Salustio
5. Sugli Dei e il mondo
a cura di Paolo Bagnato
XI. LE FORME DI GOVERNO
1. Anche le forme di governo sorgono secondo la tripartizione dell’anima: infatti i signori somigliano alla ragione, i guerrieri alla parte irascibile, mentre il popolo alla parte concupiscibile o passionale1. Quando tutto avviene secondo ragione e governa il migliore di tutti, ha luogo la Regalità; quando tutto avviene sia secondo ragione sia secondo la parte irascibile insieme e governa più di una persona, c’è l’Aristocrazia; invece quando si amministra secondo le passioni e le cariche provengono dagli utili, la forma di governo è chiamata Timocrazia2.
2. Il contrario della Regalità è la Tirannide: infatti mentre l’una compie ogni cosa secondo ragione, l’altra invece non fa nulla secondo ragione; il contrario dell’Aristocrazia è l’Oligarchia, in cui non governano i migliori3 ma i peggiori; il contrario della Timocrazia è la Democrazia, poiché il popolo è padrone di tutto e non quelli che sono degni di possedere3.
XII. LA NATURA DEL MALE
1. Ma come possono esserci mali nel Mondo dato che gli Dei sono buoni e fanno ogni cosa? Oppure bisogna dire che, poiché gli Dei sono buoni e fanno ogni cosa, non esiste una natura del male, dato che questo deriva dall’assenza di bene, come anche il buio non esiste di per sé ma nasce dall’assenza di luce?
2. Se però il male esistesse di per sé, dovrebbe trovarsi necessariamente negli Dei, negli intelletti, nelle anime o nei corpi. Ma, dato che ogni Dio è buono, il male non può essere negli Dei; se qualcuno affermasse che l’intelletto è malvagio, direbbe che l’intelletto è senza intelligenza4; se invece affermasse che l’anima è malvagia, allora la considererebbe peggiore del corpo5: infatti nessun corpo di per sé possiede malvagità; se, infine, dicesse che il male proviene dall’anima e dal corpo insieme, sarebbe irragionevole pensare che questi separatamente non siano malvagi mentre riuniti producano malvagità.
3. Se qualcuno dicesse che i Démoni6 sono malvagi, dovremmo rispondere che se questi ricevono il loro potere dagli Dei, allora non possono essere malvagi, se invece lo ricevono da qualche altra parte, allora significa che gli Dei non fanno tutte le cose. Ma se gli Dei non fanno tutte le cose, o pur volendo non possono, oppure pur potendo non vogliono, nessuno dei due casi però si addice a un Dio7.
4. Da queste cose si può dunque vedere che nulla nel Mondo è per sua natura malvagio: a causa delle azioni degli uomini, né tutti né sempre, si manifestano i mali.
5. Se gli uomini peccassero per il male stesso, allora la natura stessa sarebbe malvagia; se invece l’adultero reputa un male l’adulterio, ma ritiene un bene il piacere, se l’assassino ritiene un male l’omicidio, ma le ricchezze un bene, se chi fa del male al nemico ritiene un male fare del male, ma il difendersi dal nemico un bene, se l’anima sbaglia in tutte queste cose significa che attraverso i beni si generano i mali, come attraverso l’assenza della luce si genera l’oscurità che di per se stessa non esiste: l’anima dunque sbaglia perché aspira al bene ma s’inganna riguardo il bene poiché non è un’essenza primaria8.
6. Si può notare che per non sbagliare e per guarire dall’errore provengono dagli Dei molti metodi: infatti le arti, le scienze, le pratiche spirituali, le preghiere, i sacrifici, le iniziazioni, le leggi, le forme di governo, i processi e le pene sono stati creati per impedire alle anime di sbagliare; quando l’anima esce dal corpo, gli Dei purificatori e i Démoni la purificano dai peccati.
XIII. SULLA NASCITA DEL MONDO9
1. Sugli Dei, il Mondo e le faccende umane queste cose sono sufficienti per coloro che non sono in grado di essere guidati dalla filosofia, ma le cui anime non sono inguaribili; rimane da dire che queste cose non sono mai nate e non sono separate le une dalle altre, poiché anche noi nei discorsi precedenti abbiamo detto che dai primi elementi provengono quelli successivi.
2. Tutto ciò che nasce lo fa grazie all’arte, alla natura o a una potenza10: le cose che producono per arte o natura sono necessariamente precedenti alle cose prodotte, mentre le cose che producono grazie a una potenza sono unite alle cose prodotte poiché posseggono una potenza inseparabile, proprio come al sole la luce, al fuoco il calore e alla neve il freddo.
3. Se gli Dei fanno il Mondo attraverso l’arte, non fanno l’essere del Mondo ma il modo d’essere; infatti ogni arte produce la forma. Allora da dove proviene l’essere del Mondo?
Tutto ciò che produce per natura, dà qualcosa di sé a ciò che genera, quindi se fosse prodotto attraverso la natura, dato che gli Dei sono incorporei, anche il Mondo sarebbe necessariamente incorporeo. Se si dicesse che gli Dei sono corpi, da dove verrebbe la potenza degli esseri incorporei? Se ammettessimo questo, la distruzione del Mondo corrisponderebbe necessariamente alla distruzione di chi l’ha fatto, se l’ha fatto per natura.
4. Ma se gli Dei non hanno fatto il Mondo né per arte né per natura, rimane solo l’ipotesi che l’abbiano fatto per potenza: tutto ciò che nasce secondo potenza coesiste con chi possiede la potenza e le cose nate in questo modo non possono mai perire, a meno che alle loro cause non sia sottratta la potenza. Cosicché coloro che ammettono la distruzione del Mondo negano l’esistenza degli Dei oppure, se dicono che gli Dei esistono, rendono il Dio11 privo di potenza. Facendo dunque ogni cosa grazie alla potenza, ogni cosa coesiste con Lui; poiché la sua potenza è somma, è necessario che non faccia solo gli uomini e gli animali ma anche gli Dei, gli Angeli e i Demoni.
5. E quanto la nostra natura differisce dal Primo Dio, tanto più necessariamente sono le potenze tra noi e il Dio: infatti tutte le cose che tra loro differiscono moltissimo hanno molti intermediari12.
XIV. L’IMPASSIBILITÀ DEGLI DEI
1. Se qualcuno ritiene giusto e veritiero dire che gli Dei non mutano, ma non capisce in che modo si compiacciano dei buoni e disprezzino i malvagi, in che modo si adirino con chi pecca e siano benevoli con chi li venera, bisogna dire che un Dio non gioisce – infatti chi gioisce anche si addolora -, né si adira – infatti anche adirarsi è una passione -, né si compiace delle offerte – infatti altrimenti sarebbe vinto dal piacere -, e bisogna dire che non è lecito che il divino dipenda dalle faccende umane, né positivamente né negativamente. Ma Quelli sono sempre buoni e giovano soltanto: non danneggiano mai perché rimangono sempre uguali a loro stessi.
2. Noi, essendo buoni, ci uniamo per somiglianza agli Dei; invece diventando malvagi ce ne allontaniamo per dissomiglianza; vivendo secondo virtù apparteniamo agli Dei, mentre se diventiamo malvagi ce Li rendiamo ostili, non perché Quelli si adirino, ma perché i nostri peccati non permettono agli Dei di illuminarci e ci uniscono invece ai Démoni punitivi e purificatori13.
3. Se invece con preghiere e sacrifici otteniamo la liberazione dai peccati, pensiamo sì di onorare gli Dei e di mutare la loro disposizione, ma in realtà guarendo la nostra malvagità con le azioni e con la conversione verso il Divino godiamo nuovamente della bontà degli Dei14: dire che il Dio respinge i malvagi è come dire che il sole si nasconde a chi è privo della vista.
- La società divisa in filosofi, guerrieri e lavoratori, con le relative corrispondenze alle parti dell’anima, risale a Platone (Repubblica 434b-440a). Non è difficile notare le analogie tra le classi dello stato platonico e le tre caste degli hindū ‘due volte nati’ (dvija): brāhma, kṣatra e viś.[↩]
- La parola “Timocrazia” viene dall’unione della parola greca τιμή che significa “pregio” e κρατία che significa “governo”.[↩]
- Aristocrazia significa infatti “governo dei migliori (ἄριστοι)”, pertanto è da rifiutare l’uso contemporaneo del termine con cui si vorrebbe indicare un potere di carattere esclusivamente ereditario privo di un’accurata selezione e formazione.[↩][↩]
- Equivarrebbe quindi ad affermare un’assurdità, qualcosa di contraddittorio.[↩]
- Non è possibile che l’anima sia peggiore del corpo dato che, nella gerarchia platonica, la materia, essendo più lontana dall’Uno, si trova ad un livello di realtà inferiore, e quindi peggiore, rispetto all’anima. Questo però, come viene subito specificato, non significa considerare il corpo, o la materia in generale, come male dato che deriva sempre dall’Uno e non è quindi priva di Bene. Si veda il trattato di Plotino contro lo “gnosticismo” (Enneadi II, 9), un insieme di sette che vedeva soltanto malvagità nel mondo e nel suo creatore.[↩]
- Il termine “Démoni” (greco δαίμων, leggi daimon) aveva nella religione greca un significato diverso rispetto a quello di demònio che si è soliti attribuire al giorno d’oggi (per cui sarebbe più corretto invece usare il termine “diavoli”) e stava ad indicare gli esseri intermediari tra gli uomini e gli Dei.[↩]
- La convinzione secondo cui non esistono Démoni malvagi non era condivisa da tutti i platonici. Porfirio ad esempio nel De Abstinentia (II.37-43) distingue chiaramente i Démoni buoni da quelli malvagi.[↩]
- Gli uomini non sbagliano perché intenzionati a fare il male ma perché, essendo soggetti all’errore (come dice Salustio, l’anima non è un’essenza primaria), scambiano un male per un bene. Si tratta quindi di un errore di valutazione.[↩]
- Abbiamo visto precedentemente come il Mondo, per Salustio, sia ingenerato, cioè non ha una nascita che si possa collocare in un tempo: in questo caso però si parla di nascita non perché si vuole contraddire quanto già detto, ma nel senso che il Mondo è comunque considerato causato e fatto dagli Dei.[↩]
- Salustio, seguendo come d’abitudine l’ispirazione platonica (vedi X libro di Rep.), intendeva l’arte quale μίμησις, imitazione, riproduzione, apparenza (anche φάντασμα, ὁμοίωμα: Soph. 219 b 1; 234 b 2, 6). Questa concezione platonica è in contrasto con il motto proto-umanistico Ars sine scientia nihil che vuole che l’arte sia la messa in pratica della conoscenza. Infatti, Platone, più vicino alle posizioni della metafisica hindū, arriva perfino a definire l’arte ‘ignoranza’ (ἄγνοια: Rep. 376 b 4). Da ciò ne deriva che arte-illusione, natura e potenza (māyā, śakti e prakṛti), ricordino da vicino la concezione dello śaktismo indiano circa la causa della creazione; concezione superata da Śaṃkara che riporta tutti quei termini alla semplice ignoranza (avidyā-ἄγνοια) della Realtà, negando così ogni teoria di causalità.[↩]
- Si fa qui riferimento al Primo Dio, da cui derivano gli altri Dei. Si veda la nota 8 del primo articolo di queste serie.[↩]
- Per un approfondimento delle potenze intermedie si legga il trattato di Giamblico sui Misteri (greco Περὶ τῶν Αἰγυπτίων μυστηρίων, latino De Mysteriis Aegyptiorum).[↩]
- In greco è utilizzato un solo termine: κολαστικός. Abbiamo tradotto in questa maniera per sottolineare come l’azione punitiva dei Demoni sia strettamente legata alla correzione della malvagità.[↩]
- Bontà degli Dei che è sempre rivolta a tutti e ovunque. Si sottolinea nuovamente che con le pratiche spirituali non mutiamo la disposizione degli Dei (che sono sempre buoni) verso di noi, come si può comunemente pensare, ma mutiamo la nostra capacità di ricevere la Loro bontà. Su questo punto è dedicato molto spazio nel trattato di Giamblico di cui si è già parlato. Śri Candraśekharendra Sarasvatī, L’appello dell’Ācārya. I discorsi di Madras, Roma, Asram Vidya, 2000, pagg. 49 e 50: “Poiché la meditazione profonda su un oggetto ci rende simili all’oggetto di meditazione, meditando su Dio, che è onnisciente, immobile, immutabile e libero da privazione e desiderio, ci rendiamo simili a Lui. […] Scopo della preghiera non è la richiesta di benefici. Una simile richiesta implica che Dio non sa quello che vogliamo – e ciò andrebbe contro la sua onniscienza – o che è in attesa di simili richieste ed è gratificato dalle lodi, e ciò lo renderebbe simile a dei comuni mortali. Perché preghiamo allora? […] Con la preghiera noi non cerchiamo di cambiare ciò che Dio dispone, cosa che comunque non potremmo fare; ci rivolgiamo a Lui affinché ci liberi dalle impurità.”[↩]