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Marzo 2025

🇮🇹 2. Prometeo: un mito di passaggio d’età

    Patrizia Tedesco Busetto

    2. Prometeo: un mito di passaggio d’età

    Prometeo è il Dio: ha plasmato l’uomo, poi gli ha elargito la scienza grazie al fuoco, simbolo di luce, di chiarezza, di vista e di visioni.

    Ma udite la miseria dei mortali prima, indifesi e muti come infanti, a cui diedi il pensiero e la coscienza […] Essi avevano occhi e non vedevano, avevano orecchi e non udivano, somigliavano a immagini di sogno, perduravano un tempo lungo e vago e confuso, ignoravano le case di mattoni, le opere di legno: abitavano caverne, simili a formiche, leggere come il vento nei recessi bui delle grotte1; operavano sempre2 e non sapevano, finchè indicai come sottilmente si conoscono il sorgere e il calare degli astri, e infine per loro scoprii il numero, eccellente artifizio, e i segni scritti come si compongono.3

    Nelle parole di Eschilo è detto molto: i mortali di cui si parla, simili alle immagini dei sogni, ὀνειράτων ἀλίγκοι μορφαῖσι, erano esseri non ancora manifestati, erano larve in uno stato prenatale o nella condizione del post mortem, simili, appunto, a immagini di sogno e alle ombre del regno dei morti; erano i piṇḍa della tradizione hindū4. Sono paragonati a insetti leggeri trascinati da un flusso incontrollabile. Anche Platone nel Fedone paragona gli uomini alle formiche che vivono in cavità che, numerose e diverse, sono ovunque intorno alla terra. In tali cavità, poi, confluiscono l’acqua, la nebbia e l’aria. La vera terra si libra pura nell’etere, regno delle stelle. Mentre gli uomini abitano una cavità della terra, credono di abitare in alto, sopra di essa5. È una divisione netta tra le acque superiori e inferiori, che ospitano categorie di esseri differenti6.

    Con acqua e argilla Prometeo prepara l’uomo, ma in questa fase manca ancora lo stato corporeo, la forma. A questi esseri ancora incompleti Prometeo dona ora il fuoco, inteso come elemento luminoso che, illuminando, permette alle cose di diventare visibili sia nella forma sia nel colore; contemporaneamente la luce rappresenta razionalità e coscienza. “La coscienza individuale contiene in nuce un certo numero di possibilità sottili che sono manifestate al momento della produzione dell’individuo allorchè questi assume un corpo”7.

    Dal sorgere e dal calare degli astri si genera lo scorrere del tempo, la frammentazione numerica, lo sviluppo spaziale.

    Con il fuoco Prometeo diede agli uomini la conoscenza attraverso il numero e, quindi, le lettere, mezzi indispensabili per appropriarsi del mondo grossolano e dare l’avvio alla scienza. Gli uomini, quindi, risulteranno un pericolo per gli Dei, troppo capaci e potenti, un elemento di disordine nell’armonia serena del cosmo.

    Come per un singolo individuo Prometeo-Demiurgo determina la discesa dal sottile nel grossolano e lo conduce alla nascita, così, in una scala più ampia, Egli, all’inizio del mondo, manifesta l’umanità. Si dimostrerà poi che questa conoscenza scientifica del numero può anche essere trasposta in senso qualitativo come intuizione dell’ultrasensibile, della realtà metafisica.

    Infatti Prometeo possiede anche un aspetto nascosto in cui egli inizia l’essere umano ai misteri, concedendogli la facoltà di uscire dal guscio meramente materiale e di innalzarsi sino agli Dei.

    E ordinai, chiarii le molte forme della mantica, e primo giudicai quali vere visioni porta il sogno, svelai le oscure voci dei presagi, i profetici incontri sui cammini. Distinsi chiaro i voli dei rapaci, quelli fausti e quelli dell’augurio, e il nutrimento di ciascuno, gli odi, il loro amare, il loro dimorare; e la levigatezza delle viscere, se agli Dei gradite, la forma fausta e varia della bile e del lobo. Arsi carni avvolte di adipe e lunghi lombi e guidai i mortali a una conoscenza indimostrabile e aprii i loro grevi occhi velati ai vividi presagi della fiamma. Questo io feci.8

    Riflettendo su quest’ulteriore aspetto di Prometeo quale iniziatore ai misteri, è inevitabile sottolineare la sua facoltà di conoscere passato e futuro: in Eschilo egli non nomina il presente. In questo risulta possibile identificarlo con Giano, Janus bifrons, della tradizione latina. I due volti di Giano sono, generalmente, riferiti a due momenti temporali, appunto il passato e il futuro. Ma il vero volto è invisibile, perché atemporale, al di là del mondo e, quindi, del tempo.

    Presso i Romani Janus era il Dio dell’iniziazione ai Misteri, ed è il Dio iniziatico per eccellenza9, la divinità del passaggio, delle porte.

    Prometeo ha offerto all’umanità la conoscenza analitica, che apparentemente innalza l’uomo con il sapere scientifico, in realtà gli appanna la vista con il velo di māyā, precludendogli la visione del vero. Contemporaneamente, però, Egli ha donato ai mortali la possibilità di elevarsi con la conoscenza iniziatica, grazie alla quale passato e futuro non hanno alcun senso, esiste solo il presente che comprende ogni realtà, cancellandola. Nella tradizione hindū l’occhio frontale di Śiva, invisibile, rappresenta il senso d’eternità: è detto che uno sguardo di questo terzo occhio riduce tutto in cenere, distruggendo ogni illusione.

    Sappilo in breve: tutto ciò che gli uomini conoscono, proviene da Prometeo.10

    Prometeo è condannato ad essere incatenato a una rupe perché ha rotto un equilibrio perfetto, quello del cosmo voluto da Zeus e retto da Dike, la giustizia. Si afferma prepotentemente davanti a Zeus, lo sbeffeggia con l’inganno del toro, con arroganza non considera i divieti e dona il fuoco agli uomini.

    Egli è il Demiurgo fatale, indispensabile artefice della forma, colui che mette in moto un nuovo ciclo in cui è racchiusa la dissoluzione della fine. È l’ἀνάγκη, non si può evitare. È la lotta perenne tra l’equilibrio perfetto e la sua rottura.

    Prometeo, indicando agli uomini gli astri, i pianeti, πλανητά, letteralmente gli “erranti”, dà loro la percezione del tempo “immagine mobile dell’eternità”, che procede secondo il numero, come dice Platone11.

    Il tempo ha avuto origine insieme con il cielo, a immagine e secondo il modello ideale, che è eterno, della cui eternità rappresenta una copia. Attraverso queste conoscenze l’uomo può, secondo i suoi mezzi, uscire dalla prigione temporale e conoscere il divino.

    Ciò che porta Prometeo a infrangere il dharma, l’ordine universale perfetto, è un atto di ὕβρις12. di violenza, di prevaricazione, di affermazione di se stesso, cioè l’affermazione dell’individuo che con sfrontatezza si illude di essere onnipotente grazie alle conoscenze rubate agli Dei. Egli agisce contro il dharma e plasma l’uomo con l’attitudine all’azione e all’audacia, con tutte le conseguenze connesse.

    Prometeo è l’affermazione della separatività che egli trasmette all’essere umano, costituito a sua immagine e somiglianza. Questo è ciò che spinge Adamo ad assaggiare il frutto dell’albero del Bene e del Male; poi l’uomo apre gli occhi e vede in modo distintivo fuori di sé le forme e il mondo della dualità e della relazione.

    Da un punto di vista profano è la presa di coscienza di essere “così e così” nel mondo, sentito come separato, altro, non più parte di un Tutto indivisibile ed eterno.

    “Essi avevano occhi e non vedevano, avevano orecchi e non udivano, somigliavano a immagini di sogno”13. In quanto immagini di sogno non avevano esistenza autonoma, erano ancora parte del Tutto, privi di forma. “Dalla stessa discendenza sono nati gli Dei e gli uomini mortali”14. Ma per l’azione di Prometeo gli occhi si aprono, ciò che era interiore diviene esteriore. Gli esseri si rivestono di forme, che definiscono la loro esistenza, limitandola.

    La Realtà senza forma è immutabile, senza tempo, perfetta: è l’eterno presente. “Questo segno ti do che la mia mente vede lontano, oltre ciò che è chiaro”15: Prometeo, invece, conosce il passato, come lui stesso narra, e il futuro (Προμηθεύς = πρό μῆτις),il mondo fugace e illusorio, che è il suo regno.

    Come dice ancora Eschilo, l’uomo è stato istruito da Prometeo su tutto ciò che lo aiuterà a osservare, scoprire, inventare: nasce la scienza. L’uomo agisce, produce perché l’azione è propria degli esseri individuali. Trasforma il mondo in funzione di se stesso.

    Attraverso la scienza e l’arte, l’uomo acquisisce l’affermazione sempre più comprovata della propria individualità, l’illusione della potenza, è il Demiurgo di se stesso: è il prevalere dell’ego a scapito del Sé.

    Prometeo simboleggia la scienza analitica, relativa e limitata. È davvero un benefattore, come afferma di essere?

    Tu, il primo dei sapienti, tu, il più amaro dei cuori amari, tu che hai peccato contro gli Dei dando agli uomini effimeri il fuoco rubato […],16

    gli dice Ermes. Da un punto di vista esteriore, certamente: egli è generoso, altruista, nutre un grande amore per il genere umano cui ha dato origine, plasmandolo. Egli è il primo dei sapienti, possiede la conoscenza che ha trasmesso agli uomini.

    Secondo un’ottica superiore, oltre le apparenze, Prometeo-Demiurgo è il Principe di questo mondo di cui si parla nei Vangeli; il più amaro dei cuori amari, il peccatore, perché, aiutando gli uomini con astuzia e disonestà, ha brutalmente infranto l’ordine perfetto, oltraggiando con la sua opera sfrontata Zeus iperuranio,ὑπερουράνιος,colui che regna oltre i cieli, oltre la manifestazione come chiaramente dice un bellissimo inno orfico17:

    Zeus nacque per primo, e per ultimo, Zeus dalla splendida folgore;
    Zeus è il principio, Zeus il mezzo: tutto è fatto da Zeus;
    Zeus è il sostegno della terra e del cielo stellato;
    Zeus nacque maschio, Zeus divino fu fanciulla;
    Zeus è il soffio vitale di tutte le cose, Zeus è il vigore
    del fuoco indefesso.
    Zeus è la radice del mare, Zeus è il sole e la luna;
    Zeus è il re, Zeus dalla splendida folgore è la guida di tutte le cose;
    tutte le cose celando le condusse poi alla gioiosa luce
    dal cuore sacro, compiendo grandi imprese.

    Epimeteo accolse come sposa la vergine plasmata da Efesto per ordine di Zeus, la donna, Pandora, “perché tutti gli abitatori dell’Olim-po dettero in regalo questo dono, sciagura per gli uomini”18. In alcuni racconti oggi perduti, Pandora era una creazione di Prometeo o di Epimeteo. In questa versione del mito, conservata solo in raffigurazioni vascolari, Pandora emerge dalla terra, a volte solo con la testa; la terra, però, era stata prima lavorata da Epimeteo, che ha ancora in mano lo strumento utilizzato, mentre la creatura esce dalla terra davanti a lui. Eros svolazza sopra il capo di lei con il nastro che allude alle nozze. Ermes giunge con un fiore, inviato da Zeus, artefice nascosto di tutto ciò19.

    Epimeteo non pensò a quanto gli aveva raccomandato Prometeo, il preveggente, di non accettare doni da parte dell’Olimpio, ma di rimandarli indietro, perché non succedesse qualche malanno ai mortali da lui protetti.

    Dapprima infatti vivevano sulla terra le stirpi degli uomini prive di mali, e prive del pesante lavoro, e delle malattie fastidiose, che recano agli uomini la morte. Ma la donna, togliendo con la mano il grande coperchio dell’orcio, li fece disperdere, così versò agli uomini dolorosi affanni. Sola, lì dentro, in quella dimora infrangibile, sotto l’orlo del vaso, restò la Speranza, e non potè volar fuori, dacchè ella [Pandora] riuscì a metter prima il coperchio sul vaso, per volere dell’egioco Zeus adunatore di nubi.20

    Si parla qui di una caduta del genere umano, dell’Adamo prima della creazione di Eva, di un mondo precedente la distinzione maschile-femminile. “[…]gli uomini di un tempo nascevano generati dalla terra e non si riproducevano gli uni dagli altri”21. Altro yuga, età dell’oro, forse.

    Quando Pandora aprì il coperchio dell’orcio uscirono tutti i mali che affliggono l’umanità e, con le malattie, venne al mondo anche la morte22. Così fu completa la distinzione tra uomini mortali e Dei immortali. La versione del mito relativa a Epimeteo meno conosciuta, ora menzionata, sottolinea il ruolo negativo del personaggio che, plasmando Pandora, marchierà la difficile vita dei mortali durante l’età del ferro, ma soprattutto sarà per suo mezzo che il lavoro, le malattie, quindi la morte, tormenteranno per sempre l’umanità.

    Epimeteo ha immesso nel nostro mondo la morte, lui ne è la causa e a essa può essere identificato.

    Prometeo non è né buono né malvagio, anzi racchiude in sé enιtrambi gli aspetti. L’aspetto assolutamente negativo è rappresentato da Epimeteo, colui che pensa dopo23, senza alcun senno, il fratello paredro, colui che combina guai. Prometeo è il primo sacrificatore, quindi il sacrificio stesso24.

    Adombriamo in lui Manu, il sacrificatore modello, il primo uomo dell’India vedica che offrì un’oblazione agli Dei, considerato il progenitore di una nuova razza umana come l’Adamo della Genesi. In Epimeteo, invece, come in uno specchio, scorgiamo Yama, il Dio della morte e, dal punto di vista biblico, il serpente tentatore, artefice della rovina adamitica.

    Per ordine di Zeus, unica a rimanere segregata nel vaso, fu la speranza, ἐλπίς. Essa non doveva uscire, non doveva essere elargita agli uomini che, attraverso Pandora, l’Onnipotente voleva indebolire e far soffrire, per vendetta. Quindi per l’essere umano dell’età del ferro non c’è speranza, chiaramente in riferimento al suo stato di allontanamento dalla beatitudine primordiale e alla difficoltà di entrare in contatto con il divino, in modo sempre più indiretto, tramite un arduo sacrificio e per interposta persona. Una via privilegiata, ma non per tutti, saranno nel mondo greco i grandi e i piccoli misteri.

    Il regno del Demiurgo è il mondo inferiore, contrapposto al Mondo superiore o universo principiale, da cui appare separato.

    Secondo quanto detto, possiamo considerare Prometeo-Demiurgo come un riflesso oscuro dell’Unità indivisa. Proprio in virtù di questa sua opposizione egli è la molteplicità, è l’insieme degli esseri in quanto distinti, poiché hanno un’esistenza individuale. Siamo distinti nella misura in cui noi stessi creiamo la distinzione.

    Quindi Prometeo ha donato al genere umano un κακόν δῶρον, un dono malvagio e, poiché conosce il futuro con tutto ciò che accadrà, questo dono offerto ai mortali è realmente diabolico.

    A questo punto è il caso di fare alcune considerazioni. La versione più conosciuta del mito narra che Prometeo fu condannato da Zeus ad essere incatenato a una rupe in strettissimi ceppi, in piedi, senza la possibilità di alcun movimento. Il paesaggio, evocato nella tragedia eschilea, è quello della remota Scizia “estrema plaga della terra, la Scizia solitaria, inaccessibile”25. Tra cielo e mare si erge il dirupo roccioso deputato al supplizio. Intorno l’ululare dei venti, la calura del sole dardeggiante, il gelo tagliente delle lunghe notti: nessun mortale ha percorso quelle lande né le percorrerà. Tutto è silenzio e spazio. La rupe indica fissità e Prometeo è immobile con essa. C’è qui l’allusione a un’asse, alla centralità del protagonista che, attraverso questa verticale immensa, è congiunto a ciò che sta oltre il sensibile, oltre il formale di cui è l’artefice. A sostegno di questa ipotesi vi sono le parole di Esiodo: “Ed Egli legò poi Prometeo dai molti espedienti con lacci indissolubili, in dure catene, sospendendolo a mezzo di una colonna” (μέσον διὰ κίον)26. Ma c’è di più. Eschilo, agli inizi dell’unica tragedia rimastaci della trilogia su Prometeo, così fa dire a Violenza, che incita senza pietà Efesto a compiere il lavoro assegnatogli da Zeus: “«E adesso forza, conficcagli il cuneo d’acciaio nel petto da parte a parte, perché gli attraversi la carne senza pietà!»”27.

    Kàroly Kerényi, senza precisare ulteriormente, riferisce di un dipinto vascolare antico che mostra Prometeo con una colonna in mezzo al corpo, assalito da un’aquila.

    Prometeo-Demiurgo è fisso nel punto centrale attraverso cui passa l’asse verticale cosmico: la colonna, il cuneo, piantato nel petto, e anche la roccia, a strapiombo sul baratro, lo dimostrano.

    Anche Er, nel X libro della Repubblica di Platone, descrivendo ciò che aveva visto nell’aldilà, parla di “una luce diritta come una colonna, molto simile all’arcobaleno, ma più intensa e più pura. […] Era questa luce a tenere avvinto il cielo…”28. In ambiente hindū Rudra-Śiva, con il nome Sthānu, (dalla radice sthā, stare in piedi, ergersi) è un pilastro immobile che si erge nell’universo29.

    Igino nel De Astronomia30 tramanda che la tragedia di Eschilo Prometeo portatore di fuoco, andata perduta, terminava con l’annuncio che il Titano era rimasto incatenato per trentamila anni. Nel Prometeo incatenato la liberazione è profetizzata per la tredicesima generazione31. Si tratta di tempi lunghissimi, pur tuttavia determinati. Si può scorgere un riferimento alla precessione degli equinozi tradizionalmente calcolata in 26000 anni.

    Empedocle calcola la durata di un ciclo in tre volte diecimila anni esattamente lo stesso periodo che Prometeo dovrà trascorrere “legato come una colonna” (axis mundi) per espiare il proprio delitto, come dice lo Scholiasta (Schol., 4) al Prometeo di Eschilo32.

    Come già si è accennato, Platone nel Politico asserisce che durante il regno di Crono “[…] gli uomini di un tempo nascevano generati dalla terra e non si riproducevano gli uni dagli altri” e che molti altri cambiamenti dipendono da un unico evento che ne è la causa.

    A volte è il Dio stesso ad accompagnare con la sua guida il cammino di questo nostro universo ruotando insieme con esso, a volte invece lo lascia libero, quando le rotazioni hanno ormai raggiunto la misura di tempo che gli spetta, allora esso si mette a ruotare autonomamente in senso opposto, perché è un essere vivente e ha ricevuto intelligenza da chi lo ha congeniato dall’inizio. Questo andare in senso opposto gli è di necessità congenito.33

    Mantenere sempre lo stesso stato e la stessa condizione ed essere sempre identico compete soltanto agli oggetti più divini di tutti, ma la natura del corpo non è di questo livello. […] Di qui gli viene l’impossibilità di essere assolutamente esente da mutamento.34

    Platone ci dice che quando i tempi sono maturi il Demiurgo molla, per così dire, la barra del timone, non accompagna più il cosmo nel suo moto circolare, lascia anzi che il senso della rotazione cambi.

    Il movimento dell’universo ora procede in un senso, ora in senso contrario.

    Bisogna ritenere che questo mutamento è, tra tutti i rivolgimenti che si producono nel cielo, il rivolgimento più importante e più completo.35

    Dunque di necessità in quel frangente succedono le più grandi distruzioni degli altri animali e in particolare il genere degli uomini sopravvive in quantità esigua.36

    La narrazione platonica continua accennando a un fatto importantissimo: quando Atreo e il fratello Tieste litigarono aspramente per chi dovesse sedere sul trono di Micene, Zeus, per testimoniare in favore di Atreo, fece tramontare il sole a est e sorgere a ovest37. C’è qui una sicura testimonianza di inversione dei poli, fine drammatica di un’era col trionfo della morte.

    Vi sono state molte e varie catastrofi per l’umanità, e molte altre ancora ve ne saranno, le più grandi dovute al fuoco e all’acqua, altre meno gravi provocate da innumerevoli altre cause.38

    Anche Prometeo predice la fine del tempo stabilito quando parla di Tifeo, nato dall’unione di Gaia, la Terra, con Tartaro. Il nome Tifeo,Τυφωεύς dal verbo τύφω, significa: mando fumo, vapore, brucio, incendio.

    Terribile la descrizione di Esiodo:

    Le sue mani son fatte per operare ogni cosa con forza, e i piedi del Dio vigoroso sono instancabili; dai suoi omeri spuntavano cento teste di serpente, di terribile drago, che vibravan lingue nerastre; di sotto le ciglia dei suoi occhi, nelle sue teste prodigiose, brillava un bagliore di fuoco, e da tutte le sue teste guizzava una fiamma, quando egli fissava lo sguardo. Delle voci si levavano da tutte quelle orribili teste, emettendo ogni specie di orrido suono, che a volte mandavano suoni agli Dei, comprensibili; a volte invece suoni di un toro dall’alto muggito, superbo per la sua forza, indomabile nella sua furia…39

    Sotto i colpi dell’Onnipotente, dopo lunga lotta, il mostro spaventoso rovinò, flagellato e mutilato.

    In Eschilo, a Oceano, che spera di convincerlo a un atteggiamento di umiltà, così Prometeo dice di Tifeo, dopo che è stato sconfitto da Zeus:

    Preso in pieno petto, è stato ridotto in cenere: la sua forza dissolta in un fragore di tuoni. E ora è là, lungo disteso, un corpo inerte, vicino allo stretto del mare, schiacciato dalla base dell’Etna…40

    Ecco ora la parte più interessante che indica il futuro risveglio di Tifone che distruggerà il mondo:

    Ma da là un giorno uscirà un fiume di fuoco, che, con furia selvaggia, divorerà i fertili campi della Sicilia. Così, anche se il fulmine di Zeus lo ha carbonizzato, Tifone farà esplodere la sua rabbia: una grandine di fuoco, una tempesta incandescente che si mangerà tutto.41

    È predetta la fine dell’età del ferro, la nostra, che si chiuderà tra fulmini, fiamme e boati tellurici.

    Il drago Tifeo nacque dopo la sconfitta dei Titani, come ultimo figlio di Gea e di Tartaro, e da lui proviene

    … la possa dei venti dell’umido soffio […] alcuni, poi, piombando sulle distese dell’oceano, sciagura grande per i mortali, infieriscono con funesta procella. Altri soffiano in altri luoghi, fumo per i naviganti: non esiste difesa alcuna al malanno, per quegli uomini che s’imbattono in tali venti sul mare. Altri ancora, a loro volta, sulla terra illimitata coperta di fiori distruggono le opere degli uomini nati dalla terra, colmandole di polvere e di orrendo fracasso.42

    Forse Prometeo rimarrà incatenato alla colonna fino a quando i tempi saranno maturi e, come già aveva agito per il bene dell’umanità, in qualità di Demiurgo, tornerà a farlo secondo le modalità che, l’ἀνάγκη, il Fato,avrà sancito.

    Il riferimento alla durata della condanna, il fatto che il colpevole sia legato fermamente alla roccia-colonna, avvinto all’axis mundi, fa intravedere una diversa prospettiva da cui guardare a questo protagonista del manifestato: il punto di vista cosmologico.

    Prometeo simboleggia l’asse, il punto centrale della struttura di un’età del mondo. Con il suo corpo titanico appesantisce l’asse stesso, inclinandolo: questo è l’angolo che segna il distacco tra equatore celeste ed eclittica. Così ha origine il tempo che fa sì che un nuovo cielo, una nuova terra e una nuova umanità si affermino. Come precedentemente accennato, Platone sancisce che “il tempo è l’immagine mobile dell’eternità” e che, di per sé non è un movimento confuso e casuale, ma che invece “procede secondo il numero”, cioè secondo un ritmo regolare e armonico.

    Infatti, i giorni e le notti e i mesi e gli anni, che non esistevano prima che il cielo fosse generato, proprio allora egli [il Demiurgo] li fece nascere, nel momento stesso in cui costruì il cielo; e tutte queste sono parti di tempo, e l’“era” e il “sarà” sono forme di tempo che hanno avuto nascita e che noi attribuiamo erroneamente, senza avvedercene all’essere eterno.43

    Solo il presente si addice a ciò che è eterno. Il tempo è mobile e scorre come un fiume, anzi, è Oceano, origine di Dei e mortali, secondo il movimento avviato dall’asse cosmico che, lentissimamente, si muove, facendo distanziare tra loro i due cerchi massimi. Ne deriva un movimento spiraliforme che disegna una figura di clessidra ovvero la precessione degli equinozi44. Questo andamento sinuoso del tempo lo avvicina alla figura, ricorrente in molte tradizioni, del serpente. In proposito non si può tacere un riferimento ad Aion,Αἰών, venerato come signore della luce, personificazione del tempo perfetto, l’illud tempus degli inizi, rappresentato come uno splendido giovane, intorno al cui corpo s’avvolge un serpente, che simboleggia il susseguirsi delle ere. Eraclito lo presenta come “un fanciullo che gioca, muovendo i pezzi sulla scacchiera”45.

    Aion è il fanciullo che nasce ogni giorno con il levarsi del sole: scandisce i giorni, i mesi e l’anno. E, come il sole, che determina inesorabilmente il passare del tempo, nell’antichità è stato rappresentato anche come un vecchio, il signore dell’età compiuta: Αἰών τῶν Αἰώνων46.

    Prometeo è torturato da un’aquila, ipostasi di Zeus, che gli divora il fegato per un tempo lunghissimo e indefinito. L’aquila, come Garuḍa, entrambi simboli solari, attacca e uccide i serpenti: Prometeo è il serpente. Come Vāsukī è stato utilizzato nel frullamento primordiale dell’oceano di latte, così, ma a un livello inferiore, Prometeo ha avviato un mondo, un’era, il kaliyuga. A sostegno di quanto detto bisogna ricordare che Medea, perdutamente innamorata di Giasone, per aiutarlo a conquistare il vello d’oro, gli fornisce il liquido magico ricavato da una pianta germogliata dalle gocce del sangue del fegato di Prometeo. Ella spezza la pianta, che pare carne viva, e, in quel momento, Prometeo soffre indicibilmente. Prometeo, come i serpenti secerne veleno; il Dio Śiva beve il veleno sollevato da Vāsukī per salvare il mondo.

    Prometeo, quale serpente, simboleggia il tempo al quale egli, con il suo operare, ha impresso le caratteristiche stabilite da ἀνάγκη per l’ultima età:

    … talvolta lo stesso Dio dirige quest’universo sulla sua via, e nel proprio ruotare a volte lo lascia libero quando i periodi di tempo assegnatogli hanno coperto la loro misura.47

    Nella tragedia di Eschilo, da noi a lungo presa in esame, compaiono altri importanti personaggi: Oceano, le Oceanine, sue figlie, e l’infelice Iò.

    Prometeo si rivolge a Oceano, giunto ad offrire il suo consiglio al prigioniero:

    “«Hai lasciato la corrente che ha il tuo nome e le caverne naturali di pietra per venire in questa terra madre del ferro?»”.48

    La Terra per prima generò uguale a se stessa il Cielo stellato, tale che la coprisse in ogni sua parte, per farne la sicura dimora sempiterna degli Dei beati, […] generò ancora il pelago scintillante, ribollente di flutti, il Mare, senza l’aiuto del tenero amore. Quindi appresso, unitasi al Cielo generò l’Oceano dai profondi vortici […].49

    Così parla Era:

    «Vado a vedere i confini della terra feconda , l’Oceano, principio dei numi, e la madre Teti”50 e così il Sonno: […] addormenterei senza pena, sia pur le correnti del fiume Oceano, che a tutti i numi fu origine».51

    Oceano aveva un’inesauribile potenza creatrice, ma non era un Dio fluviale comune, perché quando tutto aveva già avuto origine da lui, esso continuò a scorrere agli estremi margini della terra, rifluendo in se stesso, in un circolo ininterrotto e i fiumi, i torrenti e il mare stesso continuavano a scaturire dal suo vasto corso. “A tutti i numi fu origine”: esso è l’equatore celeste che tutto limita, ma sul quale brillano, algide e mute, le costellazioni, cioè le divinità.

    Narra Esiodo che le Oceanine, sue figlie, erano tremila: esse, dalle sottili caviglie, sono sparse dappertutto, egualmente sorvegliano la terra e gli abissi del mare. Con un sibilo leggero arrivano, volando, sul loro carro da Prometeo incatenato dal suo stesso ardire, dall’ὕβριϛ: esse sono le stelle innumerevoli.

    Iò è l’infelice creatura trasformata in vacca dalla gelosia di Era e, come non bastasse, condannata ad essere tormentata da un inarrestabile tafano. Fuggendo disperata e impazzita dal dolore, giunge alla rupe di Prometeo che le predice il suo futuro peregrinare, fino alla liberazione che avverrà in Egitto.

    Vedremo come questi personaggi siano strettamente uniti gli uni agli altri da importanti caratteristiche52.

    Tradizionalmente le corna bovine sono simbolo della falce lunare. Nella teologia planetaria iraniana, nelle rappresentazioni mithraiche del toro, sempre di colore bianco, esso reca incisa sul dorso una falce di luna oppure viaggia su una barca a forma di falce lunare. Anche i dipinti funerari nell’antico Egitto rappresentano a forma di falce lunare l’imbarcazione che trasporta l’anima del defunto.

    In ebraico l’associazione Luna-Toro è espressa dalla lettera aleph. L’associazione Afrodite-Luna-Toro appare in Iside53: essa è la luna, la parte femminile della natura.

    Il toro è quindi un animale lunare, è la luna stessa e le sue corna sono simboli della falce di luna. Tuttavia il toro è un simbolo bipolare, infatti ha pure un aspetto solare, emblema di vita e di morte.

    Iò, considerata alla luce di tali osservazioni, è la luna. Le corna, falce lunare, lo attestano; il suo incessante peregrinare simboleggia le fasi lunari.

    Bisogna anche ricordare che la luna è strettamente legata all’elemento umido, acqueo: le maree, la fertilità. Non a caso Iò è figlia del Dio fluviale Inaco.

    Oceano, le Oceanine e Iò hanno in comune l’elemento acqueo, appartengono allo stesso ambito: le acque superiori simboleggiate dalla volta celeste.

    Nel silenzio siderale incontaminato, profondo come un mare, “le danze di questi astri”54, χορείας δὲ τούτων, scandiscono millenni ed ere, regolano la vita del mondo e, quando il tempo perfetto è compiuto, lo purificano distruggendo le stirpi degenerate. Così fece Zeus che, sdegnato perché Licaone gli aveva imbandito un piatto di carne umana, quella del proprio figlio, per ripristinare ordine e giustizia rovesciò una tavola che provocò il diluvio di Deucalione e Pirra. La tavola è il piano terrestre passante per l’eclittica. Ancora una volta si evince che “di necessità in quel frangente succedono le più grandi distruzioni degli altri animali e in particolare il genere degli uomini sopravvive in quantità esigua”55.

    Dopo queste osservazioni si può azzardare l’ipotesi che la tragedia eschilea non fosse semplicemente una drammatica e coinvolgente narrazione del mito di Prometeo, ma un insegnamento vero e proprio che il pubblico greco del V secolo a. C. riusciva ancora a cogliere. Dai versi emerge un quadro cosmologico ricco di implicazioni, grazie al quale lo spettatore poteva riflettere sull’origine dei tempi, sulla natura delle stirpi divina e umana e sull’ineluttabile fine: era la catarsi.

    Possiamo concludere affermando che Prometeo ha donato all’umanità dell’età del ferro un κακόν δῶρον, un dono maligno, ma con esso, per chi vuole, la possibilità di “aprire gli occhi” e, finalmente, di vedere.

    1. L’etere è presente in tutto lo spazio, ma particolarmente in quei luoghi cavi, comunemente considerati vuoti (Filippi, cit., p. 19).[↩]
    2. Subivano il karma senza poterlo cambiare come avviene nello stato prenatale, i piṇḍa, o nel post mortem (cfr. Filippi, Il mistero della morte, cit., p. 30).[↩]
    3. Eschilo, cit. 442–461.[↩]
    4. Cfr. Filippi, cit., p. 32.Cfr. Filippi, cit., p. 32.[↩]
    5. Platone, Fedone, 176-177.[↩]
    6. L’uomo vive nella caverna cosmica come una tartaruga, tra il carapace celeste e quello terrestre.[↩]
    7. Filippi, cit.,p. 19.[↩]
    8. Eschilo, cit. 484-499.[↩]
    9. S. Agostino, De civitate Dei, 4.11; 7.3.[↩]
    10. Eschilo, cit. 505–506.[↩]
    11. Platone, Timeo, 37 d.[↩]
    12. Cfr. A. Camerotto, cit.[↩]
    13. Eschilo, 447–448.[↩]
    14. Esiodo, Le opere e i giorni, 108.[↩]
    15. Eschilo, 842–843.[↩]
    16. Eschilo, 944 – 946.[↩]
    17. Frammenti Orfici, XXII.Frammenti Orfici, XXII.[↩]
    18. Esiodo, Le opere e i giorni, 80.[↩]
    19. Cfr. K. Kerenyj, cit., p. 183.[↩]
    20. Esiodo, Le opere e i giorni, 90 e segg.[↩]
    21. Platone, Politico, 269 b. Cfr. Paolo Accattino (a c. di), Platone, Politico, Bari, Laterza, 2010.[↩]
    22. “Io moltiplicherò i tuoi affanni, e le tue gravidanze: partorirai con dolore i figli, e sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà…” e ad Adamo disse: “Maledetta la terra per quello che hai fatto; da essa con grandi fatiche trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba della terra. Mangerai il pane con il sudore del tuo volto, fino a che tu ritorni alla terra…”. Genesi, III, 16-19.[↩]
    23. Esiodo, Teogonia, 507.[↩]
    24. “Prajāpati offrì se stesso agli Dei. Il sacrificio era per loro, poiché il sacrificio è il cibo degli Dei. Dopo aver fatto offerta di sé agli Dei, emise un’immagine di sé, che è il sacrificio; mediante il sacrificio riscattò se stesso presso gli Dei”. ŚB, XI.1.8.2-4.[↩]
    25. Eschilo, 1–2.[↩]
    26. Esiodo, Teogonia, 521–522.[↩]
    27. Ibid. 64–65.[↩]
    28. Platone, Repubblica, X, XIV, 616 b, c. Cfr. Franco Sartori, Mario Vegetti, Bruno Centrone (a c. di), Platone, Repubblica, Bari, Laterza, 2011.[↩]
    29. Cfr. Stella Kramrish, La presenza di Shiva, Milano, Adelphi, 1999, p. 133.[↩]
    30. Igino, De Astronomia, 2.15.[↩]
    31. Eschilo, 774.[↩]
    32. Nuccio D’Anna, Il gioco cosmico, Roma, Mediterranee, 2006, p. 114.[↩]
    33. Platone, Politico, 269 d.[↩]
    34. Ibid. 269 d-e.Ibid. 269 d-e.[↩]
    35. Ibid. 270 c.[↩]
    36. Ibid. 270 d.Ibid. 270 d.[↩]
    37. Ibid. 269 a.[↩]
    38. Platone, Timeo, 22.b.[↩]
    39. Esiodo, Teogonia, 820-835.[↩]
    40. Eschilo, Prometeo incatenato, 361-372.[↩]
    41. Ibid.[↩]
    42. Esiodo, 869-880.[↩]
    43. Platone, Timeo, 37 d-e.[↩]
    44. La clessidra disegnata dalla precessione degli equinozi ricorda la χ di Platone che, originando il cerchio dell’eclittica e il piano equatoriale, inclinati l’uno rispetto all’altro, generano il tempo. Cfr. Platone, Timeo, 36. B-c.[↩]
    45. Eraclito, 123.[↩]
    46. Cfr. D’Anna, cit., p. 152.[↩]
    47. Platone, Politico, 269. C9.Platone, Politico, 269. C9.[↩]
    48. Eschilo, 299-302.[↩]
    49. Esiodo, Teogonia, 126-133.[↩]
    50. Omero, Iliade, XIV. 200-201.[↩]
    51. Ibid., 245-246.[↩]
    52. Per quanto si dirà, si è seguito il commento di Laura Simonini a L’antro delle ninfe di Porfirio, Milano, Adelphi, 2006.[↩]
    53. Plutarco, De Iside et Osiride, 359 b, 368 c.[↩]
    54. Platone, Timeo, 40 c.[↩]
    55. Platone, Politico, 270 d.Platone, Politico, 270 d.[↩]

    🇬🇧 2. Prometheus – A myth of age-passage

      Patrizia Tedesco Busetto

      2. Prometheus – A myth of age-passage

      Prometheus is the God: he shaped man, then granted him knowledge thanks to fire, a symbol of light, clarity, sight, and visions.

      But hear the misery of mortals first, defenseless and mute like infants, to whom I gave thought and consciousness […] They had eyes and did not see, they had ears and did not hear, they resembled images of dreams, they endured a long and vague and confused time, they were ignorant of brick houses, wooden works: they inhabited caves, like ants, light as the wind in the dark recesses of the caves;1 they always worked2 and did not know, until I indicated how subtly the rising and setting of the stars are known, and finally for them I discovered the number, an excellent artifice, and the written signs as they are composed.3

      In the words of Aeschylus, much is said: the mortals being referred to, similar to the images of dreams, ὀνειράτων ἀλίγκοι μορφαῖσι (oneiraton alinkoi morphais), were beings not yet manifested, they were larvae in a prenatal state or in the condition of post mortem, similar, indeed, to images of dreams and the shadows of the realm of the dead; they were the piṇḍa of the hindū tradition4. They are compared to light insects dragged by an uncontrollable flow. Even Plato in the Phaedo compares men to ants that live in cavities which, numerous and diverse, are everywhere around the earth. In such cavities, then, water, mist, and air converge. The true earth floats pure in the ether, the realm of the stars. While men inhabit a cavity of the earth, they believe they dwell above it5. There is a clear division between the upper and lower waters, which host categories of different beings.6

      With water and clay, Prometheus prepares man, but at this stage, the corporeal state, the form, is still lacking. To these still incomplete beings, Prometheus now gives fire, understood as a luminous element that, by illuminating, allows things to become visible both in form and in color; simultaneously, light represents rationality and consciousness. “Individual consciousness contains in nuce a certain number of subtle possibilities that are manifested at the moment of the production of the individual when he assumes a body”7.

      From the rising and setting of the stars, the flow of time is generated, the numerical fragmentation, the spatial development.

      With fire, Prometheus gave men knowledge through number and, therefore, letters, indispensable means to appropriate the gross world and initiate science. Men, therefore, will prove to be a danger to the Gods, too capable and powerful, an element of disorder in the serene harmony of the cosmos.

      As for a single individual, Prometheus-Demiurge determines the descent from the subtle into the gross and leads it to birth, so, on a larger scale, He, at the beginning of the world, manifests humanity. It will then be shown that this scientific knowledge of number can also be transposed in a qualitative sense as an intuition of the ultrasensible, of metaphysical reality.

      Indeed, Prometheus also possesses a hidden aspect in which he initiates humanity into the mysteries, granting them the ability to emerge from the merely material shell and to rise up to the Gods.

      And I ordered, I clarified the many forms of divination, and first I judged which true visions the dream brings, I unveiled the dark voices of omens, the prophetic encounters on the paths. I clearly distinguished the flights of the birds of prey, those favorable and those of augury, and the nourishment of each, their hates, their loves, their dwelling; and the smoothness of the entrails, if pleasing to the Gods, the favorable and varied form of the bile and the lobe. I burned flesh wrapped in fat and long loins and guided mortals to an unprovable knowledge and opened their heavy veiled eyes to the vivid omens of the flame. This I did.8

      Reflecting on this further aspect of Prometheus as the initiator of the mysteries, it is inevitable to emphasize his ability to know the past and the future: in Aeschylus he does not mention the present. In this, it is possible to identify him with Janus, Janus bifrons, of the Latin tradition. The two faces of Janus are generally referred to two temporal moments, namely the past and the future. But the true face is invisible, because it is atemporal, beyond the world and, therefore, time.

      Among the Romans, Janus was the God of initiation into the Mysteries, and he is the initiatory God par excellence9, the deity of passage, of doors.

      Prometheus has offered humanity analytical knowledge, which seemingly elevates man with scientific knowledge, but in reality, it clouds his vision with the veil of māyā, preventing him from seeing the truth. At the same time, however, He has granted mortals the possibility of elevating themselves with initiatory knowledge, through which past and future have no meaning, only the present exists that encompasses every reality, erasing it. In the hindū tradition, the frontal eye of Śiva, invisible, represents the sense of eternity: it is said that a glance from this third eye reduces everything to ashes, destroying every illusion.

      Know this briefly: everything that men know comes from Prometheus.10

      Prometheus is condemned to be chained to a rock because he has broken a perfect balance, that of the cosmos desired by Zeus and governed by Dike, justice. He assertively stands before Zeus, mocks him with the deception of the bull, arrogantly disregards the prohibitions, and gives fire to mankind.

      He is the fatal Demiurge, an indispensable architect of form, the one who sets in motion a new cycle in which the dissolution of the end is enclosed. He is the ἀνάγκη (anankē), it cannot be avoided. It is the eternal struggle between perfect balance and its rupture.

      Prometheus, pointing to the stars, the planets, πλανητά (planētai), literally the “wanderers,” gives them the perception of time “mobile image of eternity,” which proceeds according to number, as Plato says11.

      Time originated together with the sky, in the image and according to the ideal model, which is eternal, of which eternity represents a copy. Through this knowledge, man can, according to his means, escape from the temporal prison and know the divine.

      What leads Prometheus to break the dharma, the perfect universal order, is an act of ὕβρις (hubris)12. of violence, of overstepping, of self-assertion, that is, the assertion of the individual who shamelessly deludes himself into being omnipotent thanks to the knowledge stolen from the Gods. He acts against the dharma and shapes man with the attitude towards action and audacity, with all the connected consequences.

      Prometheus is the assertion of separateness that he transmits to the human being, created in his image and likeness. This is what drives Adam to taste the fruit of the tree of Good and Evil; then man opens his eyes and distinctly sees outside of himself the forms and the world of duality and relation.

      From a profane point of view, it is the awareness of being “this and that” in the world, felt as separate, other, no longer part of an indivisible and eternal Whole.

      “They had eyes and did not see, they had ears and did not hear, they resembled images of a dream”13. As images of a dream, they had no autonomous existence, they were still part of the Whole, devoid of form. “From the same lineage, the Gods and mortal men were born”14. But through the action of Prometheus, the eyes open, what was interior becomes exterior. Beings are clothed in forms that define their existence, limiting it.

      Formless Reality is immutable, timeless, perfect: it is the eternal present. “This sign I give you that my mind sees far, beyond what is clear”15: Prometheus, on the other hand, knows the past, as he himself narrates, and the future (Προμηθεύς = Prometheús), the fleeting and illusory world, which is his realm.

      As Aeschylus also says, man has been instructed by Prometheus on all that will help him to observe, discover, invent: science is born. Man acts, produces because action is inherent to individual beings. He transforms the world in function of himself.

      Through science and art, man acquires the increasingly proven affirmation of his own individuality, the illusion of power, he is the Demiurge of himself: it is the predominance of the ego at the expense of the Self.

      Prometheus symbolizes analytical, relative, and limited science. Is he truly a benefactor, as he claims to be?

      You, the first of the wise, you, the bitterest of bitter hearts, you who have sinned against the Gods by giving ephemeral men the stolen fire […],16

      Hermes tells him. From an exterior point of view, certainly: he is generous, altruistic, he nurtures a great love for the human race from which he has given origin, shaping it. He is the first of the wise, possessing the knowledge he has transmitted to men.

      From a higher perspective, beyond appearances, Prometheus-Demiurge is the Prince of this world spoken of in the Gospels; the bitterest of bitter hearts, the sinner, because, by cunning and dishonesty, he has brutally shattered the perfect order, outrageously offending with his shameless work Zeus hyperuranios, ὑπερουράνιος (hyperuranios), he who reigns beyond the heavens, beyond manifestation as a beautiful Orphic hymn clearly states17:

      Zeus was born first, and last, Zeus from the splendid lightning;
      Zeus is the beginning, Zeus the middle: everything is made by Zeus;
      Zeus is the support of the earth and the starry sky;
      Zeus was born male, Zeus divine was a maiden;
      Zeus is the vital breath of all things, Zeus is the vigor of the unceasing fire.
      Zeus is the root of the sea, Zeus is the sun and the moon;
      Zeus is the king, Zeus from the splendid lightning is the guide of all things;

      hiding all things, he then led them to joyful light from the sacred heart, accomplishing great deeds.

      Epimetheus welcomed as his wife the maiden shaped by Hephaestus at the command of Zeus, the woman, Pandora, “because all the inhabitants of Olympus gave this gift, a calamity for men”18. In some now-lost tales, Pandora was a creation of Prometheus or Epimetheus. In this version of the myth, preserved only in vase representations, Pandora emerges from the earth, sometimes only with her head; the earth, however, had been worked on by Epimetheus, who still holds the tool used, while the creature emerges from the earth before him. Eros flutters above her head with the ribbon that alludes to marriage. Hermes arrives with a flower, sent by Zeus, the hidden craftsman of all this19.

      Epimetheus did not think of what Prometheus, the foreseeing one, had advised him, not to accept gifts from the Olympian, but to send them back, so that no misfortune would befall the mortals he protected.

      At first indeed the races of men lived on earth free from evils, and free from heavy labor, and from bothersome diseases, which bring death to men. But the woman, removing with her hand the great lid of the jar, caused them to scatter, thus pouring painful troubles upon men. Alone, inside, in that unbreakable dwelling, under the rim of the jar, Hope remained, and could not fly out, since she [Pandora] managed to put the lid back on the jar first, at the will of the cloud-gathering Zeus.20

      This text discusses a fall of humankind, of Adam before the creation of Eve, of a world prior to the male-female distinction. “[…]men of a time were born generated from the earth and did not reproduce from one another”21. Another yuga, age of gold, perhaps.

      When Pandora opened the lid of the jar, all the evils that afflict humanity came out, and with diseases, death also entered the world22. Thus, the distinction between mortal men and immortal Gods was complete. The lesser-known version of the myth related to Epimetheus, now mentioned, emphasizes the negative role of the character who, by shaping Pandora, will mark the difficult life of mortals during the age of iron, but above all, it will be through him that work, diseases, and thus death, will forever torment humanity.

      Epimetheus has brought death into our world; he is its cause and can be identified with it.

      Prometheus is neither good nor evil; rather, he encompasses both aspects. The absolutely negative aspect is represented by Epimetheus, the one who thinks after23, without any sense, the brother paredro, the one who causes trouble. Prometheus is the first sacrificer, thus the sacrifice itself24.

      We shadow in him Manu, the model sacrificer, the first man of Vedic India who offered an oblation to the Gods, considered the progenitor of a new human race like Adam of Genesis. In Epimetheus, however, as in a mirror, we glimpse Yama, the God of death and, from a biblical perspective, the tempting serpent, the architect of Adamic ruin.

      By order of Zeus, the only one to remain segregated in the jar was hope, ἐλπίς (elpis). It was not to come out; it was not to be granted to men whom, through Pandora, the Omnipotent wanted to weaken and make suffer, out of revenge. Therefore, for the human being of the age of iron, there is no hope, clearly referring to his state of distancing from primordial bliss and the difficulty of coming into contact with the divine, increasingly indirectly, through arduous sacrifice and through an intermediary. A privileged path, but not for all, will be in the Greek world the great and small mysteries.

      The kingdom of the Demiurge is the lower world, opposed to the Upper World or principal universe, from which it appears separated.

      According to what has been said, we can consider Prometheus-Demiurge as a dark reflection of the undivided Unity. Precisely by virtue of this opposition, he is multiplicity, he is the ensemble of beings as distinct, since they have an individual existence. We are distinct to the extent that we ourselves create the distinction.

      Thus, Prometheus has given humanity a κακόν δῶρον, an evil gift, and since he knows the future with all that will happen, this gift offered to mortals is truly diabolical.

      At this point, it is appropriate to make some considerations. The most well-known version of the myth narrates that Prometheus was condemned by Zeus to be chained to a rock in the tightest of shackles, standing, without the possibility of any movement. The landscape, evoked in the Aeschylean tragedy, is that of remote Scythia “the farthest corner of the earth, solitary Scythia, inaccessible”25. Between sky and sea rises the rocky cliff designated for the punishment. Around him howl the winds, the heat of the blazing sun, the biting cold of long nights: no mortal has traversed those lands nor will they. Everything is silence and space. The cliff indicates fixity and Prometheus is immobile with it. There is here an allusion to an axis, to the centrality of the protagonist who, through this immense vertical, is connected to what lies beyond the sensible, beyond the formal of which he is the artificer. Supporting this hypothesis are the words of Hesiod: “And He then bound Prometheus, the crafty one, with indissoluble bonds, in hard chains, suspending him in the middle of a column” (μέσον διὰ κίον)26. But there is more. Aeschylus, at the beginning of the only tragedy that has survived from the trilogy on Prometheus, has Violence say, urging Hephaestus mercilessly to carry out the task assigned to him by Zeus: “‘And now, come on, drive the steel wedge into his chest from side to side, so that it pierces his flesh without mercy!’”27.

      Károly Kerényi, without further specification, refers to an ancient vase painting that shows Prometheus with a column in the middle of his body, attacked by an eagle.

      Prometheus-Demiurge is fixed at the central point through which the cosmic vertical axis passes: the column, the wedge, planted in the chest, and also the rock, overhanging the abyss, demonstrate this.

      Also Er, in Book X of Plato’s Republic, describing what he had seen in the afterlife, speaks of “a straight light like a column, very similar to a rainbow, but more intense and purer. […] It was this light that held the sky captive…”28. In the hindū environment, Rudra-Śiva, with the name Sthānu, (from the root sthā, to stand, to rise) is an immobile pillar that rises in the universe29.

      Hyginus in De Astronomia30 transmits that the tragedy of Aeschylus Prometheus Bound, which has been lost, ended with the announcement that the Titan had remained chained for thirty thousand years. In Prometheus Bound, liberation is prophesied for the thirteenth generation31. These are very long times, yet determined. One can discern a reference to the precession of the equinoxes traditionally calculated at 26,000 years.

      Empedocles calculates the duration of a cycle as three times ten thousand years, exactly the same period that Prometheus must spend “bound like a column” (axis mundi) to atone for his crime, as the Scholiast (Schol., 4) says in Aeschylus’ Prometheus32.

      As already mentioned, Plato in the Statesman asserts that during the reign of Cronos “[…] the men of old were born generated from the earth and did not reproduce from one another” and that many other changes depend on a single event that is its cause.

      Sometimes it is God himself who accompanies with his guidance the path of our universe, rotating together with it; sometimes, however, he leaves it free, when the rotations have now reached the measure of time that belongs to it, then it begins to rotate autonomously in the opposite direction, because it is a living being and has received intelligence from the one who conceived it from the beginning. This going in the opposite direction is necessarily congenital to it.33

      To always maintain the same state and the same condition and to always be identical belongs only to the most divine objects of all, but the nature of the body is not at this level. […] Hence comes the impossibility of being absolutely free from change.34

      Plato tells us that when the times are ripe, the Demiurge lets go, so to speak, of the helm, no longer guiding the cosmos in its circular motion, but rather allowing the sense of rotation to change.

      The movement of the universe now proceeds in one direction, now in the opposite direction.

      One must consider that this change is, among all the upheavals that occur in the sky, the most important and complete upheaval.35

      Thus necessarily at that moment the greatest destructions of other animals occur, and in particular the race of men survives in small numbers.36

      The Platonic narrative continues by alluding to a very important fact: when Atreus and his brother Thyestes quarreled fiercely over who should sit on the throne of Mycenae, Zeus, to testify in favor of Atreus, made the sun set in the east and rise in the west37. There is here a certain testimony of the inversion of the poles, a dramatic end of an era with the triumph of death.

      There have been many and various catastrophes for humanity, and many more will come, the greatest due to fire and water, others less severe caused by countless other reasons.38

      Prometheus also predicts the end of the established time when he speaks of Typhon, born from the union of Gaia, the Earth, with Tartarus. The name Typhon, Τυφωεύς (Typhoeus) from the verb τύφω (typho), means: I send smoke, vapor, I burn, I set on fire.

      Terrible is Hesiod’s description:

      His hands are made to perform every task with strength, and the feet of the vigorous God are tireless; from his shoulders sprouted a hundred heads of serpents, of a terrible dragon, that vibrated dark tongues; beneath the eyelashes of his eyes, in his prodigious heads, shone a glow of fire, and from all his heads flickered a flame when he fixed his gaze. Voices rose from all those horrible heads, emitting every kind of horrid sound, which sometimes sent sounds to the Gods, comprehensible; at other times, however, sounds of a bull’s high bellowing, proud of its strength, untamed in its fury….39

      Under the blows of the Omnipotent, after a long struggle, the terrifying monster was ruined, flogged and mutilated.

      In Aeschylus, to Oceanus, who hopes to convince him to adopt an attitude of humility, Prometheus says of Typhon, after he has been defeated by Zeus:

      Hit squarely in the chest, he has been reduced to ashes: his strength dissolved in a roar of thunder. And now he is there, lying long, an inert body, near the strait of the sea, crushed by the base of Etna…40

      Here now is the most interesting part that indicates the future awakening of Typhon who will destroy the world:

      But from there one day a river of fire will emerge, which, with wild fury, will devour the fertile fields of Sicily. Thus, even though the lightning of Zeus has carbonized him, Typhon will unleash his rage: a hail of fire, an incandescent storm that will consume everything.41

      The end of the iron age, our age, is foretold, which will close amidst lightning, flames, and telluric roars.

      The dragon Typhon was born after the defeat of the Titans, as the last son of Gaia and Tartarus, and from him comes

      […] the power of the winds of the humid breath […] some, then, plunging onto the expanses of the ocean, a great calamity for mortals, rage with a deadly storm. Others blow in other places, smoke for sailors: there is no defense against the malady, for those men who encounter such winds at sea. Others still, in turn, on the limitless land covered with flowers destroy the works of men born from the earth, filling them with dust and horrendous noise.42

      Perhaps Prometheus will remain chained to the column until the times are ripe and, as he had already acted for the good of humanity, as Demiurge, he will return to do so according to the ways that, the ἀνάγκη (anankē), Fate, will have decreed.

      The reference to the duration of the sentence, the fact that the guilty one is firmly bound to the rock-column, entwined to the axis mundi, suggests a different perspective from which to view this protagonist of the manifested: the cosmological point of view.

      Prometheus symbolizes the axis, the central point of the structure of an age of the world. With his titanic body, he weighs down the axis itself, inclining it: this is the angle that marks the separation between the celestial equator and the ecliptic. Thus, time originates, allowing a new sky, a new earth, and a new humanity to assert themselves. As previously mentioned, Plato states that “time is the moving image of eternity” and that, in itself, it is not a confused and random movement, but rather “proceeds according to number,” that is, according to a regular and harmonious rhythm.

      Indeed, the days and nights and months and years, which did not exist before the sky was generated, at that moment he [the Demiurge] made them arise, at the very moment he constructed the sky; and all these are parts of time, and the “era” and the “will be” are forms of time that have had birth and that we erroneously attribute, without realizing it, to the eternal being.43

      Only the present is suitable for what is eternal. Time is mobile and flows like a river; indeed, it is Ocean, the origin of gods and mortals, according to the movement initiated by the cosmic axis which, very slowly, moves, distancing the two greatest circles from each other. This results in a spiral movement that draws a figure of an hourglass, or the precession of the equinoxes44. This sinuous progression of time brings it closer to the figure, recurring in many traditions, of the serpent. In this regard, one cannot omit a reference to Aion, Αἰών, revered as the lord of light, personification of perfect time, the illud tempus of beginnings, represented as a splendid youth, around whose body a serpent winds, symbolizing the succession of ages. Heraclitus presents him as “a child playing, moving the pieces on the chessboard45”.

      Aion is the child who is born every day with the rising of the sun: he marks the days, the months, and the year. And, like the sun, which inexorably determines the passage of time, in antiquity he was also represented as an old man, the lord of completed age: Αἰών τῶν Αἰώνων (Aion of the Aions)46.

      Prometheus is tortured by an eagle, an hypostasis of Zeus, which devours his liver for an extremely long and indefinite time. The eagle, like Garuḍa, both solar symbols, attacks and kills the serpents: Prometheus is the serpent. Just as Vāsukī was used in the primordial churning of the ocean of milk, so, but at a lower level, Prometheus initiated a world, an era, the kaliyuga. In support of this, it should be noted that Medea, hopelessly in love with Jason, to help him conquer the golden fleece, provides him with the magical liquid derived from a plant sprouted from the drops of Prometheus’s liver blood. She breaks the plant, which seems like living flesh, and, at that moment, Prometheus suffers unspeakably. Prometheus, like the serpents, secretes poison; the God Śiva drinks the poison raised by Vāsukī to save the world.

      Prometheus, as a serpent, symbolizes the time to which he, through his actions, has imprinted the characteristics established by ἀνάγκη (anankē) for the last age:

      … sometimes the same God directs this universe on its path, and in its own turning sometimes leaves it free when the periods of time assigned to it have covered their measure.47

      In the tragedy of Aeschylus, which we have long examined, other important characters appear: Oceanus, the Oceanids, his daughters, and the unfortunate Io.

      Prometheus addresses Oceanus, who has come to offer his advice to the prisoner:

      “Have you left the current that bears your name and the natural caves of stone to come to this motherland of iron?”.48

      The Earth first generated the Sky equal to itself, so that it covered her in every part, to make it the secure eternal dwelling of the blessed Gods, […] also generated the sparkling sea, boiling with waves, the Sea, without the help of tender love. Then afterwards, united with the Sky, she generated Oceanus from the deep whirlpools […].49

      Thus speaks Hera:

      “I go to see the boundaries of the fertile land, Oceanus, the source of the gods, and mother Tethys”50 and thus Sleep: […] I would put to sleep without pain, even the currents of the river Oceanus, which was the origin for all the gods”.51

      Oceanus had an inexhaustible creative power, but he was not an ordinary river god, because when everything had already originated from him, he continued to flow at the farthest edges of the earth, flowing back into himself, in an uninterrupted circle, and the rivers, the streams, and the sea itself continued to spring forth from his vast course. “To all the gods he was the origin”: he is the celestial equator that limits everything, but upon which the constellations shine, cold and mute, that is, the divinities.

      Hesiod narrates that the Oceanids, his daughters, were three thousand: they, with their slender ankles, are scattered everywhere, equally watching over the land and the depths of the sea. With a light hiss, they arrive, flying, on their chariot from Prometheus chained by his own daring, from ὕβριϛ (hubris): they are the countless stars.

      Io is the unfortunate creature transformed into a cow by the jealousy of Hera and, as if that were not enough, condemned to be tormented by an unstoppable gadfly. Fleeing desperately and mad with pain, she reaches the cliff of Prometheus, who predicts her future wandering, until the liberation that will occur in Egypt.

      We will see how these characters are closely united to one another by important characteristics52.

      Traditionally, bovine horns are a symbol of the lunar crescent. In Iranian planetary theology, in Mithraic representations of the bull, always white in color, it bears engraved on its back a crescent moon or travels on a boat shaped like a lunar crescent. Even the funerary paintings in ancient Egypt represent the boat that carries the soul of the deceased in the shape of a lunar crescent.

      In Hebrew, the association Moon-Bull is expressed by the letter aleph. The association Aphrodite-Moon-Bull appears in Isis53: she is the moon, the feminine part of nature.

      The bull is therefore a lunar animal, it is the moon itself, and its horns are symbols of the lunar crescent. However, the bull is a bipolar symbol, in fact, it also has a solar aspect, emblem of life and death.

      Io, considered in light of such observations, is the moon. The horns, lunar crescent, attest to this; her incessant wandering symbolizes the lunar phases.

      It should also be remembered that the moon is closely linked to the humid, watery element: the tides, fertility. Not by chance, Iō is the daughter of the river god Inachus.

      Oceanus, the Oceanids, and Iō share the watery element, belonging to the same realm: the upper waters symbolized by the celestial vault.

      In the uncontaminated, profound sidereal silence, as deep as a sea, “the dances of these stars”54, χορείας δὲ τούτων (choreias de touton), mark millennia and eras, regulate the life of the world and, when the perfect time is fulfilled, purify it by destroying the degenerate lineages. Thus did Zeus, who, indignant because Lycaon had served him a dish of human flesh, that of his own son, to restore order and justice, overturned a table that caused the flood of Deucalion and Pyrrha. The table is the terrestrial plane passing through the ecliptic. Once again, it is evident that “of necessity in that moment the greatest destructions of other animals occur and in particular the race of men survives in scant quantity.”55

      After these observations, one might venture the hypothesis that the Aeschylean tragedy was not simply a dramatic and engaging narration of the myth of Prometheus, but a true teaching that the Greek audience of the 5th century B.C. was still able to grasp. From the verses emerges a cosmological picture rich in implications, thanks to which the spectator could reflect on the origin of times, on the nature of divine and human lineages, and on the inescapable end: it was catharsis.

      We can conclude by stating that Prometheus gave humanity of the Iron Age a κακόν δῶρον (kakon doron), a malignant gift, but with it, for those who wish, the possibility to “open their eyes” and, finally, to see.

      1. The ether is present throughout space, but particularly in those hollow places, commonly considered empty (Filippi, cit., p. 19).[↩]
      2. They were subjected to karma without being able to change it as happens in the prenatal state, the piṇḍa, or in the post mortem (cf. Filippi, The Mystery of Death, cit., p. 30).[↩]
      3. Aeschylus, cit. 442–461.[↩]
      4. Cf. Filippi, cit., p. 32.[↩]
      5. Plato, Phaedo, 176-177.[↩]
      6. Man lives in the cosmic cave like a turtle, between the celestial shell and the earthly one.[↩]
      7. Filippi, cit., p. 19.[↩]
      8. Aeschylus, cit. 484-499.[↩]
      9. St. Augustine, On the City of God, 4.11; 7.3.[↩]
      10. Aeschylus, cit. 505 – 506.[↩]
      11. Plato, Timaeus, 37 d.[↩]
      12. Cf. A. Camerotto, cit.[↩]
      13. Aeschylus, 447–448.[↩]
      14. Hesiod, Works and Days, 108.[↩]
      15. Aeschylus, 842–843.[↩]
      16. Aeschylus, 944 – 946.[↩]
      17. Orphic Fragments, XXII.[↩]
      18. Hesiod, Works and Days, 80.[↩]
      19. Cf. K. Kerenyj, cit., p. 183.[↩]
      20. Hesiod, Works and Days, 90 et seq.[↩]
      21. Plato, Statesman, 269 b. Cf. Paolo Accattino (ed.), Plato, Statesman, Bari, Laterza, 2010[↩]
      22. “I will multiply your sorrows, and your pregnancies: you will give birth with pain to children, and you will be under the power of your husband, and he will dominate you…” and to Adam he said: “Cursed is the ground for what you have done; from it you will draw food with great toil for all the days of your life. It will produce thorns and thistles for you, and you will eat the grass of the field. You will eat bread with the sweat of your face, until you return to the ground…”. Genesis, III, 16-19.[↩]
      23. Hesiod, Theogony, 507.[↩]
      24. “Prajāpati offered himself to the Gods. The sacrifice was for them, for the sacrifice is the food of the Gods. After having offered himself to the Gods, he emitted an image of himself, which is the sacrifice; through the sacrifice he redeemed himself before the Gods.” ŚB, XI.1,8,2-4.[↩]
      25. Aeschylus, 1–2.[↩]
      26. Hesiod, Theogony, 521–522.[↩]
      27. Ibid. 64–65.[↩]
      28. Plato, Republic, X, XIV, 616 b, c. Cf. Franco Sartori, Mario Vegetti, Bruno Centrone (eds.), Plato, Republic, Bari, Laterza, 2011.[↩]
      29. Cf. Stella Kramrish, The Presence of Shiva, Milan, Adelphi, 1999, p. 133.[↩]
      30. Hyginus, On Astronomy, 2.15.[↩]
      31. Aeschylus, 774.[↩]
      32. Nuccio D’Anna, The Cosmic Game, Rome, Mediterranee, 2006, p. 114.[↩]
      33. Plato, Statesman, 269 d.[↩]
      34. Ibid. 269 d-e.[↩]
      35. Ibid. 270 c.[↩]
      36. Ibid. 270 d.[↩]
      37. Ibid. 269 a.[↩]
      38. Plato, Timaeus, 22.b.[↩]
      39. Hesiod, Theogony, 820-835.[↩]
      40. Aeschylus, Prometheus Bound, 361-372.[↩]
      41. Ibid.[↩]
      42. Hesiod, 869-880.[↩]
      43. Plato, Timaeus, 37 d-e.[↩]
      44. The hourglass drawn by the precession of the equinoxes recalls the χ of Plato which, originating the circle of the ecliptic and the equatorial plane, inclined to one another, generate time. Cf. Plato, Timaeus, 36. B-c.[↩]
      45. Heraclitus, 123.[↩]
      46. Cf. D’Anna, cit., p. 152.[↩]
      47. Plato, Statesman, 269. C9.[↩]
      48. Aeschylus, 299-302.[↩]
      49. Hesiod, Theogony, 126-133.[↩]
      50. Homer, Iliad, XIV. 200-201.[↩]
      51. Ibid., 245-246.[↩]
      52. As will be said, the commentary of Laura Simonini on The Cave of Nymphs by Porphyry, Milan, Adelphi, 2006, has been followed.[↩]
      53. Plutarch, On Isis and Osiris, 359 b, 368 c.[↩]
      54. Plato, Timaeus, 40 c.[↩]
      55. Plato, Statesman, 270 d.[↩]

      3. Cibo, sacrificio e conoscenza

        Giovanni Torcinovich

        3. Cibo, sacrificio e conoscenza
        Cibo materiale e cibo allegorico

        Il soffio vitale e la conoscenza

        a) Il sacrificio e la conoscenza del mondo

        Finora abbiamo visto che il prāṇa, come uno dei cinque soffi vitali, è collocato principalmente nell’occhio, nell’udito, nella bocca e nel naso, dove svolge le sue funzioni. Esso è dunque legato alla vista, al canto, al fuoco e alla respirazione. Soprattutto come respirazione è espressione di Vāyu/Prāṇa, che sul piano macrocosmico non è solo l’Aria in generale, ma, in quanto Prāṇa, è, come abbiamo già visto, il Soffio o Principio vitale, la Vita. Sul piano microcosmico, oltre a prendere il medesimo nome del Principio vitale, il prāṇa, in quanto soffio vitale dell’individuo, indica la sintesi dei cinque soffi vitali presenti nel corpo. Scrive la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad: «Prāṇa, apāna, vyāna, udāna, samāna, ana. Tutto ciò non è altro che prāṇa.»1. A livello microcosmico il soffio vitale scorre nei canali sottili presenti in tutto il corpo grossolano per distribuirgli l’energia necessaria a vivere: esso è l’essenza del corpo materiale, lo nutre, è il sostenitore della vita e senza di esso si muore. Secondo il saggio Pippalāda il Prāṇa entrato nel corpo umano attraverso la mente (manas), si attacca strettamente ad esso come fosse la sua ombra e, come un re, governa gli altri soffi vitali2.

        «[…] Come l’ombra sul <corpo del> l’uomo, così pure <il prāṇa> è disteso sull’ātman; è in virtù del manas che esso accede in questo corpo. Come un sovrano ingiunge ai suoi ministri ‘Governate questa città, governate tale altra città’, così il Prāṇa dispone, ognuno al suo posto, i diversi spiriti vitali.»3

        Nel corpo materiale il prāṇa, non solo rappresenta i singoli soffi vitali, ma anche li comanda, li dispone nelle varie parti del corpo grossolano e ne ordina le funzioni.

        Il prāṇa, però, non nutre soltanto il corpo materiale attraverso il cibo, ma svolge anche una funzione conoscitiva. Esso è anche fonte di conoscenza. In quanto fonte di conoscenza in generale esso è collocato nel cuore. La Chāndogya Upaniṣad, per esempio, colloca il prāṇa, nel cuore. Essa spiega che la terra è anche il corpo dell’uomo e ciò che è il corpo per l’uomo è il cuore all’interno del corpo. All’interno del cuore si trovano i cinque soffi vitali (prāṇa), citati più sopra, di cui uno è il prāṇa propriamente detto4. La Chāndogya Upaniṣad parla di canali divini , che non sono altro che le manifestazioni dei soffi vitali e sono: il canale dell’Est, cioè il prāṇa in senso specifico, a cui corrisponde il Sole e la vista; il canale del Sud, cioè il vyāna, a cui corrispondono l’udito e la Luna; il canale dell’Ovest, cioè l’apāna, al quale corrispondono la parola e il fuoco; il samāna è il canale del nord, ad esso corrispondono la mente e Parjanya (la pioggia); infine il canale che fluisce verso l’alto è l’udāna, che corrisponde al vento e allo spazio5. Il prāṇa conosce il mondo esterno attraverso i sensi e la mente. Esso attraverso i sensi e la mente, che prendono talvolta il medesimo nome, conosce il mondo esterno.

        Il prāṇa, che come fonte di conoscenza ha la sua sede nel cuore, fa esperienza del mondo esterno attraverso i sensi e la mente. Esso in quanto conoscenza del mondo esterno, che considera come suo nutrimento, lo mangia e lo assimila a se stesso, lo fa suo, si identifica con esso. Il prāṇa e l’universo esterno diventano tutt’uno.

        L’inizio della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad identifica l’atto creativo con un sacrificio. Questo sacrificio, l’aśvamedha, è uno dei più solenni e comporta la morte della principale vittima sacrificale – e di altre secondarie – che è il cavallo. Le parti del suo corpo, sono assimilate alle varie zone in cui è diviso l’Universo, di cui rappresenta la manifestazione materiale6. Forse anche per questo la divinità creatrice è chiamata Morte (Mṛtyu)7. Il racconto cosmogonico continua identificando Mṛtyu con la fame:

        «All’origine quaggiù nulla vi era. Tutto questo universo era avvolto in Mṛtyu [dio della morte], nella fame, poiché la fame è morte.»8

        La continuazione dell’atto cosmogonico e la divisione di Mṛtyu in tre parti confluiscono nell’affermazione: «Questo è lo spirito vitale [prāṇa], in tre parti diviso.»9. E chiarisce la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad che si tratta delle divisioni dello spazio e delle regioni fondamentali dell’Universo manifestato, identificato ancora con parti del corpo del cavallo sacrificale10. Dopo che la Morte, accoppiatasi con la Voce (Vāc), fu bloccata nel tentativo di divorare il nato che aveva dato alla luce11 pensò: «Se me ne cibo, ben piccolo sarà il mio alimento.»12. Quindi continuò a generare quanto esiste, cioè i versi che compongono i Veda, i sacrifici, gli uomini e gli animali13 e concluse con queste parole:

        «E tutto ciò che man mano andava generando egli si mise a divorare. In verità, l’essenza di Aditi14 consiste nel fatto che tutto mangia. Colui il quale in tal modo conosce l’essenza di Aditi, di tutto si ciba e ogni cosa diventa suo alimento.»13

        Questa cosmogonia continua con il sacrificio di Mṛtyu, identificato con il cavallo sacrificale. Questo sacrificio non è altro che l’aśvamedha stesso15. Il secondo brāhmaṇa della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad termina con la seguente affermazione di conoscenza:

        «Di là da essi, in fondo, non vi è che una divinità: Mṛtyu. <Colui il quale ciò così conosce> trionfa sulla “rimorte” [punar–mṛtyu], la morte non lo raggiunge, nella morte trova il suo essere, uno diventa con queste deità.»16

        Il racconto cosmogonico con cui si apre la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, riguarda l’Universo in generale e solo secondariamente la parola sacra e gli esseri viventi che lo popolano. L’Universo, la sua manifestazione, nasce da un sacrificio. In questa riflessione sull’aśvamedha, Mṛtyuè nel contempo la vittima sacrificale cioè il cavallo (aśva), ma anche l’officiante che sacrifica a se stesso17. Gli officianti umani devono compiere il rito sacrificale in ricordo e ad imitazione di Mṛtyu. Mentre essi sacrificano il cavallo a Prajāpati, le altre vittime sacrificali vengono uccise in onore degli altri dèi. Sacrificare a Mṛtyu-Prajāpati significa sacrificare oltre ad essi, cioè oltre alle forme più alte dell’Universo manifestato, significa quindi sacrificare al brahman, che è, al di là degli esseri manifestati, l’unità del molteplice. La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad sceglie qui la metafora della morte e della fame. Il brahman è rappresentato da Mṛtyu-fame e l’Universo con tutto ciò che lo contiene è il suo nutrimento. Ma se la creazione è continua, la morte è continua. Al creare segue il mangiare, cioè la morte; e alla morte segue una nuova creazione in un ciclo continuo. Forse il concetto di rimorte (punar–mṛtyu) si rifà al ciclo di morti e rinascite (saṃsāra), dal quale si esce solo ottenendo la conoscenza del brahman, l’Assoluto, ottenendo così la liberazione (mokṣa).

        A proposito dell’atto del mangiare come sacrificio, ma in termini allegorico-cosmico meditativi, la Maitrī Upaniṣad dichiara:

        «Ed ora è necessario conoscere dell’altro ancora. Esiste un’altra modificazione di questo sacrificio all’ātman, in quanto cibo ed in quanto consumatore di cibo. […].»18

        Di seguito espone la manifestazione dell’universo secondo la prospettiva del Sāṃkhya o in termini molto vicini a questo sistema filosofico. Il cibo è la matrice di tutto ciò che è sulla Terra, di tutto ciò che è nell’Universo, dell’Universo stesso materiale e non materiale, visibile e non visibile19.

        Il lungo passo termina con una breve riflessione sull’anno e sul tempo quale fonte di tutti gli esseri viventi.

        «Questa è la ragione per la quale l’anno è Prajāpati, il tempo, il cibo, il nido del Brahman e l’Ātman. Dice invero <la śruti>: ‘Il tempo porta a maturazione tutti gli esseri nel grande Ātman; chi conosce ciò in cui il tempo stesso è portato a maturazione, costui è proprio conoscitore di Veda.’»20

        A un certo punto afferma:

        «Questo mondo, invero, che porta nome di gioia, dolore ed offuscamento, è fatto di cibo».21

        È chiaro da questo passo il gioco tra l’uso primario e quello metaforico della parola cibo quale oggetto di conoscenza e di discriminazione. Ritornando a una concezione più realistica, ma in termini cosmici, la Maitrī Upaniṣad sostiene con enfasi:

        «Suprema è, invero, la forma dello Ātman che è il cibo [= mondo percepibile], poiché il prāṇa stesso è fatto di cibo; […] ‘Dal cibo invero vengono generate le creature viventi, le quali sono stabilite su questa terra; pertanto, solo mediante il cibo esse vivono e così pure, mediante questo, alla fine se ne vanno.»22

        Il cibo è, dunque, Prajāpati, è l’Ātman, è il brahman manifesto.

        Per una sintesi dei due passi upaniṣadici sopra ricordati, riguardante il tempo, il sole e il sacrificio, la Maitrī Upaniṣad dichiara:

        «Questo tempo, allorché incarnato, è l’Oceano delle creature. Colui il quale in lui si tiene lo chiamano Savitṛ; è davvero da lui che tutti costoro, luna, stelle, pianeti, stagioni eccetera, sono nati, e da costoro tutto questo universo. Certamente da lui proviene quanto quaggiù si vede di buono e di cattivo. Questa è la ragione per la quale l’Ātman del sole è Brahman. Pertanto bisogna venerare il sole <considerandolo> come il tempo, Alcuni dicono: ‘Il sole è Brahman’. <La śruti> dice anche: ‘L’Oblatore, il Fruitore <dell’oblazione>, l’Oblazione, la Giaculatoria, il Sacrificio, Viṣṇu, Prajāpati, tutti costoro altri non sono che il Signore, il Testimone, che splende lassù nel disco.’»23

        b) La conoscenza interiore

        L’Universo esterno non è altro che il brahman visibile inteso come nutrimento. Il prāṇa dunque conoscendolo si identifica con l’Uno-Tutto manifestato. Il prāṇa è trasformato tout court in conoscenza (prajñā)24. Ma il prāṇa che conosce il mondo esterno è lo stesso che ha la propria sede nel cuore, in cui tutto l’Universo, sia esterno che interno è compreso.

        A tal proposito riportiamo per intero l’insegnamento che Pippalāda dà nella Praśna Upaniṣad a Kauśalyā Āśvalāyana:

        «Lo spirito vitale [prāṇa] nasce dal Sé [Ātman]. Come l’ombra sul <corpo del>l’uomo, così pure <il prāṇa> è disteso sull’Ātman; è in virtù del manas che esso accede in questo corpo. Come un sovrano ingiunge ai suoi ministri ‘Governate questa città, governate tale altra città’, così il Prāṇa dispone, ognuno al suo posto, i diversi spiriti vitali.»3

        Dunque il prāṇa è indissolubilmente legato al corpo e governa gli altri soffi vitali, ma occupa la stessa sede dell’ātman, da cui deriva, e ricopre l’ātman costituendone anche l’essenza. Proprio per questo ci fa conoscere l’ātman. La Praśna Upaniṣad aggiunge: «Nel cuore è stabilito lo stesso Ātman.»25. Secondo la Maitrī Upaniṣad ci sono due forme dell’Ātman: una esteriore, che è il Sole (Āditya) e una interiore, nel corpo, che è lo Spirito o Soffio vitale che è il prāṇa. Il Sole o meglio l’Aureo Essere che è interno al Sole è il medesimo del prāṇa, che si trova all’interno del cuore. Questo divoratore di cibo è seduto nel loto del cuore26. Sempre la Maitrī Upaniṣad, legando l’individuo all’Universo, ma parlando dal punto di vista dell’individuo, aggiunge:

        «Questi <che sta al centro> è, invero, l’Ātman intimo al cuore, sottilissimo, fulgente come il fuoco, dalle molteplici forme; per lui, di certo, tutto questo universo è alimento. In lui tutte le creature risiedono. […].»27

        In realtà il prāṇa/ātman non si può cogliere attraverso i sensi, non si può pensare e in generale senza esso non si può nemmeno vivere22. Il prāṇa identificato con l’ātman, cioè il sé individuale e che ha sede nel cuore è pura consapevolezza. Ma il sé altro non che il Sé, l’Ātman, che è interno al cuore, che è lo stesso brahman.

        Chiarisce la Chāndogya Upaniṣad, usando anche metafore colorite:

        «In questa città del Brahman <che è il corpo> un sottile loto forma una dimora, dentro la quale vi è un piccolo spazio. Bisogna ricercare ciò che vi è dentro questo spazio, bisogna desiderare di conoscerlo.
        E se qualcuno domanda: “In questa città del Brahman un piccolo loto forma una dimora nella quale vi è un piccolo spazio; che cosa essa racchiude che sia necessario ricercare, che occorra desiderare di conoscere?
        Bisogna rispondere: “Questo spazio che si trova all’interno del cuore è altrettanto vasto che abbraccia il nostro sguardo. L’uno e l’altro, il cielo e la terra, vi sono riuniti; il fuoco e l’aria, il sole e la luna, la folgore e le costellazioni, tutto ciò che appartiene a ciascuno di loro in questo mondo e ciò che non appartiene, tutto ciò vi è riunito.”»28

        Di questo «spirito puro il cui corpo è soffio di vita, la cui forma è luce, il cui concetto è verità, la cui essenza è spazio, […]»[1] così dice Śāṇḍilya nella Chāndogya Upaniṣad:

        «Sorgente di ogni attività, di ogni desiderio, di tutte le percezioni di odore e di gusto, abbracciante tutto ciò che è, muto, indifferente, è questo Sé, che è dentro il mio cuore. Questo è lo stesso brahman.»29

        Nella Kauṣitakī Upaniṣad sia Kauṣītaki sia Paiṅgya ribadiscono con fermezza che «Il prāṇa è il brahman»30 legando l’affermazione a varie facoltà, che sono a disposizione del brahman.31 Sottolinea la stessa upaniṣad che l’insegnamento segreto, per colui che conosce, è che tutti gli esseri gli rendono tributo senza che il brahman l’abbia richiesto32.

        Capitolo IV

        Considerazioni finali

        Abbiamo visto che il cibo è il primo alimento dell’intero Universo. Esso è il nutrimento materiale degli esseri che vivono in esso.

        «Gli esseri viventi nascono dal cibo; una volta nati, mediante il cibo prosperano; esso è mangiato e <a sua volta> esso mangia gli esseri viventi; questa è la ragione per la quale lo si chiama ‘anna’ [cibo].»33

        Grazie al cibo, sia esso grossolano, liquido e solido, o sottile, l’uomo oltre alla nascita e alla sopravvivenza, si garantisce la discendenza.

        Anche all’ospite o al maestro spirituale va presentato il cibo, oltre che a se stessi. Esso va consacrato attraverso un sacrificio esteriore e un sacrificio interiore. Attraverso il sacrificio il cibo è trasformato. In questo atto il fuoco/Fuoco, ha una funzione fondamentale. Ma questa trasformazione, che avviene nel sacrificio esterno, può compiersi, grazie ai soffi vitali e al fuoco interno, anche attraverso un sacrificio interno al corpo umano. Il cibo, però, non ha solo una funzione materiale, ma è fonte di vita anche nel suo aspetto sottile. Il termine ‘cibo’, quindi, non va inteso solo in senso strettamente letterale e neppure va soltanto consacrato attraverso il sacrificio, ma va preso in termini più generali, in termini allegorici: esso può anche essere oggetto di meditazione e di conoscenza.

        Nel primo anuvāka della Brahmānandavallī della Taittirīya Upaniṣad, come abbiamo già visto, si narra la discesa dal Sé (Ātman) al mondo manifestato fino all’uomo e si afferma che l’essenza dell’uomo è il nutrimento34. Nell’anuvāka successivo, dove si asserisce che il cibo è il primo degli esseri ed è chiamato medicina universale, si comincia ad illustrare la famosa teoria dei cinque involucri (pañcakośa). Si sostiene che tutte le creature che si trovano sulla Terra nascono dall’alimento, vivono grazie a esso, e infine muoiono ritornando a esso. Forse con un riferimento alla Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, si aggiunge anche che il cibo «è mangiato e mangia le creature»35. Il riferimento è chiaramente al brahman, chiamato simbolicamente cibo. Poi, con un salto espositivo, la Taittirīya Upaniṣad continua ad illustrare la dottrina degli involucri di cui ha già cominciato a parlare iniziando con l’involucro più esterno, costituito di cibo. Non dobbiamo tuttavia farci fuorviare dal linguaggio simbolico-allegorico del testo della Taittirīya Upaniṣad. È un modo per dire che il brahman è la causa e il sostentamento di ciò che esiste, cioè l’Universo, che da esso deriva e che è distrutto ciclicamente: tutto ciò che è manifesto ritorna a esso.

        La prima parte della terza sezione della Taittirīya Upaniṣad,detta Bhṛguvallī, invece, descrive il percorso gnoseologico meditativo di Bṛghu sui cinque involucri, sotto la guida del padre/maestro Varuṇa. Si tratta di un viaggio che dall’esterno sprofonda progressivamente nell’interiorità umana. I costituenti della natura umana sono detti, come si è accennato prima, rispettivamente: involucro fatto di cibo (annamayakośa), involucro fatto di soffio vitale (prāṇamayakośa), involucro fatto di mente (manomayakośa), involucro fatto di conoscenza (vijñānamayakośa), involucro fatto di beatitudine (ānandamayakośa). Bṛghu, chiede al padre Varuṇa di insegnargli il brahman. Varuṇa gli spiega che è cibo, respiro, vista, udito, mente, parola. E aggiunge:

        «Colui dal quale, invero, gli esseri nascono,
        mediante il quale, una volta nati, vivono,
        questo cerca di conoscere.
        Questo è il brahman.»36

        Comincia così il percorso meditativo di Bṛghu, la cui prima tappa è la forma del brahman, per così dire, più esterna. Bṛghu dopo aver praticato l’ascesi:

        «comprese che il brahman è alimento [anna], perché, in verità, dall’alimento nascono gli esseri, mediante l’alimento una volta che sono nati vivono, nell’alimento rientrano allorché trapassano.»37

        Malgrado l’insegnamento di Varuṇa e la comprensione successiva alla meditazione ascetica, Bṛghu ritorna dal padre e compie altre quattro meditazioni, che lo portano a identificare il brahman con i successivi quattro involucri suddetti, giungendo alla conclusione che chi conosce ciò è ben fondato su brahman ed è «provvisto di alimento ed è il mangiatore di alimento […].»38. Il punto di riferimento è chiaramente l’uomo. Infatti nell’Ānandavallī della medesima upaniṣad troviamo anche scritto:

        «E, in verità, ottengono ogni alimento, coloro che onorano il brahman come nutrimento; […].»39

        L’atto del mangiare è diventato simbolicamente la conoscenza del brahman. Esso, ora inteso come cibo, è mangiato e assimilato, ‘diventando’, tutt’uno con l’uomo che di lui si è nutrito. Per questo nella Bhṛguvallī della Taittirīya Upaniṣad, tra il concreto e il simbolico, si invita il meditante a non disprezzare il cibo, anzi ad apprezzarlo e afferma:

        «Non si biasimi l’alimento,
        tale è il precetto.
        Il respiro [prāṇa] è invero alimento,
        il corpo è mangiatore di alimento,
        il corpo è fondato sul respiro,
        il respiro è fondato sul corpo
        e pertanto l’alimento è fondato sull’alimento.
        Colui il quale sa che l’alimento è fondato sull’alimento
        è egli stesso ben fondato <nel brahman>,
        è provvisto di alimento, è il mangiatore di alimento,
        grandeggia per prole, per armenti, per brahmanico splendore,
        grande è per gloria.»40

        Negli anuvāka 8 e 9 la Taittirīya Upaniṣad ribadisce che non si deve disprezzare l’alimento, di moltiplicarlo e che colui che sa che l’alimento è fondato sull’alimento,

        «è possessore di alimento, egli mangia alimento,»41

        «è egli stesso fondato <nel brahman>, egli è signore di alimento, mangiatore di alimento»42

        La Taittirīya Upaniṣad termina con un elogio all’Ātman/brahman cantando il seguente sāman:

        «Oh, meraviglia delle meraviglie! Oh, meraviglia!
        Io sono cibo, io sono cibo, io sono cibo,
        io sono mangiatore di cibo, io sono mangiatore di cibo, io sono mangiatore di cibo,
        io sono poeta, io sono poeta, io sono poeta,
        io sono il primogenito di questo ordine cosmico [ṛta].
        Prima che esistessero gli Dei io ero nell’ombelico dell’immortalità,
        colui che a me dona, costui mi aiuta,
        io, che sono cibo, mangio il mangiatore di cibo,
        io ho superato tutto l’universo.
        Aureo splendore possiede colui che così conosce.
        Tale è la dottrina arcana.»43

        Al di là di una sua semplice assunzione, il cibo, può essere oggetto dei sensi, della mente e dell’intelletto. Ma le Upaniṣad invitano ad andar oltre l’assunzione del cibo materiale, ad andare oltre la conoscenza oggettiva esteriore e interiore. In questo senso il cibo va preso in termini simbolici. È ancora la Maitrī Upaniṣad che afferma: «[…] Si veneri il cibo <considerandolo> come l’Ātman.»44. Essa aggiunge che è l’Ātman che si deve cercare di conoscere e di conseguire, scoprendolo nel corpo dopo che si sono espulsi dalla conoscenza gli oggetti dei sensi45. Ribadisce ancora la Maitrī Upaniṣad:

        «Questi <che sta al centro> è, invero, l’Ātman intimo al cuore, sottilissimo, fulgente come il fuoco, dalle molteplici forme; per lui, di certo, tutto questo universo è alimento. In lui tutte le creature risiedono…]»46

        Se tutte le creature si nutrono di cibo, esse sono cibo per l’Ātman. In termini sacrificali la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad afferma:

        «Tutto ciò che esiste, invero, o è nutrimento o è mangiatore: il soma è l’alimento, il fuoco il mangiatore.»47

        In modo sintetico e diretto la Māṇḍūkya Upaniṣad a sua volta dichiara:

        «Tutto questo <che è> è, invero, il brahman: questo Ātman è il brahman...»48

        Se consideriamo il cosmo come cibo, esso può essere considerato come nutrimento del brahman stesso. Ma se tutto è brahman, il cosmo è manifestazione del brahman.

        Ai Vālakhilya, che tra le altre cose, chiedevano al saggio Prajāpatikratu perché alcuni meditano anche sul cibo, il saggio rispose che esso era una delle forme principali del brahman.

        Sottolinea la Taittirīya Upaniṣad:

        «E, in verità, ottengono ogni alimento,
        coloro che onorano il brahman come nutrimento;
        poiché il nutrimento è il primo degli esseri,
        esso è chiamato la medicina universale [sarva–oṣadha].»49

        Yājñavalkya insegnò:

        «Tale invero è il grande Ātman senza inizio,
        il quale si alimenta di <ogni specie di> nutrimento, il quale è datore di ogni bene.
        Colui che così conosce consegue ogni bene [vasu = ricchezza fisica e spirituale].
        In verità questo grande e increato Ātman,
        senza vecchiaia, senza morte, immortale, privo di timore, è il brahman.
        In verità il brahman è felicità
        e diventa il brahman stesso, che è felicità, colui il quale così conosce.»50

        Il cibo è il sé, esso è l’ātman; ma il cibo è il Sé, esso è il brahman, causa e fine di ogni cosa. Il cibo è nutrimento, è alimento: esso è l’essenza di tutti gli esseri, è l’Ātman di tutte le cose esistenti. Il brahman è il cibo di tutti gli esseri, di esso tutti gli esseri si nutrono, da esso traggono sostentamento sia materiale che spirituale. Ma nello stesso tempo gli esseri sono il cibo del brahman medesimo, il Divoratore, che delle sue ‘creature’ si nutre, chiudendo così il cerchio: il brahman si alimenta di se stesso, giacché il mondo è una sua manifestazione. Nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, a proposito dell’etere (ākāśa), ma considerando la cosa dal punto di vista individuale, è scritto: «[…] quell’essere fatto di splendore e di immortalità che risiede nell’etere intimo al cuore, questo medesimo è lo ātman, è l’immortalità, è il brahman, è il Tutto.»51. Tutto dunque è compreso nell’Ātman, che dimora nel cuore degli esseri umani, e conosce ogni cosa. Sottolinea ancora la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad:

        «Finché quaggiù noi stiamo, dobbiamo apprendere questo: altrimenti, ignoranza ad estrema rovina ci conduce; coloro che già conoscono immortali divengono, quanto agli altri, sofferenza è il loro destino.»52

        Se non conosciamo l’Ātman–brahman, finché siamo in questo corpo rimaniamo assoggettati all’ignoranza che ci conduce alla rovina. Coloro che conoscono diventano immortali, mentre gli altri accumulano solo dolore.

        Meditando sull’Ātman-brahman quale cibo, si realizzano tutti i desideri e si curano tutti i mali e si ottiene la felicità.

        nannarasam vijijñāsi tannarasasasya vijñātaram vidyāt

        «Non si deve cercare di conoscere il gusto dei cibi, si cerchi colui che gusta i cibi.»53

        OṂ TAT SAT

        1. BU II.5.3, cit, p. 58.[↩]
        2. PU III.3-4, cit., p. 635.[↩]
        3. PU III.3-4, cit., p. 635.[↩][↩]
        4. ChU III.12.3-4, cit., p. 246.[↩]
        5. ChU III.13.1-5, cit., pp. 247-8.[↩]
        6. BU I.1.1, cit., p. 35.[↩]
        7. Mṛtyu nel senso di dūra, lontananza: il male, si tiene lontano da chi è dotato di conoscenza. Vedi BU I.3.8, cit., p. 42.[↩]
        8. BU I.2.1, cit., pag. 36. Vedi anche BU I.2.4, cit., p. 37.[↩]
        9. BU I.2.3, cit., ibid.[↩]
        10. BU I.2.3, cit., ibid.[↩]
        11. BU I.2.4, cit., pp. 37-38.[↩]
        12. BU I.2.5, cit., p. 38.[↩]
        13. BU I.2.5, cit., ibid.[↩][↩]
        14. Il nome della dea Aditī è composto dalla ‘a’ privativa situata all’inizio di parola ditī, da cui A-ditī: ma il testo della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad sembra suggerire un altro significato del termine, a cui si può accedere facendo derivare il nome Aditī da √ad-, radice verbale di mangiare, azione che costituisce l’essenza della dea.[↩]
        15. BU I.2.6-7, cit., pp. 38-9.[↩]
        16. BU I.2.7, cit., p. 39.[↩]
        17. BU I.2.7, cit., ibid.[↩]
        18. MaiU VI.10, cit., p. 572.[↩]
        19. MaiU VI.11-16, cit., pp. 575-579.[↩]
        20. MaiU VI.15, cit., p. 578.[↩]
        21. MaiU VI.10, cit., p. 573.[↩]
        22. MaiU VI.11, cit., p. 575.[↩][↩]
        23. MaiU VI.16, cit., ibid.[↩]
        24. Questo termine assume vari significati. Come si può constatare dal contesto, noi lo usiamo qui sia come conoscenza-identità sia come conoscenza velata da māyā.[↩]
        25. PU III.6, cit., ibid.[↩]
        26. MaiU VI.1-2, cit., pp. 564-565.[↩]
        27. MaiU VIII.7, cit., pp. 605-6.[↩]
        28. ChU VIII.3.3, cit., p. 330.[↩]
        29. ChU III.14.4, cit., p. 250.[↩]
        30. KauU II.1-2, cit., pp. 419 e 420.[↩]
        31. Anche la BU, afferma che il prāṇa è il brahman, osservando semplicemente che non c’è uomo senza respiro e quindi soffio vitale; BU IV.1.3, cit., p. 121.[↩]
        32. KauU II.1-2, cit., pp. 420-421.[↩]
        33. MaiU VI.12, cit., p. 576.[↩]
        34. TU II.1, cit., p. 368.[↩]
        35. Vedi la parte iniziale della BU e, in particolare, BU I.2.5, cit., p. 38.[↩]
        36. TU III.1, cit., p. 380.[↩]
        37. TU III.2, cit., p. 380.[↩]
        38. TU III.6, cit., p. 383.[↩]
        39. TU II.2, cit., p. 369.[↩]
        40. TaiU III.7, cit., p. 384.[↩]
        41. TaiU III.8, cit., ibid.[↩]
        42. TaiU III.9, cit., p. 385.[↩]
        43. TaiU III.10, cit., pp. 387-8.[↩]
        44. MaiU VI.12, cit., p. 576.[↩]
        45. MaiU VI.8, cit., pp. 570-1.[↩]
        46. MaiU VII.7, cit., pp. 605-6.[↩]
        47. BU I.4.6, cit., p. 51.[↩]
        48. MU, I.2, cit., p. 527.[↩]
        49. TU I.2.1, cit., p. 369.[↩]
        50. BU IV.4, 4-25, cit., p. 145.[↩]
        51. BU II.5.10, cit., p. 83.[↩]
        52. BU IV.4.14, cit., p. 141.[↩]
        53. KauU III.8, cit., p. 440.[↩]