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Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

1. Commento a Bhagavad Gītā V. 15-16

a cura di Carlo Rocchi

Non assume l’errore di alcuno e neanche il buono operato [di altri] Quegli che tutto pervade. La conoscenza è avviluppata dall’ignoranza: per questo i mortali sono smarriti. Invece, per coloro, la cui ignoranza è distrutta dalla conoscenza dell’Ātman, per costoro, simile al sole la conoscenza rivela Quello, il Supremo” (BhG 15-16).

Īśvara non crea né kartā né karma né karma phala. Noi li riscontriamo, ossia sono materia di nostra esperienza; tuttavia, come accade in sogno, questi tre non sono realmente esistenti: ciò che sperimentiamo lì non è realmente esistente né è veramente accaduto. Essi appaiono soltanto, sono un pensiero, ma non esistono. “Io sono un individuo”: questo è solo un tuo pensiero Essere un individuo è solo un pensiero e non la propria vera natura.

Qualsiasi pensiero io abbia, penso che esista realmente; ora, qui si dice che esso non esiste, non ha un’esistenza attuale, è solo un pensiero. Similmente, tu vedi il serpente, ma esso non esiste, ciò che esiste è solo la corda. Tuttavia, durante il pensiero, tu pensi che il serpente ci sia perché sei nel pensiero, ti identifichi in esso. Dal momento che sei nel pensiero, vedi solo il pensiero e non la realtà; vedi, cioè, ciò con cui ti identifichi. Ti identifichi con il pensiero e perciò vedi solo il pensiero e non la realtà, e per di più lo vedi come reale, come esistente, anzi come l’unica realtà presente, attuale. Il pensiero del serpente non è l’esistenza del serpente: il suo pensiero è soltanto la mia percezione.

Così è nel sogno. “Io sono un individuo” è ciò che penso: dal momento che mi identifico con questo pensiero sento di essere un agente di molte azioni ed esperienze, di essere sottoposto a cambiamenti, movimenti e relazioni. Questa è la nostra esperienza. La nostra esperienza non è la realtà, ma solo un pensiero. Noi sovrapponiamo e vediamo, confondiamo e vediamo. Lo stesso senso dell’io è un errore, è un pensiero consistente in una comprensione erronea della mia reale esistenza. La realtà o esistenza non è kartā, ma la percezione è kartā: io percepisco me stesso come un agente, ma non esisto come un kartā. Percepisco me stesso come soggetto di azione, di movimento, di cambiamento o relazione, tuttavia non esisto in quanto tale. Io sono solo ciò che sono; non sono, non esisto in quel modo, ma solo mi percepisco come se lo fossi; dunque, è solo un errore, un’illusione, un pensiero senza oggetto e non realtà. La tripuṭi non è la mia vera natura, è ciò che percepisco; sono solo pensieri, percezioni erronee di me stesso. Esistono, per così dire, o appaiono, solo nell’erronea percezione che ho di me stesso, mentre in realtà non ci sono perché Io non sono così e così, sono eternamente libero e akartā. Ciò che troviamo in veglia decade, non esiste in sogno; viceversa, ciò che riscontriamo in sogno non esiste in veglia, non passa alla veglia. Veglia e sogno sono entrambi assenti in sonno profondo, lì non ci sono affatto. In sonno profondo non sono l’agente di veglia, né tantomeno sono le azioni della veglia e neppure ne sperimento gli effetti; nessuno di essi esiste per me, perché ne sono libero. Sono solo percezioni, la loro natura è avidyā: le prendiamo per errore, le vediamo per errore, sono adhyāsa. L’intero sogno è una percezione erronea di me stesso, che sono del tutto diverso da quello. Lo stesso vale per la veglia. Ciò vuol dire che l’intero pramāṇa-prameya-vyavahāra è una percezione erronea di me stesso, e lo stesso vale anche per l’idea di essere soggetto ai tre stati e ai loro passaggi.

Fino a quando si è un individuo c’è un Īśvara, c’è un jagat, ci sono l’interazione con esso, puṇya e papa e il resto: ciò che è presente dal punto di vista empirico non c’è dal punto di vista assoluto o della Realtà. Si trascende l’individualità perché non si è più identificati con corpo, sensi e mente, come ci si ritrova in sonno profondo. È il punto di vista della veglia che fa vedere e credere che si è un individuo. Il presupposto di questo punto di vista è adhyāsa. Lo stesso punto di vista della veglia è imposto su di me, immaginato, kalpitam.

Quando guardo a me stesso senza la prospettiva della veglia (prospettiva, questa, meramente esterna, aliena e non corrispondente alla propria reale natura, perciò erronea e dovuta ad adhyāsa), mi scopro per come sono davvero. In quanto individuo di veglia, guardo a me stesso secondo una certa condizione; è uno stato condizionato, e in uno stato condizionato io guardo a me stesso tramite il corpo, i sensi e la mente. Ma Io esisto indipendentemente dagli stati condizionati di veglia e sogno, la mia esistenza non è limitata ad essi né si interrompe con essi. Gli stati sono soltanto erroneamente sovrapposti a me, cioè alla pura Esistenza. Io esisto sempre come la medesima Coscienza-Testimone in veglia, sogno e sonno profondo, ossia anche con la scomparsa degli stati presi nella loro interezza1. Questa esistenza indipendente di me stesso, come non-individuo e irrelato2, è libera dagli stati, è libera dalla prospettiva limitata ed esterna propria della veglia e del sogno. Entrambi sono solo percezioni di me stesso e non l’Io reale, non sono realmente Io. In realtà Io non sono un individuo, non sono in relazione a qualcos’altro, perché non c’è nulla che sia altro da me, non c’è alcun secondo. In questa assoluta Esistenza, Io sono solo pura Coscienza e non sono un individuo, non c’è relazione o dualità di soggetto e oggetto. Puṇya e papa, ecc., vengono in evidenza solo in uno stato di relazione, quando io sono in relazione con qualcos’altro. Quando cesso di essere un individuo limitato, non vedo il mondo come altro da me; così è in sonno profondo, dove non si riscontra né jīva, né jagat, né Īśvara. Nessuno di essi esiste, tutti e tre “divengono” uno con me stesso in quanto non-individuo. In sonno profondo Io sono pura, totale Esistenza indivisa. Solo l’individuo è in relazione agli altri, al mondo, a Īśvara. Tutti questi appaiono simultaneamente soltanto dalla vyavahāra dṛṣṭi: ossia, è solo prendendo me stesso per un individuo che gli altri, il mondo, Īśvara e la relazione con essi, appaiono. Quando invece li trascendo, come avviene in sonno profondo, questi non esistono per me3; io sei libero da essi. Una volta che sono libero dall’individualità, non ho più gli altri jīva, non ho più il mondo e neppure Īśvara come separati da me.

La coscienza identificata con un corpo dato è jīva, mentre la stessa che guarda allo stato come intero è ĪśvaraJīva, jagat e Īśvara formano un insieme, costituiscono uno stato. Continuando a considerarti come un individuo, continui ad essere parte dello stato, continui ad essere limitato; come si trascende ciò? Cambiando la tua visione, abbandonando l’idea di essere un individuo. Non c’è altra via d’uscita. “E’ questa la mia vera natura? Sono Io un individuo, legato al mondo e alle sue leggi?” Lo śāstra dice “no”: la tua vera natura è priva di individualità e anche degli stati: non essendo un individuo, ogni relazione è rimossa. Rivolgi la mente nell’intimo, a te stesso. Vedere se stessi come un individuo è solo un modo di guardare. Sia il modo mondano (laukika) sia quello dhārmika (o śāstrika), sono modi empirici di guardare e presuppongono l’adhyāsa, la falsa percezione di Sé come individui davanti a un mondo-oggetto. Si rimane nelle maglie di questa comprensione erronea e si guarda a se stessi come individui in relazione a un mondo. Tutto dipende dal tuo modo di guardare: il punto di vista che ti fa guardare a te stesso come un individuo è un errore, è falsa conoscenza e non mi aiuta a trascendere l’individualità. Ma esiste un altro modo di porsi, di osservare, che è quello vedāntico, non quello dhārmika, il quale è pur sempre legato all’azione. È il jñāna kāṇḍa, che è un modo di porsi completamente diverso: ti guida a vedere te stesso non tramite il corpo, la mente o i sensi, ma per come sei. Ciò significa che, per prima cosa, devi imparare a guardare a te stesso considerando l’intero stato, come la Coscienza che guarda l’intero stato di veglia. La stessa Coscienza osserva anche l’interezza dello stato di sogno; gli stati oscillano, si rimuovono e contraddicono mutuamente, si rimpiazzano, lasciando Te (Coscienza) completamente irrelato da essi, come le false immagini del serpente, della ghirlanda, del bastone etc., si escludono l’un l’altra ma non interessano la corda. Il Testimone non è una parte, non è una funzione nello stato: esso serve a mostrare che Tu non sei un individuo, e perciò ad abbandonare l’individualità. Come? Ponendoti dalla corretta visuale, alla quale il Vedānta ti conduce facendoti prendere consapevolezza dello stato nella sua interezza e della Coscienza auto-luminosa a cui appare. Ti insegna a includere l’individualità e tutte le sue componenti nello stato e poi ad osservarlo come un intero; così non sei più un individuo, cioè parte dello stato, sei la Coscienza che vede lo stato come un tutt’uno, e che dunque non ne è partecipe né coinvolta. Così si cessa di essere individui, si discrimina da Sé tempo, spazio, causa-effetto, soggetto-oggetto, e si rimane come pura Coscienza senza secondo o relazioni. Questo modo di guardare se stessi è chiamato avasthātraya prakriyā. Questo punto di vista è il contenuto dell’upadeśa vedantico. Quando si assume questa prospettiva del Sākṣin, e si guarda agli stati, si realizza come essi si rimuovano, si cancellino vicendevolmente e simultaneamente4 perché non esistono contemporaneamente e obbiettivamente in un medesimo spazio o nella medesima serie temporale. Spazio e tempo sono nello stato, non tra gli stati. Essi sono solo false parvenze sovrapposte al Sé. Perciò, assumendo la prospettiva del Sākṣin e guardando gli stati, si realizza che gli stati non esistono affatto separatamente o come altro dal Sākṣin, non hanno alcuna esistenza indipendente da me in quanto Testimone cosciente. Quindi Tu rimani libero dalle avasthā, libero dall’individualità. Così si è completamente al di là di puṇya e papakarma etc., perché la relazione causa-effetto non riguarda l’Ātman. La differenza con gli atei è che costoro, pur accettando l’individualità, il tempo, lo spazio, il mondo, rifiutano la distinzione di bene e male; tutt’altra prospettiva è quella vedāntica: quando non si è più un individuo, non esiste più alcuno stato, si rimane come assoluta Esistenza e Coscienza. Da quella prospettiva non c’è nient’altro, né kartā né bhokta, né bene né male.

Il vedāntin perciò non rifiuta, al loro livello, che è quello di avidyā, le distinzioni empiriche di bene e male, rinascita, Īśvara, etc.; al livello empirico si hanno i criteri per stabilire la validità di tali distinzioni. Tuttavia, l’intero dominio, al di là di ogni distinzione interna, non esiste nella propria reale natura. In quanto individui, le rinascite, le azioni, i mondi, tutto ciò è inevitabile. Ma se si rimuove l’individualità, allora si è liberi dall’intero dispiegamento mondano. E, si badi bene, il prendersi per un individuo esistente in un mondo eterno, etc., dipende solamente da un errore, da una comprensione erronea di se stessi, dall’aver assunto su se stessi un punto di vista basato sull’errore; cioè è mera bhrānti, mero adhyāsa, mera avidyā. È solo una nozione errata. Proprio questo punto di vista erroneo su di Sé è l’adhyāsa, a causa della quale appari a te stesso come fossi un individuo coinvolto nelle relazioni mondane. Il Vedānta ti guida a riconoscere che lo stesso guardare a se stessi come se si fosse degli individui è soltanto una visuale errata: non stai guardando a te stesso nella tua natura reale, dal punto di vista corretto, o non fondato sull’adhyāsa. Non ti vedi per come sei. Il vedersi come individui è invariabilmente parte dell’errore, non è una realtà. L’individualità è tramite il corpo, i sensi e la mente, ma corpo, sensi e mente sono a loro volta parte del mondo, parte dello stato soltanto. Guarda invece allo stato come un tutt’uno; così facendo, tu sei il Testimone, il quale non è un individuo. Kartākarma e karma phala, vale a dire essere un individuo, sottostare ai cambiamenti e raggiungere nuove esperienze, tutto ciò non esiste nella tua propria vera natura, o dal punto di vista reale, assoluto. Tu sei eternamente libero. Perciò il Vedānta rivolge l’attenzione dalla visuale errata alla visione corretta della propria innata Realtà, dove ci si scopre o ritrova come eternamente liberi.

Perché allora tutto ciò appare? Tutto questo è dovuto a una comprensione erronea; cioè, che si sia sottoposti a nascita, crescita, decadimento, morte, che si attraversino tre stati di Coscienza e che ci sia creazione, mantenimento e dissoluzione del mondo, non è un fatto, è soltanto un’innata illusione della mente umana che può essere falsificata e corretta unicamente con il sorgere dell’illuminazione vedāntica; questo è il primigenio Vedānta di Śaṃkara. Tutto ciò è solo un’errata percezione, falsificata e corretta dalla conoscenza della Realtà; il saṃsāra non c’è. La correzione consiste solamente nel guardare nel modo corretto, nel riconoscersi per ciò che si è e non per come ci si percepisce erroneamente tramite avidyā; allora si è già liberi. La questione è dunque correggere questa percezione errata, osservando come gli stati sopraggiungano e si dileguino in Te, ossia: essi si contraddicono e rimuovono vicendevolmente, mentre Tu permani del tutto immutato, Tu come Coscienza-Testimone. Il mondo non esiste separatamente da te, come altro da te. Perciò, esiste un modo di osservare se stessi, che è il modo corretto o privo d’errore, in quanto non è mai rimovibile o falsificabile e che consiste in ciò: nel mio Sé reale Io non sono un individuo; d’altra parte, lo stesso vedersi come individui è erroneo. Il secondo punto di vista, che è quello di avidyā, è rimosso completamente non appena il primo è assunto. Perciò il Vedānta non insegna l’individualità, guida piuttosto a superarla falsificando la visione in cui appare. Le persone pensano che in quanto individui si provi a comprendere il Vedānta; non è così: in quanto individuo non si può capire il Vedānta, trascendere l’individualità è comprendere il Vedānta. Guardare nel modo corretto è rimuovere l’individualità. Con la corretta comprensione, lo stesso punto di vista individuale è completamente rimosso. L’ininterrotta comprensione risplendente di se stessi in quanto Sākṣin, questo è jñāna. Invece, l’adhyāsa è l’apparente distorsione di questo splendore. Ma, in definitiva, la stessa distinzione di vidyā e avidyāavidyā e māyā e così via, è solo una concessione al punto di vista empirico e uno strumento adottato con il proposito dell’insegnamento della verità. Metafisicamente parlando, né avidyā né la māyā “venuta in essere” suo tramite, sono mai esistite come un’entità fianco a fianco al Brahman, né c’è alcuna necessità per vidyā di distruggere effettivamente una delle due o entrambe. La vera natura del Sé è pura Coscienza sempre libera anche dalla dinamica di vidyā e avidyā. L’intera dualità e la stessa sovrapposizione di Sé e non-sé è del tutto illusoria, una mera nozione erronea. La Coscienza auto-luminosa è il proprio stato naturale e la propria comprensione spontanea. La differenza è tra la tua percezione e la tua Realtà: la Realtà è auto-luminosa, la percezione è solo tramite il pensiero, è un pensiero (privo di realtà). Perciò abbandona la percezione e collocati dalla visuale della Tua natura auto-luminosa.


  1. Cioè, come comprendenti sia il soggetto empirico sia il mondo empirico che è oggetto dell’indagine conoscitiva del primo [N.d.C.].[]
  2. L’individuo, al contrario, è sempre in relazione: la nostra intera esperienza empirica, ossia il vyavahāra, può essere infatti ridotta al pensiero: “io conosco questo”. Ciò equivale a dire che il soggetto è sempre in relazione ad un oggetto e, inversamente, l’oggetto è costitutivamente in relazione ad un qualche soggetto; nessuno di essi può esistere o essere sperimentato indipendentemente dall’altro. Il soggetto non è tale per se stesso, ma rispetto all’oggetto, e viceversa. L’esempio tradizionale è quello delle due facce del foglio di carta: per quanto uno possa sperare di separare le due facce, ad ogni divisione le due facce si ripresenteranno inevitabilmente [N.d.C.].[]
  3. In effetti non esistono affatto, perché “per me” significa per l’avivekin, per l’ajñāni. Si potrebbe dire che esistono per gli altri della veglia; ma gli altri chi? Ogni questione di “altri” o “altro” da Sé non si pone affatto dal punto di vista del sonno profondo [N.d.C.].[]
  4. Cfr. MUGKŚBh. I. 7: “Si risponde: benché [i diversi stati di coscienza] siano non-distinti dalla natura propria del conoscitore (jña, la Coscienza testimone), dalla loro esclusione reciproca come avviene per le apparenze di serpente, rigagnolo d’acqua, etc. [sovrapposte] sulla corda, [si comprende che tali stati] hanno natura non-reale; viceversa, poiché la natura propria del conoscitore è immutabile in tutti gli stati, ne consegue che [essa solo] rappresenta la Realtà” [N.d.C.].[]