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6. L’Età dell’Oro: gli Iperborei

    L’Età dell’Oro: gli Iperborei

    C’è una “Terra Santa” per eccellenza che è il prototipo di tutte le altre. Questo centro spirituale a cui sono soggette tutte le altre “terre sacre” è la sede della Tradizione Primordiale o Sanātana Dharma, da cui ogni Tradizione, a forma dhārmika o religiosa, deriva adattandosi a condizioni di tempo, luogo e generazione di umanità.
    Questa “Terra Santa” primordiale è la “Contrada Suprema”, secondo il termine sanscrito Paramadeśa, deformato dai Caldei in Pardes e dai Latini in Paradisum, Paradiso. La Tradizione Primordiale, fonte di tutte le altre, si situava a nord, o più esattamente al Polo Nord, come menzionato nei Veda e in diversi Libri sacri di altre tradizioni1.
    Durante il regno di Kronos2 nell’Età dell’Oro, il Satya yuga degli hindū, la Contrada Suprema, dove giorno e notte duravano ciascuno sei mesi3, era situata nelle regioni polari o al Polo stesso.
    Chiameremo Hyperborea quella terra, come facevano gli antichi greci, anche se questo termine mostra che avevano già perso la conoscenza della sua vera posizione. In effetti, se Borea significa Nord, Hyperborea (oltre il Nord) appare come un’assurdità. In questo modo Borea è l’equivalente esatto del termine sanscrito varāha4. La radice var per il nome dei suini selvatici si trova nelle lingue anglosassoni sotto la forma verro5. Poiché Hyperborea era una terra o un’isola, dovremmo chiamarla nella forma femminile Vārāhī, cioè “Paese del cinghiale”. Più tardi, nella successiva Età dell’Argento (Treta yuga), fu conosciuta come il “Paese dell’orso”. Questa seconda Era coincise con l’affermazione della casta degli kṣatriya e delle sue regole corrette e ristabilite da Paraśurāma6.
    Gli antichi greci simboleggiavano la ribellione kṣatriya contro i brāhmāṇa con il mito della caccia al cinghiale caledonio. L’uccisione del cinghiale caledonio ad opera di Guerrieri e Re rappresentava la sconfitta della casta sacerdotale. Atenæus di Naucratis7 riferisce che il cinghiale caledonio era di colore bianco, così come lo Śveta Varāha8 della tradizione hindū. Anche nella tradizione celtica cinghiale e orso erano rispettivamente i simboli dell’Autorità spirituale e del potere temporale, vale a dire le due caste dei Druidi e dei Cavalieri.
    Durante l’antichità greco-romana, l’isola Hyperborea era chiamata anche in due altri modi: Thule e Siria. Per quanto riguarda Thule9, c’è un breve testo di Pitea di Marsiglia10 che tratta del viaggio alla ricerca di questa terra fino ai ghiacci polari.
    Il nome greco Thule è ovviamente l’equivalente del sanscrito Tula, che significa “scala” o “libra” (bilancia), che è il segno zodiacale della Bilancia; tuttavia, secondo un’altra interpretazione tradizionale, nei tempi primordiali Tula era il nome della costellazione polare. I due piatti della bilancia erano rappresentati dall’Orsa Maggiore e dall’Orsa minore, che in India sono le due costellazioni chiamate “sette orsi” (saptaṛkṣa11). L’orso, come abbiamo visto, è il simbolo dell’usurpazione kṣatriya, perciò questo nome deve essere considerato posteriore all’originale Tula e databile all’epoca immediatamente precedente alla discesa di Paraśurāma. Tuttavia, la Bilancia, come costellazione polare, è anche la dimora dei sette ṛṣi, e in questo caso si chiama Saptarṣi; questo nome brahmanico è sicuramente più antico della denominazione tipicamente kṣatriya di Saptaṛkṣa e ci riconduce alla tradizione iperborea.
    Omero nel Poema Odissea12 riferisce che il nome della Terra Suprema è Siria (Συρία, leggi Syrìa); questo nome significa “Casa del Sole” (sanscrito Sūrya). Questa terra è descritta come un’isola situata oltre l’Ortigia (l’antico nome di Delos), un’altra isola lontana nell’Oceano Atlantico. Essendo più lontana di Delos, la Siria può essere facilmente identificata con Hyperborea13.
    Ora aggiungeremo alcune informazioni su Hyperborea tratte dalla letteratura greca e romana. Diodoro Siculo afferma14:

    “La loro terra era nell’Oceano ed era simile per dimensioni alla Sicilia: Leto, madre del Dio Apollo, nacque lì. Questo spiega il legame molto stretto che lega Apollo a queste genti e la presenza in quella terra di un magnifico tempio sferico dedicato al Dio. Gli iperborei vivevano in perfetta felicità ignorando il dolore, la malattia e la morte”.

    Plinio15 aggiunge alcuni dettagli:

    “In quel paese si trova uno dei cardini [uno dei due poli] attorno al quale ruota il cosmo. Questa è una terra soleggiata e temperata, libera da ogni aria nociva; qui gli iperborei vivono in boschi e foreste e non conoscono alcun conflitto o malattia”.

    In quell’età benedetta gli Dei si confondevano con gli esseri umani ed era difficile distinguerli. In effetti gli uomini erano così longevi da sembrare quasi immortali. Nascevano direttamente dalla terra e la terra forniva loro spontaneamente tutti i tipi di cibo. Dalle precedenti informazioni possiamo dedurre che gli Iperborei erano strettamente imparentati con gli Haṃsa16 della tradizione hindū, l’umanità primordiale non ancora divisa socialmente in caste (ativarṇa).
    Nell’Inno omerico dedicato al Dio Dioniso leggiamo:

    “Non è possibile trovare la meravigliosa strada per Hyperborea”17;

    Pindaro afferma anche:

    “Né per terra né per mare, nessuno poteva trovare la meravigliosa strada che porta alle feste iperboree”18.

    Con l’inizio dell’Età dell’Argento, la strada per l’Hyperborea si interruppe. La nuova umanità decaduta non poteva più raggiungere quella Terra benedetta durante la vita terrena. Tuttavia, dalla loro inaccessibile dimora gli Iperborei continuano a proteggere l’umanità indebolita con interventi costanti, ogni qual volta è necessario correggere le deviazioni manifestatesi nelle diverse generazioni dell’umanità19. Ora si può più facilmente riconoscere una certa identità fra Hyperborea e l’Uttarakuru20 della tradizione hindū. A seguito della chiusura dell’accesso alla comune dimora originaria, la Tradizione ha preso due direzioni diverse in oriente e occidente. In Asia, il Sanātana Dharma continuò nella sua corretta forma vedica, mentre nei paesi occidentali sviluppò tendenze devianti manifestate nella successiva tradizione Atlantidea. Da allora la patria iperborea fu protetta dai grifoni, animali mitici con testa d’aquila e ali e corpo di leone21 che stazionavano presso il monte polare del Dio Apollo e che tiravano il suo carro (vāhana)22. I grifoni proteggevano le frontiere iperboree dagli Arimaspi, barbari con un occhio, dediti solo alla metallurgia, simili ai monocoli Ciclopi23. Nella mitologia greca, i Ciclopi erano gli assistenti di Efesto24, Dio dei fabbri. Da ciò possiamo dedurre che gli Arimaspi, i nemici di Iperborea, erano collegati a tenebrosi poteri sotterranei; come vedremo in seguito, anche gli Atlantidi erano dediti alla metallurgia.

    Esaminiamo ora le caratteristiche di Apollo25, il Supremo Dio iperboreo figlio di Zeus e Latona. Quando Latona cercava un rifugio dove partorire i suoi figli, fu accolta soltanto nell’isola di Delos26, nel territorio Iperboreo; lì diede alla luce i divini gemelli Apollo e Artemide, il Dio del sole e la Dea della luna. All’età di quattro anni, Apollo costruì il suo tempio sferico, l’emisfero celeste boreale a Delo. Poi si recò in Grecia trasportato da cigni (sskrt. haṃsa), gli uccelli sacri iperborei. In quel periodo dell’Età dell’Argento, la Grecia fu devastata da Pitone27, un mostruoso serpente titanico (asura o Ahi)28. A Delfi, Apollo uccise Pitone con le frecce del suo infallibile arco, frecce che sono i raggi del sole29; quindi costruì un santuario oracolare sul cadavere dell’asura30. In questo Santuario il Dio stabilì una sacerdotessa, la Pizia, che proferiva oracoli quando era da lui posseduta; Apollo fu così soprannominato Pitagora, “colui che possiede la Pizia”. E da lì a poco Delfi sarebbe diventato il tempio più importante di tutta la Grecia.

    In conclusione, riportiamo un passaggio di Giamblico che dimostra che l’organizzazione iniziatica (sampradāya) fondata da Pitagora non fu altro che la continuazione di una primordiale paramparā iperborea:

    “Un certo Abaris, sacerdote di Apollo, giunse da Iperborea, di cui il Dio era originario. Era un uomo anziano e saggio, molto esperto in scienze sacre. Stava tornando dalla Grecia nella sua terra e aveva raccolto dell’oro da offrire al Tempio del suo Dio. Attraversando l’Italia 31 conobbe Pitagora e lo trovò del tutto somigliante al Dio di cui era sacerdote. Abaris, dunque, lo riconobbe come fosse Apollo stesso in base ai tratti venerabili che in lui ravvisava, oltre che dai segni distintivi che, in quanto suo sacerdote, già conosceva. Così “restituì” a Pitagora la freccia che aveva portato con sé come suo veicolo durante il suo lungo viaggio. Pitagora accettò la freccia senza sorpresa e senza chiedere la ragione di quel dono, anzi proprio per dimostrare che era davvero il Dio iperboreo, in privato mostrò ad Abaris la sua coscia d’oro32, confermandogli definitivamente con questa prova che la sua intuizione era fondata. Inoltre, Pitagora dopo aver enumerato uno ad uno tutti i doni votivi custoditi nel Tempio iperboreo, rafforzò la sua convinzione d’essere proprio al cospetto del Dio. Infine, Pitagora spiegò che si era insediato lì allo scopo di prendersi cura e beneficare l’umanità; ma aveva assunto le sembianze umane in modo che gli uomini non fossero intimoriti dalla sua natura divinità e non rifuggissero dal suo insegnamento”33.

    Gaṇapati

    1. B.G. Tilak nel suo The Arctic Home in the Veda (III ed. Poone, Tilak Bros, 1971; I ed., 1903) offre l’elenco completo di tutte le diverse fonti letterarie.[↩]
    2. Il Dio del tempo, chiamato Saturno dai Romani, padre di Zeus (Lat. Iùpiter, Giove). Zeus, la divinità armata di fulmini, divenne Re degli Dei nell’Età dell’Argento. Quando Zeus usurpò il suo trono, Saturno si nascose nella regione italiana del Lazio, dove successivamente sarebbe stata fondata Roma. Qui l’Età dell’Oro rimase nascosta per molti secoli. Latium significa “nascosto”, “coperto”.[↩]
    3. Nei Veda l’anno fu diviso in modo simile in uttarāyaṇa e dakṣiṇāyana, giorno e notte degli Dei.[↩]
    4. “Cinghiale”, è un avatāra, una discesa sulla terra della divinità hindū Viṣṇu [N.d.T.].[↩]
    5. In latino il cinghiale era chiamato verrus da una radice simile.[↩]
    6. La rivolta degli kṣatriya, che allude alla degenerazione degli Atlantidi, sarà oggetto del prossimo capitolo. [Paraśurāma, lett. “Rāma con l’ascia (paraśu) è un altro avatāra di Viṣṇu; quando la potente ma arrogante casta guerriera degli kṣatriya oppresse la casta sacerdotale dei brahmana, umiliandoli, Viṣṇu assunse la forma di Paraśurāma, quinto figlio del brahmano Jamadagni e di Reṇukā che, armato di scure, sconfisse ripetutamente gli kṣatriya, restituendo ai brahmani la legittima supremazia castale. Secondo la tradizione Paraśurāma è un componente dei Bhārgava ovvero di quella famiglia brahmanica discendente di Bhṛgu. Le caratteristiche e le vicende inerenti all’avatāra Paraśurāma sono narrate in particolar modo nei Vāyu Purāṇa (91-93), Agni Purāṇa (V), Brahmā Purāṇa (X), Padma Purāṇa (VI, 268), Matsya Purāṇa (47), Bhāgavata Purāṇa (IX, 15-16), Mahābhārata (I, 66; V, 178-185; VIII, 36) [N. d. T.].[↩]
    7. Retore e grammatico greco del II secolo d.C.[↩]
    8. Cinghiale bianco [N.d.T.].[↩]
    9. Forse dalla parola etrusca tular, confine estremo. Nell’America centrale l’antica nazione tolteca proveniva da un’isola settentrionale chiamata Tula. Ciò dimostra la loro origine iperborea, mentre gli Aztechi affermavano di provenire dall’isola orientale di Aztlan, cioè Atlantide. Vedi il prossimo articolo.[↩]
    10. Geografo ed esploratore greco del IV secolo a.C.[↩]
    11. Le due costellazioni polari sono infatti formate ciascuna da “sette orsi”, ossia da sette stelle artiche. Non dimentichiamo che “artico” deriva dal greco ἄρκτος, (leggi àrktos) che significa orso [N.d.T.].[↩]
    12. Omero è il più celebre poeta greco (X° secolo a. C.). Odissea, XV, 502.[↩]
    13. L’attuale Siria designa anche un “Paese solare”, ma si riferisce a un’era molto più recente.[↩]
    14. Diodoro Siculo, storico romano (I° secolo a. C.), Bibliotheca Historica: II.47.1-2.[↩]
    15. Plinio il Vecchio, ammiraglio romano, scrittore e naturalista (23-79 d. C.), Naturalis historia: IV.89-91.[↩]
    16. “Cigno” o “oca selvatica”, nome con cui si definisce l’umanità perfetta del satya yuga, l’Età dell’Oro; corrisponde anche al penultimo livello spirituale del saṃnyāsin, in cui si restaura lo stato primordiale umano [N.d.T.].[↩]
    17. Omero, Inni VII.28-29.[↩]
    18. Pindaro, poeta lirico greco (522-443 a. C.), Pizia X.30.[↩]
    19. “Allora, Zeus trasformò l’umanità dell’età dell’Oro in geni protettori; dimorano nel sottosuolo e sono i guardiani dei mortali. Essi verificano le loro buone e cattive azioni e vestiti di aria, vagano invisibilmente sulla terra diffondendo benedizioni. In questo modo sono circondati da un alone di maestà”. Esiodo, poeta greco (VIII secolo a. C.), Opere e Giorni: 110-131.[↩]
    20. Uttarakuru (in sanscrito उत्तरकुरु, significa “che produce il Nord”) è il nome di un continente (dvīpa) dell’antica mitologia hindū situato a Nord, a volte descritto come appartenente al mondo grossolano, altre volte come un mondo sottile, abitato da esseri spirituali o ultraterreni [N.d.T.].[↩]
    21. Nella Bibbia il guardiano della soglia del Paradiso perduto era un Cherubino a sei ali armato di una spada fiammeggiante. Nella mitologia hindū, Himavat, divinità della neve che impersona l’Himalaya, blocca l’accesso all’Uttarakuru.[↩]
    22. Il dio solare Apollo è molto simile a Viṣṇu e il grifone alla sua cavalcatura (vāhana), il Garuḍa. Essendo il grifone composto da aquila e leone, è il simbolo della sovranità sul cielo e sulla terra. Tuttavia, non ha la signoria degli inferi. Questo ricorda l’antagonismo tra Garuḍa e i cobra, i Nāga. Inoltre, i grifoni sono i custodi del tesoro di Apollo, come Garuḍa lo è dell’amṛta, la bevanda d’immortalità.[↩]
    23. Omero, Odissea, IX; Ciclope significa appunto “con solo un occhio rotondo”.[↩]
    24. Chiamato Vulcano (Vulcanus) dai Romani.[↩]
    25. Pitagora interpretò il nome del Dio come a-pòllon (A-πόλλων), non-molteplice, nel senso Vedāntico di a-dvaita.[↩]
    26. Da non confondere con l’omonima isola greca. La primitiva Delos (Ortigia) faceva parte dell’arcipelago iperboreo.[↩]
    27. In greco antico Πύθων (leggi pỳthon), è un personaggio della mitologia figlio di Gea (la Terra, sskrt. Bhūmīdevī), prodotto dal fango della terra dopo il Diluvio Universale. Era un serpente di dimensioni terrificanti che custodiva l’Oracolo di Delfi. Fu ucciso da Apollo che si impossessò dell’Oracolo e impose alla sacerdotessa che possedeva ritualmente il nome di “Pizia” (Pitonessa) [N. d. T.].[↩]
    28. Asura corrisponde al titano della mitologia greca. Ahi(privo di zampe) era un asura di forma ofidica di dimensioni illimitate. Come s’è detto prima, la vicenda che segue allude a un intervento iperboreo volto a correggere qualche deviazione che stava affermandosi in seno alla tradizione greca.[↩]
    29. Come è narrato nel mito hindū di Vṛtra (il costrittore, altro nome di Ahi) ucciso da Indra, anche Apollo dovette purificarsi per il sangue versato.[↩]
    30. I titani, nella mitologia ellenica, sono una categoria di demoni antagonisti degli dei [N.d.T.].[↩]
    31. Pitagora visse e insegnò in Italia.[↩]
    32. Nella Tradizione greca c’è un altro racconto simbolico riguardante la “coscia”. In effetti, Dioniso nacque dalla coscia di Zeus. La coscia in lingua greca è espressa dalla parola méros (μέρος), che suona come Meru, la montagna polare della tradizione hindū. La coscia dorata corrisponde al sanscrito Sumeru, il “Dorato Meru”. Vedi René Guénon, Le Roi du monde, Parigi, cap. Bosse, 1927: p. 45. Per questo motivo gli antichi greci consideravano Pitagora come un avatāra di Apollo.[↩]
    33. Giamblico, autore neoplatonico siriano (II secolo d.C.), Vita di Pitagora: XIX.91-92.[↩]

    6. The Gold Age. The Hyperboreans

      The Gold Age. The Hyperboreans

      There is a “Holy Land” par excellence, which is the prototype for any other. That spiritual centre, to which the other sacred lands are subject, is the seat of the Primeval Tradition, or Sanātana Dharma, from which all the other Traditions, in dhārmika or religious shape, have derived adapting themselves to a time, to a place and to a mankind.
      This primordial “Holy Land” is the “Supreme Country” according to the saṃskṛta term Paramadeśa, warped by the Chaldeans in Pardes and by the Latins in Paradisum, Paradise. The site of the Primordial Tradition, source of all the others, is located northward or, more exactly, at the North Pole, as mentioned in the Vedas and in several Sacred Books of other Traditions1.
      During the rule of Kronos2, during the Gold Age, the Satya yuga of the Hindūs, the Supreme Country, where day and night lasted each for six months3, was located very close to the Pole or at the Pole itself.
      We will call Hyperborea that land, as the ancient Greeks did, even if this term shows that they had already lost the knowledge of its true location. Indeed, if Borea means North, Hyperborea (beyond the North) appears as a nonsense. In this way, Borea is the exact equivalent of the saṃskṛta term varāha. The root var for the name of the wild swine is found in the Anglo-Saxon languages in the form of bor-boar4. Since Hyperborea was a land or an island, one should call it in the feminine form Vārāhī, i.e. the “Country of the boar”. Later, in the next Silver Age (Treta yuga), it was known as the Country of the Bear. That second Era coincided with the kṣatriya rule on the world, which Paraśurāma5 concluded. Ancient Greeks symbolized the kṣatriya rebellion against the brāhmāṇas with the myth of the hunting of the Calydonian wild boar. The killing of the Calydonian boar by Warriors and Kings represented the defeat of the priestly caste. Athenæus of Naucratis6 relates that the Calydonian boar was white-haired, as well as the śveta Varāha of Hindū Tradition. Also in Celtic Tradition boar and bear respectively were the symbols of Spiritual Authority and Temporal Power, that is to say the two Celtic castes of Druids and Knights.
      During Greek-Roman antiquity, the island of Hyperborea was called in two other forms: Thule and Syria. With regards to Thule7, there is a short text by Pytheas of Marseille8 on the journey in search of such land all the way up to the polar icepack.
      The Greek name Thule is obviously the equivalent of the saṃskṛta Tula, meaning scale or libra. Libra is one of the zodiacal signs; however, according to another traditional interpretation, in the primordial times Tula was the name of the polar constellation. The two weighing plates of the scale were represented by the two Bears, Ursa major and Ursa minor, the two Saptaṛkṣas. The bear, as we have seen, is the symbol of kṣatriya usurpation. Nevertheless Libra, as polar constellation, is also the mansion of the seven ṛṣis, and in this case is called Saptarṣi. This name is surely more ancient than Saptaṛkṣa, and leads us back to the Hyperborean Arctic Tradition. Homer in his poem Odyssey9 refers the Supreme Land as Syria (Συρία, read Süria). This name means Home of the Sun (sskr. Sūrya). It is described as an island located beyond Ortygia (the ancient name of Delos), another island faraway in the Atlantic Ocean. Being farther than Delos, Syria can be easily identified as Hyperborea10.
      We will now add some other information about Hyperborea from Greek and Roman literature. Diodorus Siculus affirms11:

      “Their land was in the Ocean and was similar in size to Sicily: Leto, mother of the God Apollo, was born there. This explains the very close tie linking Apollo with these people, and the presence in that land of a magnificent spherical temple dedicated to the God. Hyperboreans lived in perfect happiness ignoring sorrow, illness and death.”

      Pliny12 adds some more details:

      “In that country is located one of the Poles around which the cosmos revolves. This is a sunny, temperate land, free from any harmful air; here Hyperboreans live in woodland and forests and they do not know any struggle or disease.”

      In that blessed age the Gods mingled with human beings and it was difficult to tell them apart. In fact, men were so long-lived to appear almost immortal. They were born directly from earth and the earth spontaneously provided them with all kinds of food. From the foregoing information we can say that the Hyperboreans were closely related with the Haṃsas of Hindū Tradition, the primordial mankind not yet divided into social castes (ativarṇa).
      In the Homeric Hymn dedicated to God Dionysus we read:

      “You cannot find the wonderful road to Hyperborea”13 

      Pindar also states:

      “Neither by land nor by sea anyone could find the wonderful road leading to the Hyperborean feasts”14.

      With the beginning of the Silver Age, the road towards Hyperborea was disrupted. The new fallen humanity could no longer reach that blessed Land in life. However from their inaccessible home, the Hyperboreans continued to protect the weakened humanity intervening any time was necessary in order to correct the deviations arising in other branches of humanity. Now one can easily recognize the identification between Hyperborea and Uttarakuru of Hindū Tradition. The access to the common original Home being obstructed15, Tradition took two different directions in East and West. In Asia the Sanātana Dharma continued in its correct Vedic form, whereas in Western countries it developed deviant tendencies manifested in the subsequent Atlantean Tradition.
      Since then, the Hyperborean Home was protected by the griffins, mythical animals with eagle head and wings and lion body. They were the God Apollo’s mount (vāhana)16, and they pulled his chariot. The griffins were protecting the Hyperborean frontiers against the Arymaspes, one-eyed barbarians dedicated to blacksmithing, looking like the monocle Cyclops17. In Greek mythology, Cyclops18 were the assistant of Hephaestus19, God of blacksmiths. From this we can infer that Arymaspes, the Hyperboreans enemies, were connected with dark underground powers. As we will see further, Atlanteans also were devoted to metallurgy.
      Now we will examine the character of Apollo20, the supreme Hyperborean God. Apollo was born from Zeus and Leto. Seeking Leto a place to deliver her children, she was welcomed in Delos island21, in the Hyperborean domain. Here she gave birth to the divine twins Apollo and Artemis, the Goddess of the moon. At the age of four, Apollo built his spherical temple in Delos. Then he arrived in Greece carried by swans (haṃsas), the Hyperborean sacred birds. In that Silver Age period, Greece was devastated by Python, a monstrous titanic she-snake (asurī)22. In Delphi, Apollo killed Python with the arrows of his infallible bow, arrows that are the sun rays23. Apollo, then, built an oracular shrine over the asurī corpse. In this Sanctuary the God established a priestess, Pythia, who gave oracles when possessed by the God. There, Apollo was called Pythagoras, the “one who possesses the Pythia”. Thereafter, Delphi became the most important temple in Greece.
      In conclusion, we would like to mention a passage from Iamblichus demonstrating that the initiatory organization (sampradāya) founded by Pythagoras was indeed the continuation of a primordial Hyperborean paramparā: “A certain Abaris, priest of Apollo, was original from the Hyperborean land. He was a wise old man, very knowledgeable in sacred subjects. During his travelling he gathered gold for the Temple of his God. Coming back from Greece he passed through Italy24, where he met Pythagoras. In his opinion Pythagoras looked like the God, so Abaris recognized him to be Apollo himself. Then, he gave him the arrow used as defense during his long journey. Pythagoras took the arrow without any surprise, without asking the reason of that gift, just as if he were the Hyperborean God himself. He, then, privately showed his golden thigh25 to Abaris. That was the ultimate evidence that the stranger priest’s intuition was not wrong. Moreover, Pythagoras enumerated, one by one, the votive gifts kept in the Hyperborean Temple, convincing him that he was right. Finally Pythagoras explained that he had come there with the purpose of healing and benefiting mankind; he had assumed that human appearance so that men would not fear his divinity and shy away from his teaching”26.

      Gaṇapati

      1. B.G. Tilak in his The Arctic Home in the Vedas (III ed. Poone, Tilak Bros, 1971; I ed. 1903) offers the exhaustive list of all the different literary sources.[↩]
      2. The God of Time, called Saturn by Romans, father of Zeus (Lat. Jupiter, read Iùpiter). Zeus, the deity armed with lightning, became King of Gods in the Silver Age. When Zeus usurped his throne, Saturn hid himself in Italian Latium region, where later Rome would be founded. Here the Gold Age covertly kept on for many centuries. Latium means “hidden”, “covered”.[↩]
      3. In the Vedas the year was similarly divided in uttarāyaṇa and dakṣiṇāyana, day and night of Gods.[↩]
      4. In Latin the boar was called verrus from a similar root.[↩]
      5. The kṣatriya revolt, viz. the degeneration of the Atlanteans, will be the subject of next article.[↩]
      6. A Greek rhetorician and grammarian of 2nd century A:D:.[↩]
      7. Maybe from the Etruscan word tular, extreme border. In Central America the ancient Toltec nation proclaimed to come from a northern island called Tula. This demonstrates their Hyperborean origin, while the Aztecs claimed to come from the eastern island of Aztlan, i.e. Atlantis. See next article.[↩]
      8. A Greek geographer and explorer of 4th century B.C.[↩]
      9. Homer, the most celebrated Greek poet (10th century B.C.), Odyssey, XV, 502.[↩]
      10. The present Syria also designates a “Solar Country” but referred to a much more recent era.[↩]
      11. Diodorus Siculus, Roman historian (1st century B.C.), Bibliotheca Historica: II.47.1-2.[↩]
      12. Pliny the Elder, Roman admiral, writer and naturalist (23-79 A.D.), Naturalis historia: IV. 89-91.[↩]
      13. Homer, Hymn VII: 28-29.[↩]
      14. Pindar, Greek lyric poet (522–443 B.C.), Pythia: X.30.[↩]
      15. “Then, Zeus transformed the golden mankind in protector geniuses; they dwell underground and are the guardians of the mortals. They verify their good and bad deeds and, dressed with air, they invisibily wander over the earth spreading blessings. In this way they are surrounded by a halo of majesty.” Hesiod, Greek poet (8th Century B. C.), Works and Days: 110-131.[↩]
      16. In the Bible the guardian of the threshold of the lost Paradise was a six winged Cherub angel armed with a flaming sword. In Hindū mythology the Himavat blocks access to Uttarakuru.[↩]
      17. The solar God Apollo is very similar to Lord Viṣṇu and the griffin, his vāhana, to Garuḍa. Being the griffin composed of eagle and lion, he is the symbol of sovereignty on sky and earth. Nevertheless he does not have the lordship of the underworld. This reminds the antagonism between Garuḍa and the nāgas. Moreover griffins are the keepers of Apollo’s treasure, as Garuḍa is of amṛta.[↩]
      18. Homer, Odyssey, IX. Cyclops means “with just a round eye”[↩]
      19. Called Vulcan (Vulcanus) by Romans.[↩]
      20. Pythagoras interpreted the name of the God as a-pòllon (A-πόλλων), not-multiple, in the Vedāntic a-dvaita sense.[↩]
      21. Not to be mistaken with the homonymous Greek island. The primitive Delos (Ortygia) was part of the Hyperborean archipelago.[↩]
      22. As said before, it is an allusion to a Hyperborean intervention to correct some deviation of Greek Tradition.[↩]
      23. As in the Hindū myth of Vṛtra killed by Indra, even Apollo had to purify himself for the spilled blood.[↩]
      24. Pythagoras lived and taught in Italy.[↩]
      25. In Greek Tradition there was another symbolic tale regarding the “thigh”. Indeed, Dyonisos was born from the thigh of Zeus. Thigh in Greek language is expressed by the word méros (μέρος), which sounds like Meru, the polar mountain of Hindū Tradition. The golden thigh corresponds to the saṃskrita Sumeru, the golden Meru. See René Guénon, Le Roi du monde, Paris, Ch. Bosse, 1927: p. 45. For this reason the ancient Greeks regarded Pythagoras as an avatāra of Apollo.[↩]
      26. Iamblichus, Syrian neo-platonic author (2nd century A.D.), Life of Pythagoras: XIX.91-92.[↩]

      6. 2- Dissoluzione dell’illusione del Jīvatva

        2- Dissoluzione dell’illusione del Jīvatva

        Se siamo davvero Śiva svarūpa, se siamo proprio dell’essenza dell’Assoluta Realtà, allora com’è che sorge questo errore che ci fa credere d’essere anime trasmigranti (jīva)? Qual è la ragione per la quale piacere e dolore (sukha e duḥkha) che non esistono affatto in Śiva svarūpa, appaiono come realmente esistenti? Se si afferma che non esistono affatto, qual è allora la ragione per cui agli uomini sembrano realmente esistenti? Quando anche i vedāntin, che pure affermano di non essere jīva e che il jīvātman stesso è una concezione erronea, compiono azioni quotidiane come tutti gli altri, che prova (pramāṇa) abbiamo per affermare che il loro jīvātman è stato eliminato? Tale dubbio può sorgere nelle menti di alcuni di noi, se non di tutti. Come risposta a queste domande il secondo verso afferma:

        2. Proprio perché la corda non è conosciuta correttamente come corda, in essa appare un serpente. Similmente, poiché il nostro Ātman non è intuito e conosciuto come realmente è, in esso appare questo jīvatva. Come quando i jñāni riconoscono che l’oggetto davanti a loro è una corda, così quando insegna un autentico maestro, lo śiṣya realizza: «Io non sono un jīva: in realtà sono solo Śiva.»

        Commento: Siamo ingannati da bhrānti, cioè dall’illusione d’essere jīva perché non conosciamo la nostra vera essenza. Quando intuiamo la nostra vera essenza, questa illusione scompare. Facciamo un esempio: a noi tutti può capitare l’esperienza di confondere una corda che giace a terra nella penombra con un serpente. Non è forse vero che questa illusione sorge perché non abbiamo riconosciuta la reale natura della corda? Finché persiste l’illusione, appare un serpente e solo un serpente. Ma nel momento in cui abbiamo l’esperienza conoscitiva che si tratta solo d’una corda, questa illusione scompare totalmente, senza lasciare alcuna traccia del serpente in nessun luogo e in nessun tempo. Proprio come nell’esempio il serpente appare in quanto risultato di un’illusione, così nell’insegnamento esposto, l’idea di essere un individuo (jīvātva) è soltanto un’apparenza causata da una sottile illusione. In questo consiste l’insegnamento iniziatico (siddhānta) del Vedānta.
        Esaminiamo in forma ancora un po’ più dettagliata lo stesso esempio. Cos’è quella cosa che è apparsa come serpente sulla corda come risultato di bhrānti? Quella cosa è diversa dalla corda? No, perché quando avviene la corretta conoscenza, allora sorge l’esperienza cognitiva (pratyaya anubhava) a confermarci che «Questa è solo una corda, non è un serpente». Nessuno afferma mai che un serpente reale appare durante il nostro bhrānti; perché quando quell’illusione è rimossa, nessuno andrà a cercare dove mai sia andato a finire il serpente. E nessuno ha visto o udito qualcuno che sia morto a causa del morso di una corda-serpente. Anche quando una persona inciampa per caso in una corda è spaventata dalla seguente falsa credenza: «Ho inciampato in un serpente, sono stato morso, perciò sono stato avvelenato». In tal caso costui potrebbe perfino morire [per lo spavento]. Ma anche allora non potremmo affermare che la sua morte sia stata causata da un reale morso di serpente. Non è nemmeno accettabile la credenza che durante quella percezione sensoriale la mente abbia davvero trasformato la corda in un serpente, perché nessuno può pensare seriamente che il manas abbia un tale potere. Invero, riconoscere che in quell’occasione non esisteva alcun serpente, in quanto c’era soltanto una corda, è una prova sufficiente per convincerci che anche mentre c’era l’illusione non esisteva affatto alcun serpente reale. Pensare che durante l’illusione la corda stessa si fosse trasformata in un serpente sarebbe il massimo dell’impudenza, perché se le cose potessero abbandonare da sole la loro natura essenziale e trasformarsi nella natura essenziale di altre cose differenti, allora in questo mondo nessun fatto empirico degno di questo nome potrebbe essere preso sul serio e, in tal caso, regnerebbe il caos 1. In quel caso non esisterebbe la regola per cui lo yogurt deve essere solo prodotto dal latte; né, di converso, ci sarebbe la regola per cui il latte è ciò che produce lo yogurt. Allora, in certi casi, anche l’acqua potrebbe diventare yogurt; e in altre occasioni il latte, mischiato a un agente di fermentazione, potrebbe diventare acqua! Se ci fossero tali condizioni e quindi un totale stato di caos, come potrebbero gli esseri umani svolgere la loro routine quotidiana e come potrebbero agire, basandosi su tali convinzioni? Possiamo affermare che nella corda sia esistita una piccola parte o un’ombra di un serpente e che essa, quando eravamo in preda all’illusione, appariva come serpente? Questa è un’opinione insostenibile. Inoltre, nessuna persona intelligente e saggia potrebbe mai dimostrare che se una certa cosa è parzialmente contaminata dalla sostanza di un’altra cosa, quella piccola parte contaminata possa apparire illusoriamente sotto una forma diversa, a seconda del momento o della situazione. Neppure potrebbe affermare che in un particolare momento di bhrānti sia realmente venuto a esistere un serpente e che, non appena l’illusione sia scomparsa, il serpente muoia. Tutto ciò contrasta con l’esperienza generale. Quando vediamo un serpente ci si interroga forse se quello sia un serpente, oppure se sia soltanto un’illusione? Alcuni sostengono che quando vediamo una corda e affermiamo di vedere un serpente, ciò accade perché ne abbiamo il ricordo in memoria. Anche questa non è una conclusione appropriata, perché non c’è alcuna ragione per cui il serpente debba apparirci solo perché abbiamo il ricordo d’un serpente. E ancora, perché la corda dovrebbe scomparire solo perché noi ricordiamo un serpente? A questa domanda, i sostenitori della teoria precedente non possono dare alcuna risposta convincente. In quella circostanza, noi non diciamo: «Io ricordavo un serpente», ma invece descriviamo la nostra percezione così: «Io ho visto un serpente». Cioè la nostra esperienza contraddice sia la deduzione precedente sia la mera finzione dell’immaginazione. In ogni modo, nell’esempio non c’è affatto un serpente reale e nemmeno esiste un ricordo di esso. Ma anche in questo caso, sotto l’incantesimo dell’illusione, noi abbiamo l’esperienza condivisa d’aver visto un serpente. Come si risolve questo problema?
        Noi rispondiamo che è falso che il serpente sia venuto a essere. A coloro che, nella penombra, non riconoscono correttamente la corda come corda, quella corda appare proprio come serpente; ma non è che nella corda esista veramente un serpente. Durante l’illusione, il serpente non nasce né viene a essere; e dopo che la corretta conoscenza è stata raggiunta, il serpente non scompare veramente.
        Questo insegnamento spirituale dello śāstra è confermato dalla conoscenza e non dalla credenza, perché conduce a riconoscere di aver sbagliato, di aver preso erroneamente la corda per un serpente. Perciò il serpente era solo un’idea, mentre solamente la corda è la realtà. Soltanto ciò può essere affermato definitivamente. Ma cercare una causa per il serpente proiettato dalla bhrānti non è né ragionevole né esatto.
        Alcuni vedāntin del giorno d’oggi affermano che un certo potere chiamato avidyā o ajñāna si basa sull’Ātman. Ogni oggetto che esiste in vyavahāra, ossia nel mondo dell’azione, sarebbe ricoperto da una parte di ignoranza (ajñāna aṃśa). Se un certo oggetto è conosciuto per mezzo di jñāna, questa maschera sovrapposta o questo potere coprente, scomparirebbe. La ragione che fa apparire la corda come serpente a causa della falsa conoscenza (bhrānti) consisterebbe nel fatto che in quel momento quella parte di ignoranza (ajñāna aṃśa) che sta nella corda si trasforma in serpente: l’ajñāna aṃśa, ossia l’altra parte d’ignoranza che esiste in chi guarda, si trasforma nella percezione o “conoscenza” del serpente.
        L’avidyā che è menzionata in questa teoria non ha riscontro nell’esperienza di nessuno, e non è affatto menzionata da nessuna parte nel Bhāṣya di Śaṃkara. Quella corda-serpente, a cui si rifanno i sostenitori che riconoscono la teoria che “avidyā ricopre o avvolge Ātman”, non è per nulla accettata; quell’esempio e la loro interpretazione non sono validi né pertinenti in questo contesto. Poiché questa è una teoria molto discussa negli ambienti vedāntici che non desideriamo trattare in questo commento scritto per guidare i jijñāsu 2.
        Dobbiamo dunque interpretare correttamente l’esempio della corda e del serpente: vale a dire che, quando cerchiamo di capire l’adhyāsa sovrapposto al nostro Ātman, dobbiamo comprendere che esso esiste a causa della bhrānti o illusione. Che noi siamo jīva, è veramente soltanto bhrānti. Non è che il jīvatva veramente esista in realtà: questa bhrānti persiste per il fatto che noi non conosciamo il nostro svarūpa. La corretta conoscenza è che noi siamo sempre eternamente solo Śiva svarūpa.

        Obiezione: non è esatto dire che la corda sia oggetto della coscienza-conoscenza, mentre il serpente appaia soltanto. La regola vuole che quello che appare sia esso stesso un oggetto. Perciò, in questo caso, sembra corretto affermare che un certo serpente appare da solo. Altrimenti, se si respinge l’esperienza generale, si potrebbe anche sostenere che il fenomeno, ossia l’oggetto che appare, sia una cosa e che l’oggetto vero sia un’altra. Ma allora, quando si guarda un uomo si potrebbe vedere un fiume, quando si guarda una collina si potrebbe vedere una città, e quando si guarda un elefante, una gallina. Ma nella nostra esperienza non è mai così.

        Risposta: Non c’è una regola fissa per cui abbiamo sempre l’esperienza di un oggetto così com’è. Per spiegarci meglio, se affondiamo una mano in acqua fredda e l’altra in acqua calda, quando le tiriamo fuori e le immergiamo tutte e due in acqua tiepida, allora alla mano che è stata immersa in acqua fredda, quella tiepida appare calda, e alla mano che è stata nell’acqua calda, la tiepida appare fredda. Sebbene l’acqua tiepida abbia un’unica temperatura, dato che non può avere diversi gradi di calore contemporaneamente, tuttavia ci pare che abbia gradi di calore diversi, a causa della bhrānti. Coloro che si ostinano ad affermare che un oggetto deve esistere come appare, affermeranno dunque che in una medesima acqua esistono temperature diverse. Questa teoria è inaccettabile. Oltre a ciò, è esperienza comune che la conoscenza sia di due tipi, quella corretta e quella errata.
        Nella conoscenza corretta l’oggetto appare com’è, e nella conoscenza errata appare in forma diversa. Stando così le cose, sostenere contro l’evidenza che ciò sia sbagliato e che in realtà dovrebbe essere diversamente, non può esser mai giustificabile. Quindi il problema che la corda appaia essere un serpente a causa dell’errore, è la conclusione corretta.

        Obiezione: Come si può dire che sia sbagliato credere che il serpente esista veramente durante il periodo in cui appare? Se fosse sbagliato, allora, quando appare la corda quale prova si potrà apportare per sostenere la reale esistenza della corda?

        Risposta: A questo abbiamo già risposto. Sebbene nel corso dell’illusione sia apparsa come un serpente, quando si addiviene alla corretta conoscenza si ha la chiara convinzione, basata sull’esperienza, che si tratta soltanto d’una corda. In essa non è mai esistito un serpente. L’esperienza di aver visto un serpente in verità era un’illusione. Ma la conoscenza della corda non è affatto così; nessuno mai arriva ad affermare: «questa non è una corda». Perciò quella è proprio la corretta esperienza. Invece, l’esperienza che può essere eliminata e smascherata non può essere reale.

        Obiezione:  Che dire del caso in cui un’illusione sia cancellata da un’altra illusione? Per esempio: da lontano un uomo può pensare che per terra ci sia una fenditura e quando s’avvicina s’accorge che è soltanto un bastone. Infine, avvicinandosi ancor di più, constata che è solo una corda. In questo esempio la conoscenza del bastone ha rimosso la conoscenza della fenditura; pur tuttavia, nemmeno il bastone non era reale. Come si risolve questo problema?

        Risposta: Il tuo esempio sostiene proprio la dottrina per cui quello che è smascherato e rimosso, non è reale. È vero che non c’è una regola fissa per cui la conoscenza che annulla un’altra debba essere sempre reale; ma questo non vuol dire che la gente non possa mai conoscere l’esistenza dell’oggetto finale che non può essere rimosso. Il serpente che appare nella corda, per la persona ingannata è effettivamente un serpente, sebbene ad altri appaia come una corda. Ma, una volta esaminato, anche a colui che erroneamente aveva pensato fosse un serpente, apparirà essere una corda. Dato che, sia la corda sia la cognizione che essa è una corda non sono mai contraddette, la gente, come regola generale, considera che questa è una corretta conoscenza nell’esperienza empirica. In questo contesto abbiamo usato l’esempio della corda e del serpente, considerando la corda come reale come è generalmente accettato da tutti. Ma, in ultima analisi, non è affatto nostra opinione che la corda possa essere realmente inconfutabile (abādhya) e che, a nostra conoscenza, non possa essere mai contraddetta. Infatti, i vedāntin affermano che solo l’Ātman è l’ultima assoluta realtà e che sia jīvatva sia jagat sono conoscenze erronee.
        Perciò se è messa in discussione anche la realtà della corda, che è supporto o sostrato per il serpente, non c’è alcuna contraddizione con il loro insegnamento. Dato che nella loro dottrina (siddhānta) l’intero mondo duale è falso, irreale (mithyā), perfino la corda inclusa in quel mondo è essa stessa mithyā. La corda è comunque una vyāvahārika sattā, una realtà empirica, mentre il serpente che appare in essa a causa di bhrānti non è affatto altrettanto reale, essendo solamente una apparenza provvisoria (prātipathika dṛśati). Fra la corda e il serpente, questa differenza continuerà sempre a esistere.

        1. Come affermano sconsideratamente i sostenitori della “casualità” dell’evoluzione secondo l’ipotesi darwiniana e neo-darwiniana [N.d.T.]. [↩]
        2. Coloro che fossero interessati ad approfondire l’argomento potranno leggere il nostro testo sanscrito Mūlāvidyānirāsaḥ athavā Śrī Śaṃkarahṛdayam [Bangalore, APK, 2009]. [↩]

        5. G) Io sono Śiva

          G) Io sono Śiva

          Coloro che in questo modo compiono la discriminazione intuitiva distinguendo tra Ātman e anātman e conoscono il loro pratyagātman, non sono illusi dai seguenti falsi pensieri, come: «Esistiamo in questo mondo; questi corpi che appaiono nel mondo sono veramente noi stessi; come noi esistono molti altri in questo mondo e tra questi ci sono persone amiche altre nemiche e altre indifferenti.» Infatti costoro hanno conosciuto con la loro esperienza intuitiva e sanno che: «Siamo veramente soltanto Śiva svarūpa che è il sostrato di tutte queste apparenze, ma che non è contaminato o toccato da nessuna di esse.» Solo questi santi uomini realizzano la più elevata conoscenza intuitiva dell’identità con Īśvara, il Signore che manifesta tutto l’universo, com’è detto nella Śvetāśvatara Upaniṣad: “Un essere divino sta in tutte le creature; è colui che abita all’interno di tutte le creature ed egli è il Signore che comanda e controlla tutte le azioni, colui che sta in tutte le creature, il Testimone, della natura di caitanya, pura coscienza, non duale, senza altro da lui; che non è relazionato o associato con nessun guṇa o qualsiasi qualità”1. Lo scopo ultimo di tutta l’esistenza umana è realizzare qui e ora durante questa vita che la conoscenza dell’“Io” 2 è intuitiva, e che l’“Io” è identico in toto al nostro Śiva svarūpa. Si deve anche capire che il modo in cui appare è un errore e che è una sovrapposizione al nostro svarūpa.
          La parola Śiva significa natura essenzialmente beata (maṅgala svarūpa). Parameśvara, il Signore supremo, il nostro Ātman, è in quanto tale l’essenza della più elevata beatitudine. In essa non sussiste alcun demerito o difetto che produca miseria o degrado. Tutto ciò che in questo mondo è considerato benefico dipende da lui, perché egli è l’Ātman. Tutti i desideri di coloro che lo ricordano e si dedicano a lui con intenzione incrollabile, sono esauditi. Infatti, solamente quando si raggiunge il proprio svarūpa e ci si stabilisce nella sua esperienza intuitiva si può affermare che è stato raggiunto lo scopo dell’umana esistenza (puruṣārtha) e si è diventati completi, perfetti, soddisfatti (kṛtākṛtya). Per tutte queste ragioni quel Parameśvara è chiamato Śiva ovunque, nella śruti e nella Gītā. Coloro che hanno intuito questo Ātman svarūpa, nel modo descritto nel verso precedente, che nella loro piena esperienza realizzano qui e ora, non sono altro che Śiva svarūpa e vivono senza più alcuna traccia di ansietà e dolore.

          1. ŚU VI. 11.[↩]
          2. Vale a dire: l’“Io” reale, che è il Sé, l’Ātman, appare erroneamente come fosse l’“io”, il jīva [N.d.T.]. [↩]

          5. L’approccio storico

            L’approccio storico

            Con i precedenti articoli abbiamo cercato di fornire ai lettori di tradizione hindū 1 gli strumenti critici necessari per comprendere la situazione generale della civiltà occidentale; lo studio di aspetti e di periodi storici specifici sarà affrontato nei contributi che seguiranno. Acquisendo queste informazioni, i nostri lettori saranno in grado di sciogliere gli intricati nodi che rendono la civiltà occidentale così difficile da capire per lo spirito tradizionale2.
            La prima anomalia riscontrata è che per la comprensione della situazione tradizionale in Occidente si deve ricorrere allo studio della sua storia. Al contrario, il Sanatana Dharma non ha bisogno di alcuno strumento storico per essere descritto; questo perché la conoscenza metafisica ne è la fonte, il centro e il fine, ed è per sua natura eterna, intuitiva, onnicomprensiva e “attimale”3, dell’italiano “attimo”, cioè “senza tempo”. Tale conoscenza certamente esistente all’inizio della civiltà occidentale, ha lasciato solo qualche traccia letteraria; così gli occidentali, avendo perso la loro conoscenza metafisica, sono rimasti imprigionati nel divenire, nell’azione, nel movimento; per tale ragione una siffatta visione, limitata alla sfera spazio-temporale e cosmologica, non può che riferirsi inevitabilmente al solo sviluppo storico. Gli stessi testi sacri delle religioni occidentali degli ultimi millenni non sono altro che racconti; del resto risultano tali anche i poemi epici 4, l’Iliade e l’Odissea che narrano rispettivamente la storia della Guerra di Troia e dei viaggi dell’eroe Odisseo5, che i Greci consideravano alla stregua di Libri sacri. I Libri sibillini, i testi sacri dei romani, poco più tardivi, erano solo strumenti interpretativi ad uso degli oracoli. Per questo motivo nell’Era imperiale, il poema di Virgilio, l’Eneide, assunse di fatto la funzione di Libro sacro. Questo poema epico, come i poemi greci a cui s’ispira, è il racconto delle gesta dell’eroe troiano Enea, i cui discendenti divennero i fondatori di Roma6. La medesima tendenza storicistica si riscontra anche nel ramo semitico delle religioni occidentali i cui testi sacri sono prevalentemente costituititi da eventi storici o presunti tali. L’Antico Testamento biblico è la storia del popolo ebraico dalla creazione di Adamo, il primo uomo, al VI secolo a. C. Il Nuovo Testamento, il Vangelo, è la storia della vita di Gesù Cristo e della sua missione tra gli ebrei. Il Corano è la storia dei profeti da Adamo a Muhammad7. In tutti i testi sacri del ramo semitico della Tradizione occidentale8 che i musulmani definiscono religioni abramiche, possiamo trovare alcune indicazioni rituali, morali, giuridiche; occasionalmente vi compaiono anche componenti simboliche, ma il carattere storico della narrativa di queste rivelazioni è comunque predominante9.
            Con il passare dei secoli, l’importanza attribuita dagli occidentali allo storicismo è diventata una vera ossessione. Ciò che non è attestato da documenti scritti è come se non esistesse. Sulla base della concezione scientifica inventata dagli occidentali secondo le loro credenze, i documenti scritti sono l’indiscutibile prova della verità, come se la scrittura non potesse essere manipolata riportando bugie, attestando falsificazioni, trasmettendo ignoranza. Infatti, non appena la storiografia divenne un dogma secolare, la storia è stata sempre più spudoratamente contraffatta a beneficio delle ideologie e degli interessi dominanti. Un salto di qualità, in questo senso, lo ha determinato la scoperta della stampa, che ha permesso la diffusione capillare della distorsione storica attraverso i mass-media. Attualmente questa tendenza manipola in modo crescente e sistematico l’opinione pubblica con l’uso delle nuove tecnologie volutamente distribuite a basso prezzo anche tra semianalfabeti.
            Il metodo storico, per operare più facili manipolazioni dei documenti scritti, utilizza la scienza filologica. Tutti sanno infatti che quando i filologi non capiscono una frase a causa della loro incapacità di comprensione, incompetenza o pregiudizio, la dichiarano una “interpolazione”. Un altro strumento usatissimo di falsificazione storica è mettere in discussione la paternità del documento. Quando la Tradizione dichiara che un libro è stato scritto da un famoso autore, spesso si mette in discussione l’autenticità di tale attribuzione per mezzo di strumenti filologici appositamente confezionati. A questo scopo, il testo viene confrontato con altre opere scritte dello stesso autore evidenziando tutte le parole insolite e le forme sintattiche inconsuete. Su questa base il testo è dichiarato falso e il nome dell’autore da allora sarà preceduto dal prefisso “pseudo”. Questo è sufficiente per screditare anche il contenuto del testo fasullo, privandolo in questo modo di ogni credibilità e autorevolezza. Gli storici e i filologi infatti non tengono in nessun conto se il testo è coerente con il contenuto di altri libri dello stesso autore e con il suo pensiero. Infatti, se un testo è veramente coerente che importanza può avere se è stato scritto da una o da un’altra persona?
            In questo modo anche molti importanti trattati di Śaṃkara e di altri autori sono stati dichiarati inaffidabili.
            Naturalmente l’indagine filologica non ci permette di indagare la storia dell’umanità prima dell’affermarsi della scrittura. Per questo motivo l’archeologia si è affermata come la seconda presunta fonte obiettiva di informazioni storiche.
            Per i tempi protostorici, ovvero quelli privi di qualsiasi sistema grafico, alfabetico o altro di tal genere, viene utilizzata la documentazione basata sulla “cultura materiale”. Questa formula dichiara la debolezza dell’archeologia come strumento di ricerca storica. Infatti, attraverso la “cultura materiale”, al massimo è possibile inferire il livello tecnologico raggiunto dall’umanità antica, ma nulla riguardo alla sua conoscenza intellettuale. Nei villaggi rurali indiani si possono ancora incontrare numerosi saggi depositari della conoscenza più sublime che abitano case di mattoni riscaldate dal sole, con terra battuta come pavimento e tetti di paglia, che gli archeologi considererebbero case di primitivi o persino di quegli “ominidi” bestiali inventati dalla paleoantropologia.
            Infine, la storiografia, fatto ancor più grave, è impotente a considerare il documento più diretto dell’intelligenza umana: la trasmissione orale.
            Questo passaggio da bocca ad orecchio, perpetrato di generazione in generazione, non può essere guastato da tarlo e muffe, distrutto dal fuoco o dilavato da esondazioni. Tuttavia, mantenendo intatto il contenuto, è in grado di produrre modifiche minime per adattarsi ai cambiamenti del tempo. Questa trasmissione perenne è il Sanatana Dharma stesso che per la sua conservazione e adattabilità, beneficia della funzione del veggente Veda Vyasa (mitico ṛṣi10 che svolge la funzione di adattatore dei testi sacri e dello stesso Dharma per opporsi al decadere dei tempi; si contano ventotto Vyāsa). La tradizione orale non può essere sostituita dalle registrazioni offerte dalle tecnologie contemporanee, perché il destinatario della trasmissione deve essere qualificato.
            Inoltre, l’artificialità degli strumenti tecnologici e la carenza intellettuale dell’intervistatore profano non consentono alcuna trasmissione comprensibile del messaggio. Pensiamo come esempio alla pubblicazione delle interviste a Śrī Rāmaṇa Maharṣi, prova evidente dell’impossibilità di una trasmissione profana. Ritornando al nostro argomento principale, riteniamo che ora le cose possano essere più chiare per i nostri lettori indiani, cosicché dal prossimo capitolo cominceremo a illustrare la Tradizione occidentale, la sua decadenza, corruzione e rovesciamento, usando anche noi degli strumenti storici. Questo perché l’Occidente, fin dalla sua emersione dalla preistoria, aveva già perso il senso dell’eternità e si dibatteva nella ragnatela del divenire che si era deliberatamente autoimposta11. Era perciò prevedibile che una tale attitudine mentale avrebbe alla fine prodotto una teoria come quella dell’evoluzionismo darwiniano12. Partendo da epoche primordiali, inizieremo pertanto a illustrare la storia del mondo occidentale e delle sue tradizioni com’erano considerai dagli antichi greci e romani, dagli ebrei e dai celti, arrivando, passo dopo passo, sino ai nostri giorni. In questo modo vedremo l’ascesa e la caduta degli Imperi, lo splendore delle Religioni scomparse, le vicissitudini degli sconvolgimenti etnici e sociali. Considereremo la nascita e la decadenza di civiltà e nuove religioni, la loro corruzione e la loro inversione in quello che nel corso dei millenni si dispiega come un vero piano diabolico13. Descriveremo la sempre più difficile sopravvivenza delle organizzazioni iniziatiche, alcune delle quali sono perdurate fino ad ora, e le persecuzioni che hanno dovuto subire. Ogni volta che se ne presenta l’opportunità, metteremo in relazione o a confronto situazioni simili a quelle dell’induismo.
            Anzitutto, vorremmo informare i nostri lettori che anche nella prima civiltà greco-romana, si considerava che il tempo non si sviluppasse in modo rettilineo, ma in cicli storici concatenati l’un l’altro. Il poeta Esiodo (VII secolo a.C.) nel suo libro Le opere e i giorni racconta che in origine vi era stata un’Età dell’Oro (satya yuga). In questa era gli Dei crearono una razza umana pura e perfetta, difficile da distinguere da loro. Il tempo tuttavia, scorrendo inesorabilmente verso il basso, diede vita a una seconda Età, quella dell’Argento (treta yuga). Gli uomini di quell’epoca non avevano tutte le virtù della generazione d’oro. Cominciarono a sentirsi uguali agli Dei e ad agire con arroganza, rifiutandosi di compiere sacrifici. Così iniziò l’Età del Bronzo (dvāpara yuga). L’umanità si divise in due razze: giganti, violenti e ribelli contro divinità ed eroi, uomini pii pronti a combattere contro i malvagi che avevano cominciato a popolare la terra. I giganti furono sterminati dagli Dei e dagli Eroi, ma alla fine anche gli Eroi scomparvero, morendo nelle grandi guerre della tarda Età del Bronzo. Con il diluvio che si abbatté su tutta la terra inondandola, ebbe inizio l’attuale Età del Ferro (kali yuga): da allora in poi il male14 regnò e l’umanità divenne meschina, cattiva e debole. Iniziamo ora la narrazione della Tradizione occidentale partendo dall’Età dell’Oro e dall’umanità divina dell’Epoca primordiale.

            Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

            1. Riteniamo che questi studi possano essere di grande utilità anche per i lettori occidentali che dopo secoli di speculazioni, sovrapposizioni concettuali e ideologiche vogliano recuperare le chiavi di accesso alla loro Tradizione e alle realtà spirituali che trasmette; per questo facciamo nostro e rivolgiamo ai lettori l’invito di Dante:O voi ch’avete li ’ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ’l velame de li versi strani. (Inferno IX, 61-63)[N.d.T.].[↩]
            2. Alla fine della nostra disamina storica tratteremo anche dell’America come dell’l’Estremo Ovest. Tuttavia, queste ex colonie dei vari regni europei non avevano precedentemente alcuna importanza tradizionale autonoma; al contrario, hanno assunto un ruolo decisamente antitradizionale e dissolvente, proprio a partire dalla loro indipendenza dalle patrie europee. Ciò non toglie che, nonostante l’egemonia culturale, economica e politica degli Stati Uniti, il centro dell’azione contro tradizionale, rimanga ancora saldamente nel cuore dell’Europa.[↩]
            3. Useremo questo neologismo, che corrisponde parzialmente al sskrt. ātmakṛta (composto di Ātman). L’attimo italiano (dal greco ἀτμός, leggi atmòs [“vapore”, “esalazione”; n.d.T.]) deriva dallo stesso etimo di ātman [“alito”, “respiro”, “soffio” da cui in senso figurato “Anima”; n.d.T.] e si riferisce a uno stato libero da vincoli temporali. Invece, “istantaneo” significa “insistente” e “momento” è una forma sincopata di “movimento”: entrambi questi due sinonimi rappresentano una frazione minima di tempo. È indicativo che nessuna altra lingua europea presenti un esatto sinonimo dell’italiano “attimo”.[↩]
            4. Si tratta delle fonti scritte più antiche dell’Occidente, databili attorno al IX e VIII secolo a.C. La Bibbia ebraica, infatti è stata elaborata dopo la fine della cattività babilonese, alla fine del VI sec. a.C.[↩]
            5. Anche l’India ha due epopee (Itihāsa), Rāmāyaṇa e Mahābhārata. Tuttavia, non fanno parte della letteratura Vedica, la categoria più alta di testi sacri o śruti. Inoltre, essendo smithis, gli Itihasa sono focalizzati sulla preparazione dottrinale dei kṣatriya e non dei brahmana. Tuttavia, a differenza dell’Iliade e dell’Odissea, Itihāsas contiene sezioni dedicate alla saggezza, come Bhagavad Gītā e Yogavāsiṣṭha. Nell’epopea greca possiamo trovare solo elementi simbolici di qualche interesse.[↩]
            6. Occorre segnalare tuttavia che nel sesto libro dell’Eneide, la discesa di Enea nel regno della morte ha importanti implicazioni di natura iniziatico-misterica.[↩]
            7. Tra le grandi civiltà solo l’Induismo ha la visione dell’eternità e la coscienza che il tempo è interno al cosmo; per questa ragione la storia dell’umanità appare nei suoi testi sacri soltanto come narrazione epica, inferiore per importanza al mito che riguarda il piano d’esistenza degli Dei (adhidaiva). Nel caso della tradizione estremo orientale, il Taoismo ha certamente un punto di vista svincolato dal condizionamento storico. Tuttavia, il suo corrispettivo essoterico, il Confucianesimo, ne è pesantemente vincolato.[↩]
            8. I guénoniani convertiti all’Islam, contrariamente a quanto affermato dal loro unico punto di riferimento tradizionale, seppur libresco, sono stati convinti che la loro sia una religione “orientale”. Dimenticano l’origine atlantidea che l’islam condivide con l’ebraismo e il cristianesimo. Con questo si annulla definitivamente anche la pretesa “primordialità” della trasmissione ḥanīf, inventata da alcuni presunti shuyukh occidentali solo dopo la scomparsa di R. Guénon.[↩]
            9. Se talora l’elemento epico compare qua e là nei testi sacri delle religioni monoteistiche, è sintomatica l’assenza totale del mito giacché esso non rappresenta una narrazione storica.[↩]
            10. Veggenti che riescono a “udire” le vibrazioni sonore primordiali, trasmettendone l’insegnamento [N.d.T.].[↩]
            11. Nei tempi moderni questa ossessione ha letteralmente invaso ogni campo di studio: nessuno impara più l’arte, il pensiero, la letteratura, la filosofia, la religione, ecc.; ma solo storia dell’arte, storia del pensiero, storia della letteratura, storia della filosofia, storia della religione e così via.[↩]
            12. Commenteremo più avanti questa credenza dogmatica contemporanea.[↩]
            13. A tale proposito ci sembra utile riportare questo passaggio tratto dalla recensione di R. Guénon a La Guerre occulte di Emmnuel Malynski e Léon de Poncins in Le Voile d’Isis, luglio 1936: “ […] è altrettanto vero che «nella storia è presente una corrente di satanismo» […], ma questa corrente non è solo diretta contro il Cristianesimo (ed è forse questa maniera un po’ troppo ristretta di considerare le cose, a causare molti «errori di prospettiva»), lo è anche, ed esattamente allo stesso titolo, contro tutte le tradizioni, siano esse d’Occidente o d’Oriente, compreso l’Ebraismo. Quanto alla Massoneria, forse stupiremo alquanto gli autori dicendo che l’infiltrazione delle idee moderne, a scapito dello spirito iniziatico, ne ha fatto, non tanto uno degli agenti della «cospirazione», quanto al contrario una delle prime vittime; e comunque, riflettendo su certi sforzi attuali di «democratizzazione» dello stesso Cattolicesimo, che a loro non sono certo sfuggiti, essi [gli autori] dovrebbero poter arrivare a comprendere, per analogia, che cos’è che noi intendiamo […] E arriviamo a dire che una certa volontà di fuorviare le ricerche, suscitando e alimentando diverse «ossessioni» […] fa anch’essa parte integrante del «piano» che loro si propongono di smascherare” [N.d.T.].[↩]
            14. Nelle religioni monoteiste il male sarà personificato dall’angelo malvagio, il diavolo. La parola diavolo deriva dal verbo greco διαβάλλω (diabàllo) che significa separare, porre ostacolo, porre frattura, oppure, in senso metaforico, calunniare, offendere, da cui balista. Per cui il diavolo è colui che crea, attraverso la menzogna, separazione, frattura e inimicizia tra uomo e Dio, tra uomo e uomo; è colui che crea, attraverso l’inganno una frattura nell’anima del singolo individuo. Marco Antonio Canini ripreso nel Vocabolario etimologico della lingua italiana di O. Pianigiani, offre un interessante spunto sostenendo che questa voce come la parola Dio, derivino entrambe dalla radice sanscrita DIV, DIU, “rilucere”, onde dyaus “aere luminoso”. Così, all’inizio la voce diàbolos significava semplicemente “buon genio” e non aveva il connotato cui siamo abituati oggi, tant’è che nella lingua zingaresca devel vuol dire “santo” e devla chiamasi la Vergine Maria [N. d. T].[↩]

            5. The Historical Approach

              The Historical Approach

              With the previous short articles we intended to provide the traditional hindū readers with the first critical tools to understand the general situation of Western Civilization.
              Further details will be provided with next contributions, in this case referred to a particular field or period. By gathering this information, our readers will be able to dissolve the intricate knots that make Western Civilization so difficult to understand1. The first noticed anomaly is that we must resort to History in order to describe Western Traditions.
              On the contrary Sanātana Dharma doesn’t need any historical tool to be described. This is because metaphysical knowledge is the source, the centre and the end of Hinduism, which is by nature eternal, intuitive, comprehensible, and “atmic”2 (Italian adj. “attimale” from subs. “attimo”, i.e. “without time”).
              Such knowledge certainly existing at the beginning of Western Civilization, has only left some literary trace. Western people, having lost their metaphysical knowledge, have been imprisoned by the becoming, the action, the movement. Hence, their views confined to the cosmological spatial-temporal sphere have to be forcedly considered only in their historical development.
              The same sacred texts of Western Religions of the last millennia are nothing else than Tales. Indeed Greeks have considered the Iliad and the Odyssey Poems as sacred books, being respectively the story of Troy War and of the hero Odysseus travels3.
              The Sibylline Books, the Romans sacred texts, were only interpretive instruments for oracle purpose. For this reason, in the imperial era, Virgil’s Aeneid Poem practically assumed the function of sacred book. This epic as well as the Greek poems, were the tale of the exploits of Troyan hero Aeneas, whose descendants had been the founders of Rome4.
              Similarly, also in Semitic branch of Western Religions, sacred texts are predominantly of historical matter. The Bible Old Testament is the history of the Jewish people from the creation of Adam, the first man, to the 6th century B.C. The New Testament, the Gospel, is the story of Jesus Christ’s life and his mission among the Jews. The Qur’an is the story of prophets from Adam to Muhammad5. In all these sacred texts of the Semitic branch of Western Tradition, which Muslims define Abrahamic Religions, we can find a few lines on ritual, moral and law, where some symbolic components occasionally appear, but the narrative of their respective revelations throughout history is prevalent in them.
              With the passing of centuries, the importance attributed by Western people to historicism has become a real obsession. What it is not attested by written documents it is like it doesn’t exist.
              On the base of the scientific conception invented by Western people according to their beliefs, written documents are the indisputable proof of truth, as if the writing could not be manipulated reporting lies, attesting falsehood, transmitting ignorance.
              Indeed, as soon as historiography became a secular dogma, history has been increasingly and shamelessly falsified for the benefit of the dominant ideologies.
              A qualitative leap has been the discovery of the printing machine which has allowed to the capillary diffusion of historical falsification through mass media. At present this increasing trend systematically manipulates the general mentality with the use of new technologies.
              The historical method uses the philological science, created to attain the easiest manipulations from written texts. Everyone knows that when the philologists don’t understand a sentence due to misunderstanding, incompetence or disagreement, they declare it as an “interpolation”.
              Another instrument of historical falsification is to questioning the document paternity. When Tradition declares that a book has been written by a famous author, they often decreed questionable his authorship through philological instruments. To this purpose, the text is compared with other works written of the author pointing out all the unusual words and syntactic forms. On this base the text is declared apocryphal, and the author’s name is preceded by the prefix: “pseudo”. This is sufficient to discredit the text as false loosing in this way any credibility.
              Historians and philologists do not care at all if the text is consistent with the contents of the other compared books and with the thought of the author. But if indeed a text is truly consistent, what is the importance if it has been written by one or another person? In this way many important treatises of Śaṃkara and of other authors have been declared unreliable.
              Of course, philological investigation doesn’t allow us to inquire the previous history of humanity before the writing onset. For this reason archaeology has become the second alleged objective source of historical information.
              For the proto-historical times before the invention of any graphical system, alphabetical or not, the documentation of “material culture” is used. This formula declares the weakness of archaeology as historical research instrument. In fact, through the “material culture”, at most, it is possible to infer the technological level reached by ancient mankind but nothing concerning his intellectual knowledge.
              In Indian rural villages we could met many wise men of the most sublime knowledge, dwelling in sun-baked brick houses, with beaten earth floor and straw roofs, that archaeologists would consider houses of primitive, or of those brutish “hominids” invented by paleoanthropology.
              Finally, historiography is not even able to consider the most direct document of human intelligence: the oral transmission. This tradition conveyed from generation to generation cannot be affected by the woodworm or flooded by rivers. However, keeping the content intact, it is able to assume minimal adjustments in order to be adapted to the changing of time. This perennial transmission is the Sanātana Dharma itself which, for its conservation and adaptability, benefits of seer Veda Vyāsa’s function.
              Oral tradition cannot be replaced by the recordings offered by contemporary technologies, because the recipient of the transmission must be qualified. Moreover, the unconsciousness of technological tools, and the intellectual shortage of the profane interviewer do not allow any understandable passage of the message. See, for example, the publication of interviews to Śrī Rāmaṇa Maharṣi, as evidence of the impossibility of profane transmission.
              Back to our main subject, we suppose it will now be clear to our Indian readers why, from next chapter, we will explain Western Tradition, its decadence and corruption using historical means.
              This is because the West, since its emersion from prehistory, had already lost the sense of eternity and was already struggling in its self-imposed cobweb of becoming.6 It was inevitable that this mental attitude would have produced the theory of Darwinian evolutionism.7
              So we will begin illustrating the history of Western world from primordial ages, as the ancient Greeks and Romans, the Jews and the Celts regarded it, and then coming step by step to our time. In this way we will see the rise and fall of Empires, the splendour of disappeared Religions, the vicissitudes of ethnic and social upheavals. We will consider the birth and the decadence of civilizations, their corruption and overturning in a real devilish sense over millennia.
              We will mostly describe the increasingly difficult survival of initiatory organizations, some of them remaining till now, and the persecutions they had to suffer. Whenever the opportunity is presented, we will relate or compare similar situations to those of Hinduism.
              First we should like to inform our readers that even in the Greek-Roman primordial civilization, time was considered not developed in a rectilinear way, but in historical cycles chained one another.
              The poet Hesiod (7th century B.C.) in his book “Works and Days” tells that originally a Golden Age (satya yuga) had been. Then the Gods created a pure and perfect human race, difficult to be distinguished from them.
              Time, however, inexorably flowed downward and the second Silver Age (treta yuga) began. The men of that era did not have all the virtues of the golden generation. They began to feel equal to gods and to act arrogantly, refusing to perform sacrifices.
              Thus the Bronze Age (dvāpara yuga) began. Mankind divided into two races: Giants, violent and rebel against gods, and Heroes, pious men, but ready to fight against wicked people who had began to populate the earth. Giants were exterminated by Gods and Heroes. But at last also Heroes disappeared, dying in the great wars of the late Bronze Age. A deluge went down flooding the whole the earth and, then the present Iron Age (kali yuga) began; thereafter evil reigned and humanity became petty, vicious and weak.
              We begin now the narration of Western Tradition from Golden Age and the divine humanity of primordial Time.

              Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

              1. At the end of our historical overview we will also treat of America as the Extreme West. However, these former colonies of the various European Kingdoms formerly hadn’t any autonomous traditional importance; on the contrary they assumed a decisive anti-traditional active and dissolving role since their independence from the European motherlands.[↩]
              2. We will use this neologism, in absence of a similar a term in English. The Italian “attimo” (from Greek ἀτμός, read atmòs) derives from the same etymology of ātman, and refers to a state free from time constraints. Instead, “instant” means “insistent” and “moment” is a syncopated form of “movement”: both these two synonyms represent a minimal fraction of time[↩]
              3. Also India has two epics (Itihāsa), Rāmāyaṇa and Mahābhārata. However, they are not part of Vedic literature, the highest category of sacred texts or śruti. Moreover, being smṛtis, the Itihāsas are focussed on the doctrinal preparation of kṣatriyas and not of brāhmaṇas. Nonetheless, unlike Iliad and Odyssey, Itihāsas contain sections dedicated to wisdom, such as Bhagavad Gītā and Yogavāsiṣṭha. In the Greek Epics we can find only symbolic elements of some interest.[↩]
              4. However, in the sixth book of Aeneid, the descent of Aeneas to the dead Kingdom has important implications of initiatory-mysteric nature.[↩]
              5. Among the great civilizations only Hinduism has the vision of eternity and the consciousness that time is is inside the Cosmos[↩]
              6. In modern times, this obsession has literally invaded every field of study: no one learns art, thought, literature, philosophy, religion, etc., but only history of art, history of thought, history of literature, history of philosophy, history of religion, and so on.[↩]
              7. We will comment later on this contemporary dogmatic belief.[↩]

              4. E) Io sono colui che è distaccato dal "mio", dalla moglie, dai figli, dalla proprietà e dalle ricchezze

                E) Io sono colui che è distaccato dal “mio”, dalla moglie, dai figli, dalla proprietà e dalle ricchezze

                Così, con la discriminazione basata sull’anubhava è chiaro ed evidente che né il corpo né i sensi né la mente né l’intelletto né il prāṇa sono il nostro Sé. Ora, seguendo il processo di discriminazione, si giunge a quest’altra verità assiomatica: gli oggetti, come i figli ecc., che sono responsabili dell’egoismo, non sono affatto in relazione con il nostro svarūpa. Perché solo in coloro che sono fortemente identificati agli anātman, come corpo e sensi, c’è una forte identificazione con oggetti come moglie, figli, casa, denaro, ricchezze. Alcuni arrivano persino a identificarsi con le loro proprietà. Di conseguenza essi pensano che se moglie e figli sono felici o infelici, anche loro si sentono felici o infelici; si ritengono contenti d’aumentare le loro proprietà e si disperano se le perdono. Invece, con il potere della discriminazione, coloro che hanno ricevuto questo insegnamento spirituale riescono a riconoscere che tali identificazioni sono errate e che in realtà nessuno di quegli oggetti è la loro vera natura: e allora se ne distaccano. È vero che questi attaccamenti sembrano molto intimamente collegati a noi; ma non appare la stessa cosa anche nel sogno? Sebbene la moglie e i figli che abbiamo nel sogno sembrino nostri, quando ci svegliamo capiamo che non hanno alcuna relazione con noi. Così, anche la relazione che pare esistere nella veglia è una mera apparenza, non è affatto reale. Dunque, dobbiamo decidere e concludere in questo modo.

                F) Io sono il Sākṣin, l’eterno pratygātman (intimo Sé)

                Ora si pone un’altra questione. Se questa manifestazione dell’“Io” che utilizziamo nelle nostre azioni quotidiane non è né il corpo, né i sensi, né la mente, né l’ahaṃkāra che appare come “io”, allora a parte tutte queste cose, qual è la nostra natura essenziale? E come possiamo provarne l’esistenza? Quelli che si pongono questa domanda hanno una inclinazione e un’attrazione per gli anātman esterni, giacché il corpo e gli altri componenti individuali sono tutti oggetti, ossia cose conoscibili. La natura essenziale dell’essere cosciente è però distinta e separata da questi, come è già stato dimostrato. Stando così le cose, affermando semplicemente che: «Nessuno degli oggetti conosciuti come corpo ecc, è me stesso», come si può stabilire che l’“Io” conoscente non esiste?

                Obiezione: Anche se accettiamo che né il corpo né i sensi abbiano coscienza o conoscenza, noi tutti dobbiamo per forza ammettere che nel nostro antaḥkāraṇa esiste coscienza; perché se non usassimo l’antaḥkāraṇa non potremmo raggiungere alcuna conoscenza degli oggetti esterni, delle emozioni e delle intellezioni. Allora, se eliminiamo ahaṃkāra come sostrato cosciente della conoscenza e diciamo che tuttavia esiste un’altra natura più essenziale dell’essere, con cosa potremmo provarne l’esistenza? Inoltre, in che modo possiamo provare che in quell’entità più essenziale esista una coscienza-conoscente? La tua affermazione che questo ahaṃkāra individuale non esiste in sonno profondo è vera; ma in quello stato noi non abbiamo alcuna conoscenza-coscienza. Perciò in base all’esperienza del sonno profondo possiamo concludere che al di là dell’antaḥkāraṇa non esiste nulla.

                Risposta del Vedāntin: È vero che sembra esserci coscienza nel nostro antaḥkāraṇa. Ma noi tuttavia possiamo conoscere il nostro antaḥkāraṇa, lo osserviamo nella nostra esperienza intuitiva (anubhava). Perciò anche antaḥkāraṇa diventa oggetto. Ciò significa che la nostra natura essenziale è separata da esso. [Prima ti sei detto disposto ad ammettere che né il corpo né i sensi abbiano coscienza o conoscenza] perché antaḥkāraṇa, vale a dire la nozione dell’“io”, conosce le cose esterne e gli altri oggetti. Da ciò hai dedotto che solo in antaḥkāraṇa esiste coscienza. Dato che i sensi conoscono gli oggetti esterni, perché allora non dovresti sostenere che anche negli indriya ecc. esiste coscienza? Invece correttamente hai ammesso che: a) i sensi sono oggettivati da antaḥkāraṇa; b) le funzioni di questi sensi quando conoscono e quando non conoscono, dipendono da antaḥkāraṇa a cui sono collegati, perciò la coscienza che esiste in loro pare essere l’antaḥkāraṇa. Perciò, similmente, devi ammettere che la nostra natura di puro Essere conosce come oggetti le funzioni dell’antaḥkāraṇa sia quando conosce, durante la veglia e il sogno, sia quando non conosce, come nel sonno profondo. Perciò per la nostra vera natura anche antaḥkāraṇa è un oggetto. Ciò significa che il nostro svarūpa deve essere necessariamente separato e diverso da antaḥkāraṇa, poiché anche la coscienza-conoscenza che attribuiamo ad antaḥkāraṇa, dipende dallo svarūpa. O meglio, la Coscienza-conoscenza appartiene proprio al nostro puro Essere. Allora si trae da questo ragionamento intuitivo che la pura Coscienza (śuddha caitanya) è il nostro stesso svarūpa.
                Il nostro svarūpa caitanya è il Sākṣin, la Coscienza-Testimone. Ciò significa che è capace di conoscere l’intera serie di non-Sé, direttamente, intuitivamente, vale a dire che non ha bisogno di alcun mezzo che faccia da intermediario. La mente1, i sensi ecc. non conoscono i loro rispettivi oggetti direttamente, intuitivamente. Solo se hanno un certo aiuto esterno sono capaci di conoscere. Per esempio: se la mente deve conoscere un bel quadro o uno scenario ha bisogno del senso della vista; e quest’ultimo senso deve appoggiarsi all’organo corrispondente, gli occhi; gli occhi hanno bisogno anche dell’aiuto della luce. Così tutti gli altri soggetti conoscenti (jñātā viṣaya) possono conoscere mantenendo una distanza o separazione dai loro oggetti (vastu). Ma questo nostro svarūpa non conosce né intuisce affatto l’antaḥkāraṇa e il resto degli anātman in questo modo; egli illumina direttamente e intuitivamente qualsiasi oggetto che gli si ponga davanti, senza nessun vyavadhāna o intervallo, come pure senza aver bisogno di alcuno strumento (kāraṇa) o mezzo di conoscenza (pramāṇa).
                Per questa ragione è nitya o eterno, perenne. Nitya significa privo di limitazioni o restrizioni temporali: il tempo è soltanto una costruzione mentale che appare al nostro intelletto durante la veglia. Poiché tutti gli oggetti che ci appaiono in veglia devono per forza invariabilmente apparire nel tempo, dobbiamo considerarli oggetti non reali in quanto condizionati dal tempo. Ma il nostro svarūpa, che illumina per mezzo della coscienza l’intera totalità di anātman limitati dal tempo, non è toccato o contaminato dal tempo che non lo può limitare né condizionare. Perciò caitanya non è sottoposto ad alcun cambiamento come lo sono gli oggetti condizionati dal tempo. Per questa ragione caitanya è anche chiamato kūṭastha, immobile. Kuṭa significa una sostanza di grande mole come una montagna. Come la montagna non si muove né vacilla anche quando è colpita da una forte tempesta, così caitanya, che è il nostro svarūpa, non subisce alcun cambiamento o mutazione nella sua essenza.Nel linguaggio comune la parola nitya, ha un altro significato, perciò si deve prestare attenzione al contesto: qualsiasi cosa sia sottoposta a continui cambiamenti, ma che perdura nel tempo, è anch’essa inappropriatamente chiamata nitya 2 Per esempio, non è forse vero che crediamo che questa nostra terra esista da lunghissimo tempo? Ma, secondo i geologi, la terra non è rimasta tale com’era mille anni fa senza subire alcun cambiamento; e fra cent’anni non sarà come adesso. Ciò nonostante è chiamata nitya o permanente nel linguaggio ordinario. Secondo il punto di vista delle scienze empiriche o fisiche, la “materia” o sostanza (dravya) non è mai distrutta. Può subire cambiamenti, mutazioni, trasformazioni ecc., ma la sua sostanza composta di particelle infinitesimali non diventa mai non-esistenza. Secondo questa teoria anche se noi sostenessimo o credessimo che la nostra terra possa essere completamente distrutta, la sua materia o sostanza dovrebbe comunque esistere in un’altra forma impercettibile. Ciò vuol dire che questa terra nella sua materia “elementare” è una entità perennemente mutevole. Questi tipi di entità, come per esempio i cinque elementi, sono chiamati parināmi nitya, perennemente in trasformazione. Ma quando affermiamo che caitanya è il nostro svarūpa, non intendiamo appellarci a questo uso ordinario del termine nitya, perché la Coscienza-conoscenza non esiste nel tempo né è sottoposta al parināma, cioè a qualsiasi trasformazione o mutazione. Caitanya è immutabile (nirvikāra), ossia è kūṭastha nitya vastu, vale a dire che non è cosa che faccia parte del dominio di un qualsiasi cambiamento. Oltre a ciò questo caitanya riguarda l’Ātman (pratyagātman) ossia lo svarūpa che sta nel nostro intimo.

                Come abbiamo già detto sopra, talvolta pensiamo d’essere il corpo, talaltra pensiamo d’essere i sensi. Ma l’esistenza del corpo è sempre associata con la conoscenza dei sensi, quindi possiamo pensare e immaginare che i sensi siano un’essenza più interna rispetto al nostro corpo, intendendo che fra i due, i sensi siano la nostra vera essenza o svarūpa. Allo stesso modo possiamo continuare questa discriminazione e man mano, sul filo del medesimo ragionamento, concludere che il prāṇa, manas, buddhi e ahaṃkāra siano il nostro svarūpa più interno. Ciò avviene in quanto arriviamo a intuire che, lasciando progressivamente la componente più esteriore per considerare quella più interna, quest’ultima apparirà dotata d’una esistenza superiore alla precedente. Inoltre, comprendiamo anche che l’esistenza dell’ultima componente si appoggia sulla precedente. Perciò anche dopo essere arrivati ad ahaṃkāra è evidente che non abbiamo raggiunto il nostro Ātman, cioè il nostro reale e assoluto svarūpa. Come s’è detto, questo avviene perché il Sākṣin ha illuminato con il suo caitanya tutti i costituenti del nostro aggregato, da ahaṃkāra fino al corpo. Ha prestato la sua esistenza anche al più sottile tra questi, cioè ahaṃkāra, perciò questo stesso Sākṣin caitanya è la nostra essenza più intima, l’Ātman. Dal punto di vista metafisico, soltanto quel Sākṣin caitanya dovrebbe essere chiamato “Io”. In verità la luce divina del Sākṣin caitanya è diffusa in tutti quei costituenti, dall’ego (ahaṃkāra), all’intelletto (buddhi), alla mente (manas), al corpo (śarīra), e solo per questa ragione, nei nostri pensieri ordinari, tutti questi possono essere considerati come se fossero l’“Io”. Ma se osserviamo intuitivamente questi ahaṃkāra, buddhi e manas ecc., essi non sono affatto il nostro Ātman reale. Sono considerati come il nostro Ātman a causa della conoscenza erronea (mithyā). Perciò Sākṣin caitanya, che è all’ interno di queste cose manifestate, e che, in realtà, è l’Ātman di tutte quelle, è lui stesso il nostro Paramātman.

                1. Cioè mente, intelletto; queste parole oltre a essere interpretate come antaḥkāraṇa vṛtti, sono anche usate per rappresentare l’intero antaḥkāraṇa. Cioè, al fine di semplificare, in questo trattato abbiamo usato la parola manas per significare l’intero antaḥkāraṇa [N.d.T.].[↩]
                2. In simili casi, al fine di evitare ogni possibile equivoco, il Vedānta preferisce precisare che si tratta di pravaha nitya, perennità, perpetuità, e non di eternità in senso metafisico [N.d.T.].  [↩]

                3. C) Io non sono la buddhi o intelletto

                  C) Io non sono la buddhi o intelletto

                  Oltre ad ahaṃkāra e manas, antaḥkāraṇa ha una terza forma che è la buddhi, l’intelletto. Quando i sensi riportano la conoscenza degli oggetti esterni, essa è la funzione della mente che li conosce uno a uno; quando queste conoscenze individuali sono congiunte dalla mente e quest’ultima le presenta all’intelletto, esso le determina in questo modo: «Questa è una tal cosa». Allora ahaṃkāra, l’ego, o la nozione dell’“io”, che dir si voglia, si sente orgogliosa e pensa: «Ho raggiunto questa conoscenza; la conosco così e così». Allora, come conseguenza della conoscenza degli oggetti esterni, si prova sia felicità (sukha) sia dolore (duḥkha). Antaḥkāraṇa è lo strumento unico che genera questi sukha e duḥkha, per fruirne, sperimentarli e conoscerli distintamente. In ogni modo, giacché anche l’intelletto è, come l’ego, semplicemente uno strumento di cognizione, ed è da noi conosciuto, si conclude che anche l’intelletto è distinto dalla nostra vera natura (svarūpa). Le modificazioni che avvengono in antaḥkāraṇa nelle sue forme di manas, buddhi1 e ahaṃkāra, come anche i susseguenti cambiamenti, felicità (sukha) e dolore (duḥkha), desiderio (kāma), ira (krodha), paura (bhaya), vergogna (lajjā) ecc., sono chiamate vṛtti o costruzioni mentali. La mente, l’intelletto e l’ego ecc. sono vṛtti rivolte all’azione cognitiva, mentre la felicità, il dolore ecc. sono vṛtti chiamate vedana (sensazioni, sentimenti), prodotte dall’esperienza (anubhava) degli oggetti esterni. Poiché tutte queste vṛtti avvengono nel solo antaḥkāraṇa e poiché questo antaḥkāraṇa è semplicemente uno strumento, sādhana2, è evidente che il mio vero “Io”, che usa questo strumento, è distinto da questo antaḥkāraṇa e dalle sue vṛtti; nessuna di queste è in verità la mia vera natura (svarūpa). Così dovrebbe pensare un viveki.

                  D) Io non sono i prāṇa

                  Alcuni in questo mondo hanno pensato che: «Noi non siamo né il corpo né i sensi né la mente né l’intelletto né l’ego. Siamo solamente chi utilizza tutti questi a nostro vantaggio e beneficio. Per esempio: quando voglio, io alzo il mio braccio, se ne ho abbastanza, lo abbasso; se voglio un oggetto, lo afferro, se non lo voglio lo respingo; se mi piace un argomento, mi concentro e penso a quello; se non m’interessa lo trascuro e lo dimentico; nel sonno profondo io dissolvo l’ahaṃkāra, cioè l’ego, e la mente. Oppure, senza permetter loro di vagare qua e là, li fermo in un punto. Così quella entità al cui comando il corpo e i sensi obbediscono, è essa stessa quell’“Io”».
                  Questa opinione non è corretta, perché il potere che fa in modo che il corpo e le facoltà d’azione (karmendriya) funzionino è chiamato prāṇa. Il sostrato di quel prāṇa è il mio Sé, vale a dire l’“io”. Proprio come l’ahaṃkāra il manas e la buddhi menzionati prima sono in relazione con i jñānendriya, così sono anche in relazione con il prāṇa. Pensando: «Io conosco questo oggetto» noi indichiamo chiaramente che l’“io” è ahaṃkāra, l’aspetto cognitivo è manas e la decisione della conoscenza cognitiva è fatta dalla buddhi; allo stesso modo possiamo determinare l’aspetto motorio del prāṇa in tutte le azioni del corpo e dei karmendriya. Vale a dire che quando noi diciamo: «Io compio questa o quell’azione», l’aspetto che assume il ruolo di agente dell’azione (kartṛbhava) è ahaṃkāra; lo strumento o mezzo che concepisce l’azione è manas, e quello che prende la responsabilità della decisione di compiere l’azione è buddhi. In questo modo il prāṇa inizia a funzionare solo dopo una definitiva decisione a compiere una determinata azione. Il fatto che ahaṃkāra ecc. siano anātman è stato già chiarito prima. Perciò anche prāṇa, che funziona con supporto di quegli anātman è necessariamente solo anātman e non il mio Sé reale, e questa verità, ora, si impone da sola. Oltre al prāṇa che entra in funzione nella veglia a nostra volontà, il prāṇa agisce anche autonomamente. Per esempio, il respiro, il battito cardiaco, la circolazione del sangue, la produzione dei vari succhi come la bile, che sono secreti da diverse ghiandole e organi, l’escrezione dal corpo dell’urina e delle feci ecc., tutte queste funzioni involontarie sono compiute senza alcun intervento della nostra volontà. Poiché questa prāṇaśakti, forza vitale, agisce in vario modo nel nostro corpo, alcuni testi scritturali dicono che questo prāṇa ha cinque vṛtti, o modificazioni, cioè prāṇa, apāna, samāna, vyaṇa e udāna 3. Queste prāṇavṛtti, sono convenzionalmente chiamate prāṇabheda, o modalità differenziate della forza vitale. Se vogliamo, possiamo immaginare che nello stato di veglia, in cui noi tutti abbiamo una relazione o associazione con il corpo, i sensi ecc., ne abbiamo anche una con il prāṇa: ma nello stato di sonno profondo, in cui non si ha alcuna relazione con nessuna altra cosa se non con il proprio Essere, è evidente che non se ne ha nemmeno con alcuna funzione prāṇica. Quando siamo svegli possiamo osservare altri che dormono e da questo deduciamo che durante il nostro sonno profondo, senza essere coscienti, molte funzioni continuino ad agire. Ma questo è quanto immaginiamo durante la veglia, perché del nostro sonno profondo non abbiamo alcuna esperienza in questo senso. Infatti, nel sonno profondo, che noi sperimentiamo intuitivamente e direttamente, non abbiamo alcuna prova che i prāṇa siano in funzione, oppure no.
                  Allo scopo di determinare l’ultima Realtà, l’esperienza intuitiva, anubhava, è uno strumento più forte dell’immaginazione o della deduzione. Perciò la corretta interpretazione da assumere deve essere: «Il nostro svarūpa non ha alcuna relazione con il prāṇa né con l’antaḥkāraṇa che è il suo sostrato, per le seguenti ragioni: 1) le prāṇaśakti sono molteplici; 2) anche esse subiscono mutamenti; 3) sono conosciute da noi come oggetti; 4) nel sonno profondo sono completamente assenti». Si stabilisce così definitivamente e senza equivoco che anche i prāṇa sono di natura grossolana 4 , diversi dalla nostra vera natura (svarūpa); e, di conseguenza se ne trae che solo la nostra vera natura è cosciente. Il nostro svarūpa è diverso e separato da loro, perciò è capace di conoscerli.

                  1. Tuttavia le modificazioni della mente non sono le medesime di quelle dell’intelletto. Infatti manas, in base al suo grado d’intuizione, elabora i pensieri relativi alle informazioni sensoriali sugli oggetti esterni, percependoli come gradevoli o sgradevoli, giudicandoli secondo le categorie dell’istintiva attrazione (rāga) o repulsione (dveṣa) che prova per essi. Invece la buddhi elabora le sue discriminazioni soppesando se gli oggetti esterni possano essere a lei utili o inutili, benefici o nocivi. Per esempio, il manas può provare antipatia istintiva per una persona o per una situazione, ma la buddhi saprà controllare l’istintività della mente qualora decidesse che ciò potrebbe risultarle conveniente, vincendo così quell’avversione. Questo dimostra che l’intelletto si comporta da controllore della mente, agendo nei suoi confronti come fosse apparentemente il suo Sé [N.d.T.].[↩]
                  2. Qui sinonimo di kāraṇa. Generalmente con sādhana s’intende il metodo o una specifica tecnica iniziatica, detta anche prakriyā. Da non confondere con sādhanā al femminile, che è la via o percorso iniziatico [N.d.T.].[↩]
                  3. 1)-Prāṇa: l’inspirazione, considerata come una insufflazione attraverso le narici, dapprima in direzione ascendente fino alla base del cervello (mastiṣka), poi discendente fino al cuore e polmoni, dove deposita gli elementi sottili assorbiti dall’ambiente esterno, provenienti sia da jīva ghana, sia dalle eiezioni sottili emesse per espirazione dalla collettività degli esseri viventi. 2)-Apāna: l’aspirazione che scende dai polmoni fino alla base della colonna vertebrale, convogliando e diffondendo in tutte le arterie sottili (nāḍī) presenti nel corpo gli elementi assunti dall’esterno. Apāna deposita gli elementi utili che saranno assimilati nella fase successiva, all’altezza dell’ombelico, ossia nella regione del corpo dedicata alla funzione di assimilazione, mentre fa cadere verso il basso gli elementi inutili o i rifiuti dell’assimilazione per essere espulsi. Questo soffio è anche preposto ad attuare altre funzioni d’espulsione, come l’eiezione del feto o di corpi estranei dalle ferite. 3)-Samāna conclude la fase dell’ingestione di aria. Per questa ragione è considerato una pausa nel duplice processo della respirazione e, allo stesso tempo, esso coincide con il trattenimento del soffio nella regione inferiore del plesso solare. Samāna è la funzione assimilatrice e discriminatrice di ciò che è stato ingerito con la respirazione. 4)-Vyāna diffonde il soffio in tutto il corpo. Generalmente messo in relazione con il sistema circolatorio del sangue per la sua capillare diffusione in tutto il corpo, è il prāṇa che colloca all’interno degli organi corporei gli elementi assimilati, rendendoli partecipi dell’organismo vivente. È perciò tra i pañcaprāṇa quello che anima e fa muovere i corpo. Allo stesso tempo sostituisce con gli elementi recenti quelli già sfruttati, abbandonandoli ad apāna per essere secreti. 5)-Udāna, l’espirazione, ovvero la seconda fase della respirazione. Tramite l’aria emessa con udāna il corpo si libera anche delle componenti sottili: per esempio, se i rifiuti costituiti dagli elementi terra, acqua e fuoco, sono eliminati dagli organi di escrezione e dalla pelle (il sudore), i rifiuti o i componenti esausti dell’aria e dell’etere sono restituiti all’ambiente circostante proprio tramite l’espirazione. Similmente si disperdono anche gli scarti delle componenti sottili, sia prāṇiche sia concettuali, e in questo modo si restituisce a Hiraṇyagarbha quanto assimilato da lui tramite l’inspirazione. Poiché Hiraṇyagarbha deve essere considerato l’anima prāṇica generale del mondo in cui viviamo, le nostre componenti sottili così espirate si vanno a mescolare con quelle emesse da tutti gli altri esseri, viventi o già defunti, dando così forma a quella che si chiama “la mentalità” del tempo. Infatti con udāna avviene anche l’esalazione dell’ultimo respiro, che determina l’uscita del jīva accompagnato da tutte le componenti sottili e la conseguente morte del corpo (dehānta). [N. d. T.].[↩]
                  4. Anche in questo caso “grossolano” non significa composto dai cinque elementi, poiché i prāṇa sono di natura sottile; ma paragonati all’“Io”, appaiono più pesanti, sthūla [N.d.T.]. [↩]