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Marzo 2020

48. La “Qabbalah cristiana”

    La “Qabbalah cristiana”

    Dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.) e dalla conseguente rivolta antiromana di Bar Kokhba (132-135 d.C.) l’esoterismo giudaico si era mantenuto vitale presso le comunità della Diaspora. L’influenza dello gnosticismo e del neoplatonismo1 si era esercitata soltanto presso la comunità di Alessandria d’Egitto che, in seguito all’invasione araba della metà del VII secolo, si trasferì in gran parte a Bisanzio. È altresì vero che la distruzione del centro della religione israelita e il passaggio delle consegne rituali dal sacerdozio ai dottori della legge o rabbini aveva ridotto la portata dell’esoterismo, incline a incorporare la teurgia e la scienza della fabbricazione di amuleti e talismani. Inoltre, sebbene in aspra polemica con il cristianesimo, sofferto come uno scisma con tendenze ereticali, il giudaismo non poté esentarsi da assumere alcune dottrine messianiche. Infatti, nel periodo talmudico (IV-VI sec. d.C.) l’antica concezione riguardante il messia (ebr. mašīaḥ) cambiò rispetto alle dottrine veterotestamentarie. Durante e dopo la cattività babilonese, con messia si intendeva in particolare la figura di un qualsiasi Re unto2 che, per volontà divina, avesse riscattato e liberato dalla servitù il popolo d’Israele, vincendo e soggiogando tutte le altre nazioni. Nell’era volgare, invece, il termine messia assunse una nuova accezione apocalittica ed escatologica. Il messia sarebbe disceso dall’alto dei cieli per distruggere i nemici del giudaismo, e per concludere la storia dell’attuale umanità, instaurando il regno di Yehovah in un nuovo ciclo di pace e giustizia3. Queste credenze si diffusero nel giudaismo rabbinico popolare fino a tutto il primo medioevo, senza essere recepite sensibilmente dall’esoterismo.

    Al contrario, nella qabbalah teurgica medievale con messia s’intendeva il raggiungimento di un elevato grado spirituale corrispondente alla conoscenza dell’angelo della faccia, Meṭaṭron, il demiurgo che convogliava sulla creazione i dettami di Dio. Tuttavia, l’ottenimento di quel livello di sapienza iniziatica non si estendeva al di fuori dell’esperienza interiore e personale. Chi aveva realizzato il grado di messia era dunque svincolato da qualsiasi funzione esteriore regale, sacerdotale o profetica, attivata nell’ambiente essoterico al fine di affermare la sovranità del giudaismo sul mondo.

    Sul finire del medioevo, dalla qabbalah4 si separò una nuova corrente, apparentemente antitetica a quella iniziatico-teurgica. Avraham ben Šemu’el Abulafia (Saragozza1240- Comino 1291) fu il primo a infrangere la barriera che distingueva la concezione iniziatica da quella popolare sul messia. Fu un erudito dotato d’una personalità notevole che mutò e sconvolse i tradizionali parametri iniziatici della qabbalah. In gioventù si era recato in Palestina per prendere contatto con le dieci tribù perdute d’Israele che, si diceva, avessero fondato in Asia un possente Impero. Il suo scopo era quello di richiedere il loro intervento armato per liberare gli ebrei d’Europa, vendicarli della loro marginalità, punire severamente i cristiani e assoggettarli all’Impero mondiale giudaico. Abulafia dovette recedere dalla sua ‘missione’ davanti al dilagare delle orde mongole in tutto il Vicino Oriente5. Questo episodio dimostra l’interesse per le applicazioni secolari o addirittura politiche della sua concezione messianica. Egli, per la prima volta nella storia, sostenne che chi avesse raggiunto, con la pratica iniziatica, il grado spirituale di messia avrebbe dovuto anche dichiararsi pubblicamente tale e assumere la guida delle comunità ebraiche per la loro liberazione. Naturalmente, egli si dichiarò messia6 e partì per una misteriosa quanto sconsiderata missione a Roma per farsi riconoscere dal papa7. Questo interesse per l’assimilazione dei cristiani fu una costante nell’azione mondana di Abulafia. Non desiderava convertirli, ma assimilarli al giudaismo come gli antichi ger tošab8, facendosi riconoscere il messia della seconda venuta. Si tratta della prima comparsa tardo medievale d’un progetto d’innesto giudaico sul cristianesimo. Ammiratore della filosofia antiqabbalista di Maimonide, Abulafia cercò in tutti i modi di accordare il pensiero di quest’ultimo con gli insegnamenti tradizionali. Per riuscirci inserì nella qabbalah una componente mistica e visionaria fino ad allora sconosciuta9. Egli alterò anche il metodo (sskrt. prakriyā), adottando una nuova pratica di visualizzazione delle lettere ebraiche che avrebbe ricevuto per rivelazione diretta10. Dal punto di vista dottrinale, egli assunse il punto di vista di Maimonide, per cui l’intelletto possibile (sskrt. buddhi) sarebbe di natura sopraindividuale e, come tale, avrebbe la possibilità di identificarsi all’Intelletto attivo (sskrt. mahan ātman) della medesima natura11. Abulafia non attribuì grande importanza all’uso della teurgia e magia, come avevano fatto i qabbalisti precedenti. Tuttavia, sostenne che, tramite l’esperienza della mistica estatica, l’essere umano poteva godere delle qualità divine, compresa quella di creatore12.

    Le caratteristiche di questa riforma mistica della qabbalah daranno inizio al messianismo visionario giudaico i cui sviluppi si dimostreranno sempre più inquietanti. Rifacendosi a dati d’origine antica, il messianismo apocalittico produsse due figure: quella del profeta che annuncia la venuta del messia e il messia stesso. Tra i profeti si possono annoverare Avraham Eli’ezer ha-Lewi (1460-1529), Dawid Re‘uveni (1490~1541) e Natan di Gaza; e tra gli autoproclamati messia Šelomoh Molko, Šabbetay Ṣewi (1626-1676) e Jacob Frank (1726-1791).

    * * *

    Nello stesso periodo di Abulafia si distingueva per l’originalità dei suoi scritti Raimondo Lullo (1232-1315). Barone maiorchino e scudiero di re Giacomo II delle Baleari13, a quarant’anni ebbe varie visioni di Cristo che lo decisero a dedicarsi alla conversione di giudei e mori. A tal fine intraprese numerosi viaggi sulle due sponde del Mediterraneo. Pur avendo frequentato a Rodi, grazie ai suoi natali, i cavalieri del Tempio, finì per diventare un ammiratore di Filippo il Bello di Francia e a partecipare attivamente nel 1311 al concilio di Vienne14. Vicino allo spirito della cavalleria, ma disposto a contrastarla in favore dei sovrani assoluti, fu sempre alleato dei francescani nell’azione di propaganda missionaria, senza però mai assumere nemmeno il terz’ordine. Lullo studiò teologia a Parigi e raccolse una imponente biblioteca di manoscritti religiosi e classici. Volle anche informarsi sull’islam, studiando l’arabo, e sul giudaismo, frequentando ambienti qabbalisti, numerosi a Palma de Maiorca15. Oltre al comune monoteismo, egli notò che le tre religioni semitiche riconoscevano che il mondo grossolano era composto da quattro elementi e che questi determinavano quattro condizioni dell’esistenza corporea: freddo, caldo, umido e secco16. I quattro elementi estendevano il loro dominio in senso ascensionale fino alle sfere planetarie e alle stelle fisse, condizionando con le loro ricadute anche la vita sulla terra17. A scopo missionario, decise, dunque, di accantonare le discussioni teologiche ch’erano motivo di disaccordo e di partire dai dati fisici condivisi da cristiani, giudei e musulmani18. Su quella base fondò un sistema che oggi si chiamerebbe ‘interreligioso’, che egli definì ‘arte’19, capace di interpretare i destini degli uomini per intervenire a modificarli. A questo fine, evidentemente influenzato dalla ‘via dei nomi’ di Abulafia, usando le lettere dell’alfabeto latino in luogo di quelle ebraiche, Lullo concepì un meccanismo mentale in grado di spiegare tutte le realtà, teologia, logica, scienze e arti20. È inutile far notare che aver trovato terreno comune tra religioni esteriori, diverse e ostili tra loro, nella materialità degli elementi grossolani rappresenta la prima comparsa di quella mentalità scientista che si manifesterà scopertamente nel periodo rinascimentale per diventare, successivamente, dominante21. Il metodo scientifico, infatti, non differisce dall’empirismo della magia pratica22, come è provato dal fatto che gli scienziati furono anche maghi almeno fino all’inizio del XIX secolo23. Al tempo stesso trovare un terreno d’intesa grossolano per superare le differenze dottrinali tra religioni diverse cominciò a minare dalle fondamenta la concezione secondo cui civiltà e tradizione si identificavano. Le teorie di Lullo misero per la prima volta in conflitto scienza e fede, profanità e sacralità, analisi24 e sintesi, parteggiando evidentemente in favore delle prime a discapito delle seconde. Anche la sua fervente religiosità, affine a quella degli ordini pauperistici, in realtà nasconde una presa di distanza dal corpo ecclesiale25.

    Il lullismo ebbe subito un grande successo in tutta la cristianità latina, accolto come una filosofia alternativa alla teologia scolastica. Nel corso del XIV secolo anche i seguaci di alchimia e magia si richiamarono ai suoi scritti e fiorirono opere fatte circolare come sue. Nel secolo successivo, il cardinale Nicolò da Cusa (1401-1464), uno dei primi umanisti26, trasmise al Rinascimento la tendenza magico-scientista delle teorie lulliane dal cuore stesso della Chiesa cattolica27. In armonia con Lullo, sperava di unire cristianesimo, giudaismo e islam dimostrando la verità logica della Trinità28.

    Bisognava però attendere la presa di potere a Firenze da parte della famiglia de’ Medici29 per arrivare al rinascimento. A seguito della caduta di Costantinopoli (1453) e della perdita di quella fonte di sapienza, nel 1462 Cosimo I incaricò Marsilio Ficino di fondare l’Accademia Neoplatonica per il recupero di qualsiasi documento culturale proveniente dal collassato Impero d’Oriente. Di Marsilio Ficino ci occuperemo prossimamente. Quello che in questo contesto ci interessa è la figura e l’opera del suo più stretto collaboratore, Giovanni Pico marchese della Mirandola (1463-1494)30. Nell’Accademia costui rappresentò la corrente che si rifaceva più direttamente al pensiero di Raimondo Lullo. A differenza del pensatore maiorchino, Pico studiò l’ebraico riuscendo a dominare quella lingua31. Si era convinto che il nome di Gesù, in ebraico Yehošu’a, interpretato secondo i valori e i significati delle lettere ebraiche, significasse messia. Inoltre egli interpretava tale nome come il tetragramma, l’impronunciabile nome di Dio, nel cui centro era inserita una lettera šin, che aggiungeva l’idea di azione a quella di essere. Questa sua interpretazione lo spingeva nel tentativo di convertire gli israeliti al cattolicesimo e, allo stesso tempo, di convincere la chiesa della sacralità della lingua ebraica e del misticismo di origine qabbalista. L’iniziativa non raggiunse lo scopo di convertire il popolo ebraico, ma sortì due risultati: la nascita del sincretismo denominato Qabbalah cristiana e il disegno di una riforma del cattolicesimo in chiave veterotestamentaria32. La filosofia pichiana si rifà al metodo interpretativo delle lettere alfabetiche rotanti fondato da Abulafia e tramandato da Lullo. Pico applicò tale metodo all’ astrologia di origine neoplatonica, a cui aggiunse la cosmografia delle dieci sefirot. Dal punto di vista operativo tutto si traduceva nell’evocazione di angeli o magia qabbalistica, che egli distingueva dalla magia pratica. Con quest’ultima, a suo parere, si rischiava di manipolare influenze demoniche33.

    “E un aspetto di questa vicenda che non sembra essere stato sufficientemente posto in risalto è il fatto che, tramite l’introduzione della Kabbalah cristiana da parte di Pico, un movimento ebraico moderno e contemporaneo investì l’evolversi della mentalità e della spiritualità europea. Questo rappresentò sicuramente una novità, un significativo emergere dal medioevo.”34

    Appare dunque evidente che tra la fine del medioevo e l’inizio del rinascimento, si riparò alla mancanza di un autentico esoterismo cristiano sostituendolo artificiosamente con la magia o spontaneamente con il misticismo. L’unica sopravvivenza esoterica fu indiscutibilmente quella delle iniziazioni di mestiere che, però, rimanevano escluse dagli ambienti mistici e magico-scientifici della nuova borghesia. Fu proprio il rinascimento a sconsacrare l’arte e a sottrarla alle corporazioni, per affidarla agli estri di individui ritenuti superiori e “geniali”35. Anche la chiesa, avendo assorbita la mentalità rinascimentale, rinunciò ad affidare alle gilde la costruzione dei luoghi di culto e della scultura e della pittura di icone, determinando una frattura che in seguito sarebbe diventata insanabile.

    Gian Giuseppe Filippi

    1. Questa tendenza rimase in qualche modo indelebile nei secoli sia presso l’esoterismo giudaico della penisola iberica (per es.: Ibn Gabirol, 1020~1070) sia presso quello aškenazita di area tedesca (per es.: Efrayyim ben Šimšon, XIII sec.).[↩]
    2. Ciò non toglie che messia fosse anche la designazione con cui si definiva il Grande sacerdote unto del Tempio.[↩]
    3. Si riconosce in questa interpretazione l’influenza apocalittica del “regno millenario della seconda venuta di Cristo” che si deve instaurare alla fine dei tempi; ma anche di altre concezioni cicliche più orientali, soprattutto d’origine persiana, che circolavano negli ambienti gnostici dell’epoca ellenistica.[↩]
    4. Qabbalah significa semplicemente tradizione e, nel caso specifico, trasmissione iniziatica. È convenzione accademica far risalire questa denominazione al periodo in cui si produsse questa scissione, quasi come se in precedenza l’esoterismo giudaico non fosse qabbalistico.[↩]
    5. Marco Giardini, Figure del regno nascosto, Firenze, S. Olschki, 2016. L’autore suggerisce una interpretazione simbolica e tutta spirituale del viaggio di Abulafia verso il mitico fiume Sambatyon, al di là del quale si sarebbe esteso l’Impero spirituale delle dieci tribù perdute d’Israele, come pure del suo colloquio con il papa. In tal caso, però, si dovrebbe ammettere il fallimento di entrambi i tentativi. Seguendo una attitudine oggi assai diffusa, questo libro, altresì di grande interesse e ricco di informazioni, è sbilanciato nel denunciare costantemente l’antigiudaismo cristiano e a giustificare sempre l’anticristianesimo giudaico.[↩]
    6. Šelomoh Avraham ibn Adret, somma autorità giudaica di Spagna e cabalista tradizionale, confutò con asprezza l’autoproclamazione a messia di Abulafia. Moshe Idel, Mistici Messianici, Milano, Adelphi, 2004, pp. 89-90.[↩]
    7. Il colloquio non avvenne mai: Abulafia, arrivato a Roma, fu subito incarcerato. Fu rilasciato dopo poche settimane, essendo nel frattempo morto il papa Nicolò III. Egli stesso diffuse la voce che il papa era morto per le sue operazioni magiche. Si rifugiò in Sicilia e poi a Comino (Malta) da dove fece sparire le sue tracce. Più avanti, anche il falso Messia Šelomoh Molko (1500-1532) e il profeta del falso messia Šabbetay Ṣewi, Natan di Gaza (1643-1680) compirono a Roma cerimonie magiche di maledizione contro la sede pontificia. Moshe Idel, cit., p. 195; p. 267.[↩]
    8. Cfr. AAVV, Ab Ordine Chaos,Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019, p.230”; https://vedavyasamandala.com/en/22-le-origini-del-cristianesimo/.[↩]
    9. Il misticismo è un fenomeno che si manifesta nell’ambito delle religioni monoteiste a seguito del declino e scomparsa dell’iniziazione. Questa tendenza è sorta nel cattolicesimo con gli ordini pauperistici e ha preceduto la deviazione mistica impressa alla Qabbalah da Abulafia. Nell’islam il misticismo si è manifestato soprattutto in ambito shi’ita.[↩]
    10. La qabbalah tradizionale utilizzava come metodo la ‘via delle dieci sefirot’ che consisteva nell’invocazione di dieci nomi divini in sostituzione del nome supremo, la cui pronunzia era andata perduta. Le sefirot corrispondevano alle virtù delle dieci sfere cosmiche e a quelle corrispondenti nell’essere umano. Abulafia inventò una nuova ‘via dei nomi’, con l’uso d’un meccanismo rotante, utile per formare indefinite combinazioni tra le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico. Ogni combinazione formava uno degli innumerevoli nomi divini, corrispondente a un angelo che così poteva essere evocato. Gershom Scholem, Major trends in Jewish mysticism, New York, Knopf Doubleday Publ. Gr., 2011 (I Ed. Jerusalem, 1941), pp. 202-203; 122-124.[↩]
    11. Tale teoria, che riprenderemo in successivi articoli, trovò molti seguaci durante il rinascimento.[↩]
    12. È noto che nell’induismo questa possibilità è esplicitamente negata persino per le ‘anime liberate’ (G. G. Filippi, Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019, p. 109; 131-132). Da ciò di deduce facilmente che, presso vie iniziatiche deviate o degenerate, sotto il nome ‘teurgia’ si nasconde sempre una volgare magia. Infatti, nella Qabbalah deviata l’ottenimento di questa ‘qualità divina’ fu messa in pratica con l’operazione magica della “creazione” del golem, un essere umano animato artificialmente. Abulafia non usò mai il termine golem; tuttavia descrisse una cerimonia per “creare una creatura” (livro’ beri’ ah; M. Idel, Il golem, Torino, Einaudi, 2006, pp. 116-126). Alla luce di queste considerazioni, è davvero sospetta l’attuale ossessiva ricerca della ‘coscienza artificiale’ al fine di attivare l’’intelligenza’ delle apparecchiature informatiche in modo da renderle autonome.[↩]
    13. È penoso constatare che, sull’onda dei micro nazionalismi oggi di moda, anche gli storici accademici tendano a gabellare Lullo per un catalano.[↩]
    14. Fu a seguito di questo concilio che Clemente V sciolse l’Ordine dei templari. Removere, cassare, tollere, ossia sopprimere, sono i verbi latini usati nelle bolle papali; non si trova mai il verbo ‘sospendere’, come pretende Barbara Frale nel tentativo mal riuscito di assolvere papa Clemente dai suoi crimini. Cfr. Umberto Bartocci, Una rotta templare alle origini del mondo moderno, Roma, Andromeda, 2006, pp. 200-214. Quest’ultimo libro, ineccepibile per quanto riguarda le fonti, è assai discutibile sul piano delle interpretazioni, spesso discutibili e pregiudiziali.[↩]
    15. Non risulta però che avesse conoscenza della lingua ebraica.[↩]
    16. Per la verità questa credenza, molto diffusa e utilizzata in chiave magica durante il medioevo, non coinvolgeva che solo due dei quattro elementi: freddo-umido, infatti, sono effetti dell’acqua e caldo-secco del fuoco. L’attribuzione all’aria del caldo-umido e alla terra del freddo-secco è del tutto irrealistica; nella tradizione hindū le loro rispettive caratteristica sono la mobilità e l’immobilità. Si noti, comunque, l’assenza del quinto elemento in questa concezione lulliana.[↩]
    17. Si riconosce in questo il principio della magia simpatetica, che Lullo definiva astronomia per distinguerla dall’astrologia giudiziaria usata anche in epoca precedente per redigere oroscopi.[↩]
    18. Nel suo complicato sistema di lettere alfabetiche meccanicamente combinate, Lullo inserì anche i loro corrispondenti numerici e geometrici. Fece così corrispondere al triangolo l’idea del Dio unico e Trino. Pensava in questo modo di convincere ebrei e musulmani ad accettare la trinità cristiana, principale ostacolo per una intesa comune.[↩]
    19. Frances Amelia Yates, Raimondo Lullo e la sua arte, Rom, Antonianum, 2009.[↩]
    20. Fu il primo a manifestare la tendenza occultistica di tradurre l’universo e il mondo sovrannaturale in un sistema meccanicistico, le cui chiavi d’interpretazione segrete potevano essere rivelate attraverso l’immaginazione d’un congegno o artificio (l’’arte lulliana’). Si trattava di usare i caratteri alfabetici e i loro significati come un meccanismo composto da cerchi concentrici rotanti a formare illimitate combinazioni, a guisa delle serrature di cassaforte. Non ultimo, in ambiente degli occultisti moderni, ricordiamo l’utopico e inutilizzabile congegno denominato ‘archeometro’, architettato da Alexandre Saint-Yves d’Alveidre. Cfr. A. Saint-Yves d’Alveidre, L’Archéomètre. Clef de toutes les Religions & de toutes les sciences de l’antiquité, Paris, La Tour du Dragon, 1910.[↩]
    21. Frances A. Yates, L’arte della memoria, Torino, Einaudi (I ed. London 1966), 1972, pp. 160-182.[↩]
    22. Lynn Thorndike, History of Magic and Experimental Science, New York and London, Columbia University Press, 1923-1958, (8 vols) II vol., p. 865.[↩]
    23. Si pensi, per esempio a Isaac Newton, Carl Linneo e Franz Mesmer.[↩]
    24. Per comprendere il significato di concetti astratti, l’ars lulliana usava la scomposizione delle lettere alfabetiche delle parole che li esprimevano, traducendo poi le lettere in numeri da interpretare per mezzo del metodo della rotazione di combinazioni. Sebbene sotto una forma fantasiosa, si può notare la tendenza analitica e puramente quantitativa che caratterizza la scienza moderna e contemporanea.[↩]
    25. Alcuni studiosi accademici e perfino certi esoteristi hanno visto in Lullo una influenza delle dottrine di Gioacchino da Fiore, il monaco cistercense “di spirito profetico dotato” (Divina Commedia, Paradiso, XII. 141). In realtà Gioacchino descrisse l’avvento del regno dello Spirito Santo in pieno accordo con gli Evangeli. Furono i suoi ammiratori francescani, i cosiddetti ‘spirituali’, a trasformare tali dottrine in un messianismo millennarista ereticale. Gioacchino volle intitolare “Fiore” il cenobio che aveva fondato, in linea con la sua ispirazione trovadorica.[↩]
    26. Nel suo De docta ignorantia, il Cusano affermava che l’universo era privo di centro, superando in modernità perfino i sostenitori del sistema eliocentrico. Per la prima volta la descrizione del creato contraddiceva l’esperienza sensoria e deduttiva, affidandola a calcoli della quantità numerica astratta. Nello stesso libro egli preconizzava un governo mondiale ‘monoteista’ guidato dal papa.[↩]
    27. A questo ambiente proto umanistico appartenne anche il camaleontico Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), poi papa Pio II. Filoimperiale e contrario al primato papale fino a quando non diventò papa, Pio II accolse il lullismo, gli insegnamenti del Cusano e la consulenza di eruditi ebrei, dando impulso all’astronomia e alla cartografia. Indubbiamente questi studi si concretarono nelle grandi scoperte geografiche del periodo successivo. A ulteriore riprova della greve presenza di questa corrente occultista neoplatonica ed ebaraizzante nel seno stesso della gerarchia ecclesiastica, citeremo il qabbalista cristiano cardinale Egidio da Viterbo, per importanza secondo soltanto al signore della Mirandola. Egidio da Viterbo (1469-1532), Scechina e Libellus de Litteris Hebraicis, (a cura di François Secret), Roma, Centro Internazionale di studi umanistici, 1959, pp. 9-20.[↩]
    28. Dal XIII al XVI secolo circolava negli ambienti preumanistici e rinascimentali la leggenda dei “Tre impostori”, Mosé, Gesù e Maometto, che influenzò notevolmente i personaggi che qui citiamo. È dunque evidente che il superamento delle divisioni tra i tre monoteismi, l’assunzione di una mentalità scientifico-meccanicista e della magia sono la migliore dimostrazione che quegli ambienti occultistici nulla avevano a che spartire con l’autentico esoterismo.[↩]
    29. Famiglia di banchieri le cui origini sono state accuratamente occultate. Poiché il prestito a interesse era proibito dalla chiesa cattolica, durante il medioevo, la società aveva delegato questo compito ‘peccaminoso’ alla comunità israelita. Nello stesso periodo la professione medica era considerata impura per la sua contiguità con il sangue e la morte; perciò anche questa sgradita professione era lasciata ai giudei. Le famiglie non nobili, poi, spesso assumevano come cognome il mestiere esercitato dal capofamiglia. È forse questa la ragione per la quale i banchieri di tale cognome cercarono di occultare la loro ascendenza? Si consideri, inoltre, che a partire dall’inizio del XIV secolo questa ricchissima famiglia aveva iniziato a intessere alleanze matrimoniali con le principali famiglie coronate d’Europa. Umberto (Moshe David) Cassuto, Gli Ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, Firenze, Olschki1965 (I ed. 1918).[↩]
    30. Francis A. Yates, Giordano Bruno y la tradicion hermética, Barcelona, Ed. Ariel, 1983 (I ed. London 1964),pp. 104-141.[↩]
    31. Suo insegnante di ebraico fu Yōḥānān ben Yitshaq Alemanno, amico e confidente di Lorenzo de’ Medici. Alemanno sosteneva che l’antica sapienza iniziatica giudaica era confluita nella filosofia neoplatonica, perciò si doveva rivivificarla con la lettura della Bibbia alla luce dei classici greco-latini, soprattutto in un’ottica astrologico-teurgica. In tutta evidenza non si trattava di un qabbalista tradizionale. Pico strinse amicizia anche con due eruditi israeliti che frequentavano l’Accademia: l’averroista Elia del Medico e il convertito Flavio Mitridate. Entrambi gli fornirono numerose opere esoteriche giudaiche.[↩]
    32. La riforma del cattolicesimo dall’interno trovò il suo principale rappresentante in Erasmo da Rotterdam (1466-1536). Il disegno di riforma aveva lo scopo principale di cancellare la scolastica, e il tomismo in particolare, considerata una forma di pensiero superata o, come si direbbe oggi, oscurantista. Come vedremo più avanti, tale riforma non si realizzò dall’interno, ma con la comparsa del protestantesimo che, di fatto, dimezzò l’estensione della cristianità medievale, mettendo la chiesa cattolica in serio pericolo. Di Johan Reuchlin, discepolo giudaizzante di Pico della Mirandola, tratteremo quando esamineremo l’origine del protestantesimo.[↩]
    33. Sosteneva ciò per evitare di attirare l’attenzione dell’Inquisizione. Tuttavia, le apparizioni del mistico e le evocazioni del mago sono entrambe di natura dubbia e pericolosa.[↩]
    34. Frances A. Yates, Cabbala e occultismo nell’età elisabettiana, Torino, Einaudi, 1982 (I ed. London 1979), p. 29.[↩]
    35. Michelangelo sdegnò sempre l’idea di fare parte di una gilda di mestiere. Così ebbe origine la moderna dicotomia tra artigianato e arte.[↩]

    48. The “Christian Qabbalah”

      The “Christian Qabbalah”

      Since the destruction of the Temple in Jerusalem (70 AD) and the consequent anti-Roman revolt of Bar Kokhba (132-135 AD), Jewish esotericism had remained alive in the communities of the Diaspora. Gnosticism and Neoplatonism1 had exerted an influence only on the community of Alexandria in Egypt which, after the Arab invasion of the mid-seventh century, moved largely to Byzantium. On the other hand, the destruction of the centre of the Israelite religion and the passage of ritual duties from the priesthood to the doctors of the law or rabbis had reduced the scope of esotericism, all the more inclined to assimilate Theurgy, as well as, the science of production of amulets and talismans. Moreover, despite the bitter controversy with the newly born Christianity, which had been suffered as a schism with heretical tendencies, Judaism could not exempt itself from assuming certain messianic doctrines. In fact, in the Talmudic period (4th-6th century AD) the ancient conception concerning the Messiah (Heb. Mašīaḥ) had changed with respect to the Old Testament view. Particularly, from the Babylonian captivity to the destruction of the Temple, the term Messiah designated the figure of an anointed King2 who by divine will had redeemed and set the people of Israel free from servitude, defeating and subjugating all other nations. In the vulgar era, however, the term Messiah took on a new apocalyptic and eschatological meaning. The Messiah would thus descend from the heights of heaven to destroy the enemies of Judaism and to end the history of man by establishing the kingdom of Yehovah in a new cycle of peace and justice3. These beliefs spread within rabbinic Judaism until the early Middle Ages, without being sensitively received by esotericism.

      Differently, in the medieval theurgic Qabbalah, the term ‘Messiah’ indicated the attainment of a high spiritual degree corresponding to the knowledge of the angel of the face, Meṭaṭron, the Demiurge who conveyed the dictates of God on the creation. However, the achievement of such level of initiatic wisdom did not extend beyond the sphere of the inner and personal experience. Those who achieved the degree of Messiah were therefore released from any exterior royal, priestly or prophetic functions awaited in the exoteric environment in order to affirm the sovereignty of Judaism over the world.

      At the end of the Middle Ages, a new current, apparently antithetical to the initiatic-theurgic one, separated from the Qabbalah4. Avraham ben Šemu’el Abulafia (Zaragoza 1240- Comino 1291) was the first to break the barrier that distinguished the initiatic concept of the Messiah from the popular one. He was a savant with a remarkable personality who changed and upset the traditional initiatic parameters of Qabbalah. In his youth, he had gone to Palestine to make contact with the ten lost tribes of Israel who were said to have founded a mighty Empire in Asia. His purpose was to request their armed intervention to free the Jews of Europe, avenge them for their marginalization, severely punish Christians, and subject them to the Jewish world empire. Abulafia had to withdraw from his “mission” in the face of the spread of Mongol hordes across the Near East5. This episode testifies to the secular or even political interest behind the application of his messianic idea. He, for the first time in history, argued that anyone who had attained the spiritual level of Messiah by initiatic practice should also publicly declare himself as such and take the lead of the Jewish communities for their liberation. Of course, he declared himself a Messiah6 and embarked on a mysterious and thoughtless mission to Rome to seek the recognition from the pope7.

      Interest in the assimilation of Christians was a constant in the worldly action of Abulafia. He did not wish to convert them, but to assimilate them to Judaism like the ancient ger tošab8, making himself recognized as the Messiah of the second coming. This is the first late medieval expression of a Jewish grafting project on Christianity. A fervent admirer of the anti-Qabbalistic philosophy of Maimonides, Abulafia tried in every way to bring together the philosopher’s thinking with the traditional teachings. To achieve, he inserted a hitherto unknown mystical and visionary component9 into the Qabbalah. He also altered the method (sskrt. prakriyā), adopting a new practice of visualization of the Hebrew letters that allegedly was received by direct revelation10. From the doctrinal point of view, he adopted Maimonides’ perspective, according to which the possible intellect (sskrt. buddhi) is of a superindividual nature and, as such, has the possibility to identify itself with the active Intellect (sskrt. mahan ātman), being of the same nature11. Abulafia did not give great importance to the use of Theurgy and magic, as previous Qabbalists had done. However, he maintained that, through the experience of ecstatic mysticism, the human being could enjoy divine qualities, including that of creator12.

      The characteristics of this mystical reform of Qabbalah will give birth to the visionary Jewish Messianism whose developments will prove increasingly disturbing. Referring to a knowledge of ancient origin, apocalyptic Messianism produced two figures: that of the prophet announcing the coming of the Messiah and the Messiah himself. Prophets include Avraham Eli’ezer ha-Lewi (1460-1529), Dawid Re’uveni (1490 ~ 1541) and Nathan of Gaza. Among the self-proclaimed Messiahs we find Šelomoh Molko, Šabbetay Ṣewi (1626-1676) and Jacob Frank (1726-1791).

      * * *

              At the same time of Abulafia we also find Ramón Llull (1232-1315), a figure who stood out for the originality of his writings. Majorcan baron and squire to King James II of the Balearics13, at the age of forty he had various visions of Christ that inspired his commitment to converting Jews and Moors. To this end, he embarked on numerous journeys between both shores of the Mediterranean. Although he had the opportunity to frequent the Knights of the Temple in Rhodes, thanks to his highborn birth, he ended up becoming an admirer of Philip the Fair of France and actively participated in the Council of Vienne in 131114. Close to the spirit of chivalry, but eager to fight it in favour of absolute sovereigns, he always pledged his loyalty to the Franciscans and their missionary propaganda, without however taking on even the Third Order.

      Llull studied theology in Paris and assembled an impressive library of religious and classical manuscripts. He also wanted to learn more about Islam and Judaism. He, therefore, studied Arabic and attended Qabbalist circles, numerous at that time in Palma de Mallorca15. In addition to sharing monotheism, he noted that the three Semitic religions recognized that the gross world was composed of four elements and that these determined four conditions of the bodily existence: cold, hot, moist and dry16. The four elements extended their domain in an ascending direction to the planetary spheres and fixed stars, also affecting with their influences life on earth17. Therefore, for missionary purposes, he decided to put aside the theological discussions that were fuelling the disagreement and start over from the physical grounds shared by Christians, Jews and Muslims18. On that basis he founded a system that today would be called ‘interreligious’, which he called ‘art’, capable of interpreting the fate of an individual and intervening to modify it. To this end – evidently influenced by Abulafia’s ‘way of names’ – using the letters of the Latin alphabet instead of the Hebrew ones, Llull conceived a mental mechanism capable of explaining all reality, theology, logic, science and art19.

      The four-element based communion found among the three exterior religions – different and usually hostile to each other – represents the first emergence of the scientistic mentality that will proliferate in the Renaissance period, ultimately to become dominant20. In fact, the scientific method does not really differ from the empiricism of practical magic21. The fact that at least until the early 19th century scientists were also occultists testifies to this concomitance22. At the same time, finding a common ground for overcoming the doctrinal differences between religions began to undermine the concept according to which civilization and tradition were identified. Llull’s theories brought science and faith, profanity and sacredness, analysis23 and synthesis into conflict for the first time, evidently siding in favour of the former at the expense of the latter. Even his fervent religiosity, akin to that of the paupers’ orders, actually harboured anti-ecclesiastical feelings24.

      Lullism had a great success throughout Latin Christianity and was accepted as an alternative philosophy to Scholastic theology. During the 14th century, the practitioners of alchemy and magic often made reference to his writings, and works allegedly attributed to him began to circulate. In the following century, Cardinal Nicolas of Cusa (1401-1464), one of the first humanists25, transmitted the magic-scientistic tendency of Lullian theories from the very heart of the Catholic Church to the Renaissance26. In line with Llull’s plan, he hoped to unite Christianity, Judaism and Islam by demonstrating the logical truth of the Trinity27.

      However, it was necessary to wait for the Medici family28 to take power in Florence in order to inaugurate the Renaissance. Following the fall of Constantinople (1453) to the Ottoman Turks and the loss of that centre of wisdom, in 1462 Cosimo the Elder entrusted Marsilio Ficino and Gemistus Pletho with the foundation of the Neoplatonic Academy for the recovery of any cultural documents saved from the collapse of the Eastern Empire. We will deal with Marsilio Ficino soon. What interests us in this context is the figure and work of his closest collaborator, Giovanni Pico marquis della Mirandola (1463-1494)29. In the Academy, he represented the current that was directly related to the thought of Ramón Llull. Unlike the Majorcan thinker, Pico studied Hebrew and eventually mastered that language30. According to him the name of Jesus, in Hebrew Yehošu‘a, interpreted according to the values and meanings of the Hebrew letters, meant ‘Messiah’. Furthermore, he interpreted this name as the tetragrammaton, the unpronounceable name of God, in whose centre was inserted the letter šin, which added the idea of action to that of being.

      With this interpretation Pico hoped to convert the Jews to Catholicism and, at the same time, to convince the Church of the sacredness of the Hebrew language, as well as, of the mysticism of Qabbalistic origin. This initiative failed to achieve the aim of converting the Jewish people, but it yielded two results: the birth of a syncretism called Christian Qabbalah, and the plan for a reform of Catholicism based on the Old Testament31. The Pichian philosophy refers to the interpretative method of the rotating alphabetic letters founded by Abulafia and handed down by Llull. Pico applied this method to the astrology of neo-Platonic origin, to which he added the cosmography of the ten sefirot. From an operational point of view, everything was translated into the evocation of angels and Qabbalistic magic, which he distinguished from practical magic. In his opinion, the practice of the latter was dangerous because it entailed the manipulation of demoniac influences32.

      “And one aspect of this story that does not seem to have been sufficiently highlighted is the fact that through Pico’s introduction of the Christian Qabbalah, a modern and contemporary Jewish movement flooded and permeated the evolving of European mentality and spirituality. This certainly represented a novelty, a significant emergence from the Middle Ages.”33

      It, therefore, appears evident that between the end of the Middle Ages and the beginning of the Renaissance, its reparation work had been undertaken to fill the void left behind the disappearance of an authentic Christian esotericism, which consisted in its replacement with magic or with spontaneous mysticism. The only esoteric legacy that survived was unquestionably that of the craft initiations, which, however, remained excluded from the mystical and magical-scientific circles of the new bourgeoisie. It was precisely the Renaissance that deconsecrated art and removed it from the guilds, only to entrust it to the genius of “brilliant” individuals deemed to be superior34. Even the Church, having absorbed the Renaissance mentality, renounced to entrust the construction of places of worship and the production of sacral sculptures and paintings to the guilds, resulting in a fracture that would later become irreparable.

      Gian Giuseppe Filippi

      1. This tendency remained somewhat indelible over the centuries both in the Jewish esotericism of the Iberian Peninsula (Ibn Gabirol, 1020 ~ 1070) and in that of the Aškenazi German speaking area (Efrayyim ben Šimšon, 13th century).[↩]
      2. Notwithstanding this term referred also to the anointed High Priest of the Temple.[↩]
      3. Not only do we recognize in this interpretation the apocalyptic influence of the “millennial reign of the second coming of Christ”, which must be established at the end of time, but also of oriental cyclical conceptions, especially of Persian origin, which circulated in the Gnostic circles of the Hellenistic era.[↩]
      4. Qabbalah simply means tradition and, in the specific case, initiatic transmission. It is an academic convention to bring this denomination back to the period in which this split occurred, almost as if earlier Jewish esotericism was not Qabbalistic.[↩]
      5. Marco Giardini, Figure del regno nascosto, Firenze, S. Olschki, 2016. The author suggests a symbolic and all-spiritual interpretation of Abulafia’s journey to the mythical Sambatyon river, beyond which the spiritual Empire of the ten lost tribes of Israel would have extended, as well as of his conversation with the pope. In such a case, however, both attempts should be admitted to fail. Following a widespread inclination currently in vogue, this book, although of great interest and rich in information, is unbalanced in constantly denouncing Christian anti-Judaism and always justifying Jewish anti-Christianity.[↩]
      6. Šelomoh Avraham ibn Adret, the highest Jewish authority in Spain and traditional Qabbalist, bitterly refuted Abulafia’s self-proclamation as Messiah. Moshe Idel, Mistici Messianici, Milano, Adelphi, 2004, pp. 89-90.[↩]
      7. The audience eventually never took place. On his arrived in Rome, Abulafia was immediately imprisoned. He was released after a few weeks, following the passing of pope Nicholas III. He himself spread the rumour that the pope had died thanks to his magical operations. He took refuge in Sicily and then in Comino (Malta) where his tracks are lost. Further on, also the false Messiah Šelomoh Molko (1500-1532) and Natan of Gaza (1643-1680), prophet of the false Messiah Šabbetay Ṣewi, performed magical ceremonies in Rome to curse the papal see. Moshe Idel, cit., P. 195; p. 267.[↩]
      8. Cfr. Auctores Varii, From Cosmos to Chaos, Milano, Ekatos Ed. Pr., 2019, ch. 22; https://vedavyasamandala.com/en/22-the-origins-of-christianity/.[↩]
      9. Mysticism is a phenomenon that manifests itself in the context of monotheistic religions following the decline and disappearance of initiation. This tendency arose in Catholicism with the pauperistic orders and preceded the mystical deviation imprinted on Qabbalah by Abulafia. In Islam mysticism was manifested above all in the Shi’ite sphere.[↩]
      10. Traditional Qabbalah used the method of the ‘way of the ten sefirot’, which consisted of invoking ten divine names to replace the supreme name of God, whose pronunciation had been lost. The sefirot corresponded to the virtues of the ten cosmic spheres and to those of the human being. Abulafia invented a new ‘way of names’ with the use of a rotating mechanism to create indefinite combinations of the twenty-two letters of the Hebrew alphabet. Each combination indicated one of the innumerable divine names, corresponding to an angel who could thus be evoked. Gershom Scholem, Major trends in Jewish mysticism, New York, Knopf Doubleday Publ. Gr., 2011 (I Ed. Jerusalem, 1941), pp. 202-203; 122-124.[↩]
      11. This theory, which we will return to in later articles, found many followers during the Renaissance.[↩]
      12. It is known that this possibility in Hinduism is explicitly denied even for the “liberated souls” (GG Filippi, The post-mortem of the sādhaka according to the doctrine of Śaṃkarācārya, Milan, Ekatos Ed. Pr., 2019, p. 109; 131 -132). From this one can easily deduce that vulgar magic always lies concealed under the name ‘Theurgy’ in deviated or degenerate initiatic ways. In fact, in the deviated Qabbalah the achievement of this “divine quality”found a worldly application with the magical practice of “creating” the golem, an artificially animated human being. Abulafia never used the term golem. However, he described a ceremony to “create a creature” (livro‘ beri‘ ah; M. Idel, Il golem, Torino, Einaudi, 2006, pp. 116-126). In light of these considerations, the current obsessive search for “artificial consciousness” in order to activate the “intelligence” of computing machines to make them autonomous is truly suspicious.[↩]
      13. It is lamentable to note that, on the wave of micro-nationalisms now in fashion, even academic historians tend to consider Llull a Catalan.[↩]
      14. It was following this council that Clement V dissolved the Order of Templars. Removere, cassare, tollere, i.e. to suppress, are the Latin verbs used in papal bulls. The verb ‘to suspend’ never appears in these official documents, disproving Barbara Frale’s claims in her unsuccessful attempt to absolve pope Clement of his crimes. See Umberto Bartocci, A Templar route to the origins of the modern world, Roma, Andromeda, 2006, pp. 200-214. This last book, flawless for what the sources are concerned, is highly questionable in terms of her interpretations, often prejudicial.[↩]
      15. However, it does not appear that he acquired any knowledge of the Hebrew language.[↩]
      16. As a matter of fact, this belief, widespread in the Middle Ages and used for magical purposes, involved only two of the four elements: cold and wet are, indeed, effects of water; whereas, heat and dry are of fire. The attribution of hot-moist to the air and cold-dry to the earth is completely arbitrary; in the Hindū tradition, their respective characteristics are mobility and immobility. Note, however, the absence of the fifth element in this Lullian conception.[↩]
      17. Once can recognize here the principle of sympathetic magic, which Llull defined astronomy to distinguish it from the judicial astrology used earlier to prepare horoscopes.[↩]
      18. In his complicated system of mechanically combined alphabetic letters, Llull also inserted their corresponding numerical and geometric elements. Thus, he associated the idea of the One and Three God to the triangle. He thought that in this way he could convince Jews and Muslims to accept the Christian trinity, which represented the main obstacle for a common understanding.[↩]
      19. He was the first to manifest the occult tendency to translate the universe and the supernatural world into a mechanistic system, whose secret keys of interpretation could be revealed through the imagination of a device or artifice (the ‘Lullian art’). It was a mechanism based on concentric circles featuring alphabetic characters and their meanings that by rotating composed unlimited combinations, similar to safe locks. Last but not least, in the circles of modern occultists, we remember the utopian and unusable device called ‘archaeometer’, designed by Alexandre Saint-Yves d’Alveidre. See A. Saint-Yves d’Alveidre, L’Archéomètre. Clef de toutes les Religions & de toutes les sciences de l’antiquité, Paris, La Tour du Dragon, 1910.[↩]
      20. Frances A. Yates, L’arte della memoria, Torino, Einaudi (I ed. London 1966), 1972, pp. 160-182.[↩]
      21. Lynn Thorndike, History of Magic and Experimental Science, New York and London, Columbia University Press, 1923-1958, (8 vols) II vol., p. 865.[↩]
      22. For example, Gottfried Wilhelm von Leibniz, Isaac Newton, Carl Linnaeus and Franz Mesmer.[↩]
      23. To understand the meaning of abstract concepts, the ars lulliana used the breakdown of the alphabetic letters of the words that expressed them, then converted the letters into numbers to be interpreted by means of the method of rotating combinations. Although in an imaginative form, becomes evident here the analytical and purely quantitative tendency that characterizes modern and contemporary science.[↩]
      24. Some academic scholars and even certain esotericists have seen in Llull an influence of the doctrines of Joachim of Fiore, the Cistercian monk ‘with a gifted prophetic spirit’ (Divine Comedy, Paradise, XII. 141). In reality Joachim described the advent of the kingdom of the Holy Spirit in full agreement with the Gospels. It was his Franciscan admirers, the so-called “spiritual” ones, who transformed these doctrines into a heretical millennial Messianism. Joachim wanted to name “Flower” the coenobium he had founded, in line with his troubadouric inspiration.[↩]
      25. In his De docta ignorantia, Nicholas of Cusa propounded the idea of a universe without a centre, thus surpassing in modernity even the proponents of the heliocentric system. For the first time, the description of creation contradicted the sensory and deductive experience, entrusting it to calculations of the abstract numerical quantity. In the same book he advocated a “monotheistic” world government led by the pope.[↩]
      26. Also the chameleonic Enea Silvio Piccolomini (1405-1464) belonged to this proto-humanistic environment. Initially contrary to papal primacy and being pro-imperial – just until he himself was made pope under the name of Pius II – he embraced Lullism, the teachings of the Nicholas of Cusa and the advice of Jewish scholars, giving thus impetus to astronomy and cartography. Undoubtedly these studies paved the way for the great geographical discoveries of the following period. As a further proof of the heavy presence of this neo-Platonic and Judaizing occultist current within the same ecclesiastical hierarchy, we will quote the Christian Qabbalist cardinal Egidio of Viterbo, second in importance only to the Marquis of Mirandola. Egidio da Viterbo (1469-1532), Scechina and Libellus de Litteris Hebraicis, (edited by François Secret), Rome, International Center for Humanistic Studies, 1959, pp. 9-20.[↩]
      27. From the 13th to the 16th century the legend of the “Three impostors”, Moses, Jesus and Muhammad, circulated in pre-humanistic and Renaissance circles, which greatly influenced the characters we have mentioned here. It is, therefore, evident that overcoming the divisions between the three monotheisms, the advocacy of a scientific-mechanistic mentality and of magic is the most evident proof that these occult circles had nothing to do with authentic esotericism.[↩]
      28. Family of bankers whose origins have been carefully concealed. Since interest-based moneylending was prohibited by the Catholic Church during the Middle Ages, society had delegated this “sinful” exercise to the Jewish community. Similarly, at that time the medical profession was considered unclean because of its contiguity with blood and death. Therefore, also this unpopular profession was left to the Jews. Furthermore, non-aristocratic families often derived their surnames from the profession exercised by the householders. Is that perhaps the reason why this family of bankers that carried this surname tried to conceal their ancestry? It should also be considered that starting from the beginning of the 14th century, this very rich family had begun to weave marriage alliances with the main crowned families of Europe. Umberto (Moshe David) Cassuto, Gli Ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, Firenze, Olschki, 1965 (I ed. 1918).[↩]
      29. Francis A. Yates, Giordano Bruno y la tradición hermética, Barcelona, Ed. Ariel, 1983 (I ed. London 1964),pp. 104-141.[↩]
      30. His Hebrew language teacher was Yōḥānān ben Yitshaq Alemanno, friend and confidant of Lorenzo de’ Medici. Alemanno argued that the ancient Jewish initiatic wisdom had merged into the Neoplatonic philosophy. Therefore, it had to be revived by reading the Bible in the light of the Greek-Latin classics, especially from an astrological-theurgic perspective. Clearly, he was not a traditional Qabbalist. Pico also befriended two Jewish scholars who attended the Academy, the Averroist Elia del Medigo and the convert Flavius Mithridates. Both of them provided him with several Jewish esoteric texts.[↩]
      31. The reform of Catholicism from within found its main representative in Erasmus of Rotterdam (1466-1536). The design of this reform had the main purpose of erasing Scholasticism, and in particular Thomism, considered as an outdated or, as we would say today, an obscurantist form of thought. As we will see later, this reform did not take place from within, but with the appearance of Protestantism which, in fact, halved the extension of medieval Christianity, putting the Catholic Church in serious danger. We will write on Johan Reuchlin, Judaizing disciple of Pico della Mirandola, when we examine the origin of Protestantism.[↩]
      32. He supported this notion to avoid attracting the attention of the Inquisition. However, the mystic’s appearances and the magician’s evocations are both of a doubtful and dangerous nature.[↩]
      33. Frances A. Yates, Cabbala e occultismo nell’età elisabettiana, Torino, Einaudi, 1982 (I ed. London 1979), p. 29. (Unfortunately, we could not consult this book in the original version.)[↩]
      34. Michelangelo always disdained the idea of becoming part of a craft guild. Thus originated the modern dichotomy between craftsman and artist.[↩]

      3. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

        Gian Giuseppe Filippi

        Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – III

        Com’è che il jīvātman se ne va dal corpo? Abbiamo già visto, come riporta il passaggio della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad1, che egli è seguito dalla conoscenza2, dal karma3 e dall’esperienza passata4.

        Proprio come un orafo fonde una piccola quantità d’oro e ne modella un’altra, una forma nuova e migliore, così il [jīva]ātman abbandona questo corpo, lo rende insenziente, e se ne fa un altro – una forma nuova e migliore adatta a [fruire] del mondo degli antenati, dei gandharva, degli Dei, di Prajāpati, di Brahman o di qualsiasi altro essere.5

        Dopo aver così sinteticamente esposto il tema dell’assunzione di un corpo sottile (liṅga o sūkṣma śarīra) per godere o scontare nei diversi bhogaloka i risultati del karma compiuto nell’ultima vita, la śruti opportunamente ricorda che:

        In realtà l’Ātman è il Brahman, anche se lo si identifica alla buddhi, al manas, al prāṇa, alla vista e all’udito, alla terra, all’acqua, al fuoco, all’aria e all’etere, ma che è diverso dal fuoco; sottoposto al desiderio [ma in sé] esente da desiderio, all’ira ma esente da ira, alla rettitudine ma privo di rettitudine, sottoposto ma esente da qualsiasi cosa percepita direttamente o dedotta indirettamente. Lo si pensa che agisca e che come agisce tale diventa. Compiendo cose buone diventa buono, compiendo cose cattive diventa cattivo; diventa virtuoso con azioni virtuose e vizioso con azioni viziose. Altri invece dicono che l’Ātman si identifica solo con il suo desiderio. Decide di agire per ottenere quello che desidera e ciò per cui agisce, quello diventa.6

        Come si è detto in precedenza, la conoscenza, per quanto insufficiente, e il karma accumulati nell’ultima vita conducono al cielo della luna il jīvātman dello yogi ignorante, che ha lasciato il cadavere per mezzo del fumo seguendo la guida delle divinità tenebrose7. A questo proposito, si trova un commento più preciso nei Brahma Sūtra, dove Śaṃkara afferma:

        Si comprende che il jīvātmā, con il prāṇa, gli indriya e il manas, avvolto dall’ignoranza8, il karma e le impressioni della vita precedente, lascia il vecchio corpo e ottiene un nuovo corpo.9

        Ciò sta a significare che il jīvātmā se ne va in un altro corpo avvolto da elementi sottili che ne costituiscono le sementi causali (bīja) di rinascita. Il sūtra commentato da Śaṃkara, riferendosi alla Chāndogya Upanishad10, risolve l’enigma che il re Pravahaṇa aveva sottoposto a Śvetaketu: “Com’è che l’acqua (āpa), per mezzo di cinque oblazioni nel fuoco sacrificale ottiene la voce umana?” Si tratta del vapore acqueo, ovvero del jīvātmā avvolto nelle sue modalità sottili e seminali, che in cinque tappe sale al cielo della luna per poi “ripiovere” sulla terra, ritornando a parlare con un corpo solido (sthūla śarīra). Non solo il corpo evaporato è rappresentato dalle acque, ma anche i risultati del karma compiuto in vita. Infatti l’uomo in vita compie i riti sacrificali (come l’agnihotra e l’homa11) versando nel fuoco liquidi come latte, soma12, burro chiarificato (ghṛta) e altri ancora, che a contatto col fuoco divengono vapore. Anche le azioni rituali, in questo modo, “evaporano” e diventano sottili. Questi “vapori karmici” sono anche chiamati śraddhā13, perché la loro oblazione nel fuoco è determinata dalla retta intenzione (śraddhā) di compiere il rito. Nel commento dei Brahma Sūtra14, Śaṃkara ci informa che queste acque sottili (apūrva15) attendono la morte del loro produttore per condurlo, innalzandosi attraverso il fumo16, fino al cielo della luna. Qui il jīvātmā gioirà dei frutti delle azioni rituali compiute nella vita appena conclusa.

        Non avendo realizzato l’Ātman, il jīvātmā è chiamato, in senso metaforico e secondario17, nutrimento degli Dei. La Śruti afferma la stessa cosa18.

        È evidente che qui non si tratta letteralmente di un nutrimento, ma di un suo senso trasposto, com’è dimostrato dalla seguente citazione:

        In verità gli Dei non mangiano e non bevono, ma si saziano alla sola vista dell’amṛta19.

        Si deve pertanto interpretare il sūtra attribuendo alla parola “nutrimento” il significato trasposto di fruizione (bhoga): nutrimento è ciò che fa piacere e allieta. Così gli Dei gioiscono dei frutti delle azioni passate. E come le acque, sotto la loro forma invisibile (aḍṛṣṭa rūpa)20, assumono il ruolo di nutrimento, i jñānendriya del defunto, riavvolti nel prāṇa,sono qui identificati agli Dei che gioiscono assaporando nel cielo della luna l’amṛta dei risultati del loro sādhana. Per comprendere meglio la descrizione immaginifica di questa fruizione nei propri prolungamenti sottili, possiamo paragonarla allo stato di sogno (svapnāvasthā). Nella condizione onirica, infatti, i sensi del dormiente, rivolti, ovviamente, verso l’interno, fruiscono della fantasmagoria del sogno creata per mezzo delle vāsanā della veglia. Il simbolismo sacrificale deve essere interpretato in questo senso: i risultati del metodo usato in vita sono oblati nel fuoco del cielo della luna e qui goduti come oggetti di contemplazione dagli Dei, ossia dal soggetto (jīvātman) coadiuvato da tutti i suoi strumenti sottili (antaḥkaraṇa). Si tratta della prima oblazione nel fuoco della pañcāgni vidyā:

        O Gautama, questo mondo [della luna] è il fuoco, il sole è il suo combustibile, i raggi il suo fumo, il giorno ne costituisce la fiamma, i punti cardinali le sue braci, i punti intermedi le scintille. In questo fuoco gli Dei offrono śraddhā e da questo sacrificio nasce il re Soma21.

        Dopo aver spiegato che il fuoco, il carburante e tutte le altre componenti del sacrificio vedico, preso a simbolo di queste esperienze postume, hanno il loro equivalente celeste nella sfera della Luna, nel Sole, ecc., Śaṃkarācārya prosegue:

        Occorre rimarcare che questi prāṇa particolari [gli indriya], nel corpo del sacrificante divengono Indra22, ecc., raggiungendo la loro forma simile agli Dei, rivestono lassù il ruolo di officianti del sacrificio che compiono nel fuoco del Cielo. Dopo aver dimorato qui sino all’esaurimento dei frutti del karma, discendono per la via inversa con un aṇuṣaya [residuo di karma] come si può riscontrare nella Śruti e nella Smŗti.23

        Il commento di Śaṃkara precisa che questo residuo non può corrispondere allo stesso karma che gli Dei hanno “mangiato” nel cielo della luna, perché quello è stato completamente esaurito. Il karma che è stato compiuto in vita allo scopo di raggiungere il candraloka, come vapore porta a quel cielo e lì viene consumato nel suo fuoco. Solamente questo karma è completamente esaurito in quel bhogaloka. Ma il metodo iniziatico, usato quando il jīva è ancora nel corpo, produce dell’altro karma che non genera soltanto effetti di cui fruire. Quest’altro karma è tale da produrre altro karma: perciò dovrà essere utilizzato dal jīva soltanto riprendendo un corpo grossolano in un karmaloka. È questo il residuo che non è bruciato ed esaurito nel fuoco del cielo della luna né negli altri quattro fuochi della pañcāgni vidyā.

        L’aṇuṣaya, rimanendo sempre un aḍṛṣṭa phala durante l’intero ciclo migratorio dei cinque fuochi, determina dunque la ridiscesa del jīvātmā in un altro stato individuale24. Diversamente, se ci fosse il completo esaurimento di tutto il karma nel cielo della luna, l’individuo sarebbe liberato; ma ciò sarebbe un assurdo, in quanto con l’azione non si esce dal dominio dell’azione.

        Dopo aver fruito degli effetti del karma, e avendoli così bruciati e consumati del tutto, il jīvātmā, libero dal vapore-fumo che lo aveva fatto ascendere alla luna, discende sotto forma di re Soma nella sfera delle nuvole:

        Avendo soggiornato colà fino a esaurimento degli effetti [karmici], egli ritorna proprio lungo la medesima via che aveva già percorso [all’andata]. Raggiunge l’etereo spazio e da lì scende all’aria. Associandosi all’aria si rapprende in vapore e, come tale diventa una nuvola diafana.25

        Parjanya [il dio della pioggia], o Gautama, è il fuoco, l’anno il suo combustibile, le nuvole il suo fumo, il fulmine la sua fiamma, la folgore le sue braci, la grandine le sue scintille. In questo fuoco gli Dei sacrificano re Soma. Da questa offerta nasce la pioggia.26

        Gravato dall’aṇuṣaya, il corpo sottile del jīvātman è versato in oblazione nel secondo fuoco sacrificale, rappresentato da Parjanya. Questo primo stadio di discesa verso il mondo grossolano al fine di riprendere un corpo pesante (sthūla śarīra) è rappresentato dal vapore che gradualmente si condensa in pioggia.

        Dopo essere diventato una nuvola diafana, si cambia in una nube gravida (megha); e così precipita a terra sotto forma di pioggia. [I jīva] nascono qui come riso, orzo, erbe aromatiche, sesamo, legumi ecc. È certamente più faticoso uscire da queste [condizioni]. Essi nascono prendendo l’aspetto di chiunque mangi questo cibo, di chiunque lo emetta come seme.27

        Questo mondo, o Gautama, è il fuoco, la terra è il suo combustibile, il fuoco il suo fumo, la notte è la sua fiamma, la luna le sue braci, e le stelle le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono la pioggia. Da questa offerta nasce il cibo28.

        Dopo il secondo sacrificio, dunque, l’individuo piove di nuovo sulla terra. Trovandosi ancora in uno stato sottile, questa volta si immerge nell’ambiente umano in forma seminale, vegetativa. Nel suo commento, Śaṃkara spiega che il jīvātmā non diviene affatto l’anima di questi vegetali, perché questi ultimi sono gli esseri incorporati che prima avevano subito la dannazione e poi, rinascendo piante, assumono una forma periferica e incapacitata ad agire. Invece i jīvātman di quanti hanno seguito il pitṛyāṇa, dopo essere piovuti sulla terra si associano alle piante. In questa condizione già terrena, ma sottile e prenatale, sono paragonati ai vegetali per la loro esistenza seminale, per il fatto che non comunicano con il mondo circostante, e per essere incapacitati ad agire Quando l’uomo mangia questi vegetali (determinandone la morte), il jīvātmā associato a quel cibo viene assimilato dal mangiatore diventando il seme del suo sperma. È per questa ragione che il jīvātmā ottiene una forma a immagine di “colui che lo mangia”29. Questo passaggio è il più lungo, perché il jīvātmā deve attendere il momento favorevole per entrare in contatto con il suo vero padre carnale. L’uscita dalla sua forma sottile è dunque più difficile, lunga e faticosa.

        E questo “pasto” rappresenta il quarto sacrificio:

        L’uomo, o Gotama, è il fuoco, la sua bocca il combustibile, il prāna il suo fumo, la parola è la sua fiamma, l’occhio i suoi carboni, le orecchie le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono il nutrimento; da questo sacrificio nasce il seme.30

        Il quinto sacrificio è quello che conclude il ciclo del pitṛyāṇa: l’acqua, nella sua discesa dal cielo della luna, si fa sempre più densa, finché si solidifica nell’embrione umano:

        La donna, o Gautama, è il fuoco, il suo grembo il combustibile, l’attrazione il suo fumo, la yoni31 la sua fiamma, l’amplesso le sue braci, la voluttà le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono il seme. Da questa oblazione si forma l’embrione umano.32

        In verità la donna, o Gautama, è il fuoco, il suo grembo il combustibile, i peli il fumo, la yoni la sua fiamma, l’amplesso le sue braci, la voluttà le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono il seme. Da questa offerta nasce l’uomo. Egli vive per il tempo che gli è concesso, poi muore.33

        Nel suo commento Śaṃkara afferma:

        Così l’acqua, chiamata śraddhā, successivamente offerta nei fuochi del cielo [della luna], della divinità della pioggia, di questo mondo, dell’uomo e della donna, in forme sempre più grossolane di śraddhā, [ossia] Soma, pioggia, nutrimento e seme, produce quello che noi chiamiamo uomo. Alla domanda: «Sai dopo quante oblazioni l’acqua nasce dotata di voce umana e di parola?».34 Si risponde: «Quando l’acqua, trasformata in seme [umano] è offerta come quinta oblazione nel fuoco della donna; a quel punto è dotata di voce umana». Quest’uomo, nato in un certo momento, vive per il tempo che gli è concesso, ovvero in proporzione con i risultati del karma passato che lo condizionano ad avere questo corpo. Dopo, ossia all’esaurimento di quel [karma], egli muore.35

        Il karma residuale, che non poteva essere portato a consumazione nel mondo lunare, fornisce al jīvātman, desideroso di trasmigrare, il nuovo corpo che può essere descritto “così e così”. Con ciò si vuol ribadire che l’aṇuṣaya36 non è la causa della rinascita in questo corpo; esso è semplicemente la ragione del “come” il nuovo śarīra appare. Tra le sue caratteristiche è da annoverare anche la durata della vita, durante la quale egli sarà libero di compiere nuove azioni, producendo karma che s’aggiunge al karma latente. Quando muore:

        Allora essi [i sacerdoti, in rappresentanza degli Dei] lo portano come offerta al fuoco. Il fuoco diviene il suo fuoco, il combustibile il suo combustibile, il fumo il suo fumo, la fiamma la sua fiamma, le braci le sue braci, le scintille le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono l’uomo”.37

        In questo modo ricomincia il ciclo di trasmigrazione:

        E coloro che ottengono i mondi attraverso i sacrifici, le offerte, le pratiche ascetiche raggiungono la divinità del fumo, la divinità della notte, la divinità della quindicina oscura della lunazione, la divinità dei sei mesi del dakṣinayāna, la divinità del pitŗloka38 e la luna. Raggiunta la luna, essi divengono nutrimento. Lassù gli Dei se ne nutrono come i sacerdoti che bevono il limpido succo del Soma [dicendo]: «Egli cresce, egli decresce»39. E quando il loro karma è esaurito divengono come l’etere, come l’aria, come la pioggia, come la terra. Raggiunta la terra diventano cibo. Allora sono nuovamente offerti nel fuoco di un uomo, da lì nel fuoco di una donna e alla fine nascono (e fanno dei riti) allo scopo di ottenere altri mondi. In questo modo essi girano come la ruota persiana…40

        È superfluo riprodurre la chiosa di Śaṃkara su questo passaggio, che è il sunto di quanto già descritto; sia sufficiente mettere in evidenza la ripetitività dell’esperienza trasmigratoria:

        Allora si muovono molte volte fra la luna e questo mondo, passando attraverso la divinità del fumo ecc…41

        Poiché utilizzano tecniche metodiche (prakriyā) basate sul simbolo, agendo a livello corporeo, vocale o mentale, questi sādhaka ruotano continuamente come la ruota persiana42 in cicli d’esistenza successivi, fino al momento in cui conosceranno Brahman43. Allora potranno dipartire, incamminandosi lungo l’uttarayāṇa44. A questo proposito si trova il seguente passaggio della Bhagavad Gītā:

        Dopo aver raggiunto il loka di coloro che hanno operato con rettitudine [il mondo lunare], avendo dimorato lassù per una moltitudine di anni, colui che ha fallito sulla via dello yoga, rinasce di nuovo in una dimora pura e ricca, oppure nasce in una famiglia di saggi karmayogin; ma questa è una nascita eccezionale da ottenere in questo mondo. A questo punto ritrova la conoscenza che aveva ottenuto nel suo corpo precedente e tende alla perfezione ancor più di prima, o discendente di Kuru [Arjuna]. Ed è altresì spinto in quella direzione grazie alle sue pratiche passate, anche se non lo vuole. Solo desiderando la pratica della meditazione egli supera śabdabrahman45.46

        Śaṃkarācārya commenta i due esempi di rinascita secondo una prospettiva spirituale, conferendo alla parola famiglia (kula) il significato di ambiente iniziatico. E così commenta:

        Colui che non aveva concluso la via dello yoga si volge alla perfezione grazie alle pratiche della sua nascita precedente. Se non ha compiuto adharma [un’azione contraria all’ordine tradizionale] tale da superare la pulsione per lo yoga causata dalla pratica [operata nella vita passata], allora, certamente, prevarrà l’attrazione verso lo yoga. Se l’adharma è più forte, allora certamente la tendenza verso lo yoga sarà sconfitta dall’adharma. Ma all’esaurimento dell’adharma, l’attrazione per lo yoga comincerà a produrre i suoi effetti; questa inclinazione, dunque, non può esser distrutta durante il suo periodo di latenza47. Dunque, se costui, come dice la smṛti, è un rinunciante che, avendo fallito nello yoga [con la nascita precedente], persegue la via dello yoga con il solo desiderio di conoscere la sua natura propria, allora sarà libero dal śabdabrahman e dall’osservanza del karma kāṇḍa. È dunque proprio necessario dichiarare che chi conosce e pratica lo yoga con costanza e devozione sarà libero dagli effetti [karmici]?48

        Occorre ancora aggiungere che coloro che non hanno realizzato la meta dello yoga, vale a dire la conoscenza di Īśvara, si sono soffermati su qualche suo simbolo secondario, attratti dalle condizioni particolari di certe tappe intermedie a loro gradite. Le tappe di cui si tratta sono spesso descritte come gradi o fasi di sviluppo rappresentate da centri sottili, la cui numerazione varia a seconda della sādhanā che si percorre49. Avendo desiderato ardentemente di raggiungere una meta minore, concentrando su di essa la pratica del metodo iniziatico, potranno raggiungere nel candraloka,a conclusione del pitṛyāṇa, la loro corrispondente collocazione. Per questa ragione le Upaniṣad parlano dei “cieli della luna” al plurale, descrivendo in questo modo le molte situazioni differenti, ossia i diversi livelli di fruizione che il sādhaka ha desiderato di raggiungere nel corso dell’intera vita. La Chāṅdogya Upanishad50 enumera nove diverse regioni del candraloka che, alla fine del dakṣinayāna, consentono alle anime degli yogi ignoranti la fruizione dei loro desideri. In conformità con questa gerarchizzazione dei cieli della luna, anche con la loro discesa in questo mondo terrestre i jīva otterranno differenti nascite, sempre felici, ma non uniformemente favorevoli. Il brano già citato della Bhagavad Gītā ce ne fornisce due esempi: si può rinasce in un ambiente puro e ricco di spiritualità o in un ambiente di saggi karma yogin51.

        1. BU IV.4.2.[↩]
        2. Conoscenza del tutto insufficiente e che per tale ragione in altri testi è definita come “ignoranza”. Per tale ragione questo yogi è definito “ignorante”.[↩]
        3. Si tratta soltanto dei risultati delle azioni rituali compiute durante l’ultima vita.[↩]
        4. Saṃcita karma; i risultati “accumulati” del karma passato, vale a dire l’insieme degli effetti ancora latenti delle azioni compiute nel corso di tutte le esistenze precedenti la vita nell’ultimo corpo che si è appena abbandonato.[↩]
        5. BU IV.4.4. È facile riconoscere che il pitṛloka comprende i destini che corrispondono ai cieli e agli inferni nella dimora di Yama. Salvati e dannati vi si recano con il loro corpo sottile di “sofferenza” (yātanā śarīra), dimorando fino a estinzione delle loro colpe e meriti; dopo di che trasmigrano nel saṃsāra assumendo un nuovo corpo migliore o peggiore di quello della nascita precedente. Gli iniziati (sādhaka), invece, acquistano una forma sottile adatta a raggiungere il gandharvaloka (altro termine per designare i candraloka) per mezzo del pitṛyāṇa,oppure i loka degli Deicon il devayāna. Il loka più elevato, che è la tappa suprema raggiunta dai conoscitori del non-Supremo, è rappresentato dal mondo di Prajāpati, ossiail Brahmaloka. Il raggiungimento di queste tappe sarà illustrato in dettaglio nello sviluppo di questo breve trattato. Con “qualsiasi altro essere”, come si vedrà in seguito, si allude ai reggitori dei mondi.[↩]
        6. BU IV.4.5.[↩]
        7. Le esperienze pregresse continuano a rimanere latenti nella forma di saṃcita karma durante il tempo che si passa nei bhogaloka. Esse si attiveranno gradualmente in rinascite successive nei mondi dell’azione (karmaloka). Non si deve credere, però, che sia il saṃcita karma a condizionare le rinascite (punarjanma). Ciò che fa trasmigrare il jīva nel saṃsāra è il desiderio (kāma) prodotto dall’ignoranza (avidyā). “Chi ha attaccamento, assieme al suo karma va dove lo spinge il desiderio della sua mente. Dopo aver esaurito tutti gli effetti del karma compiuto, da quel mondo di fruizione ritorna al mondo dell’azione” (BU IV.4.6). Il saṃcita karma, quindi, non condiziona la rinascita, ma influenza il modo in cui si rinasce. Śaṃkara, a questo proposito, osserva che spesso si vedono alcuni che posseggono innate abilità e attitudini, come quelle di dipingere, suonare o far di conto, mentre altri sono incapaci delle cose più semplici. Allo stesso modo, nell’uso delle facoltà corporee, si possono osservare individui naturalmente abili o maldestri.[↩]
        8. Si tratta dell’imperfetta conoscenza degli yogin ignoranti, di cui sopra.[↩]
        9. BSŚBh III.1.1. Cfr. “Come un bruco si raccoglie all’estremità di una foglia per poi allungarsi e passare a un’altra, così il sé individuale getta via un corpo, lasciandolo privo di sensi, per prenderne un altro e lì ritrovare se stesso”. BU IV.4.3.[↩]
        10. ChU V.3.3; V.9.1.[↩]
        11. Sacrifici oblatori vedici del fuoco.[↩]
        12. Il succo ricavato per spremitura da una pianta anch’essa chiamata soma. Come si vedrà di seguito, Soma è anche uno dei nomi della luna.[↩]
        13. Retta intenzione che corrisponde a una certezza interiore; ciò si rivela come una energia o potenza prodotta dall’influenza iniziatica paragonabile all’enthusiasmos (ἐνθουσιασμός) dei misteri della Grecia antica.[↩]
        14. BSŚBh III.1.6.[↩]
        15. “Che prima non c’è”, il risultato d’una azione che rimane latente a livello sottile, per poi comparire a tempo debito. Si tratta di una concezione mīmāṃsāka che corrisponde all’’effetto invisibile’ (aḍṛṣṭa phala) del Vedānta.[↩]
        16. Della pira sulla quale si trova il cadavere.[↩]
        17. Per la logica indiana il senso primario è quello reale, mentre quello secondario corrisponde a un uso metaforico. È perciò erroneo confondere il senso secondario con il simbolo; quest’ultimo, infatti, rappresenta una realtà superiore a quella letterale e primaria.[↩]
        18. BSŚBh III.1.7.[↩]
        19. ChU III.6.1. Amṛta, liquore d’immortalità. In questo caso rappresenta lo stesso soma.[↩]
        20. Come si diceva, il Vedānta usa questo termine in luogo di apūrva,che corrisponde a una concezione meccanicistica tipica del ritualismo mīmāṃsāka.[↩]
        21. BU VI.2.9; ChU V.4.1-2.[↩]
        22. Il jīvātman, nella sua forma di vapore-fumo, è oblato nel fuoco sacrificale celeste e, purificato, assume il soma, bevanda degli Dei, come suo corpo sottile per fruire degli effetti invisibili (aḍṛṣṭa phala) del suo karma nel mondo lunare. Egli, perciò è riconosciuto come Re degli Dei-indriya.[↩]
        23. BS III.1.8. Smŗti significa‘memoria’ e indica la categoria di testi sacri che tramandano nel tempo gli antichi insegnamenti riferiti alla śruti o Veda. Sono considerati meno autorevoli dei testi vedici e comprendono Sūtra, Purāṇa e Itihāsa. Nel linguaggio vedāntico con smṛti s’intendono soprattutto la Bhagavad Gītā e i Brahma Sūtra, considerati autorevoli quasi quanto le Upaniṣad.[↩]
        24. Come si vedrà più specificatamente in seguito, la ridiscesa comporta una rinascita individuale così descritta: “Coloro che compiono azioni virtuose (ramaṇīya caraṇa, lett. rituali mossi dal desiderio d’ottenere una migliore condizione) otterranno rapidamente una qualche nascita migliore tra i brāhmaṇa, kṣatriya o vaiṣya. Invece coloro che compiono azioni ignobili (kapūya caraṇa) raggiungeranno una cattiva nascita tra cani, maiali o intoccabili (caṇḍāla)” (ChU V.10.7). Ramaṇīya caraṇāh comporta necessariamente l’uso di rituali iniziatici; mentre il kapūya caraṇa corrisponde alle varie possibilità di rinascita dei profani.[↩]
        25. ChU V.10.5.[↩]
        26. BU VI.2.10.[↩]
        27. ChU V.10.6.[↩]
        28. BU VI.2.11.[↩]
        29. Nel commento di Śaṃkara a ChU (V.10.6) si legge: “Invero, chiunque divori il cibo, venendo in contatto con i jīvā associati ai veicoli menzionati [come riso e orzo, erbe aromatiche ecc.], è in grado di emettere il seme; quando a tempo debito emette il suo seme nella donna, il jīvā che è entrato con il cibo nel suo corpo, viene all’esistenza diventando quello stesso, cioè assume le sembianze di lui, ossia del padre […] Ciò significa che viene all’esistenza avendo assunto una fattezza analoga a quella di chi ha deposto il seme. In tal modo infatti, da un essere umano nasce un essere umano, da una mucca un vitello, ossia un essere che ha la medesima specie dei genitori, mentre non viene a nascere assumendo un’altra forma: pertanto è pienamente ragionevole affermare che: viene all’esistenza divenendo proprio come quello”.[↩]
        30. BU VI.2.12.[↩]
        31. Matrice, utero.[↩]
        32. ChU V.8.12.[↩]
        33. BU VI.2.13.[↩]
        34. BU VI.2.2.[↩]
        35. BUŚBh VI.2.13.[↩]
        36. In altre parole, il residuo karmico diventa il prārabdha karma della nuova esistenza. La vera causa della trasmigrazione saṃsārica rimane sempre il desiderio del jīva, causato dall’ignoranza, di soddisfare le proprie brame.[↩]
        37. BU VI.2.14.[↩]
        38. Il mondo dei defunti, regno di Yama, collocato subito sotto il Cielo della Luna.[↩]
        39. Secondo il commento di Śaṃkara (BUŚBh VI.2.16) questa frase descrive la luna come una coppa (in luogo del falcetto dell’immaginario occidentale). I defunti, nella loro forma liquida, riempiono la coppa in plenilunio, quando raggiungono quel loka. Gli Dei sorseggiando lentamente quelle acque, le esauriscono nella luna nuova. La frase sopra riportata nell’Upaniṣad «Egli [il soma] cresce, egli decresce», riassume la formula sacrificale: «O calice, che simboleggi il sacrificio dell’essere, che tu sia ora riempito, che tu sia ora vuotato», con cui i brāhmaṇa colmano più volte il calice della spremuta di soma, per poi vuotarlo nelle libagioni.[↩]
        40. BU VI.2.16.[↩]
        41. BUŚBh VI.2.16.[↩]
        42. Strumento agricolo irriguo, conosciuto anche col nome di noria.[↩]
        43. Poiché non conoscono il metodo della conoscenza suprema, per questi iniziati Brahman è sempre rappresentato qualificato (saguṇa). Si tratta dunque del Brahman non-Supremo (Aparabrahman) o Brahman-effetto (Kāryabrahman).[↩]
        44. Il corso del sole verso nord, corrispondente ai sei mesi che vanno dal solstizio d’inverno a quello d’estate.[↩]
        45. Il Veda e le sue prescrizioni basate sul simbolo.[↩]
        46. BhG VI. 41-44.[↩]
        47. Questo esclude che l’adharma compiuto dal jīva, che ha seguito il destino del pitṛyāņa, produca una nascita sfavorevole, bestiale o vegetale, paragonabile a quella di chi rinasce dopo aver scontato il suo pāpa nei naraka. Infatti il karma yogin “durante la quinta oblazione ottiene la voce umana; il numero di quelle [cinque] oblazioni è menzionato perché produce un corpo umano, non di un tafano o di una zanzara, giacché la parola puruşa designa la specie umana” (BSŚBh III.1.18). Ciò significa che si dovrà passare per qualche altra rinascita umana in più, prima di poter ascendere al devayāna.[↩]
        48. BhGŚBh VI. 41-44.[↩]
        49. È diffusa l’erronea idea che questo processo costituisca una ‘realizzazione’. In verità si tratta soltanto del recupero o della restaurazione delle naturali qualità dell’individualità umana, ciò che il Vedānta definisce purificazione della mente (śuddhadhī). L’unica vera realizzazione (sākṣātkāra) eterna (nitya, anādi) e infinita (ananta¸amita) consiste infatti nel raggiungimento della Realtà, il mokṣa. Quando con ‘realizzazione’ (in tal caso, espresso in sanscrito dai termini utpatti o lābha) si vuole intendere il raggiungimento del cielo più alto della realtà manifestata (vyavahārika sattā), ottenuto per mezzo della conoscenza del non-Supremo, sia chiaro che ciò può avverarsi esclusivamente dopo la caduta del corpo per coloro che raggiungono il Brahmaloka. Se preliminarmente, in vita, si siano sperimentati alcuni avvertimenti psichici, quali visioni, sensazioni, rivelazioni, in taluni casi con l’ottenimento di poteri (siddhi) e con l’esperienza dei vari tipi di samādhi, tuttavia questi episodi sono tutti transitori, poiché anche dal samādhi c’è sempre il ritorno all’esperienza ordinaria dello stato di veglia. Ciò ha comprensibilmente indotto a confondere queste esperienze dell’iniziazione alle vie del non Supremo (aparavidyā mārga) con il misticismo occidentale. Invece, l’universalizzazione di quegli stati nei prolungamenti della vita extracorporea è perenne (avidāsin), prolungandosi per la durata del kalpa. ma certamente non eterna. Ciò non riguarda coloro che si arrestano a una tappa lungo il devayāna, come sarà spiegato in seguito.[↩]
        50. ChU VIII.2.1.[↩]
        51. I diversi livelli di merito (puṇya) dei cieli della luna produrranno anche un numero maggiore o minore di rotazioni della “ruota persiana”.[↩]

        1. La Bhāvana Upaniṣad

          La Bhāvana Upaniṣad – I

          A cura di Durgā Devī

          Śrī Vidyā Cakra

          Prefazione

          Oṃ Śrī Gurubhyo Namaḥ

          Śrī Vidyā è la via iniziatica tantrica dedicata al culto della Devī che rappresenta il culmine dell’intellettualità śākta. Assieme all’Advaita Vedānta, tale scuola è definita Brahma vidyā, conoscenza di Brahman. Per la sua vicinanza alla dottrina śaṃkariana, Śrī Vidyā è insegnata presso tutti gli Śaṃkara Pīṭha e Śaṃkara Maṭha regolari dell’India a beneficio dei brahmacārin e saṃnyāsin che vi afferiscono. Non è infrequente che anche gṛhastha qualificati siano accettati come discepoli. In molti templi, villaggi e città dell’India, in particolare nel meridione, sono anche presenti dei gurukula a guida di maestri gṛhastha, vānaprastha e saṃnyāsin, in rappresentanza dei jagadguru o completamente autonomi, spesso di altissimo livello conoscitivo e di grande potenza. La leggenda vuole che lo stesso Śaṃkarācārya tracciasse per la prima volta nella storia uno Śrī Cakra sul suolo in cui fondò lo Śāradā Pīṭham di Śṛṅgerī, trasmettendo ai suoi discepoli il metodo di Śrī Vidyā basato sulla meditazione di quel simbolo.Allo stesso maestro di Advaita sono attribuite diverse opere di Śrī Vidyā quali la Saundaryalaharī, il Lalitātriśātī Bhāṣya, il Devīpañcaratna e vari inni alla Dea.

          Nelle note introduttive al testo della Bhāvana Upaniṣad daremo una panoramica generale per illustrare questa via iniziatica della Devī (śākta mārga) ancora sconosciuta in occidente, nonostante la sua diffusione e importanza storica. A differenza del Trika, impropriamente definito “Shivaismo del Kashmir”, a cui è pur simile per molti versi, Śrī Vidyā non è mai entrata in conflitto con l’Advaita śaṃkariano; anzi trae la sua forza e vitalità dall’annoverare nella sua paramparā proprio il grande ācārya. È curioso, perciò, che nell’ambiente indologico occidentale si sia diffusa ampiamente la conoscenza dell’estinta tradizione Trika1, mentre Śrī Vidyā rimane quasi totalmente ignorata. Il che, a nostro parere, non è del tutto un male, poiché così si preserva questa via iniziatica dalla profanazione che ha subito lo “Shivaismo del Kashmir”.

          Si conoscono in Śrī Vidyā tre livelli di conoscenza. Il primo è definito pūjā prakriyā, la pratica dell’adorazione che consiste nell’uso metodico di rituali da compiere assieme ad altri sādhaka o in solitario. Si tratta di riti d’offerta (havya), della pronunzia di inni di lode (prastava), di sacrifici e oblazioni (yājña)2, di nyāsa3 dell’esecuzione del tracciato dello Śrī Yantra. Lo scopo della pūjā è quello di approntare un supporto sottile alle pratiche del secondo livello. Il livello successivo, più propriamente realizzativo, è il mantra prakriyā, ossia la ripetizione (jāpa) del mantra personale che ognuno deve compiere in silenzio e in isolamento. Talvolta lo si può compiere a due con il proprio guru, al fine di potenziare nel discepolo la capacità d’invocazione. La ripetizione dei vari mantra può avvalersi della meditazione sullo Yantra. Il terzo livello è il Vedānta, che consiste nella messa in pratica dell’advaita vicāra. Arrivati a questo grado ci sono due opzioni. L’upāsaka può continuare a meditare seguendo l’impostazione terminologica e dottrinale tantrica, oppure passare direttamente all’advitīya sādhana. In quest’ultimo caso sono avvantaggiati i discepoli di un guru che sia anche ācārya di Vedānta. Per giungere alla via della conoscenza è comunque necessario aver preliminarmente raggiunto la purificazione della mente attraverso i due primi livelli.

          Dobbiamo aggiungere un particolare importante che si potrà comprendere per mezzo di una lettura attenta del testo in questione: la meditazione sullo Śrī Yantra occupa un punto centrale nei primi due livelli di Śrī Vidyā perché, trattandosi di una scienza del non-Supremo (Apara vidyā), la dottrina è in tal caso espressa per mezzo della spiegazione dettagliata del metodo yantra-mantra.

          Per questo lavoro ci siamo avvalsi degli insegnamenti ricevuti dai venerati guru, Śrī Satyānanda Nātha Mahārāja e Śrī Gopīnātha Kavirāja Mahārāja, delle opere del Jagadguru Candraśekarendra Sarasvatī Mahāsvāmījī, di Śrī Śrī Svāmī Karapātrī Mahārāja e dell’eruditissimo upāsaka prof. S. K. Ramachandra Rao.

          Durgā Devī

          Note introduttive

          I. Il significato del cakra

          La comprensione della dottrina di Śrī Vidyā passa attraverso la conoscenza dettagliata della dottrina raffigurata sotto la forma schematica dello Śrī Cakra Il primo significato del termine sanscrito cakra è quello di ruota. L’etimo del termine vorrebbe suggerire “ciò grazie al quale qualcosa è fatto” (kriyate anena). La ruota del carro, la ruota del vasaio, la ruota tagliente scagliata come arma contro il nemico sono chiamate cakra. Nel suo significato più esteso, cakra vuol dire anche regno, perché il mondo intero è concepito girare attorno al suo perno fisso, il Re. Il Re universale è chiamato “cakravartin”, colui che fa girare la ruota del mondo e del tempo. La parola significa pure uno schieramento circolare dell’esercito (cakravyūha), volto a rafforzare la propria posizione e ad assicurarsi la vittoria4. I poeti sanscriti usavano alcune disposizioni in forma circolare (cakrabaṅdha) delle lettere dell’“alfabeto” devanāgrī5, per comunicare il significato delle parole con più forza, anche se in modo più tortuoso.

          Ogni volta che il termine cakra è usato significa invariabilmente “un potere esercitato all’interno del circolo”, un insieme di parti coordinate tra loro per un fine prefissato. La forma circolare del cakra stimola nel pensiero un senso di semplicità e completezza. Esso è comprensivo di tutte le parti in modo armonico, i cui elementi e dettagli inscritti tendono a essere compattati attorno al centro, cosicché l’intera forma compresa nella circonferenza, il cerchio, appare unita ed efficace.

          Tuttavia la forma non sempre deve essere forzatamente piana. Anche se disegnato su una superficie piatta, si deve immaginare la possibilità di uno sviluppo tridimensionale del cakra, come quando si tratta del ṛtucakra, il giro delle stagioni, del rāśi cakra, la fascia dello zodiaco, nakṣatracakra,l’insieme della sfera celeste stellata, e nāḍīcakra, il reticolo delle arterie in cui avviene il circolo sanguigno.

          La costituzione psicosomatica dell’energia all’interno del corpo umano nelle sue condizioni normali, comprende sei cakra6: il mūladhāra cakra, il centro sottile “che sta sotto alla radice” dell’intera fisiologia sottile dell’individuo, è situato sotto al coccige, vale a dire al di sotto del punto più basso di un corpo seduto a terra a gambe incrociate, in una qualsiasi posizione: il svādhiṣṭhāna cakra, il centro “che è il proprio sostegno”, sta all’altezza dei genitali; il maṇipūra cakra, il cakra detto “gemma risplendente”, posto sopra l’ombelico e sotto al plesso solare; l’anāhata è il centro posto a livello cardiaco e significa “sbloccato”; il viśuddha, il cakra “purificato” alla gola; infine l’ājñā cakra, il centro del “comando” collocato tra le sopracciglia. Questa sequenza richiede qualche spiegazione. Per il momento basterà osservare che ognuno di questi cakra corrisponde a una precisa tipologia di energie, rappresentata dalle funzioni caratteristiche dell’area anatomica a cui sono associate. I cakra non si identificano affatto a quelle parti corporee e neppure corrispondono a funzioni fisiologiche. Sono concetti che descrivono funzioni differenziate dell’energia vitale, distribuita in una vera e propria costruzione mentale simbolica, che solo apparentemente sono contenute nella forma corporea umana. Così sono anche il manascakra7, il somacakra8, posti sopra la fronte, all’attaccatura dei capelli, e anche il sahasrāra kamala9, immaginato sopra alla calotta della testa. I cakra, dunque, possono essere definiti come i punti in cui le energie vitali individuali si accentrano, vorticano e dove si relazionano tra loro ordinatamente.

          In India il concetto di cakra, come un modello di forze coese in regolarità e unità funzionale, è molto antico. La sua rappresentazione visiva è stata rinvenuta anche nelle vestigia archeologiche della civiltà della valle dell’Indo-Sarasvati risalenti a cinquemila anni fa, e la sua espressione come parola si trova pure negli inni nel Ṛgveda. Sin da quei tempi, cakra è un simbolo ricorrente usato in diversi contesti. Per esempio saṃsāracakra, il ciclo trasmigratorio del mondo e degli esseri; kālacakra, il ciclo dell’involuzione temporale; dharmacakra, la ruota della legge; yoginīcakra, la rappresentazione di cerchie di divinità femminili; mantracakra un ciclo completo di un certo numero d’invocazioni usato metodicamente e via dicendo. È interessante notare che nelle pratiche estreme del tantrismo di carattere trasgressivo della mano sinistra (vāmācāra)10, le riunioni per compiere rituali sessuali, sono chiamate cakra, cioè circolo di iniziati uniti dalla disciplina di un culto comune. L’intenzione in tali sessioni è chiamata cakrapūjā, adorazione circolare, termine che presso i profani ha assunto una dubbia reputazione. Ma, nell’ambiente dell’esoterismo tantrico vāmācārin, quel termine è d’importanza fondamentale in quanto trasmette l’idea di una effettiva adunata di divinità invisibili, rappresentate concretamente da esseri umani iniziati, riuniti per una sessione di grande potenza. Nella letteratura esoterica è ben noto cosa sia il bhairavī11cakra. In questo modo si chiama la riunione con giovani donne, durante la quale l’assunzione di bevande inebrianti e la copula sono sublimati dal loro risultato spirituale. Si ritrova la medesima idea nel rāsamaṇḍala (danza in circolo) di certe vie iniziatiche kṛṣṇaite. In queste adunanze, gli iniziati maschi e femmine riproducono ritualmente le danze circolari delle gopī12 attorno a Kṛṣṇa, identificandosi con quei personaggi, con atteggiamenti e gestualità esplicitamente erotiche.

          A volte la parola maṇḍala è sinonimo di cakra. Anche questo vocabolo significa ruota, circolo, insieme unitario di dettagli, regno ed esercito. Ci sono termini come dhāraṇī maṇḍala o bhū maṇḍala (l’orbe terrestre), nara maṇḍala (il reticolo delle arterie), nābhi maṇḍala (l’insieme delle energie del centro dell’ombelico) e tārā maṇḍala (sfera stellare). In particolare tale parola è entrata in uso presso i tantrici del Buddhismo mahāyāna e la corrente dei nātha-siddha13. “Offrire il maṇḍala” e “visualizzare il maṇḍala” sono parti importanti dei metodi iniziatici del Tibet, della Mongolia e del Giappone. Vi sono anche opere che trattano della meditazione del maṇḍala e del suo simbolismo, scritte da maestri nātha-siddha, da tāntrika e yogi del Buddhismo tibetano.

          In questi ambienti, maṇḍala è definito “ciò che riunisce i dettagli essenziali” (mandam lāti). Un testo tantrico molto seguito, il Tantrarāja Tantra, descrive la natura e i suoi usi rituali e meditativi. Come il cakra, il maṇḍala denota un atto di concentrazione sintetica su tutti i significati dettagliati del mondo, di una dottrina, di una costruzione della propria mente (bhāvanarūpa o manasarga). È anche il supporto grafico che facilita tale concentrazione. Ivi si raccolgono le energie interne e, come punto su cui prestare la propria concentrazione, fa convergere altre energie esterne. È uno strumento che è stato raffinato e confermato dall’uso e reso canonico.

          È anche chiamato yantra, disegno che descrive in forma visibile l’atto di concentrazione dei pensieri dell’iniziato e punto di convergenza di forze provenienti dal mondo esterno. Lo si trova spesso in forma di un oggetto tridimensionale, un monile o un congegno meccanico. Le tre parole cakra, maṇḍala e yantra sono, di fatto, sinonimi. Ma nell’immaginazione popolare ognuno di essi possiede una particolare caratteristica che lo distingue dagli altri. Per questa ragione, cakra suggerisce l’immagine d’una forma circolare, mentre il maṇḍala, nonostante il suo senso primario di ‘qualcosa di rotondo’, è inteso per lo più di forma squadrata. Mentre il cakra e il maṇḍala in generale sono rappresentazioni piane, lo yantra è spesso un modello tridimensionale. Si deve notare che c’è anche un modello tridimensionale dello Śrī Cakra (chiamato Meru), e che vi sono maṇḍala dipinti su vari materiali in Tibet e in Giappone, specialmente usati per offerte. Non è raro che lo Śrī Cakra sia anche chiamato Śrī Yantra.

          Comunque sia chiamato, si tratta d’una sfera di influenza, un recinto consacrato, un campo da gioco di pensieri, sentimenti e forze, sia esterni sia interni all’iniziato. È uno strumento impiegato per attivare energie, stimolare pensieri, armonizzare sentimenti, e coordinare e unificare forze interne ed esterne. È descritto correttamente come una psicocosmografia.

          In quanto strumento che funge da tramite tra energia interiore ed energia esterna, è funzionalmente strutturato in tre livelli di “spazio”, inteso come ambiente di movimento: il livello del mondo grossolano delle cose e degli esseri (mahākāśa, grande spazio), il livello che rappresenta pensieri e sentimenti (cittākāśa, spazio mentale), e quello della pura, indifferenziata coscienza (chidākāśa, spazio o etere di Coscienza). Il primo simboleggia il mondo oggettivo, il secondo la valutazione soggettiva di esso, e il terzo l’eliminazione di tale dualismo. Lo spazio14, per definizione, è luminoso. I tre livelli indicano tre gradi di luminosità: il primo in cui lo spazio naturale luminoso è quasi interamente offuscato e ostacolato dalla tenebrosa inerziadi tamas; al secondo livello la luminosità è parzialmente diffusa dall’influenza attiva ed emotiva di rajas; infine la luminosità è massima al terzo livello, grazie a sattva, pura consapevolezza, qui predominante.

          La meditazione sul cakra permette la trasformazione del primo livello nel secondo, e del secondo nel terzo. In parole semplici, possiamo descriverlo come trasmutazione15 della modalità grossolana in energia sottile, e quest’ultima in Coscienza. Quando si conclude il processo di trasmutazione è raggiunta la grande armonia che rimuove la distinzione tra il mondo oggettivo, il soggetto e la Coscienza. Quest’ultima deve essere concepita al tempo stesso sia oggettiva e soggettiva sia né oggettiva né soggettiva.

          La completa armonia dell’esistenza è simbolizzata dal punto (bindu) che nel cakra occupa la posizione centrale. Infatti il cakra è descritto come lo sviluppo o manifestazione (sṛṣṭi) del bindu e, inversamente, il bindu è considerato essere la sintesi (samṛti) del cakra nella sua intera estensione. Nei testi tantrici si trova spesso l’immagine dello spazio onnicomprensivo che fuoriesce dal grembo del punto senza dimensione e quindi impercettibile. Nell’uomo, il corpo corrisponde allo spazio, la Pura Coscienza al bindu. Nelle pratiche connesse alcakra si attivano due movimenti vibratori: il primo di espansione dal bindu privo di dimensioni fino alla forma del cakra. Il secondo avviene in direzione inversa, vale a dire di concentrazione, a partire dalla rappresentazione concreta del cakra per arrivare al centro, al bindu senza forma. Il cakra è il mezzo che permette tali movimenti.

          1. Ci sono due risposte possibili a questo quesito. La simpatia degli occidentali può essere stata motivata dal metodo d’esposizione della dottrina tantrica del Trika che, soprattutto nelle opere Abhinavagupta, il massimo esponente di questa scuola, somiglia molto alle argomentazioni della filosofia occidentale e della logica usata dalle scuole deviate dell’anātmakavāda buddhista. La seconda spiegazione sarebbe che, trattandosi d’una tradizione interrotta, se ne può esporre il pensiero nel modo che meglio aggrada, senza tema di smentita da parte dei rappresentanti autorizzati.[↩]
          2. Riti d’offerta al fuoco che ricalcano i sacrifici vedici, a cui s’aggiunge l’efficacia iniziatica tantrica.[↩]
          3. Toccamenti di parti del corpo per collocarvi i mantra delle differenti divinità.[↩]
          4. Questa formazione corrisponde agli scopi del “quadrato” dell’arte militare occidentale: la differenza di forma deriva dalla necessità di concentrazione di fucileria nell’era delle armi da fuoco.[↩]
          5. Il devanāgrī, propriamente parlando, non è un alfabeto, ma un sistema grafico sillabico, in cui in ogni sillaba la consonante è sempre seguita da una ‘a’ breve.[↩]
          6. Questi cakra vanno progressivamente attivati per mezzo del controllo del respiro (prāṇāyāma) e della ripetizione di mantra specifici. Questa attivazione è immaginata come lo sbocciare di un bocciolo di loto. Per questa ragione i cakra sono anche detti fiori di loto (padma o kamala).[↩]
          7. Il centro mentale, responsabile dell’esperienza del sogno, allucinazioni, ecc.[↩]
          8. Il centro lunare, deputato a esercitare compassione, imparzialità, generosità, pazienza, ecc.[↩]
          9. Il loto dai mille petali, che in realtà è situato al di fuori del corpo grossolano, e per questo è definito extracorporeo (nirālamba-purī).[↩]
          10. Le vie tantriche sono divise in due correnti, vāmācāra, della mano sinistra, e dakṣinācāra, della mano destra. I vāmācārin sādhaka praticano ritualmente le ‘cinque ma’ (pañcamakāra). Si tratta della pratica di cinque riti trasgressivi di grande potenza, designati da parole che iniziano con le lettere ma: madya, assunzione di bevande inebrianti, maṃsa, di carne, matsya, di pesce, mudrā, di grano tostato (proibito nei rituali vedici) e maithuna, l’unione sessuale con ritenzione del seme. Al contrario i dakṣinācārin interpretano le ‘cinque ma’ come simboli che devono essere ritualmente compiuti interiormente nei diversi centri sottili, cakra o padma. Per l’importanza che attribuisce alla purezza, Śrī Vidyā evita ogni contaminazione vāmācāra. Solamente in casi eccezionali e per imposizione personale da parte del guru è lecito derogare a tale proibizione.[↩]
          11. Bhairavī è la forma femminile di Śiva-Bhairava, il terribile, il distruttore dell’universo. Questo termine nel tantrismo è interpretato in senso positivo, per indicare Śiva come distruttore dell’illusione mondana e quindi come colui che porta alla Liberazione. Nel vāmācāra, con bhairavī si indicano le iniziate che hanno raggiunto un grado di realizzazione capace di dissolvere l’illusione negli altri; per cui il maithuna con esse produce quel risultato. Nella corrente dakṣinācāra tale rito è visualizzato nei cakra, sotto forma di unione con divinità femminili (śakti, yoginī).[↩]
          12. Fanciulle mandriane amanti dell’avatāra, com’è narrato nell’epopea purāṇica del Dio, soprattutto nel Bhāgavata Purāṇa.[↩]
          13. Correnti tantriche della mano sinistra che si rifanno come fondatori a Matsyendra Nātha e a Gorakha Nātha.[↩]
          14. Ākāśa, etere, spazio, proviene dalla radice verbale kāś, risplendere.[↩]
          15. Usiamo volutamente questo termine, considerando che l’alchimia indiana (rasa vidyā) è uno dei linguaggi in cui si possono esprimere le dottrine e praticare i metodi tantrici.[↩]

          47. Il collasso della tradizione nell’Europa occidentale

            Dante anticipò a due papi ancora viventi il destino di finire all’inferno. Essi furono Bonifacio VIII1 e Clemente V2. Il primo fu il più fanatico sostenitore della supremazia temporale della Chiesa sull’Imperatore, re e principi della cristianità occidentale. Eminenza grigia durante il papato del suo predecessore, Celestino V, ebbe una importante influenza per indurre quel papa mite e schivo ad abdicare. In questo modo, con un conclave truccato, subentrò a Celestino, che era tornato a fare l’eremita. Tuttavia, timoroso di una reazione da parte dei sostenitori di Celestino V e sospettoso che il predecessore si pentisse del suo atto di rinuncia, lo fece imprigionare. Celestino morì in prigione. L’Impero era in crisi poiché il candidato Imperatore, il re di Germania Adolfo di Nassau, era stato deposto dagli stessi principi che lo avevano eletto, scatenando così una tragica guerra civile. Bonifacio, dunque, era consapevole che l’Impero non costituiva in quel mentre alcun pericolo per la sua politica; invece temeva la crescente potenza del re di Francia. A questo fine si avvicinò al re d’Inghilterra, che allora era anche duca d’Aquitania, spina nel fianco della Francia. Nonostante questa alleanza e la violenza con cui esercitò il potere sullo Stato della Chiesa3, il papa dovette venire a patti con Filippo di Francia: accettò di incoronare suo cugino Carlo d’Anjou a re di Napoli e a santificare suo nonno, Luigi IX. Usò senza scrupoli la scomunica, l’inquisizione e la canonizzazione4 come strumenti politici. Tuttavia le sue pretese di potere temporale furono frustrate proprio da quei sovrani nazionali che il papato, già da due secoli e mezzo, aveva istigato a rendersi autonomi dall’Impero. La morte lo colse in un momento in cui tutti i potenti dell’epoca, il senato e il popolo di Roma gli erano dichiaratamente avversi.

            Il secondo papa destinato da Dante all’inferno, Clemente V, fu un protagonista della persecuzione dei templari assieme al re di Francia. Dopo la caduta di San Giovanni d’Acri (1291), gli ultimi trecento monaci-cavalieri templari d’Oriente si ritirarono a Cipro, sotto la guida del Gran Maestro Jean de Montfort5. In quell’isola i sopravvissuti si dedicarono a condurre una vita ascetica: scemata l’energia guerriera, i templari avevano ripiegato sulla vita contemplativa. Anche i cavalieri che erano rimasti in Europa per amministrare feudi, commanderie e castelli dell’Ordine, persero progressivamente l’antica tensione ascetico-militare per ritirarsi a vita religiosa. Questa attitudine indebolì anche la funzione dell’Ordine, quella di presiedere e coordinare le organizzazioni iniziatiche d’Occidente. I templari, pur vivendo frugalmente la loro vita quotidiana, avevano ricevuto in donazione dai principi dell’epoca un immenso patrimonio. Anche il loro compito di controllo sulla monetazione degli stati cristiani6, li rendeva potenti e i diversi principi sempre più spesso si rivolgevano loro per ottenere prestiti e sostegno finanziario. Filippo IV, detto il Bello, re di Francia, allo scopo di rafforzare il potere regio7, si era indebitato pesantemente con l’Ordine. Consapevole di non essere in grado di restituire i prestiti e preso dalla cupidigia per le immense ricchezze dell’Ordine del Tempio, decise di impadronirsene8. Il 13 ottobre 1307, fece arrestare con l’inganno tutti i templari del regno di Francia in una sola notte9. Essi furono accusati di inesistenti colpe di eresia10, idolatria11 e sodomia. Clemente V, papa francese eletto nel 1305 per le pressioni di Filippo il Bello12, sebbene consapevole della falsità di quella montatura processuale, sospese l’Ordine, ordinando che il patrimonio fosse devoluto al rivale Ordine degli ospedalieri. Ovviamente in Francia fu il re a impadronirsi di tutto, compreso quanto era stato assegnato agli ospedalieri13. Il processo contro i templari durò fino al 1314. Sottoposti ai più spietati supplizi, una sessantina di cavalieri confessò colpe inesistenti, spesso ritrattando a fine tortura14. La tragedia si concluse con la condanna del Gran Maestro Jacques de Molay a essere bruciato vivo. Si dice che Molay, affrontando serenamente il supplizio, predicesse l’imminente morte dei responsabili di quell’orrore. Di fatto, nel giro d’un anno morirono sia il papa sia Filippo IV15. I cavalieri in fuga si rifugiarono in Inghilterra, in Scozia16, nei regni della penisola iberica, nei principati della Germania e dell’Italia. Essi furono accolti presso ordini cavallereschi locali o corporazioni di mestiere17.

            Negli altri stati d’Europa lo scioglimento dell’Ordine del Tempio fu eseguito secondo i dettami papali, ma in nessuna parte si procedette con arresti e processi come stava accadendo nel regno di Francia. Tuttavia i templari avevano in Francia il loro centro principale, perciò l’azione antitradizionale di Filippo il Bello aveva decapitato l’intera gerarchia magistrale. La situazione generale delle organizzazioni iniziatiche collegate o subordinate al Tempio fu di massimo allarme e di sbandamento generale. Non è un caso che lo stesso Dante fosse presente a Parigi durante il processo ai templari; il capo segreto delle vie iniziatiche cristiane e appartenente al Terz’ordine del Tempio non poteva non accorrere per raccogliere un qualche legato. Questo è l’episodio più misterioso della sua vita, tant’è che molti accademici sono propensi a dubitare di questo soggiorno18.

            Nel frattempo altri avvenimenti si erano verificati. Nel 1308, alla morte di Alberto d’Asburgo, era diventato re di Germania e di Arles il templare Arrigo VII di Lussemburgo. Scese in Italia dopo aver ristabilito l’ordine in Germania, al fine di essere incoronato Imperatore. La spedizione militare, pur osteggiata da Filippo il Bello, da Roberto d’Anjou, re di Napoli e dai molti Comuni che si erano ribellati all’autorità imperiale dietro istigazione papale, fu in gran parte un successo. Arrigo fu incoronato re d’Italia, re dei Romani e, nel 1312, Imperatore. I Fedeli d’Amore e i templari italiani videro in quegli eventi la possibilità di una restaurazione dell’ordine tradizionale, proprio mentre a Parigi accadevano i gravi fatti sopra descritti. Dante stesso apparve quasi come l’ispiratore sapienziale di quella esaltante avventura. Il sogno s’interruppe bruscamente: nel 1313 l’Imperatore morì all’improvviso avvelenato con l’arsenico, probabilmente per mano del suo confessore francescano. Fu il crollo d’ogni speranza: templari e trovatori si dispersero. Molti di essi furono colpiti dall’inquisizione. Dante stesso, pur ospite di cavalieri di altissimo rango, si rese conto degli sfavorevoli segni dei tempi e trasformò la sua opera, la Divina Commedia, in un testamento di tutta la sapienza iniziatica occidentale per i tempi futuri. Vuole la tradizione che egli prevedesse che il significato del suo messaggio sarebbe stato compreso soltanto seicento anni dopo la sua morte. E così è stato.

            Dopo la scomparsa di Dante in tutta evidenza nessuno gli successe nella funzione di maestro, sebbene ci fosse una generazione di Fedeli d’Amore di grande rilevanza, quali Petrarca e Boccaccio. Quest’ultimo s’impegnò in modo particolare a confondere le idee dei profani sulla Fede Santa. Mentre in Europa la peste falcidiava la popolazione, si assisté all’ultimo tentativo di raddrizzamento della tradizione. Cola di Rienzo, di cui si dice fosse figlio naturale di Arrigo VII, prese il potere della città di Roma, in piena decadenza essendo abbandonata dai papi e in preda alle ruberie di potenti famiglie rivali. Il suo tentativo fu quello di restaurare la res publica dell’antica Roma, pur mantenendo l’Urbe come capitale dell’Impero e del papato. Ma i tempi erano cambiati. Dopo i primi successi, nonostante l’appoggio sia imperiale sia papale, egli rimase ucciso dall’ira del popolaccio romano19.

            La tradizione in Occidente s’era ormai interrotta. Da quel momento prevalse ovunque una civiltà mercantile, dedita alle peggiori perversioni dell’individualismo, della magia e del naturalismo20. Era nato il mondo moderno.

            Petrus Simonet de Maisonneuve

            1. Divina Commedia, Inferno, XIX.53-72.[↩]
            2. Divina Commedia, Inferno, XIX.79-117; Paradiso, XVII.82; Paradiso, XXX.142-148.[↩]
            3. La distruzione di Palestrina ne è un esempio. Anche Dante fu vittima dell’odio di Bonifacio: fu questo papa che richiese al Comune di Firenze di condannarlo a morte, di espropriarlo di tutti i beni, obbligando così il Poeta all’esilio dalla sua patria.[↩]
            4. Con la canonizzazione si riconosce la santità di una persona e se ne permette la venerazione pubblica. Si vedrà, più avanti, come la canonizzazione sia stata usata quale strumento politico fino all’epoca contemporanea.[↩]
            5. Per tutta la seconda metà del XIII secolo, l’incapacità bellica di Luigi IX, re di Francia, Edoardo I d’Inghilterra e Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, condusse a dei disastri irreparabili, con molte vittime umane. I templari si prodigarono per riparare con le armi alle folli scelte strategiche di quegli avidi sovrani, pagando un caro prezzo in numero di caduti.[↩]
            6. Filippo il Bello aveva anche falsificato le monete d’oro e d’argento del suo Regno, contravvenendo al controllo dell’Ordine del Tempio. Paradiso, XXXIII.118-120.[↩]
            7. Per la verità la trasformazione del regno feudale di Francia in una monarchia nazionale centralizzata e assoluta era già stata in gran parte realizzata da Luigi IX. Costui aveva messo l’amministrazione della cosa pubblica nelle mani di giuristi plebei, riducendo e limitando i privilegi feudali e accentrando nelle sue mani il potere dello stato. Devoto a una religiosità tutta gallicana, insubordinato nei confronti delle pretese di egemonia politica papale, aveva appoggiato gli ordini mendicanti (soprattutto i francescani) in opposizione alle gerarchie ecclesiastiche. Filippo il Bello ereditò e aggravò questa frizione con Roma.[↩]
            8. Sulla cupidigia di Filippo per le ricchezze del Tempio si leggano i versi di Dante Purgatorio, XX.85-96. Sull’amorazzo illecito tra Filippo IV (il gigante) e la Chiesa (la puttana), Purgatorio, XXXII.148-160.[↩]
            9. Questo dimostra l’efficienza raggiunta dal regime “poliziesco” del sovrano assoluto. Non risultano resistenze da parte dei templari, ingannati dalle motivazioni “fiscali” della convocazione; questo però denota anche impreparazione, ingenuità e debolezza da parte loro. La manovra antitemplare fu predisposta fin dal 1305, quando il sovrano francese aveva raccolto le vendicative calunnie di alcuni cavalieri espulsi dall’Ordine per indegnità. Alcuni emissari regi furono allora infiltrati nell’Ordine come spie. A questi si devono le prime confessioni durante l’arresto; nondimeno, ciò non risparmiò anche a questi traditori d’essere condannati. Jules Michelet, Procès des Templiers, Paris, Imprimerie Nationale, 1851, vol. I, p. 458.[↩]
            10. Non fu provata alcuna eresia dottrinale. L’unica anomalia riscontrata fu la seguente: ogni giovedì santo i cavalieri ricevevano l’eucarestia soltanto con il vino. L’assenza del pane fu ritenuta eretica. In realtà un tale rito confermava che i templari continuavano la tradizione rituale iniziatica di bere il sangue di Cristo dalla coppa del Graal.[↩]
            11. Durante il processo si tentò di accusare i templari di adorare un idolo chiamato Bafomet, rappresentato da una testa. Gli inquisitori sostennero che si trattava di un culto rivolto a Maometto. Ora, è noto che Saladino faceva decapitare tutti i templari che aveva occasione di catturare perché era impossibile convertirli all’Islam. Probabilmente, sotto il nome di Bafomet, inventato dagli inquisitori, essi veneravano la Veronica o la Sindone ripiegata, reliquie che erano state in possesso dell’Ordine.[↩]
            12. Questo papa fu un vero burattino nelle mani del sovrano francese. Egli fu indotto ad abbandonare la tradizionale Sede romana, per trasferirla in Francia. Lì i papi rimasero dal 1313 al 1377 alla mercé della volontà politica dei re. La viltà di quel papa fu tale che permise le esecuzioni di massa di cavalieri che erano stati assolti religiosamente per non aver commesso alcuna colpa. I diversi studi di Barbara Frale, che vorrebbero assolvere Clemente V dalle sue responsabilità, al contrario sottolineano la viltà e la complicità del papa nell’eccidio. Con lettera circolare del 18 marzo 1311, il papa richiedeva a tutti i principi e agli inquisitori d’Europa di arrestare e sottoporre i templari alla tortura. Robert L. John, Dante Templare, Milano, Hoepli, 1991 (I ed. Dante, Wien, Springer-Verlag, 1946), p. 132.[↩]
            13. Ciò poteva accadere perché nel 1307 nei territori imperiali di Germania e Italia regnava il caos: infatti i feudatari, ormai quasi del tutto secolarizzati, e i Comuni autoproclamatisi liberi, lottavano tra loro per sottrarre all’Impero territori, mercati e ricchezze. Alberto I d’Habsburg, dopo aver vinto e ucciso Adolfo di Nassau in battaglia, riaccese la guerra civile in Germania. Nel tentativo di farsi incoronare Imperatore, s’alleò al re di Francia e abbandonò al suo destino il “Giardino dell’Impero”, l’Italia. Per tali misfatti, Dante lo maledisse nel Purgatorio, VI.100-102.[↩]
            14. Tra coloro che non sopravvissero alla tortura e quelli condannati al rogo morì un centinaio di cavalieri. Ma i circa duemila sopravvissuti furono condannati all’isolamento a vita. In questo modo si impedì la prosecuzione della paramparā. Georges Lizerand (Éd.), Le dossier de l’Affaire des Templiers, Paris, Soc. d’Édition «Les Belles Lettres», 1964, pp. III-XII.[↩]
            15. Guillaume Nogaret, ministro plebeo di Filippo, ispiratore di tanto scempio, morì misteriosamente perfino prima della sentenza finale.[↩]
            16. Furono accolti a braccia aperte dal re Robert Bruce.[↩]
            17. Per esempio, alcuni cavalieri furono “accettati” nella gilda dei tagliapietra di Kilwinning. “Accettazione”, nel linguaggio delle gilde, consisteva nel riconoscere un iniziato a una via diversa dalla propria, cavalleresca, corporativa o, anticamente, monastica. In epoca più tarda furono “accettati” anche ermetisti e qabbalisti ritenuti, a torto o ragione, come iniziati e che furono perfino ammessi a partecipare ai rituali; e, in epoca di decadenza, furono iniziati come “accettati” semplici profani che non esercitavano alcun mestiere corporativo (Daniel Ligou (éd.), Dictionnaire de la franc-maçonnerie, Paris, PUF, 2004, pp. 7-8). Nel medioevo chi era “accettato”, se estraneo al mestiere, poteva presenziare ai riti dell’arte senza parteciparvi attivamente. Facevano eccezione il cappellano e il medico che ricevevano l’iniziazione senza però poi assumere altri gradi o uffici (ibid. p. 224; Lorenzo Frau Abrines, Diccionario Enciclopédico de la Masonería, Chihuahua, Ed. Del Valle de Mexico, 1976, vol. I, p. 265). Perciò l’accettazione di templari nella suddetta loggia non aveva fatto diventare “cavalieri” tutti gli operai della gilda, come sosteneva Ramsey (René Le Forestier, La Franc-Maçonnerie Templière et occultiste, Paris, La Table d’Émeraude, 1987, vol. I, pp. 53-56; ibid. vol. II. p. 781, n. 54). Ciò dimostra che il “Templarismo” è una sorta di collegamento ideale, ma privo di una reale trasmissione (Gastone Ventura, Templari e Templarismo, Roma, “Atanòr”, 1980). Anche Dante dovette essere accettato nella corporazione dei medici e speziali di Firenze perché, in quanto aristocratico, non avrebbe potuto partecipare alla vita politica del regime comunale borghese.[↩]
            18. R. L. John ben argomenta questo soggiorno parigino del Poeta nel 1311 (cit. pp. 47-51). È tuttavia indicativo che Dante sia stato studente di teologia alla Sorbonne nell’anno 1294: nello stesso anno e nella medesima università era lector di teologia Meister Eckhart. Ed Eckhart era tornato come magister alla Sorbonne dal 1311 al 1313. Si vuole considerare casuale la contemporanea presenza a Parigi dei due massimi rappresentanti della sapienza iniziatica occidentale? Su Meister Eckhart è in elaborazione uno studio che sarà pubblicato su questo Sito.[↩]
            19. Carmela Crescenti, Cola di Rienzo. Simboli e allegorie, Parma, Ed. All’insegna del Veltro, 2003. L’autrice di questo ottimo saggio rende giustizia al personaggio, spiegando chiaramente che Cola di Rienzo non intendeva fondare un Comune borghese né una tirannide personale né una repubblica italiana, come è stato scritto negli ultimi due secoli. Il libro si sbilancia però a paragonare il tentativo di restaurazione tradizionale da parte d’un Fedele d’Amore, per quanto velleitario, con l’avventura del tutto sospetta di Giovanna d’Arco.[↩]
            20. È indicativo che al giorno d’oggi romanzi, film e giochi per ragazzi abbiano ripreso a descrivere i templari del Medioevo come la peggior accolita di criminali malvagi e corrotti della storia. La persecuzione, dunque, continua, al fine di seminare odio verso la tradizione e in difesa dei due ultimi peggiori secoli della storia dell’Occidente.[↩]

            47. The collapse of tradition in Western Europe

              The collapse of tradition in Western Europe

              Dante predicted that two popes, who that time were still alive, were destined to hell. They were Boniface VIII1 and Clement V2. The former was the most fanatical supporter of the temporal supremacy of the Church over the Emperor, the kings and princes of western Christianity; the grey eminence behind the papacy of his predecessor, Celestine V. Boniface played an important role in inducing that mild and shy pope to abdicate. In this way, with a rigged conclave, he took over the power from Celestine, who had returned to hermit life. However, dubious of Celestine’s sincere renunciation and fearful of a possible reaction from his supporters, he threw him in imprison where he eventually died. Meanwhile, the Empire was going through a period of crisis because the candidate Emperor, Adolf of Nassau, King of Germany, had been deposed by the same princes who had him elected, thus triggering a tragic civil war. Therefore, Boniface VIII was well aware that the Empire did not pose any threat to his politics. Instead, he feared the growing power of the King Philip IV of France. For this reason, he approached the King of England, who was then also Duke of Aquitaine, and thus more than a simple nuisance to France. Despite this alliance and the violence with which he exercised power over the State of the Church3, the pope had no choice but to come to terms with Philip IV. He agreed to crown the king’s cousin, Charles of Anjou, as king of Naples and to sanctify his grandfather, Louis IX. Therefore, he unscrupulously used excommunication, inquisition and canonization4 as political instruments. However, his claims of temporal power were frustrated precisely by those national sovereigns that the papacy, for two and a half centuries, had instigated to become autonomous from the Empire. Death caught him at a time when all the major powers, the senate and the people of Rome were openly averse to him.

              The second pope placed in hell by Dante, Clement V, was the protagonist, together with the King of France, of the infamous persecution against the Knights Templar. After the fall the city of Acre (1291), the last three hundred monks-knights stationed in the East withdrew from the Holy Land to Cyprus under the guidance of Grand Master Jean de Montfort5. On that island, these survivors dedicated themselves to ascetic life. Once dissipated their warrior zeal, the Knights Templar had turned to contemplative life. Even the knights who had remained in Europe to administer fiefdoms, commanderies and castles, gradually lost the ancient ascetic-military inclination and retired to religious life. This drift contributed to the weakening of the Order’s function, that of presiding over and coordinating the initiatory organizations of the West. While living their daily lives in frugality, the Templars had accumulated an immense fortune from donations and offerings from the princes and lords of the time. Their function of controlling the coinage of the Christian States6 also made them powerful; and thus numerous rulers increasingly turned to them for loans and financial support. King Philip IV of France, known as ‘the Fair’, got heavily into debt with the Order in order to strengthen the royal power7.

              Aware of not being able to repay the loans and fuelled by the greed for the immense wealth of the Order of the Temple, he decided to take possession of it8. On October 13th, 1307, he had all the Templars of the Kingdom of France arrested in a single night9. They were incriminated with unfounded charges of heresy10, idolatry11 and sodomy. Clement V, the French pope elected in 1305 thanks to the pressure exercised by Philip the Fair12, although aware of the one-sidedness of this farce trial, suspended the Order and disposed that all its patrimony were to be donated to the rival Hospitaller Order. Unsurprisingly, in France it was the King who took over everything, including what had been assigned to the Hospitaller Knights13. The trial against the Templars lasted until 1314. By means of the most ruthless tortures, false confessions were extorted from about sixty knights, often retracting at the end of torture14. The tragedy ended with the condemnation of the Grand Master Jacques de Molay, who was burned at the stake. Molay is said to have serenely faced the torture and predicted the imminent death of those responsible for that horror. In fact, within a year both the pope and Philip IV died15. The fleeing knights took refuge in England, Scotland16, in the kingdoms of the Iberian peninsula and in the principalities of Germany and Italy, where they were welcomed into local chivalric orders and craft guilds (sskrt. śreṇi)17.

              In the other States of Europe, the dissolution of the Order of the Temple was carried out according to papal dictates; without, however, the same iron fist that marked the arrests and trials ordered in the kingdom of France. Yet, the Templars’ main centre had always been in France, therefore the anti-traditional action of Philip the Fair had successfully beheaded the entire magisterial hierarchy. The general situation of the initiatic organizations connected or subordinated to the Temple was of maximum alarm and widespread confusion. It is no coincidence that Dante himself happened to be present in Paris during the Templar trial; the secret head of the Christian initiatic ways and member to the Third Order of the Temple could not help rushing to pick up some legacy. This is, indeed, the most mysterious episode of his life; so much so that many academics are inclined towards the unlikeliness of his stay in Paris18.

              In the meantime, other events had occurred. In 1308, after the death of Albert of Habsburg, the Templar Henry VII of Luxembourg became king of Germany and of Arles. After re-establishing order in Germany, he descended in Italy to be crowned Emperor. The military expedition of the monarch, although opposed by Philip the Fair, by Robert of Anjou, King of Naples, and by the many Communes that, at the papal instigation, had rebelled against the Imperial authority, was largely a success. Henry was crowned King of Italy, King of the Romans and, in 1312, Emperor. While the dreadful events of Paris described above were unfolding, the Faithfuls of Love and the Italian Templars saw in Henry’s crowning the possibility of a restoration of the traditional order. Dante himself appeared almost as the sapiential inspirer of that thrilling adventure. However, the dream came to an abrupt end. In 1313 the Emperor suddenly died, poisoned with arsenic, probably at the hands of his Franciscan confessor. It was the collapse of all hope. Templars and Troubadours dispersed. Many of them fell into the hands of the Inquisition. Dante himself, although under the protection of knights of the highest rank who hosted him as a guest, became aware of the unfavourable signs of the times and transformed his work, the Divine Comedy, into the Testament to all Western initiatic wisdom for future times. Tradition wants that he predicted that the meaning of his message would only be understood six hundred years after his death. And so it happened.

              After Dante’s passing, no one evidently succeeded him in the role of guru, although there was a new generation of Faithful of Love of great importance that include Petrarch and Boccaccio. The latter made a special effort to confuse the ideas of the uninitiated with regard to the Holy Faith. While the Black Death, the plague of 1348, was ravaging the population of all Europe, one last attempt to restore the tradition was made. Cola di Rienzo, who is said to have been the natural son of Henry VII, took over the city of Rome, which was in a state of absolute decline after being abandoned by the popes and prey to the depredations of powerful rival families. His attempt was to re-establish the res publica of ancient Rome, while maintaining Rome as the capital of both the Empire and papacy. But times had changed. After the first successes, despite both Imperial and papal support, he was killed by the wrath of the Roman populace19.

              The tradition in the West had now interrupted. From that moment on, a mercantile civilization prevailed, dedicated to the worst follies of individualism, magic and naturalism20. The modern world was born.

              Petrus Simonet de Maisonneuve

              1. Divine Comedy, Inferno, XIX.53-72.[↩]
              2. Divine Comedy, Inferno, XIX.79-117; Paradiso, XVII.82; Paradiso,XXX.142-148.[↩]
              3. The destruction of the city of Palestrina is an example. Also Dante became victim of Boniface’s hatred. It was this very pope who asked the Commune of Florence to condemn him to death, to expropriate him of all his possessions, thus forcing the Poet to exile from his homeland.[↩]
              4. With the canonization, the sanctity of a person is officially recognized and his public veneration is permitted. It will be seen later how canonization has been used as a political tool until the contemporary era.[↩]
              5. Throughout the second half of the 13th century, the military incompetence of Louis IX of France, Edward I of England and Charles I of Anjou, king of Sicily, led to irreparable disasters, at the cost of many human lives. The Templars did their best to repair the delirious strategic decisions of these greedy sovereigns, paying a high price in the number of fallen knights.[↩]
              6. Philip the Fair was also responsible for tampering with the minting of gold and silver coins of his kingdom, contravening the control of the Order of the Temple. Paradiso, XXXIII. 118-120.[↩]
              7. Indeed, the transformation of the feudal kingdom of France into a centralized and absolute national monarchy had already been largely accomplished by Louis IX. He had placed the administration of public affairs in the hands of plebeian jurists, reducing and limiting feudal privileges and centralizing the power of the State in his hands. Devoted to an entirely Gallican religiosity, insubordinate to the pretensions of the papal political hegemony, he supported mendicant orders (especially the Franciscans) in opposition to ecclesiastical hierarchies. Philip the Fair inherited and aggravated this friction with Rome.[↩]
              8. The verses of Dante (Purgatorio, XX.85-96) testify to Philip’s greed for the riches of the Temple. On the illicit love affair between Philip IV (the giant) and the Church (the whore), see Purgatory XXXII.148-160.[↩]
              9. This shows the efficiency achieved by the “police regime” of the absolute sovereign. There was no resistance from the Templars, deceived by the “fiscal” motivations of the summons. This however also denotes unpreparedness, naivety and weakness on their part. The anti-Templar operation was prepared as early as 1305, when the French ruler had gathered the vindictive slanders of some knights expelled from the Order for unworthiness. Some royal emissaries were then infiltrated into the Order as spies. These were the architects of the first confessions during the arrests. Nevertheless, these traitors were not spared from being convicted. Jules Michelet, Procès des Templiers, Paris, Imprimerie Nationale, 1851, vol. I, p. 458.[↩]
              10. No doctrinal heresy was ever proved. The only anomaly found was the following: every Holy Thursday the knights received the Eucharist only with wine. The absence of bread was considered heretical. In reality such a rite confirmed that the Templars continued the initiatic ritual tradition of drinking the blood of Christ from the Grail vessel.[↩]
              11. During the trial, attempts were made to accuse the Templars of worshiping an idol called Baphomet, represented by a head. The inquisitors argued that it was a cult addressed to Muhammad (in French Mahomet). Now, it is known that Saladin had beheaded all the Templars he had occasion to capture because it was impossible to convert them to Islam. Probably, under the name of Baphomet – altogether made up by the inquisitors – the Templars venerated the “The Veronica” or the folded Shroud, holy relics that had been in the possession of the Order.[↩]
              12. That pope was a real puppet in the hands of the French ruler, who induced him to abandon the traditional Roman See and to move it to France. There the popes remained from 1313 to 1377 at the mercy of the political will of the kings. The cowardice of Clement V was such that he allowed the mass executions of knights who had been acquitted religiously for not having committed any fault. The various studies by Barbara Frale, who would like to absolve Clement V of his responsibilities, underline instead the cowardice and complicity of the pope in the massacre. In a circular letter dated March 18th, 1311, the pope asked all the princes and inquisitors of Europe to arrest and subject the Templars to torture. Robert L. John, Dante Templare, Milan, Hoepli, 1991 (1st ed. Dante, Wien, Springer-Verlag, 1946), p. 132.[↩]
              13. This could happen because in 1307 chaos reigned in the imperial territories of Germany and Italy. In fact, the feudal lords, now almost completely secularized, and the Communes that declared themselves free, fought one another for the control of Imperial territories, markets and assets. Albert I of Habsburg, after winning and killing Adolf of Nassau in battle, rekindled the civil war in Germany. In an attempt to be crowned Emperor, he allied himself to the king of France and abandoned the “Garden of the Empire”, Italy, to his fate. For such misdeeds, Dante cursed him in Purgatorio (VI.100-102).[↩]
              14. Between those who did not survive the torture and those who were sent to the stake, around one hundred knights died. However, the approximately two thousand survivors were sentenced to life isolation. This prevented the continuation of the paramparā. Georges Lizerand (Éd.), Le dossier de l’Affaire des Templiers, Paris, Soc. d’Édition «Les Belles Lettres», 1964, pp. III-XII.[↩]
              15. Guillaume Nogaret, Philip’s plebeian minister, inspirer of such a massacre, died mysteriously before the final sentence.[↩]
              16. They were welcomed with open arms by King Robert Bruce.[↩]
              17. For instance, some knights were “accepted” into the Kilwinning stone-cutter guild. “Acceptance”, in the language of the guilds, consisted of recognizing an initiate of a different way, chivalrous, corporative or, in ancient times, monastic (in later times, hermetists and qabbalists were also “accepted” and considered, rightly or wrongly, as initiates and were even allowed to participate in rituals. In times of decadence, also simple profanes who did not exercise any corporative craft were considered as “accepted”). Those who were “accepted” could attend the art rituals without actively participating because they were foreign to the profession. Contrary to what Ramsey claimed, the “acceptance” of Templars in the aforementioned lodge did not made all the guild workers “knights” (René Le Forestier, La Franc-Maçonnerie Templière et Occultiste, Paris, La Table d’Émeraude, 1987, vol. I, pp. 53-56; ibid. vol. II. p. 781, n. 54). This shows that “Templarism” is a sort of ideal link that lacks, however, a real transmission (Gastone Ventura, Templari and Templarismo, Rome, “Atanòr”, 1980). Dante too had to be accepted into the guild of physicians and apothecaries in Florence; or else, as an aristocrat, he could have no longer participated in the political life of the bourgeois communal regime.[↩]
              18. R. L. John presents well his argumentation on the Parisian stay of the Poet in 1311 (cit. pp. 47-51). However, it is indicative that Dante had been a student of theology at the Sorbonne in the year 1294; in the same year and in the same university where Meister Eckhart was lector of theology. Eckhart returned to the Sorbonne as master (magister) where he taught from 1311 to 1313. Therefore, is it possible to consider the simultaneous presence in Paris of the two greatest representatives of Western initiatic wisdom a mere coincidence? An article on Meister Eckhart is underway and will be published on this Site soon.[↩]
              19. Carmela Crescenti, Cola di Rienzo. Simboli e allegorie, Parma, Ed. Insegna del Veltro, 2003. The author of this excellent essay does justice to the character, clearly explaining that Cola di Rienzo did not intend to found a bourgeois Commune nor a personal tyranny, let alone an Italian republic, as it has been described in the past three centuries. However, the book overbalances when comparing the attempt at the traditional restoration by a Faithfuls of Love, however unrealistic, with the utterly suspicious adventure of Joan of Arc.[↩]
              20. It is indicative that nowadays novels, films and videogames have resumed the defamation of the Templars of the Middle Ages portraying them as the worst acolytes of evil and corrupt criminals in history. The persecution, therefore, continues with the only purpose of sowing hatred against tradition and in defence of the last two dreadful centuries of western history.[↩]