Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī
2. Coscienza di Essere
a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve
“In principio c’era solo l’Essere (Sat), Uno e non duale. Alcuni dicono che in principio c’era solo il non-essere, Uno e non duale, da cui è nato l’Essere; ma, mio caro, come potrebbe essere così?”. Egli disse: “Come potrebbe nascere l’Essere dal non-essere (asat)1? Al contrario, in principio c’era solo l’Essere, Uno e non duale”. (ChU VI.2.1-2)
Lo stile delle Upaniṣad.
10. Le Upaniṣad hanno uno stile particolare per esprimere verità universali. L’Assoluto, che è privo di tutti gli attributi e al di là di ogni tempo e spazio, vi è descritto come se possedesse certe caratteristiche e come se fosse esistito in un qualche lontano passato. Questo perché, in primo luogo, il linguaggio e il pensiero empirico, essendo fatti per simboleggiare solo oggetti empirici, non sono in grado di esprimere la sua natura così com’è; tuttavia, questi sono gli unici strumenti d’apprendimento reperibili in questa vita e quindi devono in qualche modo essere impiegati al fine di suggerire al cercatore la natura della Realtà trascendente, assegnando alle parole e ai concetti significati impliciti e allusivi, anche a rischio che chi non è qualificato ne possa equivocare il senso.
Così, quando Brahman, ossia l’Assoluto, è descritto come sat (Essere), è intenzione del maestro che non si supponga che, come le cose della vita ordinaria, Esso esista nel tempo e nello spazio e che sia limitato da alcune caratteristiche che lo distinguono dalle cose coesistenti con esso. Per evitare entrambe queste eventualità, si concepisce l’intero universo come se fosse esistente nel presente e come se all’Assoluto venisse deliberatamente proiettato in un tempo passato, in cui l’universo ancora non esisteva nella sua attuale forma apparente. In questa deliberata sovrapposizione (adhyāropa), l’Essere è descritto come se fosse esistito da solo. L’espressione “Uno non duale” è sovrapposta per trasmettere l’idea che la parola “solo” non vuole esprimere la solitudine come quando si pensa all’assenza di altre cose. Quindi, “solo l’Essere” e “Uno solo, non duale” significa il Sé Assoluto, che, non avendo né genere né specie, non sa nulla di una ‘propria specie’ o di una ‘specie differente’ e, non essendo divisibile, è anche privo di ogni distinzione all’interno della propria essenza concettuale.
Qual è il significato del fatto che l’Essere “è”?
11. Chi è solito pensare solo ai fenomeni oggettivi, rimarrebbe perplesso cercando di capire cosa possa significare questa frase. Qual è il significato dell’affermazione “solo l’Essere” era all’origine delle cose? L’essere, come è comunemente noto, è soltanto un attributo delle cose; tutto ciò che è concepibile “è”. Non possiamo concepire alcunché che non abbia essere; ma dire che l’essere “è” è pura tautologia. Ha forse più significato di un’affermazione come “un cavallo è un cavallo”? Inoltre, come potrebbe il semplice essere esistere di per sé: come può esistere colore il rosso separatamente da una rosa? A ben vedere, questa frase equivale quasi a dire che prima dell’inizio delle cose esisteva il nulla.
Tuttavia, questa frase che afferma l’esistenza di “nulla” ci obbliga a concepire quest’ultimo come qualcosa di positivo, poiché l’esistenza può appartenere solo a qualcosa di positivo; oppure, se attribuissimo il valore nominale di nulla assoluto a ciò che è inteso dalla parola nulla, “c’era” dovrebbe essere interpretato come “non c’era”, il che è assurdo. Quindi, quella frase nel suo complesso equivarrebbe solo a dire che qualcosa era qualcosa oppure che il nulla era nulla! Essere e non essere diventano così sinonimi!
Infatti, c’è stata una classe di pensatori positivi che sosteneva che nulla possa esistere che non abbia attributi e che non esista in nessun luogo e in nessun momento. La setta buddhista solitamente chiamata śūnyavādin ereditò questo nichilismo negando l’essenza di ogni cosa. Si può supporre che questi pensatori stessero solo sistematizzando, riproducendo il punto di vista dell’uomo comune, la cui visione ingenua è che l’effetto, per meritare quel nome, deve essere appena nato e che la sua causa deve “produrlo” per prendere nuova forma. Come lo definisce il logico indiano:
kāryaniyatapūrvavṛtti kāraṇam; la causa è ciò che invariabilmente precede l’effetto.
Ma una piccola riflessione rivelerà l’infondatezza di questa argomentazione. Infatti, in primo luogo stiamo parlando della condizione della causa principale di tutto l’universo come effetto di quella causa. Come potrebbe esserci un tempo prima che l’universo si mostri? Cioè come potrebbe esserci un tempo prima che il tempo stesso faccia la sua apparizione? Il tempo è una componente dell’universo e non può essere separato da quest’ultimo da alcuna astuzia capziosa dell’intelletto. Pertanto, non si può supporre che l’Essere o la Realtà sia una causa nel senso che precede immediatamente l’universo. La parola ‘causa’ applicata all’Essere può quindi significare solo assenza dell’idea di universo. In secondo luogo, si vedrà che Uddālaka allude all’Ātman o l’essenza di ogni cosa, solo con la parola Sat, ossia Essere, poiché nel suo discorso continua a ripetere: ‘Tat satyam sa Ātmā’. “È la Realtà, è l’Atman”. È chiaro che l’Ātman o il Sé non può essere la causa dell’universo nel senso in cui l’argilla precede ed è la causa di un vaso o di una brocca di argilla.
Uno senza un secondo:
12. La frase “c’era solo l’Essere” può quindi essere paragonata alla frase “il fiume scorreva”; come il fiume e il suo scorrere sono la stessa cosa, così l’Essere e il suo “essere” nel passato sono la stessa cosa. Questo modo di esprimere la natura dell’Essere è stato adottato solo per evidenziare la dissomiglianza tra l’essere delle cose nella vita comune e l’essere dell’Essere stesso. Le cose sono, cioè esistono nel tempo o nel luogo, ma l’Essere “è” in virtù della sua stessa natura o essenza.
Allo stesso modo, l’espressione “uno senza secondo” è solo un espediente per rivelare che l’Essere è diverso da una cosa che è sempre condizionata dalle sue qualità e dal suo numero. Un cavallo è sempre uno in riferimento a un altro cavallo o a qualche altro animale o cosa. Ma l’Essere è tutto ed esclude assolutamente l’idea di qualsiasi qualità o numero ad esso correlato.
Essere Assoluto:
13. L’Essere è quindi assoluto sotto ogni aspetto e non ammette altro da Sé. Quindi, nemmeno il non-essere può essergli opposto. L’attacco dei positivisti o dei naturalisti è del tutto fuori bersaglio allorché si sforzano di dimostrare, con logica implacabile, che le cose non hanno alcun essere. Uddālaka critica questi pensatori quando osserva: “Ma, mio caro, come potrebbe essere così?”. […] “Come potrebbe nascere l’Essere dal non-essere?”. Nulla di ciò che esiste nel mondo è mai nato dalla non-esistenza e, quindi, questo gioco sofistico deve essere considerato cosa da non fare.
L’origine dalla Māyā:
14. Ma, a questo punto, alcuni potrebbero obiettare; come potrebbe questo Essere generare o trasformarsi nell’universo? Innegabilmente non può cambiare dal suo interno né dal di fuori, dato che non c’è nulla oltre a esso? A questo, le autorità tradizionali dell’Advaita Vedānta hanno risposto nel seguente modo:
Ciò che è sempre esistente può nascere solo a causa dell’illusione (māyā) e non dal punto di vista della Realtà. Chi ritiene che tale nascita sia reale afferma di fatto che solo ciò che è nato possa nascere nuovamente. (MUGK III.27)
Altrimenti, se diciamo che qualcosa può trasformarsi in qualcos’altro, dovremo ammettere che quella stessa cosa è una trasformazione di qualcosa di antecedente e così saremo costretti a un regressus ad infinitum.
Nulla che non esista può nascere né illusoriamente né realmente. Il figlio di una donna sterile non nasce né realmente né illusoriamente. (MUGK III.28)
Il non-essere è assolutamente nulla. Né il cambiamento né l’immobilità possono essergli attribuiti.
- Nelle diverse correnti del sanātana dharma Essere (Sat) è sempre sinonimo di Reale ed Esistente, mentre il suo contrario, asat, non-essere, invariabilmente significa non reale, inesistente. È perciò inaccettabile che si vada a cercare altrove una diversa accezione del binomio Essere e non-essere, estrapolandola e forzandone il senso al fine di convalidare una propria “filosofia” personale e, per sovrappiù, errata-. Nel caso a cui alludiamo, si vorrebbe far intendere che Non-Essere ed Essere sarebbero due principi metafisici della tradizione taoista, utilizzabili anche presso dottrine di tradizioni diversissime da quella, per intendere che “l’Essere, in quanto principio della manifestazione, comprende anche di fatto tutte le possibilità di manifestazione, ma soltanto in quanto esse si manifestano […] Per designare ciò che è dunque al di fuori e al di là dell’Essere, siamo obbligati , in assenza di un termine migliore, di chiamarlo Non-Essere; e questa espressione negativa […] è direttamente ispirata alla terminologia della dottrina metafisica estremo-orientale…” E con questo espediente poco trasparente si è voluto estendere il senso di questo “Non-Essere”, in quanto superiore all’Essere, per spiegare la “metafisica” vedāntica, sufica e, possibilmente, di tutte le tradizioni “regolari”. In realtà esso ha potuto esprimere soltanto il pensiero del suo Autore. Costui non è nemmeno andato a controllare se quel suo pensiero corrispondesse davvero alla dottrina taoista. E infatti non è così. Per la puntuale correzione di tale clamorosa manomissione, leggasi su questo Sito nella sezione Narakam, l’eccellente contributo “Essere o non-Essere?” del nostro collaboratore Enzo Cosma. C’è da aggiungere che il citato autore ha fatto scuola, tanto che i suoi seguaci si ostinano ancora a trovare esempi di non dualità laddove non ce n’è traccia [N.d.C.].[↩]