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Ottobre 2020

3. La dottrina advaita dell’avatāraṇa

    La dottrina advaita dell’avatāraṇa – 3

    Una volta compreso a fondo che cosa sia l’avatāra, è necessario fare chiarezza su altre figure presenti nella śruti e smṛti che, a prima vista, possono sembrare simili. Si tratta di coloro che sono compresi nella categoria dei ṛṣi1, di cui abbiamo fatto un accenno sopra. Costoro svolgono effettivamente certe funzioni nel dominio dell’azione. Per comprendere cosa rappresentino in realtà queste individualità superiori, definite jīvātman liberati (mukta jīva2), che cooperano all’ordine universale, ci soffermeremo su alcuni passaggi che stanno a conclusione del Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya3.

    “[…] quando si vuole comprendere meglio [cosa s’intende con jīvātman liberato,] si dice che ‘nella sua propria forma’ significa nella forma di Brahman, la sua forma reale, dotata delle caratteristiche che iniziano da “libero da pāpa” e che finiscono con “retto desiderio”4, come pure dell’onniscienza e della signoria su tutto5. Si stabilisce in quella forma che è sua propria. Questo è ciò che pensa il maestro Jaimini6. Come lo sappiamo? Perché lo si sa per i suoi riferimenti alle Upaniṣad e per altri ragionamenti. È così perché per mezzo del riferimento contenuto nel testo che inizia con “questo Sé che è oltre la colpa” ecc. e che finisce con “avendo retti desideri (satyakāma) e retta volontà (satyasaṃkalpa)”, l’Upaniṣad ci fa capire che il jīvātman è lo stesso supremo Sé quando possiede questi attributi. Similmente, i testi “Lì egli vaga, mangiando, giocando e facendo festa” (ChU VIII.12.3), e “ha libertà di movimento in tutti i mondi” (ChU VII.25.2), presentano le sue forme di divina gloria. Da questo punto di vista le affermazioni come “Egli è onnisciente ed è il regolatore di tutto” ecc. diventano del tutto logiche7.

    I jīvātman di cui si tratta sono considerati ‘liberati’ nella prospettiva delle vie del non-Supremo che non distinguono l’ottenimento dello stato più elevato raggiungibile con i metodi propri alla loro sādhanā,dal vero mokṣa (o sadyomukti) del jñana mārga. È noto che quelle vie indicano nell’unione (yoga o samādhi) il culmine della realizzazione8. Queste ‘anime liberate’, tuttavia, rimangano nell’individualità, anche se più perfetta e sāttvika possibile, com’è dimostrato dal fatto che ancora nutrono retti desideri, rette intenzioni, svolgono ‘funzioni spirituali’ compiendo le azioni che ne derivano e sono rivestiti di forme di divina gloria.

    Sebbene gli attributi come la libertà dalla colpa (pāpa) siano enumerati come fossero diversi uno dall’altro, essi si basano ancora sui falsi concetti che sorgono dalla dipendenza da mere parole; perché tutto ciò che [tale libertà] comprende è solo la negazione del pāpa ecc. […] Se si pensa che l’affermazione “Avendo retti desideri (satyakāma) ecc.”, significhi che sono attributi reali appartenenti a una qualche entità “che possiede retti desideri”, tali qualità dipendono dall’associazione con attribuzioni limitanti, cosicché non possono costituire la vera natura di quell’essere in quanto Coscienza. Perché il sūtra nega che il Sé abbia molte forme come nega ogni diversità di forma per il Brahman.9

    In questo modo il jīvātman qualificato da attribuzioni limitanti (saṃskāra), corrisponde nella prospettiva ādhyātmika a ciò che è il Brahman non-Supremo nell’adhidaiva10. È in base a tale affinità che l’anima individuale percorre il devayāna al fine di incorporarsi a Hiraṇyagarbha.

    Quando un’anima liberata vuole avere un corpo, ne ottiene uno; e quando desidera rimanere senza non ne ha nessuno; perché il suo desiderio è vero e la volontà diversificata.11

    [Con ciò] si dimostra che la mente esiste almeno come strumento di desiderio [anche dopo aver realizzato il Brahman qualificato]. Ora esaminiamo se, anche per l’uomo che ha ottenuto qualità divine, il corpo e i sensi esistono o non esistono.12

    Dopo aver raggiunta la sua collocazione nei Brahmaloka, un mukta jīva può essere spinto dal desiderio di assumere un altro corpo oppure di rimanere in quel loka; “[…] e si diventa ciò che si desidera essere” (BS IV.3.15). Questo è possibile perché ancora c’è una mente e una volontà individuale. Si deve precisare, tuttavia, che quel jīvātman è condizionato solamente da qualità divine. Infatti, il testo precisa che è libero da demeriti (pāpa), ma non da meriti (puṇya) in ragione della sua condizione prevalentemente sāttvika.

    Ma la condizione in cui si ottengono i divini poteri dell’aiśvarya, è uno stato differente, come quello dei cieli che vengono come risultato della meditazione avanzata sul Brahman qualificato.13

    La volontà di assumere un corpo nuovo oppure no, non riguarda soltanto coloro che hanno raggiunto i Brahmaloka14con la meditazione sul simbolo, ma anche coloro che, con la meditazione più avanzata e senza il supporto di simboli, hanno ottenuto i divini poteri dell’aiśvarya “associandosi” a Hiraṇyagarbha.

    È appropriato dire che, eccetto il potere di manifestazione [, mantenimento e distruzione] dell’Universo, i jīva liberati devono avere tutti gli altri divini poteri dell’aiśvarya, come quello di diventare minuscoli ecc. Infatti, il potere della manifestazione [mantenimento e dissoluzione], dell’Universo, ragionevolmente, appartiene solo al Signore che esiste eternamente. Questo perché Īśvara forma il soggetto principale di quell’argomento, gli altri non essendo neanche presi in considerazione. […] L’Upaniṣad dice che gli altri ottengono i poteri divini di diventare minuscoli ecc. come risultato della ricerca e del desiderio di conoscerlo, perciò essi sono distanti dalle attività della manifestazione ecc. dell’Universo. Inoltre, proprio per il fatto che i jīva liberati sono dotati di mente, possono non avere [tra loro] alcuna “identità d’intenti”, cosicché qualcuno talvolta potrebbe volere la continuità dell’Universo, e altri la sua distruzione. Così essi in certi momenti potrebbero opporsi gli uni agli altri.15

    Il jīva che ha raggiunto il massimo di universalizzazione con tutti i poteri della Signoria (eccezion fatta per quello della manifestazione ecc.), rimane tuttavia dotato di mente e volontà individuale che lo differenzia da ogni altro che si trovi nella medesima situazione. Lo stato universale (viśva bhava) è infatti l’estensione massima del dominio individuale (viśeṣa bhava). Le menti, che sono principio di divisione, per questo motivo differenziano tra loro i diversi mukta jīvātman. Nel caso in cui un tale jīva assuma un corpo, potrà insegnare una dottrina o una scienza differente da quella di un altro. Questo è il caso dei ṛṣi che hanno fondato scuole e dottrine diverse, perfino in contrasto tra loro. Per esempio, il Sāṃkhya insegnato dal ṛṣi Kapila è diverso e in contrasto con la dottrina della Pūrva Mīmāṃsā del ṛṣi Jaimini. La diversità o il contrasto di cui si parla, però, non comporta una reale incompatibilità, poiché si riferiscono a punti di vista diversi del medesimo sanātana dharma. La composizione tra di essi, infatti, è sempre possibile in quanto si tratta di differenti livelli di conoscenza, dove il più elevato ingloba e trascende l’inferiore. Ovviamente quando si tratta di metafisica non duale, i ṛṣi che l’insegnano non saranno mai in disaccordo tra loro. Perciò da questa osservazione si deduce facilmente la differenza fondamentale tra i brahma ṛṣi e i rāja ṛṣi. Quest’ultimi, insegnando discipline che riguardano il non-Supremo, a seconda del loro grado di conoscenza e della prospettiva duale in cui si pongono, possono essere tra loro in contrasto, nei termini prima spiegati.

    Se si sostenesse [che i poteri del jīva liberato sono illimitati] in base alla diretta dichiarazione scritturale, allora [diremmo] no, [perché le scritture dichiarano che i jīvātman raggiungono] colui che li stabilisce come signori delle sfere (maṇḍala) del sole ecc. e che risiede in quegli stessi mondi.16

    Si dichiara che questa attribuzione d’una signoria indipendente è privilegio del Signore che risiede in quei mondi16 quale la sfera del sole ecc., come anche quello di nominare gli altri [i jīva liberati quali] reggitori di sfere particolari.17

    Quelle anime liberate che, dunque, non desiderano assumere un nuovo corpo trasmigrando nel mondo degli uomini (mānava loka), rimangono nelle sfere (maṇḍala) comprese nei Brahmaloka. Essi possono essere investiti dal Signore della reggenza di quelle sfere, diventando oggetto di venerazione da parte degli Dei e degli altri jīva che fruiscono, in quei bhoga loka, dei meriti (puṇya) accumulati in vita. Costoro nella śruti sono definiti deva ṛṣi18.

    C’è un’altra ‘forma’19 del supremo Signore che non dimora nel [Brahman] effetto20 perché così dichiara l’Upaniṣad.21

    E non è che il supremo Signore risieda soltanto nella sfera del sole ecc., nel novero degli effetti [cioè delle cose mutevoli]; Egli ha anche un’altra ‘forma’ completamente libera con cui trascende tutti i cambiamenti. Per questo la scrittura parla della sua esistenza in due ‘forme’22 […]. Non si può affermare che questo Immutabile sia raggiunto da coloro che si fissano nell’altra forma [presente nel mondo del cambiamento], perché essi non ne hanno il desiderio. Quindi bisogna intendere che, considerando che il supremo Signore possiede due ‘forme’, i jīvātman, che non hanno raggiunto il non qualificato (nirguṇa), possono restare nella forma qualificata (saguṇa) con limitati poteri divini, poiché non hanno acquisito poteri illimitati.23

    In questo brano appare evidente ciò che differenzia i jīva liberati dal Liberato in vita. Avendo solamente desiderio dell’Ātman, il Liberato ha superato l’individualità (jīvatva) riconoscendosi eternamente nitya, śuddha, buddha, mukta. In verità il desiderio dell’Ātman non è desiderio di altro da Sé, perciò il mukta rimane nella non dualità senza subire alcun cambiamento. Non essendoci più alcuna distinzione (aviśeṣa) né cambiamento (akṣara) né qualità (nirguṇa), il mukta è dunque la stessa Realtà avatārica, la Realtà assoluta.

    Avendo superato la sfera dei desideri, il mukta è al di là della dualità, ragion per cui è un errore metafisico considerare un suo ‘ritorno’ nella manifestazione sottoposta alla dualità. La discesa dell’avatāra è la sua māyā, che gli esseri manifestati proiettano illusoriamente. In realtà sono tutti gli esseri e tutti i mondi a essere proiettati nell’avatāra, il Brahman Supremo, sotto la forma illusoria dei nomi e delle forme. Considerare che possa esserci una realizzazione che superi la realtà assoluta del Supremo non ha alcun senso.

    Nelle religioni non è conosciuta la dottrina della trasmigrazione e per questa ragione presso di esse non si pone affatto il problema del ritorno dei jīva liberati da un bhoga loka. Da ciò deriva che nella prospettiva religiosa la ‘discesa’ dei profeti deve forzatamente essere descritta sulla base della volontà divina che li invia presso gli uomini. Infatti, essendo il Dio di cui si tratta immaginato dai suoi devoti dotato di volontà, esso corrisponde in tutta evidenza a Hiraṇyagarbha. Se invece si volesse sostenere che i profeti siano degli iniziati che nella stessa vita terrena hanno raggiunto la Liberazione (mokṣa) per una via ascendente, per poi completare tale realizzazione con una ‘ridiscesa’, una simile teoria appare contraria alla śruti e alla logica basata sull’intuizione24. Infatti, il mokṣa non è raggiungibile lungo un percorso né ascendente né discendente, trattandosi di uno stato di libertà eterna e assoluta di cui l’illuminato prende coscienza ‘qui ora’.

    Il mukta, essendo Brahman stesso, non ha proprio nulla da perfezionare o da compiere ancora nel mondo dell’azione: “Chi conosce il Supremo Brahman s’immerge in Brahman” (Muṇḍaka Upaniṣad, III.2.9). È del tutto sprovvisto di senso metafisico affermare, come fa Coomaraswamy25 che “egli [il liberato] vorrebbe essere l’Ātmā che brilla [per Sé], ma non l’Ātmā che risplende verso l’esterno26”, dando così inizio a una serie di errori dottrinali che hanno condotto alla formulazione della teoria di una pretesa ‘realizzazione discendente’. Il Brahman-Ātman in realtà è sia esterno-interno sia non esterno-non interno, essendo onnipervadente e non duale.

    Affermare che l’Ātman, per sua natura possa, dunque, avere “duplice natura in una unica essenza” è contrario ai testi27, alla logica e all’intuizione. “Dell’Identità Suprema [sic28] di Essere e Non-Essere (sadasat), egli vorrebbe essere solo asat…” Queste affermazioni avrebbero bisogno di una fitta serie di correzioni, tanto sono sbagliate. Anzitutto sadāsat non ha mai il significato che Coomaraswamy gli attribuisce. Quando c’è la veglia, il sogno è asat. Quando il sogno è sperimentato è sat (o vyakta, manifestato) e allora la veglia è asat (o avyakta, non manifestata). Sadāsat non è mai riferito a una concezione dell’Essere abbinato a un inesistente Non-Essere, che il Vedānta respinge come irreale29. Come si può pensare, dunque che l’Ātman “vorrebbe essere solo asat”?

    Coomaraswamy prosegue affermando: “Senonché, com’è esplicitamente detto nella nostra Upaniṣad, III.10.11 [in realtà I.3.11; ma potrebbe essere un errore del curatore della versione italiana]30, mentre si deve essere andati al di là del manifestato (il sole) per raggiungere il Non-Manifesto (l’Oscurità), la Persona e l’ultima tappa è ‘situata’ di là dal Non-Manifesto; non si è raggiunta la fine della via finché non Lo si conosca come Manifestato e Non-Manifesto (vyaktāvyakta)”. Come abbiamo affermato sopra,questi termini sembrano usati solamente per creare confusione in una dottrina altresì chiarissima. Nelle Upaniṣad, vyakta designa la manifestazione, ovvero tutto ciò che è determinato da nome e forma ed è compreso nella veglia e nel sogno; con avyakta si intende ciò che la mente, limitata dalla forma, non riesce a percepire nel sonno profondo. Per cercare di definire questa esperienza che è reale, ma che resta fuori del suo raggio d’indagine, la mente allora proietta un pensiero (la māyā) prodotto dalla sua ignoranza che immagina suṣupti come uno stato manifestato di natura tenebrosa (tāmasa)e perciò indescrivibile (anirvacanīya), che definisce prājña (intelletto superiore), kāraṇa śarīra (corpo causale), e recentemente, del tutto al di fuori del contesto advitīya, come stato informale31. Perciò avyakta non è termine attribuibile al Brahman, ma alla avidyā in quanto māyā, prakṛti, tamas, śakti ecc. Questo è l’errore fondamentale della mūlāvidyā32, vale a dire il dare realtà all’ignoranza.

    La conclusione a cui Coomaraswamy giunge, partendo da principi sbagliati, non poteva portare che a conclusioni sbagliate: infatti se con ‘la Persona’ [Puruṣa] Coomaraswamy voleva intendere il Supremo, certamente errava a considerarla come la somma di “Manifestato e Non-Manifesto”33. Inoltre, allora certamente non avrebbe dovuto definirlo ‘tappa’. Anche l’affermazione che “non si è raggiunta la fine della via finché non lo si conosca come Manifestato e Non-Manifesto (vyaktāvyakta)”34 è errata. Infatti, per il Vedānta “coloro che vogliono andare oltre le vie non procedono su nessuna sentiero”35.

    Sempre secondo Coomaraswamy “L’obiettivo di Shankara è quello di un Pratyeka Buddha”36, termine usato nel buddhismo theravāda per indicare un illuminato che non insegna la dottrina ad altri. Inutile far notare che il jñāni per Śaṃkara è l’avatāra stesso, perciò è strumento di Liberazione per tutti coloro che lo conoscono. D’altra parte, che Śaṃkara sia l’Ācārya per eccellenza è universalmente riconosciuto. Purtroppo, evocando le dottrine del buddhismo, che nelle diverse forme sono spesso in contraddizione tra loro, è stata richiamata anche la figura del bodhisattva, facendolo apparire superiore al buddha. Infatti, questa ‘funzione’ è stata erroneamente interpretata come il corrispondente della ‘realizzazione discendente’, teoria che non esiste affatto nemmeno nel buddhismo. Il bodhisattva è un jīva di trasmigrazione particolarmente qualificato che rinasce per raggiungere l’estinzione (nirvāṇa) dell’individualità, vale a dire la buddhità (buddhatva). Nelle scuole mahāyāna il bodhisattva è considerato un jīva che si astiene dal raggiungimento dello stato di buddha per indicare agli esseri senzienti la via del dharma. Ciò non muta la sostanza delle cose, aggiungendo solamente il concetto di compassione37 a questa dottrina. Perciò il bodhisattva non è mai considerato superiore a un buddha. Coomaraswamy allude al fatto che “Śaṃkara esita”38 a trattare della realizzazione discendente. Non è una esitazione, in quanto ha argomentato in modo minuzioso la rinascita di coloro che stazionano nel Brahmaloka. Se Śaṃkara non parla di realizzazione discendente è perché nemmeno nell’Induismo esiste una simile teoria. Non ne parla, dunque, non perché è una manchevolezza della dottrina advaita, come insinua Coomaraswamy, ma proprio perché si tratta di una costruzione mentale di quest’ultimo, contraria alla metafisica, alla śruti, alla logica e all’intuizione.

    1. Ṛṣi è un termine usato in particolare per designare chi svolge una determinata funzione durante il satya yuga. Sono definiti preferibilmente cakravatin nel corso del tretā yuga, vyāsa nel dvāpara yuga e siddha durante il presente kali yuga. Tuttavia, l’uso di questi termini dipende dal linguaggio delle differenti correnti (prakaraṇa) purāṇiche. Come si vedrà, i ṛṣi, a loro volta, sono divisi in: brahma ṛṣi, la cui funzione consiste nell’insegnamento e la trasmissione del jñāna mārga; i rāja ṛṣi, che insegnano la conoscenza del non-Supremo e le altre scienze comprese in quel dominio di karma kāṇḍa; e i deva ṛṣi, che dopo la caduta del corpo reggono le sfere celesti.[↩]
    2. Non si confonda questo termine con jīvan mukta, il Liberato in vita.[↩]
    3. Facciamo riferimento a G.G. Filippi, Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, Milano, Ekatos Ed. Pr. 2019 e apparso anche su questo Sito. Apporteremo qualche piccola modifica formale per permetterne una lettura più agevole.[↩]
    4. “Una volta Prajāpati disse: «Il Sé che è libero da pāpa, decadenza, morte, sofferenza, fame, sete, che ha retto desiderio e retta intenzione, quello deve essere conosciuto, quello deve essere indagato per la realizzazione. Chi, dopo aver conosciuto quel sé, lo realizza, ottiene tutti i mondi e tutti i desideri»” (ChU VIII.7.1).[↩]
    5. Per capire cosa s’intenda qui con Brahman, si consulti l’articolo di Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī “L’Onnipotenza di Brahman” pubblicato su questo Sito.[↩]
    6. Questa è dunque la prospettiva della Pūrva Mīmāṃsā, vale a dire del karma kāṇḍa o conoscenza del non-Supremo (aparabrahma vidyā).[↩]
    7. Il post mortem dei sādhaka, cit., pp. 114-115.[↩]
    8. Questi stati, anche quelli raggiunti durante la vita corporea, sono comunque transitori, poiché tali ‘realizzati’ ritornano costantemente dal samādhi alla veglia dopo le loro esperienze. Similmente i profeti delle religioni ritornano allo stato di veglia dopo la visione divina. Alcuni mantengono alcune tracce visibili a tutti del loro rapimento (jadhb) estatico, com’è l’esempio di Mosé irradiante dopo il colloquio con il suo Dio. Con la caduta del corpo, le ‘anime liberate’ s’avviano nuovamente verso il Brahmaloka percorrendo il devayāna. A meno che, nell’attuale vita corporea, non raggiungano la Liberazione finale.[↩]
    9. Ibid. pp.115-16. Questa è la prospettiva del jñāna mārga, della Brahma vidyā śaṃkariana.[↩]
    10. Questi due termini si riferiscono grosso modo all’ambito microcosmico e a quello macrocosmico.[↩]
    11. Ibid. p. 121.[↩]
    12. Ibid. p. 119.[↩]
    13. Ibid. pp. 124-125.[↩]
    14. Il Bramaloka è spesso menzionato al plurale, in quanto in esso sono compresi tutti gli altri cieli (loka) nella forma di sfere interne (maṇḍala). Espresso al singolare, il Brahmaloka è considerato il cielo supremo, dimora di Hiraṇyagarbha. È sorprendente la corrispondenza esatta con la cosmografia dantesca: dapprima i cieli sono considerati in modo distintivo per illustrare la via di salita verso Dio; in seguito, i cieli sono descritti in ordine inverso, compresi come un tutt’uno nell’Empireo, residenza di Dio.[↩]
    15. Ibid. pp. 125-126.[↩]
    16. Ibid. pp. 126-127.[↩][↩]
    17. BSŚBh IV.4.18.[↩]
    18. Appare qui evidente che quei deva ṛṣi o anime liberate che non desiderano riprendere un corpo,corrispondono, in qualche modo, ai profeti reggitori delle sfere nelle religioni monoteistiche, tenuto conto delle peculiarità che le distinguono per natura e portata dal sanātana dharma.[↩]
    19. ‘Forma’ qui non ha il senso limitativo che ha nel binomio nāma-rūpa, ma quello di ‘sua propria vera natura’ (svarūpa).[↩]
    20. Kārya Brahman. Si deve tener sempre presente che il Brahman non-Supremo è effetto (kārya) della māyā proiettata dall’ignoranza della mente dell’individuo e non da un inesistente Brahman-causa. Infatti, è espressamente dichiarato che il Supremo Brahman non può essere mai concepito come causa (kāraṇa) di alcunché. Infatti “la causa non è causa, poiché è il contenuto di una percezione erronea, e perciò cessa di essere tale quando l’errore viene rimosso” (MUGKŚBh IV.25).[↩]
    21. BS IV.4.19.[↩]
    22. Il Brahman qualificato è sottoposto, infatti, alla forma (rūpa [nonché al nome]), essendo un effetto della immaginazione della mente. Il Brahman Supremo è arūpin in quanto non è affatto sottoposto alla forma. La seconda ‘forma’, di cui nella citazione, è infatti il termine svarūpa che, a esso applicato, significa null’altro che ‘la sua vera natura’.[↩]
    23. BSŚBh IV.4.19[↩]
    24. Essa è infatti del tutto assente anche nelle dottrine dei diversi monoteismi.[↩]
    25. A. K. Coomaraswamy, Conoscenza e Morte secondo la Dottrina Indù. Katha Upanishad con il commento di Shrī Shankarāchārya, Milano-Trento, Luni Ed.,1998, pp. 175 e segg.[↩]
    26. Si tratta di una parafrasi di Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad II.3.1-3; il testo, tuttavia, non tratta del mukta, ma di tutt’altro, ossia della differenza che intercorre tra il sole (Virāṭ) e l’essere (Hiraṇyagarbha) che in esso risiede. Si tratta di un’altra forzatura operata da Coomaraswamy.[↩]
    27. Evidentemente Coomaraswamy non aveva letto la spiegazione che di questo passaggio upaniṣadico dà Śaṃkara: “Brahman, il Supremo Ātman ha due forme a causa della sovrapposizione con cui l’ignoranza definisce e concepisce il Supremo Brahman senza forma” (BUŚBh II.3.1). E, se non bastasse: “[Il Brahman] è immediatamente evidente, vale a dire eternamente splendente, in quanto è sempre della natura dello splendore, perché del tutto privo di manifestazione e di non-manifestazione, che sono rispettivamente prodotte da errata conoscenza e da assenza di conoscenza” (Māṇḍūkya Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya, III.36).[↩]
    28. È incredibile la reiterazione dell’uso di questa formula, concepita da Ivan Aguéli (‘Abdul Hādī Aqīlī)per tradurre liberamente Waḥdatul-Wujūd, del tutto inappropriata per significare il Supremo Brahman o, come in questo caso, il mokṣa.[↩]
    29. “Egli esclamò: «Ma, mio caro, come potrebbe essere così? Come potrebbe l’Essere nascere dal non-Essere? In realtà in principio esisteva solo l’Essere, uno senza secondo»” (ChU VI.2.2).[↩]
    30. In realtà l’Upaniṣad afferma: “Il non manifestato [avyakta, cioè prakṛti] è più alto di mahat [l’intelletto (buddhi) universale di Hiraṇyagarbha], il Puruṣa è più alto del non manifestato. Non c’è nulla più alto del Puruṣa. È il culmine, la meta suprema. (KU I.3.11).[↩]
    31. In realtà il sonno profondo è lo stesso Brahman Supremo. Sono gli ignoranti che considerano suṣupti uno ‘stato causale’, interpretato di volta in volta come il non-Supremo, Īśvara, prakṛti, māyā, Śakti; ma questo non ha nulla a che vedere con la metafisica advitīya: è la metafisica interpretata attraverso le lenti delle vie del non-Supremo.[↩]
    32. Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī, L’autentica dottrina di Śaṃkara sull’ignoranza, Milano, Ekatos Edizione Privata, 2019.[↩]
    33. Questo errore di interpretazione di vyaktāvyakta, poi, si ripercuote sulla fantasiosa concezione del ‘Principio Supremo’ [intendendo il Brahman] come se fosse l’insieme di manifestato e di non manifestato, di Essere e di non-Essere o di ‘possibilità di manifestazione e di non-manifestazione’. La śruti afferma: “Il non manifestato è al di là di mahat, il Puruṣa è più elevato del non manifestato. Non c’è nulla al di là del Puruṣa. Egli è il culmine, la meta suprema.” (KU I.3.11). Per capire con esattezza cosa significhi mahat, seguiamo il commento: “mahan ātman, è il principio più interno dell’intelletto di tutti gli esseri ed è mahan perché pervade tutti. Il principio chiamato Hiraṇyagarbha che è nato per primo dal non manifestato, la māyā, e che consiste di intelletto e attività è chiamato mahan ātman ed è più alto della buddhi” (KUŚBh I.3.10).[↩]
    34. È quanto afferma Ānanda K. Coomaraswamy chiosando a modo suo la Kaṭha Upaniṣad. Cit., p. 178.[↩]
    35. Kaṭha Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, I.3.11.[↩]
    36. Coomaraswamy, Ibid. p. 178.Come s’è già detto, il celebre storico dell’arte è affidabile quando esamina simboli e rituali. Non lo è affatto nel dominio della metafisica, in quanto per il suo attaccamento sentimentale alla forma del buddhismo singalese dovuto alla frequentazione familiare e giovanile con la Mahā Bodhi Sabhā, la Società Teosofica e il SadharanBrahmo Samāj, ha sempre nutrito un insanabile pregiudizio nei confronti di Śaṃkara e della sua dottrina.[↩]
    37. Non per nulla il mahāyāna è spesso messo in relazione al bhakti mārga.[↩]
    38. Coomaraswamy, Ibid. p. 177.[↩]

    9. La Bhāvana Upaniṣad

      La Bhāvana Upaniṣad

      Testo e Commento

      4. Vārāhī è la divinità padre e la propizia divinità Kurukullā è la madre.

      L’esatto significato di questa affermazione rimane oscuro. Bhāskararāya semplicemente riporta in modo dettagliato il riferimento testuale nel Tantrarāja Tantra (35, 3). Manoramā, il commento al testo del Tantra, cerca di spiegare brevemente le implicazioni suggerite nelle espressioni ‘padre’ e ‘madre’; la prima esprimerebbe la potenza di protezione dell’aspirante dall’insuccesso, la seconda sarebbe quella che provvede al neo iniziato qualsiasi cosa gli possa essere utile. Con ciò s’intende che tali poteri riguardano ‘ciò che porta a smarrirsi’ (“unmārgapravartikāśaktayah”), ciò che è creato dai fraintendimenti individuali (“atasmiṃstadbuddhim janayitvā”). Più avanti il testo mette in relazione la figura materna con il dharma che sostiene il discepolo, e la figura paterna con l’adharma in quanto agisce per difenderlo dai coinvolgimenti mondani. Il commento non aggiunge molto per far comprendere perché queste due divinità in particolare siano state scelte con la funzione di produrre il corpo umano e lo Śrī Cakra, e perché Vārāhī e Kurukullā siano rilevanti nella meditazione sullo Śrī Cakra.

      Si tratta di due divinità ben note a certi stregoni di villaggio, che le evocane soprattutto nel contesto di riti magici di tipo violento e malefico per espellere (uccāṭana) il nemico dal gruppo sociale, o provocargli la paralisi delle normali funzioni corporee (stambhana), e persino per ucciderlo (māraṇa). In ambiente iniziatico, in particolare della mano sinistra, queste due divinità figurano nei rituali tantrici di protezione del kula o del singolo sādhaka, soprattutto nelle regioni himalayane del Tibet e in Assam, associate ad altre Dee più importanti, come Tārā, Śabarī, Mahāmāyūrī, Marīcī, ecc. Ma queste ultime mai sono considerate tanto importanti da poter svolgere similmente la funzione di genitori primordiali.

      Delle due, Vārāhī figura frequentemente come la quinta (pañcamī) tra le ‘sette divinità madri’ (sapta mātṛkā, mātā iva) che sono: Brahmāṇī o Brāhmī, sposa di Brahmā, principio di manifestazione; Māheśvarī o Īśānī, sposa di Īśvara, principio di assoluta signoria, Kaumarīo Kārttikeyī, anche conosciuta come Māyūrī, sposa di Kumāra, principio di eterna giovinezza; Vaiṣṇavī, consorte di Viṣṇu, principio di espansione; Vārāhī sposa di Varāha, principio di restaurazione; Indrāṇī o Aindrī, sposa di Indra, principio di potere e Yamī, sposa di Yama, principio di morte. Quest’ultima sostituisce di frequente Chāmuṇḍā, che è il principio di distruzione dei demoni. Il Varāha Purāṇa, nella sezione che descrive la successione delle Mātṛkā ne elenca, invece, otto (aṣṭamātṛkā) includendo Yamī e aggiungendo Māhendrī per intendere Cāmuṇḍā1. Kurukullā figura meno di frequente, ma è annoverata come una delle nove divinità protettrici dell’organizzazione iniziatica (kuladevī) di coloro che seguono il tantrismo. Queste sono: Nārasiṃhī, Chāmuṇḍā, Vāruṇī, Kalāpī, Kurukullā, Nārāyaṇī, Kaumārī, Parājitā e Aparājitā. È anche inserita tra le sedici nityā divine e il Nityā Tantra le dedica un’intera sezione (paṭala). Lo Śrī Vidyārṇava Tantra la comprende tra le sapta mātṛka, dandone una connotazione di una certa importanza.

      Tantrarāja Tantra dedica la sua ventiduesima sezione a Kurukullā e la ventitreesima a Vārāhī. Si deve notare che il normale ordine seguito nei testi tantrici è quello di menzionare Vārāhī per prima e poi, in immediata successione, Kurukullā. Il Tantrarāja Tantra, nel capitolo VII, elenca Kurukullā e Vārāhī alla fine di una elaborata spiegazione delle sedici divine nityā che incominciano con Kāmeśvarī.

      Kurukullā è descritta nel commento di Bhāskararāya come la divinità preposta a ricevere le offerte per le divine nityā. Il commentatore spiega, così, che ella è indifferenziata (apṛthagbhūta) da ognuna delle nityā. Invece Vārāhī è considerata come parte importante (aṅga bhūta) delle sedici divine nityā e come distribuita tra esse. Le sedici nityā rappresentano i sedici digiti della luna che culminano nel plenilunio e di cui lo Śrī Cakra è un simbolo. Kurukullā simboleggia la luna piena in quanto è colei che è beatamente satura di offerte ricevute. Invece Vārāhī rappresenta la luna nuova nel suo aspetto minaccioso: infatti vārāha significa divoratore. Questo è il motivo per cui Manoramā descrive Kurukullā come responsabile della distribuzione dei doni (abhimatapradā) e Vārāhī come ‘colei che paralizza’ (staṃbhanakarī). Infatti nei rituali tantrici Vārāhī è invocata per paralizzare il nemico (staṃbhana)2 e Kurukullā è invocata per ‘esaudire ogni desiderio’ (sarvābhīṣṭa samsiddhyaisulabho’yam)3.

      Bhāskararāya ipotizza che Vārāhī rappresenti le ossa, ovvero le parti solide del corpo, che il figlio riceve dal padre, e Kurukullā rappresenti carne, midollo, grasso ecc., vale a dire le parti morbide ricevute dalla madre. In altri contesti, come per l’āyurveda, per esempio, si afferma, invece, che ossa, muscoli, sangue e grasso derivino dal principio femminile (Śakti), mentre il midollo, lo sperma, il respiro e la forza dal principio maschile (Śiva). Tuttavia il commentatore alludeva a un concetto tantrico della costituzione del corpo, diverso da quello della scienza medica tradizionale. In ogni caso egli identifica con chiarezza i principi di ‘padre’ e ‘madre’ con la costituzione corporea del devoto. Se ci si chiede per quale motivo ‘padre’ e ‘madre’ del corpo debbano essere due divinità femminili, la ragione va cercata nel fatto che l’aggregato grossolano ha una componente di potenza maggiore delle altre costituenti dell’aggregato individuale. Tuttavia il commentatore sottolinea in modo chiaro e significativo che la ‘figura paterna’, Vārāhī, è sì una divinità femminile, ma con muso da cinghiale maschio, essendo armato di zanne.

      Effettivamente Vārāhī simbolizza prakāśa (illuminazione, irraggiamento) del principio maschile (Śiva) e Kurukullāil vimarśa (volontà), aspetto del principio femminile (Śakti). Il primo è rappresentato dal punto centrale (bindu) nello Śrī Cakra e il secondo dal triangolo (trikoṇa) che lo contiene. Bisogna ricordare che il triangolo è l’espansione o la volontà del punto centrale. Avendo assunto una forma concreta dotata di dimensioni (sakala), il triangolo è tale da poter ricevere l’attenzione dell’iniziato. Ci sono diversi riferimenti a Kurukullā considerata come volontà. Nel Lalitā Sahasranāma il nome Kurukullā è riferito come attributo diretto della Dea Madre suprema (I.144). Il commento di Bhāskararāya aggiunge che questa divinità risiede nel pozzo della volontà (vimarśā maya vāpyām), che si trova nella città sacra (Śrī Pura, cioè lo Śrī Cakra) cinta dai bastioni del senso dell’ego (ahaṃkāra) e della coscienza individuale (citta).

      Fuori dal contesto della descrizione dello Śrī Cakra, è necessario ora fornire alcune informazioni su queste divinità. Vārāhī, chiamata anche Pañcamī e Vārtālī, è dunque elencata tra le sette madri divine (sapta mātṛkā) e rappresenta il potere del Varāha, avatāraṇa di Viṣṇu in forma di cinghiale. Vārāhī. È iconograficamente raffigurata come una dea con la testa di cinghiale (kolāsyā), con tre occhi e otto braccia che reggono un disco, una conchiglia, un loto, un cappio, una mazza, un aratro in sei mani; le altre due mani mostrano gesti di rassicurazione dalla paura (abhaya) e di generoso esaudimento di doni (varada). È assisa sull’aquila sacra a Viṣṇu, il Garuḍa o, alternativamente, su una tigre, un leone, un elefante o un cavallo. Nel Tripurā Siddhānta si afferma che è in questa forma che la Devī apparve al celebre iniziato tantrico Varāhānanda Nātha. Nei testi è descritta con un aspetto terrifico (mahāghorā mahābhīmā bhairavī), con terribili zanne, ma, al tempo stesso, sorridente in modo affascinante, invincibile, infondendo fiducia e vittoria al suo devoto. Nei riti tantrici apotropaici, la sua invocazione è prescritta per indurre paralisi, incoscienza, involontario stupore, distruzione, impedimento e attrazione.

      Vārāhī, in Śrī Vidyā, è identificata con il comandante (daṇḍa nātha) delle armate della Dea Madre e anche come la sua consigliera principale (mantriṇī). Nei Tantra è anche rappresentata come la dea tutelare di colore fosco (Rājaśyāmalā). In qualità di comandante dell’esercito è dipinta sopra un carro tirato da cinghiali.

      Vārāhī è anche una delle yoginī, ossia un’attendente della Devī, in forma di cinghiale perché è ben noto lo spericolato coraggio del cinghiale selvaggio, in particolare quello della madre quando deve difendere i suoi cinghialini. Nel mito tantrico è Vārāhī che sollevò la terra con le sue zanne portandola alla superficie dell’oceano primordiale per procurare a tutte le creature un luogo solido su cui vivere. A volte è descritta come la moglie (kāntā) di Viśvakṣena, capo degli eserciti di Viṣṇu. Ma è più usuale considerarla come la potenza (śakti) di Viṣṇu stesso in quanto Varāha avatāra. Il Mārkaṇḍeya Purāṇa narra che quando la Devī uscì per combattere i demoni malvagi, la accompagnarono le śakti emanate da tutti gli Dei. È in quell’occasione che le sette mātṛkā assunsero allora le loro forme. La potenza di Viṣṇu che accompagnò la Devī in quelle gesta fu proprio Vārāhī.

      Kurukullā è rappresentata come una dea di una categoria inferiore rispetto a Vārāhī, avendo l’unico ruolo di ricevere le offerte dei devoti (balidevatā). Nell’iconografia è descritta con il corpo rosso, nuda, con capelli sciolti e scarmigliati, occhi arrossati per ubriachezza, esultante, e con quattro mani che portano un arco e una freccia, un tridente (triśula) e un cappio4. E’ invocata quale antidoto al veleno, in special modo contro morso del cobra. È decantata come madre dell’universo o più direttamente come la forma materiale stessa dell’universo (Virāṭ) composta dei tre guṇa (sattva, rajas e tamas). Quando è oggetto di adorazione, la si immagina circondata e protetta dalle sue śakti (āvaraṇa devatā), in particolare dai quattro spiriti del recinto, frementi di passione, eccitamento e gioia. La sua formula di invocazione completa è di venticinque lettere ed è conosciuta come trikhaṇḍā, composta di tre sezioni. Anche Kurukullā è una divinità sostanziata di essere, coscienza e beatitudine (saccidānanda vigrahā). È associata principalmente a Tārā, per cui si dice che con la sua barca traghetti il devoto oltre l’oceano delle trasmigrazioni.

      Varahi Devi and Kurukulla
circa 1830. Mandi, India.

      Le due figure genitoriali, Vārāhī e Kurukullā, sono spesso meditate congiuntamente, e allora le si visualizza sedute sulla riva dell’oceano di succo di canna da zucchero (ikṣusāgara). Vārāhī siede tenendo di fronte a sé la Dea Madre Lalitā, che tiene corte nell’isola dei nove gioielli (navaratna dvīpa5) circondata dai quattro oceani di cui si parlerà di seguito. Invece Kurukullā dà loro le spalle, rivolta com’è al devoto.

      5. I fini della vita sono gli oceani.

      Bhāskararāya, nel prologo al suo commento a Nityā Ṣoḍaśikārṇava, scrive: “L’unico fine della vita umana qui, che tutti ugualmente desiderano, è certamente il piacere. Ma il piacere ha due aspetti: artificiale e naturale. Sono rispettivamente designati dalle espressioni amore per il piacere (kāma) e libertà dalla schiavitù fenomenica (mokṣa). Il mezzo per ottenere entrambi è una vita virtuosa (dharma), e il mezzo per avere una vita virtuosa è il benessere (artha). Quindi il benessere è desiderato da tutti. L’uno conduce all’altra. Gli obiettivi sono solo quattro e sono gerarchicamente sovrapposti. La libertà dalla schiavitù fenomenica (mokṣa), essendo beatitudine della propria natura, è il più alto e migliore dei fini; e questo non va contro l’affermazione nel Kalpasūtra: “La riflessione sul proprio Sé è il fine degli uomini”.

      I fini della vita umana (puruṣārtha) sono tradizionalmente quattro: la vita in accordo con le ingiunzioni scritturali e le norme sociali (dharma); il benessere per soddisfare le normali attività e doveri (artha); la fruizione dei piaceri della vita (kāma); la Liberazione dalla prigionia della trasmigrazione (mokṣa). Gli esseri intelligenti li ritengono i valori della loro vita. Tutte le aspirazioni umane, gli impulsi e i comportamenti sono ordinatamente e adeguatamente compresi in queste quattro categorie. I fini sono qui denominati oceani poiché questo termine è un’espressione simbolica per il numero quattro (catussāgara); ma sono anche paragonati agli oceani per la loro inesauribile massa e imponderabile profondità (teṣām agādhāpāravistāratvāt). La parola sāgara (oceano) è anche usata per il conteggio più alto dei numeri: viṅda, kharva, nikharva, śaṃkha, padma e sāgara, ognuno di questi accresce di dieci volte la quantità precedente6.

      I quattro fini delimitano l’esistenza e la condotta degli esseri umani, sia come individui sia riuniti a gruppi, come i quattro oceani segnano i limiti dell’estensione terrestre. Nell’immaginario mitico, i quattro oceani sono: l’oceano di succo di ‘canna da zucchero’ (ikṣu) situato a ovest; l’oceano di ‘vino’ (irā) a sud; l’oceano di ‘burro chiarificato’ (ghṛta, ghī) a est e quello di ‘latte’ (kṣīra) a nord, corrispondenti rispettivamente a dharma, artha, kāma e moksha.

      Il corpo umano inteso come un’isola nel mezzo di queste acque è l’argomento del prossimo verso (vākya). Queste acque oceaniche rappresentano in jīva che risiede nel corpo, associato ai risultati ottenuti con la pratica iniziatica svolta per realizzare i quattro fini della vita. La relazione tra queste acque e le figure genitoriali primordiali descritte nel precedente vākya è che Vārāhī e Kurukullā sono considerate guardiane delle rive (tīrapālikā). Vārāhī, la figura paterna, siede sulla riva guardando in direzione della grande Devī che regna sull’isola e sulle acque, e Kurukullā di fronte all’iniziato. Vārāhī orienta i fini nella direzione della Devī, mentre Kurukullā coinvolge la stessa Devī nella realizzazione dei fini della vita. La prima guida verso la più alta meta, la liberazione (mokṣa); la seconda conduce verso la fruizione delle gioie dell’esistenza (bhoga).

      È opportuno ricordare che i Tantra non disprezzano il valore dei piaceri della vita. Danno uguale importanza a tutti i quattro puruṣārtha perché è la stessa Dea Madre che ha voluto porre nell’essere umano non solo il corpo, l’isola, ma anche i fini della vita, gli oceani. Quindi le tendenze rappresentate da Vārāhī e Kurukullā sono tra loro inseparabili. Le rispettive funzioni sono complementari, sebbene le direzioni a cui conducono siano opposte. Per questa ragione queste due divinità sono invocate insieme.

      1. La scheletrica Cāmuṇḍā, sterminatrice di demoni, è considerata spesso una divinità pericolosa da evocare; per questa ragione è spesso sostituita da una Dea meno terrifica.[↩]
      2. L’azione protettiva per il dīkṣita e paralizzante per le influenze avverse avviene per mezzo della fascinazione. Il mantra usato per l’incantesimo è Oṃ vārāhyai namaḥ.[↩]
      3. Anche Kurukullā agisce per fascinazione. Il mantra che produce beatitudine, usato per l’incantesimo, è Oṃ Kurukulle Hrīḥ Svāhā.[↩]
      4. Nella sua forma più benevola il cappio è sostituito da un fiore di loto.[↩]
      5. Si tratta del cielo supremo che le Upaniṣad chiamano Brahmaloka, la tradizione vaiṣṇava Vaikuṇṭhae quella śaiva Kailāsa.[↩]
      6. La numerazione decimale usata nei Purāṇa è, infatti, la seguente: eka 1; daśa 10; śata 100; sahasra 1.000; ayuta 10 000; niyuta 100.000; prayuta 1.000.000; arbuda 10.000.000; nyarbuda 100.000.000; vṛnda 1.000.000.000; kharva 10.000.000.000; nikharva 100.000.000.000; śaṅkha 1.000 000.000.000; padma 10.000.000.000.000; sāgara 100.000.000.000.000. Queste grandezze sono state usate soprattutto per calcolare la durata dei cicli cosmici.[↩]

      55. Imperialism against the Holy Empire

        55. Imperialism against the Holy Empire

        Emperor Charles V of Habsburg had inherited the immense territories of the Kingdom of Spain, as well as the not inconsiderable fiefdoms of the House of Austria and Burgundy. The territories of the Kingdom of Spain included the new Spanish conquests in the two Americas1. In 1519 he was elected Emperor, crowned King of Germany and then King of Italy, thus becoming the legitimate ruler of the entire Catholic world2. The Holy Roman Empire still nominally included France and England; for this reason also Francis I of France and Henry VIII Tudor, presented their candidature for the Imperial election3. Charles V, bred in Burgundy to the most rigorous principles of the Catholic religion, grew up following the example of justice and knightly loyalty. Elected Emperor, he decided to restore the Holy Roman Empire according to the ideals of his medieval predecessors4. This time the Papacy, in the midst of a moral crisis and in difficulty after the emergence of new heresies, no longer stood in the way of the project; on the contrary, it found in the Empire its natural protector, finally recognising its traditional function opportunistically5.

        Times had changed, however. The feudal structure no longer responded to the principles of loyalty and chivalry and the most powerful feudal lords looked with envy at the Kings of France and England who had taken so much freedom from the Empire. Every prince of Germany dreamed of obtaining autonomy, if not real independence from the Empire. The unity of the Empire was guaranteed by the homogeneity of the Catholic religion and complementarity with the Church of Rome. This medieval ecumene, despite the papal conspiracy to take temporal power from the emperors, had always, at least formally, been maintained. In order to implement the project of a German nation state it was therefore necessary to break up the unity of the Empire and religion at the same time6. As has already been clearly demonstrated, the great German feudal lords unscrupulously used Luther’s subversive action; once they had achieved this, they set the rebel monk aside during his last years of life. Luther too, with great opportunism, betrayed the peasants’ revolt in order to side with the forces of repression. Lutheranism thus became the ideology of German nationalism, like Calvinism for the Dutch and Anglicanism for the English. In this way the barbarian peoples definitively separated from Rome.

        * * *

        The Tudor dynasty installed itself on the throne of England following the conclusion of the great slaughter of royal and aristocratic families during the War of the Two Roses. Henry VII (1457-1509), encamping rights to the throne for a certain maternal lineage and thanks to a marriage of convenience, declared that he had unified the Two Roses; he even claimed to be a direct descendant of King Arthur. He went down in history for his fight against the ancient aristocracy, which he began to replace by ennobling some bourgeois7 and for having institutionalised the Royal Navy8. His successor has already been discussed on these pages. Henry VIII, had carefully observed the Protestant phenomenon that was beginning to shatter the unity of Europe. He clearly understood that this secular religiosity was a cover for the new German nationalistic spirit. The secularisation produced by the Reformation promoted total independence from the papacy9 and the nationalistic spirit aimed at the disintegration of the Holy Roman Empire. It was a matter of separating itself from what remained of the ‘two Suns’ of the Christian Middle Ages.

        Apart from his immediate lascivious intents, Henry VIII called Anglicanism his heresy to indissolubly unite the new pseudo religion with English nationalism: thus, those who were not Anglican automatically appeared to be anti-English. On the death of the sovereign he was succeeded by his legitimate daughter Maria I Tudor, whom the Protestant propaganda manoeuvred by Elizabeth I called and still calls Bloody Mary (1516-1558)10. On the premature death of Mary I, the throne of England, Wales and Ireland passed to Elizabeth I. The validity of this succession is weighed down by the fact that Elizabeth had been declared illegitimate daughter not only by the Pope, but also by the Anglican Archbishop of Canterbury, Thomas Cranmer11. It was the Anglican parliament that imposed Elisabeth as Queen, in omission of the laws of succession.

        Elisabeth immediately demonstrated a despotic nature and an unscrupulous mind, capable of any cunning. She restored the Anglican “church”, giving herself new powers of control over her “religion”. Aware of the inferiority of the English navy in comparison with the powerful Spanish imperial fleet12, she hired pirates to exhaust her continental enemies. She invented the institution of the rush war, with which the sea-thieves could freely strike the ships of rival countries, having the privilege of taking refuge in her ports in exchange for a large percentage of the loot. Obviously, when they succumbed in the clashes, the crown did not recognize the corsairs as English mercenaries. Some of them, at the end of their careers, were officially integrated into the English navy as admirals and ennobled, as happened to Francis Drake, Henry Morgan and to Walter Raleigh, the unfortunate imitator of the Spanish conquistadores13; the latter was also one of the many lovers of the “virgin” Queen.

        The masterpiece of the Elizabethan reform was the foundation of the secret services, the Intelligence, to which Francis Bacon, one of the creators of the hermetic-qabbalistic legend about Elizabeth14, put all his cleverness. Until that moment the states were equipped with information services along the lines of those used by Rome since the Republican era15. Elizabeth structured her intelligence in such a way as to infiltrate internal16 and foreign centres of power on a permanent basis. The apparatus, vast and very expensive, operated through corruption, slander, political assassination, blackmail, incitement to rebellion, propaganda as an instrument for changing the common mentality. The organisation at home was lean and efficient and the Bacon brothers also founded a secret archive17.

        The propagation environment chosen for this legalised criminal organisation was precisely the pseudo-initiatic convents of hermetic-qabbalistic magic matrix18 that were spreading throughout Europe, including Turkey. Aware of her military weakness, the Queen and her government needed peace to put in motion their plan to secretly corrode rival states from within. The peace plan was not entirely successful, both at home and abroad, but it was enough to prepare the imperialist ideology that became successful later in the 19th century. The Empire was a sacred concept, of Roman descent and identified with Christianity. All Christians identified the temporal and sacred authority in the Emperor, who, by successive delegations, guaranteed the freedom and security of all their subjects. Although the papacy had continually hindered the implementation of that ideal for earthly ambitions, the Empire had nevertheless guaranteed its continuity and the recognition of spiritual authority. Imperialism, on the contrary, is the ideology of a single nation that tends to subjugate the others through war, economy, trade, finance. The imperialist nation, in this case England or Great Britain, subjugates other nations by turning them into colonies and their citizens into second-class subjects. The Empire of Charles V, and later the Imperial Spain of Philip II, acknowledged the total autonomy of the newly conquered kingdoms, which were united under the same Crown. The subjects of each kingdom had guaranteed the same rights as the subjects in Europe under the laws of Burgos (1512), Valladolid (1513) and Valladolid (1551). Moreover, the administrators that Spain sent to the New World, at the end of their term of office, were obliged to undergo a trial, the Juicio de residencia, in which they had to justify their choices. Historically, there have been a number of convictions; however, although abuses were committed, it seems to us that the current corrupt democratic regime system, to which nowadays almost the whole world is subjected to, has no right to criticize the past. 19. Imperialism is therefore a doctrine of exploitation, and is only a caricature of an Empire.

        As is known from the previous studies, Renaissance Christian hermeticism and qabbalah were completely devoid of any initiatory transmission. However, they provided the occultist with a complex and often contradictory apparatus of symbols, allegories and legends. To receive a proper education, the German, French, Spanish and Dutch humanists went to Italy, to the various hermetic Academies. This did not happen during the English Renaissance, because when this interest emerged the Renaissance fashion in Italy was in full decline. Therefore, the legend created by the propagandists of the Elizabethan regime scarcely referred to the memory of Greek-Roman classicism. It was therefore necessary to draw inspiration from Celtic sagas. The demons that the Elizabethan hermetists evoked were no longer the resurrected Olympic Gods, but goblins, ghosts, fairies, elves and witches, in a pre-Ossianic climate.

        Elizabeth herself, although sometimes classically referred to as Astræa20, was referred to the people as the Fairy Queen21, wrapped in a halo of mystery and magic22. The Queen, head of the Anglican church, appeared at the same time as a phantasmatic presence, symbol of a renewal of the whole world. Evil was therefore in the other ban, represented by the Pope, the Empire and the Kingdom of Spain23. The English parody stood against the Western tradition, protecting and plotting together with the Lutheran and Calvinist principles of the continent. At the same time the Christian qabbalah24 painted Elizabeth as a new Judith, ready to behead Holofernes, the Catholicism. The peoples of the British Isles themselves, although in constant struggle between each other, were identified with the ten lost tribes of Israel25.

        The ideologist of the magical esotericism of the Elizabethan regime was John Dee (1527-1608), preceptor of the first Earl of Leicester. A careful reader of Llull, Ficino, Pico, Reuchlin and Zorzi, he was particularly attracted by Agrippa’s De occulta Philosophia. He did not develop an original thought, but adapted Agrippa’s hermetic-qabbalistic magic to the environment that was forming around Elizabeth I, fueling the arcane legend that was being built on the Queen. Dee can really be defined as the inspirer of the new Anglican imperialist mysticism. Although his influence at court was truly enormous, some members of his secret circle began to distance themselves from him. Christopher Marlowe (1564-1593) certainly managed to understand what John Dee’s true personality was: his Doctor Faustus is clearly a portrait of Dee, whose disturbing witchcraft and evocative tendencies he displayed. Similarly, his The Jew of Malta is a courageous denunciation of the magic that was hidden behind the facade of the Christian qabbalah26. There is no doubt that Marlowe’s tragic death was piloted by the Elizabethan secret services to silence him for good.

        From 1583 to 1589 John Dee went to the German territories of the Empire to carry out a secret mission with Edward Kelley, a blower and ghost-shooter medium. The occultist couple sowed the seeds of a Protestant alliance between hermetic-qabbalistic secret societies led by the British kingdom. They even managed to make contact with Emperor Rudolph II, an alchemy enthusiast. However, the Emperor always remained cautiously suspicious of them. The mission at the time seemed to have failed27 and Dee, having returned to England, fell into disgrace. The Queen abandoned him and he died forgotten and in misery. However, the poisonous seed had been shed, as will be read in the next chapter.

        Maria Chiara de’ Fenzi

        1. Overseas territories had been repeatedly declared metropolitan territory, with the guarantee of Spanish citizenship for all, including indigenous people. For this reason, it is totally incorrect to define these territories as colonies, as did England’s propaganda which was the first real European colonialist state. Right up to the present day, England has continued to refer the countries that it had enslaved to it Colonies or Dominions.[↩]
        2. We remind the reader that at that date the Lutheran, Calvinist and Anglican heresies, which later shattered the Catholic world, had not yet appeared.[↩]
        3. Henry VIII withdrew his candidature. Instead Francis I of France suffered electoral defeat, brooding until his death a morbid animosity towards the Emperor Charles and, as a consequence, for everything that was Imperial. It should be added, however, that, since the end of Middle Ages, the affiliation of France and England to Empire was purely formal. Whenever each sovereign saw the opportunity of some personal gain, they would declared themselves part of the Empire, as in the case just mentioned; otherwise they considered themselves completely autonomous and independent. In any case, the moral prestige of the Imperial title still remained unchanged and it was universally respected.[↩]
        4. While the Holy Roman Empire still had an immense spiritual prestige, it is however necessary to point out that due the destruction of the Order of the Temple, it only remained only as an exoteric institution. If by chance, the post-medieval Emperors received some sporadic initiation, this was given to them in a completely personal capacity.[↩]
        5. However, one must distinguish the treacherous behaviour of the elected popes of the Medici faction from all the others. In fact, the former were advocates of the change of mentality during the Renaissance, and, more or less secretly, they favoured the policy of the King of France. The other popes, on the other hand, expressed a real contiguity to the imperial ideals of Charles V. As will be seen, the latter became the object of ruthless anti-Catholic criticism which still today depicts them as corrupt (Claudio Rendina, The Popes. History and Secrets, Rome, Newton Compton, 1987, p. 602-603). The only source of this defamation, in particular against the Borgia family, was the Liber notarum of Canon Johannes Burckhardt (1450-1506), thief, moneylender and head of the German community in the city. He also made use of the gossip passed on to him by his companion, the pornographer Stefano Infessura.  The preposterous annotations of the Liber pleased enormously all the future Protestant sects who used it for their anti-Catholic propaganda. This malignant fabrication is stupidly accepted and still transmitted today by Catholic historians and even by parts of the Vatican high hierarchy.[↩]
        6. To tell the truth, more than five hundred German princes succeeded in their project of detaching themselves from the Empire, but they had to wait until 1871 to have a united Germanic nation.[↩]
        7. Among them there were the Buckinghams, the Burtleys and Crommwells and other rich merchants who, following the example of the Medici of Florence, leapt from nothing into the limelight of history.[↩]
        8. At the end of his life, the English fleet consisted of about fifty ships. At that time, it was a completely insignificant number. Back then the Venetian, Turkish, Portuguese and Genoese fleets were composed of hundreds of ships. In Venice a galley was built, equipped and armed in twenty-four hours. Only at the end of 1500 the Spanish fleet surpassed the Venetian one; the English fleet, in the same period, although much stronger than before, still remained well below the size of those two fleets of the Catholicity.[↩]
        9. Two centuries earlier Philip the Fair, moved by insatiable greed, spinned out an elaborate web of lies in order to seize the treasures of the Templars. In the same manner the separation from Rome allowed also the Tudors to become rich by seizing the centuries-old movable and immovable property of all the churches, monasteries and convents that were present in their lands. This colossal sacrilegious thievery served later as an example to the supporters of the French Revolution, of all the secular and liberal regimes of the 19th century, such as the Italian ‘Risorgimento’, the Germany of Bismarck, as well as the Communarde France, up to the Russian Bolshevik Revolution and all the countries that were, and still are, devastated by Communist regimes.[↩]
        10. According to the Book of the Martyrs by the fanatic Protestant John Foxe (1516-1587), the Catholic restoration attempt, undertaken by Queen Mary, caused the death of 274 Anglicans. On the other hand, the Anglican counter-restoration of Elizabeth I alone killed more than eight hundred lay people and 160 priests among the Catholics. As William Corbett demonstrates, during her reign Elizabeth alone caused more deaths than the whole Inquisition in all its history (History of the Protestant Reformation in England and Ireland, London, Charles Clement, 1824). But the Protestants call Bloody only Mary I![↩]
        11. Elizabeth was in fact a natural daughter. After the repudiation of Queen Catherine of Aragon by the King, that was never accepted by the Catholic Church, and after the annulment of marriage between Henry VIII and Anne Boleyn performed by the newly born Anglican “church”, the legitimacy of Elizabeth’s succession seems untenable.[↩]
        12. Everyone knows the unfortunate expedition of the Felicissima Armada (it was renamed “Invincible” for mockery by the English propaganda). The Spanish defeat, caused by the sudden death of the invict Admiral Don Álvaro de Bazán Marquis de Viso, resulted in the loss of twenty-nine ships due to a storm, two captured by the English and ninety-nine returned to Spain. Nobody knows, however, that the following year, in 1589, Elisabeth sent a “Counter Armada” of 180 ships to invade Spain. The battle took place off the coast of Lisbon. It ended with a bitter English defeat: almost fifty ships were either destroyed or captured. The power of English propaganda![↩]
        13. The conquest of the territory that he baptized Virginia in honour of his mistress lasted less than a year.[↩]
        14. It was also important the contribution of the Queen’s private adviser, William Cecil, who took care of the financial administration as Lord High Treasurer. Stevan Dedijer, The Rainbow Scheme. British Secret Service and Pax Britannica, 3.10.2020.[↩]
        15. The Roman information services were first called frumentarii, speculatores and, under the Empire, agentes in rebus. Throughout the Middle Ages, the activities of the information services followed the rules of chivalry. This behaviour was also maintained in Europe during the French Revolution: it can be said that the first sensational criminal activity of the Napoleonic secret services was the case of the Duke of Enghien.[↩]
        16. The Elizabethan secret service hired Giordano Bruno with the cover name of Henry Fagot. The defrocked Dominican, occultist and sorcerer, infiltrated those circles where English Catholics were hiding in order to avoid the death sentence. The spy, first in Paris among English exiles, and then in England, easily posed as a Catholic cleric. In this way, he delated and sent dozens of Catholics to death. The charge he was sentenced to death for in Rome in 1600 was that of anti-Catholic espionage. And, recently, there have even been some obtuse popes who have apologized for that dutiful condemnation! John Bossy, Giordano Bruno and the Embassy Affair, Yale, Yale University Press, 2002.[↩]
        17. This explains Great Britain’s long lasting prominence on the world scene, even now that it is reduced to a power of second or third order.[↩]
        18. This peculiarity remained and strengthened over the last three centuries.[↩]
        19. (Maria José Collantes de Teràn de la Hera, “El juicio de residencia en Castilla a través de la Doctrina Juridica de la Edad Moderna”, Histora, instituciones, documentos, n. 25, 1998, pp. 151-184).[↩]
        20. The Greek Goddess who guaranteed justice during the reign of Cronos in the Golden Age.[↩]
        21. Edmund Spenser, the author of the poem The Fairy Queen was a member of the mysterious “School of Night”, an “esoteric” circle led by Walter Raleigh and among its members there were Christopher Marlowe, George Chapman, Matthew Roydon, John Dee, William Shakespeare and Thomas Harriot.[↩]
        22. Actually, this legend remained only on paper and confined to the court. Only in the Victorian era with the Romanticism and, more recently, with the scholars of the Warburg Institute, the legend of the Elizabethan Golden Age was propagandized. The aim was to magnify nineteenth-century British Protestant imperialism.[↩]
        23. The Habsburgs of Austria and Spain guaranteed for a century the identity between the Holy Roman Empire and the kingdoms of the Spanish crown.[↩]
        24. Elizabethan propaganda greatly denounced the inhuman expulsion of the Jews from Spain in 1492. It constantly accused the Spanish monarchy of forcing the Jews into conversion or exile. However, the Jews who escaped from Spain and passed through England they all moved on to Amsterdam. Almost none remained in England. The only one who officially remained was Roderigo Lopez, who became the queen’s doctor and who later was put to death on suspicion of witchcraft and of having tried to poison Elizabeth. In fact, even in England since 1292 the practice of the Jewish religion was forbidden. (Frances A. Yates, Cabbala e Occultismo nell’età elisabettiana, Turin, Einaudi, 1982, pp. 138-145). But in the books, it’s only mentioned the expulsion from Spain. How many Jews left Spain and went into exile? About fifty-thousand out of two hundred thousand. One hundred and fifty thousand Jews preferred to apostate rather than sell their properties in Spain (Julio Cao Baroja, Los judios en la España moderna y contemporanea, 3 vols. Madrid, Isthmus, 1986).[↩]
        25. It should not be forgotten that the Christian Qabbalist Friar Francesco Zorzi had fraudulently found support in the Old Testament for the divorce of Henry VIII Tudor.[↩]
        26. The Catholic Shakespeare, on the other hand, tried to get away with it: in his Merchant of Venice you can recognize a criticism of the Christian qabbalah of the Venetian Zorzi; instead in the Tempest he characterize with benevolence the hermetic magician Prospero.[↩]
        27. In the same manner Elizabeth’s myth and her imperialistic project failed. If the Spanish Empire lasted three centuries, British imperialism in America was a real failure. As soon as England had established with an iron fist its first colonies in North America the revolution broke out and ended with the founding of the United States. Great Britain was left with only Canada, which in any case only became British possession in 1763.[↩]

        55. Imperialismo contro il Sacro Impero

          55. Imperialismo contro il Sacro Impero

          L’Imperatore Carlo V di Absburgo aveva ereditato gli immensi territori del Regno di Spagna, oltre ai non trascurabili feudi della casa d’Austria e di Borgogna. Nei territori del Regno di Spagna erano comprese le nuove conquiste spagnole nelle due Americhe1. Nel 1519 egli fu eletto Imperatore, incoronato Re di Germania e, poi, d’Italia, diventando così il legittimo sovrano dall’intera cattolicità2. Il Sacro Romano Impero comprendeva ancora nominalmente anche Francia e Inghilterra; per questa ragione anche Francesco I di Francia ed Enrico VIII Tudor, presentarono la loro candidatura all’elezione imperiale3. Carlo V, allevato in Burgundia ai principi più rigorosi della religione cattolica, crebbe seguendo l’esempio della giustizia e della lealtà cavalleresca. Eletto Imperatore, decise di restaurare il Sacro Romano Impero secondo gli ideali dei suoi predecessori medievali4. Questa volta il Papato, in piena crisi morale e in difficoltà dopo l’insorgenza delle nuove eresie, non frappose più ostacoli al progetto; anzi trovò nell’Impero il suo naturale protettore, finalmente riconoscendone opportunisticamente la funzione tradizionale5.

          I tempi erano, però, cambiati. La struttura feudale non rispondeva più ai principi di fedeltà e cavalleria e i feudatari più potenti guardavano con invidia i Re di Francia e Inghilterra che tanta libertà si erano presi nei confronti dell’Impero. Ogni principe di Germania sognava di ottenere l’autonomia, se non una vera e propria indipendenza dall’Impero. L’unità dell’Impero era garantita dalla omogeneità della religione cattolica e dalla complementarietà con la Chiesa di Roma. Questa ecumene medievale, nonostante la logorante cospirazione del papato per sottrarre potere temporale agli Imperatori, si era sempre, almeno formalmente, mantenuta. Per attuare il progetto di uno stato nazionale tedesco si doveva dunque disgregare a un tempo l’unitarietà dell’Impero e della religione6. Come si è già chiaramente dimostrato, i grandi feudatari tedeschi utilizzarono senza scrupolo l’azione eversiva di Lutero; una volta raggiunto lo scopo, accantonarono il monaco ribelle durante i suoi ultimi anni di vita. Anche Lutero, con grande opportunismo, tradì la rivolta dei contadini per mettersi dalla parte delle forze di repressione. Il luteranesimo divenne dunque l’ideologia del nazionalismo tedesco, come il calvinismo per quello olandese e l’anglicanesimo per quello inglese. In questo modo i popoli barbari si separarono definitivamente da Roma.

          * * *

          La dinastia Tudor si installò sul trono d’Inghilterra a seguito della conclusione della grande mattanza di famiglie reali e aristocratiche della Guerra delle Due Rose. Enrico VII (1457-1509), accampando diritti al trono per una certa discendenza materna e grazie a un matrimonio di convenienza, dichiarò di aver unificato le Due Rose; pretese perfino di essere discendente diretto di re Artù. Passò alla storia per la sua lotta contro l’antica aristocrazia, che cominciò a sostituire nobilitando dei borghesi7 e per aver istituzionalizzato la Royal Navy8. Del suo successore si è già trattato su queste pagine. Enrico VIII, aveva osservato con attenzione il fenomeno protestante che incominciava a squassare l’unità dell’Europa. Comprese con chiarezza che quella religiosità laica faceva da copertura per il nuovo spirito nazionalistico tedesco. La secolarizzazione prodotta dalla Riforma promoveva la totale indipendenza dal papato9 e lo spirito nazionalistico puntava alla disgregazione del Sacro Romano Impero. Si trattava di separarsi proprio da ciò che rimaneva dei ‘due Soli’ del medioevo cristiano. Indipendentemente dai suoi lubrichi fini immediati, Enrico VIII chiamò anglicanesimo la sua eresia per unire indissolubilmente la nuova pseudo religione al nazionalismo inglese: così chi non era anglicano appariva automaticamente antinglese. Alla morte del sovrano gli successe la figlia legittima Maria I Tudor che la propaganda protestante manovrata da Elisabetta I chiamò e chiama tuttora Maria la Sanguinaria (1516-1558)10. Alla prematura morte di Maria I, il trono d’Inghilterra, Galles e Irlanda passò a Elisabetta I. Sulla validità di questa successione pesa il fatto che Elisabetta era stata dichiarata figlia illegittima non solamente dal papa, ma anche l’arcivescovo anglicano di Canterbury Thomas Cranmer11. Fu il parlamento composto da anglicani a imporre Elisabetta come regina, facendo caso omisso delle leggi di successione.

          Elisabetta dimostrò subito un’indole dispotica e una mente priva di scrupoli, capace di qualsiasi inganno. Restaurò la “chiesa” anglicana, conferendosi nuovi poteri di controllo sulla “religione”. Consapevole dell’inferiorità della marina inglese nei confronti della potentissima flotta spagnola imperiale12, assoldò i pirati per sfiancare i suoi nemici continentali. Inventò l’istituzione della guerra di corsa, con la quale i ladroni di mare potevano liberamente colpire le navi dei paesi rivali, avendo il privilegio di potersi rifugiare nei porti a cambio di una forte percentuale sul bottino. Ovviamente, quando soccombevano negli scontri, la corona non riconosceva i corsari come mercenari inglesi. Alcuni di essi, a fine carriera, furono ufficialmente integrati nella marina inglese come ammiragli e nobilitati, come accadde a Francis Drake, Henry Morgan e allo sfortunato imitatore dei conquistadores spagnoli13, Walter Raleigh; quest’ultimo fu anche uno dei tanti amanti della regina “vergine”.

          Il capolavoro della riforma elisabettiana è stata la fondazione dei servizi segreti, l’Intelligence, per la quale impegnò tutto il suo ingegno Francis Bacon, uno degli ideatori della leggenda ermetico-qabbalistica su Elisabetta14. Fino a quel momento gli stati erano dotati di servizi di informazione sulla falsariga di quelli usati da Roma fino dall’epoca repubblicana15. Elisabetta strutturò l’intelligence in modo da infiltrare i centri di potere interni16 ed esteri in forma permanente. L’apparato, vasto e costosissimo, operava per mezzo della corruzione, della calunnia, dell’assassinio politico, del ricatto, dell’istigazione alla ribellione, della propaganda quale strumento per il cambiamento della mentalità comune. L’organizzazione in patria era snella ed efficiente e i fratelli Bacon s’occuparono anche di fondare un archivio segreto17. L’ambiente di propagazione prescelto per questa organizzazione criminale legalizzata furono proprio le conventicole pseudo iniziatiche di matrice magica ermetico-qabbalistica18 che stavano dilagando in tutta Europa, Turchia inclusa. Consapevole della propria debolezza militare, la regina e il suo governo avevano bisogno di pace, in modo da corrodere occultamente dall’interno gli stati rivali. Il piano di pace non riuscì del tutto, sia all’interno sia all’estero, ma fu sufficiente per preparare l’ideologia imperialistica che ebbe successo più avanti nel XIX secolo. L’Impero era una concezione sacra, di discendenza romana e identificato alla cristianità. Tutti i cristiani avevano nell’Imperatore il loro capo temporale e sacrale, il quale, per deleghe successive, garantiva la libertà e sicurezza di tutti i sudditi. Sebbene il papato avesse in continuazione ostacolato l’attuazione di quell’ideale per ambizioni terrene, l’Impero ne aveva comunque garantito la continuità e il riconoscimento dell’autorità spirituale. L’imperialismo, al contrario, è l’ideologia di una singola nazione che tende a sottomettere le altre per mezzo della guerra, dell’economia, del commercio, della finanza. La nazione imperialista, in questo caso l’Inghilterra o Gran Bretagna, assoggetta le altre nazioni trasformandole in colonie e i loro cittadini in sudditi di seconda categoria19. L’imperialismo è quindi una dottrina di sfruttamento, e rappresenta solo la caricatura di un Impero.

          Com’è noto dagli studi che precedono, l’ermetismo e la qabbalah cristiana rinascimentali erano del tutto privi di qualsiasi trasmissione iniziatica. Fornivano però all’occultista un complesso e spesso contraddittorio apparato di simboli, allegorie e leggende. Per esserne edotti, gli umanisti tedeschi, francesi, spagnoli e olandesi si recavano in Italia, presso le diverse Accademie ermetiche. Questo non avvenne durante il rinascimento inglese, poiché quando emerse tale interesse la moda rinascimentale in Italia era in pieno declino. Perciò la leggenda creata dai propagandisti del regime elisabettiano, scarsamente si riferì al ricordo della classicità greco-romana. Si dovette, quindi, trarre ispirazione dalle saghe celtiche. I demoni che gli ermetisti elisabettiani evocavano non erano più gli Dei olimpici risorti, ma folletti, spettri, fate, elfi e streghe, in un clima pre-ossianico. La stessa Elisabetta, anche se talvolta definita classicamente Astrea20, fu indicata al popolo come la Fairy Queen21, la regina delle fate, avvolgendola di un alone di mistero e di magia22. La regina, capo della chiesa anglicana, appariva al tempo stesso come una presenza fantasmatica, simbolo di un rinnovamento dell’intero mondo. Il Male era dunque nell’altro bando, rappresentato dal Papa, dall’Impero e dal Regno di Spagna23. La parodia inglese si ergeva contro la tradizione occidentale, proteggendo e complottando assieme ai principi luterani e calvinisti del continente. Allo stesso tempo la qabbalah in chiave anglicana24 dipingeva Elisabetta come una novella Giuditta, pronta a decapitare Oloferne, il cattolicesimo. Gli stessi popoli delle isole britanniche, sebbene in continua lotta tra essi, erano identificati alle dieci tribù perdute d’Israele25.

          L’ideologo dell’esoterismo magico del regime elisabettiano fu John Dee (1527-1608), precettore del primo conte di Leicester. Attento lettore di Lullo, Ficino, Pico, Reuchlin e Zorzi, fu particolarmente attratto dal De occulta Philosophia di Agrippa. Non sviluppò un pensiero originale, ma adattò la magia ermetico-qabbalistica di Agrippa all’ambiente che si stava formando attorno a Elisabetta I, alimentando la leggenda arcana che si stava costruendo sulla regina. Dee può essere definito davvero l’ispiratore della nuova mistica imperialista anglicana. Pur essendo la sua influenza a corte davvero enorme, alcuni membri della cerchia segreta di cui faceva parte cominciarono a prendere le distanze. Christopher Marlowe (1564-1593) riuscì certamente a capire qual era la vera personalità di John Dee: il suo Doctor Faustus è in tutta evidenza un ritratto di Dee, di cui pose in mostra tutte le inquietanti tendenze stregonesche ed evocatorie. Similmente, il suo L’Ebreo di Malta è una coraggiosa denuncia della magia che si occultava dietro la facciata della qabbalah cristiana26. Non c’è alcun dubbio che la tragica morte di Marlowe sia stata pilotata dai servizi segreti elisabettiani per metterlo definitivamente a tacere.

          Dal 1583 al 1589 John Dee si recò nei territori tedeschi dell’Impero per svolgere una missione segreta con Edward Kelley, soffiatore e medium evocatore di spettri. La coppia di occultisti gettò nel continente il seme di una alleanza protestantica tra società segrete ermetico-qabbalistiche a guida britannica. Essi riuscirono perfino a entrare in contatto con l’Imperatore Rodolfo II, appassionato di alchimia. Tuttavia l’Imperatore rimase sempre prudentemente sospettoso nei loro confronti. La missione, al momento appariva fallita27 e Dee, rientrato in Inghilterra, cadde in disgrazia. La regina lo abbandonò ed egli morì dimenticato e in miseria. Tuttavia il seme velenoso era stato sparso, come si leggerà nel prossimo capitolo.

          Maria Chiara de’ Fenzi

          1. I territori d’oltremare erano stati ripetutamente dichiarati territorio metropolitano, con la garanzia della cittadinanza spagnola a tutti, indigeni compresi. Per questa ragione è del tutto improprio definire colonie tali territori, come ha fatto la propaganda del primo vero stato colonialista europeo, l’Inghilterra. Questa, fino all’epoca contemporanea ha continuato a chiamare i paesi a lei asserviti Colonies o Dominions.[↩]
          2. Ricordiamo al lettore che in quella data ancora non si erano manifestate le eresie luterana, calvinista e anglicana, che hanno poi frantumato il mondo cattolico.[↩]
          3. Enrico VIII ritirò la sua candidatura. Invece Francesco di Francia subì la sconfitta elettorale, covando fino alla sua morte un morboso astio nei confronti dell’Imperatore Carlo e, per riflesso, per tutto ciò che fosse imperiale. C’è da aggiungere, tuttavia, che, dalla fine del medioevo, l’appartenenza di Francia e Inghilterra all’Impero era puramente formale. Quando per i rispettivi sovrani ci fosse stata una qualche utilità, allora si dichiaravano parte dell’Impero, come nel caso testé citato, Altrimenti si consideravano del tutto autonomi e indipendenti. Tuttavia il prestigio morale per il titolo imperiale rimase ancora inalterato e oggetto di rispetto universale.[↩]
          4. Se il Sacro Romano Impero godeva ancora d’immenso prestigio spirituale, è necessario sottolineare che però, con la distruzione dell’Ordine del Tempio, esso si manteneva soltanto come istituzione essoterica. Se per caso gli Imperatori post medievali ricevettero una qualche sporadica iniziazione, questa fu loro conferita a titolo del tutto personale.[↩]
          5. Si deve tuttavia distinguere l’infido comportamento dei papi eletti dalla fazione medicea dagli altri. I primi, infatti, fautori del cambiamento di mentalità rinascimentale, più o meno nascostamente favorirono la politica del Re di Francia. Gli altri papi, invece, espressero una vera contiguità agli ideali imperiali di Carlo V. Come si vedrà, questi ultimi divennero oggetto delle spietate critiche anticattoliche che ancora oggi li dipingono come corrotti (Claudio Rendina, I Papi. Storia e segreti, Roma, Newton Compton, 1987, p. 602-603.). Fonte unica di tale diffamazione, in particolare rivolta contro i Borgia, fu il Liber notarum del canonico Johannes Burckhardt (1450-1506), ladro, strozzino e capo della comunità tedesca nell’Urbe. Costui si avvalse anche dei pettegolezzi che gli trasmetteva il suo sodale, il pornografo Stefano Infessura. Le incredibili annotazioni del Liber fecero la felicità di tutte le successive sette protestanti per la propaganda anticattolica. Questa maligna montatura è stupidamente accettata e trasmessa ancor oggi dagli storici cattolici e perfino dagli alti vertici vaticani.[↩]
          6. Per la verità i più di cinquecento principi tedeschi riuscirono nel loro progetto di disgregazione, ma dovettero aspettare il 1871 per riuscire a unificarsi in uno stato nazionale germanico.[↩]
          7. Tra questi i Buckingham, i Burtley e i Crommwell e altri ricchi mercanti che, sull’esempio dei Medici di Firenze, balzarono dal nulla alla ribalta della storia.[↩]
          8. Alla fine della sua vita, la flotta contava una cinquantina di navi. In quel periodo era una quantità del tutto trascurabile. Le flotte veneziana, turca, portoghese e genovese erano allora composte da centinaia di navi. A Venezia una galeazza era costruita, equipaggiata e armata in ventiquattr’ore. Solamente alla fine del 1500 la flotta spagnola superò quella veneziana; la flotta inglese, nello stesso periodo, sebbene molto rafforzata, rimaneva ancora ben inferiore a quelle due flotte della cattolicità.[↩]
          9. Due secoli prima, la bramosia di ricchezza mosse Filippo il Bello a costruire un castello di menzogne per impadronirsi dei tesori dei Templari. Così la separazione da Roma permise anche ai Tudor di arricchirsi sequestrando i secolari beni mobili e immobili di tutte le chiese, monasteri e conventi presenti nei loro possessi. Questo colossale ladrocinio sacrilego servì da esempio ai successivi fautori della rivoluzione francese, di tutti i regimi laici e liberali del XIX secolo, come l’Italia risorgimentale, la Germania bismarckiana, nonché la Francia communarde, fino alla rivoluzione bolscevica russa e ai paesi che furono e sono ancora devastati da regimi comunisti.[↩]
          10. Secondo il libro Book of the Martyrs del fanatico protestante John Foxe (1516-1587), il tentativo di restaurazione cattolica, intrapreso dalla regina Maria avrebbe causato la morte di 274 anglicani. La contro restaurazione anglicana di Elisabetta I fece solo tra i cattolici più di ottocento morti laici e 160 preti. Come dimostra William Corbett, nel corso del suo regno Elisabetta da sola provocò più morti di tutta l’Inquisizione in tutta la sua storia (History of the Protestant Reformation in England and Ireland, London, Charles Clement, 1824). Ma i protestanti chiamano Sanguinaria soltanto Maria I![↩]
          11. Elisabetta era di fatto figlia naturale. Dopo il ripudio della regina Caterina d’Aragona da parte del Re, non riconosciuto dalla chiesa cattolica e dopo l’annullamento delle nozze tra Enrico VIII e Anna Bolena da parte della neonata “chiesa” anglicana, la legittimità della successione di Elisabetta appare insostenibile.[↩]
          12. Tutti conoscono la sfortunata spedizione della Felicissima Armata (fu ribattezzata “Invincibile” per scherno dalla propaganda inglese). La sconfitta spagnola, causata dall’improvvisa morte dell’invitto ammiraglio Don Álvaro de Bazán, marchese de Viso, si tradusse nella perdita di ventinove navi a causa della tempesta, due catturate dagli inglesi e novantanove rientrarono in Spagna. Nessuno sa, però che l’anno successivo, nel 1589, Elisabetta inviò una “Counter Armada” di 180 navi per invadere la Spagna. La battaglia avvenne al largo di Lisbona. Si risolse con una cocente sconfitta inglese: quasi cinquanta navi furono distrutte o catturate. Potenza della propaganda anglofila![↩]
          13. La conquista del territorio ch’egli battezzò Virginia in onore della sua amante, durò meno d’un anno.[↩]
          14. Importante fu anche l’apporto del consigliere privato della regina, William Cecil, che s’occupò anche dello sforzo finanziario in quanto Lord High Treasurer. Stevan Dedijer, The Rainbow Scheme. British Secret Service and Pax Britannica, 3.10.2020.[↩]
          15. Servizi d’informazione romani erano chiamati dapprima frumentarii, speculatores e, sotto l’Impero, agentes in rebus. Per tutto il medioevo le attività dei sevizi d’informazione seguirono le regole della cavalleria. Tale comportamento si mantenne ancora in Europa perfino durante la rivoluzione francese: si può dire che la prima clamorosa attività criminale dei servizi segreti napoleonici fu il caso del duca d’Enghien.[↩]
          16. Il servizio segreto elisabettiano ingaggiò Giordano Bruno sotto il nome di copertura di Henry Fagot. Il domenicano spretato, occultista e stregone, s’infiltrò negli ambienti dove si nascondevano i cattolici inglesi onde evitare la condanna a morte. La spia, prima a Parigi tra esuli inglesi, poi in Inghilterra, si fece passare facilmente per un religioso cattolico. In questo modo, delatò e mandò a morte decine di cattolici. Il capo d’imputazione per cui fu condannato a morte a Roma nel 1600 fu proprio quello di spionaggio anticattolico. E, recentemente, ci sono stati perfino dei papi decerebrati che hanno chiesto scusa per quella doverosa condanna! John Bossy, Giordano Bruno and the Embassy Affair, Yale, Yale University Press, 2002.[↩]
          17. Questo spiega la continua importanza sulla scena mondiale della Gran Bretagna, anche ora che è ridotta a una potenza di secondo o terzo ordine.[↩]
          18. Questa caratteristica rimase e si rafforzò negli ultimi tre secoli.[↩]
          19. L’Impero di Carlo V e poi la Spagna imperiale di Filippo II riconoscevano la totale autonomia dei regni recentemente conquistati, i quali erano uniti tra loro dalla Corona. Ai sudditi di ogni regno erano garantiti i medesimi diritti che avevano i sudditi in Europa in base alle leggi di Burgos (1512), Valladolid (1513) e Valladolid (1551). Inoltre, gli amministratori mandati dalla Spagna nel Nuovo mondo, allo scadere del mandato erano obbligatoriamente sottoposti a un processo, il Juicio de residencia, in cui dovevano giustificare le loro scelte. Storicamente si sono registrate diverse condanne; se peraltro furono commessi degli abusi, ci pare che l’attuale regime democratico a cui oggi è sottoposto quasi tutto il mondo non abbia alcun diritto di critica (Maria José Collantes de Teràn de la Hera, “El juicio de residencia en Castilla a través de la Doctrina Juridica de la Edad Moderna”, Histora, instituciones, documentos, n. 25, 1998, pp. 151-184).[↩]
          20. La dea greca che garantiva la giustizia durante il regno di Cronos durante l’Età dell’Oro.[↩]
          21. Edmund Spenser, l’autore del poema The Fairy Queen fu membro della misteriosa “School of Night”, circolo “esoterico” capeggiato da Walter Raleigh e di cui fecero parte Christopher Marlowe, George Chapman, Matthew Roydon, John Dee, William Shakespeare e Thomas Harriot.[↩]
          22. Per la verità questa leggenda rimase solo sulla carta e confinata alla corte. È solo in epoca vittoriana con il romanticismo e, più recentemente con gli studiosi del Warburg Institute, che si volle propagandare la leggenda dell’Età dell’Oro elisabettiana. Lo scopo fu quello di magnificare l’imperialismo protestante britannico ottocentesco.[↩]
          23. Gli Asburgo d’Austria e di Spagna garantirono per un secolo l’identità tra il Sacro Romano Impero e i regni della corona spagnola.[↩]
          24. La propaganda elisabettiana speculò a lungo sulla disumana cacciata degli ebrei dalla Spagna del 1492. Accusò in continuazione la monarchia spagnola di costringere gli ebrei alla conversione o all’esilio. Tuttavia gli ebrei fuggiti dalla Spagna che passarono per l’Inghilterra, proseguirono tutti poi alla volta di Amsterdam. In Inghilterra non ne rimase quasi nessuno. L’unico che rimase ufficialmente fu Roderigo Lopez che divenne medico della regina e che poi finì sul rogo accusato di stregoneria e di aver tentato di avvelenare Elisabetta. Infatti anche in Inghilterra dal 1292 era proibita la professione della religione ebraica. (Frances A. Yates, Cabbala e Occultismo nell’età elisabettiana, Torino, Einaudi, 1982, pp. 138-145). Ma nei libri si parla soltanto dell’espulsione della Spagna. Quanti furono gli ebrei che lasciarono la Spagna per l’esilio? Circa cinquantamila su duecentomila. Centocinquanta mila ebrei preferirono apostatare piuttosto di vendere i loro beni immobili in Spagna (Julio Cao Baroja, Los judios en la España moderna y contemporanea, 3 vols. Madrid, Istmo, 1986).[↩]
          25. Non si deve dimenticare che il qabbalista cristiano fra’ Francesco Zorzi aveva fraudolentemente trovato nell’Antico Testamento il supporto per il divorzio di Enrico VIII Tudor.[↩]
          26. Il cattolico Shakespeare, invece, cercò di barcamenarsi: nel suo Mercante di Venezia si riconosce una critica alla qabbalah cristiana del veneziano Zorzi; invece nelle Tempesta volle descrivere con benevolenza il mago ermetico Prospero.[↩]
          27. Parimenti erano falliti la mitizzazione di Elisabetta e il suo progetto imperialistico. Se l’Impero spagnolo fu un fatto che durò tre secoli, l’imperialismo britannico in America fu un vero fallimento. Non appena l’Inghilterra ebbe stabilito con pugno di ferro le sue prime colonie in America settentrionale, scoppiò la rivoluzione che si concluse con la fondazione degli Stati Uniti. Alla Gran Bretagna rimase soltanto il Canada, di cui venne in possesso soltanto nel 1763.[↩]

          L’Onnipotenza di Brahman

            Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārājajī

            L’Onnipotenza di Brahman

            A cura di Maria Chiara de’ Fenzi

            Brahman è spesso descritto come l’onnisciente e onnipotente Signore (sarvajñaḥ sarvaśaktirīśvaraḥ), causa della nascita, mantenimento e dissoluzione del mondo. Due dubbi possono insidiare la mente del principiante. Innanzi tutto, Brahman secondo il Vedānta è l’Assoluto senza alcuna caratteristica specifica, e allo stesso tempo è detto essere la ‘causa’ dell’universo. Come si dovrebbe intendere questa affermazione paradossale, per cui la stessa una e medesima entità è sia assoluta sia relativa rispetto all’universo? In secondo luogo, come Brahman assoluto può essere Īśvara, il Signore, onnisciente e onnipotente Reggitore, quando non c’è nulla da conoscere o da reggere altro da lui? A questa domanda il Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya risponde così:

            Obiezione: dato che l’unicità (di Brahmātman) è assoluta per colui che sostiene la dottrina dell’immutabile Brahmātman, non c’è né Reggitore né chi è retto, l’affermazione che Īśvara (il Reggitore) è la causa (dell’universo), si contraddice da sé!

            Risposta: No, perché l’onniscienza (di Brahman) è (solo) in relazione alla differenziazione di nome e forma, che sono immaginazioni dell’ignoranza” (BSŚBh II.1.14).

            Abbiamo già visto che l’advaitin sostiene che il Brahman è essenzialmente coscienza, e lo si definisce onnisciente solo in senso secondario. Perché la sua natura è Coscienza che illumina tutti gli oggetti, e che nella vita ordinaria non c’è nulla di impercettibile, di percepibile e distinto da Brahman, che non sia nel raggio di quella Coscienza. Dobbiamo ora vedere in che senso sia Reggitore e onnipotente. Śaṃkara dà la seguente spiegazione:

            Il nome e la forma suscitati da avidyā (ignoranza) come identici all’onnisciente Īśvara (il Signore), che sono definibili sia come lui stesso o altro da lui e che sono il seme del mondo fenomenico della vita ordinaria, sono definiti nella śruti e nella smṛti come Māyā, (apparenza illusoria), śakti, (potenza), e prakṛti (natura) dell’onnisciente Īśvara. Īśvara è alquanto distinto da questi due.

            E questo Īśvara (associato alla Māyā condizionante) regge i vijñānātman (anime conoscenti) chiamati jīva, che sono realmente il suo proprio Sé, solo nell’ambito della vita quotidiana… Così è solo relativamente alla limitazione dell’ignoranza che Īśvara è chiamato Īśvara (Reggitore), “onnisciente” e “onnipotente”, mentre non c’è spazio per tale uso (di termini) come “la relazione tra il Reggitore e colui che è retto”, “onniscienza” ecc. nel caso dell’Ātman in assoluto, che per natura è privo di tutte le associazioni condizionanti quando insorge la conoscenza (vidyā) (BSŚBh II.1.14).

            Questa è solo metà dell’argomentazione perché dobbiamo ancora capire come il Brahman senza parti possa essere la “causa materiale” di tutto questo universo. Come la śruti può accordarsi al fatto, quando dice “La Realtà diventa sia la realtà sia la non realtà empiriche” (Taittirīya Upaniṣad, II.7.1)

            Śaṃkara stesso scrive:

            Per questa ragione Brahman è anche la causa materiale, perché la modificazione di Brahman nell’effetto è stata affermata nella śruti, definendo (Brahman e l’universo) come uno e lo stesso (come dice la Taittirīya Upaniṣad (II.3.1): “Brahman diventa tutto questo” (BSŚBh I.4.26).

            Śaṃkara supera questa difficoltà altrove, portando la nostra attenzione alla verità a livello assoluto:

            Non c’è alcun difetto nel Vedānta, perché (qui) è considerato un particolare aspetto di Brahman proiettato dall’ignoranza. (Per meglio capire:) è ben noto che una cosa non diventa realmente divisibile semplicemente a causa delle specificazioni del suo aspetto proiettato dall’ignoranza. Certamente la luna non diventa molte lune per il semplice fatto che appaia molteplice a chi soffre di cataratta. Brahman è detto essere soggetto a cambiamento e, in quanto soggetto a altre nozioni empiriche solo nel suo particolare aspetto di nomi e forme differenziate e non differenziate, non definibile come se stesso o come diverso, (essendo questo aspetto) proiettato dall’ignoranza, mentre nel suo aspetto veramente reale, è oltre tutte queste definizioni e senza alcun cambiamento. Dato che il (cosiddetto particolare) aspetto proiettato dall’ignoranza è un semplice gioco di parole, l’indivisibilità di Brahman rimane del tutto inalterata (BSŚBh II.1.27).

            Le false distinzioni della Realtà

            Prima di inoltrarsi nei dettagli del metodo vedāntico, il lettore farà bene a ricordarsi della distinzione tra i due punti di vista riconosciuti dal Vedānta dei quali ho parlato in un precedente articolo.

            Innanzi tutto c’è il punto di vista dell’uomo comune secondo il quale le Upaniṣad parlano della causa prima quale origine, mantenimento e dissoluzione dell’universo; poi, invece, c’è il punto di vista assoluto o, meglio, la reale spiegazione dello Śāstra con la quale si abrogano la causalità e tutte le altre caratteristiche e funzioni con le quali è descritto il Brahman, usate solo ai fini dell’insegnamento.

            Per quanto concerne il Brahman come causa dell’intero universo, abbiamo visto come con il termine ‘causa’ Bādarāyaṇa, secondo l’interpretazione di Śaṃkara, si riferisca al sostrato di apparenze, come nel caso del soggetto sperimentatore e gli oggetti di questa esperienza. Le Upaniṣad usano la relazione causale empirica tra la causa materiale e il suo effetto, come nell’esempio dell’argilla e del vaso, solamente per illustrare come l’effetto in realtà non sia diverso dalla causa. La causalità attribuita al Brahman è dunque eliminata per concludere che l’universo, composto da esseri senzienti e non senzienti, è in essenza identico al Brahman. Perciò il Brahman è l’unica Realtà mai esistita.

            L’onniscienza e l’onnipotenza di Brahman, inteso come Īśvara, il Signore dell’universo che crea, mantiene e alla fine lo dissolve in se stesso, sono similmente attribuite al Brahman al solo fine d’insegnamento. Quando colui che ricerca la Realtà ha finalmente compreso l’insegnamento, quando ha capito che la sua vera natura è Brahman, allora sarà anche capace di capire la negazione della distinzione tra Īśvara e Iśitavya (Signore e suddito). Śaṃkara lo spiega con queste parole:

            “Il nome e la forma che appaiono a causa di avidyā (ignoranza, conoscenza errata) identici all’onnisciente Īśvara (Signore), che da Esso non sono né identici né distinti e che sono i semi di questo Universo com’è sperimentato dall’anima trasmigrante, nella śruti e nella smṛti sono chiamati Māyā, Śakti (potenza) e Prakṛti (natura) dell’onnisciente Īśvara. L’onnisciente Īśvara è da esse distinto, infatti la śruti dice: “Ākāśa (l’Ātman come etere), è di certo conosciuto per essere ciò che differenzia nome e forma”. In questo modo (l’Ātman) limitato dai condizionamenti dovuti al nome e alla forma, diventa Īśvara, come l’etere è limitato da un vaso, una coppa ecc. E così, dal punto di vista empirico, egli regna sui vijñānātman (i sé condizionati dall’intelletto) chiamati jīva, che sono veramente il suo Sé limitato dai nomi e le forme dei corpi e dei sensi, fatti di nomi e forme che sono proiettati da avidyā. Quindi il regno, l’onniscienza e l’onnipotenza di Īśvara sono solo relativi in quanto la limitatezza è associata all’ignoranza; al contrario, dal punto di vista della Realtà, la relazione tra signore e suddito, onniscienza ecc. non può riguardare l’Ātman, la cui natura, per mezzo dell’illuminazione, è libera da qualsiasi relazione limitante” (BSŚBh II.1.14).

            Da questa lungo citazione dal Sūtra Bhāṣya, è chiaro che le Upaniṣad di volta in volta usano la distinzione Signore-suddito, o negano tale distinzione, a seconda che si riferiscano alla visione empirica oppure alla vera natura dell’unico Ātman senza secondo. E proprio come metodo di insegnamento presuppongono l’esistenza del mondo fenomenico e dicono che il Brahman crea, mantiene e dissolve il mondo. Quando il cercatore ha colto la vera natura del Brahman come distinta dal mondo manifestato, esse (le Upaniṣad) dichiarano che il cosiddetto Signore è intrinsecamente solo l’Essere, Assoluto, Coscienza e Infinito.

            Questa, dunque, è la dialettica del metodo vedāntico che presenta la Realtà assoluta, prima attribuendole alcune caratteristiche e negandone altre attribuite a essa, per poi dimostrare che nemmeno nessuna caratteristica può appartenere all’Assoluto. Questo metodo ha come fine indicare a colui che cerca la verità che la Realtà è completamente libera da qualsiasi caratteristica concepibile. Un mezzo verso citato nel Bhagavad Gītā Bhāṣya riassume così il metodo:

            “Quello che è privo di qualunque caratteristica, è prima descritto volutamente per mezzo della sovrapposizione, per poi negarla” (BhGŚBh XIII.13).

            Omnipotence of Brahman

              Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārājajī

              Omnipotence of Brahman

              Maria Chiara de’ Fenzi (ed. by)

              Brahman is often described as the Omniscient and Omnipotent Lord (sarvajñaḥ sarvaśaktirīśvaraḥ), who is the cause of birth, sustenance and dissolution of the world. There are two doubts with which a beginner’s mind is beset. First of all, Brahman is according to Vedānta, the Absolute without any specific features, and at the same time It is said to be the ‘cause’ of the Universe. How is one to understand this paradoxical statement that one and the same entity is absolute as well as relative to the Universe? Secondly, how can the Absolute Brahman be Īśvara, the Lord, omniscient and omnipotent Ruler, when there is nothing second to It to know or to rule over?

              This question has been raised and answered in the Sūtra Bhāṣya as follows:

              Objection: since the unity of (Brahmātman) is absolute for one who maintains the doctrine of a changeless Brahmātman, there is neither a ruler nor the ruled, the proposition that Īśvara (the Ruler) is the cause (of the universe) becomes self-contradictory!

              Reply: No, for the omniscience (of Brahman) is (only) relative to the differentiation of name and form which are the figment of ignorance” (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya II.1.14).

              We have already seen that the advaitin holds that Brahman is essentially consciousness itself, and It is said to be omniscient only in a secondary sense, because Its nature is consciousness that can throw light on all objects, and that there is nothing in ordinary life subtle, intercepted and distinct from Brahman, which is not within the range of that consciousness. We have now to see in what sense It is a Ruler and how It is omnipotent. Śaṃkara offers the following explanation of the foregoing brief citation:

              Name and form, conjured up by avidyā (nescience) as if they were identical with the omniscient Īśvara (the Lord), which are undefinable as either Himself or other than Him and which are the seed of the phenomenal world of practical life, are in Śruti and Smṛti, spoken of as the Māyā, (deluding appearance), Śakti, (potency), and Prakṛti (nature) of the omniscient Īśvara. Īśvara is quite distinct from these two.

              And this Īśvara (as associated with the conditioning Māyā) rules over the vijñānātman (knowing souls) called jīva, who are actually His very Self, only in the sphere of practical life… So then it is only relative to the limitation of ignorance that Īśvara (Ruler), ‘omniscient’ and ‘omnipotent’, while there is no room for such usage (of terms) as ‘the relation of the ruler and the ruled’, ‘omniscience’ etc. in the case of Ātman in transcendental state, who is of the nature divested of all conditioning associates at the dawn of Vidyā (BSŚBh II.1.14).

              This is only half of the story, for we are yet to learn how the impartible Brahman can be the ‘material cause’ of all this universe. How is the śruti to be reconciled to fact, when it says ‘Reality becomes both (the empirical) real and unreal? (Taittirīya Upaniṣad, II.7.1) Śaṃkara himself writes:

              For this reason, also Brahman is the material cause, for evolution of Brahman into the effect has been revealed in the Śruti, by treating (both Brahman and the universe) as one and the same (in the Taittirīya Upaniṣad II.3.1) which says ‘Brahman became all this’ (BSŚBh I.4.26).

              Śaṃkara gets over this difficulty elsewhere by drawing our attention to the truth at the transcendental level.

              This is no defect (in Vedānta), for a special aspect (of Brahman) conjured up by nescience is admitted (here). (To explain:) It is well known that a thing does not become really partible, merely because of a species of its aspect conjured up by ignorance. Surely, the moon does not become many, merely because of its appearing to be many to one who is suffering from cataract? Brahman is spoken of as being subject to evolution and as something subject to such other empirical notions, only in its special aspect of differentiated and undifferentiated names and forms, undefinable as Itself or other than It (this aspect itself being) conjured up by nescience, whereas in Its own really real aspect, It is beyond all such language and continues to be without any evolution. The (so-called special) aspects conjured up by ignorance being merely a play of words, the impartibility of Brahman is (quite) unaffected. (BSŚBh II.1.27).

              The fictitious distinctions in Reality

              Before taking up the details of the Vedāntic method, the reader will do well to remind himself of the distinction of the two different points of view recognized by Vedānta to which I have already referred in a previous article.

              In first place, there is the common man’s view in accordance with which the Upaniṣads speak of the first cause of the origin, sustentation and dissolution of the Universe; and in the second place, there is the transcendental or the real Śāstric view from which they abrogate that causality and all other specific features which they have ascribed to Brahman for purposes of teaching.

              As for Brahman being the cause of the whole Universe, we have seen, that, by the term ‘cause’ Bādarāyaṇa as interpreted by Śaṃkara, means the substrate of appearances like the experiencing souls and objects experienced. The Upaniṣads make use of the empirical causal relation between the material cause and its effect such as clay and a pot etc., only as in illustration to show how the so-called effect, is really not different from its cause. The causality ascribed to Brahman is then cancelled by concluding that the universe of sentient and non-sentient things, is essentially identical with Brahman. Thus, Brahman is seen to be the only Reality that has ever existed.

              The omniscience and omnipotence of Brahman as the Īśvara, the Lord of the Universe, who creates, sustains and finally dissolves into His own Self, are similarly ascribed to Brahman as a device for purpose of teaching. When the seeker has finally understood the teaching, when he has realized his own real nature as Brahman, he would be able to appreciate the negation of distinction of Īśvara and Iśitavya (the Ruler and the ruled). This has been explained by Śaṃkara in the following words:

              Name and form conjured up by avidyā (nescience) as though they were identical with the omniscient Īśvara (the Ruler), which are neither identical with, nor distinct from Him and which are the seed of all the Universe, experienced by transmigratory soul, are called the Māyā, Śakti (potency) and Prakṛti (nature) of the omniscient Īśvara, in the Śrutis and Smṛtis. The omniscient Īśvara is distinct from them, for the Śruti says: “Ākāśa (the ether-like-Ātman), indeed, is well-known to be the differentiator of name and form”. Thus (the Ātman) conforming to the conditioning associates of name and form, becomes Īśvara, just like ether conforming to a pot, or drinking bowl etc. And from the empirical stand-point, He rules over the Vijñānātman (selves conditioned by intellect) called Jīvas, who are verily His own self conforming to the aggregates of body and senses, made up of names and forms projected by avidyā. So, then the rulership, omniscience and omnipotence of Īśvara are only relative to conditioning associates of the nature of ignorance; but from the real point of view, no talk of the relation of the ruler and the ruled, omnipotence etc., is possible in the case of Ātman, whose nature is freed from all limiting associates by enlightenment. (BSŚBh II.1.14)

              From this lengthy excerpt from Sūtra Bhāṣya, it is clear that the Upaniṣads alternately assume the distinction of the ruler and the ruled selves and negate that distinction according as they accommodate to the empirical view or propose to reveal the real nature of the One Ātman without second. And in order to serve this purpose of teaching, they presume the existence of the phenomenal world and say that Brahman is the creator, sustainer and destroyer of the world. When the enquirer has sufficiently grasped the true nature of Brahman as distinct from this apparent world, they declare that the so-called ruler is intrinsically the Absolute Being, Consciousness and the Infinite one.

              This, then, is the dialectic of the Vedāntic method of presenting the Absolute Reality – first tentatively ascribing some features which enables one to negate some other feature wrongly ascribed to It and subsequently to demonstrate that the assumed feature does not really belong to the Absolute. This process pushed to its finality, convinces the enquirer that Reality is altogether free from all conceivable specific features. A half verse quoted in the Bhagavad Gītā Bhāṣya sums up the method thus:

              That which is devoid of all features, is described by deliberate superimposition and subsequent negation (BhGŚBh XIII.13).