera ver en transparencia los significados de los objetos artisticos que, en su percepción ordinaria, parecían opacos y limitados al aspecto cotidiano. Un cuerpo humano, un objeto, un elemento de paisaje, reproducidos sobre el lienzo o en la piedra, el bronce o la madera, perdían su pesadez natural (sahaja tamas) y se convirtían en un signo que todos interpretaban según su propia capacidad de introspección. Con el paso de los siglos, el mensaje del arte se hizo cada vez más “grueso”, perdiendo gradualmente sus significados intelectuales, emocionales y sensibles. En cualquier caso, el arte siguió siendo un lenguaje para aludir a algo más alto de lo que se oculta trás las apariencias cotidianas, hasta dirigir la mente del espectador a picos inefables, como lo describe bien la afirmación pseudo-platónica “La belleza el esplendor de la Verdad”. Y si, al final del período figurativo, el arte solo inducía sentimientos de bienestar, serenidad, equilibrio, sin embargo, incluso estas sensaciones mates podían representar el último brillo tenue de la “Verdad”.
    Con el comienzo del siglo XX, el arte cambia de ruta por completo: se presenta como un campo de “experimentación científica”, en el que cada supuesto artista propone un campo de investigación personal para ofrecer a sus espectadores un aparato apto a comprender el mundo. Naturalmente, este campo de investigación es acorde con la “visión del mundo” del autor, con su ideología, su cultura personal (generalmente pobre) y con sus inclinaciones más brutas que surgen del subconsciente, para disfrutar de una incontrolada “libertad de expresión”, considerada como una “inspiración creativa”. De esta manera, solo el pseudo artista llega a comprender oscuramente lo que quiere expresar con su artefacto envolviendo de misterio su “inspiración creativa”, ya que él mismo es incapaz de comunicar el significado de sus obras a los demás. Aún más sorprendente es la actitud de los admiradores del arte contemporáneo que, incapaces de seguir las diversas tendencias artísticas, divergentes entre sí y tan numerosas como los supuestos artistas, son incluso incapaces de comprender hasta el significado de una sola “obra” de un autor. Esto se debe al hecho que a menudo ni el mismo autor sabe lo que quería representar con ella.
    Considerando, además, la supuesta “experimentación científica”, llamada a justificar este nuevo curso del “arte contemporáneo”, señalaremos cómo esta definición sea completamente inapropiada. De hecho, los científicos se dedican a la experimentación para descubrir rincones aún desconocidos de la naturaleza, con el propósito que sus investigaciones puedan conducir al descubrimiento de algo útil (arthakara o bhogya) para la humanidad. Esta experimentación se desarrolla sobre la base de la observación de los objetos externos, la búsqueda deductiva de explicaciones sobre su forma empírica de existir y de cambiar. Algunas de estas experiencias científicas pueden generar beneficios verdaderos para la vida de los individuos y la sociedad.
    El “arte contemporáneo”, por otra parte, se basa en pensamientos, ideas, simpatías-adversiones, instintos experimentados de manera incontrolada dentro de la psique deliberadamente desenfrenada de los “artistas”, que alteran la objetividad de su percepción sensorial. Por esta razón, el uso disoluto de alcohol y drogas de su parte està públicamente tolerado y incluso justificado como instrumento de “inspiración”. Por lo tanto, no hay en este caso ni observación imparcial de los objetos de la percepción sensorial ni deducción sobre las experiencias como es en la investigación científica. Sobre esta base, no es posible que la supuesta “experimentación científica” del “arte contemporáneo” pueda proporcionar algo útil o utilizable. ¿Qué utilidad puede tener el exponer un urinario, un corte en un lienzo, un bote de excrementos o la exhibición macabra de cadáveres humanos descuartizados y plastificados? La única utilidad recae siempre y solo en los bolsillos de los galeristas y de los críticos de arte, todos bien identificables en el mismo lobby internacional de bancos y medios de comunicación, que especula sobre la imbecilidad de los modernos. En realidad, todo esto puede evocar en el observador sano únicamente una sensación de malestar y disgusto. ¡Solo los “intelectuales” hipócritas y ideológicamente comprometidos pueden alabar tales maravillas!
    La supuesta “experimentación científica” que pretende justificar el “arte contemporáneo”, por lo tanto, no es racionalmente sostenible. Lo que es evidente es que los comerciantes, críticos y divulgadores de esta verdadera monstruosidad infernal, realizan una función de corrupción de la mentalidad general, perseguida a través de la “consagración artística” de lo feo, lo deforme, lo malo, lo corrupto, el indecente y, sobre todo, del odio hacia todo lo que es sagrado.
    Angelo Crespi, con este fresco libro de agradable lectura, denuncia sin temor la gran parodia del “arte contemporáneo”, aportando muchos ejemplos, indicando complicidades y fines encubiertos de secreto, proporcionando a menudo consideraciones agudas sobre el fenómeno que consigue magistralmente desmantelar. Esto demuestra que incluso sin conocer doctrinas tradicionales y aun menos, las metafísicas, con el simple sentido común y con una comprensión normal de la realidad mundana, es posible considerar las cosas como son y no como quieren obligarnos a creer.

    Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

    Angelo Crespi, Ars Attack, Milano, Johan & Levi Ed., 2013. ISBM 978-88-6010.114-3, pp. 103

    Jusqu’à la fin du XIXe siècle, l’art occidental faisait référence, avec de nombreuses frémissements subversifs, à l’esthétique hellénique classique: au moyen de formes, elle entendait pousser l’esprit de ceux qui envisageaient de rechercher la vraie nature de l’objet représenté. L’art se prêtait ainsi à indiquer une voie d’introspection qui permettait de voir en transparence la signification des objets de l’œuvre d’art qui, dans leur perception ordinaire, paraissaient opaques et limités à leur apparence quotidienne. Un corps humain, un objet, un élément de paysage, reproduit sur la toile ou dans la pierre, le bronze ou le bois, perdait sa lourdeur naturelle (sahaja tamas) et devenait un signe que chacun interprétait selon sa propre capacité d’introspection. Au fil des siècles, le message de l’art est devenu de plus en plus “lourd”, perdant progressivement ses significations intellectuelles, émotionnelles et sensibles. En tout état de cause, l’art est resté un langage permettant de faire allusion à quelque chose de plus grand que ce qui se cache derrière les apparences de tous les jours, jusqu’à être à même d’amener l’esprit du spectateur à des sommets ineffables, comme le dit bien l’affirmation pseudo-platonicienne “Le Beau est la splendeur du Vrai “. Et si, au crépuscule de la période figurative, l’art ne suscitait que des sentiments de bien-être, de sérénité, d’équilibre, néanmoins ces mêmes ternes sensations pouvaient représenter la dernière faible lueur du «Vrai».
    Au début du XXe siècle, l’art change complètement de direction: il se présente comme un terrain “d’expérimentation scientifique”, où chaque soi-disant artiste propose un domaine personnel d’investigation afin d’offrir à ses spectateurs un outil capable de leur faire comprendre le monde. Naturellement, ce champ d’investigation correspond à la “vision du monde” de l’auteur, à son idéologie, à sa culture personnelle (généralement faible) et à ses penchants les plus brutaux sortant du subconscient, pour jouir d’un sentiment incontrôlé de “liberté” d’expression, considérée comme s’il s’agissait d’”inspiration créatrice”. De cette manière, le seul pseudo-artiste entend obscurément ce qu’il veut exprimer avec son artefact; mais il entoure son “inspiration créatrice” de mystère, puisqu’il est lui-même incapable d’en communiquer la signification aux autres. Plus surprenant encore est l’attitude des admirateurs d’art contemporaine qui, incapables de suivre les diverses tendances artistiques, divergentes les unes des autres et aussi nombreuses que les soi-disant artistes, mais même pas capables de comprendre le sens d’une seule “oeuvre d’art” d’un seul auteur, car même l’auteur ne sait pas trop bien ce qu’il a voulu représenter !
    De plus, considérant la supposée “expérimentation scientifique” appelée à justifier ce nouveau cours d’”art contemporain”, nous soulignerons en quoi cette définition est totalement inappropriée. En effet, les scientifiques se consacrent à l’expérimentation afin de découvrir des recoins encore inconnus de la nature, afin que leurs investigations puissent mener à la découverte de quelque chose d’utile (arthakara ou bhogya) pour l’humanité. Cette expérimentation se développe à partir de l’observation d’objets extérieurs, afin d’en déduire des explications sur leur manière empirique naturelle d’exister et de changer. Quelques expériences scientifiques peuvent alors apporter des avantages à la vie empirique des individus et de la société.
    L’art contemporain, quant à lui, repose sur des pensées, des idées, des sympathies-aversions, des préjugés, des instincts, tous vécus de manière incontrôlée dans la psyché délibérément débridée des «artistes», qui modifient l’objectivité de leur perception sensorielle; pour cette raison, leur consommation éfrénée d’alcool et de drogues est publiquement tolérée, voire justifiée, en tant qu’instrument d’”inspiration”. Il n’y a donc pas d’observation détachée des objets de la perception sensorielle ni de recherche déductive sur les expériences typiques de la recherche scientifique. Sur cette base, il n’est pas possible que la prétendue “expérimentation scientifique” de “l’art contemporain” puisse fournir quelque chose d’utile ou d’utilisable. Quelle utilité peut-il y avoir à exposer un urinoir, une coupure dans une toile, un récipient contenant des excréments ou une macabre présentation de cadavres humains écorchés et plastifiés? La seule “utilité” retombe toujours dans les coffres des galeristes et des critiques d’art, tous clairement identifiables à la lobby internationale des banques et des médias qui spécule sur l’imbécillité des modernes. En réalité, tout cela ne peut susciter chez l’observateur en bonne santé qu’un sentiment de malaise et de dégoût. Seuls des “intellectuels” hypocrites, idéologiquement rassemblés, peuvent décanter de telles merveilles!
    La prétendue “expérimentation scientifique” qui justifie “l’art contemporain” n’est donc pas rationnellement soutenable. Ce qui est évident, c’est que les marchands, critiques et vulgarisateurs de cette véritable monstruosité infernale jouent une fonction de corruption de la mentalité générale, poursuivie à travers la “consécration artistique” du laide, du déformé, du mal, du corrompu, du vulgaire et, avant tout, de la haine envers le sacré.
    Angelo Crespi avec ce mince livre de lecture agréable, dénonce sans crainte la grande parodie de “l’art contemporain”, en apportant de nombreux exemples, indiquant la complicité et les fins cachés par la réserve, fournissant des considérations souvent aiguës sur le phénomène qu’il démantèle magistralement. Cela montre que même sans connaître des doctrines traditionnelles ou métaphysiques, mais avec un simple bon sens et une compréhension moyenne de la réalité du monde, il est possible de considérer les choses comme elles sont et non comme on les veut faire croire.

    Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

    🇮🇹🇬🇧🇫🇷🇪🇸Charles-André Gilis – La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso

      🇮🇹 ‘Abd ar-Razzāq Yahyā (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso, Caprara di Campegine, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 2012. ISBN 978-88-89795-14-9. Pp. 128.

      Lo scopo dichiarato di questa brossura pubblicata in italiano appare a prima vista stimolante. L’Autore intende trovare dei parallelismi fra tre diverse tradizioni, quella śākta, quella della Fede Santa e quella dell’Islam su un simbolismo tra loro in comune: la fanciulla di nove anni. Le pagine che riguardano la Fede Santa descrivono alcune esperienze iniziatiche di Dante tratte dalla Vita Nova, particolarmente interessanti. Si tratta delle due visioni che Dante ebbe di Beatrice come fanciulla di nove e diciott’anni (ma non di sedici!) che corrispondono a due tappe della realizzazione spirituale del Poeta, chiaramente riconoscibili in chiave tantrica. Acuta e calzante la comparazione con i due sogni che Muhammad ebbe di ‘Aysha, anche se in questo caso l’apparizione è invertita, in quanto non si capisce come la visione in sogno della propria futura moglie avrebbe potuto segnare un percorso interiore del Profeta dell’Islam. Probabilmente la ragione è che mentre la Vita Nova è un trattatello iniziatico, le visioni di Muhammad sono narrate in tradizioni (ahadith) rivolte anche al grande pubblico.

      Come vedremo, il vero intento di una simile pubblicazione è alquanto diverso da quello che appare. La sua causa occasionale consiste nella “trasmissione all’Islam, per via di eredità spirituale, di insegnamenti tradizionali provenienti dall’Induismo” (ibid p. 5). Che ciò sia possibile è fuori di dubbio: trasmissioni di questo tipo sono avvenute diverse volte, anche nel senso inverso, dal sufismo a una qualche corrente iniziatica hindū. Questo è certamente accaduto in India, dove le due tradizioni convivono da secoli (ahimé, raramente in modo pacifico!). Tutto prende inizio da quanto tale Sig. Jean Emanuelli avrebbe confidato in via riservata all’Autore a proposito di Lalitā, nome supremo della Dea nella tradizione iniziatica śākta nota come Śrī Vidyā. E qui le cose si fanno poco chiare. Infatti Emanuelli sarebbe stato iniziato a quella via iniziatica a Benares da un guru di nome Srî Siddheswar. Naturalmente l’accadimento di tale contatto con un personaggio di “livello così elevato” e la conseguente iniziazione sono definiti “provvidenziali” ed “eccezionali”. Questo guru aveva ricevuto due influenze spirituali: la prima, misteriosa, che naturalmente Gilis attribuisce alla “funzione universale di al-Kidr”; l’altra da un maestro proveniente dall’India del Sud, Srî Vireshwar che, migrato a Benares, a nove anni raggiunse la jīvan mukti. Poiché era diventato un liberato in vita, gli apparve la Dea Lalitā come una bimba di nove anni che gli confidò un nuovo metodo iniziatico. Vireshwar aveva completato la sua realizzazione ripetendo il bāla mantra, che si compone di tre bīja mantra (mantra seminali), ciascuno dei quali composto da tre lettere. Tre per tre, anche in India, fanno nove. Questo spiega il simbolismo dei nove anni d’età della Dea. Durante la visione, ella gli rivelò una decima lettera (akṣara) onde perfezionare il metodo già usato. Infine, alla sua morte, tra tutti i suoi discepoli il guru scelse, proprio il Sig. Emnuelli come successore. Davvero straordinario!

      Ora tutto questo può ingannare chiunque sia a digiuno di Śrī Vidyā. Ma il racconto meraviglioso non corrisponde alla dottrina e al metodo di questa via iniziatica, che rappresenta l’eccellenza intellettuale dell’intero Tantrismo e che perciò è di una chiarezza davvero cristallina. Andiamo per ordine: nella tradizione di Śrī Vidyā e in altre vie tantriche in cui la Dea è menzionata, Lalitā è sempre canonicamente rappresentata come una sedicenne (anche se, per ragioni contingenti, possa essere descritta di tre, cinque, nove o undici anni, soprattutto presso discepoli di origine tribale). Lo Śrī Vidyā mantra, ossia il mantra più elevato di questo metodo, è composto da quindici bīja mantra e per questo è chiamato pañcadaśi mantra. L’upāsaka che ha raggiunto la completa conoscenza permessa dal pañcadaśi, ottiene la visione di Lalitā sedicenne (ṣoḍaśi) che gli confida sottilmente un sedicesimo bīja mantra; e questo spiega il simbolismo dei sedici anni. Con questo ṣoḍaśi mantra l’iniziato potrà raggiungere la conoscenza totale della Dea. Il bāla mantra di cui parla il Sig. Emanuelli è solo un mantra intermedio (ciò non significa che per individui particolarmente qualificati esso non possa essere sufficiente): dunque il racconto dell’aggiunta di un decimo akṣara, tramite la miracolosa visione di Lalitā ricevuta da Srî Vireshwar, è malamente ricalcato sulla tradizionale trasmissione sottile del sedicesimo bīja mantra. C’è ancora da considerare un altro grave nonsense in tutto ciò: se Srî Vireshwar era un jīvan mukta, come avrebbe potuto avere una visione? Come può Brahman avere la visione di altro da Sé?

      Ma c’è di più. Svāmī Karapātrījī, negli anni ‘40 del secolo scorso, aveva constatato che nell’India settentrionale i kula (sampradāya) di Śrī Vidyā erano estinti da secoli. Pur essendo già un saṃnyāsin celebre per autorevolezza nel Vedānta, decise di recarsi a Śṛngerī per ricevere la trasmissione di Śrī Vidyā. In questo modo riportò al Nord quell’iniziazione inserendola nell’insegnamento vedāntico negli Śaṃkara Pīṭha di Dvāraka e di Jyotirmāṭha. Egli stesso la insegnò nel suo āśrama di Benares: di questa linea di trasmissione rimangono oggi a Benares due sedi: presso il Śaṃkara Māṭha e lo Śrī Vidyā Pīṭha. Ebbene, nessuno dei loro rappresentanti ha mai sentito parlare di tali celebrati guru Srî Vireshwar e Srî Siddheswar operanti a Benares negli ultimi decenni, tanto meno di un successore francese al loro gurutva, dato che in Śrī Vidyā, come in tutte le vie iniziatiche regolari hindū, i maestri sono rigorosamente brāhmaṇa per nascita: persino Rāma e Kṛṣṇa, avatāra di Viṣṇu, insegnarono, concessero mantra, diedero consigli, ma non diedero mai un’iniziazione perché di casta kṣatriya. Questo è il grande vantaggio del sistema delle caste rispetto all’uniformità egualitaria dei monoteismi. Infatti, nell’Induismo, poiché le caste sono superate solo da coloro che diventano ativarṇāśrami, ossia che hanno raggiunto lo stato primordiale, c’è la garanzia che la funzione di guru rimanga saldamente in mani sacerdotali.

      Ci è stato fatto notare, inoltre, che nessun guru si farebbe chiamare in quel modo, poiché tutti hanno il nome proprio seguito dal suffisso “-ānanda Nāṭha”, come si può verificare nella Galleria dei nostri maestri in questo Sito Web. Inoltre, da ciò che il Sig. Gilis pubblica di quanto il Sig. Emanuelli gli ha confidato, è difficile trarre un autentico insegnamento di Śrī Vidyā. Gli strafalcioni nei termini sanscriti citati, la ripetizione di termini “metafisica” (l’abuso di tale parola “evocativa” presso i “guénoniani” è davvero insopportabile: c’è persino chi afferma l’esistenza di “riti metafisici”, senza accorgersi dell’incompatibilità di natura tra azione e conoscenza!), “provvidenziale”, “eccezionale”, la buffa concezione che il Tantrismo rappresenti la vetta del Sanātana Dharma e della Śruti, quando si tratta di un adattamento della tradizione per l’umanità decaduta del kali yuga, ci ha indotti a pensare che fossero frutto della totale ignoranza della tradizione hindū da parte del Sig. Gilis. Perciò abbiamo voluto accertarci delle conoscenze che l’Emanuelli avrebbe ricevuto dal suo “guru”, leggendo i due magri libelli che costui ha scritto in tanti anni d’insegnamento: Propos sur le Tantra e Hayagrīva. Cou de cheval (pubblicati a Milano per Archè, 1983, 2010). Abbiamo dovuto ricrederci: il Sig. Gilis, almeno in questo, non c’entra affatto. Le confusioni, gli errori e la mancanza di dottrina sono imputabili solo al Sig. Emanuelli. È, inoltre, sintomatico che egli non citi mai come fonte e ignori del tutto i due testi su cui poggia l’intera dottrina di Śrī Vidyā: il Tripurārahasya e la Bhāvaṇa Upaniṣad, con i loro commenti tradizionali (soprattutto quello di Bhāskararāya) e gli Śrī Lalitā Sahasranāma. Le sue due uniche fonti sono Arthur Avalon e René Guénon. Quest’ultimo, inoltre, pur conoscendo bene l’Induismo, in tutta la sua opera ha del tutto ignorato la dottrina di Śrī Vidyā. Non vogliamo procedere oltre su questo versante per esercitarci nella karuṇā.

      Rimane un interrogativo: perché il Sig. Gilis ha pubblicato questo libriccino, decidendo di procedere imprudentemente su questo terreno minato senza avere alcuna competenza? La risposta si trova all’inizio della Postfazione dell’editore: “Solamente un musulmano retto e integro, ricollegato al Tasawwuf e al contempo fedele agli insegnamenti di Guénon (di cui era diretto e vero discepolo, intendendo questa parola nel senso profondo di ‘colui che veramente apprende’) poteva avere l’intuizione che sta all’origine del presente libro sul simbolismo della fanciulla di nove anni. Parliamo di Michel Vâlsan…” (p. 93). Lo scopo dunque è chiaro: la celebrazione di Vâlsan e delle sue teorie sulla “funzione dell’Islam” alla fine dei tempi, basata su una lettura viziata dell’articolo di Guénon “Le mystère de la lettre Nûn” (Études Traditionnelles, août-septembre 1938); “funzione” che poi sarebbe quella distruttiva di fagocitare e abrogare tutte le altre tradizioni. Per raddrizzare quanto l’editore afferma, vogliamo puntualizzare che Vâlsan fu “diretto e vero discepolo” soltanto di Frithjof Schuon, che non senza ragione abbandonò… per poi autoproclamarsi Shaykh! Invece Guénon ha sempre protestato di non avere discepoli, poiché di fatto non fu mai un Shaykh at-Tariqa. Ma i “guénoniani”, così rigorosi e letteralisti, non tengono nemmeno d’acconto le affermazioni di Guénon quando disturbano le loro credenze o le teorie vâlsaniane. Comunque sia, Vâlsan, che ha fatto dell’articolo summenzionato una sorta di testo rivelato, lo seppe distorcere a puntino per avvalorare la sua propria “funzione”, soprattutto nell’ambito del cosiddetto “raddrizzamento finale” del ciclo. E i suoi proseliti e gregari continuano ancor oggi a leggere l’articolo di Guénon senza accorgersi dell’infedeltà dell’interpretazione vâlsaniana. Tanto può la fede cieca degli esteriori!

      Andiamo per ordine: in quell’articolo Guénon afferma che la nun araba corrisponde alla metà inferiore “terrestre” dell’Uovo del Mondo e alla na sanscrita la metà superiore “celeste”. A qualcuno è mai venuto in mente di capire che questa distinzione è in relazione con la complementarietà di conoscenza e azione? Se è così, chi è davvero tradizionale dovrà riconoscere la supremazia della conoscenza sull’azione, anche se l’Induismo non ha mai avuto l’arroganza di imporlo ad altri. Non per nulla al Sanātana Dharma corrisponde il cielo e all’Islam la terra. Perciò non è affermata nessuna egemonia islamica sull’Induismo, ma piuttosto il contrario. Di seguito Guénon aggiunge che la giunzione tra queste due componenti tradizionali dell’Uovo del Mondo deve operarsi nel “mondo intermediario”, cioè al di fuori della dimensione grossolana, essendo ciò impossible “dans le monde inférieur, qui est le domaine de la division et de la ‘séparativité’…” Infatti prosegue affermando che “l’accomplissement du cycle, tel que nous l’avons envisagé, doit avoir une certaine corrélation, dans l’ordre historique, avec la rencontre des deux formes traditionnelles qui correspondent à son commencemente et à sa fin…”. Questo incontro deve forzatamente avvenire in India, poiché l’Induismo non ha mai invaso territori di altre tradizioni, come invece continuano a fare i musulmani. Ed è chiaro che questo dominio è quello della separatività. Non per nulla in questo caso Guénon usa la parola “incontro” invece di “giunzione”, come quando parlava dell’ambiente intermediario. Forse sarebbe stato più appropriato che avesse usato il termine “scontro”, considerando il comportamento della shariya in India, con il beneplacito o la complicità delle turuq locali, esempio di “matta bestialità” paragonabile solo all’azione antitradizionale del comunismo e del missionarismo delle diverse confessioni cristiane. Guénon, poi, precisa che il Sanātana Dharma rappresenta l’eredità più diretta della Tradizione primordiale, mentre l’Islam deve accontentarsi di essere riconosciuta l’ultima forma dell’ortodossia tradizionale per il ciclo attuale (secondo Vâlsan e i vâlsaniani anche l’Islam rappresentebbe in qualche modo la Tradizione primordiale, come se Abramo e la sua tradizione d’origine atlantidea risalissero al satya yuga!). Se una giunzione deve prodursi in futuro, certamente dobbiamo constatare che quei tempi sono ancora a venire, essendo l’Islam di oggi ben lontano da rappresentare una reale “forma di ortodossia tradizionale”. Infatti l’Islam di oggi piuttosto che svolgere un’azione di raddrizzamento “terrestre”, appare piuttosto come la causa di “sconvolgimenti etnici e sociali” in India, nell’Occidente e ovunque sia presente, senza però nessuna guida da parte di alcuna élite orientale. È perciò necessario che il vero tasawwuf ritorni a essere la haqīqah dell’Islam e che riprenda il controllo del suo essoterismo: “el-haqîqah, c’est a dire la “verité” interieure, reservée à l’élite […] qui donne à la shariyah même son sens supérieur et profond et sa vraie raison d’être, de sorte que, bien que tous ceux qui participent à la tradition n’en soient pas concients, elle en est le veritable principe.” (R. Guénon, “L’ésotérisme islamique”, Cahiers du Sud, 1947, pp. 153-154). Non è tramite l’intensificazione della shariya che le turuq raggiungeranno questo scopo, ma facendo risorgere i suoi studi metafisici e la contemplazione conseguente, decisamente scarsi da decine d’anni.

      Alla luce di queste considerazioni si può comprendere appieno la ragione di pubblicare La fanciulla di nove anni: infatti il Sig. Emanuelli ebbe modo di incontrare Vâlsan e i due “maestri” si riconobbero reciprocamente. Il Sig. Gilis si fece eco di questo incontro lasciando intendere che questa fosse la famosa giunzione tra Islam e Induismo (a trazione islamica, ovviamente), come se Vâlsan rappresentasse l’Islam, ed Emanuelli l’Induismo. Solamente dei ciechi guidati da un cieco possono accettare fideisticamente una tale mistificazione.

      C’è un altro particolare allarmante in una nota della postfazione (p. 112, n. 15): “Utilizziamo per comodità la definizione di ‘esoterismo’, anche se ci rendiamo conto che termini come ‘esoterismo ed ‘exoterismo’ (sic.) non possono ‘sovrapporsi’ precisamente alla cotituzione reale dell’Islam, che se conosciuta a fondo rivela un deciso carattere ‘unitario’” Avevamo già notato presso alcuni vâlsaniani questa tendenza a compattare esoterismo ed essoteriamo islamico in un tutt’uno, che si traduce poi in una “sharaitizzazione” del sufismo. Evidentemente Guénon non conosceva “a fondo” l’Islam quando scriveva: “De toutes les doctrines traditionnelles, la doctrine islamique est peut-être celle où est marquée le plus nettement la distinction de deux parties complémentaires l’une de l’autre, que l’on peut désigner comme l’exotérisme et l’ésotérisme” (Guénon, ibid.)

      Con la spudorata menzogna per cui non sarebbe possibile per gli occidentali ricevere un’iniziazione hindū a eccezione di quella tantrica (però Gilis si affretta ad aggiunge che “questa era una possibilità che esisteva sino a qualche anno fa, mentre oggi è praticamente estinta”! Ibid. p. 82 n. 96), questi ambienti direttamente o indirettamante vâlsaniani cercano d’evitare una temuta concorrenza. Invece il Sanātana Dharma, che non fa proselitismo, non crea succursali fuori dell’India né vuol fare concorrenza ad ambienti del genere, che si dedica solo a insegnare conoscenza a chi ne è sinceramente attratto, è del tutto grato ai muqqaddam o shuyukh fai-da-te che pullulano in l’Europa. Infatti essi svolgono un importante ruolo di filtraggio, trattenendo nelle loro conventicole i “guénoniani” squalificati che potrebbero andare a inquinare le autentiche vie iniziatiche.

      Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

      ‘Abd ar-Razzāq Yahyā (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso (The maiden of nine years, followed by a study on the Red Sulfur), Caprara di Campegine, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 2012. ISBN 978-88-89795-14-9. Pages 128.

      The declared purpose of this paperback published in Italian appears to be stimulating at the first glance. The author intends to draw parallels among three different traditions, the Śākta, the Holy Faith and Islam, on a common symbolism: the nine-years-old maiden. The pages concerning the Holy Faith describe some quite interesting initiatic experiences narrated by Dante in his Vita Nova: the two Dante’s visions of Beatrice as a maiden aged nine and eighteen years (but not sixteen!) Those visions correspond to two stages of the Spirtual realization of the Poet, clearly recognizable in a tantric view. Very interesting and well fitting is the comparison with the two dreams that Muhammad had of ‘Aysha, although in this case the appearance is reversed, as it is not clear how the dream of his future wife could have marked the inner path of Prophet of Islam. Probably the reason is that while Vita Nova is only a treatise intended for initiates, the visions of Muhammad are narrated in traditions (ahadith) addressed also to the general public.

      As we will see later, the true purpose of such a publication is quite different from what appears. Its occasional cause consists in a “transmission to Islam, through spiritual heritage, of traditional teachings coming from Hinduism” (ibid, p. 5). It is beyond any doubt that this could be possible: this kind of transmission happened several times, even in the opposite direction, from Sufism to some initiatic Hindū organizations. This indeed happened in India, where the two traditions coexist since centuries, unfortunately, seldom in a peaceful way! It all starts from what a certain Mr. Jean Emanuelli had confidently entrusted to the Author about Lalitā, the supreme name of the Goddess in the initiatic śākta tradition known as Śrī Vidyā. And here things get unclear. In fact, Emanuelli would have been reconnected to that initiatic path in Benares by a guru named Srî Siddheswar. Obviously in this text this initiation is grandly defined as “providential”; and the occurrence of such a contact with a so “high level” personage as “exceptional”. That guru had received two spiritual influences: a mysterious one that actually Gilis attributes to the “universal function of al-Kidr”; the second one by a master from South India, some Srî Vireshwar who, having migrated to Benares, would have reached the jīvan mukti at the age of nine. Since this guru had become a liberated in life, the Goddess Lalitā appeared to him as a nine-year-old maiden and unbosomed to him a new initiatic method. Vireshwar had completed its realization by repeating the bāla mantra, which consists of three bīja mantras (seminal mantras), each of them consisting of three letters. Three times three, even in India, makes nine. This explains the symbolism of the nine-year-old Goddess. During the vision, she revealed to him a tenth letter (akṣara) to perfect the method already used. Finally, at his death, among all the disciples the guru chose, precisely Mr. Emnuelli as his successor. Really extraordinary!

      Actually, this whole story can deceive anyone who is stranger to Śrī Vidyā. But the marvelous narrative does not correspond to the doctrine and method of that initiatic path, which represents the intellectual excellence of the whole Tantrism and therefore is of a truly crystalline clarity. Let’s go in order: in the tradition of Śrī Vidyā as well as in other tantric ways in which the Goddess is mentioned, Lalitā is always canonically represented as a sixteen-year-old maiden (even if, for contingent reasons, she can be described as three, five, nine or eleven years old, especially with disciples of tribal origin). The Śrī Vidyā mantra, which is the highest mantra of this method, is composed of fifteen bīja mantras and is therefore called pañcadaśi mantra (mantra composed by fifteen bīja mantras). The upāsaka who has attained the complete knowledge permitted by the pañcadaśi, can obtain the vision of sixteen-year-old (ṣoḍaśi) Lalitā who subtly confides to him a sixteenth bīja mantra; and this explains the symbolism of the sixteen years. With this ṣoḍaśi mantra the initiate can reach the final knowledge of the Goddess. The bāla mantra of which Mr. Emanuelli speaks is only an intermediate mantra (this does not mean that for particularly qualified individuals this may not be sufficient): therefore the story of the addition of a tenth akṣara through the miraculous vision of Lalitā received by Srî Vireshwar, is badly traced on the traditional subtle transmission of the sixteenth bīja mantra. Yet, there is another serious nonsense to be considered: if Srî Vireshwar was a jīvan mukta, how could he have a vision? How can Brahman have a vision of other from Itself?

      But there’s more. Svāmī Karapātrījī in the 40s of last century, found that in northern India the kulas (sampradāyas) of Śrī Vidyā were extinct for centuries. Although he already was a saṃnyāsin famous for his authority in Vedānta, he decided to go to Śṛngerī to receive the transmission of Śrī Vidyā. In this way he brought that initiation back to the North by inserting it into the Vedāntic teachings of the Śaṃkara Pīṭhas of Dvāraka and Jyotirmāṭha. He also taught it in his āśrama of Benares: today, of this line of transmission two centres remain in Benares: those of Śaṃkara Māṭha and of Śrī Vidyā Pīṭha. Well, none of their representatives has ever heard about such celebrated gurus Srî Vireshwar and Srî Siddheswar operating in the last decades in Benares; nor about a French successor to their gurutva, since in Śrī Vidyā, as in all Hindū regular initiation ways, the teachers are strictly brāhmaṇas by birth; so much that even Rāma and Kṛṣṇa, avatāras of Viṣṇu, taught, granted mantra, gave advices, but never gave an initiation to anybody because they belonged to the kṣatriya cast. This is the great advantage of the caste system in comparison with the egalitarian uniformity of monotheisms. In fact, in Hinduism, since the castes are overcome only by the ativarṇāśrami, those who have attained the primordial state, there is the guarantee that the function of guru remains firmly in priestly hands.

      We have also been pointed out that no guru would be called with those names, since every guru has his name followed by the suffix “-ānanda Nāṭha”, as can be verified in the Gallery of our gurus in this Web-site. Furthermore, from the news published by Mr. Gilis on what Mr. Emanuelli confided to him, it is difficult to draw an authentic teaching of Śrī Vidyā. The blunders in the cited Sanskrit terms, the bombastic repetition of terms “metaphysics” (the overuse of this “evocative” word by the “guénonians” is really unbearable: there are even those who maintain the existence of certain “metaphysical rituals”, without realizing the incompatibility of nature between action and knowledge!), “providential”, “exceptional”, the funny conception that Tantrism represents the Sanātana Dharma and Śruti’s peak, when it is just the adaptation of the tradition for the fallen humanity of kali yuga has led us to think that they were the result of the total ignorance of Mr. Gilis regarding to the Hindū tradition. So we wanted to verify the knowledge that Mr. Emanuelli would have received from his “guru”, reading the two short pamphlets that he wrote in many years of teaching: Propos sur le Tantra and Hayagrīva. Cou de cheval (both published in Milan by Archè, 1983, 2010). We had to change our mind: Mr. Gilis, at least in this, has nothing to do with it: the confusions, the errors and the lack of doctrine are to be attributed only to Mr. Emanuelli. It is also symptomatic that he never cites as a source and completely ignores the two texts on which the whole doctrine of Śrī Vidyā rests: the Tripurārahasya and the Bhāvaṇa Upaniṣad, with their traditional commentaries (especially that of Bhāskararāya) and the Śrī Lalitā Sahasranāma. His only two sources are Arthur Avalon and René Guénon! Moreover, the latter, even though he knew Hinduism well, ignored the doctrine of Śrī Vidyā in all his work. To practice karuṇā, we do not want to go further on this subject.

      One question remains: why did Mr. Gilis publish this booklet, deciding to proceed imprudently on this minefield without having any competence? The answer is found at the beginning of the Editor’s Afterword: “Only a righteous and whole muslim, reconnected to the Tasawwuf and at the same time faithful to the teachings of Guénon (of which he was a direct and true disciple, meaning this word in the profound sense of “who really learns”) could have the intuition that is the source of the present book on the symbolism of the maiden of nine years. We speak of Michel Vâlsan … “(p. 93). Therefore, now the purpose is clear: the celebration of Vâlsan and his theories on the “function of Islam” at the end of time, based on a misleading interpretation of Guénon’s article “Le mystère de la lettre Nûn” (Études Traditionnelles, août-septembre 1938). A destructive “function” consisting in engulfing and repealing any other tradition. To straighten out what the publisher affirms, we want to point out that Vâlsan was “direct and true disciple” only of Frithjof Schuon, that he abandoned for some good reasons… and proclaiming himself Shaykh ! Even if Guénon has always clearly declared that he had no disciples, for the fact that he never became a Shaykh at-Tariqa. But the “guénonians”, so rigorous and literalist they are, do not take into account the statements of Guénon whenever they disturb their beliefs or the Vâlsanian theories. In any case, Vâlsan, who made a sort of revealed text of the above-mentioned article, was able to distort it to confirm his own “function”, especially in the context of the so-called “final straightening” of the cycle. And his proselytes and admirers continue to read the article of Guénon without realizing the infidelity of the Vâlsanian interpretation. So much the blind faith of the exterior people can deceive!

      But let’s go in order: in that article Guénon stated that the Arabic nûn corresponds to the lower “terrestrial” half of the Egg of the World; and the Sanskrit na corresponds to the upper “celestial” half. Has anyone ever understood that this distinction is related to the complementarity between knowledge and action? If so, the true traditional people will easily recognize the supremacy of knowledge on action. In fact the Sanātana Dharma corresponds to heaven and Islam to earth. Therefore no Islamic hegemony on Hinduism is affirmed, but quite the contrary. Guénon adds that the junction between these two traditional components of the World Egg must be realized in the “intermediary world”, that is, outside the gross dimension, since this is impossible “dans le monde inférieur, qui est domaine de la division et de la ‘séparativité’ …” Finally he goes on saying that: “l’accomplissement du cycle, tel que nous l’avons envisagé, doit avoir une certaine corrélation, dans l’ordre historique, avec la rencontre des deux formes traditionnelles qui correspondent à son commencement et à sa fin …”. This meeting needs to take place in India, since Hinduism has never invaded territories of other traditions, as Muslims continuously do. And it is clear that this domain is that of separateness. Not for nothing in this case Guénon uses the word “meeting” instead of “junction”, as always when speaking of the intermediary environment. But perhaps it would have been more appropriate for him to use the term “confrontation”, considering the behavior of the shariya in India, with the consent or, often, the complicity of local turuq, an example of “mad bestiality”, using Dante’s expression, comparable only to the anti-traditional action of communism and of the missionarism of the multiple Christian sects. Guénon then points out that the Sanātana Dharma represents the most direct inheritance of the primordial Tradition, while Islam must be content to be recognized as the last form of traditional orthodoxy for the current cycle (according to Vâlsan and Vâlsanians opinion, Islam would also represent somehow a “primordial tradition”, as if Abraham and his Atlantean origin dated back to satya yuga!). Certainly if a junction has to occur in the future, we must note that those times are still to come, as today’s Islam is far from worthily representing a form of traditional orthodoxy. In fact, today’s Islam rather than performing a correction of the world on “terrestrial” plane appears mostly as the cause of “ethnic and social upheavals” in India, in the West and wherever it is present, without any guidance from any Eastern élite. It is therefore necessary that the tasawwuf returns to be the haqīqah of Islam: “el-haqîqah, c’est a dire la “verité” interieure, reservée à l’élite […] qui donne à la shariyah même son sens supérieur et profond et sa vraie raison d’être, de sorte que, bien que tous ceux qui participent à la tradition n’en soient pas concients, elle en est le veritable principe.” (R. Guénon, “L’ésotérisme islamique”, Cahiers du Sud, 1947, pp. 153-154). It is not through the intensification of the shariya that the turuq will reach this goal, but by resurrecting their metaphysical studies and the contemplation on them, quite rare in the last decades.

      On the base of these considerations we can fully understand the reason which prompted the publication of The Girl of nine years : in fact Mr. Emanuelli had the opportunity to meet Mr.Vâlsan and the two “masters” reciprocally recognized each other. Mr. Gilis echoed this meeting, suggesting that this was the famous junction between Islam and Hinduism (by Islamic traction of course), as if Vâlsan represented the Islam, and Emanuelli the Hinduism. Only blind men led by a blind man can accept such a mystification in a fideistic way.

      There is another alarming detail in a note of the afterword (p.112, No. 15): “We use the definition of ‘esoterism’ for convenience, even if we realize that terms such as ‘esoterism’ and ‘exoterism’ cannot ‘overlap’ precisely to the real structure of Islam which, if known in depth, reveals a decisive ‘unitary’ character.” Among some followers of Vâlsan, we had already noted this tendency to compact Islamic esoterism with exoterism as a whole, leading to a “sharaitization” of Sufism. Evidently Guénon did not know Islam “in depth” when he wrote: “De toutes les doctrines traditionnelles, la doctrine islamique est peut-être celle où est marquée le plus nettement la distinction de deux parties complémentaires l’une de l’autre, que l’on peut désigner comme l’exotérisme et l’ésotérisme” (Guénon, ibid.).

      With the shameless lie according to which it would not be possible to receive a Hindū initiation, except for the tantric one (but Gilis hastens to add that “this was a possibility that existed until a few years ago, while today it is practically extinct”! Ibid. No. 96), these direct or indirect Vâlsanian environments want to avoid a feared competition. On the contrary, the Sanātana Dharma, which does not proselytize, does not create branches outside India, nor wants to compete with such environments, which is dedicated only to teaching knowledge to the sincerely attracted people, is entirely grateful to the several muqqaddams and shuyukh “do-it-yourself” of the West. In fact they play an important role of a filter, holding in their coventicles the disqualified “guénonians”, preventing in this way the pollution of the authentic initiatic paths.

      Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

      ‘Abd ar-Razzāq Yahyā (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso (La petite fille de neuf ans, suivie d’une étude sur le Soufre Rouge), Caprara di Campegine, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 2012. ISBN 978-88-89795-14-9. P. 128.

      L’objectif déclaré de cette brochure publiée en Italien est à première vue stimulant. L’Auteur entend faire des parallèles parmi trois traditions différentes, la Śākta, celle de la Fede Santa et celle de l’Islam, sur un symbolisme commun: la jeune fille de neuf ans. Les pages qui concernent la Fede Santa décrivent certaines expériences initiatiques de Dante particulièrement intéressantes, tirées de la Vita Nova. Il s’agit des deux visions que Dante a eues de Béatrice comme une jeune fille de neuf et dix-huit ans (mais pas de seize!) Cela correspond à deux étapes de la réalisation spirituelle du Poète, clairement reconnaissables d’une perspective tantrique. La comparaison avec les deux rêves de ‘Aysha que Muhammad a eus est très intéressante et convaincante, bien que dans ce cas le rapport soit inversé, car on ne sait pas comment l’apparition de sa future femme dans un rêve aurait pu illustrer le parcours intérieur du Prophète de l’Islam. Probablement la raison en est que tandis que la Vita Nova est un traité initiatique, les visions de Mahomet sont racontées dans des traditions (ahadith) adressées aussi au grand public.

      Comme nous le verrons plus loin, le véritable but d’une telle publication est très différent de ce qui apparaît. Sa cause occasionnelle consiste dans une “transmission à l’Islam, par l’héritage spirituel, des enseignements traditionnels issus de l’Hindouisme” (ibid, p.5). Aucun doute que cela soit possible: des transmissions de ce type se sont produites plusieurs fois, même en sens inverse, du soufisme à un courant initiatique hindou. Cela est réellement arrivé en Inde, où les deux traditions coexistent depuis des siècles (hélas, rarement de manière pacifique!). Tout cela débute de ce que tel M. Jean Emanuelli confia en voie reservée à l’Auteur, à propos de Lalitā, nom suprême de la Déesse dans la tradition initiatique śākta connue sous le nom de Śrī Vidyā. Et c’est là que les choses commencent à n’être plus assez claires. En fait, Emanuelli aurait été rattaché à cette voie initiatique à Bénarès par un guru nommé Shrî Siddheshwar. Naturellement, la survenance d’un tel contact avec un personnage d’un tel “haut niveau” et l’initiation qui en résulta y sont définies comme “providentielles” et “exceptionnelles”. Ce guru aurait reçu deux influences spirituelles: la première, mystérieuse, que Gilis attribue tout de suite à la «fonction universelle d’al-Kidr»; l’autre par un maître de l’Inde du Sud, Shrî Vireshwar qui, émigré à Bénarès, atteignit la jīvan mukti à l’âge de neuf ans. Après être devenu un liberé en vie, la Déesse Lalitā lui apparut comme une fillette de neuf ans et lui confia une nouvelle méthode initiatique. Vireshwar avait achevé sa réalisation en répétant le bāla mantra, qui se compose de trois bīja mantras (mantras séminaux), chacun constitué de trois lettres. Trois fois trois, même en Inde font neuf. Ceci explique le symbolisme de l’âge de neuf ans. Pendant la vision, elle lui révéla une dixième lettre (akṣara) pour perfectionner la méthode déjà utilisée. À la mort de Shrî Siddheshwar, le guru choisit M. Emanuelli comme son successeur parmi tous ses disciples. Vraiment extraordinaire!

      Or, toute cette histoire peut tromper seulement quiconque soit point au courant de Śrī Vidyā. Mais la belle histoire ne correspond pas à la doctrine ni à la méthode de cette voie initiatique, qui est l’excellence intellectuelle de la tradition tantrique et qui est pourtant très claire. Mais procédons par ordre: dans la tradition de Śrī Vidyā et d’autres voies tantriques où la Déesse est mentionnée, Lalitā est toujours canoniquement représentée comme une fille de seize ans (bien que, pour des raisons contingentes, elle peut être décrite âgée de deux, cinq, neuf ou onze ans, surtout chez des milieux d’origine tribale). Le Śrī Vidyā mantra, qui est le mantra le plus élevé dans cette méthode, est composé par quinze bīja mantra et pour cette raison est appelé pañcadaśi mantra. L’upāsaka qui a atteint la connaissance complète permise par le pañcadaśi mantra, peut obtenir la vision da Lalitā âgée de seize ans (ṣoḍaśi) qui lui révèle subtilement un seizième bīja mantra; et voilà l’explication du symbolisme des seize ans. Avec ce ṣoḍaśi mantra, l’initié peut atteindre la connaissance totale de la Déesse. Le bāla mantra de trois bīja mantras mentionné par Emanuelli n’est qu’un mantra intermédiaire (qui ne veut pas dire qu’il ne soit suffisant pour des individus hautement qualifiés): donc, l’histoire de l’adjonction d’un dixième akṣara reçu par Vireshwar avec la “exceptionnelle” vision de Śrī Lalitā, est simplement tracée suivant le modèle de la traditionnelle transmission subtile du seizième bīja mantra. Il y a encore un non-sens sérieux à considérer dans tout cela: si Srî Vireshwar était un jīvan mukta, comment aurait-il pu avoir une vision? Comment Brahman peut-il avoir une vision d’autre que Lui?

      Mais il y a plus. Svāmī Karapātrījī, dans les années 40 du siècle dernier, avait constaté que dans le nord de l’Inde, les kulas (sampradāyas) de Śrī Vidyā avaient disparu depuis des siècles. Bien qu’il fût déjà un saṃnyāsin célèbre pour autorité dans le Vedānta, il décida d’aller à Śṛngerī pour recevoir la transmission de Śrī Vidyā. Ainsi il l’emporta au Nord et en inséra l’initiation dans l’enseignement vedāntique des Śaṃkara Pīṭhas de Dvāraka et Jyotirmāṭha. Lui même il l’a enseigné dans son āśrama de Bénarès: cette ligne de transmission continue aujourd’hui à Bénarès en deux sièges: au Śaṃkara Māṭha et au Śrī Vidyā Pīṭha. Eh bien, aucun de leurs représentants n’a jamais entendu parler des célèbres gurus Shrî Vireshwar et Srî Siddheshwar opérant à Bénarès dans la même période, et encore moins d’un successeur français à leur gurutva, puisque en Śrī Vidyā, comme dans toutes les voies initiatiques régulières hindoues, les maîtres sont rigoureusement des brāhmaṇas de naissance (même Rāma et Kṛṣṇa, avatāras de Viṣṇu, ont enseigné, accordé des mantras, donné des conseils, mais n’ont jamais donné d’initiation, étant de caste kṣatriya). C’est le grand avantage du système des castes par rapport à l’uniformité égalitaire des monothéismes. En fait, dans l’hindouisme, puisque les castes ne sont dépassées que par ceux qui deviennent ativarṇāśrami, c’est-à-dire qui ont atteint l’état primordial, il y a la garantie que la fonction de guru reste fermement dans les mains du sacerdoce. On nous a souligné, en outre, qu’aucun guru ne se ferait appeler de cette façon, puisque tous ont leur propre nom suivi par le suffixe “-ānanda Nāṭha”, comme l’on peut vérifier dans la Gallery de notre site. En outre, de ce que M. Gilis a publié sur les confidences qu’Emanuelli lui aurait fait, il est difficile d’en tirer un authentique enseignement de Śrī Vidyā. Les maladresses dans les termes sanskrits mentionnés, la rhétorique répétition de mots comme “métaphysique” (l’abus de ce mot “évocateur” chez les “guénoniens” est vraiment insupportable: il y en a même certains qui affirment l’existence de “rites métaphysiques”, sans réaliser l’incompatibilité de nature entre action et connaissance!), “providentiel”, “exceptionnel”, l’idée drôle que le Tantrisme représente la faîte du Sanātana Dharma et de la Śruti, quand il s’agit d’une normale adaptation de la tradition à l’humanité déchue du kali yuga, nous a conduit à penser qu’il s’agissait du résultat de la totale ignorance de la tradition hindoue par M. Gilis. À ce fin nous avons voulu nous assurer des connaissances qu’Emanuelli aurait reçues de son “guru”, lisant les deux maigres brochures qu’il a écrites pendant ses nombreuses années d’enseignement: c’est-à-dire “Propos sur le Tantra” et Hayagriva. Cou de cheval (les deux publiées à Milan, Archè, 1983; 2010). Nous avons dû changer d’avis: M. Gilis, au moins dans ce domaine, n’a aucune responsabilité à cet égard. Les confusions, les erreurs et le manque de doctrine ne sont attribuables qu’à M. Emanuelli. C’est également notable qu’il ne cite jamais et ignore complètement les deux textes fondamentaux de la doctrine de Śrī Vidyā: le Tripurārahasya et la Bhavana Upaniṣad avec leurs commentaires traditionnels (en particulier celui de Bhāskararāya) et les Śrī Lalitā Sahasranāma. Ses deux seules sources sont Arthur Avalon et René Guénon. Ce dernier, même s’il connaissait bien l’Hindouisme, n’a jamais mentionné la doctrine de Śrī Vidyā dans aucun de ses travaux. Nous ne voulons pas aller plus loin dans cette direction, à fin de pratiquer karuṇā.

      Une question demeure encore sans réponse: pourquoi M. Gilis a-t-il publié cette brochure, décidant de procéder imprudemment sur ce champ de mines sans avoir aucune compétence? La réponse est au début du postface de l’éditeur: “Seul un musulman droit et intact et reconnecté au tasawwuf, bien fidèle aux enseignements de Guénon (dont il était direct et vrai disciple, c’est-à-dire dans le sens profond de ce mot: “quelqu’un qui apprend vraiment”) pourrait avoir eu l’intuition qui est à l’origine du présent livre sur le symbolisme de la petite fille de neuf ans. Nous parlons de Michel Vâlsan … “(p. 93). L’objectif est donc clair: la célébration de Vâlsan et de ses théories sur “la fonction de l’Islam” à la fin des temps, basée sur une lecture altérée de l’article et Guénon “Le Mystère de la letter Nûn” (Études Traditionnelles, août-septembre 1938); “fonction” destructive qui serait simplement celle d’engloutir et d’abroger toutes les autres traditions. Pour corriger ce que l’éditeur écrit, nous voulons souligner que Valsan a été “disciple direct et vrai” seulement de Frithjof Schuon, qu’il, non sans raison, a quitté … pour se déclarer Shaykh lui-même! Guénon a toujours protesté qu’il n’avait pas de disciples, car il n’a jamais été un Shaykh at-Tariqa. Mais les “guénoniens”, si rigoureux et littéralistes, ne tiennent jamais compte des propos de Guénon qui puissent troubler leurs croyances ou les théories vâlsaniennes. Cependant, Vâlsan, qui a fait de l’article précité un sorte de texte révélé, a su en fausser son interprétation à la perfection pour corroborer sa propre “fonction” au regard du redressement finale du cycle. Et ses prosélytes et grégaires continuent à lire l’article de Guénon sans se rendre compte de l’infidélité de l’interprétation vâlsanienne. Tellement peut la foi aveugle des extérieurs! Mais procedons par ordre: dans cet article Guénon dit que la nûn arabe correspond à la moitié inférieure “terrestre” de l’Oeuf du Monde et que le na sanscrit correspond à sa moitié supérieure “céleste”. Quelqu’un a-t-il jamais compris que cette distinction est liée à la complémentarité de la connaissance et de l’action? Si oui, ceux qui sont vraiment des traditionnels devront reconnaître la suprématie de la connaissance sur l’action, même si l’Hindouisme n’a jamais eu l’arrogance de l’imposer à n’importe qui. Ce n’est pas par hasard qu’au Sanātana Dharma correspond le ciel et à l’Islam la terre. Par conséquent, aucune hégémonie islamique sur l’hindouisme n’est affirmée, mais plutôt le contraire. Guénon plus loin ajoute que la jonction entre ces deux composants traditionnels de l’Oeuf du Monde doit avoir lieu dans le “monde intermédiaire” qui est au dehors de la manifestation grossière, étant impossible “dans le monde Inférieur, qui est le domaine de la division et de la séparativité”. En effet, il poursuit disant que: “l’accomplissement du cycle, tel que nous l’avons envisagé, doit avoir une certaine corrélation, dans l’ordre historique, avec la rencontre des deux formes traditionnelles qui correspondent à son commencement et à sa fin”. Cette rencontre doit forcément avoir lieu en Inde, puisque l’Hindouisme n’a jamais envahi les territoires d’autres traditions, comme les musulmans font encore aujourd’hui. Et il est bien clair que ce domaine est celui de la division. Ce n’est pas pour rien que dans ce cas Guénon utilise le mot “rencontre” au lieu de “jonction”, comme lorsqu’il parle du milieu intermédiaire. Peut-être qu’il aurait été plus approprié s’il avait utilisé le mot “affrontement”, compte tenu du comportement de la shariya en Inde, avec l’approbation ou la complicité des turuq locales, exemple de sotte bestialité comparable seulement à l’action anti-traditionnelle du communisme et du missionarisme des différentes sectes chrétiennes. Guénon, encore, déclare que le Sanātana Dharma est l’héritier le plus direct de la Tradition primordiale, alors que l’Islam doit se contenter d’être reconnu comme la “dernière forme de l’orthodoxie traditionnelle” pour le cycle actuel (d’après Vâlsan et les vâlsaniens l’Islam devrait représenter à certains égards la Tradition primordiale, comme si Abraham et sa tradition d’origine atlantéenne remontaient au satya yuga!). Si une jonction doit se produire à l’avenir, nous devons certainement déterminer que ces temps sont encore à venir, car l’Islam d’aujourd’hui est loin d’apparaître comme une véritable forme d’orthodoxie traditionnelle. Plutôt que de se livrer à une action de redressement dans le domaine “terrestre”, l’Islam aujourd’hui apparaît plutôt comme la cause de “bouleversements ethniques et sociaux” en Inde, en Occident et partout où il est présent, au dehors de tout contrôle de son élite. Il est donc nécessaire que le vrai Soufisme revienne à être la haqīqah de l’Islam et reprenne le contrôle de son exotérisme parce que c’est: “el-haqîqah, c’est a dire la “verité” interieure, reservée à l’élite […] qui donne à la shariyah même son sens supérieur et profond et sa vraie raison d’être, de sorte que, bien que tous ceux qui participent à la tradition n’en soient pas concients, elle en est le veritable principe.” (R. Guénon, “L’ésotérisme islamique”, Cahiers du Sud, 1947, pp. 153-154). Ce n’est pas par l’intensification de la shariya, comme il se passe aujourd’hui, que les turuq atteindront cet objectif, mais en se dédiant aux études métaphysiques et à leur contemplation, attitude peu suivie de dizaines d’années.

      À la lumière de ces dernières considérations, nous pouvons pleinement comprendre la raison pour la publication du livre La petite fille de neuf ans: la raison est que M. Emanuelli avait rencontré Vâlsan et que les deux “maîtres” se sont reconnus mutuellement. M. Gilis s’est fait l’écho de cette rencontre suggérant qu’il s’agissait de la fameuse jonction entre Islam et hindouisme (en traction islamique, bien sûr), comme si Vâlsan était le représentant de l’Islam, et Emanuelli de l’Hindouisme. Seulement des aveugles dirigés par un aveugle peuvent accepter une telle mystification!

      Il y a un autre détail alarmant dans une note du Postface (page 112, n ° 15): “Nous utilisons la définition de ‘ésotérisme’ par commodité, même si nous réalisons que des termes tels que ‘ésotérisme’ et ‘exotérisme’ ne peuvent pas ‘se superposer’ exactement à la constitution réelle de l’Islam, que s’il est connu en profondeur révèle un caractère ‘unitaire’ décisif” Nous avions déjà noté chez certains vâlsaniens de notre connaissance cette tendance à compacter en une seule chose l’ésotérisme à l’exotérisme islamiques, ce qui se traduit alors par une “sharyatisation” du soufisme. Evidemment, Guénon ne connaissait pas “en profondeur” l’Islam quand il écrivait: “De toutes les doctrines traditionnelles, la doctrine islamique est peut-être celle où est marquée le plus nettement la distinction de deux parties complémentaires l’une de l’autre, que l’on peut désigner comme l’exotérisme et l’ésotérisme” (Guénon, ibid.).

      Avec le mensonge éhonté selon laquelle il ne serait pas possible pour les Occidentaux de recevoir une initiation hindoue à l’exception de la tantrique (Gilis cependant, se hâte d’ajouter que “c’était une possibilité qui existait jusqu’à il y a quelques années, alors qu’aujourd’hui elle est pratiquement disparue”! Ibid. pp. 82, n. 96), ces environnements vâlsaniens veulent directement ou indirectement éviter une redoutée concurrence. Au contraire, le Sanātana Dharma, qui ne pratique pas de prosélytisme, ni ne crée de succursales en dehors de l’Inde, ni ne veut concurrencer avec de tels milieux, et qui se consacre uniquement à enseigner la connaissance à ceux qui en sont sincèrement attirés, est tout à fait reconnaissant envers les muqqaddams ou les shuyukh faits-maison qui fourmillent en Europe. En effet, ils jouent un important rôle de filtrage, tenant dans leurs conventicles les “guénoniens” disqualifiés qui pourraient aller polluer des voies initiatiques authentiques

      Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

      ‘Abd ar-Razzāq Yahyā (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni, seguito da uno studio sullo Zolfo Rosso (La niña de nueve años, seguida de un estudio sobre el Azufre Rojo), Caprara di Campegine, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 2012. ISBN 978-88-89795-14-9. P. 128.

      El propósito declarado de este libro publicado en italiano es a primera vista estimulante. El Autor intenta encontrar paralelos en tres tradiciones diferentes; la śākta, la Fe Santa y el Islam, sobre un simbolismo común entre ellas:es decir la niña de nueve años. Las páginas dedicadas a la Fe Santa describen algunas de las mas interesantes experiencias iniciáticas de Dante tomadas de la Vita Nova. Se trata de las dos visiones que Dante tuvo de Beatriz como una niña de nueve y una joven mujer de dieciocho (¡no dieciséis!) años que corresponden a dos etapas de la realización espiritual del Poeta, claramente reconocibles en clave tántrica. Aguda y correcta es la comparación con los dos sueños que Mahoma tuvo de ‘Aysha, aunque en este caso la aparición se invierte, ya que no se entiende cómo la visión en sueño de su futura esposa podría representar el viaje interior del Profeta del Islam. Probablemente la razón es que mientras la Vita Nova es un tratado iniciático, las visiones de Mahoma se narran en tradiciones (hahadith) dirigidas también al público en general.

      Como veremos, la verdadera intención de tal publicación es bastante diferente de lo que parece. Su causa ocasional consiste en “la transmisión al Islam, a través de la herencia espiritual, de las enseñanzas tradicionales provenientes del Hinduismo” (ibid, p.5). Que esto sea posible está más allá de toda duda: las transmisiones de este tipo han ocurrido varias veces, incluso en la dirección opuesta, desde el sufismo hacia alguna corriente iniciática hindú. Esto por lo cierto ha sucedido en la India, donde las dos tradiciones coexisten desde siglos (¡ay, rara vez de forma pacífica!). Todo comienza con lo que el Sr. Jean Emanuelli confió al Autor sobre Lalitā, el nombre supremo de la Diosa en la tradición iniciática śākta conocida como Śrī Vidyā. Y aquí las cosas se hacen poco claras. De hecho, Emanuelli habría sido conectado a ese camino iniciatico en Benares por un guru llamado Srî Siddheswar. Naturalmente, la aparición de dicho contacto con un personaje de “tan alto nivel” y la consiguiente iniciación se definen como “providencial” y “excepcional”. Este guru había recibido dos influencias espirituales: la primera, misteriosa, que por supuesto el Sr. Gilis atribuye a la “función universal de al-Kidr”; la otra por un maestro del sur de la India, Srî Vireshwar que, habiendo emigrado a Benares, alcanzó la jīvan mukti a la edad de nueve años. Ya que se abía convirtido en un liberado en vida, la Diosa Lalitā le apareció como una niña de nueve años para confiarle un nuevo método de iniciación. Vireshwar había completado su realización repitiendo el bāla mantra, que consiste en tres bīja mantras (mantras seminales), cada uno de los cuales consta de tres letras. Tres por tres, incluso en India, hace nueve. Esto explica el simbolismo de los nueve años de la Diosa. Durante la visión, ella le reveló una décima letra (akṣara) para perfeccionar el método ya utilizado. Finalmente, a su muerte, entre todos sus discípulos el guru eligió precisamente al Sr. Emnuelli como su sucesor. ¡Realmente extraordinario!

      Ahora todo esto puede engañar cualquiera que esté ayuno de Śrī Vidyā. Pero la maravillosa historia no coincide con la doctrina y el método de este camino iniciático, que es la excelencia intelectual de todo el Tantrismo y por lo tanto es tan claro como el cristal. Procedamos en orden: en la tradición de Śrī Vidyā y en otros caminos tántricos en las que se menciona la Diosa, Lalitā está siempre canónicamente representada como una adolescente de dieciséis años de edad (aunque, por razones contingentes, puede ser descrita de tres, cinco, nueve u once años, especialmente entre los discípulos de origen tribal). El Śrī Vidyā mantra, que es el mantra más elevado de este método, se compone de quince bīja mantras y esto se llama pañcadaśi mantra. El upāsaka que ha alcanzado el completo conocimiento permitido por el pañcadaśi mantra, puede obtener la visión de Lalitā de dieciséis (ṣoḍaśi) años que le transmite sutilmente un dieciseisavo bīja mantra; y esto explica el simbolismo de los dieciséis años. Con este ṣoḍaśi mantra, el iniciado puede alcanzar el conocimiento total de la Diosa. El bāla mantra mencionado por el Sr. Emanuelli sólo es un mantra intermedio (esto no quiere decir que para los individuos altamente cualificados no pueda ser lo suficiente): por lo tanto, la historia de la adición de una décima letra (akṣara), recibida a través de la visión milagrosa de Lalitā a Srî Vireshwar, está mal copiado de la transmisión sutil tradicional del decimosexto bīja mantra. En todo esto hay aún otro serio sin-sentido: si Srî Vireshwar era un jīvan mukta, ¿cómo ubiera podido tener una visión? ¿Cómo puede Brahman tener una visión de otro que Él?

      Pero hay más. Svāmī Karapātrījī, en los años 40 del siglo pasado, había averiguado que en el norte de India el kula (sampradāya) de Śrī Vidyā se había extinguido desde hace siglos. Aunque era ya un saṃnyāsin famoso por su autoridad en el Vedānta, decidió ir a Śṛngerī para recibir la transmisión de Śrī Vidyā. Así trajo esa iniciación al Norte insertándola en la enseñanza vedāntica de los Śaṃkara Pīṭha de Dvārakā y Jyotirmāṭha. Él mismo la enseñó en su āśrama de Benarés: esta línea de transmisión prosigue hoy en Benares en dos centros: en el Śaṃkara Māṭha y en el Śrī Vidyā Pīṭha. De todas formas, ninguno de sus representantes han podido informarnos si tales célebres gurus Shrî Vireshwar y Shrî Siddheswar hayan operado en Benarés en las últimas décadas; por no hablar de un sucesor frances a su gurutva, ya que en Śrī Vidyā, como en todas las vias iniciaticas regulares hindues, los maestros son estrictamente brāhmaṇas por nacimiento: incluso Rāma y Kṛṣṇa, avatāras de Viṣṇu, han enseñado, concedido mantras, dado consejos, pero nunca dieron una iniciación por ser de casta kṣatriya. Esta es la gran ventaja del sistema de castas en comparación con la uniformidad igualitaria de los monoteísmos. De hecho, en el Hinduismo, siendo las castas superadas solo por aquellos que se convierten en ativarṇāśrami, es decir que han alcanzado el estado primordial, se tiene la garantía de que la función de guru permaneca firmemente en manos sacerdotales.

      Se non hizo observar, además, que ningún guru de Śrī Vidyā se haría llamar de esa manera, ya que todos tienen el primer nombre seguido por el sufijo “-ānanda Nāṭha”, como puede verse en la Gallery de nuestros maestros en este sitio web. Además, por lo que pública el Sr. Gilis de lo que le dijo el Sr. Emanuelli, es difícil reconocer una auténtica enseñanza de Sri Vidya. Los errores en términos sánscritos mencionados, la repetición de la palabra “metafísica” (el abuso de esta palabra “evocadora” entre los “guénonianos” es realmente agobiante: incluso hay quienes afirman la exsistencia de “ritos metafísicos”, sin darse cuenta de la incompatibilidad de naturaleza entre la acción y el conocimiento), “providencial”, “excepcional”, la divertida idea que el Tantrismo representa el pico del Sanātana Dharma y de la Śruti, cuando solo se trata de una normal adaptación de la tradición a la humanidad decaída del kali yuga, nos ha llevado a pensar que fueron el resultado de la total ignorancia de la tradición hindú por parte del Sr. Gilis. Así que quisímos asegurarnos sobre los conocimientos que Emanuelli habría recibido de su “guru”, con la lectura de los dos cuadernillos que escribió después de tantos años de enseñanza: Propos sur le Tantra y Hayagriva. Cou de cheval (publicados los dos en Milán por Archè, 1983; 2010). Tuvimos que cambiar de opinión: el Sr. Gilis, al menos en esto, no tiene ninguna responsabilidad. Las confusiones, los errores y la falta de doctrina son atribuibles solo al Sr. Emanuelli. También es significativo que el Autor nunca cite como fuente e ignore por completo los dos textos fundamentales de toda la doctrina de Śrī Vidyā: el Tripurārahasya y la Bhāvana Upaniṣad, con sus comentarios tradicionales (especialmente el de Bhāskararāya) y los Śrī Lalitā Sahasranāma. Sus únicas dos fuentes son Arthur Avalon y René Guénon. Este último, aunque conociendo bien el Hinduismo, no mencionó la doctrina de Śrī Vidyā en toda su obra. No queremos ir más allá en este sentido para practicar la karuṇā.

      Queda una pregunta: ¿por qué el Sr. Gilis publicó este libro, decidiendo proceder imprudentemente en este campo minado sin tener ninguna competencia? La respuesta está en el comienzo del Epílogo Editorial: “Sólo un musulmán recto y intacto, conectado al Tasawwuf y al mismo tiempo fiel a las enseñanzas de Guénon (que fue directo y verdadero discípulo suyo, en el sentido profundo de esta palabra, es decir: ‘uno que realmente aprende’) podía tener la intuición que está al origen del presente libro sobre el simbolismo de la niña de nueve años. Hablamos de Michel Vâlsan … “(p. 93).

      El objetivo, por lo tanto, está claro: la celebración de Vâlsan y sus teorías sobre la “función del Islam” al final de los tiempos, basado en una lectura errónea del artículo de Guénon “Le Mystère de la lettre Nun” (Études Traditionnelles, août-septembre 1938); esta al final sería solo la destructiva “función” de tragarse y anular todas las demás tradiciones. Para corregir lo que dice el Editor, queremos señalar que Vâlsan ha sido “discípulo directo y verdadero”, sólo de Frithjof Schuon, que no sin razón dejó … para luego declararse Shaykh! Además Guénon siempre declaró no tener discípulos, porque nunca fue un Shaykh at-tariqa. Pero los “guénonianos”, tan rigurosos y literalistas, ni siquiera toman en cuenta las declaraciones de Guénon cuando pueden perturbar sus creencias o las teorías vâlsanianas. Sin embargo, Vâlsan, que hizo del citado artículo una especie de texto revelado, ha sabído distorsionarlo muy bien para corroborar su propia “función”, especialmente en lo que se refiere al llamado “enderezamiento final” del ciclo. Y sus prosélitos y gregarios continúan leyendo el artículo de Guénon sin darse cuenta de la infidelidad de la interpretación de Vâlsan. ¡Tanto puede ser ciega la fe de los exteriores!

      Continuamos en orden: en ese artículo Guénon dice que la nûn árabe corresponde a la mitad inferior “terrestre” del Huevo del Mundo, y la na sánscrita a la mitad superior “celestial”. ¿Alguien ha pensado alguna vez que esta distinción está relacionada con la complementariedad de conocimiento y acción? Si es así, los que son verdaderamente tradicionales tendran que reconocer la supremacía del conocimiento sobre la acción, aunque el Hinduismo nunca ha tenido la arrogancia de imponerla a los demás. No por nada en el Sanātana Dharma corresponde al cielo y el Islam a la tierra. Por lo tanto, no se afirma ninguna hegemonía islámica sobre el Hinduismo, sino todo lo contrario. Guénon más adelante añade que la unión entre estos dos componentes tradicionales del Huevo cósmico debe tener lugar en el “mundo intermedio”, es decir fuera del dominio grueso, siendo esto imposible “dans le monde inférieur, qui est le domaine de la división et de la ‘séparativité’ …” De hecho, Guénon continúa afirmando que: “l’accomplissement du cycle, tel que nous l’avons envisagé, doit avoir une certaine corrélation, dans l’ordre historique, avec la rencontre des deux formes traditionnelles qui correspondent à son commencemente et à sa fin…”. Esta reunión debe llevarse a cabo necesariamente en la India, ya que el Hinduismo nunca ha invadido territorios de otras tradiciones, como en cambio siguen haciendo los musulmanes. Y está claro que este dominio es el de la separación. No en vano, en este caso Guénon usa la palabra “reunión” en lugar de “unión”, como cuando habló del ambiente intermedio. Tal vez sería más apropiado que el hubiera utilizado la palabra “enfrentamiento”, teniendo en cuenta el comportamiento de la shariya en la India, con el asentimiento o la complicidad de las turuq locales, ejemplo de “loca bestialidad” –para usar las palabras de Dante- comparable sólo a la acción anti-tradicional del comunismo y del misionerismo de las distintas confesiones cristianas. Guénon, a continuación, establece que el Sanātana Dharma es el heredero más directo de la Tradición primordial, mientras que el Islam debe conformarse con ser reconocido como la “última forma tradicional ortodoxa para el ciclo actual” (según Vâlsan y los vâlsanianos también el Islam representaría en cierto modo, la Tradición primordial, como si Abraham y su tradición de origen atlante remontaran al satya yuga!). Si debe producirse alguna confluencia en el futuro, ciertamente debemos observar que esos tiempos aún no ocurrieron, ya que el Islam hoyendia está lejos de representar una forma real de ortodoxia tradicional. De hecho el Islam de hoy, en lugar de llevar a cabo una acción de enderezamiento en el plan “terrestre”, aparece más bien como la causa de “levantamientos étnicos y sociales” en la India, en Occidente y en todas las partes donde esté presente, sin ningúna guía de parte de cualquier élite. Por tanto, es necesario que el verdadero tasawwuf vuelva a ser la haqīqah del Islam y que recupere el control de su exoterismo, “el-haqîqah, c’est a dire la “verité” interieure, reservée à l’élite […] qui donne à la shariyah même son sens supérieur et profond et sa vraie raison d’être, de sorte que, bien que tous ceux qui participent à la tradition n’en soient pas concients, elle en est le veritable principe.” (R. Guénon, “L’ésotérisme islamique”, Cahiers du Sud, 1947, pp. 153-154). No es a través de la intensificación de la shariyah que las turuq alcanzaran este propósito, pero haciendo resucitar sus estudios metafísicos y la contemplación sobre ellos, muy escasos en las ultimas decadas.

      A la luz de estas consideraciones, podemos comprender plenamente la razón para publicar La niña de nueve años: el hecho es que el Sr. Emanuelli conoció personalmente Vâlsan y los dos “maestros” se reconocieron mutuaente. El Sr. Gilis se hizo eco de esta reunión y sugiere que esta fue la famosa conexión entre el Islam y el Hinduismo (de tracción Islámica, por supuesto), como si Vâlsan representara el Islam, y Emanuelli el Hinduismo. Solo unos ciegos dirigidos por un ciego pueden aceptar tal mistificación.

      Hay otro detalle alarmante, en particular una nota del epílogo (p. 112, n. 15.): “Nosotros utilizamos la definición de ‘esotérismo’ por conveniencia, incluso si nos damos cuenta de que términos como ‘esotérismo’ y ‘exoterismo’ no pueden ‘superponerse’ con precisióna la verdadera estructura del Islam, que si se la conoce hasta el fondo revela un carácter fuertemente ‘unitario’” Ya habíamos notado en otros vâlsanianos esta tendencia a compactar esoterismo y exoterismo islámico como un todo unico, lo que se traduce al final en una “sharaitizacción” del sufismo. Evidentemente Guénon no conocía hasta el fondo el Islam cuando escribió: “De toutes les doctrines traditionnelles, la doctrine islamique est peut-être celle où est marquée le plus nettement la distinction de deux parties complémentaires l’une de l’autre, que l’on peut désigner comme l’exotérisme et l’ésotérisme” (Guénon, ibid.)

      Con la descarada mentira que no sería posible para los occidentales recibir una iniciación hindū excepto la tántrica (Gilis sin embargo, se apresura a añadir que “esta era una posibilidad que existió hasta hace pocos años, mientras que hoy en día está prácticamente extinguida.” Ibid. pp. 82, n. 96), estos círculos vâlsanianos intentan directa o indirectamente evitar una temida competencia. En cambio, el Sanātana Dharma, que no hace proselitismo, no crea ramas fuera de la India ni quiere competir con esta categoría de ambientes, y que se dedica únicamente a enseñar el conocimiento a los que sinceramente están atraídos por el, está muy agradecido a todos los “muqqaddams” y los “Shuyukh” caseros que pululan en Europa. De hecho, juegan un importante papel de filtro, manteniendo en sus conventiculos a los “guénonianos” descalificados que podrían ir a contaminar las auténticas organizaciónes iniciáticas.

      Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

      🇮🇹🇬🇧🇫🇷🇪🇸Davide Susanetti – La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione

        🇮🇹 Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione, Roma, Carrocci Ed. 2017. ISBM 978-88-430-8806-5. Pp. 262

        Dopo una prefazione a dir poco sconcertante, il libro si apre con alcune premesse generali sul percorso iniziatico greco, che fornisce gli strumenti necessari non solamente concettuali, ma anche terminologici per poter affrontare il grande panorama che comincia a dispiegarsi alla vista del lettore. Il campo di prova per l’utilizzo degli stessi strumenti che l’Autore presenta immediatamente è quello dei Misteri d’Eleusi, a partire dal mito del ratto di Persefone, alle implicazioni astronomiche, gli echeggiamenti ritmici stagionali, per poi impegnarsi in una disamina ricchissima e minuziosa delle fonti. A poco a poco, da minuscole tessere, si sviluppa il vasto mosaico delle esperienze iniziatiche dei piccoli e dei grandi Misteri e, al di là di essi, fino al raggiungimento dell’epoptéia, la contemplazione intellettuale della Verità. È ben noto che gli iniziati ai Misteri curarono con il massimo rigore la riservatezza sui loro rituali e sulle realtà spirituali che incontravano lungo il loro cammino interiore. I testi sono avari e in particolare le opere poetiche o prosastiche di ogni autore che fosse anche un mystes. Susanetti, tuttavia, ha saputo raccogliere, ordinare e dare un senso compiuto ai frammenti di informazione fino a riuscire a ricostruire un quadro coerente e iniziaticamente comprensibile. Il libro continua trattando dei Misteri Dionisiaci e delle interrelazioni tra questi, Eleusi e l’Orfismo. In seguito troviamo la spiegazione che indusse Pitagora ad ammantare Sofìa con il velo della Filosofia; Filosofia non ancora profana e non ancora profanata. Il libro continua seguendo le tracce delle dottrine pitagoriche attraverso Eraclito, che noi tutti avevamo studiato come un esacerbato “divenirista” sugli omologati manuali del Liceo, fino alle sorprendenti istruzioni iniziatiche di Empedocle e Parmenide. Tutti filosofi, o meglio, sophoí, che, estratti da ammuffite mensole positiviste e marxiste, riprendono una vita spirituale inaspettata, con folgorazioni conoscitive e visioni celesti. Il capitolo dedicato a Platone e ai suoi più vicini seguaci, come c’era da aspettarsi, appare meno sorprendente ma centrale, come punto di raccordo tra la Grecia arcaica e l’Ellenismo. In Platone cominciano ad affiorare tematiche fino a quel momento coperte dal segreto, permettendoci di ricostruire la catena di maestri iniziatici precedenti, fino al divino Pitagora. Inoltre con Platone comincia ad affermarsi quel linguaggio d’Amore che poi attraverso Virgilio giungerà fino a Dante. Interessante anche l’interpretazione iniziatica che l’Autore avanza dell’insegnamento socratico, sebbene in qualche modo tangenziale al main stream iperboreo-pitagorico. La panoramica, sempre minuziosa, erudita e mai profana, prosegue con il neoplatonici, ben descritti nella loro duplice e incompatibile attrazione verso la conoscenza e il ritualismo teurgico-magico. Molto importante anche lo studio dello sviluppo dello gnosticismo dall’ambito iniziatico a quello di una religiosità sincretistica. Infine il libro si conclude con un capitolo dedicato all’Ermetismo alessandrino e ai suoi prolungamenti altomedievali, in cui le origini elleno-egizie s’impongono per un alto livello spirituale e un simbolismo trasparente, simbolismo che si fa più opaco che misterioso nel suo prosieguo storico. Libro di grandissimo impatto culturale, ma ancor più, sicura fonte d’informazione su insegnamenti di non facile accesso. Susanetti riesce a ricostruire con autorevolezza la tradizione esoterica della religione dei Greci, che l’apologetica cristiana prima e lo stravolgimento rinascimentale poi hanno consegnato a noi in forma completamente inintelligibile. Lettura altamente consigliabile.

        Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

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        Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione [The way of the gods. Greek wisdom, ancient mysteries and paths of initiation], Roma, Carrocci Ed. 2017. ISBM 978-88-430-8806-5. Ps. 262

        After a foreword to say the least disconcerting, the book opens with some general premises on the Greek initiatory path, which provides not only the necessary conceptual tools, but also the terminology to deal with the great panorama that begins to unfold at the sight of the reader. The test field for the tools presented by the Author is that of the Mysteries of Eleusis, starting from the myth of the abduction of Persephone, to its astronomical implications, the seasonal rhythmic echoes, and then engaging in a very rich and meticulous analysis of the sources. Little by little, by putting together all the pieces of the jigsaw, the vast mosaic of the initiatory experiences of the Lesser and the Greater Mysteries takes shape; and beyond it until the epoptéia, the intellectual contemplation of the Truth, is finally reached. It is well known that the initiates into the Mysteries treated with utmost rigor the confidentiality of their rituals and the spiritual truths opening along their inner journey. The ancient literature in regards to this subject is remarkably scarce, mostly the poetic or prose works of authors who were mystes, initiates to the Mysteries. Nevertheless, Dr. Susanetti has been able to gather, sort and make sense of the fragmentary texts revealing a coherent and initiatically comprehensible framework. The book moves forward presenting the Dionysian Mysteries and their correlations with Eleusis Mysteries and Orphism. Further on, we find the explanation that induced Pythagoras to disguise Sofia with the veil of Philosophy, at the time not yet profane nor profaned. The book goes on following the traces of the Pythagorean doctrines of Heraclitus, portrayed by conventional school books as a mere radical supporter of the doctrine of the “becoming” to continue with the surprising initiatic instructions of Empedocles and Parmenides. All these philosophers, or rather sophoí, once extracted from the musty positivist and Marxist shelves, appear regenerated of an unexpected spiritual life, with cognitive fulgurations and celestial visions. The chapter dedicated to Plato and his closest followers, as was to be expected, appears less unanticipated yet remains central for its connecting function between Archaic Greece and Hellenism. In Plato, subjects that had long remained covered by secrecy slowly began to emerge, allowing us to reconstruct the chain of previous initiatory masters, up to the divine Pythagoras. Furthermore, with Plato, the language of Love begins to assert itself and then through Virgil it will eventually reach Dante. Also interesting is the initiatory interpretation that the author advances on the Socratic teachings, although somewhat tangential to the hyperborean-pythagorean main stream. The overview, always meticulous, erudite and never profane, continues with the Neo-Platonists, well described in their dual and incompatible attraction towards knowledge and the theurgical-magical ritualism. The study of the development of Gnosticism from the initiatory sphere to that of a syncretistic religiosity is also very important. Finally, the book ends with a chapter dedicated to the Alexandrian Hermeticism and its early medieval extensions, in which the Hellenistic-Egyptian origins testify to a high spiritual level and a transparent symbolism that becomes more and more opaque rather than mysterious as the centuries passed. This is a book of great cultural impact, but even more, of reliable information on lessons not easily accessible. Dr. Susanetti manages to skilfully rebuild with authority the esoteric tradition of the religion of the Greeks that the first Christian apologetics and then the Renaissance delivered to us in a completely unintelligible and distorted form. A highly recommended reading.

        Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

        Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione [La voie des dieux. Sagesse grecque, mystères antiques et itinéraires d’initiation], Roma, Carrocci Ed. 2017. ISBM 978-88-430-8806-5. P.s 262

        Après un avant-propos dont le moins qu’on puisse dire est qu’il est déconcertant, le livre ouvre avec quelques prémisses générales sur le chemin initiatique grec, qui fournit les outils nécessaires non seulement au point de vue conceptuel, mais aussi terminologique afin de faire face au grand paysage qui va se dérouler à la vue du lecteur. Là où l’auteur met à l’épreuve, dès le début, sa méthodologie est celui des Mystères d’Eleusis, à partir du mythe de l’enlèvement de Perséphone, aux implications astronomiques, aux échos rythmiques saisonniers, en s’engageant dans une discussion riche et méticuleuse des sources. Peu à peu, par petits détails, se développe la grande mosaïque d’expériences initiatiques des petits et des grands Mystères et, au-delà, la réalisation de l’epoptéia, la contemplation intellectuelle de la vérité. Il est reconnu que les initiés des Mystères ont gardé rigoureusement secrets leurs rituels et réalités spirituelles rencontrés tout au long de leur voyage intérieur. Les textes sont avares et, surtout, les œuvres poétiques ou en prose de chaque auteur qui était aussi un mystes. M. Susanetti, cependant, a été capable de rassembler, ranger et donner un sens aux fragments d’information, reconstruisant un tableau cohérent et initiatiquement compréhensible. Le livre continue en traitant les Mystères dionysiaques et les interrelations entre les Mystères d’Eleusis et l’Orphisme. Ensuite, nous trouvons l’explication de la raison qui a amené Pythagore à revêtir sofia du voile de la philosophie; Une philosophie qui n’est pas encore profane et pas encore profanée. Le livre se poursuit sur les traces des doctrines pythagoriques avec Héraclite, dont tout le monde a étudié au Lycée dans les conformistes manuels l’identification de sa pensée avec la promotion exacerbée du devenir, jusqu’aux instructions initiatiques étonnantes d’Empédocle et de Parménide. Tous les philosophes, ou plutôt les sophoí, qui, libérés de la moisissure des étagères positivistes et marxistes, récupèrent une vie spirituelle inattendue, avec des fulgurations cognitives et des visions célestes. Le chapitre consacré à Platon et à ses disciples les plus proches, comme on pouvait s’y attendre, semble moins surprenant, mais central en tant que point de connexion entre la Grèce archaïque et l’hellénisme. Chez Platon, des thèmes jusqu’alors couverts par le secret ont commencé à faire surface, permettant de reconstituer la chaîne des maîtres initiatiques précédents, jusqu’au divin Pythagore. En outre, avec Platon le langage de l’amour commence à s’affirmer, langage qui, à travers Virgile, arrivera jusqu’à Dante. L’interprétation initiatique selon laquelle l’Auteur décrit l’enseignement socratique est également intéressante, bien qu’elle soit en quelque sorte tangentielle au courant principal hyperboréen-pythagoricien. La vue d’ensemble, toujours méticuleuse, érudite et jamais profane, continue avec les néo-platoniciens, bien décrits dans leur double et incompatible attraction vers la connaissance et le ritualisme théurgique-magique. L’étude du développement du gnosticisme de la sphère initiatique à celle d’une religiosité syncrétiste est également très importante. Enfin, le livre se termine par un chapitre consacré à l’hermétisme alexandrin et à ses extensions hautes médiévales, où les origines hellèno-égyptiennes s’imposent pour un haut niveau spirituel et un symbolisme transparent, symbolisme qui devient plus opaque que mystérieux au fil du temps. Livre de grand impact culturel, mais plus encore, source d’information fiable sur des enseignements difficilement accessibles. M. Susanetti parvient à reconstruire autoritairement la tradition ésotérique de la religion des Grecs, que la première apologétique chrétienne et, après, la distorsion de la Renaissance nous ont livré sous une forme tout à fait incompréhensible. Lecture hautement recommandée.

        Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

        Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione [La vía de los dioses. Sabiduría griega, antiguos misterios y caminos de iniciación], Roma, Carrocci Ed. 2017. ISBM 978-88-430-8806-5. P.s 262

        Después de una premisa que podríamos decir por lo menos desconcertante, el libro se abre con unas suposiciones generales sobre el camino iniciático griego, que proporciona los instrumentos necesarios no sólo conceptuales sino también terminológicos, con el fin de contemplar la grande panorámica que comienza a desarrollarse frente a los ojos del lector. El campo de pruebas para el uso de las mismos instrumentos que el autor presenta inmediatamente es el de los Misterios de Eleusis, desde el mito del rapto de Perséfone, sus implicaciones astronómicas, los ecos de rítmos estacionales, para luego dedicarse a una meticulosa discusión sobre las ricas fuentes. Poco a poco, a partir de pequeñas piezas, se extiende el vasto mosaico de experiencias iniciáticas de los pequeños y grandes Misterios y, más allá de ellas, a la consecución de la epoptéia, la contemplación intelectual de la verdad. Bien se sabe que los iniciados de los Misterios trataron con extremo rigor los secretos de sus rituales y de sus realidades espirituales que se encontraban a lo largo de sus viajes interiores. Los textos se muestran reacios y en particular las obras poéticas o en prosa de los autores que también fueron mystoi. El Autor, sin embargo, ha sido capaz de reunir, clasificar y dar sentido a los fragmentos de información hasta reconstruir un marco coherente e iniciaticamente comprensible. El libro continúa tratando de los Misterios Dionisiacos y de sus interrelaciones con los de Eleusis y el Orfismo. Más tarde encontramos la razón que indujo a Pitágoras a vestir a Sofía con el velo de la Filosofía; Filosofía aún no profana y aún no profanada. El libro continúa siguiendo las huellas de las doctrinas pitagóricas a través de Heráclito, estudiado en los conformistas manuales del Liceo como un “devenirista” exacerbado, hasta las sorprendentes instrucciones iniciaticas de Empédocles y Parménides. Todos los filósofos, o mejor dicho, los sophoí, extractos de las mohosas estanterías positivistas y marxistas, demuestran una vida espiritual inesperada, unos alumbramientos intuitivos y unas visiones celestiales. El capítulo dedicado a Platón y a sus seguidores más cercanos, como era de esperar, nos sorprende menos aunque quede central, como punto de conexión entre la Grecia arcaica y el Helenismo. En Platón comienzan a llegar a superficie cuestiones hasta ahora envueltas en el secreto, lo que nos permite reconstruir las enseñanzas de la cadena de los anteriores maestros de iniciación, hasta el divino Pitágoras. Además, con Platón, el lenguaje del Amor comienza a afirmarse en la forma que a través de Virgilio, más tarde llegaría hasta Dante. Es también interesante la interpretación iniciática de que el Autor avanza sobre la enseñanza socrática, aunque parcialmente tangencial a la corriente principal hiperbórea-pitagórica. La panorámica, siempre meticulosa, académica y nunca profana, continúa con los neoplatónicos, que se describen en su doble e incompatible atracción entre el conocimiento y el ritualismo teúrgico-mágico. El estudio del desarrollo del Gnosticismo desde la esfera iniciática hasta una religiosidad sincretista es también muy importante. Por último, el libro concluye con un capítulo dedicado al Hermetismo alejandrino con sus primeras extensiones medievales, en la que el origen heleno-egipcia se impone por su alto nivel espiritual y un simbolismo transparente, simbolismo que se vuelve más opaco que misterioso en el sucesivo período. Libro de gran impacto cultural, pero aún más de información segura sobre lecciones de difícil acceso. El profesor Susanetti maneja con autoridad para reconstruir la tradición esotérica de la religión de los griegos, que la primera apologética cristiana y luego la distorsión del Renacimiento nos han entregado en una forma completamente ininteligible. Lectura altamente recomendada.

        Pāpahara Daṇḍakartā Nagottama

        🇮🇹🇫🇷Jean-Louis Gabin – L’idée que l’islam doit dominer la planète

          🇮🇹 Jean-Louis Gabin: L’idée que l’islam doit dominer la planète, Vers la Tradition, N° Hors-Série, Décembre 2016, ISSN 0755-4222, pp. 122.

          Sull’onda delle più recenti notizie di cronaca, ma partendo da una prospettiva intellettuale hindū, Jean-Louis Gabin ha scritto un prezioso volumetto che si eleva ben al di sopra delle contingenze storiche. Sebbene non risparmi nessuna critica all’azione eversiva del fondamentalismo islamico, messo in atto con la simpatia e connivenza evidente delle masse musulmane, il suo bersaglio è ben altro. Il suo reale intendimento è quello di rimproverare severamente quegli occidentali che si sono convertiti all’Islam in vista del tasawwuf, di non voler denunciare la natura contro-tradizionale di questa dimostrazione ormai quasi quotidiana della matta bestialità a cui è prono l’Islam esteriore (naturalmente il sufismo autentico, quello afro-asiatico, non è affatto toccato dalle nostre mises à point, essendo la prima vittima della degenerazione in cui oggi versa l’essoterismo islamico). Volutamente abbiamo scritto “convertiti”, poiché gli occidentali che si pretendono “sufi”, quasi tutti discepoli di altri occidentali convertiti che, a loro volta, si sono proclamati “maestri” di sufismo, in realtà hanno una conoscenza della Tradizione del tutto viziata dall’interpretazione dei loro stessi “shuyukh”. Li definiamo “convertiti” proprio perché Guénon rifiutava di essere definito tale, poiché egli aveva semplicemente deciso di “collocarsi” nell’Islam piuttosto che in qualsiasi altra tradizione, per ragioni insindacabilmente sue proprie. “Collocarsi” vuole dire che l’assunzione esteriore della forma islamica era avvenuta, nel suo caso, dall’interno e dall’alto. Non è questo il caso di coloro che per emulazione di Guénon (hanno inventato una vera e propria sunnah  o “religiosa imitatio” di Guénon, pericolo che quest’ultimo aveva sempre paventato), per comodità logistica, per pigrizia e per incapacità critica, hanno aderito all’Islam dall’esterno e dal basso. Il Dr. Gabin dimostra con grande chiarezza come Guénon avesse messo in guardia i suoi lettori dalle difficoltà che l’Islam esteriore pone a chi volesse intraprendere questa strada di avvicinamento all’esoterismo sufico e come avesse scoraggiato a seguire il suo esempio senza avere raggiunto la sua stessa piena consapevolezza intellettuale dell’unità fondamentale delle tradizioni. Difficoltà che consistono, soprattutto, nel dogmatismo, sentimentalismo ed esclusivismo tipici delle religioni occidentali semitiche, com’è anche l’Islam, e che, infatti, caratterizzano tutti questi convertiti.
          L’Autore di questo libro, inoltre, con grande coraggio mette in evidenza gli equivoci creati in malafede dai autoproclamati continuatori dell’opera di Guénon (tutti, ovviamente, in possesso di “funzioni” o “missioni” particolari, “funzioni” che essi attribuiscono anche allo stesso Guénon, nonostante le sue passate proteste), che hanno diffuso e diffondono un messaggio di conversione sharaitica dell’occidente sottacendo i disastri prodotti dall’invasione dell’area di tradizione cristiana da parte delle più basse “caste” islamiche, ormai spudoratamente inviate in Europa da ben noti agenti della contro-iniziazione (manuṣya rākṣasa). Tutto ciò perché convinti che “l’Islam doit dominer la planète”, a partire dall’Europa. Anche questa possibilità era stata preconizzata da Guénon non come un bene, ma come la soluzione più temibile per l’Occidente, comprendente gravi squilibri sociali ed etnici. Ossia quei crimini a cui assistiamo oggi sempre più di frequente. Se i pretesi “sufi” occidentali esercitassero il distacco e l’indagine intellettuale richiesti dalla prospettiva iniziatica più elementare, si renderebbero conto come in tre o quattro decenni l’essoterismo islamico sia passato dalla accettazione passiva dell’anti-tradizione dei regimi laici comunisteggianti dei paesi islamici, alla simpatia per la più evidente contro-tradizione khalifale di stampo anticristico. Come già ben diceva Abdul-Hâdi Aguéli nel gennaio del 1911: “La théorie de Mohyiddin ibn Arabi sur le Khalifat universel et le Mahdisme n’a rien de commun avec celle de la canaille d’Alexandrie et autres anthropophages, qu’ils soient blancs ou noirs” (“Pages dédiées à Mercure – Sahaï Ataridiyah”, La Gnose, II année, n° 1, p. 30. Ci sarà pure un motivo per cui la tradizione tibetana afferma che alla fine dei tempi il male si diffonderà dall’Afghanistan per colpa di alcune correnti islamiche.
          Sia detto per inciso, nessuno può definirsi “akbari” per aver semplicemente letto in arabo o in traduzione un testo di Ibn ‘Arabi, ma soltanto se ha ricevuto direttamente uno specifico insegnamento orale.
          Il Cattolicesimo, dal grottesco abisso in cui è precipitato,  non ha più i mezzi dottrinali e rituali per avviare una restaurazione tradizionale essoterica e la sopravvivenza dell’esoterismo cattolico continua a essere proclamato soltanto nelle ingannevoli fantasie di spregiudicati manipolatori.
          Ciò nonostante è anche vero che è scritto “non prevalebunt”…
          Ci sono altre forme di Cristianesimo ancora in vita, dotate di una autentica iniziazione. Il cristiano che fosse anche un sincero cercatore, potrebbe sempre indirizzarsi in quella direzione, senza i traumi provocati dalla conversione a una diversa religione, e così cercare di salvare l’Occidente dagli attuali assalti di Gog e Magog.
          Tuttavia sarebbe molto più efficace se l’Occidente si rivolgesse agli autentici rappresentanti della Tradizione metafisica, quelli indicati tra le righe dal Dr. Gabin, pienamente in grado di far risorgere la Tradizione occidentale e consapevoli del grave pericolo che corrono l’Europa prima, e l’intero pianeta poi. Ciò non accade perché, se l’Occidente versa in così drammatica situazione, non è dovuto tanto ad astratte leggi cicliche o a predizioni apocalittiche, quanto alla scadentissima qualità intellettuale degli occidentali. Lo si può vedere con chiarezza per la totale assenza di pubblicazioni di carattere metafisico negli ultimi settant’anni. Questa medesima incapacità intellettuale è resa evidente nella fideistica accettazione di “maestri di sufismo” dalla trasmissione iniziatica più che dubbia, dalla pratica di metodi privi d’alcuna efficacia e da dottrine apprese in forma libresca sia da scritti di Guénon sia da traduzioni di testi dall’arabo sia da raffazzonati articoli pseudo simbolici spacciati per metafisici, scritti da quegli stessi “shuyukh”.
          Questa assenza di “materiale umano” spiega il fallimento di tutti gli esperimenti di restaurazione o di raddrizzamento che si sono tentati in Europa nell’ultimo secolo. Allo stesso modo le presunte turuq si sono scisse o sciolte non appena l’“individualità dominante del branco” fosse passata a miglior vita. I seguaci di tali gruppetti non hanno mai capito con chiarezza che la via iniziatica è strettamente personale, interiore e indipendente per natura dal contesto sociale su cui l’iniziazione s’appoggia. Invece tra loro prevale la “solidarietà islamica” verso l’esterno, anche se tra loro sono in aperta concorrenza.
          Siamo ben consapevoli che i patetici difensori di questi ambienti tra loro ostili criticheranno unanimemente il libro che qui recensiamo. Certo, lo scritto del Dr. Gabin non è privo di alcuni punti deboli che daranno lo spunto ai “sufi” europei per sollevare critiche meschine volte a screditare il testo e il suo autore. Ma costoro, invece di elaborare complicate difese per le loro credenze e per le loro discutibili adesioni “tradizionali”, dovrebbero rispondere con sincerità al quesito di fondo che da questa pubblicazione emerge: voi “sufi” convertiti, siete favorevoli o contrari all’evidente piano di invasione dell’Occidente da parte “de la canaille d’Alexandrie et autres anthropophages”? Oppure la ritenete necessaria sulla base dell’interpretazione tendenziosa di Vâlsan de “Les mystères de la lettre Nûn”?

          D. K. Aśvamitra

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          Jean-Louis Gabin: L’idée que l’islam doit dominer la planète, Vers la Tradition, N° Hors-Série, Décembre 2016, ISSN 0755-4222, pp. 122.

          À la suite de faits divers récents, mais dans une perspective intellectuelle hindoue, M. J.- L. Gabin a écrit un précieux petit livre qui s’élève bien au dessus des contingences historiques. Bien qu’il n’épargne aucune critique de l’action subversive du fondamentalisme islamique qui se déploie avec la connivence silencieuse des masses musulmanes, son but est tout autre. Son propos est de reprocher aux Occidentaux convertis à l’Islam pour accéder à l’ésotérisme du taçawwuf, de ne pas dénoncer l’aspect anti-traditionnel de la manifestation quasi quotidienne de bestialité à laquelle se soumet l’Islam extérieur. Bien entendu le soufisme authentique – afro-asiatique – n’est point touché par nos mises à point, car, en réalité, celui-ci est en première ligne des victimes de la dégradation de l’exotérisme islamique.
          Nous employons volontairement l’expression de « convertis » car, le plus souvent, les Occidentaux qui se prétendent soufis sont disciples d’autres Occidentaux lesquels se prétendent maîtres de soufisme. En réalité, leur connaissance de la Tradition est entachée par l’interprétation déformée  de leurs propres «shuyukh». Nous les définissons comme « convertis », précisément, à cause du fait que Guénon refusait cette définition pour lui-même, et qu’il avait décidé de « s’installer » en Islam, de préférence à d’autres traditions, pour des raisons qui lui appartenaient en propre.
          S’installer, dans ce cas, veut simplement dire que son « adhésion à l’Islam » s’était effectuée de l’intérieur et par le haut. Ce n’est pas le cas de ceux qui, croyant imiter Guénon, ont inventé une véritable sunnah ou « religiosa imitatio » de cet auteur, ce qu’il avait toujours redouté. Par commodité, paresse,  incapacité critique, ces convertis, au contraire, ont adhéré à l’Islam de l’extérieur et par le bas.
          M. J.-L. Gabin démontre clairement que Guénon avait mis en garde ses lecteurs à propos des difficultés que l’Islam extérieur pose à ceux qui voudraient entreprendre le chemin vers l’ésotérisme soufi, et qu’il avait découragé quiconque voulait suivre son exemple sans être pleinement conscient de l’unité fondamentale des traditions. Ces difficultés concernent surtout un dogmatisme, un sentimentalisme et un exclusivisme caractéristiques des religions occidentales sémitiques, tel que l’Islam, et qui caractérisent, en effet, tous ces convertis.
          L’Auteur de ce livre met courageusement en évidence les équivoques créées de mauvaise foi par les prétendus continuateurs de l’oeuvre de Guénon : tous possèdent, bien entendu, des « fonctions » ou des «missions » particulières, les mêmes qu’ils attribuent à Guénon malgré les protestations de celui-ci, et ils ont répandu un message de conversion sharaïtique de l’Occident sans dénoncer les ravages de l’invasion de l’aire de tradition chrétienne par les plus basses « castes » islamiques, ouvertement envoyées en Europe par les agents bien connus de la contre-initiation (manuṣya rākṣasa). Tout cela vient du fait qu’ils sont convaincus que « l’Islam doit dominer la planète », à commencer par l’Europe.
          Cette possibilité avait effectivement été déjà envisagée par Guénon, mais pas exactement comme positive: elle était plutôt la solution la plus effroyable à la crise de l’Occident moderne, entraînant de graves déséquilibres sociaux et ethniques, c’est à dire des crimes auxquels on assiste de plus en plus fréquemment aujourd’hui. Si les prétendus « soufis » occidentaux mettaient en pratique le détachement et la quête intellectuelle typique du point de vue initiatique le plus élémentaire, ils se rendraient compte qu’en trois ou quatre décennies, dans les pays musulmans, l’exotérisme est passé de l’acceptation passive de régimes antitraditionnels laïques d’inspiration communiste, à l’indulgence pour l’évidente anti-tradition khalifale de nature antichristique.
          Comme le disait Abdul-Hadi Aguéli en janvier 1911: « La théorie de Mohyiddin ibn Arabi sur le Khalifat universel et le Mahdisme n’a rien de commun avec celle de la canaille d’Alexandrie et autres anthropophages, qu’ils soient blancs ou noirs » (« Pages dédiées à Mercure – Saha Ataridiyah », La Gnose, II année, n°1, p. 30). Il y aura aussi une raison pour laquelle la tradition tibétaine déclare qu’à la fin des temps, le mal se répandra de l’Afghanistan  à cause de certaines sectes islamiques.
          Soit dit en passant, nous devons ajouter que personne ne peut se définir comme « akbari », simplement pour avoir lu en arabe, ou même traduit, un texte d’Ibn ‘Arabi ; pour pouvoir être « akbari » il faut nécessairement avoir reçu un enseignement oral spécifique.
          De l’abîme où elle est précipitée, l’Église catholique n’a plus les moyens doctrinaux et rituels de débuter une restauration traditionnelle exotérique ; il semble bien que la survie de l’ésotérisme catholique existe seulement dans les fantasmes frauduleux de trompeurs sans scrupules.
          Toutefois, il est écrit « non praevalebunt » (Mt. 16, 18).
          II y a d’autres formes de Christianisme encore vivantes, douées d’une initiation authentique. Le chercheur chrétien sincère pourrait s’adresser à ces formes, aussi pour essayer de sauver l’Occident des actuels assauts de Gog et Magog, tout en évitant les traumas générés par la conversion à une nouvelle religion. L’Occident pourrait s’adresser aussi aux représentants authentiques de la Tradition métaphysique, ceux que M. Gabin indique entre les lignes, et qui sont à même de faire renaître la Tradition occidentale, conscients comme ils le sont du grand danger que courent l’Europe et toute la planète.
          L’Occident ne se trouve pas dans une situation aussi dramatique à cause de lois cycliques abstraites ou de prédictions apocalyptiques, mais plutôt à cause de la qualité intellectuelle extrêmement déficiente des Occidentaux. L’absence totale de publications métaphysiques au cours des soixante-dix dernières années en est la preuve. L’acceptation fidéiste de « maîtres soufis » dont la transmission initiatique est plus que douteuse, la pratique de méthodes sans efficacité et de doctrines apprises de manière livresque en lisant à la fois les écrits de Guénon et les traductions d’articles pseudo-symboliques consacrés à la métaphysique – écrits par ces mêmes « shuyukh » – témoignent d’une évidente incapacité intellectuelle.
          Cette absence de «matériel humain » explique l’échec de turuq se sont divisées, ou bien dissoutes, dès que « l’individualité dominante du groupe » a disparu. Les adeptes de ces groupuscules n’ont jamais compris clairement que le chemin initiatique est strictement personnel, intérieur, et indépendant par nature du contexte social sur lequel s’appuie l’initiation. Mais, entre eux, la « solidarité islamique » prévaut même lorsqu’ils sont en compétition ouverte. Nous sommes bien conscients que les pathétiques défenseurs de ces milieux hostiles entre eux, retrouveront l’unanimité pour critiquer le livre que nous examinons ici. Bien sûr, le travail de M. Gabin n’est pas dépourvu de points faibles susceptibles d’alimenter les critiques acerbes des « soufis » européens afin de discréditer le texte et son auteur. Mais, au lieu d’élaborer des défenses compliquées de leurs croyances et de leurs adhésions « traditionnelles », ils feraient mieux de répondre sans faux fuyants à la question fondamentale posée par cette publication : vous, « soufis » occidentaux convertis, êtes-vous pour ou contre le plan visible d’invasion de l’Occident par « la canaille d’Alexandrie et autres anthropophages » ? Ou pensez-vous que cela soit nécessaire et dans l’ordre des choses, suivant l’interprétation tendancieuse de Michel Vâlsan de « Les mystères de la lettre Nûn »?

          D. K. Aśvamitra

          🇮🇹🇫🇷🇬🇧Enzo Pennetta – L’ultimo uomo

            🇮🇹 Enzo Pennetta, L’ultimo uomo, Acilia, ed. Circolo Proudhon, 2016.

            Il libro analizza il pensiero filosofico, le teorie scientifiche, le organizzazioni di vario genere che hanno portato l’Occidente alla mentalità attuale.
            Apparentemente tutto sembra casuale e frutto di un “progresso” o di fenomeni legati genericamente alla moda, invece non lo è affatto. L’autore indica l’inizio di un cambiamento di rotta nel XVII secolo. In realtà esso incomincia ben prima, già nel Rinascimento quando l’uomo diviene “misura di tutte le cose.” Scopo unificante del pensiero innovatore è abbattere stili, modi di vita e certezze tradizionali, e il principale nemico è la religione, ostacolo e freno alla modernità.
            Nel 1700, in Francia, l’Illuminismo pose al centro di tutto la ragione, affermando che quello, che con la ragione non può essere dimostrato, non è vero; poi con il Positivismo di metà 1800 Auguste Compte vide l’umanità, uscita dalle fasi teologica e metafisica, corrispondenti all’infanzia e all’adolescenza del genere umano, giunta finalmente all’età virile, in cui è la scienza a guidarne la vita.
            Negli stessi anni in Inghilterra era pubblicata l’“Origine della specie” in cui Charles Darwin teorizzò l’evoluzione delle specie animali e quindi anche di quella umana. L’opera riscosse un successo enorme perché dimostrava che i deboli soccombono per legge naturale, i migliori, invece, sopravvivono affermandosi. In forma diversa, ma sostanzialmente identico, è il pensiero di Thomas Robert Malthus secondo cui i poveri, i non adatti, sono destinati a morire estinguendosi per non danneggiare la società, che deve progredire senza essere costretta a dividere i beni, soprattutto alimentari, con chi non ne è degno. Le due teorie congiunte ebbero un vasto seguito, tanto più che giustificavano e sorreggevano la politica coloniale inglese dell’età vittoriana.
            Personaggi di spicco dell’epoca e degli anni seguenti, quali Julian Huxley, biologo evoluzionista, e Francis Galton, patrocinatore dell’eugenetica, che pose il problema di stabilire scientificamente come privilegiare o eliminare certe caratteristiche nei nascituri, influenzarono la politica e si fecero portavoce delle istanze a cui tali teorie inducono inevitabilmente: il controllo delle nascite, l’aborto visto come diritto, il femminismo, l’eugenetica, la libertà sessuale non più oppressa dai vecchi tabù moralistici, la fiducia incondizionata nella scienza, che migliora la vita umana. Tra le numerose fondazioni che sostennero le idee progressiste è degna di nota su tutte la Royal Society, fondata nel 1660 per “promuovere l’eccellenza scientifica come viatico per il benessere dell’umanità”. Lo studio e le conoscenze dovevano avere un riscontro tecnologico e pratico. La conoscenza per la conoscenza non aveva più senso.
            Se vi era ancora qualche dubbio per bollare come antitradizionale tutto questo, il fatto di misconoscere il valore reale della Conoscenza lo cancella tout court.
            I sostenitori del nuovo pensiero si professavano atei, ma molti di essi erano attratti dall’occultismo. Essi diffusero il Teosofismo, fondato da Helena Blavatsky e da Henry Steel Olcott, soprattutto in Inghilterra, negli Stati Uniti e in India, con l’aiuto indefesso della suffrageta Annie Besant. Attraverso un fantasioso studio comparato delle religioni il Teosofismo cercò l’antica religione comune a tutta l’umanità. In realtà ciò darà vita alla New Age, un coacervo confuso e pericoloso, creato ad arte per accentuare l’individualismo, l’isolamento e per incoraggiare le più dannose esperienze psichiche, con la complicità dei media, dal cinema, dai network.
            Dopo aver percorso la strada dal meccanicismo al materialismo apparentemente con lentezza, in realtà a grandi passi, senza più freni di tipo morale, l’uomo moderno vanta solo diritti. Una propaganda sapientemente orchestrata da fondazioni di vario tipo, Fabian Society, ERO, ACLU, Ong, UNESCO, colonizzando culturalmente anche attraverso le arti figurative e la musica, spingono la società a vivere in modo libertario usando droghe, avvalendosi dell’eugenetica, inseguendo il mito della perenne giovinezza, riducendo tutto alla corporeità. Tale società deviata si arroga, poi, il diritto di esportare i modi di vita occidentali in tutto il globo, e, fingendo di aiutare i popoli per una vita economicamente migliore, getta in realtà i semi velenosi della destabilizzazione politica e morale.
            La società odierna è definita “liquida”, senza più schemi fissi portanti: la famiglia, nucleo solido, che ostacolava la “liquidità sociale”, è stata messa fuori gioco come la religione. Anche la sessualità è considerata oggi fine a se stessa, un diritto al divertimento, e non più base per la procreazione. Avere un figlio è un diritto: ecco gli uteri in affitto, la fecondazione artificiale, la scelta del sesso del nascituro, ecc. Essere uomo o donna è una decisione personale, non deve essere determinata da fattori naturali che sono ininfluenti. I ruoli maschile e femminile sono unificati e confusi: si mira all’androgino? Sarà questo l’ultimo uomo, o meglio essere umano, a cui tende il lungo lavorio antitradizionale? Androgino, come unione puramente esteriore e corporale di uomo e donna, è la visione rovesciata di Ardhanārīśvara, il Signore che è la sintesi di maschile e femminile.
            Il lavoro di Enzo Pennetta è, nell’insieme, positivo perché evidenzia in modo dettagliato e inquietante il cammino distruttivo della società umana verso il misconoscimento di ciò che l’uomo è realmente. Tuttavia ci sembra che l’autore consideri questo percorso in modo superficiale, mostrando, tra l’altro, di essere influenzato da pregiudizi politici: tutto parrebbe voluto e progettato dal capitalismo il cui fine è esclusivamente il predominio economico di pochi, i migliori, sui molti, considerarti solo per gli scopi di chi tutto gestisce. Poco spazio critico è dato al comunismo, frutto malefico del marxismo che, solo negli ultimi cento anni, ha eliminato 80.000.000 di esseri umani, visti come ostacolo agli scopi dell’ideologia, nella colpevole indifferenza di tutti i borghesi di questo pianeta. Inoltre solo il marxismo, proclamando la religione “oppio dei popoli”, dove ha conquistato il potere si è adoperato a cancellare anche i segni esteriori del divino, distruggendo i luoghi di culto con la devastazione e l’oltraggio. Possiamo dire con certezza che, attraverso i secoli, l’opera mirata della contro-iniziazione è ben visibile: essa si è avvalsa prometeicamente della scienza, utilizzando persone perfettamente consce di quanto stavano compiendo; masse di individui inconsapevoli le hanno seguite e le seguono entusiasticamente, quali un gregge di pecore. Perciò Pennetta è stato abile a indentificare i sintomi della malattia mortale che incombe sul mondo, ma non altrettanto nell’identificare la malattia stessa. E il capitalismo, certamente, non è la malattia, ma uno tra i tanti sintomi.
            Benchè l’autore si renda conto che darwinismo, eugenetica e scientismo hanno avuto continui, stretti rapporti tra loro, lavorando in maniera organizzata per stravolgere le certezze umane e cambiare la mentalità generale, non fa mai riferimento all’importanza della Tradizione che, in realtà, sola, stabilisce le corrette regole di vita basate su principi trascendenti. E questo silenzio sulla tradizione appare del tutto sospetto. È evidente che la critica tradizionale al mondo moderno, anche se sottaciuta, è conosciuta dall’autore. Sembra quasi un tentativo di dare una versione laica del problema mettendo da parte la Tradizione. L’antitradizione decide dunque di autodenunciarsi per mascherare l’esistenza della critica tradizionale al mondo moderno? La scelta di pubblicare il libro prsso una Casa editrice “Circolo Proudhon” toglie ogni dubbio al riguardo.
            Cosa ci attende ora? Enzo Pennetta conclude frettolosamente con poche parole che inducono alla vaga speranza di “un’esistenza realmente umana e dignitosa secondo paradigmi inediti”. Parole ambigue e del tutto insoddisfacenti.
            In forza della conoscenza delle dottrine tradizionali, noi aggiungiamo che la fase in cui vive l’Occidente è il kali yuga, l’epoca oscura, la fine di un ciclo. Se i Detentori della Tradizione, i soli che ne hanno il potere, non interverranno per arrestare questa terribile deriva, allora assisteremo a orrori ancora più gravi prima che una catastrofe fermi questa tendenza. Solamente allora, con il ritorno di una nuova Età dell’Oro, tutto tornerà a scorrere nell’Ordine stabilito.

            Durgādevī

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            🇬🇧 Enzo Pennetta, L’ultimo uomo, Acilia, éd. Circolo Proudhon, 2016

            Ce livre analyse les théories philosophiques, scientifiques, et les diverses organisations qui ont conduit l’Occident à la mentalité actuelle.
            Apparemment, tout a l’air accidentel, comme un résultat du «progrès » ou de phénomènes liés en général à la mode; mais en réalité, c’est une tout autre affaire. L’auteur indique le début d’un changement radical de direction au XVIIe siècle. En fait, cette tendance commence bien avant, dès la Renaissance, quand l’homme devient «la mesure de toute chose.» La pensée innovatrice a un but commun: briser les styles, les modes de vie et les certitudes traditionnelles, et la religion qui est l’ennemi principal, obstacle et entrave à la modernité.
            En 1700, en France, le mouvement des Lumières mit au centre de tout la raison, en affirmant que ce qui ne peut pas être démontré par la raison, n’est pas vrai; plus tard, vers la moitié du XIXe siècle, en plein positivisme, Auguste Compte a estimé que l’humanité était désormais sortie des phases théologiques et métaphysiques, ce qui correspondait dans son intention à l’enfance et l’adolescence de l’humanité, et elle avait enfin atteint l’âge adulte, où c’est la science qui conduit sa vie.
            En même temps, en Angleterre, on avait publié « L’Origine des espèces » où Charles Darwin théorisa l’évolution des espèces animales, y compris  l’espèce humaine. Cette oeuvre obtint un énorme succès, car elle soutenait que les faibles devaient succomber à la loi naturelle, tandis que les plus forts seulement avaient le droit naturel de survivre. Thomas Robert Malthus, sous une forme différente, mais foncièrement identique, a théorisé que les pauvres, les inadaptés, sont destinés à s’éteindre pour éviter de nuire à la société, qui doit progresser sans être obligée de partager les biens, et surtout les denrées alimentaires, avec ceux qui n’en sont pas dignes. Les deux théories conjointement ont sorti un grand succès, d’autant plus qu’elles justifièrent et soutinrent la politique coloniale anglaise d’époque victorienne.
            Des personnages de premier plan de cette époque et des années suivantes, comme Julian Huxley, un biologiste évolutionniste, et Francis Galton, défenseur de cet eugénisme qui voulait établir des moyens scientifiques pour soutenir ou éliminer certaines caractéristiques des enfants à naître, ont influencé la politique et sont devenus les porte-paroles des instances auxquelles ces théories conduisaient inévitablement: la confiance inconditionnelle dans la science qui améliore la vie humaine, le contrôle des naissances, l’avortement considéré comme un droit, le féminisme, l’eugénisme et  la liberté sexuelle, désormais franchis les anciens tabous moralisateurs. Parmi les nombreuses fondations qui ont soutenu les idées progressistes, la plus remarquable a été la Royal Society, fondée en 1660 pour « promouvoir l’excellence scientifique comme un soutien pour le bien-être de l’humanité ». L’étude et les connaissances devaient avoir une vérification technologique et pratique. La connaissance pour la connaissance n’avait plus aucun sens. Qui pourrait encore douter de la nature anti-traditionnelle de tout cela dès qu’on affirme que la Connaissance n’a plus de valeur réelle?
            Les partisans de la nouvelle pensée se professaient athées, mais beaucoup d’entre eux étaient attirés par l’occulte. Ils répandirent le Théosophisme, fondée par Helena Petrovna Blavatsky et Henry Steel Olcott, surtout en Angleterre, aux États-Unis et en Inde, avec l’aide infatigable de la suffragette Annie Besant. Par une étude fantaisiste comparative des religions, le Théosophisme cherchait l’ancienne religion commune à toute l’humanité. En réalité, il créera la New Age, un fatras confus et dangereux, conçu pour accentuer l’individualisme et l’isolement et pour encourager les expériences psychiques les plus néfastes, avec la complicité des médias, du cinéma, des networks.
            Après avoir parcouru la route du matérialisme mécaniste d’une forme apparemment lente, mais en réalité marchant à grands pas, sans plus aucune contrainte d’ordre moral, l’homme moderne n’exige que des droits. Une propagande savamment menée par des organisations de tout type, comme la Fabian Society, ERO, ACLU, les ONG, l’UNESCO, est parvenue à coloniser la culture à travers les arts visuels et la musique, elle pousse la société à vivre de manière libertaire se servant de la drogue, de l’eugénisme, jusqu’à la poursuite du mythe de la jeunesse éternelle, et réduisant toute la réalité au corps. Une telle société déviée, s’arroge en plus le droit d’exporter les modes de vie occidentaux  dans le monde entier, et, faisant semblant d’aider les peuples avec la promise d’une vie meilleure sur le plan économique, jette en fait les graines toxiques de la déstabilisation morale et politique.
            N’ayant point de modèles fixés, la société d’aujourd’hui est définie comme « liquide »: la famille, noyau solide jusqu’à présent, qui entravait la « liquidité sociale » a déjà été mise hors de combat ainsi que la religion. Même la sexualité a désormais considéré son fin en soi, un droit au plaisir, et pas plus comme instrument de procréation.  Avoir un enfant c’est un droit: voilà les utérus à louer, l’insémination artificielle, la programmation du sexe de l’enfant, etc. Etre homme ou femme, c’est une décision personnelle, et les objectifs facteurs naturels sont considérés dépourvus de toute pertinence. Les rôles masculin et féminin sont fusionnés et confus: est-ce que le but est l’androgyne? Est-ce que ce sera le dernier homme, ou mieux le dernier être humain, le but vers lequel les patients complots anti-traditionnels conduisent? L’androgyne, comme union purement extérieure et physique de l’homme et de la femme, est la version inversée de Ardhanārīśvara, le Seigneur qui est la synthèse du masculin et du féminin.
            Le travail d’Enzo Pennetta doit être jugé en général positivement, car il dénonce, d’une analyse détaillée, l’inquiétant projet de destruction de la société humaine visant à la méconnaissance de ce que l’homme est vraiment. Cependant, il semble que l’auteur considère ce parcours d’une manière superficielle, montrant, entre autres, d’être influencé par un préjugé politique: tout semble voulu et programmé par le capitalisme dont le but est exclusivement la suprématie économique des privilégiés, des meilleurs, sur les masses considérées comme des instruments pour les buts des marionnettistes. L’Auteur accorde peu d’espace critique au communisme, fruit maléfique du marxisme, qui a éliminé 80 millions d’êtres humains, considérés comme un obstacle à ses fins idéologiques, seulement au cours des cent dernières années et dans la coupable indifférence de tous les bourgeois de cette planète. En plus, seul le marxisme, proclamant la religion « l’opium des peuples », partout où il a conquis le pouvoir a cherché à effacer les signes extérieurs mêmes du divin, perpétrant la destruction des lieux de culte avec des dévastations et des atrocités.
            Nous pouvons affirmer avec certitude que, au cours des siècles, le travail ciblé contre l’initiation est clairement visible: il s‘est appuyé d’une forme prométhéenne à la science, en utilisant des individus parfaitement conscients de ce qu’ils faisaient à côté des masses d’individus confiants en eux qui les ont suivis et les suivent avec enthousiasme, comme un troupeau de brebis.
            Donc Pennetta a été très habile à identifier les symptômes de la maladie mortelle qui pèse sur le monde, mais il n’a pas identifié la maladie elle-même. Et le capitalisme, bien sûr, n’est point la maladie, mais l’un des nombreux symptômes. Bien que l’auteur soit conscient que le darwinisme, l’eugénisme et scientisme ont eu des relations constantes et étroites entre eux, travaillant de manière organisée à déformer les certitudes humaines et changer la mentalité générale, il ne fait jamais référence à l’importance de la Tradition qui seule, en réalité, peut établir les règles correctes de vie fondées sur des principes éternels. Et ce silence sur la Tradition est tout à fait suspect. Il est évident que la critique traditionnelle du monde moderne, même si pas mentionnée, est bien connue par l’auteur. Par conséquent il semble qu’il s’agit d’une tentative de donner une version laïque du problème en mettant de côté la Tradition. L’anti-tradition a-t-elle décidé donc de dénoncer soi-même pour masquer l’existence de la critique traditionnelle au monde moderne? La décision de publier le livre dans une Maison d’Édition nommée « Club Proudhon » enlève tout doute à cet égard.
            Qu’est-ce qui nous attend maintenant? Enzo Pennetta conclut en toute hâte avec quelques mots qui font espérer une « existence vraiment humaine et digne selon des paradigmes inédits. ». Des mots ambigus, tout à fait insatisfaisants.
            En vertu de la connaissance des doctrines traditionnelles, nous ajoutons que la phase dans laquelle l’Occident vit est le kali yuga, l’âge sombre, la fin d’un cycle. Si les détenteurs de la Tradition, les seuls qui en ont le pouvoir, n’interviendront pas pour arrêter cette terrible aberration, alors on devra voir des horreurs encore plus graves avant qu’une catastrophe arrête cette tendance. Seulement alors, avec le retour d’une nouvelle Âge d’Or, tout se déroulera dans l’Ordre établi.

            Durgādevī

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            Enzo Pennetta, L’ultimo uomo, Acilia, Circolo Proudhon Pbls., 2016.

            This book analyzes the philosophical, scientific theories and the various organizations that led the West to the current mentality.
            Apparently, everything seems random, as a result of “progress” or as phenomena generically related to fashion; in reality it is a different matter. The Author indicates the beginning of a radical change of direction in the seventeenth century. Nevertheless, this tendency begins long before, during the Renaissance, when man becomes “the measure of all things.” The unifying objective of this innovative thinking is to break the traditional lifestyles and certitudes, considering religion as the main enemy and obstacle to modernity.
            In 1700, in France, the movement of the Enlightenment put the reason at the center of all, claiming that what cannot be demonstrated by reason is not true; Later, in the mid-nineteenth century, in the positivist period, Auguste Compte considered that humanity was freed from the theological and metaphysical phases, which corresponded in its intention to the childhood and adolescence of humanity, finally reaching adulthood, where science is the guide of life.
            In the same period, in England, Charles Darwin published his Origin of the Species where he theorized the evolution of animal species, including also the human one. This work was enormously successful, for it held that the weak creatures should succumb to natural law, while only the strongest ones had the natural right to survive. Thomas Robert Malthus, in another form, but fundamentally in identical perspective, theorized that the poor, the unsuitable, are destined to die by extinction in order not to be a burden to society, which must progress without being obliged to share the goods, mainly commodities and food, with the not worthy. The junction of these two theories had a great success, especially as it justified and supported the English colonial policy of the Victorian period.
            Some prominent characters in those days, such as Julian Huxley, evolutionist biologist, and Francis Galton, supporter of eugenics, raised the problem how to privilege or eliminate scientifically certain features in the unborn ones, influenced policy and became a megaphone for the instances to which such theories inevitably induce: birth control, abortion as a claim, feminism, eugenics, sexual freedom no longer oppressed by old moralist taboos, unconditional trust in science as an improvement for human life . Among the many Institutions supporting those progressive ideas, it is worth of mention the Royal Society, founded in 1660 with the purpose of “promoting scientific excellence as a viaticum for the well-being of humanity.” Study and knowledge must have a technological and practical feedback. Knowledge for its own sake became meaningless. Disclaiming the true knowledge is the evident sign of anti-traditional plans.
            The partisans of the new thought professed atheists, but many of them were attracted by the occult. They spread the Theosophism founded by Helena Petrovna Blavatsky and Henry Steel Olcott, especially in England, United States and India, with the indefatigable help of the suffragette Annie Besant. By a completely made-up study in comparative religions, Theosophism sought the primordial religion common to all mankind. In reality, this created the New Age, a confused and dangerous jumble, designed to accentuate individualism, isolation and to encourage the most harmful psychic experiences, with the complicity of media, cinema and networks.
            Moving from mechanicism to materialism apparently slowly, but substantially very quickly, without any moral restraints, modern man expects only rights. A propaganda slyly orchestrated by various foundations as, the Fabian Society, ERO, ACLU, ONGs., UNESCO etc., and culturally colonizing even through the figurative arts and music, pushed  the human society to live in a libertine way using drugs, spreading eugenics, pursuing the myth of perennial youth, reducing everything to corporeality. Moreover such a degenerate society feels entitled to export Western ways of life throughout the world and, pretending to help peoples for a more viable material life, actually throws everywhere its poisonous seeds of political and moral destabilization.
            Today’s society is defined as “liquid,” devoid of any solid fixed patterns: the family, solid core, the only obstacle to “social liquidity,” has been deleted as the religion as well. Sexuality is also considered as a right to fun, and not as a means of procreation. Having a son is a right: from this the rent-a-womb, the artificial fertilization, the choice of the sex of the unborn etc. are derived. Being a man or a woman is a personal election and has not to be determined by “irrelevant” natural factors. The male and female roles are unified and confused: are they trying to produce an artificial androgynous? Will this be the last man, or rather the last “human individual”, to whom the long anti-traditional plan tends to? Will that androgynous be an impious corporal mixture of male and female, the caricatured imitation of Ardhanārīśvara, the synthesis of non-dual Lord?
            Enzo Pennetta’s book is in general positive because it highlights in a detailed way the destructive path of human society toward the misunderstanding of what man really is.  However, drilling down on, we deem that the Author considers too superficially the real causes of this general situation. Among other faults he is influenced by a very trivial political prejudice: according to him everything has been wished and planned by capitalism whose purpose is solely the economic predominance of few people, the richest, on the mass considered as instruments to their purposes. He only dedicates a few lines to communism, the malignant fruit of marxism, which in hundred years has eliminated 80,000,000 of human beings, considered as an obstacle to the purposes of its ideology, in the face of the guilty indifference of the worldwide bourgeoisie. Moreover, only marxism, proclaiming religion as “opium of the people”, everywhere has conquered the power, has systematically eradicated the exterior signs of the Divine, destroying shrines of cult with every devastation and outrage. Then we can declare with certainty that the purpose of counter-initiation (rākṣasa sādhanā) is clearly visible through the centuries. It has “asurically” utilized the science, using some individuals perfectly conscious of their criminal purposes and masses of unaware individuals following their instigators as a flock of sheep. In this way Pennetta has been able to identify the symptoms of deadly illness threatening the world, but not to identify the disease itself. And capitalism, of course, is not the disease, but one of many symptoms.
            Although the Author realizes that Darwinism, eugenics, scientism etc. have had continuous close relations, operating in organized way to overturn the human certainties and change the general mentality, he never refers to the importance of Tradition, the only reality able to set the correct rules of life based on transcendent principles. And this silence on Tradition looks suspicious. It is evident that traditional criticism to the modern world is known by the Author even if he never mentions it. It seems an attempt to give a secular version of the problem, avoiding any mention of the traditional point of view. Perhaps anti-tradition has decided to self-denounce, censuring in this way the existence of a traditional criticism to the modern world. The choice to publish the book at a “Proudhon Club Publishing House” removes any doubt about it.
            What to expect now? Enzo Pennetta hastily concludes with few words inducing a vague hope of “a truly human and decent existence according to new paradigms”. Ambiguous and totally unsatisfactory words!
            By virtue of knowledge of traditional doctrines, the phase that whole world is facing is the kali yuga, the dark age, the end of a cycle. If the responsible authorities of Tradition, the only ones who have the power, don’t intervene to stop this dreadful drift, we will witness even more serious horrors before a catastrophe concludes this tendency.

            Durgādevī

            🇮🇹🇬🇧🇪🇸Svāmī Karpātrī – Symboles du monothéisme hindou: Le Liṅga et la Déesse

              🇮🇹Svāmī Karpātrī, Symboles du monothéisme hindou: Le Liṅga et la Déesse, prefazione dello Jagadguru Śaṃkarācārya Svāmī Śrī Svarūpānanda Sarasvatī, trad. e cur. di Jean-Louis Gabin e Gianni Pellegrini, Paris, éd. du Cerf, 2013.

              Questo paziente lavoro di critica e di traduzione nasce da una necessità di fare chiarezza. Il promotore di una tale impresa, il Dr. Gabin, ha avuto il merito e il coraggio di denunciare in un precedente libro (L’Hindouisme Traditionnel et l’interprétation d’Alain Daniélou, Paris, éd du Cerf, 2010) le spudorate falsificazioni di Daniélou nelle sue traduzioni degli scritti di Svāmī Karpātrī. Il libro che qui recensiamo vuole restituire i loro vero senso a due lunghi articoli dello Svāmījī: si tratta de “Il segreto del culto del Liṅga (Liṅgopāsanārahasya)” e de “Il principio della Gloriosa Dea (Śrī Bhagavatātattva)”. Con estrema puntualità in nota sono riportate le numerosissime alterazioni, mutilazioni, e falsificazioni operate da Daniélou nelle sue traduzioni in inglese e francese. Quest’azione di demolizione del testo karpatriano può essere sintetizzata in questi punti principali:
              1) L’Induismo è una religione politeista che ignora l’esistenza di un Principio divino unico.
              2) L’Induismo è una religione composta da un essoterismo, il Vedismo, e da un esoterismo, lo Śivaismo.
              3) Il Vedismo è una ottusa religione ritualistica portata in India dall’invasione ārya (o ariana, indoeuropea).
              4) Lo Śivaismo, espressione della popolazione dravidica, è fonte della Conoscenza esoterica suprema.
              5) La Conoscenza esoterica suprema (cioè la Voluttà) è raggiungibile attraverso una via di lussuria, principalmente per mezzo del culto del fallo.
              6) Lo stesso fallo è la reale persona di Śiva.
              7) Śiva è tamas, il principio tenebroso dell’ignoranza.
              Tutte queste affermazioni sono contraddette ripetutamente e con estrema precisione dallo Svāmī Karpātrī. Perciò la traduzione dei due articoli ha costretto Daniélou a un continuo intervento mistificatore.
              Considerando che Alain Daniélou era stato accettato come discepolo dal celebre saṃnyāsin, ci si chiederà chi e cosa lo abbia spinto a intraprendere una simile azione contro-tradizionale. Certamente i legami con la Società Teosofica possono dare una risposta parziale. Tuttavia, considerando che Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Karpātrījī, Guru di Advaita Vedānta e di Śrī Vidyā, ha svolto nel XX secolo una funzione di restauratore dell’intero Sanātana Dharma, il burattinaio di Daniélou andrebbe ricercato in un qualche ambiente ben più temibile. Il tradimento del pensiero del suo Guru rende inoltre inaffidabili tutti gli scritti del musicologo francese. D’altra parte, come si può definire un dīkṣita che consapevolmente distorce e rovescia gli insegnamenti ricevuti?
              La via iniziatica śākta nota come Śrī Vidyā, è l’insegnamento intellettualmente più elevato della tradizione tantrica. Infatti esso fu insegnato anche dall’Ādi Śaṃkarācārya e da allora è trasmesso, assieme all’Advaita Vedānta, presso tutti i pīṭha śaṃkariani. Śrī Vidyā comprende tre livelli iniziatici: il primo è quello della Pūjā, che i discepoli compiono nelle loro riunioni (satsaṅga), il cui scopo principale è l’ottenimento di benefici in questa vita e la purificazione del proprio veicolo corporeo; il secondo è quello del mantra che ognuno compie meditando singolarmente e che comporta una purificazione della propria individualità, in particolare del proprio organo interno (antaḥkāraṇa). Il terzo livello è quello del Vedānta, con il quale si aspira al mokṣa. In quest’ultimo caso l’iniziato potrà continuare a utilizzare il simbolismo e il linguaggio śākta. Oppure potrà assumere direttamente la dottrina advaita. I due trattati tradotti in questo libro esprimono i due livelli più elevati. Il Liṅgopāsanārahasya esprime in modo limpido la dottrina mantrica di Śrī Vidyā, mentre il Śrī Bhagavatātattva si apre alla prospettiva vedāntica, raggiungendo infine livelli ineffabili di metafisica pura. Il contenuto delle pagine 159-161, certamente di non facile lettura, si spinge fino agli estremi limiti della formulazione dottrinale in linguaggio umano. Queste tre pagine sublimi basterebbero a rendere straordinario l’intero libro.
              Si tratta di una pubblicazione che, mondata dalle profanazioni di Daniélou, rappresenta un vero gioiello come supporto di riflessione per i cercatori della conoscenza. Poiché certamente una tale pubblicazione sarà meritevole di ripubblicazione, ci permettiamo di segnalare qualche piccola imperfezione che potrà essere corretta: upāsanā, “culto”, in ambito iniziatico, significa meditazione su un simbolo (liṅgopāsanā); manas, la mente, non può mai essere tradotto con “spirito”; lakṣaṇā, sarebbe meglio tradurla con “metafora”; prātibhāsika sattā, non è un errore della percezione ma della mente. Infine, talvolta guṇa è trattato come se fosse femminile.
              Indipendentemente da questi piccoli refusi, consigliamo vivamente i nostri lettori francofoni di procurarsi questo libro e di utilizzarlo come supporto conoscitivo. Ci permettiamo anche di ricordare rispettosamente ai Guru tradizionali che ci leggono, di valutare con estrema attenzione gli aspiranti occidentali.

              Svāmī Karpātri, Symboles du monothéisme hindou: Le Liṅga et la Déesse, prefaced by the Jagadguru Śaṃkarācārya Svāmī Śrī Svarūpānanda Sarasvatī, Jean-Louis Gabin and Gianni Pellegrini (trs. and eds.), Paris, éd du Cerf, 2013.

              This patient effort of critique and translation, was dictated by a need for clarity. Dr. Gabin, promoter of such a deed, in a previous book (L’Hindouisme Traditionnel et l’interprétation d’Alain Daniélou, Paris, éd du Cerf, 2010) had already bravely denounced the impudent falsifications of Svāmī Karpātrī teachings perpetrated by Daniélou. The book under review here wants to restore the true meaning of two long articles by Svāmījī: “The Secret of the Liṅga Cult (Liṅgopāsanārahasya)” and “The Principle of the Glorious Goddess (Śrī Bhagavatātattva)”. Very punctually in the footnotes the Authors underline the many alterations, mutilations, and falsifications performed by Daniélou in his English and French translations. His demolition of the Karpātrījī’s texts can be summarized in the following main points:
              1) Hinduism is a polytheistic Religion ignoring the existence of a unique Divine Principle.
              2) Hinduism is a Religion composed of an exoterism, the Vedic one, and an esoterism, the Śaivism.
              3) Vedism is a dull ritual Religion brought to India by the Ārya (Arian, or Indo-european) invasion.
              4) Śaivism, the expression of the Dravidian population, is the source of supreme esoteric knowledge.
              5) Supreme esoteric knowledge (i.e. voluptuousness) can be reached through the path of lust, mainly through the phallus worship.
              6) The same phallus is the real person of Śiva.
              7) Śiva is tamas, the dark principle of ignorance.
              All these statements are repeatedly contradicted by Svāmī Karpātrī with extreme precision. Hence the translation of the two articles forced Daniélou to a continuous mystifying intervention.
              Considering that Alain Daniélou had been accepted as a disciple by the celebrated saṃnyāsin, one would wonder who and what led him to undertake such a counter-traditional action. Certainly his ties with the Theosophical Society can give a partial answer. However, considering that Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Karpātrījī, Guru of Advaita Vedānta and of Śrī Vidyā, played in the twentieth century a role of the whole Sanātana Dharma restorer, the Daniélou’s puppeteer would be sought after in a somewhat more fearsome environment. Furthermore the betrayal of his Guru also makes untrustworthy all the writings of the French musicologist. On the other hand, how can one define a dīkṣita that consciously distorts and overturns the received teachings?
              The initiatory Śākta way known as Śrī Vidyā, is the intellectually highest teaching of Tantric Tradition. In fact, it was also taught by Ādi Śaṃkarācārya himself and since then it is transmitted, along with Advaita Vedānta, in every Śaṃkara Pīṭha. Śrī Vidyā comprises three initiatory levels: the first is the Pūjā, which the disciples perform in their meetings (satsaṅga), whose main purpose is to obtain benefits during this life and the purification of the bodily vehicle. The second is the mantra level, which every person pronounces individually involving the purification of his own individuality, in particular of his inner organ (antaḥkāraṇa). The third level is Vedānta, with which one aspires to mokṣa. In the latter case, the initiate may continue to use the śākta symbolism and language; or he can directly assume the advaita doctrine. The treatises here translated express the two higher Śrī Vidyā’s levels. The Liṅgopāsanārahasya clearly describes the mantra doctrine of Śrī Vidyā, while Śrī Bhagavatātattva opens to the vedāntic perspective, finally attaining ineffable levels of pure metaphysics. The content of pp. 159-161, certainly not an easy reading, moves up to the extreme limits of the doctrinal expression possible in human language. These three sublime pages would suffice to make the whole book extraordinary. It is a publication that, sweeping away the profanations of Alain Daniélou, shall be a real jewel as a reflection support for the seekers of knowledge. Since, of course, such a publication should be worthy of republishing, let us point out some minor imperfections that could be corrected. Upāsanā, “cult”, in initiatory domain means meditation on a symbol; manas, mind, cannot be ever misinterpreted as “spirit”; lakṣaṇā, should be better translated as “metaphor”; Prātibhāsika sattā, is not a mistake of perception but of the mind; lastly, sometimes guṇa is treated as if it were female.
              Apart from these misprints, we strongly recommend our French-speaking readers to get a hold of this book and use it as a cognitive support. Let us also respectfully remind the traditional Gurus who are reading us, to assess Western aspirants with greater circumspection.

              Svāmī Karpātri. Symboles du monothéisme hindou: Le Liṅga et la Déesse, prefacio del Jagadguru Śaṃkarācārya Svāmī Śrī Svarūpānanda Sarasvatī, trad. y ed. de Jean-Louis Gabin y Gianni Pellegrini, Paris, éd du Cerf, 2013.

              Este paciente trabajo de crítica y traducción, nace de la necesidad de aclarar un hecho. El promotor de tal compromiso, el Dr. Gabin, tuvo el mérito y la valentía de denunciar en un anterior libro (L’Hindouisme Traditionnel et l’interprétation d’Alain Daniélou, Paris, éd du Cerf, 2010) las descaradas falsificaciones de Daniélou en sus traducciones de los escritos de Svāmī Karpātrī. El libro aquí reseñado quiere devolver  su verdadero sentido a dos largos artículos de Svāmījī: es decir “El secreto del culto del Liṅga (Liṅgopāsanārahasya)” y de “El principio de la Gloriosa Diosa (Śrī Bhagavatātattva)”. Muy puntualmente en las notas a pie de página se destacan las numerosas alteraciones, mutilaciones y falsificaciones realizadas por Daniélou en sus traducciones en Inglés y Francés. Su demolición de los textos de Karpātrījī puede resumirse en los siguientes puntos principales:
              1) El hinduismo es una religión politeísta que ignora la existencia de un único Principio Divino.
              2) El hinduismo es una religión compuesta de un exoterismo, el Védico, y un esoterismo, el Śivaismo.
              3) El Vedismo es una embotada religión ritual traída a la India por la invasión ārya (aryana, o indoeuropea).
              4) El Śivaismo, expresión de la población dravídica, es la fuente del conocimiento esotérico supremo.
              5) El conocimiento esotérico supremo (voluptuosidad) se puede alcanzar a través de la lujuria, principalmente a través de la adoración del falo.
              6) El mismo falo es la persona real de Śiva.
              7) Śiva es tamas, el oscuro principio de la ignorancia;
              todas afirmaciones que Svāmī Karpātrī contradijo en varias ocasiones y de forma muy cortante. De ahí que la traducción de los dos artículos empujó Daniélou a una continua intervención mistificadora.
              Teniendo en cuenta que Alain Daniélou había sido aceptado como discípulo por el célebre saṃnyāsin, uno se preguntaría quién y qué lo llevó a emprender una acción tan contra-tradicional. Es cierto que sus lazos con la Sociedad Teosófica pueden dar una respuesta parcial. Sin embargo, teniendo en cuenta que Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Karpātrījī, Guru de Advaita Vedānta y de Śrī Vidyā, jugó en el siglo XX un papel de restaurador de todo el Sanātana Dharma, el titiritero de Daniélou tendría que ser buscado en un ambiente aun más preocupante. La traición del pensamiento de su Guru también hace indignos de confianza todos los otros escritos del musicólogo francés. Por otro lado, ¿cómo se puede definir un dīkṣita que distorsiona y vuelca conscientemente las enseñanzas recibidas?
              La vía iniciática śākta conocida como Śrī Vidyā, es la enseñanza intelectualmente más elevada de la Tradición Tántrica. En realidad, fue enseñado por el mismo Ādi Śaṃkarācārya y desde entonces se transmite, junto con el Advaita Vedānta, en cada Śaṃkara Pīṭha. Śrī Vidyā comprende tres niveles iniciáticos: el primero es el de la Pūjā, que los discípulos actúan en sus reuniones (satsaṅga), cuyo principal propósito es obtener beneficios durante esta vida y la purificación de su vehículo corporal. El segundo es el del mantra que cada persona pronuncia individualmente y que implica la purificación de su propia individualidad, en particular de su órgano interno (antaḥkāraṇa): el tercer nivel es el mismo Vedānta, con el cual uno aspira al mokṣa. En este último caso, el iniciado puede seguir utilizando el simbolismo y el lenguaje śākta. O puede asumir directamente la doctrina advaita. Los dos tratados aquí traducidos expresan los dos niveles superiores de Śrī Vidyā. El Liṅgopāsanārahasya describe claramente la doctrina mantrica de Śrī Vidyā, mientras que Śrī Bhagavatātattva se abre a la perspectiva vedāntica, alcanzando niveles inefables de metafísica pura. El contenido de las páginas 159-161, ciertamente no fácil de leer, llega hasta los límites extremos de la posible expresión doctrinal en lenguaje humano. Estas tres sublimes páginas bastarían para hacer extraordinario todo el libro. Es esta una publicación que, barriendo las profanaciones de Alain Daniélou, será una verdadera joya como soporte de reflexión para los buscadores del conocimiento. Dado que, por supuesto, tal publicación será digna de volver a publicarse, señalamos algunas pequeñas imperfecciones que podrían ser correctas. Upāsanā, “culto”, en el dominio iniciático, significa meditación sobre un símbolo (liṅgopāsanā); manas, la mente, no se puede traducir nunca con “espíritu”; lakṣaṇā, sería mejor traducirlo con “metáfora”; prātibhāsika sattā, no es un error de percepción, sino de la mente; por último, a veces se trata guṇa como si fuera femenino. Aparte estas pequeñas equivocaciónes, recomendamos calurosamente a nuestros lectores francófonos de adquirir este libro y utilizarlo como un soporte cognitivo. Recordemos respetuosamente a los Gurus tradicionales que nos estén leyendo, de evaluar a los aspirantes occidentales con cuidadosa circunspección.

              Gian Giuseppe Filippi

              🇬🇧Lāla Bihārī Miśra – Yakṣadūtam

                🇬🇧 Lāla Bihārī Miśra, Yakṣadūtam, Vārāṇasī, Sāhitya Prakāśan, 1996.

                Śṛī Lāla Bihārī Miśra has been a celebrated āyurvedācārya and one of the paṇḍitas of Svāmī Karpātrī’s entourage. He lived in Vārāṇasī and passed away few years ago.
                Among his publications, the book Yakṣadūtam is particularly remarkable. He composed one hundred eleven verses in saṃskr̥ta in which he investigated the real nature of the yakṣa, the key character of Kālidāsa’s Meghadūtam. In his poem, L. B. Miśra gives to the yakṣa the definition of jīva rūpa nāyaka. The verses are preceded by an ample foreword that reveals devotional and metaphysical perspectives of great depth and insight. Miśrajī illustrates them through aphorisms belonging to the Śruti and through verses composed by poets of the saṅta tradition.
                L. B. Miśra opens the foreword recounting that Vedas regard Brahman as love (prema)1, beatitude (ānanda)2 and essence (rasa) 3. The nature of prema is to offer, to share with one’s dearest. In order to accomplish Its play of prema, the Brahman reflects itself in innumerable forms, appearances, rūpas. Being One, It desires to become many because when the theater (raṅgabhūmi) for the play of prema is ready, the player is alone. 4 So that universal ātmā (samaṣṭi ātmā) manifests from itself countless ātmās like the countless sparkles from blazing fire.5
                It is clear from the Vedic references, that for the Author the manifestation, sr̥ṣṭi racanā, happens for the divine play (līlā). The Brahma Sūtra asserts in clear words that the only one purpose (prayojana) of the sr̥ṣṭi is līlā. Apart from līlā there is no other purpose.6 According to L. B. Miśra, the Brahma Sūtra is that sūtra (sūta) in which blossoms are braided. So a question arises about which blossoms of Vedantic aphorisms (vedānta vākya) have been braided by the great sage Bādarāyaṇa. This peculiar Vedāntic aphorism is:

                […] जगन्निर्माण लीलया। परमात्ममयी शि−रद्वैतैव विजृम्-ते॥  (Mahopaniṣad, VI.62).

                The Śruti declares explicitly that the production of the universe (jagat sr̥ṣṭi) is a līlā.
                In his article “Phalarūpa (siddhi) prema” (in Bhagavatprema aṅka, Kalyāṇa, Gorakhpur,Gītā Press, January 2003, pp. 171-173), Lāla Bihārī Miśra reiterates that the essence of Lord (Bhagavān) is love (premarūpa). Bhagavān activates the play of prema with our three bodies (śarīras) पुरत्रये क्रीडति (Kaivalya Upaniṣad, XIV). In the waking and dream states (jāgarita and svapna avasthā), our mind (mana) is intent on something else, therefore we cannot know the joy (sukha) of the play of prema which is going on with the gross and subtle body (sthūla and sūkṣma śarīras); but in deep sleep (suṣupti avasthā) our mind (mana) is absorbed (līna) in the subtle ‘vein’ (nār̥ī) called purītata hence in this avasthā we too obtain the joy (sukha) of the union with Bhagavān. In suṣupti avasthā, due to the ignorance (ajñāna) we don’t know to be united with Bhagavān, nevertheless we have experience (anubhava) of the joy (sukha) in its fullness सुखमहमस्वाप्सम्. This is the reason why, waking up from deep sleep, we feel new power, freshness and fervor (śakti, sphūrti, umaṅga).

                Therefore the Vedānta calls suṣupti avasthā as “the appropriate chance for fruition of beatitude”: 

                susuptikale […] anandabhogavasara (Kaivalya Upaniṣad, 13).

                The Vedānta speaks about a similarity between suṣupti and Liberation (mokṣa) because in both there is an experience of joy (sukha anubhūti). “The difference is that in suṣupti avasthā the jīva is covered and obscured (āvr̥ta) by ignorance, ajñāna, while in mokṣa we completely realize (pariniṣtita) our true non dual nature of knowledge-consciousness (jnānasvarūpa), free from any obstructions and superimpositions (āvaraṇarahita)”7.

                Soumyā

                1. तस्मात् प्रेमानन्दात (therefore It is premānanda ); v. Sāmarahasyopaniṣad [L. B. Miśra does not provide the exact reference].[↩]
                2. आनन्दं ब्रह्म (Brahman is Bliss); Br̥hadāraṇyaka Upaniṣad, II.9.28. आनन्दो ब्रह्मेति व्याजानात! (He knows that Brahman is bliss); Taittirīya Upaniṣad, Br̥gu Vallī III.6.1. आनन्दाद्ध्येव खल्विमानि -ूतानि जायन्ते आनन्देन जातानि जीवन्ति आनन्दं प्रयन्त्यि-सविशन्ति (from Bliss everything has been generated, after birth it live in Bliss, it develops and merge in Bliss); TU III.6.1. That is to say, L. B. Miśra explains that all living beings are produced by the Brahman – whose true nature is beatitude (ānanda svarūpa brahma) – are living and, finally, departing from this world, they merge in bliss (ānanda). एष परम आनन्द: (desiring Bliss);  BU IV.3.23.[↩]
                3. रसो वै स: (It is really the essence of Bliss); TU II.7.1.[↩]
                4. एक आसीत् (it is One); BU I.4.1.[↩]
                5. य आत्मदा (Giver of life) R̥gveda, X.121.2. [↩]
                6. लोकवत् तु लीलाकैवल्यम् (it is a mere game as one can see in the world); Brahma Sūtra, II.1.33. [↩]
                7. एतावान् सुषुप्तौ मोक्षे च समो न्याय:। को विशेष:॑ एतावान् तु विशेष: ्यतमोऽि–ूत:फ अज्ञानावृत: ्यसुखरूपम्फ स्वप्रकाशमानन्दात्मस्वरूपम् ्यएतिफ गच्छति। Kaivalya Upaniṣad, XIII, Svāmī Śaṃkarānanda Bhāṣya.[↩]