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8. Atlantide: altre fonti (II)

    Atlantide: altre fonti (II)

    Non è solo Platone a ragguagliarci su Atlantide, ci sono anche altre fonti greche, egiziane, ebraiche e indiane.

    A) Altre fonti greco-romane

    Platone ci informa che per gli Atlantidi la vittima sacrificale preferita era il toro. Nella mitologia greca1, il sacrificio del toro è stato stabilito durante l’Età del Bronzo dal Titano Prometeo, fratello di Atlante. Il sacrificio del toro accomuna gli Atlantidi a diverse popolazioni del bacino del Mediterraneo dove navigavano, avevano colonie, commerci e dove alcuni di loro fuggirono dopo il cataclisma, diffondendo la loro discendenza e assicurando così la sopravvivenza della loro Tradizione. La lotta con un toro o il suo sacrificio era presente ovunque si fosse diffusa l’influenza di Atlantide: nell’isola di Creta, nei rituali orgiastici greci del Dio Dioniso, nei Misteri persiani di Mitra, in Egitto, tra i Sumeri, fino alla Civiltà Indo-Sarasvatī2. Ancora oggi in Spagna sopravvive la corrida che ha mantenuto molte caratteristiche rituali arcaiche. Evidentemente, la fase più crudele della storia di Atlantide coincise con la fine dell’Età del Bronzo (Dvapara yuga), quando il Punto equinoziale primitivo era in Toro (vṛṣabha3, 4300-2200 a. C.).
    In altre narrazioni, il crollo di Atlantide sembra coincidere con il diluvio di Deucalione4, che inaugurò l’attuale Età del Ferro (kali yuga), dominata dall’ignoranza, dall’ira e dall’avidità.
    Il lungo periodo di degenerazione di Atlantide interruppe la trasmissione regolare delle iniziazioni e delle conoscenze proprie ai guerrieri e richiese una punizione esemplare per coloro che (giganti, guerrieri ribelli, kaurava5, mānuṣya6, rākṣasa7) avevano deviato dalla retta via e non si erano prodigati per un ritorno alla giustizia. La punizione fu inflitta attraverso guerre di sterminio e inondazioni che distrussero la progenie dei giganti: era l’era in cui Śrī Kṛṣṇa discese, alla conclusione di Dvapara yuga8, per ristabilire la giustizia nel mondo9.
    Il già citato titano Prometeo era stato incatenato da Zeus10 a est del Mediterraneo, sui monti del Caucaso, nel territorio scitico (cioè del popolo Śāka11), mentre suo fratello Atlante era stato esiliato a ovest dello stesso mare, sui monti dell’attuale Marocco, che da lui furono chiamati Atlante. Ciò indica l’estensione della conquista atlantidea dell’Europa. Discendenti di Prometeo furono le Amazzoni12, un feroce popolo di donne guerriere13.
    Riguardo ad Atlantide non abbiamo solo informazioni da Platone. Gli storici greci Ecateo di Mileto ed Erodoto chiamavano “Atlantidi” i berberi che vivevano sulle pendici dell’altopiano africano dell’Atlante.
    È anche importante la testimonianza dello storico greco Marcello (ricordato dal neoplatonico Proclo) che, riferendosi a storici più antichi, riporta che nell’Oceano Atlantico esterno c’erano sette piccole isole, consacrate a Proserpina (gr.: Persefone)14 e tre più grandi, una delle quali era sacra a Poseidone, Dio del Mare.

    B) Fonti egizie

    Da numerosi testi epigrafici sappiamo che l’Egitto è stato ripetutamente attaccato per oltre un secolo da una coalizione di popolazioni provenienti dalle coste occidentali dell’Africa e dell’Europa. Gli egiziani li chiamavano “popoli del mare”. I greci li chiamavano anche Pelasgi15. Si trattò di un’impresa strategica di proporzioni immani: una parte dei Popoli del Mare invase tutta l’Europa e, dopo aver attraversato l’attuale Turchia e la Palestina, alla fine attaccò l’Egitto da oriente. Un’altra parte dei popoli del mare invase tutto il Nord Africa per attaccare l’Egitto da occidente. La loro potente flotta16 alla fine conquistò tutte le isole del Mediterraneo e attaccò la costa egiziana da settentrione. Durante il periodo necessario a portare a compimento questo movimento a tenaglia perfettamente coordinato, durato più di un secolo, crollarono molti regni antichi: Malta, Creta, Cipro, Rodi, la Grecia pre-ellenica, l’Impero ittita, il regno di Ugarit17, la Palestina. Alla fine il faraone egiziano riuscì a sconfiggere la coalizione vicino alla città di Sais18, verso il 1180 a.C. Malgrado ciò, tutti i paesi invasi dai popoli del mare subirono la loro influenza. Persino l’Egitto fu in seguito governato da due dinastie libiche appartenenti ai Popoli del Mare (X-VIII secolo a.C.).
    Non c’è dubbio che i popoli del mare provenissero dalle colonie di Atlantide; stavano riprendendo il malvagio piano di conquista atlantidea di tutto il mondo. Gli egizi chiamavano se stessi Rutennu, il “popolo rosso”, e “uomini rossi” è il significato del nome “fenici”, antichi abitanti dell’odierno Libano, uno dei popoli del mare. La tradizione di Atlantide era appunto quella della civiltà della razza rossa, il colore del sole quando raggiunge la sua massima intensità scendendo nel cielo occidentale; è anche il colore del sangue della vittima che gli Atlantidi bevevano durante i loro riti19. Anche l’adorazione dell’asino rosso, di cui parleremo più avanti, mostra questa presenza inquietante nella tradizione egizia a dimostrazione di quanto gli Egizi furono influenzati dalla civiltà di Atlantide. Infatti, nel periodo più antico, l’Egitto era diviso in due regni. Il Regno meridionale, o alto Egitto, era dedicato al culto di Seth, l’asino considerato come un anti-Dio (asura), mentre il Regno settentrionale, o basso Egitto, aveva come principale divinità Horus, il falco, Re degli dei celesti. Il faraone Meni20 unificò i due regni e promulgò una legislazione unica intorno al 3500 a.C. Tuttavia, nella Tradizione egizia continuarono a sussistere due correnti: la prima di origine atlantidea che perseguiva l’adorazione magica di Seth, la seconda; il sacro Dharma di Horus, di origine iperborea. Secondo la mitologia egizia, quest’ultimo era arrivato sulle coste dell’Africa da un paese orientale d’oltremare che non è azzardato pensare fosse l’India. Ci sono molti indizi che provano questa origine, fra cui il modo in cui vestivano i sacerdoti di Horus: avevano una śikhā21sulla loro testa rasata e indossavano una dhoti22bianca sotto una pelle di leopardo, come gli asceti śaiva23.
    Al contrario, il culto malvagio di Seth trasmise a tutte le altre civiltà occidentali una sādhanā24di stregoneria25. Questa è la radice di ogni male che affligge ancora oggi l’Occidente e che si sta propagando in tutto il pianeta. Seth, sotto la forma di asino rosso, era l’asura delle tempeste ardenti del deserto africano. I Greci lo chiamavano Tifone, (Τυφωέυς, leggi Typhéus), il bruciante26. Quando la tradizione egizia si estinse, le sue scienze continuarono nelle altre religioni mediterranee sotto forma di ermetismo o alchimia27; in seno a queste trasmissioni tradizionali si propagò in modo celato anche l’influenza malefica di Seth.

    C) Fonti bibliche

    Nella Bibbia è scritto che Dio creò il primo uomo con argilla rossa e lo chiamò Adamo. Il suo nome in ebraico, Adam, ha proprio il preciso significato di “fatto di argilla rossa”, di conseguenza tale colorazione attesta che Adamo è ricollegabile alla tradizione di Atlantide, infatti il colore degli Iperborei era il bianco come quello distintivo dei brāhmaṇa dell’India. La tradizione esoterica ebraica, la Qabbalah28, riferisce anche della presenza di una prima coppia umana vissuta antecedentemente ad Adamo ed Eva, non menzionata nella Bibbia: un “Primo Adamo” e sua moglie Lilith. È forse questo un ricordo dell’umanità primordiale iperborea? Tuttavia, si deve pure rilevare che Adamo ed Eva cominciarono a concepire i loro primi figli solo dopo essere stati espulsi dal Paradiso terrestre: dieci furono le generazioni dei discendenti di Adamo, come dieci furono i re di Atlantide. Le loro figlie erano così belle che gli angeli29 (in ebraico Ben Elohim, figli di Dio) si innamorarono di loro e da quelle unioni nacquero dei terribili giganti (in ebraico nephilim). I giganti erano empi, violenti e arroganti verso Dio ed è facile riconoscere da ciò il tratto distintivo della razza degli Atlantidi. Per tale ragione Dio scatenò un diluvio per farli morire tutti. Comandò a Noè, l’unico uomo giusto tra loro, di costruire un’arca per salvarsi, cosicché l’umanità avrebbe potuto continuare a riprodursi dopo il diluvio universale.
    Gli ebrei hanno tratto questa storia da un precedente mito sumero30 che ha probabilmente avuto la stessa origine della storia di Manu. L’umanità fu distrutta, ma il seme malvagio dei giganti passò al nuovo ciclo attraverso Cam, uno dei tre figli di Noè. Dalla sua progenie venne il re Nemrod, che desiderò conquistare il mondo intero; voleva persino conquistare i cieli e spodestare Dio dal suo trono. A tal fine costruì persino una torre molto alta per raggiungere il cielo, ma Dio mandò una tempesta così violenta (Typhoon?) che quando cessò gli uomini non potevano più comunicare tra loro. In questo modo l’umanità fu divisa per lingua, nazione e tradizione. È così che la Bibbia narra l’inizio del kali yuga, con la divisione dell’umanità in razze, lingue, civiltà e religioni, il tutto stabilito su un fondamento storico.

    D) Il Libro di Enoch

    Il libro di Enoch è un testo canonico della Chiesa copta etiope. In esso sono descritte le visioni di Enoch, profeta della sesta generazione dopo Adamo. Enoch racconta che un gruppo di angeli si ribellò alla volontà di Dio perché desideravano sposare le meravigliose “figlie degli uomini”. Da allora furono chiamati egregori (ἐγρήγοροι, egrégoroi), i Vigilanti come sono i rākṣasa31. I loro figli erano i giganti Nephilim32, uomini forti e gloriosi. Ma con il succedersi delle generazioni, il segno della loro origine spirituale scemò ed emerse il loro carattere sempre più violento, degenerato e diabolico. Scoprirono le proprietà dei metalli e i poteri magici che ne potevano derivare; in questo modo poterono coltivare e praticare le scienze della stregoneria e della magia nera. Per questa ragione Dio scatenò il diluvio universale, per annientare questa razza dannata; ma attraverso uno dei figli di Noè, le cattive inclinazioni dei Nephilim sopravvissero al Diluvio.

    E) Fonti indiane

    Rāvaṇa, il re-demone del celebre poema epico Rāmāyaṇa33, quando è in collera viene raffigurato con dieci teste e venti braccia e spesso anche con un’undicesima testa d’asino che sovrasta le altre. Il bisnonno di Rāvaṇa era Yātudhāna o Nairṛta, nomi che significavano “pieno di male” e “figlio della distruzione”. La cavalcatura di Nairrta era un asino ed era il genius che governava il punto cardinale del sud-ovest. Rāvaṇa proveniva da lì quando invase Laṅkā34ed esiliò suo cognato Kubera; fu così che fu chiamato Nairṛpatiḥ, il Signore del Sud-Ovest. Da ciò si deduce che veniva dal mare, da qualche regione a ovest dell’India, probabilmente da isole come le Maldive o le Laccadive, o più lontane ancora come le Seychelles. Quindi doveva possedere una potente flotta per navigare in sicurezza e trasportare numerose truppe: infatti il Rāmāyaṇa ci narra che i suoi sudditi, i rākṣasa, estesero i loro domini a partire dalle coste.
    I rākṣasa35 sono demoni che appaiono in forma umana, di carnagione nera o rossiccia, in grado di generare figli indifferentemente con asurī, yakṣinī36o donne umane. Con queste ultime hanno generato rākṣasa umani, allo stesso modo dei Ben-Elohim della Bibbia che, unendosi alle donne umane hanno generato i giganti Nephilim. Secondo il Rāmāyaṇa, i rākṣasa erano esseri umani che avevano tradito il loro svadharma37 e quindi erano stati banditi dallo stato umano e degradati in condizioni di rākṣasatva38. Per la stessa ragione, quando gli kṣatriya commettono atti sacrileghi e spargimenti di sangue ingiustificati e incorrono così nella maledizione di qualche ṛṣi, si dice che si trasformino in rākṣasa. Come atti sacrileghi si possono ricordare i terribili sacrifici umani di massa compiuti dagli Aztechi nell’antico Messico o gli atti di cannibalismo dei giganti biblici. Nel Rāmāyaṇa molto spesso viene sottolineato che i rākṣasa, divorano la carne dei loro nemici (nāra māṃsaśīlaḥ) e bevono il loro sangue (śoṇita bhojanaḥ), esattamente come i Re di Atlantide bevevano il sangue delle loro vittime.

    A Laṅkā, la principale Dea dei rākṣasa era Nikumbhila39, aspetto terrificante di Bhadrakālī40, adorata con sacrifici umani, danze orgiastiche, vino41 e libagioni di sangue. Cosa importante che si deve evidenziare è che i rākṣasa, anche quando seguano il loro dharma e pratichino persino l’ascetismo, è solo per ottenere potere e siddhi 42 per scopi malvagi.
    Anch’essi sono divisi in caste: Rāvaṇa e i suoi fratelli appartenevano alla casta brāhmaṇica; il loro dharma prevedeva il matrimonio attraverso il rapimento di donne sposate o non sposate. Seguono il loro istinto senza scrupoli e esprimono tutto quanto vi è di irrazionale, oscuro e distruttivo nell’animo umano. Un’altra somiglianza con il mito di Atlantide è rappresentata dalla descrizione di Laṅkāpura, la capitale di Laṅkā: la città fu costruita nel centro dell’isola, su una montagna con tre cime, Trikūṭa; sul picco centrale c’era la fortezza del Sovrano, circondata da una triplice cinta di pareti metalliche, la più interna delle quali era di oro ardente. I rākṣasa portavano scintillanti armature, dimostrando la loro abilità nella metallurgia, ed erano esperti nelle arti magiche che usavano diffusamente per perseguire i loro propositi. Durante un consiglio con i ministri, Malayavan, nonno e consigliere di Rāvaṇa, gli ricordò che nel mondo ci sono due categorie di esseri coscienti: quelli divini e quelli demoniaci. Il Dharma è il segno distintivo della prima categoria, l’adharma della seconda. Rāvaṇa e i rākṣasa rappresentano l’adharma, allo stesso modo dei Nephilim, degli Atlantidi e dei loro discendenti sparsi in tutto l’Occidente e in tutta la Terra.
    La ribellione contro le leggi divine accelera la rovina e l’inarrestabile decadenza del ciclo e certamente i rākṣasa ne sono consapevoli. I manuṣya rākṣasa43 sono chiaramente gli agenti della contro-iniziazione e alcuni tra loro sono anche rākṣasa–avatāra, incarnazioni adhārmika della controiniziazione. Tutte queste numerose somiglianze e incredibili coincidenze mostrano un’influenza innegabile e una chiara conferma dell’origine atlantidea del regno di Laṅkā. Infatti, Laṅkā significa “ramo”; non era forse un ramo dell’Impero Atlantide-Nirṛti44 in Oriente?

    Non si pensi che l’apparente discrepanza coi dati storici basti a tacciare di falso tutto ciò; del resto il lettore è già stato avvisato riguardo al “pregiudizio storiografico”. Le storie tradizionali seguono una tendenza ciclica, ma tutte hanno un medesimo significato. La lotta di Paraśurāma contro la ribellione del kṣatriya; la spedizione di Rama contro Laṅkā; la discesa di Kṛṣṇa come punizione per i Kaurava sono i diversi episodi di un’unica storia. La storia della lotta tra deva e asura, tra Dharma e Adharma.

    Ricordiamo infine ai lettori che nel 1995 è stato scoperto nel sud-est della Turchia il sito di Göbekli Tepe45 risalente al 11000 a.C. È un complesso di almeno quindici santuari megalitici adornati da raffinati bassorilievi. La scoperta si è rivelata molto imbarazzante per gli archeologi; infatti secondo i loro pregiudizi evolutivi, gli uomini di quel millennio avrebbero dovuto essere ancora selvaggi, nutrirsi di bacche e selvaggina46, vivere come nomadi, nudi, famelici e bestiali. L’intero complesso abbandonato fu volutamente seppellito intorno al 8000 a. C. Ciò sembra indicare che dopo la sconfitta degli Atlantidi menzionata da Platone, i vincitori abbiano voluto cancellare perfino il ricordo dei loro antichi despoti.

    Durgādevī

    1. Esiodo, Teogonia, 535-540 [“Nel tempo in cui gli dei e gli uomini decidevano una contesa a Mecone (antico nome di Sicione), Prometeo pose innanzi a loro, come vittima, un bue di notevole mole e, con animo benevolo, lo divise in parti”, N. d. T.].[↩]
    2. Questa civiltà, tra le più antiche del mondo, si estendeva geograficamente lungo i fiumi Sarasvati (oggi secco da almeno trentacinque secoli) e Indo, nel Subcontinente indiano [N. d. T.].[↩]
    3. Vṛṣabha, o Vrishabha è un mese del calendario solare indiano. Corrisponde al segno zodiacale del Toro e, nel calendario gregoriano, cade tra la seconda metà di maggio e la prima metà di giugno [N. d. T.].[↩]
    4. Deucalione (gr. Δευκαλίων), mitico figlio di Prometeo, fu l’unico superstite, con la moglie Pirra, del diluvio mandato da Zeus in punizione delle colpe degli Atlantidi. Da Deucalione e Pirra ebbe origine una nuova generazione umana. Zeus inviò Ermes a chiedere a Deucalione che cosa desiderasse, e avendo questi risposto che voleva avere con sé altri uomini, consigliò ai due superstiti di gettare pietre alle proprie spalle: da quelle gettate da Deucalione sarebbero sorti i nuovi uomini, da quelle gettate da Pirra le nuove donne. Da Deucalione e Pirra nacque Elleno, il capostipite degli Elleni [N. d. T.].[↩]
    5. Kaurava (sanscrito: कौरव) è un termine patronimico il cui significato è “discendente di Kuru”, leggendario re e progenitore di buona parte dei personaggi del famoso poema epico indiano del Mahābhārata [N. d. T.].[↩]
    6. Gli esseri umani [N. d. T.].[↩]
    7. Rākṣasas (sanscrito : राक्षस) significa letteralmente “esseri da cui si cerca di proteggersi”, “demoni” [N. d. T.].[↩]
    8. Terza delle quattro ere che compongono il presente ciclo umano (manvantara), corrisponde all’Età del Bronzo dei greci [N. d. T.].[↩]
    9. “… O valoroso principe! A causa di lunghi periodi di tempo, questo Yoga [per guerrieri] è scomparso da questo mondo” (Bhagavad Gītā, IV.2). “I saggi della casta reale conoscevano questo Yoga, trasmettendolo così attraverso il kṣatriya paramparā. A causa di un lungo lasso di tempo, la trasmissione di questa tradizione è scomparsa da questo mondo” (Bhagavad Gītā Śaṃkara Bhāṣya, IV.2). “O discendente di Bhārata, ogni volta che il Dharma declina e l’adharma prevale, io mi manifesto e nasco in ogni yuga, per la protezione dei virtuosi, la distruzione dei malvagi e per assicurare l’insediamento del Dharma” (Bhagavad Gītā, IV 0,7-8).[↩]
    10. Prometeo e Atlante furono puniti per le loro continue ribellioni al volere di Zeus.[↩]
    11. Popolo di nomadi iraniani che, storicamente, abitavano tra la steppa settentrionale e orientale eurasiatica e il bacino del Tarim; come gli sciti della steppa pontica con cui erano imparentati, gli Śaka erano razzialmente europei e parlavano una lingua appartenente al ramo satam delle lingue indoeuropee [N. d. T.].[↩]
    12. Nome derivato dall’antico persiano ha-mazan, donna-guerriero. La connessione tra le Amazzoni e gli sciti è interessante, perché può riguardare le origini del Tantrismo. In effetti, alcuni Āgama sostengono che il Tantrismo proviene da un continente chiamato Śāka dvīpa. In alcune descrizioni purāṇiche il Monte Meru si trova nel centro di Śāka dvīpa, che qualcuno identifica con la cosiddetta “isola” di Meroe dell’attuale Sudan. Plinio e Strabone affermano che l’antico regno egizio di Meroe era sempre stato governato da donne (vedi anche Atti degli Apostoli, VIII.27). Queste considerazioni fanno supporre una comune origine atlantidea del tantrismo orientale e dell’ermetismo egizio, dottrine molto simili tra loro.[↩]
    13. Tradizionalmente, i brāhmaṇa rappresentano socialmente il ruolo maschile e gli kṣatriya quello femminile, come in Aitareya Brāhmaṇa (VIII.27): “Io sono quello (maschio), tu sei questa (femmina), io sono il Cielo, tu sei la Terra”. Dal momento che un popolo composto solo da donne non può esistere, le Amazzoni devono rappresentare un popolo di guerrieri (ossia femmine) fuori del controllo maschile brāhmaṇico.[↩]
    14. Moglie di Ade, il Dio del Regno dei morti.[↩]
    15. Traduzione in greco di “Popoli del mare”. I greci occuparono la Grecia dopo i Pelasgi. Furono essi a tramandare che i Pelasgi avevano travolto i potenti regni cretese e miceneo, che erano le precedenti civiltà dell’area greca.[↩]
    16. A proposito di questa potenza navale, Platone aveva scritto che ognuno dei dieci feudi che componevano il regno di Atlantide aveva una flotta di mille e duecento navi da guerra.[↩]
    17. Antica città (oggi Ras Shamra) sulla costa della Siria, a nord di Latakia. Fu abitata dal Neolitico fino al 1200 a.C. circa. In seguito, il sito avrebbe ospitato solo modesti insediamenti occasionali. Ugarit acquistò importanza all’inizio del II millennio a.C. quando fu sede di un prospero regno. In tale periodo si trovava nella sfera di influenza egizia [N. d. T.].[↩]
    18. Questo è il motivo per cui in precedenza abbiamo sostenuto che l’antica Atene era stata la Sais egizia.[↩]
    19. Ciò ricorda l’origine atlantidea dei mesoamericani. Ovunque nel mondo il rosso è il cruento colore dei Re; in India è il colore dei kṣatriya.[↩]
    20. Come spesso accade, il fondatore di una nuova civiltà assume un nome che ricorda il nome di Manu, il primo uomo.[↩]
    21. Ciuffo di capelli che i brāhmaṇa portano sul capo rasato [N. d. T.].[↩]
    22. Tradizionale indumento indossato dagli uomini in India. Si tratta di un pezzo di stoffa rettangolare che viene legato intorno alla vita e scende fino ai piedi, come fosse un pareo [N. d. T.].[↩]
    23. Gli scavi di Mohenjo-Daro e Harappa hanno rivelato che la tradizione Śaiva è la più antica fede vivente nel mondo. Nel corso dei secoli, lo Śivismo sviluppò molte ramificazioni e apparve in forme diverse, dando luogo a una vasta schiera di tradizioni, ciascuna con caratteristiche filosofico-culturali-linguistiche uniche. I devoti del dio Shiva vanno dai semplici fedeli con le loro devozioni quotidiane, ai sinceri ricercatori della più alta Realtà, che perseguono le dottrine esoteriche e le pratiche yoga di vari rami dello Śivivismo [N. d. C.].[↩]
    24. Il termine (sskrt. साधना, leggi sādhanā) indica l’insieme delle pratiche rituali inerenti a una via iniziatica e, per estensione, a qualsiasi culto [N. d. T.].[↩]
    25. Secondo una leggenda, Seth aveva due figli, Gerosolimo e Giuda. La cavalcatura dei profeti biblici e di Gesù Cristo era l’asino. Secondo la Sīra di Ibn Ishaq, il Burāq che portò Muhammad al cielo era un animale “tra il mulo e l’asino” che collega l’asino ad alcuni aspetti oscuri delle religioni ebraica, cristiana e islamica. La dea Śītala cavalca un asino [Si tratta di è una divinità popolare adorata da molti fedeli d’estrazione tribale nelle regioni dell’India settentrionale, del Bengala occidentale, del Nepal, del Bangladesh e del Pakistan. Come ipostasi oscura della Dea Durgā, cura piaghe, pustole e bubboni ributtanti, come anche può procurarle ai nemici tramite le fatture dei maghi [N. d. T.].[↩]
    26. I nativi messicani di origine antlantidea chiamano lo stesso anti-Dio, Hurricane (taino: Hurakàn), uragano. Le popolazioni delle Americhe usavano tingersi il corpo di rosso, in ricordo delle loro origini. Per questa usanza essi sono noti come “pellirosse”.[↩]
    27. Kemì, “Terra nera”, antico nome dell’Egitto; successivamente al-kīmiyā in arabo.[↩]
    28. La cabala, cabbala, qabbaláh o kabbalah (in ebraico: קַבָּלָה‎, letteralmente “ciò che è trasmesso”, “tradizione”) è l’insieme degli insegnamenti esoterici propri dell’ebraismo rabbinico; in un suo significato più ampio, il termine intende quei movimenti esoterici sorti in ambito ebraico al ritorno dalla cattività babilonese (520 a.C.) fino alla distruzione del terzo Tempio ad opera dei romani, nel 70 d.C. [N. d. T.].[↩]
    29. Come vedremo dopo, questi angeli non erano Deva, ma Asura.[↩]
    30. La storia del diluvio di Utnapishtim si trova nel poema epico di Gilgamesh (2500 a.C.).[↩]
    31. Ricordiamo che anche i guerrieri antidiluviani di Atene e Atlantide erano chiamati Vigilanti; vedi sopra.[↩]
    32. L’appellativo Nephilim (in ebraico נפלים), presente nell’Antico Testamento (Tōrāh), in diversi libri non canonici del Giudaismo e in antichi scritti cristiani, si riferisce ad un popolo che sarebbe stato presente sulla terra al tempo dell’incrocio tra i “figli del vero Dio” e le “figlie degli uomini”. Con l’espressione “figli del vero Dio” s’intende una parte di quegli angeli che si sono ribellati insieme a Satana. Avere rapporti con le “figlie degli uomini” era contro la loro natura, essendo, dunque, determinati solo dalla loro perversione, come narra il racconto biblico (Genesi 6.1-4: «Ora avvenne che gli uomini cominciarono a crescere di numero sulla superficie del suolo e nacquero loro delle figlie, allora i figli del [vero] Dio notarono che le figlie degli uomini erano di bell’aspetto; si presero così tutte quelle che scelsero. Dopo ciò Dio disse: “Il mio Spirito non durerà certo indefinitamente per l’uomo, in quanto egli è anche carne. Pertanto, i suoi giorni dovranno ammontare a 120 anni”. I Nephilim erano sulla terra in quei giorni e anche dopo, quando i figli del [vero] Dio continuavano ad avere relazioni con le figlie degli uomini, ed esse partorivano loro dei figli»).Il termine è utilizzato anche per i giganti che abitavano la terra di Canaan (Numeri 13.33). Un termine simile, ma con un suono diverso, è utilizzato nel Libro di Ezechiele (32.27) riferito ai guerrieri filistei morti [N. d. T.].[↩]
    33. Il Rāmāyaṇa (devanāgarī रामायण; lett. il “Viaggio (ayaṇa) di Rāma”), insieme al Mahābhārata è un grande poema epico e uno dei testi sacri più importanti dell’induismo. Il poema, attribuito tradizionalmente a Vālmīki, narra le avventure del principe Rāma, avatāra di Viṣṇu, ingiustamente esiliato e privato della sua sposa che tuttavia riconquista dopo furiosi combattimenti, unitamente al trono negato. Il nucleo originario del poema è databile tra il VI e il III secolo a.C., e la sua redazione conclusiva va invece ascritta ai primi secoli della nostra era [N. d. T.].[↩]
    34. Laṅkā è la versione sanscrita di Taprobane; con quest’ultimo nome gli antichi navigatori greci, romani e arabi indicavano l’isola che nella tradizione occidentale suole essere chiamata Ceylon (corruzione inglese per Siṃhala, la terra del leone) [N.d.T.].[↩]
    35. Di solito si ritiene che il nome rākṣasa derivi da rākṣas, vigilante, con lo stesso significato degli egregori del Libro di Enoch. Tuttavia, è possibile avere un’altra origine etimologica da raka (menstruum) e rakta (sangue, rosso).[↩]
    36. Yakṣinī, semi-divinità indiane femminili, sorta di driadi delle foreste, legate al culto della vita; erano venerate quali simboli della fecondità e della salute dei bambini. La loro raffigurazione, nell’accentuazione delle caratteristiche erotiche del corpo, è sempre associata al motivo dell’albero, a cui esse si tengono flessuosamente allacciate [N. d. T.].[↩]
    37. Il dovere castale, il dharma del singolo individuo [N. d. T.].[↩]
    38. La condizione “diabolica”[↩]
    39. Letteralmente significa “bosco intricato di piante selvatiche di cotone”, ossia le giungle dove vengono segretamente compiuti sacrifici cruenti.[↩]
    40. Bhadrakālī (sanscrito: भद्रकाली, letteralmente “la buona Kālī”) è una dea hindū popolare nel sud dell’India. È una delle forme feroci della Dea Ādi Paraśakti o Durga [N. d. T.].[↩]
    41. La tradizione tantrica presenta molte somiglianze con questo dharma dei rākṣasa. Quando il Tantrismo è fuori dal controllo di brāhmaṇa e la prevale ricerca dei poteri, emerge il suo carattere atlantideo.[↩]
    42. I poteri ottenuti con la pratica di uno yoga sādhana [N. d. T.].[↩]
    43. Sono quei rākṣasa che si manifestano in forma umana [N. d. T.].[↩]
    44. Nirṛti (निरृति) è la dea della morte e della corruzione e uno dei Guardiani dei punti cardinali, e precisamente il sud-ovest e il sud. Il nome nir-ṛt ha il significato di “assenza di ṛta, senza legge” [N. d. T.].[↩]
    45. Göbekli Tepe (trad. “collina tondeggiante” in turco) è un sito archeologico, situato a circa 18 km a nordest dalla città di Şanlıurfa nell’odierna Turchia, presso il confine con la Siria, risalente all’inizio del Neolitico o alla fine del Mesolitico. Vi è stato rinvenuto il più antico esempio di tempio in pietra: iniziato attorno al 9500 a. C., la sua erezione dovette interessare centinaia di uomini nell’arco di tre o cinque secoli. Le più antiche testimonianze architettoniche note in precedenza erano le ziqqurat sumere, datate 5000 anni più tardi. [N. d. T].[↩]
    46. Avrebbero dovuto essere cioè dei decerebrati cacciatori-raccoglitori, come vuole una certa antropologia che non vede più in là dell’economia e del “progresso tecnologico”.[↩]

    Il concetto di nāda nel pensiero indiano

      Presentazione

      Conferenza tenuta dal Paṇḍita Śrī Vidyā Nivāsa Miśra al Lido di Venezia il 16 aprile 2002, a latere del convegno VAIS sulla figura del guru nelle diverse tradizioni.
      Il Paṇḍita prof. dr. Vidyā Nivāsa Miśra (PhD) (1926–2005) è stato un insigne erudito, che ha spaziato tra i diversi campi della cultura tradizionale offrendo delle chiavi di accesso alle più elevate vette della conoscenza indiana anche ad alcuni qualificati ambienti occidentali. Ha pubblicato più di settanta saggi, opere critiche e trattati di linguistica e glottologia; cultore e curatore dei libri di A.K. Coomaraswamy, profondo conoscitore di R. Guénon, è stato insignito di parecchi premi e onorificenze, tra cui il Padma Shree, il Moorti Devi Award del Bharatiya Jnanapith e lo Shankar Puraskar della K.K. Birla Foundation. In riconoscimento di una vita e di un lavoro letterario che ha saputo esprimere l’essenza del mondo Indiano in tutto il suo splendore, P◦ Vidyā Nivāsa Miśra è stato nominato membro del Rajya Sabha, la Camera Alta del Parlamento dell’Unione Indiana, per meriti culturali.
      Ma ancor più importante di tutto ciò, P◦ Miśra è stato un upaguru di Śrī Vidyā del pīṭha di Benares e, proprio in virtù di questo suo magistero, ha potuto parlare con cognizione e profondità del metodo di Nādayoga offrendo in questa breve conferenza alcuni spunti di estremo interesse. Se, infatti, in Occidente, questo tipo di yoga viene in genere associato alla semplice musica e quindi a una pratica del tutto esteriore priva di possibilità realizzative, P◦ Vidyā Nivāsa Miśra concentra la propria attenzione sulla vibrazione interiore che può essere percepita a livello sottile in suṣumṇā, il centrale dei tre principali canali sottili (nāḍī) del corpo umano. Inoltre, se nella prima parte della relazione si sofferma su alcuni aspetti tecnici della pratica, evidenziando i diversi tipi di vibrazione definiti da questo metodo, nella seconda fornisce alcuni spunti di carattere tradizionale, per poi porre l’accento sul fluire della vibrazione sonora più sottile, che ha il potere di dissolvere qualsiasi attaccamento e quindi ogni residuo di individualità. È questa un’esperienza che, con altro linguaggio, richiama la folgorante, improvvisa comparsa della Conoscenza ultima e che conferma, al più elevato livello di Śrī Vidyā, la possibilità di accesso a Brahman nirguṇa, la Conoscenza del Supremo, unica in grado di schiudere le porte a mokṣa.

      Gāyatrī Ānanda

      Il concetto di nāda nel pensiero indiano

      L’argomento che mi accingo a trattare è troppo profondo per chiunque, e a maggior ragione per me, in quanto è necessaria una vasta esperienza prima di potersi avvicinare a nāda e parlarne con cognizione. Ciononostante, per quanto limitata possa essere la mia conoscenza delle fonti tantriche e per quanto limitato sia stato ciò che ho potuto esperire di persona, tenterò di esprimerlo in questo breve intervento.
      Bene, innanzitutto nāda non è l’essenza ultima. È bindu l’essenza ultima. Recita il Śāradātilaka Tantra1:

      Tasmāt bindor bhidymāṅāt ravonadatmako’bhavat
      Saravah śrutisaṃpannaih śabdo brahmeti gīyate

      Naturalmente nāda è śabdabrahman2, ma c’è qualcosa al di là di esso: Parabrahman è al di là di esso. Come sancisce la Maitrī Upaniṣad (6.22):

      Śabda brahmaṇiniṣṇatah para brahmadhigacchati

      Ci si deve conformare a śabdabrahman per poi giungere a Parabrahman. Perciò la Realtà ultima assoluta è bindu. Bindu è niśkala, ciò che non può essere diviso in parti; tutt’al più si dovrebbe dire che sono le parti a essere incluse in esso. Ma solo bindu è l’intero e per questo è detto pūrṇa [pieno, completo]. Quando si divide, si genera nāda.
      Tuttavia vi sono due stadi di nāda. Il più elevato è mahānāda, che può essere sperimentato in suṣumṇā3 ed è descritto come il suono senza alcuna vocale4. Non possiamo pronunciarlo né possiamo ritrarlo. Una volta che fluisce in suṣumṇā non possiamo fermarlo. Ma quand’è che ciò accade? Quand’è che mahānāda fluisce? Quando si passa attraverso le differenti fasi di manifestazione. La manifestazione è un processo che non accade una sola volta, ma ogni giorno, in ogni momento di creatività. Accade ripetutamente, ancora e ancora, e questo accadimento è ben descritto nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (I.4.3):

      … ekākī na ramate […] sa imam evātmānaṃ dvedhāpātayat…

      “L’Uno non sente piacere di essere solo […] così si divide in due e da ciò parte la manifestazione”. Ma, prima di dividersi, Esso deve compiere tapas. Cos’è tapas? È l’intensità, l’intenso calore del desiderio. Fino a che non vi è intenso calore di desiderio, non può esservi alcuna manifestazione. La manifestazione ha bisogno di intensità di calore, del desiderio e, a causa di tale intensità, l’Uno giunge a sacrificare se stesso. Fin quando l’Uno non ha sacrificato se stesso, la manifestazione non può avere inizio. Questo è tapas. Questa è la fiamma. Solo allora può manifestarsi nāda, e il primo a sorgere è l’essenza del più sottile dei suoni, anāhata nāda5. Anāhata nāda è mahānāda. Non può essere descritto. È senza confini, haṃsa. Dopo haṃsa non c’è nulla se non l’intensità del processo di nascita. Haṃ è l’espirazione e sa è l’ispirazione. Ma cercare di limitarlo a questa descrizione di carattere fisiologico risulta riduttivo.
      Partiamo, dunque, considerando quali sono diversi tipi di nāda: la tradizione ne enumera otto. Il primo è ghoṣa; ghoṣa significa quando si chiudono gli orecchi con le dita e si cerca di udire qualcosa nel silenzio. Negli orecchi allora si ode una sorta di suono: qualche sorta di suono che sembra provenire da diversi punti. In acustica è chiamato brusio, ma è qualcosa in più d’un brusio. Non è semplicemente la vibrazione di corde vocali, è qualcosa in più. Lo si descrive come dīptovahnerivabhāti “quando il fuoco è acceso, vi è un suono in quel fuoco”. Risuona come un fuoco fiammeggiante. Esso è il più sottile. Poi viene per secondo svāna che è un po’ più articolato e viene descritto come una pioggerella quando il vento è cessato: allora si dice che quel suono è svāna. All’altro estremo, il più articolato di tutti è huṅgkṛta [ruggito] che è descritto come il suono tra le alte nuvole, un rimbombo tra le alte nuvole. Appena meno articolato di questo è jhaṅkṛta, il suono che si produce quando tutte le corde della vīṇā6 sono pizzicate assieme. Ancor meno articolato è dhvani, e ancor più sottile è sphoṭa, descritto come il ronzio delle api. E ancor più sottile è śabda. Śabda che è la predisposizione della parola che si può percepire nella gola, l’intera parola che si può percepire quando è ancora nella gola. Non è una parola bisbigliata. È una parola già predeterminata, già pienamente soffiata su per la gola, ma non ancora articolata e perciò ancor più sottile di quanto finora descritto. Questi sono gli otto tipi di suoni, nāda, che vanno compresi.
      Nāda letteralmente significa ‘ciò che risuona’; ma questa, naturalmente, è soltanto una definizione. Una vibrazione può risuonare in uno spazio, uno spazio limitato, e al contempo fissa anche un ambito temporale in quanto può durare solo per un intervallo di tempo definito. In ogni pratica di dhyāna [meditazione], questi suoni rappresentano gradi successivi fino al raggiungimento del suono più astratto. È necessario concentrarsi su questi suoni: il suono creato dalla piggerella, il suono creato dalle api, il suono creato dal fuoco fiammeggiante, il suono creato da un leggero pizzicare la quinta corda di una vīṇā e il suono creato da tutte le corde percosse assieme. Vi sono diversi tipi di suoni ed è necessario concentrarsi su di essi prima di raggiungere il più sottile di tutti che è ghoṣa. Dopo di che è possibile giungere ad anāhata nāda.
      Anāhata nāda li comprende tutti e in esso tutti si fondono; allora si può udire una sorta di ha [suono aspirato dell’acca]. Quando ha è accompagnato da una vocale diviene articolato, ma il suono, la vibrazione reale di h non è seguita da alcuna vocale. È pura h e se ne può sentire la vibrazione in tutto il corpo quando sale dall’ombelico alla testa. Può essere percepita quella vibrazione. Ma non a lungo. Vi è bisogno di pratica; può essere colta in certi particolari momenti della giornata, solo in alcuni luoghi e solo per alcuni istanti. Quello è anāhata nāda, il suono senza colpo da cui si emana tutto poiché, in quasi tutte le scuole di pensiero Indiano, il suono, il suono non pronunciato, il suono non pronunciabile è il sottofondo sottile di vāc, che è il seme di tutto:​

      vāgeva viśvā bhuvanāni jajñe 7

      Vāc è il seme di tutto. Cosa significa? Cosa esprime vāc? È semplice parola? No. Vāc è il desiderio di manifestazione. Vāc è il desiderio di raggiungere l’altro, l’altro che ancora non è, che deve essere manifestato per primo, prima che la manifestazione stessa possa prendere forma. Questa concezione di vāc è un concetto fondamentale nella cultura Indiana, non solo nella letteratura, non solo nell’ambito spirituale, non solo per la pratica dello yoga: è un concetto fondamentale per tutte le arti, anche per un’arte come l’architettura, dove i diversi tipi di risonanza sono costruiti, creati. A Hampi vi è il tempio Viṭṭhala ove si possono percuotere le colonne e ne esce un suono come di mṛdaṅgam, uno strumento simile alla vīṇā. Ciascuna colonna produce un suono diverso.
      Allo stesso modo, è possibile trovare qualcosa di simile a Suchindram, così come a Madurai. Il suono è parte dell’edificio, il suono è parte dell’architettura. È parte integrante dell’architettura. Così per qualsiasi tipo di arte in cui non si pensa possa esservi posto per il suono, anche là suono e suono sottile hanno un ben determinato ruolo. Non un banale rumore: è il suono sottile ad avere un ruolo.
      Ci si può chiedere: “Non è forse il silenzio qualcosa di pieno, qualcosa già di intero in sé?” Sì, lo è, a patto che il silenzio sia connotato di contemplazione. Se non lo è, è semplicemente giacere addormentati: non si tratta del vero silenzio. È un silenzio senza significato, come quello che di solito si sperimenta, quel genere di silenzio che non ha significato perché non è preceduto né seguito dalla contemplazione. Ma quando è preceduto dalla contemplazione, quando si è riempiti dall’essenza del suono, solo allora il silenzio ha significato e può manifestare cose che altrimenti sarebbe impossibile esperire. Questo genere di silenzio è descritto in molti sūtra vedici ed è ben riassunto dal termine dhī. Dhī è molto importante. Dhī significa aver contemplato alcune cose tanto da essere in grado di vederne l’essenza e, riempiendosi di tale essenza, assorbirsi nel silenzio.

      Maṇ masta huā to kyā boleṇ?8

      Anche Kabīr dice le stesse cose con altre parole. Quando si è nella pienezza, quando si è assorbiti interamente in qualcosa, non v’è bisogno di dire più alcunché. Ma tale sorta di silenzio è molto raro.
      Quando parliamo dei diversi tipi di nāda, per prima cosa si deve iniziare con bindu. Vi sono tre coppie fondamentali nel pensiero tantrico indiano: Śiva-Śakti, prakāśa-vimarśa e bindu-nāda. Esse vanno assieme. Śiva si esplica attraverso Śakti, prakāśa [la luce] si manifesta attraverso vimarśa [la vibrazione principiale] e bindu diviene manifestato in nāda. Si tratta essenzialmente della stessa cosa descritta in tre differenti modi. Così bindu è prakāśa in uno stato inattivo, potenziale. Esso esiste prima della manifestazione ed esiste dopo che la manifestazione si è dissolta: precede e include tutti i processi della creazione. Tutto dipende da esso, tuttavia esso ha bisogno di kriyā, ha bisogno dell’azione. In ciascun sistema di pensiero, perfino nella grammatica, kartā [l’agente] è chiamato svatantra [autonomo]: è indipendente eppure ha bisogno di kriyā. Senza kriyā, kartā non può agire. Solo quando è unito a kriyā assume significato, perciò l’agente non è importante se non quando è in relazione con l’azione. Prakāśa è quindi importante solo quando è unito a vimarśa. Cos’è vimarśa? Vimarśa è la vibrazione, la vibrazione di cui ho tratteggiato sommariamente la forma. Non sono in grado di descriverla. Non posso pronunciarla. Essa giunge e fluisce per un attimo per poi sparire. È una vibrazione assolutamente ineffabile, eppure da essa si dispiega l’intero cosmo. L’intero cosmo è l’espansione di questa vibrazione.
      Ananda Coomaraswamy l’ha messa in relazione a sūrya. Quando si parla di sūrya in quest’accezione, non ci si riferisce al sole del sistema eliocentrico. Si tratta di qualcosa di diverso. Essa corrisponde alla luce e deriva da due differenti radici verbali. Una riferita al bagliore e l’altra riferita al suono. Così la luce non è solo bagliore, ma anche esplosione sonora. Vi è una sorta di esplosione. Ma non è possibile udirla. Essa è sottile pur essendo un’esplosione. Non intendo dire che ciò possa essere collegato alla teoria del Big Bang, perché non abbiamo evidenze tali da affermarlo, ma inizialmente vi è un suono9. Si percepisce l’emergere di una luce e ogni cosa è risvegliata manifestandosi in una moltitudine di suoni: i cinguettii degli uccelli, i fruscii delle foglie che cadono, i diversi canti del vento tra le foglie. Tale era la vita dell’uomo primordiale. Aveva una profonda sintonia con tutto ciò che lo circondava ed egli era un acuto uditore, un acuto osservatore, attivo e partecipe di ciò in cui era immerso. Per questo egli poteva comprendere la relazione tra le diverse sfaccettature d’ogni fenomeno, tra le diverse componenti del cosmo, e poteva relazionarsi con esse perché era in armonia con il proprio ambiente.
      Senza questa armonia, senza questa intimità, non penso abbia senso parlare di nāda e del silenzio, in quanto non è più possibile coglierne lo spessore, le sfaccettature. La tecnologia del giorno d’oggi ha disperso tutte le distinzioni, tutte le più sottili ombreggiature della musica, tutte le più sottili sfumature delle vibrazioni sonore, ed esse sono finite per scomparire. Vi è stato un livellamento in ogni campo: un livellamento di forme e un livellamento di modalità, e ciò ha creato un enorme danno. L’uomo non è più in grado di distinguere tra le differenti cose. I suoi occhi non possono più distinguere tra le sfumature sottili dei colori. I suoi orecchi non possono più distinguere i differenti suoni, non possono più distinguere tra la risata di un bimbo o quella di una donna anziana. Ha perduto questa capacità. Ciascuno deve recuperare questa capacità attraverso una più profonda relazione con ciò che lo circonda. Soltanto allora si potrà parlare di cose come nāda e bindu. Le attuali condizioni sono assai inadatte per poterne parlare. Sono argomenti che mal si adattano alla presente situazione. Perfino i sistemi di aria condizionata e di amplificazione di questa sala producono vibrazioni che ci impediscono di percepire con chiarezza e precisione. Perciò, quando mi è stato chiesto di parlare su questo argomento, non sono stato certo di poterlo fare, di poterlo fare in questa sala. Forse sarebbe stato meglio parlarne sotto l’ombra di un albero di pippal nel profondo della foresta. Parlarne qui è l’espressione del più futile dei tentativi. So che si tratta di un tentativo futile: ho sperimentato questa situazione molte volte e ho compreso che se si vuole penetrare l’essenza della nostra cultura, non possiamo farlo senza la foresta. E, infatti, io sono stato iniziato nella foresta dal mio antico amico Sacchidānanda Hirānanda Vātsyāyana. Egli mi ci ha accompagnato molte volte, in diversi luoghi, ma non c’è mai stato il bisogno di parlare. Semplicemente vi siamo andati assieme, abbiamo camminato assieme per capire quale fosse il canto di quel luogo, cosa in quel luogo si accompagnasse alla follia, cosa fluisse da quel luogo; e ciò è stato l’essenza stessa dell’esperienza.
      Una volta avuta questa esperienza, anche per un solo attimo, si deve provare a pensare a come nāda possa essere descritto attraverso il Tantra della musica e della poesia. Solo allora si potrà capire come il suono del flauto sia assimilato a Rudra, la forma di Śiva distruttore. Quel suono spazza via tutte le relazioni, tutti gli attaccamenti, l’attaccamento alla casa, alla famiglia, a tutte le cose. Esse sono tutte spazzate via. Sono tutte bruciate. Questo è il ruolo di baṃśī, il flauto di Śrī Kṛṣṇa. E dopo di ciò, in solitudine, quando si entra nel rāsa maṇḍala, non si è gopī, non si è semplici pastorelle10. Non si è parti di Śrī Kṛṣṇa, si è interamente Śrī Kṛṣṇa. Si è tutti manifestazioni di Śrī Kṛṣṇa poiché, in qualità di gopī, siamo stati annichiliti da quel suono, dall’eco di quel suono. Non solo noi, ma anche il fiume, gli alberi, le colline, sono trasformati in qualcosa d’altro. Si perde l’identità, l’identità fisica.
      Dunque tale è l’impatto del suono. Esso inizialmente annichilisce l’identitificazione con questo e con quello; questo e quello, assieme a ogni identità che ci appartiene, vengono annichiliti. Non si è preparati a una simile esperienza, a maggior ragione in quest’epoca di libertà individuale. A nessuno piace perdere la propria identità. Ciascuno è in cerca d’identità perché non ha alcuna identità vera. Perciò si ha paura di perdere la propria falsa identità, per quanto passeggera possa essere.
      Dovremmo dunque provare a parlare sul modo di emettere la voce, come articolarla, soffermarci sui processi interiori ed essere soddisfatti di quel poco che otteniamo. Ma quando le persone analizzano il suono dal punto di vista dell’acustica o fanno considerazioni di carattere politico sulla lingua, si perdono in questo genere di dettagli. Così non riescono a comprendere la reale essenza delle cose: vedono che vi sono delle particolarità, ma non sono in grado di descrivere quali esse siano. Non possono realizzare che il suono è il seme di tutte le cose. È assurdo affermare che ha crea a, e a crea questo, e questo crea quest’altro, e quest’altro crea quello. Questo crea l’intero insieme degli elementi e gli elementi assieme a ciò creano l’intero mondo. È tutto assurdo. È pura immaginazione, ma al contempo non lo è. C’è un senso dietro tutto questo. C’è un ordine. Quell’ordine può essere compreso solo attraverso la contemplazione e contemplare nāda e descriverlo è di gran lunga superiore a quanto le persone comuni, che parlano semplicemente di canto, possano mai comprendere.
      Ciascuno può pensare in termini astratti al suono, ma non raggiunge l’astrazione assoluta di colpo. Bisogna andare passo dopo passo. Vi sono dei passaggi da compiere. La lingua parlata, la struttura ritmica della lingua, il tempo della lingua sono tutte componenti che guidano verso l’astrazione del suono. E la musica, in assoluto, è il più sottile di questi passi. Anche la danza è un passaggio molto sottile perché in essa il movimento è sincronizzato con il suono.
      Adesso forse è possibile capire come sia importante il suono. Kalidāsa così lo descrisse:

      pādmanyāsam layamanuyatuh

      “Pādmanyāsam, lo slancio del piede, segue laya [la dissoluzione]”11 e questa sincronia è difficile da raggiungere e può essere acquisita solo attraverso la pratica. Questa pratica rende l’idea di come le cose accadono assieme. Esse sono inter-relate.
      Perciò nāda è la sola chiave per comprendere il tutto.

      Vidyā Nivāsa Miśra

      1. Letteralmente il tilaka, il segno sulla fronte della dea Śāradā o Pārvatī. Testo tantrico che raccoglie mantra e istruzioni rituali compilato da Śrī Lakṣmaṇa Deśikendra nel 800 d.C. circa [NdT].[↩]
      2. Śabdabrahma indica il Verbo divino, il Veda. Qui viene messo in relazione con Parabrahma, il Brahman supremo, l’Assoluto, riproponendo in altri termini il binomio Brahman saguṇa – Brahman nirguṇa, cioè la differenza tra l’apparente realtà del non supremo (Brahma saguṇa) e il Supremo, che supera ogni determinazione qualitativa [NdT].[↩]
      3. Suṣumṇā è il centrale tra i tre principali canali sottili (nāḍī), che attraversano il corpo umano. Essa risale la colonna vertebrale (merudaṇḍa) dal mūlādhāra cakra, posto alla sua base, in corrispondenza del coccige, inanellando tutti i centri sottili, per fuoriuscire dalla sommità del capo attraverso il sahasrāra-cakra, il loto dai mille petali [NdT].[↩]
      4. Ogni lettera, nel sistema di scrittura devanāgarī, è sostenuta dalla vocale ‘a’. Qui, come più avanti quando il relatore si soffermerà sulla lettera ha (l’aspirata h, acca), la mancanza della vocale vuole indicare il suono puro, già prodotto dal soffio interiore, ma non ancora espresso esteriormente [NdT].[↩]
      5. L’aspetto udibile è detto ahata, letteralmente “colpito”, il suono che sorge dalla percussione tra due oggetti. Diversamente anāhata significa “non colpito”, cioè un suono sottile che non sorge da alcun contatto fisico [NdT].[↩]
      6. Strumento musicale a corde con due casse di risonanza.[↩]
      7. L’autore ha omesso di indicare la fonte della presente citazione.[↩]
      8. In hindī: “Quando la mente è felice, che altro c’è da dire?” [N.d.T.].[↩]
      9. D’altra parte in Ṛg Veda 10.71.1-4, vāc è indicata come produzione principiale così come nel Vangelo di S. Giovanni si dice “All’inizio fu il Verbo” [NdT].[↩]
      10. I seguaci di Kṛṣṇa sono considerati come gopī, la cerchia danzante (rāsa maṇḍala) di pastorelle che rimasero incantate dal flauto del Dio.[↩]
      11. Si tratta dello stesso movimento che compie Śiva Naṭarāja, il cui piede sollevato nella danza di manifestazione e dissoluzione cosmica è il rifugio ultimo dell’iniziato attraverso cui giungere a mokṣa [NdT].[↩]

      8. Atlantis: Other sources (II)

        Atlantis: Other sources (II)

        Not only Plato gives us news of Atlantis. There are also several Greek, Egyptian, Jewish and Indian sources:

        a) Other Greek-Roman souces:

        Plato informs us that for the Atlanteans the preferred sacrificial victim was the bull. In Greek mythology1, the sacrifice of the bull has been established during the Bronze Age by Titan Prometheus, brother of Atlas. The presence of the bull sacrifice is a bond uniting the Atlanteans to several populations of the Mediterranean basin where they were sailing, had colonies, trades, and where they fled after the cataclysm, spreading their lineage and so ensuring the survival of their tradition. The fight with a bull or its sacrifice was present everywhere the Atlantean influence had spread: in the island of Crete, in the Greek possession rituals of God Dionysus, in the Persian Mysteries of Mithra, in Egypt, among the Sumerians, up to in the Indo-Sarasvatī civilization. Even in today’s Spain, the corrida bullfight survives maintaining many archaic ritual features. Evidently, the most cruel phase of the Atlantis history coincided with the end of the Bronze Age (Dvapara yuga), when the Vernal Equinoctial Point was in Taurus (vṛṣabha, 4300-2200 B.C.)
        In other narratives, the collapse of Atlantis seems to coincide with the Deucalion Deluge, which inaugurated the current Iron Age (Kali yuga), dominated by ignorance, anger and greed. The long period of Atlantean degeneration interrupted the transmission of warrior initiations and knowledge and required an exemplary punishment for those who (giants, rebel warriors, Kauravas, manuṣya rākṣasas)  had deviated from the right way and the necessity of a return to justice. The punishment was dealt in form of wars of extermination and floods destroying the offspring of the giants: that was the era when Śrī Kṛṣṇa descended at the Dvapara yuga conclusion, in order to restore justice in the world2.
        As we said earlier, Prometheus had been chained by Lord Zeus Eastward on Mount Caucasus, in the Scythian territory (i. e. of the Śāka people), while his brother Atlas was relegated Westward, near the Moroccan Atlas mountains, showing in this way the magnitude of the Atlantean conquest of the world. Prometheus relatives were the Amazons3, a fierce people of warrior women.4
        Regarding Atlantis we do not only have information from Plato. The Greek Historians Hecataeus of Miletus and Herodotus called “Atlanteans” the Berbers living on the slopes of the Atlas plateau. It is also important the testimony of the Greek Historian Marcellus (recalled by the neo-platonic Proclus) that, referring to older historians, says that in the outer Atlantic Ocean there were seven small islands, consecrated to Proserpina (Greek: Persephone)5, and three greater ones, one of which was sacred to Lord Poseidon, God of See.

        b) Egyptian souces:

        From many epigraphic texts we know that Egypt has been repeatedly attacked for more than a century by a coalition of many populations proceeding from the western coasts of Africa and Europe. Egyptians called them “Sea Peoples”. The Greeks also called them Pelasgians6. It has been a strategic venture of gigantic proportions: a part of the Sea Peoples invaded all Europe, whereupon they crossed the present Turkey, Palestine, finally attacking Egypt from the East. Another part of the Sea Peoples invaded the whole of North Africa to attack Egypt from the West. Their powerful fleet 7 finally conquered all the Mediterranean islands and attacked the Egyptian coast from the Northern side. During this perfectly coordinated pincer movement, which lasted more than a century, many ancient kingdoms collapsed: Malta, Crete, Cyprus, Rhodes, Greece, the Hittite Empire, the Ugarite Kingdom, Palestine etc. Finally the Egyptian Pharaoh (Emperor) defeated the coalition near the city of Sais8, about the 1180 BC.
        However, all the countries invaded by the Sea Peoples underwent to their influence. Even Egypt was later governed by two Libyan dynasties belonging to Sea Peoples (10th-8th century BC). There is no doubt that the Sea Peoples were the descendants of the Atlantean colonies, who were continuing their evil conquest plan of whole the world. The Egyptians called themselves Rutennu, the red people, and red men is the meaning of the Phoenician name, the ancient inhabitants of today’s Lebanon, one of the “Sea Peoples”. The Atlantean tradition was precisely the civilization of the red race, the color of the sun when it is setting and empurpling the Western sky; and color of the victim’s blood that the Atlanteans drank in their rites9. Even the worship of the red donkey, which we are discussing later, shows this disturbing presence in the Egyptian tradition. This demonstrates to what extent the Egyptians were influenced by Atlantean civilization.
        Indeed, in the oldest period, Egypt was divided into two Kingdoms. The southern Kingdom, or upper Egypt, was devoted to the worship of Seth, the donkey headed anti-God (asura), while the northern Kingdom, or lower Egypt, had as the main deity Horus, the hawk headed God. The Pharaoh Meni10 unified the two Kingdoms and gave them a common legislation around 3500 AD. However in Egyptian Tradition two streams continued to live: the first of Atlantidean origin, corresponding to witchcraft worship of Seth, and the second one, the Horus sacred Dharma of Hyperborean origin. According to Egyptian mythology, the latter had arrived on the coasts of Africa from an Eastern country beyond the sea. It is fair to think that it was India. There are many clues proving this origin, as the form in which the Horus priests appeared: they had a śikhā on their shaved head, and wore a white dhoti under a leopard skin, as the śaiva ascetics. Instead, Seth’s evil cult transmitted a witchcraft sādhana to all other western civilizations11. That is the root of the any evil afflicting still today the West and which is propagating throughout the whole planet.
        The red donkey headed Seth was the asura of the burning storms of the African desert. The Greeks called him Typhoon, (Gr .: Τυφωέυς read Typhéus), the burning one12.When Egyptian tradition extinguished, its wisdom continued in the other Mediterranean Religions under the shape of Hermeticism or Alchemy13. And in its bosom hiddenly propagated the Sethian seed.

        c) Biblical souces:

        In the Bible God created the first man of red clay and called him Adam, whose exact meaning in Hebrew language is “made of red clay”. This proves that Adam was connected with the Atlantis tradition. In fact, the Hyperboreans had white as symbolic color, like the brāhmaṇas of India. The Jewish esoteric tradition, the Kabbalah, actually mentions a first human couple that lived before Adam and Eve, not remembered in the Bible: a first “Adam” and his wife Lilith. Is this perhaps a reminder of Hyperborean humanity? However, Adam and Eve also generated their first children only after they lost the Earth’s Paradise. Ten were the generations of Adam descendents, as ten were the Kings of Atlantis. Their first daughters were so beautiful that the angels (Hebr.: Ben Elohim, God’s sons)14 fell in love with them and from those unions terrible giants (Hebr.: Nephilim) were born. Those giants were empious, violent and arrogant with God and it is easy to recognize in them the race of the Atlanteans. God therefore sent a flood to make perish all them. He commanded to the only right man among them, Noah, to build an ark to save himself so humanity would continue in his offspring after the universal Deluge. The Jews took this story from a previous Sumerian myth15. And this Sumerian myth probably had the same origins of the Manu’s story. Humanity was destroyed, but the evil seed of giants passed in to the new cycle through Cam, one of Noah’s three sons. In his offspring there was King Nimrod, who desired to conquer the whole world. He even wanted to conquer the heavens and expel God from his throne. He built a very tall tower to reach the sky. But God sent such a violent storm (Typhoon?) that after men could no longer communicate with each other. In this manner Humanity has been divided by language, nation and religion. This is how the Bible narrates the beginning of Kali yuga, in which mankind has been divided in races, languages, and civilizations, and how the historically founded religions were created.

        d) The Book of Enoch:

        The Book of Enoch is a canonical text of the Coptic Ethiopian Church. In it the visions of Enoch (prophet of the sixth generation after Adam) are described. Enoch tells that a group of angels rebelled against God’s wishes because they desired to marry the beautiful “daughters of men”. Since then they were called Egregors (Gr. Ἐγρήγοροi, read egrégoroi), the Vigilants, rākṣasas16. Their children were the Nephilim giants, strong and glorious men. But with the succession of generations, their divine origin declined and their increasingly violent, degenerate and diabolical temper emerged. They discovered the use of metallurgy and of the magic powers coming from it. In this way they discovered the witchcraft sciences and the use of black magic. For this reason God sent the Universal Flood in order to destroy that damned race. But through one of Noah’s sons the evil inclinations of the Nephilim overcame the Deluge barrier.

        e) Indian souces:

        When Rāvaṇa, the King-demon of the celebrated Rāmāyaṇa Epic, when is depicted in his rage with ten heads and twenty arms, often he shows an eleventh donkey head erging over the others. Rāvaṇa’s great-grandfather was Yātudhāna or Nairṛta, names meaning “full of evil” and “son of the destruction”. Nairrta’s mount was a donkey and he was the genius ruling the Southwest cardinal point. As he came from there when he invaded Laṅkā and exiled his brother-in-law Kubera, Rāvaṇa was called Nairṛtapatiḥ, Lord of the Southwest. Therefore, he came from the sea, from somewhere to the west of India, probably from islands such as Maldives or Laccadives, or farer, from the Seychelles. Hence, he possessed a powerful fleet to sail safely and carry numerous troops: in fact Rāmāyaṇa tells us that his subjects, the rākṣasas, extended their domains proceeding from the coasts.
        The rākṣasas17 are demons that appear in human form, of black or reddish complexion, able to generate children indifferently with asurīs, yakṣinīs or women. With these latter they generated human rākṣasas, likewise the Ben-Elohim of the Bible, joining with the women, fathered the Nephilim, the giants. According to the Rāmāyaṇa, rākṣasas were human beings who had betrayed their svadharma and therefore had been banned from the human state and degraded to rākṣasatva condition. For the same reason when the kṣatriyas commit sacrilegious acts and bloodbaths and hence are cursed by some ṛṣis, they are said to turn into rākṣasas. Such as sacrilegious acts recall the terrible mass human sacrifices performed by Aztecs in ancient Mexico or the cannibalism acts of the Biblical giants. In Rāmāyaṇa very often it is emphasized that the rākṣasas eat the flesh of their enemies (nāra māṃsaśīlaḥ) and drink their blood (śoṇita bhojanaḥ), as the Atlantis Kings drank the blood of their victims.
        In Laṅkā the principal Goddess of the rākṣasas was Nikumbhila18, terrific aspect of Bhadrakālī, worshipped with human sacrifices, orgiastic dances, wine19 and blood libations. The rākṣasas follow their dharma, they even perform asceticism, but just in order to gain power and siddhis for evil purposes. They are divided into castes: Rāvaṇa and his brothers belonged to the Brāhmaṇical caste. Their dharma includes marriage for abduction of indifferently unmarried or married women. They follow their instincts without restraint and represent all that is irrational, dark and destructive in the human soul.
        Another resemblance with the Atlantis myth is represented by the description of Laṅkāpura, the capital of Laṅkā: the city was built in the centre of the island on a mountain with three peaks, Trikūṭa; on the central peak there was the fortress of the Ruler, surrounded by a triple circle of metal walls, the most internal of which was of blazing gold.
        The rākṣasas wore glittering armors, demonstrating their ability in metallurgy, and they were experts in the magic arts they used widely for their purposes.
        During a council with the ministers, Malayavan, Rāvaṇa’s Grandfather and Advisor, reminded him that in the world there are two categories of conscious beings, the divine and the demonic ones. Dharma is the hallmark of the first category, the adharma of the second one. Rāvaṇa and rākṣasas are the representatives of the adharma, just like the Nephilim, the Atlanteans and their descendants who are scattered all over the West and the whole Earth.
        The rebellion against the divine laws accelerates the ruin and the unrestrainable decay of the cycle and the rākṣasas certainly are conscious about it. They are the manuṣya rākṣasas, counter-initiation agents and some among them even are rākṣasa-avatāras, adhārmika incarnations of counter-initiation. All these many similarities and incredible coincidences show an undeniable influence and a clear descent of Laṅkā kingdom from Atlantis. Laṅkā means “branch”. Perhaps was it not a branch of the Atlantis-Nirṛti Empire in the East?
        Mind to not be fooled by the apparent historical discrepancies. The reader of this Website has already been informed about the historiographical prejudice. The traditional stories follow a cyclical trend, but all have the same meaning. The fight of Paraśurāma against the kṣatriya’s rebellion; Rama’s expedition versus Laṅkā; Kṛṣṇa’s descent as a punishment for the Kaurava are different episodes of a single story. The story of the struggle between Devas and Asuras, between Dharma and adharma.
        We inform the readers that in 1995 the site of Göbekli Tepe dated to 11000 BC has been discovered in Southeastern Turkey. It is a complex of fifteen megalithic shrines adorned with fine bas-reliefs. The discovery is very embarrassing for the archaeologists. In fact, according to their evolutionary prejudices, the menkind of that millennium should have been still wild, feeding with berries and game, living as naked, ravenous and bestial nomads.
        The entire complex was buried around 8000 BC. It seems that, after the defeat of the Atlanteans mentioned by Plato, the winners wished to erase even the memory of their former dominators.

        Durgādevī

        1. Hesiod, Theogonia, 535-540.[↩]
        2. “… O valiant Prince! Due to lapse of long time, this Yoga [for warriors] has disappeared from this world.” (Bhagavad Gītā, IV.2) “The royal caste sages knew this Yoga, thus transmitted it though kṣatriya paramparā. Due to lapse of a long stretch of time, the tradition of its transmission has disappeared from this world.” (Bhagavad Gītā Śaṃkara Bhāṣya, IV.2). “Whenever, scion of Bhāratas, Dharma declines and adharma prevails, I manifest Myself, for the protection of the virtuous, the destruction of the wicked, and to secure establishment of Dharma, I am born in every age.” (Bhagavad Gītā, IV.7-8).[↩]
        3. Name derived from the ancient Persian ha-mazan, woman-warrior. The connection between Amazons and Scythes is interesting, because it may deal with the origins of Tantrism. Indeed, some Āgamas claim the Tantrism as coming from a continent called Śāka dvīpa. In some paurāṇic descriptions Mount Meru is in the center of Śāka dvīpa, which someone identifies with the so-called Meroe “island” of present Sudan. Pliny and Strabo assert that the ancient Egyptian kingdom of Meroe had always been ruled by women (see also in the Acts of the Apostles, VIII, 27). These considerations let us suppose about a common Atlantean origin of Eastern Tantrism and Egyptian Hermetism, doctrines closely related.[↩]
        4. Traditionally, brāhmaṇas play the male role and kṣatriyas the female one, as in Aitareya Brāhmaṇa (VIII, 27): “I am that (male), you are this (female), I am the Heaven, you are the Earth”. Since a people composed only by women cannot exist, Amazons had to be a warrior people out of brāhmaṇical control.[↩]
        5. Wife of Hades, the dead kingdom’s God.[↩]
        6. Viz. In Greek “Peoples of the Sea”. The Greeks occupied Greece later then the Pelasgians. They told us that the Pelasgians had destroyed the previous Cretan and Mycenaeans Realms, powerful nations of the past.[↩]
        7.  Plato had written that just one of the ten fiefs composing the Atlantis Kingdom had a fleet of one thousand and two hundred warships.[↩]
        8. This is the reason why we previously argued that ancient Athens had been the Egyptian Sais.[↩]
        9. Everywhere in the world red is the color of the Kings as well as in India it is the color of kṣatriyas[↩]
        10. As often it happens, the founder of a new civilization assumes a name that reminds Manu, the first man.[↩]
        11. According to a legend, Seth had two children, Hierosolymus and Judeus. The mount of the biblical prophets as well as of Jesus Christ was the donkey. According to the Sīra of Ibn Ishaq, the Burāq who brought Muhammad to the heavens was an animal “between the mule and the donkey”. This connects the donkey to some dark aspects of Jewish, Christian and Islamic religions. In India also the disquieting Goddess Śītala rides a donkey.[↩]
        12. Native Mexicans of Antlantiedan origin, called the same anti-God Hurricane (Taino: Hurakàn).[↩]
        13. Kemì, “Black Earth”, ancient name of Egypt; later al-kīmiyā in Arabic.[↩]
        14. As we shall see later, these angels were not Devas, but Asuras.[↩]
        15. The story of the Flood of Utnapishtim lies in the Gilgames epic poem (2500 B. C.).[↩]
        16. Let us remember that also the antediluvian warriors of Athens and Atlantis were called Vigilants.[↩]
        17. Usually it is considered that the name rākṣasa comes from rākṣas, vigilante, with the same meaning of the Egregors of the Book of Enoch. However, it is possible to have another etymological origin from raka (menstruum) and rakta (blood, red).[↩]
        18. Literally it means “intricate wood of wild cotton plants,” where secretly sacrifices are cruelly performed.[↩]
        19. Tantric tradition has many similarities with this rākṣasa dharma. When Tantrism is out of Brāhmaṇical control and the search for powers prevails, a certain Atlantean component emerges.[↩]

        9. K) Questo mondo di dualità appare in Ātman a causa dell’errore

          K) Questo mondo di dualità appare in Ātman a causa dell’errore

          Risponderemo punto per punto alle obiezioni precedenti.

          1- La prima obiezione recita; «Come potrebbero sorgere le impressioni mentali (saṃskāra) del ricordo di saṃsāritva, ossia i risultati dell’illusione (bhrama), se non li abbiamo mai sperimentati in precedenza?» Ma non esiste alcuna necessità per cui l’esperienza illusoria debba essere avvenuta precedentemente. Nell’esempio della corda e del serpente nessuno ha mai fatto esperienza che quello fosse un serpente. È stata solo un’illusione (bhrānti) che ha fatto sì che si credesse che: «Questo è un serpente». Così, nell’esempio possiamo credere plausibile che saṃsāritva abbia causato l’errore (bhrānti).

          2- La seconda obiezione è la seguente: «Solamente dopo aver realmente visto un serpente, può avvenire la proiezione sulla corda della forma illusoria (bhrama) tratta dalla memoria; perciò solo dopo aver visto un vero saṃsāri dovrebbe avvenire il saṃsāritva bhrama.» Ma non esiste alcuna regola per cui solo dopo aver visto veramente un serpente reale la sua illusione dovrebbe farsi vedere. Prendiamo per esempio due persone di cui una non ha mai visto un serpente e un’altra che, invece, l’ha visto. Avendo visto una corda da una certa distanza, per la luce fievole, non l’hanno riconosciuta come corda. In questa circostanza, se quello che aveva già visto un serpente dichiarasse: «Guarda, c’è un serpente», allora l’altro, che non ha mai visto prima un serpente, sarà informato che quell’oggetto è un serpente. Sebbene quest’ultimo l’abbia appreso solamente quando l’altro ha pronunciato la parola “serpente”, in ogni caso tutti e due hanno preso la corda per qualcosa di diverso. Dopo questo fatto la persona che non aveva mai visto un serpente in vita sua, a causa di questo saṃskāra di un serpente, non è forse vero che potrà confondere un’altra corda con un serpente? In questo secondo caso si dimostra che la causa dell’errore non potrà affatto essere attribuito all’esperienza d’un serpente reale conservato nella sua memoria.

          Obiezione: Questo non è esatto perché nell’esempio delle due persone, il primo aveva la cognizione di un serpente vero. Ma nel saṃsāra nessuno ha la cognizione della realtà del saṃsāra. Nel caso in cui qualcuno avesse la cognizione della realtà del saṃsāra, allora questo esempio sarebbe accettabile per affermare che gli altri lo prendono per reale a causa dell’illusione. Ma non è così. Oltre a ciò, quando si raggiunge la corretta cognizione della corda, si dice: «Questa è solo una corda. Senza ragione sono stato illuso a credere che fosse un serpente.» Ma nell’esempio non c’è alcuna ragione perché avvenga una tale esperienza. Perché, come nell’esempio, mentre la corda è stata vista prima, nessuno ha visto prima l’Ātman; se qualcuno lo avesse visto, allora non ci sarebbe motivo d’illusione. O, in alternativa, se c’è una causa per un tale avvenimento, anche se conosciamo l’Ātman con i mezzi della conoscenza vedāntica, nuovamente può ripresentarsi questa illusione. Così, per affermare che il saṃsāra è un’illusione, l’esempio della corda-serpente non è adeguato.

          Risposta: Non c’è alcun bisogno che l’esempio sia identico a ciò che vuole illustrare. Se entrambi, l’esempio e ciò che è esemplificato, fossero identici sotto tutti gli aspetti, allora non potremmo distinguere chiaramente fra i due: «Questo è l’esempio, questo è l’esemplificato.» Nel caso presente, con l’esempio della corda e del serpente, quello che dobbiamo discernere è che: «Come confondiamo una corda con un serpente, invero confondiamo l’Ātman con l’anātman.» Perciò l’esempio usato dimostra perfettamente che non c’è affatto una regola per cui l’illusione del saṃsāritva dovrebbe invariabilmente apparire soltanto a una persona che abbia precedentemente visto saṃsāritva.

          ​

          8. 3- Dissoluzione dell’illusione del mondo

            3- Dissoluzione dell’illusione del mondo

            L’ostacolo sulla via dell’intuizione o conoscenza della realtà di essere veramente della natura essenziale non duale (advitīya) di Śiva, non è solo il nostro jīvātva. Anche il mondo che noi tutti percepiamo è un ostacolo al raggiungimento di quell’intuizione. Se noi tutti siamo la vera essenza di advitīya ossia il non duale caitanya svarūpa, allora come mai può esistere questo mondo di dualità, pieno di cose grossolane e insenzienti? Questo dubbio minaccia il nostro Śiva bhāvana ossia la nostra certezza di essere essenzialmente della natura della realtà non duale. Ci rode il dubbio che qui esistano molti jīva come noi; tutti viviamo in questo mondo e proviamo sukha e duḥkha. Come può esserci questa molteplicità di jīvātva? In qualche modo accettiamo che jīva è caitanyarūpa. Ma come possiamo spiegarci che siano dell’essenza di caitanya e che esistano dipendenti (paratantra) da un’altra entità esterna anche le cose grossolane, inanimate, insenzienti del mondo esterno, che sono percepite dai jīva come attraenti o reppellenti, utili o nocive,? 1 Perciò, a soluzione di questo dubbio citiamo il prossimo verso che offre un altro esempio:

            3. Proprio come il sogno avviene grazie all’assopimento (nidrā)2, tutto questo mondo irreale di dualità appare a causa dell’errore e dell’illusione. Per questa ragione esso non è reale. Io sono Śiva che è puro, totale, eterno, uno senza secondo.

            J) Dubbi sull’esempio del serpente e della corda

            Se si considera l’esempio della corda e del serpente menzionato nel verso precedente, possono sorgere alcuni dubbi. Se nell’esempio si sostiene che questo jīvātva è confuso con Īśvara, allora sorgono le seguenti obiezioni:

            1- Sia la corda sia il serpente sono oggetti che abbiamo già visto. Quindi, quando vediamo nella penombra una corda e non la riconosciamo, possiamo pensare ingannevolmente che si tratti d’un serpente perché conserviamo nella memoria il ricordo latente (saṃskāra) di aver già visto un serpente. Ma se siamo veramente della natura di Śiva, allora com’è possibile che tale errore possa prodursi come risultato di quel saṃskāra sorto dall’illusione del saṃsāra?

            2- Nell’esempio, dapprima ci deve essere stata l’esperienza d’un serpente reale affinché l’illusione (bhrānti) del serpente si sovrapponga sulla corda come risultato dei saṃskāra mnemonici. Il fenomeno di bhrānti avviene solo se c’è una precedente esperienza reale conservata nella memoria. Se la condizione di chi trasmigra (saṃsāritva) è illusoria, dovremmo necessariamente averla nella memoria per avere già visto in precedenza un saṃsāritva reale. Nell’insegnamento spirituale advaita sulla coscienza (advitīya caitanyavāda), come si pone questo saṃsāritva? Altrimenti come possiamo credere che saṃsāritva è bhrānti?

            3- La corda e il serpente dell’esempio sono entrambe cose separate dal vedente; per lui esse sono oggetti. Nessun essere umano considera se stesso un serpente [poiché ha coscienza d’essere l’“Io”]. Ma nell’esempio è sottinteso che chi è vittima dell’illusione è un saṃsāri: e da ciò si trae che consideriamo saṃsāri colui che vede, cioè lo stesso soggetto. Quindi anche questo aspetto non si accorda con l’esempio.

            4- Nessuno, neanche per errore, crede che una corda abbia una duplice esistenza; e nessuno ha l’illusione che una corda, che giace in un dato luogo, esista anche in un altro posto. Nessuno erroneamente sovrappone a una corda un piatto di metallo o altre cose che non hanno alcuna somiglianza con la forma della corda. Ma i vedāntin affermano con quell’esempio che: a) sull’unico Śiva si è sovrapposta l’illusione della molteplicità dei jīva. b) Il mondo, che per Ātman è un oggetto e che è esterno a esso, è confuso con esso. c) Per ultimo, il mondo, pieno di cose grossolane per nulla simili alla natura del puro Ātman (śuddhātma svarūpa), viene confuso con Lui. Questa affermazione non si accorda con l’esempio della corda e del serpente.

            Stando così le cose, come possiamo credere d’essere dell’essenza di Śiva? E come possiamo credere che noi abbiamo confuso con quella natura essenziale di pura coscienza la condizione individuale (jīvātva) e la nostra insensatezza (jaḍatva) che in Lui non esistono mai?

            1. Attrazione (rāga) e repulsione (dveṣa) sono sensazioni del manas, mentre utilità (artha) e nocività (anartha) sono valutazioni della buddhi [N.d.T.].[↩]
            2. Con nidrā nel Vedānta s’intende lo stato in cui si cade addormentati, effetto di sonnolenza od ottundimento. Non si deve confondere questo assopimento con il sonno profondo senza sogni. Per lo Yoga, invece, nidrā è quanto sperimentano i pātañjala yogi e i tāntrika durante la pratica del saṃyama, vale a dire dell’insieme degli ultimi tre aṅga dello Yoga, che il Vedānta dichiara illusori. Si tratta d’uno stato mentale liminale tra veglia e sogno, durante il quale si arresta il flusso di pensieri, che appare allora come un “sogno lucido”. Si tratta perciò d’una esperienza che culmina in una visione di tenebra (tamas) o di un nulla (śūnya), rilassante a causa dell’inattività della mente. Nidrā è generalmente confusa con suṣupti dai seguaci della conoscenza del non-Supremo. Cfr. commento agli Yoga Sūtra di Vācaspati Miśra (I, 10) [N.d.T.].[↩]

            7. Atlantide: l’inizio della Civiltà occidentale (I)

              Atlantide: l’inizio della Civiltà occidentale (I)

              Il poeta greco Esiodo è stato il primo a trasmettere le informazioni più importanti sull’antica mitologia occidentale1. Scrisse che durante l’Età dell’Oro gli uomini vivevano senza soffrire angoscia, miseria e vecchiaia e si nutrivano dei frutti che la terra offriva spontaneamente in abbondanza. Gli esseri umani nascevano direttamente dalla terra e senza alcuna generazione sessuata2.
              Il filosofo greco Platone (428-348 a.C.), in due celebri Dialoghi3, ci racconta il mito di un continente scomparso: l’Atlantide. Riferisce che, qualche secolo prima, Solone4 aveva incontrato un sacerdote egizio nel tempio consacrato alla dea Neith (corrispondente all’Atena greca, la devî della saggezza) della città di Sais. Il sacerdote egizio cominciò a raccontargli la storia di una coppia nata durante l’età dell’oro; i loro nomi erano Evenore (il “Primo Virile”) e Leucippe (“Quella dai bianchi cavalli”, l’alba, simile a Uṣás5). Entrambi nacquero dalla terra, quindi ciò vale a dire che erano due iperborei dell’Età dell’Oro.
              Si unirono in matrimonio e per la prima volta una donna partorì; nacque una bambina che chiamarono Kléitos, la “Celebrata”. Da quel momento Leucippe, Evenore e Kléitos non vissero più nella patria artica degli antichi Iperborei, ma in un’isola dell’Oceano occidentale. La collocazione della loro nuova dimora e il fatto che gli esseri umani cominciassero a riprodursi sessualmente6 indicano che si era passati dall’Età dell’Oro a quella dell’Argento.
              All’inizio del ciclo, Zeus (gr. Ζεύς πατήρ, leggi Zèus patèr; lat. Iuppiter, sskrt. *aEs! ipta, Dyaus pitā) aveva condiviso il governo del mondo con i suoi fratelli tenendo per sé l’atmosfera e il cielo e assegnando il regno sotterraneo al fratello maggiore Ade (gr. Ἅδης; lat. Pluto; sskrt. Mṛtyu7) e il dominio delle acque inferiori (sskrt. samudra, l’oceano del profondo che raccoglie tutte le acque, corrispondente al gr. syn ỳdrata, l’insieme delle acque) a suo fratello mediano Poseidone (gr. Ποσειδῶν, leggi Poseidòn; lat. Neptūnus; corrisponde parzialmente al sskrt. Varuṇa8).
              Essendo quest’ultimo il Dio del Mare, tutte le isole erano nel suo dominio. Non appena vide Kléitos se ne innamorò ed ebbe da lei dieci figli.
              Poseidone fortificò la collina dell’isola dove viveva la sua amata e la rese inespugnabile, costruendo tre anelli d’acqua e tre anelli di terra intorno alla fortezza. Quel regno divenne la prima potenza navale della storia umana. Nel centro dell’isola, in cima alla collina, la cittadella aveva le pareti fatte di oricalco9, misterioso metallo brillante come l’oro. Nel centro della cittadella, il tempio di Poseidone dominava l’intera collina. Poi il Dio divise il regno in dieci feudi, ne assegnò uno a ogni figlio e incoronò Atlante, il suo primogenito, come Re di tutto l’impero. Per questo motivo l’isola fu chiamata Atlantide.
              Poseidone emanò anche leggi scritte ispirate a grande saggezza. Platone aggiunge che Atlantide era una grande isola nell’Oceano Atlantico a ovest delle Colonne di Ercole (lo Stretto di Gibilterra), più ampia del Nord Africa e del Vicino Oriente messi insieme. Il filosofo greco sostiene anche che verso ovest, al di là dell’isola, c’era un altro grande continente sconosciuto: da questa notizia si può dedurre che l’America era già conosciuta e sottoposta all’influenza di Atlantide; infatti Atlantide divenne molto potente e fondò colonie in Europa, compresa l’Italia (chiamata allora Tirrenia), in Africa fino ai confini dell’Egitto e, certamente, anche in America10.
              L’impero era prospero e la terra offriva abbondanti frutti e verdure. Oltre alla navigazione e al commercio, gli Atlantidi erano molto esperti nella metallurgia. Lavoravano oro, argento, rame, stagno, bronzo e il misterioso oreichalkos, l’oricalco. La loro società era organizzata in quattro caste che vivevano in armonia. Ai primordi di questa civiltà prevalse una condotta consona alla sua origine divina, perciò i suoi abitanti erano persone giuste e sagge. Successivamente, emerse in loro la natura umana e diventarono avide e ingiuste. Infine, la componente demoniaca fece esplodere la sedizione e divennero violenti, assetati di sangue e dediti alla magia. La potente e ricca città di Gadira, nella Spagna meridionale e tuttora esistente con il nome di Cadice, assieme a un gran numero di colonie comprendenti la maggior parte dei paesi europei, africani e asiatici, erano sottomesse all’egemonia politica e alla conseguente influenza culturale di Atlantide. Tra queste nazioni, Atene e l’Egitto erano particolarmente fiorenti. Come ci conferma Platone, l’Atene di allora non era la città in cui egli viveva e insegnava, ma una città primordiale che molti secoli più tardi avrebbe fondato, come sua colonia, l’omonima città della Grecia. Dov’era, dunque, l’Atene primordiale? Secondo l’ipotesi più accettabile stava in Egitto. Platone racconta che il suo antenato Solone era stato informato della storia di Atlantide a Sais, una città egizia consacrata alla Dea Atena. Quindi è facile dedurre che l’Atene arcaica e Sais fossero una sola e unica città11.
              Nella distribuzione delle varie parti del mondo che Zeus fece agli Dei, Efesto e Atena12 ricevettero il territorio di Atene. Quegli Dei generarono uomini virtuosi ed emanarono per loro leggi che propugnavano il modello sociale di Atlantide: la casta sacerdotale era separata dalle altre e i guerrieri avevano il compito di difenderla; la terza casta era composta da artigiani, mercanti e navigatori e, per ultimi, c’erano i pastori e i contadini. La casta regale coi suoi guerrieri esercitava la sorveglianza e la custodia (φύλακοι, leggi fỳlacoi, custodi, guardie, sentinelle), necessarie per mantenere il funzionamento armonico della società.
              Durante l’Età del Bronzo gli Atlantidi, sempre più avidi di potere, progettarono di conquistare il mondo intero; diffusi in tutti i continenti, gli eroici guerrieri dell’Atene primigenia con i loro alleati fermarono l’invasione. Questa gloriosa vittoria ebbe luogo novemila anni prima di Platone.
              Dopo la sconfitta, gli Atlantidi divennero sempre più crudeli e aggressivi. Si diedero alla pratica di sacrifici in cui bevevano il sangue delle vittime, trasformandosi così in adepti della magia nera. La loro natura divenne rapidamente sempre più diabolica e decisero di vendicarsi a tutti i costi della sconfitta patita, cercando la rivincita con la riconquista del mondo intero. Gli Dei disgustati dalla loro tracotanza mandarono un diluvio e in un giorno e una notte Atlantide sprofondò nell’Oceano. Insieme ad Atlantide molte nazioni furono coinvolte nella catastrofe, inclusa l’Atene egizia. Questa alluvione, come quella che sommerse Dvārakā13, concluse l’Età del Bronzo e diede inizio all’attuale Età del Ferro. A oriente e a occidente del continente sprofondato, solo poche colonie di Atlantide sopravvissero, e in quelle civiltà il seme malvagio generato da Atlantide si conservò, pronto a riemergere a ogni occasione favorevole, come si leggerà nel prosieguo di questo lavoro.

              Durgādevī

              1. Esiodo visse nel secolo VIII a.C.; tre delle sue opere mitologiche sono pervenute sino a noi, Le Opere e i Giorni, La Teogonia e Lo Scudo di Eracle.[↩]
              2. Un esempio di cosa sia la condizione di vita primordiale dalla nascita al suo compimento, è fornito nel testo “Epistola di Hayy Ibn Yaqzan. I segreti della filosofia orientale”di Ibn Tufayl; cfr. Abū Bakr Ibn Tufayl, Il Vivente figlio del Vigilante, Milano, Ekatos Ed. Priv. [N. d. T.].[↩]
              3. Timeo e Crizia.[↩]
              4. Legislatore e poeta greco (VII-VI secolo a.C.), discendente dal Re Codro, perciò dal fondatore di Atene, e antenato di Platone; è tradizionalmente ricordato come uno dei Sette Saggi (gruppo di vidvas paragonabile ai sette ṛṣi dell’India).[↩]
              5. Uṣas (devanāgarī: उषस्) è la dea vedica del crepuscolo, in particolare quello relativo all’aurora. Nelle Ṛgveda Saṃhitā è invocata in più di venti splendidi inni (sūkta), spesso al plurale in quanto l’estensore intende celebrare tutte le Uṣas che si sono succedute nel tempo. Gli inni la descrivono molto bella e seducente, vestita di luce rossastra (aruṇa). Il suo compito è risvegliare gli esseri viventi affinché questi si dedichino alle loro occupazioni. Il Sole, Sūrya, la segue come un innamorato; la Notte, Rātrī, è sua sorella minore. Va tenuto presente, infatti, che se la percezione moderna è solita dividere il tempo in dì e notte, quella antica inframmezzava queste due divisioni del giorno con i due crepuscoli, considerati come periodi distinti. Si può approfondire consultando la studio di A. Coomaraswamy, “Il volto oscuro dell’Aurora”. Riteniamo inoltre che per cercare di comprendere meglio questo crepuscolo rappresentato da Uṣas, si potrebbe considerare il versetto coranico (II, 187) “…finché distinguerai il filo bianco dal filo nero” e la risposta del profeta Muhammad: “Sono soltanto il nero della notte e il bianco del giorno” cosa che a nostro avviso attesta che il crepuscolo intercorre invariabilmente nel passaggio dall’una all’altro [N.d.T.].[↩]
              6. Proprio come suggerisce il nome di Euenores [derivato da ευ-ήνωρ, voce dorica composta da ευ che funge da rafforzativo col senso di abbondanza, prosperità, e ήνωρ (ανήρ, uomo), quindi “virile”, “che esalta gli uomini”, N.d.T.]. Nella Bibbia, Dio ha creato l’uomo dalla terra rossa. Adamo significa “argilla rossa”. Dal corpo di Adamo Dio estrae la donna. Solo dopo la perdita dell’Eden (cioè dell’Età dell’Oro) Adamo ed Eva furono in grado di generare i loro figli.[↩]
              7. Mṛtyu (devanāgarī: मृत्यु) è un termine sanscrito vedico che indica la morte e la sua personificazione in un deva. Mṛtyu deriva dalla radice verbale MR che possiede il significato di “morire” e col significato di “morte” è analogo al sanscrito mara. Mṛtyu è correlato al latino mors–mortis (morte) e Mars-Martis (Marte, il dio della guerra e delle stragi), ma anche al greco antico μoρτός/βρoτός (mortós, mortale), così come all’alto slavo sŭ-mrŭtī e al lituano mirtis, all’avestico mərəta.[N. d. T.].[↩]
              8. Varuṇa (sskrt. वरुण) è una delle più antiche e importanti divinità vediche. Corrisponde all’avestico Ahura Mazdā. Nei Veda, è il garante dell’Ordine cosmico (Ṛta), Asura del cielo, della pioggia e dei fenomeni celesti, ma anche del Darma e del mondo sotterraneo. È quindi il più importante Asura nel Ṛgveda e sovrano degli Aditya (divinità solari). Successivamente fu considerato re dei nāga, antica categoria di semidei-cobra [N. d. T.].[↩]
              9. Platone menziona l’oricalco nel suo dialogo Crizia e lo descrive come un “metallo scintillante di fuoco” (Crizia 116c). Era il materiale che gli abitanti di Atlantide tenevano in maggior considerazione dopo l’oro (Crizia 114e); per questo il loro castello reale e il tempio al suo interno erano coperti e decorati con questo metallo. L’oricalco sarebbe stato estratto in diversi luoghi sull’isola di Atlantide (Crizia 114e), ma Platone non specifica nulla più [N. d. T.].[↩]
              10. Gli Aztechi affermavano di provenire da una vasta isola a levante del continente americano, che chiamavano Aztlan.[↩]
              11. Secondo la mitologia greca, il fondatore e primo re dell’Atene greca è stato l’egiziano Cecrope (Kekrops, che significa “con una coda visibile”) che consacrò la città alla dea Atena. Si ha in questo modo, attraverso il mito, la conferma della nostra ipotesi. È interessante notare che Kekrops è stato descritto come mezzo uomo e mezzo serpente (come un nāgarāja, Re cobra), a indicare la sua origine atlantidea. È interessante anche l’assonanza fonetica e semantica tra Cecrope e Kyclops (Ciclope), con l’occhio tondo o con la vista ciclica.[↩]
              12. Efesto, il Dio fabbro, rappresenta la corrente ctonia e atlantidea della tradizione egizia, ossia la componente sethiana. Atena invece simboleggia quella luminosa e intellettuale rappresentata dal Dio Horus.[↩]
              13. La città di Dvārakā, conosciuta anche come Dvārāvatī, che in sanscrito significa “la città dalle molte porte”, è una città sacra dell’induismo, del jainismo e del buddhismo. Si trova sulla punta più occidentale della costa del Gujarat. Questa città è uno dei quattro Pīṭha fondati da Śaṃkara e uno dei “Sapta Pura” (sette città sacre), i sette siti di pellegrinaggio più antichi di tutta l’India (gli altri sei sono: Ayodhyā, Mathurā, Haridvāra, Kāśī (Benares), Kañchi e Ujjainī). Dvārakā è menzionata soprattutto nel Mahābhārata, uno dei due grandi poemi epici dell’India (l’altro è il Rāmāyaṇa); è citata anche nella Bhagavad Gītā e in tutti i Purāṇa. Secondo la mitologia hindū, la Dvārakā originale, la capitale del regno di Kṛṣṇa, ottavo avatāra di Viṣṇu, sorgeva su un’isola di fronte alla città costiera attuale. Dopo la sua morte la città fu inghiottita nell’Oceano dal cataclisma che diede l’inizio al kali yuga. Recenti scavi subacquei hanno confermato la presenza della città inabissata. [N. d. T.].[↩]

              7. Atlantis. The beginning of Western Civilization (I)

                Atlantis. The beginning of Western Civilization (I)

                The Greek poet Hesiod has been the first to hand down the most important information about the ancient western mythology1. He wrote that during the Golden Age men lived without suffering anguish, misery and old age. They fed on the fruits that the earth spontaneously offered in abundance. Human beings were born directly from the earth and there was no sexual generation.
                The Greek philosopher Plato (428-348 B.C.) in two famous treatises2 tells us the myth of a lost continent: Atlantis. He reports that his ancestor Solon3 had met an Egyptian priest in the temple of Sais City consecrated to goddess Neith (corresponding to the Greek Athena, the devī of wisdom). The Egyptian priest began with the story of two persons born during the Golden Age. Their names were Euenores (the “Viril one”) and Leukippes (“She of white horses”, the dawn, similar to Uṣas). Both were born from the earth therefore they were two Gold Age hyperboreans. They joined in marriage and for the first time a woman gave birth to a little girl. They called their daughter Kléitos, the “Celebrated”. Leukippes, Euenores and Kléitos didn’t live anymore in the Arctic Home as the ancient Hyperboreans, but in an island of the western Ocean. Their new home and the fact that human beings were reproducing sexually4 indicate that they were no more in the Gold Age, but in the Silver Age.
                At the beginning of the cycle, Zeus (Greek: Ζεύς πατήρ, read Zèus patèr; Lat. Iuppiter, read Yùppiter; Sskr. *aEs! ipta, Dyaus pitā) had shared the rule of the world with his brothers. He had kept the atmosphere and the sky for himself giving the underground kingdom to his brother Hades (Greek: ᾍδηϛ; Lat.: Pluto; Sskr.: ~ Mṛtyu) and the lowest waters domain (samudra) to his second brother Poseidon (Greek: Ποσειδῶν, read Poseidòn; Lat.: Neptūnus; Sskr. ~ Varuṇa).
                As God of the Sea, all the islands were in Poseidon’s dominion; he saw Kléitos and he fell in love with her. He had ten children from her. Poseidon fortified the hill where his beloved was living and made it inexpugnable by building three water rings and three earth rings around the island.
                That kingdom became the first naval power of human history. In the centre of the island, on the top of the hill, the citadel had the walls made of horeichalkos, a mysterious metal brightful as gold. In the centre of the citadel Poseidon’s temple dominated the hill. The God divided the realm into ten fiefs and assigned them to each of his ten sons. He crowned his older son Atlas as King of the whole Empire. For this reason the island has been called Atlantis. Poseidon also gave written laws of great wisdom.
                Plato adds that Atlantis was a great island in the Atlantic Ocean to the west of Hercules Columns (i.e. Gibraltar Strait); it was wider than North Africa and the Near East together. The Greek philosopher also maintains that westwards beyond the island there was another large unknown continent. Therefore America was already known in the ray of Atlantean influence. In fact, Atlantis become powerful and founded colonies in America5, in Europe, including Italy (called Tyrrenia), and in Africa up to the borders of Egypt.
                The Empire was prosperous and the earth offered abundant fruits and vegetables. Besides sailing and trading, Atlanteans were very skilled in metallurgy. They worked gold, silver, copper, pond, bronze and the mysterious horeichalkos. Their society was organized in four casts living in harmony. In a first period the behavior proceeding from their divine origin prevailed, and they were righteous and wise. Subsequently, their human nature emerged and they became greedy and unjust. Finally, the demonic component rose up and they became violent, thirsty of blood and devoted to magic. The powerful and rich city of Gadira, they founded in southern Spain, still exists with the name of Cadiz. Beyond a group of colonies, most European, African and Asian countries were under their political hegemony and cultural influence. Among these last nations Athens and Egypt were particularly flourishing. As Plato confirms us, such Athens was not the city where he was living and teaching. That Athens was a primordial town which many centuries later founded the homonymous city as its colony in Greece. Where was the primordial Athens? According to the most acceptable hypothesis it was in Egypt. Plato relates that his ancestor Solon had been informed about Atlantis history in Sais, an Egyptian city consecrated to the Goddess Athena. Therefore it is easy to infer that the primordial Athens and Sais were one and only city6.
                In the distribution of the world performed by Zeus, the Gods Hephaestus and Athena7 received the territory of Athens. Those Gods had begot virtuous men and established their law following the social model of Atlantis: the priest class was separated from the others; the warriors had the task of defending them; the third class was composed by artisans and finally there were shepherds and peasants. Warriors were the guardians, φύλακοι (read: fülacoi), of the perfect functioning of society.
                During the Bronze Age the Atlanteans, increasingly greedy of power, wanted to conquer the whole world. They spread across all continents. The Athenian heroic warriors with their allies stopped the invasion. This glorious victory took place nine thousand years before Plato.
                After the defeat the Atlanteans became increasingly cruel and aggressive. They dedicated themselves to bloody sacrifices in which they drunk the victim’s blood, so turning in black magic worshippers. Their nature quickly became more and more diabolical and they decided at all costs to take revenge and regain the whole world. Gods disgusted by their bullying sent a deluge, and in one day and one night Atlantis sank into the bottom of the ocean. Along with Atlantis, many nations were also involved in the catastrophe, including Athens. This flood, like the one which submerged Dvārakā, concluded the Bronze Age and began the present Iron Age. Only a few Atlantean colonies survived both eastward and westward of the missing continent. In those civilizations the evil seed generated by Atlantis remained ready to develop at every favorable opportunity.

                Durgādevī

                1. Hesiod lived in the 8th Century B. C. Three among his mythological works have survived: Works and Days, Theogony, and Shield of Heracles.[↩]
                2. Timaeus and Critias Dialogues.[↩]
                3. Greek lawgiver and poet (7th-6th century B.C.); he is traditionally remembered as one of the Seven Wise Men (group of vidvas similar to the seven ṛṣis).[↩]
                4. Just as suggested by the name of Euenores. In the Bible, God created the man from red clay. Adam means “red clay”. From Adam’s body God extracted the woman. Only after the loss of Eden (i.e of the Golden Age) Adam and Eve were able to beget their children.[↩]
                5. The Aztecs claimed to come from a vast island to the east of American continent, which they called Aztlan.[↩]
                6. According to Greek mythology, the founder and first King of the Greek Athens has been the Egyptian Kekrops (=with a visible tail) who consecrated the city to Athena Goddess. In this way we get the mythic confirmation of our hypothesis. It is interesting that Kekrops was described as half man and half serpent (nāgarāja), indicating his Atlantean origin. It is also interesting the phonetic assonance between Kekrops and Kyclops (Cyclops). We also know that the Egyptian city of Sais founded Athens in Greece (Diodorus Siculus, Biblioteca Historica, I.28.4).[↩]
                7. Hephaestus, the blacksmith God, represents the Atlantean component in Egyptian Tradition.[↩]

                7. H) Jīvatva appare perché Ātman non è conosciuto

                  H) Jīvatva appare perché Ātman non è conosciuto

                  Ora rivolgiamo la nostra attenzione all’esempio portato come prova (dārṣṭāntika). Poiché non conosciamo la vera natura del nostro Ātman, siamo sottoposti a jīvatva, ossia alla condizione individuale. Proprio come nella penombra la corda non è conosciuta per quello che è, e la gente la prende erroneamente per un serpente, similmente, per ignoranza della nostra vera natura in quanto Śiva, questo jīvatva appare a essa sovrapposto.
                  In questo contesto esiste un forte rapporto di somiglianza tra il simbolo e il simboleggiato, perché colui che confonde l’Ātman con il jīvātman è portato a credere di essere identificato al corpo, al prāṇa, alla mente, all’intelletto e all’ego. Proprio come la persona dissennata, senza riconoscere la corda per quello che è, immagina di vedere in essa un cappuccio, una coda e una forma sinuosa e allora si spaventa pensando che sia un serpente, allo stesso modo l’ignorante s’immagina d’avere una stretta relazione con il corpo, la forza vitale, la mente ecc. Perciò compie vari errori di valutazione, pensando: «Io sono nato, sono cresciuto, soffro, morirò e rinascerò». E di ciò prova sofferenza. Se si osserva attentamente, come non esiste la minima traccia del serpente nella corda, così nell’Ātman, che è il Testimone cosciente, non c’è alcuna traccia di jīvātva. Come una persona, dopo aver esaminato l’oggetto con attenzione, acquisisce la corretta conoscenza della corda in quanto oggetto reale, e perciò si libera della paura del serpente, allo stesso modo il jijñāsu, in forza della sua conoscenza intuitiva di essere Śiva (Śivatva), si sbarazza della sua apparente condizione di trasmigrante (saṃsāritva).

                  Obiezione: Se il pensiero di essere il jīva è bhrānti, allora quale prova (pramāṇa) si può addurre per affermare che l’idea di essere Śiva non sia anch’essa bhrānti? Come il pensiero di jīvatva è smascherato dai validi mezzi di conoscenza, così la possibilità della conoscenza di Śivatva può essere contraddetta.

                  Risposta: Non c’è ragione per tale timore. Perché il pensiero di essere un jīva è il risultato di credere all’innata relazione con corpo, sensi ecc., che appare in un particolare stato di coscienza, cioè quelli di veglia o di sogno, come se fosse un dato metafisico (paramārtha). Ma la conoscenza intuitiva di essere Śiva o caitanya svarūpa scaturisce dall’intuizione sperimentata del kūtaṣṭhanitya caitanya, che è privo di ogni relazione con qualsiasi stato di coscienza e con qualsiasi limitazione di tempo. Nel caso di un oggetto sottomesso al tempo esiste la paura che possa cambiare completamente il suo modo di essere. Ma come si può asserire che per la propria natura assoluta (paramārtha svarūpa), che è al di là del tempo, sia possibile un tale cambiamento?

                  I) Lo Śiva svarūpa può essere conosciuto tramite l’insegnamento spirituale di un vero guru

                  Rimane un altro punto da discutere. Dato che anche i vedāntin che affermano di non essere jīva compiono le loro azioni quotidiane come tutti gli altri, con quale pramāṇa si può dimostrare che jīvātman scompare e che in suo luogo emerge Śivatva?
                  La soluzione di questo dubbio è la seguente: nell’esempio della corda e del serpente abbiamo chiaramente evidenziato che il serpente non esisteva nemmeno all’inizio, quando la persona era ancora in preda l’illusione. Però, dopo aver raggiunto la corretta conoscenza della realtà della corda, non si può affermare che il serpente se ne sia andato via [in quanto, in verità, non era mai venuto]. Allo stesso modo abbiamo sostenuto che Śiva svarūpa è l’ultima assoluta realtà, mentre il jīvātva è causato dall’errore e, a dire il vero, non esiste affatto. Stando così le cose, che senso ha dire che jīvatva scompare ed appare Śivatva? Noi siamo sempre Śiva svarūpa!
                  Non è necessario un pramāṇa per affermare che noi siamo Śiva svarūpa, perché la nostra reale natura non è mai sconosciuta. Se per caso, mentre una persona sta scambiando nella penombra una corda per un serpente, ci fosse lì un jñāni a guidarlo e a istruirlo, dicendo: «Questa è una corda, non un serpente», immediatamente l’errore svanirebbe. Se la persona che soggiace all’illusione dell’errore o del dubbio fosse istruita da qualcuno sull’oggetto reale, si convincerebbe che è una corda solamente toccandola ed esaminando l’oggetto con l’aiuto di una lampada. Questo caso è tuttavia diverso da quello del nostro Ātman svarūpa: per intuirlo direttamente non c’è bisogno di alcun pramāṇa né di alcun altro mezzo. L’Ātman è di per se stesso l’essenza di caitanya prakāśa, ossia della pura coscienza autoluminosa. Perciò è sufficiente che il guru istruisca in questo modo: «Tu non sei il corpo, i sensi ecc.; in verità il tuo ultimo svarūpa è Paramaśiva». Com’è spiegato nei versi precedenti, solamente con questo insegnamento al jijñāsu sorge istantaneamente questa esperienza intuitiva: «“Io” sono proprio Sākṣin caitanya che conosce direttamente il corpo, i sensi ecc.».
                  Molti che si dichiarano vedāntin affermano di non essere il corpo, i sensi, e di essere della natura di Śiva. Ma la loro è soltanto una teoria letta negli śāstra o tratta dalla spiegazione tradizionale impartita pubblicamente da qualche paṇḍita. Tuttavia, non è questo il caso di coloro che hanno raggiunto realmente l’esperienza intuitiva d’essere l’Ātman svarūpa grazie all’insegnamento dato da un guru. A differenza degli aspiranti al Vedānta (śraddhā vedāntin) precedentemente descritti, questi ultimi non possiedono un forte senso d’identificazione con il saṃsāra; perciò, a differenza degli altri, non sono afflitti o toccati da śoka, sofferenza, o moha, illusione. Non solo questo: anche coloro ai quali tali jñāni espongono il tattva (l’ultima realtà di Ātman), intuiscono la realtà e come risultato si liberano del loro śoka e moha. Così, coloro che semplicemente ripetono quanto hanno letto nello śāstra non dovrebbero essere portati ad esempio; dovrebbero essere seguiti e imitati solo quei sādhaka che hanno intuito l’ultima realtà di Brahmanātman e che sono inoltre capaci di indurre anche altri a intuire l’Ātman svarūpa, impegnati a rendere capaci gli altri a raggiungere l’esperienza intuitiva del Sākṣin (tattva sākṣātkāra). Tali grandi personalità sono degne d’ogni fiducia (āpta). Riportandoci all’esempio di prima, l’affermazione di chi è degno di fiducia (āpta vacana) sulla realtà della corda, deve essere intesa come un vero e proprio pramāṇa che rimuove o, piuttosto, smaschera l’inganno della corda-serpente assieme al conseguente spavento. Così l’autorevolezza (āpta vacana) di un vero guru, che ha raggiunto per sempre l’esperienza intuitiva del paramārtha svarūpa, diventa il valido mezzo per insegnarci il nostro Śiva svarūpa e per rimuovere da noi la paura del saṃsāra, poiché egli è eternamente stabilito nell’Essere (nitya siddha).

                  Obiezione: Molti hanno ascoltato da grandi maestri insegnamenti spirituali come: «In verità tu sei Īśvara, non un jīva». Eppure, anche in quel caso, dopo avere ascoltato, non si sono liberati dall’illusione del saṃsāra; come mai?

                  Risposta: Abbiamo già risposto a questa domanda. Perché, come di regola quelli che insegnano la Realtà (tattva) devono necessariamente averla intuita, così si richiede che quelli che ascoltano questo insegnamento, debbano necessariamente avere le qualifiche adatte. Inoltre, il Vedānta śrāvaṇa non è semplicemente ascoltare affermazioni o argomentazioni vedāntiche in un paio d’occasioni. Anche nella vita di tutti i giorni coloro che vogliono conoscere un particolare argomento lo indagano assiduamente fino a raggiungere il loro obiettivo e la rimozione di qualsiasi dubbio a riguardo. Allo stesso modo anche in ambito iniziatico è essenziale che il vero cercatore sia dotato di una dedizione costante e determinata (śraddhā), di una tensione interiore (tatparatā) nel dirigere tutti gli sforzi ed energie verso la meta e di ascoltare gli insegnamenti spirituali (śrāvaṇa) del vero maestro con rispetto e devozione. Deve poi riflettere intuitivamente (manana) su quegli insegnamenti e contemplarne (nididhyāsana) la vera portata e il loro significato.
                  Chi è consapevole afferma: «Questa in verità è una corda». Invece la persona radicata nell’errore, afferma: «Questo è veramente un serpente» Essendone convinto, non esamina l’oggetto direttamente, perciò come potrebbe riconoscerlo come una corda? Analogamente, coloro che continuano ad ascoltare l’insegnamento vedāntico da un lato, ma che persistono ad alimentare la mente con pensieri che rafforzano la credenza che il mondo sia davvero reale, non potranno mai cogliere il vero frutto del Vedānta śrāvaṇa. L’ascolto vedāntico ricevuto superficialmente può saltuariamente dare un certo beneficio. Ma uno śrāvaṇa così superficiale non potrà mai produrre un istantaneo e immediato risultato qui e ora, in questa vita. Cioè non porterà a raggiungere la natura essenziale del Sé-Testimone (Ātman sākṣātkāra), che è l’esperienza intuitiva della pura Coscienza. Il fatto che noi tutti siamo della natura di Śiva è una verità assoluta, ed è certo che ciò può essere raggiunto esclusivamente per mezzo della conoscenza intuitiva (jñāna). Ma coloro che non hanno mai praticato o seguito preliminarmente le discipline spirituali basate sulla certezza dell’intenzione (śraddhā), del desiderio incrollabile (tatparatā), del controllo dei sensi (indriya nigraha), della venerazione per il maestro (guruseva), della cerca del Vero (tattva vicāra) ecc., non possono raggiungere jñāna. Perciò è certo che se un mumukṣu, che abbia dapprima acquisito tutte le qualifiche di un cuore e una mente purificati, segue poi l’insegnamento orale sul significato dei mahāvākya upaniṣadici e ne assimila il loro vero contenuto, alla fine sicuramente raggiungerà la conoscenza del Sé (Ātmajñāna).