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Dicembre 2022

4. Tripurā Rahasya

    4. Tripurā Rahasya

    Il Mistero della Dea Tripurā
    Jñāna kāṇḍa

    Traduzione e note a cura di Maitreyī

    XII. Capitolo

    Dopo aver ascoltato pazientemente Dattātreya, Paraśurāma, perplesso, chiese: «O Signore, ciò che hai detto finora sull’universo è la verità. Tuttavia, com’è che esso appare reale a me e agli altri, nonostante che siamo attenti e dotati d’intelligenza? E perché continua ad apparirmi reale anche se ti ho sentito dire il contrario? Ti prego, provami la sua non realtà e rimuovi la mia illusione.» A questa richiesta Dattātreya, il grand saggio, cominciò a spiegare la causa dell’illusione che fa credere che il mondo sia reale. «Ascolta, o Rāma. Questa illusione è senza inizio, essendo null’altro che l’ignoranza della realtà effettiva con cui si scambia una cosa per un’altra. Così il vero Sé è ignorato e lo si identifica al corpo. Confronta questo corpo fatto di sangue e ossa alla Coscienza pura e immacolata. Anche il corpo grossolano è preso per la Coscienza limpida e cristallina a causa di una inveterata rappresentazione mentale. Così, anche l’universo è continuamente considerato reale, cosicché appare come veramente reale. Si rimedia a questo errore cambiando il punto di vista. Per ciascuno il mondo diventa quello che si pensa in continuazione. Questo è confermato dalla realizzazione degli yogi riguardo gli oggetti della loro continua meditazione1]. Ti illustrerò questo punto con una mirabile storia. C’era una città santa nella regione di Vaṅga chiamata Sundara. Lì una volta viveva un saggio e famoso Re di nome Suṣeṇa. Suo fratello più giovane, Mahāsena, era un suo suddito leale. Il Re governava il suo regno talmente bene che tutti i sudditi lo amavano. In un’occasione egli compì il sacrificio del cavallo e tutti i più valorosi principi seguirono il cavallo con un grande esercito. La loro marcia fu vittoriosa finché raggiunsero le rive dell’Airāvatī. Erano così euforici che passarono vicino al saggio di stirpe regale Taṅgaṇa che sedeva tranquillamente, senza salutarlo. Il figlio di Taṅgaṇa, per l’affronto al padre, si offese. Prese il cavallo sacrificale e sfidò i guerrieri trattenendolo. Quelli lo circondarono, ma egli, davanti ai loro occhi, entrò assieme al cavallo in una roccia di nome Gaṇḍa. Accortisi della sua scomparsa nella roccia, i guerrieri la presero d’assalto. Il figlio del saggio riapparve con un grande esercito e sconfisse e distrusse l’esercito di Suṣeṇa. Fece molti prigionieri, tra cui tutti i principi, per poi rientrare nella roccia. I pochi superstiti corsero da Suṣeṇa e gli raccontarono ogni cosa. Suṣeṇa fu sorpreso e disse al fratello: “Va dove sta il saggio Taṅgaṇa. Ricordati che coloro che fanno ascesi sono potenti e non possono essere vinti neppure dagli Dei. Quindi preoccupati di compiacerlo, affinché tu possa riportare i principi e il cavallo in tempo per il sacrificio che tra breve dovrà essere celebrato. Si deve sempre piegare l’orgoglio davanti agli asceti. Se infastiditi, possono ridurre il mondo in cenere. Quindi, avvicinalo con rispetto così da poter esaudire il nostro scopo”. Mahāsena obbedì e si avviò immediatamente. Arrivato all’eremo di Taṅgaṇa, lo trovò seduto in concentrazione, rigido come una pietra, con i sensi, la mente e l’intelletto sotto perfetto controllo. Il saggio, che era immerso nel Sé, lo guardò come un mare calmo le cui onde di pensiero sono acquietate. Mahāsena, prosternatosi davanti al saggio, decantò le sue lodi e per tre giorni rimase in un’attitudine riverente. Il figlio del saggio, che aveva visto il visitatore, ne fu compiaciuto e gli disse: “Sono compiaciuto dal rispetto che dimostri per mio padre. Dimmi perciò cosa posso fare per te. Io sono il figlio del grande saggio Taṅgaṇa. Questo, tuttavia, non è il momento adatto per parlare con mio padre. Egli è ora in kevala nirvikalpa samādhi e ne uscirà solo dopo dodici anni, dei quali cinque sono già passati, e ne rimangono ancora altri sette. Dimmi dunque cosa desideri e lo farò. Non sottovalutarmi, pensando che io sia solo un giovane testardo non degno di mio padre. Nulla è impossibile per gli yogi in ascesi”. Avendolo ascoltato, Mahāsena rispettosamente lo salutò e disse: “O figlio del saggio, se vuoi esaudire il mio desiderio, vorrei fare una breve richiesta a tuo padre, quando uscirà dal suo samādhi. Gentilmente, aiutami a conseguire questo fine”. Il figlio del saggio rispose: “O Principe, la tua richiesta è difficile da esaudire, ma, avendo fatta una promessa, non posso rimangiarmi la parola. Ti chiedo di aspettare un’ora e mezza e osservare il mio potere yogico. Mio padre è ora in uno stato di pura pace interiore. Chi potrà risvegliarlo con sforzi dall’esterno? Lo farò io per mezzo di uno yoga sottile.” A questo punto si sedette, ritirò i suoi sensi, unì i soffi, le inspirazioni ed espirazioni, esalò l’aria e si fermò immobile per un breve tempo; in questo modo entrò nella mente del saggio e dopo averla destata, rientrò nel suo proprio corpo. Immediatamente il saggio riprese i sensi e trovò Mahāsena prosternato davanti a lui. Rifletté un momento e comprese la situazione con i suoi poteri straordinari. Perfettamente pacificato e beato nella mente, fece cenno al figlio e disse: “Ragazzo, non ripetere questo errore. La collera interrompe l’ascesi che può proseguire solo senza ostacoli perché il Principe protegge gli yogi. Interferire in un sacrificio è sempre riprovevole e non può portare mai a nulla di buono. Restituisci, quindi, il cavallo immediatamente, in modo che il sacrificio possa essere compiuto nell’ora appropriata.” A queste parole il figlio del saggio fu immediatamente placato, andò nella roccia e ritornò con il cavallo e i principi. Mahāsena inviò i principi con il cavallo in città. Egli era sorpreso da ciò che aveva visto e, salutando l’asceta, chiese rispettosamente: “O Signore, ti prego, dimmi come il cavallo e i principi siano stati nascosti in quella roccia.” Il saggio rispose: “O Principe, una volta io ero un Imperatore che governava un impero circondato dai mari. Dopo un lungo periodo, la grazia del Signore discese su di me e io fui disgustato dal mondo che, alla luce della Coscienza, è solo impurità. Abdicai in favore di mio figlio e mi ritirai nella foresta accompagnato da mia moglie. Passammo molti anni impegnati nell’ascesi. Una volta, mia moglie mi abbracciò mentre ero in samādhi e nacque questo figlio. Ella mi risvegliò, lasciò il bimbo con me e morì. Quindi io crebbi il ragazzo con amore e cura. Da grande, egli udì che una volta ero stato un sovrano; desiderò di esserlo anche lui e mi pregò di esaudire la sua preghiera. Io lo iniziai allo yoga che egli praticò con tale successo che divenne capace con la forza della sua volontà di creare un proprio mondo in quella roccia su cui ora regna. Cavallo e principi furono nascosti proprio lì. Ti ho così rivelato il segreto di quella roccia.” Avendo udito ciò, Mahāsena chiese ancora: “Ho ascoltato con grande interesse il tuo meraviglioso racconto su quella roccia. Vorrei visitarla; ti prego di esaudire la mia preghiera.” A questa richiesta il saggio ordinò al figlio di mostrargli quel luogo. Detto questo, il saggio ritornò in samādhi e il figlio si allontanò con il Principe. Il figlio dell’asceta entrò nella roccia senza alcuna difficoltà e scomparve, ma Mahāsena non fu capace di entrarvi. Così lo richiamò e quello uscì e gli disse: “O Principe, non si può penetrare in questa roccia con i deboli poteri che possiedi. La troverai troppo compatta. Ciò nonostante, ti dovrò far entrare come ha ordinato mio padre. Quindi lascia il tuo corpo grossolano in questo anfratto coperto da rami ed entra nella roccia con il tuo manomayakośa.” Il Principe non ci riuscì e chiese: “Dimmi, o saggio: come posso liberarmi del corpo? Se lo facessi, morirei.” Il saggio sorrise e disse: “Sembra che tu non conosca lo yoga. Bene, ora chiudi gli occhi.” Il Principe chiuse gli occhi e il saggio entrò in lui, prese il corpo sottile dell’altro e lasciò nell’anfratto il suo corpo grossolano. Quindi con i suoi poteri yogici entrò nella roccia con il corpo sottile dell’altro. Una volta entrato, egli svegliò il dormiente. Quest’ultimo ora si trovò sostenuto dal saggio nell’immensità dello spazio sottile. Egli si allarmò e, guardando in tutte le direzioni, chiese al saggio: “Non abbandonarmi, perché perirei in questo spazio illimitato.” Il saggio rise del suo terrore e disse: “Sta certo, non ti abbandonerò. Ora guardati attorno e non avere paura.” Il Principe si fece coraggio e si guardò attorno. Vide sopra di sé il cielo avvolto nell’oscurità della notte, con le stelle luminose. Ascese fino lì e guardò in basso; andò alla regione della luna e fu stordito dal freddo. Protetto dal saggio, salì fino al sole e fu bruciato dai suoi raggi. Di nuovo, aiutato dal saggio, si rifrescò e vide tutto il mondo riflesso nel cielo. Salì fino alla vetta dell’aureo monte Meru assieme al saggio, che gli indicò la terra. E allora, dotato di potente vista, fu in grado di vedere terre lontane e scoprire altri mondi oltre a questo. Nei mondi lontani, in alcuni luoghi prevaleva l’oscurità, in altri la terra era d’oro; c’erano oceani e continenti attraversati da fiumi e ornati di montagne. C’erano i cieli popolati da Indra e dagli Dei, da Asura, uomini, rākṣasa e altri esseri celesti. Trovò anche che il saggio aveva diviso se stesso come Brahmā nel Satyaloka, come Viṣṇu nel Vaikuṇṭa e come Śiva nel Kailāsa, mentre per tutto il tempo rimaneva con la sua personalità originale, cioè come Sovrano universale che regnava su quell’universo. Il Principe, preso da meraviglia alla vista del potere yogico del saggio, gli disse: “Questa visione è durata solo un giorno, secondo la misura di tempo che prevale qui, mentre nel tuo mondo sono passati dodicimila anni. Torniamo ora da mio padre.” Dicendo così, lo aiutò a uscire dalla roccia al mondo esterno.»

    XIII. Capitolo

    Il figlio del saggio fece addormentare il Principe, unì il suo corpo sottile con il grossolano che era stato lasciato nell’anfratto e poi lo risvegliò. Riprendendo i sensi, Mahāsena trovò il mondo completamente cambiato. La gente, il corso dei fiumi, gli alberi ecc., tutto era differente. Sconcertato, chiese al saggio: “Quanto tempo abbiamo passato visitando il tuo mondo? Questo mondo sembra diverso da quello a cui ero abituato.” A questa domanda, il figlio del saggio rispose: “Questo è il mondo in cui eravamo e che abbiamo lasciato per visitare quello nella roccia. Esso ha subito grandi cambiamenti a causa del lungo intervallo di tempo. Il giorno che abbiamo passato lì corrisponde a dodicimila anni su questa terra. È cambiato enormemente. Guarda la differenza nei costumi e nelle lingue della gente. Questi cambiamenti sono naturali e io ho ripetutamente notato anche prima simili cambiamenti. Guarda qui: questo è il Signore, mio padre, in samādhi e qui stavi tu lodando mio padre e pregandolo. Lì, puoi vedere la roccia davanti a te. In questo tempo la progenie di tuo fratello è aumentata di centinaia di persone. Ciò che era Vaṅga, il tuo regno, con Sundara come tua capitale, è ora una jungla infestata da sciacalli e animali selvatici. Lì ora c’è Vīrabāhu del lignaggio di tuo fratello, che ha come capitale Viśāla, sulle rive della Kṣiprā della regione di Mālva. Del tuo lignaggio c’è Suśarma, la cui capitale è Vardhana della regione dei drāviḍa, sulle rive della Tāmraparṇī. Così va il mondo che non può rimanere lo stesso nemmeno per un breve tempo. Perché da quell’epoca, colline, fiumi, laghi e la superficie della terra sono cambiati. Le montagne si sono abbassate e le pianure alzate; i deserti sono diventati fertili e le pianure aride; le rocce si frantumano e diventano sabbia; l’argilla, talvolta, s’indurisce; i campi diventano sterili e le terre aride invece fertili; le pietre preziose perdono di valore e la chincaglieria acquista preziosità; le acque salate diventano dolci e quelle potabili diventano salmastre; alcune terre hanno più popolazione che bestiame, altre sono infestate da animali feroci e altre ancora sono invase da rettili velenosi e da insetti. Questi sono alcuni cambiamenti che s’avvicendano sulla terra nel corso del tempo. Ma, senza dubbio, questa è la stessa terra su cui eravamo prima.” Mahāsena udendo ciò si sentì mancare. Poi, accompagnato dal saggio, fu sopraffatto dal dolore, pianse la perdita del suo regale fratello, di sua moglie e dei suoi figli. Dopo un po’ il figlio del saggio lo rassicurò con queste parole: “Essendo un uomo sensato, perché ti addolori per queste perdite? Un uomo sensato non fa mai nulla senza uno scopo e agire senza discernimento è infantile. Dimmi ora quale perdita ti addolora e a cosa serve il tuo dolore.” A queste parole Mahāsena, ancora sconsolato, rispose: “Essendo un grande saggio, com’è che non capisci la causa del mio dolore? Perché cerchi una ragione per la mia sofferenza, quando ho perso tutto? Un uomo, generalmente, s’addolora, quando anche solo un suo familiare muore. Io ho perso tutti gli amici e parenti e ancora mi chiedi perché sono triste?” Il figlio del saggio continuò: “O Principe, dimmi se questo comportamento è in uso nella tua famiglia. È considerato una colpa se non indulgi nel dolore in questa occasione? Oppure, addolorandoti speri di recuperare ciò che hai perso? Pensa bene e dimmi cosa guadagni con questa tua afflizione. Se la consideri superabile, ascolta ciò che ti dico. Tale perdita non è nuova. I tuoi antenati sono tutti morti prima. Hai mai lamentato la loro perdita? Se dici che è a causa della relazione di sangue che ora provi dolore, non c’erano forse vermi generati dai corpi dei tuoi genitori che vivevano nutrendosi di loro? Perché non li consideri tuoi parenti e non ne senti dolore per la loro perdita? Rifletti o Principe, la morte di che cosa è la causa del tuo attuale dolore? Tu sei il corpo o sei qualcos’altro? Il corpo è un semplice agglomerato di differenti sostanze. La ferita ricevuta in una parte è la ferita per tutto il corpo. Non c’è alcun momento in cui ognuno dei componenti corporei non stia cambiando, ma le sue evacuazioni non costituiscono una perdita per il corpo. Quello che tu chiami fratello e così via, sono solo corpi composti di terra. Quando li si perde ritornano alla terra e la terra e gli altri elementi, si dissolvono nell’etere indistruttibile. Dov’è quindi la perdita? Infatti, tu non sei questo corpo. Possiedi il corpo e lo definisci tuo, come fai con un tuo abito. Qual è la differenza tra il tuo corpo e il tuo vestito? Hai forse qualche dubbio a proposito di questa conclusione? Essendo altro dal tuo corpo, che relazione c’è tra te e un altro corpo? Hai mai preteso una relazione simile con i vestiti di tuo fratello? Perché dunque ti addolori per la perdita dei corpi che non sono affatto diversi dagli abiti? Parli di ‘mio’ corpo, di ‘miei’ occhi, di ‘mio’ prāṇa, di ‘mia’ mente e così via; ora ti chiedo di dirmi che cosa sono di preciso.” Mahāsena cominciò a riflettere e, incapace di risolvere il problema, chiese: “O Signore, io non so cosa sono. Ho riflettuto, ma ancora non capisco. Il mio dolore è naturale e non ne capisco la causa. O Maestro, io cerco la tua protezione. Tutti sono sopraffatti dal dolore quando muore un parente. Nessuno sembra conoscere il proprio Sé. Mi affido a te come tuo discepolo: per piacere, spiegami questo problema”. A questa richiesta il figlio del saggio rispose: “Ascolta, o Principe! Le genti sono preda dell’illusione proiettata dalla grande Dea. Esse partecipano della sofferenza dovuta all’ignoranza di se stessi. Finché dura tale ignoranza, dura la sofferenza. Proprio come il sognatore è spaventato dai suoi sogni o come lo sciocco è illuso dai serpenti creati da un illusionista, così l’uomo che ignora il Sé è in preda alla paura (bhaya). Proprio come il sognatore, svegliatosi dal suo incubo o lo spettatore di uno spettacolo illusionistico, quando è informato sulla natura irreale delle evocazioni magiche non le teme più, ma anzi sbeffeggia chi continua a esserne suggestionato, così chi è cosciente dal Sé non solo non soffre, ma anche ride della sofferenza altrui. Perciò, o valoroso eroe, abbatti questa fortezza fatta d’illusione e vinci la tua sofferenza realizzando il Sé. Nel frattempo, usa la discriminazione e non essere sciocco”. Dopo aver udito ciò Mahāsena disse: “Maestro, il tuo esempio non colpisce il bersaglio. Il sogno o la magia finiscono regolarmente per essere riconosciuti come illusioni, mentre questo solido e concreto universo è sempre reale e obiettivo, è inattaccabile ed è persistente. Come lo si può paragonare al sogno evanescente?” Il saggio rispose: “La tua opinione che l’esempio non sia coerente è una doppia illusione, come un sogno nel sogno. Considera il sogno come farebbe il sognatore e dimmi se gli alberi non fanno ombra a coloro che vi si riparano; e se non danno frutti per uso alimentare. Il sogno è forse considerato non vero ed evanescente mentre si sogna? Tu indendi dire che il sogno è reso falso dopo essersi svegliati. Ma il mondo della veglia non è forse altrettanto reso falso nel sogno e nel sonno profondo? Affermi che lo stato di veglia non è così, perché in esso c’è una continuità dopo che ti sei svegliato. Ma non c’è forse continuità nel ritornare allo stato di sogno giorno dopo giorno? Se dici che non è una cosa evidente, dimmi allora se la continuità nel mondo della veglia non è interrotta in ogni giorno della vita. Vorresti forse affermare che le colline, i mari e la stessa terra sono fenomeni veramente permanenti, nonostante il fatto che la loro apparenza sia in continuo cambiamento? Il mondo del sogno non è forse altrettanto continuo con la sua terra, le montagne, fiumi, amici e parenti? Dubiti ancora della sua natura permanente? Allora, estendi lo stesso ragionamento al mondo della veglia e riconoscilo come altrettanto evanescente. Gli oggetti in continuo cambiamento, come corpo, alberi, fiumi e isole si riconoscono facilmente come transitori. Anche le montagne non sono immutabili, perché i loro contorni cambiano per l’erosione della pioggia e sono devastati dall’uomo e dagli animali, dalle tempeste di vento e così via. Simili cambiamenti si osservano in mare e in terra. Perciò ti dico che devi indagare l’argomento con attenzione. Probabilmente mi chiederesti: il sogno e la veglia si assomigliano nella loro armonia discontinua. Non c’è una continuità ininterrotta negli oggetti, perché ogni nuova apparenza implica una successiva sparizione. Ma non si può negare la continuità nel sostrato degli oggetti! Poiché la creazione in sogno è cancellata e resa falsa dalla presente esperienza, che differenza trovi fra il sostrato degli oggetti del sogno e gli oggetti della veglia? Se dici che il sogno è un’illusione come anche le sue fondamenta, mentre la creazione attualmente presente non è cancellata in modo uguale e, quindi, le sue fondamenta devono essere vere, ti chiedo che illusione sia mai quella. È determinata dalla natura transitoria che altro non è che apparizione e scomparsa ai nostri sensi. Ma ogni cosa non è del tutto cancellata nel sonno profondo? Se tu, tuttavia, sostieni che la mutua contraddizione non è affidabile come prova e che non dimostra nulla, intendi dire che solo la vista è autoevidente fornisce la migliore prova? Così, la gente come te non ha una vera visione della natura delle cose. Quindi ascolta la mia parola, il mondo presente è simile al mondo del sogno. Anche in sogno ci sono lunghi periodi. Perciò l’intenzionalità e la natura durevole sono del tutto simili in entrambi gli stati. Proprio come sei naturalmente conscio nel tuo stato di veglia, così lo sei nello stato di sogno. Essendo i due stati così simili, perché non ti addolori per la perdita dei familiari del sogno? L’universo della veglia appare così reale a tutti solo per forza dell’abitudine. Se lo stesso fosse immaginato vacuo, si dissolverebbe nel vuoto. S’inizia immaginando qualcosa; poi lo si contempla e, in base a continue ripetute associazioni, si decide che è tutto vero senza contraddizioni. Così, il mondo appare reale nella maniera in cui si è abituati a esso. Il mio mondo che hai visitato ne fornisce la prova; vieni, ora, andiamo verso la roccia e vediamo”. Detto ciò, il figlio del saggio prese il Principe, andò verso la roccia e ritornò al luogo di prima. Riprese a parlare: “Guarda, o Principe, il la base della roccia è di circa due miglia e mezzo e tuttavia hai visto in essa un universo. È reale o falso? È un sogno o qualcos’altro? Ciò che è durato un giorno in quel mondo, qui è durato dodicimila anni. Quel è quello corretto? Pensaci e rispondimi. Ovviamente non puoi distinguere questo da un sogno e non può aiutarti dicendo che il mondo non è altro che immaginazione. Il mio mondo scomparirà all’istante se cesso di concepirlo. Quindi, convinciti della natura di sogno del mondo e non indulgere nell’afflizione per la morte di tuo fratello. Proprio come le creazioni del sogno sono immagini che si muovono sullo schermo della mente, così anche questo mondo che include te stesso, è il rovescio dell’immagine raffigurata dalla pura Coscienza e non è niente di più di un’immagine su uno specchio. Come ti sentirai dopo questa scoperta? Sarai felice per averla acquisita o sarai depresso per la morte di un parente nel tuo sogno? Realizza che il Sé è l’autosussistente specchio che proietta e manifesta questo mondo. Il Sé è Coscienza pura e immacolata. Fa presto! Realizzalo rapidamente e otterrai la felicità assoluta!”

    XIV. Capitolo

    Avendo ascoltato quel saggio, Mahāsena cominciò a pensare con chiarezza e serietà; arrivò alla conclusione che il mondo attuale è come il sogno e superò la sua afflizione. La sua mente divenne stabile e non fu più turbato. Allora chiese: “Grande saggio! Tu conosci questo mondo e altro ancora. Non credo che ci sia nulla che tu non conosca. Ti prego di rispondermi: come puoi dire che tutto sia pura immaginazione? Per quanto possa sforzarmi a immaginare, la mia immaginazione non si materializza. Ma tu hai creato un universo con la forza della tua volontà. Come mai il tempo e lo spazio di queste creazioni differiscono? Ti prego di rispondermi.” Il saggio rispose: “La volontà (saṃkalpa) concepisce immaginazioni che possono essere coerenti o incoerenti. La volizione che permette l’interferenza di rappresentazioni incoerenti è personale, quella che non permette incoerenze è condivisa. Questo mondo è il risultato del desiderio di Brahmā e sembra reale e permanente perché il desiderio che lo origina è potente. Invece, il mondo da te creato non è riconosciuto da nessuno e ciò lo rende inconsistente. Le creazioni mentali si materializzano per varie ragioni, cioè: in virtù della naturale funzione di Brahmā in quanto Creatore; per il possesso di gemme come fanno gli yakṣa e i rākṣasa; con l’uso di erbe, come fanno gli Dei; con le pratiche di yoga da parte degli yogi; con lo straordinario potere d’incantazione che hanno alcuni siddha; con la forza dell’ascesi di certi saggi; con i doni ricevuti da Viśvakarma. Queste costruzioni mentali devono effettuarsi tralasciando tutti i pensieri precedenti. In questo modo, diventano stabili e si rafforzano in assenza d’ogni costruzione mentale incoerente; potranno così produrre effetti permanenti. I tuoi pensieri non sono efficaci per queste ragioni. Perciò devi far pratica a concentrare il pensiero se vuoi che la tua creazione perduri. Ora ti parlerò della differenza del tempo e dello spazio. Tu non sei esperto delle cose del mondo e perciò sei disorientato. Ti chiarirò perché appaiono quelle differenze. Il sole aiuta tutti a vedere, ma acceca i gufi; l’acqua è la dimora dei pesci, ma annega l’uomo; il fuoco brucia gli uomini, ma è cibo per il tittiri [un uccello]. Il fuoco, generalmente, è spento dall’acqua, ma avvampa in mezzo all’oceano al tempo del pralaya. Contraddizioni simili si trovano anche in altri casi. Gli uomini e gli animali compiono azioni con le loro membra e con le loro facoltà, mentre gli spiriti lo fanno con i corpi degli altri. Ci sono molti esempi simili: la vista è dell’occhio e non può esserci senza di esso. Un occhio con l’ittero vede tutto giallo e la diplopia produce una doppia immagine. Le visioni anormali sono perciò il risultato di occhi anormali. I kāraṇḍaka delle isole orientali, si dice che vedano tutto rosso e gli abitanti dell’isola di Ramaṇaka vedono alla rovescia. Così ci sono tante altre storie. Lo stesso per quanto riguarda gli altri sensi, compresa la mente. La relazione tra spazio e oggetti e tra tempo ed eventi dipende dalla tua percezione; non c’è relazione vera tra essi. Ciò che è definito ‘esterno’ dalla gente è semplicemente l’origine e il sostegno dell’universo, come lo schermo in relazione all’immagine che vi appare2. Non ci può essere nulla di ‘esterno’ se non prendendo come riferimento il proprio corpo. Come può essere esteriorizzato qualcosa che è ‘esterno’? Per esempio: quando dici “fuori della roccia” ci si riferisce alla roccia come qualcosa di interno. Ma il corpo è visto nello spazio proprio come si vede un vaso. Quindi il corpo deve essere esterno al vedente. Ciò che è visibile, sta nel campo della luce, altrimenti non può essere visto. Il corpo ecc. sono illuminati perché essi stessi sono così oggettivati. Ciò che è illuminato e ciò che illumina non possono essere identici. E, ancora, ciò che illumina non può essere oggettivato; perché, chi è il vedente se non Lui? Come può l’illuminazione, per cui egli vede, essere separata da Lui? È impossibile sostenere che l’autoluminoso irraggi la luce e che la usi come oggetto separato dal Sé vedente. Perciò l’autoluminoso non può ammettere una qualsiasi mescolanza estranea a Sé ed egli è l’illuminazione nella sua perfezione unica, l’Essere di tutto. Egli pervade il tempo e lo spazio rendendoli infiniti e perfetti essendo allo stesso tempo illuminante, illuminazione e illuminato. Riguardo l’interno e l’esterno, ogni cosa è inclusa nella luce. Tutto ciò che è esterno o interno trae la sua esistenza da questo principio come la vetta non è esterna alla montagna. L’intero universo così è nella luce che brilla da se stessa ovunque e in tutti i tempi. Tale autoluminoso è della Dea Tripurā, la Suprema Coscienza. È chiamata Brahman nei Veda, Viṣṇu dai vaiṣṇava, Śiva dagli śaiva e Śakti dagli śākta. Invero non c’è null’altro se non Lei. Ella è il sostrato di ogni cosa, come uno specchio fa con le immagini. Essa è l’illuminate rispetto all’illuminato. L’oggetto è fondato sull’illuminazione come l’immagine di una città vista in uno specchio. Come la città non è altro dallo specchio, così anche l’universo non è altro dalla Coscienza. Come l’immagine è una parte dell’unico specchio, limpido, liscio e compatto, così anche l’universo è parte della perfetta, indifferenziata e non duale Coscienza, cioè il Sé. Il mondo non può essere accertato con dimostrazioni. Lo spazio è semplicemente un vuoto che serve per collocare gli oggetti. L’universo è sempre e del tutto un fenomeno apparente nel Sé. La questione, quindi, sorge su come la Coscienza essendo vuota sia allo stesso tempo senza parti. Come uno specchio, sebbene senza parti e impenetrabile, contiene l’immagine, così anche la pura Coscienza senza parti e impenetrabile mostra l’universo in virtù della sua autoesistenza. Sebbene la Coscienza sia onnipervadente, senza parti e unica, essa tuttavia sostiene in Sé la creazione di esseri mobili e immobili, meravigliosa nella sua varietà, senza che ci sia per essa alcuna immediata e ultima causa. Proprio come lo specchio rimane intatto dal passaggio di immagini diverse e tuttavia continua a riflettere sempre chiaramente, così anche l’unica Coscienza illumina gli stati di veglia e di sogno che possono essere verificati con una corretta meditazione. O Principe! Esamina ancora i tuoi sogni a occhi aperti e le tue costruzioni mentali. Sebbene siano precisi nei dettagli, tuttavia non sono altro che pensieri. La Coscienza che li permea, ovviamente, rimane intatta prima della creazione e dopo la dissoluzione del mondo; e anche durante l’esistenza del mondo, rimane inalterata come lo specchio dalle immagini. Sebbene imperturbabile, intatta, priva di parti e unica, la Coscienza assoluta essendo autoesistente, manifesta in Sé quello che sembra esterno, proprio come uno specchio riflette lo spazio come se fosse esterno a Sé. Questo primo passo della creazione è chiamato ignoranza od oscurità; iniziando come un frazionamento del tutto, manifesta come fosse esterna alla sua origine, il che è la caratteristica del senso dell’ego. L’alterità è la base delle tendenze latenti (vāsanā) che si manifesteranno in seguito. A causa del suo non sentirsi identitico con la Coscienza originale, è potenza semplice e insenziente. Quella Coscienza che illumina l’‘esterno’ è chiamata Śivatattva, mentre il senso individuale in quanto ego è Śaktitattva (ossia la Māyā). Quando la Coscienza dell’‘esterno’ si identifica con l’ego e comprende l’intero spazio immaginato dall’ego, è chiamata Sadaśivatattva (realtà intemporale di Śiva). Quando, poi, questa immaginazione del Sé si dirige prevalentemente verso l’‘esterno’ e si identifica con gli oggetti, è chiamata Īśvaratattva. L’indagine sugli ultimi due gradi è pura vidyā. Tutti questi cinque tattva sono puri3, perché si riferiscono a una condizione ancora indifferenziata, come le potenzialità in un seme. Dopo che la differenziazione si è manifestata per forza di volontà (saṃkalpa), la parte acit predomina sull’altra, come rovesciata rispetto alla condizione precedente. Quella predominanza di acit è chiamata Māyā Śakti dopo che la differenziazione è chiaramente evidenziata, come il germoglio dal seme. La fase cit ora si avviluppa in sé essendo relegata a una posizione inferiore, e prende il nome di Puruṣa,essendo coperto dai cinque involucri, cioè kalā, capacità di agire, vidyā, di conoscere, rāga, l’attaccamento, kāla il tempo limitante, e niyati, il destino fissato nelle cose. La memoria, composta dalle tendenze acquisite come risultato di azioni compiute in nascite precedenti che dimora nella mente, è la natura,la prakṛti individuale. Questa prakṛti è limitata perché i frutti delle azioni sono di tre tipi quando essa si manifesta come i tre stati (avasthātraya) della vita, veglia, sogno e sonno profondo. Essa si presenta nella sua forma pura in sonno profondo, e come mente (citta [memoria delle azioni passate in quanto vāsanā]) negli altri stati. È sempre acit in quanto mente e cit in quanto Coscienza. Quando le tendenze (vāsanā) rimangono latenti finché rimangono non attuate, e la loro totalità è chiamata non manifestata(avyakta). Le differenziazioni sorgono solo in citta, mentre non ci sono differenze fra gli individui in sonno profondo. Così è prakṛti che assume il nome di citta quando si manifestano le differenze. Perciò la mente (citta) è puruṣa, quando nell’individuo cit è predominante, e la stessa è avyakta quando prakṛti non cosciente è predominante. Quel citta è ripartito in base alla sue funzioni, vale a dire ego, intelletto e mente. Quando è influenzato dai tre guṇa, si manifesta come segue: da sattva i cinque sensi, da rajas le cinque facoltà d’azione e da tamas i cinque bhūta. In questo modo, la suprema Coscienza si relaziona con l’universo, rimanendo sempre inalterata, testimone della sua propria creazione. La presente creazione è il prodotto mentale di Brahmā o Hiraṇyagarbha, creatore designato dalla forza di volontà di Śrī Tripurā. La cognizione ‘tu’ e ‘io’ è l’essenza di ogni tipo di creazione. Tale cognizione è la manifestazione della Coscienza assoluta; non ci può essere alcuna differenza, proprio come non c’è differenza tra lo spazio racchiuso nel vaso e lo spazio universale. Le diversità nella creazione sono soltanto dovute alle associazioni che paiono limitare la Coscienza; queste upādhi (cioè il corpo ecc.) sono l’immaginazione mentale del Creatore in armonia con i puṇya e pāpa passati dell’individuo. Quando la forza di volontà creativa si esaurisce, c’è la dissoluzione il cui risultato è una totale indifferenziazione. Per quanto riguarda la tua immaginazione creatrice, essa è sopraffatta da quello del Creatore; quando quell’ostacolo è superato per mezzo dei metodi già menzionati, anche la tua volontà creatrice diventerà effettiva. Tempo, spazio, creazione grossolana ecc. appaiono a seconda dell’immaginazione di colui che agisce. Un solo giorno di Brahmā è per te un periodo di 12000 anni. Lo spazio di due miglia e mezzo di Brahmā per te è illimitato e copre l’intero universo. In questo modo entrambi sono reali e non reali (satasat) allo stesso tempo. Similmente, anche tu poi immaginare una roccia dentro di te come pure un tempo sottile. Contempla una completa creazione in essi; essi dureranno finché dura la tua concentrazione, perfino per l’eternità con tutte le conseguenze pratiche, finché il tuo potere di immaginazione creatrice sarà abbastanza forte. Quindi io dico che questo mondo è un mero parto dell’immaginazione. O Principe, esso si riflette nella Coscienza interiore. Perciò, quello cha sembra mondo esterno è in realtà un’immagine sullo schermo della mente. Così la Coscienza è sia lo schermo sia l’immagine. In questo modo su questo schermo gli yogi sono capaci di vedere lunghe distanze di spazio e lunghi intervalli di tempo. Possono superare tutte le distanze in un momento e percepire ogni cosa evidente come un frutto di mirabolano posato sulla palma della mano. Quindi riconosci che il mondo è semplicemente un’immagine sullo specchio della Coscienza e dedicati alla contemplazione di “io sono”; rimani come pura Coscienza e così abbandona questa illusione di realtà del mondo. Allora diventerai come me uno con l’Essere autosufficiente”.» Dattātreya continuò: «Udendo questo discorso del figlio del saggio, il Principe superò la sua illusione; il suo intelletto divenne puro e capì la meta finale. Allora praticò il samādhi4, divenne autocontrollato e, non dipendendo da alcuna azione esterna, condusse una lunga vita felice. Egli cessò di identificare se stesso con il corpo, divenne infinito come lo spazio e, infine, divenne un liberato. Così, o Bhārgava, vedi come l’universo sia solo un’immagine mentale, stabile finché resiste la tua immaginazione creatrice e nulla più. Esso non è indipendente dal Sé. Indaga su ciò e la tua illusione non avrà più presa su di te.» Qui finisce il quattordicesimo capitolo.

    XV. Capitolo

    Sentendo la meravigliosa storia narrata da Dattātreya sulla città nella roccia, Paraśurāma fu sempre più meravigliato. Meditando sugli insegnamenti del Maestro con mente limpida, tornò da lui e gli chiese ancora: «O Signore, ho riflettuto sul senso del tuo insegnamento trasmesso nella forma di storie magnifiche che mi hai raccontato. Capisco che solo la Coscienza è reale e che gli oggetti sono solo immagini irreali come una città riflessa su uno specchio. Maheśvarī (Tripurā)è quella conoscenza che si manifesta come Coscienza che testimonia la totalità dei fenomeni apparenti, cominciando dallo stato non manifesto di sonno e concludendo con questo mondo che si svolge in rapida successione al suo interno. Tutti questi sono apparentemente dovuti alla libertà di quella Coscienza e vengono in essere senza alcuna causa. Ho capito questo dopo approfondita riflessione. Ma si dice che questa Coscienza è al di là di ogni conoscibile, perciò impossibile da conoscere. Non capisco come possa essere conosciuta se sta al di là della conoscenza. La meta non è raggiunta senza realizzarla, e la meta è la Liberazione. Qual è la sua natura? Se ci si può liberare in vita com’è questa vita per il liberato? Ci sono illuminati che continuano ad agire. Qual è la relazione tra il mondo dell’azione e il loro puro essere conscienti? Come possono compiere azioni, mentre stanno nella Coscienza assoluta? Per essere effettiva, tale Coscienza può essere solo di un tipo come pure la Liberazione. E allora, perché ci sono queste differenze nelle vite dei jñāni? Alcuni di essi sono attivi; altri insegnano le scritture, altri adorano le divinità; alcuni si astraggono in samādhi, altri conducono una vita di austerità; alcuni danno chiari insegnamenti ai loro discepoli; altri governano i loro regni; alcuni discutono con altre scuole di pensiero; altri scrivono i loro insegnamenti ed esperienze; alcuni fingono ignoranza e altri perfino compiono azioni riprovevoli; ma tutti sono considerati dal mondo. illuminati Come ci possono essere tali differenze nelle loro vite se non c’è alcuna differenza nella Liberazione comune a tutti? Oppure ci sono gradi nella conoscenza e nella Liberazione? Ti prego di spiegarmi questi punti perché sono desideroso di conoscere la verità e di seguirti come mio unico guru.» A queste domande Dattātreya, compiaciuto, gli rispose: «O Rāma! Sei veramente qualificato per raggiungere la meta, perché ti sei rivolto al giusto metodo d’indagine. Ciò è dovuto alla grazia del Signore. Chi può mai raggiungere qualcosa di degno senza la grazia divina? Il compito benefico della divina grazia interiore si conclude quando la propria mente, rivolta all’interno, si rafforza giorno dopo giorno. Ciò che hai detto è vero. Hai ben capito la natura della Coscienza, ma non l’hai ancora realizzata. La conoscenza della natura di una cosa senza la sua vera esperienza è inutile come la sua non conoscenza. La reale esperienza del Sé è la consapevolezza di non essere l’ego. Dopo questa consapevolezza, come potrebbe persistere il mondo? La conoscenza incompleta (tāṭastha) non è più utile del ricordo del sogno. Come la conquista di un tesoro in sogno è inutile, così è la conoscenza incompleta. Ti illustrerò ciò con un antico racconto. C’era una volta un Re virtuoso che governava su Videha. Il suo nome era Janaka ed era molto saggio. Un giorno egli onorò con riti sacrificali la Dea in quanto suo proprio Sé. Per l’occasione, vennero tutti i brāhmaṇa, i paṇḍita, gli eremiti, i conoscitori dei Veda e quelli che erano dediti ai riti sacrificali, ecc. Allo stesso tempo Varuṇa, il dio delle acque, volle compiere un sacrificio simile, ma le persone degne non accettarono l’invito perché erano stati invitati da Janaka che li rispettava debitamente. Allora, il figlio di Varuṇa, grande dialettico, andò da loro travestito da brāhmaṇa per ingannare gli altri ospiti brāhmaṇa. Entrando nella sala del sacrificio, benedì il Re e si indirizzò a lui davanti a tutta l’assemblea, con queste parole: “O Re, questa sala non è onorata come dovrebbe essere. Sembra un lago con una bella distesa di loti devastata da corvi, taccole e aironi; sarebbe meglio se non ci fosse tutta questa massa di incompetenti. Qui non vedo un singolo individuo che possa essere di onore alla sala, come un bel cigno in un lago di loti. Possa il Signore benedirti: non voglio aver nulla a che fare con questa massa di stolti.” Insultati così dal figlio di Varuṇa, tutti si rivolsero con ira a quel brāhmaṇa: “Ciarlatano d’un brāhmaṇa, come osi insultarci? Che conoscenza hai che mancherebbe a noi? Sbruffone! Non lascerai questo posto finché non avrai provato la tua superiorità. Qui riuniti ci sono grandi paṇḍita provenienti da tutto il mondo. Speri di superarli in conoscenza? Proponi un argomento in cui in particolare reputi di essere più dotto.” Così sfidato, il figlio di Varuṇa replicò: “In un minuto vi supererò tutti nel dibattito; ma sarà solo a patto che, se sarò sconfitto, mi gettiate in mare; se sarete voi gli sconfitti, vi getterò in mare uno dopo l’altro. Se accettate questa condizione possiamo iniziare il dibattito.” Avendo acconsentito, il dibattito iniziò e i paṇḍita, rapidamente sconfitti dalla logica del loro avversario, furono gettati in mare a centinaia. I seguaci di Varuṇa, allora, portarono i paṇḍita annegati al suo rituale sacrificale, dove furono ricevuti con grande rispetto. Tra quelli che erano stati gettati in mare c’era un certo Kahola. Suo figlio, Aṣṭāvakra, avendo udito la sorte del padre, s’affrettò alla corte di Janaka per sfidare il vincitore della discussione. Così il finto brāhmaṇa fu sconfitto e gettato in mare dal giovane vendicatore. Il figlio di Varuṇa, gettata allora la maschera, riportò indietro tutti i paṇḍita che prima erano stati affogati in mare. Ora il figlio di Kahola, gonfio d’orgoglio, agì offensivamente davanti alla corte riunita. I paṇḍita si sentirono umiliati davanti al giovane. Proprio in quel momento una donna asceta apparve in mezzo a loro, e a essa l’assemblea offesa chiese aiuto. La bella fanciulla, con i capelli scarmigliati e in abiti da eremita, fu onorata dal Re e parlò con toni dolci ma fermi: “O ragazzo, figlio di Kahola, sei stato molto bravo, perché hai salvato questi brāhmaṇa dopo aver sconfitto in dibattito il figlio di Varuṇa. Voglio farti una breve domanda alla quale, cortesemente, darai una risposta diretta ed esplicita. Qual è la condizione raggiunta la quale c’è l’immortalità e conoscendo la quale tutti i dubbi e le incertezze scompaiono e, stabilendosi nella quale, tutti i desideri svaniscono? Se hai realizzato quello stato privo di legami, per piacere, dimmelo.” Così interpellato dall’asceta, il figlio di Kahola rispose con sicurezza: “Lo so! Ascoltami. Non c’è nulla al mondo che io non conosca. Ho studiato tutta la letteratura sacra con grande cura. Quindi ascolta la mia risposta. Ciò che chiedi è il sostrato dell’Universo, senza inizio né fine e non affetto da tempo e spazio. È la pura intatta unica Coscienza. Il mondo intero è manifestato in essa come una città nello specchio. Tale è quello stato assoluto. Realizzandolo, uno diventa immortale; non c’è spazio per dubbi né incertezze, non essendoci più posto per l’ignoranza, come accade alla vista di innumerevoli immagini riflesse. Non ci sarà più motivo di desiderio quando si sperimenta l’Assoluto. È inconoscibile, perché non c’è nessuno da conoscere oltre a esso. O asceta, ora ti ho detto la verità contenuta nelle scritture.” Dopo che Aṣṭavakra ebbe finito, l’eremita parlò ancora: “O giovane saggio! Ciò che dici è giusto e accettato da tutti. Ma io richiamo la tua attenzione a quella parte di quella tua risposta in cui ammetti sia la sua inconoscibilità per mancanza di un conoscitore al di fuori della Coscienza sia che la sua conoscenza porta all’immortalità e alla perfezione. Come queste due affermazioni possono conciliarsi? O si ammette che la Coscienza non è conoscibile, che non è conosciuta da te e perciò se ne trae la sua non-esistenza, o dici che è conoscibile, che tu la conosci e che perciò non è non-conoscibile. Chiaramente parli dal punto di vista di una conoscenza indiretta tratta dalle scritture. Chiaramente, tu non l’hai realizzata e quindi quella conoscenza non è tua personale. Le tue parole conducono a questo; hai una conoscenza delle immagini, ma non dello specchio. Come può essere ciò? Rispondimi ora, se non ti vergogni di questa tua esibizione davanti al Re Janaka e alla sua Corte.” Ripreso così dall’asceta, egli, mortificato, non riuscì a parlare per un po’; così, rimase a testa bassa pensando. Il giovane brāhmaṇa non poteva trovare una risposta soddisfacente alla domanda, cosicché le si rivolse con grande umiltà: “O asceta! In verità non trovo risposta alla tua domanda. Accettami come tuo discepolo. Ti prego di dirmi come le due affermazioni scritturali possano essere conciliate. Ti assicuro che non mai mentito deliberatamente, perché so che, per quanti meriti un bugiardo possa avere, saranno annullati dalle sue bugie, di modo che sarà condannato per indegnità.” L’asceta, compiaciuta dalla risposta e dalla sincerità di Aṣṭavakra, gli rispose davanti all’assemblea: “O giovane, molti sono quelli che, ignorando questa sublime verità, vivono in uno stato d’illusione. Le polemiche sterili non aiuteranno a raggiungere la Realtà, perché essa è ben protetta. Fra tutti costoro qui riuniti, nessuno ha sperimentato la Realtà, eccetto il Re e io stessa. Non è un argomento di discussione e il più brillante logico può solo avvicinarla, ma mai raggiungerla. Anche se non si è dotati di logica e di un intelletto acuto, tuttavia la si può realizzare con il servizio al proprio guru e con la grazia del Signore. Tu, che sei figlio di un saggio, ascoltami con attenzione perché è difficile da capire anche quando la si sente spiegare. Sentirlo mille volte sarà inutile finché non si verificano gli insegnamenti per mezzo dell’indagine sul Sé con mente concentrata. Proprio come un principe che pensa che qualcuno gli abbia rubato una collana di perle e non è persuaso del contrario da semplici parole, ma si ricrede solo quando se la ritrova al collo. Così, o giovane, per quanto tu possa essere intelligente, non conoscerai mai il tuo Sé col semplice insegnamento altrui, fintanto che non lo realizzerai di persona. Non potrai mai realizzare il Sé, fintanto che la tua mente sarà rivolta all’esterno. Una lampada illumina tutt’attorno, ma non illumina se stessa o un’altra luce. Essa brilla di per sé senza altre sorgenti di luce. Le cose sono illuminate dalla luce solare, senza la necessità di un’altra fonte di luce; siccome le luci non hanno bisogno di essere illuminate, diciamo forse che non sono percepite o che non esistono? Perciò se è così per le luci e per le cose rese coscienti dalla stessa Coscienza, quale dubbio puoi avere riguardo alla Coscienza, cioè il Sé? Le luci e le cose, essendo insenzienti, non possono avere coscienza di loro stesse. Tuttavia, la loro esistenza appare indubbia. Ciò significa forse che sono autoluminose? Allo stesso modo vuoi indagare, con mente la rivolta all’interno, se il Sé onnipervadente è cosciente o non cosciente? Quella Coscienza è assoluta e trascende i tre stati (avasthātraya) e comprende tutto l’universo illuminandolo. Nulla può essere percepito senza la sua luce. Potrebbe apparirti qualcosa se non ci fosse la Coscienza? Anche per affermare che nulla appare (come in sonno profondo) è richiesta la luce della Coscienza. Lì (in sonno profondo) non è forse la consapevolezza della tua incoscienza dovuta alla Coscienza stessa? Se capisci l’eternità della sua luce, allora indaga attentamente se la luce è sua o no. Tutti falliscono in questa indagine, per quanto eruditi siano, perché la loro mente non è rivolta all’interno ma verso l’esterno. Fintanto che insorgono pensieri, non si riesce a rivolgere la mente all’interno. Finché la mente non è rivolta all’interno, il Sé non può essere realizzato. Rivolgersi all’interno significa assenza di desiderio. Come potrebbe la mente diventare stabile finché i desideri non sono eliminati? Quindi diventa distaccato e rimani nel Sé. Tale permanenza è naturale (nessuno sforzo è necessario per stare nel Sé). Ciò è realizzato dopo che i pensieri sono eliminati e l’indagine cessa. Stabilisciti in quello stato e allora conoscerai tutto e il significato del suo essere conoscibile e inconoscibile allo stesso tempo. Così realizzando il non conoscibile, si rimane nell’immortalità per sempre. Ora ho finito. Saluti a te. Ma non hai ancora capito le mie parole, perché questa è la prima volta in cui hai ascoltato la verità. Questo Re, il più saggio tra gli uomini, può insegnarti. Chiedi a lui di nuovo ed egli ti chiarirà i tuoi dubbi.” Avendo così concluso, onorata dal Re e da tutta la Corte, scomparve all’istante. Così o Rāma, ti ho insegnato il metodo della realizzazione del Sé».

    1. Le creazioni mentali (manasarga o mānasa kalpita) sono i risultati (dṛṣṭi phala) proiettati dal desiderio per mezzo dell’ininterrotta produzione di azioni tese a tal fine. Le visioni e gli stati degli yogi, come anche cieli, inferni, nascite e rinascite altro non sono che creazioni mentali. “Chi ha attaccamento, assieme al suo karma va dove lo spinge il desiderio della sua mente. Dopo aver esaurito tutti gli effetti del karma compiuto, da quel mondo di fruizione ritorna al mondo dell’azione” (BU IV.4.6). “Essendo desideroso del mondo dei suoi antenati, gli antenati vengono a lui con il suo solo desiderio” (ChU VIII.2.1). “Insieme al desiderio di [raggiungere] un certo mondo che aveva in mente [al momento della morte] egli entra nel prāṇa. Il prāṇa in combinazione con udāna e con il jīva conduce quest’ultimo al mondo da lui desiderato.” (PU III.10). “Esaminando tutti questi riti menzionati nel Ṛg Veda, ecc., avendo in vista la conoscenza non suprema, essi devono essere compiuti da persone soggette all’ignoranza, desiderio e azione con cui sono nate; essi sono ingiunti solo alla persona influenzata da tali difetti. (MUŚBh I.2.12).[N.d.C.[↩]
    2. Avendo fin qui provato che gli oggetti ed eventi sono solo interni, si procede a stabilire che non c’è nulla di ‘esterno’ al Sé [N.d.C.].[↩]
    3. I tattva impuri sono i venticinque enumerati dal Sāṃkhya. Per Śrī Vdyā in totale ci sono trenta tattva [N.d.C.].[↩]
    4. La Brahmavidyā attribuisce al termine samādhi un’interpretazione diversa da quella più popolare del pātañjala yoga come di transe transitoria: in questo caso samādhi indica lo stato di attenzione vigile di chi è in nididhyāsana. Questa interpretazione concorda con la seguente affermazione della smṛti: “Quando la tua mente è disattivata dalla śruti [cioè da śrāvaṇa] e diventa incrollabile e fissata nel samādhi, allora raggiungi lo [ādhyātmika] yoga che segue la discriminazione [viveka]. (BhG II.53.) [N.d.C.].[↩]

    4. Avasthatraya Viveka

      Brahmajñākavi Śrī Deva Rao Kulakarni (Hombala)

      4. Avasthatraya Viveka

      A cura di Maitreyī

      4. Determinazione della natura di Turīya

      Il sogno appartiene a chi conosce la Realtà erroneamente e il sonno a chi non conosce affatto la Realtà. Quando la conoscenza errata di questi due viene rimossa, si raggiunge lo stadio che è Turīya chiamato il “Quarto”.

      Per spiegare questa Kārikā, qui verranno esposti alcuni punti importanti riguardanti l’Avasthātraya e la natura di Turīya.

      A. Descrizione dei tre stati da quattro diversi punti di vista:

      I tre stati sono descritti nella Māṇḍūkya Upaniṣad e nelle Kārikā di Gauḍapāda secondo quattro diversi aspetti o angoli di osservazione:

      1. Come tutti sanno, lo stato presente è quello di veglia. Quando si dice ‘entrare in sonno profondo’ e di non conoscere nulla, si parla dello stato di sonno profondo. Dopo di esso, ma prima del risveglio, si sperimenta a volte il sogno: questo è lo stato di sogno. A partire da questa credenza condivisa da tutti, il Vedānta inizia a insegnare qual è la reale natura di ciascuno, che è il sostrato di quei tre stati. Spiega anzitutto che l’apparizione della vera natura del Sé in forma di stato di veglia è Vaiśvānara pāda, mentre la sua apparizione in forma di stato di sogno è Taijasa pāda. Quando entrambi quegli stati sono assorbiti nel Sé, ciò si chiama Prājña pāda. Questo è un tipo di discriminazione che riguarda i tre stati.
      2. Secondo Śrī Gauḍapāda, i tre stati sono spiegati tramite le loro caratteristiche particolari. Da questo punto di vista, le funzioni dei sensi nei confronti del mondo esterno sono la veglia, le funzioni della sola mente al suo interno sono il sogno e la fusione della mente nel proprio Sé è il sonno profondo. In quest’ottica, possiamo considerare le esperienze di tutti e tre gli stati partendo dal solo attuale stato di veglia. Questo è detto nella Kārikā I.2. e, ancor più dettagliatamente, nel commento alla stessa Kārikā dello Svāmī di Holenarsipur, nel suo Māṇḍūkya Rahāsya Vivṛtiḥ. Questo è il secondo tipo di descrizione dei tre stati.
      3. Dal punto di vista del Vyavāhara, secondo gli Śāstra, per ottenere il mokṣa bisogna ottenere la conoscenza o la realizzazione della propria vera natura di Sé. Śrī Gauḍapāda spiega i tre stati, da questo punto di vista, nelle sue Kārikā I.11-16. Secondo questa parte, la non percezione della vera natura del Sé è il sonno profondo, l’errata conoscenza della natura del Sé sono il sogno e la veglia insieme (entrambi compresi nel termine ‘sogno’), e la realizzazione della vera natura del Sé attraverso il viveka, è il vero risveglio. Quando questo risveglio alla Realtà ha luogo, il cercatore stesso ristà come Turīya. Quando una persona si risveglia alla Realtà, non sperimenta più né il sonno come assenza di conoscenza né il sogno come falsa conoscenza, assumendo il punto di vista dell’intuizione di Turīya, l’Ātman reale. Questo è il terzo tipo di discriminazione dei tre stati. Dal punto di vista della terza descrizione dell’Avasthātraya, i caratteri generici e specifici sono attribuiti a Viśva, a Taijasa e anche a Prājña, cioè ai tre stati di coscienza di veglia, sogno e sonno profondo. In base a ciò, quando siamo nello stato di veglia non conosciamo la nostra vera natura di Sé. Non solo, ma abbiamo anche frainteso la nostra vera natura così: ‘Io sono un uomo, compio azioni, sono felice, sono infelice’, ecc. Quindi c’è sia una conoscenza sbagliata della vera natura del Sé sia assenza di conoscenza. La prima, la conoscenza sbagliata, corrisponde al caso della veglia e del sogno. L’assenza di conoscenza che si crede di sperimentare in sonno profondo, è chiamata allora ignoranza causale (kāraṇāvidyā) e l’errata conoscenza è chiamata ignoranza-effetto (kāryāvidyā). Il punto di vista vyāvahārika a proposito del mokṣa, è che non esisterebbe la possibilità di ottenere la conoscenza del Sé in sonno profondo. Pertanto, ciò che viene qui sovrapposto è l’assenza di conoscenza nel sonno della reale natura del Sé profondo. È da questo punto di vista che si dice che “Prājña è vincolato dall’ignoranza causale” (MUGK I.11). Invece, dal punto di vista della śruti e dei realizzati, nel sonno profondo, l’Ātman della natura della Pura Coscienza sta solo lì. In questo modo, l’assenza di conoscenza della vera natura del Sé è caratteristica generica comune a tutti e tre gli stati, mentre la conoscenza errata è la natura specifica di Viśva e Taijasa. Invece l’assenza di conoscenza è la caratteristica specifica del solo Prājña. Pertanto, i tre stati sono raggruppati solo in due categorie e vengono deliberatamente attribuiti al Sé esclusivamente a scopo di insegnamento. Tutti questi modi di attribuzione sono elencati qui sopra (cap. I, punto c). Quando l’errore dell’assenza di conoscenza e quello di conoscenza errata vengono cancellati al sorgere della vera conoscenza, allora si realizza di essere veramente il Turīya, il Quarto al di là di tutti gli stati illusori di coscienza.
      4. I tre stati sono descritti da Gauḍapāda anche nel quarto capitolo delle Kārikā della Māṇḍūkya, utilizzando una terminologia buddista come laukika, śuddha laukika, lokottara. Questi termini sono utilizzati da Śrī Gauḍapāda nel contesto dello studio comparato tra Buddismo e Vedānta per mostrare la differenza tra le due dottrine. Nell’ultima parte del libro, Śrī Gauḍapāda vuole mostrare il proprio metodo (prakriyā) insegnato nel Vedānta: il metodo tribasico. Ma la sua intenzione qui è evidenziare che le parole come laukika, śuddha laukika, lokottara, sono usate nella letteratura buddista in un senso particolare per poter, con la pratica del loro Yoga, ottenere l’esperienza interiore di tre stati che riguardano l’individuo; ma le stesse parole possono essere usate qui per indicarne l’applicazione al metodo tribasico del Vedānta e non alla filosofia buddhista. Infatti, conoscenza della natura di Turīya è il principale scopo di questa descrizione. Questo è chiaramente affermato anche da Śaṃkara nel suo commento alle Kārikā 87-89 del quarto Prakaraṇa.

      Gauḍapāda applica i termini laukika (esperienza mondana), śuddha laukika (esperienza pura) e lokottara (esperienza trascendente) rispettivamente a veglia, sogno e sonno profondo, a differenza dei vijñānavādin che riconoscono tre gradi di coscienza individuale. I tre stati non sono in realtà stati di coscienza. Sono solo la Pura Coscienza del Testimone che assume l’apparenza di quegli stati, poiché la Pura Coscienza non è toccata dalla loro alternata apparizione e scomparsa. I tre stati non ammettono né la loro giustapposizione nello spazio né la loro successione nel tempo.

      Questo è il quarto tipo di descrizione delle avasthā.

      B. Determinazione della reale natura del Sé tramite viveka:

      Prima di determinare la vera natura di Turīya attraverso il viveka, che è uno strumento importante nel Vedānta, dobbiamo ricordare alcuni punti cruciali:

      1. a) Turīya non è affatto uno stato, come di solito viene inteso da molti vedāntin d’oggidì quale quarta avasthā. È, invece, la reale natura del Sé.
      2. b) Il sostrato della veglia è Turīya, come anche del sogno.
      3. c) Dal punto di vista della veglia e del sogno, il sonno profondo è attribuito allo stesso Turīya.
      4. d) La Realtà, che appare all’ignorante sotto forma di tre stati, essa stessa è Turīya, in quanto è il sostrato di tutti e tre gli stati.
      5. e) Turīya è assolutamente libero dalle contaminazioni delle avasthā, cioè non è influenzato dalla alternata comparsa e dalla scomparsa dei tre stati.
      6. f) Turīya, in relazione con questi tre stati, che sono concepiti come realmente esistenti a causa dell’ignoranza, è detto essere il Quarto a solo scopo di insegnamento.
      7. g) Poiché Turīya non è un’avasthā, l’identificazione popolare con il nirvikalpa samādhi è del tutto infondata.
      8. h) Turīya non ha caratteristiche specifiche che possano essere descritte a parole (cfr. “Infatti (Turīya), essendo privo di qualsiasi caratteristica che possa essere resa tramite l’uso di un termine, è del tutto indescrivibile a parole.” MUŚBh 7).
      9. i) Turīya è il Sé più intimo ed è evidente1: quindi, non è necessaria alcuna descrizione, definizione o prova della sua esistenza. Non può essere riacquisito con alcuno sforzo.

      Nello stesso testo si dice (MUGK I.15) che “quando i due errori (cioè l’assenza di conoscenza e l’errata comprensione della Realtà) che vengono deliberatamente attribuiti a Turīya allo scopo di insegnare, si raggiunge lo stato di Turīya”. In senso stretto non è affatto uno stato e non può essere raggiunto con qualche sforzo come fosse qualcosa di nuovo. Ma, assumendo [per adhyāropa] il punto di vista della sovrapposizione dei tre stati, si dice “si raggiunge lo stato di Turīya”. Questi errori sono annullati nella seguente Kārikā (l.16): “Quando il jīva, dormiente per influenza della Māyā senza inizio, si risveglia, allora realizza il non duale, non nato, esente da sogno e da sonno.” Ossia, quando l’anima individuale si sveglia dal suo sogno illusorio senza inizio, allora diventa consapevole della verità grazie all’insegnamento ricevuto dalle Scritture e dal maestro, vale a dire che essa è realmente l’uno senza secondo (la non-dualità), eternamente non nato, non contaminato e intatto dall’assenza di conoscenza del sonno e dalla conoscenza errata del sogno. Quindi, negando la falsa apparenza di questi tre stati per mezzo del viveka, si può rimanere nella propria reale natura, proprio a conclusione della discriminazione, e questa reale natura è il sempre luminoso Turīya. Śaṃkara afferma chiaramente che Turīya non è uno stato diverso da quei tre. È il sostrato dei tre stati. Se fosse il quarto stato (cioè una ulteriore esperienza al di là di questi tre stati) non ci sarebbe modo di realizzare la natura di Turīya. Di conseguenza, l’insegnamento degli Śāstra sarebbe un esercizio inutile e Turīya sarebbe un vuoto, una Realtà ultima non esistente. Quindi non è uno stato separato, la Realtà ultima stessa appare nelle forme di questi tre stati di coscienza2 e, inoltre, nello stesso luogo Śaṃkara dice che questi tre stati sono solo immaginazioni, cioè vikalpa e quando questa cosa viene realizzata attraverso il viveka e l’apparenza di questi tre stati viene negata o falsificata per mezzo della giusta conoscenza intuitiva, allora la Realtà ultima si manifesta così com’è; cioè, in quel momento si rimane come Turīya e non c’è più bisogno di cercare altri mezzi di conoscenza o altre discipline per la realizzazione di Turīya, dopo aver compreso il significato dei testi vedāntici3. Nella sua traduzione in kannada del Bhāṣya, Śrī Satchidānandendra Sarasvatī Svāmījī ha indicato che, a parte il viveka, non è necessario ottenere la ‘quarta avasthā’ come fosse il samādhi, ecc. e non c’è nemmeno bisogno di discipline come il prasaṃkhyāna (la ripetizione dello studio sui vākya del Vedānta), ecc. Altrove ha affermato: “Le persone che non hanno compreso questa verità immaginano che il testo vedāntico fornisca solo una conoscenza indiretta (parokṣajñāna, teorica) dell’Ātman e che quindi siano necessarie la pratica ripetuta della conoscenza dei mahāvākya (vākyajñānābhyāsa o prasaṃkhyāna), il riassorbimento del mondo della molteplicità nell’Ātman per mezzo della meditazione (prapañca pravilaya o layacintana) o la pratica del pātañjala yoga, ecc. per ottenere l’Ātma-Sākṣatkāra [realizzazione dell’Ātman] o la quarta avasthā come il samādhi”. In un altro passaggio, Śaṃkara afferma esplicitamente che “colui che è il Prājña che ha la forma di seme del mondo e ha l’ignoranza causale (forma seminale dell’ignoranza o avidyā bīja), quello stesso Prājña nella sua vera natura è Turīya, quando non viene preso in considerazione quale seme potenziale del mondo”. Si veda la seguente citazione dal suo Bhāṣya alla seconda Māṇḍūkya Kārikā dell’Agama Prakāraṇa:

      Di Quello stesso, definito Prājña, si parlerà a parte (nel prosieguo) come Turīya (il Quarto), in quanto Realtà suprema, privo di ogni causalità, assolutamente privo di qualsiasi relazione con il corpo ecc.

      Per questo si rimanda al quarto punto di vista sulla suṣupti, spiegato in precedenza nel terzo capitolo. Quando si conosce la vera natura del Sé come Turīya, si eliminano i due tipi di errori: l’assenza di conoscenza e la conoscenza errata della vera natura del Sé. La stessa cosa è anche attestata nella Kārikā I.15, citata all’inizio di questo capitolo.

      C. Procedimento per determinare la natura di Turīya (Turīyatva Pratipatti Kramaṣ):

      Le Upaniṣad insegnano la natura essenziale di Turīya (Ātman) attraverso il rovesciamento delle caratteristiche (ataddharma nivartana), ossia negando tutte le qualità di anātman che si sovrappongono al nostro Ātman o che sono concepite erroneamente nell’Ātman a causa di avidyā.

      Il processo di determinazione della natura di Turīya è descritto molto bene da Śrī Svāmījī nel suo Māṇḍūkya Rahasya Vivṛtiḥ. Riferirò in breve il senso di quel capitolo (Turīya pratipattikramaḥ) che contiene sei tipi di negazioni sulla base dell’esperienza intuitiva della vera natura del Sé. A questo scopo Śaṃkara dichiara nel suo Māṇḍūkya Upaniṣad Bhāṣya, al mantra 7, che:

      Allo stesso modo, quando insorge nel Sé la corretta conoscenza (vijñāna) per mezzo della negazione di attributi quali “è cosciente del mondo interno”, nello stesso istante avviene la cessazione dell’apparente mondo di sofferenza, e quindi non c’è bisogno di cercare altri mezzi di conoscenza (pramāṇa) o [di seguire] qualsiasi altra disciplina (come la costante meditazione) per la realizzazione di Turīya.

      Pertanto, si stabilisce che la cancellazione degli attributi non reali sovrapposti all’Ātman avviene contemporaneamente alla manifestazione della conoscenza che, di per sé, è il mezzo per la negazione della dualità. Vijñāna, qui, significa l’esperienza intuitiva della propria vera natura. Su questo solido terreno avrà luogo la negazione (pratiṣedha) dell’apparenza sovrapposta. Per negare questa concezione errata, il pramāṇa è costituito dai mahāvākya del Vedānta e dagli isegnamenti del guru. Quindi gli Śāstra e gli ācārya sono i pramāṇa che negano gli upādhi sulla solida base dell’esperienza intuitiva. Śaṃkara osserva, inoltre:

      La non realtà della dualità è stabilita da vari testi della śruti […]. Origine e dissoluzione possono essere attribuite solo a un oggetto che ha reale esistenza, e non a uno che è del tutto non esistente come le corna di una lepre.

      La funzione della śruti è quella di eliminare la dualità e non di affermare qualcosa sulla non-dualità, perché sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto è che la negazione degli upādhi sovrapposti è l’unico modo per dirigere l’attenzione del cercatore verso Turīya, che è il Sé evidente nel suo intimo. Da qui l’aforisma della corretta tradizione: “La sua validità è comprovata dalla negazione di descrizioni errate.” Infine, allo stesso tempo, ci si stabilisce nella propria vera natura, che è Turīya. Quindi il viveka è l’unico mezzo per ottenere Turīya. Questo è il significato della frase del commento al settimo mantra della Māṇḍūkya citato sopra4.

      Ora, per quanto riguarda il Turīyatva pratipattikramaḥ, si fornirà di seguito i significati dei sei tipi di negazione (ṣaṭ nirākaraṇa) di cui tratta Svāmījī nel suo già citato commento al mantra settimo della Māṇḍūkya Upaniṣad.

      Turīya, essendo privo di qualsiasi caratteristica che possa essere resa tramite l’uso di un termine, è del tutto indescrivibile a parole.

      • I. Pramātṛtva nirākaraṇa

      Secondo l’esperienza comune, siamo pramātṛ, cioè conoscitori degli oggetti esterni attraverso i mezzi validi di conoscenza come gli indriya e l’antaḥkaraṇa. Grazie a questa conoscenza vediamo il mondo dualistico come se fosse realmente esistente. Ma, secondo la śruti, tutti questi oggetti sono Brahman e non esiste alcuna molteplicità5, anche se noi qui vediamo la molteplicità. Questa è dunque un’idea sbagliata: per eliminare questo equivoco il jijñāsu deve osservare il seguente procedimento: La conoscenza che appare nello stato di veglia o di sogno è dovuta all’adhyāsa, ossia all’identificazione errata con l’antaḥkāraṇa e al trasferimento reciproco delle nature dell’antaḥkaraṇa e del Sé reale. Perciò, pramātṛtva è ādhyāsika. Quando un jijñāsu realizza la sua vera natura, che è la testimonianza di quei due stati dal punto di vista della Realtà assoluta, egli è la natura pura e assoluta della Coscienza. Conoscendo questa verità, falsifica il suo stesso pramātṛtva (la caratteristica dell’azione di conoscere). In questo modo si rimuove l’errore di vedere il mondo della dualità. Vedere il mondo della dualità, come se fosse lì davanti a noi, è come un sogno, perché è un errore dovuto all’adhyāsa. Questa specie di sogno svanirà per mezzo della discriminazione che abbiamo descritto. Questo primo tipo di negazione si chiama pramātṛtva nirākaraṇa (o pramātṛtva pratiṣedaḥ, negazione o abrogazione della funzione di conoscere). Il mondo della dualità può essere presente solo dal punto di vista del pramātṛ, ma non dal punto di vista del Testimone. Questo è il segreto.

      1. II. Agrahaṇa nirākaraṇa e bījabhāva nirākaraṇa

      Dal punto di vista degli stati di veglia e di sogno, si dice che nel sonno profondo non conosciamo nulla. Questa non percezione del mondo della dualità è attribuita allo stato di sonno profondo solo dal punto di vista della veglia e del sogno. Questa nozione errata è chiamata agrahaṇa (non comprensione) o nidrā (torpore, onnubilazione). Per eliminare questa nozione errata si deve osservare che l’Essere puro è la nostra vera natura, sul quale solo appaiono e sono sostenuti gli stati di veglia e di sogno e in cui, alla fine, si riassorbono. Così, la falsa apparenza degli stati scompare ed essi diventano tutt’uno con l’Essere. Questo puro Essere che sta nel sonno profondo è chiamato avyākṛtātmā, che significa che ha la forma seminale non manifesta di entrambi gli stati. Questa attribuzione viene fatta solo dal punto di vista dell’apparizione e della scomparsa degli stati della dualità, cioè la veglia e il sogno. Ma dal punto di vista dell’esperienza intuitiva del sonno profondo in quanto tale, l’avyākṛtātmā è la Pura e Assoluta Coscienza senza secondo, la quale è la reale natura di ognuno. Da questo punto di vista, non c’è affatto ricerca di conoscere o non conoscere, perché essa è la Pura Coscienza. Con questo processo di discernimento ci si libera dell’idea sbagliata che in sonno profondo non si conosce nulla. Questo è l’Agrahaṇarūpa Nidrāviparyāsa kṣayāha (rimozione dell’errore dell’onnubilazione nella forma della non comprensione);con questo, si può osservare che anche l’attribuzione della forma seminale dell’Universo, che dal punto di vista vedico del Vyavahāra è una sovrapposizione, sarà rimossa perché la percezione dell’Universo è solo una falsa apparenza. Perciò, anche la sua forma seminale è una falsa attribuzione. Poiché nel sonno profondo il Sé è di natura non-duale, questa natura continua ininterrottamente anche mentre appaiono gli stati di veglia e di sogno. Così anche l’attribuzione del mondo seminale (jagat bīja) viene rimossa. Quando si comprende che la natura del Sé è Pura Coscienza assoluta e non duale, allora ci si libera dell’idea di non conoscere la natura non duale del Sé, chiamato ignoranza causale o bījāvidyā o avidyā bīja. Poiché il Sé è Pura Coscienza, non ha agrahaṇa (non comprensione) né anyathāgrahaṇa (comprensione sbagliata), proprio come per il sole, la cui natura è sempre splendente, non ci può essere alcuna possibilità di non brillare o di brillare in un modo diverso da quello suo naturale6.

      Questo secondo tipo di negazione è chiamato agrahaṇa nirākaraṇa (negazione della non comprensione) e bījabhāva nirākaraṇa (negazione dell’esistenza seminale). Qui bīja significa la forma seminale del mondo e anche avidyā bīja (ignoranza causale).

      1. III. Anekātmatva nirākaraṇa o anekātmatva pratiṣedaḥ

      In veglia e in sogno pensiamo che ci siano tanti sé in questo mondo. Secondo il Sāṃkhya, il Vaiśeṣika, il Pātañjala Yoga ecc., questa teoria è presa per reale; quindi tutti quei darśana concordano sul fatto che c’è una molteplicità di anime (anekātmavāda), perché non hanno la visione globale della vita com’è indicata nelle Upaniṣad. Secondo il Vedānta, quando dal punto di vista empirico si crede che “io sono in questo mondo”, ecc., identificandosi al corpo, allora si può dire che ci sono tante altre persone e creature in questo mondo. Ma, dal punto di vista della vera natura del Testimone dell’intero stato, lo stesso è chiamato Vaiśvānara in quanto Testimone della veglia e Taijasa in quanto Testimone del sogno, perché esso è il sostrato e l’essenza di quegli stati. Da questo punto di vista, lo stesso Testimone appare sotto la forma delle molteplici anime (jīva) sia in veglia sia in sogno, senza perdere la Sua vera natura. Quindi, il solo Viśva è il Sé di tutti gli esseri che appaiono nella veglia e il solo Taijasa è il Sé di tutti gli esseri che appaiono nel sogno. ci si libera della nozione errata di molteplicità dei Sé. Questo terzo tipo di negazione della molteplicità dei Sé è chiamato anekātmatva nirākaraṇa (negazione della molteplicità dei Sé).

      1. IV.Viśvādi sthānidharma nirākaraṇa o viśvādi sthānidharma pratiṣedaḥ

      A causa degli upādhi degli stati di veglia, di sogno e di sonno profondo, che sono sovrapposti da avidyā sulla vera natura del Sé, dal punto di vista di queste false apparenze, il vero Sé appare come se avesse preso la forma di Viśva, Taijasa e Prājña. Queste tre apparizioni hanno tra loro delle differenze, com’è affermato nelle seguenti śruti:

      “Il primo pāda è Vaiśvānara il cui campo è lo stato di veglia (jāgarita sthāna), in cui la Coscienza è rivolta agli oggetti esterni. Possiede sette membra e diciannove bocche e fruisce degli oggetti grossolani.” (MU 3);

      “Il secondo pāda è Taijasa, il cui campo è lo stato di sogno (svapna sthāna), in cui la Coscienza è rivolta agli oggetti interni. Possiede sette membra e diciannove bocche e fruisce degli oggetti sottili.” (MU 4);

      “Il terzo pāda è Prājña (il Cosciente), che ha come campo il sonno profondo (suṣupta), in cui tutto diventa unificato, che è soltanto una massa di mera coscienza indifferenziata, che è pienezza di beatitudine (Ānanda), della cui beatitudine gode, e che è la porta (mukha) verso l’esperienza (degli altri due stati di sogno e di veglia).” (MU 5).

      Questo è dato per scontato, ma se, invece, lo osserviamo dal punto di vista della vera natura del Sé, in quanto sostrato di queste false immaginazioni, Egli è sempre privo di tutti gli upādhi. In questa prospettiva non c’è alcuna differenza tra Viśva, Taijasa e Prājña che si manifestano in questi tre stati e che non possono essere considerati appartenenti alla natura essenziale dell’Ātman, perché allora rimane solo l’Ātman della natura di Pura Coscienza. Tutti questi Sé apparenti sono essenzialmente identici a Turīya. Realizzando questa verità ci si sbarazza dell’illusione di prendere il Sé come Viśva, Taijasa e Prājña. Questo quarto tipo di negazione è chiamato viśvādi sthāṇidharma nirākaraṇa (negazione della sovrapposizione degli attributi universali).


      1. Allusione all’Ātma pratyaya, la consapevolezza di esistere e di essere cosciente [N.d.C.].[↩]
      2. “Se Turīya fosse davvero diverso dal Sé nei tre stati, per il fatto di non avere caratteristiche descrivibili, allora non ci sarebbe alcun mezzo per conoscere Turīya, quindi l’insegnamento scritturale sarebbe inutile e Turīya sarebbe ridotto a essere vuoto di esistenza. (MUŚBh 7)[↩]
      3. Come le diverse immaginazioni, quali un serpente, un rivolo d’acqua, ecc., sono sovrapposte sulla corda, così i tre stati che appaiono sul Sé, si escludono reciprocamente, anche se sono in sostanza uno con la Coscienza-Testimone e, poiché la Coscienza-Testimone nella sua essenza è immutabile in tutti gli stati, ne consegue che la testimonianza è vera. (MUŚBh Ibid.)[↩]
      4. Per maggiori dettagli si veda il prossimo paragrafo IV).[↩]
      5. “In Lui non esiste alcuna differenza (nānā).” BU IV.4.19.[↩]
      6. “Per questa ragione Turīya è privo del seme della non conoscenza della Realtà; e, proprio per quell’assenza, è privo anche della conoscenza erronea prodotta dalla non percezione, come nel sole sempre splendente non può esserci alcuna possibilità di tenebra a esso opposta né di un splendore diverso dal suo.” (MUGKŚBh I.12)[↩]

      10. Avasthātraya Mīmāṃsā

        Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

        10. Avasthātraya Mīmāṃsā

        Versione commentata del Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya

        Māṇḍūkya Upaniṣad – Vaitathya Prakaraṇa

        Gauḍapāda, Kārikā II.31

        Come il sogno e la magia sono riconosciuti non reali quanto la città dei Gandharva vista in cielo, così il saggio sa dalle Upaniṣad che anche l’intero universo è non reale.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.31

        Il sogno e il gioco dell’illusionista, pur essendo non reali, dato che sono costituiti da oggetti non reali, sono considerati da chi non discrimina come costituiti da oggetti reali. Proprio come un gandharvanagara, una città illusoria che appare nel cielo, che sembra essere piena di negozi carichi di mercanzie, palazzi, templi e villaggi pullulanti di uomini e donne indaffarate, alla fine viene visto svanire all’improvviso davanti ai propri occhi; o come il sogno e la magia che, pur visibili all’occhio, infine risultano non reali, allo stesso modo tutto questo intero mondo (idam) di dualità è considerato come non reale. Da dove si sa questo? Dal Vedānta, come, per esempio: “In Esso non c’è alcuna differenziazione” (BU IV.4.19; KU II.1.11), “Indra (il Signore), attraverso la Māyā, è percepito come multiforme” (BU II.5.19), “Questo (idam) all’origine non era che il Sé, l’unica entità” (BU I.4.17), “All’inizio questo era davvero Brahman, uno solo” (BU I.4.11), “È da una seconda entità che sorge la paura” (BU I.4.2), “Ma non c’è un secondo oltre a lui” (BU IV.3.23), “Ma quando per il conoscitore di Brahman tutto questo è diventato il proprio Sé” (BU IV.5.15), e così di seguito. Questo lo sanno coloro che conoscono correttamente le cose, gli illuminati. Questo punto di vista è sostenuto anche nel seguente testo smṛti di Vyāsa: “Questo universo è considerato non reale dai saggi quanto una corda che, nella penombra, sembra essere una fessura del terreno; o è visto sempre instabile come le bolle di schiuma dell’acqua piovana, privo di beatitudine e che cessa di esistere con la dissoluzione”.

        [Durante il sogno o mentre si è sottoposti alla fascinazione di uno spettacolo di illusionismo, si crede che quello che si sta vedendo sia reale, composto da oggetti reali. Allo stesso modo colui che non è in grado di discriminare crede nella realtà del mondo della veglia come fosse composta da oggetti reali. Costui percepisce il mondo esterno come una fatamorgana (gandharvanagara), la città dei Gandharva. Per rendere più vivido l’esempio di falsa conoscenza, Śaṃkara si produce in una descrizione dettagliata dell’illusoria apparizione tra le nuvole. Vedendo in quella visione tanti particolari e tanta attività, la mente dell’ignorante è coinvolta e vincolata dalla suggestione, convincendolo sempre di più dell’idea che si tratti di una realtà oggettiva perché percepita dettagliatamente1. Invece il risveglio interrompe il sogno, la fine dello spettacolo conclude la magia e la fatamorgana si dissolve all’improvviso per il cambiamento del vento e della luce, perché tutto ciò che non esiste prima né dopo, non esiste nemmeno nel mezzo della sua apparizione. Appariva ai sensi, ma non esisteva, a dimostrazione che la percezione non è garanzia di realtà. C’è, inoltre, da considerare che in questo commento Śaṃkara afferma che l’illusorietà è sempre di natura non reale e non, come gli ignoranti sostengono, che l’illusione è una realtà ‘minore’ o ‘relativa’. Perciò l’intero mondo è non reale, come è provato dalle citazioni tratte dalla śruti e dalla smṛti2.]

        Gauḍapāda, Kārikā II.32

        Non c’è dissoluzione né origine di alcun oggetto, non c’è nessuno che sia limitato, nessuno che pratichi una sādhanā o che aspiri alla Liberazione e nemmeno c’è alcun liberato. Questa è la Verità assoluta.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.32

        Questa kārikā, che inizia con “non c’è dissoluzione”, riassume il senso di questo intero capitolo. Se dal punto di vista metafisico (paramārthatā), tutta la dualità è non reale e il Sé è l’unica Realtà esistente, allora tutte le nostre azioni dettate da circostanze mondane o ingiunte dalle scritture, sono compresi nel dominio dell’ignoranza: quindi, non c’è nessuna distruzione (nirodha) o dissoluzione (pralaya). In assenza di origine (utpattiḥ) e di dissoluzione, nessuno è limitato (baddaḥ), cioè non c’è alcun individuo in trasmigrazione, né alcun iniziato (sādhaka) che cerchi o aspiri alla Liberazione (mumukṣu), né nessuno che si sia liberato (muktaḥ) da ogni legame. Questa è la Verità assoluta (paramārthatā).

        Domanda: Come può esserci assenza di origine e dissoluzione?

        Risposta: Perché la dualità non è reale. La non realtà della dualità è stabilita da vari testi della śruti, come, per esempio: “Perché quando c’è, per così dire, la dualità” (BU II.4.14; IV.5.15), “Va di morte in morte chi vede molteplicità in Esso” (BU IV.4.19; IV.5.15; KU II.1.10), “Tutto questo non è che il Sé” (ChU VII.25.2), “Tutto questo (idam) non è che Brahman” (Nṛsiṃha Tāpanīya Upaniṣad, 8), “Uno soltanto, senza un secondo” (ChU VI.2.1), “e tutto questo non è altro che il Sé” (BU II.4.6; IV.5.7). Origine e dissoluzione possono essere attribuite 3 solo a un oggetto che ha esistenza, e non a uno che è del tutto non esistente come le corna di una lepre. In verità il non-duale non può avere né nascita né morte. Sarebbe, infatti, contraddittorio dire che è non duale, ma che, tuttavia, ha nascita e morte. E per quanto riguarda la nostra esperienza empirica della dualità, come quella del Prāṇa, ecc., è già stato detto che è tutta una sovrapposizione immaginata sul Sé come un serpente immaginato su una corda. Infatti, l’illusione mentale di prendere una corda per un serpente non ha origine dalla corda né in essa si dissolve. Né il serpente al posto della corda ha origine dalla mente né si dissolve in essa, e neppure si dissolve in entrambe (nella corda e nella mente). Lo stesso vale per la dualità, che è ugualmente un’illusione mentale, perché la dualità non viene più percepita in uno stato di samādhi o di sonno profondo. È quindi assodato che la dualità è una mera illusione della mente. Perciò è stato ben detto che, poiché la dualità non esiste, la verità assoluta consiste nella non realtà della dissoluzione e di tutto il resto [precedentemente elencato].

        Obiezione: Se è così, allora la śruti avrebbe come fine solo quello di dimostrare la non realtà della dualità e non quello di dimostrare la Realtà della non dualità, essendo questi due scopi incompatibili. Di conseguenza, così si finirebbe nel nichilismo, in quanto non c’è alcuna prova dell’esistenza della non-dualità e, comunque, la dualità risulta non esistente.

        Risposta: Non è così, perché si deve ricordare una obiezione che abbiamo già confutato, circa la teoria per la quale le immaginazioni mentali, come quella di un serpente ecc., su una corda, possano verificarsi senza un sostrato.

        Obiezione: La corda che si suppone essere il sostrato dell’immaginazione del serpente è anch’essa inesistente e quindi l’esempio non è una dimostrazione valida.

        Risposta: Non è così, perché anche quando l’immagine illusoria scompare, il sostrato che non è proiettato dalla mente, continua logicamente a esistere per il fatto stesso di essere non illusorio.

        Obiezione: Si può rispondere che anche il sostrato non-duale è non reale come il serpente immaginato su una corda.

        Risposta: Non può essere così, perché proprio come la corda, che è il sostrato dell’illusione (del serpente), esiste come realtà non immaginata prima ancora di percepire il serpente non reale, così esiste anche il Sé non duale che, non essendo una proiezione mentale, non può essere considerato illusorio. Inoltre, l’essere che produce l’immaginazione non può essere non esistente, poiché la sua esistenza deve essere ammessa in quanto precedente al sorgere dell’illusione.

        Obiezione: Ma se lo scopo della śruti non è quello di dimostrare la reale natura del Sé, come può portare alla cessazione della percezione della dualità?

        Risposta: In questo non c’è errore, perché la dualità si sovrappone al Sé per ignoranza, proprio come un serpente su una corda.

        Obiezione: Come?

        Risposta: Tutti questi pensieri, come “sono felice, disperato, ignorante, nato, morto, deperito, dotato di un corpo; sono un vedente; sono manifesto e immanifesto, sono agente e fruitore di frutti, condizionato e non condizionato, emaciato e vecchio, io sono così e così e questo è mio”, sono tutte sovrapposizioni sul Sé. Il Sé permea tutti questi pensieri, perché è invariabilmente presente in tutti, proprio come una corda è presente in tutte le diverse apparenze illusorie, come serpente, rivolo d’acqua ecc. La śruti serve a mostrare non qualcosa che è già noto, perché se dovesse ripetere qualcosa di già noto perderebbe la sua autorevolezza. Poiché la Coscienza della propria reale natura in quanto Sé, per quanto ostacolata dagli attributi come la felicità ecc., imposti dall’ignoranza, è nota in tutta evidenza e poiché la meta più alta (śreyas) è scoprire che tutte quelle sovrapposizioni esistono solo nell’apparente dominio della relazione (vyavahāra), la śruti ha lo scopo di rimuovere dal Sé le idee di felicità ecc., facendo emergere la consapevolezza di essere libero da felicità ecc. attraverso testi come “Non questo, non questo” (BU IV.4.22), “Non grossolano” (BU III.8.8) ecc. A differenza della vera natura del Sé, gli attributi dell’infelicità, della felicità ecc. si alternano, gli attributi opposti non essendo sempre presenti nella coscienza contemporaneamente, come il fuoco, che è della natura del calore, non può essere contemporaneamente freddo. Perciò è sul Sé senza attributi che si immaginano i distinti attributi di felicità, infelicità ecc. Per quanto riguarda le śruti che parlano dell’assenza di felicità ecc. nel Sé, è dimostrato che essi hanno il solo scopo di rimuovere da esso le specifiche idee di felicità ecc. E a sostegno di questo, coloro che conoscono il significato delle scritture ripetono l’aforisma: “La validità delle scritture consiste nel fatto che negano anche le qualità positive del Sé”.

        Ora è così spiegato il significato della precedente Kārikā:

        [La Kārikā II.32 non è solamente il sunto del secondo prakaraṇa, ma è la sintesi del senso più alto dell’intera dottrina metafisica advitīya. Quando ci si pone sul piano della Conoscenza dell’Assoluto, in realtà non si assume un punto di vista tra gli altri. Può essere definito solo a scopo d’insegnamento ‘punto di vista metafisico’ (pāramārthika dṛṣṭi) in comparazione o contrasto (anvaya-vyatireka) con il punto di vista empirico (vyāvahārika dṛṣṭi); o come punto di vista dell’annullamento dell’ignoranza (apavāda dṛṣṭi) in opposizione con il precedente punto di vista della falsa conoscenza (adhyāropa dṛṣṭi). Ma la Kārikā ha appena dimostrato che il punto di vista illusorio è del tutto non reale, perciò quello metafisico è l’unica Realtà. Nella Realtà assoluta, non c’è nascita né morte, non c’è né creazione né dissoluzione, non c’è né principio né fine; non c’è, dunque alcuna relazione duale che rende l’apparenza del mondo composta da inizio, sviluppo ed esaurimento, svolgersi nel tempo, nel continuo modificarsi, nel divenire e nell’azione. Da questo punto di vista l’azione è saṃsāra, indifferentemente che si tratti di azione rituale o di azione mondana (vaidika-laukika karma); non c’è prima né dopo, né causa né effetto, perché l’Assoluto è libero da qualsiasi dualità. Così non c’è alcun essere vincolato (baddaḥ), limitato (paricchinna), relazionato a qualcos’altro (sambandha) perché non esiste nulla che possa vincolare, limitare, relazionarsi. Perciò in realtà non esiste nessuno che cerchi la Liberazione praticando un metodo (sādhaka) e che aspiri a diventare liberato (mumukṣu), e nemmeno esiste un liberato da qualcosa (muktivat). Esiste solo l’eternamente libero (mukta). Sādhaka, mumukṣu e muktivat sono anch’essi sovrapposizioni sul non duale Brahman che è nityā, śuddha, buddha, mukta svarūpa,eternamente Puro, Cosciente e Libero per natura. Considerare che il Brahman possa essere descritto sulla base dell’esperienza empirica, come è stato elencato nelle Kārikā II.20-28, considerandolo come Prāṇa4 ecc., altro non è che sovrapporre all’Assoluto una propria creazione mentale prodotta dall’ignoranza, come il falso serpente è proiettato sulla realtà della corda. Né si può dire che tutte le diverse forme, che le diverse correnti dell’aparabrahma vidyā attribuiscono all’Ātman come fosse il Creatore di qualcosa come il mondo (e il jīva), siano una produzione dello stesso Sé; infatti il serpente non è una produzione della corda, come il Creatore non è prodotto dall’Ātman. E nemmeno si può sostenere che il serpente sia creato e poi dissolto dalla stessa mente in assenza del sostrato, come sostengono i buddhisti vijñāvādin, perché si tratta solo d’un errore nel valutare la realtà della corda. E neppure si può dire che l’errore dell’immagine del serpente sia dovuto a un qualche difetto oggettivo presente sia nella mente sia nella corda, come affermano i mūlāvidyāvādin. La prova definitiva che la dualità è non reale sta nell’esperienza universale per cui laddove la mente non è attiva, essa non esiste. Infatti nel samādhi e nel sonno profondo la dualità non esiste affatto. Quindi, la dualità è solo una illusoria proiezione mentale (mānasa kalpitam). Lo scopo sella śruti, appresatramite l’insegnamento del guru, non è quello di insegnare la natura reale dell’Ātman. L’Ātman svarūpa, infatti, non può mai essere oggetto di conoscenza, dato che il soggetto conoscente usa pur sempre come strumento d’indagine l’intelletto individuale. La conoscenza procurata dalla buddhi è una azione mentale (mānasa kriyā), perciò inadatta a indagare sull’Assoluto. Tuttavia la buddhi è capacitata a indagare sugli anātman del dominio della dualità che così diventano oggetti di viveka. La presa di coscienza della non realtà degli oggetti indagati, alla fine, lascia emergere spontaneamente la Realtà dell’Ātman: e non si può accettare che la cancellazione della dualità si concluda nel concetto di vuoto (śūnyatā), perché si è già ripetutamente dimostrato che senza un sostrato (adhiṣṭhāna) non è possibile alcuna sovrapposizione (adhyāsa). Il sostrato, il Brahman, non è una proiezione dell’ignoranza (avidyā kalpita), è del tutto libero dalle immaginazioni suscitate dalla mente. La Coscienza dell’Assoluto è la Realtà eterna e, come tale, precede tutte le creazioni mentali: infatti la consapevolezza di Essere e di essere Cosciente precede la falsa idea che ‘io sono così e così’. Dunque “tutti questi pensieri, come “sono felice, disperato, ignorante, nato, morto, deperito, dotato di un corpo; sono un vedente; sono manifesto e immanifesto, sono agente e fruitore di frutti, condizionato e non condizionato, emaciato e vecchio, io sono così e così e questo è mio”, sono tutte sovrapposizioni sul Sé.” Ciò significa che l’autorevolezza della śruti non consiste nel proclamare ciò che tutti sanno già, cioè di esistere in quanto coscienti, ma nell’indicare che tutte le sovrapposizioni comprese nella formula ‘io sono così e così’, prese per reali, in realtà sono non reali e non esistenti. Con il “neti neti” si nega ogni ‘così e così’ ed allora emerge l’evidenza che “Io sono il Brahman” (aham Brahmāsmi). Ovviamente il viveka ha la caratteristica di eliminare dal Sé non solamente tutti gli attributi negativi, ma anche quelli positivi. Per esempio, non si discrimina dall’Ātman soltanto l’infelicità, ma anche la felicità, perché esso è al di là della dualità5.]

        Gauḍapāda, Kārikā II.33

        Questo Sé, pur rimanendo non duale, è immaginato come fosse gli oggetti non reali; e anche questi oggetti percepiti sono immaginati sul Sé non duale. Perciò la non-dualità è di buon auspicio.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.33

        Nelle percezioni “Questo è un serpente”, “Questo è un bastone”, “Questo è un rivolo d’acqua”, ecc. il medesimo oggetto chiamato corda è preso per oggetti non reali come un serpente, un rivolo d’acqua, ecc., anche se permane come l’unico oggetto reale, la corda; allo stesso modo, il Sé è immaginato come una molteplicità di cose non reali come il Prāṇa, ecc. che non esistono. Ma questo non avviene dal punto di vista della Realtà assoluta, perché nessuno può percepire nulla se la mente non è attivata (pracalana), né al Sé si può attribuire alcun movimento. Di conseguenza non si può pensare che gli oggetti percepibili solo dalla mente mutevole possano esistere nella Realtà. Perciò, sebbene il Sé sia sempre della stessa natura, lo si immagina sotto l’apparenza di oggetti irreali, come il Prāṇa, ecc. mentre, invece, esiste sempre nella sua natura di non-dualità e di Realtà assoluta in quanto sostrato di tutte quelle creazioni della mente, proprio come la corda lo è del serpente, ecc. E anche quegli oggetti percepiti, vale a dire il Prāṇa e tutto il resto, sono immaginati solo sul Sé che è la Realtà assoluta e non duale, poiché nessuna proiezione mentale può essere percepita senza un sostrato. Quindi, poiché la non dualità è il sostrato di ogni sovrapposizione, e poiché questa non dualità è sempre immutabile nella sua stessa natura, la non dualità è di buon auspicio (śiva), anche nello stato di illusione. Ma le illusioni considerate separatamente, sono negative, perché generano paura come quella del serpente visto su una corda per ignoranza. La non dualità è libera dalla paura; quindi essa sola è di buon auspicio.

        [Proseguendo l’argomentazione, sulla base della confutazione dello śūnyavāda, Gauḍapāda, seguito fedelmente da Śaṃkara, ribadisce che l’Ātman, anche quando è confuso per ignoranza con oggetti non reali, è comunque di buon auspicio; ovvero è favorevole all’indagine sulla Realtà per chiunque ne desideri ardentemente la conoscenza (jijñāsu). La falsa percezione di un oggetto inesistente, infatti, è pur sempre un segnale della reale esistenza di un sostrato. La persona qualificata intellettualmente, dalla mente purificata e seguendo il corretto insegnamento upaniṣadico, può intuire che al di là della forma illusoria si cela una realtà, stimolando in lei l’indagine discriminante. Perciò, anche se percepita in modo sbagliato, la Realtà non duale è sempre favorevole, benefica e di buon auspicio (śiva). Percepita o concepita, quale un pensiero, un’idea, come quella più astratta del Prāṇa-Prājña-Hiraṇyagarbha che apre l’elenco delle sovrapposizioni citate (Kārikā 20-28). Invece, se gli oggetti che appaiono ma che non esistono sono pensati come reali e separati da qualunque sostrato, allora sono concezioni negative che, rappresentando nella mente dell’ignorante ciò che è altro da Sé, sono motivo di paura (bhaya).]

        Gauḍapāda, Kārikā II.34

        Questo mondo, se considerato in quanto Ātman, non continua a essere molteplice, né esiste nemmeno a sé stante. Né gli oggetti fenomenici esistono separati o non separati (l’uno dall’altro o dal Sé). Questo è ciò che realizzano i conoscitori della Realtà.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.34

        Perché la non-dualità è di buon auspicio? Perché ciò che è sfavorevole si trova dove c’è molteplicità o, in altre parole, dove c’è separazione tra un oggetto e l’altro. Infatti, questo (idam, mondo) molteplice, che appare (jāta) in quanto divenire costituito da Prāṇa e così via, se è considerato dal punto di vista del Sé supremo, la Realtà non duale e assoluta, non continua più ad apparire molteplice (nānā) e diverso dal sostrato, proprio come un serpente illusorio non ha un’esistenza separata quando, con l’aiuto di una luce, lo si scopre identico alla corda. Inoltre, questo mondo non esiste mai in Prāṇa, ecc., come sua vera natura perché è solo immaginato come un serpente su una corda. Allo stesso modo, gli oggetti chiamati Prāṇa, ecc. non sono distinti l’uno dall’altro come un bufalo è diverso da un cavallo. Di conseguenza, proprio a causa della non realtà della dualità, non c’è nessun oggetto che possa esistere come separato l’uno dall’altro o dal Sé supremo. I brāhmaṇa i conoscitori del Sé, realizzano così la Realtà suprema. Perciò la non-dualità è di buon auspicio, perché è libera da ciò che causa separazione. Questo è il significato. Si passa ora a esaltare la realizzazione perfetta appena descritta:

        [Perciò la molteplicità degli oggetti, considerati tra loro separati per nome e forma e separati dal loro sostrato, dal Sé, è infausta. Perché il mondo molteplice e composto da oggetti separati è una falsa immaginazione: il mondo, in quanto mondo, è non reale, è solo apparenza, la sua Realtà essendo la vera natura (svarūpa) del Brahmātman: esattamente come il serpente è non reale in quanto serpente, la sua vera natura essendo la corda. I conoscitori del Brahman (brāhmaṇa) hanno realizzato la vera natura del Sé proprio liberandosi con la discriminazione da ciò che produce separazione e molteplicità: l’ignoranza.]

        Gauḍapāda, Kārikā II.35

        Il Sé che è al di là di ogni immaginazione, libero dalla diversità di questo mondo fenomenico, e che è non duale, è realizzato dai contemplativi conoscitori dei Veda, non afflitti da desiderio, paura e ira.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.35

        Le persone (muni) costantemente impegnate nel silenzio e nella contemplazione, quelle che discriminano, che hanno rimosso per sempre attaccamento, paura, invidia, ira e tutti gli altri difetti, coloro che hanno compreso i segreti delle Upaniṣad, vale a dire gli illuminati che sono sempre attenti al significato della śruti, realizzano questo Sé privo di immaginazioni sovrapposte, sostrato del variegato mondo fenomenico, il Sé in cui c’è la totale negazione di questo mondo (idam), che è la negazione della realtà del mondo (prapañca upaśama) considerato separato. È per questo che è senza secondo. L’idea è che solo coloro che hanno rinunciato agli errori summenzionati, che sono saggi e che sono a conoscenza dei segreti delle Upaniṣad realizzano il Sé supremo, non i logici e altri, i cui cuori sono contaminati da desideri, ecc., e le cui speculazioni dipendono dalle loro inclinazioni personali.

        [Mauna è il sinonimo di nididhyāsana (attenzione contemplativa), come pāṇḍitya e bālya lo sono rispettivamente di śravaṇa (ascolto dell’insegnamento) e manana (riflessione discriminante). I muni, i veri contemplativi che fissano la loro attenzione (nididhyāsana) sulla Realtà; i vivekin,che riflettendo (mamana) hanno discriminato la dualità liberandosi da paura, invidia, ira nei confronti dell’altro da Sé; coloro che hanno compreso a fondo il significato della śruti con il solo ascolto (śravaṇa) delle parole del guru, tutti questi sono illuminati (prakāśa). Essi realizzano il Sé direttamente, al di là delle false sovrapposizioni create dalla mente individuale. In questo modo realizzano anche la negazione della presunta realtà del mondo (prapañca upaśama). La realizzazione della propria vera natura di Ātman e della negazione del mondo non sono due cose separate, ma una sola, come quando si dice «non è in casa» ed «è uscito di casa» per esprimere l’assenza da casa. Il mondo, dunque, è non reale e anche considerandolo come una semplice apparenza, non è una realtà separata. Per questo l’Assoluto è non duale e non semplicemente unico. Chi ha così conosciuto è il vero jñāni e non coloro che investigano seguendo la semplice logica o coloro che, non avendo rinunciato ai frutti delle azioni, dipendono dai desideri e immaginano l’Assoluto sotto le forme apparenti dettate dalle loro inclinazioni individuali.]

        Gauḍapāda, Kārikā II.36

        Perciò, dopo averlo conosciuto, fissano l’attenzione sul Non-duale. Essendosi stabiliti nel non-duale, si comportano nel mondo come folli.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.36

        Dopo aver saputo che il Non-duale è di buon auspicio ed è libero dalla paura perché per natura è privo di ogni male, in saggio fissare su di esso la propria attenzione (smṛti o nididhyāsana); vale a dire che deve ricorrere alla propria intelligenza per realizzare la non-dualità. E dopo aver compreso il Non-duale, ecc., dopo aver realizzato direttamente (sākṣāt) e immediatamente (aparokṣāt) il Sé che è al di là della fame, ecc., che è senza nascita e al di sopra di tutte le relazioni, dopo aver conseguito la consapevolezza “Io sono il supremo Brahman” (aham Brahmāsmi), si comporta nel mondo come se fosse un folle in quanto non dichiara pubblicamente “Io sono così e così” (aham amukaḥ asmi).

        Ora si descriverà qual è il suo modo di comportarsi nel mondo:

        [Si può realizzare la propria natura di Sé per intuizione con il solo ascolto dell’insegnamento (upadeśa) della śruti. Altrimenti si dovrà riflettere e prestare attenzione a quanto appreso. In questo caso si compirà un’azione mentale tramite l’intelligenza (vijñāna), vale a dire usando la buddhi. La cancellazione dell’anātman, operato da manana e nididhyāsana, lascerà simultaneamente spazio all’intuizione del Sé. Simultaneamente perché la realizzazione è diretta e non a tappe, ed è immediata, non essendoci nulla che la favorisca facendo da intermediario, essendo tale presa di Coscienza non duale. Chi ha raggiunto la Liberazione dall’ignoranza, essendo l’unico Sé cosciente ed esistente, non può più dichiarare «io sono così e così». Perciò appare al mondo come un folle perché il suo comportamento è diverso da quello degli uomini ordinari.]

        Gauḍapāda, Kārikā II.17

        Come una corda, la cui natura non è stata ben verificata, nella penombra è immaginata come in vari modi, come un serpente, un rivolo d’acqua, eccetera, così anche il Sé viene immaginato in vari modi.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.17

        È come accade nell’ esperienza comune quando una corda, allorché la sua vera realtà non è ben verificata nella penombra [, senza la certezza che] “È proprio così”, è immaginata variamente come un serpente, un filo d’acqua o un bastone, in quanto non è stata determinata la sua vera natura. Infatti, se la corda fosse indagata fin dall’inizio nella sua realtà, la fantasia del serpente non si produrrebbe; non ci sarebbe alcuna immaginazione sbagliata, come non si può sbagliare a riconoscere le dita delle proprie mani. Questo è l’esempio. Così si prende il Sé per un essere individuale (jīva) oppure per il soffio vitale (prāṇa), ecc., solo perché non è stata accertata la sua vera natura di pura Coscienza, Esistenza e non-dualità, del tutto libera da errori, come causa ed effetto, che sono caratteristici del mondo. Questa è la conclusione di tutte le Upaniṣad.

        [La corda è presa per un serpente o altro che somigli alla sua forma, a causa della penombra che impedisce una chiara visione. La penombra indica l’ignoranza (avidyā o ajñāna); c’è però da notare che si parla di penombra e non di tenebra totale, perché in tal caso non si potrebbe nemmeno vedere la corda e, perciò, non la si potrebbe scambiare per qualcos’altro. Ciò sta a significare che l’ignoranza assoluta non esiste e che, in verità, avidyā è solo conoscenza erronea o falsa conoscenza. Infatti l’unico Assoluto è il Brahmātman non duale. La conoscenza errata o falsa conoscenza è pur sempre una conoscenza che percepisce qualcosa, ma che sbaglia nell’interpretarla, proiettando alla realtà una sua interpretazione di fantasia. L’ignoranza, dunque, per l’Advaitavāda, è sempre la sovrapposizione (adhyāsa) d’una immagine irreale (mithyā o vaitatha kalpita) su un sostrato reale (satya adhiṣṭhāna). Avidyā e adhyāsa sono strettamente sinonimi. Se invece la corda fosse osservata in piena luce, le varie fantasie sovrapposte, come il serpente ecc., non potrebbero apparire mai: la corda sarebbe evidente come si riconoscono senza fallo le dita della propria mano. Chi è libero dall’ignoranza riconosce la Realtà come Esistenza e Coscienza non duale e non le sovrappone gli errori derivanti dal prestare una falsa realtà al mondo, a partire dal più grave: la credenza nella ‘legge di causalità’ (kārya-kāraṇa sambandha).]

        Gauḍapāda, Kārikā II.37

        Chi ha abbandonato l’azione è al di sopra della lode e dell’ossequio e deve essere libero da ogni rituale. Appoggiandosi a ciò che è mutevole e a ciò che è immutabile, s’affida solo alle circostanze.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.37

        Diventare un asceta (yati) che rinuncia a tutte le attività che attirano lode e rispetto significa abbandonare ogni desiderio per gli oggetti esterni e assumere la suprema forma di distacco (paramahaṃsa pārivrājya), in accordo con la śruti: “Conoscendo questo stesso Sé, i brāhmaṇa rinunciano […] e conducono una vita mendicante” (BU III.5.1); e con la seguente smṛti: “Con il loro intelletto assorbito in Quello (Tat, il Brahman), il cui Sé è Quello, stabili in Quello, con Quello come meta suprema” (BhG V.17). Con mutevole (cala) s’intende il corpo, poiché muta in ogni momento, mentre acala, immutabile, è la Realtà del Sé. Nel caso in cui, spinto dalla necessità di mangiare, ecc., si comporta come un “io”, apparentemente tralasciando la Realtà del Sé che è il suo sostegno (niketa), la sua dimora, e che è per natura immutabile come il cielo, allora usa il corpo mutevole come suo sostegno. L’illuminato che s’appoggia al mutevole e all’immutabile, è il calācalaniketa, e non l’uomo ordinario che trova sostegno negli oggetti esterni. Egli s’affida alle circostanze, cioè s’affida soltanto per mantenere il corpo, all’abito che lo copre, alle coperte e al cibo che occasionalmente gli sono offerti.

        [Tra le diversità di comportamento dell’illuminato, ovviamente notate nel mondo esterno da coloro che ne sono immersi, quella più evidente corrisponde alla rinuncia (vairāgya). La rinuncia ai desideri che spingono all’azione induce il jñāni ad assumere il saṃnyāsa più rigoroso, quello noto come pārivrājya o mendicante itinerante, descritto spiritualmente come cigno supremo (paramahaṃsa)6. Pur essendo immutabilmente (acala) lo stesso Paramātman, questo tipo di rinunciante appare ai profani ancora ancorato a certe azioni. Si tratta però di azioni che il corpo mutevole (cala), con cui il paramahaṃsa appare agli altri, si mantiene in ciò che gli altri interpretano come una vita individuale. Il rinunciante perciò è identificato all’immutabile, anche se sembra appoggiarsi al corpo mutevole (calācalaniketa). Egli si nutre, si veste e riposa grazie alla carità e ospitalità di chi spontaneamente gliene offre.]

        Gauḍapāda, Kārikā II.38

        Avendo indagato la Realtà nel proprio interno e nel mondo esterno, ci si identifica con la Realtà, ci si bea della Realtà e non ci si separa dalla Realtà.

        Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, II.38

        Gli oggetti esterni, come la terra, e quelli che riguardano il soggetto, come il corpo ecc., sono irreali come il serpente immaginato su una corda o come il sogno, la magia, ecc., com’è anche affermato dalla śruti: “Ogni modificazione esiste solo nel nome, avendo come supporto la parola” (ChU IV.4.1). È il Sé ciò che esiste all’interno e all’esterno, che è senza nascita, senza causa ed effetto, libero da interno ed esterno, pieno, onnipervasivo come lo spazio, sottile, immobile, senza attributi, senza parti e azioni, come afferma la śruti: “Quello è la Realtà, Quello è il Sé, Quello sei tu” (ChU VI.8-12). Avendo visto la Realtà in questo modo, ci si identifica con la Realtà; si prova beatitudine solo nel Sé, e non in qualcosa di esterno, come pensa chi è privo di realizzazione, che pensa che la mente sia Sé e che il Sé continui a cambiare secondo i mutamenti della mente. O chi a volte accetta che il Sé sia il corpo ecc., e pensa ‘Ora mi sono separato dalla Realtà che è il Sé’; e che quando la mente va in samādhi, pensa di essersi unito alla Realtà in uno stato di quiete, credendo: ‘Ora mi sono identificato con la Realtà’. Il conoscitore del Sé non è così, perché la natura del Sé è sempre la stessa ed è impossibile che cambi la sua natura. Si deve essere sempre incrollabilmente stabili nella Realtà, con la certezza che “Io sono Brahman”. Vale a dire che si deve sempre avere Coscienza che la Realtà è il Sé, com’è confermato dai seguenti testi della smṛti: “L’illuminato vede Quello (Tat) stesso in un saggio brāhmaṇa, in una vacca, in un elefante, in un cane e in un intoccabile mangiatore di cani» (BhG V.18), “Vede soltanto colui che vede il Signore supremo esistere egualmente in tutti gli esseri” (BhG XIII.27).

        [Il viveka nei confronti del mondo esterno è superato con l’eliminazione del senso del ‘mio’ (mama). Scoprire che gli oggetti esterni sono false apparenze è dilacerante, poiché rimuove il desiderio di impadronirsi di ricchezze, di imporre la propria autorità e stato sociale, di affermare la propria superiorità nei confronti altrui, in coraggio, erudizione, bellezza e virtù ecc. Il distacco dal mondo esterno induce a frenare e sopprimere le attività, tralasciando il desiderio per i risultati dell’azione. Il vedāntin, a differenza di altri sādhaka, inserisce nel mondo anche il suo corpo, non distinguendolo da esso, in quanto entrambi jagat e śarīra sono nient’altro che combinazioni dei cinque elementi. Perciò il distacco dal mondo coincide con l’asserzione “io non sono il corpo”. Da quel momento il mondo esterno è falsificato, annullato, e il Vedānta vicāra si rivolge verso il Sé che appare come fosse interiore (ādhyātmika). In realtà il Sé non è né esterno né interno, né causa né effetto, privo di inizio e fine, perché tutte queste non sono che modificazioni e le modificazioni sono divenire. Ogni modificazione è solo una parola, un nome (nāma) una denominazione (abhidhānam) per definire una forma (rūpa) apparente del Sé indifferenziato (nirviśeṣam) che così viene denominato (abhidheyam) al fine d’insegnamento. Ma nella sua vera natura, in cui ci si deve riconoscere, il Sé è immutabile “senza attributi, senza parti e azioni”. C’è chi pensa che l’ego si sia separato realmente dal Sé e che poi, occasionalmente, ci si riunisca a esso nel sonno profondo, nel samādhi e nel pralaya, ricostituendo l’Unità principiale. Questo è un grave errore, perché la natura del Sé è immutabile. La verità è proclamata dal mahāvākya “io sono il Brahman” (aham Brahmāsmi). Chi sa così è totalmente equanime e vede l’Ātman indifferentemente ovunque, “in un saggio brāhmaṇa, in una vacca, in un elefante, in un cane e in un intoccabile mangiatore di cani”, perché tutte queste modificazioni non sono nient’altro che false apparenze proiettate sull’Ātman non duale. Così si conclude il capitolo dedicato alla dimostrazione razionale della non realtà del mondo.]

        Qui finisce il Vaitathya Prakaraṇa, il capitolo basato sulla dimostrazione dell’irrealtà del mondo.


        1. Per questa ragione il metodo vedāntico non usa la concentrazione su singoli oggetti di meditazione, descritti qui come i particolari della fantasmagoria della fatamorgana, ma sull’attenzione (nididhyāsana) da prestare all’intero stato (avasthā). Ciò porta dapprima al distacco dall’apparenza della molteplicità di oggetti separati, al superamento dello stato nella sua universalità e, infine, di tutti gli stati (avasthātraya), che non sono altro che proiezioni mentali: solo così può emergere spontaneamente la propria vera natura in quanto Assoluto.[↩]
        2. L’advaitavāda, attraverso le lenti deformanti del guénonismo islamizzato, può arrivare a essere descritto come segue, in palese contrasto con la śruti, con Śaṃkara e Gauḍapāda e con gli attuali rappresentanti della medesima paramparā: “Visto che nient’altro [oltre all’Ātman] è reale, l’unica possibilità di distruggere l’ignoranza resterebbe una pura intuizione metafisica (anubhava), che permetta di aggirare la «fantasmagoria» e di cogliere appieno la realtà. Il problema è che tale intuizione diretta è di fatto impossibile [sic.], almeno nella fase ciclica nella quale ci troviamo, per la quasi totalità degli esseri umani. Ciò giustifica il fatto che le dottrine tradizionali (compreso il Vedānta [sic.]), benché concordino sulla natura illusoria di tutto ciò che non è il Principio [sic.], si guardano bene dal sostenere un’assoluta irrealtà del mondo.” È importante sottolineare come la conoscenza metafisica, secondo cotanto autore, sia dipendente dalle condizioni cicliche, dimostrando che, a suo immodesto parere, il mondo è tanto veramente reale da rendere “tale intuizione diretta […] di fatto impossibile”. L’ignoranza, quindi, sarebbe un ostacolo ‘reale’ alla conoscenza, una cosa, un fatto, che si deve ‘distruggere’, solo se e quando le condizioni empiriche del mondo lo permettano. E, come se non bastasse, altri ancora hanno sentenziato: “Ora, anche il Vedānta [sic.] e l’esoterismo islamico sottolineano che, da un punto di vista assoluto, la manifestazione non ha alcuna realtà intrinseca, ma ciò non significa che le cose non possiedano una loro realtà relativa (sic.), perché altrimenti sarebbero delle impossibilità pure e semplici [sic.].”[↩]
        3. In vyāvahārika dṛṣṭi.[↩]
        4. Ovvero Prājña-Hiraṇyagarbha, come precisa Śaṃkara (MUGKŚBh II.28).[↩]
        5. Il mantenimento di tutti gli attributi di perfezione alimenta l’illusione che l’Assoluto in qualche modo faccia parte del dominio della dualità, come avviene nelle teologie monoteistiche.[↩]
        6. Alcuni rinuncianti, noti come aliṅga saṃnyāsin (privi di segni esteriori), rifuggono perfino l’abito ocra, la ciotola e il bastone (daṇḍa). Costoro rimangono del tutto indistinti nella folla dei pellegrini.[↩]

        18. La luce della Realtà

          Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

          18. La luce della Realtà

          G. La natura della Pura Coscienza

          124. Il sonno profondo non è uno stato di assenza di conoscenza o non conoscenza

          Il miglior mezzo per comprendere ciò che è stato verificato con gli strumenti di indagine è il sonno profondo. Ci sono parecchie idee errate sulla Coscienza del sonno profondo: la principale è che il sonno profondo sia uno stato di non conoscenza. Il problema non è se ci sia conoscenza o non ci sia; perché la venuta e la scomparsa della conoscenza è relazionata agli stati di veglia e di sogno, dove esistono i pensieri e i loro oggetti. In questi stati la conoscenza del vaso, del tessuto e dell’albero avviene uno dopo l’altro. Tutte queste conoscenze sono solo pensieri. In sanscrito sono chiamati vṛtti jñāna, conoscenza in forma di pensieri e non conoscenza essenziale, cioè la Pura Coscienza. Nessun vṛtti jñāna può esistere indipendentemente da un oggetto. Nel sonno profondo non c’è né mente né alcun oggetto utile al vṛtti jñāna. Che in sonno profondo non ci sia alcuna conoscenza è vero nel senso che non c’è alcun vṛtti jñāna; né lo possiamo chiamare uno stato di non vṛtti jñāna, perché non c’è alcuna possibilità che lì ne sia mai esistito alcuno. Per esempio, se ci riferiamo a un muto, diciamo che non può parlare, essendo l’uomo un animale parlante per natura. Nessuno dice che una pietra è muta, perché è così per natura. Similmente è senza senso dire che le parole non sanno parlare perché è una persona che dice le parole e non che le parole parlano di per se stesse. Allo stesso modo, quando si dice che non c’è conoscenza nel sonno profondo, ciò implica, per prima cosa, che siamo incapaci di conoscere, e, in secondo luogo, che non c’è necessità di conoscere alcunché (come accade alla pietra). Non implica che, sebbene capaci di conoscere ed essendoci la necessità di conoscere, lì non abbiamo alcuna conoscenza (come nel caso di un corpo), perché lì non c’è possibilità di alcun vṛtti jñāna. Dato che una pietra non ha mente o coscienza, non è capace di conoscere né necessita di conoscere qualcosa. Al contrario, un essere umano che ha la mente, nella veglia è sia capace di conoscere sia necessita conoscere qualcosa. Se qualcosa lo impedisce ed è incapace di conoscere, in tal caso diciamo che, sebbene capace e abbia la necessità di conoscere, è incapacitato a conoscere, perché non può usare la sua mente per entrare in contatto con un certo oggetto. Tuttavia, nel sonno profondo non c’è né la mente né il mondo, quindi non può conoscere né ha necessità di conoscere alcunché.

          125. In sonno profondo non siamo né insenzienti né non esistenti

          Non essendoci alcun vṛtti jñāna in sonno profondo, i vaiśeṣika hanno concluso che lì la nostra natura diventa insenziente. Alcuni anche oggi possono pensare così. Pare che alcuni buddhisti usassero argomentare che non esistiamo affatto in sonno profondo perché lì non c’è alcuna coscienza. Entrambe queste argomentazioni sono contrarie alla ragione e all’esperienza. Non è ragionevole pensare che nel sonno profondo siamo insenzienti come un oggetto inerte e che, risvegliandoci, qualche nuova qualità entri in noi dall’esterno e appaia come una luce di conoscenza, proprio come uno stoppino immerso nell’olio è acceso da un altro lume. Non è nemmeno sostenuto dalla nostra esperienza, perché nessuno parla della sua esperienza di sonno come se fosse rimasto insenziente come una pietra. Una pietra non ha coscienza prima né ce l’ha ora né può in qualche modo conoscere se stessa e altri in futuro. Al contrario, non appena ci svegliamo, troviamo noi stessi coscienti di noi e degli altri. Quindi, l’affermazione che rimaniamo insenzienti in sonno profondo non è accettabile, come neppure l’affermazione che lì non esistiamo. Se la gente pensasse così del sonno profondo, non ci sarebbe tanto desiderio di andare in sonno. A nessuno piace pensare che il sonno cancelli la propria esistenza. Al contrario è quando non dorme che la gente si preoccupa. Se fossimo insenzienti o non esistenti in sonno profondo, non saremmo in grado di descriverlo svegliandoci. Come si potrebbe descrivere ciò che non si è sperimentato? (MUŚBh 7). Perciò in sonno profondo rimaniamo solo come Coscienza. La conoscenza, che è la nostra natura essenziale, non ha né oggetto né distinzione come vṛtti jñāna.

          126. Nella Coscienza di sonno non c’è divisione

          La conoscenza nella veglia e nel sogno è divisa fra ‘io’ e il ‘resto’. E ‘io’ è la base della conoscenza. Se l’‘io’, che è la base della conoscenza ovvero il conoscitore, arrestasse la funzione di conoscenza, non ci sarebbe conoscenza di ‘io’ e del ‘resto’. Questo è ciò che appare esserci in sonno profondo. Il sonno non significa la mera assenza di questa conoscenza così divisa. Esiste qualcosa che è libero da questa conoscenza divisa. È quanto bisogna capire. Anche se non c’è divisione di conoscenza nel sonno profondo, lì esiste la conoscenza o Coscienza per cui possiamo dire che c’è una conoscenza senza divisione.

          Domanda: cos’è quella conoscenza e di che cosa?

          Risposta: questa domanda ovviamente sorge dal punto di vista della veglia. Dopo aver detto che non c’è alcuna conoscenza divisa nel sonno profondo, su che base si pone questa domanda? Nel sonno non c’è alcuna divisione fra soggetto e oggetto ed è vero che soggetto e oggetto sono separati nella veglia; tuttavia noi tutti coscientemente o incoscientemente sentiamo che ci deve essere una qualche intima connessione fra loro. L’idea è che io, soggetto o conoscitore, conosco l’oggetto con la mia conoscenza che è mio attributo; ma come arriviamo a pensare che il soggetto possa conoscere l’oggetto che è separato da se stesso? In veglia e in sogno il soggetto e l’oggetto appaiono opposti l’un l’altro nella loro natura. Il soggetto appare attraverso la nozione dell’io, ed è indipendente e senziente, mentre l’oggetto appare attraverso la nozione di ‘questo’ ed è illuminato dal dharma bhūta jñāna, che appartiene al soggetto, essendo l’oggetto insenziente. Nonostante siano opposti per natura, il soggetto è capace di conoscere l’oggetto. Se non ci fosse connessione tra essi, per quale mistero uno potrebbe conoscere l’altro? Questa domanda non può avere risposta finché rimane il punto di vista della veglia. In quest’ottica la mente, incapace di fare alcun progresso nel determinare la verità del soggetto o dell’oggetto, si rivela un totale fallimento. Tutti questi problemi svaniscono se dirigiamo la nostra attenzione verso il punto di vista del sonno profondo. Sebbene soggetto-oggetto appaiano mutuamente differenti dal punto di vista della veglia, la loro inseparabilità dalla nostra reale natura può essere capita solo guardando il sonno profondo. Il soggetto può conoscere l’oggetto solo perché entrambi sono in essenza aspetti apparenti di uno stesso principio. Come due bracci che si diramano da un fiume si riuniscono di nuovo in mare, così il fiume dell’esistenza-coscienza si divide nell’esistenza dell’oggetto e del soggetto, ma essi necessariamente si riuniranno a un certo punto, ossia in sonno profondo. L’io e gli altri sono connessi nella veglia e nel sogno solo attraverso la conoscenza; ma nella Pura Coscienza, comunemente chiamata sonno profondo, io, ‘altri’ e ‘conoscenza’ s’immergono in una stessa Pura Coscienza o Esistenza. Solo grazie a questa Pura Coscienza possiamo conoscere negli altri stati la divisione di io e ‘gli altri’ e ricordare nella veglia l’assenza di tale divisione nel sonno profondo.

          127. Non c’è nessun ‘io’ nella Pura Coscienza del sonno profondo

          In sonno profondo, non solo il soggetto e l’oggetto diventano uno, ma anche il soggetto e la conoscenza. Sebbene nella veglia ci sia la divisione tra io e la ‘mia conoscenza’, nel sonno profondo c’è solo Pura Coscienza senza alcuna divisione. Essa non è conoscenza di qualcosa, è indipendente e rimane nella sua stessa natura. Proprio come la luce e l’illuminazione non sono differenti, così c’è solo una completa conoscenza o Coscienza. Se nel sonno profondo non c’è alcun tipo di divisione, come potrebbe esserci la divisione dell’io?

          Domanda: quando si parla del sonno profondo, diciamo ‘ho dormito per un dato tempo e non ho conosciuto nulla’. Questo prova che l’io era lì.

          Risposta: questo non prova l’esistenza di una distinzione definita io nel sonno; perché la nozione di io esiste solo in relazione con ‘tu’, ‘egli’ e ‘il mondo’. L’io non esiste senza una divisione fra io e ‘il resto’. L’io della veglia rimane nella veglia e quello del sogno nel sogno, perché essi non possono avventurarsi fuori dei loro rispettivi rifugi. È certo che durante il sonno profondo, la veglia e il sogno non esistono da nessuna parte, perché non ha senso dire che, mentre siamo profondamente addormentati, siamo anche in veglia o in sogno. Perciò è impossibile che l’io della veglia o del sogno entrino nel sonno profondo.

          Domanda: allora come spieghi ‘io ho dormito’?

          Risposta: (vedi § 83) io esisto nel sonno profondo non in forma di io, ma nella forma della Realtà che è essenza di tutta l’Esistenza e di tutta la Coscienza. Per questo nella Māṇḍūkya Upaniṣad si danno due aggettivi al sonno profondo: ekībhuta, unificato e prajñānaghana, null’altro che Coscienza. La ragione dell’affermazione fatta in veglia ‘io ho dormito’ è dovuta al fatto che la Pura Coscienza del sonno profondo è l’essenza di questo io della veglia. Questo riferimento di ‘io dormii’ è possibile solo perché l’io rimane tutt’uno con la Coscienza nel sonno profondo.

          Obiezione: tuttavia, alcuni, dimenticando questa verità continuano ad affermare che l’io mantiene la sua identità separata in sonno profondo.

          Risposta: se dobbiamo accettare l’esistenza dell’io nel sonno profondo in base al riferimento fatto su di lui in veglia, allora, in base a un altro riferimento ‘Ho dormito per un dato tempo’, dobbiamo accettare l’esistenza nel sonno profondo del tempo e dell’atto di dormire.

          Obiezione: sì, hai ragione.

          Risposta: ciò dimostra quanto siamo attaccati alla logica della veglia e non del sonno profondo. È istintivo per tutti pensare al sonno profondo come un avvenimento del passato e considerare che l’io della veglia lo ha sperimentato e che il presente riferimento su di esso nella veglia è solo un ricordo di quell’esperienza. Questo va bene per le relazioni della veglia; ma è contrario al punto di vista universale che abbiamo indagato precedentemente sugli stati di veglia e di sogno (§ 120). Se anche qui si usa lo stesso metodo d’indagine, diventa chiaro che solo l’Ātman è il Sākṣin di entrambi gli stati (sonno profondo e veglia) ed è comune a essi. Il sonno profondo differisce dal sogno in quanto, nell’esperienza di sogno, il Sākṣin oltre allo stato di sogno testimonia anche il mondo del sogno. Invece, in sonno profondo non c’è alcuna cosa da essere testimoniata. Nessun tempo, spazio, nessun oggetto o divisione fra conoscitore, conosciuto e conoscenza, o assenza di conoscenza, conoscenza determinata (savikalpakānubhava), provano che esso sia uno stato differenziato. A questo proposito Śrī Sūreśvara dice nella Bṛhadāraṇyaka Vartikā:

          Non c’è alcuna conoscenza distintiva nel sonno profondo come accade nella veglia. Quindi il riferimento a essa nella veglia di non aver conosciuto nulla non è un ricordo. Poiché non c’è un tempo che connetta i due stati, ciò che ora si vede in sé stessi non può essere considerato appartenere al passato. (BV I.4.300)

          Cosa implica ciò? Per ricordare ‘non conoscevo nulla’, l’esperienza del sonno profondo dovrebbe essere stata ‘ora non conosco nulla che abbia potuto lasciare un’impressione tale da causare il ricordo’. Come una determinata conoscenza avrebbe potuto essere lì, quando nel sonno profondo la mente non c’era affatto? E dove sarebbe questa impressione in mancanza di una mente? Come potrebbe diventare un evento del passato, quando nel sonno profondo non c’è tempo? Alcuni vedāntin attuali affermano che, dato che l’esperienza del sonno profondo si esprime con ‘non conoscevo nulla finché ero in sonno’, dobbiamo accettare che nel sonno profondo c’erano jīva, tempo e ignoranza.

          Risposta: la ragione di questo pensiero è solo la loro incapacità di discriminare gli elementi della conoscenza della veglia, non distinguendoli dal ricordo del sonno profondo. Se lo si esamina com’è, senza confonderlo con la mente della veglia, vedremmo chiaramente che esiste solo l’Ātman. Tempo, conoscenza, assenza di conoscenza, tutti questi esistono solo come Ātman. Essendo così, come possiamo considerare che siano stati sperimentati nel passato?

          L’Ātman è il Sākṣin di tutti gli stati, di tutto il tempo e spazio, di tutte le conoscenze e di nessuna conoscenza; essendo così, come può essere relazionato al passato o al futuro? Perciò il riferimento ‘non ho conosciuto nulla in sonno profondo’ è solo un vikalpa, una idea sbagliata dell’Ātman auto esistente, come l’idea sbagliata dell’argento sulla conchiglia. (BV I.4.301)

          Questa è la comprensione esatta di esso. Perciò non c’è alcun io, tu o altro. In altre parole, non c’è una conoscenza specifica (savikalpa jñāna) di io, tu o altro nel sonno profondo, e neppure la coscienza della loro assenza. Perciò c’è solo Pura Coscienza, che è sempre il Testimone senza conoscere la presenza o l’assenza di conoscenza speculativa e che, allo stesso tempo, è l’assenza di entrambe.

          128. Non ci sono stati se non la Pura Coscienza

          Abbiamo detto che la Pura Coscienza esiste in sonno profondo. Di fatto non è in sonno profondo, perché il sonno profondo non è uno stato, essendo Pura Coscienza. È solo nel pensiero della veglia che è considerato uno stato. Per esempio, immaginiamo due barche nell’oceano, lontane una dall’altra. Chi è seduto in una e si guarda intorno, vedendo solo acqua, dice che non c’è nessun’altra barca. Similmente, seduti sulla barca della veglia e del sogno che galleggiano sul vasto oceano della Pura Coscienza, noi pensiamo che il sonno sia uno stato di non conoscenza. Come sotto le barche e attorno a esse c’è solo oceano, alla base degli stati c’è la Pura Coscienza. Vedendo gli stati di veglia e di sogno paragonati alle barche di legno che galleggiano sulla superficie dell’oceano, dovremmo pensare che gli stati, fatti di una qualche sostanza differente, appaiono sulla superficie della Pura Coscienza. Immaginiamo ora le barche come fossero fatte di ghiaccio. Guardandoli attentamente, la veglia e il sogno non sono due stati separati, perché non accadono nella stessa serie temporale, né esistono uno vicino all’altro nello stesso spazio né è corretto assegnare loro numeri come uno e due. Come il ghiaccio è solo acqua, così questi presunti stati sono solo Pura Coscienza, avendo la Coscienza tutt’attorno, sopra, sotto, dentro e fuori. Noi chiamiamo stati la sola Pura Coscienza. Dal punto di vista della vera Realtà, non c’è né veglia né sogno né alcun altro stato. Tutto è un immoto, illimitato e puro oceano di Coscienza non duale. Questa Pura Coscienza senza stati è chiamata Turīyātman, il Quarto Ātman, dalla Māṇḍūkya Upaniṣad. Quarto significa che non è affatto toccato dai tre stati.