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Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

7. Coscienza di Essere

a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve

7. Il Conoscitore di Brahman e l’Ignorante

61. Il processo di immergersi nell’Essere è lo stesso sia nel caso del conoscitore Brahman sia in quello dell’uomo ordinario. Ciò è descritto come segue:

“I parenti si stringono attorno a una persona in agonia e gli chiedono: “Mi riconosci? Mi riconosci?”. Finché la parola non diventa un tutt’uno con la mente, la mente con la forza vitale, la forza vitale con il fuoco e il fuoco con la Suprema Devatā, egli li riconosce; quando la sua parola diventa un tutt’uno con la mente, la mente con la forza vitale, la forza vitale con il fuoco e il fuoco con la Suprema Devatā, allora non conosce più. (ChU VI.15.1-2)

62. Il processo sopra descritto è comune all’uomo ignorante quando muore, al devoto che medita su Brahman, come anche a colui che conosce la Verità. Śaṃkara nel Brahma Sūtra Bhāṣya così lo spiega:

  1. La funzione della parola si dissolve nella mente (BSŚBh IV.2.1). Con questo dobbiamo intendere che tutti i sensi cessano di funzionare mentre la mente continua a lavorare;
  2. La mente si dissolve nella forza vitale (prāṇa), cioè cessa di funzionare, mentre la forza vitale continua ancora a lavorare: poi, la forza vitale diventa un tutt’uno con l’anima individuale. La śruti dice che la forza vitale si dissolve nel fuoco e il fuoco in Sat. La caratteristica per il devoto che medita, è che va verso la suṣumṇā nāḍī e passa attraverso il percorso del devayāna che giunge fino al Brahmaloka (BSŚBh IV.2.7).

È già stato spiegato che questa fusione del fuoco con il jīva, la forza vitale e gli organi di senso insieme agli altri elementi è solo temporanea, come la fusione nell’Essere durante il sonno profondo e durante la dissoluzione.

Per quanto riguarda, invece, chi ha conosciuto la Realtà per mezzo del maestro, come è stato affermato sopra, Śaṃkara nel suo Bhāṣya sulla Chāndogya Upaniṣad dice quanto segue:

L’ignorante esce dall’Essere (Sat) ed entra nella sua natura di tigre o di altro animale, di Dio o di uomo. Il meditante [su Brahman], invece, entra nella sua natura di Sat-Brahman, rivelata dalla luce della grande lampada della conoscenza, e non torna indietro. Questo è il processo1 di chi diventa uno con l’Essere. (ChUŚBh VI.15.2; PU 537)

Nel suo Bhāṣya aggiunge:

Chi ha un maestro competente non deve fare altro che attendere il momento in cui si dissolverà nella sua vera natura di Sat. Come si può interpretare l’espressione “finché non sei realizzato”? Deve essere interpretata come “finché non è realizzato”, modificando la prima persona del verbo per adattarlo al contesto. Il significato è: finché il corpo non cade dopo aver sperimentato il karma che ha prodotto il corpo attuale. (ChUŚBh VI.14.2 537)

63. Si tratta evidentemente di una concessione all’opinione popolare secondo cui anche l’uomo di cui si parla ha un corpo a causa del suo prārabdha karma che ha dato come frutto la nascita nella forma del corpo attuale. La verità dal punto di vista più elevato, tuttavia, è che il conoscitore della Verità, che comprende il significato del vākyatu sei Quello”, è sempre libero anche se sembra avere un corpo. Ecco perché Śaṃkara scrive nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya:

Al contrario, il risultato della conoscenza è immediatamente intuibile. Infatti, la frase “tu sei Quello” non può essere forzata per significare che si diventerà Quello dopo la morte, in forza del testo: “Il saggio Vāmadeva, mentre realizzava questo [Sé] come Quello [Brahman], capiva che ‘Io ero Manu e il sole’” (BU I.4.10). Ciò dimostra che il risultato della conoscenza, che consiste nel diventare identificato al Tutto, si verifica contemporaneamente al sorgere della completa illuminazione. Perciò la Liberazione giunge inevitabilmente all’uomo di conoscenza. (BSŚBh III.3.32)

Altrove Śaṃkara scrive:

Il conoscitore del Brahman è giunto a questa conclusione: “In contrasto con la precedente supposizione di essere per natura agente e sperimentatore dei frutti dell’azione, io sono Brahman della natura di Essere per tutti e tre i periodi di tempo, e non sono mai un agente o uno sperimentatore dei frutti dell’azione; nemmeno prima di [aver capito] questo io ero stato un agente o uno sperimentatore, non lo sono mai stato né ora lo sono né lo sarò in futuro”. (BSŚBh IV.1.13)

64. La conclusione che se ne può trarre è che solo per metafora che si afferma che, sia naturalmente durante il sonno e altri stati, sia al momento dell’illuminazione, tutti diventino effettivamente uno con l’Essere. Infatti, non c’è mai stato un tempo in cui ci fosse qualcos’altro accanto all’Essere Puro o Brahman. È per concessione all’opinione popolare, secondo cui l’universo esiste separato da Brahman, che Uddālaka enuncia la verità più volte ripetuta.

“Ora, è questa sottilissima Entità che è l’essenza di tutto l’universo. Essa sola è reale. Quello è l’Ātman. Tu sei Quello, o Śvetaketu”. “Che Vostra Reverenza si compiaccia di illuminarmi ulteriormente”. “Così sia, mio caro ragazzo, lo farò”. (ChU VI.15.3)

65. Cosa rimane ancora su cui Śvetaketu vuole essere illuminato? Vuol solo sapere se questa fusione nell’Essere è la stessa per l’uomo comune, quando si ritira dal suo involucro mortale, e per il saggio che realizza la sua unità con l’Essere. Come mai l’uomo comune ritorna alla vita mondana anche dopo essersi fuso nel Brahman? Perché solo lui deve essere sottoposto ai mali del saṃsāra, mentre il jñānin se ne è liberato? La risposta è la seguente:

“Portano una persona con le mani legate, mio caro ragazzo, dicendo: “Ha portato via dei beni, ha rubato la tal cosa. Arroventate la scure per lui”. Se ha commesso furto, è una persona contaminata da tale atto. Chi è dedito alla falsità si copre di falsità. Se tocca la scure rovente si scotta e, quindi, sarà punito”.

“Se, invece, non ha commesso furto, questo fa di lui una persona sincera. Chi è dedito alla sincerità fa della sincerità la sua protezione. Se tocca la scure rovente non si scotta e viene liberato”.

“Come colui che non si scotta, [l’uomo di conoscenza non ritorna come fa l’ignorante], in quanto solo la sua essenza sottilissima, che è essenza di tutto questo universo, è reale. Quello è l’Ātman, tu sei Quello, o Śvetaketu”. Questo insegnamento del padre egli lo comprese bene, lo comprese bene. (ChU VI.16.1-3)

In questo esempio dell’ordalia della scure rovente, colui che sa d’essere innocente non si scotta perché la Verità gli fa da scudo dagli effetti del calore; invece colui che sa di essere colpevole e finge di essere innocente, prende rifugio nella menzogna che è incapace di riparare dagli effetti della bruciatura.

Invero, anche la smṛti lo dice:

Se qualcuno crede di essere qualcosa di diverso da ciò che è in Realtà, quale peccato non ha commesso? È un ladro che ha sequestrato il Sé. (Mbh. Udyoga Parva XLII.35; Rām. I.33)

Se è vero che il mondo in sé è del tutto irreale rispetto al vero Ātman, tuttavia gli effetti negativi del crederla reale sono estremamente rigidi e severi finché durano, molto simili al dolore acuto di cui si soffre durante i sogni, per quanto siano irreali.

La verità per la quale colui che ha commesso il peccato più grave è sempre uno con Brahman non lo risparmia, finché non si sveglia dall’incubo del saṃsāra.

66. La frase conclusiva “Questo insegnamento del padre egli lo comprese bene, lo comprese bene” non deve essere interpretata come una accettazione mentale da parte del figlio. Śvetaketu non aveva più motivo di avere dubbi, perché non c’era altra opzione. Questo è ciò che tra i Vedāntin è noto come antyapramāṇa (strumento finale di corretta conoscenza). Citiamo qui un estratto del Śaṃkara Bhāṣya sull’argomento:

Inoltre, ciò significa che l’insegnamento dell’unicità dell’Ātman è definitivo e, oltre a questo, non c’è più nulla da mettere in discussione. A differenza del significato dell’ingiunzione nella vita ordinaria che “si deve sacrificare”, il che dà luogo alle domande “cosa”, “con quali mezzi” e “come”, udire l’affermazione “tu sei Quello” o “Io sono Brahman” non dà luogo a null’altro su cui indagare, perché la conoscenza intuitiva riguarda l’unità del Sé di tutti. Solo quando rimane qualcos’altro (da conoscere) è possibile un’indagine ulteriore; ma, al di là dell’unità dell’Ātman, non rimane nulla da indagare; né si può affatto dire che questa intuizione nasca, perché ci sono testi come “questo insegnamento del padre egli lo comprese bene, lo comprese bene” che danno i mezzi per comprenderlo. Inoltre, non si può dire che questa comprensione sia inutile o illusoria, perché vediamo dal risultato nell’eliminazione definitiva dell’ignoranza che è insostituibile. Abbiamo già detto che tutte le idee di vero e falso, sacre e mondane, si perpetuano alternandosi solo prima che insorga la conoscenza dell’unicità dell’Atman. (BSŚBh II.1.14)

67. La conoscenza che scaturisce dall’insegnamento (śravaṇa) e dalla riflessione (manana) qui utilizzati, quindi, è definitiva, non perché non esista un tribunale più alto dove esporre i propri dubbi e le proprie difficoltà, ma perché, alla fine, la stessa distinzione tra chi conosce, la conoscenza e il conoscibile scompare qui nell’unico Ātman che è senza secondo. La śruti è un valido mezzo di conoscenza, non perché insegna in modo inconfutabile la verità sull’Ātman, ma perché eleva chi indaga a uno stato finale di intuizione in cui il cercatore sa, senza l’atto di conoscere, che l’Ātman o l’Essere Puro che cerca di conoscere non è un oggetto di conoscenza, ma è il suo stesso Sé, nel quale non c’è possibilità né bisogno di ulteriore conoscenza.

La śruti dice:

Dove, invece, tutto diventa solo Ātman, lì cosa si potrebbe vedere e con cosa? [], lì cosa si potrebbe conoscere e con cosa? Con che cosa si potrebbe conoscere quell’Ātman per mezzo del quale si conosce tutto questo? Con che cosa, mia cara, si potrebbe conoscere il conoscitore stesso? (BU IV.5.15)

68. E Śaṃkara giustifica così in che senso la śruti sia definita “mezzo di conoscenza valido” per quanto riguarda il Brahman, che è l’Ātman di tutti:

Il Vedānta Śāstra non oggettiva il Brahman e non cerca di insegnarlo come tale, ma insegna che non è un oggetto perché è il proprio Ātman interiore; elimina tutte le differenze come quelle di conoscitore, di conoscenza e delle specificazioni di conoscenza proiettate da avidyā. (BSŚBh I.1.4)

Altrove Śaṃkara insegna che l’idea di percezione e degli altri mezzi di conoscenza, compresi gli stessi Veda, esistono solo nel dominio dell’ignoranza che prevale prima del sorgere della conoscenza dell’unicità dell’Ātman.

E per quanto riguarda l’obiezione secondo cui non ci sarebbe alcun aspirante, che si opporrebbe all’evidenza della percezione e di altri validi mezzi di conoscenza (se anche l’anima trasmigrante fosse considerata un tutt’uno con Īśvara), rispondiamo che nemmeno questo è corretto, perché si riconosce d’essere un’anima trasmigrante prima dell’illuminazione solo per concessione (al punto di vista dell’ignorante); e la percezione e gli altri processi mentali si riferiscono solo al suo punto di vista. (La śruti) sottolinea che non c’è percezione o alcun altro processo dal punto di vista dell’illuminato (quando dice), “quando per questo (illuminato), tutto è diventato solo Ātman, chi potrebbe vedere e con cosa?”. (BU IV.5.15).

Obiezione: Ma la negazione della percezione e degli altri pramāṇa ci porterebbe alla ripugnante conclusione che non c’è neanche la śruti”.

Risposta: No, perché tale conclusione è ammessa dalla śruti che inizia con “In questo stato il padre diventa non-padre” e che si conclude con “I Veda diventano non-Veda”: quindi è ammessa anche la non esistenza della śruti nello stato di illuminazione”. (BSŚBh IV.1.3)

L’ultima obiezione che potrebbe essere sollevata contro questa dottrina dell’Essere Puro senza secondo è eliminata così da Śaṃkara nel corso della discussione a cui ci siamo riferiti:

Obiezione: E, allora, a chi si riferisce questa ignoranza?

Risposta: A te che poni la domanda.

Obiezione: Ma la śruti dice che io sono Īśvara stesso.

Risposta: Se sei in tal modo illuminato, non c’è nessuno che non sia illuminato. E questo elimina anche l’altro difetto che alcuni vorrebbero imputare a questa dottrina. Secondo loro, infatti, poiché l’Ātman avrebbe un secondo, l’ammissione della dottrina della non-dualità sarebbe inconsistente. (BSŚBh IV.1.3)

Śaṃkara intende dire che non c’è dualità nemmeno durante lo stato in cui si vede la dualità a causa dell’ignoranza, mentre, in senso assoluto, non c’è affatto ignoranza che sia seconda all’Atman reale.


  1. Questo “processo” è stato espresso in precedenza come “il percorso del devayāna che giunge fino al Brahmaloka” [N.d.C.].[]