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Salustio

1. Sugli Dei e il mondo

a cura di Paolo Bagnato

Introduzione

Il Περὶ θεῶν καὶ κόσμου (latino De diis et mundo; italiano Sugli Dei e il mondo) è un trattato di età tardoantica che racchiude, in relativamente poche pagine, importanti temi teologici della tradizione greco-romana. Il testo è quasi certamente da attribuire a Saturnino Secondo Salustio1, un alto funzionario imperiale originario della Gallia che ricoprì numerosi incarichi già sotto il regno di Costante (337-350) e che, come dimostra anche la corrispondenza tra i due, divenne collaboratore e intimo amico di Giuliano2,Imperatore dal 360 al 363. Quest’ultimo, dopo essere stato cresciuto nella fede cristiana, abbracciò, grazie agli studi filosofici, la tradizione religiosa greco-romana e si avvicinò in particolar modo alla corrente neoplatonica di Giamblico3che dava risalto alla Teurgia, ossia l’attività rituale che porta alla purificazione e all’ascesa dell’anima fino all’unione (henosis) con gli Dei.

Giuliano, una volta divenuto unico Imperatore nel 361 dopo la morte del cugino Costanzo II, costituì una nuova classe dirigente, circondandosi di filosofi e attuando una serie di riforme volte a ridurre le spese di corte e a risanare le finanze municipali. Il fattore più importante del suo programma fu però il tentativo di restaurare le religioni tradizionali dell’Impero Romano, che ormai era quasi totalmente cristianizzato. Questo significò la riapertura di molti templi, la restaurazione dei sacerdozi e l’abolizione di alcuni privilegi della Chiesa, senza però arrivare mai a una reale persecuzione ai danni dei cristiani. Questo processo però si arrestò bruscamente con la morte del giovane Giuliano nel 363, durante la campagna di conquista del Regno sasanide. L’Imperatore trascorse i suoi ultimi momenti sulla Terra parlando della natura dell’anima con i suoi compagni, proprio come Socrate. Salustio, a causa dell’età avanzata, rifiutò di succedere all’amico come Imperatore, nonostante fosse stato scelto dai generali, e fu quindi eletto il cristiano Gioviano. Salustio condivideva e appoggiava il programma di restaurazioni religiose promosso da Giuliano e contribuì a questo scopo proprio col trattato che presentiamo in queste pagine, mirando a fornire un vero e proprio compendio (da alcuni definito addirittura “catechismo”) del pensiero religioso greco-romano. Da tempo infatti in occidente, a causa della diffusione di superstizione e ateismo, si era reso più volte necessario l’intervento chiarificatore delle autorità tradizionali per ristabilire una corretta visione teologica. Con la diffusione del Cristianesimo si verificarono ulteriori fraintendimenti, rendendo ancora più urgenti i chiarimenti dottrinali. L’esempio più notevole di questi interventi nella tradizione greca è certamente il Περὶ δεισιδαιμονίας (latino De Superstitione, italiano Sulla Superstizione) di Plutarco (46-125), Sacerdote del Tempio di Delfi. Plutarco spiega che la superstizione consiste soprattutto nell’attribuire qualità umane agli Dei e nel ritenerLi nocivi e fonti di disgrazie invece che sempre buoni. Questo rende la superstizione particolarmente pericolosa perché, dato che non nega apertamente l’esistenza degli Dei, può facilmente insinuarsi nella religione pervertendola, diventando così addirittura più pericolosa dell’ateismo. Ciò che emerge dal trattato di Salustio, ma anche da altri di questo genere, è che l’incomprensione più frequente e grave era probabilmente quella riguardante i miti: ignorando i reali significati teologici e iniziatici nascosti dietro le allegorie del racconto, molte persone ritenevano che ciò che è esposto nei miti fosse da prendere alla lettera arrivando ad affermare empietà nei confronti degli Dei4. Nel testo in esame vengono spiegate invece precisamente le funzioni e le varie possibili interpretazioni dei racconti mitici, correggendo così la visione erronea su cui poggiano gli empi e i superstiziosi.

Oltre a questo, Salustio si preoccupa di chiarire molti altri concetti, illustrando tutta la Catena dell’Essere e occupandosi di questioni come la funzione dei sacrifici e la teodicea. Si può quindi facilmente capire l’utilità di quest’opera nel comprendere molti argomenti riguardanti la teologia greco-romana. Il lettore che avrà compreso i concetti contenuti nel trattato salustiano sarà enormemente facilitato nell’intendere le opere religiose dell’antichità occidentale e nell’affrontarne le relative dottrine teologiche esposte da autori come Platone, Giamblico e Proclo.

Traduzione

I. Sulle qualifiche del discepolo e le dottrine basilari5

1. Coloro che vogliono apprendere ciò che riguarda gli Dei devono sicuramente essere stati educati bene fin da bambini, e non essere cresciuti con sciocche opinioni; inoltre è necessario che siano buoni e intelligenti di natura, affinché abbiano affinità con questi discorsi; infine devono conoscere le nozioni universali.

2. Sono universali quelle nozioni su cui tutti gli uomini, se correttamente interrogati, concorderanno: cioè che ogni Dio è buono, imperturbabile, immutabile; infatti tutto ciò che muta o lo fa in meglio o in peggio: se in peggio si corrompe, se in meglio allora era male all’inizio6.

II. Ulteriori dottrine fondamentali

1. Sia dunque così il discepolo. Le dottrine devono essere queste: le essenze degli Dei non sono state generate, infatti ciò che esiste sempre non ha mai avuto origine, ciò che possiede la Potenza Prima esiste sempre e per natura nulla patisce.

2. Inoltre le essenze degli Dei neppure derivano dai corpi: infatti le potenze dei corpi sono incorporee. Non sono nemmeno contenute in un luogo, infatti questa caratteristica in realtà è propria dei corpi7. Le essenze degli Dei non sono separate dalla Causa Prima né le une dalle altre8, così come non sono separati i pensieri dall’intelletto, le cognizioni dall’anima, le sensazioni dal vivente.

III. Sui miti

1. È opportuno chiedersi come mai dunque gli antichi, oscurando questi discorsi, si servirono dei miti: proprio il fatto che si deve indagare è il primo vantaggio dei miti, così da non lasciare incolto il pensiero. Si può affermare che i miti sono certamente divini grazie a coloro che li hanno usati: tra i poeti quelli ispirati da Dio, i migliori tra i filosofi, coloro che hanno insegnato i Misteri9e anche gli stessi Dei negli oracoli hanno fatto uso dei miti.

2. Il motivo per cui i miti sono divini si deve ricercare con la filosofia. Giacché infatti tutte le cose esistenti gioiscono di ciò che somiglia loro e fuggono ciò che da loro differisce, era necessario che anche i discorsi sugli Dei fossero simili agli Dei, per essere adeguati alla Loro essenza e renderLi favorevoli nei confronti di coloro che ne parlano: questo può accadere solo per mezzo dei miti.

3. I miti rappresentano e imitano gli Dei secondo ciò che può essere detto e ciò che è indicibile10, ciò che è visibile e ciò che è invisibile, ciò che è manifesto e ciò che è nascosto. Raffigurano inoltre la bontà degli Dei: infatti come Questi hanno reso noti a tutti i beni provenienti dalle cose sensibili, ma solo ai saggi quelli provenienti dagli intelligibili, così i miti annunciano a tutti l’esistenza degli Dei, ma rivelano chi e di che natura sono solo a quelli che sono in grado di comprendere. Infine i miti rappresentano e imitano le opere degli Dei: infatti anche il Mondo può essere detto un mito, dato che in questo i corpi e gli oggetti sono visibili, mentre le anime e gli intelletti sono nascosti11.

4. Inoltre, voler insegnare a tutti la verità sugli Dei suscita disprezzo negli sciocchi per la loro incapacità di comprendere e suscita pigrizia nelle persone ordinarie; invece, celare la verità attraverso i miti agli uni non permette il disprezzo e costringe gli altri alla ricerca. Ma perché nei miti sono stati raccontati adulteri, rapimenti, incatenamenti di padri e altre assurdità? Forse non è questa una cosa degna di grande meraviglia? Cioè che grazie alle evidenti stranezze l’anima subito ritenga i miti come dei velami, considerando incomunicabile la verità12.

  1. L’altro possibile autore del trattato, di cui però non siamo certi dell’attività filosofica, è Flavio Sallustio, anch’egli collaboratore di Giuliano, che ricoprì varie cariche imperiali tra cui quella di console nel 363.[]
  2. Si veda anche Dall’Ordine al caos – 28. L’Impero Romano e il Cristianesimo[]
  3. Si veda anche Dall’Ordine al caos – 16. I Neoplatonici[]
  4. Svāmī Karapātrī jī MahārājaLingopasana Rahasya (Swami Karpatri, The Linga and the Great Goddess, (Jean Louis Gabin, ed. by), Varanasi, Indica Books, 2008, pag. 73) “Poiché argomenti spirituali e sovrannaturali sono descritti nei Veda e nei Purana con un linguaggio mondano, a volte le persone ignoranti pensano che questi quindi implichino qualcosa di indecente.”[]
  5. I titoli di ciascun paragrafo sono stati aggiunti da noi.[]
  6. Gli Dei sono eternamente perfetti e per questo non può esserci alcun mutamento in loro: un cambiamento comporta necessariamente o un peggioramento, quindi la perdita della perfezione, oppure un miglioramento che implica però una condizione peggiore iniziale.[]
  7. Il Divino non è sottoposto a limiti spaziali. Se gli Dei fossero soggetti ai corpi significherebbe che i corpi avrebbero la capacità di limitare gli Dei e quindi costituirebbero un potere a Loro superiore, rendendo così il culto e la teurgia inutili dato che questi presuppongono ovunque nel cosmo la presenza degli Dei, allo stesso tempo immanenti e trascendenti. Famoso è il detto di Talete “tutto è pieno di Dei”. Si veda anche Jagadguru Śaṃkarācārya Śrī Śrī Candraśekhara Bhāratī III Mahāsvāmīgal – Conoscenza del Sé:“I deva sono ovunque presenti in ragione delle loro rispettive funzioni nell’universo, essi non potrebbero versare l’oblazione in alcun luogo, essendo ogni luogo occupato da loro.”[]
  8. L’unità degli Dei tra Loro e la Causa Prima ci porta a mettere fortemente in discussione l’uso che viene comunemente fatto del termine “politeismo”. In effetti non sono pochi e irrilevanti gli autori antichi che sottolineano l’unicità divina. Due esempi su tutti sono Plutarco che nel Περὶ τοῦ εἶ τοῦ έν Δελφοῖς (latino De E apud Delphos, italiano Sulla E di Delfi) spiega l’impossibilità della molteplicità del Divino, e Massimo di Tiro (II sec. d.C.) che nella dissertazione 11.5 sottolinea che: “un solo precetto puoi vedere condiviso unanimemente su tutta la Terra: che Dio è uno solo, di tutto Re e Padre, e che molti sono gli dèi, figli e colleghi del Dio. Queste cose le dice sia il Greco che lo straniero.”. Anche l’Induismo è spesso ignorantemente definito politeista, quando invece le Scritture e i vari Jagadguru affermano che il Supremo è uno soltanto e che ci si riferisce a Lui con vari nomi. Svāmī Karapātrī  Mahārāja scrisse nel suo Devi Bhagavati Tattva (The Linga and the Great Goddess, pag. 229): “il monoteismo (ekesvaravada) è universalmente accettato”. Riteniamo quindi che l’uso del termine “politeista” applicato alla tradizione greco-romana è frutto di una sua incomprensione esattamente per come avviene nei riguardi del Sanātana Dharma.[]
  9. Per ulteriori informazioni sui Misteri si veda Dall’Ordine al caos – 3 Iniziazione e misticismo[]
  10. Col termine ἄρρητον (paragonabile al sanscrito anirvācya e traducibile anche come misterioso, segreto, ineffabile, inesprimibile) è reso evidente l’utilizzo di un linguaggio tecnico Misterico. Ciò che è indicibile è tale non solo perché vincolato dal segreto iniziatico (il termine μυστήριον è infatti legato proprio all’essere “muti”, simile al muni sanscrito) ma anche perché è per sua stessa natura incomunicabile. Plotino infatti riferisce ἄρρητον all’Uno. Sull’indicibilità si veda Enneadi VI, 9, 10-11 “La visione (dell’Uno) è difficile da esprimere. Infatti, in che modo Lo si potrebbe descrivere come differente da sé, quando durante la contemplazione non Lo si vide come diverso, ma una cosa sola con se stesso? 11. È questo il senso della prescrizione dei Misteri, cioè di non divulgare nulla ai non iniziati: proprio perché il Divino non è comunicabile, fu proibito di rivelarLo ad altri, se non a chi avesse già avuto la fortuna di contemplarLo.[]
  11. Il mito vela attraverso i simboli le verità sugli Dei, che possono essere scoperte da chi è degno e abbastanza istruito. Così come nelle narrazioni mitiche sono manifeste ed evidenti a tutti le immagini espresse, ma non il significato profondo che rappresentano, allo stesso modo le forme visibili del mondo sono espressioni dei Principi invisibili che le governano. Perciò anche il mondo può essere definito un mito.[]
  12. O voi ch’avete li ’ntelletti sani, / mirate la dottrina che s’asconde / sotto ’l velame de li versi strani.” Dante, Inferno, IX, 61-63. Il mito ha lo scopo di stupire il lettore assennato con narrazioni assurde e inverosimili allo scopo di spingerlo alla ricerca per trovare il reale significato, nascosto nel racconto.[]