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Luglio 2022

6. Avasthātraya Mīmāṃsā

    Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

    6. Avasthātraya Mīmāṃsā

    Versione commentata del Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya

    Māṇḍūkya Upaniṣad – Āgama Prakaraṇa

    Gauḍapāda, Kārikā I.10.

    Esso è il Signore e regolatore dell’eliminazione di tutte le sofferenze. Questo Turīya autoluminoso, l’imperituro Uno senza secondo, è considerato la fonte onnipervadente di tutte le cose che esistono.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.10

    Turīya, l’Ātman, è il regolatore (Īśānaḥ) che sradica ogni sofferenza rappresentata da Viśva, da Taijasa e da Prājña. Prabhuḥ, Signore, è un rafforzativo di Īśānaḥ per evidenziare che è capace di far cessare la sofferenza per mezzo della di lui conoscenza. È imperituro (avyaya) perché non muta la sua natura in quanto è non duale. La corda è non duale e reale in confronto alla falsa apparenza del serpente ecc. e così è Turīya, come afferma la śruti “Ma non vi è una seconda cosa altra da lui che possa essere vista”1. Per questo motivo il Quarto, chiamato luminoso (Devaḥ) per la sua autoluminosità, è considerato il sostrato onnipervadente di tutte le cose che esistono. Per capire la vera natura di Turīya, si procede ora ad accertare le caratteristiche generali e particolari di Viśva e degli altri stati.

    [Si afferma che i tre stati sono nell’Ātman perché noi stessi, in quanto Sākṣin, abbiamo Coscienza-conoscenza di ciascuno di essi. Di conseguenza, la sofferenza (duḥkha), dovuta alla limitazione (sambandha) dei tre stati, ce li fa immaginare proiettati su Turīya come loro sostrato. Non comprendendo che ci identifichiamo erroneamente con i tre stati, dobbiamo sottostare alle innumerevoli afflizioni che ne derivano. Ma, in realtà, noi siamo Turīya e, allorché lo realizziamo, comprendiamo che l’apparizione e la scomparsa alternate dei tre stati sono idee false. La cessazione dell’identificazione con gli stati comporta l’immediato sradicamento di ogni sofferenza e dell’ignoranza che ci induceva a reputarci limitati. In questo senso Turīya è chiamato Signore in forma rafforzata (Īśāna Prabhuḥ), perché elimina l’illusoria identificazione alternata con Viśva, Taijasa e Prājña e fa emergere la Coscienza-conoscenza. È imperituro perché solo ciò che si modifica pare avere un inizio e una fine. Infatti il serpente sembra apparire per poi scomparire non appena si scopre che è solo un abbaglio della mente. In realtà non è mai esistito, perciò non è mai apparso né mai scomparso: era sempre e solo l’immutata corda scambiata momentaneamente per un serpente inesistente. Serpente e corda non erano due: la corda è sempre stata unica senza un secondo serpente immaginario. Così è Turīya, uno senza secondo, senza altro da Sé che possa essere visto. I tre stati che sono visti per ignoranza, in realtà non esistono; sono false immagini create dalla mente. Per esempio: si crede di vedere il mondo della veglia, ma in realtà quello che si vede è Turīya che per ignoranza si prende per il mondo. Il mondo esiste in quanto Turīya, ma in quanto mondo non esiste. Per questo è chiamato autoluminoso (Devaḥ), perché quello che vediamo è la sua luce. Non vediamo il vaso; vediamo la luce che illumina il vaso. Nel buio il vaso non è visibile. Non vediamo la luna; vediamo la luce del sole che illumina la luna. Se il sole non la illumina, la luna è invisibile. È luna nuova. Al tempo stesso, Turīya è il sostrato di tutto ciò che esiste, come lo specchio è il sostrato di ogni riflesso che appare sulla sua superficie. Ma i riflessi sono irreali, sono semplici parvenze. Lo specchio, il sostrato, è la Realtà. Nelle prossime Kārikā Gauḍapāda si è dedicato a far capire la reale natura di Turīya. Ma, poiché Turīya non può essere mai oggetto di conoscenza, in quanto è l’unico soggetto assoluto, si procederàa definire le caratteristiche generali e particolari di Viśva e degli altri stati con il metodo discriminativo del “neti neti”. Poiché quelle caratteristiche sono anātman, una volta dimostrate false e illusorie, da lì emergerà spontaneamente la Brahmavidyā]

    Gauḍapāda, Kārikā I.11

    Quei due, Viśva e Taijasa, sono considerati condizionati dalla causa e dall’effetto, mentre Prājña sarebbe condizionato dalla sola causa. Ma né causa né effetto esistono in Turīya.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.11

    Kārya (effetto) designa tutto ciò che è ‘fatto’, perciò indica lo stato di frutto (phala), come kāraṇa (causa) designa tutto ciò che ‘fa’ e perciò indica lo stato di seme. “Quei due, Viśva e Taijasa”, come sono stati descritti in precedenza, sono ritenuti condizionati da causa ed effetto, vale a dire come compresi negli stati di seme e frutto, che consistono nella non conoscenza della realtà e nella sua falsa conoscenza. Invece Prājña è condizionato dalla sola condizione seminale, poiché è solo l’assenza della conoscenza della realtà che è la causa dello stato di Prājña. Perciò quei due (tau dvau), che sono stati di seme e frutto, consistenti nell’assenza di conoscenza della realtà e nella sua conoscenza erronea, non esistono né sono possibili in Turīya.

    [Dalla radice verbale sanscrita kṛ derivano molti termini tecnici dei vari darśana e del Vedānta in particolare: karma, l’azione in generale; kriyā l’azione rituale; kartṛ (o kartā), l’agente; karaṇa, lo strumento dell’azione o, in grammatica, il caso strumentale; kāra, ciò che fa, soprattutto come suffisso; kṛta, ciò che è fatto, compiuto; kārya, la cosa fatta, l’effetto; e kāraṇa, la causa. Ora il testo sta prendendo in considerazione questi ultimi due. Per poter spiegare il senso da attribuire alla causa, si dice che essa è il seme (bīja), per cui l’effetto è anche definito ‘frutto dell’azione’ (karma phala). Ciò comporta che il seme debba germogliare per poter, alla fine, produrre il frutto. Il rapporto di causa-effetto (kārya- kāraṇa sambandha) avviene, dunque, necessariamente nel tempo2 e, come tale, fa parte dell’illusione saṃsārica. Viśva e Taijasa, l’esperienza dei quali, infatti, si sviluppa nel tempo, sono detti condizionati sia dalla causa sia dall’effetto. Śaṃkara spiega che la causa consiste nell’assenza di conoscenza (jñāna abhāva), mentre l’effetto è la conoscenza sbagliata (mithyā jñāna)3. Il mondo che appare in veglia o in sogno, è conoscenza erronea dato che è composto dalla molteplicità prodotta dalla dualità. Quando ci si trova in veglia, il mondo del sogno non appare, è rimosso e non esiste da nessuna parte. Per la veglia, il sogno è asat.Lo stesso dicasi per il sogno, in cui il mondo della veglia non esiste affatto. Vale a dire che in veglia c’è assenza di percezione del sogno e in sogno altrettanta assenza di conoscenza della veglia. Veglia e sogno si alternano negandosi mutuamente: quando c’è l’uno c’è assenza dell’altro. Lo stato assente (abhāva) è perciò considerato come se fosse riassorbito nella sua causa, suṣupti. L’assenza alternata della veglia e del sogno è dovuta al fatto che ciascuno dei due stati separatamente ritorna non manifestato, ovvero rientra avyakṛta all’interno della sua causa. Per questa ragione Viśva e Taijasa sono ritenuti condizionati e dalla causa e dall’effetto4. Invece Prājña è condizionato soltanto dalla causa, che si sperimenta quale assenza di qualsiasi percezione conoscitiva (mānasa pratyakṣa) della realtà. Prājña, infatti, non conosce neppure se stesso come oggetto, in assenza di alcunché che possa fargli da specchio e che gli rimandi la sua immagine riflessa. Questa considerazione, tuttavia, è nell’ottica del vegliante, la cui mente non può concepire l’autocoscienza non duale.]

    Gauḍapāda, Kārikā I.12

    Prājña non conosce né Se stesso né altro da Sé né la realtà né la non realtà. Quel Turīya, invece, è sempre il Testimone di tutto (sarvadṛk)

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.12

    Com’è, dunque, che Prājña appare condizionato dalla sola causa, mentre in Turīya i condizionamenti dell’assenza di conoscenza della realtà e della sua conoscenza erronea non ci sono e nemmeno sono possibili? Diversamente da Viśva e da Taijasa, Prājña non percepisce nessuna dualità esteriore e altra da Sé che sia sorta dal seme dell’assenza di conoscenza; è, dunque, condizionato dalla tenebra della non percezione della Realtà, che è il seme della conoscenza erronea. Perciò Quello, Turīya, è sempre il Testimone di tutto (sarvadṛk) in quanto non vi è null’altro oltre a esso, essendo sia il Tutto (sarva) sia l’osservatore (dṛk). Per questa ragione Turīya è privo del seme della non percezione della Realtà; e, proprio per quell’assenza, è privo anche della conoscenza erronea prodotta dalla non percezione, come nel sole sempre splendente non può esserci alcuna possibilità di tenebra a esso opposta né di un diverso splendore dal suo, come è dichiarato dalla śruti: “Infatti l’osservazione del testimone non può mai cessare, in quanto è imperitura”5. Oppure Turīya è detto essere sempre sarvadṛk perché esistendo in tutti gli esseri, in sogno e in veglia appare come colui che vede ogni cosa. Infatti la śruti afferma: “Non c’è altro Testimone che lui”6.

    [Queste sono considerazioni fatte dalla mente di chi è in veglia. Risvegliatosi dal sonno profondo costui ‘ricorda’ di averlo sperimentato in quanto Prājña, come assenza di percezione conoscitiva. La sua mente cerca di ricostruire quell’esperienza ‘vissuta’7 descrivendola come: “Lì non c’era nulla, buio e silenzio; non c’era il mondo né gli oggetti del mondo né tempo né spazio né alcun’altra relazione”. Tuttavia questa falsa ricostruzione della mente della veglia avviene perché in suṣupta, il Cosciente (Prājña)non ha altro da Sé, è non duale. Perciò, in quello stato, Prājña è al di là della tripuṭi di conoscitore-conoscenza-conosciuto, rimanendo Pura Coscienza. Come l’occhio non può vedere se stesso, Prājña è cosciente di Essere, ma non conosce se stesso come “io sono così e così” (aham amukaḥ asmi). Al risveglio dal sonno profondo, ecco che riappaiono il sogno e la veglia. Ciò induce a pensare che il sogno e la veglia fossero presenti potenzialmente nel sonno senza sogni come effetti ancora invisibili (adṛṣṭa phala), come sono indistinguibili gli oggetti quando sono coperti dalla coltre delle tenebre durante una notte oscura. Suṣupti, in quanto assenza di conoscenza, è perciò considerata la causa che, al risveglio, produce gli altri due stati. Per questa ragione l’ignorante considera che Prājña sia condizionato soltanto dallo stato causale, mentre le altre due avasthā sono condizionate sia dalla causa sia dall’effetto. Turīya, invece, è pensato quale Assoluto, perciò libero sia da assenza di conoscenza sia da conoscenza errata e, per questo motivo, appare libero da causa ed effetto.]

    Gauḍapāda, Kārikā I.13

    In Prājña e in Turīya non c’è percezione della dualità. Ma, mentre Prājña è sottoposto al sonno quale stato causale, in Turīya, invece, quel sonno non esiste.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.13

    Questa Kārikā ha lo scopo di rimuovere il dubbio sollevato da un’altra obiezione: se l’assenza di percezione della dualità è uguale sia in Prājña sia in Turīya, perché solo Prājña è condizionato dalla causa e non Turīya? Un tale dubbio può sorgere e deve essere confutato come segue: la ragione è che Prājña, che consiste nella non percezione della Realtà, è sottoposto a quel sonno (nidrā) che è proprio il seme del sorgere di concezioni molteplici; Prājña, perciò, è sottoposto a questo sonno che è lo stato causale. Quel sonno che consiste nella non conoscenza della Realtà, “in Turīya non esiste”, essendo per sua natura l’eterno Testimone. Per questa ragione in esso non c’è la limitazione dello stato causale. Questa è la spiegazione.

    [Se dunque sia suṣupta sia Turīya sono liberi da qualsiasi dualità, perché li si distingue? Perché solo Prājña è detto condizionato dalla causa, mentre Turīya è incondizionato? Per rispondere, Śaṃkara fa intervenire il concetto di nidrā, l’addormentamento, il sonno, l’ottundimento, l’onnubilazione. Non si confonda nidrā con suṣupti. Quest’ultimo, come già si sa, è lo stato del sonno profondo senza sogni. Invece nidrā ha un significato più ampio che coincide con il concetto di incapacità di conoscenza, di mancanza di discriminazione; in definitiva è un sinonimo di māyā. La māyā è quel fenomeno con cui la mente dell’ignorante proietta la sua ignoranza (adhyāsa) sulla Realtà, coprendola con una immagine falsa da essa prodotta: il serpente è il prodotto della māyā. Ora, si deve capire che la visione delle tre avasthā, suṣupti compresa, è prodotto dalla māyā, ossia dallo stato di torpore ignorante a cui soggiace la mente del soggetto. Perciò lo stato di suṣupti è l’interpretazione errata della mente della veglia di ciò che si sperimenta realmente quando si è in sonno profondo (suṣupta)8. Ma se nidrā fa apparire la molteplicità delle creazioni mentali (mānasa kalpita) nel sogno e nella veglia, nasconde la vera natura del terzo stato come se fosse “nulla, tenebra, ecc.”. Per questo si dice che Prājña è sottoposto a questo sonno che è lo stato causale, in quanto Prājña appare alla mente ignorante come se fosse un soggetto il cui oggetto è la molteplicità nella condizione potenziale e indistinguibile costituente lo stato causale (karaṇa avasthā). Ma, in verità, in suṣupta non vi è soggetto-oggetto, perché è la Realtà non duale. Infatti, quando si comprende a fondo la reale natura del sonno profondo, emerge chiaramente l’evidenza che si tratta di Turīya non condizionato né da causa-effetto e nemmeno dalla sola causa.]

    Gauḍapāda, Kārikā I.14

    I primi due sono condizionati dal sogno e dal sonno, ma Prājña è condizionato dal solo sonno senza sogni. Le persone di incrollabile certezza, in Turīya non vedono né sonno né sogno.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.14

    Il sogno è falsa percezione, come quella del serpente in luogo della corda; e il sonno (nidrā), descritto come oscurità, è assenza di percezione della Realtà. Entrambi condizionano Viśva e Taijasa sia come sogno sia come sonno; per questa ragione quei due stati sono stati descritti come condizionati dall’effetto e dalla causa (GK I.11). Invece Prājña è connesso al solo sonno privo di sogni e perciò è detto condizionato dalla sola causa. Coloro che hanno una incrollabile certezza e che conoscono Brahman, in Turīya non vedono quei due, in quanto di natura opposta come le tenebre nei confronti del sole. Per questa ragione è stato detto che Turīya non è condizionato né da causa né da effetto. Ecco come si spiega quando si è radicati con incrollabile certezza in Turīya:

    [Si deve ritornare alla considerazione che le tre avasthā sono considerate esclusivamente dal punto di vista della veglia. In termini più chiari: lo stato di veglia è indagato dalla mente della veglia ed è per questa ragione che appare come l’unico davvero reale. Ciò fa sì che anche le altre due avasthā siano valutate e descritte in base alla prospettiva del vegliante che privilegia il suo punto di osservazione. Questo conduce a una inconsapevole assunzione del pregiudizio della veglia (jāgrat sācīkṛta). Per il vicārin di Vedānta che ha appena iniziato il viveka, la veglia e il sogno appaiono tra loro simili in quanto, quando li si sperimenta, in essi si vede tutta la fantasmagoria delle loro molteplicità9. Un’altra caratteristica comune è che, periodicamente, questi stati scompaiono, vale a dire che da esistenti (sat) diventano inesistenti (asat). Tuttavia, tra loro differiscono perché quando scompare l’uno appare l’altro; quando la veglia finisce ci si trova nel sogno e viceversa. Veglia e sogno sono, perciò, incompatibili. Quando c’è la veglia c’è falsa conoscenza, l’effetto. L’assenza (anupalabdhi) del sogno durante l’esperienza di veglia è assenza di conoscenza (jñāna abhāva), la causa. E lo stesso accade anche, in modo speculare, che quando si è in sogno la veglia non esista da nessuna parte. L’alternanza di questi due stati fa pensare che la veglia riappaia dal sogno come suo effetto e, viceversa, che la veglia sia la causa che produce il sogno. Questo duplice rapporto di causa-effetto è la ragione per cui si dice che quei due stati sono condizionati sia dalla causa sia dall’effetto. Invece Prājña è connesso soltanto all’assenza di conoscenza percettiva, e quindi è condizionato dalla sola causa. Ma, come si è anticipato, questo è il punto di vista dell’ignorante; e con ignorante intendiamo sia l’ajñāni volgare sia il cercatore che ha appena iniziato il viveka. La differenza tra i due è palese; il vicārin assume volontariamente l’ignoranza per metterla in dubbio secondo il metodo adhyāropāpavāda. Invece, i jñāni di incrollabile conoscenza del Brahman hanno rimosso sia la falsa conoscenza sia l’assenza di conoscenza, perciò sanno che il Non-duale è Turīya assolutamente incondizionato e libero da causa-effetto, come anche dalla sola causa. Come i jñāni si fissino stabilmente in Turīya è spiegato come segue.]

    Gauḍapāda, Kārikā I.15

    Il sogno è di colui che conosce in modo erroneo e il sonno è di chi non conosce la Realtà. Quando entrambi gli errori sono rimossi si raggiunge il pāda di Turīya.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.15

    “Il sogno è di colui che conosce in modo erroneo”, come avviene con la cognizione del serpente proiettata sulla corda negli stati di veglia e di sogno. Il sonno (nidrā), che è assenza di conoscenza della Realtà, è presente in tutti e tre gli stati. Poiché sogno e sonno sono caratteristiche comuni di Viśva e Taijasa, questi due sono trattati come se fossero un solo stato. Poiché in questi due stati nidrā è di importanza secondaria rispetto al predominio della conoscenza errata, quest’ultima è equiparata al sogno. Ma nel terzo stato l’errore appare soltanto come sonno, ossia come assenza di conoscenza della realtà. Perciò quando la conoscenza della Realtà suprema rimuove questi due stati (Viśva-Taijasa e Prājña) che sono dovuti a effetto-causa, cioè da falsa percezione e da assenza di conoscenza e che costituiscono i condizionamenti di effetto e causa, allora di ottiene il pāda di Turīya. Con ciò si intende che chi non percepisce questi due condizionamenti, si stabilisce fermamente in Turīya.

    [In questa kārikā Gauḍapāda usa il termine ‘sogno’ in un’accezione particolare: poiché la falsa conoscenza è comune a jāgrat e a svapna, entrambi questi stati possono essere riuniti nella categoria del ‘sogno’. Invece l’assenza di conoscenza è caratteristica del sonno profondo, perciò nidrā può essere divisa secondo questa due forme di ignoranza: il sogno, che condiziona con la conoscenza erronea (mithyā jñāna) Viśva e Taijasa presi come se fossero un unico stato; il sonno profondo, che condiziona Prājña con l’assenza di conoscenza (jñāna abhāva). Si potrà obiettare che Viśva e Taijasa sono condizionati anche dalla causa, ossia dall’assenza di conoscenza, come è stato esposto finora. Tuttavia, Śaṃkara fa rilevare che l’assenza di conoscenza è tenuta in scarsa considerazione in veglia e in sogno. Per quale ragione? Perché sia nell’esperienza di veglia sia in quella onirica prevale l’attenzione alla molteplicità degli oggetti. La stessa Upaniṣad fa rilevare che la caratteristica di veglia e sogno è l’attenzione rivolta alla percezione degli oggetti esterni o di quelli interni10. Inoltre, sia nella veglia sia nel sogno il soggetto (pramātṛ) è convinto di essere sveglio e teso alla conoscenza (pramā) degli oggetti (prameya). Al contrario, nel sonno la mente si trova nell’impotenza di sondarne lo stato e si dichiara condizionato dall’assenza di conoscenza. Quando però il jñāni ottiene la conoscenza della Realtà assoluta, tale conoscenza falsifica effetto e causa, conoscenza errata e assenza di conoscenza, sogno (Viśva-Taijasa) e sonno profondo (Prājña), i tre stati, ossia tutte le forme che nidrā assume; e allora emerge il Quarto pāda11, Turīya. L’annullamento della duale illusione causa-effetto rende evidente l’eterno stato di Libertà in cui si è stabilmente radicati: l’Ātman.]

    Gauḍapāda, Kārikā I.16

    Quando il jīva, dormienteper influenza della Māyā senza inizio, si risveglia, allora realizza il non duale, non nato, esente da sogno e da sonno.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.16

    Questo jīva trasmigrante in nidrā, mentre è in veglia e in sogno vede sogni che appaiono come ‘questo è mio padre’, ‘questo è mio figlio’, ‘questo è mio nipote’, ‘questo è il mio podere’, ‘questo è il mio bestiame’, ‘io sono il loro padrone’, ‘io sono felice, io sono disgraziato’, ‘sono rovinato da questo’, ‘ho guadagnato da quest’altro’, proiettati da quel torpore (nidrā) che altro non è che la Māyā che dura da tempo immemorabile e che ha i due aspetti di assenza di percezione della Realtà o stato causale e di conoscenza erronea. Quando il jīva è risvegliato [dalla nidrā] grazie all’intervento di un generoso guru che ha già realizzato la verità upaniṣadica, spiegandogli che “tu non sei così e così, un aggregato di cause ed effetti”, ma anzi “tu sei Quello”, allora egli realizza. Che cosa? Allora realizza Quello in cui non c’è né esterno né interno, in quanto in esso non c’è alcuna modificazione, che dà origine agli oggetti, come la nascita ecc., per cui è detto non-Nato (aja); Quello di cui la śruti dice “è al di là di tutto ciò che è esterno e interno, e perciò è senza nascita”12, privo di ogni cambiamento da cui sono condizionati gli oggetti fenomenici. Realizza così il senza sonno (anidrā) perché in Quello non vi è sonno, seme delle tenebre dell’ignoranza che causa le rinascite. Dato che Turīya è anidrā, è anche senza sogno (asvapna) perché la percezione erronea deriva dalla assenza di conoscenza. Quindi il jīva risvegliato, essendo senza sonno e senza sogno, allora realizza il non duale, non nato Ātman in quanto Turīya.

    [L’individuo trasmigrante nell’onnubilazione(nidrā)del saṃsāra è soggetto a visioni immaginarie sia in jāgrat avasthā sia in svapna avasthā.Queste gli appaiono come sue caratteristiche che lo definiscono come essere limitato nella forma di ‘io sono così e così’ (ahaṃkāra); a queste descrizioni si aggiungono l’insieme dei suoi possessi e pertinenze nella forma di ‘questo è mio’ (mamakāra). Tutto ciò non è altro che una proiezione illusionistica dovuta allo stato onnubilato dalla nidrā,che altro non è che la māyā che dura da tempo immemorabile. Si noti bene che quest’ultima affermazione non vuol dire che la nidrā, la māyā, ovvero l’ignoranza, sia eterna13. Eterno è solo il Brahman-Ātman, qui denominato Turīya. L’ignoranza, invece, dura da tempo immemorabile per colui che non ha raggiunto la Liberazione; è un condizionamento che l’individuo si trascina da innumerevoli apparenti nascite e rinascite, morti e rimorti. Questa ignoranza, come si è ripetuto senza posa, ha due aspetti: quello di assenza di percezione della realtà o stato causale e quello di conoscenza erronea o causa-effetto. Il jīva può essere risvegliato dal permanente torpore dall’intervento beatifico di un guru che abbia già realizzato ciò che insegna. Il maestro gli spiegherà che nella sua vera natura “tu non sei così e così, un aggregato di cause ed effetti”, ma “tu sei Quello”. Allora il discepolo capirà che non c’è un interno e un esterno, un soggetto e un oggetto; né c’è un Viśva e un Virāj in jāgrat avasthā, un Taijasa e un Hiraṇyagarbha nella svapna avasthā, un Prājña e un Īśvara nella suṣupti avasthā; e nemmeno ci sono tre avasthā né loro alternanza né divenire saṃsārico né alcun mutamento di sorta essendoci solo il Non-Nato, l’Eterno. Colui che ha cancellato il sonno (anidrā) è l’unico risvegliato (buddha), che ha annullato il sogno di jāgrat e svapna, liberandosi così da ogni varietà di ignoranza. Costui si riconosce come l’eterno Ātman non duale.]

    Gauḍapāda, Kārikā I.17

    Se avesse una qualche esistenza, il mondo fenomenico senza dubbio cesserebbe di esistere. Ma tutta questa dualità non è altro che Māyā, in quanto la Realtà assoluta è solo il non duale (Turīya).

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.17

    Oppositore: Se è certo che con la rimozione del mondo fenomenico (prapañca) ci si risveglia (dalla nidrā), come potrebbe la non dualità esserci allorché il mondo non è stato ancora riconosciuto falso?

    Vedāntin: Sarebbe così se il mondo avesse una qualche esistenza. Se avesse una qualche esistenza, il mondo fenomenico senza dubbio cesserebbe di esistere. Infatti non è che il serpente, proiettato sulla corda per conoscenza errata, esista realmente per poi essere rimosso dalla discriminazione. Neanche il gioco dell’illusionista è reale finché non scompare agli occhi degli spettatori non appena cessa lo spettacolo illusionistico. Allo stesso modo, tutta questa dualità, che non è altro che Māyā, è chiamata universo mondo ed è, dal punto di vista della Realtà assoluta, il Non Duale, come il trucco della corda non è altro che il mago. Il senso di tutto ciò è che il mondo non è alcuna cosa reale che appaia e scompaia.

    [L’oppositore del Vedānta attribuisce al mondo manifestato una sua certa esistenza reale14; perciò pone il seguente quesito: se il risveglio (bodhi) da nidrā rimuove o distrugge l’illusorietà dell’universo, come può esserci non dualità finché questo universo continua a esistere, non essendo stato ancora annientato dalla conoscenza? Il Vedāntin risponde che una tale idea di rimuovere, distruggere, annientare sarebbe sostenibile qualora il prapañca esistesse. Ma il mondo è soltanto una creazione mentale (manasarga), un’immaginazione prodotta dall’ignoranza (avidyā kalpita). Non vi è dubbio che se fosse esistente, cesserebbe d’esistere. Ma il mondo è come il serpente proiettato sulla corda. Non si può distruggerlo, ucciderlo e farlo a pezzi per farne sparire le tracce; quel serpente non esiste, non è mai esistito, è un pensiero errato, una falsa conoscenza. Basta correggere la mente dal suo errore e si comprende che la realtà è la corda, è sempre stata la corda. Non è che il serpente sia scomparso, perché non era nemmeno mai apparso. È come la corda che il mago lancia in aria e che pare drizzarsi come una pertica nel celebre gioco illusionistico. Non è che alla fine dello spettacolo gli spettatori assistano alla scomparsa della loro illusione ottica, perché tutto quello che hanno creduto di vedere non è mai accaduto. La dualità non è altro che la māyā, l’immaginaria apparizione del mondo, mentre la Realtà ultima è il Non-duale Turīya, come la corda che continuava a giacere al suolo durante tutta la fantasmagoria del gioco dell’illusionista. Perciò non c’è alcun mondo che si produca realmente e che, altrettanto realmente, scompaia.]

    Gauḍapāda, Kārikā I.18

    L’immaginazione potrebbe scomparire se fosse stata immaginata da qualcuno. Che la dualità cessi di esistere dopo la realizzazione è soltanto una formula usata al (solo) scopo di insegnare.

    Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.18

    Oppositore: Ma, allora, in che modo cessa di esistere l’immaginazione (della pluralità di) di discepolo, śāstra e maestro?

    Vedāntin: L’immaginazione differenziante (vikalpa) potrebbe scomparire se fosse stata immaginata da qualcuno. Come questo mondo è simile all’immagine illusoria proiettata sulla corda, così anche l’immaginazione che distingue discepolo ecc. è utilizzata al fine dell’insegnamento. Perciò l’affermazione che vi sia un discepolo, un maestro e uno śāstra è usata (solamente) allo scopo di insegnare. Ma allorché il compito dell’insegnamento è terminato e la Realtà suprema è conosciuta, la dualità scompare.

    [Come può cessare di esistere la dualità di guru e discepolo, se il primo conosce la non dualità e il secondo è privo di conoscenza? Questa dualità non è dunque irriducibile? A questo quesito dell’oppositore, Śaṃkara ribatte dicendo che anche questa fantasia (vikalpa) non può scomparire per il semplice motivo che non è mai realmente apparsa. Non esiste nemmeno nessuno che possa averla immaginata. Perciò il fatto che ci sia un maestro, un discepolo e una śruti che deve essere spiegata a quest’ultimo è simile all’esempio del serpente e della corda. Se ne parla al fine di trasmettere la conoscenza e, quando la Realtà suprema è conosciuta, appare evidente che anche tale dualità non è mai esistita.]


    1. BU IV.3.23.[↩]
    2. Che possa esistere una causalità in simultaneità con l’effetto è una delle tante ipotesi prive di senso della filosofia e della fisica contemporanea. La dualità di causa-effetto si risolve allorché l’origine, il Brahman, è riconosciuto essere la Realtà e l’effetto semplice apparenza illusoria. Allora si può dire che si passa dal punto di vista della sequenza temporale (kāla krama) a una sequenza intellettuale (pratipatti krama) in cui esiste la sola ‘causa’ e l’effetto è identico a essa; ma questo, a unico scopo d’insegnamento.[↩]
    3. L’ignoranza (avidyā, ajñāna o adhyāsa) appare in tre forme diverse: assenza di conoscenza, conoscenza erronea e conoscenza incerta o dubbio (sandeha). Sandeha, in questo passo, è considerato una variante secondaria di mithyā jñāna, in quanto esso non è assenza di conoscenza o di percezione della realtà. Comunque, il dubbio è la forma di ignoranza meno perniciosa; infatti può essere perfino di stimolo alla conoscenza. È il dubbio che spinge il cercatore ad avvicinarsi con una fonte di luce al presunto serpente. È il dubbio che consente di vedere la realtà della corda. È sempre il dubbio che fa assumere l’adhyāropa come punto d’inizio della discriminazione vedāntica. Infine, nei siddhānta vedāntici è l’advaitin che solleva il dubbio e non l’oppositore (pūrvapakṣin).[↩]
    4. I sāṃkhya sostengono che la veglia appare come effetto del sogno e il sogno, a sua volta, si muta nella causa della veglia seguente; e questo accade in successione alternata. La teoria per cui la causa è effetto di una precedente causa, è però viziata dall’errore logico dell’anavasthāprasaṅga, il regressus ad infinitum che non arriva mai a risolvere la molteplicità in una causa prima. Gauḍapāda dedicherà l’inizio del IV Prakaraṇa alla spietata demolizione di tale concezione, in particolare nelle Kārikā 17-21.[↩]
    5. “Se in quello stato non vede è perché, pur vedendo, non vede; infatti la visione del testimone non può mai andare perduta, in quanto è imperitura. Il fatto è che non c’è da vedere alcuna seconda cosa altra da esso” (BU IV.3.23).[↩]
    6. BU III.8.11.[↩]
    7. Pur non sapendo descrivere suṣupta, il vegliante è ben certo di esserci stato, di averlo sperimentato, di averlo ‘vissuto’. Se il vegliante non avesse questa certezza, non potrebbe nemmeno sapere dell’esistenza del sonno profondo, per cui non potrebbe nemmeno rinterrogarsi su qualcosa di cui ignorerebbe totalmente l’esistenza.[↩]
    8. Ripetiamo qui che quando si è in sonno profondo si è in suṣupta. Suṣupti avasthā o sthāna è invece il terzo dei tre stati immaginati dalla mente al fine di descrivere un’esperienza di cui non si ricorda ‘nulla’.[↩]
    9. Pur essendo tra loro paragonabili, nondimeno veglia e sogno si differenziano per tempi e luoghi, regole logiche ed esseri fantastici che li popolano.[↩]
    10. Quando si sogna, gli oggetti del sogno non appaiono affatto interni, ma esterni come sono quelli dell’esperienza della veglia. È il pregiudizio della veglia che fa credere che gli oggetti del sogno siano ‘interni’ al corpo di chi dorme. Śaṃkara illustra questo sciocco pregiudizio come segue: “[…] non è possibile che ci sia lo spazio necessario per un carro del sogno e per altre cose.; perché il carro, ecc. non può avere spazio sufficiente entro i limiti ristretti del corpo” (BSŚBh III.2.3).[↩]
    11. A conferma che Turīya non è mai un’avasthā. Le avasthā sono proiezioni immaginarie della mente.[↩]
    12. La citazione completa è: “Puruṣa è l’autoluminoso al di là di tutto, in quanto è privo di forma; perciò è al di là di tutto ciò che è esterno e interno, e perciò è senza nascita, privo di prāṇa e di manas, puro e superiore anche alla suprema non-manifestata [Māyā-Prakṛti]”(MuU II.1.2).[↩]
    13. Solamente i sostenitori ‘advaitin’ della teoria deviata della mūlāvidyā considerano l’ignoranza coeterna a Brahman. Un simile errore dottrinale, evidentemente, comporta una incapacità di realizzare tramite conoscenza. Questa è la ragione per la quale, alla fine, tutti costoro poi abbandonano il metodo vedāntico per ripiegare sui più ridotti orizzonti della ripetizione del mantra, sulla meditazione (upāsanā) e sulla intensificazione dei riti (kriyā).[↩]
    14. Questa è una posizione antimetafisica condivisa dai realisti, quali i sāṃkhya, alcuni filosofi mūlāvidyāvādin,i buddhisti sarvāstivādin e alcuni pseudo-vedāntin occidentali.[↩]

    14. La luce della Realtà

      Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

      14. La luce della Realtà

      G. Natura della Pura Esistenza

      Riassumiamo ora i risultati dell’indagine sulla Pura Esistenza. L’indagine si appoggerà sull’esperienza del sonno profondo.

      82. Comuni errori sul sonno profondo

      Possiamo affermare con certezza che ci sono più idee errate sul sonno profondo che sugli altri due stati. Non è esagerato dire che, se si capisce la natura di questo stato, si risolve il mistero della Realtà. Nonostante si sperimenti il sonno profondo ogni giorno, la gente non è interessata a capirne la reale natura. Si dà per scontato che il sonno profondo sia una specie d’assenza, perché quando si chiede «cos’è il sonno profondo?», si dice quanto segue:

      1. Il sonno profondo è uno stato senza la percezione dei sensi e la logica della mente. Non ci sono esperienze di felicità, dolore, avversione o di qualsiasi altro tipo di emozioni.

      Commento: è sufficiente descrivere tutto quello che non c’è nel sonno? Non sarebbe più importante stabilire che tipo di stato sia? Se il sonno fosse semplicemente assenza di attività dei sensi e della mente e non ci fosse niente di positivo da ottenere in esso, perché ogni essere umano lo desidera ogni giorno?

      1. Durante il sonno profondo si rimane in un angolo remoto del mondo senza alcuna conoscenza di quest’ultimo; ma il mondo, legato a tempo, spazio e causalità, continua a cambiare come sempre, immemore di me e della mia relazione con esso.

      Commento: ma può il mondo esistere di per sé senza di ‘me’? Abbiamo già discusso nel § 27 come il mondo della veglia sia confinato solo nello stato di veglia e quanto sia senza senso pensare che il mondo possa esistere senza lo stato di veglia. Inoltre, quando consideriamo il mondo come esistente al di fuori del sonno profondo, non lo stiamo considerando forse come una nicchia, una recinzione o uno spazio limitato? Il sonno profondo è solo un’esperienza e non una cosa localizzata nel tempo e nello spazio. Non è forse un errore immaginare divisioni fuori e dentro quello stato?

      1. Quando dormo, qualcun altro può continuare a esistere nello stato di veglia e può anche confermarmi, dopo il mio risveglio, la continuazione dello stato di veglia. Quindi, quando sono addormentato, il mondo deve continuare a esistere.

      Commento: questa nota è corretta dal punto di vista empirico. Tuttavia, questo punto di vista non ci aiuta a capire la Realtà. L’io, gli altri e tutta la gente appartengono alla veglia. È esatto riferirsi a loro e ai loro punti di vista. Ma se guardo dall’esperienza del sonno profondo, dove sono io e dove sei tu durante il sonno?

      1. Ma non è forse vero che si vede lo stesso mondo dopo essersi svegliati?

      Commento: quando ci si risveglia dal sonno profondo e si vede il mondo, come si può sapere se siamo nel mondo della veglia o in quello del sogno? Perché non c’è differenza tra la veglia e il sogno mentre li si sperimenta. Anche in sogno si ha la sensazione di vedere lo stesso buon vecchio mondo che continua nel tempo senza inizio. Non si pensa che sia nuovo e mai visto prima. Tuttavia, non accettiamo la realtà del mondo del sogno per il fatto che appare tale. Quindi, perché c’è questo pregiudizio in favore del mondo della veglia? Perché l’equivalenza di entrambi gli stati appare essere un errore. Quindi il pensiero che c’è un mondo fuori del sonno non è utile per determinare la Realtà. Perciò il punto di vista per cui noi stiamo dormendo in un angolo del mondo non è logico.

      1. Il sonno è uno stato di riposo per alleviare la fatica accumulata nella veglia.

      Commento: anche questo non è esatto, perché il pensiero che il corpo e i sensi logorati e stanchi nella veglia continuino a esistere nel sonno è parte della stessa credenza che il mondo della veglia esista nel sonno profondo: quindi è illogico. La conclusione di questa indagine è che il sonno profondo appare come assenza perché noi lo guardiamo dal punto di vista della veglia o del sogno. Di fatto, il sonno non è né assenza di sogno e veglia né è uno stato in cui i sensi e la mente non sono in funzione o a riposo. È anche sbagliato che ci sia un mondo fuori del sonno. Tutti questi sono errori sul sonno profondo causati dal punto di vista della veglia.

      83. Il sonno profondo è Pura Esistenza

      Domanda: qual è la reale natura del sonno profondo?

      Risposta: il sonno profondo non è affatto uno stato. Se il significato della parola ‘stato’ è preso come qualcosa che dura per un certo periodo di tempo, allora il sonno profondo non è uno stato perché non c’è tempo quando lo si sperimenta.

      Domanda: possiamo intendere che il significato sia ‘il modo in cui la Realtà ci appare in uno stato’ come discusso nel § 39?

      Risposta: anche in questo senso il sonno profondo non può essere uno stato, dato che in esso non appare nulla.

      Domanda: allora il sonno profondo significa solo non esistenza?

      Risposta: no, perché noi lì ‘siamo’. In altre parole il Sākṣin, che è la nostra natura essenziale, esiste nel sonno profondo perché siamo in grado di pensare ad esso e di parlarne.

      Domanda: se nel sonno si esiste, perché lì non c’è coscienza di io?

      Risposta: in sonno profondo non si è nella forma di io. La nozione di io è relativa a quella di tu, egli e gli altri. Non c’è possibilità di tali divisioni e differenze, perché esse richiedono tempo e spazio che non esistono affatto nel sonno. Noi vediamo la veglia e il sogno attraverso l’intuizione universale indivisa, e attraverso lo stesso Sākṣin osserviamo anche il sonno profondo. È un errore dire che conosciamo il sonno. Né c’è alcun oggetto di conoscenza che debba essere conosciuto. (BU IV.3.30).

      Domanda: ma noi dichiariamo che lì non abbiamo conosciuto niente: la nostra esperienza è questa.

      Risposta: questa affermazione è fatta dallo stato di veglia per mettere il sonno profondo in contrasto con l’esperienza divisa in soggetto e oggetto. Dato che non c’è alcun oggetto che debba essere conosciuto, non c’è nemmeno alcun soggetto. È solo un’affermazione secondaria e intrisa di pregiudizio della veglia che l’Ātman, che è il Sākṣin, il Testimone di anātman negli altri due stati, sia anche il Sākṣin dell’assenza di anātman nel sonno profondo. Come una lampada illumina l’oggetto posto davanti a essa o la sua assenza, così anche l’Ātman è detto in un certo senso Testimone della assenza in sonno profondo. Tuttavia, visto dall’esperienza del sonno profondo, non possiamo dire che l’Ātman lì veda la presenza o l’assenza di qualcosa, perché non c’è possibilità di presenza o assenza di una seconda cosa. Quindi il Sākṣin non è nemmeno il Sākṣin,ma solo Pura Esistenza. In conclusione, il sonno profondo altro non è che Pura Esistenza.

      84. Nella Pura Esistenza non c’è divisione di manifestato e non manifestato, cambiamento e assenza di cambiamento

      Domanda: cosa accade al mondo durante il sonno profondo?

      Risposta: dato che il mondo è confinato nel suo stato non può essere né dentro né fuori al sonno profondo, dove non c’è problema di tempo e spazio né di interno ed esterno (Cfr. § 82). Essendo Pura Esistenza, si stabilisce che lì, nel sonno profondo, non c’è altro da esso.

      Domanda: la śruti dice che il mondo s’immerge nella Pura Esistenza. Perciò rimane lì nell’esistenza.

      Risposta: anche questo insegnamento della śruti è solo dal punto di vista empirico, perché il mondo è solo Pura Esistenza e non qualcosa di differente dall’esistenza, come se ne venisse fuori o le fosse associato in qualche modo. Poiché il mondo è una rete intessuta con i fili di tempo, spazio e causalità, non ha senso dire che, come un tutto, vada o venga da qualche parte. Il mondo che vediamo come individui conoscenti (pramātā), sembra essere diviso in parti collocate nel tempo e nello spazio ed esse si possono muovere da uno spazio a un altro e cambiare forma. Ma preso come un tutto, non può cambiare o muoversi, perché non è localizzato nel tempo e nello spazio. Quindi non ha senso dire che entri o esca dal sonno profondo che è Pura Esistenza. Il mondo non è differente dallo stato nel quale appare e lo stato non è differente dalla Pura Esistenza. Quindi il mondo non è altro che Pura Esistenza. Per questa ragione Gauḍapāda afferma:

      Se il mondo fosse realmente lì, ci sarebbe un pensiero del suo andar via. Ma l’intera dualità è solo una falsa apparenza e quindi in realtà c’è solo non dualità, vale a dire Pura Esistenza (MUGK I.17).

      Non c’è relazione di causa ed effetto tra la Pura Esistenza, cioè il sonno profondo, e gli altri stati. Ciò significa che il mondo non è differenziato in veglia e in sogno né che è invisibilmente nascosto, cioè indifferenziato, nel sonno profondo. Il mondo differenziato in manifestato e non manifestato (vyāktāvyākta) è in realtà solo l’Ātman senza secondo, Pura Esistenza.

      Domanda: ma proprio la śruti dice che il mondo è nato da Ātman. Come si spiega?

      Risposta: è vero che la śruti dice così, ma è solo un’affermazione che ha due scopi: il primo vuole intendere che ciò che è nato da Ātman è solo Ātman, proprio come tutto ciò che è nato dalla creta è solo creta. Inoltre, il mondo falsamente immaginato sull’Ātman non è differente dall’Ātman proprio come un serpente falsamente immaginato su una corda. A sostegno ci sono le seguenti citazioni:

      Come la corda, la cui reale natura è sconosciuta, nella penombra è immaginata come fosse un serpente, una fessura nel terreno ecc., così è immaginato l’Ātman (MUGK II.17).

      Da quando si rivela la vera natura della corda, tutte le illusioni sovrapposte alla corda scompaiono e, simultaneamente, affiora la certezza che non vi è là nient’altro che la corda; questa è la natura della conoscenza dell’Ātman (MUGK II.18).

      Le affermazioni della śruti sulla manifestazione com’è illustrata dagli esempi dell’argilla, del ferro, delle scintille o da simili analogie, hanno l’unico scopo di spiegare l’identità [del jīva e del Brahman]; invero la molteplicità non esiste in alcun modo. (MUGK III.15)

      Il sūtra che precede confuta la supposizione, avanzata per amor di discussione, secondo cui ci sarebbe una differenza empirica tra il fruitore e le cose fruite, come si può osservare nell’esperienza comune. In realtà, questa differenza non esiste, poiché si riconosce che non c’è differenza tra causa ed effetto. L’effetto è il mondo, diversificato come spazio ecc. e la causa è il Brahman supremo. In realtà è noto che l’effetto ha una non-differenza, cioè una non-esistenza se considerato isolatamente da quella causa (BSŚBh II.1.14).

      Alcuni credono fermamente che il mondo sia nato. Il secondo scopo è quello di insegnare ai sādhaka il metodo della creazione del mondo per aiutarli a praticare l’upāsanā per avvicinare la realtà con un lungo percorso. La seguente citazione lo convalida:

      Ci sono tre fasi della vita che corrispondono a tre gradi di comprensione, quello inferiore, il mediano e il superiore; è per compassione che la śruti ha insegnato questa disciplina in favore di quegli non illuminati. (MUGK III.16).

      La nostra indagine sulla Realtà non comprende l’upāsanā, perché questa è qualcosa che deve essere praticata attivamente solo sulla base della fede. Questo sarebbe un argomento da discutere separatamente per mostrare come anche questo conduca, con un lungo percorso, verso la Realtà1.

      La vera Realtà è che nessun mondo è nato. Altre citazioni lo sostengono:

      Non c’è né dissoluzione né morte né saṃsāra né aspiranti alla conoscenza né cercatori della Liberazione né liberati: ecco la verità assoluta! (MUGK II.32).

      Si dovrebbero studiare le Kārikā di Gauḍapāda per capire la dottrina della non nascita (ajatavāda), che afferma che solo Ātman nella forma di Pura Esistenza è veramente reale e non che una cosa detta ‘mondo’ sia nata da esso. Quindi la conclusione ultima (uttama,) per cui la relazione causa-effetto è totalmente falsa, sarà stabilita dalla intuizione universale. Anche Śaṃkara ha espresso lo stesso punto di vista in vari passaggi nel Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (II.1.14) e nel commento alla Taittirīya Upaniṣad (II.6) e altri ancora. La conclusione è che la Pura Esistenza è né manifestata né non manifestata, né mutevole né non mutevole e che il manifestato e il non manifestato, il mutevole e il non mutevole sono tutte solo false apparenze immaginate dal punto di vista della veglia.

      85. La Pura Esistenza non è oggetto né soggetto

      Domanda: quando tutte le proprietà o attributi sono rimossi da un oggetto, rimane solo la nuda Esistenza. È questo il significato di Pura Esistenza?

      Risposta: no. Perché quando tutte le proprietà sono rimosse, la Pura Esistenza non può essere vista come un oggetto. Non solo, ma sarebbe un’immaginazione fantasiosa della mente come le corna della lepre.

      Domanda: allora perché l’Ātman si chiama Pura Esistenza?

      Risposta: poiché non ha alcuna proprietà, nessun pensiero della mente è capace di conoscerla. Il pensiero della mente può solo rilevare oggetti come sostanza (dravya), attributi, azione, genere, specie, relazione e assenza. L’Ātman non è affatto un oggetto. Quando Ātman appare come oggetti, stati, mondo e le cose nel mondo, esso appare anchecome soggetto-Sākṣin che illumina tutti questi.

      Domanda: quindi, l’Ātman lo chiamiamo solo Sākṣin?

      Risposta: no, non possiamo chiamarlo Sākṣin; perché nella sua propria natura, che noi chiamiamo comunemente sonno profondo, egli non esiste né come oggetto né come soggetto, ma come base di entrambi. È solo sul sostrato di questa Pura Esistenza chiamato Ātman che il soggetto e l’oggetto appaiono sempre connessi, come il rebbio della forchetta, sia nella veglia sia nel sogno e diventa indivisibilmente unito nel sonno profondo.

      86. La Pura Esistenza non è vuoto né è creata da qualcosa

      Domanda: se la Pura Esistenza non è un pensiero né una parola, allora è nulla (śūnya).

      Risposta: no, perché è la nostra essenza o Realtà interiore. Anche la parola sanscrita partyagātman ha tale significato.

      Questo è lo stesso Ātman a cui la śruti si riferisce nei seguenti termini:

      Questa è la Verità, questo è il tuo Ātman, tu sei Quello (ChU VI.8.7).

      La prova, per affermare che la Pura Esistenza è il nostro Ātman, è la nostra esperienza sempre esistente che conosce tutti e tre gli stati come appartenenti a se stessa in quanto ‘sono io che ho dormito, ho sognato e mi sono svegliato’. Questo perché solo la Pura Esistenza esiste nei tre stati come loro Testimone. Possiamo eliminare qualsiasi cosa estranea a noi, ma è impossibile eliminare da noi l’Esistenza. Quando si esaminano con la riflessione i tre stati, si riconosce che ogni cosa ha come sua esistenza solo la Pura Esistenza. Ogni cosa viene dalla Pura Esistenza, ma essa non è originata da alcunché. L’autore del Bhāṣya così dichiara:

      Non è possibile immaginare che la Pura Esistenza possa essere venuta da qualcos’altro; perché essa non ha alcuna nascita. Non ha alcun senso dire che la Pura Esistenza sia nata dalla Pura Esistenza. La Pura Esistenza non può nemmeno essere nata da una esistenza particolare, come l’esistenza dello stato o del mondo o delle cose nel mondo; perché tale nascita è contraria all’esperienza. La nostra esperienza mostra che tutte queste esistenze particolari sono nate dalla Pura Esistenza e non viceversa. Non è nata dal vuoto (śūnya) perché il vuoto stesso non esiste. Perciò il Sat, la Pura Esistenza, non è nato da nulla (BSŚBh II.3.9).

      Quindi non c’è alcun ragionamento per dimostrare che la nostra intuizione immediata, il nostro Ātman o Pura Esistenza, che possiamo sperimentare direttamente, sia irreale o vuoto.

      87. L’Esistenza è Coscienza e Beatitudine

      Solamente con l’illuminazione del Sākṣin, che è anche la Coscienza, si stabilisce ogni esistenza. Essendo il nostro proprio Ātman,è la più cara tra le cose care. Perciò è anche della natura di Felicità. Quando si cerca l’assoluta Esistenza, la si trova nel proprio sonno profondo come Esistenza. È naturale aspettarsi che sia anche Coscienza e Felicità. La nostra aspettativa fortunatamente non è delusa, dato che la Pura Esistenza nel sonno profondo è capita con il Sākṣin anubhava, il che implica che l’Esistenza è anche Coscienza. Nell’esperienza ‘io finora stavo dormendo e non conoscevo nulla’, ci sono tre punti da considerare: io esistevo nel sonno, esistevo come coscienza e non c’era null’altro che coscienza. Questo implica non solo che io esistevo nel sonno senza alcun attributo, divisione, differenza, ma anche che ero Pura Coscienza senza capacità di conoscere e senza oggetto di conoscenza. Il desiderio per il sonno senza sogni e il piacere di ricordarlo dopo essersi svegliati espresso dalla frase: «Ho dormito bene senza alcun disturbo» è una prova sufficiente per mostrare che la nostra natura è Felicità senza alcuna relazione e limitazione di fruitore e fruito.

      Così capiamo quanto importante sia l’indagine sul sonno profondo, perché possiamo stabilire tutte e tre le nature di Ātman con la sua sola esperienza.

      4. La Reale Natura della Coscienza

      A. Ātman è la reale natura della Coscienza

      88. L’importanza dell’indagine sulla natura della Coscienza

      Tale indagine è molto importante per tutti, perché la Coscienza è proprio il mezzo con cui la si conduce. Quello che si sta cercando è la conoscenza della verità. Non è una esagerazione quando i vedāntin dicono che solo la conoscenza della Realtà è la Liberazione, e la riflessione sulla natura della conoscenza o coscienza è per loro vitale.

      Si è già visto nei precedenti capitoli che Ātman è la Pura Esistenza. Su quali prove si basava ciò? Certamente sulla base della nostra esperienza intuitiva che è la Coscienza.

      Se l’Ātman fosse stato Pura Esistenza senza essere anche Coscienza, che valore avrebbe avuto per la Pura Esistenza? Nulla, perché l’esistenza dipende dalla Coscienza per essere quello che è.

      Ciò che l’uomo ama di più è la sua vita e questa vita consiste in cambiamenti ed esperienze. Per esempio si compiace e si delizia, sopraffatto dalla gioia, quando guarda la bellezza del mondo attorno a sé. Interagisce con le persone che appaiono essere nel mondo proprio come lui. Cerca di acquisire ciò che gli piace ed evita ciò che gli dispiace. Per compiere questi atti ed esperienze è necessaria una certa ‘vitalità’. Questa ‘vitalità’ è invero coscienza. Senza la coscienza tutto quello sarebbe un nulla. Inoltre, la persona non avrebbe né identità di se stesso né sentimenti di amore e odio, gioia e dolore. La vita senza coscienza non avrebbe senso. A causa di tutte queste ragioni la conoscenza o coscienza ha un posto preminente nella nostra indagine. Sarebbe meglio che si indagasse la reale natura della conoscenza prima di investigare quella dell’esistenza, perché la coscienza ci è più vicina di qualsiasi altra cosa. Inoltre, siamo in grado di connettere qualsiasi cosa attraverso la coscienza. Possiamo spiegare la nostra indagine sull’aspetto dell’Esistenza in questo modo:

      ‘L’uomo per sua propria natura è estroverso. È naturale per lui pensare che il mondo sia a lui esterno e gioire della sua bellezza, varietà e gloria. Rara è la persona che scopre profondamente in sé la presenza della coscienza a causa della quale può vedere ogni cosa e compiere ogni tipo d’attività’ (KUŚBh II.1.1).

      È a quest’uomo che prima era estroverso, che viene la conoscenza di soggetto, oggetto, esistenza e coscienza. Prima egli pensava che la conoscenza sorgesse a causa dell’oggetto; poi egli capisce che la conoscenza non dipende dall’oggetto, ma che essa illumina l’oggetto. Seguendo la naturale inclinazione della mente umana, prima si rifletta sull’esistenza; poi si proceda con l’indagine sulla reale natura della conoscenza.

      89. Due opinioni sulla conoscenza

      Domanda: che cos’è la conoscenza?

      Risposta:

      1) A uno sguardo superficiale pare che: a) anche se la conoscenza è in noi, abbia bisogno di un oggetto esterno su cui appoggiarsi; b) la conoscenza (percezione) sorge e scompare; c) anche quando appare, cresce o decresce; d) sembra proiettarsi di tanto in tanto dal corpo, rimanendo una sua proprietà.

      2) Osservando più profondamene, si capisce che la conoscenza dovrebbe essere una entità indipendente, perché un oggetto è visto quando essa lo illumina. Basandosi su queste due opinioni, sono sorte due scuole filosofiche: quella dei realisti, che sostengono che gli oggetti sono reali e che la conoscenza sorge in qualche modo da questi, e quella degli idealisti, che dicono che la conoscenza è un’entità che appare indipendentemente in noi, e che noi possiamo conoscere gli oggetti fisici solo grazie a essa. Quelli che sostengono il primo punto di vista sono i materialisti indiani, i materialisti storici, i logici e gli scienziati moderni. Al secondo si riferiscono i buddhisti.

      90. Il realismo: la coscienza è proprietà della materia

      I materialisti indiani, detti cārvāka o lokāyata, pensano che la percezione sia l’unico mezzo di conoscenza. Sostengono che respirare, correre, conoscere siano tutte proprietà del corpo, sperimentate in esso.

      Domanda: se è un prodotto della materia, perché nelle cose materiali non troviamo la coscienza?

      Risposta del materialista: è vero che noi non la troviamo, ma quando le cose materiali formano il corpo o si trasformano in esso, in un certo modo in esse sorge la coscienza. È un errore pensare che la coscienza sia un’entità indipendente o una proprietà di un qualcosa, chiamato Ātman,che non è il corpo, perché non c’è alcuna prova di ciò. Oggi in India questa corrente non è più presente; tuttavia, molti filosofi occidentali sostengono più o meno questo punto di vista. Fra loro ci sono diverse opinioni. Per esempio:

      – la coscienza è una proprietà che esiste solo negli esseri umani;

      – è una proprietà che esiste negli esseri umani e solo negli animali superiori che hanno un sistema nervoso e organi di senso;

      – esiste in tutti gli animali;

      – esiste in tutti gli esseri viventi, incluse le piante;

      – esiste in ogni cellula dei corpi viventi;

      – è una proprietà basica di tutti gli atomi.

      91. L’idealismo: la coscienza è indipendente dall’oggetto

      Scuola sautrāntika (rappresentazionismo o idealismo oggettivo).

      Sebbene sia la coscienza interna che conosce l’oggetto esterno, quest’ultimo non può essere percepito direttamente perché è momentaneo e quindi non presente al momento della percezione. Esso lascia un’impressione nella mente prima di scomparire. Basandosi su quest’idea si deduce la sua presenza all’esterno. È vero che la percezione del fuoco nella cucina è diversa da quella della sua deduzione sulla montagna, ma entrambe sono solo deduzioni2. L’unica differenza è che il fuoco nella cucina lascia l’idea direttamente nella mente, mentre il fuoco sulla montagna lo fa attraverso il fumo. Quindi la prima è chiamata percezione e la seconda deduzione. In tal modo si può dare una spiegazione ragionevole alla differenza tra i due tipi di conoscenza. Questa è la posizione della scuola sautrāntika, per cui il suo punto di vista non sarebbe contro l’esperienza. In base al tipo d’impressioni o idee che l’oggetto esterno lascia nella mente si determina se si tratta di percezione o deduzione; tale teoria, quindi, sarebbe indiscutibile.

      Scuola vijñānavāda (o yogacara, idealismo soggettivo).

      L’idealismo vijñānavāda non è d’accordo con il punto di vista rappresentazionista: se tutte le nostre attività sono soltanto compiute con le mutevoli forme della mente o coscienza, perché immaginare la presenza di reali oggetti esterni diversi dalle forme di coscienza? Perché non accettare che la coscienza assume proprio le forme degli oggetti?

      Risposta del sautrantika: la coscienza non può assumere varie forme, come giallo, nero ecc., senza ricevere uno stimolo dall’oggetto esterno veramente esistente.

      Vijñānavādin:

      1. No, non si richiede alcuno stimolo esterno. Per esempio nel sogno si vedono diversi oggetti; tutti sono d’accordo che lì non c’è nulla di esterno alla coscienza. Dall’esempio del sogno si stabilisce chiaramente che la coscienza assume forme di vari oggetti, chiamati pensieri, solo a causa di impressioni passate e senza alcun oggetto esterno. È quindi ragionevole affermare che la veglia è un caso paragonabile.
      2. Anche chi accetta la realtà di oggetti esterni ammette che devono essere sperimentati solo nella coscienza e non al di fuori di essa. Nessuno ha mai visto un oggetto nero separato dalla cognizione d’un oggetto che sia di colore nero. Se l’oggetto è altro dalla sua conoscenza, esso dovrebbe esistere indipendentemente dalla sua conoscenza. Ma non è così.
      3. Cosa significa ‘oggettivazione tramite conoscenza’? Significa solo una forma che sorge nella coscienza. Quindi ciò significa che un oggetto è solo una forma di coscienza. Altrimenti, se l’oggetto fosse differente e indipendente da essa, non ci sarebbe alcuna relazione tra oggetto e forma di coscienza. Quindi, qualsiasi cosa potrebbe diventare oggetto di qualsiasi conoscenza; ma nessuno accetta questa posizione; perciò si stabilisce che la coscienza conosce la sua forma, non essendoci alcun oggetto separato dalla forma di coscienza. Questo è il punto di vista degli idealisti vijñānavādin.

      Il punto di vista dei Naiyāyka sulla percezione si è gradualmente avvicinato all’idealismo vijñānavāda; così anche in Occidente, il punto di vista dei realisti ha gradualmente ceduto all’idealismo. È utile conoscere questo più in dettaglio.

      1. Come gli indiani, anche i filosofi occidentali, inizialmente spiegavano la percezione con il solo oggetto. I fisiologi sostenevano che la luce riflessa dagli oggetti colpisce la retina e che la sensazione viaggia attraverso il nervo ottico per giungere al cervello.
      2. Altri sostennero che la mente è diversa dal cervello. La coscienza non sarebbe allora una semplice reazione del cervello allo stimolo esterno, ma quando lo stimolo passa attraverso il cervello e raggiunge la mente, allora sorge la coscienza. Sebbene accettino l’oggetto esterno come reale, il loro punto di vista è simile ai nostri sautrantika. Affermano che le cose che conosciamo dal contatto con l’oggetto esterno sono solo sensazioni di tatto, gusto, udito, vista, olfatto. Dato che istintivamente si crede che queste sensazioni siano prodotte nei sensi o nella mente dal contatto con gli oggetti esterni, esse sono le rappresentazioni di questi oggetti. Noi non li conosciamo direttamente, ma solo li deduciamo attraverso la sensazione da essi prodotta. Questa è detta ‘teoria della percezione rappresentativa’ (pratīkapratyakṣavāda). È chiaro che gli oggetti sono dedotti dalle sensazioni e da questo punto di vista costoro, come i buddhisti sautrantika,li deducono dalle forme di conoscenza.
      3. Scendere a questo livello è sufficiente per aprire la porta all’idealismo, perché se tutto ciò che noi conosciamo sono solo sensazioni, allora non c’è alcuna prova al di fuori di esse per l’esistenza indipendente degli oggetti esterni. Quindi, non abbiamo nessuna base né per dire che le sensazioni sono prodotte dagli oggetti esterni né per conoscere che le sensazioni sono le rappresentazioni degli oggetti. Ciò che la mente conosce sono solo le sue forme e pensieri. Tutte le funzioni della mente, come conoscere, ricordare, immaginare ecc., sono solo pensieri e null’altro. Poiché ciò che è oggettivato sono solo sensazioni, ogni gruppo di sensazioni è chiamato ‘oggetto’. Questo è l’inizio dell’idealismo.

      92. Errori del realismo e dell’idealismo

      Gli idealisti e i realisti, accusando i loro reciproci errori, modificarono variamente le loro idee fondamentali. Di conseguenza si sono divisi in diversi rami, sovrapponendosi e combinandosi tra loro.

      Tralasciamo la filosofia occidentale, per noi non rilevante, e ritorniamo al problema della coscienza cercando i difetti di queste due correnti.

      1. Qual è la natura della coscienza? Sebbene abbiano discusso sull’oggetto di conoscenza, esterno per i realisti, interno per gli idealisti, non sono arrivati a spiegare il nocciolo di tutte le conoscenze: vale a dire la coscienza. Se essa è una, come sorgono le variazioni causate da stimoli o ragioni interne, cioè le varie conoscenze che, prima, in essa non esistevano? Senza una coscienza soggiacente a tutte le conoscenze e pensieri, come possiamo sperimentare o conoscere di avere avuto prima una particolare conoscenza? Se le conoscenze individuali non sono concatenate, la precedente non può essere ricordata e, quindi, non c’è la possibilità di ricordo e del senso del tempo.
      2. Come avviene la conoscenza o coscienza? Sebbene ne diano diverse spiegazioni, nessuna è soddisfacente. I logici indiani e i moderni fisici sostengono che la conoscenza dell’oggetto avviene solo al contatto dei sensi. Vediamo come:

      a) i Naiyāyka dicono che la percezione avviene quando l’Ātman entra in contatto con la mente, la mente con l’organo di senso e infine con l’oggetto;

      b) i fisiologi dicono che quando la luce riflessa dagli oggetti raggiunge l’occhio, colpisce i nervi ottici e attraverso quelli va al cervello che percepisce l’oggetto.

      Ci sono alcune domande da rivolgere a entrambi:

      a) le sensazioni e i pensieri sorgono in noi. Il punto non è come sorgano, ma se siano dentro di noi e non oggetti esterni. Non si capisce di aver avuto una sensazione o un pensiero, perché noi capiamo direttamente l’oggetto come ‘questa è una pietra, questo è un albero’;

      b) se non c’è una diretta connessione tra noi e gli oggetti perché avviene la conoscenza per cui questo è un tale oggetto?

      c) Sebbene la mente, il cervello e i sensi intervengano tutti tra noi e l’oggetto, perché abbiamo una conoscenza solo dell’oggetto direttamente e non delle cose che intervengono?

      Le domande che seguono sono rivolte agli idealisti:

      a) se il cervello, gli organi di senso e gli oggetti sono tutti solo coscienza, com’è che conosciamo ognuno di questi distintamente, invece di conoscere solo una coscienza?

      b) Come conosciamo con la mente le cose che sono esterne alla mente?

      c) Quando conosciamo le cose esterne, non siamo consapevoli dei cambiamenti in noi che, invece, i filosofi dicono avvenire (come il contatto dei sensi, mente ecc.).

      1. Alcune altre domande a proposito del realismo.

      a) È esperienza comune che la percezione avvenga nei termini di: «Ora io vedo questo oggetto esterno». Qual è la prova per dire che ciò che pensiamo essere esterno alle nostre sensazioni e pensieri sia realmente lì? Se non c’è alcuna prova, che valore ha la nostra credenza in un’esteriorità?

      b) I realisti non possono portare alcuna prova per l’esistenza esterna degli oggetti o della loro capacità di colpire la mente.

      c) Se ci fosse una qualche prova, ci sarebbe un’ulteriore domanda: perché tutti gli oggetti esterni non colpiscono la mente simultaneamente?

      d) Non possiamo vedere direttamente l’intervento di organi, nervi, cervello ecc. e credere alle spiegazioni non in linea con gli śāstra.

      e) Anche se accettiamo tutto questo, non possiamo essere sicuri che la nostra comprensione degli oggetti esterni sia corretta, dopo che i loro dati sono passati attraverso così tanti filtri.

      1. Obiezioni del realismo all’idealismo.

      Idealista: per sfuggire a questi problemi, la soluzione è accettare che tutte queste idee siano solo coscienza.

      Realista: se c’è una sola coscienza, come avviene la divisione tra soggetto e oggetto? Perché abbiamo l’esperienza ‘Io conosco questo’, se tutto questo è solo coscienza? Se non ci fossero altri oggetti se non la coscienza, perché vediamo la varietà di cose come ‘nero, giallo, duro e morbido, lontano e vicino, sferico e piatto ecc.’? Se tutto ciò è della natura di coscienza, perché non lo sperimentiamo come tale?

      Idealista: a causa dell’illusione.

      Realista: perché anche la coscienza non è solo illusione?

      Idealista: la coscienza è materia d’esperienza e quindi non la puoi chiamare illusione.

      Realista: anche gli oggetti sono nella nostra esperienza. Su che basi rifiuti gli oggetti che sono materia di esperienza di tutti?

      Idealista: credere alla presenza di sensi, nervi ecc. sulla parola altrui non è giusto.

      Realista: in tal caso come puoi perfino credere all’esistenza degli altri?

      Idealista: no, nemmeno gli altri esistono.

      Realista: essendo un solipsista (ekajīvavādin), chi stai cercando di convincere con la tua argomentazione, se non c’è nessun’altra persona? Così il realista carica di obiezioni l’idealista.

      Qui si presenta un dubbio a proposito dell’io.

      Nell’esperienza ‘Io conosco questo’, l’io, che è la base della coscienza, è un’entità separata o è tutto uniformemente solo coscienza? Su questo problema, non c’è accordo tra i filosofi. I nostri logici indiani sono ātmavādin, cioè sostengono che c’è un Ātman che è altro dai sensi e dalla mente. Quindi dicono che la coscienza è la proprietà dell’Ātman e nell’esperienza ‘Io sono cosciente di’, io è l’Ātman. Tuttavia anche la loro dottrina non è priva di imperfezioni perché, sebbene ci sia l’esperienza ‘Io conosco’, la verità dell’io, cioè del possessore della conoscenza, è ambigua e quindi non è adatta all’indagine. Se l’io non è un oggetto come il vaso né un soggetto come la conoscenza; allora che cos’è? Non possiamo immaginare una cosa che non sia né soggetto né oggetto.

      93. L’indagine sulla coscienza richiede un punto di vista comprensivo

      Il realismo e l’idealismo non possono sostenersi da soli. Per il realista il mondo esterno è ogni cosa; quindi, in un certo modo, cerca di trarre la coscienza da esso. La mente è tutto per l’idealista, quindi egli vuole che sia essa a produrre gli oggetti.

      Il realista è incapace di spiegare la relazione tra oggetto e mente, la produzione di una conoscenza perpetua, l’esistenza indipendente degli oggetti esterni e la loro capacità di inviare stimoli che diventano percezioni.

      L’idealista è incapace di spiegare l’apparizione delle forme nella coscienza e come le forme che appaiono siano solo della natura di coscienza.

      Quindi la sola base per entrambi è la speculazione.

      Sebbene abbiano alcune argomentazioni a loro sostegno, entrambi i punti di vista sono limitati perché nessuno dei due spiega cos’è la coscienza. Ciò nonostante, da queste due teorie emerge una conclusione. Entrambe, senza tener completamente d’acconto l’esperienza, sono ricorse solo a una parte dell’esperienza, essendo il resto solo immaginato. In tutte le nostre esperienze mondane ordinarie, fra la coscienza e l’oggetto, l’uno non può venire alla nostra esperienza senza l’altro. Invece questi filosofi vanno contro la normale esperienza universale e cercano di separare tra loro l’oggetto e la sua conoscenza e di stabilire l’uno indipendente dall’altro. Questo non solo conduce a discussioni veementi, ma diventa anche un ostacolo per capire la vera natura della coscienza. Quindi, ciò che dobbiamo apprendere da tale disputa è che si devono abbandonare i metodi d’indagine che dividono la Suprema Realtà in due; al contrario si deve adottare una visione comprensiva dei tre stati per poter vedere la verità.

      94. Il modo corretto per esaminare il soggetto e l’oggetto

      L’ostacolo per accertare la verità dell’oggetto, come pure la coscienza di esso, è dovuto al fatto che lo si esamina senza distaccarsene. È evidente che un agente non può testimoniare la propria azione e un testimone non può agire. Tuttavia si vuole determinare la natura della coscienza solo come quella che troviamo mentre siamo in veglia. Questa è la ragione delle difficoltà che abbiamo rilevato sopra. Invece, se abbandoniamo questa erronea linea d’indagine e usiamo il punto di vista dell’intuizione universale, che vede lo stato come un’entità inclusivo dell’oggetto e della sua conoscenza, le nostre difficoltà svaniranno come nebbia al sole. Si può vedere, invece, che il mondo oggettivo, corpo, sensi, mente, intelletto e l’ego soggettivo, cioè l’intero stato di veglia, diventa oggetto della coscienza che, in tal modo, è il Testimone dell’intero stato. Dobbiamo ricordare ciò che abbiamo già stabilito, cioè che il mondo, il corpo e i sensi della veglia sono tutti confinati nello stato di veglia e non possono uscire da tale stato. Quindi immediatamente si fa luce nella mente che il soggetto e l’oggetto dello stato di veglia sono entrambi oggetti della nostra intuizione.

      95. Il Testimone è l’unico soggetto: gli altri sono soggetti apparenti

      Vediamo ora come la coscienza di veglia appare alla visione interiore dell’intuizione. Gli oggetti esterni sono oggettivati dai sensi; quindi i sensi sono il loro soggetto. I sensi sono illuminati dalla mente, quindi i sensi sono oggetti e la mente è il loro soggetto. Chi è il soggetto di questo intero mondo e della mente? Ossia, chi conosce l’intero stato? È la nostra essenza interiore, il Testimone (§ 51), il soggetto dell’intero stato. C’è qualcos’altro che conosce il Sākṣin? Sulla base della nostra esperienza, nessun altro conosce il Sākṣin. Conoscere il Testimone non ha alcun senso; non ce n’è alcuna necessità in quanto è la nostra stessa natura interiore. Per questa ragione nessuno dubita mai della Coscienza-Testimone, il Sākṣin anubhava, l’intuizione universale. Questa intuizione-Testimone è la più alta coscienza in noi. La conoscenza sorge solo per il contatto con l’oggetto di conoscenza. Più vicino è il contatto, più vicina è la coscienza. Per esempio, la coscienza di un oggetto che sta proprio davanti è più valida di quello che sta in un posto o in un tempo remoto. Per la stessa ragione, la nostra coscienza dei sensi è interiore e più chiara di quella dell’oggetto esterno. Similmente, ancora più chiara è la coscienza della mente. Vista in questo modo, possiamo dire che la coscienza della natura del Testimone è la più immediata e la più chiara. Non lo si può mai perdere né può essere separato da noi. Dunque, l’auto evidente coscienza, che non dà adito ad alcun dubbio, è il Sākṣin ed è solo con questo che ogni altra cosa è conosciuta. Quindi non c’è né qualcos’altro che lo conosce né c’è necessità di conoscerlo. I sensi e la mente diventano di volta in volta oggetti o soggetti, ma il Sākṣin è sempre solo soggetto. Perciò solo il Sākṣin è il soggetto primario e tutti gli altri sono oggetti.

      96. Il Testimone dei tre fattori di conoscenza è la nostra Reale Natura

      Proseguiamo con l’esame sulla natura della coscienza di veglia per capire come sia un oggetto del Sākṣin. La coscienza della veglia si sperimenta come ‘Io conosco questo’. Questa esperienza ha tre fattori: il conoscitore, la conoscenza e l’oggetto di conoscenza. Per conoscere gli oggetti si usano strumenti quali i sensi e la mente. L’io, il conoscitore, per esempio, usa l’occhio per conoscere un oggetto e da ciò nasce il frutto della conoscenza. L’oggetto può essere esterno, come un vaso, o interno come la sofferenza, la felicità ecc. In ogni modo, nessuna conoscenza avviene mai nella veglia senza questa triplice esperienza. In sanscrito questa triade è chiamata tripuṭi. Si conoscono gli oggetti esterni con i sensi e le sensazioni con la mente. Con cosa conosciamo l’intero stato che include la mente? È facile rispondere a ciò: non lo vediamo per mezzo di nulla, perché nulla s’interpone tra noi e lo stato. Dato che vediamo lo stato direttamente, i vedāntin chiamano la nostra essenza Sākṣin, il Testimone diretto.

      97. Il Testimone è l’essenza della Coscienza

      Generalmente si usano le parole coscienza ed esistenza senza chiedersi da dove venga la luce della coscienza che ci aiuta in tutte le attività della vita e quale sia la sua natura.

      Sebbene gli uomini vedano le cose solo grazie alla luce, pensano agli oggetti senza prestare attenzione alla luce; così, sebbene vedano tutti gli oggetti solo nella luce della coscienza, la natura della coscienza rimane sconosciuta a causa della loro visione estroversa che considera soltanto gli oggetti (Upadeśa Sāhasrī XVI.5).

      Accertiamo ora la sua natura:

      1. la luce esterna. Si compiono tutte le azioni e relazioni della vita durante il giorno con la luce del sole e di notte con la luce della luna, delle stelle o di una lampada;
      2. i sensi. Per captare la luce esterna sono richiesti gli occhi. Per quanto luminosa sia la luce esterna, essa non potrebbe illuminare alcunché a un cieco;
      3. mente. Per conoscere l’organo di senso, l’occhio, per esempio, è necessaria la mente, perché l’occhio non può vedere se stesso. Similmente, la vista è vista solo quando è assistita dalla mente. In altre parole, solo la mente vede la luce e gli oggetti esterni attraverso la finestra dell’occhio. Quindi il potere di illuminare l’oggetto non appartiene né agli oggetti né agli occhi, ma solo alla mente che illumina i due. Perciò solo la mente è la sede della luce della coscienza grazie alla quale appaiono tutti: occhi, luce e oggetti esterni;
      4. ulteriore indagine sulla mente: la mente è l’ultima coscienza o illumina grazie a qualcos’altro?

      Consideriamo le teorie sull’argomento.

      Idealista: ciò che l’idealista chiama coscienza è solo una forma della mente. In forza della comune esperienza summenzionata, cioè che niente può essere conosciuto senza la mente, essi arrivano all’affrettata conclusione che solo la mente è ogni cosa.

      Vedāntin: è vero che ogni cosa è conosciuta solo attraverso la mente. Ma ‘ogni cosa’ include anche la mente? Quando la mente conosce ogni cosa, essa oggettiva tutto. Allora, anche la mente diventa un oggetto della mente?

      Psicologo: pensando che la mente può essere studiata con la mente stessa, i moderni psicologi studiano la mente altrui. Questo potrebbe aiutare ad accrescere la vastità della psicologia come materia di studio, ma non aiuta affatto a determinare la natura della mente; perché la mente altrui è soltanto una nostra deduzione. Quindi, non possiamo determinare la verità della nostra mente, che è materia della nostra esperienza, attraverso queste supposizioni. Gli psicologi usano anche un altro metodo, l’introspezione, con cui studiare e capire la mente per mezzo della mente.

      Vedāntin: è vero che si può avere questa esperienza. Ma con che cosa esaminiamo la nostra propria mente? Solo con la mente. Nulla può diventare oggetto di se stesso; ma qui si pretende che la mente oggettivi se stessa.

      Gli idealisti e gli psicologi non arrivano a porsi questi problemi. Pensano che sia vano credere semplicemente senza alcuna prova che ci sia qualcosa oltre alla mente. Dato che per loro è materia d’esperienza comune che la mente oggettivi e capisca se stessa, la loro teoria si conclude qui.

      Vedāntin: la ragione di questo è il pregiudizio a favore dello stato di veglia. Se si fossero chiesti: «Per mezzo di che cosa capiamo l’intero stato di veglia?» e avessero cercato una risposta, non si sarebbero arenati su questa presunzione. Infatti si deve investigare con impegno con cosa conoscere l’intero stato, includendo gli oggetti, i sensi e la mente.

      Naiyāyika: i logici indiani direbbero che il jīvātman è il possessore della mente.

      Vedāntin:allora per mezzo di che cosa conosciamo il jīva?

      Naiyāyika: per mezzo della mente.

      Vedāntin: allora il jīva sarebbe l’oggetto della mente e la mente l’oggetto del jīva e, stabilendosi reciprocamente, dipenderebbero l’uno dall’altro. Quindi ci sarebbe il difetto logico della mutua dipendenza.

      Vedāntin post-śaṃkariani: alcuni appartenenti a scuole di Vedānta come quella di Rāmānuja, sostenevano che, anche se la coscienza è la natura essenziale del jīva, tuttavia anche nel jīva c’è una qualità o proprietà cosciente (dharma bhūta jñānam).

      Vedāntin: questo non è esatto, né essi sono capaci di spiegarlo in modo convincente. Qual è la differenza tra la coscienza come natura essenziale del jīva e la coscienza come qualità o proprietà?

      Vedāntin post-śaṃkariani: c’è una differenza.

      Nell’esperienza ‘Io conosco’, io è la coscienza come sostanza e ‘il conoscere’ è la coscienza come proprietà-attributo.

      Vedāntin: questo dimostra che hanno dato eccessivo valore all’esperienza di veglia formulando la loro teoria senza la visione comprensiva, come gli idealisti. Quando definiscono la coscienza qualità o proprietà non è altro che un pensiero. Discuteremo di ciò nel § 100.

      Conclusione: il Sākṣin è l’essenza della coscienza.

      Interroghiamoci se la coscienza, che appare come qualità e forma nell’esperienza ‘Io conosco’, sia indipendente o derivi da un’altra fonte. Allora capiremo che tutto ciò che è oggetto del Testimone, assieme alla coscienza che appare nei sensi, deriva di fatto solo dalla mente. Invece è solo il Sākṣin che capisce e illumina ogni cosa, oggetti, sensi, mente e nozione dell’io, per cui possiamo concludere che la sua propria natura è la Coscienza. Altrimenti, come illuminerebbe l’intero stato indipendentemente da qualsiasi altra fonte o strumento? Il Sākṣin non perde la sua coscienza né la ottiene da qualsiasi altra fonte né diventa oggetto. Quindi la conclusione è che il Sākṣin è la fonte originaria di Coscienza. È auto luminoso e non trae nulla da altra fonte. È solo da questa luce che procedono l’intera veglia e tutte le relazioni in essa. (BUŚBh 4.3.6).

      1. Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, La Via della Conoscenza e le altre Vie, Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019. https://vedavyasamandala.com/testi/tradizione-hindu/vedanta/ [N.d.C.].[↩]
      2. Riferimento al sillogismo a cinque passaggi del Nyāya: “C’è fuoco su quella montagna (pratijñā, tesi). C’è fumo su quella montagna (hetu, denotazione causale). Dove c’è fumo là c’è fuoco, come in una cucina e al contrario che su un lago (udāharaṇa o dṛṣṭānta, esemplificazione). C’è fumo su quella montagna (upanaya, applicazione). C’è fuoco su quella montagna (nigamana, conclusione)” [N.d.C.].[↩]

      Conoscenza del Sé

        Jagadguru Śaṃkarācārya Śrī Śrī Candraśekhara Bhāratī III Mahāsvāmīgal

        Conoscenza del Sé

        Chi, in qualsiasi modo, abbia ottenuto questa rara nascita umana e, inoltre, come uomo e con la corretta conoscenza della śruti non cerca la Liberazione, è uno stolto che uccide se stesso. Uccide il proprio Sé con l’attaccamento a ciò che non è reale.

        Śrī Śaṃkara Bhagavatpāda con quello śloka ha insegnato che chi ha ottenuto questa rara nascita umana deve cercare con determinazione di raggiungere la Liberazione. La nascita umana è la più adatta per ottenere il mokṣa, come, d’altra parte, è la migliore per raggiungere i piaceri del cielo. Qui si possono celebrare riti sacrificali per compiacere Indra e le altre divinità e, così, ci si può assicurare il cielo. Le stesse azioni possono essere compiute senza alcun desiderio. Questo è il modo in cui si purifica la mente e, con questo tramite, si può ottenere la conoscenza e la Liberazione.

        Gli Dei non godono di questo privilegio: se Indra e gli altri Dei superi volessero compiere un qualsiasi rito sacrificale, a chi potrebbero offrire le loro oblazioni? Ad Agni o ad altre deità, che sono a loro inferiori? A chi compie i riti può essere fruttuosa solamente l’azione compiuta con devozione a qualcuno che gli è superiore. Ciò non è possibile per gli Dei superni. Quando gli uomini compiono riti sacrificali, offrono l’oblazione ripetendo “Questo non è mio”, in questo modo rinunciando, assieme all’offerta, all’attaccamento, al senso del “mio” (mama). Dato che i deva sono superiori agli umani, questi ultimi possono aspettarsi da essi di ricevere grazie, ed è per questo che li si adora. Questo non succede agli Dei. Se dovessero fare un’oblazione, anch’essi dovrebbero pronunciare “Questo non è mio”. Anche se potessero farlo, a chi offrirebbero l’oblazione? Poiché i deva sono ovunque presenti in ragione delle loro rispettive funzioni nell’universo, essi non potrebbero versare l’oblazione in alcun luogo, essendo ogni luogo occupato da loro. Per questa ragione e per il fatto che non esiste nessuno superiore a essi a cui offrire il sacrificio, per gli Dei è impossibile impegnarsi in alcun rito sacrificale.

        Prima di impegnarsi alla cerca della conoscenza, sono necessarie quattro qualifiche. La prima è viveka, la discriminazione tra ciò che è eterno e ciò che è transeunte. Si deve prima conoscere che il Sé è il solo e unico esistente e che tutto il resto è impermanente. Una volta ottenuta questa conoscenza si dovrà ottenere la seconda qualifica, il vairāgya, la rinuncia a tutto ciò che è fruibile qui o nei mondi celesti. Quando è stata compresa l’impermanenza di tutte le cose e della loro fruizione, fino anche al Brahmaloka, non si proverà più alcun desiderio per esse, ma disgusto, come per il cibo vomitato da un cane. Assicurata questa seconda qualifica, si procederà a esercitarsi nei ‘sei strumenti’ (samādhi ṣaṭka). Questi sono: śama, il controllo delle divagazioni della mente quando segue avvenimenti accaduti, in corso di accadimento o che stanno per accadere; dama, il controllo sull’attrazione dei sensi per gli oggetti esterni, come, per esempio, l’errare della vista sulle diverse forme; titikṣa, il distacco dalle sofferenze causate dalle coppie di opposti, come il caldo e il freddo, la fame e la sete, il piacere e il dolore; uparati, l’introspezione della mente ovvero la rinuncia a ciò che è esterno; śraddhā, la certa comprensione di ciò che è insegnato dai Veda e dal Guru; samādhāna,la pace e l’equilibrio per la cessazione di tutte le pulsioni mentali. Questi sei strumenti insieme sono la terza qualifica. La quarta è mumukṣutva, l’ardente desiderio di liberarsi dalla schiavitù. Solamente chi possiede tutte e quattro queste qualifiche è pienamente qualificato per intraprendere l’indagine sulla natura del Sé e per riuscire a far emergere realmente la conoscenza. La suprema conoscenza emerge quando si segue il vicāra, che consiste nella attenta riflessione su “Chi sono io?”, “Come sono giunto a questa nascita” e “In che modo si evita la rinascita?”.

        Non si può affermare che il viveka sorge soltanto in chi ha un corpo efficiente. Dopo aver passato i primi sedici anni della propria vita nello studio, l’uomo si dedica ai piaceri dei sensi. Successivamente arriva il decadimento che indebolisce gli indriya. Così, in queste tre fasi, fanciullezza, maturità e vecchiaia, l’uomo sperpera la sua preziosa nascita umana senza cercare di acquisire la conoscenza del Supremo.

        Gli sforzi sinceri garantiscono il successo. Si immaginino due ragazzi che studiano nella stessa classe. Uno studia con grande interesse e attenzione, mentre l’altro si dedica al gioco e non segue le lezioni. Hanno le stesse agevolazioni di alloggio e di studio e anche l’insegnamento dei loro professori è identico. Tuttavia, uno passa l’esame e l’altro lo fallisce; la ragione evidente è la presenza di impegno nell’uno e la sua assenza nell’altro. Allo stesso modo, la ragione per cui alcune persone diventano degli illuminati e trascendono il mondo di sofferenza, mentre altre rimangono ignoranti e si dibattono nel pantano della schiavitù, può essere trovata nell’impegno delle prime e nell’assenza dello stesso nelle seconde.

        Se assaggiare cibo delizioso costituisse la felicità eterna, dovremmo rimanere sempre a mangiare squisitezze e a bere bevande saporite né potremmo interrompere di mangiare nemmeno per un momento. Ciò non si può fare; pur desiderando la felicità eterna, consumiamo cibo e bevande solo per placare la fame e per dissetarci. Prendiamo medicine solamente finché persiste il malessere e interrompiamo di assumerle quando la malattia è stata curata.

        Come si è già detto, il mezzo più appropriato per raggiungere la Liberazione è l’attuale nascita umana. Diversamente da noi, gli Dei celesti non sono capaci di realizzare il Supremo, in quanto sperimentano solo lo stato di veglia e non il sogno né il sonno profondo1. Al contrario, noi sperimentiamo tutti e tre gli stati e, paragonandoli, comprendiamo con facilità i piaceri e le sofferenze che li caratterizzano. Questo ci spinge ad acquisire la conoscenza del Supremo avendo come meta il mokṣa.

        Nelle Upaniṣad è affermato molto chiaramente che solo il Brahmaloka e questo bhūloka sono mondi in cui si può raggiungere la conoscenza (jñāna loka). I primo di questi due mondi2, il Brahmaloka è raggiungibile solo da coloro che hanno accumulato meriti speciali senza limite, seguendo le prescrizioni degli Śāstra che li hanno qualificati per entrarvi. Soltanto chi è così particolarmente qualificato può andarci dove, sedendo ai piedi di Brahmā, può imparare e indagare la verità e ottenere la conoscenza del Sé. Com’è possibile che coloro che hanno solo meriti mediocri possano aspirare a essere ammessi nel Brahmaloka?

        Inoltre, per acquisire le qualifiche necessarie per esservi ammessi, tutte le azioni virtuose prescritte negli Śāstra devono essere state compiute soltanto qui, in questo nostro mondo. È davvero facile compierle? E quanto a lungo le si devono compiere? Quante difficoltà si presentano a chi compie tali azioni? Invece, piuttosto che impegnarsi a quelle azioni, ci si può dedicare tutto il tempo alla ricerca sincera della conoscenza e cercare di realizzare la Verità. Inoltre, il non-attaccamento, requisito necessario per il raggiungimento della conoscenza, è possibile solo in questo mondo pieno di miseria, e il non-attaccamento, una volta ottenuto sarà permanente. Nei devaloka e in altre regioni non c’è questa possibilità di acquisire il senso del distacco.

        È possibile raggiungere la conoscenza del Supremo nei devaloka? Non è affatto facile3. I mondi degli Dei e di altri esseri più elevati sono loka di fruizione (bhogaloka). Nei devaloka c’è abbondanza di piaceri dei sensi e la mente vi è assorbita. È ben noto che coloro che dimorano nel gandharvaloka sono di natura molto sensuale4. Come potrebbe la mente, coinvolta nei piaceri dei sensi, rivolgersi alla cerca della conoscenza? Perciò è raccomandabile dedicarsi alla conoscenza in questo stesso mondo. Proprio indicando tutto ciò, Śrī Śaṃkara Bhagavatpāda ha affermato che la nascita umana è davvero molto rara. Dopo aver preso nascita su questa terra come essere umano, se si spreca il raro privilegio di cui godiamo ora, quando si potrà raggiungere la Liberazione?

        Quando si perde la misera somma di due rupie, ci vogliono tre giorni per superare il turbamento causato da quella perdita. Eppure si è disposti a sprecare tutta questa vita preziosissima senza cercare la conoscenza. Che cosa può mai compensare o rimediare a questa perdita colossale? Ecco perché la Kaṭha Upaniṣad dice che chi non raggiunge la conoscenza in questa vita umana è davvero un fallito. Poiché i corpi dei deva sono privi di difetti e durano a lungo senza alcun cambiamento, essi pensano di poter comodamente rimandare il tentativo di raggiungere la Liberazione, proprio come noi continuiamo a rimandare molte cose pur in questa nostra vita assai limitata. In altre parole, l’attaccamento ai piaceri sensuali che gli Dei hanno a disposizione, farà scemare il loro desiderio di raggiungere la conoscenza. Quindi, in qualsiasi modo si consideri la questione, è evidente che il nostro mondo terreno è di gran lunga preferibile alle regioni celesti per quanto riguarda le possibilità di raggiungere la conoscenza. Pertanto, chi è stato benedetto da una nascita umana e non fa alcuno sforzo per ottenere il mokṣa, commette il grave peccato di ātmahatyā (uccisione del Sé). Se una persona arriva a commettere ātmahatyā, quali altri peccati non sarà capace di commettere?

        Sanatsujāta5 chiama “mṛtyu”, “Yama” ossia morte, l’errore di evitare la realizzazione della propria vera natura. Inoltre, chi considera che il Sé sia identico a oggetti inerti come il corpo, è considerato un grande ladro. Gli Śāstra definiscono il furto come la sottrazione di un bene altrui o il suo asporto in un luogo non gradito al proprietario. Vorremmo che il nostro denaro fosse custodito solo da noi. Se qualcuno ce lo sottraesse con la forza e lo tenesse in un suo nascondiglio contro la nostra volontà, ce ne lamenteremmo. Allo stesso modo, se chi identifica erroneamente il proprio Sé cosciente con il non-sé insenziente (corpo, ecc.) e ritiene che il corpo, la mente e i sensi siano coscienti, costui è davvero un ladro. Quando una persona osa commettere un crimine così grande, quali altri crimini non commetterà? Chi erroneamente sovrappone il proprio sé al corpo e alle altre facoltà, inizia a indulgere a qualsiasi atto deprecabile allo scopo di compiacere il proprio corpo. Ecco perché le scritture chiedono: “Quando una persona arriva a rubare il proprio Sé, quali altre colpe non commetterà?”.

        Sofferenza in due stati e gioia nel terzo

        Il furto del sé avviene negli stati di veglia e di sogno. Anche l’esperienza del dolore si manifesta solo in questi due stati. Invece, poiché non si commette il crimine di rubare il Sé durante lo stato del sonno profondo, in suṣupti non si sperimenta alcuna sofferenza. Al contrario, vi si sperimenta solo pace. Da ciò risulta chiaro che il dolore viene sperimentato solo quando si identifica il Sé con le entità insenzienti del non-sé, mentre si è felici quando si considera il Sé non legato a tutte le entità insenzienti e lo si considera come il loro testimone immutabile.

        In sonno profondo non si sperimenta dolore

        Se il dolore fosse una caratteristica intrinseca del Sé, allora non dovrebbe scomparire nemmeno nello stato di sonno profondo. Ma è questo che si sperimenta in sonno profondo? Non si prova forse in quello stato una gioia completamente priva di dolore? La dolcezza è la natura intrinseca dello zucchero. Lo zucchero non viene mai privato della sua natura di dolcezza. Non accade mai che lo zucchero sia a volte dolce e a volte no. Allo stesso modo, la Beatitudine è la natura intrinseca del Sé. Essa risplende chiaramente solo in sonno profondo, dove, a differenza degli stati di veglia e di sogno, tutti i sensi sono inattivi. La pura Beatitudine, priva di qualsiasi dolore, che appare solo in sonno profondo e non negli altri due stati, è dovuta al fatto che la Beatitudine stessa è la natura intrinseca del Sé, che è privo di dolore.

        La sovrapposizione, causa della limitazione

        Sebbene un cristallo di rocca sia per natura puro e incolore, appare rosso se accostato a un fiore rossastro come l’ibisco. Allo stesso modo, benché il Sé sia in realtà indipendente da qualsiasi aggiunta limitante (upādhi), sembra provare piacere e dolore quando viene erroneamente sovrapposto al non-sé, cioè al corpo, ai sensi e alla mente. Come il cristallo di rocca riacquista la sua trasparenza quando il fiore di ibisco viene rimosso, così l’Ātman risplende come Pura Beatitudine in sonno profondo, dove è completamente libero dalle limitazioni (corpo, sensi e mente) degli altri due stati. Da ciò risulta evidente che l’infelicità si verifica solo quando c’è un’identificazione del sé individuale con i corpi grossolani e sottili. Ci si sente soddisfatti quando si acquisiscono gli oggetti desiderati e si prova tristezza quando non li si ottiene. Quando la mente è sotto il controllo del karma negativo, essa prova dolore. D’altra parte, quando si impegna in azioni meritorie, ottiene puṇya e quindi prova il senso di gioia. Per rendere la mente pura, è necessario compiere atti meritori (puṇya karma). Una mente pura sarà sempre più rivolta verso l’Ātman. Di conseguenza, il suo attaccamento al non-sé, come corpo e sensi, si ridurrà gradualmente. In seguito, si capirà che deliberazioni come “io voglio”, ecc. appartengono solo all’intelletto e non al Sé. Questa comprensione renderà chiaro che il Sé è asaṅga (distaccato). Una volta capito questo, si realizzerà la verità che il Sé è al di là della morte.

        Tempo da dedicare alle ingiunzioni previste dalla Scrittura.

        Sembra che ognuno abbia tempo sufficiente per sbrigare le faccende domestiche, ma quando si tratta di eseguire i rituali prescritti dalle Scritture, come il sandhyā vandanam, si adduce ogni sorta di scusa per evitarli. Per quanto riguarda la conoscenza del Sé, si dovrebbe avere una forte capacità di distacco come Śrī Sadāśiva Brahmendra6. Colui che è privo di incrollabile determinazione per il raggiungimento della conoscenza, in realtà è un ingannatore di se stesso (svasya vaṅcakaḥ). È per questo che Bhagavatpāda ha insegnato così: “Recita i Veda ogni giorno; esegui i karma prescritti dai Veda con sincerità; pensa al Signore senza mai distrarti…”. La purezza della mente si ottiene solo quando tutti i karma sono stati eseguiti rigorosamente in accordo con i dettami vedici. La realizzazione del Supremo potrà essere realizzata solo da chi ha purificato la mente”.

        È necessario analizzare l’importanza dell’affermazione scritturale “la vidyā è arrivata ai brāhmaṇa”. Vidyā è ciò che permette di liberarsi dalla schiavitù del karma. La Gītā prescrive che i karma come, per esempio, gli yajña (sacrifici), debbano essere eseguiti senza il desiderio per i loro risultati. I karma che si compiono, se dedicati al Signore, non vincolano. Invece, i karma basati sul desiderio creano legami. Se si compiono i karma senza desiderio, si raggiunge la purificazione della mente. Poi, per mezzo della conoscenza, si può raggiungere la Liberazione. La schiavitù causata dall’ignoranza sarà rimossa dalla conoscenza. La schiavitù causata dall’ignoranza è più dolorosa di quella causata da una catena di ferro. Quest’ultima può essere rimossa spezzandola, mentre la prima non può essere rimossa con nessun altro mezzo se non tramite la conoscenza. Ecco perché gli scrittori hanno spesso sottolineato che “vidyā è ciò che conduce alla Liberazione”.

        Sovrapporre erroneamente al Sé il corpo, la mente e i sensi, che appartengono alla categoria del non-sé, è ciò che si chiama schiavitù o ignoranza. “Yat ajñāna nāśayati tat jñānam”: quella conoscenza rimuove questa ignoranza. L’ignoranza del vaso viene rimossa unicamente conoscendo il vaso. Allo stesso modo, la conoscenza del Sé rimuove l’ignoranza secondo cui il Sé è il corpo, ecc. Le Upaniṣad chiedono: “Hai conosciuto Quello per mezzo del quale tutto diventa conosciuto?”.

        Un realizzato trae utilità dai i Veda quanto un uomo ne trae da un pozzo quando c’è un’inondazione tutt’intorno.

        Il bagno sacro (snāna) nell’oceano dà il beneficio del bagno in tutti i fiumi sacri7. Allo stesso modo, la completa beatitudine si può ottenere soltanto con la conoscenza del Sé. Ecco perché si dice che “ciò che libera è la conoscenza”.

        Tutte le creature sono perennemente coinvolte in un’azione o nell’altra. Nessuno rimane mai, nemmeno per un momento, senza agire, perché tutti sono costretti a farlo dai guṇa sorti dalla Prakṛti. Tra tutte le azioni che si compiono, i doveri ordinati dalle Scritture sono relativamente più difficili e fastidiosi da eseguire. Tuttavia, l’esecuzione dei riti imposti dalle Scritture porta alla felicità, mentre le altre azioni portano all’infelicità. Se si compiamo fedelmente i doveri prescritti dagli Śāstra, il Signore si compiace di noi. Pertanto, ci si deve sforzare di compiere i rituali ingiunti dalle Scritture, nonostante siano difficili e pesanti da eseguire, perché in seguito si raccoglieranno le migliori ricompense. Altre azioni, anche se sembrano più vantaggiose e facili da eseguire, porteranno solo schiavitù. L’abilità che si raggiunge in altre forme di attività, come la scultura e simili, non aiuta a ottenere la pace e la felicità eterne.

        Nessun’altra forma di conoscenza, se non quella del Sé, dà benefici eterni. Quando, con questa determinazione, i brāhmaṇa compiono i doveri ordinati dalle Scritture con l’obiettivo finale di perseguire la conoscenza del Sé, l’affermazione “la Brahmavidyā è arrivata al brāhmaṇa” diventa chiara. Il grande saggio Manu ha detto che il corpo di un brāhmaṇa non è destinato a godere dei piaceri di questo mondo. Al contrario, è qui per subire grandi sofferenze in questa nascita e sperimentare una gioia illimitata in seguito. È bene notare l’importanza di questa affermazione. Colui che nasce brāhmaṇa dovrebbe acquisire la conoscenza del Sé, che è il mezzo per liberarsi in questa stessa nascita. Solo allora la parola brāhmaṇa avrà un senso.

        Oṃ Tat Sat

        1. Gli Dei dello stato di veglia, infatti, sono solo delle proiezioni mentali (mānasa kalpita) del vegliante. Tuttavia, da un punto di vista vyāvahārika l’uomo ordinario può anche pensare che essi veglino, sognino e vadano il sonno profondo durante il pralaya, come spesso è narrato nella mitologia[N.d.C.].[↩]
        2. Ovviamente il Jagadguru dà per scontato che chi ottiene la conoscenza nel bhūloka è jīvanmukta [N.d.C.].[↩]
        3. Infatti, per quanto rara, è pur sempre possibile, in quanto nulla di contingente può opporsi alla conoscenza che è assoluta. Tuttavia la difficoltà a rimuovere l’ignoranza è commisurata allo stato di ottundimento della mente, che nei bhogaloka è particolarmente distratta dai piaceri celesti [N.d.C.].[↩]
        4. Il gandharvaloka, infatti, è tra i cieli più bassi, dove le anime dei defunti godono di cibi saporiti, di bevande inebrianti e di amanti celesti (apsaras) [N.d.C.].[↩]
        5. Giovane saggio che espose l’insegnamento advitīya al Re Dhṛtarāṣṭra. L’episodio, con il titolo di Sānatsujātiya, appare negli adyāya 41-46 dell’Udyoga Parva del Mahābhārata. Il breve trattato è stato oggetto di un commento attribuito a Śaṃkara [N.d.C.].[↩]
        6. Santo del Karṇāṭaka del secolo XVIII, advaitin e celebre compositore di musica. È famoso per l’intensità del suo distacco dagli oggetti grossolani [N.d.C.].[↩]
        7. Tutti i fiumi, infatti, confluiscono nell’oceano [N.d.C.].[↩]

        3. Adhyātma Yoga

          Brahmajñākavi Śrī Deva Rao Kulakarni (Hombala)

          3. Adhyātma Yoga

          A cura di Maitreyī

          Alcuni fraintendimenti

          L’aspirante non dovrebbe avere le seguenti idee sbagliate:

          1. Che a conclusione di questo Adhyātma Yoga si entri in samādhi (nirvikalpa samādhi o transe)
          2. Che si ottengano strane esperienze anomale di sentire suoni meravigliosi o di vedere visioni affascinanti ecc.
          3. Che si acquisiscano siddhi o poteri miracolosi.

          Poiché questi sono poteri o esperienze attraenti e allettanti, molti si aspettano o ricercano tali risultati che, però, non hanno niente a che vedere con l’Adhyātma Yoga qui trattato, in quanto ciò che viene fatto e raggiunto ex novo non è eterno, ma è legato al tempo. Il fine dell’Adhyātma Yoga è quello di conoscere la propria vera natura di Ātman che è al di là dei concetti di tempo e spazio; con questa conoscenza, si deve falsificare completamente la dualità e, insieme, il proprio senso dell’ego. Un mumukṣu deve praticare l’Adhyātma Yoga finché si stabilisce naturalmente nella Coscienza del Sé senza alcuno sforzo. Nel Vedānta, questo stabilirsi nella conoscenza è detto jñāna niṣṭha, che è lo strumento diretto per ottenere l’Adhyātma Yoga.

          Chi pratica l’Adhyātma Yoga dovrebbe osservare esteriormente l’umiltà e le virtù prescritte nella Bhagavad Gītā1, discriminando sempre tra l’ego e il Sé in quanto suo Testimone. Non si tratta di un processo di meditazione costante o di uno sforzo per sentirsi “io sono il Sé”, come avviene nell’ambito della Kartṛ Tantra Sādhanā; si devono, invece, osservare attentamente i fatti della vita con mente critica per apprestarsi a discriminare nel modo descritto sopra.

          Di questi tempi i Guru raccomandano e ingiungono soprattutto meditazioni e tecniche in qualche misura utili alla nostra vita quotidiana. L’Adhyātma Yoga è molto diverso da questi metodi. In questo caso, dopo aver conosciuto la natura non-duale del Sé, non ci sarà più la triade di fruitore, di fruizione e di oggetto fruito. Si veda la citazione che segue:

          … ma quando per il conoscitore del Brahman tutto diventa il Sé, allora cosa si dovrebbe annusare e con che cosa…? (BU II.4.14)2

          Dopo aver ascoltato di questo Adhyātma Yoga, alcuni lo prendono per un argomento che deve essere afferrato con l’intelletto. Queste persone pensano di aver compreso correttamente, ma continuano a chiedere “E poi?” Questa domanda indica che non hanno ancora acquisito le qualifiche necessarie per intuire la loro vera natura di Ātman. Credono che questi siano tutti esercizi intellettuali o noetici, perché pensano che dopo aver conosciuto queste ‘teorie’ si debbano praticare alcuni esercizi per ottenere risultati concreti nel tempo. Distinguono naturalmente tra la teoria e la pratica, come sono abituati a fare nella loro vita ordinaria. Ma fin dall’inizio abbiamo ribadito che ciò che viene fatto e raggiunto ex novo non è eterno ed è invariabilmente legato al tempo; questo è dimenticato da tali persone, dimenticanza che per loro diventa una ulteriore squalifica. Può essere raggiunto con la pratica dopo averlo conosciuto teoricamente solo ciò che è limitato dal tempo, dallo spazio, vale a dire ciò che non è il Sé. Ma nel caso del Sé, che è lo stesso proprio Essere e la cui natura è immediata e diretta, non c’è alcuna possibilità di distinzioni come ‘teorico’ ed ‘effettivo’. Il proprio Sé è il ‘pratico del pratico’. L’unico sforzo necessario per farlo emergere è quello di dismettere la propria tendenza naturale a identificarsi con gli anātman che vanno dall’ego al corpo. A questo proposito, Śaṃkara afferma:

          Pertanto, dobbiamo solo eliminare ciò che per avidyā è falsamente attribuito a Brahman; non dobbiamo fare alcun ulteriore sforzo per acquisire la conoscenza di Brahman, poiché Egli è del tutto evidente. (BhGŚBh XVIII.50)

          Significato di alcuni termini importanti secondo i Bhāṣya di Śaṃkara3

          L’Adhyātma Yoga sarà ora qui descritto sulla base dei commenti di Śaṃkara al Prasthānatraya. A questo proposito ci sono molte parole usate nei Bhāṣya, come yoga, samādhi e altre, il cui significato è diverso da quello che è comunemente attribuito in altri contesti. A questo scopo vorremmo mostrare qui alcuni esempi.

          Nella Bhagavad Gītā la parola samādhi è interpretata da Śaṃkara per intendere quella buddhi o antaḥkaraṇa, in cui si sono riuniti tutti gli oggetti di godimento per il Puruṣa, l’anima individuale. Qui Śaṃkara dice che la ferma decisione dell’intelletto si chiama samādhi4, ossia ciò che può determinare se preferire i godimenti mondani o la liberazione; per entrambi, la risoluta volizione dell’intelletto è il motore principale5. Quindi samādhi significa buddhi.

          Altrove nella Gītā, samādhi significa il Sé. L’intelletto si pacifica completamente quando, attraverso la discriminazione, si riconosce la vera natura del Sé. Quindi il Sé è chiamato samādhi. Dhi significa Sé. Se non si riconosce la vera natura del Sé, non c’è pacificazione della mente6. Così nella strofa successiva la parola samādhisthasya, indica colui che si è già stabilito nella sua vera natura di Ātman7.

          In una Kārikā di Gauḍapāda aggiunta alla Māṇḍūkya Upaniṣad (III.37), samādhi è interpretato da Śaṃkara in due modi. Il primo è il seguente:

          “[Il Sé] è assolutamente in pace, è luce eterna, in virtù di essere per natura la Coscienza che è il Sé; samādhiḥ, assorbimento divino, così è chiamato perché è realizzabile attraverso la visione che nasce dall’attenzione più profonda (samādhi)” (MUGKŚBh III.37).

           Il secondo è:

          “Oppure è chiamato samādhi, perché è l’oggetto dell’attenzione.” (MUGKŚBh ibid.)

          Quanto alla parola yoga, essa è interpretata da Śaṃkara nei modi seguenti. Nella Bhagavad Gītā, yoga è la consapevolezza della vera natura del Sé come risultato della discriminazione8. Sempre nella Gītā la parola yoga è usata per indicare i mezzi per raggiungere la via del jñāna, qui denominata Sāṃkhya. Vale a dire che qui con yoga s’intende la pratica del karma yoga quale strumento per accedere alla via della conoscenza (jñāna mārga)9.

          Nell’introduzione al quarto capitolo della Bhagavad Gītā, il significato della parola yoga è dato come segue:

          Lo yoga che è stato insegnato nei due capitoli precedenti è il naturale stabilirsi nella vera natura del Sé come risultato della completa rinuncia e che può essere raggiunto con i mezzi del karma yoga.

          Qui yoga significa lo stabilirsi naturale nella vera natura del Sé.

          La pratica dei mezzi diretti a ottenere la conoscenza della vera natura del Sé, cioè śravaṇa (ascolto), manana (riflessione) e nididhyāsana (o Adhyātma Yoga), conosciuta come Sāṃkhya o Sāṃkhya Yoga, preceduta dalla pratica del karma yoga, è chiamato il sentiero dello yoga. Queste due fasi del sentiero dello yoga sono descritte nel quinto capitolo della Bhagavad Gītā.

          Nella Bhagavad Gītā (IX.25) la parola yoga è ancora usata per descrivere il mistero divino del Signore o del Sé; qui, perciò, yoga significa il Sé, il substrato di tutte le apparenze del mondo duale, che appare simultaneamente come se avesse preso la forma del mondo e allo stesso tempo privo di tutti i fenomeni dualisti. Questo mistero è descritto qui come yoga.

          In tutti i passi menzionati sopra, Śaṃkara ha interpretato la parola yoga secondo le vere tradizioni del Vedānta, e perciò non ha mai preso in considerazione i termini samādhi, yoga e altri ancora, come sono usati nel rāja yoga, nel pātañjala yoga, nello haṭha yoga e così via. Per questo motivo, quando parla di conoscenza dell’Ātman, non fa alcuna menzione di cakra, nāḍī, kamala, Kuṇḍalinī, prodigi ecc. In alcuni passaggi delle Upaniṣad sono menzionate alcune categorie particolari di upāsanā come la meditazione sull’Oṃkāra, l’ahaṅgraha upāsanā10 e altre. A volte, in brani vedici dedicati all’upāsanā, compaiono le nāḍī come iḍā, piṅgalā e suṣumnā e, solo in tal caso, anche Śaṃkara le ha menzionate.

          Ma nei capitoli dedicati esclusivamente alla conoscenza dell’Ātman o all’intuizione della Realtà, non vi è alcuna menzione di quei termini. Prima di concludere l’argomento dell’Adhyātma Yoga dobbiamo discutere degli ostacoli sulla via e del metodo per superarli seguendo le indicazioni delle Kārikā di Gauḍapāda e della Bhagavad Gītā.

          Gauḍapāda enumera i seguenti ostacoli: vikṣepa, distrazione, laya, ottundimento, sakaṣāya richiamo all’attaccamento e rasāsvāda, autocompiacimento.

          Vikṣepa: Quando un sādhaka inizia a praticare Adhyātma Yoga, a volte la sua mente vaga pensando a questioni mondane con desiderio di godere del piacere degli oggetti esterni. Questa tendenza all’agitazione della mente è chiamata vikṣepa. Per superare questo difetto, un vicārin dovrebbe praticare vairāgya, il non-attaccamento o rinuncia. Questo non-attaccamento è di due tipi. Per prima cosa si dovrebbe osservare incessantemente che tutto è pieno di sofferenza ed è non-eterno. Considerando questi fatti mentre si godono cose del mondo, si dovrebbe desistere dal desiderio. Questa è metà della rinuncia. I buddhisti e i seguaci di altre scuole hanno insegnato solo questo tipo di rinuncia. Ma nel Vedānta, ai sādhaka è prescritta la rinuncia completa. In tal caso il mumukṣu deve ricordare che l’intero fenomeno della dualità è solo falsa apparenza. La realtà di questo universo è il Sé che si concepisce erroneamente come mondo. Il Sé è non-duale, non nato e assoluto anche allorché appare come universo. Quindi la Realtà è sempre non nata. Dal punto di vista di questa Realtà, anche ora il mondo come tale non c’è. Questo è chiamato “il ricordo la Realtà non-nata”. Quando il sādhaka osserva questo sul solido terreno della visione delle tre avasthā della vita, allora solo costui può ottenere la rinuncia completa o vairāgya.

          Laya: Durante l’indagine, seguendo il metodo dell’Adhyātma Yoga, a volte l’intelletto diventa ottuso e scivola nel sonno profondo. Questo ostacolo è causato dall’inerzia (tamas). Per superarlo, si deve rendere vigile la propria mente impegnandosi nel processo di discriminazione interiore ed esteriore; inoltre si dovrebbero osservare certe discipline e regole di vita riguardanti la dieta, il lavoro, il riposo, il sonno ecc. A questo proposito si faccia riferimento alla Bhagavad Gītā (VIII-17). Osservando queste regole verso l’esterno si può vincere questo tamas.

          Sakaṣāya (o kaṣāya): A volte la mente si ferma: non segue più il metodo di discriminazione né scivola nel sonno. Questa condizione della mente è come fosse la forma seminale del vikṣepa. La mente è pronta a distrarsi allorché l’attenzione diminuisce o è interrotta per un qualche momento. Per sconfiggere questo difetto, si dovrebbero fare ripetuti sforzi per riportarla sulla pista della discriminazione.

          Rasāsvāda: Quando la mente è intenta nella discriminazione, prova una sorta di piacere o di beatitudine che è la conseguenza dell’attenzione prestata all’argomento. Questo autocompiacimento è d’ostacolo per stabilirsi nella vera natura del Sé. Questo difetto è chiamato rasāsvāda. Qui rasa significa piacere e āsvāda significa godere. Per superare questo ostacolo si dovrebbe fare affidamento sul severo processo di discriminazione che citiamo di seguito:

          “Questo piacere è un riflesso del Sé nella mente dovuto alla concentrazione. Poiché io sono il Sé, io sono il Testimone di chi gode di questo piacere. Poiché io sono il Sé, io sono il Testimone del godimento di questo piacere. Poiché io sono il Sé, sono il Testimone di ciò che è goduto in quanto oggetto di piacere. Proprio poiché io sono il Sé non-duale, non esiste alcun triplice concetto di godimento, il chi gode e di ciò che è goduto. Io sono della natura della Beatitudine, che è evidente nel sonno profondo. Invece il presente piacere è un concetto che appare e scompare. Quindi è una falsa apparenza proiettata sulla vera essenza”. (Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā, III.40-46).

          Riflettendo in questo modo si può superare questo ostacolo.

          Tutte queste argomentazioni sono state riassunte nella Bhagavad Gītā che ne raggruppa i rimedi in due categorie. La prima corrisponde alla pratica costante (abhyāsa) e la seconda alla rinuncia (vairāgya). Per la prima dovrebbe osservare esteriormente l’umiltà, la purificazione della mente ecc., come sono state menzionate sopra (v. Bhagavad Gītā XIII.7-11 e XVIII.51), mentre interiormente si deve praticare la discriminazione con mente attenta, com’è stato descritto sopra in dettaglio. Vairāgya deve essere praticato com’è indicato nelle Kārikā di Gauḍapāda e che abbiamo già esposto. Osservando questi due testi si possono vincere tutti gli ostacoli alla pratica dell’Adhyātma Yoga.


          1. “Stare con umiltà, semplicità, innocenza, tolleranza, sincerità, servizio al maestro, pulizia, fermezza, controllo del corpo e dei sensi, non attaccamento agli oggetti dei sensi, assenza di egoismo, vedendo il male nella nascita, morte, vecchiaia, malattie e disgrazie, senza attaccamento e con distacco nei confronti di figli, moglie, casa raggiungimento del desiderabile e dell’indesiderabile, con devozione incrollabile nei Miei confronti, con concentrazione unificata, con inclinazione a dimorare in un luogo pulito, con ripulsa per la folla, con fermezza nella conoscenza del Sé, contemplazione sulla Meta della conoscenza della Realtà, tutto questo è chiamato conoscenza. Ignoranza è ciò che le è opposto.” (BhG XIII.7-11); “Essendo dotato di mente purificata, e controllando se stesso con forza, rifiutando gli oggetti dei sensi a partire dal suono, ed eliminando l’attaccamento e l’odio, chi ricorre alla solitudine, mangia con parsimonia, ha sotto controllo la parola, il corpo e le emozioni, per il quale contemplazione e attenzione sono sempre il metodo più elevato, è posseduto dalla rinuncia, avendo scartato l’egoismo, la forza, l’orgoglio, il desiderio, l’ira e gli averi superflui, libero dall’idea del possesso, e sereno, costui è qualificato a realizzare il Brahman. Uno che è diventato Brahman e ha raggiunto il beato Sé non ambisce né desidera. Diventando equanime verso tutti gli esseri, egli raggiunge la devozione verso di Me.”(BhG XVIII.51-54) [N.d.C.].[↩]
          2. Cfr. BU IV.5.15 [N.d.C.].[↩]
          3. Alcune parti di questo paragrafo ripetono gli insegnamenti orali di Svāmī Satchidānandendra Mahārāja che, successivamente, sono stati messi per iscritto da Śrī D.B. Gangolly in pubblicazioni diverse. Deva Rao Kulakarnijī, perciò, ha trasmesso fedelmente il sapere ricevuto dal suo Guru com’è tradizionale, senza alcuna preoccupazione profana per i ‘diritti d’autore’. La conoscenza, infatti, non è una ‘proprietà intellettuale’ attribuibile a un singolo individuo: il senso dell’‘io’ e del ‘mio’ fanno parte dell’avidyā. [N.d.C.].[↩]
          4. “La decisione rivolta all’uno non sorge nella mente (samādau) di coloro che si dilettano nel piacere e nel benessere, e i cui intelletti si lasciano trasportare da quella parola (śābda [pramāṇa], i testi del karma kāṇḍa).” (BhG II.44) [N.d.C.].[↩]
          5. “E la decisione rivolta alla conoscenza o [all’Adhyātma] Yoga, non si stabilisce, cioè non sorge nel samādhi [la parola samādhi qui ha il senso traslato di intelletto, dove si concentra ogni cosa che è di godimento per la persona] di coloro che si dilettano nel piacere e nel benessere, di coloro che desiderano solo la ricerca del godimento e della ricchezza, di coloro che si identificano con questi e di coloro il cui intelletto è distratto, il cui giudizio discriminante è onnubilato da insegnamenti pieni di rituali svariati e particolari.” (BhGŚBh II.44) [N.d.C.].[↩]
          6. “Quando il tuo intelletto, dopo essere stato disorientato dall’aver udito la parola (śābda [pramāṇa]), diventerà incrollabile e fermo nel Sé, allora otterrai lo [Adhyātma] Yoga che nasce dalla discriminazione” (BhG II.53). “Samādhau, in samādhi, vuole dire nel Sé; samādhi in senso derivato è ciò in cui l’intelletto diventa stabile.” (BhGŚBh II.53) [N.d.C.].[↩]
          7. “O Keśava, qual è la descrizione di un uomo che è assorbito nell’Ātman? Come parla l’uomo di stabile conoscenza? Come siede? Come si muove?” (BhG II.54) “Come può essere descritto da altri un uomo di stabile conoscenza, la cui realizzazione ‘Io sono il Brahman Supremo’, rimane immutabile, essendo assorbito nell’Ātman?” (BhGŚBh II.54) [N.d.C.].[↩]
          8. Cfr. BhG II.53 riportata due note sopra. “Allora raggiungerai lo yoga, l’illuminazione, la reintegrazione nel Sé che sorge dalla discriminazione”. (BhGŚBh II.53) [N.d.C.].[↩]
          9. “Ma ascolta questo (insegnamento) dal punto di vista dello yoga, dotato della quale conoscenza ti libererai dalla schiavitù dell’azione” (BhG II.39). “Ma ascolta questa conoscenza che ti sarà insegnata prossimamente [partendo] dal punto di vista dello yoga, cioè dal punto di vista degli strumenti per raggiungerla; ossia ascoltala [partendo] dalla prospettiva del karma yoga, vale a dire dell’esecuzione dei riti e dei doveri che ti conducono al distacco dopo aver distrutto le coppie degli opposti, grazie all’adorazione del Signore, e (ascoltala) anche nel contesto della pratica dell’assorbimento nel Sé. […] O Partha, ti libererai della schiavitù dell’azione; l’azione è essa stessa la schiavitù descritta come dharma e adharma; ti libererai di questa schiavitù con il raggiungimento della via della conoscenza per grazia del Signore.” (BhGŚBh II.39) [N.d.C.].[↩]
          10. Meditazione che prende come supporto apparente il proprio ego. Considerata lecita per gli avatāra e i jīvan mukta, tale upāsanā è priva d’ogni utilità per l’uomo ordinario: “Il Signore Kṛṣṇa meditava su Se stesso ogni mattina come un gṛhastha, e allo stesso modo il Signore Rāmacandra eseguiva yajña per soddisfare Se stesso, ma questo non significa che un comune essere vivente debba imitare il Signore assumendo il metodo dell’ahaṅgraha upāsanā”. (Śrīmad Bhāgavata Purāṇa, IX.11.1) [N.d.C.].[↩]

          5. Avasthātraya Mīmāṃsā

            Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

            5. Avasthātraya Mīmāṃsā

            Versione commentata del Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya

            Māṇḍūkya Upaniṣad – Āgama Prakaraṇa

            Gauḍapāda, Kārikā I.3.

            Viśva fruisce sempre del grossolano; Taijasa fruisce del sottile. Similmente, Prājña fruisce della beatitudine. Apprendi che la fruizione è di tre tipi.

            Gauḍapāda, Kārikā I.4.

            Il grossolano soddisfa Viśva; il sottile soddisfa Taijasa. Similmente, anche la beatitudine soddisfa Prājña. Apprendi che la soddisfazione è di tre tipi.

            Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.3-4

            Il senso di queste due Kārikā è già stato spiegato.

            Gauḍapāda, Kārikā I.5.

            Chi conosce queste due cose, cioè la fruizione che c’è nei tre stati e colui che ne è il fruitore, non ne è coinvolto nemmeno mentre fruisce.

            Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.5

            Nei tre stati, in cui si veglia e si dorme, c’è un solo oggetto di fruizione (bhogya) che appare in triplice forma, conosciuto come grossolano, sottile e beato. L’essere, anche se conosciuto con i nomi di Viśva, Taijasa e Prājña, è detto essere l’unico fruitore (bhokta) in quanto [i tre stati] sono unificati tutti nell’unica consapevolezza che “Io sono Quello”, anche perché non c’è distinzione [tra loro] per la Coscienza-Testimone. Colui che così conosce ciò che è diversificato in fruitore e in oggetti di fruizione, non ne viene coinvolto nemmeno mentre sta fruendo, perché tutto ciò che è fruibile appartiene a un unico fruitore. Infatti, alla sua vera natura nulla è aggiunto o sottratto dai propri oggetti (di fruizione o di consapevolezza), come il fuoco che non sminuisce o accresce (la sua natura essenziale) consumando il proprio oggetto, il combustibile.

            [Queste tre Kārikā, che tirano le somme di quanto già esposto,sono di particolare utilità per fare dei sottili distinguo su cui poi si svilupperanno le considerazioni e le intuizioni successive. L’individuo in stato di veglia, vale a dire sia l’ignorante ordinario sia il cercatore che comincia la sua indagine assumendo volutamente l’ignoranza (adhyāropa) come punto di partenza per il vicāra, considera l’Ātman come fruitore dei tre stati, i quali rappresentano i suoi oggetti di fruizione1. L’Ātman come fruitore della veglia è Viśva (o Vaiśvānara) e il suo oggetto o campo di fruizione, nella sua prima forma, è Virāj. Sempre dal punto di osservazione del vegliante, l’Ātman come fruitore del sogno è Taijasa e il suo oggetto o campo di fruizione, nella sua seconda forma, è Hiraṇyagarbha. Infine, sempre dal punto di osservazione del vegliante, l’Ātman,in quanto fruitore del sonno profondo, è Prājña e il suo oggetto o campo di fruizione, nella sua terza ‘forma’2, è suṣupti intesa quale kāraṇa avasthā, lo stato causale (interpretato, a seconda delle teorie o prasthāna a cui si aderisce per fede3, come Pradhāna, Śakti, Māya-nāmarūpam, gli atomi, Īśvara,ecc.). Tuttavia, se dal punto di vista dell’ignoranza innata4, Viśva, Taijasa e Prājña appaiono fruitori diversificati allorché si prendono per reali le aggiunte limitanti (upādhi) sperimentate nelle tre avasthā, in realtà, per intuizione primordiale condivisa (sarva loka prātyakṣika anubhava) ognuno è consapevole di essere l’unico Ātman (Ātma pratyaya), fruitore (bhoktṛ) dell’avasthātraya. Sono sempre ‘Io’, in quanto Ātman, che in veglia fruisco di terra, di atmosfera e di cielo5; sempre ‘Io’ fruisco di terra, atmosfera e cielo in ogni esperienza onirica dello stato di sogno; sempre ‘Io’ fruisco dell’assenza di terra, di atmosfera e di cielo, cioè dell’assenza del mondo, in sonno profondo.

            Si deve comprendere, tuttavia, che qui, in realtà non si tratta nemmeno di fruizione nel senso letterale del termine. Infatti, la condizione innata di ignoranza in cui ci si trova comporta necessariamente un senso di malessere, di inadeguatezza, di incompletezza che si esperisce come sofferenza (duḥkha). L’individuo è portato spontaneamente a voler compensare questo stato di limitazione, cercando un rimedio a tale disagio, invece che in se stesso, al di fuori della sua condizione apparente. In altre parole l’ignoranza (adhyāsa) provoca il desiderio (kāma) di perfezionare il proprio ‘io’ manchevole (aham), cercando di estendere verso gli oggetti esterni il dominio del ‘mio’ (mama)6. Per potersene impadronire, l’aham è spinto all’azione (karma). Solamente quando l’azione avrà prodotto gli effetti desiderati (karma phala), l’aham ne diventerà il fruitore. Adhyāsa, kāma, mamakāra, karma, karma phala e bhogya fanno dell’individuo un fruitore (bhoktṛ). Questa, invero, è la visione sintetica del saṃsāra. È dunque evidente che definire il Testimone come fruitore è un modo del tutto inadeguato che può essere tollerato soltanto in bocca a un principiante a scopo di adhyāropa. Si deve comprendere che, in realtà, non di fruizione si tratta, ma di osservazione distaccata (asaṅga dṛṣṭa) ovvero di testimonianza (sākṣittvam) del Sākṣin. Il tre stati sono unificati nell’unica Coscienza di “Io sono Quello”, perciò, in questa prospettiva assoluta, il fruitore (bhoktṛ) non è differente dall’oggetto della fruizione (bhogya) anche se appare triplice o, meglio, il Testimone (Sākṣin) non è altro dal testimoniato (sākṣimat). Chi così conosce non è coinvolto e limitato dalla fruizione nemmeno quando, apparentemente, stia ancora fruendo, come il fuoco non aumenta o diminuisce la sua natura ignea mentre consuma il suo combustibile.]

            Gauḍapāda, Kārikā I.6.

            È indubbio che tutte le cose che hanno esistenza hanno origine. Il Prāṇa crea tutti (gli oggetti); Puruṣa proietta separatamente i raggi della Coscienza (che sono le creature viventi).

            Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.6

            Tutte le cose che esistono (bhava)7 nei loro diversi modi di Viśva, Taijasa e Prājña, hanno la loro origine (prabhava) nelle apparizioni illusorie che consistono in nomi e forme prodotti dall’ignoranza. Più avanti si dirà: “… il figlio di una donna sterile non nasce né in realtà né per mezzo di Māyā” (MUGK III.28). Infatti, se davvero fosse possibile la nascita di cose che non esistono, allora Brahman, che è al di là di tutte le relazioni empiriche, sarebbe anch’esso non esistente poiché non ci sarebbe alcun mezzo per conoscerlo. In verità, il serpente e le altre cose8 che nascono dal seme della Māyā prodotto dall’ignoranza e che appaiono sulla corda, traggono la loro esistenza dalla corda (che è il loro sostrato). Infatti, nessuno percepisce un serpente o un miraggio se non c’è un sostrato. Nello stesso modo in cui il serpente esisteva realmente quale corda prima della sua apparizione illusoria come serpente, così anche tutte le cose esistenti, prima della loro manifestazione, esistevano realmente come causa, il Prāṇa. Ed è per questo che anche le Upaniṣad dicono: “Tutto questo (idam, l’universo) non è che Brahman” (MuU II.2.11), “All’inizio questo (idam) non era che il Sé” (BU I.4.1). Il Prāṇa genera tutto (sarva), mentre il Puruṣa proietta separatamente i raggi della Coscienza, che escono (da Puruṣa) come i raggi dal sole, forme consapevoli di Puruṣa che è per sua natura Coscienza. Sono paragonabili ai riflessi del sole sull’acqua, apparendo in modo diverso come Viśva, Taijasa e Prājña nei diversi corpi degli Dei, animali e altri. Puruṣa proietta tutti questi raggi di Coscienza che possiedono le caratteristiche delle creature viventi (jīva), differenti tra loro per l’apparenza che assumono, e sono simili (a Puruṣa) proprio come le scintille di fuoco (lo sono al fuoco) o come i riflessi del sole sull’acqua (lo sono al sole). Ma il Prāṇa, o il Sé nel suo stato causale, crea tutti gli altri oggetti9, come mostrano i testi della śruti: “Come un ragno (che secerne e ritrae il suo filo)” (MuU I.1.7) e “Come dal fuoco piccole scintille volano in tutte le direzioni” (BU II.1.20).

            [Tutte le cose che appaiono come avessero un’esistenza propria all’interno delle tre avasthā, sia come ‘fruitori’ (Viśva, Taijasa e Prājña) sia come ‘oggetti di fruizione’ (Virāj, Hiraṇyagarbha, Īśvara), sono riportabili come effetti a una origine unica, considerata ‘Causa’ per colpa dell’ignoranza e dalla sua proiezione fantasmagorica di nomi e forme. In questa fase iniziale, il vicārin assume il punto di vista della relazione di causa-effetto (kārya-kāraṇa sambandha). Non ci si deve, però, limitare a una lettura superficiale del testo, trascurando di comprendere quale sia la finalità dell’assunzione di questo punto di vista, altrimenti si può compiere l’errore di non distinguere l’adhyāropa dall’apavāda. Infatti, afferma Śaṃkara: “… si deve prendere atto che l’effetto, considerato dalla prospettiva della Realtà, non può essere distinto dalla causa…”. Perciò: “… questa distinzione (soggetto-oggetto, fruitore-fruito, causa ed effetto), dal punto di vista della Realtà suprema, non esiste affatto poiché, conformemente a logica, si deve ammettere che tra l’effetto e la causa non può esservi alcuna reale eterogeneità di natura” (BSŚBh II.1.14). Questa è la differenza abissale tra la teoria satkāryavāda sostenuta dai sāṃkhya e la dottrina della Causa unica dell’advaita. A uno sguardo superficiale potrebbero apparire simili, ma, mentre per il Sāṃkhya il Pradhāna è una causa che contiene in sé come possibilità di manifestazione i tattva che produrrà, per l’advaita l’effetto è solo apparenza illusoria della Causa. Per Śaṃkara la Causa è la Realtà unica e non duale e l’effetto la falsa apparenza. La manifestazione, perciò è irreale (vivarta) e la dottrina del rapporto Causa-effetto è vivartavāda: non ha nulla a che fare con il pariṇāmavāda, la teoria della ‘produzione di effetti reali’. Il Vedānta parla di ‘Causa’ “per far comprendere che soltanto l’Unità assoluta rappresenta la Realtà Suprema, la quale è unica (e realizzabile tramite Conoscenza), mentre la molteplicità scaturisce dall’illusione prodotta dall’ignoranza, ossia dalla falsa conoscenza” (BSŚBh, Ibid.). Sta di fatto che il figlio di una donna sterile non nasce in natura né la stessa Māyā ha il potere di crearlo. Se gli effetti fossero reali, la Conoscenza non potrebbe rimuoverli e, perciò non ci sarebbe modo di conoscere la Realtà e ciò renderebbe impossibile la Conoscenza del Sé, la Liberazione. Invece, essendo solo false apparenze che si sovrappongono alla Realtà, possono essere annullate dall’indagine vedāntica che così fa emergere ciò che esse coprono. La conoscenza dell’Assoluto è possibile, infatti, proprio rimovendo l’illusione dal sostrato su cui si proietta. Lo schermo è visibile soltanto quando si spegne il proiettore e ogni immagine irreale smette d’apparire come fosse lì davvero. D’altra parte, senza un sostrato nessuna falsa immagine potrebbe apparire: “nessuno percepisce un serpente o un miraggio se non c’è un sostrato [la corda o il deserto]”10. È come dire che la realtà del serpente è la corda, anche prima che l’immagine illusoria del serpente vi si sovrapponga. Il mondo è reale in quanto Brahman, mentre in quanto mondo è irreale.

            Fatte queste precisazioni, si può riprendere il punto di vista dell’adhyāropa in cui si considera il Brahmātman come Causa della manifestazione. Tale Causa è denominata Prāṇa in quanto seme indifferenziato dell’intera manifestazione, come afferma la śruti: “Perché, o caro, (l’Ātman condizionato dal) la mente è legato alla forza vitale (cioè, ha per rifugio il Prāṇa che è Brahman)” (ChU VI.8.2)11. La mente dell’individuo in stato di veglia, tuttavia, è condizionata dall’esperienza empirica quotidiana che distingue artificialmente il soggetto dall’oggetto. Per questa ragione il vegliante considera che il Brahman, in quanto Prāṇa,manifesta l’effetto, come mondo-oggetto della veglia e del sogno, nella forma di Virāj e Hiraṇyagarbha e l’assenza dell’oggetto-mondo del sonno profondo in quanto stato causale o Īśvara. Ma, dato che la mente del vegliante ha considerato quelle tre produzioni di Prāṇa quali oggetti, è condizionata a considerare anche la produzione di tre soggetti, Viśva, Taijasa e Prājñā la cui causa deve essere cosciente e che chiama Puruṣa. Perciò l’antaḥkaraṇa del vegliante, principio di separazione e differenziazione, distingue Brahman in quanto causa degli oggetti insenzienti, chiamandolo Prāṇa12, da Brahman in quanto causa dei soggetti senzienti13, chiamandolo Puruṣa. Prāṇa, in quanto causa, manifesta, mantiene e riassorbe i mondi come fa il ragno con la ragnatela; invece quando come causa è considerato il Puruṣa, esso è come il fuoco della Coscienza che manifesta le scintille della sua medesima natura cosciente.]

            Gauḍapāda, Kārikā I.7.

            Tuttavia altri, convinti delle teorie sulla creazione, considerano la manifestazione come una estrinsecazione della potenza (del Signore), mentre altri ancora immaginano che la creazione sia paragonabile al sogno o alla magia (dell’illusionista).

            Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.7

            Coloro che sono presi dalle teorie sulla creazione (sṛṣṭi cintakāḥ), pensano che essa avvenga per emanazione (vibhūti) dal Signore. L’idea sottintesa è che coloro che indagano sulla Realtà suprema non sono affatto interessati dalle questioni che riguardano la creazione (che è illusoria), come viene dichiarato nella śruti: “Indra è percepito come molteplice a causa di Māyā” (BU II.5.19). Chi osserva un mago che lancia una corda verso il cielo, vi sale armato scomparendo alla vista, ingaggia un combattimento in cui viene fatto a pezzi che cadono a terra e che poi si rialza intero, non mostra alcun interesse nel discutere sulla realtà della magia e degli effetti evocati. Allo stesso modo, la manifestazione del sonno profondo, del sogno, ecc., è simile allo stendersi della corda proiettato dal mago; paragonabili all’immagine del mago che si arrampica sulla corda sono Prājña, Taijasa e ciò che vi è in quegli stati; invece, il mago reale è diverso dalla corda e dall’uomo che vi si è arrampicato. Proprio come quel mago rimane immobile e seduto a terra, invisibile grazie alla sua arte illusionistica, così è la Realtà suprema chiamata Turīya. Le persone qualificate, che aspirano alla Liberazione, si interessano alla sola contemplazione di questo Turīya, e non a quella della creazione la cui conoscenza non serve a nulla. Perciò queste teorie (vikalpa) sono sostenute solo da coloro che filosofeggiano sulla creazione la quale [da Gauḍapāda] è detta svapnamāyāsarūpā, ossia della stessa natura del sogno e della magia.

            [Coloro che sono impegnati nella cerca della Realtà suprema sanno che il mondo, che appare alla percezione sensoriale e che è concepito dalla mente, è del tutto irreale. Invece, chi attribuisce una realtà al mondo illusorio non è interessato a conoscere la propria vera natura di Assoluto. L’ignorante (mithyā jñãni), infatti, è preso dal solo desiderio di dimostrare che il mondo ha una causa, per provare che esso è un effetto reale (parziale o relativo, poco importa, ma reale); e non c’è differenza se aderisce alla teoria della manifestazione, della produzione, dell’emanazione (punti di vista satkāryavāda) o, dell’effettuazione o creazione (punti di vista asatkāryavāda). La molteplicità è soltanto una proiezione della Māyā, cioè una immaginazione della propria mente ignorante (avidyā kalpita), che crea il mondo, il proprio aham e il Dio creatore di entrambi, onnubilando la lampante Realtà del Brahman: “Indra [Brahman] è percepito come molteplice a causa di Māyā”. Śaṃkara porta come esempio dell’irrealtà del mondo il noto gioco dell’illusionista. La folla che si raduna attorno al mago, lo vede lanciare una corda, la quale di rizza in verticale come una pertica. Poi pare che l’illusionista, armato di spada, vi si arrampichi e che, diventato invisibile, scompaia una volta superato il capo in alto della corda. Seguono suoni e grida di battaglia e dall’alto, misteriosamente, cadono pezzi del corpo del mago. Allorché anche l’ultimo brano sia caduto al suolo, il corpo si ricompatta e il mago si alza tra gli applausi degli spettatori. Ma quei pochi, che non si sono lasciati suggestionare dall’arte illusionistica, hanno sempre e solo visto il mago sedere immobile sul suolo in mezzo alla folla. Coloro che erano stati sedotti dall’illusione rimarranno a discutere tra loro sulla verità della magia a cui hanno assistito e se i particolari dello spettacolo erano del tutto o parzialmente reali. Tali discussioni potranno soltanto indurre al sorriso coloro che non sono stati suggestionati, e certamente non ne saranno coinvolti. Così chi desidera ardentemente la conoscenza metafisica (jijñāsu) non è affatto interessato a indagare sulla creazione e sulla sua causa, il Creatore. L’esempio dell’illusionista insegna che gli stati di veglia e di sogno, corredati della molteplicità di oggetti in essi contenuti, e perfino lo stato di sonno profondo, così com’è immaginato da chi è sveglio, con la sua assenza di oggetti, sono tutti frutti di un’illusione. La realtà del gioco illusionistico è che il mago è sempre rimasto seduto sul suolo. La Realtà, al di là dell’illusorietà dei tre stati, è Turīya. Questo è ciò che si deve conoscere, perché attribuire realtà a ciò che è illusorio non serve a nulla e si rimane nel saṃsāra.]

            Gauḍapāda, Kārikā I.8.

            Per quanto riguarda la creazione, alcuni hanno la ferma credenza che sia creata per mera volontà del Signore, mentre quelli che sono legati alle speculazioni sul tempo ritengono che la nascita degli esseri sia prodotta dal tempo.

            Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.8

            La creazione è un mero atto di volontà del Signore, perché tutto ciò che immagina diventa reale (satyasaṃkalpatva). Un vaso, per esempio, è una mera volizione (del vasaio), e non è null’altro che un pensiero. Altri pensano che la creazione derivi solo dal tempo.

            Gauḍapāda, Kārikā I.9.

            Alcuni affermano che la creazione avviene perché (il Signore) ne fruisce e altri ancora dicono che è il suo divertimento. Invece è proprio la natura stessa dell’Essere autoluminoso, (perché) quale desiderio può avere Colui la cui volontà è eternamente appagata?

            Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, I.9

            Altri pensano che Egli manifesti per Suo godimento (bhogārtham) e altri ancora per gioco (krīḍārtham). Questi due punti di vista sono confutati da: “Invece è proprio la natura stessa dell’Essere autoluminoso”, basando l’argomentazione sulla natura stessa (del Signore). Perciò, tutti i punti di vista14 vengono confutati dall’affermazione: “Quale desiderio può avere Colui la cui volontà è eternamente appagata?” Invero, dato che la corda, ecc., è proiettata dall’ignoranza innata, non la si può identificare alcuna causa per cui appaia come serpente, ecc.

            [Gauḍapāda, in queste due Kārikā, elenca altri punti di vista15 che ammettono che il mondo è l’effetto reale di una Causa reale e trascendente e che cercano di giustificare in qualche modo perché ciò avvenga. La prima teoria, accennata in GK I.8, afferma che Dio crea il mondo con un atto di volontà per esprimere il suo pensiero. Si tratta di una teoria di tipo devozionale, che conferisce alla divinità caratteristiche antropomorfiche: Dio progetterebbe nel suo pensiero il concetto di mondo, che poi la Sua volontà realizzerebbe all’esterno come altro da Sé. Il Creatore, dunque, si comporterebbe come il vasaio che immagina nella sua mente la forma del vaso, per poi attuare la manifestazione tramite la sua volontà di esprimerla. L’unica differenza tra Dio e il vasaio è che la volontà divina deve necessariamente compiersi. Altri, vale a dire gli astrologi (daivadatta) e i materialisti (lokāyata), dopo aver osservato che l’effetto segue sempre la causa, sostengono che la causa dell’universo sia il tempo (kāla). Queste teorie sono limitate a una visione cosmologica. Nella GK I.9, si accenna alla teoria teleologica secondo la quale il Creatore manifesterebbe il mondo per poterne fruire, in cui rispecchiarsi per godere della visione riflessa della Sua propria maestà; oppure per avere delle creature che lo possano adorare onorandolo con opere e che lo possano conoscere. Infine, l’ultima teoria vuole che il Signore non sia in alcun modo indotto né dalla volontà né per il piacere di avere dei sudditi, ma che crei senza alcun fine che Lo possa soddisfare. Questa dottrina del gioco (krīḍa o līlā) paragona il Brahman a un bambino che gioca senza essere spinto da alcuna ragione contingente: gioca per il semplice motivo che tale è la sua natura di bambino. Il Creatore crea spontaneamente perché così è la Sua natura.]

            Introduzione di Śaṃkara al mantra 7

            Il seguente quarto pāda, per essere enunciato, deve essere presentato (dall’Upaniṣad) come “non cosciente del mondo interno, ecc.” (MU 7). Infatti (Turīya), essendo privo di qualsiasi caratteristica che possa essere resa tramite l’uso di un termine, è del tutto indescrivibile a parole; perciò l’Upaniṣad cerca di indicare Turīya semplicemente negandogli qualsiasi attributo.

            Obiezione: In questo caso si tratta di semplice vuoto?

            Risposta: No, perché un’illusione irreale non può esistere senza un sostrato; perché l’illusione dell’argento, del serpente, dell’essere umano, del miraggio, ecc. non si può immaginare che esista senza i sostrati (corrispondenti) della conchiglia di madreperla, della corda, del tronco d’albero, del deserto, ecc.16

            Obiezione: In questo caso, proprio come un vaso, ecc. può essere indicato da tale denominazione per il fatto che contiene acqua, ecc., così anche la natura di Turīya dovrebbe essere descrivibile da parole (positive) e non da negazioni, poiché è il sostrato di tutte le illusioni come il Prāṇa, ecc.

            Risposta: Non è così, perché l’illusione del Prāņa e del resto è non reale proprio come l’argento e il resto sono proiettati sulla madreperla ecc. Infatti, una relazione tra il reale e il non reale non si presta alla rappresentazione verbale, poiché quella relazione è inesistente. Per esempio, a differenza di una mucca, il Sé, nella sua stessa realtà, non è oggetto di nessun mezzo di conoscenza perché è libero da tutti gli attributi avventizi (upādhi). Non appartiene ad alcuna specie, com’è una vacca o altro (animale), perché, essendo uno senza un secondo, è libero da attributi generici e specifici. Non è neppure dotato di attività, com’è, per esempio, (il cucinare per) un cuoco, perché è privo di qualsiasi azione. Non possiede nemmeno qualità come il colore azzurro, ecc. Per questo motivo non può essere descritto da alcuna denominazione.

            Obiezione: In tal caso non avrebbe alcuna utilità, come il corno della lepre e altre cose del genere.

            Risposta: Non è così; perché quando Turīya viene conosciuto come il Sé, porta alla cessazione del desiderio per il non-Sé, proprio come il desiderio per l’argento cessa quando si riconosce la madreperla. In effetti, non ci può essere alcuna possibilità di limitazioni come l’ignoranza, il desiderio e simili, dopo la realizzazione di Turīya come Sé. Né c’è alcuna ragione per cui Turīya non debba essere realizzato come identico al proprio Sé, in quanto tutte le Upaniṣad convergono su questa conclusione, come dimostrano i testi: “Quello è la Realtà, Quello è l’Ātman, tu sei Quello” (ChU VI.8.7), “Questo Sé è Brahman” (BU II.8 7), “Quello è il Sé, Quello è la Realtà” (ChU VI.8.7), “Il Brahman che è immediato e diretto” (BU III.4.1), “Poiché è sia esterno sia interno e poiché è senza nascita…”. (MuU II.1.2), “Il Sé è davvero tutto questo” (ChU VII.25.2), e così via. Di questo stesso Sé, che è la Realtà assoluta, ma che ha false apparenze, si è parlato come di un possessore di quattro pāda. Si è disquisito della sua forma non reale, che è prodotta dall’ignoranza e che è simile a un serpente sovrapposto a una corda, e che consiste nei tre pāda correlati (reciprocamente, in relazione di causa-effetto) come il seme e il suo germoglio. Ora, nel testo che inizia con “Non cosciente del mondo interno” (MU 7), l’Upaniṣad tratta dello stato non-causale, assolutamente reale, paragonabile alla corda, eliminando i già menzionati tre stati, che sono paragonabili al serpente ecc. (sovrapposto alla corda).

            [Turīya, essendo l’Assoluto in Sé, non può essere in alcun modo descritto tramite attributi, poiché èprivo di ogni caratteristica con cuipossa essere denominato (abhidheyam). L’Assoluto, illusoriamente posto in relazione con lo stato di veglia, è denominato Vaiśvānara. Quando ci si risveglia dal sogno si ha anche una concezione illusoria dell’Assoluto in relazione con lo stato di sogno, che allora si chiama Taijasa, e di cui crede si conservare di conservare un vago ‘ricordo’. Allo stesso modo, al risveglio dal sonno profondo, il vegliante mantiene la sensazione di ‘essersi recato’ in quello stato di cui, peraltro, non conserva alcun ‘ricordo’ distinto. Lì l’uomo della veglia mette l’Assoluto in relazione con uno stato di cui, però, non sa nulla e, abusivamente, lo definisce Prājña: abusivamente, perché, pur essendo perfettamente consapevole di esserci stato, lo definisce soltanto in modo negativo: “Non c’era nulla, solo buio e silenzio; non c’era nessuno né il mondo né altri oggetti”. Un oppositore buddhista della corrente nichilista (śūnyavāda) a questo punto potrebbe obiettare che quella descrizione negativa corrisponde al nulla (śūnya). Ma già si è dimostrato che se fosse davvero il nulla, la mente del vegliante non potrebbe avere alcuna certezza di essersi ‘recata’ in quello stato di sonno senza sogni. Infatti ogni sua idea di stato, sia esso di veglia, sogno o sonno profondo, è sovrapposta all’Assoluto come il serpente sulla corda. Lo stato di sonno profondo, infatti, è non reale, ma è reale il sostrato su cui la mente lo proietta, che è la stessa realtà del sonno profondo e di cui si può pensare soltanto in forma negativa e che è identico a Turīya. Il serpente, la ghirlanda, ecc.17, non potrebbero mai apparire nemmeno falsamente se nella penombra non ci fosse la corda (il Brahmātman) che faccia da sostrato all’errore della sovrapposizione. Perciò gli upādhi, gli attributi limitativi, pur essendo falsi, lasciano intuire l’esistenza del sostrato. Si vedrà nel prossimo mantra che gli upādhi che si sovrappongono all’Ātman dando forma ai tre stati sono: “Non è cosciente del mondo interno né del mondo esterno né di entrambi i mondi né una massa di coscienza omogenea né cosciente e non cosciente”. Perciò il Quarto può essere indicato semplicemente negandogli qualsiasi attributo.

            L’obiettore ribatte, affermando che ciò che è chiamato vaso è tale perché può contenere dell’acqua, e con ciò si esclude qualsiasi altro oggetto d’argilla che non abbia la forma per contenerla. Dunque il vaso è denominabile perché è reale e realmente può contenere acqua. Perciò se Turīya è reale e realmente può fare da sostrato a cose apparenti, dovrebbe essere denominabile, come il vaso, per mezzo di attributi positivi e non esclusivamente per via negativa. Ma non è così, perché il vaso d’argilla e l’acqua appartengono alla stessa realtà empirica e, quindi, sono in relazione tra essi. Invece tra il Brahman assoluto e una falsa apparenza empirica non intercorre alcun rapporto di relazione, come è il caso del Sé, che è la Realtà, e il Prāṇa che è non reale. E ciò che non è sottoposto ad alcuna relazione non è denominabile. La vacca, per esempio, appartiene a una determinata specie animale per le caratteristiche corporee note a tutti e un cuoco è identificabile per la sua capacità di cucinare il cibo; attributi, caratteristiche e azioni definiscono, dunque, delle categorie d’appartenenza. L’Assoluto, al contrario, non può essere classificato in alcuna categoria.

            L’obiettore insiste nella sua critica affermando che tutto ciò che è descrivibile ha una sua utilità: il vaso contiene acqua, la vacca produce il latte, il cuoco prepara da mangiare. Ciò che è utile è reale e descrivibile, perciò il Brahman, essendo privo di utilità, è indescrivibile e inesistente come le corna della lepre. Anche questa affermazione dell’oppositore buddhista śūnyavādin è immediatamente contraddetta. Infatti non appena l’ignoranza è stata rimossa, la simultanea conoscenza del Sé è libera da qualsiasi condizionamento. Scomparsa l’ignoranza, il jñāni non prova più sofferenza; perciò non è mai più condizionato dal desiderio (kāma) per qualcosa di empirico che è considerato utile. L’ignoranza (adhyāsa) creava l’illusione della dualità, ma, raggiunta la Liberazione da essa, il cercatore realizza che l’Ātman è sempre stato l’eterno Brahman e che l’‘Io’ non è mai stato altro da Quello, com’è confermato dalle numerose citazioni dalle Upaniṣad. Arrivati a questo punto si comprende che le tre avasthā sono del tutto illusorie, sebbene utili, allorché si è ancora sottoposti all’ignoranza, da esaminarle e da raffrontare tra loro per realizzare Turīya. Ma, superato questo punto di vista, si può capire che anche la concezione più ampia sui quattro pāda è anch’essa concepita dal punto di vista dell’ignoranza della veglia, e che solo il Quarto è assoluta Realtà, Esistenza e Coscienza pura, come sarà trattato nel prossimo mantra.]

            Mantra 7

            Considerano il Quarto come ciò che non è cosciente del mondo interno né del mondo esterno né di entrambi i mondi né una massa di coscienza indifferenziata né cosciente e non cosciente; che è invisibile, al di là di relazioni empiriche, al di là della portata (degli organi d’azione), non deducibile, impensabile, indescrivibile; la cui unica prova valida consiste nella consapevolezza del Sé in cui tutte le apparenze del mondo sono cessate; che è eternamente in pace, di buon auspicio e non duale. (I sapienti) lo conoscono come ‘il Quarto’. Quello è il Sé e Quello deve essere conosciuto.

            Śaṃkara Bhāṣya, 7

            Obiezione: Fin dall’inizio è stato premesso che il Sé è dotato di quattro pāda. Poi, dopo la presentazione dei tre pāda, risulta evidente che il quarto è diverso da quei tre che sono coscienti del mondo interno, ecc.; perciò, la negazione che “non è cosciente del mondo interno” ecc. diventa superflua.

            Risposta: Non è così, perché, come la vera natura della corda è conosciuta attraverso la negazione dell’illusione del serpente ecc., così quello stesso Sé, che di solito è considerato esistere nei tre stati, lo si desidera conoscere quale Turīya, come si fa nel caso del testo “tu sei Quello” (ChU VI.8). Infatti, se Turīya fosse davvero diverso dal Sé nei tre stati, per il fatto di non avere caratteristiche descrivibili, allora non ci sarebbe alcun mezzo per conoscere Turīya, quindi l’insegnamento scritturale sarebbe inutile o Turīya sarebbe ridotto a essere vuoto di esistenza. Quando la corda è immaginata in vari modi come serpente ecc., anche il Sé, sebbene uno, è immaginato nei tre stati qualificato da attributi come “è cosciente del mondo interno” ecc. Allo stesso modo, quando insorge nel Sé la corretta conoscenza per mezzo della negazione di attributi quali “è cosciente del mondo interno”, nello stesso istante avviene la cessazione dell’apparente mondo di sofferenza, e quindi non c’è bisogno di cercare altri mezzi di conoscenza o [di seguire] qualsiasi altra disciplina (come la costante meditazione) per la realizzazione di Turīya. È come ciò che accade nel caso della conoscenza della corda, quando l’eliminazione del serpente dalla corda avviene nel medesimo istante in cui si discrimina tra la corda e il serpente. Invece, coloro che sostengono che lo strumento di conoscenza (pramāṇa), mentre dissipa l’oscurità che avvolge un vaso, è impiegato anche in un’altra attività, cioè quella di vedere il vaso, possono anche ritenere, per esempio, che per tagliare un albero, l’atto di separazione, oltre a rimuovere la sua unità, faccia anche qualcos’altro, cioè separare le due parti. D’altro canto, se è vero che il mezzo di conoscenza usato per distinguere un vaso dall’oscurità (che lo ricopre) raggiunge il suo scopo semplicemente rimuovendo l’oscurità, ugualmente l’atto di tagliare, volto a rompere l’unità dell’albero, raggiunge pienamente il suo scopo allorché si separano le due parti; perciò la conoscenza del vaso (e la divisione in due del tronco) emerge immediatamente senza alcun ulteriore strumento atto a conoscere (e a separare). Proprio come in questi esempi, anche nel caso di Turīya lo strumento della conoscenza (che non è altro se non una negazione per discriminare le false idee sovrapposte al Sé) non ha nessuna ulteriore funzione (per conoscere) Turīya, se non quella di eliminare gli attributi avventizi (upādhi) come “è cosciente del mondo interno ecc.”18. Infatti, contemporaneamente alla cancellazione degli infausti19 attributi quali “è cosciente del mondo interno ecc.”, si verifica l’eliminazione di distinzioni quali il conoscitore, la conoscenza e il conosciuto. Così si dirà anche: “La dualità cessa di esistere dopo la realizzazione” (MUGK I.18), perché la conoscenza (come attività mentale) non continua dopo la cessazione della dualità. Se invece dovesse continuare, porterebbe a un regressus ad infinitum, con la conseguente non cessazione della dualità”20. Pertanto, la conclusione a cui si giunge è che tutti i mali, come “è cosciente del mondo interno ecc.”, sovrapposti al Sé, cessano contemporaneamente all’uso della discriminazione, che non è altro se non una valida conoscenza (cioè all’insorgere dell’illuminazione) derivante dalla negazione (della dualità). Con la frase “non è cosciente del mondo interno” si elimina Taijasa. Con “non è cosciente del mondo esterno” si elimina Viśva. Con “non è cosciente di nessuno dei due” si intende la condizione comprendente il sogno e la veglia. Con “non è una massa di coscienza indifferenziata” si nega lo stato di sonno profondo, poiché questo consiste in uno stato di latenza in cui tutto diventa indistinguibile. Con “né cosciente” si nega la consapevolezza di tutti gli oggetti contemporaneamente (con un unico atto di coscienza). Con “né non cosciente” si nega la non coscienza.

            Obiezione: Poiché attributi quali “è cosciente del mondo interno ecc.” sono percepiti come inerenti al Sé, come si può intendere che diventino inesistenti, come il serpente, ecc., nella corda, ecc., con una semplice negazione?

            Risposta: Come le diverse immaginazioni, quali un serpente, un rivolo d’acqua, ecc., sono sovrapposte sulla corda, così gli stati (le avasthā che appaiono sul Sé) si escludono reciprocamente, anche se sono in sostanza uno con la Coscienza-Testimone e, poiché la Coscienza-Testimone nella sua essenza è immutabile in tutti gli stati, ne consegue che la testimonianza è vera.

            Obiezione: Ma scompare in sonno profondo.

            Risposta: Non è così, perché chi è in sonno profondo è conosciuto (come pregno di Coscienza, Prājña)21; e questo è confermato dalla śruti, “perché la conoscenza non può mai essere persa per il conoscitore” (BU IV.3.30), nemmeno quando è invisibile (adṛṣṭam)22. È invisibile (non percepibile), per il fatto che è al di là delle relazioni empiriche (avyavahāryam), inafferrabile (agrāhyam) alle facoltà d’azione, al di là di qualsiasi deduzione logica, perché privo di caratteristiche (alakṣaṇam). È impensabile (acintyam), quindi è indescrivibile (avyapadeśyam) a parole. È ‘eka ātma pratyaya sāram’, riconoscibile per la certezza immutabile che è il proprio Sé che sussiste negli stati di veglia e così via. Ovvero, Turīya, che ha come strumento valido di conoscenza l’unica certezza del Sé (eka ātma pratyaya), è la Coscienza d’essere l’unico Ātman Supremo. E questo è in accordo con la śruti: “Solo il Sé deve essere contemplato” (BU I.4.7). Gli attributi, come “è cosciente del mondo interno ecc.”, appartenenti ai possessori degli stati, sono stati negati per colui “in cui tutte le apparenze del mondo sono cessate (prapañcopaśama)”, vale a dire che sono negati quali attributi degli stati di veglia, ecc. Quindi è eternamente in pace(śāntam, immutabile) e fausto (śivam). Poiché è non duale, libero da idee illusorie di differenza, i saggi lo considerano Turīya, il Quarto (Caturtham), distinto dai tre pāda che sono mere apparenze. “Quello è il Sé, Quello è da conoscere”: ciò implica che, proprio come la corda è conosciuta dopo aver discriminato il serpente, il Sé (in quanto diverso dagli stati sovrapposti) è presentato nel mahāvākya “tu sei Quello” (ChUVI.8.16), e nei testi come “Non è mai visto, ma è colui che vede (draṣṭā, il Testimone)” (BU III.7.23)”, “Poiché la visione del testimone non può mai essere persa” (BU IV.3.23), ecc. Nella frase “Ciò che è da conoscere”, se ne parla dal punto di vista del precedente stato di ignoranza23 perché, non appena insorge la conoscenza, non c’è più dualità.

            [L’oppositore del Vedānta obietta che l’Upaniṣad fin dal suo inizio ha chiarito che l’Ātman-Coscienza ha quattro pāda. Tuttavia, sia il testo della śruti sia le Kārikā di Gauḍapāda nella loro esposizione, spiegano senza possibilità di dubbio che il Quarto è del tutto differente dai primi tre pāda. I primi tre sono stati di coscienza relazionati alla veglia, al sogno e al sonno profondo, perciò è inutile e ridondante attardarsi a sottolineare che, invece, il Quarto pāda non è cosciente dell’interno né dell’esterno ecc. No, non basta, ribatte Śaṃkara. Infatti da come l’oppositore ha formulato la sua stessa obiezione risulta evidente che non ha capito la necessità didattica di una spiegazione approfondita dell’argomento fin qui trattato. Infatti anche per riconoscere la realtà della corda è necessario ricorrere all’uso metodico del neti neti. Dopo che si è osservato con attenzione che le caratteristiche del serpente non compaiono sulla corda, solamente allora si è in grado di annullare la falsa immagine del serpente e, nel contempo, riconoscere la realtà della corda. Il serpente, il cobra, ha una testa, un cappuccio, un collo, un corpo e una coda. Avvicinandosi alla corda con l’aiuto di una luce più forte (l’intelletto discriminante), ci si rende conto che quell’oggetto non ha né testa né collo né cappuccio né corpo né coda. Con questa presa di coscienza si riconosce che ciò che si è visto come serpente è una corda, che è sempre stata una corda e che non c’è mai stato altro che una corda. Perciò, come è stato ripetutamente detto24, l’apparizione-apparenza del serpente era falsa, mentre la realtà del serpente è la corda. L’errore dell’oppositore è il seguente: non ha ancora capito che si deve distinguere tra le tre avasthā e i primi tre pāda. Le avasthā sono false apparenze, come il serpente, la ghirlanda e il bastone. I tre pāda, stati di coscienza dell’Ātman, sono invece la realtà soggiacente all’apparenza di serpente, ghirlanda e bastone. Sono l’unico Ātman intuibile sotto la forma della veglia, del sogno e del sonno profondo25. Senza la falsa apparenza delle avasthā sarebbe impossibile intuire l’unico sostrato su cui si proiettano. Analogamente l’individuo è una falsa apparenza; ma è grazie al viveka sull’individuo che si riconosce che la sua vera natura è l’Ātman. “Tu sei Quello”, infatti, asserisce che sotto la falsa apparenza dell’individuo trasmigrante sta l’eterno Ātman, che è Quello, che è il Brahman, Turīya. Se Turīya fosse del tutto distinto da quell’Ātman che appare come Vaiśvānara, Taijasa e Prājña, sarebbe del tutto impossibile conoscere e realizzare Quello. Al di là delle apparenze, dunque, ci sarebbero solo il vuoto, il nulla, e il riconoscimento della loro falsità sarebbe, sempre secondo la scuola śūnyavāda, non la presa di coscienza della propria identità con l’Assoluto, ma soltanto l’annichilazione (nirvāna) dell’individuo-saṃsārin. Invece la dottrina dell’Advaita afferma che con l’estinzione dell’erronea credenza nella realtà del mondo, emerge incontestabilmente il sostrato, Turīya, non più ricoperto dall’apparenza proiettata dall’ignoranza. Una volta rimossa la falsa apparenza del mondo,la conoscenza dell’Assolutoinsorge automaticamente. È perciò un errore metafisico sostenere che, dopo l’annullamento dell’ignoranza, si debba cercare qualche altro strumento o praticare un metodo basato sul karma, come mantra, yantra e tantra, per conoscere Turīya. L’annullamento dell’ignoranza e la conoscenza suprema non sono due cose, ma una sola. Il lume portato in una stanza buia permette di vedere un vaso avvolto dall’oscurità e non c’è nessun’altra azione da compiere per vederlo. Quando con una scure si taglia un albero, una volta tagliato, non c’è null’altro da fare perché i due tronconi vengano separati. Esattamente allo stesso modo, quando con il viveka s’eliminano gli attributi (upādhi) che sono sovrapposti all’unico Ātman-Coscienzanon duale e che inducono a pensare che ci siano tre stati di Coscienza tra loro distinti e incompatibili, il cercatore non ha null’altro da fare per riconoscere la propria vera natura in quanto Turīya. Cancellata la dualità rimane soltanto la non dualità. Quali sono questi upādhi sovrapposti? Il primo corrisponde alla credenza vyāvahārika che Ātman ‘è cosciente dell’interno’, attributo che lo limita a essere denominato Taijasa in relazione con lo stato di sogno (svapna avasthā)26. Quando lo stato di sognatore (svapnadarśaka sthāna, Taijasa) è abbandonato, il vegliante (jāgaritṛ) riconosce l’illusorietà e l’irrealtà del sogno; perciò il cercatore realizza che la propria vera natura ‘non è cosciente dell’interno’ (na antaḥprajña) né lo è mai stata. Ugualmente, quando si è un sognatore, la veglia non esiste da nessuna parte e ciò prova che l’Ātman ‘non è cosciente dell’esterno’ (na bahiṣprajña) né lo è mai stato. Ora, poiché l’uomo ordinario crede di andare e venire alternatamente dalla veglia al sogno e viceversa, il settimo mantra qui esaminato specifica che l’Ātman non è nemmeno insieme ‘cosciente dell’esterno e dell’interno’ (na bhayataḥprajña). Con l’eliminazione di questi tre upādhi, il cercatore supera quegli stati in cui egli investiga i mondi e gli oggetti in essi inclusi in quanto soggetto identificato alla mente. Supera perciò la triade (tripuṭi) di conoscitore (jñātṛ-jñapti-jñeya o pramātṛ-pramāṇa-prameya) prodotta dalla dualità. Così si realizza che la mente (antaḥkaraṇa o buddhi) è soltanto una coscienza riflessa e parziale, dunque, illusoria27. Tuttavia, il viveka non si limita a questo dominio della dualità. Infatti il mantra prosegue affermando che l’Ātman “non è una massa di coscienza indifferenziata” (na prajñānaghana) e, in questo modo nega suṣupti come avasthā. Questo è un passaggio difficile da cogliere. Infatti ciò che si dice sullo stato di sonno profondo non è nient’altro che una ricostruzione della mente della veglia che non si basa su alcuna percezione (pratyakṣa) né sulla deduzione (anumāna) né sulla comparazione (upamāna), ma assai debolmente sulla supposizione (arthāpatti) a seguito della constatazione dell’assenza (anupalabdhi). Per spiegare meglio, è noto che in sonno profondo non c’è percezione di alcun oggetto. Senza alcuna percezione, non è possibile, di conseguenza, elaborare alcun concetto mentale. Non è nemmeno possibile trarne delle considerazioni tramite comparazione o contrasto, come si fa paragonando tra loro veglia e sogno. A questo punto l’unico pramāṇa rimasto che si può usare per indagare su suṣupti è la constatazione dell’assenza di oggetti di conoscenza (anupalabdhi), che, però, ha una funzione esclusivamente negativa. “Non c’era nulla né mondo né oggetti né altri esseri”. Perciò l’unica certezza riguardante il sonno profondo è quella di averlo sperimentato, vale a dire “di esserci stati”. Per poter superare l’impasse, sulla base della non-percezione di nulla, la mente dell’individuo in stato di veglia fa ricorso alla comparazione con gli altri due stati. Perciò immagina che il sonno profondo sia uno stato in cui ci sono oggetti, ma che essi siano indistinguibili tra loro, come in una notte tenebrosa tutto è avvolto dall’oscurità: una massa omogenea di coscienza indifferenziata. La coscienza (quella parziale della veglia) non distingue quegli oggetti e perciò si affida all’ipotesi (arthāpatti) pensando che essi siano ‘contenuti’ nel sonno profondo in quanto possibilità non manifestate (avyākṛta). Così l’immaginazione della mente dell’uomo in veglia crea ‘lo stato’ del sonno profondo e lo descrive come stato causale (kāraṇa avasthā) da cui sono prodotti veglia e sogno. Al contrario, lo śābda pramāṇa, ossia le Upaniṣad, che deve essere considerato il più elevato tra i validi strumenti di conoscenza (antya pramāṇa), stabilisce che suṣupti non è uno stato se non nell’ottica degli ignoranti, essendo in realtà lo stesso Turīya: “Quando si dorme nel sonno senza sogni, quando tutte le sue facoltà individuali sono ritirate e si è in piena pace, allora si è il Sé, si è l’Immortale, si è senza paura, si è Brahman”. (ChU VIII.11.1) Śaṃkara commenta la conclusione di questo śloka in questi termini: “Perciò l’individuo vi si trova [in suṣupti], per così dire, annientato (vinaṣṭa), perché quando c’è Coscienza l’esistenza del conoscente è la stessa del conosciuto. Ma non è così quando colui che dorme profondamente non ne ha coscienza. Quindi, il significato di “vi si trova annientato” è per modo di dire, cioè non significa che sia veramente e propriamente distrutto, perché ci si appoggia sull’autorevolezza dell’affermazione scritturale “si è il Sé, si è l’Immortale, si è senza paura, si è Brahman”.” (ChUŚBh VIII.11.1) Ciò significa che solamente il jñāni conosce che la vera natura del sonno profondo è l’Assoluto. Chi infatti non conosce, e non è nemmeno un vedāntin, non è cosciente della vera natura di suṣupti. Poiché si identifica con il corpo ecc., l’ignorante va in sonno profondo senza esserne cosciente. Per questa ragione per costui è difficile comprendere perché quello che descrive come “non c’era nulla, solo tenebra, non c’era il mondo ecc.”, cioè quello che per lui è puro tamas, in tutte le śruti sia invece chiamato Prājña, ‘il pregno di Coscienza’27. Perciò il settimo mantra,negando che il sonno profondo sia “una massa di coscienza indifferenziata”, nega che esso sia da interpretare come uno stato causale. Se Śaṃkara continua a considerare l’Assoluto come Causa, lo fa all’unico scopo di dimostrare che esso è la Realtà unica, mentre l’effetto è falsa apparenza28.

            Infine, il settimo mantra con l’espressione “né cosciente”negache Turīya possa essere cosciente, non soltanto di tutti i singoli oggetti, ma anche considerati come fossero un tutt’uno. Cosciente di tutti gli oggetti presenti o assenti nei tre stati è il Sākṣin in quanto testimonia il vyavahāra; ma quando ci si pone nell’ottica della metafisica pura, si supera perfino la concezione di Testimone, si falsifica il vyavahāra, e gli stati con gli oggetti presenti o assenti in essi sono tutti annullati dalla conoscenza suprema in quanto produzioni della Māyā immaginata dall’ignoranza (avidyā kalpita)29. Su questa base, neppure si può sostenere che Turīya sia “non cosciente”,in quanto esso è Pura Coscienza (śuddha Caitanya). Quest’ultima è una erronea concezione della mente della veglia che, non a caso, accomuna sia suṣupti sia Turīya nella sua assenza di coscienza di ciò che la trascende. Invece, l’Assoluto è Pura Esistenza, Beatitudine e Coscienza di Se stesso; ma non può essere cosciente di altro da Sé, perché non esiste alcun altro da Sé.

            Una volta che gli upādhi sovrapposti sull’Assoluto, in quanto anātman sovrapposto all’Ātman, sono stati dimostrati falsi, l’oppositore del Vedānta si chiede se sia sufficiente negarne l’esistenza per annullarli. Questa è una obiezione che si ripete frequentemente. Infatti, molti che ritengono di aver capito l’argomentazione advitīya, anche condividendola appieno, si dichiarano delusi per non essere ‘diventati’ dei jīvan mukta. A questo punto si chiedono “cos’altro si deve fare?”. In verità, costoro hanno semplicemente speculato razionalmente, senza aver seguito il metodo del viveka insegnato dal Guru e dalle Upaniṣad, seguendo la logica tradizionale e, soprattutto, senza raffrontare le proprie riflessioni con la loro esperienza diretta (anubhava). S’illudono di aver capito, ma la stessa domanda che si pongono denuncia la loro incomprensione di fondo: infatti non c’è nulla da ‘fare’. La realizzazione suprema avviene per conoscenza, non per azione.

            Śaṃkara risponde che il metodo dei tre stati (avasthātraya mīmāṃsā) serve a metterli in contrasto tra loro, scoprendone in tal modo le incongruenze e, perciò, la loro irrealtà. La corda appare a qualcuno come un serpente, a un altro come una ghirlanda, a un terzo come un bastone. Se i tre sono di mediocre intelligenza, litigheranno tra loro sostenendo che la propria versione è quella corrispondente alla realtà: l’Advaita Vedānta non è adatto a intelligenze mediocri e a menti non purificate,ma chi è qualificato al vicāra si chiederà perché tre persone hanno creduto di percepire tre oggetti così diversi e incompatibili tra loro. Comincerà così la sua cerca, avvicinandosi all’oggetto e osservandolo con una luce più forte. Diventerà, in questo modo il Testimone della corda, sostrato unico delle tre differenti false apparenze. Tale conoscenza, di conseguenza, è quella vera. La differenza tra l’esempio del serpente e della corda e la realizzazione iniziatica vedāntica è che nella Realtà che si indaga non c’è un soggetto altro dall’oggetto. Il Testimone è la realtà del testimoniato e i due, invero, non sono due ma uno non duale.

            Tuttavia, insiste il non vedāntin, tale consapevolezza scompare in sonno profondo; per l’oppositore, infatti, la cerca si limita alle elaborazioni mentali della veglia e il sonno profondo, da questa prospettiva, gli appare come assenza, come negazione, come vuoto: uno stato di puro tamas. Ma questo è un errore. Infatti il Testimone, il proprio Sé, in suṣupti non è affatto in uno stato di ignoranza ‘pura’30; anzi è pregno di Coscienza, è Prājña. Il sonno profondo è al di fuori della portata dell’indagine empirica e, perciò, appare invisibile (adṛṣṭam)al vegliante che vorrebbe sondare con la sua mente l’insondabilità dell’Assoluto. Perciò Prājña, essendo al di là del vyahahāra, è inafferrabile (agrāhyam)dalle facoltà d’azione, è al di là di qualsiasi deduzione logica (ananumāna) in quanto privo di caratteristiche(alakṣaṇam), è impensabilealla mente (acintyam) e, quindi, è indescrivibilea parole(avyapadeśyam). Eppure, è l’unica conoscenza certa universalmente condivisa per esperienza diretta (sarva loka prātyakṣika anubhava), vale a dire la consapevolezza di essere l’unico Ātman esistente e cosciente (eka ātma pratyaya sāram). Tale intuizione è presente nei tre stati; o, meglio, i tre stati sono soltanto l’apparenza sovrapposta alla sua realtà di Turīya ed è l’unico strumento valido di conoscenza metafisica (eka ātma pratyaya). In termini rigorosi non è propriamente un pramāṇa, perché si tratta della Coscienza-conoscenza pāramārthika. Una volta cancellati gli upādhi corrispondenti a erronee concezioni riguardanti vari tipi di coscienza parziale, emerge la Coscienza non duale quale unica Realtà. Questa è la Liberazione finale dall’ignoranza, questo è l’insegnamento principale del Vedānta com’è insegnato in numerosi passi upaniṣadici, tra i quali Śaṃkara cita alcuni come esempio.


            1. Śaṃkara in questo commento alla GK (I.5) fa notare anche che c’è un solo oggetto di fruizione che appare in tre forme diverse. Infatti, dal punto di vista del vegliante, è come se il Brahman unico e non duale apparisse come oggetto della sua fruizione, come fosse ‘altro da Sé’ in triplice forma.[↩]
            2. In senso analogico con gli altri due, perché, in realtà, qui non c’è nessuna ‘forma’.[↩]
            3. Viśvāsa, la credenza, è ciò che non è sperimentato direttamente, ma che si accetta per adesione o fede sull’autorità di testi o di personalità reputate attendibili.[↩]
            4. Ajñāna svabhāva, vale a dire l’ignoranza o conoscenza errata in cui e con cui si nasce e dove ‘ci si trova’.[↩]
            5. Vaiśvānara nello stato di veglia è descritto così: “Come cigno Haṃsa, Egli sta nel puro [cielo], come Vasuḥ onnipervadente sta nello spazio intermedio [atmosfera], come fuoco sacrificale hotā dimora sull’altare vedico ed è ospite nei focolari domestici [la terra].” (KU II.2.2); infatti, “l’altare vedico è il luogo più puro della terra” (ṚV II.3.20). Vale a dire che in veglia il Viśva sperimenta terra, atmosfera e cielo. Anche nello stato di sogno il sognatore (Taijasa) sperimenta il trimundio del sogno, mentre, nel sonno profondo, Prājña non ha alcun mondo da sperimentare. Pur essendo tutto così chiaro, ci sono degli occidentali che divulgano con sicumera l’errore per cui il trimundio (tribhuvana o lokatraya) coincide con le tre avasthā. Ciò vorrebbe dire che l’ambiente di circolazione dei prāṇa-vāyu si troverebbe soltanto in sogno, ragion per cui in veglia ci dovrebbero essere solo oggetti inanimati. Similmente, i cinque elementi percettibili si troverebbero solo nella veglia, perciò in sogno sarebbe impossibile vedere, udire, toccare, ecc., e non vi sarebbe alcuna possibilità di esperienza onirica; e il sonno profondo, di cui, tornando alla veglia, si dice “lì non c’era nulla, non conoscevo nulla”, per costoro sarebbe il cielo, in cui si dovrebbe entrare in contatto con gli Dei nelle forme dei corpi celesti. Inoltre, è evidente che le avasthā sono tra loro incompatibili, annullandosi l’una con l’altra: sta di fatto che non si può essere in veglia e in sogno o in sono profondo allo stesso tempo. Al contrario, i tre loka sono presenti nel medesimo piano spazio-temporale. Sta di fatto che anche chi diffonde tali errori cammina sulla terra allo stesso tempo in cui respira l’aria e vede sopra di sé il cielo, cioè è parte del trimundio della veglia! E lo stesso accade quando sogna.[↩]
            6. In altre parole, si cerca di raggiungere l’unicità non duale accumulando la molteplicità illimitata.[↩]
            7. Esistono sul loro sostrato a cui si sovrappongono. Nel sesto mantra dell’Upaniṣad è detto che Prājña è il produttore del mondo fenomenico (“questo è certamente il luogo di origine…”). La domanda ora è: “È produttore di cose esistenti o di cose non esistenti?”. La risposta è che produce cose che sono un’apparenza della Realtà e sono esistenti in quanto il loro sostrato è Esistenza.[↩]
            8. Se qualcuno, per sbaglio, prende la corda per un serpente, non è detto che altri soggetti, altrettanto erroneamente, non confondano la stessa corda per una ghirlanda, per un ramo, per una fessura del terreno o per un rivolo d’acqua. Allo stesso modo l’Ātman unico e non duale può essere preso per lo stato di veglia, oppure per quello di sogno o quello di sonno profondo.[↩]
            9. Esistenti sotto forma di oggetti, in contrapposizione ai soggetti.[↩]
            10. Vale a dire che deve esistere un sostrato reale su cui erroneamente si immagina un’apparenza non reale: la falsa apparenza del serpente illusorio deve essere proiettata sul sostrato reale della corda. Senza la corda, il serpente non potrebbe mai apparire. E, viceversa, senza l’apparizione del mondo non reale non si potrebbe inferire la realtà del sostrato, l’Ātman.[↩]
            11. Vediquanto è già stato trattatoda Śaṃkara nel suo commento al sesto mantra.[↩]
            12. Nella śruti il Brahman è paragonato al Prāṇa in quanto animatore dell’intera manifestazione, come anche allo spazio (ākāśa) per la sua onnipervadenza. Tuttavia, Prāṇa e spazio non sono il Brahman perché privi di Coscienza. Al contrario, Puruṣa è identico al Brahman proprio perché Pura Coscienza.[↩]
            13. Nel suo commento Śaṃkara paragona gli esseri senzienti (o apparentemente coscienti) ai riflessi del sole (l’Ātman-Coscienza pura): “Sono paragonabili ai riflessi del sole sull’acqua, apparendo in modo diverso come Viśva, Taijasa e Prājña nei diversi corpi degli Dei, animali e altri”. Quegli esseri, in scala decrescente di coscienza parziale, sono Dei, uomini, animali, piante e altre individualità sottili.[↩]
            14. Esposti nelle kārikā I.7-8 e nel primo verso della presente I.9.[↩]
            15. Nel GKŚBh I.6 erano già stati esposti altri due punti di vista. Secondo il primo, Pradhāna sarebbe composto di tattva potenziali che fuoriuscirebbero sviluppandosi nella manifestazione distintiva (vikṛti); oppure il Dio creatore avrebbe in Sé tutte le possibilità di manifestazione che, poi, la Sua potenza causale (śakti) rende attuali come mondo manifestato. Le teorie che vedono nella potenza la causa e nell’atto l’effetto mondano corrispondono a una visione sāṃkhya o a quella genericamente tantrica (non è casuale che il Sāṃkhya e il tantrismo diano così tanta importanza all’elencazione dei tattva, siano essi 25, 30 o 36). Invece in quella medesima occasione Śaṃkara anticipava il suo vivartavāda, per il quale l’effetto è soltanto l’apparenza della causa, l’unica Realtà: tuttavia, laddove non c’è effetto non è nemmeno lecito parlare di causa. Perciò solo il Brahman è reale e tutto il resto è illusione (vivarta).[↩]
            16. Un’illusione è percepita in quanto è un’idea proiettata su qualcosa di esistente, perciò non può avere come sostrato qualcosa che non esiste.[↩]
            17. Chi per errore scambia per un pezzo d’argento una conchiglia di madreperlao, ritornando di notte verso casa, prende un tronco d’albero per un malintenzionato appostato per aggredirlo, o crede di vedere il miraggio d’uno specchio d’acqua invece della sabbia infuocata del deserto, o vede una città fatata nel cielo, una fatamorgana (gandharvanagara), mal interpretando certi accumuli di nubi o, affetto da diplopia crede che nel cielo notturno ci siano due lune, sovrappone a un oggetto reale una sua erronea immaginazione. Questi, ora elencati, sono gli esempi più frequentemente citati da Śaṃkara.[↩]
            18. Turīya è autoluminoso e non richiede di essere illuminato da alcuno strumento di conoscenza.[↩]
            19. Apportatori del senso di limitazione e sofferenza tipico del vyavahāra.[↩]
            20. Se la conoscenza preposta a eliminare la dualità persistesse dopo aver raggiunto il suo scopo, sarebbe necessaria un’altra conoscenza per eliminarla. Quest’altra conoscenza ne richiederebbe una terza allo stesso fine, e così via. Per evitare questa eventualità, si dovrebbe supporre che la conoscenza ultima si dovrà sopprimere da sola, il che è contraddittorio.[↩]
            21. Prājña, infatti, significa pregno di Coscienza (prajñāḥ) e non è affatto una condizione tāmasa, come appare all’individuo della veglia. Chi esce dal sonno profondo dice: “Ho dormito profondamente, e non ero consapevole di nulla”. Questo ‘ricordo’ non sarebbe possibile se quella condizione non fosse testimoniata con l’aiuto della Coscienza in modo da produrre le conseguenti impressioni.[↩]
            22. La conoscenza in sonno profondo non è assente, ma semplicemente priva di qualsiasi oggetto altro da Sé, percepibile da parte dei jñānendriya.[↩]
            23. Poiché il Sé non può essere conosciuto come oggetto, non può in alcun modo essere descritto a parole (avyapadeśyam) né essere identificato da un nome (anabhidheya). Ma poiché, nell’ordinario stato di ignoranza, si pensa che la conoscenza si debba riferire a un oggetto, il testo assume questa prospettiva errata a scopo di insegnamento.[↩]
            24. GK I.6 e segg.[↩]
            25. In realtà, la prospettiva corretta vuole che l’Ātman sia il Testimone (Sākṣin) dei tre pāda, in quanto li pervade e li fa esistere.[↩]
            26. A differenza dell’ordine descritto nella Māṇḍūkya,in questa occasione si comincia con lo stato di sogno perché l’uomo ordinario è scioccamente certo che la veglia sia reale. Perciò l’argomentazione vedāntica inizia considerando la falsità del sogno, idea condivisa anche dagli ignoranti. Solamene in un secondo tempo si dimostra a questi ultimi che gli stessi argomenti per evidenziare la non realtà del sogno valgono per comprovare anche l’irrealtà della veglia.[↩]
            27. La Coscienza metafisica (Caitanya) è paragonata al sole e la coscienza riflessa e parziale alla luna. Di notte la luce dei raggi solari si diffonde ovunque, rimanendo occulta alle limitazioni della visione umana. L’unica evidenza della presenza di Caitanya appare nello splendore della luna. Questo satellite in apparenza sembra luminoso, ma esso risplende soltanto di luce riflessa. Inoltre, la luna riflette una minima parte dei raggi che irraggiano dal sole, cioè quella sola parte che colpisce la sua superficie.[↩][↩]
            28. Questa, in sintesi, è la dottrina del vivartavāda śaṃkariano (chiamato ajātivāda da Gauḍapāda): infatti, se da un punto di vista vyāvahārika Brahman appare insieme come causa efficiente e materiale del mondo-effetto, “tuttavia questa distinzione, dal punto di vista della Realtà suprema, non esiste affatto, poiché, secondo ragione, si deve ammettere che tra effetto e causa non può esservi alcuna reale differenza di natura” (BSŚBh II.1.14). Per una minuziosa trattazione dell’argomento, vedi Carlo Rocchi, Alātaśānti. L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti, Milano, Ekatos ed. pr., 2021, pp. 151-182. Tutte le altre teorie sostenute da altri darśana, inclusi i Vedānta dualisti, sostengono il pariṇāmavāda, la produzione reale dell’effetto. A parte il vivartavāda, tutte le altre teorie considerano la causa e l’effetto reali e tra loro in relazione (kārya-kāraṇa sambandha), perciò reciprocamente limitantisi. In questo modo, la causa necessariamente deve essere effetto di una altra causa e così via ad infinitum. Altrimenti si dovrebbe ipotizzare una ‘causa prima’ che, contro ogni logica, dovrebbe non essere effetto di nulla.[↩]
            29. “È chiamato māyā ciò che, seppur non esistente, appare come se fosse esistente (ed è definita esistente dagli avivekin, coloro che non discriminano): questa è detta essere la natura di non esistenza di māyā” (BSŚBh II.1.14).[↩]
            30. Le correnti vedāntiche deviate della mūlāvidyāvāda sostengono che in sonno profondo possa esistere realmente e sostanzialmente una ‘pura’ ignoranza radice. Al contrario, l’Advaita śaṃkariano afferma che avidyā è semplicemente assenza di conoscenza (jñāna abhāva), conoscenza errata (mithyā jñāna) o dubbio (saṃśaya) e, come tale, non è reale né sostanziale e, tanto meno, può essere ‘pura’.[↩]