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Dicembre 2024

🇮🇹 5. Estratti dal Commento all’Adhyāsa Bhāṣya Sugama

    Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

    5. Estratti dal Commento all’Adhyāsa Bhāṣya Sugama

    Si stava discutendo dell’adhyāsa secondo quei vedāntin mūlāvidyāvādin che noi definiamo ‘settari’(ekadeśin) in quanto seguono solo parzialmente l’Advaita śaṃkariano. Non soltanto propongono una spiegazione diversa su come avviene la sovrapposizione reciproca di Ātman e anātman, ma si basano su certi presupposti contrari alla esperienza generale. Affermano che adhyāsa è un evento, è il prodotto di un processo, per cui anche ciò che viene sovrapposto (adhyasta) è un prodotto. Come per ogni prodotto, cioè per un effetto, si richiede l’esistenza di una causa materiale.

    Su tutto ciò è intervenuto anche Śrī Śrī Prabuddhānanda Svāmījī che ha replicato loro punto per punto. Anzitutto, Svāmījī ha posto il seguente dubbio: quando, prendendo coscienza che si tratta di una conchiglia di madreperla, è annullata l’apparenza dell’argento, anche la conoscenza dell’argento viene rimossa. Invece, essi sostengono che nella coscienza della corda c’è un ajñānam, un’ignoranza positiva che si trasforma in serpente. Inoltre, poiché la conoscenza richiede sempre necessariamente un oggetto, la distruzione della conoscenza dell’argento non può scomparire assieme all’argento. Ossia, come il serpente si occulta nella corda, l’argento si fonde nella sua causa materiale (upādāna kāraṇam avidyā), quell’ignoranza associata alla coscienza della conchiglia.

    Svāmī Prabuddhānanda a fil di logica controbatte che, se si annulla il serpente e si riconosce la corda, la corda è conosciuta una volta per tutte e non si potrà più prendere la corda per un serpente. Ma essi sostengono che si può scambiare la corda per un serpente ogni qualvolta ci si trova al buio. Questo errore può ripresentarsi ripetutamente facendoci ricadere nello stesso sbaglio. L’avidyā che è attaccata alla coscienza della corda e che si trasforma in serpente, non sarebbe, dunque, distrutta veramente; si fonde nell’avidyā sostanziale ed è per questo che non è visibile. Ciò significa che non viene rimossa in modo permanente e, perciò, può riapparire nuovamente.

    Essi aggiungono anche che se non si conosce il sostrato (adhiṣṭhāna) dell’ignoranza sostanziale (mūlāvidyā) vale a dire Brahman, Caitanya, Ātman o Sākṣin che dir si voglia, le avidyā degli oggetti non se ne andranno. Perciò se ci sono avidyā che si trasformano in serpente, in argento, in rapinatore, ecc., esse spariranno definitivamente solo conoscendo Brahman. Riconoscendo solo la corda come può il serpente essere del tutto distrutto? Infatti, poiché il serpente è prodotto da avidyā questa se ne andrà via solo conoscendo Brahman. L’ajñānam se ne andrà del tutto dalla corda e da tutti gli altri oggetti solo ottenendo il Brahma jñānam. Ma finché non si conosce il Brahman, si continuerà a scambiare la corda per un serpente.

    Se tutti i singoli fraintendimenti sono dovuti all’ignoranza, tutte le avidyā fanno parte dell’unica avidyā che è la mūlāvidyā di Paramātman. Per conoscere il Brahman si deve rimuovere l’ignoranza totale e, così, si rimuovono anche tutte gli ajñānam parziali che fanno conoscere in modo sbagliato gli oggetti mondani.

    In breve, ci sarebbero vari ajñānam che riguardano i molteplici oggetti e tutte queste ignoranze sono parte di quella mūlāvidyā che è l’ajñānam di Brahman. Quindi, finché non si conosce Brahman, mūlāvidyā non viene rimossa. Ma finché non è rimossa, nemmeno tutti questi piccoli ajñānam che fanno parte di mūlāvidyā possono essere rimossi. Perciò, quando si scambia la corda per un serpente, come si può rimuovere il serpente per riconoscere che in realtà si tratta di una corda? La loro risposta è che il serpente non può essere rimosso in modo definitivo, ma che rientra nella corda. La corda ha una coscienza (caitanyam); l’ajñānam della corda è attaccato a quel caitanyam e quello stesso ajñānam si trasforma in serpente. Perciò quando si porta una luce più forte a rischiarare la penombra, il serpente semplicemente si ritira nell’ajñānam della corda. In questo modo, il serpente è pronto a riapparire in circostanze successive.

    Questa è solo una delle tante spiegazioni. Infatti, tra i mūlāvidyāvādin ci sono molti ācārya che hanno spiegato in forma leggermente differente; tutti, però, concordano nell’affermare che se la conoscenza del sostrato (adhiṣṭhānam), cioè Paramātman, non distrugge la mūlāvidyā cheostacola la Sua conoscenza (avidyā Ātman adhyastaya Ātma jñānam virodha), tutte le ignoranze parziali continuano a riapparire.

    Se si chiedesse loro: “Dunque, avidyā pertiene all’oggetto da conoscere?”, risponderebbero che avidyā non pertiene all’oggetto, ma lo ricopre. L’ignoranza avvolge la coscienza dell’oggetto, facendo così da ostacolo (virodha) solo alla conoscenza di quella coscienza. Perciò, non può essere rimossa senza la conoscenza di quel caitanyam. Non si vede più il serpente in quanto diventa invisibile fondendosi di nuovo con la corda. L’effetto semplicemente rientra nella causa; non se ne va, ma rimane lì finché non si raggiungerà il Brahma jñānam.

    Ci sono due correnti di mūlāvidyā: la prima ha la sua fonte nella Pañcapādikā, l’altra nella Bhāmatī. Si dice che la Pañcapādikā sia stata scritta da Padmapāda, discepolo diretto di Śaṃkara. Tuttavia, la Pañcapādikā, che è un commento ai soli primi quattro sūtra del Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya,è apparsa alcuni secoli dopo Bhagavatpāda. Ma costoro sono convinti che sia opera del discepolo diretto di Śaṃkara e, perciò, accettano ciecamente qualsiasi cosa contenga. Tra questi si conta Prakāśātma Yati che, nel XII secolo, scrisse il sotto commentario alla Pañcapādikā, intitolato Vivaraṇa. Per tale ragione questa corrente di mūlāvidyā è conosciuta come Vivaraṇa sampradāya.

    L’altra corrente si rifà alla Bhāmatī, altro sotto commentario al Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, il cui autore non fu certamente discepolo diretto di Śaṃkarācārya. Si tratta di Vācaspati Miśra, discepolo di tale Trilocanācārya, che la scrisse circa un secolo dopo Śaṃkara, tre-quattro generazioni più tardi. Di certo appartenne a una paramparā diversa che si reputa risalga forse a un altro discepolo di Śaṃkara rimasto, tuttavia, ignoto. La corrente Pañcapādikā-Vivaraṇa è seguita da saṃnyāsin, mentre la Bhāmatī è rappresentata generalmente da guru sposati. Infatti Padmapāda e Prakāśātma Yati furono due rinuncianti, mentre Vācaspati Miśra fu un gṛhastha.

    Queste due correnti, tra loro discordanti, continuano ad essere tramandate e ciò è certamente preoccupante. Quando Śaṃkara scrisse il suo Bhāṣya, espresse ovviamente la sola visione coerente del siddhānta non duale. Ma oggi1, chi studia il Vedānta nelle Università dello Stato laico e perfino presso diversi paṇḍita e ācārya di Advaita,si trova ad affrontare due spiegazioni per ogni punto dell’insegnamento śaṃkariano. Ovviamente ognuna delle due correnti conclama che la sua interpretazione è il vero senso dell’opera di Śaṃkara, quando, invece, le loro interpretazioni sono divergenti dall’originale e contraddittorie tra loro. Perché allora non leggere direttamente i testi di Śaṃkara? Perché cercare il senso dei suoi insegnamenti nelle interpretazioni dei sotto commentari Vivaraṇa e Bhāmatī che si smentiscono a vicenda? Come possono esserci due idee opposte tra loro circa lo stesso insegnamento?

    In base a questa evidenza Satchidanandendra Svāmījī ha accantonato queste due interpretazioni e si è rifatto direttamente a Śaṃkara. In questo modo, ha dimostrato con chiarezza che per Śaṃkara adhyāsa è esattamente la stessa cosa di avidyā. Al contrario di costoro che affermano che, oltre ad adhyāsa, c’è una causa materiale positiva (mūlāvidyā) che si trasforma in adhyāsa, ha provato inequivocabilmente che, per Śaṃkara, anche la conoscenza errata (mithyā jñānam) è sempre e solo avidyā. L’avidyā non è una realtà né una sostanza positiva che possa trasformarsi in adhyāsa. L’ignoranza non è reale perché la Realtà assoluta è Coscienza-Conoscenza. Avidyā è ciò che appare per errore, ma che non esiste, come il serpente visto al posto della corda. Altrimenti, se fosse reale, dovrebbe esistere da qualche parte. Quelli che seguono il Vivaraṇa dicono, infatti, che l’avidyā è associata a Brahman, mentre il Bhāmatīkāra lo nega: l’ignoranza è attaccata al jīva. Chi cerca la verità nella via del Vedānta non può accettare due punti di vista contraddittori. E nemmeno si può accettarne uno e respingere l’altro. Perciò, Svāmījī li ha denunciati entrambi in quanto errati, dato che Śaṃkara ha ripetutamente sostenuto “adhyāso avidyā” né mai ha dichiarato che avidyā sia causa materiale di adhyāsa, come se quest’ultimo fosse un effetto distinto da essa. Secondo questo punto di vista errato ci sono due categorie di ignoranza: la prima corrisponde all’ignoranza sul Brahman-Ātman. Quando si è affetti da tale ignoranza allora ci si trova quale jīva individuale e ci si colloca nel jagat, ossia si crede nella realtà del saṃsāra e dal punto di vista microcosmico e da quello macrocosmico. La seconda ignoranza consiste nell’ignorare, fraintendere o aver dubbi sui molteplici oggetti del mondo. La prima è l’ignoranza-radice, causa di tutte le ignoranze parziali, che è attaccata al Brahman, una materia positiva, reale, coeterna e sostanziale. Quell’ignoranza che copre Brahman si trasforma in jagat. La seconda categoria d’ignoranza è quella che il jīva prova nei confronti degli oggetti esterni. Per esempio, nella semioscurità, quando non si riconosce la corda e la si scambia per un serpente, si produce il serpente. L’ignoranza che copre la corda si trasforma in serpente.

    Ma, quale avidyā sta producendo il serpente? Quella insegnata dal Vivaraṇa o quella della Bhāmatī? La tradizione del Pañcapādikā-Vivaraṇa Sampradāya afferma che c’è solo un’avidyā, la quale ha, però, due livelli. Una è l’ignoranza parziale e molteplice (adhyāsa), l’altra è l’ignoranza totale unica (avidyā). Le ignoranze parziali e limitate si attaccano agli oggetti mondani. Per esempio: se non si conosce la corda, c’è l’ignoranza della corda; se non si conosce il libro, c’è l’ignoranza del libro; se non conosce il tavolo, c’è l’ignoranza del tavolo.

    Anche la corrente della Bhāmatī considera due livelli di avidyā. Sono l’ignoranza-radice (mūlāvidyā) e l’ignoranza differenziata (tūlāvidyā). Tūlāvidyā è l’avidyā sugli oggetti di percezione del mondo esterno, mentre mūlāvidyā è l’avidyā sul Brahman. Adhyāsa richiede una sostanza positiva, una materia reale che aderisce a Brahman ed è la causa materiale che si trasforma in tūlāvidyā.

    Ora si pone il seguente problema: come si fa a rimuovere l’ignoranza affinché il serpente sparisca? La spiegazione del Vivaraṇa è come segue: l’ignoranza avvolge la coscienza e fino a quando non si conosce la Coscienza assoluta, cioè Brahman, l’ignoranza non andrà via. Questo perché il serpente appare a causa dell’ignoranza e quell’ignoranza si attacca sia alla coscienza della corda sia alla Coscienza-Caitanya. Tutte le ignoranze che riguardano gli oggetti mondani fanno parte dell’ignoranza totale e suprema su Brahman.

    In questa prospettiva, quando si avvicina un lume e si conosce la corda, il serpente va via, ma non del tutto. La causa materiale del serpente, la mūlāvidyā, ossia l’ignoranza causale (kāraṇa avidyā), non scomparirà. Con la conoscenza della corda il serpente ritorna a fondersi con questa avidyā causale e il serpente vi si nasconde. Cosa succede a tutti i fraintendimenti circa gli oggetti del mondo? Le loro singole avidyā si fonderanno temporaneamente come effetti nella loro ignoranza-causa. Perciò in qualsiasi altra occasione, tempo o luogo, ogni volta le si possono fraintendere, esse riappariranno nuovamente; spariranno nuovamente fondendosi nella loro causa e riappariranno nuovamente. La totalità delle singole ignoranze scomparirà in un colpo solo allorché si conosce il Brahman. Questo è il punto di vista della corrente Vivaraṇa.

    Anche per l’autore della Bhāmatī ci sono due avidyā. Quando si scambia la corda per un serpente, è tūlāvidyā che copre la coscienza della corda. Così la corda si trasforma in serpente, ma quando conosci la coscienza della corda, il serpente scompare. In questo caso scompare definitivamente solo l’ignoranza del serpente, il che non intacca il persistere della mūlāvidyā che copre Brahman e ne impedisce la conoscenza.

    Nelle sue note all’Adhyasa Bhāṣya Sugama di Pūjya Satchidānandendra Svāmījī, Svāmī Prabuddhānanda è d’una chiarezza cristallina al riguardo: secondo il Vivaraṇa, le innumerevoli avidyā parziali sugli oggetti del mondo sono parti dell’unica mūlāvidyā, quindi non andranno via se non quando quest’ultima sarà definitivamente cancellata dalla conoscenza del Brahman. Invece, secondo la Bhāmatī, anche se le tūlāvidyā sono del tutto rimosse, l’unica mūlāvidyā rimane come ignoranza dell’Assoluto (Brahma ajñānam). I Bhāmatīvādin pensano che l’ignoranza è potenzialmente insita nella Coscienza (śāktika avācīna Caitanyam), perciò asseriscono che la mūlāvidyā è Ātma ajñānam situata nell’Ātman stesso e che solo quest’ultimo la può distruggere. Allo stesso modo, anche gli oggetti mondani hanno una ignoranza insita in loro potenzialmente. Nell’esempio della corda, l’ajñānam aderisce alla coscienza limitata della corda, l’avācīna caitanyam della corda. In questo modo, quando si cerca di conoscere la corda, non si riesce a vederla completamente perché c’è uno strato sottile d’ignoranza che copre la corda e non permette di conoscerla. È questa avidyā individuale della corda che si trasforma in serpente. La distruzione della forma illusoria dell’oggetto non comporta affatto la distruzione dell’ignoranza ultima che risiede nell’Ātman. Pertanto, quando si conosce l’oggetto, solo la sua tūlāvidyā sparisce. Il serpente smette di comparire solo quando si conosce la corda, rimuovendo la tūlāvidyā dalla corda. Il lettore sarà stupito che continuiamo a ripetere l’esposizione e la critica di queste teorie, ma è del tutto necessario che egli si renda conto della capziosità con cui il Vedānta è trasmesso da certi ambienti. Anche chi scrive ha studiato il Vedānta in questo modo, ed è così che l’ha insegnato per qualche tempo. Solamente quando Svāmī Prabuddhānanda Mahārāja ci ha introdotto alla dottrina di Pūjya Satchitānandendra Svāmījī, tutte queste speculazioni sono scomparse nel nulla, come il serpente allorché si conosce la corda. La pratica della discriminazione ha spazzato via tutte queste creazioni assurde della mente.

    Tra le due teorie, la spiegazione della Bhāmatī è un po’ più logica dell’altra, perché afferma che se si rimuove la tūlāvidyā, cioè l’ignoranza sull’oggetto, rimane pur sempre l’ignoranza sull’Assoluto (Brahmavidyā). La teoria dell’ignoranza del Vivaraṇavāda è molto più paradossale. L’affermazione secondo la quale non si può distruggere l’ignoranza del serpente perché il serpente si fonde nell’avidyā causale, ove rimarrà nascosto finché non avvenga la conoscenza del Brahman è una teoria insensata. Se, invece dell’esempio (dṛṣṭanta) dell’oggetto-serpente, si prendesse in considerazione la rimozione dell’oggetto-mondo, composto da tutta la pluralità d’oggetti, il mondo non potrebbe scomparire, ma dovrebbe fondersi con la mūlāvidyā:scomparirà solo provvisoriamente, non scomparirà per sempre, pronto a riapparire in seguito. Ciò significa che una distruzione totale dell’ignoranza non è possibile e questo è in contraddizione con la śruti, con l’insegnamento di Śaṃkara, con l’intuizione e con la loro stessa dottrina. Essi, infatti, ammettono, sulla base dello Śāstra, che la Liberazione avviene con la conoscenza di Brahman, ma negare che essa avviene con la rimozione dell’illusione cosmica, della māyā, è come affermare l’impossibilità del mokṣa. Messi alle strette dall’evidenza che tutto ciò non appare mai in nessuno scritto di Śaṃkarācārya, si difendono dicendo che egli ce l’aveva in mente e che l’aveva trasmessa segretamente solo al suo discepolo Padmapāda. Pretendono che tutti debbano accettare questa fantasia e, se per caso, qualcuno osa rifiutarla, lo accusano di essere contro la tradizione2.

    Śaṃkara ha semplicemente detto che Brahman è preso erroneamente per il mondo come la corda reale è scambiata per un serpente inesistente. Propose l’esempio del serpente e della corda per aiutare l’ignorante a capire che non esiste nulla chiamato mondo, ma che è soltanto un’idea sbagliata sul Brahman. Tali vedāntin ‘settari’ (ekadeśin)3 delle correnti Pañcapādika e Vivaraṇa, sostengono dunque qualcosa che è completamente contrario ai Prasthānatraya Bhāṣya di Śaṃkara. La loro incongruente teoria è anche contraria all’intuizione (anārūḍhatva anubhava): nessuno, infatti, ha mai avuto esperienza che esista una sostanziale ignoranza reale che si trasforma in serpente per coprire la corda.

    Possa il Sadguru condurre chi si dibatte nel tempestoso pelago della mente, a superare l’errore (viparyāsa) della mulavidya e a procedere, discriminando il vero dal falso, nel Vedānta vicāra!

    Oṃ Śrī Gurubhyo Namaḥ !

    1. Per la verità, questa situazione si trascina da molti secoli. Sta di fatto che critiche sollevate da Rāmānuja (1077–1158) contro Śaṃkara in realtà colpiscono solo le deviazioni dottrinali post śaṃkariane dei seguaci del Vivaraṇa e della Bhāmatī. Perciò persino il fondatore della corrente Viśiṣṭādvaita Vedānta, rivale dell’Advaita,condannò le deviazioni di quei successori infedeli di Śaṃkara [N.d.C.].[↩]
    2. Per esempio, la “Svāmīni” Āgamānanda, al secolo Dr. Martha Doherty, è autrice d’un articolo (“A Contemporary Debate among Advaita Vedantins on the Nature of Avidyā” (Journal of Indian Philosophy 33, 2005) in cui sostiene che l’autentica tradizione advitīya corrisponde ai post śaṃkariani (prasaṃkhyānavādin), essendo la dottrina di Svāmī Satchidānandendra Mahārāja rifiutata dagli advaitin che definisce “tradizionali”, vale a dire i sostenitori della mūlāvidyā. Alcuni esoteristi occidentali si sono appoggiati con maligno piacere allo scritto di questa “saṃnyāsinī” (categoria inventata dall’induismo new-age), pur di non riconoscere il vero insegnamento del Vedānta śaṃkariano. Questi occidentali, affigliati a sette monoteistiche, cercano subdolamente di spargere zizzania, sollevando dubbi su ciò che non conoscono né comprendono, ma che non combacia con le loro credenze in un “Vedānta”applicato all’uomo e, persino, al suo divenire! [N.d.C.].[↩]
    3. Il termine ‘settario’ qui va inteso in senso etimologico. ‘Settario’ in questo caso è, infatti, chi ha una concezione separata, settoriale, parziale, ovvero non completa della dottrina vedāntica; si deve perciò ritenere che nel loro pensiero alcune parti sono state travisate e deviate, com’è l’argomento qui trattato da Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārājajī. Non si deve, tuttavia, dimenticare che coloro che sono qui criticati, pur sempre sono riconosciuti quali vedāntin, regolarmente iniziati e anelli di una catena iniziatica. Le genti formate alla mentalità monoteistica trovano difficoltà a comprendere questo punto di vista, abituati come sono a giudicare in base alle categorie infrangibili di eterodossia e ortodossia, di eresia e adesione al dogma. Basterebbe riflettere sull’opinione piuttosto positiva che l’Advaita ha dell’idealismo buddhista, nonostante i molti errori rilevati, per capire questo punto di vista puramente conoscitivo e non dogmatico. Ciò può aiutare a comprendere come correnti ekadeśin e scuole puramente metafisiche di Vedānta abbiano potuto convivere per tanti secoli senza condanne legali, scomuniche, interdetti, sospensioni reciproche, persecuzioni o punizioni più o meno cruente. Le differenze dottrinali, nella Tradizione eterna, sono sempre rimaste sul piano del dibattito pubblico tra sapienti, con riconoscimento reciproco, rispetto e grande senso di civiltà [N.d.C.].[↩]

    5. Extracts from the Commentary on the Adhyāsa Bhāṣya Sugama

      Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

      5. Extracts from the Commentary on the Adhyāsa Bhāṣya Sugama

      The discussion concerned adhyāsa according to those mūlāvidyāvādin Vedāntins whom we define as “sectarians” (ekadeśin) because they only partially follow Śaṃkara’s Advaita. Not only do they propose a different explanation of how the mutual superimposition of Ātman and anātman occurs, but they also base their arguments on certain assumptions that are contrary to general experience. They claim that adhyāsa is an event, the product of a process, and therefore whatever is superimposed (adhyasta) is also a product. As with any product, i.e. an effect, the existence of a material cause is required.

      Śrī Śrī Prabuddhānanda Svāmījī also commented on this in his notes on Svāmī Satchidānandendra Mahārāja‘s Adhyāsa Bhāṣya, responding to them point by point. First of all, Svāmījī raised the following question: when, upon realising that it is a mother-of-pearl shell, the appearance of silver is cancelled out, the knowledge of silver is also removed. Instead, they argue that in the consciousness of the rope there is an ajñānam, a positive ignorance that transforms into a snake. Furthermore, since knowledge always necessarily requires an object, the destruction of the knowledge of silver cannot disappear together with the silver. That is, just as the snake hides in the rope, the silver merges into its material cause (upādāna kāraṇam avidyā), that ignorance associated with the consciousness of the shell. It is a terribly complicated theory.

      Svāmī Prabuddhānanda by all logic counters that if the snake is eliminated and the rope is recognised, the rope is known once and for all and can no longer be mistaken for a snake. But they argue that the rope can be mistaken for a snake whenever one is in the dark. This error can recur repeatedly, causing us to fall back into the same mistake. The avidyā that is attached to the consciousness of the rope and transforms into a snake would not, therefore, be truly destroyed; it merges into the substantial avidyā and that is why it is not visible. This means that it is not permanently removed and, therefore, can reappear again.

      They also add that if one does not know the substratum (adhiṣṭhāna) of substantial ignorance (mūlāvidyā), that is to say Brahman, Caitanya, Ātman or Sākṣin, whichever one prefers, the avidyā of objects will not go away. Therefore, if there are avidyā that transform into a snake, silver, a robber, etc., they will disappear definitively only by knowing Brahman. By recognising only the rope, how can the snake be completely destroyed? In fact, since the snake is produced by avidyā, it will go away only by knowing Brahman. Ajñānam will disappear completely from the rope and all other objects only by obtaining Brahma jñānam. But until Brahman is known, one will continue to mistake the rope for a snake.

      If all single misunderstandings are due to ignorance, all avidyā are part of the one avidyā that is the mūlāvidyā of Paramātman. To know Brahman, one must remove total ignorance and, in doing so, also remove all partial ajñānam that cause one to know worldly objects in the wrong way. In short, there are various ajñānam concerning multiple objects, and all these ignorances are part of that mūlāvidyā which is the ajñānam of Brahman. Therefore, until Brahman is known, mūlāvidyā is not removed. But until it is removed, even all these small ajñānam that are part of mūlāvidyā cannot be removed. Therefore, when one mistakes the rope for a snake, how can one remove the snake in order to recognise that it is actually a rope? Their answer is that the snake cannot be removed permanently, but that it is part of the rope. The rope has consciousness (caitanyam); the ajñānam of the rope is attached to that caitanyam, and that same ajñānam transforms into a snake. Therefore, when a stronger light is brought to illuminate the darkness, the snake simply retreats into the ajñānam of the rope. In this way, the snake is ready to reappear in subsequent circumstances.

      This is just one of many explanations. In fact, among the mūlāvidyāvādin there are many ācāryas who have explained it in slightly different ways; However, they all agree that if knowledge of the substratum (adhiṣṭhānam), i.e. Paramātman, does not destroy the mūlāvidyā that hinders His knowledge (avidyā Ātman adhyastaya Ātma jñānam virodha), all partial ignorance will continue to reappear.

      If you asked them, ‘So, does avidyā pertain to the object to be known?’, they would answer that avidyā does not pertain to the object, but covers it. Ignorance envelops the consciousness of the object, thus acting as an obstacle (virodha) only to the knowledge of that consciousness. Therefore, it cannot be removed without the knowledge of that caitanyam. The snake is no longer seen because it becomes invisible by merging with the rope again. The effect simply falls back into the cause; it does not go away, but remains there until Brahma jñānam is attained.

      There are two schools of mūlāvidyā: the first has its source in the Pañcapādikā, the other in the Bhāmatī. It is said that the Pañcapādikā was written by Padmapāda, a direct disciple of Śaṃkara. However, the Pañcapādikā, which is a commentary on only the first four sūtras of the Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, appeared several centuries after the Bhagavatpāda. But they are convinced that it is the work of Śaṃkara’s direct disciple and therefore blindly accept everything it contains. Among them is Prakāśātma Yati who, in the 12th century, wrote the sub-commentary to the Pañcapādikā, entitled Vivaraṇa. For this reason, this current of mūlāvidyā is known as Vivaraṇa sampradāya.

      The other school refers to the Bhāmatī, another sub-commentary on the Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, whose author was certainly not a direct disciple of Śaṃkarācārya. This was Vācaspati Miśra, a disciple of Trilocanācārya, who wrote it about a century after Śaṃkara, three or four generations later. He certainly belonged to a different paramparā, which is thought to date back to another disciple of Śaṃkara who remains unknown. The Pañcapādikā-Vivaraṇa tradition is followed by saṃnyāsins, while the Bhāmatī tradition is generally represented by married Gurus. In fact, Padmapāda and Prakāśātma Yati were two renunciants, while Vācaspati Miśra was a gṛhastha. These two conflicting schools continue to be handed down, which is certainly worrying. When Śaṃkara wrote his Bhāṣya, he obviously expressed only the coherent vision of non-dual siddhānta. But today1, those who study Vedānta in secular State Universities and even with various Advaita paṇḍitas and ācāryas are faced with two explanations for each point of Śaṃkara’s teaching. Obviously, each of the two schools claims that its interpretation is the true meaning of Śaṃkara’s work, when, in fact, their interpretations diverge from the original and contradict each other. Why then not read Śaṃkara’s texts directly? Why seek the meaning of his teachings in the interpretations of the Vivaraṇa and Bhāmatī sub-commentaries, which contradict each other? How can there be two opposing ideas about the same teaching?

      Based on this evidence, Satchidanandendra Svāmījī set aside these two interpretations and referred directly to Śaṃkara. In this way, he clearly demonstrated that for Śaṃkara, adhyāsa is exactly the same thing as avidyā. Contrary to those who claim that, in addition to adhyāsa, there is a positive material cause (mūlāvidyā) that transforms into adhyāsa, he proved unequivocally that, for Śaṃkara, even erroneous knowledge (mithyā jñānam) is always and only avidyā. Avidyā is neither a reality nor a positive substance that can transform into adhyāsa. Ignorance is not real because absolute Reality is Consciousness-Knowledge. Avidyā is what appears by mistake but does not exist, like the snake seen instead of the rope. Otherwise, if it were real, it would have to exist somewhere. Those who follow the Vivaraṇa say, in fact, that avidyā is associated with Brahman, while the Bhāmatīkāra denies this: ignorance is attached to the jīva. Those who seek truth in the path of Vedānta cannot accept two contradictory points of view. Nor can one accept one and reject the other. Therefore, Svāmījī denounced both as incorrect, since Śaṃkara repeatedly asserted ‘adhyāso avidyā’ and never stated that avidyā is the material cause of adhyāsa, as if the latter were an effect distinct from it. According to this erroneous view, there are two categories of ignorance: the first corresponds to ignorance about Brahman-Ātman. When one is affected by such ignorance, one finds oneself as an individual jīva and places oneself in the jagat, that is, one believes in the reality of saṃsāra from both the microcosmic and macrocosmic points of view. The second ignorance consists in ignoring, misunderstanding or having doubts about the multiple objects of the world. The first is root ignorance, the cause of all partial ignorance, which is attached to Brahman, a positive, real, coeternal and substantial matter. That ignorance that covers Brahman is transformed into jagat. The second category of ignorance is that which the jīva feels towards external objects. For example, in semi-darkness, when one does not recognise a rope and mistakes it for a snake, the snake is produced. The ignorance that covers the rope is transformed into a snake. But which avidyā is the serpent producing? The one taught by Vivaraṇa or that of Bhāmatī? The tradition of the Pañcapādikā-Vivaraṇa sampradāya states that there is only one avidyā, which, however, has two levels. One is partial and multiple ignorance (adhyāsa), the other is total and unique ignorance (avidyā). Partial and limited ignorance attaches itself to worldly objects. For example: if one does not know the rope, there is ignorance of the rope; if one does not know the book, there is ignorance of the book; if one does not know the table, there is ignorance of the table. The Bhāmatī school also considers two levels of avidyā. These are root ignorance (mūlāvidyā) and differentiated ignorance (tūlāvidyā). Tūlāvidyā is avidyā concerning the objects of perception in the external world, while mūlāvidyā is avidyā concerning Brahman. Adhyāsa requires a positive substance, a real matter that adheres to Brahman and is the material cause that transforms into tūlāvidyā.

      Now the following problem arises: how can ignorance be removed so that the serpent disappears? Vivaraṇa‘s explanation is as follows: ignorance envelops consciousness, and until one knows the absolute Consciousness, that is Brahman, ignorance will not go away. This is because the snake appears due to ignorance, and that ignorance attaches itself both to the consciousness of the rope and to Consciousness-Caitanya. All ignorance concerning worldly objects is part of the total and supreme ignorance about Brahman. In this perspective, when a light is brought near and the rope is recognised, the snake goes away, but not completely. The material cause of the snake, mūlāvidyā, or causal ignorance (kāraṇa avidyā), will not disappear. With the knowledge of the rope, the snake returns to merge with this causal avidyā and hides there. What happens to all misunderstandings about the objects of the world? Their individual avidyās will temporarily merge as effects into their ignorance-cause. Therefore, on any other occasion, time or place, whenever they can be misunderstood, they will reappear again; they will disappear again by merging into their cause and reappear again. The totality of singular ignorances will disappear at once when Brahman is known. This is the point of view of the Vivaraṇa school.

      Even for the author of the Bhāmatī, there are two avidyās. When one mistakes the rope for a snake, it is tūlāvidyā that covers the consciousness of the rope. Thus the rope is transformed into a snake, but when you know the consciousness of the rope, the snake disappears. In this case, only the ignorance of the snake disappears definitively, which does not affect the persistence of mūlāvidyā that covers Brahman and prevents its knowledge.

      In his notes to Pūjya Satchidānandendra Svāmījī‘s Adhyāsa Bhāṣya Sugama, Svāmī Prabuddhānanda is crystal clear on this point: according to the Vivaraṇa, the countless partial avidyās about the objects of the world are parts of the one mūlāvidyā, so they will not go away until the latter is definitively erased from the knowledge of Brahman. On the other hand, according to the Bhāmatī, even if the tūlāvidyāsare completely removed, the one mūlāvidyā remains as ignorance of the Absolute (Brahma ajñānam). The bhāmatīvādinsthink that ignorance is potentially inherent in Consciousness (śāktika avācīna Caitanyam), therefore they assert that mūlāvidyā is Ātma ajñānam located in Ātman itself and that only the latter can destroy it. Similarly, worldly objects also have ignorance potentially inherent in them. In the illustration of the rope, ajñānam adheres to the limited consciousness of the rope, the avācīna caitanyam of the rope. In this way, when one tries to know the rope, one cannot see it completely because there is a thin layer of ignorance covering the rope and preventing one from knowing it. It is this single avidyā of the rope that transforms into a snake. The destruction of the illusory form of the object does not at all entail the destruction of the ultimate ignorance that resides in the Ātman. Therefore, when one knows the object, only its tūlāvidyā disappears. The snake ceases to appear only when one knows the rope, removing the tūlāvidyā from the rope. The reader will be surprised that we continue to repeat the exposition and criticism of these theories, but it is absolutely necessary for him to realise the sophistry with which Vedānta is transmitted in certain circles. Even the writer of these lines studied Vedānta in this way, and that is how he taught it for some time.

      Only when Svāmī Prabuddhānanda Mahārāja introduced us to the teachings of Pūjya Satchitānandendra Svāmījī did all these speculations vanish into thin air, like the snake when one recognises it as a rope. The practice of discrimination swept away all these absurd creations of the mind.

      Of the two theories, Bhāmatī‘s explanation is somewhat more logical than the other, because it states that if tūlāvidyā, i.e. ignorance about the object, is removed, ignorance about the Absolute (Brahma avidyā) still remains. The vivaraṇavāda theory of ignorance is much more paradoxical. The claim that ignorance of the snake cannot be destroyed because the snake merges into causal avidyā, where it will remain hidden until knowledge of Brahman occurs, is a nonsensical theory. If, instead of the example (dṛṣṭānta) of the snake-object, we consider the removal of the world-object, composed of all the plurality of objects, the world could not disappear, but would have to merge with mūlāvidyā: it will only disappear temporarily, not forever, ready to reappear later. This means that a total destruction of ignorance is not possible, and this contradicts śruti, Śaṃkara’s teaching, intuition, and their own doctrine. In fact, they admit, on the basis of the Śāstra, that Liberation occurs through knowledge of Brahman; but to deny that it occurs through the removal of cosmic illusion, māyā, is to affirm the impossibility of mokṣa. Cornered by the evidence that none of this appears in any of Śaṃkarācārya’s writings, they defend themselves by saying that he had it in mind and secretly transmitted it only to his disciple Padmapāda. They claim that everyone must accept this fantasy and, if by chance someone dares to reject it, they accuse them of being against tradition2.

      Śaṃkara simply said that Brahman is mistakenly taken for the world, just as a real rope is mistaken for a non-existent snake. He proposed the example of the snake and the rope to help the ignorant understand that there is no such thing as the world, but that it is only a misconception about Brahman. Such “sectarian” (ekadeśin)3 Vedāntins of the Pañcapādika and Vivaraṇa schools therefore hold something that is completely contrary to Śaṃkara’s Prasthānatraya Bhāṣyas. Their incongruous theory is also contrary to intuition (anārūḍhatva anubhava): no one, in fact, has ever experienced that there is a substantial real ignorance that transforms itself into a snake to cover the rope.

      May the Sadguru lead those who struggle in the stormy seas of the mind to overcome the error (viparyāsa) of mūlāvidyā and proceed to discriminate between truth and falsehood through the Vedānta vicāra!

      Oṃ Śrī Gurubhyo Namaḥ !


      1. Indeed, this situation is going on for many centuries. The fact is that the criticisms raised by Rāmānuja (1077–1158) against Śaṃkara actually only affect the post-Śaṃkarian doctrinal deviations of the followers of Vivaraṇa and Bhāmatī. Therefore, even the founder of the Viśiṣṭādvaita Vedānta school, a rival of Advaita, condemned the deviations of those unfaithful successors of Śaṃkara [Editor’s note].[↩]
      2. For example, “Svāmīni” Āgamānanda, i.e. Dr Martha Doherty, is the author of an article (“A Contemporary Debate among Advaita Vedantins on the Nature of Avidyā” (Journal of Indian Philosophy 33, 2005) in which she argues that the authentic advitīya tradition corresponds to the post-Śaṃkarian (prasaṃkhyānavādin) tradition, since the doctrine of Svāmī Satchidānandendra Mahārāja should be rejected by the advaitins she defines as “traditional”, that is the supporters of mūlāvidyā. Some Western esotericists have taken malign pleasure in relying on the writings of this “saṃnyāsinī” (a category invented by New Age Hinduism) in order to avoid recognising the true teachings of Śaṃkarian Vedānta. These Westerners, affiliated with monotheistic sects, subtly seek to sow discord, raising doubts about what they neither know nor understand, but which does not fit in with their beliefs in a “Vedānta” applied to man and even to his becoming! [Editor’s note].[↩]
      3. The term “sectarian” here should be understood in its etymological sense. ‘Sectarian’ in this case refers to those who have a separate, sectorial, partial, or incomplete conception of Vedāntī doctrine; it must therefore be assumed that some parts of their thinking have been misrepresented and distorted, as is the subject discussed here by Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārājajī. However, it should not be forgotten that those who are criticized here are still recognised as Vedāntins, duly initiated and links in an initiatory chain. People trained in a monotheistic mindset find it difficult to understand this point of view, accustomed as they are to judging on the basis of the unbreakable categories of heterodoxy and orthodoxy, heresy and adherence to dogma. It suffices to reflect on the rather positive opinion that Advaita has of Buddhist idealism, despite the many errors noted, to understand this purely cognitive and non-dogmatic point of view. This may helps understand how ekadeśin currents and purely metaphysical schools of Vedānta have been able to coexist for so many centuries without legal condemnations, excommunications, interdicts, mutual suspensions, persecutions or more or less bloody punishments. Doctrinal differences, in the Eternal Tradition, have always remained at the level of public debate among sages, with mutual recognition, respect and a great sense of civility [Editor’s note].[↩]

      7. Coscienza di Essere

        Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

        7. Coscienza di Essere

        a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve

        7. Il Conoscitore di Brahman e l’Ignorante

        61. Il processo di immergersi nell’Essere è lo stesso sia nel caso del conoscitore Brahman sia in quello dell’uomo ordinario. Ciò è descritto come segue:

        “I parenti si stringono attorno a una persona in agonia e gli chiedono: “Mi riconosci? Mi riconosci?”. Finché la parola non diventa un tutt’uno con la mente, la mente con la forza vitale, la forza vitale con il fuoco e il fuoco con la Suprema Devatā, egli li riconosce; quando la sua parola diventa un tutt’uno con la mente, la mente con la forza vitale, la forza vitale con il fuoco e il fuoco con la Suprema Devatā, allora non conosce più. (ChU VI.15.1-2)

        62. Il processo sopra descritto è comune all’uomo ignorante quando muore, al devoto che medita su Brahman, come anche a colui che conosce la Verità. Śaṃkara nel Brahma Sūtra Bhāṣya così lo spiega:

        1. La funzione della parola si dissolve nella mente (BSŚBh IV.2.1). Con questo dobbiamo intendere che tutti i sensi cessano di funzionare mentre la mente continua a lavorare;
        2. La mente si dissolve nella forza vitale (prāṇa), cioè cessa di funzionare, mentre la forza vitale continua ancora a lavorare: poi, la forza vitale diventa un tutt’uno con l’anima individuale. La śruti dice che la forza vitale si dissolve nel fuoco e il fuoco in Sat. La caratteristica per il devoto che medita, è che va verso la suṣumṇā nāḍī e passa attraverso il percorso del devayāna che giunge fino al Brahmaloka (BSŚBh IV.2.7).

        È già stato spiegato che questa fusione del fuoco con il jīva, la forza vitale e gli organi di senso insieme agli altri elementi è solo temporanea, come la fusione nell’Essere durante il sonno profondo e durante la dissoluzione.

        Per quanto riguarda, invece, chi ha conosciuto la Realtà per mezzo del maestro, come è stato affermato sopra, Śaṃkara nel suo Bhāṣya sulla Chāndogya Upaniṣad dice quanto segue:

        L’ignorante esce dall’Essere (Sat) ed entra nella sua natura di tigre o di altro animale, di Dio o di uomo. Il meditante [su Brahman], invece, entra nella sua natura di Sat-Brahman, rivelata dalla luce della grande lampada della conoscenza, e non torna indietro. Questo è il processo1 di chi diventa uno con l’Essere. (ChUŚBh VI.15.2; PU 537)

        Nel suo Bhāṣya aggiunge:

        Chi ha un maestro competente non deve fare altro che attendere il momento in cui si dissolverà nella sua vera natura di Sat. Come si può interpretare l’espressione “finché non sei realizzato”? Deve essere interpretata come “finché non è realizzato”, modificando la prima persona del verbo per adattarlo al contesto. Il significato è: finché il corpo non cade dopo aver sperimentato il karma che ha prodotto il corpo attuale. (ChUŚBh VI.14.2 537)

        63. Si tratta evidentemente di una concessione all’opinione popolare secondo cui anche l’uomo di cui si parla ha un corpo a causa del suo prārabdha karma che ha dato come frutto la nascita nella forma del corpo attuale. La verità dal punto di vista più elevato, tuttavia, è che il conoscitore della Verità, che comprende il significato del vākya “tu sei Quello”, è sempre libero anche se sembra avere un corpo. Ecco perché Śaṃkara scrive nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya:

        Al contrario, il risultato della conoscenza è immediatamente intuibile. Infatti, la frase “tu sei Quello” non può essere forzata per significare che si diventerà Quello dopo la morte, in forza del testo: “Il saggio Vāmadeva, mentre realizzava questo [Sé] come Quello [Brahman], capiva che ‘Io ero Manu e il sole’” (BU I.4.10). Ciò dimostra che il risultato della conoscenza, che consiste nel diventare identificato al Tutto, si verifica contemporaneamente al sorgere della completa illuminazione. Perciò la Liberazione giunge inevitabilmente all’uomo di conoscenza. (BSŚBh III.3.32)

        Altrove Śaṃkara scrive:

        Il conoscitore del Brahman è giunto a questa conclusione: “In contrasto con la precedente supposizione di essere per natura agente e sperimentatore dei frutti dell’azione, io sono Brahman della natura di Essere per tutti e tre i periodi di tempo, e non sono mai un agente o uno sperimentatore dei frutti dell’azione; nemmeno prima di [aver capito] questo io ero stato un agente o uno sperimentatore, non lo sono mai stato né ora lo sono né lo sarò in futuro”. (BSŚBh IV.1.13)

        64. La conclusione che se ne può trarre è che solo per metafora che si afferma che, sia naturalmente durante il sonno e altri stati, sia al momento dell’illuminazione, tutti diventino effettivamente uno con l’Essere. Infatti, non c’è mai stato un tempo in cui ci fosse qualcos’altro accanto all’Essere Puro o Brahman. È per concessione all’opinione popolare, secondo cui l’universo esiste separato da Brahman, che Uddālaka enuncia la verità più volte ripetuta.

        “Ora, è questa sottilissima Entità che è l’essenza di tutto l’universo. Essa sola è reale. Quello è l’Ātman. Tu sei Quello, o Śvetaketu”. “Che Vostra Reverenza si compiaccia di illuminarmi ulteriormente”. “Così sia, mio caro ragazzo, lo farò”. (ChU VI.15.3)

        65. Cosa rimane ancora su cui Śvetaketu vuole essere illuminato? Vuol solo sapere se questa fusione nell’Essere è la stessa per l’uomo comune, quando si ritira dal suo involucro mortale, e per il saggio che realizza la sua unità con l’Essere. Come mai l’uomo comune ritorna alla vita mondana anche dopo essersi fuso nel Brahman? Perché solo lui deve essere sottoposto ai mali del saṃsāra, mentre il jñānin se ne è liberato? La risposta è la seguente:

        “Portano una persona con le mani legate, mio caro ragazzo, dicendo: “Ha portato via dei beni, ha rubato la tal cosa. Arroventate la scure per lui”. Se ha commesso furto, è una persona contaminata da tale atto. Chi è dedito alla falsità si copre di falsità. Se tocca la scure rovente si scotta e, quindi, sarà punito”.

        “Se, invece, non ha commesso furto, questo fa di lui una persona sincera. Chi è dedito alla sincerità fa della sincerità la sua protezione. Se tocca la scure rovente non si scotta e viene liberato”.

        “Come colui che non si scotta, [l’uomo di conoscenza non ritorna come fa l’ignorante], in quanto solo la sua essenza sottilissima, che è essenza di tutto questo universo, è reale. Quello è l’Ātman, tu sei Quello, o Śvetaketu”. Questo insegnamento del padre egli lo comprese bene, lo comprese bene. (ChU VI.16.1-3)

        In questo esempio dell’ordalia della scure rovente, colui che sa d’essere innocente non si scotta perché la Verità gli fa da scudo dagli effetti del calore; invece colui che sa di essere colpevole e finge di essere innocente, prende rifugio nella menzogna che è incapace di riparare dagli effetti della bruciatura.

        Invero, anche la smṛti lo dice:

        Se qualcuno crede di essere qualcosa di diverso da ciò che è in Realtà, quale peccato non ha commesso? È un ladro che ha sequestrato il Sé. (Mbh. Udyoga Parva XLII.35; Rām. I.33)

        Se è vero che il mondo in sé è del tutto irreale rispetto al vero Ātman, tuttavia gli effetti negativi del crederla reale sono estremamente rigidi e severi finché durano, molto simili al dolore acuto di cui si soffre durante i sogni, per quanto siano irreali.

        La verità per la quale colui che ha commesso il peccato più grave è sempre uno con Brahman non lo risparmia, finché non si sveglia dall’incubo del saṃsāra.

        66. La frase conclusiva “Questo insegnamento del padre egli lo comprese bene, lo comprese bene” non deve essere interpretata come una accettazione mentale da parte del figlio. Śvetaketu non aveva più motivo di avere dubbi, perché non c’era altra opzione. Questo è ciò che tra i Vedāntin è noto come antyapramāṇa (strumento finale di corretta conoscenza). Citiamo qui un estratto del Śaṃkara Bhāṣya sull’argomento:

        Inoltre, ciò significa che l’insegnamento dell’unicità dell’Ātman è definitivo e, oltre a questo, non c’è più nulla da mettere in discussione. A differenza del significato dell’ingiunzione nella vita ordinaria che “si deve sacrificare”, il che dà luogo alle domande “cosa”, “con quali mezzi” e “come”, udire l’affermazione “tu sei Quello” o “Io sono Brahman” non dà luogo a null’altro su cui indagare, perché la conoscenza intuitiva riguarda l’unità del Sé di tutti. Solo quando rimane qualcos’altro (da conoscere) è possibile un’indagine ulteriore; ma, al di là dell’unità dell’Ātman, non rimane nulla da indagare; né si può affatto dire che questa intuizione nasca, perché ci sono testi come “questo insegnamento del padre egli lo comprese bene, lo comprese bene” che danno i mezzi per comprenderlo. Inoltre, non si può dire che questa comprensione sia inutile o illusoria, perché vediamo dal risultato nell’eliminazione definitiva dell’ignoranza che è insostituibile. Abbiamo già detto che tutte le idee di vero e falso, sacre e mondane, si perpetuano alternandosi solo prima che insorga la conoscenza dell’unicità dell’Atman. (BSŚBh II.1.14)

        67. La conoscenza che scaturisce dall’insegnamento (śravaṇa) e dalla riflessione (manana) qui utilizzati, quindi, è definitiva, non perché non esista un tribunale più alto dove esporre i propri dubbi e le proprie difficoltà, ma perché, alla fine, la stessa distinzione tra chi conosce, la conoscenza e il conoscibile scompare qui nell’unico Ātman che è senza secondo. La śruti è un valido mezzo di conoscenza, non perché insegna in modo inconfutabile la verità sull’Ātman, ma perché eleva chi indaga a uno stato finale di intuizione in cui il cercatore sa, senza l’atto di conoscere, che l’Ātman o l’Essere Puro che cerca di conoscere non è un oggetto di conoscenza, ma è il suo stesso Sé, nel quale non c’è possibilità né bisogno di ulteriore conoscenza.

        La śruti dice:

        Dove, invece, tutto diventa solo Ātman, lì cosa si potrebbe vedere e con cosa? […], lì cosa si potrebbe conoscere e con cosa? Con che cosa si potrebbe conoscere quell’Ātman per mezzo del quale si conosce tutto questo? Con che cosa, mia cara, si potrebbe conoscere il conoscitore stesso? (BU IV.5.15)

        68. E Śaṃkara giustifica così in che senso la śruti sia definita “mezzo di conoscenza valido” per quanto riguarda il Brahman, che è l’Ātman di tutti:

        Il Vedānta Śāstra non oggettiva il Brahman e non cerca di insegnarlo come tale, ma insegna che non è un oggetto perché è il proprio Ātman interiore; elimina tutte le differenze come quelle di conoscitore, di conoscenza e delle specificazioni di conoscenza proiettate da avidyā. (BSŚBh I.1.4)

        Altrove Śaṃkara insegna che l’idea di percezione e degli altri mezzi di conoscenza, compresi gli stessi Veda, esistono solo nel dominio dell’ignoranza che prevale prima del sorgere della conoscenza dell’unicità dell’Ātman.

        E per quanto riguarda l’obiezione secondo cui non ci sarebbe alcun aspirante, che si opporrebbe all’evidenza della percezione e di altri validi mezzi di conoscenza (se anche l’anima trasmigrante fosse considerata un tutt’uno con Īśvara), rispondiamo che nemmeno questo è corretto, perché si riconosce d’essere un’anima trasmigrante prima dell’illuminazione solo per concessione (al punto di vista dell’ignorante); e la percezione e gli altri processi mentali si riferiscono solo al suo punto di vista. (La śruti) sottolinea che non c’è percezione o alcun altro processo dal punto di vista dell’illuminato (quando dice), “quando per questo (illuminato), tutto è diventato solo Ātman, chi potrebbe vedere e con cosa?”. (BU IV.5.15).

        Obiezione: Ma la negazione della percezione e degli altri pramāṇa ci porterebbe alla ripugnante conclusione che non c’è neanche la śruti”.

        Risposta: No, perché tale conclusione è ammessa dalla śruti che inizia con “In questo stato il padre diventa non-padre” e che si conclude con “I Veda diventano non-Veda”: quindi è ammessa anche la non esistenza della śruti nello stato di illuminazione”. (BSŚBh IV.1.3)

        L’ultima obiezione che potrebbe essere sollevata contro questa dottrina dell’Essere Puro senza secondo è eliminata così da Śaṃkara nel corso della discussione a cui ci siamo riferiti:

        Obiezione: E, allora, a chi si riferisce questa ignoranza?

        Risposta: A te che poni la domanda.

        Obiezione: Ma la śruti dice che io sono Īśvara stesso.

        Risposta: Se sei in tal modo illuminato, non c’è nessuno che non sia illuminato. E questo elimina anche l’altro difetto che alcuni vorrebbero imputare a questa dottrina. Secondo loro, infatti, poiché l’Ātman avrebbe un secondo, l’ammissione della dottrina della non-dualità sarebbe inconsistente. (BSŚBh IV.1.3)

        Śaṃkara intende dire che non c’è dualità nemmeno durante lo stato in cui si vede la dualità a causa dell’ignoranza, mentre, in senso assoluto, non c’è affatto ignoranza che sia seconda all’Atman reale.


        1. Questo “processo” è stato espresso in precedenza come “il percorso del devayāna che giunge fino al Brahmaloka” [N.d.C.].[↩]

        21. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

          Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

          21. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

          Agama Prakaraṇa

          Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti la Kārikā I.9

          Un altro punto è molto importante: i sensi possono rimuovere la non conoscenza di un oggetto e questo si chiama rimuovere l’oscurità da un oggetto. Qualsiasi pramāṇa rimuove solo l’ignoranza di un oggetto. Qualsiasi pramāṇa può solo rimuovere l’ignoranza di un oggetto o correggere un errore sull’oggetto, ma l’evidenza di un oggetto non è resa evidente dal pramāṇa, è resa evidente dalla Verità stessa; è alla luce della Verità che tutto è evidente. L’universo è evidente alla luce della Verità. Quando usi i sensi, allora questa è una forma, questo è un suono e dici anche che i sensi solo differenziano i [loro] cinque oggetti1. L’evidenza del mondo è alla luce della Verità, è la Verità che illumina: solo ciò che illumina un oggetto lo rende evidente. Renderlo evidente significa, secondo te, che la luce rende evidente la forma, ma sia la luce fisica sia la forma sono rese evidenti alla luce della Verità. Quindi, la definizione di pramāṇa è prāma karaṇam pramāṇam, ciò che porta alla conoscenza di un oggetto. La conoscenza di un oggetto è creata da un pramāṇa, e conoscenza significa libertà dall’ignoranza su di esso, libertà dall’errore su esso: ma i pramāṇa non rendono evidente (siddhi) un oggetto; siddhi non è basata sul pramāṇa. Il pramāṇa può aiutarti a conoscere ciò che è evidente: l’evidenza è solo la Verità. Ciò che rende tutto evidente è la Verità: la forma è evidente alla luce della Verità e quando uso gli occhi arrivo a conoscerla. Perciò, essendo la conoscenza definita quale negazione dell’ignoranza, si usa la parola “conoscenza”. La conoscenza nasce dal pramāṇa, ma l’evidenza non nasce dal pramāṇa. L’evidenza è lì; e se non è già evidente, se non è nella mia esperienza, non posso conoscerla perché deve rientrare nella mia esperienza. I sensi possono aiutarmi a conoscere un oggetto se è già all’interno della mia esperienza. Perciò il jñānam è pramāṇa phalam. La libertà dall’ignoranza è pramāṇa phalam ma l’evidenza di un oggetto non è pramāṇa phalam. Se si usa un’ascia per dividere un tronco di legno in due pezzi, essa può ricavare solo due pezzi, non può ricavarne quattro perché non è usata per questo. Un pramāṇa non è usato per l’evidenza, un pramāṇa è usato per conoscere ciò che è evidente; l’evidenza è indipendente dal pramāṇa. Allo stesso modo, il pramāṇa del Vedānta rimuove l’ignoranza, rimuove l’errore su ciò che è autoevidente; pratyākṣa e gli altri pramāṇa rimuovono l’ignoranza degli oggetti che sono evidenti alla luce della Verità; sono resi evidenti, sono dimostrati. Il Vedānta pramāṇa rimuove l’ignoranza, rimuove l’errore dall’autoevidente; invece, l’autoevidenza non nasce dal Vedānta pramāṇa. La nostra esistenza non nasce dal Vedānta pramāṇa: la nostra esistenza è indipendente dal Vedānta pramāṇa, è svataḥsiddham, è autoevidente.

          Le affermazioni correttive non portano all’evidenza, ma si limitano a correggere l’errore e non hanno altro compito, proprio come l’uso dell’ascia non ha altro compito se non quello di dividere il tronco di legno in due pezzi. Allo stesso modo la funzione di un pramāṇa si conclude quando ti dà la conoscenza di ciò che è già evidente. Tuttavia, la conoscenza non è il risultato del pramāṇa: l’evidenza è all’interno della mia esperienza. Gli oggetti non sono resi evidenti dai sensi, gli oggetti sono resi evidenti alla luce della Verità, l’universo è evidente alla luce del proprio essere. Allora cosa fanno i sensi? I sensi solo rimuovono l’ignoranza da esso: quando uso gli occhi vengo a conoscenza della forma e del colore, quella forma e quel colore che sono già all’interno del mio campo. Infatti, tutto ciò che è passibile di conoscenza è già evidente. È già evidente, mentre gli esseri umani tendono a pensare che sia la conoscenza a renderlo evidente. Noi conosciamo ciò che è già evidente. Pramāṇa janya jñānam [il pramāṇa produce conoscenza] non rende evidente il fatto, il pramāṇa rimuove solo l’ignoranza su un fatto. Perciò il mondo è immerso nella luce del tuo essere, non è immerso nella luce dei sensi, la materia di cui è fatto non è i sensi, il suo cuore e la sua anima non sono i sensi: i sensi solo ti aiutano a conoscere gli oggetti, i sensi non rendono il mondo evidente. Allo stesso modo il Vedānta non fa esistere la nostra esistenza, il Vedānta non dà esistenza al nostro essere, non ci rende evidenti; quindi non possiamo dire “non solo il Vedānta corregge l’errore ma crea anche un pensiero di conoscenza”. No, la stessa rimozione dell’ignoranza è conoscenza, la stessa correzione dell’errore è conoscenza. La conoscenza non è qualcosa che si aggiunge alla rimozione dell’ignoranza, la conoscenza non è qualcosa che si aggiunge alla correzione dell’errore, perché il pramāṇa solo rimuove l’ignoranza, la non-conoscenza è rimossa dal pramāṇa, l’errore è corretto dal pramāṇa, ma non crea un’altra conoscenza circa l’autoevidente; riguardo l’autoevidente puoi solo essere libero dall’errore su te stesso. Non puoi avere un pensiero su te stesso, come nello stato di sonno profondo puoi essere libero dal pensiero in generale e non puoi avere un pensiero sulla libertà dal pensiero: la libertà dal pensiero non può essere un altro pensiero. Perciò il Vedānta solo rimuove l’ignoranza e l’errore del Sé.

          La questione è la seguente: la comprensione non è un’aggiunta alla rimozione dell’ignoranza, la conoscenza non è un’aggiunta alla rimozione dell’ignoranza, la conoscenza non è un’aggiunta alla correzione dell’errore. La conoscenza non è un risultato ulteriore, il pramāṇa ha solo un risultato. Non voglio dire che il pramāṇa ti dà la conoscenza; qualunque sia la natura di questa conoscenza, è rimossa l’ignoranza, la non-conoscenza, l’incomprensione, il non-capire. Se il cakṣu pramāṇa [la vista]) fosse inteso a dare una conoscenza oltre alla rimozione dell’ignoranza, sorgerebbe un dubbio: “chi rimuove l’ignoranza?”. Se il pramāṇa ha lo scopo di dare la conoscenza, allora chi rimuove l’ignoranza? Il pramāṇa non procura due fenomeni, il pramāṇa ha solo lo scopo di rimuovere l’ignoranza. La stessa libertà dall’ignoranza è chiamata conoscenza, è chiamata jñānam. Perciò l’evidenza di un oggetto non è il risultato di jñānam. Al contrario, la conoscenza è il risultato dell’evidenza, è vastu tantram, cioè si conforma all’evidenza, la comprensione è sempre in accordo con l’evidenza. L’evidenza non è in accordo con il jñānam, ma il jñānam è in accordo con l’evidenza. “Svāmījī, perché non consideriamo jñānam ed ‘evidenza’ come sinonimi?” No, perché l’evidenza può esserci anche senza jñānam. Anche prima di conoscere la legge di gravitazione quest’ultima era evidente; tutti i fatti scientifici sono già presenti ancor prima di conoscerli; la fattualità di un fatto è presente anche prima che lo si riconosca. Perciò pratyākṣa e gli altri pramāṇa creano sì la conoscenza, ma in accordo con l’evidenza; non è la conoscenza a creare l’evidenza. Perciò anche il Vedānta pramāṇa solo rimuove l’ignoranza. “Io non sono la forma”, è quello che non sai. Il fatto sconosciuto di te stesso è “Io non sono la forma”, il fatto sconosciuto di te stesso è “Io non ho nascita e morte”, il fatto sconosciuto di te stesso è “Io sono libero da tutte le relazioni, io sono nirviśeṣam”, il fatto sconosciuto di te stesso è “Io sono non-duale”. Questo fatto che ti è sconosciuto è evidente e il Vedānta pramāṇa ti dà la conoscenza della tua fattualità sconosciuta. Ma l’evidenza della tua esistenza c’è anche prima che tu la riconosca, non devi aspettare di riconoscerla perché sia evidente, perché ogni comprensione presuppone un’evidenza. Se si tratta di un oggetto, è evidente alla luce della Verità; se si tratta dell’universo, è evidente alla luce della Verità e la Verità è autoevidente. La creazione è resa evidente, mentre l’origine è autoevidente. Perfino la relazione origine-creazione è una parte della creazione: anch’essa è resa evidente, mentre il nirviśeṣam è autoevidente. Perciò si è nirviśeṣam anche prima che lo si riconosca. Il pūrvapakṣin critica il Vedānta perché usa solo frasi correttive e non usa frasi affermative sulla Realtà. Ma non puoi avere un pensiero corretto sulla Realtà, sulla Realtà puoi solo correggere il pensiero sbagliato. Se usi gli occhi vieni a conoscenza del vaso, i tuoi occhi possono dare la conoscenza del vaso; i tuoi occhi non creano l’evidenza del vaso. Esso si trova lì, all’interno della tua esperienza: l’esperienza è nella forma dell’esistenza stessa del proprio Sé, quindi gli oggetti sono resi evidenti alla luce dell’esistenza del tuo proprio Sé. Quindi “quello è un oggetto di esperienza” (anubhava viṣayatvam), è un’affermazione diversa da “gli oggetti sono conosciuti attraverso i sensi”. Quando si dice “il mondo è anubhava viṣayam”, è nella luce della Verità: questa è la sua implicazione. L’universo è illuminato dalla tua esperienza, l’universo è illuminato dall’esperienza e quest’ultima non è altro che la Coscienza, che è la natura della Verità. Allora, cosa fanno i sensi? I sensi ti danno solo la conoscenza di ogni oggetto, i sensi sono i pramāṇa, pratyākṣa pramāṇa, ecc. I sensi ti danno la conoscenza degli oggetti, la logica (tarka) ti dà la conoscenza degli oggetti e śābda pramāṇa ti dà la conoscenza degli oggetti. Tutti i pramāṇa hanno lo scopo di darti la conoscenza degli oggetti; ma gli oggetti sono già evidenti alla luce della Verità. Anche se diciamo ‘sono evidenti ai sensi, ecc.’, sono solo anubhava viṣayam. Ma quando parliamo dell’evidenza, questa è resa evidente dalla Verità.

          I sensi non rendono evidenti gli oggetti; i sensi solo ti aiutano a conoscere gli oggetti che sono già evidenti, che rientrano nella tua esperienza. Non solo il vaso in quanto vaso è conosciuto attraverso i sensi, ma anche il vaso, in quanto diverso dal suono, è qualcosa di visibile, è anch’esso una percezione sensoriale, è una cognizione e il fatto che sia un vaso è un riconoscimento. I sensi hanno la funzione di conoscere un oggetto e di riconoscere un oggetto, ma la sua evidenza non è nei sensi, l’evidenza dell’oggetto è nella verità; essi sono falsi (mithyā), sono dei mithyā nella verità, sono evidenti nella verità. Possono essere mithyā, ma sono nella verità. Per quel che riguarda la propria esistenza, neanche essa può essere conosciuta né riconosciuta come un oggetto. Può essere riconosciuta come un non-oggetto; come un non-oggetto perché viene scambiata per un oggetto, quindi il riconoscimento di sé stesso è che “io non sono un oggetto”. Un oggetto è riconosciuto come oggetto, mentre il Sé è riconosciuto come non-oggetto e, oltre a riconoscere il Sé come non-oggetto, tu sei lì, ma non sei un oggetto: oltre a riconoscere il Sé come non-oggetto, non puoi più riconoscerlo come oggetto di pensiero. Se lo riconosci come oggetto del pensiero di nuovo significa che lo riconosci come oggetto; ma tu non lo riconosci come oggetto. Che il mondo sia riconosciuto come oggetto, significa che è oggettivabile: tutto ciò che può essere oggettivato è chiamato oggetto. Invece, tutto ciò che non può essere oggettivato, ma che è sentito come essere, evidente come essere, quello è il soggetto. Tu non puoi oggettivare te stesso, ma è evidente che sei. Tutto ciò che è evidente a te si chiama oggetto e colui al quale è evidente è il soggetto. La conclusione che “tutto ciò che non è un oggetto non c’è” non è corretta perché essere è evidente e non puoi concludere che sia inesistente. Pertanto, oltre alle affermazioni correttive della Verità, nessun’altra affermazione è valida. Perciò l’intero Vedānta è pratiṣedhika śāstram, è una scrittura correttiva. Il pūrvapakṣin si sente a disagio in questa situazione che afferma solo che “non è questo, non è questo”. D’accordo, ma allora cos’è? La Verità non può essere descritta come qualcosa che è, non può essere descritta in termini positivi. Anche se lo dici, significa solo che “non è materiale, non è materia”. E, ovviamente, se dici “è illimitato” significa “non è limitato”. Ogni affermazione riguardante la Verità può essere interpretata solo come un’affermazione correttiva. “È infinito” è un’affermazione correttiva. Sull’infinito puoi forse fare delle affermazioni descrittive? Puoi fare delle affermazioni descrittive sul silenzio? Puoi solo dire che è libero dal suono, libero dal colore, libero da questo e da quello, “neti neti”. Sull’incolore? Per favore, fa’ delle affermazioni descrittive sull’incolore! Non puoi farlo. La Verità non può essere descritta tramite affermazioni. Se è descritta da un’affermazione descrittiva, allora questo è un errore. “Sono un pensatore”, è un’esperienza affermativa, ed è un errore; “sono sposato”, questa è un’esperienza affermativa, ed è un errore. Quando pensi allo stato di sonno profondo, lo stato di sonno profondo non è un’esperienza affermativa: è libero da tutto, “neti neti”. Libero da tutto, libero dalla creazione, libero dal tempo, libero dallo spazio, libero dal pensiero: è un’esperienza correttiva.

          Il pūrvapakṣin si sente a disagio e contesta: «Tu sai solo dire ‘non è questo, non è questo’. D’accordo, ma, che cos’è ‘questo’? Quelli che dicono “neti neti”, in risposta alla domanda su cosa sia ‘questo’ rispondono “Tu sei Brahman”.» Questo è sbagliato; anche in “Tu sei Brahman” c’è solo una correzione. Che “tu” sia paricchinam (separato, individuale) è corretto dalla tua identità con “Quello”, e l’idea che “Quello” sia trascendente (parokṣa) è corretta dall’identità con il tuo Sé intimo. Ciò che pensavi fosse lontano è te, ciò che pensavi fosse illimitato è te; “il limitato è illimitato”. Che affermazione è mai questa? È affermativa o correttiva? È correttiva: ciò che pensavi fosse lontano non è lontano, è te. C’è solo l’affermazione correttiva, perciò è sbagliato dire che il Vedānta si riferisca affermativamente alla Verità. Ecco il perché: allorché la Taittrīya Upaniṣad dice che “Quello” è “satyam jñānam anantam”, anche se questi sembrano termini affermativi, il Bhāṣyakāra spiega che satyam significa non-materia, non-forma; è satyam, non è la forma. Jñānam significa che non è privo di coscienza (jaḍam). E anantam significa che non è paricchinam”.

          Anche le affermazioni, se le osservate con attenzione, altro non sono che correttive. Persino il termine affermativo “Sākṣin”, invero significa “non-pramata”. “Tu sei il Sākṣin” significa che tu non sei un pramata. Sākṣin significa che non sei all’interno di un determinato stato, ma che sei il Sākṣin di uno stato; tu non sei situato in alcuno stato, la tua esistenza non è situata in alcuno stato. Tuttavia, la parola Sākṣin appare come un termine affermativo; ma è affermativo? Quando capisci che tutti i termini affermativi sono termini correttivi, allora sei un grande Vedāntin. Non è possibile dare una descrizione affermativa della Verità, non si può fare una descrizione affermativa del silenzio. Sull’albero si possono fare innumerevoli affermazioni: “l’albero è alto”, che è affermativo; “ha molti rami”, che è affermativo, ecc. Tutti i sostantivi sono descritti per mezzo di aggettivi, e queste sono tutte descrizioni affermative. “Sono padre, sono madre”, sono descrizioni affermative, sono ruoli affermativi. Tutte le esperienze affermative su se stessi sono adhyāsa.

          “Essere” significa essere liberi da tutto; anche che tu sia solo essere sembra affermativo: è un insegnamento che significa che non sei un agente, che sei akartā. Akartā, essere non-agente, è affermativo o correttivo? È correttivo: Essere è che tu solo sei, non sei un agente. Quindi, il disagio del pūrvapakṣin è ingiustificato; tu stai solo dicendo “neti neti” la verità è libera da questo, la verità è libera da questo e allora, per quello che riguarda che cosa sia “questo”, il suo disagio è ingiustificabile perché la Verità non può essere descritta in termini affermativi. I sostantivi possono essere descritti con gli aggettivi in termini affermativi, ma la Verità, il Sé, non può essere descritta in termini affermativi: può essere descritta solo in termini correttivi. Anche quando si dice “Dio è la causa dell’universo”, “L’Ātman è l’origine dell’universo”, sembra un’affermazione; ma a ben guardare ciò ti sta comunicando che non è una parte della creazione; è origine della creazione non una parte della creazione, dunque, è una esperienza correttiva. Sākṣin implica che non sei situato nelle avasthā, non sei confinato in nessuna avasthā; il fatto che tu sia il Sākṣin dei tre stati vuol dire che tu non sei confinato in nessuno stato. Che cos’è questo? È una correzione; la parola Sākṣin è correttiva, come anche è correttiva la parola causa del mondo (jagat kāraṇam); che si tratti di adhyāropa dṛṣṭi o di svarūpa dṛṣṭi, non si può formulare alcuna frase circa la Verità se non come affermazione correttiva. “È origine della creazione” significa che non è una parte della creazione. Ecco perché il Bhāṣykāra dice di non prendere Satyam per un termine affermativo: non è qualcosa di non vero (anṛtam), non è una parte della creazione, non è un determinato particolare della creazione, non è qualcosa di inerte (jaḍam) che si chiama [erroneamente] jñānam, non è un determinato pensiero. È jñānam perché anche una vṛtti (modificazione della mente) è jaḍam. Tutto ciò che può essere oggettivato è jaḍam, un oggetto è jaḍam, anche un pensiero è jaḍam e jñānam significa tutto ciò che è diverso da ciò che è inerte. Quindi, il pūrvapakṣin si sentirà a suo agio se capirà che la Verità non deve essere descritta in alcun termine affermativo. Se nell’esperienza affermativa ci fosse beatitudine (ānandam), allora perché dovresti trascendere ogni cosa per ottenere l’ānandam nel sonno profondo? In realtà ogni tua esperienza affermativa è un’esperienza particolare, è un fatto scontato, mentre in quanto libero da tutto sei completo: come padre sei limitato, come madre sei limitato, come impiegato sei limitato, come forma sei limitato; invece, libero da tutte le forme e da tutte le funzioni sei completo: questa è la natura della Realtà. La Realtà per natura è piena, quindi non sentirti a disagio con il ‘neti neti‘. Infatti parlare della Realtà in termini correttivi è la gloria degli Śāstra: se si parla della Verità in termini affermativi, allora la Verità diventa limitata: ogni esperienza affermativa è limitata. La parola nirviśeṣam è un termine correttivo o affermativo? È un termine correttivo, vuol dire libero da ogni differenziazione (viśeṣa). Non si può usare alcun termine per la Realtà se non come termine correttivo. Sebbene sembri un termine positivo, il senso sottinteso (dhvani) è un termine correttivo. Anche un termine positivo deve essere inteso come termine correttivo: il senso sottinteso è correttivo. Ciò che è chiamato dhvani è Sākṣin; ma il dhvani è che non è situato nello stato: il termine è che “è l’origine dell’universo”, ma il senso sottinteso vuole indicare che non è una parte della creazione. Quindi la Verità non può essere descritta con alcun termine positivo. Tutte le esperienze affermative sono adhyāsa e tutte le esperienze affermative sono negate, cosa che si chiama correzione. “Io sono il corpo (deha)” è una sensazione affermativa a cui si risponde “tu non sei la forma”. “Io sono un individuo”: no, tu non sei un individuo. “Io sono limitato”: no, tu non sei limitato. In realtà ogni esperienza affermativa è negata e tutto ciò che l’uomo sente di sé in termini positivi, tutto ciò che l’uomo sperimenta di affermativo su di sé deve essere corretto. Una volta fatta la correzione tu non puoi alterare la Verità. Allo stesso modo, una volta trasceso il pensiero, non puoi interferire con il tuo Sé: puoi solo Essere; ogni interferenza è solo pensiero, idee dedotte. Ogni idea è un’idea affermativa e l’intera scienza è insegnamento affermativo. Ogni aparavidyā è un insegnamento affermativo, mentre il Vedānta è un insegnamento correttivo: “tu non sei questo, non sei questo”. Tutto l’insegnamento affermativo corrisponde alla tua ignoranza (adhyāsa): “io sono il deha (corpo)” è affermativo. Descrivi te stesso in modo affermativo dicendo “io sono un individuo”, “io sono questa forma”. Ti vedi come un sostantivo con aggettivi e ogni sostantivo è descritto in termini di aggettivi perché la descrizione è sempre in termini affermativi: “l’albero è alto” è un termine affermativo, “è verde” è un termine affermativo, ma quando si dice “l’Ātman è e tu sei l’Ātman”, ciò implica che “tu non sei il deha”.

          Quando diciamo “è pieno di pace” (śānta), significa che è libero da ogni turbamento; la Realtà è sempre intesa in termini di “libera da tutto”, mentre la conoscenza non-suprema (aparavidyā) è sempre intesa in termini di sostantivi e aggettivi. Perciò al di là della correzione, oltre alla correzione, non si può intaccare la Realtà. “Sono un vegliante” è un termine affermativo; “sono un sognatore” è un termine affermativo, “sono uno sperimentatore dell’ignoranza” è un termine affermativo; ma in suṣupti, suṣupti, in quanto sperimentata, è libera da tutto. Quindi, suṣupti deve essere considerata in due modi: suṣupti in quanto uno dei tre stati è pensata nello stato di veglia, ma suṣupti durante suṣupti non è pensata come uno dei tre stati; quindi suṣupti quand’è sperimentata è libera dallo stato di veglia, libera dallo stato di sogno, libera anche dallo stato di sonno profondo considerato come uno dei tre stati. Si pensa al sonno profondo come uno dei tre stati solo in stato di veglia, il che significa che lo “stato” di sonno profondo è una parte dello stato di veglia. Invece l’esperienza del sonno profondo è libera dalla veglia e dal sogno; perciò quando si sperimenta lo stato di sonno profondo, quella è un’esperienza non duale in cui non c’è alcun riferimento allo stato di veglia, nessun riferimento ad antaḥprajñatvam [coscienza interiorizzata, ossia lo stato di sogno], nessun riferimento a suṣupti quale uno dei tre stati che, come tale, non è libero dai tre stati.

          Pertanto, quando la Verità trascende i tre stati, è libera dai tre stati; perciò, come puoi descrivere lo stato di sonno profondo? Tu descrivi in termini affermativi, ma non puoi formulare un’espressione affermativa sullo stato di sonno profondo, non è proprio possibile. Se dici “lo stato di sonno profondo è pieno di pace” significa “è libero da tutti i turbamenti”, cioè il dhvani è che “è libero da tutti i turbamenti”. Descrivendolo ulteriormente, esso è libero dall’identità della veglia, dall’identità del sogno, dall’idea dell’ignoranza, dall’idea della comprensione. È uno stato di essere la Verità. Non è uno stato di comprensione della Verità: è uno stato in cui si è la Verità. Perciò la natura della Verità può essere descritta solo in termini correttivi, non in termini affermativi. Con la correzione dell’errore si corregge anche l’errore “io sono un individuo”. Con “tu non sei un vegliante”, il Bhāṣykāra intende dire “tu non sei un individuo che veglia”. Libertà dalla veglia significa libertà dall’individualità della veglia. Quando si è liberi dall’individualità si è illimitati: l’illimitatezza non è un’altra dimensione, la libertà dalla dimensione è l’illimitatezza, libera dalla dimensione limitata, libera dalla limitazione. La limitazione e l’illimitatezza non sono una coppia di opposti (dvandva), la limitazione e l’illimitatezza non sono antinomiche; la relazione tra l’illimitatezza e la limitazione è quella tra satya (vera esistenza) e mithyā bhāva (falsa esistenza); una è la Verità, l’altra è un errore su essa; una è apparenza, l’altra è realtà. Non si può descrivere l’illimitato in termini affermativi, nemmeno il linguaggio lo permette. Quando dici che puoi descrivere l’illimitato in termini affermativi come “grande”, allora grande è una dimensione, “più grande” è una dimensione e anche “grandissimo” è una dimensione; invece, l’illimitato è libero dalla dimensione. Per descrivere la Verità non è affatto possibile usare un termine positivo, un termine affermativo, un termine non correttivo, un termine qualificativo. “Sono alto” è un termine qualificativo, è un aggettivo. Qualsiasi affermazione positiva è un’espressione affermativa.

          Quando la śruti corregge “na bahiṣprajña, na antaḥprajña” (non cosciente dell’esterno né cosciente dell’interno), vuol dire che non sei un individuo che veglia, non sei un individuo che sogna, non sei un individuo, non sei un individuo che dorme, sei libero da tutti e tre gli stati, sei libero dalla triplice individualità, Questa triplice individualità è anādi (senza inizio); la veglia non si raggiunge nel tempo, il sogno non si raggiunge nel tempo, il sonno non si raggiunge nel tempo: non è sādi (con inizio temporale). L’uomo nasce con uno stato di veglia, di sogno e di sonno profondo, che si chiama jīvatvam, anādi jīvatvam (individualità senza inizio). “Sono un individuo che veglia, sono un individuo che sogna, sono un individuo che dorme” è anādi jīvatvam. “Sono il presidente di un Rotary Club è sādi; divento un genitore nel tempo, ecc.; queste sono tutte etichette sādi, tutte etichette sādi che cambiano continuamente. L’anādi jīvatvam non cambia. Quando si corregge l’individualità del vegliante, quando si corregge il modo di conoscere (pramātritvam) del vegliante, allora si corregge il senso di limitazione. Tutto ciò che deve essere corretto è corretto. Quando si trascende lo stato di veglia si trascende l’incorporazione, si trascende il senso di limitazione.

          In questa Upaniṣad si dice che se l’Ātman è advitīyam, allora che ne è del Maestro, del discepolo e della scrittura? Ci sono tre cose, ma si parla di unità. Io dico che se si comprende questa unità, si comprende che anche questa relazione è mithyā. Se si comprende il dvaitam, allora non c’è dvaitam. Senza mantenere l’unità come concetto nella tua mente, avrai sempre dei dubbi sulla realtà. L’Advaita è il tuo essere, non è un pensiero nella tua mente. Ogni concetto è un concetto determinato; l’acqua non è un concetto, l’acqua è la verità dell’onda. Non c’è forma, l’onda è solo una nozione, tutto ciò che esiste è acqua. Allo stesso modo, se l’Advaita è capito come il proprio Essere e non come un concetto determinato nella propria mente, anche il rapporto Maestro-discepolo è una nozione: una nozione che è riconosciuta in quanto nozione. La corretta conoscenza non rimane parallela alla verità dopo che si è corretto l’errore; dopo aver corretto l’errore non c’è conoscenza, infatti entrambi si dissolvono allo stesso tempo. La tigre del sogno mi sveglia, e mentre mi sveglia anche la tigre del sogno si dissolve; quando il sogno è falsificato, anche tutto ciò che c’è nel sogno viene falsificato. Quando il Vedānta mi risveglia, dopo aver falsificato l’incorporazione e il jagat, anch’esso è falsificato: la conoscenza corregge l’errore e si falsifica a sua volta: la ninna nanna ti addormenta e scompare. Quando tu trascendi la veglia, trascendi anche la ninna nanna. Usi una barca per raggiungere l’altra sponda del fiume e, raggiunta l’altra sponda, lasci la barca. La profonda via della comprensione è la giusta conoscenza che, avendo corretto l’errore, non può fare altro che dissolverlo, perché la conoscenza corretta presuppone sempre la conoscenza sbagliata. La conoscenza corretta presuppone una conoscenza errata della verità e, dopo averla corretta, la conoscenza errata stessa non c’è e ciò che rimane è solo la Verità meno l’errore, e non la Verità più la conoscenza. Nel momento in cui dici che “c’è la Verità più la conoscenza”, allora stai pensando un pensiero, non c’è nessun “più”; c’è la Verità meno l’errore, sei solo un essere in pace. Tu sei solo la presenza meno l’ignoranza. La tua presenza meno lo stato di veglia, la tua presenza meno lo stato di sogno, la tua presenza meno lo stato di sonno profondo. La tua presenza meno l’ignoranza è il Non-duale. Non c’è un “più”, c’è il meno: meno l’errore. Quando una persona diventa istruita è meno ignorante. Come individuo possiamo dire di lui “è un individuo più l’istruzione”. Ma come Verità egli è “la Verità meno l’analfabetismo, la Verità meno l’ignoranza”. La conoscenza corretta non esiste nemmeno per un secondo dopo aver rimosso l’errore. Non ha alternativa, come la tigre del sogno che ti sveglia dal sogno e si dissolve da sola. Una ninna nanna mi fa addormentare ed è trascesa.

          Solo le espressioni correttive, cioè la conoscenza correttiva, ti liberano da tutti gli anartha (le cose inutili); quello che deve essere compreso è ciò che non sei, “non sono questo, non sono questo”. La Verità non può essere descritta come “è questo, è questo”: la Verità può essere descritta solo in termini di ciò che non sei.

          L’indesiderabile è solo una cosa; l’indesiderabile è solo il senso di incorporazione, la limitazione. Puoi avere un’incorporazione molto piacevole, puoi avere una famiglia piacevole, puoi avere un’attività molto piacevole, puoi avere una vita molto piacevole, ma in confronto alla tua infinità la tua limitata situazione piacevole è nulla. Perciò anche ciò che c’è di meglio è inferiore alla tua natura. Si dice, per esempio, di una persona che sia un principe, istruito, giovane e che abbia a disposizione l’intera terra con tutta la prosperità che contiene, che la sua felicità è solo una goccia nell’oceano. Invece è la propria natura di Verità è che è l’oceano. Questo può darti un’idea di come il finito, anche il migliore finito, non sia paragonabile all’infinito. Il bene è finito, il meglio è finito, anche l’ottimo è finito, l’infinito non può essere qualificato. Capisci che il ricco è finito, il povero è finito, i tuoi piaceri sono finiti, come anche i tuoi dolori sono finiti; tutti i jīva sono ugualmente finiti. Ogni jīva è finito in quanto jīva, ma ogni jīva è infinito per natura.


          1. I cinque oggetti che corrispondono ai sensi sono gli elementi (pañcabhūta): alla vista (cakṣus) corrisponde il fuoco (agni), all’udito (śrotra) l’etere (ākāśa), al tatto (tvak) l’aria (vāyu), al gusto (rasanā) l’acqua (ap) e all’olfatto (ghrāṇa) la terra (pṛthvī) [N.d.C.].[↩]