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Gennaio 2024

2. Coscienza di Essere

    Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

    2. Coscienza di Essere

    a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve

    “In principio c’era solo l’Essere (Sat), Uno e non duale. Alcuni dicono che in principio c’era solo il non-essere, Uno e non duale, da cui è nato l’Essere; ma, mio caro, come potrebbe essere così?”. Egli disse: “Come potrebbe nascere l’Essere dal non-essere (asat)1? Al contrario, in principio c’era solo l’Essere, Uno e non duale”. (ChU VI.2.1-2)

    Lo stile delle Upaniṣad.

    10. Le Upaniṣad hanno uno stile particolare per esprimere verità universali. L’Assoluto, che è privo di tutti gli attributi e al di là di ogni tempo e spazio, vi è descritto come se possedesse certe caratteristiche e come se fosse esistito in un qualche lontano passato. Questo perché, in primo luogo, il linguaggio e il pensiero empirico, essendo fatti per simboleggiare solo oggetti empirici, non sono in grado di esprimere la sua natura così com’è; tuttavia, questi sono gli unici strumenti d’apprendimento reperibili in questa vita e quindi devono in qualche modo essere impiegati al fine di suggerire al cercatore la natura della Realtà trascendente, assegnando alle parole e ai concetti significati impliciti e allusivi, anche a rischio che chi non è qualificato ne possa equivocare il senso.

    Così, quando Brahman, ossia l’Assoluto, è descritto come sat (Essere), è intenzione del maestro che non si supponga che, come le cose della vita ordinaria, Esso esista nel tempo e nello spazio e che sia limitato da alcune caratteristiche che lo distinguono dalle cose coesistenti con esso. Per evitare entrambe queste eventualità, si concepisce l’intero universo come se fosse esistente nel presente e come se all’Assoluto venisse deliberatamente proiettato in un tempo passato, in cui l’universo ancora non esisteva nella sua attuale forma apparente. In questa deliberata sovrapposizione (adhyāropa), l’Essere è descritto come se fosse esistito da solo. L’espressione “Uno non duale” è sovrapposta per trasmettere l’idea che la parola “solo” non vuole esprimere la solitudine come quando si pensa all’assenza di altre cose. Quindi, “solo l’Essere” e “Uno solo, non duale” significa il Sé Assoluto, che, non avendo né genere né specie, non sa nulla di una ‘propria specie’ o di una ‘specie differente’ e, non essendo divisibile, è anche privo di ogni distinzione all’interno della propria essenza concettuale.

    Qual è il significato del fatto che l’Essere “è”?

    11. Chi è solito pensare solo ai fenomeni oggettivi, rimarrebbe perplesso cercando di capire cosa possa significare questa frase. Qual è il significato dell’affermazione “solo l’Essere” era all’origine delle cose? L’essere, come è comunemente noto, è soltanto un attributo delle cose; tutto ciò che è concepibile “è”. Non possiamo concepire alcunché che non abbia essere; ma dire che l’essere “è” è pura tautologia. Ha forse più significato di un’affermazione come “un cavallo è un cavallo”? Inoltre, come potrebbe il semplice essere esistere di per sé: come può esistere colore il rosso separatamente da una rosa? A ben vedere, questa frase equivale quasi a dire che prima dell’inizio delle cose esisteva il nulla.

    Tuttavia, questa frase che afferma l’esistenza di “nulla” ci obbliga a concepire quest’ultimo come qualcosa di positivo, poiché l’esistenza può appartenere solo a qualcosa di positivo; oppure, se attribuissimo il valore nominale di nulla assoluto a ciò che è inteso dalla parola nulla, “c’era” dovrebbe essere interpretato come “non c’era”, il che è assurdo. Quindi, quella frase nel suo complesso equivarrebbe solo a dire che qualcosa era qualcosa oppure che il nulla era nulla! Essere e non essere diventano così sinonimi!

    Infatti, c’è stata una classe di pensatori positivi che sosteneva che nulla possa esistere che non abbia attributi e che non esista in nessun luogo e in nessun momento. La setta buddhista solitamente chiamata śūnyavādin ereditò questo nichilismo negando l’essenza di ogni cosa. Si può supporre che questi pensatori stessero solo sistematizzando, riproducendo il punto di vista dell’uomo comune, la cui visione ingenua è che l’effetto, per meritare quel nome, deve essere appena nato e che la sua causa deve “produrlo” per prendere nuova forma. Come lo definisce il logico indiano:

    kāryaniyatapūrvavṛtti kāraṇam; la causa è ciò che invariabilmente precede l’effetto.

    Ma una piccola riflessione rivelerà l’infondatezza di questa argomentazione. Infatti, in primo luogo stiamo parlando della condizione della causa principale di tutto l’universo come effetto di quella causa. Come potrebbe esserci un tempo prima che l’universo si mostri? Cioè come potrebbe esserci un tempo prima che il tempo stesso faccia la sua apparizione? Il tempo è una componente dell’universo e non può essere separato da quest’ultimo da alcuna astuzia capziosa dell’intelletto. Pertanto, non si può supporre che l’Essere o la Realtà sia una causa nel senso che precede immediatamente l’universo. La parola ‘causa’ applicata all’Essere può quindi significare solo assenza dell’idea di universo. In secondo luogo, si vedrà che Uddālaka allude all’Ātman o l’essenza di ogni cosa, solo con la parola Sat, ossia Essere, poiché nel suo discorso continua a ripetere: ‘Tat satyam sa Ātmā’. “È la Realtà, è l’Atman”. È chiaro che l’Ātman o il Sé non può essere la causa dell’universo nel senso in cui l’argilla precede ed è la causa di un vaso o di una brocca di argilla.

    Uno senza un secondo:

    12. La frase “c’era solo l’Essere” può quindi essere paragonata alla frase “il fiume scorreva”; come il fiume e il suo scorrere sono la stessa cosa, così l’Essere e il suo “essere” nel passato sono la stessa cosa. Questo modo di esprimere la natura dell’Essere è stato adottato solo per evidenziare la dissomiglianza tra l’essere delle cose nella vita comune e l’essere dell’Essere stesso. Le cose sono, cioè esistono nel tempo o nel luogo, ma l’Essere “è” in virtù della sua stessa natura o essenza.

    Allo stesso modo, l’espressione “uno senza secondo” è solo un espediente per rivelare che l’Essere è diverso da una cosa che è sempre condizionata dalle sue qualità e dal suo numero. Un cavallo è sempre uno in riferimento a un altro cavallo o a qualche altro animale o cosa. Ma l’Essere è tutto ed esclude assolutamente l’idea di qualsiasi qualità o numero ad esso correlato.

    Essere Assoluto:

    13. L’Essere è quindi assoluto sotto ogni aspetto e non ammette altro da Sé. Quindi, nemmeno il non-essere può essergli opposto. L’attacco dei positivisti o dei naturalisti è del tutto fuori bersaglio allorché si sforzano di dimostrare, con logica implacabile, che le cose non hanno alcun essere. Uddālaka critica questi pensatori quando osserva: “Ma, mio caro, come potrebbe essere così?”. […] “Come potrebbe nascere l’Essere dal non-essere?”. Nulla di ciò che esiste nel mondo è mai nato dalla non-esistenza e, quindi, questo gioco sofistico deve essere considerato cosa da non fare.

    L’origine dalla Māyā:

    14. Ma, a questo punto, alcuni potrebbero obiettare; come potrebbe questo Essere generare o trasformarsi nell’universo? Innegabilmente non può cambiare dal suo interno né dal di fuori, dato che non c’è nulla oltre a esso? A questo, le autorità tradizionali dell’Advaita Vedānta hanno risposto nel seguente modo:

    Ciò che è sempre esistente può nascere solo a causa dell’illusione (māyā) e non dal punto di vista della Realtà. Chi ritiene che tale nascita sia reale afferma di fatto che solo ciò che è nato possa nascere nuovamente. (MUGK III.27)

    Altrimenti, se diciamo che qualcosa può trasformarsi in qualcos’altro, dovremo ammettere che quella stessa cosa è una trasformazione di qualcosa di antecedente e così saremo costretti a un regressus ad infinitum.

    Nulla che non esista può nascere né illusoriamente né realmente. Il figlio di una donna sterile non nasce né realmente né illusoriamente. (MUGK III.28)

    Il non-essere è assolutamente nulla. Né il cambiamento né l’immobilità possono essergli attribuiti.

    1. Nelle diverse correnti del sanātana dharma Essere (Sat) è sempre sinonimo di Reale ed Esistente, mentre il suo contrario, asat, non-essere, invariabilmente significa non reale, inesistente. È perciò inaccettabile che si vada a cercare altrove una diversa accezione del binomio Essere e non-essere, estrapolandola e forzandone il senso al fine di convalidare una propria “filosofia” personale e, per sovrappiù, errata-. Nel caso a cui alludiamo, si vorrebbe far intendere che Non-Essere ed Essere sarebbero due principi metafisici della tradizione taoista, utilizzabili anche presso dottrine di tradizioni diversissime da quella, per intendere che “l’Essere, in quanto principio della manifestazione, comprende anche di fatto tutte le possibilità di manifestazione, ma soltanto in quanto esse si manifestano […] Per designare ciò che è dunque al di fuori e al di là dell’Essere, siamo obbligati , in assenza di un termine migliore, di chiamarlo Non-Essere; e questa espressione negativa […] è direttamente ispirata alla terminologia della dottrina metafisica estremo-orientale…” E con questo espediente poco trasparente si è voluto estendere il senso di questo “Non-Essere”, in quanto superiore all’Essere, per spiegare la “metafisica” vedāntica, sufica e, possibilmente, di tutte le tradizioni “regolari”. In realtà esso ha potuto esprimere soltanto il pensiero del suo Autore. Costui non è nemmeno andato a controllare se quel suo pensiero corrispondesse davvero alla dottrina taoista. E infatti non è così. Per la puntuale correzione di tale clamorosa manomissione, leggasi su questo Sito nella sezione Narakam, l’eccellente contributo “Essere o non-Essere?” del nostro collaboratore Enzo Cosma. C’è da aggiungere che il citato autore ha fatto scuola, tanto che i suoi seguaci si ostinano ancora a trovare esempi di non dualità laddove non ce n’è traccia [N.d.C.].[↩]

    🇮🇹🇫🇷🇪🇸🇬🇧 Nuccio D’Anna: I Cicli Cosmici. Le dottrine indiane sui ritmi del tempo

      🇮🇹 Nuccio D’Anna: I Cicli Cosmici. Le dottrine indiane sui ritmi del tempo, Chiavari-Genova, Arŷa Ed., 2023. ISBN 9-788898-324354. Pp. 240.

      Non è a caso che facciamo seguire questa recensione del libro del prof. Nuccio D’Anna a quella che la precede. Infatti, se A Ovest con René Guénon si concludeva con un ampio capitolo riguardante la concezione circolare del tempo attribuita indistintamente a tutte le “tradizioni regolari”, il presente studio si dedica principalmente alla crono-cosmologia del sanātana dharma, senza peraltro trascurare altre antiche civiltà che avevano espresso simili nozioni di tempo curvilineo. Molto correttamente, l’Autore apre il suo trattato con un capitolo introduttivo dedicato alla cosmografia indiana, a partire del Ṛg Veda fino ai Purāņa minori di più recente composizione. Oltre a dimostrare la coerenza della tradizione hindū nel corso dei millenni circa la visione del mondo, questo breve capitolo è essenziale per spiegare al lettore che senza una cosmografia incentrata sull’axis mundi, ovvero sulla montagna polare Meru, lo sviluppo di una scienza del tempo non sarebbe potuto sorgere in India. Infatti il doppio cono opposto ai vertici con cui il monte Meru è raffigurato, altro non è che la rappresentazione cosmografica della precessione degli equinozi, movimento dell’asse terrestre che fa da cronometro a tutte le altre, maggiori o minori, concezioni curvilinee del tempo. Questa conoscenza astronomica, confermata anche dalla menzione testuale di nove successive stelle polari, può risultare sorprendente agli occhi di coloro che considerano tali nozioni essere frutto delle scoperte della scienza moderna. Tuttavia D’Anna, nel prosieguo dell’opera, non trascura di dimostrare che tale conoscenza era condivisa da altre antiche civiltà e tradizioni ormai scomparse, da quella sumera a quella egizia, dalla caldaica all’ellenica, spingendosi fino all’estremo oriente. La messe di testimonianze in tal senso si basa anche sul susseguirsi di riscontri di numeri ciclici presenti ovunque, quali il 108, il 4320, il 12960 e dell’intera durata di una precessione, il 25920. Segue una puntuale descrizione della concatenazione delle spire temporali a partire dai cicli massimi, i kalpa, ognuno dei quali rappresenta un dì (o una notte) di Brahmā, inclusivo dei quattordici manvantara, o ere di Manu. Il prof. D’Anna, pur citando spesso Guénon quale fonte qualificata, non cade nell’errore di saltare a piè pari i mahāyuga, ma, anzi, precisa che ciascun manvantara ne contiene 71 (più 6/14 sandhyā, o cicli crepuscolari) per un totale di mille mahāyuga in un kalpa diurno (considerando che ci sono altri mille in un kalpa notturno per completare un intero ‘giorno di Brahmā’). Alcuni potranno sostenere che queste ampiezze temporali così immensamente estese segnano semplicemente una serie di rapporti numerici fra cicli e cicli, fra una vita di Brahmā, un kalpa, un manvantara, un mahāyuga e uno yuga; la loro durata sarebbe, dunque, solamente simbolica. Ma questa considerazione li costringe ad attribuire al simbolo un certo grado si falsità, quando, secondo le stesse premesse dottrinali pseudo vedāntiche a cui aderiscono, il simbolismo, soprattutto quello numerico, sarebbe il linguaggio privilegiato per esprimere verità “metafisiche”. Non entreremo qui in discussioni troppo complesse sulla natura non reale del tempo nella prospettiva della metafisica vedāntica, di cui, d’altra parte, si è trattato ampiamente su questo Sito Veda Vyāsa Maṇḍala. Ci limiteremo, dunque, alla prospettiva del dominio delle relazioni (vyāvahārika dṛṣṭi), evitando di confondere ancor più le idee di chi fa dipendere il suo sapere dal simbolismo.

      L’Autore, infine, si dedica a esplorare le concezioni cicliche mesopotamiche, raffrontando tra loro i documenti cuneiformi con i frammenti di Beroso ed evidenziando le sorprendenti somiglianze tra questi e i testi sacri dell’induismo. Poiché questi archivi provenienti dalla Mesopotamia sono monopolio di archeologi, semitisti, grecisti e filologi europei, la critica su di essi ha pagato tributo al pregiudizio occidentale. Ragion per cui unanimemente quegli studiosi accademici hanno affermato che la concezione ciclica indiana sarebbe stata improntata su quella dei babilonesi, degli akkadi, se non addirittura su quella degli elleni pitagorici, come se questi popoli antichi e la loro sapienza avessero una ‘natura’ occidentale da cui sarebbe provenuta la presente scienza moderna. Il prof. D’Anna ha avuto buon gioco a dimostrare l’inconsistenza di tale pregiudizio, sulla base della primordialità del Ṛg Veda, delle descrizioni astrali immensamente remote che in esso si leggono, e delle evidenze archeologiche dell’Indo-Sarasvatī. Ciò che meraviglia di questo saggio è la sua ricchezza e la sua complessità: l’Autore ha raccolto una quantità monumentale di testi, fonti, studi, utilizzandoli al meglio, intervenendo nelle discussioni per fare chiarezza e per raddrizzare in continuazione la rotta verso una visione coerente della dottrina indiana dei cicli cosmici.

      Gian Giuseppe Filippi

      🇫🇷 Nuccio D’Anna: I Cicli Cosmici. Le dottrine indiane sui ritmi del tempo (Les Cycles Cosmiques. Les doctrines indiennes sur les rythmes du temps), Chiavari-Genova, Arŷa Ed., 2023. ISBN 9-788898-324354. Pp. 240.

      Il n’est pas fortuit que nous suivions cette critique du livre du professeur Nuccio D’Anna avec celle qui la précède. En effet, si à l’ouest avec René Guénon, nous concluions par un vaste chapitre traitant de la conception circulaire du temps attribuée indistinctement à toutes les ‘traditions régulières’, la présente étude se consacre principalement à la chrono-cosmologie du sanātana dharma, sans pour autant négliger d’autres anciennes civilisations qui avaient exprimé des notions similaires de temps courbe. Très correctement, l’auteur ouvre son traité avec un chapitre introductif dédié à la cosmographie indienne, du Ṛg Veda jusqu’aux Purāņas mineurs de composition plus récente. En plus de démontrer la cohérence de la tradition hindū au fil des millénaires en ce qui concerne la vision du monde, ce bref chapitre est essentiel pour expliquer au lecteur que sans une cosmographie centrée sur l’axis mundi, c’est-à-dire sur la montagne polaire Meru, le développement d’une science du temps n’aurait pas pu émerger en Inde. En effet, le double cône opposé aux sommets avec lequel le mont Meru est représenté n’est rien d’autre que la représentation cosmographique de la précession des équinoxes, le mouvement de l’axe terrestre servant de chronomètre à toutes les autres conceptions courbes du temps, majeures ou mineures. Cette connaissance astronomique, confirmée également par la mention textuelle de neuf étoiles polaires successives, peut sembler surprenante aux yeux de ceux qui considèrent de telles notions comme le fruit des découvertes de la science moderne. Cependant, D’Anna, dans la suite de l’œuvre, n’oublie pas de démontrer que cette connaissance était partagée par d’autres anciennes civilisations et traditions aujourd’hui disparues, de la sumérienne à l’égyptienne, de la chaldéenne à la grecque, s’étendant jusqu’à l’extrême orient. La masse de témoignages en ce sens repose également sur la succession de confirmations de nombres cycliques présents partout, tels que 108, 4320, 12960, et de la durée totale d’une précession, soit 25920. S’ensuit une description minutieuse de la concaténation des spirales temporelles à partir des cycles maximaux, les kalpas, chacun représentant un jour (ou une nuit) de Brahmā, comprenant les quatorze manvantaras, ou ères de Manu. Le professeur D’Anna, tout en citant souvent Guénon en tant que source qualifiée, n’omet pas les mahāyugas, mais précise au contraire que chaque manvantara en contient 71 (plus 6/14 sandhyā, ou cycles crépusculaires) pour un total de mille mahāyugas dans un kalpa diurne (en considérant qu’il y en a mille autres dans un kalpa nocturne pour compléter un “jour de Brahmā” entier). Certains pourraient soutenir que ces étendues temporelles immensément vastes marquent simplement une série de rapports numériques de grandeur entre les cycles, entre une vie de Brahmā, un kalpa, un manvantara, un mahāyuga et un yuga ; leur durée serait donc simplement symbolique. Cependant, cette considération les oblige à attribuer au symbole un certain degré de fausseté, alors que, selon les mêmes prémisses doctrinales pseudo-védāntiques auxquelles ils adhèrent, le symbolisme, en particulier celui des nombres, serait le langage privilégié pour exprimer des vérités “métaphysiques”. Nous n’entrerons pas ici dans des discussions trop complexes sur la nature non réelle du temps dans la perspective de la métaphysique védāntique, dont on a d’ailleurs largement traité sur ce site Veda Vyāsa Maṇḍala. Nous nous limiterons donc à la perspective du domaine des relations (vyāvahārika dṛṣṭi), évitant de brouiller davantage les idées de ceux qui dépendent de leur savoir du symbolisme. Enfin, l’auteur se consacre à explorer les conceptions cycliques mésopotamiennes, en comparant les documents cunéiformes avec les fragments de Bérose et mettant en évidence les similitudes surprenantes entre ceux-ci et les textes sacrés de l’hindouisme. Comme ces archives en provenance de Mésopotamie sont le monopole des archéologues, sémitisants, grecistes et philologues européens, la critique à leur égard a payé le tribut au préjugé occidental. C’est pourquoi unanimement, ces érudits universitaires ont affirmé que la conception cyclique indienne aurait été influencée par celle des Babyloniens, des Akkadiens, voire même par celle des Pythagoriciens grecs, comme si ces anciens peuples et leur sagesse avaient une ‘nature’ occidentale d’où proviendrait la science moderne actuelle. Le professeur D’Anna a eu beau jeu à démontrer l’inconsistance de ce préjugé, sur la base de la primordialité du Ṛg Veda, des descriptions astronomiques immensément lointaines qui y sont lues, et des preuves archéologiques de l’Indo-Sarasvatī. Ce qui émerveille dans cet essai, c’est sa richesse et sa complexité : l’auteur a rassemblé une quantité monumentale de textes, de sources, d’études, les utilisant au mieux, intervenant dans les discussions pour apporter de la clarté et pour redresser continuellement le cap vers une vision cohérente de la doctrine indienne des cycles cosmiques.

      Gian Giuseppe Filippi

      🇪🇸 Nuccio D’Anna: I Cicli Cosmici. Le dottrine indiane sui ritmi del tempo (Los Ciclos Cósmicos. Las doctrinas indias sobre los ritmos del tiempo), Chiavari-Genova, Arŷa Ed., 2023. ISBN 9-788898-324354. Pp. 240.

      No es casualidad que sigamos esta reseña del libro del profesor Nuccio D’Anna con la que la precede. De hecho, si A Ovest con René Guénon concluía con un extenso capítulo sobre la concepción circular del tiempo atribuida indistintamente a todas las ‘tradiciones regulares’, este estudio se centra principalmente en la crono-cosmología del sanātana dharma, sin descuidar otras antiguas civilizaciones que expresaron nociones similares de tiempo curvilíneo. Muy acertadamente, el autor inicia su tratado con un capítulo introductorio dedicado a la cosmografía india, desde el Ṛg Veda hasta los Purāņas menores de composición más reciente. Además de demostrar la coherencia de la tradición hindú a lo largo de los milenios en cuanto a la visión del mundo, este breve capítulo es esencial para explicar al lector que sin una cosmografía centrada en el axis mundi, es decir, en la montaña polar Meru, el desarrollo de una ciencia del tiempo no habría podido surgir en India. De hecho, el doble cono opuesto en los vértices con el que se representa el monte Meru no es más que la representación cosmográfica de la precesión de los equinoccios, el movimiento del eje terrestre que sirve como cronómetro para todas las demás concepciones curvilíneas del tiempo, ya sean mayores o menores. Este conocimiento astronómico, confirmado también por la mención textual de nueve sucesivas estrellas polares, puede resultar sorprendente para aquellos que consideran que tales nociones son fruto de los descubrimientos de la ciencia moderna. Sin embargo, D’Anna, en el desarrollo de la obra, no descuida demostrar que dicho conocimiento era compartido por otras antiguas civilizaciones y tradiciones ya desaparecidas, desde la sumeria hasta la egipcia, desde la caldea hasta la helénica, extendiéndose hasta Extremo Oriente. La cosecha de testimonios en este sentido se basa también en la sucesión de coincidencias de números cíclicos presentes en todas partes, tales como el 108, el 4320, el 12960 y la duración completa de una precesión, que es de 25920. A continuación, se presenta una descripción precisa de la concatenación de las espirales temporales a partir de los ciclos máximos, los kalpas, cada uno de los cuales representa un día (o una noche) de Brahmā, incluyendo los catorce manvantaras, o eras de Manu. El Prof. D’Anna, aunque cita a menudo a Guénon como fuente cualificada, no cae en el error de pasar por alto los mahāyugas, sino que, por el contrario, especifica que cada manvantara contiene 71 de ellos (más 6/14 sandhyā, o ciclos crepusculares) para un total de mil mahāyugas en un kalpa diurno (considerando que hay otros mil en un kalpa nocturno para completar un “día completo de Brahmā”). Algunos podrían argumentar que estas extensiones temporales inmensamente amplias simplemente marcan una serie de relaciones numéricas de magnitud entre ciclos y ciclos, entre una vida de Brahmā, un kalpa, un manvantara, un mahāyuga y un yuga; por lo tanto, su duración sería meramente simbólica. Pero esta consideración los obliga a atribuirle al símbolo un cierto grado de falsedad, cuando, según las mismas premisas doctrinales pseudo-vedānticas a las que adhieren, el simbolismo, especialmente el numérico, sería el lenguaje privilegiado para expresar verdades “metafísicas”. No entraremos aquí en discusiones demasiado complejas sobre la naturaleza no real del tiempo desde la perspectiva de la metafísica vedāntica, de la cual, por otro lado, se ha tratado extensamente en este Sito Veda Vyāsa Maṇḍala. Nos limitaremos, por lo tanto, a la perspectiva del dominio de las relaciones (vyāvahārika dṛṣṭi), evitando confundir aún más las ideas de aquellos que basan su conocimiento en el simbolismo. El autor, finalmente, se dedica a explorar las concepciones cíclicas mesopotámicas, comparando los documentos cuneiformes con los fragmentos de Beroso y destacando las sorprendentes similitudes entre estos y los textos sagrados del hinduismo. Dado que estos archivos provenientes de Mesopotamia son monopolio de arqueólogos, semitistas, grieguistas y filólogos europeos, la crítica sobre ellos ha pagado tributo al prejuicio occidental. Es por ello que unánimemente esos académicos han afirmado que la concepción cíclica india habría estado influenciada por la de los babilonios, los acadios, e incluso por la de los pitagóricos griegos, como si estos antiguos pueblos y su sabiduría tuvieran una ‘naturaleza’ occidental de la cual habría surgido la presente ciencia moderna. El Prof. D’Anna ha tenido éxito al demostrar la inconsistencia de tal prejuicio, basándose en la primordialidad del Ṛg Veda, en las descripciones astrales inmensamente remotas que se encuentran en él, y en las evidencias arqueológicas del Indo-Sarasvatī. Lo que sorprende de este ensayo es su riqueza y complejidad: el autor ha recogido una cantidad monumental de textos, fuentes y estudios, utilizándolos de la mejor manera, interviniendo en las discusiones para aclarar y enderezar continuamente el rumbo hacia una visión coherente de la doctrina india de los ciclos cósmicos.

      Gian Giuseppe Filippi

      🇬🇧 Nuccio D’Anna: I Cicli Cosmici. Le dottrine indiane sui ritmi del tempo (Cosmic Cycles. Indian doctrines on the rhythms of time) Chiavari-Genova, Arŷa Ed., 2023. ISBN 9-788898-324354. Pp. 240.

      It is not by chance that we follow this review of Prof. Nuccio D’Anna’s book with the one preceding it. In fact, while A Ovest con René Guénon concluded with an extensive chapter concerning the circular conception of time attributed indiscriminately to all “regular traditions”, the present study is primarily dedicated to the chrono-cosmology of sanātana dharma, without neglecting other ancient civilizations that had expressed similar notions of curved time. Quite correctly, the Author opens his treatise with an introductory chapter dedicated to Indian cosmography, starting from the Ṛg Veda to the lesser Purāņas of more recent composition. In addition to demonstrating the coherence of the Hindū tradition over millennia regarding the worldview, this brief chapter is essential to explain to the reader that without a cosmography centred on the axis mundi, namely the polar mountain Meru, the development of a science of time could not have arisen in India. Indeed, the double cone opposite at the vertices with which Mount Meru is depicted is nothing more than the cosmographic representation of the precession of the equinoxes, the movement of the Earth’s axis that serves as a chronometer for all other, major or minor, curvilinear conceptions of time. This astronomical knowledge, confirmed also by the textual mention of nine successive pole stars, may be surprising to those who consider such notions to be the result of discoveries in modern science. However, D’Anna, in the continuation of the work, does not neglect to demonstrate that such knowledge was shared by other ancient civilizations and traditions now vanished, from the Sumerian to the Egyptian, from the Chaldean to the Hellenic, extending even to the Far East. The harvest of testimonies in this sense is also based on the succession of confirmations of cyclical numbers found everywhere, such as 108, 4320, 12960, and the entire duration of a precession, which is 25920. It follows a detailed description of the concatenation of temporal spirals starting from the maximum cycles, the kalpas, each of which represents a day (or a night) of Brahmā, inclusive of the fourteen manvantaras, or eras of Manu. Professor D’Anna, while often citing Guénon as a qualified source, does not fall into the error of completely disregarding the mahāyugas. On the contrary, he specifies that each manvantara contains 71 (plus 6/14 sandhyā, or twilight cycles) for a total of a thousand mahāyugas in a diurnal kalpa (considering that there are another thousand in a nocturnal kalpa to complete an entire ‘day of Brahmā’). Some may argue that these immensely extended temporal spans simply mark a series of numerical relationships between cycles, between a life of Brahmā, a kalpa, a manvantara, a mahāyuga, and a yuga; therefore, their duration would be merely symbolic. However, this consideration forces them to attribute a certain degree of falsehood to the symbol when, according to the same pseudo-Vedāntic doctrinal premises to which they adhere, symbolism, especially numerical symbolism, would be the privileged language for expressing “metaphysical” truths. We will not delve into overly complex discussions here about the non-real nature of time from the perspective of Vedāntic metaphysics, which, on the other hand, has been extensively discussed on this Veda Vyāsa Maṇḍala Site. We will, therefore, limit ourselves to the perspective of the domain of relations (vyāvahārika dṛṣṭi), avoiding further confusion for those who base their knowledge on symbolism. Finally, the Author devotes himself to exploring Mesopotamian cyclical conceptions, comparing cuneiform documents with fragments of Beroso and highlighting the surprising similarities between these and the sacred texts of Hinduism. Since these archives from Mesopotamia are the monopoly of European Archaeologists, Semitic Scholars, Grecists, and Philologists, criticism of them has paid tribute to Western prejudice. Therefore, unanimously, those academic scholars have asserted that the Indian cyclical conception would have been influenced by that of the Babylonians, the Akkadians, and even that of the Pythagorean Greeks, as if these ancient peoples and their wisdom had a ‘Western’ nature from which modern science originated. Professor D’Anna has had a good time demonstrating the inconsistency of such prejudice, based on the primordiality of the Ṛg Veda, the immensely remote astral descriptions found in it, and the archaeological evidence of the Indo-Sarasvatī. What is remarkable about this essay is its richness and complexity: the Author has gathered a monumental amount of texts, sources, and studies, using them to the fullest, intervening in discussions to clarify and continually steer towards a coherent view of the Indian doctrine of cosmic cycles.

      Gian Giuseppe Filippi

      🇮🇹🇫🇷🇪🇸🇬🇧 Sandro Consolato: A Ovest con René Guénon

        🇮🇹 Sandro Consolato: A Ovest con René Guénon, Chiavari-Genova, Arŷa Ed., 2023. ISBN 9-788898-324316. Pp. 256.

        Il testo qui recensito si discosta notevolmente dalla ormai numerosa produzione, spesso collettanea, dedicata alla figura dell’esoterista di Blois. Ciò che piacevolmente colpisce è il rispettoso approccio che l’Autore ha mantenuto nei confronti del pensiero e dell’opera di René Guénon. Obiettivo non sempre centrato, ma senza dubbio più condivisibile delle velenose critiche dei suoi detrattori o delle squilibrate esaltazioni dei suoi adoranti lettori. Il prof. Consolato, in generale, ha saputo mantenere un senso di equilibrio tra il riconoscimento degli indubbi meriti di Guénon e l’identificazione delle affermazioni confuse o errate presenti nella sua opera. “Probabilmente” afferma con bonomia Consolato nella sua introduzione, “ci sarà chi giudicherà “A Ovest con René Guénon” un libro ‘anti-guénoniano’, mentre altri, di contro, lo troveranno ‘troppo guénoniano’. La realtà è che in esso mi sono attenuto all’indirizzo, nel tempo divenutomi più caro, del ‘giusto mezzo’.” Certamente noi non condividiamo né sentimenti anti-guénoniani né filo-guénoniani, essendo il nostro punto di vista non duale e, come tale, scevro da fideismi e ostilità preconcette. Questa è la ragione per la quale abbiamo apprezzato lo sforzo compiuto dall’Autore; in questo senso non ci sono nemmeno dispiaciuti i ripetuti accostamenti e distinzioni con altre figure dell’esoterismo del XX secolo, in modo particolare con Arturo Reghini e Julius Evola. Reghini, infatti, aveva saputo dimostrare una intelligenza profonda e, talora, perfino più acuta degli altri. È sufficiente leggere la descrizione della sua spontanea intuizione coscienziale (Pietro Negri [pseudonimo di A. Reghini], “Sub specie interioritatis”, in UR, 1927; rist. in Gruppo di UR (a cura del), Introduzione alla Magia, Edizioni Mediterranee, Roma, 1971, vol. I, pp. 13-18.), indice per tanti versi di una nascita intellettualmente privilegiata, per comprendere la levatura del personaggio. Evola, dal canto suo, ha saputo esporre simboli e aspetti delle diverse tradizioni, senza mai atteggiarsi a ‘grande iniziato’ o a creare attorno a sé una leggenda di mistero e di contatti privilegiati con ambienti iniziatici arcani. Certamente non condividiamo la benevolenza di Consolato nei confronti della sopravvivenza attuale del pitagorismo e al riconoscimento di qualche valenza iniziatica della Massoneria, di cui Reghini si illudeva; come neppure riteniamo sostenibile la ‘sotterranea’ sopravvivenza della tradizione romana vagheggiata da Evola e da alcuni ambienti italiani neopagani. A queste idee peregrine si aggiunge la credenza in una reale trasmissione ermetica che avrebbe avuto origine dal viaggio di Giorgio Gemisto Pletone a Firenze nel 1438 e che diede nascita all’Accademia Medicea. Secondo tale credenza, tale trasmissione ermetica si sarebbe sviluppata durante il Rinascimento, avrebbe influenzato il rosicrucianesimo protestante e sarebbe giunta fino a noi tramite filoni occultistici ottocenteschi. Non ci dilungheremo su questo argomento, dato che ce ne siamo sufficientemente occupati nel cap. 50 di Ab Ordine Chaos (su questo stesso Sito o, su carta, Milano, Ekatos, 2022). Riteniamo, perciò, che i capitoli di A Ovest con René Guénon, dedicati al confronto tra l’esoterista francese e Giuliano Kremmerz, sia la parte più debole del libro in recensione. Il preteso Ermetismo e la favoleggiata eredità egizio-partenopea presso l’insegnamento magico di Ciro Formisano sono esposti da Consolato con incomprensibile simpatia. Noi, da parte nostra, condividiamo il sospetto che Guénon nutriva nei confronti di Kremmerz e delle due società da lui promanate, Miriam e Mantos, che ancor oggi contano proseliti presso ambienti accademici romani e napoletani. L’ultima parte del libro consiste nell’esposizione delle dottrine cicliche di cui Guénon ha ripetutamente trattato nei suoi numerosi scritti e delle prospettive future ch’egli s’immaginava per la civiltà occidentale e per l’Europa in particolare. La descrizione che ne dà Consolato è, in generale, puntuale e aderente al pensiero di René Guénon. Nel libro l’Autore distingue con chiarezza tali tre prospettive guénoniane dalle chiaroveggenze e dalle profezie, sebbene il tono perentorio con cui l’esoterista di Blois le enuncia induca il lettore acritico a accettare che non ci siano altre e differenti possibilità. È tuttavia sorprendente che Guénon abbia considerato il “pericolo giallo” con leggerezza, pur essendo a conoscenza dell’avvio dell’imperialismo cinocomunista con l’invasione e della Mongolia interna, della Manciuria e del Tibet, nonché del genocidio perpetrato contro mancesi e uiguri; o che non abbia sospettato della tendenza degenerativa del mondo islamico e del suo piano di invasione etnica dell’Europa, che oggi, dopo varie decine d’anni, sta avvenendo tra l’indifferenza se non addirittura con la complicità di alcune ṭuruq. Quanto alle sue tre prospettive sul futuro dell’Europa, egli affermava di averle basate sulla dottrina dei cicli cosmici, dottrina, a suo parere, conosciuta presso tutte le ‘tradizioni regolari’. Ciò non corrisponde alla realtà, in quanto i monoteismi sono privi di una cognizione ciclica del tempo e della divisione in quattro età dell’attuale umanità. Fanno eccezione alcune versioni tarde della Qabbalah che, tuttavia, essendo in contrasto con lo stesso Bereshit, sono interpretate in modo che dei sette cicli menzionati nel Sefer Ha Temunah solo l’attuale è la creazione adamica su questa terra, mentre gli altri sei sono cicli cronologici privi di modalità grossolana. Infatti è ben noto quanto per le religioni semitiche il testo rivelato sia la discriminante tra ortodossia ed eterodossia persino presso il dominio esoterico. Anche le tre età dell’Abate Gioacchino, in realtà sono tre fasi in crescendo di un tempo rettilineo. Per non parlare delle illazioni blavatskyane circa la successione dei Regni di Edom o delle categorie (ṭabaqāt) della terra secondo certo sufismo, che invece sono testualmente descritte contemporanee tra loro. Oltre ad avere una visione rettilinea della storia, i monoteismi condividono l’idea di una imminente fine dei tempi, che Guénon fa coincidere con la fine del kali yuga dell’induismo. Il fatto è che l’età oscura è descritta, in tutti i testi smārta, della durata di 432.000 anni, avendo avuto inizio nell’anno 3.102 prima dell’era volgare. In India, dunque, la fine del Kali yuga è ben al di là da venire. Ma ancor più macroscopica è la soppressione, da parte di Guénon, dei mahāyuga: infatti sia i Purāņa sia gli Āgama tramandano che un manvantara comprende 71 mahāyuga (o caturyuga), ognuno dei quali è composto, a sua volta, da quattro yuga. Il matematico Āryabhaṭa (Daśagītikā, I.3), in base ai suoi calcoli, confermò che la guerra del Mahābhārata avvenne alla fine del dvāpara yuga del nostro ventisettesimo mahāyuga del settimo manvantara che fa parte del kalpa del Cinghiale Bianco. A sua volta, il presente Śveta Varāha Kalpa è solo la metà luminosa del primo giorno del cinquantunesimo anno di “vita” di Brahmā. È per lo meno curioso che il prof. Consolato non si sia soffermato sulla forzata riduzione, operata da Guénon, dell’ampia durata tradizionale dei cicli cosmici secondo la tradizione eterna (e, con ogni probabilità delle età greco-romane, a essa così simile), per farla coincidere con la limitata parabola vitale delle religioni fondate negli ultimi tre millenni. Nonostante queste debolezze, il libro è ricco di dati e di spunti di grande interesse che, unitamente al tono mite ed equilibrato (virtù quanto mai rara presso gli esoteristi italiani), lo rendono di utile e di gradevole lettura. In modo particolare, è di grande rilievo la ben fondata rivalutazione dell’intellettualità classica, in particolare latina, spesso indebitamente sottovalutata a favore della barbarie celtica e germanica.

        Gian Giuseppe Filippi

        🇫🇷 Sandro Consolato: A Ovest con René Guénon (À l’Ouest avec René Guénon), Chiavari-Genova, Arya Ed., 2023. ISBN 9-788898-324316. Pp. 256.

        Le texte examiné ici s’éloigne considérablement de la production déjà nombreuse, souvent collective, consacrée à la personne de l’ésotériste de Blois. Ce qui frappe agréablement, c’est l’approche respectueuse que l’auteur a maintenue à l’égard de la pensée et de l’œuvre de René Guénon. Un objectif qui n’est pas toujours atteint, mais sans aucun doute plus acceptable que les critiques venimeuses de ses détracteurs ou les louanges déséquilibrées de ses adorants lecteurs. Le professeur Consolato, en général, a su maintenir un sens d’équilibre entre la reconnaissance des mérites indubitables de Guénon et l’identification des déclarations confuses ou erronées présentes dans son œuvre. “Probablement”, affirme avec bonhomie Consolato dans son introduction, “il y aura ceux qui jugeront ‘À l’Ouest avec René Guénon’ comme un livre ‘anti-guénonien’, tandis que d’autres, au contraire, le trouveront ‘trop guénonien’. La réalité est que je me suis conformé à l’orientation, devenue pour moi plus chère avec le temps, du ‘juste milieu’.” Quant à nous, nous ne partageons certainement ni des sentiments anti-guénoniens ni pro-guénoniens, notre point de vue étant non duel et, en tant que tel, dépourvu de fidéismes et d’hostilités préconçues. C’est la raison pour laquelle nous avons apprécié l’effort déployé par l’auteur ; dans ce sens, ne nous ont pas gênés les rapprochements et distinctions répétés avec d’autres personnages de l’ésotérisme du XXe siècle, en particulier avec Arturo Reghini et Julius Evola. Reghini, en effet, avait su démontrer une intelligence profonde et, parfois même, plus aiguë que les autres. Il suffit de lire la description de son intuition conscientielle spontanée (Pietro Negri [pseudonyme d’A. Reghini], “Sub specie interioritatis”, dans UR, 1927 ; réédité dans le Gruppo di UR (éd.), Introduction à la Magie, Éditions Méditerranéennes, Rome, 1971, vol. I, pp. 13-18.), indicatrice à bien des égards d’une naissance intellectuellement privilégiée, pour comprendre la stature du personnage. Evola, de son côté, a su exposer des symboles et des aspects des différentes traditions, sans jamais se poser en “grand initié” ni créer autour de lui une légende de mystère et de contacts privilégiés avec des milieux initiatiques inaccessibles. Nous ne partageons certainement pas la bienveillance de Consolato à l’égard de la survie actuelle du pythagorisme et de la reconnaissance de certaines valeurs initiatiques de la Franc-maçonnerie, auxquelles Reghini croyait ; de même, nous ne considérons pas comme soutenable la survie ‘souterraine’ de la tradition romaine fantasmée par Evola et certains milieux néopaïens italiens. À ces idées fantaisistes s’ajoute la croyance en une veritable transmission hermétique qui aurait eu son origine lors du voyage de Georges Gemiste Pléthon à Florence en 1438 et qui aurait donné naissance à l’Académie Médicéenne. Selon cette croyance, cette transmission hermétique se serait développée pendant la Renaissance, aurait influencé le rosicrucianisme protestant et serait parvenue jusqu’à nous à travers des courants occultistes du XIXe siècle. Nous ne nous attarderons pas sur ce sujet, car nous en avons suffisamment traité dans le chapitre 50 de Ab Ordine Chaos (sur ce même site ou, sur papier, Milan, Ekatos, 2022). Nous estimons donc que les chapitres d’À l’Ouest avec René Guénon, consacrés à la comparaison entre l’ésotériste français et Giuliano Kremmerz, constituent la partie la plus faible du livre en question. Le prétendu hermétisme et le légendaire héritage égypto-parthénopéen dans l’enseignement magique de Ciro Formisano sont exposés par Consolato avec une sympathie incompréhensible. Pour notre part, nous partageons le soupçon que Guénon nourrissait à l’égard de Kremmerz et des deux sociétés qu’il avait créées, Miriam et Mantos, qui comptent encore aujourd’hui des suiveurs parmi les milieux académiques romains et napolitains. La dernière partie du livre consiste en l’exposition des doctrines cycliques dont Guénon a longuement parlé dans ses nombreux écrits, ainsi que des perspectives futures qu’il imaginait pour la civilisation occidentale et pour l’Europe en particulier. La description que donne Consolato est, dans l’ensemble, précise et conforme à la pensée de René Guénon. Dans le livre, l’auteur distingue clairement ces trois perspectives guénoniennes de ce qu’on appelle clairvoyances et prophéties, bien que le ton péremptoire avec lequel l’ésotériste de Blois les énonce puisse induire le lecteur acritique à accepter qu’il n’y ait pas d’autres possibilités différentes. Il est cependant surprenant que Guénon ait considéré le ‘danger jaune’ avec légèreté, même s’il était conscient du début de l’impérialisme sino-communiste avec l’invasion de la Mongolie Intérieure, de la Mandchourie et du Tibet, ainsi que le génocide perpétré contre les Mandchous et les Uhiguriens; ou qu’il n’ait pas soupçonné la tendance dégénérative du monde islamique et de son plan d’invasion ethnique de l’Europe, qui se déroule aujourd’hui depuis plusieurs décennies dans l’indifférence, voire avec la complicité de certaines ṭuruq. Quant aux trois perspectives sur l’avenir de l’Europe qu’il avançait, il prétendait les fonder sur la doctrine des cycles cosmiques, doctrine qu’il considérait comme partagée par toutes les ‘traditions régulières’. Cela ne correspond pas à la réalité, car les monothéismes sont dépourvus d’une connaissance cyclique du temps et de la division en quatre âges de l’humanité actuelle. Une exception à cette règle est constituée par certaines versions tardives de la Qabbalah qui, cependant, en désaccord avec le Bereshit lui-même, sont interprétées de telle manière que des sept cycles mentionnés dans le Sefer Ha Temunah, seul le cycle actuel correspond à la création adamique sur cette terre, tandis que les six autres sont des cycles chronologiques sans aucune modalité grossière. En effet, il est bien connu que pour les religions sémitiques, le texte révélé est le discriminateur entre l’orthodoxie et l’hétérodoxie, même dans le domaine ésotérique. Même les trois âges de l’abbé Joachim sont en fait trois phases crescendo d’un temps linéaire. Sans parler des spéculations blavatskyennes sur la succession des royaumes d’Édom ou des catégories (ṭabaqāt) de la terre selon certains soufismes, qui sont au contraire textuellement décrites comme contemporaines les unes des autres. En plus d’avoir une vision linéaire de l’histoire, les monothéismes partagent l’idée d’une fin imminente des temps, que Guénon fait coïncider avec la fin du kali yuga de l’hindouisme. Le fait est que l’âge sombre est décrit, dans tous les textes smārta, comme d’une durée de 432 000 ans, ayant débuté en l’an 3102 avant l’ère vulgaire. Selon l’hindouisme, donc, la fin du kali yuga est encore loin. Mais encore plus flagrante est la suppression, par Guénon, des mahāyugas : en effet, aussi bien les Purāṇas que les Āgamas transmettent qu’un manvantara comprend 71 mahāyugas (ou caturyugas), chacun étant à son tour composé de quatre yugas. Le mathématicien Āryabhaṭa (Daśagītikā, I.3), selon ses calculs, confirma que la guerre du Mahābhārata eut lieu à la fin du dvāpara yuga de notre vingt-septième mahāyuga du septième manvantara qui fait partie du kalpa du Sanglier Blanc. À son tour, le présent Śveta Varāha Kalpa n’est que la moitié lumineuse du premier jour de la cinquante et unième année de ‘vie’ de Brahmā. Il est au moins curieux que le professeur Consolato ne se soit pas attardé sur la réduction forcée, opérée par Guénon, de la vaste durée traditionnelle des cycles cosmiques selon la tradition éternelle (et, très probablement, des âges gréco-romains, qui lui sont si semblables), pour la faire coïncider avec la parabole de vie limitée des religions fondées au cours des trois derniers millénaires. Malgré ces faiblesses, le livre regorge de données et de points d’intérêt considérables qui, combinés avec le ton souple et équilibré (une vertu trop rare chez les ésotéristes italiens), en font une lecture utile et agréable. En particulier, la réévaluation bien fondée de l’intellectualité classique, en particulier latine, souvent injustement sous-estimée au profit de la barbarie celtique et germanique, est d’une grande importance.

        Gian Giuseppe Filippi

        🇪🇸 Sandro Consolato: A Ovest con René Guénon (Al Oeste con René Guénon), Chiavari-Genova, Arya Ed., 2023. ISBN 9-788898-324316. Pp. 256.

        El texto aquí reseñado se aparta notablemente de la ya abundante producción, a menudo colectiva, dedicada a la figura del esoterista de Blois. Lo que destaca gratamente es el respetuoso enfoque que el Autor ha mantenido hacia el pensamiento y la obra de René Guénon. El objetivo no siempre está centrado, pero sin duda es más aceptable que las críticas venenosas de sus detractores o las exaltaciones desequilibradas de sus devotos lectores. El profesor Consolato, en general, ha logrado mantener un sentido de equilibrio entre el reconocimiento de los innegables méritos de Guénon y la identificación de las afirmaciones confusas o incorrectas presentes en su obra. “Probablemente”, afirma con bonhomía Consolato en su introducción, “habrá quienes consideren ‘A Ovest con René Guénon’ como un libro ‘anti-guénoniano’, mientras que otros, por el contrario, lo encontrarán ‘demasiado guénoniano’. La realidad es que me he adherido a la dirección que con el tiempo se ha vuelto más querida para mí, la del ‘justo medio’“. Ciertamente, no compartimos ni sentimientos anti-guénonianos ni pro-guénonianos, ya que nuestro punto de vista es no dual y, como tal, libre de fideísmos y hostilidades preconcebidas. Esta es la razón por la cual apreciamos el esfuerzo realizado por el Autor; en este sentido, no nos desagradan los repetidos paralelismos y distinciones con otras figuras del esoterismo del siglo XX, especialmente con Arturo Reghini y Julius Evola. Reghini, de hecho, había logrado demostrar una inteligencia profunda y, a veces, incluso más aguda que otros. Basta con leer la descripción de su espontánea intuición de la consciencia (Pietro Negri [seudónimo de A. Reghini], “Sub specie interioritatis“, en UR, 1927; reeditado por Gruppo di UR (ed.), Introduzione alla Magia, Edizioni Mediterranee, Roma, 1971, vol. I, pp. 13-18.), un índice en muchos aspectos de un nacimiento intelectualmente privilegiado, para comprender la elevación del personaje. Evola, por su parte, supo exponer símbolos y aspectos de diversas tradiciones, sin pretender ser un “gran iniciado” o crear a su alrededor una leyenda de misterio y de contactos exclusivos con ambientes iniciáticos inaccesibles. Ciertamente, no compartimos la benevolencia de Consolato hacia la supervivencia actual del pitagorismo y el reconocimiento de ciertos valores iniciáticos de la Masonería, a los cuales Reghini se ilusionaba; tampoco consideramos sostenible la “subterránea” supervivencia de la tradición romana idealizada por Evola y algunos entornos neopaganos italianos. A estas ideas peregrinas se añade la creencia en una real transmisión hermética que habría tenido origen en el viaje de Jorge Gemisto Pletón a Florencia en 1438 y que dio origen a la Academia Platónica. No nos extenderemos sobre este tema, ya que nos hemos ocupado lo suficiente en el capítulo 50 de Ab Ordine Chaos (en este mismo sitio o, en papel, Milán, Ekatos, 2022). Consideramos, por lo tanto, que los capítulos de A Ovest con René Guénon, dedicados al enfrentamiento entre el esoterista francés y Giuliano Kremmerz, son la parte más débil del libro objeto de esta reseña. El supuesto hermetismo y la legendaria herencia egipcio-partenopea en la enseñanza mágica de Ciro Formisano son expuestos por Consolato con una simpatía incomprensible. Por nuestra parte, compartimos la sospecha de que Guénon tenía hacia Kremmerz y las dos sociedades que él fundó, Miriam y Mantos, y que aún hoy cuentan con prosélitos en los círculos académicos de Roma y Nápoles. La última parte del libro consiste en la exposición de las doctrinas cíclicas que Guénon ha tratado repetidamente en sus numerosos escritos y las perspectivas futuras que él imaginaba para la civilización occidental y, en particular, para Europa. La descripción que da Consolato es, en general, precisa y fiel al pensamiento de René Guénon. En el libro, el autor distingue con claridad estas tres perspectivas guénonianas de las llamadas clarividencias y profecías, aunque el tono perentorio con el que el esoterista de Blois las enuncia lleva al lector acrítico a aceptar que no hay otras posibilidades diferentes. Sin embargo, es sorprendente que Guénon haya considerado el “peligro amarillo” con ligereza, a pesar de estar al tanto del comienzo del imperialismo sino-comunista con la invasión de la Mongolia Interior, Manchuria y Tíbet, así como el genocidio perpetrado contra los manchúes y los uhigurianos.; o que no haya sospechado de la tendencia degenerativa del mundo islámico y de su plan de invasión étnica de Europa, que está ocurriendo hoy en día desde hace décadas, entre la indiferencia e incluso la complicidad de algunas ṭuruq. En cuanto a sus tres perspectivas sobre el futuro de Europa, afirmaba haberlas basado en la doctrina de los ciclos cósmicos, doctrina que, según él, era conocida en todas las ‘tradiciones regulares’. Esto no se corresponde con la realidad, ya que los monoteísmos carecen de una visión cíclica del tiempo y de la división en cuatro edades de la humanidad actual. Una excepción a esto son algunas versiones tardías de la Qabbalah que, sin embargo, al estar en desacuerdo con el propio Bereshit, se interpretan de tal manera que de los siete ciclos mencionados en el Sefer Ha Temunah sólo el actual es la creación adámica en esta tierra, mientras que los otros seis son ciclos cronológicos sin ninguna modalidad sólida. De hecho, es bien sabido que para las religiones semíticas, el texto revelado es el discriminador entre ortodoxia y heterodoxia incluso en el ámbito esotérico. Incluso las tres edades del abad Joaquín son en realidad tres fases in crescendo de un tiempo rectilíneo. Sin mencionar las conjeturas de Blavatsky sobre la sucesión de los Reinos de Edom o las categorías (ṭabaqāt) de la tierra según ciertos sufismos, que, por el contrario, están textualmente descritas como contemporáneas entre sí. Además de tener una visión lineal de la historia, los monoteísmos comparten la idea de un inminente fin de los tiempos, que Guénon hace coincidir con el fin del kali yuga del hinduismo. El hecho es que la edad oscura, según todos los textos smārta, tiene una duración de 432.000 años, habiendo comenzado en el año 3.102 antes de la era vulgar. Para el hinduismo, por lo tanto, el fin del kali yuga está lejos de ocurrir. Pero aún más llamativa es la supresión por parte de Guénon de los mahāyugas: tanto los Purāṇas como los Āgamas transmiten que un manvantara comprende 71 mahāyugas (o caturyugas), cada uno de los cuales está compuesto, a su vez, por cuatro yugas. El matemático Āryabhaṭa (Daśagītikā, I.3), según sus cálculos, confirmó que la guerra del Mahābhārata tuvo lugar al final del dvāpara yuga de nuestro vigesimoséptimo mahāyuga del séptimo manvantara, que forma parte del kalpa del Jabalí Blanco. A su vez, el actual Śveta Varāha Kalpa es solo la mitad luminosa del primer día del quincuagésimo primer año de “vida” de Brahmā. Es, cuanto menos, curioso que el Prof. Consolato no haya detectado la forzada reducción, realizada por Guénon, de la amplia duración tradicional de los ciclos cósmicos según la tradición eterna (y, con toda probabilidad, de las eras greco-romanas, tan similares a aquella), para hacerla coincidir con la limitada parábola vital de las religiones fundadas en los últimos tres milenios. A pesar de estas debilidades, el libro está lleno de datos e ideas de gran interés que, junto con el tono amable y equilibrado (una virtud bastante rara entre los esoteristas italianos), lo convierten en una lectura útil y agradable. En particular, es destacable la bien fundamentada revalorización de la intelectualidad clásica, especialmente la latina, a menudo injustamente subestimada en favor de la barbarie celta y germánica.

        Gian Giuseppe Filippi

        🇬🇧 Sandro Consolato: A Ovest con René Guénon (In the West with René Guénon), Chiavari-Genova, Arya Ed., 2023. ISBN 9-788898-324316. Pp. 256.

        The reviewed text significantly diverges from the now numerous productions, often collective, dedicated to the character of the esotericist from Blois. What is pleasantly striking is the respectful approach that the Author has maintained towards the thoughts and works of René Guénon. The goal, not always perfectly achieved but undoubtedly more agreeable than the venomous criticisms of his detractors or the imbalanced praises of his adoring readers. Professor Consolato, in general, has managed to maintain a sense of balance between recognizing Guénon’s undoubted merits and identifying the confused or incorrect statements in his work. “Probably,” Consolato states with bonomy in his introduction, “some will judge ‘A Ovest con René Guénon’ an ‘anti-Guénonian’ book, while others, on the contrary, will find it ‘too Guénonian’. The reality is that in it, I have adhered to the direction, over time, dearer to me, of the ‘right middle ground’.” Certainly, we do not share anti-Guénonian or pro-Guénonian sentiments, as our perspective is non-dual and, as such, free from fideisms and preconceived hostilities. This is the reason why we have appreciated the effort made by the Author; in this sense, we are not even displeased with the repeated comparisons and distinctions with other figures of the 20th century esotericism, especially with Arturo Reghini and Julius Evola. Reghini, indeed, had managed to demonstrate a profound intelligence and, at times, even sharper than others. It is enough to read the description of his spontaneous consciential intuition (Pietro Negri [pseudonym of A. Reghini], “Sub specie interioritatis”, in UR, 1927; reprinted in Gruppo di UR (edited by), Introduzione alla Magia, Edizioni Mediterranee, Rome, 1971, vol. I, pp. 13-18.), an index in many ways of an intellectually privileged birth, to understand the stature of this character. Evola, on his part, has been able to present symbols and aspects of different traditions without ever portraying himself as a ‘great initiate’ or creating around him a legend of mystery and contacts with inaccessible initiatic environments. Certainly, we do not share Consolato’s benevolence towards the present-day survival of Pythagoreanism and the recognition of any initiatic value in Freemasonry, which Reghini deluded himself about; nor do we find sustainable the ‘underground’ survival of the Roman tradition envisaged by Evola and some Italian neopagan environments. To these far-fetched ideas is added the belief in a real hermetic transmission that originated from the journey of Georgius Gemistus Pletho to Florence in 1438 which gave birth to the Medici Academy. According to this belief, such hermetic transmission would have developed during the Renaissance, influenced Protestant Rosicrucianism, and reached us through 19th-century occultist currents. We will not dwell on this topic, as we have sufficiently addressed it in chapter 50 of Ab Ordine Chaos (on this same site or, in print, Milan, Ekatos, 2022). Therefore, we believe that the chapters of A Ovest con René Guénon, dedicated to the comparison between the French esotericist and Giuliano Kremmerz, are the weakest part of the reviewed book. The alleged Hermeticism and the legendary Egyptian-Neapolitan heritage in Ciro Formisano’s magical teachings are presented by Consolato with inexplicable sympathy. On our part, we share the suspicion that Guénon harboured towards Kremmerz and the two societies emanating from him, Miriam and Mantos, which still have followers in Roman and Neapolitan academic circles. The last part of the book consists of the exposition of the cyclical doctrines that Guénon has repeatedly dealt with in his numerous writings and the future perspectives he imagined for Western civilization and Europe in particular. Consolato’s description is, in general, precise and adherent to the thought of René Guénon. In the book, the author clearly distinguishes these three Guénonian perspectives from what is defined as clairvoyances and prophecies, although the peremptory tone with which the esotericist of Blois enunciates them leads the uncritical reader to accept that there are no other different possibilities. It is surprising, however, that Guénon underestimates the ‘yellow peril’, despite being aware of the start of Sino-Communist imperialism with the invasion of Inner Mongolia, Manchuria and Tibet, as well as the genocide perpetrated against the Manchurians and Uhigurians; or that he did not suspect the degenerative trend of the Islamic world and its plan for ethnic invasion of Europe, which is happening today for several decades with indifference or even with the complicity of some ṭuruq. As for his three perspectives on the future of Europe, he claimed to have based them on the doctrine of cosmic cycles, a doctrine that, in his opinion, is known in all ‘regular traditions’. This does not correspond to reality, as monotheistic religions lack a cyclical understanding of time and the division into four ages of current humanity. An exception to this are some late versions of the Qabbalah which, however, being at odds with Bereshit itself, are interpreted in such a way that of the seven cycles mentioned in the Sefer Ha Temunah only the current one is the Adamic creation on this earth, while the other six are chronological cycles without any gross modality. Indeed, it is well known that for Semitic religions, the revealed text is the discriminator between orthodoxy and heterodoxy even in the esoteric domain. Even the three ages of Abbot Joachim are in reality three phases in crescendo of a rectilinear time. Not to mention the Blavatskian speculations about the succession of the Kingdoms of Edom or the categories (ṭabaqāt) of the earth in certain Sufism, which are, on the contrary, textually described as contemporary among themselves. In addition to having a linear view of history, monotheistic religions share the idea of an imminent end of times, which Guénon equates with the end of the Kali Yuga in Hinduism. The fact is that the dark age is described, in all Smārta texts, as lasting 432,000 years, beginning in the year 3102 BCE. In India, therefore, the end of the Kali Yuga is far from coming. But even more striking is Guénon’s suppression of the mahāyugas: both the Purāṇas and the Āgamas transmit that a manvantara includes 71 mahāyugas (or caturyugas), each of which is composed, in turn, of four yugas. The mathematician Āryabhaṭa (Daśagītikā, I.3), based on his calculations, confirmed that the Mahābhārata war occurred at the end of the dvāpara yuga of our twenty-seventh mahāyuga of the seventh manvantara, which is part of the kalpa of the White Boar. In turn, the present Śveta Varāha Kalpa is only the luminous half of the first day of the fifty-first year of Brahmā’s ‘life’. It is at least curious that Professor Consolato did not dwell on Guénon’s forced reduction of the broad traditional duration of cosmic cycles according to the eternal tradition (and, in all likelihood, the Greco-Roman ages, so similar to it) to align with the limited life span of religions founded in the last three millennia. Despite these few weaknesses, the book is rich in data and insights of great interest, which, along with the mild and balanced tone (a virtue all too rare among Italian esotericists), make it useful and enjoyable reading. In particular, the well-founded revaluation of classical intellectuality, especially Latin, often unduly undervalued in favour of Celtic and Germanic barbarism, is of great significance.

        Gian Giuseppe Filippi