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Patrizia Tedesco Busetto

2. Prometeo: un mito di passaggio d’età

Prometeo è il Dio: ha plasmato l’uomo, poi gli ha elargito la scienza grazie al fuoco, simbolo di luce, di chiarezza, di vista e di visioni.

Ma udite la miseria dei mortali prima, indifesi e muti come infanti, a cui diedi il pensiero e la coscienza […] Essi avevano occhi e non vedevano, avevano orecchi e non udivano, somigliavano a immagini di sogno, perduravano un tempo lungo e vago e confuso, ignoravano le case di mattoni, le opere di legno: abitavano caverne, simili a formiche, leggere come il vento nei recessi bui delle grotte1; operavano sempre2 e non sapevano, finchè indicai come sottilmente si conoscono il sorgere e il calare degli astri, e infine per loro scoprii il numero, eccellente artifizio, e i segni scritti come si compongono.3

Nelle parole di Eschilo è detto molto: i mortali di cui si parla, simili alle immagini dei sogni, ὀνειράτων ἀλίγκοι μορφαῖσι, erano esseri non ancora manifestati, erano larve in uno stato prenatale o nella condizione del post mortem, simili, appunto, a immagini di sogno e alle ombre del regno dei morti; erano i piṇḍa della tradizione hindū4. Sono paragonati a insetti leggeri trascinati da un flusso incontrollabile. Anche Platone nel Fedone paragona gli uomini alle formiche che vivono in cavità che, numerose e diverse, sono ovunque intorno alla terra. In tali cavità, poi, confluiscono l’acqua, la nebbia e l’aria. La vera terra si libra pura nell’etere, regno delle stelle. Mentre gli uomini abitano una cavità della terra, credono di abitare in alto, sopra di essa5. È una divisione netta tra le acque superiori e inferiori, che ospitano categorie di esseri differenti6.

Con acqua e argilla Prometeo prepara l’uomo, ma in questa fase manca ancora lo stato corporeo, la forma. A questi esseri ancora incompleti Prometeo dona ora il fuoco, inteso come elemento luminoso che, illuminando, permette alle cose di diventare visibili sia nella forma sia nel colore; contemporaneamente la luce rappresenta razionalità e coscienza. “La coscienza individuale contiene in nuce un certo numero di possibilità sottili che sono manifestate al momento della produzione dell’individuo allorchè questi assume un corpo”7.

Dal sorgere e dal calare degli astri si genera lo scorrere del tempo, la frammentazione numerica, lo sviluppo spaziale.

Con il fuoco Prometeo diede agli uomini la conoscenza attraverso il numero e, quindi, le lettere, mezzi indispensabili per appropriarsi del mondo grossolano e dare l’avvio alla scienza. Gli uomini, quindi, risulteranno un pericolo per gli Dei, troppo capaci e potenti, un elemento di disordine nell’armonia serena del cosmo.

Come per un singolo individuo Prometeo-Demiurgo determina la discesa dal sottile nel grossolano e lo conduce alla nascita, così, in una scala più ampia, Egli, all’inizio del mondo, manifesta l’umanità. Si dimostrerà poi che questa conoscenza scientifica del numero può anche essere trasposta in senso qualitativo come intuizione dell’ultrasensibile, della realtà metafisica.

Infatti Prometeo possiede anche un aspetto nascosto in cui egli inizia l’essere umano ai misteri, concedendogli la facoltà di uscire dal guscio meramente materiale e di innalzarsi sino agli Dei.

E ordinai, chiarii le molte forme della mantica, e primo giudicai quali vere visioni porta il sogno, svelai le oscure voci dei presagi, i profetici incontri sui cammini. Distinsi chiaro i voli dei rapaci, quelli fausti e quelli dell’augurio, e il nutrimento di ciascuno, gli odi, il loro amare, il loro dimorare; e la levigatezza delle viscere, se agli Dei gradite, la forma fausta e varia della bile e del lobo. Arsi carni avvolte di adipe e lunghi lombi e guidai i mortali a una conoscenza indimostrabile e aprii i loro grevi occhi velati ai vividi presagi della fiamma. Questo io feci.8

Riflettendo su quest’ulteriore aspetto di Prometeo quale iniziatore ai misteri, è inevitabile sottolineare la sua facoltà di conoscere passato e futuro: in Eschilo egli non nomina il presente. In questo risulta possibile identificarlo con Giano, Janus bifrons, della tradizione latina. I due volti di Giano sono, generalmente, riferiti a due momenti temporali, appunto il passato e il futuro. Ma il vero volto è invisibile, perché atemporale, al di là del mondo e, quindi, del tempo.

Presso i Romani Janus era il Dio dell’iniziazione ai Misteri, ed è il Dio iniziatico per eccellenza9, la divinità del passaggio, delle porte.

Prometeo ha offerto all’umanità la conoscenza analitica, che apparentemente innalza l’uomo con il sapere scientifico, in realtà gli appanna la vista con il velo di māyā, precludendogli la visione del vero. Contemporaneamente, però, Egli ha donato ai mortali la possibilità di elevarsi con la conoscenza iniziatica, grazie alla quale passato e futuro non hanno alcun senso, esiste solo il presente che comprende ogni realtà, cancellandola. Nella tradizione hindū l’occhio frontale di Śiva, invisibile, rappresenta il senso d’eternità: è detto che uno sguardo di questo terzo occhio riduce tutto in cenere, distruggendo ogni illusione.

Sappilo in breve: tutto ciò che gli uomini conoscono, proviene da Prometeo.10

Prometeo è condannato ad essere incatenato a una rupe perché ha rotto un equilibrio perfetto, quello del cosmo voluto da Zeus e retto da Dike, la giustizia. Si afferma prepotentemente davanti a Zeus, lo sbeffeggia con l’inganno del toro, con arroganza non considera i divieti e dona il fuoco agli uomini.

Egli è il Demiurgo fatale, indispensabile artefice della forma, colui che mette in moto un nuovo ciclo in cui è racchiusa la dissoluzione della fine. È l’ἀνάγκη, non si può evitare. È la lotta perenne tra l’equilibrio perfetto e la sua rottura.

Prometeo, indicando agli uomini gli astri, i pianeti, πλανητά, letteralmente gli “erranti”, dà loro la percezione del tempo “immagine mobile dell’eternità”, che procede secondo il numero, come dice Platone11.

Il tempo ha avuto origine insieme con il cielo, a immagine e secondo il modello ideale, che è eterno, della cui eternità rappresenta una copia. Attraverso queste conoscenze l’uomo può, secondo i suoi mezzi, uscire dalla prigione temporale e conoscere il divino.

Ciò che porta Prometeo a infrangere il dharma, l’ordine universale perfetto, è un atto di ὕβρις12. di violenza, di prevaricazione, di affermazione di se stesso, cioè l’affermazione dell’individuo che con sfrontatezza si illude di essere onnipotente grazie alle conoscenze rubate agli Dei. Egli agisce contro il dharma e plasma l’uomo con l’attitudine all’azione e all’audacia, con tutte le conseguenze connesse.

Prometeo è l’affermazione della separatività che egli trasmette all’essere umano, costituito a sua immagine e somiglianza. Questo è ciò che spinge Adamo ad assaggiare il frutto dell’albero del Bene e del Male; poi l’uomo apre gli occhi e vede in modo distintivo fuori di sé le forme e il mondo della dualità e della relazione.

Da un punto di vista profano è la presa di coscienza di essere “così e così” nel mondo, sentito come separato, altro, non più parte di un Tutto indivisibile ed eterno.

“Essi avevano occhi e non vedevano, avevano orecchi e non udivano, somigliavano a immagini di sogno13. In quanto immagini di sogno non avevano esistenza autonoma, erano ancora parte del Tutto, privi di forma. “Dalla stessa discendenza sono nati gli Dei e gli uomini mortali14. Ma per l’azione di Prometeo gli occhi si aprono, ciò che era interiore diviene esteriore. Gli esseri si rivestono di forme, che definiscono la loro esistenza, limitandola.

La Realtà senza forma è immutabile, senza tempo, perfetta: è l’eterno presente. “Questo segno ti do che la mia mente vede lontano, oltre ciò che è chiaro15: Prometeo, invece, conosce il passato, come lui stesso narra, e il futuro (Προμηθεύς = πρό μῆτις),il mondo fugace e illusorio, che è il suo regno.

Come dice ancora Eschilo, l’uomo è stato istruito da Prometeo su tutto ciò che lo aiuterà a osservare, scoprire, inventare: nasce la scienza. L’uomo agisce, produce perché l’azione è propria degli esseri individuali. Trasforma il mondo in funzione di se stesso.

Attraverso la scienza e l’arte, l’uomo acquisisce l’affermazione sempre più comprovata della propria individualità, l’illusione della potenza, è il Demiurgo di se stesso: è il prevalere dell’ego a scapito del Sé.

Prometeo simboleggia la scienza analitica, relativa e limitata. È davvero un benefattore, come afferma di essere?

Tu, il primo dei sapienti, tu, il più amaro dei cuori amari, tu che hai peccato contro gli Dei dando agli uomini effimeri il fuoco rubato […],16

gli dice Ermes. Da un punto di vista esteriore, certamente: egli è generoso, altruista, nutre un grande amore per il genere umano cui ha dato origine, plasmandolo. Egli è il primo dei sapienti, possiede la conoscenza che ha trasmesso agli uomini.

Secondo un’ottica superiore, oltre le apparenze, Prometeo-Demiurgo è il Principe di questo mondo di cui si parla nei Vangeli; il più amaro dei cuori amari, il peccatore, perché, aiutando gli uomini con astuzia e disonestà, ha brutalmente infranto l’ordine perfetto, oltraggiando con la sua opera sfrontata Zeus iperuranio,ὑπερουράνιος,colui che regna oltre i cieli, oltre la manifestazione come chiaramente dice un bellissimo inno orfico17:

Zeus nacque per primo, e per ultimo, Zeus dalla splendida folgore;
Zeus è il principio, Zeus il mezzo: tutto è fatto da Zeus;
Zeus è il sostegno della terra e del cielo stellato;
Zeus nacque maschio, Zeus divino fu fanciulla;
Zeus è il soffio vitale di tutte le cose, Zeus è il vigore
del fuoco indefesso.
Zeus è la radice del mare, Zeus è il sole e la luna;
Zeus è il re, Zeus dalla splendida folgore è la guida di tutte le cose;
tutte le cose celando le condusse poi alla gioiosa luce
dal cuore sacro, compiendo grandi imprese.

Epimeteo accolse come sposa la vergine plasmata da Efesto per ordine di Zeus, la donna, Pandora, “perché tutti gli abitatori dell’Olim-po dettero in regalo questo dono, sciagura per gli uomini18. In alcuni racconti oggi perduti, Pandora era una creazione di Prometeo o di Epimeteo. In questa versione del mito, conservata solo in raffigurazioni vascolari, Pandora emerge dalla terra, a volte solo con la testa; la terra, però, era stata prima lavorata da Epimeteo, che ha ancora in mano lo strumento utilizzato, mentre la creatura esce dalla terra davanti a lui. Eros svolazza sopra il capo di lei con il nastro che allude alle nozze. Ermes giunge con un fiore, inviato da Zeus, artefice nascosto di tutto ciò19.

Epimeteo non pensò a quanto gli aveva raccomandato Prometeo, il preveggente, di non accettare doni da parte dell’Olimpio, ma di rimandarli indietro, perché non succedesse qualche malanno ai mortali da lui protetti.

Dapprima infatti vivevano sulla terra le stirpi degli uomini prive di mali, e prive del pesante lavoro, e delle malattie fastidiose, che recano agli uomini la morte. Ma la donna, togliendo con la mano il grande coperchio dell’orcio, li fece disperdere, così versò agli uomini dolorosi affanni. Sola, lì dentro, in quella dimora infrangibile, sotto l’orlo del vaso, restò la Speranza, e non potè volar fuori, dacchè ella [Pandora] riuscì a metter prima il coperchio sul vaso, per volere dell’egioco Zeus adunatore di nubi.20

Si parla qui di una caduta del genere umano, dell’Adamo prima della creazione di Eva, di un mondo precedente la distinzione maschile-femminile. “[…]gli uomini di un tempo nascevano generati dalla terra e non si riproducevano gli uni dagli altri21. Altro yuga, età dell’oro, forse.

Quando Pandora aprì il coperchio dell’orcio uscirono tutti i mali che affliggono l’umanità e, con le malattie, venne al mondo anche la morte22. Così fu completa la distinzione tra uomini mortali e Dei immortali. La versione del mito relativa a Epimeteo meno conosciuta, ora menzionata, sottolinea il ruolo negativo del personaggio che, plasmando Pandora, marchierà la difficile vita dei mortali durante l’età del ferro, ma soprattutto sarà per suo mezzo che il lavoro, le malattie, quindi la morte, tormenteranno per sempre l’umanità.

Epimeteo ha immesso nel nostro mondo la morte, lui ne è la causa e a essa può essere identificato.

Prometeo non è né buono né malvagio, anzi racchiude in sé enιtrambi gli aspetti. L’aspetto assolutamente negativo è rappresentato da Epimeteo, colui che pensa dopo23, senza alcun senno, il fratello paredro, colui che combina guai. Prometeo è il primo sacrificatore, quindi il sacrificio stesso24.

Adombriamo in lui Manu, il sacrificatore modello, il primo uomo dell’India vedica che offrì un’oblazione agli Dei, considerato il progenitore di una nuova razza umana come l’Adamo della Genesi. In Epimeteo, invece, come in uno specchio, scorgiamo Yama, il Dio della morte e, dal punto di vista biblico, il serpente tentatore, artefice della rovina adamitica.

Per ordine di Zeus, unica a rimanere segregata nel vaso, fu la speranza, ἐλπίς. Essa non doveva uscire, non doveva essere elargita agli uomini che, attraverso Pandora, l’Onnipotente voleva indebolire e far soffrire, per vendetta. Quindi per l’essere umano dell’età del ferro non c’è speranza, chiaramente in riferimento al suo stato di allontanamento dalla beatitudine primordiale e alla difficoltà di entrare in contatto con il divino, in modo sempre più indiretto, tramite un arduo sacrificio e per interposta persona. Una via privilegiata, ma non per tutti, saranno nel mondo greco i grandi e i piccoli misteri.

Il regno del Demiurgo è il mondo inferiore, contrapposto al Mondo superiore o universo principiale, da cui appare separato.

Secondo quanto detto, possiamo considerare Prometeo-Demiurgo come un riflesso oscuro dell’Unità indivisa. Proprio in virtù di questa sua opposizione egli è la molteplicità, è l’insieme degli esseri in quanto distinti, poiché hanno un’esistenza individuale. Siamo distinti nella misura in cui noi stessi creiamo la distinzione.

Quindi Prometeo ha donato al genere umano un κακόν δῶρον, un dono malvagio e, poiché conosce il futuro con tutto ciò che accadrà, questo dono offerto ai mortali è realmente diabolico.

A questo punto è il caso di fare alcune considerazioni. La versione più conosciuta del mito narra che Prometeo fu condannato da Zeus ad essere incatenato a una rupe in strettissimi ceppi, in piedi, senza la possibilità di alcun movimento. Il paesaggio, evocato nella tragedia eschilea, è quello della remota Scizia “estrema plaga della terra, la Scizia solitaria, inaccessibile25. Tra cielo e mare si erge il dirupo roccioso deputato al supplizio. Intorno l’ululare dei venti, la calura del sole dardeggiante, il gelo tagliente delle lunghe notti: nessun mortale ha percorso quelle lande né le percorrerà. Tutto è silenzio e spazio. La rupe indica fissità e Prometeo è immobile con essa. C’è qui l’allusione a un’asse, alla centralità del protagonista che, attraverso questa verticale immensa, è congiunto a ciò che sta oltre il sensibile, oltre il formale di cui è l’artefice. A sostegno di questa ipotesi vi sono le parole di Esiodo: “Ed Egli legò poi Prometeo dai molti espedienti con lacci indissolubili, in dure catene, sospendendolo a mezzo di una colonna” (μέσον διὰ κίον)26. Ma c’è di più. Eschilo, agli inizi dell’unica tragedia rimastaci della trilogia su Prometeo, così fa dire a Violenza, che incita senza pietà Efesto a compiere il lavoro assegnatogli da Zeus: “«E adesso forza, conficcagli il cuneo d’acciaio nel petto da parte a parte, perché gli attraversi la carne senza pietà!»27.

Kàroly Kerényi, senza precisare ulteriormente, riferisce di un dipinto vascolare antico che mostra Prometeo con una colonna in mezzo al corpo, assalito da un’aquila.

Prometeo-Demiurgo è fisso nel punto centrale attraverso cui passa l’asse verticale cosmico: la colonna, il cuneo, piantato nel petto, e anche la roccia, a strapiombo sul baratro, lo dimostrano.

Anche Er, nel X libro della Repubblica di Platone, descrivendo ciò che aveva visto nell’aldilà, parla di “una luce diritta come una colonna, molto simile all’arcobaleno, ma più intensa e più pura. […] Era questa luce a tenere avvinto il cielo…”28. In ambiente hindū Rudra-Śiva, con il nome Sthānu, (dalla radice sthā, stare in piedi, ergersi) è un pilastro immobile che si erge nell’universo29.

Igino nel De Astronomia30 tramanda che la tragedia di Eschilo Prometeo portatore di fuoco, andata perduta, terminava con l’annuncio che il Titano era rimasto incatenato per trentamila anni. Nel Prometeo incatenato la liberazione è profetizzata per la tredicesima generazione31. Si tratta di tempi lunghissimi, pur tuttavia determinati. Si può scorgere un riferimento alla precessione degli equinozi tradizionalmente calcolata in 26000 anni.

Empedocle calcola la durata di un ciclo in tre volte diecimila anni esattamente lo stesso periodo che Prometeo dovrà trascorrere “legato come una colonna” (axis mundi) per espiare il proprio delitto, come dice lo Scholiasta (Schol., 4) al Prometeo di Eschilo32.

Come già si è accennato, Platone nel Politico asserisce che durante il regno di Crono “[…] gli uomini di un tempo nascevano generati dalla terra e non si riproducevano gli uni dagli altri” e che molti altri cambiamenti dipendono da un unico evento che ne è la causa.

A volte è il Dio stesso ad accompagnare con la sua guida il cammino di questo nostro universo ruotando insieme con esso, a volte invece lo lascia libero, quando le rotazioni hanno ormai raggiunto la misura di tempo che gli spetta, allora esso si mette a ruotare autonomamente in senso opposto, perché è un essere vivente e ha ricevuto intelligenza da chi lo ha congeniato dall’inizio. Questo andare in senso opposto gli è di necessità congenito.33

Mantenere sempre lo stesso stato e la stessa condizione ed essere sempre identico compete soltanto agli oggetti più divini di tutti, ma la natura del corpo non è di questo livello. […] Di qui gli viene l’impossibilità di essere assolutamente esente da mutamento.34

Platone ci dice che quando i tempi sono maturi il Demiurgo molla, per così dire, la barra del timone, non accompagna più il cosmo nel suo moto circolare, lascia anzi che il senso della rotazione cambi.

Il movimento dell’universo ora procede in un senso, ora in senso contrario.

Bisogna ritenere che questo mutamento è, tra tutti i rivolgimenti che si producono nel cielo, il rivolgimento più importante e più completo.35

Dunque di necessità in quel frangente succedono le più grandi distruzioni degli altri animali e in particolare il genere degli uomini sopravvive in quantità esigua.36

La narrazione platonica continua accennando a un fatto importantissimo: quando Atreo e il fratello Tieste litigarono aspramente per chi dovesse sedere sul trono di Micene, Zeus, per testimoniare in favore di Atreo, fece tramontare il sole a est e sorgere a ovest37. C’è qui una sicura testimonianza di inversione dei poli, fine drammatica di un’era col trionfo della morte.

Vi sono state molte e varie catastrofi per l’umanità, e molte altre ancora ve ne saranno, le più grandi dovute al fuoco e all’acqua, altre meno gravi provocate da innumerevoli altre cause.38

Anche Prometeo predice la fine del tempo stabilito quando parla di Tifeo, nato dall’unione di Gaia, la Terra, con Tartaro. Il nome Tifeo,Τυφωεύς dal verbo τύφω, significa: mando fumo, vapore, brucio, incendio.

Terribile la descrizione di Esiodo:

Le sue mani son fatte per operare ogni cosa con forza, e i piedi del Dio vigoroso sono instancabili; dai suoi omeri spuntavano cento teste di serpente, di terribile drago, che vibravan lingue nerastre; di sotto le ciglia dei suoi occhi, nelle sue teste prodigiose, brillava un bagliore di fuoco, e da tutte le sue teste guizzava una fiamma, quando egli fissava lo sguardo. Delle voci si levavano da tutte quelle orribili teste, emettendo ogni specie di orrido suono, che a volte mandavano suoni agli Dei, comprensibili; a volte invece suoni di un toro dall’alto muggito, superbo per la sua forza, indomabile nella sua furia39

Sotto i colpi dell’Onnipotente, dopo lunga lotta, il mostro spaventoso rovinò, flagellato e mutilato.

In Eschilo, a Oceano, che spera di convincerlo a un atteggiamento di umiltà, così Prometeo dice di Tifeo, dopo che è stato sconfitto da Zeus:

Preso in pieno petto, è stato ridotto in cenere: la sua forza dissolta in un fragore di tuoni. E ora è là, lungo disteso, un corpo inerte, vicino allo stretto del mare, schiacciato dalla base dell’Etna40

Ecco ora la parte più interessante che indica il futuro risveglio di Tifone che distruggerà il mondo:

Ma da là un giorno uscirà un fiume di fuoco, che, con furia selvaggia, divorerà i fertili campi della Sicilia. Così, anche se il fulmine di Zeus lo ha carbonizzato, Tifone farà esplodere la sua rabbia: una grandine di fuoco, una tempesta incandescente che si mangerà tutto.41

È predetta la fine dell’età del ferro, la nostra, che si chiuderà tra fulmini, fiamme e boati tellurici.

Il drago Tifeo nacque dopo la sconfitta dei Titani, come ultimo figlio di Gea e di Tartaro, e da lui proviene

… la possa dei venti dell’umido soffio […] alcuni, poi, piombando sulle distese dell’oceano, sciagura grande per i mortali, infieriscono con funesta procella. Altri soffiano in altri luoghi, fumo per i naviganti: non esiste difesa alcuna al malanno, per quegli uomini che s’imbattono in tali venti sul mare. Altri ancora, a loro volta, sulla terra illimitata coperta di fiori distruggono le opere degli uomini nati dalla terra, colmandole di polvere e di orrendo fracasso.42

Forse Prometeo rimarrà incatenato alla colonna fino a quando i tempi saranno maturi e, come già aveva agito per il bene dell’umanità, in qualità di Demiurgo, tornerà a farlo secondo le modalità che, l’ἀνάγκη, il Fato,avrà sancito.

Il riferimento alla durata della condanna, il fatto che il colpevole sia legato fermamente alla roccia-colonna, avvinto all’axis mundi, fa intravedere una diversa prospettiva da cui guardare a questo protagonista del manifestato: il punto di vista cosmologico.

Prometeo simboleggia l’asse, il punto centrale della struttura di un’età del mondo. Con il suo corpo titanico appesantisce l’asse stesso, inclinandolo: questo è l’angolo che segna il distacco tra equatore celeste ed eclittica. Così ha origine il tempo che fa sì che un nuovo cielo, una nuova terra e una nuova umanità si affermino. Come precedentemente accennato, Platone sancisce che “il tempo è l’immagine mobile dell’eternità” e che, di per sé non è un movimento confuso e casuale, ma che invece “procede secondo il numero”, cioè secondo un ritmo regolare e armonico.

Infatti, i giorni e le notti e i mesi e gli anni, che non esistevano prima che il cielo fosse generato, proprio allora egli [il Demiurgo] li fece nascere, nel momento stesso in cui costruì il cielo; e tutte queste sono parti di tempo, e l’“era” e il “sarà” sono forme di tempo che hanno avuto nascita e che noi attribuiamo erroneamente, senza avvedercene all’essere eterno.43

Solo il presente si addice a ciò che è eterno. Il tempo è mobile e scorre come un fiume, anzi, è Oceano, origine di Dei e mortali, secondo il movimento avviato dall’asse cosmico che, lentissimamente, si muove, facendo distanziare tra loro i due cerchi massimi. Ne deriva un movimento spiraliforme che disegna una figura di clessidra ovvero la precessione degli equinozi44. Questo andamento sinuoso del tempo lo avvicina alla figura, ricorrente in molte tradizioni, del serpente. In proposito non si può tacere un riferimento ad Aion,Αἰών, venerato come signore della luce, personificazione del tempo perfetto, l’illud tempus degli inizi, rappresentato come uno splendido giovane, intorno al cui corpo s’avvolge un serpente, che simboleggia il susseguirsi delle ere. Eraclito lo presenta come “un fanciullo che gioca, muovendo i pezzi sulla scacchiera45.

Aion è il fanciullo che nasce ogni giorno con il levarsi del sole: scandisce i giorni, i mesi e l’anno. E, come il sole, che determina inesorabilmente il passare del tempo, nell’antichità è stato rappresentato anche come un vecchio, il signore dell’età compiuta: Αἰών τῶν Αἰώνων46.

Prometeo è torturato da un’aquila, ipostasi di Zeus, che gli divora il fegato per un tempo lunghissimo e indefinito. L’aquila, come Garuḍa, entrambi simboli solari, attacca e uccide i serpenti: Prometeo è il serpente. Come Vāsukī è stato utilizzato nel frullamento primordiale dell’oceano di latte, così, ma a un livello inferiore, Prometeo ha avviato un mondo, un’era, il kaliyuga. A sostegno di quanto detto bisogna ricordare che Medea, perdutamente innamorata di Giasone, per aiutarlo a conquistare il vello d’oro, gli fornisce il liquido magico ricavato da una pianta germogliata dalle gocce del sangue del fegato di Prometeo. Ella spezza la pianta, che pare carne viva, e, in quel momento, Prometeo soffre indicibilmente. Prometeo, come i serpenti secerne veleno; il Dio Śiva beve il veleno sollevato da Vāsukī per salvare il mondo.

Prometeo, quale serpente, simboleggia il tempo al quale egli, con il suo operare, ha impresso le caratteristiche stabilite da ἀνάγκη per l’ultima età:

… talvolta lo stesso Dio dirige quest’universo sulla sua via, e nel proprio ruotare a volte lo lascia libero quando i periodi di tempo assegnatogli hanno coperto la loro misura.47

Nella tragedia di Eschilo, da noi a lungo presa in esame, compaiono altri importanti personaggi: Oceano, le Oceanine, sue figlie, e l’infelice Iò.

Prometeo si rivolge a Oceano, giunto ad offrire il suo consiglio al prigioniero:

«Hai lasciato la corrente che ha il tuo nome e le caverne naturali di pietra per venire in questa terra madre del ferro?»”.48

La Terra per prima generò uguale a se stessa il Cielo stellato, tale che la coprisse in ogni sua parte, per farne la sicura dimora sempiterna degli Dei beati, […] generò ancora il pelago scintillante, ribollente di flutti, il Mare, senza l’aiuto del tenero amore. Quindi appresso, unitasi al Cielo generò l’Oceano dai profondi vortici […].49

Così parla Era:

«Vado a vedere i confini della terra feconda , l’Oceano, principio dei numi, e la madre Teti”50 e così il Sonno: […] addormenterei senza pena, sia pur le correnti del fiume Oceano, che a tutti i numi fu origine».51

Oceano aveva un’inesauribile potenza creatrice, ma non era un Dio fluviale comune, perché quando tutto aveva già avuto origine da lui, esso continuò a scorrere agli estremi margini della terra, rifluendo in se stesso, in un circolo ininterrotto e i fiumi, i torrenti e il mare stesso continuavano a scaturire dal suo vasto corso. “A tutti i numi fu origine: esso è l’equatore celeste che tutto limita, ma sul quale brillano, algide e mute, le costellazioni, cioè le divinità.

Narra Esiodo che le Oceanine, sue figlie, erano tremila: esse, dalle sottili caviglie, sono sparse dappertutto, egualmente sorvegliano la terra e gli abissi del mare. Con un sibilo leggero arrivano, volando, sul loro carro da Prometeo incatenato dal suo stesso ardire, dall’ὕβριϛ: esse sono le stelle innumerevoli.

Iò è l’infelice creatura trasformata in vacca dalla gelosia di Era e, come non bastasse, condannata ad essere tormentata da un inarrestabile tafano. Fuggendo disperata e impazzita dal dolore, giunge alla rupe di Prometeo che le predice il suo futuro peregrinare, fino alla liberazione che avverrà in Egitto.

Vedremo come questi personaggi siano strettamente uniti gli uni agli altri da importanti caratteristiche52.

Tradizionalmente le corna bovine sono simbolo della falce lunare. Nella teologia planetaria iraniana, nelle rappresentazioni mithraiche del toro, sempre di colore bianco, esso reca incisa sul dorso una falce di luna oppure viaggia su una barca a forma di falce lunare. Anche i dipinti funerari nell’antico Egitto rappresentano a forma di falce lunare l’imbarcazione che trasporta l’anima del defunto.

In ebraico l’associazione Luna-Toro è espressa dalla lettera aleph. L’associazione Afrodite-Luna-Toro appare in Iside53: essa è la luna, la parte femminile della natura.

Il toro è quindi un animale lunare, è la luna stessa e le sue corna sono simboli della falce di luna. Tuttavia il toro è un simbolo bipolare, infatti ha pure un aspetto solare, emblema di vita e di morte.

Iò, considerata alla luce di tali osservazioni, è la luna. Le corna, falce lunare, lo attestano; il suo incessante peregrinare simboleggia le fasi lunari.

Bisogna anche ricordare che la luna è strettamente legata all’elemento umido, acqueo: le maree, la fertilità. Non a caso Iò è figlia del Dio fluviale Inaco.

Oceano, le Oceanine e Iò hanno in comune l’elemento acqueo, appartengono allo stesso ambito: le acque superiori simboleggiate dalla volta celeste.

Nel silenzio siderale incontaminato, profondo come un mare, “le danze di questi astri54, χορείας δὲ τούτων, scandiscono millenni ed ere, regolano la vita del mondo e, quando il tempo perfetto è compiuto, lo purificano distruggendo le stirpi degenerate. Così fece Zeus che, sdegnato perché Licaone gli aveva imbandito un piatto di carne umana, quella del proprio figlio, per ripristinare ordine e giustizia rovesciò una tavola che provocò il diluvio di Deucalione e Pirra. La tavola è il piano terrestre passante per l’eclittica. Ancora una volta si evince che “di necessità in quel frangente succedono le più grandi distruzioni degli altri animali e in particolare il genere degli uomini sopravvive in quantità esigua55.

Dopo queste osservazioni si può azzardare l’ipotesi che la tragedia eschilea non fosse semplicemente una drammatica e coinvolgente narrazione del mito di Prometeo, ma un insegnamento vero e proprio che il pubblico greco del V secolo a. C. riusciva ancora a cogliere. Dai versi emerge un quadro cosmologico ricco di implicazioni, grazie al quale lo spettatore poteva riflettere sull’origine dei tempi, sulla natura delle stirpi divina e umana e sull’ineluttabile fine: era la catarsi.

Possiamo concludere affermando che Prometeo ha donato all’umanità dell’età del ferro un κακόν δῶρον, un dono maligno, ma con esso, per chi vuole, la possibilità di “aprire gli occhi” e, finalmente, di vedere.

  1. L’etere è presente in tutto lo spazio, ma particolarmente in quei luoghi cavi, comunemente considerati vuoti (Filippi, cit., p. 19).[]
  2. Subivano il karma senza poterlo cambiare come avviene nello stato prenatale, i piṇḍa, o nel post mortem (cfr. Filippi, Il mistero della mortecit., p. 30).[]
  3. Eschilo, cit. 442–461.[]
  4. Cfr. Filippi, cit., p. 32.Cfr. Filippi, cit., p. 32.[]
  5. Platone, Fedone, 176-177.[]
  6. L’uomo vive nella caverna cosmica come una tartaruga, tra il carapace celeste e quello terrestre.[]
  7. Filippi, cit.,p. 19.[]
  8. Eschilo, cit. 484-499.[]
  9. S. Agostino, De civitate Dei, 4.11; 7.3.[]
  10. Eschilo, cit. 505–506.[]
  11. Platone, Timeo, 37 d.[]
  12. Cfr. A. Camerotto, cit.[]
  13. Eschilo, 447–448.[]
  14. Esiodo, Le opere e i giorni, 108.[]
  15. Eschilo, 842–843.[]
  16. Eschilo, 944 – 946.[]
  17. Frammenti Orfici, XXII.Frammenti Orfici, XXII.[]
  18. Esiodo, Le opere e i giorni, 80.[]
  19. Cfr. K. Kerenyj, cit., p. 183.[]
  20. Esiodo, Le opere e i giorni, 90 e segg.[]
  21. Platone, Politico, 269 b. Cfr. Paolo Accattino (a c. di), Platone, Politico, Bari, Laterza, 2010.[]
  22. Io moltiplicherò i tuoi affanni, e le tue gravidanze: partorirai con dolore i figli, e sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà…” e ad Adamo disse: “Maledetta la terra per quello che hai fatto; da essa con grandi fatiche trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba della terra. Mangerai il pane con il sudore del tuo volto, fino a che tu ritorni alla terra…”. Genesi, III, 16-19.[]
  23. Esiodo, Teogonia, 507.[]
  24. Prajāpati offrì se stesso agli Dei. Il sacrificio era per loro, poiché il sacrificio è il cibo degli Dei. Dopo aver fatto offerta di sé agli Dei, emise un’immagine di sé, che è il sacrificio; mediante il sacrificio riscattò se stesso presso gli Dei”. ŚB, XI.1.8.2-4.[]
  25. Eschilo, 1–2.[]
  26. Esiodo, Teogonia, 521–522.[]
  27. Ibid. 64–65.[]
  28. Platone, Repubblica, X, XIV, 616 b, c. Cfr. Franco Sartori, Mario Vegetti, Bruno Centrone (a c. di), Platone, Repubblica, Bari, Laterza, 2011.[]
  29. Cfr. Stella Kramrish, La presenza di Shiva, Milano, Adelphi, 1999, p. 133.[]
  30. Igino, De Astronomia, 2.15.[]
  31. Eschilo, 774.[]
  32. Nuccio D’Anna, Il gioco cosmico, Roma, Mediterranee, 2006, p. 114.[]
  33. Platone, Politico, 269 d.[]
  34. Ibid. 269 d-e.Ibid. 269 d-e.[]
  35. Ibid. 270 c.[]
  36. Ibid. 270 d.Ibid. 270 d.[]
  37. Ibid. 269 a.[]
  38. Platone, Timeo, 22.b.[]
  39. Esiodo, Teogonia, 820-835.[]
  40. Eschilo, Prometeo incatenato, 361-372.[]
  41. Ibid.[]
  42. Esiodo, 869-880.[]
  43. Platone, Timeo, 37 d-e.[]
  44. La clessidra disegnata dalla precessione degli equinozi ricorda la χ di Platone che, originando il cerchio dell’eclittica e il piano equatoriale, inclinati l’uno rispetto all’altro, generano il tempo. Cfr. Platone, Timeo, 36. B-c.[]
  45. Eraclito, 123.[]
  46. Cfr. D’Anna, cit., p. 152.[]
  47. Platone, Politico, 269. C9.Platone, Politico, 269. C9.[]
  48. Eschilo, 299-302.[]
  49. Esiodo, Teogonia, 126-133.[]
  50. Omero, Iliade, XIV. 200-201.[]
  51. Ibid., 245-246.[]
  52. Per quanto si dirà, si è seguito il commento di Laura Simonini a L’antro delle ninfe di Porfirio, Milano, Adelphi, 2006.[]
  53. Plutarco, De Iside et Osiride, 359 b, 368 c.[]
  54. Platone, Timeo, 40 c.[]
  55. Platone, Politico, 270 d.Platone, Politico, 270 d.[]