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Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

2. Commento a Bhagavad Gītā V. 15-16

a cura di Carlo Rocchi

Questi due Śloka parlano della verità ultima dell’intero Vedānta, la Realtà del Sé. Qui ogni parola nega la nostra ignoranza, la visione dell’uomo ordinario, dell’individuo comune. Non c’è kartṛtvaĀtman nella sua vera natura non è kartā, non fa nulla, non ha alcun cambiamento. Io sono libero dalla natura di agente. Com’è strano: la mia individualità sembra così naturale, così reale, così istintiva; nessuno, agendo, può modificare il fatto di essere un individuo. Si può, tutt’al più, sospendere provvisoriamente la propria esperienza tramite esercizi mentali o andando in sonno; tuttavia, non appena mi risveglio, riecco ancora una volta l’individualità. Perciò, che io sia un individuo mi appare come fosse un fatto e, in quanto individuo, agisco. Ma qui lo Śāstra mette in discussione questa presunta certezza: “sei veramente un individuo”? Nella visione delle Upaniṣad io non sono un individuo, l’individualità è solo un’errata percezione di sé stessi; sto guardando a me stesso da un’angolazione sbagliata, ma per come in realtà sono in me stesso, sono sempre libero dall’individualità, come in sonno profondo.

In sonno profondo non si è mai un individuo, si è liberi dall’identificazione con il corpo, con i sensi, con la mente e così via. Non ci sono cambiamenti andando in sonno profondo: il corpo rimane corpo, la mente rimane mente. Ogni cosa rimane ciò che è, ma non si è nulla di tutto ciò, si è liberi da questo. Si rimane del tutto liberi dal corpo e dalla relazione col corpo, dall’identificazione con esso: ciò vuol dire che non si sta guardando a se stessi tramite il corpo, i sensi e la mente. Non si riscontra se stessi come parte di un mondo, come qualcuno in mezzo a numerose altre cose: il mondo medesimo non esiste affatto lì. Si esiste, ma non come individuo, e il mondo non esiste per colui che non esiste come individuo. Negli stati di veglia e sogno, poiché io esisto come fossi un individuo, sono circondato da un mondo. Ma il sonno profondo è un’esperienza senza tempo, non si sviluppa gradualmente: lì non esistono né l’individualità di veglia, né il mondo di veglia, né lo stato. Allora, come può essere uno stato? Stato di cosa, della mente? La mente non esiste. Come si può ottenerlo gradualmente? Non si può, perché non c’è né tempo, né spazio e neppure esiste il movimento che consiste nell’andare e venire in sonno profondo, nessuno ne fa mai esperienza: il pensiero dell’andare e del venire dal sonno pertiene esclusivamente alla mente di veglia, ma il sonno profondo in se stesso è totalmente libero da ogni pensiero. È Coscienza, pura e assoluta Coscienza non duale. Perciò non si faccia del sonno profondo un oggetto dell’immaginazione: immaginarlo significa porsi preventivamente (e faziosamente) dal punto di vista della mente di veglia. Non lo si immagini, non lo si pensi, non c’è bisogno: infatti si è suṣupti, non si va in suṣupti. Quando si smette di identificarsi erroneamente con il corpo e il resto dell’aggregato individuale, tutto è rimosso, e anche lo stesso pensiero della rimozione è falsificato, perché in sonno non c’è alcun pensiero di rimuovere alcunché, non esiste affatto nient’altro: né esiste un mondo esterno, né esiste un ‘io’, né esistono la mente, i sensi, il corpo, non esiste alcuna nozione di ‘io’; esisto solo ‘Io’ [il Sé] come pura Coscienza indivisa. C’è solo pura Esistenza.

Che il sonno profondo sia lo stato di assenza della veglia o della rimozione della sovrapposizione, è solo un pensiero della veglia, e non la diretta esperienza di suṣupti. In suṣupti non si sperimenta, non c’è né la presenza né l’assenza della veglia, non c’è proprio nulla che sia dato in precedenza e, dunque, da dover negare. Il pensiero dell’assenza è imposto dalla mente di veglia e in correlazione alla veglia (comparazione che è del tutto inesistente dalla visuale di suṣupti), mentre commette adhyāsa e prende l’apparenza irreale come fosse reale per poi constatarne l’assenza in sonno profondo. Ma questo è solo una concessione al punto di vista empirico e non la natura paramārtha della Realtà. L’intera gamma delle relazioni empiriche, compresa la loro rimozione, è solo immaginata o proiettata sul Brahman, come sono immaginati sul cielo sia il colore blu sia la sua rimozione, il suo non esserlo. L’errore consiste nel considerare reale il punto di vista empirico, dipendente dalla mente individuale soggetta costitutivamente ad adhyāsa, e nell’incapacità di porsi dalla prospettiva metafisica dell’Ātman: vale a dire che si continua a considerare Ātman come altro da Sé e gli anātman per se stessi.

Quando mi sveglio (che ci si risvegli significa in verità che ci si pone dal punto di vista della veglia, cioè di adhyāsa) e guardo al sonno profondo, esso non mi è concepibile, non si rende disponibile alla mia concezione. Difatti, i sensi non lo possono afferrare, la mente non riesce a concepirlo e quindi lo immagina come un vuoto, un’assenza, ponendolo in comparazione alla veglia come presenza. Tuttavia, seppure inafferrabile, c’è un qualcosa che sperimentiamo e che chiamiamo sonno profondo: questo non lo si può negare. Suṣupti significa: “soltanto Io esisto, senza nessun’altra cosa”, ma questo “Io” non è un individuo, è il Sé, la pura Esistenza–Coscienza; e che gli altri non esistono significa che anche il mondo è me stesso, anche gli “altri” sono solo me stesso, qualsivoglia “secondo” esiste attualmente ed esclusivamente come me stesso. Perciò non possono diventare oggetti di pensiero, perché l’oggetto di conoscenza è altro dal conoscitore: qualsiasi cosa sia pensabile è pensabile solo in quanto oggetto, cioè come altro da Sé. In sonno profondo ogni cosa è solo Esistenza totale, e quell’Esistenza indivisa sono proprio Io. Così, non ci può essere alcuna divisione di pensante e pensato, soggetto e oggetto. È semplice: il pensiero è relazione, mentre lì, Io soltanto esisto, perciò non ho alcun pensiero. Ecco perché non c’è pensiero in sonno profondo: pensiero significa relazione; cioè un individuo che pensa qualcos’altro, la cui presenza fa da limite al conoscitore, ma in sonno profondo non esiste alcun altro da me, ci sono solo Io come Esistenza totale; perciò, non essendoci un secondo, non ci può essere pensiero alcuno. Ogni “altro” è incluso in “me”, oppure, visto che nel punto di vista empirico “io” e il “resto” si limitano ed escludono a vicenda, si può dire che “io” e il “resto” sono entrambi inclusi nella pura Esistenza, in quanto pura Esistenza, cioè non come sostanze in essa comprese. Ma quell’Esistenza è la mia vera natura, sono proprio Io, è la mia Realtà innata. Il sonno profondo è puro Soggetto senza oggetto, interamente e solamente Soggetto: tuttavia, bisogna capire nel modo corretto questo “senza” perché anche il pensiero di essere senza un oggetto, come si diceva in precedenza, è anch’esso solo ed esclusivamente un pensiero imposto dalla veglia: cioè è anch’esso solo un oggetto di pensiero. Che si sia incapaci di pensare significa che non c’è un oggetto. Perciò non c’è oggetto perché anch’esso è incluso nel Soggetto, e c’è solo pura Esistenza, totale e onnipervadente, senza divisioni o differenziazioni, Coscienza pura senza distinzioni od oggetti a limitarla. Tutto è incluso nel Soggetto, ma come pura Coscienza soltanto, non come qualcos’altro dall’Ātman; ossia non c’è alcun serpente attuale nella corda. Che sia Coscienza infinita e onnipervadente, infatti, significa proprio che non c’è alcun oggetto né interno, né esterno. Perciò è Soggetto senza un oggetto, è pura Soggettività o Coscienza o Intuizione Infatti, quando non c’è oggetto non lo si può chiamare neppure soggetto, se non per estensione; infatti, in via generale e appropriatamente, si definisce soggetto proprio ciò che è in relazione con un oggetto. Qui, invece, si tratta di un Soggetto totale, cioè irrelato, che non è in relazione, che non ha oggetti e perciò non ha neppure limiti; per questo si dice infinito. Perché allora si usa la parola “soggetto”? Perché significa che sono proprio Io, vuol dire che consiste in un’esperienza immediata di me stesso, quell’Intuizione diretta che è il contenuto essenziale della nozione di “io” o “soggetto”. Sono solo Io, spontaneamente, naturalmente, senza sforzo; non c’è pensiero, sforzo, né movimento della mente, movimento in cui la dualità in definitiva consiste, proprio nulla. C’è solo naturale, spontanea, priva di sforzo e indivisibile Coscienza priva di parti o aspetti. In sonno profondo Io non sento di poter comparare o contrastare suṣupti con qualcos’altro; non esiste assolutamente nulla con cui io mi possa comparare o mettere in opposizione. Perciò questa è la Realtà, che nessuno ha creato: creazione significa cambiamento, cambiamento significa pensiero, ma esso è del tutto al di là del pensiero, perciò non è una creazione, non è un dato né un pensiero. Semplicemente “è”, puro Essere, Essere al di là di ogni pensiero.

Il pensiero è cambiamento, è relazione e movimento, è divisione, è creazione. Esso, invece, è esistenza, è esistenza di per sé e quindi non ha bisogno di essere dimostrato. È intuito direttamente, anzi è l’Intuizione stessa, la quale è il prius e il fondamento di ogni ulteriore pramāṇa. La sua esistenza non ha bisogno di essere pensata per essere provata. L’Esistenza-Coscienza è indipendente dal pensiero; il pensiero è Coscienza limitata o relazionata o, ancora, Coscienza come fosse in movimento. Che la pura Coscienza sia oltre il pensiero significa proprio che è indivisa, irrelata; il pensiero, infatti, è solo relazione, movimento, divisione, immaginato (per errore) sulla pura Coscienza1. La Coscienza è la Realtà unica e totale, per così dire, che non esclude nulla, ossia che non ha altro da Sé; perciò nessun pensiero è possibile per essa. In sonno profondo nessun pensiero è possibile, in quanto il pensiero implica divisione e relazione. Il sonno profondo è solo un altro nome per ‘me’ stesso. Soltanto Io sono, Io soltanto sono, senza divisioni, totalmente, infinitamente, non-dualità onnipervadente. È, quindi, lo stato naturale dell’Ātman e non è una creazione; la creazione significa pensiero, perché soltanto nel pensiero c’è movimento (spandana). È soltanto il pensiero a muoversi, ad essere in relazione: la relazione è pensiero in movimento. Ovviamente nell’uso comune anche la parola “io”, come “tu”, è una denominazione relativa, ovvero costitutivamente in relazione; qui, invece, non si tratta di uno stato relativo. Usiamo le parole perché non si può fare altrimenti: “Io”, “Io sono”, ma non un “io” relativo. Si ha bisogno del pensiero per poter essere in relazione con qualcosa che è altro da sé; perciò qui non si tratta di pensiero, non si ha bisogno del pensiero per essere se stessi. Il mero fatto di essere non necessita il pensiero, mentre per vedere qualcos’altro c’è bisogno del pensiero. Essere non è un pensiero, è esistenza spontanea, naturale di per sé. Il pensiero è un’imposizione sull’Essere, un limite o una relazione imposta; l’Essere, invece, è al di là del pensiero.

Perciò non v’è kartṛtva né karmakarma è cambiamento, movimento o relazione. Na karmāni: non c’è individualità, non c’è relazione. Non esiste: tu la immagini, la concepisci mentre, in realtà, il Sé è libero dal pensiero. Prabhu è libero dal pensiero, perché, dice la Gītā, pensiero è creazione, relazione e movimento. Non c’è pensiero. Saṃyoga è contatto: si raggiunge un punto come risultato di qualcosa, come karma phala. Perciò non è questione di raggiungere un fine come risultato di qualcosa. Questo qualcosa, infatti, presuppone sempre la presenza di una qualche azione, cambiamento o movimento. Un tale risultato sarebbe giocoforza soltanto uno stato acquisito e dunque non eterno. Karma phala saṃyoga è, ancora una volta, relazione di causa-effetto, e questa a sua volta è un pensiero, una rappresentazione mentale2. Tu invece, sei libero dal pensiero; sei semplicemente te stesso. Non è possibile un movimento di se stessi verso di Sé. Facciamo un esempio: in veglia possiamo pensare a qualsiasi altra cosa, ad esempio ad un libro, e il pensiero di quell’oggetto sorge immediatamente. C’è una relazione, c’è un pensiero, indispensabile per poter pensare a qualcos’altro da sé. Ma tu sei; stai creando forse un nuovo pensiero per poter comprendere che tu sei? Per poter concepire qualsiasi altra cosa si ha bisogno del pensiero, ma riguardo a se stessi non ce n’è alcun bisogno. Le parole “tu sei” non creano un nuovo pensiero su di te: che tu esista è un’intuizione diretta, è già un fatto esistente di per sé, non hai bisogno di un pensiero che lo oggettivi e che ne provi l’esistenza. L’esistenza di qualsiasi altra cosa sorge soltanto attraverso il pensiero, è mediata, non è l’esperienza diretta del conoscitore; per esempio, il libro viene solo tramite il pensiero e senza pensiero non c’è libro. O ancora, quell’albero sorge alla tua consapevolezza solo tramite il pensiero (dell’albero), senza il pensiero non c’è alcun albero. Ogni cosa sorge alla propria consapevolezza soltanto attraverso il pensiero. Ma riguardo a Sé stessi? Per Sé la Coscienza non ha bisogno di un pensiero per sorgere, per affermare o afferrare se stessa;: è auto-luminosa e auto-evidente. La Coscienza, né viene né se ne va; lo stesso andare e venire è solo un pensiero. Semmai è il pensiero che si basa sulla Coscienza, che ha questa come prius e fondamento. Che qualcosa sia sopraggiunto, è un pensiero; che qualcosa se ne sia andato, è un pensiero. La Coscienza, invece, né viene né va. Nella Coscienza tutti gli altri pensieri vanno e vengono, ma la Coscienza non è essa stessa un pensiero e non ne ha bisogno; è la luce stessa che illumina ogni pensiero. Prima che il pensiero sorga essa è lì, e quando il pensiero svanisce essa permane ancora del tutto immodificata. Questo è quanto afferma lo Śloka.

Di solito siamo immersi nei pensieri, tutto è pensiero. Qualsiasi cosa si faccia, fare, comprendere, pensare, non comprendere, tutto ciò è un pensiero. Ogni movimento è pensiero: ogni cambiamento, ogni buona o cattiva azione, prima-dopo (tempo), qui-lì (spazio), soggetto e oggetto, causa ed effetto, relazione, tutto questo è sempre pensiero. Ogni cosa è un pensiero. Ciò significa che noi viviamo solamente nel pensiero, nelle relazioni o nelle operazioni del pensiero. Ma il Vedānta non è semplicemente un pensiero, non è un nuovo pensiero, perché è l’indagine che rivolge l’attenzione alla propria vera natura, al Sé, alla Coscienza oltre ogni pensiero. Mi aiuta a trascendere il pensiero, a scoprire e vedere la realtà che non è in relazione al pensiero, che non è conosciuta o nota tramite il pensiero, ma tramite la propria natura auto-luminosa. Per la mia propria comprensione il pensiero non è richiesto; anzi, la comprensione attraverso il pensiero è una relazione, cioè un limite, non può afferrare il Sé, che al contrario è la natura stessa di Colui che conosce, del Conoscitore. Il pensiero diviene irrilevante, si giunge all’esperienza diretta, alla propria intima esistenza, a quell’Intuizione che è la natura stessa dell’Ātman e dove il pensiero è insignificante, dove non c’è relazione di sorta. Un esempio: per vedere qualcosa si ha bisogno degli occhi; ho forse bisogno degli occhi per vedere il fatto che “Io sono”? Prima di aprire gli occhi forse non realizzo, non ho forse esperienza di esistere e di essere cosciente? Tutto ciò che è esterno a se stessi (anātman) può essere rimosso, e lo sarà fatalmente, dal momento che non è la propria esistenza, ma non ciò che è uno con se stessi. L’Intuizione di esistere e di essere cosciente è esperienza universale e certa perché immediata; ogni altra cosa non è esperienza diretta del Conoscitore, è una conoscenza empirica che ha bisogno della mediazione dei mezzi empirici per essere stabilita, e dunque non è una certezza in quanto presuppone la distinzione di soggetto e oggetto e soprattutto, infine, adhyāsa. Questo discorso vale per tutto l’anātman e non solo per gli oggetti esterni, perché anche il corpo, i sensi, la mente, ecc., sono oggetti della Coscienza. Pensiero significa l’intero mondo e l’individualità, ogni tipo di esperienza, ogni cosa; ma la Coscienza o l’Essere, la propria vera natura, la Realtà o come la si voglia chiamare, è lì, è auto-evidente ed esistente di per sé, non ha bisogno di essere provata tramite il pensiero. È, invece, solo nell’Esistenza che il pensiero sorge, si sviluppa e infine scompare. Il pensiero, essendo relazione e divisione, non può afferrare l’Esistenza indivisa, può solo rappresentarla secondo aspetti particolari rendendola relativa. Il pensiero può solo afferrare l’Esistenza mettendola in movimento, imponendole la relazione e suddividendola tramite la relazione immaginata per ignoranza. Ma la mia vera natura, in sé stessa e al di là della rappresentazione mentale, è pura, infinita, indivisa Esistenza e non, invece, per come appare quando immaginata dal pensiero secondo parametri relativi. Il pensiero non ha luogo, non ha spazio nell’Esistenza. Noi veniamo immersi nel pensiero: l’individualità è relazione col pensiero, è essa stessa pensiero. Perciò si comprenda come il pensiero sia limitato, sia relativo, come sorga e passi lasciando la pura Coscienza del tutto immutata e perfetta in sé. Il pensiero può mostrare solo qualcosa di particolare e non la Realtà integrale; è per questo motivo che esso appare irrilevante. Tutto il processo del pensiero è relativo e l’estensione della sua applicabilità è limitata, è incapace di afferrare la Realtà così com’è, ovvero pura, infinita, indivisa, totale. La sua irrilevanza deriva dal fatto che la relazione è costitutiva per il pensiero, e la impone a tutto ciò cui si rivolge: può cogliere solo oggetti relativi e imporre relazioni. Quando prova a rivolgersi alla Realtà, il pensiero lo immagina imponendogli ancora una volta delle relazioni, e così facendo la limita inevitabilmente. Il pensiero è “Coscienza” più “relazione”; si tratta della Coscienza immaginata per ignoranza come fosse messa in movimento o sottoposta alla relazione; Coscienza relazionata o in-relazione. Perciò, il pensiero, che è movimento, relazione, o divisione, mostra inevitabilmente la Realtà come fosse in relazione, sotto il limite della relazione. Inoltre, le innumerevoli cose che tale relazione o movimento proietta, sono una a una per separato, mai come un tutt’uno. La mente non può afferrare la totalità, l’intero; dal punto di vista della Realtà o Totalità essa è completamente insignificante, come la relazione tra due suoni per il silenzio.

La dualità di soggetto-oggetto, la relazione di causa-effetto, karma, ecc., tutto questo è soltanto pensiero. Tutto questo è svabhāva, spontaneo, naturale, non è la creazione di qualcuno: tu ti ritrovi in esso, nel pensiero, nell’individualità e nel mondo, senza scelta. Ti ci ritrovi e basta: a causa dell’adhyāsa di Sé e non-sé, ti ritrovi come un individuo, e come tale ti ritrovi nel pensiero. Essendo nel pensiero, ti ritrovi in relazione, ed essendo in relazione trovi qualcos’altro oltre te stesso con cui sei interrelato, cioè il “resto”. Tutto questo è naturale: non diventi individuo, soltanto ti ritrovi come tale. È senza scelta, qualsiasi cosa si faccia non si può evitare l’individualità. Non si scappa da essa tramite l’azione, perché, al contrario, l’azione presuppone l’io-agente. Tu sei un individuo e come tale sei in relazione; ciò significa che il pensiero è lì naturalmente. In quanto individuo non puoi che pensare, e in quanto pensi non puoi fare a meno di essere in relazione; ciò significa che il pensiero è lì naturalmente. In quanto individuo non puoi che pensare, in quanto pensi non puoi fare a meno di essere in relazione, il che significa che si continua ad essere nell’ambito della relazione. Questa avidyā o adhyāsa è senza scelta: non si può scegliere di essere un individuo né di non esserlo. Questo perché ogni scelta è, ancora una volta, soltanto pensiero e nient’altro. Non è la volontà a fare l’io, è l’io ad usare la volontà. È una cosa strana; tuttavia la vera natura dell’Ātman è al di là di tutto ciò. Al livello del pensiero, ti ritrovi senza scelta individuo e continui ad esserlo, senza che la volontà possa fermarlo; ciò perché la volontà è nel pensiero, è nell’errore, è in avidyā e non viceversa. Nel vyavahāra la nostra comprensione presuppone inevitabilmente l’errore della sovrapposizione di Sé e non-sé, e la volontà si dà solo all’interno di questo errore di fondo; perciò non può evitarlo, dato che si esercita la volontà solo in quanto individuo, e in quanto individuo si è in relazione ad altro da sé, si è parte del mondo, si è parte del pensiero, cioè della relazione immaginata e imposta.

Che, nel pensiero, io sia un individuo in relazione al mondo, questo è senza scelta. Ma si può scoprire, si può comprendere che l’Ātman nella propria vera natura (e non come appare nell’avidyā dṛṣṭi, cioè nel vyavahāra) è al di là di quest’ambito di relazioni: il puro Ātman esistente di per sé, privo di relazioni. Anche questo, che è la propria autentica natura, è senza scelta, è la propria Realtà innata (svarūpa). Ponendoti all’interno dell’ajñāna, l’individualità è lì e non dipende dalla volontà; perciò, si continua ad essere degli individui. Tuttavia, collocandoti al punto di vista della Realtà, cioè, non concependo la Realtà tramite avidyā/adhyāsa, ti ritrovi nell’Ātman Saccidānanda advitīya soltanto. Il Vedānta aiuta il cercatore con il vicāra, cioè con l’osservazione, rivolgendolo alla vera natura del Sé. L’uomo comune è così incline a identificarsi con le sovrapposizioni limitanti a cui è associato in stato di veglia, da rifiutare di riflettere sulla propria innata natura come Coscienza, pura Esistenza, ovvero come Realtà. Con l’aiuto dell’insegnamento puoi arrivare a riconoscere il Fatto, la Realtà così com’è. In questo Fatto tu sei libero dall’individualità: in questo consiste la scoperta. È semplicemente la verità riguardo se stessi, e in questa verità si è già liberi. Prestare attenzione è arrivare a vedere di essere già liberi. È un Fatto, e come tale, è senza scelta, è semplicemente lì, di per sé, e non c’è un secondo a contendere la sua esistenza. Così dal punto di vista dell’ignoranza tu ti ritrovi spontaneamente nel pensiero, nella relazione, come un individuo circondato da un mondo, nel quale agisci per raggiungere fini determinati. Invece, dal punto di vista della Realtà, ossia in verità, non c’è né il fare qualcosa né il raggiungere qualcos’altro perché tu sei la pura Esistenza totale, di per sé una senza un secondo.

Perché, allora, sentiamo come se ci fosse veramente l’individualità? Quell’individualità è soltanto ajñāna. È un’erronea comprensione di Sé, istintiva, anādi adhyāsa. Si tratta di un pensiero istintivo, e, poiché sono in questo pensiero, mi ritrovo nell’illusione e nella sofferenza. Qualsiasi cosa faccia, buona o cattiva, in qualsiasi direzione orienti la mia volontà, continuo ad essere nell’errore e nell’illusione, continuo ad essere nel pensiero erroneo (mithyā pratyaya o falsa percezione) di essere un individuo in relazione a un mondo. Il livello delle relazioni empiriche è senza uscita nel suo stesso piano. Con l’aiuto del Vedānta posso soltanto comprendere, e in questa corretta comprensione della mia vera natura, che mette in luce chi sono veramente al di là di ogni errore o illusione, scopro di essere eternamente libero dall’individualità e dal livello empirico, il quale era solo una concezione erronea, era solo ignoranza, non una realtà. Invece, in quanto individuo e usando la volontà, non si può scappare dall’illusione dell’io. Anzi, più uso la volontà, più rimango un individuo. Perciò orienta l’attenzione in modo corretto e scopri che sei l’Esistenza indivisa, libera dal pensiero. Il pensiero di essere un individuo in relazione al mondo è un fatto senza scelta, ma è un fatto solo per modo di dire: tra le due idee “Io sono Brahman” e “io sono un individuo agente”, entrambe testimoniate dal Sé, è ragionevole rinunciare alla seconda, dato che ha la sua radice nell’ignoranza o nell’errore. La prima è una certezza immediata, la seconda è meramente un pensiero (ossia privo di un oggetto corrispondente) che ha come presupposto l’adhyāsa. L’intero punto di vista empirico è solo falsamente concepito, è il punto di vista dell’ignoranza (avidyā dṛṣṭi), un’immaginazione dovuta all’ignoranza e non una realtà. Perciò, il fatto di essere un individuo relazionato è sì senza scelta, ma non è la verità su se stessi, non è la propria Realtà, è solo un’errata percezione di Sé e quindi non è un qualcosa di attuale da rimuovere o cambiare. Dunque, il pensiero senza scelta dell’individualità non è un fatto o una realtà: è un’illusione, una nozione sbagliata che sorge da “evidenze” che sono tali solo in apparenza, come la percezione, ecc., nozione che sarà falsificata senza residui dall’altra autentica certezza che ha la propria reale evidenza nella śruti e nell’anubhava. Con l’Ātman-anātman viveka la nozione erronea scambiata per Fatto sarà confutata dalla corretta conoscenza: “Io sono l’Esistenza”, senza alcun “resto” residuo. Quest’ultima Intuizione confuta e abolisce la conoscenza errata.

Oṃ Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ


  1. È la pura Coscienza che, a causa di avidyā, ossia per via del fatto di non essere riconosciuta per come è, cioè totale, indivisa e immota, è come se fosse posta in movimento. Cioè sembra assumere l’apparenza di percipiente e percepito, di soggetto e oggetto. Effettivamente la nostra intera esperienza del vyavahāra, in veglia come in sogno, può essere ridotta al pensiero: “io conosco questo”. La tripuṭi, dunque, consiste in una divisione-relazione immaginata per errore sulla Coscienza: la Coscienza posta in movimento o, meglio, che è come se fosse posta in movimento, cioè messa in movimento tramite l’ignoranza, appare nella forma del pensiero: “io conosco questo”, che è il nostro modo di sperimentare la dualità. La dualità, perciò, è un mero pensiero (manōvikalpa). Cfr. MUGK. 3, 29-31: “Come nel sogno la mente vibra [producendo] l’apparenza della dualità (soggetto e oggetto) attraverso la māyā, così [anche] nella veglia la mente si agita [producendo] l’apparenza della dualità attraverso la māyā. E non vi è dubbio che nel sogno la mente, [pur essendo] unica, ha l’apparenza della dualità, e nello stesso modo non vi è dubbio che [anche] nella veglia la mente, [pur essendo] unica, ha l’apparenza della dualità. Questa dualità è percepita dalla mente insieme con tutto ciò che vi è di mobile e di immobile. Infatti, quando per la mente si ha la cessazione della funzione mentale, la dualità non viene più percepita”. Si confronti anche e, anzi, soprattutto, MUGK. 4, 47 (e successivi con il commento di Śaṃkara) e 72: “47. Come l’apparenza [che produce] un tizzone ardente posto in movimento è una linea diritta, curva, ecc., così è l’apparenza della percezione (il conosciuto) e del percipiente (il conoscitore) [che produce] la coscienza posta in movimento”; “72: Questa dualità, quale [appare come] percipiente e percepito, è solo la coscienza [allorché è] posta in movimento o agitazione. La coscienza [dalla prospettiva della realtà] è priva di contenuto; perciò, viene proclamata [essere] eterna e senza-relazione”. Infine si confronti U.S. 19. 9-10: “9. Colui che vede, l’oggetto visto e il vedere: tutto questo è un errore, poiché è ciò che hai falsamente costruito. L’oggetto visto non può essere considerato come indipendente da Colui che vede. [L’Ātman] nello stato di sonno profondo non è diverso [dall’Ātman] nello stato di veglia. 10. Irreale come la forma circolare di una torcia che arde, anche la sovrapposizione (non ha esistenza indipendente da quella del) Sé non-duale. L’unicità del Sé è accertata dalle Śruti, poiché il Sé non ha alcuna divisione al suo interno a causa di poteri diversi e non è diverso (in corpi diversi) [N.d.C].[]
  2. Vedi MUGK. 4, 55-56.[]