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Febbraio 2023

12. Avasthātraya Mīmāṃsā

    Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

    12. Avasthātraya Mīmāṃsā

    Versione commentata del Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya

    Māṇḍūkya Upaniṣad – Advaita Prakaraṇa

    Gauḍapāda, Kārikā III.11

    L’essere vivente individuale che si presenta in forma di ātman degli involucri, a partire da quello fatto dell’essenza di cibo, dei quali si tratta approfonditamente nella Taittirīya Upaniṣad, non è altro che l’Ātman supremo che abbiamo ampiamente illustrato per mezzo della sua somiglianza con lo spazio.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.11

    L’essenza del cibo ecc., cioè gli involucri che partono da annamaya kośa, prāṇamaya kośa ecc., e che sono racchiusi da quello precedente come da un fodero di spada, sono stati spiegati in modo esauriente in un passaggio della Taittirīya Upaniṣad. L’ātman, l’entità che sta all’interno di tutti quegli involucri, grazie al quale tutti i cinque involucri vengono a esistere, è l’essere vivente individuale (jīva), poiché è la fonte che li anima tutti. Che cos’è questo jīva? È il Sé supremo stesso, che in precedenza, nel medesimo testo, era stato descritto come “Brahman è Realtà, Conoscenza e Infinito” (TU II.1.3), il Sé dal quale, per mezzo della Māyā si dice che sono emersi, come sogno o magia (MUGK III.10), prima lo spazio ecc. e poi gli aggregati chiamati involucri, a partire da quello composto dall’essenza del cibo (TU II.1). Questo stesso Sé è stato da noi descritto simile allo spazio, nei versi che iniziano con “Il Sé è onnipervadente come lo spazio (ākāśa) ma è descritto in forma di (molteplici) jīva…”. (MUGK III.3). L’idea implicita è che, a differenza del Sé immaginato dai logici, il Sé non può essere concepito con i soli mezzi dell’intelletto umano.

    [La Taittirīya Upaniṣad (II.1-6)insegna la dottrina dei cinque involucri (pañcakośavāda) i quali sono, a partire dal più basso, annamaya, quello fatto di cibo. Si tratta del corpo grossolano (sthūla śarīra), composto e mantenuto dagli alimenti di cui si nutre; segue l’involucro del prāṇa, differenziato in cinque funzioni vitali (pañcaprāṇa), che è l’essenza del precedente kośa, a cui conferisce vita e motilità tramite le facoltà d’azione, ragion per cui è considerato l’essenza (rasa) dell’involucro di cibo o l’ātman del corpo1. Questa guaina d’energia vitale collega il corpo solido e inerte ai kośa sottili che formano l’aggregato2 mentale (antaḥkaraṇa), il manas o mente emotiva (manomaya kośa) che recepisce le informazioni dalle facoltà di senso, la buddhi o mente razionale e volitiva (vijñānamaya kośa) e, infine, ānandamaya, la funzione mentale che fruisce dei risultati delle azioni compiute dai kośa inferiori. Come il prāṇa nei riguardi del corpo grosso, così ogni altro kośa funge da essenza (rasa) o è considerato l’ātman dell’involucro precedente. All’interno di questi cinque involucri si dice che dimori jīvātman, l’anima individuale che è l’essenza o Ātman dell’intero aggregato, considerato come un individuo unico. A questo punto, però, il commentatore (Bhāṣyakāra) si chiede che cosa sia mai quest’‘anima vivente’ (jīvātman), dato che, pur essendo considerato l’essenza che anima tutti i cinque involucri, non è affatto un ipotetico ‘sesto kośa’ paragonabile, per esempio, all’ānandamaya kośa considerato quale ātman o essenza del vijñānamaya kośa e così di seguito. Il jīva è ritenuto l’essere vivente individuale, ovvero l’ego (aham), soltanto dagli ignoranti che non lo riconoscono come loro stessa natura di Ātman. Si tratta dello stesso errore (mithyā jñāna) compiuto da coloro che pensano “io sono così e così” (aham amukaḥ asmi) e non si accorgono che “io sono” è l’affermazione veritiera, che significa “io esisto e sono cosciente”, mentre “così e così” rappresenta gli upādhi, le limitazioni sovrapposte che celano la propria natura reale. “Io sono” e “io esisto e sono cosciente” equivalgono esattamente al mahāvākya “io sono Brahman” (aham Brahmāsmi), quello stesso Assoluto di cui si dice “Brahman è Realtà, Conoscenza e Infinito” (Satyam Jñānam Anantam Brahma; TU II.1.1). I cinque kośa, dunque, sono i “così e così”, ovvero le apparenti sovrapposizioni (adhyāsa) che fanno pensare al jīva come se fosse un essere individuale. L’Ātman, dunque, non dimora davvero al centro dei cinque involucri limitati, né può essere realmente principio, origine o causa che dir si voglia, di alcunché, perché la Realtà non può produrre il non reale né la Conoscenza può essere origine dell’ignoranza né l’Infinito essere causa del finito: il non nato non è principio di alcuna nascita ecc. Realtà, Conoscenza e Infinito non sono attribuzioni limitanti (gauṇam), in quanto sono la natura vera del Brahman3. I cinque involucri individuali sono, quindi, proiezioni della Māyā ossia dell’ignoranza che risiede nella mente, esattamente come il sogno o lo spettacolo d’illusionismo. I cinque kośa sono come i vasi al cui interno gli ignoranti pensano che ci siano spazi separati, o come il serpente, il rivolo d’acqua, la ghirlanda che gli ajñāni vedono invece della corda. Basandosi su quella causa di ogni separazione, distinzione e molteplicità che è la mente (antaḥkaraṇa), i sāṃkhya presumono che i jīva siano molteplici e i naiyāyika suppongono l’Ātman stesso come se fosse una realtà individuale. Secondo questi due darśana la buddhi, producendo l’idea di aham, si modifica in ahaṃkāra. Ciò dimostra che l’intelletto non è affatto lo strumento adatto per conoscere il Sé, perché: “Il Sé è onnipervadente4 come lo spazio (ākāśa) ma è descritto in forma di (molteplici) jīva, come gli spazi contenuti all’interno di vasi, ossia come oggetti compositi e differenziati (tra loro) dalle forme dei vasi, ecc.” (MUGK III.3).]

    Gauḍapāda, Kārikā III.12

    Com’è dimostrato che lo spazio nella terra e nel ventre è sempre lo stesso, allo stesso modo nel Madhu Brāhmaṇa il Brahman supremo è sempre lo stesso in qualsiasi contesto duale.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.12

    Inoltre è stato affermato, riferendosi ai diversi contesti duali, ādhidaivika e ādhyātmika, che l’essere immortale autoluminoso che dimora all’interno della terra ecc. in quanto conoscitore (vijñātṛ), non è altro che il Brahman, il Sé supremo, che è il Tutto (BU II.5.1-14). Dove si trova tale affermazione? Nel Madhu Brāhmaṇa: la parola madhu jñāna è usata qui per indicare ciò con cui si conosce il miele, ossia la conoscenza di Brahman (Brahma vidyā), che è miele perché porta alla beatitudine. Il Madhu Brāhmaṇa (della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad) quindi, insegna questo. Come lo si dimostra? Lo si dimostra per mezzo della deduzione: ossia, come lo stesso spazio è unico sia dentro alla terra sia nel ventre, così anche qui, allo stesso modo, si dimostra che nel mondo [Brahman] esiste in ogni contesto duale. Questo è il significato della frase.

    Un’ultima osservazione: in altri passaggi della śruti si parla di antarikṣa quale centro del mondo o di caverna del cuore nell’individuo, dimore rispettive, nel macrocosmo e nel microcosmo, di Hiraṇyagarbha e del jīva-antaryāmin. Invece qui è il ventre dell’adhidaiva e dell’adhyātma che li ospita. Il fatto è che Gauḍapāda, per questa argomentazione, si rifà dichiaratamente alla dottrina pañcakośa della Taittirīya; perciò il contenitore grossolano fatto di cibo non può non essere espresso che dal ventre: ventre di Virāṭ e ventre dell’uomo. Inoltre, il cibo solido che costituisce la struttura dello sthūla śarīra è prevalentemente composto di terra (pṛthivī). Coloro che si limitano a giuocare con i simboli e per i quali il simbolismo appare essere una scienza esatta, possono rimanere sconcertati da queste disinvolte variazioni. Ma per il cercatore dell’Advaita tutto ciò rimane nel campo dell’apparenza. Perché, nella Realtà vera, l’Assoluto non può essere mai localizzato né contenuto in qualcos’altro. Pensare che in qualche modo o in un certo senso il cuore, il ventre, la cavità della bocca, il contenitore d’argilla, il centro del mondo o la caverna che ha come soffitto il cielo e la terra come pavimento possano contenere il Brahman è solamente una immaginazione dovuta all’ignoranza.]

    Gauḍapāda, Kārikā III.13

    [Tenuto d’acconto quanto appena detto, si può affermare sia a livello macrocosmico sia a quello microcosmico (qui espressi dai termini adhidaiva e adhyātma) che quando si dice che l’Essere cosciente, il Testimone (qui definito vijñātṛ), dimora, come lo spazio nei vasi d’argilla, al centro dell’individuo, s’intende parlare del Brahman. E non c’è dubbio che esso sia il Supremo Brahman, il Paramātman che è il Tutto unico e non duale, in quanto questa affermazione si trova nel Madhu Brāhmaṇa della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad. In quel capitolo della śruti si insegna la conoscenza del miele (madhu jñāna). Nulla è più dolce del miele, e per questo madhu rappresenta il summum bonum, la conoscenza del Brahman che porta alla beatitudine assoluta. Non per nulla nei testi sacri madhu e amṛta (ambrosia) sono sinonimi. Ma amṛta significa letteralmente a-mṛta, immortalità ed è quanto è insegnato dal Madhu Brāhmaṇa. Tutto ciò dipende dalla esposizione della scrittura; tuttavia, in accordo con il taglio critico di questo terzo Prakaraṇa, “ora ci si chiede: la non-dualità deve essere ammessa solo sulla base dell’autorità della śruti e della smṛti, o deve essere accettata anche su basi logiche? La risposta a tale domanda è che è dimostrato che può essere conosciuta anche su basi logiche”5. In che modo si dimostra logicamente, dunque, che il Brahman non duale, pur unico, appare come lo spazio differenziato nei vasi d’argilla, nell’ottica ādhidaivika, e al centro dell’individuo, nella prospettiva ādhyātmika? Ovvero come si dimostra che Īśvara-Hiraṇyagarbha, all’interno del ventre fatto di terra (pṛthivī)6 di Virāṭ, e il jīvātman, all’interno del ventre fatto di cibo (annamaya) dell’individuo, sono il solo, unico Brahman non duale? Lo si deduce logicamente in quanto, come lo spazio è unico anche se appare erroneamente frammentato all’interno dei vari contenitori e differenziato per la forma che assume da ogni singolo vaso, giara o stanza che lo contiene, così il Brahman non duale rimane unico nonostante appaia, per conoscenza errata, separato dai cinque kośa che pare lo contengano e lo distinguano in diversi individui. Questo è il senso della Kārikā.

    Il fatto che la non differenza tra il jīva e il Sé supremo sia provata da un’affermazione circa la loro identità, e il fatto che la diversità tra loro sia respinta, diventano facili da comprendere solo da questo punto di vista.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.13

    Il fatto che la non differenza (ananyatva) tra il jīva e l’Ātman supremo, accertata lo loro identità (abheda)7 attraverso il ragionamento e i Veda, sia lodata e insegnata dalle Scritture, da Vyāsa e da altri, e il fatto che la percezione della molteplicità, che è comune e naturale a tutti gli esseri e che è l’opinione formulata dai seguaci della logica secca, in contraddizione con le Scritture, è condannata dai conoscitori del Brahman come anche dai testi come “Ma non c’è un secondo” (BU IV.3.23), “È da una seconda entità che proviene la paura” (BU I.4.2), “Infatti, ogni volta che immagina la minima differenza in Esso, è colpito dalla paura” (TU II.7.1), “… e tutto questo non è altro che Sé” (BU II.4.6; IV.5 .7), “Chi qui percepisce la molteplicità come se esistesse, passa di morte in morte” (KU II.1.10). Tutto ciò che è stato detto così diventa di facile comprensione, cioè diventa logico soltanto da questo punto di vista non duale. Invece le opinioni aberranti immaginate dai logici, sono incomprensibili; vale a dire che quando le si esaminano non corrispondono ai fatti.

    [In definitiva, seguendo sia il ragionamento logico sia l’insegnamento della śruti tramandato da Guru come Vyāsa e dagli altri maestri della nostra paramparā fino al giorno d’oggi, si arriva alla certa conclusione che jīvātman e Ātman sono un’unica Realtà non duale. La percezione della molteplicità, attestata spontaneamente e acriticamente da tutti gli esseri che pensano per mezzo della mente sulla base di ciò che i sensi le presentano, è dovuta soltanto alla credenza che la dualità sia reale. Questa illusione è soltanto effetto dell’ignoranza, anche se i sofisti, che si fanno passare per sapienti, la sostengono come se fosse vera. Coloro che, invece, hanno conoscenza del Brahman (Brahma vidyā), vale a dire gli advaitin, condannano tale teoria in quanto contraria alla logica alla verità metafisica e in contraddizione con ciò che insegnano i Veda, com’è provato da innumerevoli passaggi della śruti. Se vengono esaminate alla luce dell’intuizione e del ragionamento basato sugli Sāstra, le argomentazioni dei logici risultano incomprensibili, contrarie alla Realtà e alla tradizione. In questo modo è definitivamente respinta l’idea che possa esistere qualsiasi distinzione fondamentale tra il Sé e l’io.]

    Gauḍapāda, Kārikā III.14

    La distinzione tra l’individuo e il Sé supremo, che è stata dichiarata (nel Veda) prima del racconto della creazione (nelle Upaniṣad), è da prendersi solo in un senso secondario in quanto ha in vista un risultato futuro (cioè dimostrare l’unità); perché tale separazione non è accettabile nel suo senso primario.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.14

    Obiezione: Poiché prima ancora dei testi upaniṣadici che trattano della creazione, la separazione tra l’individuo e il Sé supremo è stata dichiarata dai Veda in vari modi, nella sezione che tratta dei riti e dei doveri, in conformità con la varietà dei desideri (degli individui), espressa con parole come “desideroso di questo”, “desideroso di quello”, mentre il Sé supremo è stato dichiarato anche in mantra vedici come “Egli ha sostenuto la terra e il cielo” (RV X.121.1). Quindi, in caso di contraddizione tra le frasi della sezione sulla conoscenza (cioè le Upaniṣad) e il karma kāṇḍa (Saṃhitā, Āraṇyaka e Brāhmaṇa), perché dovrebbe essere considerata ragionevole soltanto l’unità attestata dal jñāna kāṇḍa?

    Risposta: Quella distinzione (tra jīva e Ātman) che viene dichiarata nella sezione rituale prima dei testi upaniṣadici dove si tratta della creazione, vale a dire: “Quello da cui nascono tutti questi esseri” (TU III.1); “Come dal fuoco volano piccole scintille” (BU II.1.20); “Da quel Brahman, che è questo Sé, è stato creato lo spazio” (TU II.1.1); “Che ha visto (cioè ha deliberato)” (ChU VI.2.3); “Che ha creato il fuoco” (ibid.), ecc., non rappresenta la Realtà suprema. Che cos’è allora? È un senso secondario che le viene attribuito (gauṇam), come la differenziazione degli spazi contenuti in vasi è attribuita allo spazio infinito. Questa attribuzione viene fatta in vista del risultato futuro, come nella frase “Egli cuoce il cibo”8. Infatti, i testi che parlano della differenza non possono mai ragionevolmente sostenerla in senso letterale, in quanto i testi che trattano della molteplicità del Sé non fanno altro che riproporre, al fine d’insegnamento, le diverse esperienze dell’essere indotte dall’ignoranza naturale. Invece, nelle Upaniṣad, nei testi che parlano di creazione, dissoluzione e così via, l’unica cosa che si vuole stabilire è l’unità del Sé individuale e supremo, come risulta da testi quali: “tu sei Quello” (ChU VI.8-16); “non lo conosce (chi pensa) Quello è uno e altro sono io.” (BU I.4.10). Pertanto, la reiterazione della percezione della molteplicità di questo mondo empirico è riportata dai Veda solo in senso secondario, facendo affidamento sulla futura dimostrazione dell’unità assoluta che le Upaniṣad faranno in seguito. Oppure la spiegazione è questa: la dichiarazione di unità è stata affermata nel passo “Uno solo, senza un secondo” (ChU VI.2.1), prima di quella in cui è esposto il processo di manifestazione, com’è introdotta nel testo: “[Quell’Esistente considerò: ‘Possa io diventare molteplice, possa io nascere’; e Quello creò il fuoco” (ChU VI.2.3) e ciò che segue. E che, ancora, culminerà nella proclamazione dell’assoluta unità con il testo “Quello è la Realtà, Quello è il Sé, tu sei Quello” (ChU VI.8.7). Pertanto, la separazione tra l’io e il Sé supremo che si incontra talora nelle Upaniṣad deve essere intesa in senso traslato come nella frase “Egli cuoce il cibo”, poiché ciò che qui si vuole asserire è l’unità assoluta [tra l’io e il Sé] che verrà stabilita in seguito.

    Obiezione: Anche se prima della creazione tutto era non-nato ed era “Uno solo, senza un secondo” (ChU VI.2.1), ciò nonostante dopo la creazione tutte queste cose sono sicuramente nate e, quindi, anche gli individui si sono differenziati.

    Risposta: Non è così, perché i testi della śruti che trattano della creazione hanno un obiettivo diverso. Questa obiezione è già stata confutata anche in precedenza quando si diceva che “proprio come il sogno, gli aggregati sono creati dalla Māyā del Sé” (MUGK III.10) e che la nascita e la differenziazione degli individui sono analoghe alla nascita e alla differenziazione degli spazi contenuti nei vasi (MUGK III.9-10). Poiché la falsità di questi è già stata dimostrata, si dà per dimostrata anche questa stessa argomentazione e perciò vengono qui riportati alcuni passi della śruti che trattano della creazione, scelti tra quelli che trattano della manifestazione, della differenziazione, ecc., al fine di comprovare che il loro unico scopo è quello di affermare l’identità del Sé e del jīva.

    [Obiezione: le Saṃhitā, gli Āraṇyaka e i Brāhmaṇa, vale a dire l’intero karma kāṇḍa vedico, hanno attestato che l’individuo è differente dal Sé assoluto prima ancora che le Upaniṣad lo avessero affermato nei vari passaggi riguardanti la creazione (sṛṣṭi)9. Tutti i rituali che vi sono descritti sono mossi dal desiderio del jīva. L’individuo desidera salute, ricchezza, figli; desidera raggiungere il cielo dopo la morte e, in seguito, ottenere una rinascita migliore. Al contrario, in quegli stessi testi l’Ātman supremo è definito come ciò che sostiene il cielo e la terra: quindi è chiaramente descritto come del tutto differente dal jīva. Perché, dunque, i vedāntin s’ostinano a sostenere come vere solo le affermazioni della non differenza, che, fra tutti i testi vedici si trovano solo in alcune parti delle Upaniṣad?

    Risposta di Śaṃkara: Ogni frase che nel karma kāṇḍa riguarda la creazione non rappresenta la verità ultima, ma deve essere intesa in senso gauṇam. Questo termine, aggettivazione del sostantivo guṇa (qualità o attributo), significa ‘che ha la funzione di qualificare, di descrivere’. Perciò gauṇam non è la realtà di un oggetto, ma il modo in cui appare e con cui può essere descritto. Per esempio, che il Brahman sia ‘onnipotente e onnisciente’ è un modo per descriverlo, è gauṇam, che si usa in quanto, nella sua Realtà assoluta, è indescrivibile. Per questa ragione la mente dell’individuo si raffigura Brahman come qualificato (saguṇa), mentre nella sua assolutezza è nirguṇa. Gauṇam, dunque, può essere usato a scopo d’insegnamento, al fine di comunicare da mente a mente, attraverso la parola, un concetto che però è indescrivibile per natura: ma cade in errore colui che considera gauṇam come la vera natura di ciò che è indifferenziato (nirviśeṣam), come fanno coloro che prendono realmente il non-supremo Brahman saguṇa per il Supremo. Per usare un esempio già noto, la forma ovale, il colore giallo, il profumo pungente, il gusto acido sono i guṇa, ossia rappresentano il gauṇam del limone, ma non sono la realtà del limone che rimane nirviśeṣam10. Gauṇam, quindi sta a significare un senso secondario, traslato, apparente, come l’esistenza effimera delle scintille che sono sempre nient’altro che fuoco; come le collane, gli orecchini, gli anelli che sono sempre nient’altro che oro; come i vasi, le giare, le brocche che sono sempre nient’altro che argilla. Coloro che rimangono prigionieri nell’illusorietà del vyavahāra s’immaginano delle ragioni comprovanti la realtà delle apparenze, le quali però, poi, si scontrano con l’evidenza dei fatti. Chi è scottato da un ferro rovente o da una scintilla da esso schizzata fuori, ha la prova definitiva che ciò che lo ha bruciato è il fuoco. Così, il valore dell’oro d’una collana è lo stesso dell’equivalente peso dell’oro informe; la maggiorazione del prezzo è dovuta alla ricompensa riconosciuta dall’orafo per la sua abilità. Ma il valore dell’oro rimane invariato. Si distinguono vasi, giare e brocche in base al loro utilizzo. Ma per un animale che non ne fruisce dell’utilità, si tratta sempre e solo di argilla. Prendere il senso secondario, ovvero l’apparenza, per la realtà è l’errore di chi pensa che lo spazio infinito e omogeneo sia suddiviso e ripartito in differenti contenitori. Come abbiamo visto, i passaggi delle Upaniṣad che riprendono i temi della parte ritualistica del Veda devono essere considerati parte della fase metodica dell’adhyāropa, devono essere considerati forieri della soluzione conoscitiva che si troverà, poi, nella fase apavāda. È come dire “egli cuoce il cibo”, perché si sa in anticipo che i vegetali sono cotti al fine di diventare cibo, come l’adhyāropa dovrà portare in seguito, grazie alla discriminazione (viveka), all’apavāda. Perciò la differenziazione, la molteplicità e la dualità, in cui ci si imbatte nella śruti, non possono mai essere prese come una realtà in senso primario, ma come un indizio o uno strumento, a scopo di insegnamento, per riconoscere l’Advaita. Perciò quando le Upaniṣad parlano di jīvātman e di Ātman vogliono soltanto evidenziare che la dualità, come la molteplicità che ne consegue, appare solo a chi è in preda all’ignoranza, esattamente come quando riportano l’opinione dell’uomo ordinario circa il Creatore (sṛṣṭikartṛ), la creazione (sṛṣṭi o visarga), il mantenimento (sthiti) e la dissoluzione (pratisarga o pralaya). Il fine della śruti, dunque, è di stabilire il senso primario della Realtà non duale, riconoscendo che il senso secondario deve essere considerato solamente quale indizio per riflettere e capire, vale a dire, per usarlo come adhyāropa al fine di discriminare l’apavāda.

    Obiezione: L’obiettore insiste nell’errore: questo mondo che ci circonda è percepito dai sensi, perciò è reale. Se è reale, ma relativo11, vuol dire che è nato, è stato creato. Perciò se l’Assoluto prima della creazione era non duale, non c’è dubbio che ora, dopo che è stato creato il mondo, c’è differenziazione e molteplicità.

    Risposta: Questa obiezione è stata già contraddetta quando si rifletteva sulla irrealtà della differenziazione che appare in sogno o durante le magie dell’illusionista, e che è come l’apparente frammentazione dell’unico spazio nei molteplici vasi e altri contenitori. La differenziazione è provocata dall’ignoranza del Sé, ovvero dalla Māyā che la mente proietta sull’Ātman come fosse altro da Sé, che impedisce di riconoscerlo come propria reale natura. Ma, se il ragionamento non basta, ecco una serie di autorevoli citazioni scritturali che sostengono queste argomentazioni.

    Gauḍapāda, Kārikā III.15

    La creazione, che è stata descritta in modo multiforme con l’aiuto degli esempi dell’argilla, dell’oro, delle scintille ecc., è solo uno spunto per ingenerare l’idea dell’unità. Invero, non esiste affatto alcuna molteplicità.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.15

    La creazione è stata descritta in vari modi per mezzo degli esempi dell’argilla, dell’oro, delle scintille12con il male della dualità, avverte anche gli odori sgradevoli; inoltre, senza l’olfatto, l’individuo può vivere ugualmente, perciò, di seguito, uno a uno furono eliminati tutti i jñānendriya. La parola anche fu bocciata, in quanto, sebbene possa veicolare la verità, da quando fu colpita dagli asura, proferisce anche la menzogna; inoltre, si può vivere ugualmente anche da muti, perciò, di seguito, uno a uno furono respinti tutti i karmendriya. Anche la mente, che può pensare cose giuste, ma trafitta dal male degli asura, pensa anche cose sbagliate; inoltre, si può vivere ugualmente durante il sonno profondo, perciò fu anch’essa esclusa. Invece il Prāṇa dimostrò di non avere alcun punto debole perché omogeneo; inoltre, senza il Prāṇa non si può vivere. Come si è già visto, il Prāṇa, come lo spazio, può rappresentare l’Ātman, per la sua infinità e onnipervasione. In questo modo si eliminano tutti gli anātman, facendo emergere l’Ātman quale unica Realtà

    Obiezione: Questa interpretazione è inaccettabile perché si basa solo su un senso secondario e traslato, senza nemmeno prendere in considerazione se ci sia o no un senso primario. Per noi i racconti sul dibattito tra le facoltà individuali sono reali, perché la śruti non mente.

    Risposta: I racconti che descrivono il dibattito sulla unità del Prāṇa, sebbene siano tutti finalizzati a indicare la sua incomparabilità rispetto alle facoltà individuali, sono molto differenti tra loro. Perciò non è possibile credere che possano essere presi alla lettera. Allo stesso modo, le descrizioni della creazione che si trovano nella śruti sono tra loro ineguali, per cui anch’esse vanno interpretate in senso traslato.

    Obiezione: I cicli cosmici (kalpa, manvantara, mahāyuga e yuga) che si sono succeduti nel tempo, di cui si ha notizia nella śruti e nella smṛti sono tutti diversi tra loro dall’inizio alla fine. Perciò, i racconti della creazione di ciascuno di essi potrebbero differire tra loro per questa ragione.

    Risposta: È proprio la diversità delle narrazioni a costituire la prova che non devono essere presi alla lettera. Attardarsi a discutere nei dettagli della creazione e dissoluzione non conduce alla conoscenza suprema. I diversi cicli, di dimensione maggiore o minore, sono tutti suddivisioni o parti del mondo manifestato (jagat). Ciò dimostra che la creazione si modifica, è divenire, è saṃsāra e, come tale, è apparenza sovrapposta all’Assoluto, che, invece, ne è la Realtà essenziale. Tutti questi racconti così vari che descrivono la creazione sono paragonabili ai molteplici modi in cui è descritto il dibattito sul Prāṇa: il loro fine è quello di insegnare qual è l’unica essenza reale: cioè che non c’è alcuna alterità tra il Sé e il jīva.

    Obiezione: Allora questi racconti possono diventare oggetto di meditazione (dhyāna), al fine di raggiungere l’identificazione tra l’‘io’ e il Sé.

    Risposta: Niente affatto! Non c’è nulla di positivo nel meditare a lungo, concentrando e sforzando la mente, e passare per i gradi di una via a tappe, con il rischio di arrestarsi lungo il percorso: tutto ciò che è molteplice è illusorio e non reale. Perciò si deve capire per mezzo del “neti neti” che ciò che è molteplice ed è prodotto dalla dualità, semplicemente non esiste (na asti).

    Obiezione: Ma, allora, perché tanti passaggi delle Upaniṣad insistono a ingiungere la meditazione?

    Risposta: Fa attenzione a ciò che è detto nella prossima Kārikā.]

    Gauḍapāda, Kārikā III.16

    Esistono tre fasi della vita a seconda del livello di comprensione inferiore, medio e superiore. La meditazione è raccomandata in questi tre stadi per compassione.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.16

    La parola āśrama significa ‘fasi della vita’, ma qui indica piuttosto il tipo di persone che le sperimentano: si tratta di persone che si applicano seriamente ai riti ingiunti dalle scritture, ossia gli appartenenti a caste differenti ma che seguono ugualmente la via del Dharma. Essi sono di tre tipi. Quali? Le persone che possiedono una capacità di comprensione inferiore, mediana e superiore, vale a dire che sono dotate della capacità di comprensione d’un intelletto ottuso, normale o acuto. La meditazione, come anche i riti, sono impartiti per compassione solo a quelli, vale a dire a vantaggio delle persone di intelletto medio e ottuso, che stanno sperimentando uno degli stadi della vita, ecc., ma non per le persone di intelletto superiore che hanno la certezza che il Sé è uno senza secondo. Questo è stato concesso dai Veda per compassione, per far sì che quelle persone, percorrendo il sentiero del Dharma, possano raggiungere questa visione superiore dell’unità, sulla base di śruti come: “Quello che non è compreso dalla mente, ma da cui, si dice che la mente è compresa, sappiate che è Brahman, e non ciò su cui la gente medita come fosse un oggetto” (KeU I.5); “tu sei Quello” (ChU VI.8.7); “Il Sé, invero, è tutto questo” (ChU VII.25.2) etc. Il corretto punto di vista è quello della realizzazione dell’Ātman non duale, com’è indicato dalla logica basata sulle scritture e dall’intuizione; qualsiasi altra prospettiva è falsa conoscenza non reale. Inoltre, la conoscenza dei dualisti è errata anche perché è inquinata da attrazione e repulsione.

    [Nei Dharma Śāstra sono descritti quattro fasi della vita (āśrama). Ma, in questa particolare kārikā, āśrama indica tre tipi umani che stanno praticando il svadharma in uno qualsiasi di quegli stadi della vita e indipendentemente da quali caste provengano. Si tratta delle persone che sono dotate di intelletto ottuso, medio o acuto, e che perciò hanno tre livelli di capacità di comprensione. I riti che si compiono con il corpo e con la parola, o con la mente, meditando su una rappresentazione simbolica di Īśvara, oppure direttamente sul suo concetto, sono impartiti alle persone di scarso o normale intelletto, in base a ciò che è prescritto dalla fase della vita in cui si trovano. Certamente nessun rito yantra, mantra o tantra viene indicato a quelli dall’intelletto superiore che hanno capacità di conoscere il Sé non duale. Il Veda ha predisposto riti e meditazioni a disposizione di coloro che non sono in grado di comprendere con facilità la propria vera natura per compassione nei loro confronti; in questo modo, percorrendo a tappe il sentiero del svadharma, purificando la mente con il karma yoga, alla fine, anch’essi, in una o più vite, potranno accedere al jñāna mārga. Solo la logica basata sulla śruti e l’intuizione conducono alla realizzazione del Sé non duale: tutte le altre vie rimangono nel dominio della dualità e dell’ignoranza. Inoltre, la conoscenza dualista è fatalmente contaminata dal desiderio e dall’avversione, ovvero da attrazione (rāga) e repulsione (dveṣa).]

    Gauḍapāda, Kārikā III.17

    I dualisti, convinti sostenitori degli argomenti che confermano le loro conclusioni, sono in conflitto l’uno contro l’altro. Ma la nostra dottrina non è in alcun conflitto con loro.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.17

    I dualisti che seguono il punto di vista di Kapila, Kaṇāda, Buddha, Arhat e di altri, sono fermamente radicati nelle teorie che confermano le loro conclusioni. Pensando che “la Realtà suprema è solo questa e non nessun’altra”, rimangono legati a questi punti di vista e, quando trovano qualcuno che si oppone alle loro tesi, lo odiano. Così, condizionati da simpatia e antipatia che derivano dall’adesione alle proprie convinzioni, si schierano l’uno contro l’altro. Come le nostre mani e piedi non sono tra loro in conflitto, così anche questa nostra conoscenza vedāntica, che consiste nel vedere lo stesso Sé in tutti, non si oppone loro, che sono reciprocamente in contrasto, proprio perché non si oppone ad altro da Sé. L’idea che si vuole trasmettere è, quindi, che la conoscenza perfetta consiste nel realizzare l’unità del Sé, che non è soggetta ai difetti dell’attrazione e della repulsione.

    Di seguito si spiega per quale ragione la nostra opinione non può essere in conflitto con la loro:

    [I seguaci del Sāṃkhya (Kapila), del Nyāya-Vaiśeṣika (Kaṇāda)13, del Buddhismo e del Jainismo (Arhat), provano attaccamento per le loro teorie che, a loro avviso, dipingono la vera Realtà. L’attaccamento è dovuto all’istintiva attrazione per la dualità; e, nel contempo, provano sentimenti di odio per chi sostiene una tesi diversa. Ciò accade perché il loro modo di pensare è contaminato dalla dualità di attrazione (rāga) e repulsione (dveṣa). La prospettiva advitīya, invece, rifugge da qualsiasi dualità e, come tale, non può dichiararsi alternativa a nessuna teoria dualista.]

    Gauḍapāda, Kārikā III.18

    La non dualità è la Realtà suprema proprio perché si crede che la dualità sia un suo prodotto. Ma per i dualisti c’è dualità anche in questo caso. Per questa ragione questa nostra dottrina non è in contrasto con la loro.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.18

    La non dualità è la Realtà assoluta in quanto la dualità o eterogeneità è una errata differenziazione che si immagina in quella non dualità, cioè è una apparente modificazione o effetto che si riscontra in parti della śruti, quali: “Uno solo senza un secondo […] ha creato il fuoco” (ChU VI.2.2-3), e in accordo anche con la ragione. Infatti, poiché la dualità non esiste quando la mente cessa di agire nel samādhi, nello svenimento e nel sonno profondo, la dualità è considerata come fosse un prodotto della non dualità. Ma per i dualisti non c’è altro che dualità in entrambi i punti di vista, sia in quello della Realtà assoluta (pāramārthika dṛṣṭi) sia in quello della realtà empirica (vyāvahārika dṛṣṭi). Questi illusi hanno una visione dualista, mentre noi, che siamo liberi dall’illusione, abbiamo una visione non duale in accordo con śruti: “Indra, a causa della Māyā, è percepito come molteplice” (BU II.5.19); “Ma non c’è un secondo altro da lui” (BU IV.3.23). Perciò, proprio per questa ragione (per la falsità del dualismo), questo nostro punto di vista non può opporsi al loro. Questo concetto può essere spiegato con il seguente esempio: un uomo in groppa a un elefante da combattimento non aizza il suo animale contro un pazzo che sta a terra e che lo sfida dicendo: “Anch’io sono seduto su un elefante rivale; spingi il tuo animale contro di me”, proprio perché non può essere in opposizione contro quest’ultimo. Così, poiché in realtà il conoscitore del Brahman è lo stesso Sé dei dualisti, per questa stessa ragione la nostra dottrina non può scontrarsi con la loro.

    [La non dualità è la realtà assoluta, come risulta dai mahāvākya di cui si è parlato in precedenza. Alcuni dualisti accettano questa verità, pur continuando a rimanere dualisti. Perché? Perché altri vākya della śruti riportano il racconto della creazione: non distinguendo tra l’autorevolezza delle affermazioni advaita delle Upaniṣad, che corrispondono al senso primario, e il senso secondario esposto nei vākya che riportano la credenza dell’uomo ignorante nella creazione, i dualisti accettano entrambi i punti di vista senza capire che sono incompatibili. Pensano, oltretutto, di essere suffragati in questo errore dall’esperienza. Infatti quando la mente è disattivata nel sonno profondo, nel samādhi, nello svenimento ecc., il mondo scompare nella non dualità14. Tuttavia il mondo riappare sempre alla fine di tale esperienza, nuovamente proiettato nella dualità. In base a questo, pensano che la non dualità e la dualità siano entrambi reali, anche se quando c’è l’una l’altra non c’è. Invece il conoscitore di Brahman è ben cosciente che la dualità semplicemente non c’è, non esiste, è non reale. La Realtà non è contrapposta alla non realtà, perché quest’ultima non esiste, perciò il vedāntin non può essere avversario di alcun sostenitore del dualismo; egli sa riconoscere che anche il dualista, nella sua vera natura, è l’Ātman non duale. Perché anche coloro che negano l’Ātman lo possono fare grazie all’Ātman. Sono, invece, i dualisti che si credono avversari degli advaitin, come quel pazzo farneticante che, seduto a terra, sfida a duello il guerriero in groppa a un elefante da battaglia.]

    Gauḍapāda, Kārikā III.19

    Questo Sé non nato appare differenziato a causa della Māyā e in nessun altro modo. Infatti, se diventasse realmente molteplice l’immortale diventerebbe mortale.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.19

    Il pensiero che la non dualità, che è la Realtà suprema, si differenzi realmente a causa della Māyā, è come la luna doppia vista da chi è affetto da diplopia, o come una corda che appare sotto varie forme d’un serpente, d’un rivolo d’acqua, ecc. Ma in realtà non è così, perché il Sé non ha parti: infatti, soltanto una cosa composita può trasformarsi attraverso una modifica dei suoi componenti, come l’argilla che si modifica in vasi di differenti forme ecc. Perciò l’idea che qui si vuole trasmettere è che il Sé senza parti e senza nascita non si differenzia in alcun modo, se non in apparenza. Infatti, se dovesse differenziarsi e diventare multiforme, ciò che è per sua natura immortale, senza nascita e non duale, diventerebbe mortale, come se il fuoco diventasse di natura fredda. E questa inversione della propria natura è da respingere poiché si oppone a tutte le prove di valida conoscenza. Il Sé, che è la Realtà (tattva) senza nascita (aja) e senza decadimento (avyaya), diventa molteplice solo a causa della Māyā, ma non in realtà. Perciò la dualità non è affatto reale.

    [Pensare che il Sé eterno e non duale si differenzi realmente a causa della Māyā producendo la dualità è un errore tipico dei dualisti. Oltre a attribuire una falsa realtà alla dualità, essi danno realtà anche alla Māyā, che così appare una potenza creatrice (Śakti), una sostanza (Prakṛti) che si modifica nei suoi prodotti, una radice contenente tutte le possibilità di manifestazione (mūlāvidyā), coeterna al Brahman. In realtà, la dualità è un errore conoscitivo (mithyā jñāna) della mente, e la Māyā altro non è che la proiezione di questo errore che produce l’illusione del mondo esterno. L’esempio della corda spiega come l’occhio veda la corda, ma a sbagliare è la mente che pensa di vedere un serpente, una ghirlanda o per quant’altro mai seguendo non il messaggio del senso della vista, ma le sue fantasie. Questo errore è anche paragonabile a quello di vedere due lune, provocato dal difetto della diplopia. Ma, in questo esempio il difetto sta nella vista che informa la mente in modo sbagliato15. Questi vari esempi servono a capire che la formula “la Māyā di Brahman” non vuole attribuire l’errore alla corda, alla luna e al Brahman: essa vuol dire l’ignoranza (Māyā) che la mente ha di Brahman. L’esempio della corda è sempre lo strumento più versatile per cercare l’intuizione della verità. È, infatti detto, che in simili condizioni di penombra, una persona prende la corda per un serpente, un’altra persona per una ghirlanda, una terza, per una fessura nel terreno, una quarta per un rivolo d’acqua, un’altra ancora per un ramo ecc. Le percezioni diseguali di tutte quelle persone stanno a rappresentare le diverse correnti dualiste (dvitīya prasthāna): il Sāṃkhya-Yoga, il Nyāya-Vaiśeṣika, la Pūrva Mīmāṃsā, il Buddhismo, il Jainismo, le dottrine del Vedānta dualistico, ecc., tutte accomunate dal medesimo errore di fondo. Il loro errore è evidenziato anche dal fatto che, a causa dell’accettazione della dualità, queste correnti sono molteplici e tra loro diverse e avverse. Ognuna vede la Realtà sotto una diversa forma apparente, quella che per la loro mentalità è più attraente e meno repulsiva. Questo errore dipende dall’idea sbagliata che l’Assoluto sia fatto di parti e che queste ultime si modifichino e assumano forme diverse. L’Assoluto è allora definito ‘Principio’16 le cui parti e modificazioni risultano essere degli effetti. Come si può notare, la dualità comporta anche l’emergere del problema della causalità: in altre parole l’errore della mente è quello di pensare secondo i parametri della relazione causa-effetto (kārya–kāraṇa sambandha)17, errore che comporta la presunzione che la condizione temporale sia necessariamente reale. Ma il non duale non può diventare duale, l’eterno non può diventare transitorio, l’immutabile non può diventare mutevole, l’immortale non può diventare mortale perché ciò contraddirebbe la sua propria natura. Sarebbe come se il fuoco potesse diventare freddo, cosa condannata sia dai pramāṇa sia dall’intuizione. L’Ātman diventa molteplice solamente per sbaglio, per abbaglio, per ignoranza a causa della Māyā. Perciò la dualità non è Realtà: è ignoranza.]

    Gauḍapāda, Kārikā III.20

    Coloro che parlano (senza conoscenza) sostengono la nascita reale di questo Essere assoluto che invece è non nato. Ma l’Essere non nato e immortale come potrebbe sottostare alla mortalità?

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.20

    Ma coloro che parlano di Brahman, quei chiacchieroni che interpretano le Upaniṣad, garantiscono che colui che è davvero senza nascita, che è per natura immortale, la Realtà che è l’Ātman, nasce in senso reale. Ma quel Sé, essendo per natura esistente, non nato e senza morte, può sottostare alla mortalità? L’idea è che non muterà in alcun modo la sua natura per assumere la mortalità come fosse un individuo.

    [Ci sono stati, e ci sono ancora, troppi chiacchieroni che osano distorcere il significato delle Upaniṣad per sostenere che il non-nato immortale, l’assoluta Realtà, nasca, prenda forma, si trasformi in Creatore, si modifichi in causa e in effetto, e si frammenti per dare origine alla realtà (vera o ‘relativa’) del mondo (prapañca) e dell’individuo (jīva). Con ciò si vuole affermare che l’Assoluto non muta la sua natura eterna per sottostare alle limitazioni apparenti di nāma-rūpa inventati dall’avidyā.]


    1. Come si può vedere, l’ātman con l’iniziale minuscola o essenza (rasa) significa il principio che regge l’involucro inferiore e, perciò, non ha affatto il significato di Sé assoluto, come è spiegato chiaramente nel secondo periodo di questa stessa Kārikā.[↩]
    2. Aggregato definisce ciò che è composto di parti e che, come tale, è mutevole.[↩]
    3. Realtà è Conoscenza e Conoscenza è Infinito. Invece le attribuzioni limitanti, i “così e così” che definiscono e distinguono ogni individuo, sono tra loro differenti per natura: alto non è basso, nervoso non è tranquillo, odioso non è amorevole, ottuso non è intelligente, provato dalla sofferenza non è fruitore di piaceri, tanto per rimanere tra gli upādhi riferiti ai cinque kośa.[↩]
    4. Onnipervadente (sarvagata) implica l’idea di omogeneità, ovvero che non è composto di parti; e tutto ciò che non è composto di parti è immutabile (nirvikāra).[↩]
    5. Introduzione del Bhāṣyakāra alla prima Kārikā del terzo Prakaraṇa.[↩]
    6. La terra è rappresentata simbolicamente dall’argilla con cui sono modellati i vasi.[↩]
    7. “Chiunque conosca quel supremo Brahman diventa realmente Brahman” (MuU III.2.9).[↩]
    8. Qui con cibo s’intende la forma finale che assumono i vegetali una volta cotti.[↩]
    9. Infatti, molti passi delle Upaniṣad, in cui si parla del rapporto Creatore-creato o Creatore-creatura, sembrano sostenere punti di vista tipici del karma kāṇḍa; tuttavia in quegli stessi testi è esplicitamente evidenziato il contrasto tra la concezione creazionista e la prospettiva advaita del jñāna kāṇḍa. Perciò è molto facile riconoscere che la prima rappresenta l’adhyāropa e la seconda l’apavāda, le due fasi del procedimento metodico upaniṣadico.[↩]
    10. Cfr. il nostro commento a MUŚBh 1. Limone è dunque il nome (nāma) o la denominazione (abhidhānam) che evoca il concetto mentale del frutto così denominato (abhidheyam), ma non ne è la realtà soggiacente che rimane incomunicabile in quanto nirviśeṣam.[↩]
    11. Relativo, comunque, significa sempre ‘in relazione con’, ossia indica il vyavahāra, il dominio dell’illusione, del non reale.[↩]
    12. ChU VI.1.4-6; MuU II.1.1.] e così via; tutte queste descrizioni della creazione, ecc., sono uno strumento didattico per produrre in noi l’idea che il jīva e il Sé supremo sono un’unica cosa. È proprio come la storia delle facoltà individuali, quali la parola ecc., che furono colpiti dagli asura con il male (pāpa), com’è narrata nel dibattito sul Prāṇa (ChU I.2.1-7; BU I.3.1-6; VI.1.7-13; PU II.1-4), al fine di generare l’idea della preminenza del Prāṇa.

      Obiezione: Anche questo che dite è inaccettabile!

      Risposta: No, in quanto la discussione sul Prāṇa ecc. è narrata in vario modo nelle diverse parti dei Veda. Se questi dibattiti fossero accaduti davvero, in tutti quei passaggi dovremmo trovare una narrazione uniforme, e non descrizioni eterogenee e contraddittorie. Invece, tra esse si riscontrano evidenti divergenze. Per questo motivo le śruti che riportano tali dibattiti non vanno presi alla lettera. Allo stesso modo vanno intese le frasi che descrivono la creazione.

      Obiezione: Poiché i cicli della creazione sono diversi, i passi della śruti che trattano di ciò che accade nel loro sviluppo, come anche della loro creazione, possono essere considerati diversi in relazione ai rispettivi cicli d’appartenenza.

      Risposta: Non è così, perché non servono a nient’altro se non a generare l’idea d’unità già citata. Non si può immaginare alcun altro scopo per i testi vedici che narrano di quella discussione o della creazione.

      Obiezione: Potrebbero essere considerati come oggetto di meditazione per raggiungere l’identificazione con il Sé.

      Risposta: Non è così, perché non può essere il fine ultimo l’attardarsi nella discussione sulle varie creazioni e dissoluzioni. Perciò i testi che esprimono la creazione, ecc. sono destinati semplicemente a generare l’idea dell’unicità assoluta del Sé, e non si può pensare che siano passibili di altre interpretazioni. Perciò non c’è (na asti) affatto alcuna molteplicità (separatività, bheda) causata dalla creazione ecc.

      Obiezione: Se, secondo le śruti come “Uno solo, senza secondo” (ChU VI.2.1), il supremo Sé, che è per natura sempre puro, cosciente e libero, è l’unica Realtà nel senso più alto e tutto il resto è non reale, allora perché nei testi vedici ci sono istruzioni sulle meditazioni come “Il Sé, mia cara, è ciò che deve essere realizzato” (BU II.4.5); “Il Sé che è privo di demerito […] (va ricercato)” (ChU VIII.7.1); “[Tutto questo è Brahman; tutto questo è nato da Quello, si dissolve ed esiste in Quello. Si deve meditare in pace perché una persona diventa ciò che è oggetto della sua meditazione. Perciò proprio com’è ciò su cui un uomo medita in questo mondo,] così diventa dopo essersene dipartito” (ChU III.14.1); “Il Sé soltanto deve essere meditato” (BU I.4.7) ecc. Perché, altrimenti, verrebbero raccomandati riti come l’Agnihotra?

      Risposta: Ascoltane la ragione:

      [Nella śruti la creazione non è descritta per comprovarne la realtà, bensì per far capire al cercatore intelligente che la relazione duale Creatore-creazione è dovuta a un errore conoscitivo, perché al di là di quella falsa apparenza la Realtà è non duale. Per spiegare questa verità di sono usati gli esempi dell’argilla e dei vasi, dell’oro e dei monili, del fuoco e delle scintille; il vicārin qualificato (adhikārin) capisce facilmente che l’argilla è reale, che l’oro è reale, che il fuoco è reale e che non c’è alcuna dualità. Così, per mezzo della discriminazione, arriva anche a capire che non ci sono due realtà, un Ātman supremo e universale e un jīvātman inferiore e individuale, ma sempre e solo l’unità del Brahman Assoluto e non duale. Questo avviene per discriminazione del Sé dal non-sé (Ātmānātma viveka), come nelle varie narrazioni del dibattito tra Dèi e asura sul Prāṇa: senza entrare nei dettagli, spesso assai diversi, dei brani upaniṣadici a cui Śaṃkarācārya di riferisce, il senso è quello che segue. Le varie componenti individuali dell’uomo presero a discutere su chi fosse il più potente tra loro. L’olfatto fu scartato perché, pur avendo la virtù di percepire i profumi, ferito dagli asura[[“Devāsurāh, gli Dèi e i titani. La parola ‘deva’ deriva dalla radice √dev, brillare. È così che si vedono le funzioni delle facoltà individuali, indriya, quando sono illuminate dalla luce delle Scritture. I titani, gli asura, in verità, sono le attività ordinarie delle facoltà individuali (indriya) che non sono illuminate [dalle Scritture]. Gli Dèi si oppongono a questi ultimi, perché sono intorpiditi dall’inclinazione a godere delle loro vite individuali, rappresentate in questo caso dagli oggetti dei sensi (jñānendriya) e dalle funzioni delle facoltà di azione (karmendriya) […]. L’asura, cioè l’attività ordinaria o pervertita dell’indriya, entrò in guerra con il funzionamento delle facoltà individuali illuminate dalla śruti. Allo stesso modo gli Dèi, in quanto loro avversari e dotati di conoscenza dei contenuti delle scritture, si impegnarono a sconfiggere gli asura, le cui funzioni ordinarie erano state pervertite. Questo significa che da tempo immemorabile c’è una guerra tra deva e asura che continua [ancora] nei corpi di tutti gli esseri individuali, con la volontà di vincere l’uno sull’altro. Questo viene narrato nelle Upaniṣad sotto forma di racconto, per condurre alla conoscenza al fine di purificare le facoltà di azione e a stimolare la discriminazione tra virtù e vizio. Gli Dèi e i titani sono tutti figli di Prajāpati, compreso lo stesso essere umano [che può essere] abilitato a compiere riti esterni e interni. Ciò è coerente con un altro testo vedico: “Qualsiasi persona è il grande Prajāpati”. Le funzioni opposte delle facoltà individuali della stessa persona, gli indriya, in altre parole, quelle che seguono le Scritture e quelle che seguono le tendenze mondane, sono proprio la sua progenie, poiché tutte derivano da lui (ChUŚBh I.2.1).[↩]

    13. Questi due darśana, che ormai da alcuni secoli non hanno più rappresentanti né seguaci, fin dall’epoca di Śaṃkara furono si erano in qualche modo fusi in un’unica scuola. Questa è la ragione per la quale Gotama qui non è nemmeno menzionato quale fondatore del Nyāya.[↩]
    14. Il sonno profondo è un’esperienza che ognuno fa quotidianamente. Lo svenimento non è un’esperienza frequente, ma che può capitare qualche volta durante la vita. Il samādhi è sperimentato in vita soltanto da certi iniziati durante la pratica avanzata di un metodo della scienza del non-Supremo. Tutte queste esperienze sono, quindi, sperimentabili in questa vita. Il pralaya non è sperimentato in vita, ma si arriva a dedurre per comparazione (upamāna) che è lo stesso tipo di esperienza di riassorbimento nel Brahman non duale.[↩]
    15. Questa differenza, invero, è perdonabile in un vicārin principiante. Infatti la vista, come tutti gli altri jñānendriya, non è altro dalla mente, poiché, in un’ottica più approfondita, la vista non è altro che ‘la mente quando vede’, ossia una ‘modificazione mentale’ (mānasa vikāra). Perciò sia nel caso di chi prende la corda per un serpente, sia in quello di chi vede due lune, l’errore è imputabile sempre all’ignoranza della mente. Questa precisazione sugli esempi vale ancor più se applicata a ciò che vogliono illustrare, ossia la non conoscenza dell’Ātman,da cui deriva l’errore di credere reale la dualità. In questo caso la mente, invece di conoscere in modo sbagliato altro da Sé, non conosce il proprio Sé perché essa stessa è l’errore, l’avidyā.[↩]
    16. ‘Principio’ è termine che presuppone una serie e una conclusione e, come tale, è del tutto scorretto attribuirlo all’Assoluto, come molti usano fare.[↩]
    17. Le teorie secondo cui la causa si trasformi (per emanazione, suddivisione o altro) nel futuro effetto (satkāryavāda) o che la causa crei qualcos’altro da sé che prima non esisteva (asatkāryavāda), sono entrambe errate perché sottomettono l’Assoluto alla condizione temporale. Anche il creazionismo semitico ricade nel medesimo errore: infatti immagina che ‘prima’ l’Assoluto fosse solo, per ‘poi’ creare il mondo al fine di avere compagnia, di farsi conoscere o per qualsiasi altra giustificazione ‘vyāvahārika’ teologicamente addotta. Alcuni hanno inventato, in alternativa alla successione temporale, una ‘successione logica simultanea’ al fine di salvare le proprie convinzioni. Purtroppo si tratta di un sofisma piuttosto debole, in quanto in tutte le successioni la condizione temporale è determinante: la causa viene in ogni caso ‘prima’ e i suoi effetti ‘dopo’.[↩]

    Cos’è l’Advaita?

      Jagadguru Śaṃkarācārya Śrī Śrī Candraśekharendra Sarasvatī Mahā Svāmīgal

      Cos’è l’Advaita?

      a cura di Maria Chiara de’ Fenzi

      Nota introduttiva

      Questo breve articolo è tratto dagli insegnamenti che il sessantottesimo Jagadguru Śaṃkarācārya del Kāmakoṭi Pīṭham di Kāñci (nato nel 1895, Pīṭhādipati dal 1908 al 1994) dedicava alle folle di pellegrini che si recavano a Kāñcipūram per averne il darśana. Non si tratta, perciò, dell’insegnamento per lo śravaṇa riservato ai vicārin dell’Advaita Vedānta; si noterà, infatti la semplicità del linguaggio, le frasi corte e incisive atte a essere facilmente recepite anche dai non iniziati (adīkṣita). Nondimeno è evidente come tale insegnamento sia di altissimo contenuto metafisico, del tutto scevro da ogni tono devozionale e libero dalla prospettiva limitante Creatore-creatura, tipica delle vie iniziatiche della conoscenza non suprema (Aparabrahman vidyā), in special modo di quelle in forma religiosa. Il lettore avrà modo di riflettere sulla chiara dichiarazione di Svāmījī circa la non realtà del mondo, in cui non c’è alcuna concessione alla falsa apparenza di una presunta ‘realtà relativa’ o ‘minore realtà’, che gli ignoranti si ostinano ad attribuire a ciò che si percepisce con i sensi nell’esperienza illusoria. Su questo sito sono stati pubblicati, a cura dei nostri collaboratori, numerosi contributi di maestri di diverse paramparā d’Advaita Vedānta del XX e XXI secolo, tutti inequivocabilmente concordi su questo punto fondamentale della conoscenza pāramārthika1. Si tratta degli scritti dei Jagadguru Svāmī Candraśekhara Bhāratī dello Śṛṅgerī Pīṭham, di Svāmī Svarūpānanda Sarasvatī dei Pīṭham di Dvārakā e Jyotirmaṭha, di Svāmī Niścalānanda Sarasvatī del Pīṭham di Purī, oltre alla presente pubblicazione; a questi si aggiungono gli insegnamenti di Guru di non poco conto quali Svāmī Pūrṇānanda Tīrtha ‘Uḍiyā Bābājī’, Svāmī Karapātrījī, Svāmī Satchidānandendra Mahārāja, Svāmī Prabuddhānanda, Svāmī Jñānandendra e Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī, oltre a sādhaka e paṇḍita celebri in India, quali Paṇḍita Krishnaswami Iyer, Paṇḍita Kulakarnijī, Śrī Praśānt Netijī, tutti unanimemente fondati sulle Upaniṣad e con il supporto di numerosissime citazioni tratte dai commenti di Gauḍapāda, Śaṃkara e Sūreśvara. A questi si aggiungano gli studi dei nostri collaboratori, Śrīmatī Maitreyī, prof. Gian Giuseppe Filippi, dr. Carlo Rocchi. In particolare, di quest’ultimo segnaliamo il notevolissimo studio “Alātaśānti. L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti” (Milano, Ekatos, 2021), ponderoso volume totalmente basato sulla śruti e su Śaṃkarācārya, che demolisce la presuntuosa ignoranza di quegli esoteristi italiani che, invece di sproloquiare a vanvera di Vedānta, dovrebbero riprendere da zero i loro studi tradizionali con umiltà e attenzione.

      MCdF

      Cosa significa Advaita? Significa senza secondo. Che non ci sia un secondo non sembra realistico, dato che qui ci sono migliaia di cose. Se non c’è un secondo, che vantaggio se ne trae? Non è chiaro? Solo perché non c’è un secondo si realizzerà ciò per cui lottiamo. Per cosa lottiamo? Lottiamo per eliminare tutte le sofferenze che ci affliggono. L’eliminazione delle sofferenze avverrà attraverso la realizzazione di ciò che è senza secondo, cioè la non-dualità. Lottiamo per eliminare la povertà, la fame, il disonore, la malattia, l’utilità delle cose relazionate (vyavahāra), il disagio mentale, ecc. Esiste un luogo dove queste sofferenze siano assenti? No. Eppure, si continua a lottare per eliminare le sofferenze. Attraverso le nostre azioni, c’è solo una pacificazione temporanea. Se grazie a un trattamento medico si guarisce una malattia, ne arriva un’altra. Il mezzo per la rimozione assoluta di tutte le sofferenze è l’Advaita. Grazie ad essa, la fame, la malattia, la morte, il disonore, l’utilità delle cose relazionate, la rabbia, la povertà ecc. non si ripresenteranno.

      Perché si soffre? Sarebbe bene che la fame, ecc. non ci affliggesse. Ma perché ci affliggono? Vediamo attraverso quale percorso arrivano. Arriveranno finché durerà il corpo. Ma se questo corpo se ne va, un altro ne prende il posto. Anche per quel corpo arriveranno la fame, la sete, la malattia, ecc. Quindi, se potessimo fare a meno del corpo, queste malattie scomparirebbero. Abbiamo molte nascite. Qual è la causa di queste nascite? Per quale motivo prendiamo un corpo? Perché dobbiamo subire le conseguenze delle azioni buone e cattive compiute nelle nascite precedenti. Il Sé non può subirle. Il fuoco non può bruciare il Sé, né l’applicazione di pasta di sandalo può raffreddarlo. Perciò è necessario un corpo. Come risultato delle azioni buone e cattive da noi compiute, il Signore ci dota di un corpo e ci punisce facendoci immaginare che “io” sia il corpo. Se un ragazzo commette un errore, viene picchiato per questo. Se nelle vicinanze c’è un medico e il ragazzo sviene non riuscendo a sopportare il dolore, viene rianimato e nuovamente picchiato. Gli viene dato del cibo e viene nuovamente picchiato. Per le colpe che abbiamo commesso, il Signore ci dà un corpo e così ci punisce. Se questo non basta, ci dà un altro corpo e ci punisce. Così, il peccato che commettiamo è la causa del corpo. Se non commettiamo più azioni negative, in futuro non avremo un corpo. Dobbiamo ricordare costantemente che non dobbiamo commettere tali azioni.

      Qual è la causa del merito e del demerito? C’è il desiderio di eliminarli astenendosi dalle azioni che li generano; ma non siamo in grado di evitarli. Se si vuole impedire a un albero di crescere, non basta tagliare i rami: bisogna eliminare il tronco. Allo stesso modo, dobbiamo discernere la causa dei demeriti e distruggerla. Perché compiamo azioni malvagie? Perché desideriamo possedere un oggetto e, pur di ottenerlo, cerchiamo delle scorciatoie. Questo è peccato. La causa che ci spinge a compiere azioni peccaminose è il desiderio. Se un oggetto è bello, nasce il desiderio di possederlo. La consapevolezza che una cosa è buona produce desiderio. Per soddisfare questo desiderio, compiamo delle azioni. Sapere attraverso i sensi che una cosa è bella è la causa del desiderio. Attraverso l’azione, possiamo produrre il risultato del desiderio o cambiarlo. La conoscenza non può essere prodotta, né cambiata.

      La punizione per le colpe che commettiamo è il corpo. Pertanto, se eliminiamo il desiderio che è la causa dei demeriti, ci sarà la distruzione della sofferenza. Come eliminare il desiderio? La via per eliminare l’infelicità non è insegnata in altri testi sacri, ma il Vedānta non omette questo insegnamento. Il Vedānta, che è la vetta dei Veda, insegna la via per eliminare l’infelicità.

      L’odio e il desiderio nascono solo nei confronti di oggetti diversi da noi. Non sorgono né desiderio né odio nei confronti di noi stessi. Poiché il desiderio nasce nei confronti di oggetti diversi da noi, non sorgerà se questi oggetti saranno resi identici a noi. Se tutti diventano identici a noi e se non c’è nulla di diverso da noi, il desiderio non sorgerà. Se non c’è desiderio, non ci sarà azione. Se è così, non ci sarà colpa. Quando non ci sarà colpa, non ci sarà il corpo. Quando questo non c’è, non ci sarà sofferenza. È per distruggere l’infelicità che si compiono le diverse azioni.

      Se c’è qualcosa di secondo oltre a noi, e se questa cosa è più potente di noi, nasce la paura. Se c’è qualcosa di bello, sorge il desiderio; e la mente è disturbata. Se non c’è un secondo, non c’è desiderio, né odio, né paura. Gli scorpioni e i cobra ci fanno paura. Se noi stessi identifichiamo a scorpioni e cobra, come potrebbe esserci paura? Avremmo paura di noi stessi? Finché ci sarà qualcosa di diverso in quanto secondo, ci sarà paura. Pertanto, ciò che l’Advaita realizza è l’assenza della dualità. Le Upaniṣad dichiarano che non c’è paura quando non c’è un secondo.

      Non ci sono forse molte persone al mondo? Come possono diventare tutti uno? Come realizzare l’assenza della dualità? Il Vedānta insegna che ciò che vediamo in questo mondo come molteplice è illusorio e afferma che tutti sono della natura di Īśvara. Noi non vediamo così. Se è vero che Īśvara è tutto, allora ciò che vediamo deve essere illusorio. Se ciò che vediamo è vero, allora la dichiarazione che Īśvara è tutto deve essere falsa. Se ciò che ci appare è vero, allora non ci dovrebbe essere sofferenza per noi. Ma l’infelicità c’è. Pertanto, ciò che il Vedānta insegna deve essere vero. Se è così, il fatto che tutti siano della natura di Īśvara deve essere considerato fermamente come verità e ciò che ci appare, illusorio. Il reale non è questo. I nostri occhi vedono ciò che è illusorio. L’Advaita insegna che esiste una Realtà che è il sostrato del mondo intero. Ciò che ci appare come esistente è tutto illusorio; la vera Esistenza, che è una sola, è l’unica Realtà.

      Se tutto è Īśvara, solo noi siamo diversi? Dovremmo dissolverci anche noi, come dovrebbe dissolversi quell’Īśvara. Allora non ci sarà una seconda entità. Ora vediamo le cose in modo diverso. Ma la vera visione è vedere tutto come Īśvara. Se anche noi ci dissolviamo senza lasciare un secondo, il risultato sarà buono. Anche nel mondo empirico, se due menti diventano una non può esserci conflitto. Allo stesso modo, se tutti diventano uno come Īśvara, noi diventeremo tutti; allora non ci sarà alcun desiderio nei confronti di noi stessi. In assenza di desiderio, non ci sarà peccato; e se non c’è peccato, non ci sarà corpo; e se non c’è corpo, non ci sarà alcuna sofferenza. Per distruggere l’infelicità, l’Advaita è la medicina. L’Advaita è ciò che realizza l’assenza della dualità. Vedere tutto come Īśvara è Advaita. Vedere la Realtà è Advaita. È questo che viene insegnato nei libri sacri.

      Molte obiezioni sono state sollevate contro questa posizione. Alcune sono di tipo logico, altre non sono basate sulla ragione. I testi sacri rispondono a queste obiezioni. Essi descrivono le discipline che portano all’Advaita. I manuali scritti dall’Ācārya [Śaṃkara] impartiscono lo stesso insegnamento.

      Ci si addormenta e poi dal sonno ci si sveglia. A volte si dorme bene e talvolta sogniamo. Lo stato di veglia è jāgrat avasthā, l’esperienza del sogno è svapna avasthā e il sonno profondo è suṣupti avasthā. Ci sono quindi tre stati di esperienza. La veglia serve per lavorare e il sonno profondo per liberarsi dalla stanchezza che deriva dal lavoro (karma). Questi due potrebbero, dunque, bastare! Perché deve esserci anche l’esperienza del sogno? Ho riflettuto su questo: Īśvara è ovunque, essendo il Brahman non duale ed è tutto della natura di Ātman. Perciò, per dimostrare questa verità, ha proiettato il mondo dei sogni come un indizio. Non c’è altro scopo. L’apparente pluralità del mondo empirico è simile a quella dei sogni. Nel sogno si verificano molteplici ostacoli e piaceri. Ma alla fine del sogno non rimane nulla. Svanisce persino il corpo che è apparso mentre si sperimentava il sogno. Rimane soltanto colui che era cosciente di quel sogno. Tutto il resto che sembrava esistere nel sogno, scompare. Quando ci si sveglia da quel mondo empirico che è il sogno, rimane solo la Coscienza. Questa è la vera Realtà. È ciò che viene chiamato Advaita. Siamo tutti advaitin; siamo dvaita nell’esperienza. Ma coloro che hanno la certezza dell’Advaita vedono nello stato empirico un sogno dvaita. In questo sogno, si subiscono malattie e sofferenze, ma noi siamo quelli che sanno che non c’è alcuno stato in cui ci sono malattie. Da che cosa si percepisce la dualità? Dell’esperienza immediata per mezzo del senso della vista, ecc. L’Advaita è conosciuto solo dal Vedānta, è ciò che è conosciuto dalla śruti, mentre la dualità è ciò che è sperimentato dal senso della vista, ecc. La scienza ci dice che il sole è molto grande, ma i nostri occhi ci dicono che il diametro del sole è solo d’un pollice. Con il palmo della mano si può coprire l’intero sole. Il sole, dunque, appare piccolo, ma qual è la realtà? Se solo ciò che vediamo fosse vero, non ci sarebbe bisogno dei testi. È solo ciò che non conosciamo che deve essere insegnato dai testi sacri.

      Nelle Upaniṣad, in alcuni punti si parla di Dvaita, in altri di Advaita. In quale contesto si parla di Advaita? È menzionato nel contesto in cui viene insegnata la natura del Brahman supremo. Nella Māṇḍūkya Upaniṣad, per esempio, quando viene insegnato il significato del Praṇava, si dichiara che tutto è della natura di Advaita, che Oṃ è tutto; qui ricorre l’espressione ‘Advaita’. Il termine ‘Dvaita’ ricorre in una Upaniṣad. Il contesto è il seguente: “Rimanendo come diversi, come si può percepire un oggetto che è diverso?”. In questo contesto compaiono le parole: “Dove, in effetti, c’è, per così dire, il Dvaita (dualità)”. Il significato di quel “per così dire” è: nello stato in cui ‘sembra’ esserci la dualità, ci sarebbe quell’esperienza (differenziata):

      Perché quando c’è, per così dire, la dualità, allora si vede qualcos’altro […] Quando, tuttavia, per il conoscitore di Brahman tutto è diventato Ātman, che cosa potrebbe vedere e tramite che cosa? (BU II.4.14)

      Perciò, dove tutto è diventato Ātman, si dichiara che lì, “c’è, per così dire, la dualità”. Nel contesto dell’espressione “per così dire” (iva), riguarda la dualità; invece, nel contesto dell’affermazione “Quando, tuttavia,[…] tutto è diventato Ātman”, si insegna la non dualità. Anche la parola “tu” (tuttavia) è menzionata nel contesto in cui si dichiara l’Advaita e, se dopo un’affermazione, compare la parola “tu” (tuttavia) o la parola “atha” (quando), significa che ciò che segue è la conclusione reale. Dopo le parole “yatra tu” (quando, tuttavia), si dichiara che “tutto è diventato l’Ātman”. Quindi, dall’espressione “tu” (tuttavia) dobbiamo dedurre la verità conclusiva che tutto è della natura dell’Ātman. L’espressione “iva” (per così dire) indica, invece, che si tratta di apparenza e non della realtà. L’espressione ‘come lui’ significa che non è lui in persona. Quindi, quando si dice “per così dire, la dualità”, significa che quella dualità non esiste, che si tratta di una mera apparenza. Ciò che s’impara con l’aiuto dei testi sacri è l’Advaita. Questa sola è la dottrina (siddhānta): solo il fatto che tutto sia Ātman è la verità.

      Qui è usato il termine Ātman. Ci si può chiedere: non dovrebbe essere Paramātman (il Sé supremo)? Se c’è il Paramātman, allora ci dovrebbe essere anche l’alpātman (il piccolo sé) come diverso da esso. Invece non c’è nemmeno Paramātman: è solo nello stato di dualità che c’è la distinzione tra Paramātman e jīvātman. Quando si realizza l’Advaita, esiste solo l’Ātman.

      La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad afferma: “dvitīyadvai bhayam bhavati”, dalla dualità sorge la paura, la sofferenza, la lotta, ecc. Desiderio, paura, sofferenza e lotta possono sorgere solamente se ci sono due differenti entità. Se qualcuno che ci è caro muore, sorge l’infelicità. Se muore sotto i nostri occhi, ci sentiamo angosciati. Pensiamo di non provare angoscia quando si morirà. Ovvero, quando moriremo non saremo noi in angoscia. Pertanto, se noi stessi siamo tutto, non ci sarà alcuna infelicità. Quando c’è il pensiero della differenza, allora c’è infelicità. Cos’è che provoca il desiderio? È solo quando c’è la consapevolezza della dualità che sorgono il desiderio e l’infelicità. Se l’altro diventa noi, allora non c’è alcuna infelicità. Come realizzare questa identità? Se tutti diventassero il Paramātman, ci sarebbe solo l’unico Sé.

      Perciò il Vedānta dichiara: la dualità non è necessaria; solo la non-dualità è la Realtà. Questa verità l’ha esposta il nostro Ācārya come una lampada splendente e ci ha chiesto di non dimenticarla. I suoi commentari sono chiamati commenti illuminanti (bhāṣya dīpa). Solo perché la parola Dvaita ricorre nel Vedānta, la gente ripete “Dvaita”, “Dvaita”. Non si chiedono dove, per quale motivo e prima di quale conclusione ricorra quel termine. È come la conclusione secondo cui negli ambienti vedici era diffusa l’abitudine di bere alcolici, a cui alcuni studiosi giungono sulla base dell’ingiunzione vedica “non bere alcolici”.

      Ora siamo nello stato di sogno (nidrā). Se ci svegliamo da questo stato, quello è Advaita. Se questa dottrina (siddhānta) s’imprime nella memoria, almeno una persona su centomila cercherà di raggiungerlo. È a questo scopo che i grandi Maestri hanno scritto le loro opere. Non basta sapere che a Kāṣī c’è la Gaṅgā; bisogna comprare il dovuto biglietto, viaggiare con il treno giusto, attraversare i nodi ferroviari durante il tragitto e, senza dormire troppo, arrivare a Kāṣī e bagnarsi davvero nella Gaṅgā.

      I Veda dichiarano che l’esperienza Advaita è quella da cui l’azione, la parola e la mente ritornano indietro perché non sono in grado di raggiungerla:

      Non si è soggetti alla paura in nessun momento se si conosce la Beatitudine che è Brahman, da cui le parole, insieme alla mente, tornano indietro, essendo incapaci di raggiungerla. (TU II.4.1)

      Se non può essere pensata dalla mente, come conoscerla? Qual è il significato di questa dichiarazione vedica? Qual è il significato dell’affermazione che il Sé non può essere pensato dalla mente? Se il Sé supremo potesse essere conosciuto, diventerebbe oggetto di conoscenza. Il conoscitore sarebbe allora diverso. Nella Kena Upaniṣad si dice:

      È conosciuto da colui per il quale non è conoscibile ed è sconosciuto a chi Lo reputa conoscibile. È sconosciuto a chi Lo conosce ed è conosciuto da chi non Lo conosce. (KU II.3)

      Qual è il significato dell’affermazione che il Sé non è conoscibile? Significa che non può essere oggetto di conoscenza. Non ha senso portare un’altra lampada per vedere una lampada. Una lampada è necessaria solo per illuminare ciò che non è luminoso. Per vedere una lampada non serve nient’altro. La Coscienza è auto-luminosa. Īśvara è la natura di quella stessa Coscienza. In molti passi degli inni tamiḷ, come il Tevāram, il Tiruvācakam e i canti di Tāyumānavar, si dichiara che Īśvara è “l’unica Coscienza”, che ha “la forma della Coscienza”.

      Per la mente il Sé non è oggetto di pensiero, ma la mente si ostina a pensarlo. Tutto ciò che la mente pensa è falso, ciò che la fa pensare è vero.

      Ciò che l’uomo non comprende con la mente, ciò in cui, si dice, la mente è contenuta, sappiate che Quello è Brahman e non ciò su cui la gente medita come oggetto. (KeU I.6)

      Tutto ciò che si vede in sogno è falso. Solo la Coscienza che vede è reale. È questo Sé che appare nel sogno come tutti gli oggetti visti. Quando il sogno finirà, ci si renderà conto che l’uno (la Coscienza) è l’unico a restare. Se non c’è differenza, non ci sarà né parola né conoscenza. È questa non-dualità che viene proclamata nelle Upaniṣad e negli altri testi sacri.

      Sull’albero che è il Veda, ci sono i fiori, le Upaniṣad. I Brahma Sūtra sono il filo che aiuta a farne una ghirlanda da portare al collo. Se colui che ha fatto il filo è stato Vyāsa, chi ha composto la ghirlanda è stato l’Ācārya. E noi siamo coloro che portano al collo la ghirlanda.

      Ciò che abbiamo compreso in modo definitivo è questo: la Verità è una sola ed è della natura di Īśvara. A causa delle impressioni passate, le cose appaiono diverse. Ma tutto deve diventare uno. Anche ciò che definiamo ‘noi’ deve essere dissolto. Per questo, è necessario studiare i testi sacri appropriati. I mezzi per farlo sono i Veda, le smṛti, i Purāṇa, la vista dei templi, la pūjā ecc. Sacrifichiamo qualsiasi cosa per ottenere la beatitudine eterna. Il saggio Re Janaka disse: “Ho rinunciato all’intero regno di Videha e ho rinunciato anche a me stesso”.

      Per raggiungere questo stato, la via più semplice è la contemplazione di Śrī Candramaulīśvara [Śiva]. Così ha detto Appaya Dīkṣita. Seguendo questa via, tutti potrebbero ottenere la realizzazione della non dualità.

      Soltanto con la benedizione di Īśvara si può realizzare la non dualità!

      1. Paramārtha, Realtà assoluta, è spesso reso (anche sul nostro Sito VVM) con il termine ‘metafisica’, in uso fin dai primi esordi della filosofica greca. Tale traduzione è del tutto accettabile, a patto che il suo significato sia chiaramente distinto da quello speculativo che fatalmente comporta. Anche recentemente, chi ha voluto usare e abusare di tale termine applicandolo all’Advaita Vedānta, non è stato scevro da questa nuance culturale occidentale, soprattutto di matrice aristotelica, arrivando perfino a parlare di una ‘metafisica parziale’. Deve essere qui chiarito definitivamente che, se si vuole usare ‘metafisica’ per paramārtha, si deve rispettare il suo senso di Assoluto che, per essere tale, non può mai essere concepito come ‘parziale’ o qualificato in modi differenti. Assoluto, per noi, significa sciolto o libero da ogni legame prodotto dall’ignoranza; perciò è incompatibile con qualsiasi idea che esista un residuo d’ignoranza (avidyā leśa) che lo renda ‘parziale’ o ‘relativo’, concezione errata sostenuta dagli esponenti della corrente vedāntica deviata della mūlāvidyā [N.d.C.].[↩]

      20. La luce della Realtà

        Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

        20. La luce della Realtà

        135. È possibile conoscere la Pura Coscienza

        Risposta al quarto dubbio: è possibile conoscere correttamente la Pura Coscienza?

        Risposta: di fatto non c’è necessità di conoscere la Pura Coscienza, perché è la nostra propria natura; invece l’uomo cerca generalmente ciò che è altro da sé (BhGŚBh II.16). Tuttavia a causa dell’interferenza predominante del punto di vista della veglia, la nostra natura essenziale ci è diventata estranea. Sebbene siamo Pura Coscienza, abbiamo la perseverante conoscenza erronea di essere divisi tra io e il resto; l’io conosce il resto con la sua consapevolezza. Nel sonno profondo non c’è questo concetto, dato che c’è solo Pura Coscienza senza alcuna divisione, quindi non c’è alcuno strumento per conoscerlo. È come bendare una persona e porla davanti a un bellissimo palazzo.

        Proprio come la gente non sa di calpestare una miniera d’oro, così chi ha il pregiudizio della veglia non conosce Brahman nel sonno profondo, sebbene s’immerga nella Pura Coscienza del sonno profondo giorno dopo giorno (ChU VIII.3.2).

        In altre parole, sebbene ciascuno sia per sua natura Pura Coscienza e vi si immerga nel sonno profondo, non è affatto consapevole di ciò. Perciò andare in sonno profondo non è sufficiente. Ciascuno deve avere questa conoscenza proprio in veglia e la può ottenere solamente indagando dal punto di vista universale.

        Risposta al quinto dubbio: se la Pura Coscienza diventa un oggetto di conoscenza di veglia, ciò non significa che la natura della conoscenza è cambiata? Come si può conoscerla con questa conoscenza?

        Risposta: mettendo da parte la Pura Coscienza per un po’, discutiamo dapprima sulla coscienza di veglia. Per questa coscienza è necessariamente richiesto un oggetto, come tutti sappiamo. Per esempio, quando conosciamo un libro, sorge nella nostra mente il pensiero del libro chiamato conoscenza del libro. Ovviamente il libro è fuori della mente, ma non del pensiero. Forse che la mente si stanca e diminuisce concependo il pensiero del libro per conoscere il libro? No, se vogliamo, possiamo abbandonare il pensiero del libro e concepire un pensiero diverso, come quello di una penna. Ciò prova che la mente non si logora per il numero dei pensieri e rimane intatta. Diciamo pure che questa conoscenza cerca di conoscere se stessa senza alcun oggetto esterno. In questo caso, la mente concepisce un pensiero d’un oggetto che è se stessa. In questo caso, la mente è oggetto e anche soggetto; in altre parole, conosce come soggetto e genera un pensiero come oggetto. Quindi, il pensiero della mente è reale quanto un oggetto esterno come il libro. Ciò non può essere negato, essendo materia della nostra esperienza. Dato che la conoscenza di veglia necessariamente ha bisogno d’un oggetto, se non può avere un oggetto esterno, deve oggettivare se stessa. Per coloro che non sono sādhaka è difficile continuare a oggettivare a lungo la propria conoscenza, poiché la natura della mente è estroversa. Quindi, così facendo, la maggior parte si addormenta. Alcuni entrano ogni tanto in samādhi o transe a causa di questa concentrazione. Non entreremo in dettagli dato che abbiamo deciso di esaminare solo l’esperienza o intuizione universale e non le rare personali esperienze come il samādhi.

        Poi dovremmo cercare di oggettivare solo la Pura Coscienza. Come fare? La Pura Coscienza dovrebbe essere contemplata esattamente com’è sperimentata in sonno profondo. Questa contemplazione è diversa da quella della coscienza di veglia. Per conoscere la coscienza di veglia è sufficiente che la stessa veglia diventi il soggetto e l’oggetto. L’intera coscienza di veglia funziona solo mantenendo la relazione soggetto-oggetto, perciò ogni conoscenza deve avere un oggetto. Il caso della Pura Coscienza è differente. Per contemplarla dobbiamo portare l’esperienza del sonno profondo alla mente abbandonando la soggettività della conoscenza di veglia. Non appena perde la sua soggettività, essa stessa va oltre la relazione soggetto-oggetto e diventa Pura Coscienza. Non c’è altro modo per contemplare la Pura Coscienza ovvero il non duale sonno profondo. Sappiamo bene che una larva (kīṭaka) diventa un’ape (bhramara). Sembra quasi impossibile credere che la larva si trasformi in un insetto così diverso. Qui, però, non è affatto impossibile, perché la coscienza di veglia è in realtà anche ora la Pura Coscienza. La sua soggettività è una falsa apparenza dovuta ai nomi e alle forme, che in realtà sono solo Pura Coscienza e si dissolvono nel sonno profondo. Se una persona cerca di capire la Pura Coscienza questa non diventa il suo oggetto; ma quando capisce che essa non è un oggetto, egli stesso perde la sua soggettività e diventa Pura Coscienza. L’Upaniṣad dice

        Chiunque conosca il Brahman Supremo, diventa veramente Brahman (MuU III.2.9).

        Quindi è veramente possibile conoscere la Pura Coscienza e la dottrina vedāntica non contraddice l’esperienza.

        136. Peculiarità della conoscenza della Realtà

        Dato che è solo la Pura Coscienza ad apparire dal punto di vista della veglia, assumendo la forma di ogni cosa,

        Perfino l’ignoranza è in realtà solo Pura Coscienza (BV II.1.74).

        Per questo anche la conoscenza erronea, finché appare, sembra conoscenza vera (samyaj jñāna). Quando cambia la sua forma e assume quella di un’altra conoscenza, di nuovo appare come se fosse conoscenza corretta. Perciò è vero che ogni conoscenza, essendo nella sua reale natura Pura Coscienza, appare reale finché appare. Tuttavia la conoscenza finale della Realtà ha una peculiarità. Questa conoscenza, infatti, dissolve il conoscitore, la conoscenza e l’oggetto di conoscenza in modo che non rimane alcun pensiero di averla capita e anche la conoscenza che dissolve diventa solo Pura Coscienza.

        Non c’è alcuna dualità in quella conoscenza (MUGK I.18).

        Non ci sarà alcun dubbio se la conoscenza è corretta o meno. Essendo certa è esatto chiamarla vidyā,le altre conoscenze sono solo ignoranza.

        137. La suprema Realtà è Esistenza, Coscienza e anche Beatitudine

        Finora abbiamo prestato attenzione alla non differenza fra Esistenza e Coscienza nella discussione sulla Realtà dal punto di vista della Coscienza. La Pura Esistenza è Pura Coscienza ed è la nostra natura essenziale per la quale abbiamo massimo rispetto e amore. In sonno profondo la nostra natura non è soltanto Esistenza e Coscienza, ma anche Felicità. Ciò è ben noto dalla sensazione di felicità e soddisfazione della mente che proviamo al risveglio. Se si ritiene che la Pura Felicità nel sonno profondo sia la sorgente e la verità di tutte le esperienze della veglia, sarà utile indagare anche questo aspetto. Se la nostra natura essenziale, oltre a essere Coscienza ed Esistenza, è anche Felicità, con la sua conoscenza otterremo lo scopo ultimo della vita umana. Si discuterà di questo nel prossimo capitolo.

        5. Fonte e verità della Felicità

        A. Solo l’Ātman è Felicità

        138. L’importanza dell’indagine sulla Felicità

        È bene studiare il punto di vista della Felicità paragonandolo a quello dell’Esistenza e della Coscienza. Si può prendere in esame qualsiasi cosa solo per curiosità. Generalmente s’intraprendono varie attività per curiosità o per passare il tempo. Ma presto o tardi si provano piacere, avversione o perdita d’interesse, quando la curiosità viene meno. La gente è attratta dai divertimenti per combattere la noia. È impossibile intraprendere un’attività senza avere un’aspettativa o una speranza. L’utilità, dunque, è l’ultimo fine degli sforzi degli uomini.

        Domanda: alcuni sostengono che non si dovrebbe avere altro fine se non la ricerca della verità, scopo della filosofia.

        Risposta: se non c’è altro vantaggio che quello di conoscere le cose, s’impegnerà su un argomento così futile soltanto chi pensa che la speculazione sia lo scopo della vita. Invece, chi crede che ci sia uno scopo più elevato non sarà interessato a passare il tempo a filosofare.

        Domanda: se gli śāstra non offrono alcun beneficio ci si può chiedere che vantaggio ne trarrà il lettore.

        Risposta: il Vedānta non è una conoscenza che riguardi vuote speculazioni teoriche al solo fine di soddisfare la curiosità. È uno śāstra per esaminare eper raggiungere un’esperienza. Se lo śāstra afferma che il più alto fine della vita umana può essere raggiunto con doveri rituali o che può essere ottenuto con la cerca del Sé, questa conclusione non ci appaga. Invece il Vedānta insegna che la perfetta Felicità, che tutti cercano, è già nella nostra esperienza se ci rivolgiamo al nostro interno. La si ottiene solo con l’intuizione. L’indagine sul Sé tende a tale scopo e l’esame della Felicità è importante affinché l’indagine sulla Realtà sia completa e fruttuosa.

        139. L’opinione corrente sulla Felicità

        È ragionevole aspettarsi che anche la Felicità sia la nostra natura essenziale, esattamente come l’Esistenza e la Coscienza. Tuttavia la felicità non è continuamente in noi come l’Esistenza e la Coscienza. Per esempio, siamo felici solo quando vediamo una bella cosa o ascoltiamo un suono piacevole, odoriamo una fragranza, mangiamo una prelibatezza, tocchiamo una cosa morbida o quando abbiamo buoni pensieri. Nel complesso possiamo dire che, diversamente dall’Esistenza e dalla Coscienza, sperimentiamo la felicità solo con qualche associazione (upādhi). Quindi dobbiamo investigare se la Felicità sia veramente la nostra natura o se venga per contatto con oggetti esterni. Dato che il godimento è in noi, possiamo dire che anche la Felicità è in noi; essa necessariamente dipende anche da oggetti esterni, almeno come supporto. Pensiamo che la felicità venga dagli oggetti di godimento in base alla loro qualità, quantità ecc., e quindi li accumuliamo. Ma è solo opinione dei profani che la felicità provenga dal godimento degli oggetti. La gente di un livello un po’ più elevato dice che se è vero che per la felicità si richiede un’associazione esterna, tuttavia non è necessario che si tratti di un oggetto grossolano come un suono ecc.

        Anche un’idea, un’immaginazione la rendono possibile, perché è un pensiero o una particolare condizione della mente. È evidente che la gente più colta trae felicità dalla letteratura, dalle scienze o dalla pratica di arti e musica, diversamente da quella della gente comune che trae godimento solo da oggetti esterni.

        140. Il Sākṣin è l’essenza di tutta la Felicità

        In entrambe le opinioni precedenti sono impliciti due punti:

        A) la felicità è un tipo di pensiero o condizione della mente;

        B) la felicità dipende da qualche associazione.

        Ora è importante discutere se la felicità sta nell’associazione o se viene attraverso quella. Anche in questo caso sarà utile seguire l’esame dei tre stati come si è fatto per l’Esistenza e la Coscienza. Non siamo interessati a conoscere soltanto come sorga la felicità nello stato di veglia, ma anche a identificarne la fonte e la verità. Solo il ragionamento basato sull’esperienza universale potrà scoprirlo. Consideriamo gli stati uno alla volta.

        1. Nello stato di veglia, come nel caso della conoscenza ‘io conosco questo’ (§ 19), c’è la triade conoscitore, conosciuto e conoscenza; similmente anche il godimento ha queste tre divisioni: lo sperimentatore, lo sperimentato e l’esperienza.
        2. Come usiamo gli organi di senso per conoscere, così usiamo gli organi di conoscenza e quelli d’azione per godere.
        3. Come la conoscenza, anche il godimento è un pensiero o condizione della mente (antaḥkaraṇa vṛtti). Il problema è se l’oggetto produca sempre un pensiero di felicità (sukha vṛtti) e, in tal caso, per quale particolare qualità. Se l’oggetto può produrre felicità, dovrebbe produrla sempre ed egualmente per tutti, ma non è così. Un oggetto può rendere felice uno e infelice un altro. La stessa persona può essere talvolta felice e in un altro momento infelice con lo stesso oggetto. Se l’oggetto possedesse una capacità intrinseca di produrre felicità, perché questa alternanza? Se si dovesse essere felici senza un oggetto, perché la mente dà così tanto valore agli oggetti ed è così attaccata a essi? Non c’è risposta a queste domande. Possiamo risolvere questa intricata questione così: un oggetto ci fa felici solo se ci è caro, non altrimenti. Un dolce può attrarre Rāma e dargli felicità, ma disgustare Kṛṣṇa che può assaporare un karela (zucchina amara) e trarne felicità. Entrambi godono dei rispettivi cibi, perché li ritengono graditi. È evidente che qualsiasi oggetto può procurare felicità solo quando c’è ‘amore’ per esso. Da ciò emerge un fatto: dato che l’attrazione appartiene per natura alla mente, l’uomo la trae dal suo cuore, riveste gli oggetti con il suo amore e li rende amabili per sé. Quindi, quando pensiamo che gli oggetti sono la causa della felicità, di fatto la causa reale è l’amore della mente per gli oggetti. Ora sciogliamo un altro nodo. Se l’amore è qualità della mente, perché si ama un oggetto e si prova avversione per un altro? Se gli oggetti non hanno alcuna felicità intrinseca, perché la nostra mente è interessata a essi? Perché soltanto l’amore, che è una condizione della mente, dovrebbe far sorgere la felicità? Perché non tutti i pensieri o condizioni della mente la fanno sorgere?

        141. Opinioni sulla relazione tra esperienza e Felicità

        Le precedenti domande sono simili a quelle già poste (§§ 91-92) sulla Coscienza. La principale ragione di ciò è che il conoscitore, supporto della coscienza di veglia, è anche il supporto della Felicità. Nel § 97 facevamo riferimento agli antichi naiyāyika che sostenevano quanto segue:

        • L’io per natura insenziente, ha la coscienza come sua qualità.
        • Anche la felicità è una qualità di Ātman quando è nella forma di io.
        • Anche la conoscenza, gioia, sofferenza, desiderio, odio, sforzo, dharma, adharma sono tutte solo qualità di Ātman.

        Se non è ragionevole dire che l’insenziente ātman possieda la qualità di coscienza, ciò vale anche per la Felicità.

        Alcuni vedāntin, seguaci di Rāmānuja e Madhva, sostengono che come la Coscienza è sia natura sia qualità di Ātman, ciò vale anche per la Felicità. La coscienza, come qualità, non può essere distinta dalla Coscienza come sua natura. Così non si può nemmeno riconoscere alcuna differenza fra qualità e natura della Felicità. Se la felicità non è la natura di Ātman, allora non si può conoscere la Felicità. Questa differenza tra natura e qualità è immaginata solo dal punto di vista della veglia.

        142. La Felicità come appare nel fruitore e nella fruizione non è indipendente

        1- Ora dobbiamo esaminare l’esperienza ‘io sono felice’. Qui la felicità include la relazione fruizione-fruitore, in quanto qualità e suo possessore. Questa felicità è indipendente o no? Con l’aiuto dello stesso ragionamento usato nel § 96 in riferimento all’Esistenza, sappiamo che la verità del fruitore e della fruizione è il Sākṣin che testimonia l’intero stato di veglia. La Felicità del Sākṣin non proviene da qualcos’altro, perché esso ci è sempre caro. Se essere caro è il segno del suo essere Felicità, allora il Sākṣin è il più caro di tutti. Ogni creatura sulla terra ama qualsiasi cosa altro da Sé solo per amore o per mezzo dell’amore per il Sé. Marito, moglie, figli, ricchezza, casta, dharma, potere, mondo, conoscenza, tutte queste cose ci sono care solo per amore del Sé (BU IV.5.6). Per amore di chi vogliamo gli oggetti? Per amore del proprio Sé. Anche desiderarli per gli altri è solo per il nostro interesse. Più una cosa ci è vicina, più la si ama. In definitiva si ama soprattutto ciò che è più prossimo a Sé.

        2- L’amore per Sé non ha bisogno di essere insegnato perché è innato.

        Domanda: perché una persona dovrebbe amare se stessa?

        Risposta: la scienza dice per l’autoconservazione.

        Domanda: perché una persona dovrebbe conservare se stessa?

        Risposta: non c’è nessuna risposta oppure si dice che la scienza non ne ha ancora scoperto la ragione. La vera ragione dell’amore per Sé è ‘la causa della felicità è l’essere caro’. Siccome il proprio Sé è il più caro di tutti, questo proprio Sé è il destinatario di tutta la felicità. Se non ci fosse felicità in se stessi, perché ci sarebbe così tanto amore per Se stessi?

        3- L’uomo ama qualunque cosa concepisca come io. Egli s’identifica al corpo e per suo amore è pronto ad abbandonare qualsiasi cosa. Dopo una prima indagine sul Sé, pensa che il prāṇa sia più caro del corpo, perché solo quando si è vivi si possono avere piaceri e felicità fisiche. La mente è più vicina al Sé del prāṇa, quindi è più cara del prāṇa. Per amore di un sentimento o di una soddisfazione emotiva, la gente si abbandona alla vita. La soddisfazione emotiva fa vivere più felici. La buddhi è più vicina all’Ātman, quindi è ancora più cara della mente. Il senso dell’io è il più interno di tutti. Questo è ciò che s’intende come io della veglia. Chi si identifica con lo stato di veglia, concepisce erroneamente l’io della veglia o la veglia stessa come la reale natura dell’Ātman.

        4- Quando si guarda dal punto di vista della veglia l’esperienza dell’io ha due qualità: la prima è kartṛtva-bhoktṛtva,cioè la qualità di essere agente e di essere fruitore. Dapprima c’è il desiderio (icchā) di ottenere qualcosa o di evitare qualcos’altro; poi il desiderio si esprime con lo sforzo (prayatna) di sperimentare gioia o dolore come risultato (kalam). Tutto questo è una proprietà dell’io. La capacità di agire è kartṛtva, e la capacità di gioire o soffrire dopo aver acquisito gli oggetti è bhoktṛtva. A causa della sua capacità di agire e di fruire, nello stato di veglia il senso dell’io assume la massima importanza. È per questa ragione che gli oggetti, i sensi, la volontà, lo sforzo e il godimento, esistono tutti in funzione dell’azione e della fruizione da parte dell’io, e non per se stessi. La seconda qualità del senso dell’io è jñātṛtva o capacità di conoscere, già discussa nel § 96.

        5- Anche la capacità di conoscere è finalizzata all’agire e al fruire. Le cose si conoscono con la capacità di conoscere e, di conseguenza, ci si sforza di acquisire ciò che si desidera e si evita ciò che non si desidera. Si è felici se questi sforzi vanno a buon fine. Tutto questo, cioè conoscere, agire, sperimentare è detto vyavahāra o vita di relazioni. Perciò durante la relazione la conoscenza è mirata agli sforzi, gli sforzi sono mirati al godimento e quindi solo quest’ultimo è il più importante vyavahāra. La gente è deliziata dalla vita mondana (saṃsāra) ritenendola piena di felicità e agisce attivamente per acquisire gli oggetti di godimento, poiché il senso dell’io ha la capacità di fruire. In breve, tutti i processi della vita cessano se non c’è capacità di godimento e, attorno a questa, gira l’intero saṃsāra. Si considerano molto intelligenti coloro che hanno successo nell’ammassare ricchezza od oggetti di fruizione con il minimo sforzo, che si circondano delle persone amate tenendosi lontani da coloro che non piacciono e, se necessario, sopprimendole o mandandole in rovina.

        6- Anche se si ha un così grande amore per questo senso dell’io, possiamo dire che esso è l’ultimo oggetto di tutto il nostro amore? Sì, se guardiamo dal punto di vista della veglia. Tuttavia, dal punto di vista universale del Sākṣin, si perde l’eccessiva identificazione con l’io della veglia e si resta Sākṣin, che è il Testimone dell’intero stato di veglia, compresi il senso dell’io, fruitore, fruizione e oggetto di fruizione. Come la nozione dell’io, associata alla capacità di fruire, è l’io più interno dello stato di veglia, così anche il Sākṣin è l’io più interno se lo paragoniamo all’io fruitore, se osservato dal punto di vista universale. Se si riflette in profondità, solo questo è l’ultimo fine dell’io. Quindi, l’amore più grande che abbiamo è solo per Esso che, perciò, è l’ultima fonte e la verità della Felicità.

        143. La Felicità è l’essenza dell’io

        C’è, dunque, un irresistibile amore da parte di ogni creatura per ciò che considera io. La fruizione (bhoga) e l’oggetto di fruizione (bhogya) sono desiderati solo perché in relazione con io e mio. Senza tale relazione dell’io con gli oggetti non ci può essere fruizione; è per questo che una persona non può godere al posto di un altro. L’io come fruitore, in veglia, usa a suo vantaggio tutte le cose e crea l’illusione in cui solo lui è il ricettacolo della felicità. La qualità di fruitore non è la vera origine della felicità, perché il fruitore talvolta diventa infelice, il che sarebbe impossibile se fosse la sorgente della felicità. L’uomo, che con egoismo pensa che la sua esistenza sia la cosa più importante, si deprime quando alcune cose insignificanti non seguono le sue aspettative. Quando è del tutto senza speranza è pronto a commettere suicidio. Questo prova che fruitore non è il reale significato della parola io, perché è pronto a sopprimerlo. C’è un altro significato dell’io, Testimone di questo io-fruitore: questo Sākṣin-Testimone è la nostra vera naturadi Felicità, perché non può mai essere detestato né abbandonato. Quando si guarda dal punto di vista del Sākṣin, la precedente identificazione con l’io-fruitore s’indebolisce. La felicità che appariva nell’io fruitore e, per suo tramite, nei pensieri e negli oggetti, è in realtà solo il Sākṣin, fonte originaria e verità di tutta la Felicità. La Taittirīya Upaniṣad illustra dapprima cinque ātman immaginati da avidyā: annamaya, fatto di cibo, prāṇamaya, fatto di prāṇa, manomaya, fatto di mente, vijñānamaya, fatto d’intelletto, ānandamaya, fatto di felicità. Infine insegna il reale Ātman della natura di Beatitudine, che è la sorgente e la verità di tutte le varie esperienze di felicità. In questa lista di ātman il manomaya ātman è il conoscitore (jñātā) degli oggetti, vijñānamaya ātman è il kartā che determina e agisce e ānandamaya ātman è il bhoktā, che è il più interno di tutti. Lo stesso ānandamaya è ciò a cui ci si riferiva come io, avente la capacità di fruizione. La śruti così parla di lui:

        La cosa più cara è la sua testa perché il fruitore è più caro di qualsiasi altra cosa. La gioia è la sua mano destra, la letizia è la sua mano sinistra; la sua essenza è il Sākṣin della natura di Felicità (TaiU II.5.1).

        Se si capisce questo non si trova differenza né divisione nella natura del Sākṣin.

        B. I gradi della Felicità

        144. I tre livelli della Felicità

        Domanda: se la Felicità è realmente il vero Ātman senza differenze e divisioni, come avvengono gli stati e la distinzione di felicità e dolore che si ritrova in essi? Se accettiamo che felicità e dolore non sono egualmente sperimentati da tutti, ma in gradi diversi, è possibile aiutarsi o danneggiarsi reciprocamente. Se la felicità non è negli oggetti, perché il contatto con essi è diventato indispensabile per ottenerla? Questo non prova che c’è un certo tipo di felicità negli stati?

        Risposta: si può dare la stessa risposta che abbiamo già dato a proposito dell’Esistenza e della Coscienza, dividendo la Felicità in tre livelli.

        • La Felicità del Sākṣin che testimonia gli stati è veramente reale (pāramārthika) perché non proviene da altri. Non dipende da tempo, spazio e causa; non ha inizio né fine, ma rimane sempre la stessa.
        • Il seguente livello di felicità sorge a causa degli oggetti esterni e dura fintanto che c’è relazione con essi. Questa è chiamata felicità relativa o empirica (vyāvahārika).
        • Una felicità temporanea può insorgere anche da cose immaginate. Per esempio, una persona può pensare che liberarsi dal dolore sia felicità; o quando una persona toglie un peso dalla testa, può pensare che questa sia felicità; un altro può ritenere che la felicità sia superare una malattia. Se una persona invidiosa vede che un suo rivale ha perso denaro, si sente felice. Questa felicità che insorge da cose immaginate, immaginarie o apparenti è chiamata prātibhāsika, felicità immaginata. Vedendo l’argento nella madreperla della conchiglia, una persona può sentirsi felice. La divisione della felicità in questi tre livelli non si trova nei testi vedāntici tradizionali, com’è invece nel caso dell’Esistenza e della Coscienza. Tuttavia non è sbagliato seguire la stessa logica.

        145. La felicità empirica è in realtà solo Pura Felicità

        La felicità empirica, infatti, è solo la reale Felicità e non qualcosa di differente (§ 99). Śaṃkara dice:

        Quando vari oggetti di godimento vengono a noi a causa dei meriti (puṇya) del nostro karma passato, allora un particolare pensiero della mente lo copre e come risultato diventa puro. Allora la felicità dell’Ātman come Sākṣin si riflette nel pensiero della mente. L’oggetto esterno aiuta, ma non produce l’apparizione della felicità, anche se la gente la chiama felicità prodotta dall’oggetto. […] Inoltre la gente non riconosce che questa felicità nata dagli oggetti esterni è una qualità di Ātma. (TUŚBh II.5.1)

        Tuttavia la felicità è solo l’essenziale natura dell’Ātman e non la sua qualità, perché esso non ha nascita, morte ecc. esattamente come quel che riguarda la Coscienza, com’è stato discusso nel § 102. È vero che la gente sperimenta la felicità a diversi gradi. C’è una spiegazione in questa citazione:

        Più ci sono le qualità di salute, forza, conoscenza, ascesi, controllo, distacco ecc. maggiore è la felicità che appare nella mente. (TUŚBh II.5.1)

        Tuttavia non si deve pensare che in questi casi la Felicità realmente vari in grado e qualità, da persona a persona o nella stessa persona in tempi diversi. Come s’è già detto, una e una sola Felicità appare in gradazione nei vari stati della mente. Perciò la śruti dice

        Egli solo rende tutti i jīva felici. (TaiU II.7.1)

        Tutte le creature vivono soltanto con poche gocce di questo oceano di Felicità. (BU IV.3.32)

        146. Le variazioni nella Felicità sono dovute a Māyā

        Obiezione:

        1. Il Sākṣin-Coscienza e lo stato che testimonia sono differenti.
        2. Nello stato c’è la divisione fra me e il resto; la felicità è a vari gradi a causa del contatto con vari oggetti. Essendo questa la nostra esperienza, come puoi dire che la felicità insorge senza alcun oggetto?
        3. Tu dici che la felicità è una e indivisa nella nostra esperienza. Ma, contrariamente a questo, affermi che ci sono tre livelli di felicità: reale, empirico e apparente.
        4. Se l’infelicità è sempre diversa dall’esperienza della felicità, non è un ottimismo irrealistico dire che tutto è solo Felicità?

        Risposta: rispondiamo prendendo in considerazione anche il sogno e il sonno profondo, come nel caso della Coscienza (§ 103-104).

        1. Il Sākṣin non è limitato a uno stato, e gli stessi stati non possono esistere indipendentemente dal Sākṣin. Questo prova oltre ogni dubbio che gli stati e la felicità che appare in essi non sono altro che il Sākṣin.
        2. Sebbene in sogno vediamo felicità e infelicità causate da oggetti vari, come pure gradazioni nella loro esperienza, la triplice divisione di fruitore, fruizione e oggetto di fruizione, è una mera apparenza. Di fatto noi riteniamo che non esistano affatto. Tuttavia questo stesso Sākṣin testimonia l’apparente tripuṭi (la triplice divisione). Non c’è nessun’altra fonte per tutta l’apparente felicità e infelicità, eccetto il Sākṣin, che è della natura di Felicità.
        3. Quindi, anche nella veglia, i tre livelli di felicità, come pure la divisione fra felicità e infelicità, non sono altro che il Sākṣin della natura di Felicità. Questo dal punto di vista universale, cioè del Sākṣin.
        4. L’infelicità, immaginata da un pessimista, è in realtà solo Felicità. Quindi l’ottimista che vede ogni cosa come felicità è in armonia con la verità. Con ottimismo intendiamo il punto di vista comprensivo del Sākṣin. Se non si assume questo punto di vista, rimanendo solo nell’ottica della veglia, essere ottimisti non funziona e l’infelicità non scompare; e se diciamo che non c’è infelicità è solo un’affermazione audace che nega il fatto. L’ottimismo della mente della veglia è solo un sofisma. Così il conflitto tra l’ottimista e il pessimista non può essere rimosso solo con la logica della veglia.

        9. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

          Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

          9. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

          Agama Prakaraṇa

          Mantra 4-5

          Se Brahman ha quattro pāda, i primi tre pāda implicano l’intero errore, sia l’avidyā kalpitam sia lo śāstra kalpitam. Quando l’uomo si considera un corpo, il metodo (prakriyā) chiamato śāstra kalpitam è adhyāropa dṛṣṭi. Così i tre pāda non devono escludere nulla; quindi, se il primo pāda indicasse solo il vegliante e non l’universo di veglia, quest’ultimo sarebbe fuori dal primo pāda. E, se il secondo pāda indicasse solo il sognatore e non l’universo del sogno, allora anche il secondo pāda lascerebbe fuori il mondo del sogno. Quindi, il primo, il secondo e il terzo pāda devono includere ogni particolare di adhyāsa, ogni particolare del kalpitam. Qualsiasi cosa sia kalpitam è implicato nei tre pāda, sia l’avidyā kalpitam sia lo śāstra kalpitam. Entrambi i problemi, come anche la prakriyā, sono rappresentati dai tre pāda. I tre pāda sono, dunque, il mezzo; il quarto pāda è il fine. Ciò significa che per mezzo della falsificazione dei tre pāda si capisce il quarto pāda, così quello che è capito è il Quarto. Il Brahman, il Fatto, e il metodo per capire il Fatto si conseguono con la correzione dell’errore. Perciò, correggere l’errore è il metodo e la Realtà capita è lo scopo. Correggendo la percezione del serpente, si capisce la corda; non c’è successione temporale (kāla krama)in questo. Si può anche dire che, capendo la corda si corregge la percezione del serpente: è la stessa cosa. Perciò i primi tre pāda sono chiamati kāraṇa sādhanam e il Quarto è Sadyam (immediato), è karma sādhanam, cioè l’argomento capito. Quando io lo capisco significa che capisco la mia esistenza come nirviśeṣam. Quello che è capito è detto karma sādhanam, il mezzo con cui si capisce è detto kāraṇa sādhanam. Così il primo pāda non deve escludere nemmeno una piccola parte della veglia e, perciò, il vegliante e l’intero universo di veglia è il primo pāda chiamato Virāṭ. Il nirviśeṣam visto come sognatore e sognato, è chiamato secondo pāda, quindi, a questo punto, sorge questa domanda: se il vegliante è descritto come primo pāda, perché s’include l’intero universo? Perché l’universo non ha alcuna esistenza se non in relazione al vegliante. L’identità cosciente del vegliante non è mai limitata, è comprensiva dell’intero jagat. Perciò il vegliante implica l’individuo, il pramāta, come anche l’intero prameya; perciò il primo pāda significa Virāṭ e non piṇḍātman. In quanto limitati alla forma, siamo chiamati piṇḍātman, che significa ‘una parte’; questo corpo è solo piṇḍa, una frazione (paricchinna) della misura di un pollice; come comprensivo, apparendo sia come vegliante sia come universo di veglia è privo di divisione (aparicchinna). Questo è il primo pāda.

          Bisogna capire la rilevanza della parola saptāṅga (con sette membra): con saptāṅga s’intende Virāṭ. Perciò il primo ‘piede’ (prathama pāda) include l’intero universo. Quindi, prathama pāda è bahiṣprajña (cosciente dell’esterno), jāgrat sthāna (stato di veglia), saptāṅga, ekonaviṃśati mukha (con diciannove bocche), sthūla bhuk (fruitore del grossolano), Vaiśvānara. Il secondo pāda include l’intero stato di sogno. Il mahāvākya inizia proprio qui, affermando che come piṇḍātman sei Vaiśvānara; non sei limitato, sei onnicomprensivo. Il saṃskāra su cui riflettere sulla propria comprensività, inizia con il primo pāda. Nel capire il primo pāda, s’inizia pensando che non si è limitati in quanto esseri coscienti, perché in realtà, non si ha alcuna altra identità. Anche il sognatore è fondamentalmente cosciente; lo si può chiamare sognatore, ma è cosciente. In quanto essere cosciente è onnicomprensivo. Poi viene il terzo pāda. Tutti questi tre pāda sono falsificati alla luce del Quarto. Quando il terzo pāda viene capito, è il Quarto pāda, è libertà dal terzo pāda. Non capito, rimane attaccato al primo, al secondo e al terzo pāda; una volta capito, non ci sono pāda. L’acqua, capita come origine dell’onda, è il Quarto, perché non c’è alcuna relazione origine-creazione. L’origine capita, non è più considerata origine, è libera dalla relazione origine-creazione.

          Il terzo pāda può essere guardato in tre modi, anche se lo śāstra ne parla in due modi. L’uomo comune dice che è uno stato di ignoranza e questo è il primo punto di vista. “Non conoscevo nulla, non conoscevo il mondo, non c’era alcun pensiero sul mondo e su me stesso; è una completa ignoranza”: questo è ciò che pensa l’uomo comune nello stato di veglia. Tutti i punti di vista sul sonno sono fatti in veglia. Non si può avere un punto di vista sul nirviśeṣam nel nirviśeṣam: tutti i punti di vista sul nirviśeṣam sono nel dominio del saviśeṣam. Uno di questi punti di vista è che “Non conoscevo nulla, non c’era sofferenza (duḥkha), ero pacificato, dormivo beatamente; ma non conoscevo nulla, quindi ero in uno stato di ignoranza e di oscurità”. Questo punto di vista dell’uomo comune è preso come verità dai buddhisti, in quanto vacuità. Il punto di vista universale sullo stato di sonno profondo, dai buddhisti è considerato il Fatto. Non possono proprio superarlo perché, in un modo o nell’altro, danno credito alla visione universale1 sul sonno profondo. Il punto di vista dello śāstra è che esso non è assenza di tutto, non è uno stato d’ignoranza, è uno stato della propria presenza libera dall’ignoranza, libera da qualsiasi oggetto, libera dalla percezione della veglia, libera dallo stato di sogno. Poiché non si può sperimentare l’assenza di qualcosa, si deve ricordare la presenza di qualcosa e si può solo fare un vikalpa, una specie di conclusione: “Era lì, devo ricordarlo”, e allora si dice “Ora non è lì”. Devo pensare per sentire l’assenza. Ma questo pensiero non c’è nel sonno: ma se questo pensiero non c’è nel sonno, come può essere uno stato d’assenza? Non puoi imbatterti in uno stato d’assenza, non puoi pensare all’assenza, non c’è un anubhava dell’assenza, non puoi mai sperimentare l’assenza. Perciò il sonno profondo non è sperimentare la vacuità, non è uno stato di semplice ignoranza, perché l’ignoranza sta nell’errore. Nel deho’ham (io sono questo corpo)io posso sentire l’errore, nell’errore posso sentire l’errore e nell’errore posso provare anche l’ignoranza. Se non c’è il deho’ham in suṣupti, non c’è ignoranza; non è un’esperienza d’ignoranza, non è uno stato in cui si sperimenta oscurità e vacuità, non è uno stato in cui si sperimenta l’assenza, non si può sperimentare unicamente l’oscurità, perché per chiamare l’oscurità oscurità, si deve ricordare la luce. Se si chiudono gli occhi è buio e per considerare l’oscurità come oscurità, è necessario il ricordo della luce. Quando chiudo gli occhi la chiamo oscurità perché ricordo quello che c’è quando ho gli occhi aperti. Questo è un pensiero, se non vi dispiace! L’oscurità è un pensiero e così anche la vacuità e l’ignoranza sono pensieri. Ma nel sonno profondo non ci sono pensieri, quindi non può essere uno stato in cui si sperimenta la vacuità, l’oscurità o l’ignoranza. È essere la propria presenza meno tutto questo (idam), è uno stato di libertà da tutto il pensiero, è uno stato di Essere. Non è uno stato in cui si sperimenta śūnya (il nulla); anche se questo è il punto di vista dell’uomo comune, se si è veramente obiettivi, la verità emerge da sola. Se non c’è pensiero, come può esserci oscurità? Se non c’è pensiero non c’è neanche memoria; e se non c’è memoria, come può esserci oscurità? Se non c’è identificazione con il corpo, come può esserci ignoranza? Se non c’è ricordo, come può esserci assenza? Quindi non è uno stato di assenza di cose, è uno stato della propria presenza libera da tutto. Non è uno stato di assenza di tempo, è uno stato della tua presenza libera dal tempo; è uno stato del tuo bhava (essere)senza kāla (tempo). È uno stato di tua presenza libera da spazio, libera dall’universo. Il punto di vista dello śāstra è che è uno stato di presenza di nirviśeṣam. Ma lo stesso śāstra, quando insegna il nirviśeṣam come kāraṇam (causa od origine) di jāgrat e di svapna, lo chiama Īśvara. Nirviśeṣam insegnato come origine della veglia e del sogno è chiamato Īśvara: questo è detto śāstra kalpitam. Ma in realtà, suṣupti è la presenza del proprio Sé come nirviśeṣam: questo non è immaginazione (kalpitam). La sua descrizione come nirviśeṣam è kalpitam, la sua presenza non è kalpitam. La sua descrizione come nirviśeṣam è kalpitam, il nome usato è kalpitam, ma la sua presenza è akalpitam. Il silenzio è sperimentato come akalpitam, ma la parola silenzio è kalpitam. Il nirviśeṣam insegnato come origine della percezione di veglia e di sogno è chiamato Īśvara, e questo è il terzo pāda. Come è detto dallo śāstra, il primo pāda è Virāṭ, il secondo è Hiraṇyagarbha e il terzo è Īśvara e il Quarto è il Fatto, il nirviśeṣam. Rendendo falsi i tre pāda, quando si falsifica jāgrat e svapna, si falsifica anche il terzo, il nirviśeṣam in quanto origine, la relazione origine-creazione è così falsificata. Anche īśvaratvam (la realtà di Īśvara) è falsificato, avendo dietro solo il nirviśeṣam. Così i primi tre pāda sono kāraṇam sādhanam, il Quarto è karma sādhanam. Quindi i primi tre pāda sono i mezzi con cui posso capire; falsificando i tre io capisco il Quarto, quindi i tre sono gli strumenti e il Quarto è il fine. Nel sonno profondo si sta come nirviśeṣam, questo è l’argomento trattato. Ma, invece di capire suṣupti come presenza di se stessi in quanto nirviśeṣam, la si pensa come uno stato di assenza: questo è avidya, questo è il problema. Così, quando si sperimenta l’oggetto, si sta solo sperimentando il nirviśeṣam, si sperimenta solo la presenza, non l’oggetto. L’oggetto è kalpitam, il soggetto dell’anubhava sei tu stesso, è la tua presenza con una forma. La tua presenza, anche se in relazione alla forma, non è la presenza dell’oggetto, è la tua presenza. Quando l’onda si forma, non si deve dire che è la presenza dell’onda; è la presenza dell’acqua con una forma kalpitam. Similmente, anche qui, quando si vede l’universo, non è uno stato di presenza dell’universo, non è uno stato di presenza del tempo, del pensiero o dello spazio. È uno stato della tua presenza con jagat kalpitam. Anche il sogno è la tua presenza con il sogno kalpitam. E il sonno profondo è la tua presenza meno la forma. In tutti e tre gli stati, quello che è presente è il proprio Sé. Così descrivere il vegliante e l’universo di veglia assieme è Virāṭ, il sognatore assieme all’universo di sogno è Hiraṇyagarbha. La si può mettere in questo modo: il nirviśeṣam visto come vegliante e universo di veglia è Virāṭ, come sognatore e universo di sogno, è Hiraṇyagarbha; lo stesso nirviśeṣam insegnato dalla śruti come causa di Virāṭ e di Hiraṇyagarbha è Īśvara, e nirviśeṣam in quanto nirviśeṣam, è il Quarto pāda. Non è uno dei pāda kalpitam; i primi tre sono kalpitam, il Quarto è il Fatto stesso, la Realtà. Per questo la śruti dice: “Caturtham manyante” (“Si deve conoscere così il Quarto” MU 7). Lo descrive innecessariamente come Quarto, perché ricade nel campo dei pāda, è trattato assieme ai pāda. Quando il fatto è menzionato con i tre pāda ci si riferisce a esso come pāda, altrimenti non è un pāda, è solo il fatto. Il primo, il secondo e il terzo pāda, possono essere falsificati, il Quarto no: è la propria esistenza. Il primo e il secondo pāda sono la propria percezione, il terzo pāda è prakriyā2e il Quarto è la propria esistenza. Avendo esaminato il primo e il secondo pāda, passiamo ora al terzo

          5

          Yatra supto na kaṅcan kāmam kāmayate na kaṅcan svapnam paśyati tat suṣuptam ǀ
          Suṣuptasthāna ekībhūtaḥ prajñānaghana evānandamayo hyānandabhuk cetomukhaḥ prājñastṛtīyaḥ pādaḥ ǁ

          Questo stato è il sonno profondo, laddove il dormiente (yatra suptaḥ) non desidera alcun oggetto e non vede alcun sogno. Il terzo pāda è Prājña (il Cosciente), che ha come campo il sonno profondo (suṣupta), in cui tutto diventa unificato, che è soltanto una massa di mera coscienza indifferenziata, che è pienezza di beatitudine (Ānanda), della cui beatitudine gode, e che è la porta (mukha) verso l’esperienza (degli altri due stati di sogno e di veglia).

          Secondo l’uomo comune, suṣupti è uno stato d’ignoranza e la parola Prājña si riferisce a quel punto di vista. Il punto di vista dello śāstra è che non è uno stato d’ignoranza, è uno stato della propria presenza meno ogni altra cosa: è uno stato di sperimentazione della tua presenza, e, in quanto stato del nirviśeṣam può essere chiamato Prājña; è uno stato di solo Essere non duale, svarūpa avasthā. Lo si chiama avasthā perché jāgrat e svapna sono avasthā, altrimenti è svarūpa. Essere acqua non è svarūpa sthāna, è svarūpam. Perciò Prājña è il punto di vista dell’uomo ordinario, è ciò ch’egli pensa e non l’esperienza. È il punto di vista del vegliante riguardo suṣupti. Generalmente ciò che accade è che nel pensiero comune, a causa della mediocrità delle idee, non si capisce che il punto di vista del vegliante su suṣupti è avidyā. Lo śāstra non dice che è uno stato d’ignoranza, ma che è uno stato di tua presenza, perché l’ignoranza non può mai essere ignoranza assoluta. La non comprensione avviene soltanto per una mescolanza di conoscenza erronea. Non può esserci la non comprensione senza fraintendimento. Quando non c’è alcun fraintendimento, non c’è non comprensione, è uno stato di propria presenza. Quando non c’è alcun oggetto, si pensa che ci sia assenza di oggetto; ma questo è sbagliato: non è un’esperienza, non si può mai sperimentare l’assenza delle cose, non si sperimenta mai esclusivamente ignoranza, non si può mai sperimentare l’oscurità in quanto essa comporta l’assenza di percezione. Mentre si percepiscono le cose, si può pensare all’assenza, si può visualizzare senza quelle cose. Perciò l’assenza di qualcosa è un pensiero, la presenza di uno oggetto è un pensiero, ma nello stato di sonno profondo non stai pensando né alla presenza di cose né alla loro assenza; Non è uno stato di presenza di cose né di assenza di cose. È uno stato di tua presenza libero dalle cose. È uno stato della tua presenza non duale. I buddhisti non hanno affrontato questo. Non crediate che tutti i grandi filosofi siano molto acuti. Non è così. Non è che tutti i grandi speculativi siano intelligenti. Generalmente, chi pensa sulla base degli śāstra è una persona elevata. Se il tuo pensiero non è in accordo con lo śruti pramāṇa, per quanto geniale tu sia, la tua conclusione sarà sbagliata. È molto difficile rendersi conto che è privo di senso che si possa sperimentare l’assenza delle cose. Le persone pensano sempre di sperimentare la presenza e l’assenza di cose. Non puoi superare questo ostacolo. Il buddhismo è nato da questo ostacolo, è l’incarnazione di questo ostacolo. Tutti i filosofi fanno lo stesso errore: di sperimentare la presenza e l’assenza delle cose. Ma una volta che scopri che non si può sperimentare l’assenza, non sperimenti nemmeno la presenza; stai solo sperimentando te stesso con il pensiero della presenza. Percependo cose, non stai sperimentando la loro presenza; esse non hanno presenza, solo tu hai presenza. Essere è la tua natura e che il mondo sia presente è il punto di vista di avidyā.

          Quindi, cerca di capire che Prājña ha due significati: quando si riferisce al punto di vista universale dell’uomo comune, è un punto di vista sullo stato di sonno profondo, ma non è un’esperienza. Per l’esperienza, lo śāstra si riferisce a essa come Prājña che significa unicamente essere cosciente, libero da pensiero. Anche nello stato di veglia non si può sperimentare l’assenza di pensiero; si stanno solo ricordando i pensieri e non la loro assenza, non si può sperimentare l’assenza di pensieri, cioè che i pensieri non sono lì. Quello che è presente sei solo tu, è la tua presenza libera dal pensiero. Non si può nemmeno dire che è la tua presenza meno i pensieri: è la tua presenza libera dai pensieri. Questa è la tua presenza. Quando il pensiero viene è la tua presenza con un pensiero: senza il pensiero è la tua presenza libera dal pensiero; e quando non c’è affatto pensiero, affatto ricordo e neppure tempo, è la tua assoluta presenza libera da ogni cosa. Così il punto di vista dell’uomo volgare (“non c’era nulla, non c’era il mondo e gli oggetti ecc.”) è stabilito dalla parola Prājña, mentre lo śāstra dice che non è uno stato d’ignoranza o assenza di cose od oscurità; è uno stato di tua presenza. Come stato della presenza del nirviśeṣam è Prājña (il Cosciente); ma è chiamato Prajñāḥ (la Coscienza): “Prajñāḥ eva Prājña” deve essere capito come Prājña, è solo jñāna svarūpam, è solo anubhava svarūpam, non c’è alcun anubhava viśaya (oggetto d’intuizione o di esperienza). Quel Prājña è il terzo pāda, il nirviśeṣam, insegnato come origine, è il terzo pāda. Lo stato di sonno profondo è quando si dorme senza avere alcun desiderio e quando si è liberi da tutti i desideri, non si sogna. “Na kaṅcan kāmam kāmayate” (“Non desidera alcun desiderio”) significa essere liberi dallo stato di veglia; e “na kaṅcan paśyati” (“Non vede nulla”) significa che è libero dal sogno. Quando cioè si è liberi dalla veglia e dal sogno, allora è suṣupti, che non è uno stato di pensiero, ma è il mio Essere. Se questa è la natura, perché non ci si risveglia illuminati? L’illuminazione presuppone l’incorporamento e questo deve essere discriminato. Si deve correggere l’errore nel campo dell’errore. I tre stati sono un indizio per riconoscere la mia reale natura; non per la corretta conoscenza o l’errata conoscenza, ma per la mia natura. La corretta comprensione è sempre differente dalla propria natura. Quando sono libero dai pensieri, è la mia presenza, la mia natura. Se il pensiero fosse la mia natura, non potrei essere realmente libero da esso; quando sono libero dal mio pensiero, non sono in relazione con la veglia né con il sogno: non sono qualificato né dalla veglia né dal sogno. La mia presenza non è relazionata alla veglia e dove la mia presenza non è relazionata al sogno e alla veglia, quella è la mia natura. Quindi cos’è suṣupti? È il proprio svarūpam; ma suṣupti è vista dall’uomo comune come un terzo stato. È forse sperimentata come terzo stato? No, nella veglia io penso allo stato di sonno profondo come a un terzo stato, ma questo stato non è sperimentato come terzo. È universalmente considerato da tutti come terzo stato, ma la śruti lo interpreta così: questo terzo stato che tutti pensano così, questa suṣupti è svarūpam, anche se quello che è visto universalmente come terzo stato è chiamato suṣupti. ‘Supti’ (suṣupti) significa tornare al proprio Sé. Cos’è tornare al proprio Sé? Vuol dire tornare a essere libero da ogni cosa, libero dal dominio del pensiero, essere la propria natura. Perciò dove uno è libero dalla veglia e dal sogno, quello è svarūpam, anche se è visto come terzo stato chiamato suṣupti sthānam.

          Ora, consideriamo suṣupti come terzo stato, cioè dal punto di vista universale: nel suṣupti sthānam non ci sono divisioni. Svarūpa è ekam, ma dal punto di vista universale, in quanto non manifestato, è ekībhūtam, omogeneo. Nella veglia i pensieri sono diversi uno dall’altro, c’è un senso di divisione e così anche nel sogno. Ma nello stato di sonno profondo non c’è senso di divisione, è uno stato indivisibile; non c’è la divisione di pramāṇa, pramāta e prameya né la divisione soggetto-oggetto, vedente-visto, udente-udito. Prajñānaghana (massa di coscienza unificata) è uno stato di esperienza senza alcuna divisione, è uno stato di esperienza libero dalla divisione di sperimentatore-sperimentato. Non immaginare che sia nulla (śūnya); se fosse śūnya, ti chiederei: come puoi conoscerlo? È la mia esperienza. Quell’esperienza è chiamata prajñānaghana e quello śūnya che immagini dallo stato di veglia, non è lo stato di sonno profondo. Questo è solo prajñānaghana, è un’esperienza indivisibile, è uno stato di esperienza solo della tua presenza; è anubhava svarūpam. Non c’è anubhava viṣaya, non c’è oggetto d’esperienza, ma è uno stato d’esperienza. Dal punto di vista dell’uomo ordinario, suṣupti è ānandamaya in quanto è seguita dal saṃsāra: invece, per l’esperienza, è Ānanda svarūpam. È chiamata prajñānaghana dall’uomo comune, perché è seguita da vibhim prajñānam (consapevolezza della paura), che significa dvaita prajñānam. È chiamata prajñāna ghanam, ma per l’esperienza è solo prajñānam. Dal punto di vista dell’uomo comune è ekībhūtam, altrimenti è ekam. Per l’uomo comune è ānandamaya, per l’esperienza è Ānanda. Per l’uomo comune è ānanda bhuk, il fruitore di ānanda, ma per l’esperienza non c’è relazione fruitore-fruito; tu sei solo Ānanda svarūpam. Cetomukhaḥ è la natura della Coscienza ed è l’accesso (dvāram) per la veglia e il sogno, per tutte le percezioni, è la sorgente dell’intera creazione (sṛṣṭi), è chiamato Prājña perché dal punto di vista dell’uomo comune significa prāyeṇa ajñaḥ (generalmente ignorante), mentre per lo Śāstra è svarūpam. L’uomo comune pensa che sia un’assenza di questo e di quello, ma non è uno stato di esperienza di assenza, perché non si può sperimentare l’assenza. Quando dici “sperimento l’assenza del sesto elemento” non stai sperimentando la sua assenza, stai solo ricordando i cinque elementi e immagini che ‘il sesto non sia lì’; è uno stato di ricordo dei cinque e il ricordo dei cinque e l’immaginazione dell’assenza del sesto sono entrambi pensati, mentre la presenza appartiene a te, è la tua presenza. Questo è il terzo pāda dal punto di vista dell’uomo comune che lo pensa come terzo stato, mentre lo Śāstra dice che è sperimentare la propria presenza libera da ogni cosa, non duale. Non è possibile sperimentare l’assenza di qualcos’altro, perché non è possibile sperimentare l’assenza di qualcosa. Perciò suṣupti non è sperimentare l’assenza, è uno stato libero da ogni cosa. Se non c’è duḥkham non dire che è uno stato di assenza di duḥkham, ma che è uno stato della tua pacificata presenza libera da duḥkham; la parola ‘libero da duḥkham’ è un ricordo di duḥkham. Il linguaggio che si usa per la Verità, non è una parte della Verità, è solo usato per adhyāropa dṛṣṭi. È dal punto di vista della creazione che usiamo il linguaggio e questa denominazione non qualifica la Realtà. Usiamo il linguaggio per discriminare la creazione dalla Realtà, quello che è veramente sperimentato da ciò che è percepito; per discernere l’anubhava svarūpam e l’anubhava viṣaya. Per insegnare la differenza tra questi, lo Śāstra usa il linguaggio, ma questo non è parte della Realtà. Quando non c’è duḥkham sei pacificato, è la tua presenza meno duḥkham. Ma la definizione “è la tua presenza meno duḥkham” non fa parte della tua esperienza; la denominazione che si riferisce all’esperienza non è parte dell’esperienza, è parte dell’insegnamento. Devi essere acuto, quando tratti di Vedānta; per le altre cose puoi essere ottuso. Ora la śruti dice che quello che chiami terzo pāda è nirviśeṣam; per l’esperienza della veglia, è veramente l’origine della veglia, il tuo svarūpam è l’origine del mondo della veglia. Dove non percepisci lo stato di sogno, dove non hai alcun desiderio, dove non sogni nulla, quello è suṣupti; è chiamato suṣupti universalmente, ma non è suṣupti, è svarūpam. Non è uno dei tre stati: per l’esperienza è il proprio Sé. Non è mai sperimentato come uno dei tre stati. Per sperimentare suṣupti come uno dei tre stati, dovrei avere il ricordo degli altri due. Perciò, per l’esperienza è il nirviśeṣam; non stai sperimentando alcuna presenza di qualcosa né alcuna assenza. Sperimentare la propria presenza è davvero svarūpam, è detto suṣupta sthāna; lo chiami suṣupta, quindi è suṣupta sthāna. Dal punto di vista universale è ekībhūtam (unificato), in quanto avyākṛta è ekībhūtam; altrimenti, per l’esperienza è ekam. Guardandolo come stato non manifestato è prajñānaghana, altrimenti è parajñāna svarūpam. Per l’uomo comune è ānandamaya, per l’esperienza è Ānanda. Per l’uomo comune è ānanda bhuk, invece è Ānanda Svarūpam. Per lo Sāstra prakriyā è cetomukhaḥ, mentre è nirviśeṣam, libero da kārya-kāraṇa bhāva. Ho esposto entrambi i punti di vista su suṣupti: quello dell’ignorante e quello in base all’esperienza. Anche per guardare correttamente la propria esperienza bisogna essere obiettivi. Generalmente si ascolta soltanto quello che è ripetuto da generazioni e si pensa che sia così; ma quello che la gente pensa è il proprio punto di vista, non il Fatto. Il Fatto è sempre la propria esperienza; la propria esistenza come propria esperienza. È chiamato Prājña: secondo l’uomo comune è prāyeṇa ajñaḥ mentre, in base all’esperienza, è Prājña. Come avyākṛta è prajñānaghana, è ekībhūtam, per l’esperienza è ekam. Perché ekībhūtam, prajñānaghana, ānandamaya, ānanda bhuk, tutti questi sono immaginazioni (kalpitam). Qualsiasi relazione è kalpitam, che sia avidyā kalpitam o śāstra kalpitam. Kalpitam è kalpitam: un kalpitam è universalmente kalpitam e lo śāstra fa la kalpanā del kārya-kāraṇa bhava, avyākṛtam ecc., e questo è chiamato śāstra kalpitam. Tieni a mente queste due formule: avidyā kalpitam e śāstra kalpitam. Kalpitam è kalpitam e non qualifica l’esperienza. Kalpitam è menzionato solo da un altro punto di vista kalpitam, che è chiamato punto di vista della veglia (jāgrat dṛṣṭi); mentre la tua esperienza è libera sia da avidyā kalpitam sia da śāstra kalpitam. Quando consideri che suṣupti è solo nirviśeṣam, libera sia da avidyā kalpitam sia da śāstra kalpitam, allora la śruti dice che se capisci, questo è il nirviśeṣam, che è la tua esperienza, che è cetomukhaḥ, che è l’origine del jagat. Che tu sia l’origine di quello che vedi, è evidenziato dalla tua propria esperienza e ciò è stabilito nella Kārikā seguente. Che il silenzio sia l’origine del suono è evidente alla tua esperienza, perché il suono nasce nel silenzio, è fatto di silenzio; il rumore è fatto di serenità e l’universo è fatto proprio dal vedente; questo è evidente nella propria esperienza.

          1. Vale a dire, unanimemente condivisa dal punto di vista della manifestazione vyāvahārika. Si ricordi di non confondere l’universale con l’assoluto [N.d.C.].[↩]
          2. È di uso metodico per la conoscenza [N.d.C.].[↩]