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Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

8. Coscienza di Essere

a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve

8. Prime conclusioni

L’intuizione dell’Ātman

69. Cosa vuole trasmettere esattamente l’Upaniṣad quando dice che Śvetaketu ora aveva capito l’insegnamento di Uddālaka? Abbiamo spiegato nell’ultima sezione che Śaṃkara ha spiegato la dottrina vedāntica, secondo cui il conoscitore del Brahman arriva a realizzare di essere sempre stato Brahman, che questa idea del conosciuto e del conoscibile appartiene alla sfera empirica riguardante lo stato di non-illuminazione; e che anche parlare di non-illuminazione appartiene alla sfera della non-illuminazione, non essendoci assolutamente nessuna non-illuminazione né illuminazione di sorta nel Brahman assoluto, chiamato in questa Upaniṣad Puro Essere.

70. Questa dottrina della Realtà, in cui non è assolutamente concepibile una seconda cosa, appartiene esclusivamente alla scuola degli advaitin della tradizione di Śaṃkara. Śrī Gauḍapāda, per esempio, scrive così di questa Realtà:

Non c’è dissoluzione né origine di alcun oggetto, non c’è nessuno che sia limitato, nessuno che pratichi una sādhanā per la meta suprema, nessuno che aspiri alla Liberazione e nemmeno c’è alcun liberato. Questa è la Verità assoluta. (MUGK II.32)

Questo non deve essere inteso nel senso che non esiste alcun punto di vista sulla Realtà che possa essere correttamente sostenuto né che tutte le cose siano prive di un’essenza propria, come afferma la dottrina del buddhista Nāgārjuna e dei suoi seguaci.

Questa Kārikā, invece, intende dire che la Realtà o il vero Sé è tale che nulla può essergli relazionato.

71. Ma come si può insegnare una cosa del genere? Insegnare e apprendere implicano evidentemente parlare e afferrare qualcosa per mezzo della mente e questo implica l’uso di concetti. Non c’è discorso senza parole e ogni parola implica un concetto. Pensare è giudicare e il giudizio vuol dire mettere insieme due o più concetti e soppesarli. Inoltre, non c’è giudizio se non si ammette un concetto che indichi qualcosa che qualifichi qualcos’altro a sua volta indicato da un altro concetto, o se non si analizzano concetti che tra loro correlati per sintetizzarli in modo da denotare un tutto, composto da determinate parti: quindi, un procedimento per esprimere o sottintendere qualcosa che i concetti non possono cogliere. Come fanno le Upaniṣad o i maestri che insegnano la dottrina upaniṣadica della Realtà non duale, a trasmetterci la Verità?

Questa difficoltà è senza dubbio inevitabile per quanto riguarda le cose fenomeniche, ma la Realtà che le Upaniṣad e i Ṛṣi si propongono di insegnare non è nulla di fenomenico o oggettivo. Pertanto, hanno ammesso apertamente che non può essere insegnata con parole o colta tramite concetti. Quello, da cui le parole ritornano indietro, non può essere raggiunto dalla mente (TU II.9). Tuttavia, è grande beneficio l’insegnamento della Realtà, perché essa è l’Essenza, il Sé di tutto e di ciascuno, ed è l’unica Realtà degna di questo nome. Pertanto, i maestri e le Upaniṣad invitano il cercatore a volgersi al proprio Sé, che è privo di tutti gli attributi. Se accade che ci sia qualcosa che chi ascolta può scambiare per il Sé, ossia l’indesiderato non-Sé, ciò è facilmente intuito dal cercatore. Così ha scritto Śrī Gauḍapāda, uno degli antichi maestri che hanno tramandato la tradizione vedāntica:

Dato che l’Ātman è incomprensibile, il passaggio della śruti “Perciò non c’è altra e migliore descrizione (per l’Ātman) che il ‘neti neti’” nega tutte le idee dualistiche descritte in precedenza (come strumenti per il raggiungimento del Sé). (MUGK III.26)

L’unico metodo di sovrapposizione e di rimozione (adhyāropa-apavāda prakriyā)

72. Oltre a negare le caratteristiche del mondo fenomenico che possono essere inevitabilmente citate nell’insegnamento, le Upaniṣad hanno utilizzato un metodo per far emergere la natura della Realtà. Questo metodo è stato formulato da Śaṃkara nel suo Gītā Bhāṣya con queste parole:

Ciò che è inspiegabile, essendo privo di caratteristiche specifiche, è spiegato con il metodo della sovrapposizione e della rimozione intenzionale. (BhGŚBh XIII.13)

Il metodo stesso consiste nell’attribuire all’Ātman determinate caratteristiche con cui si annulla facilmente qualche altro attributo, in quanto diventa ovvio che non appartiene al Sé.

Nella presente Upaniṣad, ad esempio, si presume che l’Ātman sia stato deliberatamente assunto come causa del mondo intero e che si sia deliberatamente trasformato nell’elemento Fuoco, che si è poi trasformato in Acqua, che a sua volta è diventata Cibo. Questa deliberata accettazione (adhyāropa) della causalità è solo un espediente per rivelare le sue caratteristiche essenziali di Essere e Coscienza, da esso inseparabili. In seguito, si dimostra illusoria la stessa causalità e quindi la causalità dell’Ātman è facilmente negata (apavāda), in modo che la sua assoluta natura risulta intatta.

Il ragionamento basata sull’intuizione

73. Lo strumento della sovrapposizione e della negazione di alcune caratteristiche del non-Sé perderebbe ogni significato, se non fosse per l’intuizione universale su cui si basa il ragionamento dell’intera argomentazione. Tutto questo universo di molteplicità mostra un’apparente relazione causale, anche se l’effetto è solo un gioco di parole ed è, nella sua essenza, non altro dalla causa. E tutti i jīva o individualità, con tutta la loro varietà esibita in stato di veglia, diventano innegabilmente un tutt’uno con l’Ātman senza secondo, come è attestato dall’intuizione universale, per esempio, negli stati di sonno profondo, morte o dissoluzione.

La parola intuizione, utilizzata in queste pagine, ha un preciso significato. Mentre la spiegazione da dizionario di questa parola indica la comprensione immediata da parte della mente o dei sensi senza arrivarci per ragionamento, essa è stata intenzionalmente estesa a significare non solo la conoscenza diretta da parte della mente, dei sensi e dei dati sensoriali nella veglia, ma anche l’esperienza che si ha delle cose evanescenti che appaiono nei sogni; ciò vale anche per tutti gli stati di Coscienza, quali la veglia, il sogno, il sonno profondo, lo svenimento, il samādhi e altri stati affini considerati privi di coscienza. Coloro che sono capaci di introspezione e di discriminazione delle proprie percezioni interne non possono sfuggire alla conclusione che sia gli stati coscienti sia la loro assenza sono direttamente intuiti in loro stessi da un Testimone che è distinto dal loro sé limitato che funziona in veglia. È il Testimone che illumina con la sua immutabile Coscienza tutti gli stati. L’Upaniṣad lo chiama Essenza di tutto questo (aitadātmyamidaṃ sarvam), Realtà (tatsatyam), Unico Sé (sa Ātmā), che ognuno di noi è per essenza, qualunque sia la sua natura apparente nelle varie situazioni che chiamiamo stato di veglia. Le Upaniṣad fondano la loro dottrina finale dell’Essere Unico senza secondo sul ragionamento che si basa su questa intuizione universale, essenza stessa del nostro essere. Il ragionamento basato sull’intuizione sensoriale e sull’inferenza sillogistica ha ben poco a che fare con l’affermazione o la negazione di una qualsiasi caratteristica della Realtà. Nel corso dell’argomentazione si ricorre spesso a esempi tratti dal mondo fenomenico, ma essi sono usati solo come strumento o aiuto per migliorare la nostra comprensione e non hanno alcuna funzione di spiegazione diretta della dottrina.

Intuizione del Sé

74. L’espressione ‘intuizione del Sé’, usata come sinonimo dei termini sanscriti vijñānaavagati anubhava, deve essere attentamente esaminata e il concetto che vuole esprimere deve essere determinato con precisione. Non significa affatto la stessa cosa che intendiamo quando parliamo di intuizione sensoriale o mentale. Queste ultime sono intuizioni nel senso che le sensazioni degli oggetti percepiti, come caldo e freddo, ecc., sono direttamente sperimentate dai sensi della vista, dell’udito, del tatto, ecc., e che i fenomeni mentali di desiderio, ira, cupidigia, meraviglia, paura, ecc., sono percepiti direttamente e non tramite ragionato. In tutti questi casi gli oggetti intuiti sono distinti dal soggetto, mentre nel caso del Sé e della sua intuizione, soggetto e oggetto sono identici. Così, quando si dice: “intuisco il mio Sé”, si sta usando un linguaggio analogo a quello di quando si dice ‘il fuoco brucia’, ‘la luce appare’ o ‘il torrente scorre’. Quindi, con l’espressione “Śvetaketu arrivò a intuire questo Sé come Sé di tutti e ‘unica Realtà”, si sta usando la parola Śvetaketu per indicare un ragazzo che viveva in un dato luogo e che aveva discusso sulla dottrina vedāntica con suo padre. L’intuizione del Sé a cui è arrivato alla fine della discussione, potrebbe essere paragonata alla visione del sole che una persona ha all’alba grazie all’apparizione della luce, con cui inizia a guardarsi intorno e a vedere tutte le cose intorno a sé. Si sa che è proprio la luce del sole ad aiutarlo a vedere il sole. È come quando si dice “io sono così e così, che sono riuscito a vedere il sole” o “il sole è apparso al signor così e così”. Allo stesso modo, “Śvetaketu ha avuto intuizione dell’Ātman” è come dire “l’Ātman universale si è rivelato identico al Sé di Śvetaketu, dopo che tutti gli apparenti ostacoli mentali all’intuizione sono stati eliminati alla luce di quell’intuizione”. Dal punto di vista empirico, le cose appaiono nel tempo e nello spazio e gli eventi accadono in particolari momenti del tempo in determinati luoghi. Invece, dal punto di vista assoluto nulla accade e nulla appare a nessuno perché non esistono concetti di tempo e spazio indipendenti dall’Ātman. La Realtà è tutto ciò che è.