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Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

6. Coscienza di Essere

a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve

6. L’Essere: l’entità più sottile

Come l’Essere più sottile può dare origine al mondo

53. Uddālaka ora espone un esempio per mostrare come un’entità sottile possa dare origine a effetti più grossolani.

“Portami un frutto di nyagrodha da quell’albero”. “Eccolo, o venerabile”. “Spezzalo”. “L’ho spezzato, o venerato signore”. “Cosa vedi ora?”. “Ci sono dei semi molto piccoli, o venerabile”. “Rompine uno come ti dico”. “L’ho rotto, o venerabile”. “Che cosa vedi ora?”. “Niente, o venerato signore”. (ChU VI.12.1)

Allora egli disse: “Quella cosa sottile che tu non vedi, mio caro ragazzo, è ciò da cui è cresciuto quell’albero così grande di nyagrodha che lì si erge; ne puoi star certo, mio caro ragazzo”. (ChU VI.12.2)

54. [Per tale certezza] non è richiesta una fede cieca. Sappiamo che alberi grandi come il nyagrodha si sviluppano da[invisibile germe contenuto in] semi piccolissimi; allo stesso modo dal Sé immortale, che sussiste da solo in sonno profondo (suṣupta) o durante la dissoluzione (pralaya), nasce tutto l’universo della molteplicità e della differenziazione, anche se il nostro intelletto non può concepire esattamente come ciò accada.

“Ora è questa Entità sottilissima (aṇimā) che è l’essenza dell’intero universo. Essa [solo] è reale. Quello è l’Ātman, Quello sei tu, o Śvetaketu”. “Che vostra beatitudine si compiaccia di illuminarmi ulteriormente”. “Va bene, mio caro ragazzo,” rispose, “lo farò”. (ChU VI.12.3)

55. Il figlio ora vuole sapere come mai quell’Essere non sia visto da tutti come causa dell’universo. Il padre offre un altro esempio per chiarire questo dubbio.

“Metti questo grano di sale nell’acqua e torna da me [domani] mattina”. “Bene, mio caro ragazzo, ora prendi il grano di sale che hai messo in acqua ieri sera”. Ma, per quanto lo cercasse, non fu capace di trovarlo. (ChU VI.13.1)

“Bene, mio caro ragazzo, poiché si è sciolto, bevine un po’ dalla superficie. Come la trovi?” “È salata”. “Bevine un po’ a mezza profondità. Come la trovi?”. “Salata”. “Bevine un po’ dal fondo. Come la trovi?”. “Salata”. “Versalo altrove e poi vieni da me”. Così fece, “[Ma il salato] è sempre lì”. Egli [Uddālaka] allora gli disse: “Tu non vedi quello che c’è lì, mio caro ragazzo, [ma] c’è realmente”. (ChU VI.13.2)

56. Questo esempio serve a convincere Śvetaketu che l’Essere Puro, ossia l’Ātman, è proprio qui. Tuttavia, l’uomo comune non è in grado di vederlo, perché non usa i mezzi adatti a conoscerlo, proprio come chi, invece della lingua, usa la mano per prendere il sale sciolto nell’acqua. L’Essere puro può essere realizzato da chi usa i giusti strumenti.

“Dunque, è l’Entità sottilissima, che questo intero universo ha per essenza. Essa (solo) è reale. Quello è l’Ātman, Quello sei tu, o Śvetaketu”. “Che vostra beatitudine si compiaccia di illuminarmi ulteriormente”. “Va bene, mio caro ragazzo,” rispose, “lo farò”. (ChU VI.13.3)

57. Questa volta Śvetaketu vuole sapere quali altri mezzi di conoscenza sono a disposizione dell’uomo oltre a quelli ordinari che ha usato nel mondo empirico. Il padre procede ora a illuminarlo su questo punto.

“Mio caro ragazzo, è proprio come se alcuni rapissero dal suo paese del Gandhara una persona con gli occhi bendati, e poi lo abbandonassero in una regione disabitata; quella persona griderebbe ai quattro venti: “Sono stato trascinato e abbandonato qui bendato!”. Allora qualcuno gli rimuove la benda gli dice: “Il paese del Gandhara sta da quella parte, quindi è opportuno che tu vada in quella direzione”. Poi, quella persona, chiedendo di villaggio in villaggio riceve informazioni e, avendole capite, alla fine raggiunge il suo paese del Gandhara. In questo stesso modo, la persona che ha un buon maestro, può conoscere la Realtà. Tarderà [a conoscerla] fino a quando non sarà liberato [dall’ignoranza] e allora diventerà immediatamente uno con l’Essere”. (ChU VI.14.1-2)

58. Il senso della metafora è che, proprio come la persona rapita e bendata, anche l’uomo comune non conosce la sua strada verso l’Ātman, perché i sensi, che sono i rapitori dell’esempio, lo conducono sempre nella direzione sbagliata.

59. Si deve aprire il suo occhio interiore e mostrargli la giusta direzione. Deve essere guidato da chi conosce la Verità a rivolgersi verso al suo interno e a vedere l’Ātman com’è. Un altro punto è che il cercatore dovrebbe anche essere in grado di riflettere e giudicare da solo seguendo la direzione indicata dal maestro, perché, in questo caso, il cercatore che deve intuire il Sé da solo. A questo proposito, Śaṃkara scrive nel suo Sūtra Bhāṣya:

I testi del Vedānta devono essere spiegati e su di essi si deve riflettere, perché l’intuizione del Brahman deve risultare dall’indagine e dalla comprensione del loro significato e non in base a deduzioni logiche e di altri mezzi di corretta conoscenza (pramāṇa). Quando si trovano testi vedāntici che insegnano l’origine, [il mantenimento e la dissoluzione] del mondo, l’inferenza, qualora non si opponga ai testi vedāntici, può diventare uno strumento per fondare su terreno solido la comprensione dell’esatto significato di quei testi; non la si deve escludere, perché la śruti stessa accetta la logica come un aiuto. Per spiegarmi meglio: la śruti afferma:

Devi ascoltare l’Ātman e su di esso si deve riflettere ripetutamente, proprio come “quella persona, chiedendo di villaggio in villaggio riceve informazioni e, avendole capite, alla fine raggiunge il suo paese del Gandhara. In questo stesso modo, la persona che ha un buon maestro, può conoscere la Realtà”, accettando anche l’aiuto dell’umana ragione.

La śruti, [e gli altri pramāṇa], non sono qui i soli strumenti di conoscenza per l’indagine sulla natura del Brahman, come accade nell’indagine sulla natura del Dharma [del karma kāṇḍa]; ma, in questo caso, oltre alla śruti [e agli altri pramāṇa], anche l’intuizione è strumento, perché la conoscenza del Brahman deve culminare nell’intuizione del Brahman quale Entità esistente. (BSŚBh I.1.2)

60. Finora abbiamo considerato i vari dubbi e le difficoltà riguardanti la questione del “vero Tesoro” (sat saṃpatti) nel sonno profondo e in altri stati affini. Uddālaka, dopo aver chiarito tutti i possibili dubbi, conclude ribadendo la verità generale che ha esposto finora:

“Ora, è questa Entità sottilissima che l’universo intero ha per essenza. Essa [sola] è reale. Quello è l’Ātman, Quello sei tu, o Śvetaketu”. (ChU VI.14.3)

Śvetaketu vuole ora sapere cosa distingue la fusione nell’Essere del sapiente (jñānin) da quella dell’ignorante (ajñānin). Questo lo vedremo nel seguito.