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Novembre 2025

2. Discussione (saṃvāda) con un lettore del Sito

    2. Discussione (saṃvāda) con un lettore del Sito

    Secondo Siddhāntin:

    Mi si permetta di dire che sia le domande sia le risposte mi sono apparse interessanti e ben poste. In modo particolare, la vostra messa a punto del termine “coscienza” nell’ultima vostra risposta mi risulta utile per quanto sto per stilare. Il pūrvapakṣin, infatti, anche nelle sue considerazioni sullo stato onirico e sul “sogno” che descrive, pare usare “coscienza” nel senso che voi avete identificato con ahaṃkāra o con antaḥkaraṇa. Vorrei aggiungere alle vostre precedenti osservazioni che, quando si dice che la Coscienza assoluta (Caitanya) presta una certa “coscienza” all’ego, alla mente, ai sensi e al corpo, questo “prestito” è usato in senso puramente metaforico. Usando il consueto esempio di Śaṃkara, il corpo pare cosciente, ma non lo è. Cosciente è sempre e solo Caitanya. Sta di fatto che il cadavere non è cosciente perché Caitanya si è ritirato da quel corpo. Che la Coscienza “presti” una certa “coscienza” all’ego, alla mente, ai sensi e al corpo non significa che quelle componenti dell’aggregato individuale (vaiśeṣī samāsa) siano diventate depositarie di una coscienza parziale, relativa o minore. Significa che non c’è alcuna altra coscienza se non la Coscienza assoluta e che la coscienza “prestata” è pura apparenza. L’intelletto-volontà (buddhi), il senso dell’ego (ahaṃkāra o semplicemente aham), la mente emotiva (manas), la memoria-immaginazione (citta), che insieme formano lo strumento interno (antaḥkaraṇa) o mente pensante, più i dieci sensi (daśendriya), i cinque prāṇa e il corpo (deha), costituiscono ciò che si suole definire individualità (vyaṣṭi o piṇḍātman). Tutti questi componenti dell’individualità sono caratterizzati da nāma-rūpa, mentre la Coscienza ne è libera. C’è da aggiungere, però, che i componenti dell’aggregato individuale sono in relazione con il mondo, tempo, spazio, legge di causalità, oggetti molteplici dello stato di appartenenza. Nello stato della veglia, che è la situazione in cui ci troviamo ora, tali relazioni sono ben specificate; e anche la persona che io sono in veglia è ben caratterizzata. Al contrario, nello stato di sogno le relazioni sono più labili e più elastiche. Il mondo, il tempo, lo spazio, la legge di causalità, gli oggetti molteplici dello stato di sogno non sono evidentemente gli stessi di quelli della veglia. Anche la persona del sogno, dunque, proprio perché più libera di quella della veglia e in relazione con un mondo diverso, è un aggregato di componenti differenziate e caratterizzate da altri nāma-rūpa. La persona della veglia e il mondo della veglia che essa sperimenta appartengono allo stato di veglia e non sono la stessa persona e lo stesso mondo dello stato di sogno.

    A questo punto citerò un insegnamento di Svāmī Prakāśānandendra Mahārāja che non è stato ancora pubblicato sul Sito, ma che è già pronto a cura dell’amico Aśvamitra: si tratta della terza puntata del suo commento a BU (IV.3).

    L’uomo è comunemente interessato ai contenuti dello stato, cioè agli oggetti interni alla veglia e al sogno. Ogni volta che si parla di stato, subito la sua attenzione va sempre al contenuto dello stato. Perché? Perché guarda lo stato come persona della veglia. Come fa la persona della veglia che guarda gli oggetti della veglia. E anche nel sogno è interessato agli oggetti del sogno perché è un individuo, un kartā-bhoktā. Guarda gli stati in quanto individuo. Gli stati possono essere visti da un punto di vista grossolano, dal punto di vista scientifico e da quello psicologico. Il quarto punto di vista è quello yogico o mistico. Tutte queste sono interpretazioni dal punto di vista della veglia. Il punto di vista del Vedāntin è totalmente diverso.

    Infatti il Vedāntin osserva lo stato come un tutt’uno, non analiticamente. In quanto Coscienza osserva la veglia come un tutt’uno e, in quanto Coscienza, osserva il sogno come un tutt’uno. Li confronta e così capisce che veglia, sogno, persone, mondi e oggetti della veglia e del sogno sono non reali. Solo la Coscienza è reale. Com’è che si confrontano gli stati di veglia e di sogno? Constatando che quando c’è l’uno, l’altro non c’è. Ora, per esempio, stiamo nella veglia e lo stato di sogno non c’è. Non c’è da nessuna parte: non è che continui a esistere nascostamente in qualche altro spazio-tempo. Non esiste affatto, e da ciò il Vedāntin coglie l’evidenza che il sogno non è reale, che è pura immaginazione. Poi, quando si è in sogno, lo si sperimenta come se fosse veglia, come se fosse reale e, quella che era veglia prima di addormentarsi, non c’è da nessuna parte, non esiste. Quando si sperimenta uno stato, l’altro non esiste: questa è la ragione per la quale non c’è comunicazione, non c’è continuità tra veglia e sogno. Se in veglia sono armato di fucile e, addormentandomi, sogno d’essere attaccato da una tigre, non posso difendermi con il fucile della veglia. E viceversa. Per questa ragione si mantiene una breve e confusa memoria di ciò che si è sognato in quel passaggio intermedio tra sogno e veglia; che però sparisce rapidamente con il risveglio. Cioè, quel “ricordo” rimane nel sogno, non passa alla veglia. Può succedere che la mente della veglia cerchi di trattenere quel “ricordo” per farlo passare alla memoria della veglia. Ma si tratta sempre di una rielaborazione della mente della veglia. Colui che si è risvegliato ha la chiara sensazione che quel ricordo non corrisponde a ciò che si è davvero sperimentato mentre si sognava. Il vegliante ha soltanto una certezza: quella di aver sognato, di essere stato lì in sogno anche se gli oggetti e avvenimenti del sogno svaporano rapidamente, spesso sostituiti volontariamente da immaginazioni della mente della veglia. Come ha la certezza di essere stato in sonno profondo, anche se lì oggetti e avvenimenti non c’erano. Perché si ha questa certezza? Perché la Coscienza è presente in tutti e tre gli stati. O, più precisamente, i tre stati appartengono alla Coscienza.

    Perciò non si possono usare pratiche, metodi e tecniche iniziatiche della veglia quando si sta sognando. Pratiche, metodi e tecniche iniziatiche del sogno possono essere utilizzati dalla persona del sogno mentre è in stato di sogno. Ma tutto ciò non è utile alla persona della veglia. E qui siamo arrivati al punctum dolens di quanto dice il nostro gentile pūrvapakṣin: il cosiddetto “sogno lucido”, in realtà, non avviene nello stato di sogno, ma nella veglia. Questa è la ragione per la quale lo si ricorda “lucidamente”. E si fa confuso con il passare dei giorni e dei mesi, proprio come il ricordo d’una esperienza di veglia e non in pochi istanti, come i contenuti del sogno. Il “sogno lucido” è un’esperienza che fa parte di quei fenomeni che gli antropologi culturali definiscono “di coscienza alterata” (anche se non sanno cos’è la Coscienza e che essa non può mai essere alterata), come lo sono le allucinazioni, le immaginazioni di chi è intossicato dall’alcol o da stupefacenti, il delirio di chi è febbricitante, la suggestione ipnotica e l’autosuggestione, le visioni di mistici e sciamani, il déjà vu e i vari tipi di possessioni. Che si tratti di veglia è provato anche dal fatto che chi sta fruendo di tali esperienze, può continuare a comunicare con altre persone della veglia. Indotti dall’esterno, autoindotti o spontanei, questi fenomeni non appartengono a un altro stato discontinuo rispetto alla veglia. Alcuni metodi contemplano la possibilità di usare quelle esperienze non ordinarie di veglia, inducendole artificialmente tramite meditazione. Si tratta, comunque, di metodi che appartengono al karma kāṇḍa e perciò considerano gli stati dal punto di vista vyāvahārika, prescindendo dalle considerazioni sui tre stati del jñāna kāṇḍa. Questi metodi sono piuttosto potenti e, perciò, anche pericolosi perché toccano l’equilibrio mentale del sādhaka; devono essere compiuti sotto la guida di un Maestro particolarmente potente e vigile. Ho conosciuto piuttosto bene Namkhai Norbu Rinpoche, Lama (Guru) molto capace, indipendentemente dalla scarsa qualità dei suoi discepoli occidentali. Così ho potuto constatare che insegnava a pochi discepoli più avanzati il metodo del “sogno lucido” dello Dzog Chen. La purificazione della mente, a cui tendeva la pratica di tale metodo, aveva lo scopo di condurre a ciò che egli chiamava in sanscrito Advitīya Yoga, e questo la dice lunga. Tenzin Wangyal Rinpoche è sulla stessa onda.

    Primo Siddhāntin:

    Riprendiamo le argomentazioni del secondo Siddhāntin, per rispondere alle domande che si trovano alla conclusione della Sua email.

    1. Confermiamo che quando si è in veglia si è coscienti della veglia e consapevoli che il sogno è non reale e inesistente (asat, abhāva). Confermiamo che quando si sperimenta il sogno si è coscienti del sogno come se fosse veglia e che ciò che ora per noi è veglia, in sogno non esiste da nessuna parte. Se ci fosse un solo io, una sola persona, che sperimenta sia la veglia sia il sogno, tra lo stato di sogno e quello della veglia non ci sarebbe alcuna discontinuità. Perciò non ci si sveglierebbe mai né mai ci si addormenterebbe. Altra cosa avviene quando si considera il “sogno lucido” come se appartenesse allo stato di sogno. Ma non è così: in realtà il “sogno lucido” è una modalità anomala della veglia, è un’immaginazione o una fantasia che si ha da svegli: si tratta di un pensiero, ed è per questo che lo si può dirigere volutamente verso i fini che il vegliante si è prefissato. Invece nel mondo di sogno “ci si ritrova” e gli avvenimenti seguono il loro corso, indipendentemente dalla volontà del soggetto, esattamente come accade in veglia. La confusione tra lo stato di sogno e la condizione del cosiddetto “sogno lucido” è frequente non solo a colui che lo ha provato spontaneamente, ma anche presso scuole iniziatiche che lo usano metodicamente, ma che non conoscono la dottrina delle tre avasthā.
    2. Un metodo iniziatico può certamente utilizzare il “sogno lucido” come supporto psichico per ottenere determinati risultati (karma phala). L’esempio del tantrismo bön-po tibetano da Lei portato ne è la prova, a cui noi aggiungiamo quello della pratica della Yoga Nidrā presso alcune scuole tantriche che usano lo Haṭha Yoga. D’altra parte l’esperienza del “sogno lucido” non è poi così differente dalla visualizzazione interiore dei diversi cakra, con le loro componenti immaginifiche e vibratorie, dalla visione delle divinità nel Bhakti yoga, o la sperimentazione interiore delle siddhi. Invece il Vedānta non si interessa agli oggetti e avvenimenti interni degli stati, proprio perché sono dominio del karma. Considera gli stati non analizzandone i dettagli, ma come una esperienza unica, “come un tutt’uno”, raffrontandoli tra loro al fine di dimostrare che essi si escludono l’un l’altro. Così si fa viveka,conoscendo che essi, in quanto tali, sono altro da Ātman (anātman), sono proiezioni (vikṣepa) illusorie (māyika) sovrapposte (adhyasta) sulla Realtà, e perciò non reali (asat) e inesistenti (abhāva).
    3. Il Vedānta considera che ciò che i tre stati hanno in comune è l’Ātman in quanto Sākṣin. Ma questo è soltanto un modo di spiegare, dato che, in verità, i tre stati sono soltanto apparenze (upādhi) e non realtà (vastusthiti). Perciò non prende sul serio ciò che all’uomo comune appare come “interferenze” tra veglia e sogno. Il fatto che nei momenti crepuscolari tra il sogno e la veglia, ciò che appare psicologicamente durante la “fase di risveglio”, si mantenga una parvenza di “ricordo” di ciò che si è sognato, deve essere attribuito alla Coscienza, la quale, in quanto Sākṣin, testimonia gli stati. Ma, poiché, con il risveglio, l’Atman è rapidamente coperto dal senso dell’ego vegliante, quel “ricordo” è rimosso in breve dalla mente della veglia. Le vie iniziatiche di karma hanno spesso utilizzato tecniche per ricevere segnali, premonizioni e indicazioni dallo stato di sogno. Ma, anche in questo caso, si tratta di una interpretazione che si basa sulle apparenze. In realtà molti metodi del karma kāṇḍa, sotto quella parvenza,esplorano le potenzialità del karma passato (saṃskāra) al fine di correggerle, di cancellarne gli effetti nefasti e di riportare alla superficie conoscenze latenti (vāsanā). Ciò appare come se si trattasse di conoscenza di eventi futuri o insegnamenti ricevuti per via onirica. Ma il futuro, come il passato, non c’è, e l’unico esistente è il presente, che è la Realtà stessa. L’Advaita Vedānta, perciò, ha una concezione ben diversa da quella delle vie a tappe su ciò che si ottiene con l’azione dei riti, della parole e della meditazione (yantra, mantra e tantra). Per le vie di karma, il metodo conduce all’acquisizione di gradi di avvicinamento in direzione del mokṣa. Per il Vedānta quel metodo non esce dal dominio dell’azione, cioè del saṃsāra. Però può essere utile a rendere l’intelletto privo di pregiudizi, aperto alla conoscenza.

    Con questo, riteniamo di aver concluso il nostro commento al Suo scritto e di aver risposto, nei limiti delle nostre competenze, alle Sue questioni.

    Terzo Siddhāntin:

    -Innanzitutto, devo dire che sono perfettamente d’accordo con le risposte del primo e del secondo siddhāntin. Direi che la questione di fondo su cui maggiormente il pūrvapakṣin si interroga è: come conciliare il contenuto, l’import, il fine teoretico dell’advaitavāda – cioè la non-dualità – con la forma tramite cui tale insegnamento viene impartito. In effetti, una tale questione – la contraddizione tra il fine espresso e il modo di giungervi – è stata già avanzata agli advaitin, in diversi modi e forme. Sembra sorgere una contraddizione formale con tutta una serie di distinzioni che comunque si incontrano nel corso del vicāra, quale ad esempio quella di guru–śiṣya–śāstra, ecc. Avete risposto in maniera del tutto pertinente, rifacendovi tra l’altro alle Kārikā e al Bhāṣya della Māṇḍūkya Upaniṣad che affrontano direttamente questo tema. Direi che il nocciolo della risposta, da assimilare per risolvere questo punto e altri simili, è proprio l’adhyāropāpavāda.

    Il pūrvapakṣin si chiede come sia possibile che la Verità venga trasmessa, discenda nella veglia, passi di bocca in bocca, se il Brahman è non-duale – dunque da esso non discende nulla – e se il mondo è avidyā. Ma il presupposto implicito del suo discorso è che la Verità sia un contenuto, un dato, qualcosa di affermativo e che, di conseguenza, sia possibile ritrasmetterlo. Ma non è questa, secondo il Vedānta, la natura della Verità. La Verità non è un che di “posseduto”, “cercato”, di “saputo”, di “rivelato”, di oggettivabile cioè. Questo è il modo di pensare dei tradizionalisti, guénoniani in particolare, che pensano la verità come fosse un oggetto già da sempre dato, fisso, e che basti passarsi come ci si lascia in eredità un anello, o un quadro. Ma la Verità non è un “pensato”, non è un “detto”, non è una formula che possa rientrare in un dogma di fede, non è qualcosa che possa precipitare in un risultato. La Verità non è un deposito, non è possibile per essa “rivelazione” o “(auto)manifestazione”. Tutte queste nozioni presuppongono, infatti, che la Verità – cioè ciò che è innegabile (o auto-evidente, il che è il medesimo) – sia altro da sé, indipendente dall’io: sia oggetto di pensiero e parola, sia un qualcosa, sia un altro – tra gli altri – “in sé”, quando invece ogni presunto in sé è sempre “per me”, cioè per la Coscienza che lo sa. Non c’è niente che sia innegabile, se non l’intuizione che io esista e che sia cosciente. Così, non si può ricercare la Verità perché si può cercare solo qualcosa che è altro da noi stessi, semmai essa è la condizione, la ragione per cui – empiricamente – si è sempre “in cerca”, nel senso che non si è mai soddisfatti da nessun fine, nessun esito ci appare adeguato alla nostra natura profonda.

    Ora, il Vedānta, tenendo fermo che la verità ha a che fare con il Soggetto inoggettivabile e non è un che di determinato, non ritiene di esprimere alcunché di affermativo rispetto la verità. La natura del suo insegnamento, perciò, è qualcosa di profondamente diverso da qualsiasi dottrina positiva che pretenda descrivere – in qualsiasi modo, affermativo o negativo – la natura della Realtà non-duale. Niente e mai, nell’upadeśa, ha questo fine; questo è il senso dell’adhyāropāpavāda. Infatti, la cosa fondamentale da tener presente è che anche l’adhyāropa è invariabilmente e solo apavāda pradhāna. Ciò significa che anche quella parte iniziale, provvisoria, che sembra esprimere positivamente qualcosa in merito al Brahman, ha in realtà un fine “confutativo”, e non va preso per ciò che sembra affermare, ma per ciò che, tramite di essa, nega. Il Vedānta, lo śāstra, la stessa dottrina su avidyā, i tre stati, ecc., non servono ad affermare qualcosa, a dire qualcosa di vero rispetto l’Assoluto – ché così lo si determinerebbe, sicché non sarebbe più l’assoluto ciò di cui si starebbe trattando – ma servono a confutare le nozioni e le distinzioni sovrapposte su di esso a causa di avidyā, in primis la triade conoscente-conoscenza-conosciuto. Anche le sentenze apparentemente positive o affermative, hanno uno scopo meramente confutativo, o correttivo.

    Un esempio, visto che lo poneva il pūrvapakṣin: sākṣitvam non è veramente l’Ātman svarūpa. Sākṣin è l’apparenza che l’Ātman assume quando, per ignoranza, si assume come oggetto qualcos’altro da sé. Ma, in sé e per sé, l’Ātman non è testimone di alcunché, come ci è perfettamente testimoniato da suṣupti anubhava. Se non erro, questo è espresso chiaramente da Śaṃkara in qualche passo dell’Upadeśa Sāhasrī (l’espressione “cidrūpa” si dovrebbe riferire proprio a questo), e anche Sūreśvara è chiarissimo a questo riguardo. Perciò “Sākṣin” non serve a indicare positivamente quale sia la propria natura: non è insegnato per realizzare che la nostra natura vera sia quella di essere dei testimoni; serve, invece, a correggere l’idea di essere dei pramātṛ, cioè ad emanciparsi dalla nozione di essere dei soggetti empirici inclusi nello stato, ad elevarsi ed emergere dal coinvolgimento nell’avasthā, ad assumere e porsi dal punto di vista “intimo”, dell’anubhava. Lo stesso vale per altre nozioni, comunque molto elevate, di cui si fa uso nel corso dell’investigazione: anche la stesso “nirguṇa” o “ajati“.

    Perciò, non si tratta di capire come, da dove, in chi, la Verità possa formularsi, perché tanto per cominciare il Vedānta vicāra non impartisce la Verità indeterminabile, ma aiuta a falsificare e rimuovere tutte le erronee sovrapposizioni imposte per ignoranza su se stessi, quali le comprensioni erronee “io sono così e così”, “questo è mio”, “io sono nato”, “io sono in veglia”, e così via. Lo stesso śāstra, come riportavate, insegna che c’è la nozione che è creduta naturalmente per ignoranza, quella che è insegnata dallo śāstra per correggere la prima (śāstra kalpitam), e infine tattva, la Realtà, ciò che è sempre inteso, come fine ultimo, nei due momenti precedenti, ma che non si può mai pretendere di dire o insegnare direttamente. La natura della Verità pretende uno scarto nei confronti del linguaggio, scarto che non può semplicemente precipitare nel silenzio meditativo, perché il silenzio non è insegnamento, ma che può essere colmato proprio con l’adhyāropāpavāda, metodo che muove precisamente dalla consapevolezza dell’inoggettivabilità della Verità. L’insegnamento è interamente nell’ambito del kalpitam, dell'”immaginato per errore”, ma rivolta l’errore dall’interno, lo mette in contraddizione con se stesso. Il Vedānta non insegna la Verità; aiuta semplicemente a discriminare il Sé dal non-sé sovrappostogli per ignoranza. L’insegnamento, come l’intero ambito di vidyā-avidyā, si predica all’interno dell’ambito di avidyā soltanto.

    La Verità – l’Io auto-luminoso, il Sé, la Coscienza – non deve essere dimostrata per mezzo di un pramāṇa o della fede; non ha bisogno e non può essere oggettivata – e dunque è inutile chiedersi su come è possibile che si componga in quanto “oggetto”, in quanto contenuto o dottrina, come fa il pūrvapakṣin – perché è auto-evidente, innegabile, dal momento che anche la negazione è un atto (di Coscienza). Lo stesso asserto che afferma ciò – la non determinabilità della Verità – non è la “posizione” della Verità (autentica realtà), cioè non è la sua insensata oggettivazione, ma la necessità saputa (riconosciuta) della sua inoggettivabilità (insemantizzabilità). La necessità, cioè, che la Verità sia il fondamento del dire, e non il suo prodotto. La contraddizione in tale sapere non sussiste, come invece affermano coloro che pretendono di determinare la Verità. E non sussiste per la ragione che il sapere, se è sapere autentico, coincide con la coscienza trascendentale; dunque, è un atto, l’atto dell’emergere oltre il limite, dunque anche oltre la contraddizione. Più precisamente: tale atto è evocato dalla Verità stessa, quindi dall’incontraddittorio, e sulla Verità (incontraddittorio) si fonda. Proprio perché si fonda sulla Verità, l’atto di sapere emerge oltre il limite, oltre ogni limite; quindi, emerge oltre la contraddizione e nella Verità dell’incontraddittorio intende realizzarsi veramente. La contraddizione, invece, sussiste soltanto nel dire, che afferma bensì l’indicibilità della Verità, ma poi usa la parola “Verità”. Certo, dire l’indicibilità della Verità configura un dire che è inevitabile. Ancorché si sappia l’indeterminabilità della Verità, che è assoluta, non si può evitare, infatti, di usare la parola “Verità” proprio per dire questa indeterminabilità, né si può affermare che la Verità è determinabile, per evitare la contraddizione suddetta. Se si scegliesse di dire che la Verità è determinabile, allora si eviterebbe bensì la contraddizione formale – quella inerente al dire -, ma si incapperebbe in una ben più grave contraddizione sostanziale, che riguarderebbe la Verità stessa: essa aut varrebbe come relativa, sì che poggerebbe contraddittoriamente sulla non-verità, aut varrebbe come assoluta e, insieme, come determinabile, conciliando così l’inconciliabile. Determinare la Verità come indeterminabile (come irriducibile a “ciò” che viene asserito) configura, pertanto, la dimensione inevitabile. L’affermazione “la Verità è indeterminabile”, da un lato, è condizionata – trascendentalmente – dalla Verità stessa, la quale consente di riconoscere la contraddittorietà della riduzione della Verità a determinazione. Dall’altro, è condizionata – fattualmente – dall’insostituibilità pratica del linguaggio. Pronunciando tale affermazione, insomma, si accetta l’ordine del linguaggio, riconoscendolo come inevitabile (il linguaggio è ineludibile, essendo l’ambito nel quale ci si colloca). Su questo punto ho aggiunto qualcosa nell’allegato.

    -Arrivo allora alla questione della percezione e del corpo (o di come possa insegnare, è lo stesso) del brahmajñānin, che effettivamente fa il paio con quella appena trattata. Ho buttato giù una serie di argomenti che, a mio modo di vedere, sostanziano quello che, sempre a mio avviso, deve essere considerato il tātparyam, il fine dell’insegnamento vedāntico a questo proposito, e che dunque deve prevalere sul resto. Anche qui, è il termine “brahmajñānin” che, se preso alla lettera, fa problema; la contraddizione è propria non dell’essere (inteso, dal termine), ma dell'”esser termine”. Come prima, brahmajñānin deve essere inteso come apavāda pradhāna: che cosa mi permette di negare? Se, al contrario, prendo questa nozione per ciò che afferma positivamente, tradisco il tātparyam dell’upadeśa e finisco inevitabilmente per perdermi in un ginepraio di fitte argomentazioni, per tentare di tenere assieme vyavahāra e paramārtha. Non desidero dilungarmi.

    Ho aggiunto delle considerazioni su un paio di temi: la nozione reificante di “apparire/manifestazione” e di “intero/tutto”. Si potrebbero aggiungere molte citazioni testuali sulla questione dell’assenza di percezione per il jñānin, come per il superamento della questione del prārabdha karman.

    Aggiungo solo che, la questione degli “altri” – tra cui i “jñānin” tra di essi – cessa di essere dirimente o problematica qualora ci si collochi dalla prospettiva dell’anubhava (e dei tre stati), indagando la realtà in prima persona – cioè dall'”Io sono”, l’evidenza immediata – e non dalla prospettiva oggettivante e reificante della terza persona – l'”è”. Una volta sciolta l’adhyāsa, non rimane affatto la questione del mondo che ci si sarebbe lasciati alle spalle. Da una prospettiva pratica, invece, non ha senso porsi il problema del jñānin: jñānin è chi, alla propria comprensione, rimuove dubbi, errori, incomprensioni, colui le cui parole vibrano all’unisono con la nostra intuizione interiore. Se è capace di farmi collocare dal punto di vista dell’anubhava, e mi conduce nel rimuovere le identificazioni indebite con l’anātman, quello per me è un maestro. Nient’altro ha valore.

    -Sul sogno lucido e dintorni non ho molto di significativo da aggiungere. Anche qui, le spiegazioni empiriche che cerca di rendere conto della dinamica di sogno dal punto di vista del vegliante ricadono tutti, invariabilmente, nel pregiudizio del vegliante stesso. Non ha senso soffermarsi su ciò: bisogna superare di blocco questo ordine di considerazioni ponendosi dalla prospettiva del Sākṣin, e non del soggetto empirico, del pramātṛ della veglia.

    Lo Dzog chen, comunque, mi sembra davvero tra le dottrine e le posizioni più prossime al Vedānta, ma forse questa vicinanza andrebbe verificata. Sul solipsismo avete già detto tutto.

    Sull’idealismo, devo dire che vado sempre più convincendomi – come aveva notato Krishnaswamy Iyer (ma già Gauḍapāda!) che sia esso, in una sua possibile lettura “parmenideo-attualista”, la posizione teoretica occidentale più prossima a quella del Vedānta. Questo può far venire le traveggole ai guénoniani, o suscitare facile ironia, ma le cose stanno così: l’identità pura di pensiero ed essere è, difatti, il nucleo dell’insegnamento di Svāmī Prabhuddhānanda che abbiamo ascoltato assieme. Sinceramente, non mi interessa se costoro rimangono esterrefatti. Anzi, aggiungo, i loro limiti sono, semmai, nella loro non radicalità, nel non aver portato fino alle conseguenze ultime i presupposti impliciti in questo nodo teoretico. Esagerando, direi che il problema non è che sono idealisti, è che non sono stati idealisti fino in fondo!

    In generale, a ogni modo, mi sembra che molte delle questioni che pone il pūrvapakṣin diventino un girare a vuoto del pensiero, nel tentativo di risolvere da sé la dualità. Non è un caso, credo, se la sua investigazione si “inceppa”, in quelle nozioni-limite, come quella del brahmajñānin, del mokṡa, ecc., in cui – se presi alla lettera – punto di vista empirico (del dire) e “metafisico” si “intrecciano”, sono indebitamente tenuti assieme: in quanto concetti o espressioni sono empirici, ma per ciò cui si riferiscono e che intendono non lo sono più. Quindi convengo pienamente sul vostro consiglio di riferirsi a un maestro di conoscenza che sappia orientare correttamente l’investigazione; questo potrebbe sbloccare e risolvere agilmente questi e altri impasse. Ricordo che, agli esordi, anche la mia riflessione si ingarbugliava spesso in alcuni dettagli in merito ad avidyā (di chi è? et similia): ma capire il modo e la direzione in cui va investigata avidyā mi ha aiutato a liberarmi tranquillamente di ciò. Sono convinto, comunque, che il nocciolo di tutte, o quasi, le questioni poste sia quello sopra evidenziato.

    Addendum del terzo Siddhāntin:

    La questione principale che presenta il pūrvapakṣin è: il jñānin ha o non ha la percezione della dualità?

    A mio parere, e per diverse ragioni, no. Vediamole.

    -Innanzitutto, non è che il brahmajñānin sia un modo diverso – rispetto l’avivekin – di conoscere o di stare al mondo; questo significherebbe infatti che il mondo sia realmente un prodotto, cioè che sia lì obiettivamente, per tutti (conoscitore e non conoscitore): al contrario, è il mondo che sta (appare erroneamente) lì solo per chi conosce erroneamente la realtà non-duale. Esso cioè è solo una percezione, erronea per giunta, e non un evento, un prodotto, di qualsivoglia grado di realtà lo si voglia immaginare. Non è che esista il mondo oggettivo, “condiviso”, e ivi coesistano le due visioni del jñānin e dell’ajñānin; invece è solo per l’ajñānin che appare il mondo e la sua presunta oggettività. La nozione di “jñānin” fa parte di questa presunta realtà, e si fonda sulla nozione di jīva bhāva. Pensare il contrario è il pregiudizio del vegliante, il quale pensa di essere parte di un mondo che esiste eternamente e indipendentemente da lui, assieme a infiniti altri esseri diversi da sé: per lui lo stato è una cosa e non un’esperienza. Al contrario, con la comparazione delle avasthā si scopre che la nozione di un mondo oggettivo e di un controllore divino di esso ha senso solo dal punto di vista dell’esperienza di veglia di uno sperimentatore individuale, il quale esso stesso dipende sulla sovrapposizione.

    Perciò, stando cosi le cose, è solo un errore di prospettiva parlare del corpo del jñānin, di uno o molti jñānin, della condizione del jñānin nel mondo, ecc. L’errore è proprio la combinazione dei due punti di vista (jñānin e ajñānin, paramārtha e vyavahāra), e prenderli come se fossero due stati obiettivi, esistenti sia per il jñānin che per l’ajñānin, i quali vivrebbero entrambi nel secondo, cioè nel loka–vyavahāra. Ancora una volta, questa è solo la comprensione dell’ajñānin; e al di fuori di questa errata comprensione non c’è affatto né mondo né questione di altri jñānin (tra l’altro che siano jñānin è solo un pensiero sovrapposto, non la diretta esperienza del conoscitore, per i quali sono invariabilmente l’oggetto-mondo della propria indagine cosciente… “per me” la Coscienza non è mai un oggetto esterno, ma invariabilmente ciò a cui ogni oggetto appare). L’attività che il jñānin continuerebbe a fare e la dualità che continuerebbe a vedere, pur non vedendola “realmente”, tramite il suo corpo sono tutte solo un’immaginazione dell’ajñānin, e non qualcosa che va in qualche modo giustificato o ricompreso dal punto di vista del jñānin. paramārtha e vyavahāra sono lì solo per l’ajñānin, il che significa che la combinazione dei due è solo un’immaginazione, una descrizione paradossale accettata provvisoriamente nel corso de vicāra. Ma questa descrizione non va presa sul serio dal punto di vista della realtà (o del jñānin) perché invece le due conoscenze (Io sono la pura Esistenza, io sono un individuo agente, ecc.) si contraddicono a vicenda, e non possono essere coordinate in alcun modo. Non c’è relazione, appunto; altrimenti ci sarebbe una qualche dualità.

    Si potrebbe chiedere infatti: a chi è che appare la speciale condizione di jñānin in opposizione all’ajñānin? Per chi è la descrizione che coniuga il punto di vista di jñāna e ajñāna? Questa descrizione è un tentativo provvisorio di risposta che accetta il modo di fondo in cui l’ajñānin concepisce la realtà.

    Che comunque, dal punto di vista delle relazioni mondane, le cose e gli organi di percezione “continuino” è, ancora una volta, esclusivamente la visione dell’ignorante e non quella del conoscitore, per il quale non esiste affatto, in nessun tempo, la questione del “mondo che si sarebbe lasciato alle spalle”, né di conseguenza quella di un presunto “continuo”. Per chi è, a chi appare, questo “continuo”? Il jīvanmukta nel vyavahāra, cioè il conoscitore del Brahman che è identificato con il corpo nel quale la conoscenza è sorta, è solo un pensiero erroneo degli altri e non il suo proprio, ovvero dell’avivekin, perché per il vivekin nessun vyavahāra è mai esistito, né tanto meno “apparso falsamente”. Dire che dopo la realizzazione le attività sono comunque solo nel corpo e negli organi di percezione e non nel conoscitore, è comunque solo il punto di vista dell’ignorante. Lo stesso vale per la descrizione dell’insorgenza dell’ultima vṛtti della conoscenza. Non essendo un evento, ma solo una conoscenza dovuta all’errore, rimuovendo l’errore viene meno anche la conoscenza conseguente. Se māyā è la proiezione all’esterno della mia avidyā, allora rimuovendo avidyā/mithyājñāna scompare anche la māyā/apparenza della dualità; non c’è più nulla che la determini. L’esempio dello specchio, dunque, non può applicarsi a questo caso. Al contrario, risultano appropriati gli esempi di conoscenze erronee quali il serpente sovrapposto alla corda o la doppia luna, o ancora il caso del risveglio dal sogno. Pramāṇa-prameya vyavahāra dipende da adhyāsa, e non viceversa; se ciò è vero, la loro stessa divisione viene rimossa completamente con l’insorgere di jñāna. Ricapitolando, non è che tu abbia una comprensione errata del mondo che debba essere corretta; questo è sbagliato. È il mondo stesso che è della natura di mithyājñāna. Jīvatvam/individualità è la comprensione erronea (di te stesso). L’individualità è un pensiero errato su te stesso. Tu sei suṣupti svarūpa, della natura del sonno profondo – questa è la realtà; questa è Pura Coscienza. Questo è il vero Vedānta. La conclusione finale è che la dualità non è mai apparsa o scomparsa; non solo la presunta esistenza della dualità è in avidyā, ma anche la sua percezione. Qui saṃsāra è semplicemente dovuto ad adhyāsa, e a nessun’altra ragione. Non è dovuto al saṃsāra. È perché tu pensi che ci sia il saṃsāra; ma non c’è saṃsāra per nessuno. Nessuno ha il saṃsāra, sia esso jñānin o ajñānin. “Che ci sia saṃsāra”, questo stesso pensiero è la causa del saṃsāra, è il saṃsāra. “Che io sia soggetto al saṃsāra”, questo stesso pensiero porta al saṃsāra, altrimenti non c’è affatto alcun saṃsāra. Tu pensi che ci sia un saṃsāra e per questo ti capita di farne esperienza, nient’altro. Tutta la tua esperienza è dovuta soltanto al tuo pensiero erroneo: “Io sono un saṃsārin” (questo è l’adhyāsa!).

    Quindi, a mio parere, i problemi riguardo al fatto che “a me” (cioè, di nuovo, per l’ajñānin!) sembra che il jñānin interagisca con il mondo (rāga–dveṣa, avidyā leśa, prārabdha, bādhitāṇuvṛtti, ecc.) derivano solo da un errore di prospettiva, che consiste nel cercare di combinare la visione dell’ajñānin con quella del jñānin, il che è contraddittorio. Le descrizioni che si trovano occasionalmente sono solo dal punto di vista dell’ajñānin, mentre quando parliamo dell’assenza di percezione e degli altri pramāṇa parliamo del punto di vista del jñānin. Tra le altre cose, questo è maggiormente in accordo, credo, con la vera natura del Sé così come è intuita in suṣupti: lì “i Veda non sono più i Veda“. Il fatto è che l’idea che il mondo di dualità, ovvero il vyavahāra, esista oggettivamente è solo un pregiudizio di chi ha esperienza in veglia. Bisogna, perciò, tenere ben presente la distinzione dei due punti di vista; ma il punto, per me, è che è chiaro che i due non possono coesistere o essere presi insieme. Quindi, in questo senso e in ultimo, è superfluo dire che per lo jñānin, dal punto di vista vyāvahārika, il corpo ecc. continua, perché il vyavahāra è solo una percezione “dovuta a” e “in ajñāna”, e ajñāna per lui non è mai esistita. Questa è solo una descrizione basata sul pregiudizio dell’ajñānin o di veglia. Il punto è chiarire che la spiegazione è solo per l’ajñānin, e che non c’è alcuna percezione per il jñānin. Vyavahāra non è un evento, un oggetto, è solo un’esperienza, mithyājñāna.

    -In riferimento alla dualità, ciò che chiamiamo la sua apparenza o percezione non è nient’altro che il pensiero o conoscenza erronea che ci sia, e non un qualcosa che sarebbe proiettato obiettivamente. L’apparenza è nient’altro che il pensiero che qualcosa sia apparso. Cioè: non è consustanziata da altro che dal pensiero che sia “lì”, laddove invece non c’è. Non è che c’è e poi io la percepisco in qualche modo, falsamente o realmente. L’apparenza, la percezione della dualità, è solo un pensiero, cioè appunto il pensiero che ci sia. Per questo si dice “appare”. Ma non è che ci sia in qualche modo, ossia in un modo particolare e relativo che chiamiamo “apparenza”; questo significherebbe farne un prodotto, un evento, una realtà positiva. Piuttosto, ha valore solo “nozionale” e nient’affatto “esistenziale”. Dunque “appare, ma non è”. L’apparenza è solo il pensiero che ci sia – ciò si chiama percezione, ed è tale la nostra percezione della dualità -, un pensiero che è preso per una cosa realmente presente. Una percezione presa per un oggetto di percezione. Una conoscenza erronea, non una “cosa erronea”. Questo è l’adhyāsa. Dunque non c’è alcun evento, oggetto o prodotto, che però sia falso, ma è falso che ci sia un oggetto. Il mondo è solo la forma del mithyājñāna riguardo l’unica Esistenza, e non qualcosa che esista e che dunque possa essere riconosciuto per come è o per come non è. Se, invece, di oggetto si parla, a qualunque grado lo si immagini – pur se lo si denomina “falso” – allora la conoscenza che si avrà di esso sarà corretta conoscenza (e nient’affatto falsa); e perciò l’oggetto risulterà esistente e irremovibile per com’è.

    Bisogna fare attenzione ad un fatto, che solo apparentemente è linguistico, perché invece è foriero delle più rilevanti conseguenze teoretiche. Quando si usa l’espressione “apparenza”, o “manifestazione” – il che è lo stesso -, sembra che si possa applicare coerentemente, senza contraddizione, all’Essere, come se appunto fosse l’Essere ad apparire, o a manifestarsi, nella forma del mondo. Ovvero, sembra che questi termini siano coerentemente sufficienti a se stessi, e che abbiano un valore “obiettivo”, sicché siano in grado di descrivere una dinamica ontologica obiettiva. Ma così non è. Il linguaggio ha un indubbio effetto reificante, ed è per questo che è necessaria la massima attenzione. Sembra che le affermazioni quali “l’Essere appare” o “l’Essere si manifesta”, o ancora “il mondo appare” abbiano un senso compiuto, ma il punto è: appaiono a chi? Non si dà mai alcun apparire senza che un tale apparire sia dato a qualcuno, appaia a qualcuno. Ogni cosa appare “a me”, cioè alla Coscienza. Descrivere l’apparire come fosse un fatto autosufficiente è precisamente l’errore di astrazione in cui cadono i realisti, i naturalisti, i riduttivisti di ogni risma. L’immediatezza del fenomeno non esiste (e quindi non esiste alcun Essere immediato), dal momento che ogni apparire del fenomeno si dà sempre all’interno di un contesto mediazionale, costituito dal Soggetto a cui appare tale fenomeno. Il fenomeno è indefinitivamente mediato e mediabile, per quanti sono i modi in cui è dato a colui al quale si rivela come fenomeno. È impossibile stabilire una immediatezza sua propria, definitiva e stabile del fenomeno, inteso come puro apparire. Non esiste il puro apparire, esso è sempre condizionato e mediato da colui al quale esso appare. E colui (la Coscienza) al quale il fenomeno appare non può essere scavalcato, o rifuggito, come fanno gli affetti dalla sindrome di Münchhausen credono e fanno credere. “Io sono” non può essere negato o messo da parte. Parlare in modo generico di “apparire” o di “manifestazione”, in riferimento all’Assoluto o al mondo, è precisamente rimanere in questo – ma non il solo1 – equivoco. Parlare di un apparire in sé è come parlare di una lampada auto-poggiantesi, un’assurdità. Se si vuole, invece, rigorizzare il discorso, bisognerebbe sostituire ad “apparire” il verbo “pensare”, o “sapere”, cioè illuminare, essere coscienti. Sicché l’espressione “il mondo appare” significa sempre e soltanto “il mondo è pensato”, o “è noto”, o ancora, il che è lo stesso, è percepito, è saputo. In questo modo si evita innanzitutto l’equivoco di concepire astrattamente l’oggetto del sapere, l’oggetto del pensare dal pensiero che lo pensa, e di presentarlo come se fosse un fatto, un dato in sé e per sé, e in secondo luogo di passivizzare, reificare, oggettivare l’atto di coscienza.

    Alcuni sostengono che “l’essere appare”. Costoro, tuttavia, convengono – e, se non lo fanno, peggio ancora – che ogni alterità tra essere e pensiero è impossibile – e non si può non convenirne, se si pensa con rigore, dal momento che ogni dualismo “gnoseologista”, ossia ogni dualità tra pensiero ed essere, è, in realtà, solo presupposta al pensiero (anzi essa è il presupposto stesso del naturalismo ovvero il naturalismo come presupposizione creduta epperò impossibile, appunto autocontraddittoria). Ora, come si è detto, “apparire” vuol dire “essere pensato” – e sarebbe cosa opportuna usare questa dicitura, senza nascondersi dietro l’ambiguità della nozione di “apparire”, ché apparire è essenzialmente empirico ed empiricizzante (esser dato, oggettivato), quindi dualizzante. Ma, se si conviene che pensiero ed essere sono una medesimezza – come è in tutti i vertici della storia della filosofia seria e rigorosa, direi nella classicità dell’idealismo che è la filosofia – e si conviene, pertanto, che l’essere è pensiero, allora se “apparire” vuol dire “essere pensato”, chi sostenga che “l’essere appare” (ossia: è pensato) contraddice precisamente quella identità di essere e pensiero! Infatti, costoro dicono (e qui il nostro assenso è pieno) “l’essere è pensiero” (sat-cit). Ma poi aggiungono (e qui sta la catastrofe teoretica di cui “inspiegabilmente” non ci si vuole avvedere) che l’essere “appare” ed è tale apparire, ossia che “l’essere è pensato”. Ora, se l’essere è pensiero, per ciò stesso non potrà essere anche pensato, pena contraddizione. Non potrà essere un pensato, come tale identico ad ogni altro pensato, un pensato tra gli altri… con le conseguenze che non è neppure necessario esplicitare. E, invece, esplicitiamo… Cosa impedisce di prendere consapevolezza, dunque, che ridurre il pensiero a pensato (questo dovrebbero dire, coerentemente, costoro) significherebbe negare il pensiero e, di conseguenza, anche il pensato (ché il pensato è tale solo per il pensiero che lo pensa, per la coscienza che lo sa, ed è inseparabile da esso)? “Pensato” ha senso solo se il pensiero (pensante) non è pensato. Ma, di nuovo: se il pensiero è l’essere, allora è precisamente la pretesa che l’essere sia pensato (appaia) a costituire la impossibile negazione dell’essere, cioè del pensiero. Né vale la improvvida obiezione che il pensato è pur sempre pensiero (cioè ricade in questo): ovviamente sì, ma il punto è che, se ogni pensato è pensiero, tuttavia il pensiero non è e non sarà mai un pensato, cioè non sarai mai oggettivato, ma resterà invariabilmente il Soggetto inoggettivabile di ogni pensato. Di più: proprio perché il pensiero non è (non coincide con, non si riduce a) nessun pensato, può “contenere” ogni pensato.

    Tutto ciò è di assoluta rilevanza ai fini del nostro discorso, perché ci aiuta a non separare l’oggetto dal soggetto, il mondo dall’io, le avasthā dal Sākṣin, e di capire che non c’è “dato” che non sia “dato a qualcuno”, ossia, in definitiva, “dato a me”. Inoltre, ne consegue anche che, avendo l’avidyā un valore solo epistemico e nient’affatto ontologico, essendo cioè soltanto un modo erroneo di conoscere, ne consegue che la forma assunta da questo pensiero viene meno col venir meno di esso, e che il mondo non ha altra consistenza che nella consapevolezza dell’ajñānin. Infatti l’errore, cioè la parvenza, è far essere ciò che non è: il miraggio è credere che sia e, dunque, che appaia qualcosa che non è. Da qui si capisce che è sofistica, e non pensiero, concepire l’apparire come tale quale apparire dell’essere2.

    –Suṣupti è la vera natura del jñānin e dell’ajñānin. E lì non è che si veda un mondo che tuttavia venga riconosciuto essere falso, lì non esiste assolutamente null’altro da Sé. C’è solo pura Esistenza. Che rapporto ho io in sonno con il corpo del sogno? Nessuno, in alcun modo. Se così non fosse, se il jñānin vedesse comunque il loka-vyavahāra, pur come falso o irreale, allora in lui sorgerebbe una vera differenza: finché vive in un corpo (!) avrebbe lo stato in cui vede il mondo (che però è falso), e ne avrebbe un altro in cui non li vede più una volta morto il corpo. Ma, così, la vera liberazione sarebbe la videhamukti. In altre parole, la relazione col corpo rimarrebbe indipendentemente dalla rimozione dell’adhyāsa. Invece, il corpo e il resto dell’anatman c’è, o meglio appare, solo nella nozione erronea “Io sono questo corpo” e mai altrimenti; questo è in accordo col proprio anubhāva.

    -Il problema inoltre non è solo sull’oggetto, che sarebbe presente per tutti e dunque apparirebbe come reale all’ajñānin e falso al jñānin, ma anche il fatto che il jñānin resterebbe comunque un pramātṛ che usa pramāṇa per conoscere un prameya; questo sarebbe comunque il suo limite, il fatto che in qualche modo – e non si sa bene perché – resti la tripuṭi. Invece, la falsificazione del sogno consiste nella sua scomparsa: questo è l’anubhāva, e non il fatto che dopo rivelatosi falso si continui a percepirlo come falso.

    -Una ragione ulteriore: se si definisce la condizione del brahmajñānin come quella in cui si ha una cognizione del mondo di dualità come falso, allora questa condizione non è la suprema beatitudine per noi concepibile, e perciò non coincide con il vero mokṣa. Non a caso, tale condizione varrebbe solo temporaneamente, sino alla caduta del corpo. Io posso infatti immaginare una beatitudine superiore a quella dello spettatore indifferente allo spettacolo falso che gli si presentasse dinanzi. Non posso invece immaginare una beatitudine maggiore alla pienezza della pura e totale Esistenza, com’è sperimentata in suṣupti.

    -Chi conosce Brahman è Brahman. Chi conosce il mondo è (parte del) mondo. Che lo si conosca ma non se ne sia legati perché risaputo falso è una giustificazione che si basa sul pregiudizio del vegliante, cioè sul pregiudizio che ci siano cose o eventi (che siano nati, direbbe Gauḍapāda), e non pensieri o percezioni erronee.

    -Chi pensa di essere il corpo non conosce se stesso e commette adhyāsa, e così facendo pensa che anch’esso in un certo senso abbia un corpo e agisca; ma se non conosce la propria condizione come può conoscere quella del jñānin? Infatti, l’errore è proprio che Io sia il corpo. Tra l’altro, il corpo stesso è una percezione/pensiero della mente che erroneamente pensa di esserlo. Il corpo è un pensiero/percezione intrattenuto dalla mente. Cioè il corpo c’è, e consiste, solo nella nozione erronea di essere il corpo, mai altrimenti. Essere il corpo è un’esperienza, un pensiero della mente errante e non un fatto corporeo, esterno alla coscienza, obiettivo. Questa è, in effetti, precisamente anche l’opinione di Śrī Ramaṇa Maharṣi, il quale a tal proposito insegnava che: “An Ajñānin (Ignorant) sees someone as a jñānin (Self-Realized Soul) and identifies him with the body. Because he does not know the Self and mistakes his body for the Self, he extends the same mistake to the state of the jñānin. The jñānin is therefore considered to be the physical frame”.

    -A mio avviso, tutte le spiegazioni che normalmente troviamo sul modus operandi di un jñānin vengono fornite solo tenendo fermo il punto di vista di un ajñānin. Per dirla in parole povere, ogni insegnamento è rivolto ad un ajñānin. Per un jñānin non esiste la percezione del mondo della dualità. “Brahmavid brahmaiva bhāvati” (colui che conosce Brahman è/diventa Brahman) è lo śruti pramāṇa.

    Pertanto, essendo Brahman uno senza secondo, non rientra nella triade conoscitore-conosciuto-conoscere.

    Poiché Brahmavid è Brahman soltanto, non è corretto parlare di Brahman come di qualcosa che è confinato al complesso corpo-mente. I ricercatori normalmente pensano che un jñānin sia “un essere illuminato in un corpo”. Partendo dalla loro identificazione/comprensione del jñānin come tale, pretendono una spiegazione su “com’è che il jñānin mangia/beve/parla/scrive/insegna in questo mondo?”. E a questa domanda non valida esiste una risposta provvisoria nel Bhāṣya: il “prārabdha continua” oltre il sorgere della conoscenza. Ma è solo una risposta provvisoria. Dovremmo sempre chiederci: cos’è il prārabdha, dopotutto? Il corpo è il prārabdha. Ora, per chi è questo “corpo”? La risposta è: lo è per l’osservatore. Allora, cos’è per il “jñānin“? Per un jñānin, non è corpo – il corpo non esiste, perché quando tutto è Ātman, cosa ne resta dello scopo, della possibilità stessa dell’anātman? Questo è quanto indica esplicitamente l’Aparokṣānubhūti, distinguendo tra un insegnamento provvisorio – che è śāstra kalpitam e diretto ad un certo indagatore – e la vera natura del conoscitore.

    Quindi, la gloria del jñānin è una gloria incorporea. Se l’osservatore non è soddisfatto di questa risposta e chiede una spiegazione più precisa su “come opera il jñānin“, chiederei sempre all’osservatore di indagare prima di tutto sulla verità delle proprie azioni. Per ignoranza, quest’uomo pensa di “operare”, “controllare”, di “essere colui che agisce”, ecc. Non è così? Ora, cosa dice lo śāstra a un uomo così ignorante? Dice: “Prakṛti compie tutte le kriyā secondo i guṇa e l’uomo ignorante pensa di essere colui che agisce”. Quindi, prima di tutto, la concezione propria di una persona ignorante, come “io controllo/mantengo il corpo e le sue azioni”, è di per sé un grave equivoco, un’errore (mithyājñāna). Cosa dire del modo in cui questa persona ignorante pensa a un jñānin? – A causa del sua comprensione erronea che consiste nel pensare di essere un corpo, arriva a pensare che anche il jñānin sia all’interno del corpo. Tutto qui.

    Pertanto, ogni volta che un cercatore indaga sul modus operandi/stato del jñānin o chiede spiegazioni su come/cosa ci sia al di là del jñāna, faccio sempre riferimento all’errore di quel medesimo cercatore riguardo alla “sua propria identificazione con una personalità che è in uno stato di relazioni o “transazioni””, e indico che proprio questo è l’errore (adhyāsa). Con ciò, anche la questione dello stato di cose del jñānin viene risolta. Ecco perché, in una certa misura, l’espressione “uomo di conoscenza” (jñānin) è fuorviante. Non esiste alcun jñānin, esiste solo jñāna e quel jñāna che è uno senza secondo è Brahman. Jñāna non è nel corpo, ma il corpo è solo una percezione errata di ciò che esiste, cioè jñāna.

    *
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    I concetti di jīvanmukti e videhamukti sono perciò una prakriyā, perché sono possibili solo quando si accetta l’esistenza del jīva (jīva bhāva), sono quindi [concetti] vyāvahārika, [per cui] il jīvanmukta è un jīva e anche il videhamukta è un jīva. Sono così definiti dal punto di vista dell’individualità o del corpo. Questo è possibile se crediamo che esitano molteplici draṣṭā e credere che esistano molteplici draṣṭā è un legame, una limitazione, un ulteriore adhyāsa (attribuire il Sé al non-Sé). La nozione di brahmajñānin, come quella di mukta, mokṣa, ecc., sono per così dire “concetti limite”, che non possono essere presi “letteralmente”, perché in questo modo implicano una complanarità di vidyā e avidyādṛṣṭi. Tra il dire e l’intenzione del dire sussiste una divaricazione, che però non appare ai più. Queste espressioni perciò sono valide solo a condizione di cogliere l’autentica intenzione della parola: se è intenzione di verità, allora tale intenzione non può non fungere da legittimazione effettiva, ma solo nel senso che è intenzione di togliere la parola nella verità e non di ridurre la verità a parola. Il punto è che la funzione del mezzo (della relazione) è quella di “togliersi di mezzo”, affinché il relativo si tolga nell’assoluto. Collocandosi nell’ordine empirico-formale, insomma, non si può evitare di rivolgersi al Brahman per il tramite della parola, ma il valore della parola è proprio quello di indicare la necessità di trascendere il piano (livello) nel quale essa si colloca. Il linguaggio si riferisce solo intenzionalmente alla verità, non effettivamente, che altrimenti la verità ne sarebbe oggettivata e, con ciò, falsificata. La verità non può essere oggetto del linguaggio, che se così fosse essa verrebbe posta nella relazione. Invece, essa non è nella disponibilità del linguaggio, il quale tuttavia si costituisce intenzionalmente rispetto la verità. Perciò, queste sono “figure” (parola), ma figure fondamentali: sono quelle figure che, indicando l’emergere della verità sull’ordine della rappresentazione, indicano la necessità del venir meno di ogni figura nonché di sé, in quanto ancora figura (parola). Ciò che rende liberi non è la parola, bensì la verità, ossia l’intenzione che volge al vero la parola. Quest’ultima costituisce ciò per mezzo di cui è dato di volgersi alla verità. La verità, di contro, è ciò in virtù di cui è dato di intendere il senso autentico della parola, così da pervenire all’effettiva libertà, la quale non può non essere libertà dal condizionamento, cioè libertà dal presupposto della finitezza. Su questo punto si ritornerà, perché qui è in gioco l’inestimabile valore teoretico dell’adhyāropāpavāda. Infatti, la posizione del Vedānta è che non è possibile addurre alcuna affermazione o descrizione positiva riguardo la verità.

    Secondo Siddhāntin:

    A mio parere ogni difficoltà circa l’apparente relazione tra Guru e śiṣya è magnificamente e semplicemente risolta da Pūjya Svāmī Prabuddhānanda Mahārāja nel brano tratto dal suo commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad che accludo qui sotto. Con la stessa argomentazione Svāmījī spiega chiaramente che la conoscenza non distrugge il mondo. Se lo distruggesse vorrebbe dire che il prapañca avrebbe un certo grado di realtà. Invece il mondo è una apparenza in te stesso:

    “Perciò, il prapañca vilaya vāda (dottrina della distruzione del mondo) è una scuola di pensiero secondo cui non solo bisogna conoscere la Verità, ma anche distruggere l’universo. Non è necessario abbattere tutte le onde per sapere che sono tutte acqua; non è necessario uccidere il serpente per sapere che è una corda; non è necessario pompare via tutta l’acqua del miraggio per sapere che si tratta di sabbia; se ci fosse acqua reale, la dovresti asciugare per vedere la sabbia. Ma l’acqua non ha bisogno di essere asciugata perché non c’è acqua, è solo una percezione; quindi il miraggio non è parallelo alla sabbia né impedisce di conoscere la sabbia. Il saṃsāra non impedisce di conoscere la Verità: puoi attraversare il saṃsāra e allo stesso tempo puoi sforzarti di comprenderne la falsità. Non devi aspettare che il mondo scompaia per conoscerne l’origine, non devi aspettare che tutte le onde si plachino per conoscere l’acqua. Anche quando le onde si formano puoi sapere che sono acqua. Quindi il prapañca vilaya vāda è una scuola di pensiero speculativa, respinta dal Vedānta. Il prapañca non ha bisogno di dissolversi, il prapañca è fatto del tuo Essere. Puoi vedere il mondo e anche capire che è fatto di te.

    Un’altra scuola di pensiero sostiene che quando il maestro insegna al discepolo esiste un dvaitam . Che dire di questo dvaitam? Va bene, potresti non accettare l’altro dvaitam, ma questo dvaitam esiste: il maestro, il discepolo, cioè lo śāstra dvaitam. In risposta a ciò, il Kārikākāra dice che quando il genitore canta una ninna nanna per far addormentare il bambino, allora c’è dvaitam, c’è un cantante, c’è un ascoltatore, c’è una relazione genitore-figlio; ma una volta che la ninna nanna inizia a funzionare, allora non c’è dvaitam, lo scopo (tatparyam) della ninna nanna è advaitam. Allo stesso modo il tatparyam dell’insegnamento è advaitam; quando si comprende l’advaitam non c’è dvaitam.
    Al momento dell’insegnamento si vede il dvaitam, ma quando l’insegnamento è compreso, il dvaitam è falsificato. Si sente una ninna nanna, c’è il dvaitam e la ninna nanna fa il suo lavoro; e allora non c’è più il dvaitam genitore-figlio. Allo stesso modo, quando l’insegnamento è compreso, non c’è dvaitam. Come nel sogno c’è tanto dvaitam, quando ti svegli non c’è più dvaitam. È come il fatto che la terra è rotonda anche quando non lo si capisce. Quando lo si capisce, ovviamente è rotonda: l’errore non ostacola la comprensione del fatto. Ciò che ostacola la comprensione del fatto è il tuo disinteresse, la tua distrazione, la tua mancanza di attenzione per esso. Così accade per l’istruzione: nulla ostacola la tua istruzione tranne il tuo disinteresse. Allo stesso modo, nulla può ostacolare la comprensione della Verità di Sé, tranne il tuo disinteresse. Continui a pensare di poter trovare la felicità negli oggetti, nel denaro e sei indifferente alla tua esistenza. Questa indifferenza verso la propria esistenza ostacola la comprensione.

    Pertanto, gli errori non impediscono la loro correzione, ma è la tua indifferenza alla correzione che impedisce di apportare correzioni. Cadere non impedisce di rialzarsi, ma è la tua indifferenza ad alzarti che lo impedisce. Il tatparyam dell’insegnamento è che è advaitam. E quindi, anche se si pensa che esiste una relazione maestro-discepolo, tale relazione non qualifica la natura del maestro né la natura del discepolo. La relazione maestro-discepolo all’interno del sogno non ti qualifica, poiché quando ti svegli è falsificata. Anche la ninna nanna è trascesa nel sonno. Pertanto nulla ostacola il suo superamento perché è già stato superato,: la Verità è già stata trascesa. L’indifferenza verso il proprio Essere è il problema, l’indifferenza verso la propria esistenza è il problema. Ti interessi al tuo corpo e alle tue emozioni, ma quello non sei tu; ti interessi alla tua morale e alla tua etica, ma quello non sei tu: interessarti alla tua esistenza è ciò che conta. Sei consapevole della tua esistenza, sei anche consapevole del fatto che il mondo intero è inerte; quindi l’evidenza dell’universo e l’evidenza del soggetto sono allo stesso punto. Questa è la bellezza della non dualità.

    L’evidenza del soggetto è il soggetto stesso, l’evidenza dell’universo è anch’essa il soggetto, è la tua conoscenza. Qual è l’evidenza che esiste un universo? È la tua conoscenza. Qual è l’evidenza che tu esisti? L’evidenza è la tua conoscenza, quindi la conoscenza è non duale. L’updeśa compresa è che non c’è dvaitam, l’updeśa non compresa pensa che ci sia dvaitam. Che cosa ostacola la comprensione del Vedānta? Studiare la tua esistenza è Vedānta. Interessarsi alla propria presenza è Vedānta. Interessarsi alla propria esistenza significa non dare per scontata la propria esistenza; tutto esiste perché ne sei consapevole, la tua consapevolezza è ciò che conta. Quindi guarda te stesso. Questa non indifferenza verso la propria esistenza è chiamata jijñāsa. Quando studi la tua esistenza capisci che non c’è dvaitam, ci sei solo tu.

    Che tu sia Brahman è un’affermazione che può essere verificata. La verifichi in te stesso. Ciò che è verificabile non è una questione di fede: solo ciò che è non verificabile diventa una questione di fede. La propria esistenza è verificabile, è intima: non puoi verificare ciò che è lontano, ma ciò che è intimo può essere verificato. Oṃkāra ha quattro mātrā: akāra, ukāra, makāra sono mātrā e nirviśeṣam è amātrā. Brahman ha quattro pāda e Virāt è un pāda, Hiraṇyagarbha è il secondo pāda, lo stesso Brahman come origine è il terzo pāda e Brahman come nirviśeṣam è apāda, è Brahman stesso.”


    1. Infatti, che l’Assoluto o l’Intero si dia, cioè appaia o si manifesti, ingenera una serie di insormontabili difficoltà e di inevitabili aporie, sia tale apparire o manifestarsi concepito alla maniera di Guénon, o secondo altre direttrici teoriche, come in Heidegger o Severino. A chi potrebbe mai darsi l’Intero? Per darsi, infatti, dovrebbe oggettivarsi, rendersi non-intero per potersi dare a qualcuno, per il quale, tuttavia, ciò che si darebbe non potrebbe più per ciò stesso essere l’Intero, ma solo una parte. E’ la “divisione dell’intero” che è divisa da se stessa (scissa, incapace di porsi), perché divisione dell’intero è contraddittoria. Ed è contraddittoria perché a dividere l’intero dovrebbe essere l’intero stesso (infatti, se fosse altro dall’intero a dividere l’intero, in quanto “altro” sarebbe già diviso, postulato come diviso: non sarebbe intero ma “uno dei due”, altro da quell’altro) – tuttavia, se fosse l’intero a dividere se stesso, esso sarebbe contraddittoriamente sia l’atto (indiviso) del dividersi sia il risultato di tale atto di divisione (ossia diviso): sarebbe, sub eodem respectu, indiviso e diviso. La divisione dell’intero si “esclude da sé”, pertanto. Questo escludersi (togliersi, negarsi, non riuscire a porsi) da sé della (tentata) divisione dell’intero è il modo mediato, attraverso cui noi diciamo l’intero come ciò che è (risulta) indivisibile. Dell’intero sappiamo solo che è (non potendo non essere) ed è indivisibile (non risultando intelligibilie la sua divisione)… ma non sappiamo nulla circa cosa sia l’intero in sé. Il “dividersi in sé” è la più radicale forma di “divisione da sé”: è avere in sè la divisione, essere scisso. Ma, come si dimostrava sopra, dividersi in sé e da sé comporterebbe contraddittorio (quindi, è impossibile). Inoltre, il finito non “viene diviso”, perché il finito (de-terminato, de-limitato) è diviso come tale (tra sé e l’altro da sé che gli è essenziale per essere). Perciò l’essere non appare, non si manifesta, non si dispiega, e inversamente ciò che appare non è l’essere, ovvero non “è” veramente. Il mondo non può essere concepito come il dispiegarsi discreto dell’Essere, e in esso non si darà mai alcuna parousia finale e completa, alcuna manifestazione della “pienezza dei tempi”. L’Essere contraddice la struttura stessa dell’apparire: non si può credere di poter svelare l’immediato, dal momento che ogni disvelamento, non dell’immediato sarebbe disvelamento, perché esso si compirebbe sempre secondo le strutture del disvelare stesso, che valgono come la mediazione. È insensatezza un “manifestarsi” che postula insieme l’alterità tra ciò-che-si-manifesta e ciò-a-cui-si-manifesta (ché un manifestarsi a se stesso è assurdo) e l’identità tra di essi (ché il riconoscimento del manifestantesi è di già identità in atto o presenza del riconosciuto in chi lo riconosce). Insomma, la nozione di “manifestazione dell’Essere” è una contraddizione ordinaria: l’assunzione dell’indivisibile come divisibile (tale da poter apparire partitamente, non-interamente). Questo per dire della vanità speculativa della nozione di Verità come “rivelazione” – e quindi anche di quella di “verità rivelata” (che in realtà come verità sarebbe solo creduta e mai saputa) -, cioè come (auto)manifestazione dell’Essere.[↩]
    2. L’Intero può essere concepito coerentemente solo come pura auto-coscienza, scevra da qualsiasi auto-oggettivazione. L’intero “è”. Esso è sempre presente, infatti non può non essere. Se esso non fosse, nulla sarebbe e questo “nulla” sarebbe esso l’intero. Sempre presente, l’intero è presente a se stesso, “è” la propria presenza. Se l’intero fosse distinto dalla sua “presenza”, sarebbe “qualcosa” di cui si dice che “è” presente ed il vero intero sarebbe l’unità di esso e della (sua) presenza. Poiché l’intero “è” presenza a se stesso, l’intero non si presenta; per potersi presentare, esso dovrebbe potersi assentare, per apparire esso dovrebbe anche sparire. Se l’intero non può “apparire”, ciò che appare non è intero. Allora il “fatto” che appaia è prova del suo non essere intero. Anziché attestare l’essere, l’apparire attesta il non-essere di ciò che appare, che è il non essere vero dell’apparire come tale. Poiché qualcosa “appare” solo a condizione di essere diviso da se stesso, astratto, l’apparire “appartiene” all’astratto. Esso tiene separato l’intero dall’intero. La “ragione”, nel senso hegeliano, che è il logos eracliteo (che rende l'”anima” ‘illimitata’ e, perciò, non più la “mia” o la “nostra” anima), non può apparire. Il vero “appare” nel suo non-apparire. La verità non è un fatto, un dato, un oggetto – e dunque non è neppure un “ricercato”, né un “dato da ritrasmettere”.[↩]

    1. Discussione (saṃvāda) con un lettore del Sito

      1. Discussione (saṃvāda) con un lettore del Sito

      Uno dei nostri lettori ci ha scritto chiedendo alcuni chiarimenti su alcuni contenuti delle pubblicazioni apparse su questo Sito. Ha, inoltre, posto alcune domande su alcuni delicati passaggi di dottrina, tutti concernenti l’Advaitavāda. Poiché il messaggio dimostrava una rara disposizione alla sincerità e un’intelligenza spiccata, dote ancor più rara, è stato con grande piacere che alcuni collaboratori del Sito Veda Vyāsa Maṇḍala hanno acconsentito di rispondere, nei limiti delle competenze di chi è un semplice discepolo di conoscenza (jñānaśiṣya). In vista della pubblicazione, lo scambio di messaggi ha preso la forma di un dialogo di Satsaṅga tra il nostro lettore nella figura del pūrvapakṣin e di tre nostri collaboratori quali siddhāntin.

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      Pūrvapakṣin:

      Mi rivolgo ai collaboratori di VVM per porre alcune domande e osservazioni al fine di chiarire alcuni aspetti di argomenti che ho trovato nella lettura dei contributi apparsi nella sezione Vedānta del Sito.

      • Un primo punto riguarda quanto scritto nella postfazione dell’articolo “Considerazioni vedāntiche” (nel frattempo ho letto anche il bel testo completo di Grimes, pubblicato da Ekatos; d’altronde, Ramaṇa Maharṣi fu l’argomento del primo messaggio che vi scrissi anni or sono e la mia venerazione per la sua figura è intatta e immutata). In particolare, vi si legge che Ramaṇa esercitò la tradizionale funzione di dīkṣāguru. Ovviamente, avevo già letto dell’opinione secondo cui il Maharṣi era solito dare iniziazione con lo sguardo, ed è risaputo e documentato che, oltre alle istruzioni per lo jñāna, forniva talvolta chiarificazioni e istruzioni agli yogin che seguivano evidentemente vie yogiche e tantriche differenti dalla cerca vedāntica. La mia curiosità mi spinge a chiedermi nello specifico a quali vie dell’aparāvidyā Ramaṇa iniziasse, e mi chiedo in più come sia possibile, visto che, a quanto pare, egli non ne ricevette mai una, trovandosi quindi fuori da ogni sampradāya tradizionale. La cosa non è un problema per quanto riguarda le istruzioni sul vicāra in favore dei cercatori di jñāna, per le quali basta l’istruzione autorevole di un realizzato come il Maharṣi. Stesso problema non rilevo per le istruzioni che forniva a praticanti di diverse vie: con lo jñāna acquisito non è difficile immaginare la capacità di guidare anche cercatori impegnati in altri cammini. Più difficile mi è comprendere a quale sampradāya dell’aparāvidyā possa aver dato l’iniziazione il Saggio di Aruṇācala. Se ho ben compreso, le trasmissioni iniziatiche, senza scadere nel rigido dogmatismo guénoniano, seguono comunque certe regole (ricordo che anche il grande vedāntin Śrī Svāmī Karapātrī si recò nel sud dell’India per ricevere la trasmissione tantrica di Śrī Vidyā). Ragion per cui mi chiedo quali iniziazioni avesse potuto dare, se egli stesso non ne ricevette mai. Siamo di fronte a una trasmissione che, data l’eccezionalità del saggio, ha proprio in Ramaṇa il primo anello? Immagino, forse, una forma di dīkṣā per favorire la purificazione della mente in coloro che arrivavano da Ramaṇa senza appartenere a un sampradāya tradizionale dell’induismo e che necessitavano – ed erano adeguati – a un percorso preliminare in vista dell’istruzione sulla parāvidyā e della pratica del vicāra? A dir il vero, già prima della lettura del vostro articolo, mi sono sempre chiesto, rispetto alle testimonianze di coloro che consideravano Ramaṇa loro Guru, grazie a un’iniziazione ricevuta, in che cosa precisamente fossero stati iniziati. Ho letto alcuni testi di Osborne e so bene che sostiene l’idea di Ramaṇa come dīkṣāguru; sarebbe curioso sapere come abbia argomentato a Guénon per correggerlo rispetto alle sue opinioni sull’argomento.
      • Una seconda questione, per certi versi non totalmente disgiunta dalla precedente, riguarda le istruzioni impartite da uno jñāna-guru. Come può il jīvanmukta, lo jñānī, insegnare? Vede forse egli un mondo? Vede nāma-rūpa ma lo riconosce come falso riflesso? In questo caso, tuttavia, non permane una traccia di dualità? Non si resta ancorati al dṛṣṭi-sṛṣṭi-vāda (viene visto qualcosa, benché ritenuto illusorio)? Ma allora, come può coesistere una dottrina ajātivāda con un punto di vista supremo? Sembrerebbero queste idee nient’altro che illusioni poste nell’insuperabile apparenza, mere manifestazioni di māyā. L’illusione, per essere tale, una volta riconosciuta non può continuare ad apparire. Dunque, il jīvanmukta non può vedere nāma-rūpa. La nozione stessa di jīvanmukta mi pare un “concetto limite”, sensato solo per chi, afflitto da māyā, vede nāma-rūpa. In verità, Brahman non può vedere il mondo; dunque, questo non può più esserci per il jīvanmukta. Il jīvanmukta non può essere un individuo, e l’insegnamento che gli attribuiamo è in verità un’illusione proiettata dalla nostra avidyā: una sorta di paradossale forma di māyā che ci insegna a distruggere avidyā. In quest’ottica di radicale non-dualità, il concetto stesso di Sākṣin appare un residuo che implica la presenza di avidyā. Cosa c’è da testimoniare se non si dà un testimoniato come māyā? Ma quindi, anche il Sākṣin non è la Realtà Ultima? Logicamente, come ben argomentato in un articolo di Śrī Prasanth Neti, “c’è la jīvanmukti e non il jīvanmukta”. Tuttavia, la coerente conclusione – benché non semplicissima da digerire, poiché implica che in ultima analisi Gauḍapāda, Śaṃkara e Ramaṇa Maharṣi non siano jīvanmukta, ma proiezioni illusorie viste, ascoltate (testimoniate) dal punto di vista di avidyā – mi sembra spostare il problema sul rapporto tra Brahman e mondo: se Brahman, per essere davvero Uno, non può nemmeno testimoniare le ombre del mondo, allora l’insegnamento stesso della paravidyā è illusorio e infondato. Il Reale non può trasmettere nulla all’irreale. Questa trasmissione è possibile, mi pare, solo se ci si arresta al punto di vista del dṛṣṭi-sṛṣṭi-vāda: un testimone distaccato può, per pura compassione, commerciare con l’illusione. Non così il Brahman solitario. Da questo punto di vista, la dottrina ajati risulta evidentemente illogica e contraddittoria: se c’è dottrina ajati, non c’è più l’ajati reale, ed è davvero misterioso come sia apparso nel dominio di māyā un insegnamento che, in ultima analisi, non può provenire da Brahman.
      • Se sposto tali questioni da un piano metafisico a uno personale, mi pare di dover concludere che māyā, così come ogni insegnamento per superarla, non oltrepasserà mai i confini della mia coscienza, con la conseguente implicazione di un solipsismo idealistico radicale. La dottrina ajati, da questo punto di vista, mi sembra l’illusorio eco del sonno profondo nella mia coscienza: infatti lì davvero non c’era nulla, uno senza secondo; e quando appare questa idea nella coscienza, è ormai, per l’appunto, solo un’idea e non più il vero ajati.
      • Effettivamente, mi pare di poter intuire che il sonno profondo, a differenza di tutto il dominio di nāma-rūpa (sia di veglia che onirico), rompa, per così dire, la barriera della mia coscienza.Non può cioè essere un oggetto per essa. Infatti, se tutti i nomi e le forme non possono che apparire nel campo della mia coscienza ed esistono solo in quanto testimoniati da essa, nel sonno profondo non c’è in verità testimonianza di alcunché. L’espressione «lì non c’era nulla» non va intesa come la testimonianza di un’assenza, ma come l’impossibile ricordo di uno stato in cui non esisteva nemmeno il testimone.
      • Per tirare i fili di queste considerazioni e tentare di abbozzare una risposta al quesito iniziale – su come sia possibile un insegnamento supremo e illusorio che appare nel campo altrettanto illusorio della coscienza –, mi pare di poter concludere dunque che questo non è altro che il tentativo impossibile di afferrare il sonno profondo nel dominio di māyā. Ramaṇa, i commentari di Śaṃkara e qualsiasi parola di verità sono dunque la proiezione illusoria di una coscienza che cerca di afferrare il sonno profondo. A prescindere da questa maldestra mia ipotesi, che ha probabilmente il difetto di cercare di tenere insieme il punto di vista supremo del Brahman con quello relativo del cercatore, resta la straordinarità di questa presenza in māyā di qualcosa che ha il fine di trascenderla e che non può di fatto derivare dal Brahman stesso, perché questi non vede e non agisce essendo assolutamente solo.
      • Un’altra questione riguarda un tema che da sempre mi interessa e affascina: lo statuto e le “possibilità” offerte dallo stato del sogno. L’occasione per ripensare alcune questioni che da un po’ affollano la mia mente mi è stata data da un sogno particolarmente vivido fatto di recente, di cui ho conservato per alcuni giorni una potente impressione (che sta però pian piano svanendo). Ecco il sogno: mi trovavo con una persona sconosciuta nella veglia, in uno stato di particolare felicità e benessere. A un tratto, sono diventato più consapevole e introspettivo, fino ad affiorare alla coscienza che ciò che stavo vivendo poteva essere un sogno destinato a sparire. La cosa comportava un certo dispiacere e, nell’incapacità di comprenderne con certezza la natura onirica, tentavo di oppormi all’idea, sforzandomi di convincermi che non fosse un sogno. La cosa interessante è che durante queste macchinazioni del pensiero onirico, ricordavo perfettamente il mio stato di veglia – familiari, incombenze prossime, ecc. – riconoscendo una perfetta identità tra quell’io del sogno e quello della veglia che ora sta scrivendo. Quando la consapevolezza che si trattava effettivamente di un sogno e che ero destinato a risvegliarmi nel mondo che conoscevo è divenuta più forte, la persona che era con me è sparita e, dopo un breve tentativo di cercarla, mi sono svegliato. Al risveglio, l’esperienza era vivida, e mi colpiva soprattutto il pensiero di quanto quel sogno mi fosse apparso reale, al punto che in esso la veglia era a sua volta pensata come un sogno, prima che i dubbi mi portassero al risveglio. Conservavo nella veglia lo stesso stupore e dubbio rispetto a quel sogno che conservavo vividamente, riconoscendo anche nella veglia la continuità del mio io con quello che in precedenza era nel sogno. La resa in parole suonerebbe: “ero proprio io”. Questo, in breve, il racconto. Non è la prima volta che faccio esperienza, almeno parziale, di sogni lucidi o consapevoli. In generale, quando capita, per qualche breve momento la veglia mi appare meno “consistente” e la mente valuta la possibilità che sia essa stessa illusoria, e che il luogo del sogno in cui mi trovavo prima fosse quello più reale. Mi perdonerete il racconto fenomenologico, che serve ad arrivare alle questioni che voglio porre. Devo prima fare riferimento a quanto ho letto con interesse riguardo allo yoga tibetano del sogno e del sonno, in particolare ai libri di Namkhai Norbu e Tenzin Wangyal Rinpoche, personalità che mi sembrano del tutto affidabili. È noto come in queste pratiche tibetane sia presente il tentativo di portare la lucida consapevolezza della veglia anche negli stati del sogno e, al massimo livello, persino nel sonno profondo. Riassumendo, questo è fatto a scopo di sādhana per raggiungere quello stato della mente lucida in cui smettere di identificarsi con l’io illusorio e riconoscere la propria natura identica alla pura “luce naturale”, base che permea tutti gli stati di coscienza.
      • Dai vostri scritti, e in particolare dalla lezione di Śrī Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī, ho appreso della discontinuità, dal punto di vista vedāntico, tra veglia e sogno. La personalità presente nell’uno non è quella dell’altro, e viene meno quella continuità lucida che mi sembra essere il presupposto di queste pratiche tibetane (mi riferisco ora a veglia e sogno, poiché il passaggio al sonno profondo segna intuitivamente un salto di qualità differente). Premesso che trovo molto interessante, potente e affascinante l’idea del Vajrayāna tibetano di sfruttare anche il sogno a scopo di sādhana senza limitarsi alla veglia, la cosa sulla quale mi preme riflettere – anche a partire dalle mie umili esperienze – è che la loro idea di una possibile continuità della lucidità consapevole tra veglia e sogno mi pare serva a spiegare fenomeni come quello che vi ho raccontato. Se effettivamente non fosse presente la possibilità di questa continuità, come si giustificherebbe la possibilità di vivere un sogno nel quale si è consapevoli di quell’altra veglia (che nel sogno potrebbe essere percepita a sua volta come sogno) che ci aspetta e a cui ci si potrebbe risvegliare? Inoltre, anche dal punto di vista del sādhana, perché non utilizzare il sogno se in esso in effetti sembra più facile afferrare la possibilità di concepire quanto si vede come frutto di illusione?

      In ambito tibetano, uno degli scopi della pratica dello yoga del sogno è proprio quello di aiutare a riconoscere come analogamente illusorio, frutto di māyā, anche la realtà della veglia. Questo sarebbe possibile anche grazie alle manipolazioni possibili della realtà onirica da parte di chi si avventura in essa con lucida consapevolezza. Una volta riconosciuta l’analogia con lo stato di veglia, lo scopo diventa riconoscere entrambi come apparenza illusoria. Ecco una breve citazione dal testo sul sogno di Lama Norbu: “L’esperienza dello stato di veglia è più concreta e legata agli attaccamenti, mentre il sognare implica un leggero distacco […] se un praticante è capace di integrare totalmente la propria esperienza, può trovare uno stesso principio e un’identica condizione in entrambi gli stati. A questo punto la vita è davvero un sogno”. “Se abbiamo esperienza del corpo mayico possiamo facilmente comprendere il funzionamento dei sogni”che serve“a realizzare totalmente la comprensione dell’irrealtà”. Qui si vede bene, mi pare, come la coscienza pre-personale faccia da base all’esperienza condizionata dal karma (maggior e minor attaccamento) sia nel sogno sia nella veglia, garantendone così la continuità. Ora, per il Vedānta mi pare invece che il vicāra debba essere perseguito in veglia e che gli altri stati siano utilizzati, a partire dalla lucidità della veglia, per raggiungere il quarto stato (Turīya) come unico vero Reale. Ciò che mi pare simile nella discriminazione vedāntica è l’analogia che viene stabilita tra sogno e veglia. Un discorso a parte vale per il sonno, perché questo nel Vedānta non è altro, in verità, che il Brahman sempre presente, solo erroneamente interpretato dalla veglia (e dal sogno). Nel quadro del Buddhismo, la questione del sonno profondo mi sembra meno chiara. Vi propongo però un passaggio di Tenzin Wangyal Rinpoche, che già avevo segnalato a un vostro collaboratore e che, almeno in parte, mi pare sviluppi un’idea del sonno profondo non dissimile da quella del Vedānta: “Nella pratica tantrica, lo yoga del sogno viene usato per generare il corpo divino della divinità di meditazione (yidam), che è ancora nella dimensione di soggetto e oggetto, mentre lo yoga del sonno sviluppa la mente della divinità, che è pura coscienza non duale. Nello Dzogchen la pratica del sogno è in un certo senso secondaria, perché lavora ancora con la visione e le immagini, mentre nella pratica del sonno non esiste nè soggetto nè oggetto, ma solo il rigpa non-duale. […] La pratica del sonno in realtà non ha forma, così non c’è nulla su cui concentrarsi. La pratica e l’obiettivo sono la stessa cosa: dimorare nell’unità inseparabile di chiarezza e vacuità, al di là della separazione dualistica di colui che percepisce e cosa percepita”. Per arrivare alla conclusione, trovo innanzitutto interessante riflettere sulle analogie, ma anche le inevitabili differenze, riguardo agli argomenti del sogno e del sonno a partire da queste due venerabili tradizioni. Il punto nodale di divergenza che mi pare si debba segnalare è quello della continuità della Coscienza di cui sembra riconoscere la possibilità il Buddhismo, rispetto alla discontinuità tra gli stati del Vedānta. Ciò detto, mi interessano alcune questioni che nel quadro del Buddhismo Tibetano, con l’idea della possibile continuità della lucidità tra veglia e sogno, mi sembrano facilmente spiegabili, mentre mi è più difficile interpretarle dal punto di vista dell’Advaita Vedānta:

      1. Come si spiegano quei sogni, come quello che vi ho descritto, nei quali si è consapevoli di essere lo stesso Io della veglia e si è in dubbio nello stabilire quale tra i due stati sia quello di veglia e quello di sogno?
      2. Perché il vicāra vedāntico non può essere condotto durante il sogno? Il Brahman è presente inevitabilmente in entrambi, così come in entrambi è presente il karma, nāma-rūpa e avidyā dalla quale ci si deve liberare. Trovo molto affascinante l’idea del Vajrayāna di utilizzare la “malleabilità” del sogno per rafforzare la comprensione che là dove ci siano immagini, nāma-rūpa, si ha a che fare con māyā (e la prova è anche nella manipolabilità del mondo onirico sperimentata dallo yogin che vi si addentra con lucida consapevolezza).
      3. Come spiega il Vedānta le “interferenze” tra sogno e veglia? Nel ambito tibetano queste sono ben classificate, così come la diversa natura dei sogni. Mi riferisco a due categorie di fenomeni:
        • Fenomeni ordinari (sebbene inconsueti): riflessioni nel sogno su cose accadute in veglia, la possibilità di sognare ciò che in veglia si desiderava, e le premonizioni riguardanti la veglia. Se non è lo stesso Io che vive sogno e veglia (un Io afflitto da avidyā per entrambe le dottrine), come si spiegano questi fenomeni? Anche il semplice ricordo del sogno nella veglia e della veglia nel sogno sarebbe impossibile senza una connessione tra i due stati.
        • Fenomeni più rari e significativi: le rivelazioni di insegnamenti nel sogno validi e tangibili nella veglia. L’esempio classico è quello dei Terma tibetani, la cui collocazione viene spesso rivelata in sogno per essere poi ritrovata nella veglia. Si dà anche il caso della rivelazione di testi che vengono poi ritenuti canonici e tradizionali, rivelati in sogno per essere trascritti nella veglia.

      -Poste le domande, cercherò di sviluppare ancora qualche riflessione rispetto al punto critico della discontinuità degli stati, per cui Viśva, Taijasa sono identità distinte e non comunicanti. Ciascuno sorge con il proprio universo spazio-temporale e corpo-mente, e con esso svanisce. Non esiste un io sottostante che migra da uno stato all’altro. Per inciso, va notato che anche per il Buddhismo non si può parlare di continuità dell’Io (postularlo sarebbe in contraddizione con anātman); ciò che presuppone è la continuità della consapevolezza impersonale, la “mente pura” (i vijñānavādin parlarebbero, credo, della coscienza-deposito, ālaya-vijñāna)che attraversa gli stati e ne costituisce la base per l’esperienza.

      • Ora, stabilito questo, mi chiedo se in realtà nel Vedānta non sia presente un analogo nell’idea del Sākṣin (Testimone). Non è infatti altri che questo a “vedere” sia il mondo della veglia che quello del sogno, e questo spiegherebbe la possibilità del ricordo nell’uno e nell’altro stato. Posta la centralità del Sākṣin, mi chiedo però, a maggior ragione, data la sua importanza nella dottrina vedāntica, perché non utilizzare lo stato di sogno come possibile luogo dell’indagine? Non risplende anche lì il Sākṣin? Non siamo forse noi il Sākṣin irretito dall’idea sovrapposta (adhyāsa) di essere un io individuale? Il Sākṣin serve a spiegare l’identità della coscienza che permette di registrare e quindi ricordare quanto succede in veglia e in sogno, anche se, a ben vedere, la cosa non è così ovvia, perché la memoria non è una funzione del Sākṣin ma piuttosto della mente (antaḥkaraṇa), intesa come aggregato mentale comprendente buddhi, ahaṃkāra, manas e citta. È inoltre totalmente da escludere che il Sākṣin basti da solo a spiegare le interferenze tra sogno e veglia, sia ordinarie sia non, in quanto suo produttore. Il Testimone infatti “vede”, ma certo non “agisce”; quindi, non può spiegare l’azione che uno stato può eventualmente avere nell’altro e servirebbe dunque individuare un altro elemento di continuità.
      • Per arrivare a una conclusione, e tentare con le mie poche e deboli forze di fornire una soluzione e una spiegazione di questi fenomeni, mi pare che il Vedānta possa ricorrere al concetto di karma in questo modo: l’io della veglia e quello del sogno sono senz’altro diversi e discontinui, tuttavia condividono una cosa, e cioè il karma, che custodisce i semi (vāsanā) per l’apparire di entrambi. Se questo serbatoio di impressioni è condiviso, si spiega forse come siano interpretabili tutti quei fenomeni, comuni e meno comuni, che sembrano implicare una certa continuità tra il sogno e la veglia. Questo mi pare andare anche incontro alla grande differenza che invece sempre permane nei riguardi del sonno profondo: lì non c’è dualità e non c’è karma, e infatti la continuità e la consapevolezza che è possibile, almeno in parte, tra veglia e sogno, non riesce a entrare. Il sonno profondo è “illuminabile” solamente con la distruzione di avidyā, il venir meno di nāma-rūpa e il riconoscimento che, in verità, i tre stati esistono solo provvisoriamente dal punto di vista illusorio della veglia, perché una volta compreso davvero suṣupti tutti e tre gli stati vengono meno nella realizzazione del Turīya.

      Chiudo qui. Vi ringrazio in anticipo per l’attenzione e chiedo scusa per l’eccessiva prolissità e per la tortuosità che talvolta trapela dal mio scritto. Soprattutto per l’ultimo punto, mi rendo perfettamente conto che il tentativo di interpretare il punto di vista del Vajrayāna col Vedānta è preventivamente discutibile e probabilmente fallace. Benché abbia abbandonato da tempo l’ossessione comparativa di stampo tradizionalista, devo ammettere che, soprattutto nel leggere e cercare di capire i tesori spirituali dell’India, continua a imporsi spesso nei miei pensieri la lettura in parallelo di Induismo/Vedānta e Buddhismo, almeno su alcune questioni. D’altronde, queste pratiche sullo yoga del sogno sono insegnamenti connessi e preparatori alla realizzazione dello Dzogchen, quanto di più elevato e per certi versi vicino all’Advaita Vedāntico nel panorama del Vajrayāna tibetano. Benché i quadri delle due tradizioni non siano sovrapponibili, almeno alcune formulazioni davvero simili a quelle vedāntiche mi pare riecheggino in questo elevato sentiero buddhista (e anche Bön, per la verità). Anche l’approccio, slegato per certi versi dal resto del corpus dottrinario buddhista, sembra porre questa tradizione su un livello superiore e differente rispetto a quello di altri insegnamenti, costituendone per certi versi un cuore atemporale.

      In generale, mi rendo anche conto che la mia riflessione slitta probabilmente alcune volte, in modo non perfettamente dichiarato ed esplicito, da un livello vyāvahārika a uno pāramārthika. Vi chiedo di perdonarmi per queste, e per tutte le altre mie imprecisioni.

      PS Ho visto la nuova pubblicazione iniziata domenica, “Jñāna Satsanga”. Non ho ancora avuto tempo di leggerla con l’attenzione che merita, ma intuisco che la particolare forma di questo scritto possa essere utile specialmente per volenterosi e maldestri cercatori come il sottoscritto.

      Primo Siddhāntin:

      Rispondiamo anzitutto ai quesiti riguardanti Śrī Ramaṇa: non si capisce perché Guénon negasse che il Maharṣi fosse un Guru a tutti gli effetti. O, meglio, sorge un sospetto. Infatti, Guénon gli attribuisce una cosiddetta “funzione di presenza”, a suo parere superiore alla semplice gurutva. E Guénon, che correttamente mai si definì Maestro, lasciava però intendere d’avere una “funzione di presenza”. Voleva dichiararsi alla pari con il Maharṣi? Ora, considerando che lo stesso Śaṃkara Bhagavatpāda dava iniziazioni e insegnamenti, si voleva insinuare così che era solo un Guru? Ovviamente non esiste alcuna “funzione di presenza”, essendo un binomio contraddittorio. Infatti, “funzione” implica attività; presenza implica non-attività. Comunque sia, nel libro My Live and Quest (Sri Ramanasramam, Tiruvannamalai, 2001), Arthur Osborne relata che, all’inizio, non si era recato ad Aruṇācala a incontrare il Maharṣi proprio perché Guénon aveva dichiarato che non si trattava di un Guru. Qualche anno dopo, Osborne vi andò per avere il darśana dell’asceta, scoprendo che, invece, si trattava di un vero jñānaguru. In quel libro autobiografico, alle pp. 113-114, narra di aver scritto a Génon per informarlo del suo giudizio errato su Śrī Ramaṇa. Gli indirizzò un paio di missive tramite Martin Lings con cui era da tempo in corrispondenza, e che allora si trovava al Cairo, facente funzioni di segretario all’esoterista francese. Non ricevette alcuna risposta: Guénon, nei suoi successivi scritti, non corresse mai quel suo giudizio riduttivo.

      Le prossime righe sono nella prospettiva dell’Advaitavāda. Per il momento atteniamoci a esso, anche perché stiamo trattando del jñānin di Aruṇācala; ritorneremo in un’altra occasione sulle interpretazioni nella prospettiva del karma kāṇḍa. Su Śrī Ramaṇa, tuttavia, circolano diverse opinioni non del tutto esatte, dovute proprio alla poca capacità di comprensione dei suoi seguaci occidentali e al loro approccio devozionale. Andiamo per ordine: non è esatto che il Maharṣi non avesse avuto alcun Guru. L’affermazione corretta e completa dovrebbe essere che egli non aveva avuto alcun Guru “umano”. Come si sa, il Guru umano è colui che, per sua sapienza, ha la capacità di “condurre” il discepolo alla realizzazione. In che modo? Fungendo da specchio all’Ātman del discepolo. Questo perché l’Ātman è il Maestro interiore. L’Ātman “del discepolo” è ciò che, rimovendo l’ignoranza, riconosce la propria vera natura di Brahman. Tattvamasi: tu (tvam), cioè l’Ātman, e Quello (Tad), il Brahman, non siete due ma l’Uno non duale. Che così sia è stabilito dal verbo “sei” (asi). Il Guru realizzato personifica il Brahman nel mondo della dualità (vyavahāra). Ciò può avvenire, però, a patto che il discepolo (śiṣya) riconosca (all’inizio perfino oscuramente) in qualche modo il Guru quale supporto del suo proprio Sé. Ma nella realtà chi dà l’iniziazione è il proprio Sé. L’iniziazione prende la forma del rituale dal punto di vista vyāvahārika. In questa prospettiva, la dīkṣā appare come se fosse un’azione, ma in verità si tratta di una prima folgorazione (sphuraṇa) che interrompe, interiormente e per un attimo atemporale, la continuità trasmigratoria nella molteplicità. Quanto più la mente è pura, tanto più il discepolo comprende che si tratta dell’intuizione (anubhava). Chi non ha ancora cominciato a purificare la mente vede il Maestro come altro da Sé; ma, anche in questo caso, lo vede come l’incarnazione di Īśvara, e questo è sufficiente per cominciare. Infatti, si tratta pur sempre di una visione parziale e confusa della Realtà. E considera l’iniziazione come un’azione rituale compiuta dal Guru e non come il primo contatto con il proprio Sé. È evidente che questo è il punto di vista più diffuso nel karma kāṇḍa. Ma ritorniamo alla dottrina śaṃkariana. Se il Guru umano, che è uno degli innumerevoli oggetti (viṣaya) che appaiono nel “mondo esterno”, può “fare da specchio”, qualsiasi altro oggetto può servire ugualmente da supporto per tale fine. Un animale, una pianta, un oggetto inanimato, sia esso un minerale bruto o un simbolo fabbricato dall’uomo, un’icona, un libro, una montagna, un fiume, una pietra e perfino una situazione, un’esperienza, una visione, possono risvegliare il Sé. In questo caso si parla di Upaguru: ma sempre di Guru si tratta e tale risveglio deve essere considerato un’iniziazione. Questo è argomento delicato, perché le menti deboli subito penseranno di aver ricevuto un’iniziazione in forma straordinaria. In realtà non si tratta di forma straordinaria, ma della straordinarietà di un individuo che ha già purificato, parzialmente o del tutto, la propria mente in questa o in una precedente esistenza. Śrī Ramaṇa ebbe due upaguru: il primo fu l’esperienza della morte, il secondo fu la collina di Aruṇācala. È, dunque, così che Śrī Ramaṇa realizzò l’Assoluto nell’apparente corso saṃsārī della sua vita in questo mondo. La sua mente già del tutto purificata in precedenti esistenze, accolse l’insegnamento advitīya da parte della Morte, esattamente come Naciketas nella narrazione della Kaṭha Upaniṣad. La comprensione di quell’insegnamento, grazie alla visione della collina di Aruṇācala, manifestazione di Śiva, cancellò in lui ogni traccia di ignoranza ed egli si riscoperse libero. Mukta significa libero, non liberato. Perché la sua vera natura, come quella di tutti gli esseri, è eternamente libera. Non si è liberati da nulla, perché l’ignoranza non è reale, non è una cosa, un oggetto, una sostanza. Non esiste. È solo conoscenza errata. Ma su questo ritorneremo più avanti. E qui ripetiamo quello che Maitreyī ha già fatto rilevare nella sua prefazione al libro di Grimes: la straordinarietà di Śrī Ramaṇa non consiste nella sua realizzazione in vita, ma nel suo punto di partenza, quello che Guénon chiamava “saggezza innata” e che noi definiamo quale stato di chi nasce con la mente purificata (śuddhadī). Ogni mukta è il Brahmātman stesso, ed è un errore voler distinguere tra mukta e mukta, perché stiamo parlando del Non-duale. Non esiste un mukta straordinario e uno che non lo è. Invece, nell’apparenza del mondo di trasmigrazione, c’è chi nasce con qualifiche straordinarie, e altri che nascono con caratteristiche ordinarie (e, anche, chi nasce squalificato). Per questa ragione, chi segue un insegnamento regolare di Vedānta evita di prestare un culto devozionale al Guru perfetto, ma solo rispetto e riconoscenza: perché egli è il Brahman e non esiste alcuna forma devozionale, rituale, meditativa che gli si possa rivolgere. Si può solamente riconoscerne l’evidenza, capirlo e lodarne la capacità d’insegnamento. L’atteggiamento prevalentemente bhākta nei confronti del Maharṣi, soprattutto a causa della squilibrante presenza di occidentali attorno a lui, ha condotto a un fraintendimento sulla sua persona. Soprattutto, dopo che Śrī Ramaṇa ebbe lasciato la sua spoglia, ad Aruṇācala si è assistito alla formazione di una quasi nuova religione, parallela, ma distinta dall’Induismo, di cui egli sarebbe una sorta di Messia. E questo ambiente dolciastro è quello che alberga ancor oggi nel Ramaṇāśrama. La cosa più fastidiosa è che tutti costoro stanno a meditare e a fare adorazione di Aruṇācala, aspettando che la collina trasmetta loro l’iniziazione! Insomma, poiché la collina è stata l’Upaguru per il Maharṣi, sono convinti che allo stesso modo possano ottenere da essa l’iniziazione. Così, si sentono esentati dal cercare un Maestro regolare e si proclamano continuatori di Śrī Ramaṇa.

      Prima di affrontare l’argomento riguardante l’iniziazione impartita dal Maharṣi, è necessario fare una precisazione: un jīvanmukta, essendo identico all’Ātman, al Brahman, alla Coscienza, è la Realtà che fa da sostrato a tutte le apparenze che gli si sovrappongano. Tali apparenze illusorie sono sintetizzate dalla falsa dualità dell’io (aham) e del mondo (prapañca). Poiché l’insegnamento ha come dominio (kṣetra) proprio questa dualità, il riconoscimento della Realtà soggiacente è ciò che libera da entrambe. Per questa ragione l’Assoluto, il Maestro interiore (Sadguru), è il vero e unico Jagadguru: ossia colui che rende evidente che il mondo è illusione. Il Guru dell’intero universo comprende ogni consapevolezza e ogni insegnamento liberatorio. Dunque, il mukta è l’unico e vero Maestro universale. Egli può dare l’insegnamento che, se recepito da chi è qualificato, indica la conoscenza tramite la liberazione dall’ignoranza. Śrī Ramaṇa, in linea di principio, poteva dunque fornire qualsiasi strumento (upāya), metodo (prakriyā), sampradāya, paramparā, per “raggiungere” quella meta. Non tutti i successori della paramparā śaṃkariana sono stati dei jīvanmukta. Per questa ragione essi tradizionalmente ricevono la dīkṣā, una dopo l’altra,da parte di tutti i sampradāya viventi alla loro epoca; così possono trasmettere ai discepoli il ricollegamento a qualsiasi via iniziatica (sādhanā). Ma colui che è la stessa fonte dell’iniziazione e della conoscenza può trasmetterla traendola dalla sua propria reale natura. Se, quindi, Svāmī Karapātrī ha dovuto scendere fino a Śṛṅgerī per essere iniziato a Srīvidyā al fine di diffonderla nuovamente nell’India del nord, ciò significa che, per quanto grande saṃnyāsin fosse, non era ancora un mukta. Perciò i discepoli del Maharṣi appartenevano alla paramparā del loro Guru, il quale aveva ricevuto la dīkṣā direttamente da Īśvara, per usare un linguaggio vedico. Ricordiamo che vaidika e laukika (sacro e profano) appartengono entrambi al dominio vyāvahārika e che, quindi, sono sottoposti, seppur in modo diverso, all’ignoranza (argomento su cui ritorneremo). Dopo aver esposto quanto si sa della natura della gurutva del Maharṣi, tratto da quanto egli stesso ha rivelato, consideriamo da fonti letterarie, per la massima parte occidentali, cosa e come egli avrebbe trasmesso ai suoi seguaci. O per lo meno secondo quello che essi hanno dichiarato. Prima, però, ci si permetta di aggiungere alcune considerazioni sui modi dell’iniziazione che sono molto più semplici, da una parte, e molto più precisi, dall’altra, in comparazione con la schematizzazione che ne ha fatto Guénon. Schematizzazione che quest’ultimo aveva tratto dal cerimonialismo pseudo iniziatico della massoneria. Chi ha sperimentato una autentica iniziazione orientale, non può che sorridere di tale mentalità burocratica. Diamo ora per scontato che si sia capito che l’iniziazione è l’attimo in cui il “tu” (tvam) si riconosce, in modo più o meno mediato, in “Quello” (Tat). In modo mediato, perché questo “tu” ancora crede di essere un io individuale (piṇḍātman). Non ha ancora capito che l’aham, in realtà, è l’Assoluto (aham Brahmāsmi). Dipende da altro da Sé (anātman) per quanto riguarda la conoscenza, vale a dire dal Guru che gli insegna e gli fa da specchio, pur essendo quest’ultimo un oggetto esterno (bāhyaviṣaya) proiettato dalla sua propria māyā. L’aspirante discepolo si rivolge al Guru perché ha desiderio (kāma) di realizzazione, qualsiasi cosa questa parola significhi per lui. Essendo ancora ignorante, non si rende conto che “desiderare la realizzazione” non è kāma perché non è voler raggiungere qualcosa d’altro, un oggetto di fruizione o godimento. Il desiderio di Se stesso è Ānanda, non kāma: è la pienezza della propria natura. Ma, poiché il cercatore è ancora ignorante, partiamo dal suo punto di vista. Il Guru, allora, pare accettarlo quale śiṣya e, di conseguenza, gli conferisce qualcosa, ciò che Guénon definisce “influenza spirituale”. Abbiamo già visto, invece, che l’aspirante (pratīkṣaka) riconosce nel Guru Se stesso, il proprio Maestro interiore, il Sadguru, il proprio Sé, anche se in forma confusa. Questa è la vera iniziazione e non il conferimento di una influenza sottile che avviene in forma rituale, cioè agita (kriyā). Preferiamo definirla “sottile” per evitare l’ambiguità del termine “spirituale”, che appare nel linguaggio guénoniano quasi come se esistesse un “dominio intermedio” tra il sottile e l’Assoluto, ciò che chiama “informale” o “sopraindividuale”: tale dominio, infatti, non appare in alcun testo di metafisica. Il rito, infatti, può convogliare soltanto influenze sottili, sia esso compiuto con il corpo, con la parola o con la mente. Questo vuol dire che la “trasfusione” sottile avviene come segno esteriore della dikṣā e solamente nelle vie del karma kāṇḍa: non è affatto indispensabile nelle vie della conoscenza. Detto in altri termini, il Guru, tramite i prāṇa, interviene nell’aggregato psichico del discepolo per purificarlo, sciogliere certi nodi (bandha) per aprire determinate porte (mukha) delle nāḍī alle influenze esterne positive e per ostruirne altre a quelle negative. Con prāṇa qui si intende tutto ciò che non è grossolano, cioè il sottile: quindi con tale termine qui si comprende i karmendriya, i cinque prāṇa propriamente detti che li mettono in movimento, gli jñānendriya, i tanmātra e l’insieme dell’antaḥkāraṇa. Tutto ciò, evidentemente, non è attuato nelle vie della conoscenza, in cui è sufficiente l’accettazione del vicārin da parte del Maestro. Questo, che non è un rito agito, ma il segno di reciproco riconoscimento, è definito upadeśa, nel senso di “inizio dell’insegnamento”. Il Maharṣi, in quanto Jagadguru,poteva concedere una dīkṣā nelle tre forme rituali, o direttamente tramite upadeśa. Quindi, poteva iniziare con uno degli undici indriya, con un mantra, oppure mentalmente (manodatta). O per semplice riconoscimento (sampratipatti). Poiché è nota la tendenza degli occidentali a interpretare a loro favore qualsiasi cosa ritengano spirituale, quanti di loro si sono ritenuti veri discepoli solo per aver ricevuto una sguardo benevolo dal Maharṣi? Infatti, sarebbe stato prudente chiedere al Guru conferma per quella che potrebbe essere stata soltanto una pia illusione. Per questa ragione i Maestri evitano di conferire iniziazioni prive di gestualità e invocazioni vocali.

      Abbiamo, dunque, posto il problema che riguarda soprattutto gli occidentali, i quali non hanno mai avuta un’idea chiara di che cosa sia l’iniziazione: quanti di coloro che, avendo incontrato il Maharṣi, hanno ricevuto una vera iniziazione e non una semplice benedizione (abhiśeka)? E quanti, avendo ricevuta realmente la dīkṣā in una forma non ritualizzata, hanno chiesto al Guru conferma di quanto ottenuto? Quanti, oltre alla detta vera iniziazione, hanno ricevuto un metodo basato su yantra, mantra e tantra? Quanti, infine, hanno ricevuto un’upadeśa metodico, capace di stimolare il vicāra vedāntico, basato su śravaṇa, manana e nididhyāsana, e non una semplice esposizione dottrinale (vyākhyā)? Che gli occidentali non abbiano mai avuta un’idea chiara di che cosa sia l’iniziazione è provato dal fatto che l’unico che si è peritato di fare chiarezza in materia è stato proprio René Guénon con il suo Aperçus sur l’initiation. Ottima intenzione, che però, come detto in precedenza, si basa esclusivamente sulla cosiddetta iniziazione massonica (probabilmente l’unica che conosceva per esperienza diretta), che fu una ricostruzione letteraria e sincretica, operata da “compagni accettati”, in assenza totale di maestri muratori. Basta pensare che Guénon, consapevole di come questa situazione speculativa rappresentasse un taglio netto con una trasmissione corretta, s’inventò che fosse il supporto psichico della loggia a permettere il passaggio dell’“influenza spirituale”. Caso unico, non riscontrabile in alcuna altra delle vie iniziatiche delle diverse tradizioni viventi. Con tali basi guénoniane assai confuse, gli occidentali si avvicinarono al mukta di Aruṇācala. E si resero conto, come lo stesso Osborne dichiara, che il giudizio di Guénon sulla dīkṣāgurutva del Maharṣi era sbagliato. Tuttavia, in qualche modo rimasero dei guénoniani, perché nessuno di loro fece un raffronto tra le parole di Śrī Ramaṇa e l’interpretazione sāṃkhya del Vedānta guénoniano. Lo stesso Grimes, che non conobbe di persona il Maharṣi, ma solo attraverso il Ramaṇāśrama, non comprese e, quindi, fece resistenza, alla dottrina ramaṇita sulla non realtà del mondo. Il mondo, per l’Advaita,non esiste affatto: è soltanto una conoscenza sbagliata della Realtà. Inoltre, Grimes equivoca sul concetto di anirvacanīya (indescrivibile) applicandolo al mondo e non al Brahmātman, commettendo lo stesso errore dei mūlāvidyāvādin. Come quest’ultimi, anch’egli afferma che il mondo è anirvacanīya perché è reale (sat) in sé e non reale (asat) solo se paragonato alla Realtà dell’Assoluto. Questo somiglia alla teologia apofatica di un Eckhart o di un al-Qāshānī, che afferma che l’uomo e il mondo sono un puro nulla se confrontati alla Divinità, ma che sono in ogni caso reali in quanto creati. Ma questo non è Advaita Vedānta. Per Śaṃkara e per Śrī Ramaṇa solo l’Assoluto è indescrivibile dalla mente tramite pensieri e parole, non il mondo. Inoltre, il mondo è sat-asat non nel senso che è reale relativamente e non reale se paragonato al Reale. Per il Vedānta, la dualità sat-asat significa che talora appare e talora scompare: appare in veglia, scompare in sogno, appare in sogno e scompare in veglia; ma non appare affatto in sonno profondo. Perciò non è per nulla indescrivibile.

      Alla Sua domanda “Come può il jīvanmukta, lo jñānī, insegnare?”: la risposta se l’è data da solo correttamente. Infatti, qualche riga più sotto, Ella aggiunge: “Il jīvanmukta non può essere un individuo e l’insegnamento che gli attribuiamo è in verità un’illusione proiettata dalla nostra avidyā: una sorta di paradossale forma di māyā che ci insegna a distruggere avidyā”.

      Pūjya Svāmī Prabuddhānanda, infatti afferma: “In questa [Māṇḍūkya] Upaniṣad si dice che se l’Ātman è advitīyam, allora che ne è del Maestro, del discepolo e della scrittura [o del suo insegnamento orale, che è la stessa cosa]? Ci sono tre cose, ma si parla di unità. Io dico che se si comprende questa unità, si comprende anche che questa relazione è mithyā. Se si comprende il dvaitam, allora non c’è dvaitam. Senza mantenere l’unità come concetto nella tua mente, avrai sempre dei dubbi sulla realtà. L’Advaita è il tuo Essere, non è un pensiero nella tua mente. Ogni concetto è un concetto determinato; l’acqua non è un concetto, l’acqua è la verità dell’onda. Non c’è forma, l’onda è solo una nozione, tutto ciò che esiste è acqua. Allo stesso modo, se l’Advaita è capito come il proprio Essere e non come un concetto determinato nella propria mente, anche il rapporto Maestro-discepolo è una nozione: una nozione che è riconosciuta in quanto nozione. La corretta conoscenza non rimane parallela alla verità dopo che si è corretto l’errore; dopo aver corretto l’errore non c’è conoscenza: infatti entrambi si dissolvono allo stesso tempo. La tigre del sogno mi sveglia, e mentre mi sveglia anche la tigre del sogno si dissolve; quando il sogno è falsificato, anche tutto ciò che c’è nel sogno viene falsificato. Quando il Vedānta mi risveglia, dopo aver falsificato l’incorporazione e il jagat, anch’esso [il Vedānta] è falsificato: la conoscenza corregge l’errore e si falsifica a sua volta: la ninna nanna ti addormenta e scompare. Quando tu trascendi la veglia, trascendi anche la ninna nanna. Usi una barca per raggiungere l’altra sponda del fiume e, raggiunta l’altra sponda, lasci la barca. La profonda via della comprensione è la giusta conoscenza che, avendo corretto l’errore, non può fare altro che dissolverlo, perché la conoscenza corretta presuppone sempre la conoscenza sbagliata. La conoscenza corretta presuppone una conoscenza errata della verità e, dopo averla corretta, la conoscenza errata stessa non c’è e ciò che rimane è solo la Verità meno l’errore, e non la Verità più la conoscenza. Nel momento in cui dici che “c’è la Verità più la conoscenza”, allora stai pensando un pensiero. Non c’è nessun “più”; c’è la Verità meno l’errore, sei solo un essere in pace. Tu sei solo la presenza meno l’ignoranza. La tua presenza meno lo stato di veglia, la tua presenza meno lo stato di sogno, la tua presenza meno lo stato di sonno profondo. La tua presenza meno l’ignoranza è il Non-duale. Non c’è un “più”, c’è il meno: meno l’errore. Quando una persona diventa istruita è meno ignorante. Come individuo possiamo dire di lui “è un individuo più l’istruzione”. Ma come Verità egli è “la Verità meno l’analfabetismo, la Verità meno l’ignoranza”. La conoscenza corretta non esiste nemmeno per un secondo dopo aver rimosso l’errore. Non ha alternativa, come la tigre del sogno che ti sveglia dal sogno e si dissolve da sola. Una ninna nanna mi fa addormentare ed è trascesa.” (21. Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti la GK I.9).

      Riteniamo che l’insegnamento di Svāmī Prabuddhānanda su questo argomento sia il più diretto e chiaro. Per esempio: “Ciò che è percezione prodotta dall’ignoranza (avidyā kalpitam) è la percezione universale (sarvaloka kalpitam), mentre śāstra kalpitam è l’insegnamento. Quindi queste sono le due immaginazioni (kalpanā): avidyā kalpitam e śāstra kalpitam. Ciò che chiamiamo śāstra kalpitam è l’insegnamento: invece il nirviśeṣam visto come jīva è avidyā kalpitam. […] Così avidyā kalpitam è negato dallo śāstra kalpitam, e lo śāstra kalpitam è negato dallo stesso śāstram [che, qui, sta per ‘comprensione’]. Questo processo è chiamato adhyāropita apavāda.” (19. Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti la GK I.7-9).

      A questo proposito, consigliamo lettura e rilettura delle nostre pubblicazioni a firma di Svāmī Prabuddhānanda, che ci ha concesso il più ampio permesso d’usare i suoi insegnamenti orali. È stato uno dei Guru di Svāmī Prakāśānandendra Mahārāja che, per suo tramite, ha conosciuto Pūjya Svāmī Satchidānandendra.

      Ella scrive: “In quest’ottica di radicale non-dualità, il concetto stesso di Sākṣin appare un residuo che implica la presenza di avidyā. Cosa c’è da testimoniare se non si dà un testimoniato come māyā? Ma quindi, anche il Sākṣin non è la Realtà Ultima?” Ci permetta di rettificare: non c’è non-dualità radicale, in quanto non esiste alcuna non-dualità moderata. Ma quello che scrive è del tutto certo. Il concetto stesso di Sākṣin implica la presenza di avidyā: Sākṣin è la Coscienza considerata dal punto di vista della veglia. Perciò fa parte dell’insegnamento, ossia dello śāstra kalpitam, dell’immaginazione usata al fine di far capire (da parte del Guru) e di capire (da parte dello śiṣya). Una volta capito in che senso si usa il termine “Testimone”, si può verificare che il Sākṣin testimonia l’attuale presenza (sat) della veglia e l’attuale assenza (sat) del sogno. La testimonianza consiste nel constatare l’evidenza che l’attuale veglia è presente (sat) e che il sogno è assente (asat). In questo caso sat e asat coincidono con “esistente e non-esistente” (bhāva-abhāva). Con ciò cogliamo l’occasione di sottolineare che sadasat nell’Advaita non ha nulla a che fare con l’Essere e Non-Essere che Guénon ha estrapolato dal Taoismo per innestarli abusivamente nel Vedānta.

      In questo modo il Sākṣin testimonia la presenza e l’assenza. C’è però da aggiungere la parte più importante di tale constatazione: ognuno sa di essere stato in sonno profondo. Non sa descrivere suṣupti, ma sa di esserci stato, è cosciente di esserci stato. Perciò il Sākṣin non soltanto testimonia la presenza e l’assenza degli stati di percezione (percezione del mondo e degli oggetti sia della veglia sia del sogno), ma è cosciente anche del suo “stato” di Assoluto, in cui non c’è né presenza né assenza di alcunché. Da qui l’unicità della dottrina vedāntica, la sola che considera l’esperienza del Sé in tutti e tre gli stati. Per le altre dottrine suṣupti è assenza, vuoto, o ignoranza (laukika darśana): oppure è Dio, il luogo dei possibili, la sostanza universale (sṛṣṭidṛṣṭivādī darśana). Nessun’altra dottrina la riconosce come la propria Coscienza assoluta, se non l’Advaita. Lì si è solo Coscienza, senza testimonianza di alcunché. Quindi il Sākṣin è, sì, la Realtà Ultima, ma considerato dal punto di osservazione della veglia. Perciò, proprio come Ella ha detto “Cosa c’è da testimoniare se non si dà un testimoniato?” Sākṣin è, dunque, un modo per descrivere il Brahmātman, è un abhidhānam, come il termine “il Signore” (Īśvara), come gli attributi “origine” (prabhava), “onnipotente” (sarvaśakta), “onnisciente” (sārvajña), e altri ancora. Tutti questi hanno metafisicamente il senso di Signore autoperfetto, che esclude signoria e sudditi altri da Sé; origine di ciò che appare, ma che è privo di realtà; onnipotente perché non c’è nulla al di fuori di esso; onnisciente, perché cosciente di Sé, ecc. Ovvero il Non-duale.

      A questo punto andremmo oltre alla corretta affermazione di Śrī Prasanth Neti “c’è la jīvanmukti e non il jīvanmukta”, affermando assieme a Gauḍapāda: “Non c’è dissoluzione né origine di alcun oggetto, non c’è nessuno che sia limitato, nessuno che pratichi una sādhanā o che aspiri alla Liberazione e nemmeno c’è alcun liberato (mukta). Questa è la Verità assoluta.” (MUGK II.32).

      Questo significa che “io sono eternamente libero”. Quell’“io”, ovviamente è il Sé e non l’illusorio ego individuale in cui ognuno di noi par essere capitato con la nascita. L’ignorante pensa di essere quell’ego, mentre il cercatore (vicārin) sa di essere, in realtà, l’Ātman. Lo sa di essere per evidenza (Ātma pratyaya: io esisto e sono cosciente), anche se quell’evidenza intuita non è completamente capita. Se l’avesse completamente capita non sarebbe più un vicārin, ma un mukta. Dunque, sa di essere l’Ātman, ma volontariamente assume il punto di vista dell’ignoranza per poter compiere la discriminazione tra reale e non reale (Āmānātma viveka). Perciò, come è ben descritto nell’articolo di Śrī K.A. Krishnaswami Iyer “Solipsismo e Vedānta”, la realizzazione suprema è la comprensione del proprio solipsismo, laddove l’ipse latino significa propriamente Se stesso e non l’ego apparente. Infatti il solipsismo filosofico, idealista o psicologico che sia, interpreta l’ipse come se fosse l’ego e lo confonde con la mente. Né il “solipsismo” vedāntico, per usare il termine paradossale di Guru Krishnaswami Iyer, riguarda un noumeno platonico o kantiano, perché non solo non è inconoscibile, ma addirittura “sono Io stesso” (aham Brahmasmi). Perciò Gauḍapāda, Śaṃkara e Ramaṇa Maharṣi sembravano ai loro contemporanei come se fossero jīvanmukta, liberati (mukta come participio passato) in vita, mentre erano eternamente liberi (mukta come aggettivo sostantivato in funzione di apposizione). Perciò non esiste alcuna differenza tra il mukta e l’avatāra. E nemmeno esiste alcuna differenza tra il mukta e l’uomo ordinario: anche quest’ultimo è eternamente libero, ma non se ne accorge a causa dell’ignoranza. E, a questo punto, è necessario ripetere un concetto semplicissimo, ma trascurato dai più: l’ignoranza (avidyā, ajñāna o adhyāsa) non è mai assoluta. Fosse assoluta, avrebbe una sua realtà parallela alla Realtà del Brahmātman, e la non-dualità andrebbe a farsi benedire; si tratta dell’errore della mūlāvidyā. Non essendo assoluta, l’ignoranza non ha esistenza, è non reale. Invece reale è la conoscenza. Perciò l’Advaita, cioè la via della conoscenza (jñāna mārga),insegna che avidyā è assenza di conoscenza(jñāna abhāva), come quando si dice “non so dove si trova il Gāndhāra; mi manca tale informazione”. Oppure è falsa conoscenza (mithyā jñāna) come quando si crede reale l’acqua del miraggio. Oppure è conoscenza dubbiosa (saṃśāṃkita jñāna), come quando, visto un animale in lontananza, non si sa se si tratti di un cavallo o di una vacca. Tutto questo è comunque conoscenza, imperfetta, ma conoscenza: l’ignoranza in quanto tale, non esiste. Un’ultima osservazione utile. Questi tre tipi di avidyā appartengono alla propria natura individuale (svabhāva), sono insiti nella mente (antaḥkāraṇa) e nascondono il proprio Sé reale sotto la copertura dell’ego (aham). Invece, quando la mente sembra proiettare la propria ignoranza all’esterno, creando l’immaginazione del mondo e degli oggetti, essa è definita māyā. Māyā, dunque, produce l’illusione di mama. Aham è avidyā, mama è māyā. Questa è la dottrina di Śaṃkara. L’insegnamento avviene nell’avidyā e, perciò, quando si verifica che l’avidyā è inesistente, anche l’insegnamento scompare. Come dice Svāmī Prabuddhānanda Mahārāja: la ninna nanna serve per addormentarsi, ma quando ci si addormenta, si lascia la ninna nanna nella veglia. L’insegnamento fa parte di māyā. È l’immaginazione scritturale (śāstra kalpitam), è la parola del Guru (śābda pramāṇa) che contraddice e dissolve l’errore immaginato (avidyā kalpitam). È l’errore usato volutamente per combattere l’errore spontaneo, è l’errore che indica e suggerisce la Verità. Non è prodotto del Brahman. Il Brahman non agisce né produce alcunché perché è inalterato, perfetto, autosufficiente. Esso è il sonno profondo. Tu sei il sonno profondo.

      Nello stato di sonno profondo un padre non è un padre, una madre non è una madre, i mondi non sono i mondi, gli Dèi non sono Dèi, i Veda non sono i Veda. In questo stato un ladro non è un ladro, un uccisore di feti non è un uccisore di feti, un cāṇḍāla non è un cāṇḍāla, un paulkasa non è un paulkasa, un asceta non è un asceta, un eremita non è un eremita. (Questa forma) non è legata da azioni giuste o ingiuste, perché è al di là di tutte le afflizioni del cuore. (BU VI.3.22)

      Venendo al sonno profondo, ci rifacciamo alla Sua seguente affermazione: “Effettivamente, mi pare di poter intuire che il sonno profondo, a differenza di tutto il dominio di nāma-rūpa (sia di veglia che onirico), rompa, per così dire, la barriera della mia coscienza.Non può cioè essere un oggetto per essa. Infatti, se tutti i nomi e le forme non possono che apparire nel campo della mia coscienza ed esistono solo in quanto testimoniati da essa, nel sonno profondo non c’è in verità testimonianza di alcunché. L’espressione «lì non c’era nulla» non va intesa come la testimonianza di un’assenza, ma come l’impossibile ricordo di uno stato in cui non esisteva nemmeno il testimone.” Ebbene, qui pare che ci sia una certa confusione, forse anch’essa dovuta a letture guénoniane. Per il Vedānta, la Coscienza (Caitanya, Cit) è sempre e soltanto il Brahman-Ātman: l’anātman è sempre acit e, come tale, non reale (asatya). Quello ch’Ella definisce “mia coscienza” sembra essere proprio ciò che Guénon chiamava ahaṃkāra, o l’aggregato mentale (antaḥkaraṇa). Egli sosteneva che ahaṃkāra rappresenta la “coscienza individuale” o, meglio, la coscienza tout court, dato che arrivava perfino a dire che la Coscienza a livello metafisico era soltanto una trasposizione di quella che egli considerava una caratteristica di certi stati individuali (“… le mot «raison», le mot «conscience» peut être parfois universalisé, par une transposition purement analogique, et nous l’avons fait nous-même ailleurs pour rendre la signification du terme sanscrit Chit; mais une telle transposition n’est possible que lorsqu’on se limite à l’Être, comme c’était le cas alors pour la considération du ternaire Sachchidânanda.”, scriveva nel capitolo Connaissance et conscience, di Les états multiple de l’être). Una volta di più Guénon dimostra di non conoscere l’Advaita e di far passare il Sāṃkhya per Vedānta,perpetuando gli errori e le contraddizioni di quel darśana dualista. Per spiegare meglio, il Sāṃkhya afferma che i ventitré tattva prodotti (vyākṛta) dalla Prakṛti sono modificazioni (vikāra) di quest’ultima e non partecipano affatto della natura di Puruṣa. Ora, si dà il caso che Puruṣa sia cit e Prakṛti acit. Perciò, anche per il Sāṃkhya le produzioni di Prakṛti dovrebbero essere acit, com’è per l’Advaita. Invece, incoerentemente, i testi del Sāṃkhya affermano che quei ventitré tattva sono più o meno coscienti, a seconda della loro prossimità con Puruṣa. E questo errore del Sāṃkhya, Guénon non solo lo condivide (parla perfino di “coscienza corporea”), ma lo attribuisce al Vedānta śaṃkariano. Fatta questa precisazione, confermiamo che ciò che non è Ātman è sempre acit. Quindi, ahaṃkāra, come l’antaḥkaraṇa, non può essere considerato “la mia coscienza”. Si tratta, invece, del senso dell’ego o della mente individuale. Noi non siamo coscienti tramite l’ego o tramite la mente, che sono solo strumenti d’azione apparente. Noi siamo coscienti in quanto Sākṣin. E siamo in grado di osservare e giudicare come oggetti sia l’ego sia la mente, cogliendone i limiti e i difetti di funzionamento, perché siamo il Soggetto cosciente, il Sākṣin, l’Ātman. Al contrario, l’ego e la mente (che, tutto sommato non sono altro che il medesimo pensiero) non possono conoscere la Coscienza. Dunque, parafrasando le Sue parole, il sonno profondo […] non rompe alcuna barriera della “mia coscienza individuale”: il sonno profondo è la mia Coscienza assoluta, Io sono la Coscienza, io sono suṣupti. «Lì non c’era nulla», lo dice l’ignorante quando, per la prima volta, si pone il problema di “com’era suṣupti quando la sperimentavo?”. Scriviamo “per la prima volta”, perché è raro che l’ignorante si ponga tale problema. Ma, in verità, proprio la consapevolezza di essere stato in suṣupti è la prova che testimonia la nostra presenza lì; che noi siamo suṣupti, che noi siamo Coscienza. Questo è Vedānta. Al contrario “Lì non c’era nulla” è soltanto una erronea interpretazione fatta in veglia, una conoscenza sbagliata prodotta dalla mente della veglia che cerca un ricordo nella sua memoria, ricordo che non può esserci.


      2. Śrīvidyā e il Tantra

        Mahāmahopādhyāya Prof. Dr. R. Sathyanarayana
        (Śrī Guru Satyānanda Nātha Mahārājajī)

        2. Śrīvidyā e il Tantra

        INTRODUZIONE SINOTTICA

        A cura di Durgā Devī

        AMBITO

        Ogni adorazione si svolge a tre livelli di coscienza. A livello dell’esperienza grossolana dei sensi, la divinità è adorata attraverso un’immagine (mūrti) dotata di un insieme di simboli che sublimano le predisposizioni (vāsanā) individuali e universali, le inclinazione (pravrtti) e le impressioni latenti (saṃskāra), ecc., e mettono in relazione l’icona con le categorie di sṛṣṭi, sthiti, saṃhāra, tirodhāna e anugraha1. In Śrīvidyā questa azione è chiamata sacrificio esteriore (bahiryāga) e si avvale di offerte (upacāra) quali supporti esterni.

        La dimensione e la varietà delle meditazioni (upāsanā) in Śrīvidyā sono davvero ampie. In realtà non è una singola scienza (Vidyā), ma comprende dieci correnti convergenti di sapienza chiamate globalmente daśamahāvidyā. Si tratta delle scienze che corrispondono a Kālī, Tārā, Tripurasundarī (o Ṣoḍaśī), Bhuvaneśvarī (chiamata anche Rājarājeśvarī, Lalitā e Śrīvidyā), Chinnamastā, Bhairavī, Dhūmāvatī, Bagalāmukhī, Mātaṅgī e Kamalā (o Lakṣmī). Di queste, solo Dhūmāvatī è venerata da sola, senza consorte o come vedova (vidhavā). Le coppie (mithuna) delle nove mahāvidyā restanti sono così composte: Kālī-Mahākāla, Tārā-Akṣobhya, Tripurasundarī-Pañcavaktra, Bhuvaneśvarī-Tryambaka, Chinnamastā-Kabandha, Bhairavī-Dakṣiṇāmūrti, Bagalāmukhī-Mahārudra, Mātaṅgī-Mātaṅga, Kamalā-Sadāśiva o Viṣṇu. Tra tutte le dieci Grandi Vidyā le più conosciute sono Tripurasundarī e Lalitā. Oltre a queste, la Vidyā è adorarata anche sotto forma di nove Durgā, chiamate Śailaputrī, Brahmacāriṇī, Candraghaṇṭā, Kūṣmāṇḍa, Skandamātā, Kātyāyanī, Kālarātri, Mahāgaurī e Siddhīdātrī. In corrispondenza con la Trimūrti, Brahmā, Viṣṇu e Maheśvara, la Dèa si manifesta come Mahāsarasvatī, Mahālakṣmī e Mahākālī. Oltre a queste divinità, Śrīvidyā è praticata anche in differenti culti in varie parti dell’India, come quello rivolto a Kāmākṣī a Kāṅcī, Kanyākumārī in Kerala, Bhramarāmbā a Śrīśaila, Cāmuṇḍā in Karnāṭaka, Ambā in Mahārāṣṭra, Mahālakṣmī a Kolhāpūra, Kālikā a Mālavā, Lalitā a Prayāga, Viśālākṣī a Vārāṇasī, Vindhyavāsinī a Vindhyācala, Maṅgalāvatī a Gayā, Sundarī in Bengala, Guhyakeśvarī in Nepal, Kāmākhyā in Kāmarūpa (Assam), Śāradā in Kashmir, ecc. In realtà, la Madre è venerata come Pañcāśat-Pīṭharūpinī (presente in cinquanta località) perché Śrīvidyā è praticata nel Paese in cinquanta sedi principali (śaktipīṭha) del culto śākta. Di fatto, l’India è considerata come una yoni o un triangolo dello Śrīcakra,con i vertici situati in Kashmir, Nepal e Kanyākumārī e con il bindu centrale a Vārāṇasī. È quindi evidente che Śrīvidyā è diffusa in tutta la lunghezza e l’ampiezza del Paese, illuminandone ogni angolo, in una o in un’altra delle miriadi di sue forme.

        Śrīvidyā è praticata in tre forme (Vidyā), denominate Kādi, Hādi e Sādi. Sono così chiamate perché il loro mantra pañcadaśī2, centrale in Śrīvidyā, inizia rispettivamente con i bīja “ka”, “ha” e “sa”3. La Kādi Vidyā è anche chiamata Kālīkrama, Samaya mārga o Samayamata e Kuṇḍalinī Yoga. La Hādi Vidyā è conosciuta anche con i nomi di Sundarīkrama, Haṃsa Vidyā e Kaula mārga. La Sādi Vidyā è anche nota come Tārākarma, Samavarodhini Vidyā o Miśra mārga. Il carattere delle loro upāsanā è rispettivamente sāttvika, rājasa e tāmasa. Tra le tre, il Samaya mārga è chiamato anche Dakṣinācāra [via della mano destra]. È così chiamato perché l’upāsaka vi adora Śiva come Samaya4 e la Śakti come Samayā5 nella fase finale della più alta coscienza spirituale. In questa scuola Śiva e Śakti hanno la stessa importanza. La sādhanā percorre la via che sale dal Maṇipūraka cakra6 attraversol’Anāhata e il Viśuddha cakra fino all’Ajñā cakra, dove avviene il sāmarasya, ovvero l’unione (maithuna) di Śiva e Śakti. L’Ajñā cakra è anche chiamato etere (viyat o ākāśa). Solo i brāhmaṇa, gli kṣatriya e i vaiśya sono qualificati a praticare il Samayamata meditando con le upāsana prescritte nei testi dello Śubhāgama Pañcaka, cioè le saṃhitā che risalgono a Vasiṣṭha, a Śuka, a Sanaka, a Sanandana e a Sanatkumāra7.Gli ultimi quattro personaggi sono chiamati kumāra (i giovani) in quanto sono perpetuamente brahmacārin o saṃnyāsin. Sono noti come i figli della mente (mānasaputra) di Brahmā [N.d.C.]. L’upāsaka di questa via può essere qualificato in forma media (madhyama) o alta (uttama). La meditazione è sempre centrato nell’ākāśa cakra. Nel primo caso [madhyama], l’upāsanā si compie nello spazio esterno in cui è collocata e adorata la mūrti o lo Śrīcakra prescritto, per esempio inciso nell’oro o su una tavoletta di legno di betulla (bhūrjapattra). In questo caso si usano offerte esterne (bāhya upacāra) come fiori, frutti, incenso, acqua, ecc. Il meditante altamente qualificato (uttamādhikārin), invece, offre l’adorazione nello spazio interno, cioè nell’etere sottile (dahara ākāśa) all’interno del cuore, dove offre solo upacāra interiori per mezzo della contemplazione e delle mudrā8. La meditazione (upāsanā) con oblazioni esterne è chiamata ‘sacrificio esterno’ (bahiryāga), mentre l’adorazione interna è nota come ‘sacrificio interiore’ (antaryāga). Quest’ultimo è ritenuto superiore al primo. Il miglior metodo (Śrī sādhanā) è la pratica di bhāvanā9, che comporta il superamento dei piani fisici, mentali e intellettuali della coscienza in uno stato di meditazione trascendente, in cui il microcosmo è equiparato e identificato con il macrocosmo e in cui il processo di differenziazione dell’Unità ultima in categorie della creazione cosmica è invertito; tornerò su questo argomento nella sezione dedicata allo Śrīcakra. Questo è chiamato ‘grande sacrificio’ (mahāyāga)ed è esaltato come la via dell’isolamento interiore (samaya mārga).

        La Kādi Vidyā è ritenuta superiore alle altre due:

        “Ma la gloriosa Śrīvidyā è la superiore, tra le tre, nella sua forma Kādi.”

        Come si vedrà in seguito, le scuole Hādi e Sādi, sebbene abbiano predominato la scena indiana dell’upāsanā nei primi secoli dell’era cristiana, comportano un serio rischio di deviazione per il sādhaka. Gli upāsaka di Śrīvidyā sono eternamente debitori a Bhagavān Śrī Śaṃkarācārya per aver sintetizzato nella Kādi i migliori elementi delle altre due Vidyā, modificandola e adattandola perfettamente alla tradizione vedica, rendendola semplice, universale, perfetta e attraente. Tuttavia, egli non ha dato nascita alla nostra corrente, come ha fatto con la scuola advitīya, ma ha perfezionato il sampradāya ereditato dal Paramaguru, Śrī Gauḍapāda, che ha scritto il Subhagodaya e lo Śrīvidyāratnasūtra, che trattano della scuola Kādi e di quella Hādi. Oltre a queste, esiste un’altra scuola di Śrīvidyā, nella cui upāsanā Śiva è predominante e la Śakti è considerata una semplice agente. Qui il sāmarasya10 consiste nel riassorbimento della Śakti, ovvero della Māyā, in Śiva. Nella musica del Karnataka le otto kṛti [canti in metrica] sul Guru (vale a dire su Śiva) di Śrī Muttusvāmi Dīkṣita [1775-1835] mettono in evidenza questo aspetto di Śrīvidyā; è davvero un peccato, quindi, che non siano praticati ed eseguiti con la frequenza che meriterebbero. Infatti, Śrī Muttusvāmi Dīkṣita non era solamente un grande upāsaka di Śrīvidyā, ma anche un Siddha.

        La Hādi Vidyā è anche chiamata Kaula o Vāmācāra11. Si divide ulteriormente in Kaula preliminare (Pūrva-Kaula) e Kaula superiore (Uttara-Kaula). La sua upāsanā è rājasa o tāmasa, a seconda delle inclinazioni del sādhaka. Mentre il samāyin esegue la sādhanā partendo dal Maṇipūra verso l’Ājñā cakra, in cui poi raggiunge l’unione di Śiva e Śakti, l’upāsanā del Kaula procede solo all’interno del Mūlādhāra cakra. Questo cakra ha, come è noto, una yoni o triangolo e, al suo centro, il bindu. Così, mentre la sādhanā del samāyin [della correntee Kādi] procede attraverso tutti i nove veli o recinti (āvaraṇa) dello Śrīcakra, il Kaula [della corrente Hādi] si concentra solo sulla yoni e le rende culto. Quando per l’upāsanā s’impiega un simbolo esteriore della yoni, come quello d’oro o di bhūrjapattra12, tale forma è chiamata preparatoria (pūrvakaula). Se la yoni è naturale e interna, cioè l’organo femminile (strī yoni), allora questa forma è detta superiore (uttarakaula). Il pūrvakaula adora la divinità centrale, Mahābhairava e la sua consorte, Ānandabhairavī, nel pradhāna–apradhāna bhāva13. Durante la creazione cosmica (sṛṣṭi) del macrocosmo e del microcosmo, la Dèa è pradhāna e il Dio è apradhāna. Durante la dissoluzione (saṃhāra o pralaya) il rapporto è invertito. La forma superiore (uttarakaula) non tiene affatto in considerazione Śiva: infatti sostiene che la Śakti è la causa primordiale e le cinque azioni (pañcakriyā) sono le sue azioni (śaktikriyā): essa contiene in sé il mondo che è la forma prodotta solo dalla Śakti (Śakti kāryarūpa14). Sia l’uttarakaula sia il pūrvakaula chiamano la Śakti con il nome di Kuṇḍalinī e il metodo consiste nel risvegliare la Kuṇḍalinī dal suo sonno, che è lo stato di manifestazione più grossolano. Oppure, in senso inverso, la modificazione dell’Uno nella molteplicità, dell’Infinito in finito, o dell’Assoluto in relativo, ecc. A questo scopo, il Kaula impiega cinque tipi di offerte (upacāra); il pūrvakaula a volte per sostituzione simbolica, ma l’uttarakaula per offerta reale di madya (vino), māṃsa (carne), mīna (pesce), mudrā (gesto segreto) e maithuna (atto sessuale). Questi sono conosciuti collettivamente come pañca–makāra, ed è questo che ha portato tanto discredito alla scuola Kaula. Molte opere del Kaula Tantra, invero, insistono sul fatto che questi upacāra dovrebbero essere offerti solo per sostituzione di simboli con l’uso di sostanze pure prescritte e dalla corrispondente mudrā15. Ritengono che quest’ultimo sia il vero ed essenziale upacāra e biasimano il sādhaka che li impiega in senso letterale, condannando chi così agisce per il proprio piacere. Il samāyin sostiene che il Kaula è prescritto per i sādhaka squalificati per il Veda, cioè per gli śūdra. Il Kaula sostiene l’opposto, cioè che Veda e i darśana sono solo organi di Śiva e che qualsiasi kaula śūdra è di gran lunga superiore a un brāhmaṇa conoscitore del Veda. Comunque sia, il risveglio della Kuṇḍalinī è il fine ultimo di entrambe le versioni pūrva e uttara. Il culmine di questa pratica è il bindu: il sādhaka raggiunge il Brahman nel momento stesso di quel risveglio e questo stato istantaneo di liberazione dagli upādhi16 è chiamato liberazione istantanea (kṣaṇamukti). Tuttavia è bene sapere che per il Samayamata il semplice risveglio della Kuṇḍalinī non costituisce il fine ultimo dell’upāsanā. La Kuṇḍalinī deve essere condotta verso l’alto attraverso la suśumṇā per perforare i tre incroci (granthi) delle tre nāḍī principali e i sei cakra fino a raggiungere il Loto dai Mille Petali (sahasrāra cakra) e unirsi a Śiva che ivi risiede. Questa è l’unione armonica (sāmarasya) per il Samayamata, ossia per la Kādi Vidyā. Nel Kuṇḍalinī Yoga, il risveglio si realizza per mezzo di āsana, come il siddha, del prāṇāyāma e delle mudrā, come la śaktichālanī, la mūla e la jālandhara mudrā17. In questo modo, con queste o con altre tecniche, il prāṇa è portato verso il basso e l’apāna verso l’alto per incontrarsi: l’attrito che ne deriva, produce calore e provoca il risveglio della Kuṇḍalinī. Questa è poi condotta verso l’alto con varie pratiche yogiche e fissata nei diversi cakra e granthi per mezzo della meditazione (dhyāna) e della concentrazione (dhāraṇā). La Kuṇḍalinī può essere risvegliata anche dallo stesso śaktipata18. Ci sono anche rari casi in cui la Kuṇḍalinī si risveglia per caso.

        Anche la scuola Kaula può essere suddivisa in diverse correnti: Kaulika, Vāma, Cīna, Siddhāntī e Śābara, in ordine decrescente di importanza, fama ed efficacia. Sono rispettivamente paragonate al pollice, all’indice, al medio, all’anulare e al mignolo. Kaulika è il tipo più elevato e non ha bisogno di alcun ausilio esterno, mentre Vama, Cīna e Siddhāntī impiegano strumenti esterni di culto solo a fini mondani. Gli Śābara si dedicano alla magia (śambara) e a riprovevoli riti cruenti (ḍāmara) per ottenere le loro siddhi. Anche i kāpālika19, i kṣapaṇaka e i digambara20 sono diversi tipi di sādhaka della corrente Kaula. Tutti questi hanno generalmente come obiettivo i poteri della magia più bassa (kṣudra siddhi) e si basano sui poteri tantrici ingiunti nei vari testi di ḍāmara, śambara, ecc., diversi da quelli summenzionati nella raccolta Śubhāgama Pañcaka. Così, i kāpālika seguono il Candrajñāna Āgama, lo Hṛdbheda Tantra, l’inno [attribuito a Śaṃkara], il [Kāla] Bhairavāṣṭakam, il Pañcāmṛta (o Sādhanopāya)21, il Sarvajñānottara Āgama, il Mahākālīmata Tantra, l’Aruṇeśa Tantra, il Medinīśa Tantra, il Vikuṇṭhkeśava Tantra,e altri ancora.

        Altri, che seguono la mano sinistra (vāmācārin) si rifanno a Tantra diversi, come il Vāmajuṣṭa, il Mahādeva, il Kalāsana, il Vīṇā, il Saṃbhogayakṣī Tantra, la Niṣiddhi, il Kubjikāmata Tantra, ecc. I digambara e i kṣapaṇaka utilizzano i rituali tantrici prescritti nel Pūrvapaśchimadākṣa Tantra, nell’Uttara Tantra, nel Niruttara Tantra, nel Vimala Tantra, nella raccolta Vimolottha, che contiene sessanta quattro Tantra, e nel Devīmata Tantra. Pratiche rituali, orribili e nauseanti, sono prescritte per il raggiungimento di varie siddhi banali.

        Alcuni Tantra, tra cui il Durvāsamata, il Kulārṇava, il Bārhaṣpatya, il Kuleśvarī, il Kalānidhi, il Candrakalā, il Bhuvaneśvarī e il Jyotisnāvatī, tutti chiamati collettivamente Candrakalāṣṭaka, ammettono sia le pratiche Kādi sia quelle Hādi. Per questo motivo, Śrīvidyā è talvolta conosciuta anche come Candrajñāna Vidyā. La Dèa Madre (Śrī Mātā), in questo caso è considerata come se si manifestasse in sedici forme che aumentano progressivamente nel suo splendore (vibhūti). Queste ultime sono equiparate e identificate con le fasi della Luna e sono quindi chiamate ‘le perenni giornate lunari’ (tithinityā). La sedicesima kalā (digito lunare) è chiamata Sāda, colei che regge. Non è soggetta a declino e scomparsa e risiede al centro del Candramaṇḍala. Questo centro è Śrī. Le quindici Nityā corrispondono ai quindici bīja mantra della pañcadaśī vidyā22. La collocazione del Candramaṇḍala nel microcosmo è descritta in modo diverso dalle varie scuole di Śrīvidyā. Il samāyin esegue l’upāsanā delle tithinityā nella quindicina luminosa (śūkla) della Luna crescente, a partire dal maṇipūra fino all’ājñā cakra, mentre il kaula esegue la sua sādhanā nella quindicina oscura (kṛṣṇa) della Luna calante, partendo dallo svādhiṣṭhāna cakra fino al mūlādhāra che è anche chiamato kula. I 360 giorni lunari sono equiparati e identificati con i 360 raggi della luna chiamati māyūkha, e l’upāsanā sui pañcabhūta è eseguita dal samāyin e dal kaula nei loro rispettivi cakra summenzionati23.

        Qui dobbiamo accennare a tre altre ramificazioni di Śrīvidyā. La prima riguarda il sampradāya. La Vidyā è giunta fino a noi in tre distinte trasmissioni di sampradāya: la prima rivelata da Dakṣiṇāmūrti, la seconda da Hayagrīva e la terza da Ānandabhairava. Queste scuole corrispondono ai metodi del Kādi, dello Hādi e del Sādi. Me ne soffermerò ancora brevemente quando descriverò lo Śrīcakra. Il secondo aspetto riguarda il mantra. Si dice che Śrīvidyā comprenda sessantaquattro crore [640 milioni] di mantra. Nella realtà pratica sono disponibili diverse migliaia di mantra che vanno da un singolo bīja a rosari (mālā) di centinaia di bīja. La combinazione completa di tutti i bāja disponibili ne fornirebbe a centinaia di migliaia. E questo vale per ciascuna delle dieci Mahāvidyā in tutte le sue ramificazioni. Per esempio, nella Kāmarāja Vidyā24 più diffusa, i mantra più comunemente praticati sono a una sillaba (ekākṣarī), a tre sillabe (tryākṣarī), a nove sillabe (navārṇa), a quindici sillabe (pañcadaśī), a sedici sillabe (ṣoḍaśī), più le loro varie combinazioni.

        Consideriamo, per fare un esempio, la pañcadaśī vidyā. Fu propagata nelle sue forme Kādi, Hādi e Sādi da quindici veggenti [ṛṣi]. Così la Kādi Vidyā fu rivelata da Brahmā a Manu, da questi ad Agastya, poi a Manmatha (Kāmarāja), a Indra e a Yama; mentre Hari, Hara, Kubera, Lopāmudrā, Sūrya, Skanda e Durvāsas insegnarono la Hādi Śrīvidyā. La Miśravidyā o Sādi fu trasmessa da Candra e Nadikeśvara. Quindi, anche se il mantra è composto fondamentalmente dagli stessi quindici bīja, questi si differenziano tra loro per il bīja iniziale, che li riunisce in gruppi di bīja (kūṭa) in successioni diverse. Così la Hādi Vidyā di Durvāsas non contiene alcuno hṛllekha (il bīja ‘hṛṃ’) e consiste in un solo kūṭa, mentre la Hādi Vidyā rivelata da Hari consiste in sei kūṭa, ciascuno dei quali culmina nello hṛllekha. Tutte e sei le forme della Kādi Vidyā hanno tre kūṭa ciascuna, terminanti con lo hṛllekha.

        Un’altra componente di Śrīvidyā è l’āmnāya. Āmnāya significa pratica meditativa ripetuta incessantemente; significa anche un insieme di pratiche tradizionali. In Śrīvidyā indica anche un approccio verso la divinità centrale. Ci sono sei āmnāya, ciascuno situato in uno dei quattro punti cardinali, più uno in alto e uno in basso. Ognuno di essi ha una propria serie di divinità, mantra, maṇḍala, mudrā, e così via. Ogni āmnāya ha inizio con un circolo di maestri (Guru maṇḍala), seguito da un’assemblea di divinità. Schematicamente, essi sono tra loro complementari e gerarchizzati; l’ūrdhva–āmnāya, che sta in alto, è il più elevato. In realtà, ogni āmnāya è autonomo ed efficace per raggiungere la Divinità centrale. A volte si accenna anche ad altri quattro āmnāya ausiliari posti ai punti intermedi.

        1. Le cinque azioni (pañcakriyā): creazione, mantenimento, dissoluzione, onnubilazione e grazia.[↩]
        2. Mantra di quindici sillabe.[↩]
        3. I bīja, o mantra seminalidelle tre fasi della creazione, ovvero la potenzialità che si manifesta, il suo sviluppo, il suo riassorbimento [N.d.C.].[↩]
        4. “Che libera dalle regole dell’azione” [N.d.C.].[↩]
        5. “Colei che conduce alla liberazione dalle regole dell’azione” [N.d.C.].[↩]
        6. Il cakra da cui inizia questa sādhanā è il terzo, all’altezza del cuore o del plesso solare. I due cakra inferiori sono considerati impuri e pericolosi, in quanto incentivano il desiderio per l’ottenimento dei poteri (siddhi); essi sono oggetto di particolare meditazione per le vie della mano sinistra [N.d.C.].[↩]
        7. Gli ultimi quattro personaggi sono chiamati kumāra (i giovani) in quanto sono perpetuamente brahmacārin o saṃnyāsin. Sono noti come i figli della mente (mānasaputra) di Brahmā [N.d.C.].[↩]
        8. Gesti e posizioni simboliche delle mani e delle dita.[↩]
        9. Contemplazione [o dhyāna].[↩]
        10. Unione armonica.[↩]
        11. “Via della mano sinistra” [N.d.C.].[↩]
        12. Tavoletta di legno di betulla [N.d.C.].[↩]
        13. Nel loro significato letterale (primario) e traslato (secondario).[↩]
        14. La Potenza divina nella sua forma efficiente.[↩]
        15. Posizione simbolica della mano e delle dita.[↩]
        16. “Limitazioni aggiunte”.[↩]
        17. Mudrā che hanno la capacità di scuotere e risvegliare Kuṇḍalinī.[↩]
        18. L’influenza sottile del Guru trasmessa durante il rito d’iniziazione (dīkṣā) [N.d.C.].[↩]
        19. “Quelli del cranio”; asceti che usano la calotta cranica umana come ciotola per nutrirsi e per raccogliere le elemosine.[↩]
        20. Kṣapaṇaka e digambara, ordini di asceti nudi [N.d.C.].[↩]
        21. Raccolta di sei Tantra in cui sono spiegati i riti lustrali compiuti con i cinque liquidi: latte, burro chiarificato, sciroppo zuccherino, yogurt e miele [N.d.C.].[↩]
        22. La conoscenza della formula di quindici sillabe bīja di Śrī Vidyā.[↩]
        23. La posizione suprema del Candramaṇḍala, nel microcosmo,si riferisce al “circolo lunare” che sta nel loto dei mille petali alla sommità della testa. Secondo il Lalitāsahasranāma del Brahmāṇḍa Purāṇa, su ogni petalo è scritto un nome della Dèa. Sāda, al centro di questa corolla di mille petali, si unisce con Śiva. A questo connubio segreto, il sādhaka partecipa interiormente facendo le parti del Dio. Tale sacrificio segreto (rahasyayāga) è il sacrificio interiore (antarayāga) descritto nella Bhāvana Upaniṣad (XXI; cfr. La Bhāvana Upaniṣad, Durgā Devī (a cura di), Milano, Ekatos, 2022, pp. 53-53). È la realizzazione dell’unità dei corpi sottile, grossolano e causale; che avviene allorché si uniscono il centro del Candramaṇḍala (Sāda) con il centro del loto dai mille petali (Sadāśiva) e con il punto centrale dello Śrīcakra chiamato “Fatto di ogni beatitudine” (sarvānandamayabindu), l’Ātman; vale a dire l’unione del Sé individuale con il Sé universale, di Śiva con Śakti e della Luce (prakāśa) della coscienza con la sua consapevolezza riflessa (vimarśa) [N.d.C.].[↩]
        24. Kāmarājao Manmatha è il Dio che ha rivelato la tradizione Kādi, poi tramandata del ṛṣi Agastya. Per questa ragione è detta anche Kāmarāja Vidyā [N.d.C.].[↩]